Alcuni particolari della politica estera sempre più aggressiva e destabilizzante della monarchia saudita e degli Emirati Arabi sono emersi in questi giorni dopo la pubblicazione di un clamoroso retroscena della disputa, tuttora in corso, tra questi regimi e l’emirato del Qatar.
La testata on-line americana The Intercept ha rivelato che, nell’estate dello scorso anno, l’Arabia Saudita era pronta a invadere militarmente il piccolo paese del Golfo Persico in seguito al rifiuto da parte di quest’ultimo di accettare i diktat di Riyadh riguardo i propri orientamenti strategici.
A impedire l’operazione e a far saltare i piani già predisposti dai leader sauditi sarebbe stata l’azione dell’allora segretario di Stato americano, Rex Tillerson. Quest’ultimo era stato spinto a muoversi forse per gli stretti legami che, da amministratore delegato di ExxonMobil, vantava con il governo del Qatar. Più probabilmente, Tillerson era preoccupato per la possibile escalation di un conflitto tra alleati che rappresentava anche per Washington una pericolosa distrazione dalle altre crisi mediorientali.
Secondo anonimi esponenti del dipartimento di Stato e dell’intelligence USA, Tillerson si sarebbe prodotto in una serie di telefonate con Riyadh nel tentativo di convincere il regime a non ricorrere a mezzi militari per risolvere la disputa col Qatar. L’intervento e la diplomazia telefonica di Tillerson erano già stati riportati dai media lo scorso anno, ma la versione proposta al pubblico era che il segretario di Stato cercava soltanto di allentare le tensioni tra i paesi del Golfo ormai ai ferri corti.
Tillerson era invece intento a persuadere l’allora vice erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, oggi primo in linea di successione al sovrano, ad abbondare il piano segreto per l’invasione del paese vicino. Un eventuale ingresso delle truppe saudite e degli Emirati sul territorio del Qatar avrebbe anche potuto creare imbarazzo tra gli alleati, visto che nel piccolo emirato il Pentagono ha il quartier generale avanzato del proprio “Comando Centrale”, dove sono ospitati circa 10 mila uomini.
Nella crisi che stavano attraversando i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (GCC), Tillerson aveva una posizione distinta da quella della Casa Bianca. Trump era sembrato infatti dare carta bianca a Riyadh e Abu Dhabi per rimettere in riga i regnanti del Qatar. A questi ultimi, la monarchia saudita e quella degli Emirati rimproveravano, e rimproverano tuttora, un atteggiamento troppo tenero nei confronti dell’Iran e l’appoggio finanziario alle organizzazioni affiliate ai Fratelli Musulmani.
Formalmente, l’accusa rivolta al Qatar era tuttavia di sostenere movimenti terroristici. In effetti, ciò non si discosta di molto dalla realtà, basti pensare ai gruppi anti-Assad in Siria, ma su questo fronte Arabia Saudita ed Emirati Arabi non sono stati da meno. Semplicemente, Riyadh e Doha finanziavano formazioni integraliste differenti per promuovere i rispettivi interessi.
Alla fine, entrambi i regimi del Golfo decisero di fare un passo indietro e adeguarsi alle esortazioni di Tillerson per evitare uno scontro diplomatico con gli Stati Uniti. Di lì a poco, però, i vertici di Arabia Saudita ed Emirati Arabi avrebbero iniziato una campagna di pressioni sul presidente Trump per convincerlo a liquidare il suo segretario di Stato. Tillerson sarebbe stato alla fine rimosso dall’incarico alla fine di marzo di quest’anno, per essere sostituito dal “falco” ex direttore della CIA, Mike Pompeo.
A chiedere la testa di Tillerson erano in particolare il già ricordato Mohammed bin Salman e l’erede al trono degli Emirati, Mohammed bin Sayed, entrambi considerati gli uomini più influenti dei rispettivi regimi. Lo stesso piano per invadere il Qatar era stato da essi sviluppato e, anche per questo, furono proprio loro a insistere per il siluramento di Tillerson.
Quest’ultimo era venuto a conoscenza dei progetti militari di Riyadh e Abu Dhabi dai servizi di intelligence del Qatar, il cui governo sapeva evidentemente di poter contare sul dipartimento di Stato. Secondo The Intercept, alcuni mesi più tardi, i servizi segreti di Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero trovato conferma dell’esistenza del piano saudita.
La notizia delle vere intenzioni delle due principali monarchie assolute del Golfo per risolvere la crisi con il Qatar è un’ulteriore conferma della tendenza di entrambi i regimi a cercare di imporre i propri interessi in maniera sempre più aggressiva in Medio Oriente. Il piano abortito di occupare Doha è inscrivibile in un quadro post-primavera araba che ha visto l’Arabia Saudita e i suoi più stretti alleati reprimere nel sangue la rivolta sciita in Bahrein nel 2011, alimentare il conflitto in Siria, sostenere la violenta contro-rivoluzione del generale al-Sisi in Egitto e scatenare una guerra brutale e al limite del genocidio in Yemen.
L’aggressività della casa regnante saudita, accentuata con l’ascesa di Mohammed bin Salman, è la risposta a un mix di problematiche che vanno collegate sia alla crisi di legittimità sul fronte domestico, evidenziata a sua volta dalle lacerazioni interne al regime, sia all’aspra competizione con l’Iran per l’influenza sulla regione.
Com’è evidente, la spregiudicatezza dell’Arabia Saudita nel perseguire i propri obiettivi con la forza e, di fatto, al di fuori del diritto internazionale sarebbe impensabile senza il beneplacito di Washington. Al di là dell’ostilità mostrata da Tillerson circa la possibile invasione del Qatar, Riyadh continua ad avere sostanzialmente mano libera in Medio Oriente perché rappresenta, dopo Israele, il partner più fidato degli Stati Uniti, soprattutto in chiave anti-iraniana, grazie a un intreccio fatto in primo luogo di “petrodollari” e ricchissime commesse militari.
Oltre a questi aspetti, come ha ricordato l’esclusiva di The Intercept, ci sarebbero state forse anche altre motivazioni dietro l’idea saudita di invadere il Qatar. Esse hanno a che fare con il deterioramento della situazione finanziaria del regno wahhabita, sottolineata dal fatto che, a partire dall’ascesa al trono di re Salman nel 2015, il regime ha bruciato più di un terzo delle proprie riserve che sfioravano i 740 miliardi di dollari.
Una grave recessione, la disoccupazione giovanile a livelli preoccupanti, la necessità di garantire la pace sociale con massicci interventi di welfare e la dispendiosità delle iniziative belliche e non solo dell’erede al trono hanno costretto la leadership saudita a cercare risorse spesso per vie non esattamente ortodosse.
A parte la possibile vendita di una quota del colosso petrolifero pubblico Aramco, rientra almeno parzialmente in questo scenario la tragica farsa dello scorso autunno che aveva visto la detenzione di decine di membri della famiglia reale, accusati di corruzione e costretti a rimettere nelle mani del governo i loro patrimoni miliardari. Nel caso del Qatar, ciò che faceva gola a Riyadh era un fondo sovrano da 320 miliardi di dollari e riserve di gas naturale tra le più ingenti di tutto il pianeta.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2018
USA: i repubblicani vengono sconfitti in Pennsylvania. Intanto Trump sostituisce il Segretario di Stato Tillerson con il direttore della Cia
Giornate intense per il presidente Usa Donald Trump, che potrebbero anche essere decisive per definire come proseguirà il suo mandato, in quale clima politico e a quali condizioni.
Dopo l’intervento protezionistico con lo stop imposto all’acquisto di Qualcomm da parte di Broadcomm (parliamo di hi-tech e telecomunicazioni ad altissimo livello) e la dichiarazione di apertura della “guerra dei dazi”, si trova a gestire la probabile sconfitta repubblicana nelle elezioni in Pennsylvania e nel frattempo decide un cambio pesantissimo alla Segreteria di Stato. Fuori Rex Tillerson, dentro Mike Pompeo, attuale direttore della CIA.
Vicende che sembrano indipendenti e scollegate tra loro, ma che in realtà rappresentano bene l’attuale situazione dell’Amministrazione USA, che non sta passando momenti particolarmente brillanti.
In Pennsylvania, importante stato della federazione, si è votato per assegnare un seggio di deputato vacante: il candidato democratico Conor Lamb ha battuto, se pur di misura, il repubblicano Rick Saccone.
In un altro momento una competizione di questo tipo sarebbe passata quasi inosservata, ma la contingenza la rende politicamente molto significativa: la circoscrizione in cui si vota, infatti, include anche Pittsburgh, importante centro industriale, in particolare per la produzione di acciaio. Una delle aree interessate dall’intervento protezionistico di Trump nei confronti delle economie estere “aggressive”, in particolare Germania (quindi Ue) e Cina. La stessa Cina che è il primo competitor nella corsa al mercato del 5G, e alla quale Trump ha chiesto formalmente di ridurre il deficit con gli USA cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni: aumentare l’importazione di automobili, aerei e servizi finanziari per abbattere di 100 miliardi la differenza tra acquisti americani dalla Cina ed acquisti cinesi dagli Stati Uniti.
Una richiesta che sa un po’ di ultimatum, e che indica una tensione: gli Stati Uniti sono in deficit di egemonia, ed è evidente che il tentativo di recuperare terreno passi attraverso atteggiamenti aggressivi.
Non stupisce quindi la nomina del falco Larry Kudlow a consigliere economico di Trump: tra le prime dichiarazioni di Kudlow, colpisce il passaggio sulla Cina: “Merita i dazi”.
Sempre in questo senso va letta la decisione di sostituire l’attuale Segretario di Stato Rex Tillerson, considerato “uomo dell’establishment”, con Mike Pompeo attuale direttore della CIA (che sarà a sua volta sostituito da Gina Haspel).
In un tweet Trump ha provato a spiegare la decisione: “Ho deciso da solo, ora Tillerson sarà più felice. Con Rex Tillerson non ci trovavamo d’accordo su alcune cose. Sull’accordo iraniano non la pensiamo allo stesso modo”.
Nei confronti dell’Iran infatti Tillerson ha sempre sostenuto l’utilità di un approccio morbido, mentre Trump ed i falchi dell’amministrazione spingono per una linea più dura.
E’ un ottimo esempio che chiarisce la linea politica di Trump: aggressività in politica estera per equilibrare una sempre maggiore difficoltà interna.
Oltre alle elezioni perse in Pennsylvania infatti c’è sempre l’inchiesta del Russiagate che – pur se ostentatamente ignorata d Trump – va avanti e potrebbe riservare sorprese.
L’avvicendamento di Tillerson con Pompeo ha già raccolto l’approvazione del primo ministro israeliano Netanyahu.
Fonte
In un certo senso è vero che "gli USA restano sempre gli USA". Qualsiasi classe dirigente si ritrovino, finiscono sempre per proiettare all'esterno i propri problemi.
Dopo l’intervento protezionistico con lo stop imposto all’acquisto di Qualcomm da parte di Broadcomm (parliamo di hi-tech e telecomunicazioni ad altissimo livello) e la dichiarazione di apertura della “guerra dei dazi”, si trova a gestire la probabile sconfitta repubblicana nelle elezioni in Pennsylvania e nel frattempo decide un cambio pesantissimo alla Segreteria di Stato. Fuori Rex Tillerson, dentro Mike Pompeo, attuale direttore della CIA.
Vicende che sembrano indipendenti e scollegate tra loro, ma che in realtà rappresentano bene l’attuale situazione dell’Amministrazione USA, che non sta passando momenti particolarmente brillanti.
In Pennsylvania, importante stato della federazione, si è votato per assegnare un seggio di deputato vacante: il candidato democratico Conor Lamb ha battuto, se pur di misura, il repubblicano Rick Saccone.
In un altro momento una competizione di questo tipo sarebbe passata quasi inosservata, ma la contingenza la rende politicamente molto significativa: la circoscrizione in cui si vota, infatti, include anche Pittsburgh, importante centro industriale, in particolare per la produzione di acciaio. Una delle aree interessate dall’intervento protezionistico di Trump nei confronti delle economie estere “aggressive”, in particolare Germania (quindi Ue) e Cina. La stessa Cina che è il primo competitor nella corsa al mercato del 5G, e alla quale Trump ha chiesto formalmente di ridurre il deficit con gli USA cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni: aumentare l’importazione di automobili, aerei e servizi finanziari per abbattere di 100 miliardi la differenza tra acquisti americani dalla Cina ed acquisti cinesi dagli Stati Uniti.
Una richiesta che sa un po’ di ultimatum, e che indica una tensione: gli Stati Uniti sono in deficit di egemonia, ed è evidente che il tentativo di recuperare terreno passi attraverso atteggiamenti aggressivi.
Non stupisce quindi la nomina del falco Larry Kudlow a consigliere economico di Trump: tra le prime dichiarazioni di Kudlow, colpisce il passaggio sulla Cina: “Merita i dazi”.
Sempre in questo senso va letta la decisione di sostituire l’attuale Segretario di Stato Rex Tillerson, considerato “uomo dell’establishment”, con Mike Pompeo attuale direttore della CIA (che sarà a sua volta sostituito da Gina Haspel).
In un tweet Trump ha provato a spiegare la decisione: “Ho deciso da solo, ora Tillerson sarà più felice. Con Rex Tillerson non ci trovavamo d’accordo su alcune cose. Sull’accordo iraniano non la pensiamo allo stesso modo”.
Nei confronti dell’Iran infatti Tillerson ha sempre sostenuto l’utilità di un approccio morbido, mentre Trump ed i falchi dell’amministrazione spingono per una linea più dura.
E’ un ottimo esempio che chiarisce la linea politica di Trump: aggressività in politica estera per equilibrare una sempre maggiore difficoltà interna.
Oltre alle elezioni perse in Pennsylvania infatti c’è sempre l’inchiesta del Russiagate che – pur se ostentatamente ignorata d Trump – va avanti e potrebbe riservare sorprese.
L’avvicendamento di Tillerson con Pompeo ha già raccolto l’approvazione del primo ministro israeliano Netanyahu.
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In un certo senso è vero che "gli USA restano sempre gli USA". Qualsiasi classe dirigente si ritrovino, finiscono sempre per proiettare all'esterno i propri problemi.
16/10/2017
Sull’Iran divergenze dentro l’amministrazione Usa. Tillerson potrebbe lasciare
Sulle ultime esternazioni di Trump relative ad una possibile revoca dell’accordo con l’Iran, si segnalano crepe significative nell’amministrazione Usa. “Rimanere nell’accordo con l’Iran è nell’interesse degli Stati Uniti”: ha affermato il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, in un’intervista alla Cnn, una presa di posizione che sembra prendere le distanze dall’offensiva lanciata dal presidente Donald Trump contro l’accordo internazionale siglato con l’Iran nel 2015.
Ma non c’è solo il dossier iraniano a portare alla luce le crescenti divergenze interne all’amministrazione Usa. Anche sulla crisi con la Corea del Nord, Tillerson ha dichiarato che il presidente degli Stati uniti Donald Trump auspica che la crisi della Nordcorea “sia risolta con la diplomazia, non vuole andare in guerra... Questi sforzi diplomatici proseguiranno fin quando non cadrà la prima bomba”.
La stessa Cnn, a cui Tillerson ha rilasciato una intervista che non deve essere affatto piaciuta al presidente Usa, a luglio rivelava che – sempre più frustrato dalle azioni dell’amministrazione Trump – il segretario di Stato, Rex Tillerson, starebbe prendendo in considerazione l’ipotesi di dimettersi. Anche se l’ex amministratore delegato di ExxonMobil avrebbe detto di voler comunque rimanere al suo posto almeno fino alla fine dell’anno, molte fonti anonime avrebbero riferito alla Cnn che in realtà potrebbe lasciare l’incarico anche prima.
Ai primi di ottobre in uno dei suoi ruvidi tweet, Trump aveva rimbrottato il suo Segretario di Stato, definendolo come “il nostro meraviglioso segretario di Stato”, che sta perdendo tempo a cercare di negoziare con Little Rocket Man ossia con Kim Jong Un. “Risparmia energie, Rex: faremo quello che deve essere fatto”.
Secondo alcuni osservatori potrebbe trattarsi della solita commedia del poliziotto buono e del poliziotto cattivo (utile in alcune indagini poliziesche, indispensabile nella diplomazia, ndr), ma secondo altri, come il noto neocons e presidente del Council of Foreign Relations, Richard Hass, “La diplomazia non è un favore che si dispensa, ma uno strumento essenziale di sicurezza nazionale per noi stessi”, aggiungendo che a questo punto il segretario di Stato dovrebbe dimettersi.
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10/10/2017
Washington-Ankara: la guerra dei visti
Scontro diplomatico a suon di visti fra Stati Uniti e Turchia, con un uno-due che da domenica (anche se solo ieri le agenzie hanno diffuso la notizia) vede bloccati i permessi d’ingresso fra i due Paesi per turismo, necessità sanitarie, commercio, lavoro e studio. L’Anadolu sostiene che ha iniziato Washington e ne è seguita la risposta di Ankara, nonostante nelle ore precedenti il segretario di Stato Tillerson e il ministro degli Esteri Çavuşoğlu avessero colloquiato al telefono apparentemente senza tensioni. Il fuoco ardeva sotto la cenere. La stampa statunitense rivela ciò che può essere stato il motivo scatenante, stamane confermato anche dal quotidiano istanbuliota Hurriyet: la scorsa settimana un impiegato turco (Metin Topuz) in servizio presso il Consolato americano di Istanbul era stato arrestato perché messo in relazione con un magistrato dimissionario (Zekerya Öz) e quattro agenti indagati nel 2013 per corruzione. Costoro farebbero parte della rete gülenista, l’organizzazione finita da oltre un anno nelle spire dell’inchiesta sul tentato golpe, mentre su Topuz cala il sospetto di spionaggio. Peraltro si teme che anche la moglie e il figlio dell’impiegato siano stati bloccati nella provincia di Amasya, sul Mar Nero. Attualmente le diplomazie stanno trattando e provano a stemperare i toni. Da Kiev, dov’è in visita, è intervenuto lo stesso presidente turco Erdoğan, affermando che questi contrasti rendono tutti molto tristi. Anche da parte americana si manifesta un simile stato d’animo, però finora è assente qualsiasi gesto pacificatore.
Ben oltre le questioni sentimentali sono l’economia e la sicurezza a interessare alle due parti, vicine e alleate più di quanto possa sembrare. Per il dissidio in corso, nel pomeriggio di ieri, la lira turca ha registrato una flessione in molte borse mondiali, col picco di caduta a meno 4% sui mercati asiatici. A seguito dell’anomala situazione anche i rispettivi apparati militari legati dai patti Nato chiedono lumi ai propri governi. I due sanguigni presidenti hanno parecchie grane e non avrebbero motivo per crearne di nuove, alla nazione e a se stessi. In realtà fra gli alleati turchi e americani alcune divergenze trasformatesi in disaccordo esistono da settimane e mesi. Attorno al sostegno offerto da Casa Bianca e Pentagono ai combattenti kurdi in Siria; riguardo al reiterato rifiuto di estradare l’imam Fethullah Gülen (residente in Pennsylvania) che viene additato da Erdoğan come il grande burattinaio del tentato golpe del 15 luglio 2016. E ancora rispetto al cambio di rotta operato negli ultimi mesi dalla Turchia che, sempre nella crisi siriana, sta accettando il punto di vista russo sul probabile futuro del regime di Asad. Quest’ultima tensione diplomatica, inoltre, riapre le diatribe attorno alle svolte autoritarie in corso in Anatolia, alla detenzione di decine di cittadini stranieri accusati di terrorismo, fra costoro ci sono alcuni americani. Altra benzina sul fuoco la versa stamane il premier turco Yıldırım, sostenendo che il suo Paese non necessita del permesso statunitense per trattenere sospettati.
Fonte
Ben oltre le questioni sentimentali sono l’economia e la sicurezza a interessare alle due parti, vicine e alleate più di quanto possa sembrare. Per il dissidio in corso, nel pomeriggio di ieri, la lira turca ha registrato una flessione in molte borse mondiali, col picco di caduta a meno 4% sui mercati asiatici. A seguito dell’anomala situazione anche i rispettivi apparati militari legati dai patti Nato chiedono lumi ai propri governi. I due sanguigni presidenti hanno parecchie grane e non avrebbero motivo per crearne di nuove, alla nazione e a se stessi. In realtà fra gli alleati turchi e americani alcune divergenze trasformatesi in disaccordo esistono da settimane e mesi. Attorno al sostegno offerto da Casa Bianca e Pentagono ai combattenti kurdi in Siria; riguardo al reiterato rifiuto di estradare l’imam Fethullah Gülen (residente in Pennsylvania) che viene additato da Erdoğan come il grande burattinaio del tentato golpe del 15 luglio 2016. E ancora rispetto al cambio di rotta operato negli ultimi mesi dalla Turchia che, sempre nella crisi siriana, sta accettando il punto di vista russo sul probabile futuro del regime di Asad. Quest’ultima tensione diplomatica, inoltre, riapre le diatribe attorno alle svolte autoritarie in corso in Anatolia, alla detenzione di decine di cittadini stranieri accusati di terrorismo, fra costoro ci sono alcuni americani. Altra benzina sul fuoco la versa stamane il premier turco Yıldırım, sostenendo che il suo Paese non necessita del permesso statunitense per trattenere sospettati.
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22/09/2017
Trump-Rohani, il disaccordo sull’Accordo
“Assurdo e odioso”. Così il presidente iraniano Rohani ha definito nel proprio intervento alle Nazioni Unite lo sproloquio dell’omologo Trump. La ferma e decisa risposta con cui ha anche ricordato che le dotazioni missilistiche del suo esercito hanno funzioni “deterrenti e difensive per il mantenimento della pace regionale, per la stabilità e la prevenzione da avventure, perché non dimentichiamo i civili di alcune nostre città diventati bersaglio degli attacchi di Saddam per otto anni di guerra d’aggressione”, non ha perso il tono diplomatico che caratterizza la sua linea. Le uniche durezze hanno riguardato “l’entità sionista” bollata come un furfante che lavora per destabilizzare il Medioriente. E lo staff del 45° presidente statunitense “i nuovi arrivati della politica che rimettono in discussione un accordo (sul nucleare, ndr) da prendere come modello che rende più sicura l’area regionale”. Con l’aggiunta di una battuta sulla moderazione che “è sinergia delle idee, non una danza delle spade”.
Quindi una chiusura profondamente critica, con cui Rohani ha lanciato un monito all’intera assise internazionale “Il governo americano dovrebbe spiegare alla sua gente perché l’uso di miliardi di dollari, beni del popolo statunitense e della nostra regione, invece di contribuire alla pace e stabilità ha prodotto solo guerra, miseria, povertà e ascesa di terrorismo ed estremismo”. Per il resto l’intervento del leader iraniano ha tenuto toni costruttivi e anche autocelebrativi. Il presidente-mullah ha ricordato come solo pochi mesi fa il suo popolo gli ha confermato un mandato con grandi numeri di partecipazione (“41 milioni di elettori si sono recati alle urne, scegliendo la linea della moderazione e del rispetto dei diritti umani”), la sua linea.
Un percorso che non rappresenta interessi di parte o personali “ma un investimento per il nostro popolo”. Il tutto condotto col rispetto per le persone e la pace (sicuramente associazioni come Human Rights Watch o Amnesty International non concorderanno nel merito riguardo alla pena di morte, ma questo vale anche per altri Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Cina). Poi l’uomo di Teheran ha fatto intendere che non sarà certo la minaccia di rinnovate sanzioni a bloccare e intimidire il suo Paese. Poiché quello che già girava ieri, in talune commissioni riunite al Palazzo di Vetro, era la ricerca della via punitiva.
Dopo le scudisciate del capo, Rex Tillerson tesse la tela per provare a rendere praticabile la revisione del Joint Comprehensive Plan of Action, meglio noto come il patto sul nucleare iraniano, sancito da Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania. Se Trump aveva tagliato corto parlando d’azzeramento, la via burocratica con cui si cerca di neutralizzarlo è più sottile. Il presidente Usa ha tempo sino al 15 ottobre per riferire al Congresso se l’Iran stia lavorando per mettere in pericolo la ‘sicurezza statunitense’. Se riuscisse a dimostrarlo e ricevere un assenso, potrebbe rilanciare verso l’Onu la ridiscussione del patto. Quella che era una promessa elettorale e l’accrediterebbe agli occhi di elettori e detrattori. “America first!” per coerenza e fermezza. Sicuramente troverebbe contrarie Russia e Cina, ma il tignoso Tillerson non demorde.
Per ora consta la contrarietà dell’Alta rappresentante Eu per la politica estera Mogherini e del presidente francese Macron, sul quale, si dice, stia preparando un lavoro ai fianchi sul cavillo non dell’abrogazione bensì di una “revisione dell’accordo”. A chi lo pressava per novità sulla sua iniziativa, l’ex capo esecutivo della Exxon entrato nello Studio Ovale dichiarava “In ogni trattativa, prima di constatare la possibilità di realizzare passi in avanti il quadro si presenta sempre nero. Finora ho visto strette di mano e nessun urlo” se ne deduce massima fiducia nelle strategie future.

Nelle disposizioni del Jcpoa non c’è un tema tanto caro a Trump nel recente personale braccio di ferro con rocketman-Kim: l’armamento missilistico. L’arsenale iraniano e le conseguenti ricerche tecnologiche di Teheran non erano state limitate proprio perché – come hanno constatato gli osservatori internazionali, ha sempre sostenuto durante i due anni di colloqui il ministro degli Esteri Zarif e ieri ha ribadito Rohani – hanno uno scopo unicamente difensivo. Ma in discorsi sul Medio Oriente in fiamme, di cui il presidente iraniano ha ricordato nazioni e popoli islamici (in Yemen, Siria, Iraq, Bahrein, Afghanistan) oggetto di aggressioni, è inevitabile che si entri nel merito di strumenti di difesa, sebbene l’Iran impegni su certi fronti soprattutto “consiglieri” dotati di armi leggere.
Il filo che il Segretario di Stato statunitense tende verso gli alleati occidentali per cucire una revisione degli accordi dei 5+1 è quello dell’ingerenza iraniana nei focolai di crisi. Ovviamente il pulpito è totalmente screditato per sermoneggiare verso altri, cosa che Trump e Tillerson sanno benone. Ma loro rilanciano la politica del cow-boy che spara preventivamente su tutto quel che si muove per sentirsi al sicuro e giocare col cadavere più che col nemico vivo.
Fonte
Quindi una chiusura profondamente critica, con cui Rohani ha lanciato un monito all’intera assise internazionale “Il governo americano dovrebbe spiegare alla sua gente perché l’uso di miliardi di dollari, beni del popolo statunitense e della nostra regione, invece di contribuire alla pace e stabilità ha prodotto solo guerra, miseria, povertà e ascesa di terrorismo ed estremismo”. Per il resto l’intervento del leader iraniano ha tenuto toni costruttivi e anche autocelebrativi. Il presidente-mullah ha ricordato come solo pochi mesi fa il suo popolo gli ha confermato un mandato con grandi numeri di partecipazione (“41 milioni di elettori si sono recati alle urne, scegliendo la linea della moderazione e del rispetto dei diritti umani”), la sua linea.
Dopo le scudisciate del capo, Rex Tillerson tesse la tela per provare a rendere praticabile la revisione del Joint Comprehensive Plan of Action, meglio noto come il patto sul nucleare iraniano, sancito da Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania. Se Trump aveva tagliato corto parlando d’azzeramento, la via burocratica con cui si cerca di neutralizzarlo è più sottile. Il presidente Usa ha tempo sino al 15 ottobre per riferire al Congresso se l’Iran stia lavorando per mettere in pericolo la ‘sicurezza statunitense’. Se riuscisse a dimostrarlo e ricevere un assenso, potrebbe rilanciare verso l’Onu la ridiscussione del patto. Quella che era una promessa elettorale e l’accrediterebbe agli occhi di elettori e detrattori. “America first!” per coerenza e fermezza. Sicuramente troverebbe contrarie Russia e Cina, ma il tignoso Tillerson non demorde.
Per ora consta la contrarietà dell’Alta rappresentante Eu per la politica estera Mogherini e del presidente francese Macron, sul quale, si dice, stia preparando un lavoro ai fianchi sul cavillo non dell’abrogazione bensì di una “revisione dell’accordo”. A chi lo pressava per novità sulla sua iniziativa, l’ex capo esecutivo della Exxon entrato nello Studio Ovale dichiarava “In ogni trattativa, prima di constatare la possibilità di realizzare passi in avanti il quadro si presenta sempre nero. Finora ho visto strette di mano e nessun urlo” se ne deduce massima fiducia nelle strategie future.
Nelle disposizioni del Jcpoa non c’è un tema tanto caro a Trump nel recente personale braccio di ferro con rocketman-Kim: l’armamento missilistico. L’arsenale iraniano e le conseguenti ricerche tecnologiche di Teheran non erano state limitate proprio perché – come hanno constatato gli osservatori internazionali, ha sempre sostenuto durante i due anni di colloqui il ministro degli Esteri Zarif e ieri ha ribadito Rohani – hanno uno scopo unicamente difensivo. Ma in discorsi sul Medio Oriente in fiamme, di cui il presidente iraniano ha ricordato nazioni e popoli islamici (in Yemen, Siria, Iraq, Bahrein, Afghanistan) oggetto di aggressioni, è inevitabile che si entri nel merito di strumenti di difesa, sebbene l’Iran impegni su certi fronti soprattutto “consiglieri” dotati di armi leggere.
Il filo che il Segretario di Stato statunitense tende verso gli alleati occidentali per cucire una revisione degli accordi dei 5+1 è quello dell’ingerenza iraniana nei focolai di crisi. Ovviamente il pulpito è totalmente screditato per sermoneggiare verso altri, cosa che Trump e Tillerson sanno benone. Ma loro rilanciano la politica del cow-boy che spara preventivamente su tutto quel che si muove per sentirsi al sicuro e giocare col cadavere più che col nemico vivo.
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13/07/2017
Usa, dalla danza delle spade al walzer della diplomazia
Il Segretario di Stato statunitense, ex uomo del petrolio di Exxon l’evoluzione della potentissima Standard Oil, sta dandosi parecchio da fare per ricucire il grosso strappo voluto dal regno Saud verso la dinastia al-Thani. Crisi che preoccupa non solo i protagonisti diretti e indiretti, ma numerosi alleati occidentali. Gli americani, che di quell’area risultano ancora tutori sul terreno geopolitico, militare ed economico, vorrebbero che tutti i clan degli emiri smorzassero i toni, seppure sono i primi a sapere che la materia del contendere non è di facile soluzione. Secondo i piani di Riyad servirebbe che i fratelli qatarioti rientrassero nei ranghi, attuando più o meno il comportamento dei dignitari vicini, attivi in affari, ma sempre pronti ad accondiscendere ai loro voleri. I sauditi concedono agli alleati facoltà di business, senza chiedere da dove il denaro provenga o vada a finire, e soprattutto gli indica di non porsi velleitarie idee di guida di alcunché. Gli intraprendenti membri della famiglia di Doha sono considerati troppo spregiudicati e, a detta dei Salman re e principe delfino, devono essere una volta per tutte ridimensionati e riportati al rango di collaboratori della dinastìa islamica prescelta, in realtà autoproclamatasi tale.
Mister Tillerson dopo aver fatto una puntata in Qatar dove ha incontrato l’emiro Tamim e il ministro Abdulrahman al-Thani, s’è recato a Jeddah per ascoltare nuovamente i sauditi. Con l’establishment qatariota l’uomo del Dipartimento ha strappato un accordo proprio sulla lotta al ‘terrorismo’, tema su cui il Consiglio del Golfo accusa gli al-Thani di tramare. In effetti l’indice dei Salman diretto sul governo di Doha quale finanziatore di bombe e attacchi dell’Isis e della sua galassia, è stato smontato da molti e varie voci analitiche. Più parti evidenziano che al più ci può essere una compartecipazione al gioco sporco che coinvolge soprattutto quegli emiri acquiescenti a tanta predicazione wahabita e figure dell’Islam politico salafita. Comunque la quaterna araba che il Segretario di Stato ha incontrato a Jeddah (sauditi, Bahrein, Eau, Egitto) valuta insufficienti i passi del Qatar. Lui non demorde perché disinnescare questa nuova mina sull’infiammato terreno mediorientale oggi sembra diventare una priorità per gli Usa. Fattori strategico-militari (la quinta flotta in Bahrein, la base aerea di Ul-Udeid in Qatar) s’affiancano a quelli economico-energetici e, nonostante sia passato un secolo e le Sette sorelle anglo-americane siano controbilanciate dall’Opec, vedono statunitensi e occidentali coinvolti affaristicamente su questo fronte.
Il viaggio con cui Tillerson si espone personalmente, pur nel ruolo ufficiale di Segretario di Stato, segna un percorso differente dal disco verde offerto da Trump ai sauditi più d’un mese fa. Dalla ‘danza delle spade’ con cui gli emiri si sentivano coperti dal presidente guascone, che un giorno via l’altro aggiunge intoppi, intrighi, incidenti per potenziali scandali e un possibile impeachment, si sta passando a un approccio più cauto, visto che sull’attacco al Qatar il fronte del Golfo s’incrina, il Kuwait è propenso a trattative a oltranza, e la solidarietà a piene mani verso Doha espressa da Turchia e Iran diventa un blocco anti embargo. Tillerson s’è ancorato proprio al piccolo Kuwait, quello per la cui difesa da Saddam condusse i marines nella prima guerra del Golfo. Forse proprio per aggirare nuove avventure dall’esito incerto i consiglieri del Pentagono puntano su una più flessibile diplomazia. Il portavoce del Segretario di Stato ha fatto sapere che le ormai famose 13 imposizioni ad al-Thani (fra cui la chiusura di al-Jazeera) non sono più valide. E nella riflessione su quali richieste avanzare, passa anche la considerazione che lì “non ci sono mani pulite”; sibillina affermazione che s’attaglia ad affari sporchi e finanziamenti jihadisti. Washington certi intrecci li conosce bene, ora di fronte a una crisi che potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi sembra optare per un basso profilo.
Fonte
Mister Tillerson dopo aver fatto una puntata in Qatar dove ha incontrato l’emiro Tamim e il ministro Abdulrahman al-Thani, s’è recato a Jeddah per ascoltare nuovamente i sauditi. Con l’establishment qatariota l’uomo del Dipartimento ha strappato un accordo proprio sulla lotta al ‘terrorismo’, tema su cui il Consiglio del Golfo accusa gli al-Thani di tramare. In effetti l’indice dei Salman diretto sul governo di Doha quale finanziatore di bombe e attacchi dell’Isis e della sua galassia, è stato smontato da molti e varie voci analitiche. Più parti evidenziano che al più ci può essere una compartecipazione al gioco sporco che coinvolge soprattutto quegli emiri acquiescenti a tanta predicazione wahabita e figure dell’Islam politico salafita. Comunque la quaterna araba che il Segretario di Stato ha incontrato a Jeddah (sauditi, Bahrein, Eau, Egitto) valuta insufficienti i passi del Qatar. Lui non demorde perché disinnescare questa nuova mina sull’infiammato terreno mediorientale oggi sembra diventare una priorità per gli Usa. Fattori strategico-militari (la quinta flotta in Bahrein, la base aerea di Ul-Udeid in Qatar) s’affiancano a quelli economico-energetici e, nonostante sia passato un secolo e le Sette sorelle anglo-americane siano controbilanciate dall’Opec, vedono statunitensi e occidentali coinvolti affaristicamente su questo fronte.
Il viaggio con cui Tillerson si espone personalmente, pur nel ruolo ufficiale di Segretario di Stato, segna un percorso differente dal disco verde offerto da Trump ai sauditi più d’un mese fa. Dalla ‘danza delle spade’ con cui gli emiri si sentivano coperti dal presidente guascone, che un giorno via l’altro aggiunge intoppi, intrighi, incidenti per potenziali scandali e un possibile impeachment, si sta passando a un approccio più cauto, visto che sull’attacco al Qatar il fronte del Golfo s’incrina, il Kuwait è propenso a trattative a oltranza, e la solidarietà a piene mani verso Doha espressa da Turchia e Iran diventa un blocco anti embargo. Tillerson s’è ancorato proprio al piccolo Kuwait, quello per la cui difesa da Saddam condusse i marines nella prima guerra del Golfo. Forse proprio per aggirare nuove avventure dall’esito incerto i consiglieri del Pentagono puntano su una più flessibile diplomazia. Il portavoce del Segretario di Stato ha fatto sapere che le ormai famose 13 imposizioni ad al-Thani (fra cui la chiusura di al-Jazeera) non sono più valide. E nella riflessione su quali richieste avanzare, passa anche la considerazione che lì “non ci sono mani pulite”; sibillina affermazione che s’attaglia ad affari sporchi e finanziamenti jihadisti. Washington certi intrecci li conosce bene, ora di fronte a una crisi che potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi sembra optare per un basso profilo.
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12/07/2017
Crisi del Golgo - Lo strano triangolo Usa-Qatar-Iran
Gli Stati Uniti entrano a gamba tesa nella crisi del Golfo: ieri il
segretario di Stato Usa, Rex Tillerson a Doha ha stretto con il Qatar un
“un memorandum d’intesa in merito ai futuri sforzi che il Qatar può
fare per rafforzare la lotta contro il terrorismo e il suo
funzionamento”. Così il consigliere Hammond spiegava ieri il
contenuto dell’accordo tra Washington e Doha, “passo avanti” nella
risoluzione della guerra fredda in corso con i paesi del fronte sunnita,
Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi.
Da settimane il segretario di Stato getta acqua sul fuoco acceso da Trump dopo la visita di fine maggio in Arabia Saudita, ponendosi come mediatore della crisi: prima di raggiungere Doha ha fatto tappa in Kuwait, paese impegnato nel negoziato, e oggi volerà a Gedda per incontrare l’altro fronte, i rappresentanti saudita, egiziano, bahrenita e emiratino.
L’accordo siglato ieri ha un peso politico importante, una chiara presa di posizione di un’amministrazione che ora, per bocca dello stesso Tillerson, definisce “ragionevole” la richiesta di fine dell’embargo mossa dal Qatar. In aperta opposizione alla posizione del fronte guidato dai sauditi che di nuovo ieri hanno accusato Doha di aver violato gli accordi stretti in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo in merito al sostegno al terrorismo e di finanziamento della Fratellanza Musulmana, arci-nemico saudita.
L’emirato isolato risponde minacciando di uscire dal Ccg, insistendo nel rifiutarsi di accettare le 13 richieste mosse da Riyadh, Manama, Il Cairo e Abu Dhabi (tra cui la chiusura di al Jazeera e la cacciata della rappresentanza diplomatica iraniana, oltre al pagamento di non meglio precisati risarcimenti danni).
La giravolta statunitense ha basi solide: all’iniziale plauso del presidente Trump che con una serie di tweet aveva appoggiato l’isolamento del Qatar da parte dell’alleato di ferro Riyadh, è seguita la solita e ovvia realpolitik Usa, ben rappresentata da Tillerson, ex presidente della Exxon e testa d’ariete della lobby energetica e petrolifera americana.
Se sottobanco a muoversi è proprio la Exxon – insieme a Total e Shell – che ha aderito ufficiosamente al faraonico progetto qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro il 2024, le relazioni economiche tra Washington e Doha sono troppo fiorenti per metterle in serio pericolo. Anche se a premere sull’acceleratore è Riyadh: l’interesse saudita per l’annichilimento del principale avversario interno all’asse sunnita non fa il gioco di Washington, più interessata a costruire una Nato araba in chiave anti-Iran che a veder spezzettato il fronte sunnita.
Gli Stati Uniti sono il principale investitore straniero in Qatar e il primo importatore nell’emirato di beni di ogni genere, macchinari, automobili, strumenti medici, prodotti agricoli: una ricchezza che fa del Qatar il quarto importatore di beni statunitensi al mondo.
Oltre 120 compagnie statunitensi sono attive nel paese, per lo più nel settore energetico ampiamente sviluppato da società americane, sia per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere che quelle per il gas liquido (di cui il Qatar è primo fornitore al mondo). Dall’emirato agli Stati Uniti arrivano invece gas naturale, alluminio e fertilizzanti. L’interscambio, dal decennio scorso, si attesta sui 6,3 miliardi di dollari l’anno in prodotti commerciali.
Senza dimenticare gli investimenti che la petromonarchia ha negli Stati Uniti (l’ultimo accordo prevede l’investimento di 45 miliardi di dollari in fondi sovrani Usa entro il 2021, denaro che porta con sé un potenziale enorme in termini di occupazione*) e il ruolo dell’industria bellica (anche qui la più recente intesa è stata siglata a crisi già esplosa, con la vendita di jet F-15 per un totale di 21 miliardi di dollari).
Alla porta dell’emirato, però, sta anche il nemico numero uno della Casa Bianca, l’Iran. Dopo aver offerto – insieme alla Turchia – al Qatar isolato l’invio di beni alimentari e l’utilizzo del proprio spazio aereo, Teheran punta più in alto. E ieri il ministro degli Esteri qatariota, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha espresso l’interesse a sviluppare una maggiore cooperazione con la Repubblica Islamica.
A partire dallo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, nel Golfo Persico, su cui ha messo le mani la Total (la stessa che intende sviluppare la produzione qatariota nei prossimi anni): la multinazionale francese, dopo la firma dell’accordo pochi giorni fa, si è assicurata oltre il 50% delle quote, a cui prendono parte anche la cinese Cnpc e l’iraniana Petropars. Un investimento totale di 4,8 miliardi.
Fonte
* affermazione opinabilissima...
Da settimane il segretario di Stato getta acqua sul fuoco acceso da Trump dopo la visita di fine maggio in Arabia Saudita, ponendosi come mediatore della crisi: prima di raggiungere Doha ha fatto tappa in Kuwait, paese impegnato nel negoziato, e oggi volerà a Gedda per incontrare l’altro fronte, i rappresentanti saudita, egiziano, bahrenita e emiratino.
L’accordo siglato ieri ha un peso politico importante, una chiara presa di posizione di un’amministrazione che ora, per bocca dello stesso Tillerson, definisce “ragionevole” la richiesta di fine dell’embargo mossa dal Qatar. In aperta opposizione alla posizione del fronte guidato dai sauditi che di nuovo ieri hanno accusato Doha di aver violato gli accordi stretti in sede di Consiglio di Cooperazione del Golfo in merito al sostegno al terrorismo e di finanziamento della Fratellanza Musulmana, arci-nemico saudita.
L’emirato isolato risponde minacciando di uscire dal Ccg, insistendo nel rifiutarsi di accettare le 13 richieste mosse da Riyadh, Manama, Il Cairo e Abu Dhabi (tra cui la chiusura di al Jazeera e la cacciata della rappresentanza diplomatica iraniana, oltre al pagamento di non meglio precisati risarcimenti danni).
La giravolta statunitense ha basi solide: all’iniziale plauso del presidente Trump che con una serie di tweet aveva appoggiato l’isolamento del Qatar da parte dell’alleato di ferro Riyadh, è seguita la solita e ovvia realpolitik Usa, ben rappresentata da Tillerson, ex presidente della Exxon e testa d’ariete della lobby energetica e petrolifera americana.
Se sottobanco a muoversi è proprio la Exxon – insieme a Total e Shell – che ha aderito ufficiosamente al faraonico progetto qatariota di aumento della produzione di gas liquido del 30% entro il 2024, le relazioni economiche tra Washington e Doha sono troppo fiorenti per metterle in serio pericolo. Anche se a premere sull’acceleratore è Riyadh: l’interesse saudita per l’annichilimento del principale avversario interno all’asse sunnita non fa il gioco di Washington, più interessata a costruire una Nato araba in chiave anti-Iran che a veder spezzettato il fronte sunnita.
Gli Stati Uniti sono il principale investitore straniero in Qatar e il primo importatore nell’emirato di beni di ogni genere, macchinari, automobili, strumenti medici, prodotti agricoli: una ricchezza che fa del Qatar il quarto importatore di beni statunitensi al mondo.
Oltre 120 compagnie statunitensi sono attive nel paese, per lo più nel settore energetico ampiamente sviluppato da società americane, sia per quanto riguarda le infrastrutture petrolifere che quelle per il gas liquido (di cui il Qatar è primo fornitore al mondo). Dall’emirato agli Stati Uniti arrivano invece gas naturale, alluminio e fertilizzanti. L’interscambio, dal decennio scorso, si attesta sui 6,3 miliardi di dollari l’anno in prodotti commerciali.
Senza dimenticare gli investimenti che la petromonarchia ha negli Stati Uniti (l’ultimo accordo prevede l’investimento di 45 miliardi di dollari in fondi sovrani Usa entro il 2021, denaro che porta con sé un potenziale enorme in termini di occupazione*) e il ruolo dell’industria bellica (anche qui la più recente intesa è stata siglata a crisi già esplosa, con la vendita di jet F-15 per un totale di 21 miliardi di dollari).
Alla porta dell’emirato, però, sta anche il nemico numero uno della Casa Bianca, l’Iran. Dopo aver offerto – insieme alla Turchia – al Qatar isolato l’invio di beni alimentari e l’utilizzo del proprio spazio aereo, Teheran punta più in alto. E ieri il ministro degli Esteri qatariota, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al Thani, ha espresso l’interesse a sviluppare una maggiore cooperazione con la Repubblica Islamica.
A partire dallo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, nel Golfo Persico, su cui ha messo le mani la Total (la stessa che intende sviluppare la produzione qatariota nei prossimi anni): la multinazionale francese, dopo la firma dell’accordo pochi giorni fa, si è assicurata oltre il 50% delle quote, a cui prendono parte anche la cinese Cnpc e l’iraniana Petropars. Un investimento totale di 4,8 miliardi.
Fonte
* affermazione opinabilissima...
12/04/2017
Siria - Trump accelera, il G7 lo frena: no alle sanzioni
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Gli Stati Uniti
accelerano, la comunità internazionale frena. Almeno quella, ristretta,
rappresentata al G7. Mentre gli uomini del presidente Trump lanciano
minacce di guerra, gli alleati mandano messaggi distensivi: allo scontro
aperto con la Russia non vogliono andare.
Il comunicato finale del meeting lucchese del G7 ha
ridimensionato le richieste di Londra e Washington: nessuna nuova
sanzione sarà imposta alla Siria o a membri dell’esercito russo non
meglio identificati (come chiesto dal ministro degli Esteri britannico
Johnson) fino a quando non sarà conclusa l’indagine
dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) sul
presunto attacco chimico del 4 aprile contro la cittadina siriana di
Khan Sheikun.
La via diplomatica è il mantra, il no all’isolamento della Russia lo
strumento: «L’unica soluzione è quella politica, crediamo che la
soluzione militare non sia giusta e il coinvolgimento della Russia può
consentire un cessate il fuoco durevole», il commento del ministro degli
Esteri italiano Alfano.
Al segretario di Stato Usa Tillerson, filo-russo di ferro
fino a poco tempo fa e ora allineato alla giravolta trumpiana, potrebbe
andare meglio così. Sebbene ieri sparasse a zero su Damasco (e Johnson
insistesse nel dire che le sanzioni possono essere ancora introdotte),
lo stile morbido del G7 gli tornerà utile oggi quando incontrerà a Mosca
l’omologo russo Lavrov.
Non è detto che veda il presidente Putin: in agenda l’incontro non
c’è, “sgarbo” istituzionale atteso dopo l’attacco Usa contro la base
siriana di Shayrat.
Ieri è tornato a parlare proprio Putin che ha usato il precedente
iracheno per inquadrare le mosse del fronte anti-Assad: «Mi ricorda gli
eventi del 2003 quando gli inviati Usa al Consiglio di Sicurezza
volevano dimostrare la presenza di armi chimiche in Iraq».
Un messaggio molto simile a quello inviato ieri dalle piazze di
Damasco: centinaia di studenti si sono ritrovati davanti agli uffici Onu
nel quartiere Mezzeh per protestare contro l’attacco di venerdì: «Non
si ripeterà l’Iraq, Trump sostiene il terrorismo», gli slogan gridati.
La Russia ha di nuovo chiesto un’inchiesta indipendente gestita
dall’Onu, oggi come 14 anni fa estromessa dalle aggressioni Usa: «Siamo
pronti a garantire ogni occasione per consentire agli esperti
indipendenti e ai rappresentanti Opac di esaminare la base aerea di
Shayrat – ha commentato il capo di stato maggiore russo Rudskoi
– Gli specialisti sanno che è impossibile nascondere le tracce di armi
chimiche». E nel pomeriggio di ieri l’Opac ha fatto sapere che terrà
domani un incontro a porte chiuse nel quartier generale a L’Aia per
discutere dell’attacco a Khan Sheikun.
Alla Russia fa gioco la volatilità della strategia di Trump,
passato in pochi giorni dal ritornello del non-interventismo alla
vendetta solitaria, dalla «realtà politica» di Assad come presidente a
«il suo regno sta per finire», come detto ieri da Tillerson in chiusura del G7.
Con termini molto più bellicistici lo ribadisce lo stesso Trump per
bocca del portavoce Spencer: la Casa bianca ordinerà altri attacchi in
Siria contro Assad se necessario all’interesse nazionale. E non lo dirà
alla stampa prima, «non telegraferà» le sue risposte militari, proprio
come successo nella notte tra giovedì e venerdì.
Di questo Tillerson discuterà con Lavrov vista la posizione espressa
ieri: «La Russia – ha detto – deve scegliere se stare con gli Usa e con i
paesi che la pensano allo stesso modo o con Assad, l’Iran e Hezbollah».
Una risposta, indiretta, arriva a stretto giro: venerdì a Mosca voleranno i ministri degli Esteri iraniano e siriano.
Lontano da Lucca e dai cosiddetti sette grandi, interviene anche
l’Isis, estromesso dalla discussione sebbene rappresenti la maggiore
minaccia alla stabilità siriana: ieri ha lanciato attacchi suicidi
contro la base di addestramento britannica a al Tanf, in Siria. Anche su
questo campo torna Mosca: ieri il generale Rudskoi ha fatto
sapere di non aver mai ricevuto dalle opposizioni considerate legittime
dalla comunità internazionale la mappa delle loro postazioni, così come previsto dalla tregua e indispensabili ad evitare che siano colpiti al posto di Isis o ex al-Nusra.
La ragione sta nell’alleanza di comodo per singole azioni o periodi
più lunghi tra “moderati” e islamisti, come accade per i salafiti di
Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam e i qaedisti.
Il bombardiere Trump ha risvegliato i movimenti Usa contro la guerra
Il bombardamento americano di una base siriana ed i movimenti navali della flotta USA, per effetto di un presunto attacco chimico contro i civili effettuato dal governo di Bashar al-Assad, hanno rivitalizzato i movimenti anti-governativi statunitensi (e non solo), che sono scesi in piazza da un capo all’altro del continente. Per ribadire la loro estraneità alla guerra, certo, ma anche la loro opposizione ad un'amministrazione che, pur rifacendosi il trucco, sta mostrando proprio in questi ultimi giorni il suo vero volto guerrafondaio ed imperialista.
Nelle ultime settimane infatti, volente o nolente, il presidente a stelle e strisce aveva dovuto rinunciare ad alcuni personaggi troppo estremisti o scomodi, come l'ex direttore della Cia, generale David Petraeus, o il “wasp”* Steven Bannon, grazie ai consigli di personalità come il neo-Segretario di Stato, Rex Tillerson, raccomandatogli proprio da Condoleeza Rice, l'interventista che ricoprì la stessa carica nell'amministrazione di George W. Bush Jr. durante la seconda Guerra del Golfo.
Tillerson, ex presidente ed amministratore delegato della ExxonMobil, in passato ha ricoperto anche il ruolo di presidente della Exxon Neftegas con responsabilità sulle operazioni in Russia e nel Mar Caspio. E' di queste ore la notizia della cancellazione del vertice che sarebbe dovuto avvenire proprio fra Putin ed il Segretario di Stato americano, a causa di frizioni diplomatiche.
In questo clima da Guerra Fredda, i movimenti anti-Trump hanno trovato nuova linfa, scendendo in piazza durante tutto il week-end, da New York City a Los Angeles e San Francisco, dal New Jersey alla California. Le manifestazioni, pacifiche, in cui si chiede di fermare il conflitto, e l’avvio di inchieste indipendenti che accertino la verità sugli ultimi avvenimenti si sono svolte nella Grande Mela, proprio davanti alla Trump Tower, ed in Union Square. Qui centinaia di manifestanti sono stati fermati e poi arrestati per blocco stradale, occupazione di suolo pubblico e resistenza.
A Jacksonville in Florida, sei persone sono state arrestate per violenza privata ed incitazione alla rivolta, durante gli scontri fra opposte fazioni pro ed anti-interventiste: questo testimonia, ancora una volta, come il paese sia spaccato in due, anche su questi contenuti. Dimostrazioni si sono avute anche a Washington, sotto la Casa Bianca, a Dallas, Boston e su tutto il territorio nazionale.
Nel distretto di Columbia, a Seattle, come a Chicago (Illinois) hanno sfilato i manifestanti dell'organizzazione A.N.S.W.E.R. (acronimo di ActNowtoStoptheWarandEndRacism), una coalizione nata dopo l'attentato al World Trade Center, e costituita da gruppi non violenti anti-razzisti e per i diritti civili, in cui sono confluiti socialisti, comunisti ed anche attivisti che si dichiarano genericamente di sinistra, o solo progressisti.
Gli appartenenti all'Organizzazione AntiWar, invece, di orientamento più libertario, hanno manifestato un po' in tutto il Paese. Nati dopo l'intervento nei Balcani, durante l'Amministrazione Clinton, fra le loro fila hanno trovato posto anche molti “verdi” ambientalisti ed addirittura molti attivisti di destra, legati fra di loro dall'“impegno antimperalista”. La coalizione ha le proprie radici nelle teorie di Randolph Bourne, ed è una costola della Fondazione che prende nome dal filosofo libertario del secolo scorso.
Ma i venti di guerra non preoccupano solo i cittadini americani. Anche nel Vecchio Continente ci si sta attrezzando per opporsi alla folle eventualità di un allargamento del conflitto. In Gran Bretagna, la STWC (StopTheWarCoalition), il cui portavoce ufficiale è rimasto Jeremy Corbyn, laburista ed oppositore dell'attuale governo, che si definisce socialista ed estimatore delle teorie marxiane, è scesa in piazza in forze, per denunciare quella che viene definita un'“aggressione immotivata”, forse un mero pretesto per poter intervenire e rovesciare il regime alauita in Siria.
Nonostante la gravità della situazione, è sicuramente elemento di riflessione, la presa di posizione dei Millennials, movimento statunitense nato nel periodo dell'intervento in Iraq, e che si è distinto per l'aspra critica all'avvento dell'amministrazione Trump. In questa occasione si trova diviso anch'esso da diatribe interne; addirittura, sembra che il 38% sia a favore dei bombardamenti, contro un 35% che si è schierato contro.
A margine dell'argomento, corre l'obbligo di fare una considerazione: è molto difficile, se non impossibile, trovare notizie o altro riguardo le contestazioni e le manifestazioni di dissenso, sia fra le prime pagine dei quotidiani on-line e cartacei, sia nei servizi televisivi dei principali media mainstream. Per fare solo un esempio, non è stato dato il giusto risalto alla cancellazione dell'incontro fra il leader russo Putin ed il Segretario di Stato Tillerson, che sicuramente segnala un incrudimento dei rapporti tra le due superpotenze.
Probabilmente, mentre le portaerei dei “salvatori del mondo” navigano verso la Corea del Nord, il giornalismo servile preferisce veleggiare nella scia del potere.
*Wasp, (white anglo-saxon protestant), è un termine utilizzato per definire il prototipo dell'americano ultra conservatore e suprematista, bianco, anglo-sassone e protestante, appunto.
Fonte
Nelle ultime settimane infatti, volente o nolente, il presidente a stelle e strisce aveva dovuto rinunciare ad alcuni personaggi troppo estremisti o scomodi, come l'ex direttore della Cia, generale David Petraeus, o il “wasp”* Steven Bannon, grazie ai consigli di personalità come il neo-Segretario di Stato, Rex Tillerson, raccomandatogli proprio da Condoleeza Rice, l'interventista che ricoprì la stessa carica nell'amministrazione di George W. Bush Jr. durante la seconda Guerra del Golfo.
Tillerson, ex presidente ed amministratore delegato della ExxonMobil, in passato ha ricoperto anche il ruolo di presidente della Exxon Neftegas con responsabilità sulle operazioni in Russia e nel Mar Caspio. E' di queste ore la notizia della cancellazione del vertice che sarebbe dovuto avvenire proprio fra Putin ed il Segretario di Stato americano, a causa di frizioni diplomatiche.
In questo clima da Guerra Fredda, i movimenti anti-Trump hanno trovato nuova linfa, scendendo in piazza durante tutto il week-end, da New York City a Los Angeles e San Francisco, dal New Jersey alla California. Le manifestazioni, pacifiche, in cui si chiede di fermare il conflitto, e l’avvio di inchieste indipendenti che accertino la verità sugli ultimi avvenimenti si sono svolte nella Grande Mela, proprio davanti alla Trump Tower, ed in Union Square. Qui centinaia di manifestanti sono stati fermati e poi arrestati per blocco stradale, occupazione di suolo pubblico e resistenza.
A Jacksonville in Florida, sei persone sono state arrestate per violenza privata ed incitazione alla rivolta, durante gli scontri fra opposte fazioni pro ed anti-interventiste: questo testimonia, ancora una volta, come il paese sia spaccato in due, anche su questi contenuti. Dimostrazioni si sono avute anche a Washington, sotto la Casa Bianca, a Dallas, Boston e su tutto il territorio nazionale.
Nel distretto di Columbia, a Seattle, come a Chicago (Illinois) hanno sfilato i manifestanti dell'organizzazione A.N.S.W.E.R. (acronimo di ActNowtoStoptheWarandEndRacism), una coalizione nata dopo l'attentato al World Trade Center, e costituita da gruppi non violenti anti-razzisti e per i diritti civili, in cui sono confluiti socialisti, comunisti ed anche attivisti che si dichiarano genericamente di sinistra, o solo progressisti.
Gli appartenenti all'Organizzazione AntiWar, invece, di orientamento più libertario, hanno manifestato un po' in tutto il Paese. Nati dopo l'intervento nei Balcani, durante l'Amministrazione Clinton, fra le loro fila hanno trovato posto anche molti “verdi” ambientalisti ed addirittura molti attivisti di destra, legati fra di loro dall'“impegno antimperalista”. La coalizione ha le proprie radici nelle teorie di Randolph Bourne, ed è una costola della Fondazione che prende nome dal filosofo libertario del secolo scorso.
Ma i venti di guerra non preoccupano solo i cittadini americani. Anche nel Vecchio Continente ci si sta attrezzando per opporsi alla folle eventualità di un allargamento del conflitto. In Gran Bretagna, la STWC (StopTheWarCoalition), il cui portavoce ufficiale è rimasto Jeremy Corbyn, laburista ed oppositore dell'attuale governo, che si definisce socialista ed estimatore delle teorie marxiane, è scesa in piazza in forze, per denunciare quella che viene definita un'“aggressione immotivata”, forse un mero pretesto per poter intervenire e rovesciare il regime alauita in Siria.
Nonostante la gravità della situazione, è sicuramente elemento di riflessione, la presa di posizione dei Millennials, movimento statunitense nato nel periodo dell'intervento in Iraq, e che si è distinto per l'aspra critica all'avvento dell'amministrazione Trump. In questa occasione si trova diviso anch'esso da diatribe interne; addirittura, sembra che il 38% sia a favore dei bombardamenti, contro un 35% che si è schierato contro.
A margine dell'argomento, corre l'obbligo di fare una considerazione: è molto difficile, se non impossibile, trovare notizie o altro riguardo le contestazioni e le manifestazioni di dissenso, sia fra le prime pagine dei quotidiani on-line e cartacei, sia nei servizi televisivi dei principali media mainstream. Per fare solo un esempio, non è stato dato il giusto risalto alla cancellazione dell'incontro fra il leader russo Putin ed il Segretario di Stato Tillerson, che sicuramente segnala un incrudimento dei rapporti tra le due superpotenze.
Probabilmente, mentre le portaerei dei “salvatori del mondo” navigano verso la Corea del Nord, il giornalismo servile preferisce veleggiare nella scia del potere.
*Wasp, (white anglo-saxon protestant), è un termine utilizzato per definire il prototipo dell'americano ultra conservatore e suprematista, bianco, anglo-sassone e protestante, appunto.
Fonte
11/04/2017
Siria - Il G7 di Trump prepara lo scontro con Mosca
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
«Vogliamo essere coloro che sanno rispondere a quanti creano danni agli innocenti in qualunque parte del mondo». Con queste parole ieri il segretario di Stato Usa Tillerson ha lanciato, indirettamente, il tema caldo sul tavolo del G7 italiano: la Siria.
Il responsabile della politica estera del presidente Trump, in questi mesi “esautorato” dall’ambasciatrice all’Onu Haley, prepara così la visita di domani a Mosca. Prima farcendola con l’accusa alla Russia di non saper tenere a bada Damasco ma premurandosi di specificare che l’attacco alla base di Shayrat non aveva come target i russi. E poi restringendo enormemente il concetto di “innocenti”, legato non alle vittime ma ai presunti responsabili.
Una posizione che, unita al raid di venerdì, Putin ha immediatamente recepito: il presidente non ha in programma di vedere Tillerson, che dovrebbe limitarsi a incontrare il ministro degli Esteri Lavrov. Prima del meeting a Lucca tra i ministri degli Esteri dei sette, il britannico Johnson ha anticipato l’intenzione di introdurre nuove sanzioni contro la Siria e alcuni militari russi, definendo Assad «tossico».
Sul tavolo anche la pressione su Mosca perché abbandoni il governo siriano. Una richiesta inaccettabile: presupporrebbe la rinuncia agli interessi russi nell’area mediterranea. Resta sul vago l’Unione Europea: se i singoli governi hanno tributato un plauso all’intervento unilaterale e avulso dalla piattaforma Onu di Trump, ieri da Lucca la rappresentante agli Affari Esteri Mogherini ha deviato sulla crisi umanitaria: «L’Europa è quella che porta aiuti umanitari dentro la Siria. Ora spinge perché il processo politico abbia l’impulso necessario: non c’è nessuna soluzione militare».
La soluzione è diplomatica, dunque, l’opposto dell’interventismo trumpiano che fa traballare i già evanescenti tavoli di Ginevra e Astana, delegittimando uno dei partner del processo di pace, il presidente siriano Assad. Lo ribadisce anche Theresa May, che giovedì sera – poche ore prima del raid Usa in Siria – parlava ancora di pressioni sulla Russia, forse non al corrente delle mire del più stretto alleato. La premier britannica lo ha ripetuto ieri al G7: «Stiamo discutendo con i nostri partner su come fare maggiori pressioni sul regime e su chi lo sostiene».
E mentre il ministro degli Esteri italiano Alfano convocava – su richiesta Usa – per stamattina una riunione del G7 allargata a Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar e Emirati Arabi (tutti parte del fronte anti-Damasco e finanziatori dei gruppi di opposizione laici e islamisti, eccezion fatta per Amman che negli ultimi tempi ha ammorbidito le proprie posizioni), gli alleati di Assad serrano i ranghi senza però disdegnare posizioni morbide in risposta all’aggressione Usa.
Mosca, Teheran e Hezbollah hanno paventato domenica reazioni se ulteriori violazioni dovessero verificarsi: «Reagiremo fermamente ad ogni aggressione contro la Siria e ad ogni violazione delle linee rosse, chiunque le compia». E, aggiungono, aumenteremo il supporto militare a Damasco.
Ieri è intervenuto il Ministero della Difesa russo che ha annunciato il rafforzamento dei sistemi di difesa aerea siriani e ufficialmente sospeso la linea di comunicazione diretta tra Cremlino e Pentagono, aperta nell’autunno 2015 (dopo l’ingresso militare di Mosca nel paese mediorientale) per evitare incidenti in cielo tra aviazioni.
Il presidente iraniano Rouhani ha poi indicato nelle riforme e nelle elezioni la miglior soluzione alla crisi siriana e – insieme a Putin – chiesto un’indagine indipendente sul presunto attacco a base di armi chimiche contro la cittadina di Khan Sheikun, il 4 aprile.
A prevalere, invece, alla Casa bianca pare essere la confusione: con Tillerson che fino a domenica indicava nell’Isis la priorità per essere smentito da Haley («Non esiste alcun tipo di soluzione politica fino a quando Assad sarà alla testa del regime») e dal consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster («Gli Usa intendono deporre Assad e Washington è pronta ad un’azione militare unilaterale»), non si hanno dettagli sulle prossime mosse.
Chi gioca con il caos è la Turchia e la sua politica di un colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver espresso entusiasmo per l’azione di Trump e presagito punizioni divine per Assad, Ankara ieri – per bocca del ministro degli Esteri Cavusoglu – ne ha chiesto la testa per poi dirsi intenzionata ad andare avanti con il tavolo di Astana, una chiara contraddizione visto che il presidente siriano dovrebbe essere uno dei due partner del dialogo.
Fonte
La competizione globale sta letteralmente sclerotizzando tutti gli imperialismi che si combattono sul campo di battaglia siriano, in particolare quello occidentale.
«Vogliamo essere coloro che sanno rispondere a quanti creano danni agli innocenti in qualunque parte del mondo». Con queste parole ieri il segretario di Stato Usa Tillerson ha lanciato, indirettamente, il tema caldo sul tavolo del G7 italiano: la Siria.
Il responsabile della politica estera del presidente Trump, in questi mesi “esautorato” dall’ambasciatrice all’Onu Haley, prepara così la visita di domani a Mosca. Prima farcendola con l’accusa alla Russia di non saper tenere a bada Damasco ma premurandosi di specificare che l’attacco alla base di Shayrat non aveva come target i russi. E poi restringendo enormemente il concetto di “innocenti”, legato non alle vittime ma ai presunti responsabili.
Una posizione che, unita al raid di venerdì, Putin ha immediatamente recepito: il presidente non ha in programma di vedere Tillerson, che dovrebbe limitarsi a incontrare il ministro degli Esteri Lavrov. Prima del meeting a Lucca tra i ministri degli Esteri dei sette, il britannico Johnson ha anticipato l’intenzione di introdurre nuove sanzioni contro la Siria e alcuni militari russi, definendo Assad «tossico».
Sul tavolo anche la pressione su Mosca perché abbandoni il governo siriano. Una richiesta inaccettabile: presupporrebbe la rinuncia agli interessi russi nell’area mediterranea. Resta sul vago l’Unione Europea: se i singoli governi hanno tributato un plauso all’intervento unilaterale e avulso dalla piattaforma Onu di Trump, ieri da Lucca la rappresentante agli Affari Esteri Mogherini ha deviato sulla crisi umanitaria: «L’Europa è quella che porta aiuti umanitari dentro la Siria. Ora spinge perché il processo politico abbia l’impulso necessario: non c’è nessuna soluzione militare».
La soluzione è diplomatica, dunque, l’opposto dell’interventismo trumpiano che fa traballare i già evanescenti tavoli di Ginevra e Astana, delegittimando uno dei partner del processo di pace, il presidente siriano Assad. Lo ribadisce anche Theresa May, che giovedì sera – poche ore prima del raid Usa in Siria – parlava ancora di pressioni sulla Russia, forse non al corrente delle mire del più stretto alleato. La premier britannica lo ha ripetuto ieri al G7: «Stiamo discutendo con i nostri partner su come fare maggiori pressioni sul regime e su chi lo sostiene».
E mentre il ministro degli Esteri italiano Alfano convocava – su richiesta Usa – per stamattina una riunione del G7 allargata a Turchia, Arabia Saudita, Giordania, Qatar e Emirati Arabi (tutti parte del fronte anti-Damasco e finanziatori dei gruppi di opposizione laici e islamisti, eccezion fatta per Amman che negli ultimi tempi ha ammorbidito le proprie posizioni), gli alleati di Assad serrano i ranghi senza però disdegnare posizioni morbide in risposta all’aggressione Usa.
Mosca, Teheran e Hezbollah hanno paventato domenica reazioni se ulteriori violazioni dovessero verificarsi: «Reagiremo fermamente ad ogni aggressione contro la Siria e ad ogni violazione delle linee rosse, chiunque le compia». E, aggiungono, aumenteremo il supporto militare a Damasco.
Ieri è intervenuto il Ministero della Difesa russo che ha annunciato il rafforzamento dei sistemi di difesa aerea siriani e ufficialmente sospeso la linea di comunicazione diretta tra Cremlino e Pentagono, aperta nell’autunno 2015 (dopo l’ingresso militare di Mosca nel paese mediorientale) per evitare incidenti in cielo tra aviazioni.
Il presidente iraniano Rouhani ha poi indicato nelle riforme e nelle elezioni la miglior soluzione alla crisi siriana e – insieme a Putin – chiesto un’indagine indipendente sul presunto attacco a base di armi chimiche contro la cittadina di Khan Sheikun, il 4 aprile.
A prevalere, invece, alla Casa bianca pare essere la confusione: con Tillerson che fino a domenica indicava nell’Isis la priorità per essere smentito da Haley («Non esiste alcun tipo di soluzione politica fino a quando Assad sarà alla testa del regime») e dal consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster («Gli Usa intendono deporre Assad e Washington è pronta ad un’azione militare unilaterale»), non si hanno dettagli sulle prossime mosse.
Chi gioca con il caos è la Turchia e la sua politica di un colpo al cerchio e uno alla botte. Dopo aver espresso entusiasmo per l’azione di Trump e presagito punizioni divine per Assad, Ankara ieri – per bocca del ministro degli Esteri Cavusoglu – ne ha chiesto la testa per poi dirsi intenzionata ad andare avanti con il tavolo di Astana, una chiara contraddizione visto che il presidente siriano dovrebbe essere uno dei due partner del dialogo.
Fonte
La competizione globale sta letteralmente sclerotizzando tutti gli imperialismi che si combattono sul campo di battaglia siriano, in particolare quello occidentale.
Tillerson va a Mosca e i vascelli Usa verso la Corea del Nord
L'annullamento della visita a Mosca del Ministro degli esteri britannico Boris Johnson, prevista per ieri, era stato commentato al Cremlino con la probabile ignoranza, da parte inglese, di quanto stia accadendo in Siria e tuttavia, secondo Mosca, "la decisione di annullare il viaggio conferma una volta di più i dubbi sul valore aggiunto che potrebbe scaturire dai colloqui con i britannici, che sui principali problemi di oggi non hanno una propria posizione e una reale influenza sul corso degli affari internazionali, rimanendo all'ombra dei loro partner strategici. Non crediamo di aver bisogno del dialogo con Londra più di quanto ne necessiti Londra stessa".
Tutt'altra storia con il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, che arriva stasera a Mosca. Nonostante nell'agenda presidenziale russa, soprattutto dopo il bombardamento sulla Siria del 7 aprile, non si sia trovato spazio per un incontro con l'ospite americano, questi avrà domani colloqui importanti con l'omologo Sergej Lavrov.
Secondo indiscrezioni del Daily Telegraph, Tillerson si appresterebbe a proporre a Mosca il ritorno a un G7 allargato, in cambio della rinuncia al sostegno a Bashar Assad: una strategia “del bastone e della carota”. Tillerson presenterebbe a Mosca una sorta di ultimatum: o la cessazione dell'appoggio al governo siriano, oppure nuove sanzioni. Il disegno occidentale partirebbe dal presupposto secondo cui Mosca avrebbe una gran desiderio di tornare al G7 e, al tempo stesso, starebbe cercando la via per uscire dal conflitto siriano senza perdere la faccia.
Già sabato scorso, Tillerson aveva dichiarato al canale ABC di voler chiedere alla Russia di “adempiere agli impegni presi in qualità di garante della distruzione delle armi chimiche siriane e chiedere perché tale obiettivo non sia stato raggiunto”. Secondo Tillerson, Mosca “semplicemente potrebbe essere stata tratta in inganno dai siriani”, ma un eventuale nuovo attacco chimico – che Washington attribuisce ovviamente a Damasco – “sarebbe estremamente distruttivo per i rapporti russo-americani”.
Il fatto è che, come scriveva ieri Interfax, Mosca non rinuncerà ad appoggiare Assad solo per una “intesa” con gli USA. Secondo il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, “la riproposizione degli pseudo tentativi di soluzione nello stile del mantra “Assad deve andarsene”, non è in grado di avvicinare a una soluzione politica”.
Sempre sabato scorso, Svetlana Gomzikova, su Svobodnaja Pressa, si chiedeva quali mutamenti, dopo l'attacco USA alla base di Shayrat, potrebbero aversi nell'ordine del giorno dei colloqui moscoviti di Tillerson, che originariamente prevedevano i temi della lotta al terrorismo, il rafforzamento della collaborazione contro lo Stato islamico, oltre alla questione ucraina e le sanzioni alla Russia. Gomzikova si domanda anche se non converrebbe a Mosca fare come l'ex premier Evgenij Primakov, che nel 1999, avendo appreso dell'inizio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia mentre era in volo sull'Atlantico, invertì la rotta dell'aereo.
Il politologo Vladimir Šapovalov lega infatti il “tempismo” dell'azione USA proprio ai colloqui sino-americani e russo-americani: “l'attacco USA è parte fondamentale della preparazione della visita di Tillerson in Russia, in modo da avere in mano ulteriori assi nel dialogo con Mosca”. Dunque, la questione principale al centro dei colloqui Lavrov-Tillerson sarà quella dei futuri rapporti Russia-USA, al momento già oltre la guerra fredda e prossimi a una ripetizione della crisi dei Caraibi, con i “Tomahawk” sulla Siria serviti, nella visione americana, a rientrare nel gioco mediorientale.
Nella sostanza, dopo la pilatesca dichiarazione del portavoce Stephane Dujarric secondo cui il Segretariato dell'ONU non darà una propria valutazione sulla competenza o meno degli USA a bombardare la Siria – senza alcun avallo delle Nazioni Unite – e l'annuncio della Casa Bianca che gli USA potrebbero tornare a colpire il territorio siriano in caso di nuovi attacchi chimici, arriva oggi la risposta di Mosca. La Russia non interverrà direttamente in caso di attacco USA, dato che il sistema antimissilistico siriano è in grado di reagire autonomamente; tuttavia la risposta di Mosca sarà immediata in caso di attacco a obiettivi militari russi in Siria: questa la dichiarazione del vice presidente la Commissione difesa della Duma, Jurij Švytkin, riportata da RIA Novosti.
Ma, oltre la Siria, l'area geografica che più desta serie preoccupazioni è quella del Pacifico orientale. L'agenzia nordcoreana KCNA scrive che Pyongyang considera l'avvicinamento della squadra navale USA alla penisola coreana una dimostrazione delle intenzioni aggressive di Washington, ma che “se gli USA osano optare per l'azione militare, nascondendosi dietro il “colpo preventivo”, la RDPC reagirà nel modo preferito dagli Stati Uniti. Adotteremo le più severe contromisure".
D'altra parte, le prossime ore mostreranno se Washington intenda o meno tener conto delle preoccupazioni di Seoul, che si è espressa contro tale “colpo preventivo” yankee, temendo le ripercussioni di un conflitto sulla propria popolazione; studi americani, già trenta anni fa calcolavano qualche milione di vittime in caso di conflitto: moltiplicate oggi per diverse volte. Il Ministero della difesa sudcoreano è arrivato a dichiarare – beata finta ingenuità – che gli Stati Uniti non intraprenderanno alcuna azione contro la RDPC al di fuori “di una sicura difesa comune USA-Corea del Sud sulla base di una stretta collaborazione”.
Nel frattempo, non è chiaro se per dimostrazione o meno di interposizione, una squadra navale russa della flotta del Pacifico è giunta nel porto sudcoreano di Busan. Secondo dichiarazioni ufficiali, la squadra, capeggiata dall'incrociatore lanciamissili “Varjag”, si tratterrà in porto appena quattro giorni; ma è difficile definire casuale la coincidenza con la rotta della squadra navale USA.
D'altronde, osserva Dmitrij Sergeev su tvzvezda.ru, le preoccupazioni espresse da Seoul per possibili nuovi test missilistici nordcoreani in coincidenza col 15 aprile – 105° anniversario della nascita del primo presidente della RDPC, Kim Il Sung – e il pretesto per l'invio dei vascelli USA, potrebbero scontrarsi con alcune difficoltà materiali. Ad esempio, gli aerei a bordo della portaerei “Carl Vinson” hanno un raggio d'azione fino a 700 km, mentre i missili antinave nordcoreani possono coprire dai 1.500 ai 3.000 km.
Nonostante Sergeev ricordi come, negli ultimi tempi, le destinazioni di portaerei USA abbiano rivestito soprattutto carattere di intimidazione, secondo il presidente della Commissione difesa del Senato russo, Viktor Ozerov, il fatto stesso dell'arrivo della squadra navale statunitense, potrebbe spingere Pyongyang a qualche passo affrettato e, d'altra parte, il recente attacco su Shayrat, potrebbe convincere Washington a ripeterlo contro la RDPC. Di converso, il politologo russo Andrej Gubin, ricorda come, secondo varie fonti occidentali, Pyongyang abbia indirizzato a Washington tutta una serie di segnali, che indicano la propria volontà di congelare il programma missilistico nucleare, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, aiuti economici e garanzie di non aggressione da parte degli USA e dei loro alleati; ma nessuna risposta è mai giunta da Washington.
La crociata occidentale per salvare il santo sepolcro energetico mediorientale si sposta verso le rotte commerciali orientali.
Fonte
Tutt'altra storia con il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, che arriva stasera a Mosca. Nonostante nell'agenda presidenziale russa, soprattutto dopo il bombardamento sulla Siria del 7 aprile, non si sia trovato spazio per un incontro con l'ospite americano, questi avrà domani colloqui importanti con l'omologo Sergej Lavrov.
Secondo indiscrezioni del Daily Telegraph, Tillerson si appresterebbe a proporre a Mosca il ritorno a un G7 allargato, in cambio della rinuncia al sostegno a Bashar Assad: una strategia “del bastone e della carota”. Tillerson presenterebbe a Mosca una sorta di ultimatum: o la cessazione dell'appoggio al governo siriano, oppure nuove sanzioni. Il disegno occidentale partirebbe dal presupposto secondo cui Mosca avrebbe una gran desiderio di tornare al G7 e, al tempo stesso, starebbe cercando la via per uscire dal conflitto siriano senza perdere la faccia.
Già sabato scorso, Tillerson aveva dichiarato al canale ABC di voler chiedere alla Russia di “adempiere agli impegni presi in qualità di garante della distruzione delle armi chimiche siriane e chiedere perché tale obiettivo non sia stato raggiunto”. Secondo Tillerson, Mosca “semplicemente potrebbe essere stata tratta in inganno dai siriani”, ma un eventuale nuovo attacco chimico – che Washington attribuisce ovviamente a Damasco – “sarebbe estremamente distruttivo per i rapporti russo-americani”.
Il fatto è che, come scriveva ieri Interfax, Mosca non rinuncerà ad appoggiare Assad solo per una “intesa” con gli USA. Secondo il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov, “la riproposizione degli pseudo tentativi di soluzione nello stile del mantra “Assad deve andarsene”, non è in grado di avvicinare a una soluzione politica”.
Sempre sabato scorso, Svetlana Gomzikova, su Svobodnaja Pressa, si chiedeva quali mutamenti, dopo l'attacco USA alla base di Shayrat, potrebbero aversi nell'ordine del giorno dei colloqui moscoviti di Tillerson, che originariamente prevedevano i temi della lotta al terrorismo, il rafforzamento della collaborazione contro lo Stato islamico, oltre alla questione ucraina e le sanzioni alla Russia. Gomzikova si domanda anche se non converrebbe a Mosca fare come l'ex premier Evgenij Primakov, che nel 1999, avendo appreso dell'inizio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia mentre era in volo sull'Atlantico, invertì la rotta dell'aereo.
Il politologo Vladimir Šapovalov lega infatti il “tempismo” dell'azione USA proprio ai colloqui sino-americani e russo-americani: “l'attacco USA è parte fondamentale della preparazione della visita di Tillerson in Russia, in modo da avere in mano ulteriori assi nel dialogo con Mosca”. Dunque, la questione principale al centro dei colloqui Lavrov-Tillerson sarà quella dei futuri rapporti Russia-USA, al momento già oltre la guerra fredda e prossimi a una ripetizione della crisi dei Caraibi, con i “Tomahawk” sulla Siria serviti, nella visione americana, a rientrare nel gioco mediorientale.
Nella sostanza, dopo la pilatesca dichiarazione del portavoce Stephane Dujarric secondo cui il Segretariato dell'ONU non darà una propria valutazione sulla competenza o meno degli USA a bombardare la Siria – senza alcun avallo delle Nazioni Unite – e l'annuncio della Casa Bianca che gli USA potrebbero tornare a colpire il territorio siriano in caso di nuovi attacchi chimici, arriva oggi la risposta di Mosca. La Russia non interverrà direttamente in caso di attacco USA, dato che il sistema antimissilistico siriano è in grado di reagire autonomamente; tuttavia la risposta di Mosca sarà immediata in caso di attacco a obiettivi militari russi in Siria: questa la dichiarazione del vice presidente la Commissione difesa della Duma, Jurij Švytkin, riportata da RIA Novosti.
Ma, oltre la Siria, l'area geografica che più desta serie preoccupazioni è quella del Pacifico orientale. L'agenzia nordcoreana KCNA scrive che Pyongyang considera l'avvicinamento della squadra navale USA alla penisola coreana una dimostrazione delle intenzioni aggressive di Washington, ma che “se gli USA osano optare per l'azione militare, nascondendosi dietro il “colpo preventivo”, la RDPC reagirà nel modo preferito dagli Stati Uniti. Adotteremo le più severe contromisure".
D'altra parte, le prossime ore mostreranno se Washington intenda o meno tener conto delle preoccupazioni di Seoul, che si è espressa contro tale “colpo preventivo” yankee, temendo le ripercussioni di un conflitto sulla propria popolazione; studi americani, già trenta anni fa calcolavano qualche milione di vittime in caso di conflitto: moltiplicate oggi per diverse volte. Il Ministero della difesa sudcoreano è arrivato a dichiarare – beata finta ingenuità – che gli Stati Uniti non intraprenderanno alcuna azione contro la RDPC al di fuori “di una sicura difesa comune USA-Corea del Sud sulla base di una stretta collaborazione”.
Nel frattempo, non è chiaro se per dimostrazione o meno di interposizione, una squadra navale russa della flotta del Pacifico è giunta nel porto sudcoreano di Busan. Secondo dichiarazioni ufficiali, la squadra, capeggiata dall'incrociatore lanciamissili “Varjag”, si tratterrà in porto appena quattro giorni; ma è difficile definire casuale la coincidenza con la rotta della squadra navale USA.
D'altronde, osserva Dmitrij Sergeev su tvzvezda.ru, le preoccupazioni espresse da Seoul per possibili nuovi test missilistici nordcoreani in coincidenza col 15 aprile – 105° anniversario della nascita del primo presidente della RDPC, Kim Il Sung – e il pretesto per l'invio dei vascelli USA, potrebbero scontrarsi con alcune difficoltà materiali. Ad esempio, gli aerei a bordo della portaerei “Carl Vinson” hanno un raggio d'azione fino a 700 km, mentre i missili antinave nordcoreani possono coprire dai 1.500 ai 3.000 km.
Nonostante Sergeev ricordi come, negli ultimi tempi, le destinazioni di portaerei USA abbiano rivestito soprattutto carattere di intimidazione, secondo il presidente della Commissione difesa del Senato russo, Viktor Ozerov, il fatto stesso dell'arrivo della squadra navale statunitense, potrebbe spingere Pyongyang a qualche passo affrettato e, d'altra parte, il recente attacco su Shayrat, potrebbe convincere Washington a ripeterlo contro la RDPC. Di converso, il politologo russo Andrej Gubin, ricorda come, secondo varie fonti occidentali, Pyongyang abbia indirizzato a Washington tutta una serie di segnali, che indicano la propria volontà di congelare il programma missilistico nucleare, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, aiuti economici e garanzie di non aggressione da parte degli USA e dei loro alleati; ma nessuna risposta è mai giunta da Washington.
La crociata occidentale per salvare il santo sepolcro energetico mediorientale si sposta verso le rotte commerciali orientali.
Fonte
10/04/2017
Siria - Confusione a Washington, il fronte pro-Assad serra i ranghi
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Donald Trump e il re
saudita Salman hanno affabilmente parlato sabato al telefono
dell’attacco ordinato nella notte tra giovedì e venerdì dal presidente
americano contro la base aerea siriana di Shayrat. Salman ha
ribadito tutto il suo apprezzamento per quella che ha, di nuovo,
descritto come una «decisione coraggiosa che serve gli interessi
regionali e del mondo».
Dopo le tensioni degli anni di Barack Obama alla Casa Bianca, le
relazioni tra Washington e Riyadh sono di nuovo «back on track», sul
binario giusto, grazie ai 59 missili Tomahawk lanciati contro la base
siriana. Sabato mentre il “Custode di Mecca e Medina” e il
tycoon discorrevano dei passi successivi da muovere in Siria, i
cacciabombardieri sauditi colpivano Saada e altre località in Yemen,
facendo almeno cinque vittime civili.
Amnesty International tra il disinteresse dei governi occidentali,
continua la sua campagna per fermare la vendita delle armi, anche
italiane, usate dall’Arabia Saudita in Yemen dove la guerra civile ha
già fatto più di 12mila tra morti e feriti civili, molti dei quali
uccisi dai bombardamenti sauditi.
Ma le bombe della monarchia Saud sono considerate solo dei
confetti dai tanti esponenti del centrosinistra e della destra in
Italia, dal PD ai Forzisti, che in queste ore si affannano a legittimare
i Tomahawk sparati da Trump e a condannare i “crimini di
guerra” di Bashar Assad, senza aver avuto prove da fonti realmente
indipendenti del presunto uso di armi chimiche che sarebbe stato fatto
dall’aviazione governativa siriana nella provincia di Idlib con decine
di civili uccisi, tra i quali anche bambini.
Costoro non hanno aperto bocca quando gli Usa con i loro
bombardamenti aerei aveva provocato, appena qualche giorno prima, la
morte di quasi 200 civili iracheni a Mosul e ora restano in
silenzio di fronte ai 15-20 siriani, tra i quali quattro bambini,
uccisi, stando alle prime informazioni, da un raid americano sul
villaggio di Hanida a 30 km da Raqqa.
Trump ha mostrato i muscoli e, attraverso
l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, in questi mesi il vero segretario
di Stato Usa rispetto all’impalpabile Rex Tillerson, fa sapere è pronto ad usare di nuovo la forza militare contro Damasco.
Deve fare i conti tuttavia con le conseguenze delle sue azioni, che ora
spingono Mosca a rafforzare i legami con Iran, Siria e altri partner
mediorientali.
«Penso che ciò che è accaduto inciderà negativamente sui negoziati [tra governo siriano e opposizione, ndr]
di Astana e Ginevra, la cooperazione è a rischio. Speriamo si possa
arrivare alle discussioni pratiche sulle opzioni suggerite dall’inviato
speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura nel corso del prossimo
turno dei negoziati», avvertiva ieri il vice ministro degli Esteri
russo Gennady Gatilov in un’intervista a Interfax.
Sabato i capi di stato maggiore di Russia e Iran hanno
discusso degli attacchi americani e deciso di continuare la lotta
congiunta contro i terrorismi jihadista e qaedista. Soprattutto è sceso
in campo lo stesso il presidente moderato Hassan Rohani che
Trump, con le sue minacce di annullare o di rivedere in profondità
l’accordo internazionale sul nucleare iraniano, sta indebolendo a
vantaggio dello schieramento interno più radicale, a poche settimane
dalle presidenziali.
Rohani ora deve alzare la voce per non perdere consensi di fronte a
una opinione pubblica iraniana sempre più scettica rispetto ai benefici
economici che aveva lasciato intravedere la firma dell’accordo sul
nucleare. Perciò ha chiesto con forza una commissione
d’inchiesta internazionale «per chiarire cosa c’è dietro il recente
attacco degli Stati Uniti contro la Siria e la verità sull’uso e la
provenienza delle armi chimiche usate come pretesto». Rohani ha
aggiunto che «il ragazzo (Trump) che ora governa gli Stati Uniti ha
sostenuto nella sua campagna elettorale che aveva in mente di combattere
i terroristi ma ora i terroristi stanno celebrando l’attacco degli
Stati Uniti all’esercito siriano».
Il presidente iraniano ha infine avvertito che «non è chiaro quello
che i nuovi funzionari degli Stati Uniti hanno in mente per la regione
mediorientale e per il mondo, abbiamo bisogno di essere più vigili e
uniti rispetto al passato. Dovremo essere pronti per tutte le
possibilità». Rohani sa che una nuova guerra nella regione, dopo gli
attacchi americani alla Siria, si è fatta più probabile e fa sapere a
Washington che l’Iran è pronto.
AGGIORNAMENTO ore 9
Ieri, a due giorni dall’attacco statunitense contro la base
dell’aviazione siriana di Shayrat, i paesi alleati del governo di
Damasco hanno emesso un comunicato congiunto: “L’aggressione contro la
Siria supera tutte le linee rosse – si legge nella nota di Russia, Iran e
Hezbollah – Reagiremo fermamente ad ogni aggressione contro la Siria e ad ogni violazione delle linee rosse, chiunque le compia. Gli Stati Uniti conoscono molto bene la nostra capacità di reazione”.
Nel comunicato Mosca, Teheran e il movimento sciita libanese accusano
Washington di aver agito unilateralmente prima che un’inchiesta
chiarisse quanto accaduto una settimana fa a Khan Sheikun e senza
attendere l’approvazione delle Nazioni Unite. E minacciano la Casa
Bianca: aumenteremo, dicono, il nostro sostegno militare a Damasco.
Da New York risponde Nikki Haley, ambasciatrice Usa all’Onu, e volto
dell’aggressione statunitense: è a lei che Trump ha affidato la prima
minaccia di attacco alla Siria. Alla Cnn, ieri, Haley ha
paventato l’assenza di una soluzione pacifica fino a quando Assad
resterà presidente. Un capovolgimento totale rispetto alle posizioni
espresse due settimane fa, di apertura all’attuale presidente siriano:
“Non c’è alcuna possibilità che una soluzione politica si realizzi con
Assad alla testa del regime. Il cambiamento di regime è qualcosa che
pensiamo avverrà”.
Molto più morbido il segretario di Stato Tillerson, figura al
momento piuttosto evanescente che ieri insisteva nell’indicare nella
lotta all’Isis la priorità degli Usa: “È importante mantenere
le nostre priorità – ha detto – Una volta che la minaccia dell’Isis sarà
ridotta o eliminata, penso che potremo volgere l’attenzione alla
stabilizzazione della situazione siriana”.
Una differenza di visioni, almeno nell’immediato, che svela le
fratture interne all’amministrazione Usa in politica estera e la
volatilità delle reazioni del presidente Trump. Soprattutto a seguito di
un attacco, quello di Khan Sheikun, su cui nessuno aveva ancora
indagato. Una politica da vendicatore solitario che annulla il ruolo
della comunità internazionale. A poco, dunque, serve un Tillerson
pompiere che – in vista della visita di domani a Mosca – insiste nel
dire che “i russi non erano target di questo particolare raid”.
Chi esce rinvigorito dall’intervento di Trump, ma solo in apparenza, è
il presidente turco Erdogan che dopo mesi di melina torna verso
Washington. Ankara ha presto abbandonato la posizione –
chiaramente poco sincera – che l’ha condotta a riavvicinarsi alla Russia
dopo un anno di gelo, ovvero l’accettazione della permanenza di Assad al potere almeno nel primo periodo di transizione.
Ma Erdogan cerca di mantenersi neutrale, nonostante le dichiarazioni pesanti a sostegno del raid espresse nei giorni scosi:
ieri il suo ministro degli Esteri Cavusoglu ha tentato un difficile
equilibrio, contraddittorio: “Abbiamo accolto con favore il raid Usa
contro il regime di Bashar al Assad, ma allo stesso tempo siamo
interessati a proseguire i negoziati per arrivare ad un cessate il fuoco
nell’ambito di quanto pattuito nei colloqui di Astana. Non c’è nessuna
contraddizione”. E invece c’è, visto il sostegno che Mosca e Teheran,
sponsor insieme ai turchi di Astana, garantiscono al presidente siriano e
visto che naturale partner di quel cessate il fuoco è proprio Assad.
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02/04/2017
La Nato vede sempre l'”aggressione russa”
Al vertice Nato a Bruxelles, a livello di Ministri degli esteri, tre sono stati i temi principali: aumento delle spese per la difesa, lotta al terrorismo e approccio verso la Russia. Poco o nulla di nuovo, sia sulle questioni, che sulle “soluzioni” proposte: gli alleati europei devono accollarsi un peso maggiore nel finanziamento della Nato, arrivando al 2% del PIL, ha ordinato il Segretario di stato USA, Rex Tillerson, cui i Ministri europei hanno risposto in ordine sparso.
Agli estremi: al “Obbedisco; anzi, mi sono già portato avanti nel programma” di Angelino Alfano, si è contrapposto il “Unrealistisch” del tedesco Sigmar Gabriel. Riguardo ai programmi Nato verso est, Tillerson non ha smentito la sua fama, sbandierata da tutti media italiani, di “amico” di Mosca e ha dimostrato così tanta "amicizia" da dire che l'Alleanza deve conservare la vigilanza nel rafforzare la difesa ai propri confini orientali, sottolineando che "una duratura stabilità dal Baltico al mar Nero dipende da tutti gli alleati", confermando “l'immutato sostegno USA e Nato alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina”, ribadendo la necessità di una “risposta all’aggressione della Russia” e l'esigenza di mantenere le sanzioni contro Mosca finché questa non “restituirà la Crimea all'Ucraina” e non adempierà gli accordi di Minsk.
Nemmeno a farlo apposta, la casa editrice tedesca Telc, specializzata in corsi di lingue straniere, ha appena pubblicato un manuale in cui la Crimea è rappresentata come parte della Federazione russa. Pur se la portavoce della casa editrice ha dichiarato trattarsi di un errore di stampa, la Tass non ha mancato di dar rilievo alla cosa e non si può fare a meno di associare la “svista” alla diversità di posizioni tra Berlino e Washington riguardo a Nato e difesa comune europea.
Immediata la risposta del Cremlino a Tillerson: "Constatiamo con rammarico che tali valutazioni giungono il giorno seguente la riunione del Consiglio Russia-Nato in cui, secondo il segretario generale Jens Stoltenberg, erano state discusse un largo spettro di questioni "in un clima aperto e costruttivo".
Dunque, hanno commentato al Ministero degli esteri russo, “sorge una domanda legittima: su quali rapporti costruttivi Russia-Nato si può contare, se l'Alleanza continua ostinatamente ad agire secondo i vecchi schemi, se gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad allargare la presenza militare ai nostri confini, giustificandola con la necessità del "contenimento della Russia"?”. Ancora una volta, è detto nella dichiarazione russa, “la Nato pone i propri dogmi ideologici al di sopra della soluzione dei problemi globali. La conclusione è una sola: solamente un mutamento radicale nella natura stessa dell'Alleanza può offrire una chance di cambiare in meglio la sicurezza europea".
D'altronde, si fa notare a Mosca, “non è facile mantenere l'unità in una struttura come la NATO, che comprende stati così diversi; ed è perciò importante avere un forte motivo unificante. I Ministri della Nato, a giudicare dai loro commenti, non hanno dovuto cercare a lungo tale motivo: hanno sempre in testa una sola e medesima cosa, il mito della "minaccia russa", la calunnia della "aggressione russa" e l'eterno ritornello di "resistere collettivamente" a tale minaccia”. Ed è evidentemente così che Washington calcola di tenere a freno i progetti europei per propri piani “difensivi” non coincidenti con quelli USA.
Corollario a tale disputa a distanza Mosca-Washington-Bruxelles, il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha detto che Barack Obama, prima di lasciare, ha fatto di tutto per complicare i rapporti tra Russia e USA, che oggi possono addirittura scadere a un livello peggiore del tempo della guerra fredda.
Sull'altro versante, l'ex segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen, intervenendo alla conferenza “Le sanzioni USA contro la Russia: valutazione dell'influenza e dei costi”, ha detto che le sanzioni occidentali hanno reso più forte Vladimir Putin, ma ciononostante vanno mantenute. “O le sanzioni o la guerra” ha dichiarato Rasmussen, mentre, secondo le valutazioni di Pravda.ru, tra sanzioni e controsanzioni russe, la UE avrebbe già perso 17,6 miliardi di euro e 400.000 posti di lavoro.
Sullo sfondo della politica aggressiva della Nato, scriveva ieri Oleg Usik su rusvesna.su, salta agli occhi la circostanza per cui Paesi scandinavi e Stati baltici siano i pionieri delle provocazioni antirusse, rinfrancati in ciò dall'esigenza Nato di modernizzazione delle infrastrutture aeronautiche militari agli immediati confini russi, in particolare contro le regioni militari centrale e nordoccidentale russe.
Le basi di Ronneby e Luleå (rispettivamente agli estremi sud e nord della Svezia), Bodø, Gardermoen, Bardufoss (Norvegia), Rovaniemi, Kuopio e Tampere (Finlandia) sono solo una parte degli aeroporti normalmente utilizzati dall'aviazione Nato. A Bodø sono di stanza caccia F-16A, elicotteri S-61 “Sea King” e sistemi antiaerei NASAMS. Dal 2016 anche l'Islanda ha consentito agli USA l'ammodernamento della base aerea di Keflavík.
L'area del mar Baltico e mar di Norvegia, insieme ai Paesi baltici, costituisce secondo Usik il quadrante più pericoloso per il settore nordoccidentale russo, comprese le regioni di Kaliningrad e della Karelia, con la penisola di Kola e a ciò si aggiungono le pretese finlandesi sulla Karelia, mai completamente sopite dalla cosiddetta “guerra d'inverno” del 1939.
L'importanza del settore baltico per la Nato, è testimoniata anche dal fatto che i velivoli dell'Alleanza atlantica hanno cominciato a pattugliare lo spazio aereo di Lettonia, Estonia e Lituania (Operation Baltic Air Policing) già tredici anni fa, nel marzo 2004, con un costo di oltre 20 milioni di dollari al mese. Nella base estone di Ämari sono di stanza, oltre a una divisione di sorveglianza aerea nazionale, anche velivoli d'attacco USA A-10C "Thunderbolt" e caccia multiuso tedeschi Eurofighter "Typhoon". Alla base lituana di Zokniai/Šiauliai sono presenti a rotazione quattro caccia tattici e personale logistico Nato.
Secondo rusvesna.su, i paesi scandinavi si contrappongono sempre più alla Russia anche per la supremazia nell'Artico (il 28 marzo si è aperto ad Arkhangelsk il forum internazionale “Artico – terra di dialogo”), non solo quale fonte di risorse naturali, con il 13% stimato di risorse mondiali di petrolio e 30% di gas, ma anche quale via di transito tra Europa e oceano Pacifico, più corta di 1/3 rispetto a quella attraverso gli stretti di Malacca e Singapore, oceano Indiano e Suez.
Piccola nota di “colore”, che completa il quadro della “aggressione russa” all'Ucraina, il presidente golpista Petro Porošenko avrebbe intascato nel 2016 oltre 450mila dollari; nella dichiarazione dei redditi elettronica, resa nota due ore prima del termine di chiusura, Petro ha elencato immobili, terreni, auto e anche un po' di contanti. 440.000 dollari, sul totale di 450.000, gli sarebbero venuti da interessi su depositi presso la propria Banca Internazionale di Investimento; i restanti 13mila dollari, dal suo stipendio di presidente. Sul conto aperto nella propria banca, Porošenko avrebbe 26 milioni di $, mentre controlla qualcosa come circa 100 imprese industriali, di assicurazioni, media, cantieri navali, oltre naturalmente le fabbriche di cioccolato e altre industrie in Ungheria, Spagna, Kazakhstan, Cipro, Olanda... questa famosa “aggressione russa” rende bene, a qualcuno.
Fonte
Agli estremi: al “Obbedisco; anzi, mi sono già portato avanti nel programma” di Angelino Alfano, si è contrapposto il “Unrealistisch” del tedesco Sigmar Gabriel. Riguardo ai programmi Nato verso est, Tillerson non ha smentito la sua fama, sbandierata da tutti media italiani, di “amico” di Mosca e ha dimostrato così tanta "amicizia" da dire che l'Alleanza deve conservare la vigilanza nel rafforzare la difesa ai propri confini orientali, sottolineando che "una duratura stabilità dal Baltico al mar Nero dipende da tutti gli alleati", confermando “l'immutato sostegno USA e Nato alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina”, ribadendo la necessità di una “risposta all’aggressione della Russia” e l'esigenza di mantenere le sanzioni contro Mosca finché questa non “restituirà la Crimea all'Ucraina” e non adempierà gli accordi di Minsk.
Nemmeno a farlo apposta, la casa editrice tedesca Telc, specializzata in corsi di lingue straniere, ha appena pubblicato un manuale in cui la Crimea è rappresentata come parte della Federazione russa. Pur se la portavoce della casa editrice ha dichiarato trattarsi di un errore di stampa, la Tass non ha mancato di dar rilievo alla cosa e non si può fare a meno di associare la “svista” alla diversità di posizioni tra Berlino e Washington riguardo a Nato e difesa comune europea.
Immediata la risposta del Cremlino a Tillerson: "Constatiamo con rammarico che tali valutazioni giungono il giorno seguente la riunione del Consiglio Russia-Nato in cui, secondo il segretario generale Jens Stoltenberg, erano state discusse un largo spettro di questioni "in un clima aperto e costruttivo".
Dunque, hanno commentato al Ministero degli esteri russo, “sorge una domanda legittima: su quali rapporti costruttivi Russia-Nato si può contare, se l'Alleanza continua ostinatamente ad agire secondo i vecchi schemi, se gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad allargare la presenza militare ai nostri confini, giustificandola con la necessità del "contenimento della Russia"?”. Ancora una volta, è detto nella dichiarazione russa, “la Nato pone i propri dogmi ideologici al di sopra della soluzione dei problemi globali. La conclusione è una sola: solamente un mutamento radicale nella natura stessa dell'Alleanza può offrire una chance di cambiare in meglio la sicurezza europea".
D'altronde, si fa notare a Mosca, “non è facile mantenere l'unità in una struttura come la NATO, che comprende stati così diversi; ed è perciò importante avere un forte motivo unificante. I Ministri della Nato, a giudicare dai loro commenti, non hanno dovuto cercare a lungo tale motivo: hanno sempre in testa una sola e medesima cosa, il mito della "minaccia russa", la calunnia della "aggressione russa" e l'eterno ritornello di "resistere collettivamente" a tale minaccia”. Ed è evidentemente così che Washington calcola di tenere a freno i progetti europei per propri piani “difensivi” non coincidenti con quelli USA.
Corollario a tale disputa a distanza Mosca-Washington-Bruxelles, il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha detto che Barack Obama, prima di lasciare, ha fatto di tutto per complicare i rapporti tra Russia e USA, che oggi possono addirittura scadere a un livello peggiore del tempo della guerra fredda.
Sull'altro versante, l'ex segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen, intervenendo alla conferenza “Le sanzioni USA contro la Russia: valutazione dell'influenza e dei costi”, ha detto che le sanzioni occidentali hanno reso più forte Vladimir Putin, ma ciononostante vanno mantenute. “O le sanzioni o la guerra” ha dichiarato Rasmussen, mentre, secondo le valutazioni di Pravda.ru, tra sanzioni e controsanzioni russe, la UE avrebbe già perso 17,6 miliardi di euro e 400.000 posti di lavoro.
Sullo sfondo della politica aggressiva della Nato, scriveva ieri Oleg Usik su rusvesna.su, salta agli occhi la circostanza per cui Paesi scandinavi e Stati baltici siano i pionieri delle provocazioni antirusse, rinfrancati in ciò dall'esigenza Nato di modernizzazione delle infrastrutture aeronautiche militari agli immediati confini russi, in particolare contro le regioni militari centrale e nordoccidentale russe.
Le basi di Ronneby e Luleå (rispettivamente agli estremi sud e nord della Svezia), Bodø, Gardermoen, Bardufoss (Norvegia), Rovaniemi, Kuopio e Tampere (Finlandia) sono solo una parte degli aeroporti normalmente utilizzati dall'aviazione Nato. A Bodø sono di stanza caccia F-16A, elicotteri S-61 “Sea King” e sistemi antiaerei NASAMS. Dal 2016 anche l'Islanda ha consentito agli USA l'ammodernamento della base aerea di Keflavík.
L'area del mar Baltico e mar di Norvegia, insieme ai Paesi baltici, costituisce secondo Usik il quadrante più pericoloso per il settore nordoccidentale russo, comprese le regioni di Kaliningrad e della Karelia, con la penisola di Kola e a ciò si aggiungono le pretese finlandesi sulla Karelia, mai completamente sopite dalla cosiddetta “guerra d'inverno” del 1939.
L'importanza del settore baltico per la Nato, è testimoniata anche dal fatto che i velivoli dell'Alleanza atlantica hanno cominciato a pattugliare lo spazio aereo di Lettonia, Estonia e Lituania (Operation Baltic Air Policing) già tredici anni fa, nel marzo 2004, con un costo di oltre 20 milioni di dollari al mese. Nella base estone di Ämari sono di stanza, oltre a una divisione di sorveglianza aerea nazionale, anche velivoli d'attacco USA A-10C "Thunderbolt" e caccia multiuso tedeschi Eurofighter "Typhoon". Alla base lituana di Zokniai/Šiauliai sono presenti a rotazione quattro caccia tattici e personale logistico Nato.
Secondo rusvesna.su, i paesi scandinavi si contrappongono sempre più alla Russia anche per la supremazia nell'Artico (il 28 marzo si è aperto ad Arkhangelsk il forum internazionale “Artico – terra di dialogo”), non solo quale fonte di risorse naturali, con il 13% stimato di risorse mondiali di petrolio e 30% di gas, ma anche quale via di transito tra Europa e oceano Pacifico, più corta di 1/3 rispetto a quella attraverso gli stretti di Malacca e Singapore, oceano Indiano e Suez.
Piccola nota di “colore”, che completa il quadro della “aggressione russa” all'Ucraina, il presidente golpista Petro Porošenko avrebbe intascato nel 2016 oltre 450mila dollari; nella dichiarazione dei redditi elettronica, resa nota due ore prima del termine di chiusura, Petro ha elencato immobili, terreni, auto e anche un po' di contanti. 440.000 dollari, sul totale di 450.000, gli sarebbero venuti da interessi su depositi presso la propria Banca Internazionale di Investimento; i restanti 13mila dollari, dal suo stipendio di presidente. Sul conto aperto nella propria banca, Porošenko avrebbe 26 milioni di $, mentre controlla qualcosa come circa 100 imprese industriali, di assicurazioni, media, cantieri navali, oltre naturalmente le fabbriche di cioccolato e altre industrie in Ungheria, Spagna, Kazakhstan, Cipro, Olanda... questa famosa “aggressione russa” rende bene, a qualcuno.
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30/03/2017
Vertice della Nato. “Gli europei devono spendere di più negli armamenti”
Domani a Bruxelles arriva il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, per partecipare alla sua prima riunione della Nato, e in qualche modo inizierà la redde rationem tra Stati Uniti ed Unione Europea su materie molto "delicate": cannoni e ormoni.
Tillerson sarà al vertice con una richiesta molto precisa per gli altri partner dell’alleanza atlantica: l’aumento del contributo alle spese militari degli alleati a fronte di una riduzione delle risorse che gli Usa intendono mettere. Secondo numerosi osservatori, il vertice della Nato non nasce sotto i migliori auspici.
Inizialmente era stato fissato per il 5 e 6 aprile, ma Tillerson aveva fatto sapere la settimana scorsa che avrebbe potuto disertare il summit, evocando una possibile visita negli Stati Uniti del presidente cinese Xi Jinping, indicando così – anche simbolicamente – un nuovo e diverso ordine di priorità per gli interessi strategici degli Stati Uniti. Il problema era dunque di evitare l’imbarazzante scenario di una riunione degli alleati nella Nato, in assenza del rappresentante della potenza primus inter pares. Il vertice è stato così anticipato al 31 marzo.
Tillerson arriverà a Bruxelles di ritorno da una tappa in Turchia, durante la quale intende guardarsi nelle palle degli occhi e coordinare l’intervento militare statunitense in Siria con il presidente Recep Tayyip Erdogan, ufficialmente per la lotta contro l’Isis.
Obiettivo della riunione di venerdì a Bruxelles è quello di preparare il vertice Nato del 25 maggio in cui è prevista la presenza del nuovo presidente degli Stati Uniti. Per Donald Trump sarà il primo viaggio in Europa dal giorno dell’insediamento alla Casa Bianca. In un twitter postato subito dopo la visita della Merkel negli Stati Uniti, Trump aveva accusato la Germania di dovere “ingenti somme di denaro” alla Nato e a Washington.
Nelle settimane scorse, Tillerson, il vice presidente Mike Pence e il ministro della Difesa James Mattis, avevano affermato che gli Stati Uniti continueranno a svolgere il loro ruolo al fine di garantire la capacità della Nato nella difesa comune e come forza di deterrenza, ma avevano anche sottolineato che il presidente Trump “è stato molto chiaro e il suo segretario di Stato lo ribadirà venerdì” che gli Stati Uniti “non possono più garantire una quota sproporzionata di spesa per la difesa e deterrenza della Nato”. La nuova amministrazione di Washington – prima potenza militare al mondo – intende portare il suo budget annuale a 639 miliardi di dollari, e assicura attualmente il 68% delle spese per la difesa cumulate dai 28 Stati della Nato.
Gli Usa insistono sul fatto che gli altri Stati dell’Alleanza atlantica debbano condividere maggiormente “gli oneri finanziari”, spendendo almeno il 2% del loro Prodotto interno lordo per la Difesa, come peraltro concordato ad un summit della Nato del 2014. “E’ essenziale che gli Alleati onorino i loro impegni”, ha insistito la fonte diplomatica statunitense, avvertendo che Rex Tillerson “spingerà moltissimo” in questo senso. Il funzionario del dipartimento di Stato, tuttavia, non ha spiegato cosa faranno gli Stati Uniti nel caso in cui l’obiettivo del 2% non sarà raggiunto.
A dare una idea del clima nelle relazioni tra Stati Uniti ed Unione Europea, non ci sono solo i problemi sulle spese militari. L'amministrazione Usa sta infatti valutando se imporre dazi punitivi del 100% sugli scooter Vespa (Piaggio), l'acqua Perrier (Nestlè, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort, le moto svedesi Husqvarna e le moto sportive austriache KTM in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni. Lo scrive il Wall Street Journal. Dietro la misura ci sarebbero le proteste dei produttori di carne di manzo.
Fonte
Tillerson sarà al vertice con una richiesta molto precisa per gli altri partner dell’alleanza atlantica: l’aumento del contributo alle spese militari degli alleati a fronte di una riduzione delle risorse che gli Usa intendono mettere. Secondo numerosi osservatori, il vertice della Nato non nasce sotto i migliori auspici.
Inizialmente era stato fissato per il 5 e 6 aprile, ma Tillerson aveva fatto sapere la settimana scorsa che avrebbe potuto disertare il summit, evocando una possibile visita negli Stati Uniti del presidente cinese Xi Jinping, indicando così – anche simbolicamente – un nuovo e diverso ordine di priorità per gli interessi strategici degli Stati Uniti. Il problema era dunque di evitare l’imbarazzante scenario di una riunione degli alleati nella Nato, in assenza del rappresentante della potenza primus inter pares. Il vertice è stato così anticipato al 31 marzo.
Tillerson arriverà a Bruxelles di ritorno da una tappa in Turchia, durante la quale intende guardarsi nelle palle degli occhi e coordinare l’intervento militare statunitense in Siria con il presidente Recep Tayyip Erdogan, ufficialmente per la lotta contro l’Isis.
Obiettivo della riunione di venerdì a Bruxelles è quello di preparare il vertice Nato del 25 maggio in cui è prevista la presenza del nuovo presidente degli Stati Uniti. Per Donald Trump sarà il primo viaggio in Europa dal giorno dell’insediamento alla Casa Bianca. In un twitter postato subito dopo la visita della Merkel negli Stati Uniti, Trump aveva accusato la Germania di dovere “ingenti somme di denaro” alla Nato e a Washington.
Nelle settimane scorse, Tillerson, il vice presidente Mike Pence e il ministro della Difesa James Mattis, avevano affermato che gli Stati Uniti continueranno a svolgere il loro ruolo al fine di garantire la capacità della Nato nella difesa comune e come forza di deterrenza, ma avevano anche sottolineato che il presidente Trump “è stato molto chiaro e il suo segretario di Stato lo ribadirà venerdì” che gli Stati Uniti “non possono più garantire una quota sproporzionata di spesa per la difesa e deterrenza della Nato”. La nuova amministrazione di Washington – prima potenza militare al mondo – intende portare il suo budget annuale a 639 miliardi di dollari, e assicura attualmente il 68% delle spese per la difesa cumulate dai 28 Stati della Nato.
Gli Usa insistono sul fatto che gli altri Stati dell’Alleanza atlantica debbano condividere maggiormente “gli oneri finanziari”, spendendo almeno il 2% del loro Prodotto interno lordo per la Difesa, come peraltro concordato ad un summit della Nato del 2014. “E’ essenziale che gli Alleati onorino i loro impegni”, ha insistito la fonte diplomatica statunitense, avvertendo che Rex Tillerson “spingerà moltissimo” in questo senso. Il funzionario del dipartimento di Stato, tuttavia, non ha spiegato cosa faranno gli Stati Uniti nel caso in cui l’obiettivo del 2% non sarà raggiunto.
A dare una idea del clima nelle relazioni tra Stati Uniti ed Unione Europea, non ci sono solo i problemi sulle spese militari. L'amministrazione Usa sta infatti valutando se imporre dazi punitivi del 100% sugli scooter Vespa (Piaggio), l'acqua Perrier (Nestlè, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort, le moto svedesi Husqvarna e le moto sportive austriache KTM in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni. Lo scrive il Wall Street Journal. Dietro la misura ci sarebbero le proteste dei produttori di carne di manzo.
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24/03/2017
Siria, Washington cambia marcia
di Michele Paris
La progressiva implementazione delle decisioni sulla Siria della nuova amministrazione Trump sembra avere impresso una svolta a un conflitto entrato ormai nel settimo anno. Gli effetti delle iniziative già più o meno adottate e di quelle che si prospettano nel prossimo futuro si sono tradotti in un’impennata delle vittime civili in Medio Oriente, proprio mentre i colloqui di pace stanno per riaprirsi quasi senza aspettative a Ginevra e la cosiddetta coalizione anti-ISIS si è riunita a Washington senza i rappresentanti delle forze che stanno realmente combattendo sul campo i fondamentalisti islamici.
Il summit nella capitale americana ha avuto un qualche rilievo soprattutto per le dichiarazioni del segretario di Stato, Rex Tillerson. L’ex amministratore delegato di ExxonMobil ha chiarito come gli Stati Uniti non intendano abbandonare il proprio ruolo in Medio Oriente e, con buona pace di coloro che si attendevano una de-escalation della guerra in Siria dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, come siano allo studio manovre che rischiano seriamente di aggravare il conflitto in corso.
Tillerson è tornato a ipotizzare la creazione di “zone di sicurezza” in territorio siriano, controllate dai militari americani o dalle milizie armate che si battono contro il regime di Damasco, ufficialmente per facilitare il ritorno dei rifugiati nelle loro abitazioni.
Questa misura circola da tempo negli ambienti USA che da più di sei anni cercano di rovesciare il governo di Assad. La fazione del governo americano che faceva capo all’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, aveva promosso negli anni scorsi l’istituzione di aree off-limits alle forze del regime o all’ISIS, così come il presidente turco Erdogan aveva a lungo cercato di ottenere il via libera dall’amministrazione Obama per questo stesso progetto.
Tillerson, riprendendo una promessa che lo stesso Trump aveva fatto subito dopo il suo insediamento, è ora tornato sull’argomento, tralasciando di far notare come una misura simile sia del tutto illegale e rischi di innescare un confronto militare diretto con le forze russe o di Damasco, dal momento che, come minimo, sarebbe necessario creare e far rispettare una “no-fly zone” nei cieli siriani.
Nel comunicato finale seguito al vertice della coalizione anti-ISIS non è stata comunque citata la possibile creazione di queste “zone di sicurezza”. Tuttavia, a Washington se ne continua a discutere seriamente. In queste aree, dopo avere cancellato la presenza dell’ISIS, le forze “ribelli” – curde o sunnite – potrebbero riorganizzarsi grazie ai propri sponsor internazionali e lanciare una nuova fase della guerra, diretta esclusivamente contro il regime di Assad.
Al di là delle forme che prenderà a breve il rilancio dell’impegno USA nel conflitto in Siria, il segretario di Stato di Trump ha assicurato che la presenza militare americana in questo paese e in Iraq, ma anche ovunque il “califfato” dovesse radicarsi, resterà una realtà non solo fino alla sconfitta di quest’ultimo ma anche in seguito per contribuire ai processi di “ricostruzione” che si renderanno necessari.
Delle conseguenze della nuova attitudine della Casa Bianca si è avuta un’anticipazione proprio mentre andava in scena la riunione di Washington. La stampa americana ha raccontato di come gli USA abbiano avviato a partire da martedì un’operazione militare che non ha precedenti in Siria, inviando uomini dei reparti speciali a sostegno delle Forze Democratiche della Siria, all’interno delle quali prevalgono le milizie curde, “al di là delle linee dell’ISIS”.
L’operazione rientra nel quadro del progettato assalto alla capitale dell’ISIS in Siria, Raqqa, e si sta concentrando in questa fase iniziale su una diga sul fiume Eufrate nelle mani degli uomini del “califfato”, allo scopo di aprire una via di penetrazione da occidente verso la città. L’attacco sembra essere condotto con un imponente dispiegamento di forze, tanto che gli stessi vertici militari hanno faticato a ribadire la solita versione ufficiale, cioè che i soldati americani impegnati sul campo hanno un semplice ruolo di “consiglieri” in appoggio delle milizie curde e sunnite.
Il New York Times
ha spiegato che la strategia USA in Siria assomiglia sempre più a
quella in Iraq, dove da mesi è in corso una durissima battaglia per la
liberazione della città di Mosul dalle forze dell’ISIS. Anche in Siria,
cioè, gli Stati Uniti stanno sempre più facendo ricorso a forze
convenzionali con incarichi di combattimento a fianco delle milizie
locali che, almeno ufficialmente, dovrebbero condurre la gran parte
delle operazioni.
Il dibattito sull’intensificazione dell’impegno americano in Siria continua in ogni caso a evitare il punto più importante della questione, vale a dire la totale illegalità delle operazioni militari in corso. L’amministrazione Trump sta in sostanza accelerando un’offensiva iniziata da Obama e che già non aveva alcuna base legale legittima, se non quella creata appositamente dallo stesso governo americano.
È importante inoltre sottolineare come il rinnovato sforzo militare USA sia già drammaticamente visibile nonostante Trump non abbia ancora formulato in modo ufficiale la nuova politica relativa al conflitto in Siria. Gli sviluppi di questi giorni sarebbero infatti solo la conseguenza dell’allentamento delle regole a cui devono sottostare i militari nel condurre le operazioni sul campo.
La Casa Bianca ha cioè cancellato le limitazioni decise da Obama e che intendevano ridurre le vittime civili, anche se spesso in maniera del tutto inefficace. Il Pentagono ha ora la facoltà di agire senza ricevere l’autorizzazione dell’autorità civile e senza la necessità di adoperarsi affinché le operazioni non si risolvano in stragi di innocenti.
Il bilancio dei civili massacrati in Siria dalle bombe americane nelle ultime settimane è perciò salito vertiginosamente. L’episodio più recente è stato registrato martedì, quando i jet americani hanno distrutto una scuola nell’area della città di Raqqa che ospitava un centinaio di rifugiati. Le prime notizie davano più di 30 morti, ma il numero delle vittime potrebbe essere in realtà molto più alto.
Solo qualche giorno prima, un’altra incursione nella provincia di Idlib aveva ucciso più di 40 civili dopo che era stata colpita una moschea. I militari americani avevano sostenuto che il bombardamento aveva interessato un edificio vicino, dove si trovavano miliziani qaedisti, ma le testimonianze dei residenti e delle organizzazioni umanitarie hanno smentito questa versione, costringendo il Pentagono ad aprire un’indagine sull’accaduto.
Oltre alle conseguenze per la popolazione civile, il maggiore coinvolgimento americano in Siria, destinato a crescere ulteriormente nelle prossime settimane, rischia anche di allargare un conflitto già complicatissimo. La nuova strategia di Trump dovrà fare i conti ad esempio con le resistenze della Turchia ad accettare come legittime le forze curde, a cui gli Stati Uniti sembrano essere intenzionati ad assegnare un ruolo ancora più importante nel conflitto.
Soprattutto,
però, la maggiore presenza e intraprendenza americana in Siria minaccia
di scontrarsi con le operazioni militari della Russia in difesa del
regime di Assad. Nonostante Trump avesse prospettato una qualche
collaborazione con Mosca nella lotta all’ISIS anche in Siria, finora su
questo fronte non sembrano esserci stati particolari progressi.
Anzi, gli sviluppi degli ultimi due mesi indicano piuttosto l’aggravamento del rischio di un confronto militare diretto tra le due principali potenze coinvolte in una guerra che continua a martoriare il paese mediorientale.
Fonte
La progressiva implementazione delle decisioni sulla Siria della nuova amministrazione Trump sembra avere impresso una svolta a un conflitto entrato ormai nel settimo anno. Gli effetti delle iniziative già più o meno adottate e di quelle che si prospettano nel prossimo futuro si sono tradotti in un’impennata delle vittime civili in Medio Oriente, proprio mentre i colloqui di pace stanno per riaprirsi quasi senza aspettative a Ginevra e la cosiddetta coalizione anti-ISIS si è riunita a Washington senza i rappresentanti delle forze che stanno realmente combattendo sul campo i fondamentalisti islamici.
Il summit nella capitale americana ha avuto un qualche rilievo soprattutto per le dichiarazioni del segretario di Stato, Rex Tillerson. L’ex amministratore delegato di ExxonMobil ha chiarito come gli Stati Uniti non intendano abbandonare il proprio ruolo in Medio Oriente e, con buona pace di coloro che si attendevano una de-escalation della guerra in Siria dopo l’ingresso di Trump alla Casa Bianca, come siano allo studio manovre che rischiano seriamente di aggravare il conflitto in corso.
Tillerson è tornato a ipotizzare la creazione di “zone di sicurezza” in territorio siriano, controllate dai militari americani o dalle milizie armate che si battono contro il regime di Damasco, ufficialmente per facilitare il ritorno dei rifugiati nelle loro abitazioni.
Questa misura circola da tempo negli ambienti USA che da più di sei anni cercano di rovesciare il governo di Assad. La fazione del governo americano che faceva capo all’ex segretario di Stato, Hillary Clinton, aveva promosso negli anni scorsi l’istituzione di aree off-limits alle forze del regime o all’ISIS, così come il presidente turco Erdogan aveva a lungo cercato di ottenere il via libera dall’amministrazione Obama per questo stesso progetto.
Tillerson, riprendendo una promessa che lo stesso Trump aveva fatto subito dopo il suo insediamento, è ora tornato sull’argomento, tralasciando di far notare come una misura simile sia del tutto illegale e rischi di innescare un confronto militare diretto con le forze russe o di Damasco, dal momento che, come minimo, sarebbe necessario creare e far rispettare una “no-fly zone” nei cieli siriani.
Nel comunicato finale seguito al vertice della coalizione anti-ISIS non è stata comunque citata la possibile creazione di queste “zone di sicurezza”. Tuttavia, a Washington se ne continua a discutere seriamente. In queste aree, dopo avere cancellato la presenza dell’ISIS, le forze “ribelli” – curde o sunnite – potrebbero riorganizzarsi grazie ai propri sponsor internazionali e lanciare una nuova fase della guerra, diretta esclusivamente contro il regime di Assad.
Al di là delle forme che prenderà a breve il rilancio dell’impegno USA nel conflitto in Siria, il segretario di Stato di Trump ha assicurato che la presenza militare americana in questo paese e in Iraq, ma anche ovunque il “califfato” dovesse radicarsi, resterà una realtà non solo fino alla sconfitta di quest’ultimo ma anche in seguito per contribuire ai processi di “ricostruzione” che si renderanno necessari.
Delle conseguenze della nuova attitudine della Casa Bianca si è avuta un’anticipazione proprio mentre andava in scena la riunione di Washington. La stampa americana ha raccontato di come gli USA abbiano avviato a partire da martedì un’operazione militare che non ha precedenti in Siria, inviando uomini dei reparti speciali a sostegno delle Forze Democratiche della Siria, all’interno delle quali prevalgono le milizie curde, “al di là delle linee dell’ISIS”.
L’operazione rientra nel quadro del progettato assalto alla capitale dell’ISIS in Siria, Raqqa, e si sta concentrando in questa fase iniziale su una diga sul fiume Eufrate nelle mani degli uomini del “califfato”, allo scopo di aprire una via di penetrazione da occidente verso la città. L’attacco sembra essere condotto con un imponente dispiegamento di forze, tanto che gli stessi vertici militari hanno faticato a ribadire la solita versione ufficiale, cioè che i soldati americani impegnati sul campo hanno un semplice ruolo di “consiglieri” in appoggio delle milizie curde e sunnite.
Il dibattito sull’intensificazione dell’impegno americano in Siria continua in ogni caso a evitare il punto più importante della questione, vale a dire la totale illegalità delle operazioni militari in corso. L’amministrazione Trump sta in sostanza accelerando un’offensiva iniziata da Obama e che già non aveva alcuna base legale legittima, se non quella creata appositamente dallo stesso governo americano.
È importante inoltre sottolineare come il rinnovato sforzo militare USA sia già drammaticamente visibile nonostante Trump non abbia ancora formulato in modo ufficiale la nuova politica relativa al conflitto in Siria. Gli sviluppi di questi giorni sarebbero infatti solo la conseguenza dell’allentamento delle regole a cui devono sottostare i militari nel condurre le operazioni sul campo.
La Casa Bianca ha cioè cancellato le limitazioni decise da Obama e che intendevano ridurre le vittime civili, anche se spesso in maniera del tutto inefficace. Il Pentagono ha ora la facoltà di agire senza ricevere l’autorizzazione dell’autorità civile e senza la necessità di adoperarsi affinché le operazioni non si risolvano in stragi di innocenti.
Il bilancio dei civili massacrati in Siria dalle bombe americane nelle ultime settimane è perciò salito vertiginosamente. L’episodio più recente è stato registrato martedì, quando i jet americani hanno distrutto una scuola nell’area della città di Raqqa che ospitava un centinaio di rifugiati. Le prime notizie davano più di 30 morti, ma il numero delle vittime potrebbe essere in realtà molto più alto.
Solo qualche giorno prima, un’altra incursione nella provincia di Idlib aveva ucciso più di 40 civili dopo che era stata colpita una moschea. I militari americani avevano sostenuto che il bombardamento aveva interessato un edificio vicino, dove si trovavano miliziani qaedisti, ma le testimonianze dei residenti e delle organizzazioni umanitarie hanno smentito questa versione, costringendo il Pentagono ad aprire un’indagine sull’accaduto.
Oltre alle conseguenze per la popolazione civile, il maggiore coinvolgimento americano in Siria, destinato a crescere ulteriormente nelle prossime settimane, rischia anche di allargare un conflitto già complicatissimo. La nuova strategia di Trump dovrà fare i conti ad esempio con le resistenze della Turchia ad accettare come legittime le forze curde, a cui gli Stati Uniti sembrano essere intenzionati ad assegnare un ruolo ancora più importante nel conflitto.
Anzi, gli sviluppi degli ultimi due mesi indicano piuttosto l’aggravamento del rischio di un confronto militare diretto tra le due principali potenze coinvolte in una guerra che continua a martoriare il paese mediorientale.
Fonte
23/03/2017
Siria - Combattenti curdi e corpi speciali USA verso Raqqa
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Annunciata indirettamente
dal Segretario di stato Usa, Rex Tillerson, che ha esortato i paesi
alleati, durante l’incontro ieri con il premier iracheno Heider al
Habadi, «a fare di più» contro l’Isis, l’operazione dietro le linee
nemiche compiuta da 500 combattenti curdi appoggiati delle forze
speciali Usa, ha colto di sorpresa i miliziani dello Stato islamico.
Il blitz, con l’impiego di aerei Osprey capaci di atterrare in spazi
ristretti come un elicottero, è avvenuto a Tabqa, una cittadina della
provincia di Raqqa, la “capitale” dell’Isis in Siria. I curdi
hanno strappato all’Isis il controllo di quattro villaggi e interrotto
la strada che porta verso Aleppo, a ovest. Tuttavia Raqqa si trova a
decine di chilometri a est del luogo dove sono intervenuti curdi e
americani. L’obiettivo dell’operazione perciò è solo quello di mettere
le mani su quell’area, in preparazione dell’assalto finale a Raqqa.
L’operazione congiunta segna un nuovo passo verso un maggiore
coinvolgimento militare in Siria della nuova amministrazione Usa che,
come ha ribadito ieri Tillerson, considera la guerra all’Isis la
«priorità assoluta». A Mosul intanto gli uomini del Califfato resistono
alla pressione dell’esercito iracheno e la liberazione della città
appare ancora lontana.
Non lontano da quell’area, nella cittadina di Mansoura,
decine di sfollati siriani sono stati uccisi da un bombardamento aereo
della scuola dove erano ospitati. I morti sarebbero una quarantina e
l’Osservatorio per i diritti umani in Siria, vicino all’opposizione,
sostiene che è stato compiuto dalla coalizione a guida americana.
Silenzio da parte di Washington, responsabile appena qualche giorno
fa di un altro attacco aereo contro presunti «leader di al Qaeda» che
invece ha centrato in pieno una moschea facendo dozzine di vittime.
Nella scuola di Mansoura avevano trovato alloggio temporaneo una
cinquantina di famiglie fuggite dai combattimenti nella provincia di
Raqqa e da quelle di Homs e Aleppo.
Nel frattempo è definitivamente crollata la tregua proclamata alla
fine dello scorso anno e la Siria precipita in una nuova, ma non
inattesa, escalation militare innescata da jihadisti e qaedisti,
descritti come “ribelli” o “insorti” dai media occidentali. In
qualche capitale del Golfo qualcuno ha deciso di silurare i negoziati
avviati da russi e turchi ad Astana e dalle Nazioni Unite a Ginevra,
considerati «favorevoli» al presidente siriano Bashar Assad. I
miliziani della Hay’at Tahrir al Sham, la coalizione composta da al
Qaeda e dai suoi numerosi alleati, proseguono l’offensiva alla periferia
orientale di Damasco e ad Hama.
Qui i qaedisti e altri gruppi islamisti hanno raggiunto il villaggio
di Khatab, 10 chilometri a nord ovest della Hama. A Damasco Hay’at
Tahrir al Sham, che domenica aveva lanciato una prima offensiva respinta
dai governativi, martedì è ritornata all’attacco e ha occupato una zona
industriale della capitale.
Per ora i qaedisti guidati da Abu Muhammad al Julani, luogotenente di
Ayman Zawahri, il successore di Osama Bin Laden, resistono agli
attacchi aerei e al fuoco dell’artiglieria governativa. E a loro volta,
dal sobborgo di Jobar, lanciano razzi e colpi di mortaio verso la
capitale. In linea d’aria sono ad appena tre-quattro chilometri
dal quartier generale di Assad e domenica erano riusciti a colpire anche
un edificio dell’ambasciata russa. Decine di famiglie sono state
costrette ad abbandonare le loro case per sfuggire ai combattimenti.
Alla vigilia di una nuova sessione di colloqui tra governo ed
opposizione l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan De Mistura
ha descritto questi sviluppi come “allarmanti”. Un po’ poco di
fronte al negoziato che si sta sbriciolando. Tra i gruppi alleati di al
Qaeda nell’assalto della capitale infatti ci sono anche Ahrar al Sham e
Jaysh al Islam considerati “moderati” dall’Occidente e Mohammed Alloush,
leader di Jaysh al-Islam – fazione finanziata e armata dall’Arabia Saudita – è il capo negoziatore a Ginevra.
E se nei mesi scorsi, dopo la liberazione di Aleppo da parte
dell’esercito siriano, i “ribelli” si erano spaccati in due gruppi – i
presunti “moderati” favorevoli a discutere una soluzione politica e i
qaedisti considerati “terroristi” anche dagli Stati Uniti e non solo da
Mosca – adesso la frattura si è ricomposta. E la direzione
dell’orchestra jihadista “ribelle” appare saldamente nelle mani di al
Qaeda contraria a qualsiasi ipotesi di compromesso con «l’apostata»
Assad. Invece secondo l’editorialista Hussein Abdel Aziz, del quotidiano
saudita al Hayat, l’offensiva di Hay’at Tahrir al Sham non
sarebbe volta a far naufragare il negoziato bensì avrebbe solo lo scopo
di rafforzare l’opposizione ai colloqui a Ginevra ed Astana.
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