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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.

Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.

Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.

Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa».

Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell’Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L’Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.

Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.

Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza il Mascellone” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.

Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni.

Perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo... Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra».

Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.

Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij.

In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili.

Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.

Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.

A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte.

Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo.

Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una “portaerei” svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.

Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.

Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia».

Non sono da meno a Varsavia: l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad.

Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.

Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne».

Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l‘ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.

Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?... una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.

La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra».

Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte.

La guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.

Fonte

08/08/2025

Baltico, prove generali di Terza guerra mondiale

Chi invade chi

Quando si parla di ‘chi invade chi’, bisognerebbe anche farsi qualche piccolo esame di coscienza. E cercare di capire le ‘nevrosi’, forse un po’ ossessive, dell’avversario. Il problema è che, comunque vada, finisce sempre per fare da parafulmine chi sta in mezzo. Ucraina a parte, nazione che meriterebbe tomi di analisi, per spiegarne la sua contrapposizione alla Russia, è invece importante concentrarsi sul ‘lato debole’ della difesa occidentale, cioè il Baltico. Dove abbiamo operato una sorta di azzardo diplomatico, imbarcando nell’Alleanza atlantica Paesi come Estonia, Lettonia e Lituania che erano minoranza all’interno dell’Unione Sovietica, ma che con l’indipendenza sono poi diventate a loro volta ‘maggioranza’ sul resto della popolazione russofona, rimasta al loro interno. Che con le buone o con le cattive è stata invitata, quando possibile, a togliere il disturbo. Una situazione esplosiva. Perché i baltici sono popoli orgogliosi e anche un po’ stizzosi, specie con i russi. Insomma a fare la classifica dei guerrafondai ‘doc’ sul fronte dell’Ovest, se la battono, forse assieme alla Polonia. Paura dell’orso russo? Probabile. Ma, come nel caso polacco (e ucraino), pesa di più l’odio. Atavico, ancestrale, cronico e manco tanto sfumato. No, i baltici (come i polacchi) sfidano Mosca e le gridano in faccia una rabbia repressa da decenni di dura sottomissione.

Baltico sull’orlo del baratro

E allora non ci stupiamo a leggere il report di Stratfor: «Il Baltico è sull’orlo del baratro. È diventato il nuovo punto critico nel confronto tra Europa e Russia». L’analisi che viene proposta da uno dei più prestigiosi think tank americani di geopolitica è inquietante. L’invasione di Putin dell’Ucraina, fronteggiata maldestramente dall’Occidente, ha avuto un’escalation dirompente, i cui pesanti rischi indotti non sono correttamente percepiti. Il punto è questo: la coperta è corta e Trump sta trasferendo risorse e uomini statunitensi nello scacchiere dell’Indo-Pacifico. La guerra, però, in Ucraina va male, e manca un ‘Piano B’. Soprattutto, gli occidentali, a Washington come a Bruxelles, brancolano nel buio; semplicemente non hanno idea di ciò che passa per la testa di Putin. Sanno, però, che non ha, in alcun modo, la forza di attaccare l’Europa. A meno che non ci sia qualche... incidente di percorso. Dove? Nel Baltico, che secondo gli specialisti è diventato una delle aree di maggiore ‘rischio-conflitto’ generalizzato del Pianeta. Si, avete capito bene: ci sono analisti che ipotizzano come la Terza guerra mondiale potrebbe scoppiare partendo proprio dal Baltico. È là che si concentra una massiccia presenza militare della Nato, che Putin vede, a torto o a ragione, come una minaccia. Per fare un esempio comparativo, è come se la Russia, ragionando per assurdo, schierasse i suoi carri armati in Messico, al confine con la California. Trump lo permetterebbe? Sicuramente non lo permise John Kennedy, quando nel 1962 Kruscev cercò di installare i missili nucleari sovietici a Cuba. Il Presidente americano ordinò il blocco navale e il Pianeta fu a un passo dalla guerra atomica.

Il risaputo ma non detto

Tutto questo, nelle segrete stanze, i diplomatici occidentali lo sanno. E tacciono, perché la guerra in Ucraina va tenuta aperta, per logorare la Russia e impedirle di fare ‘blocco’ con la Cina. Dunque, l’Europa e i baltici rischiano l’osso del collo per favorire lo scontro frontale di Washington con Pechino. «La Russia è sempre più assertiva – dice Stratfor – in particolare in mare, dove le tensioni aumentano a causa di sorveglianza, sabotaggio e diritti di navigazione contestati. Mentre i paesi Nato nella regione sono sempre più decisi nel difendere la propria sovranità e i propri asset strategici, Mosca sta intensificando l’uso di tattiche sotto-soglia per mettere alla prova la loro determinazione e sfidare il nuovo status quo, trasformando la regione in uno dei teatri più complessi e volatili nel confronto tra Russia e Occidente. Con l’accelerazione del rafforzamento militare e l’acuirsi del sospetto reciproco, l’importanza strategica del Baltico per entrambe le parti, unita alla sua complessa geografia e all’elevata densità di traffico e infrastrutture marittime, lo ha reso un focolaio sempre più instabile di politica del rischio calcolato e potenziale conflitto, dove anche incidenti minori rischiano di innescare una grave escalation. Sebbene le tensioni rimarranno elevate nel prossimo futuro, in particolare con il protrarsi della guerra tra Russia e Ucraina, la stabilità a lungo termine di questo corridoio marittimo cruciale costringerà entrambe le parti a riconoscere la necessità di un nuovo equilibrio».

Trafficatissimo Baltico

Basta dare un’occhiata alle mappe, per comprendere l’estrema vulnerabilità delle tacite intese che consentono alle navi e agli aerei da guerra avversari di sfiorarsi, senza entrare in contatto. Certo, ci vuole poco a rompere le regole d’ingaggio e a combinare un patatrac, che potrebbe avere devastanti ripercussioni immediate. Siamo sul filo del rasoio. Intanto Germania e Polonia stanno riarmando a un ritmo mai visto. Il Cancelliere Friedrich Merz potrà spendere (a debito) mille miliardi di euro, compresi gli stanziamenti per le infrastrutture ‘di contorno’.

La Polonia, in proporzione, farà un’operazione ancora più massiccia, arrivando a spendere il 4,7 per cento del Pil per la difesa già quest’anno, con la reintroduzione della coscrizione obbligatoria. Varsavia punta ad avere l’esercito più forte d’Europa, con mezzo milione di uomini. E i baltici? Anche la rimilitarizzazione della Nato si estende a questa cruciale regione, vista dall’Alto comando dell’Alleanza come il ‘lato debole’ della difesa, da rafforzare velocemente.

«La Lituania – scrive Stratfor – ha recentemente ricostituito la sua Prima divisione meccanizzata, incorporando tre brigate e diverse unità militari chiave nelle strutture Nato, e sta ampliando il suo sistema di coscrizione, puntando ad aumentare la spesa per la difesa dal 3,9% al 6% del Pil entro il 2026.

La Lettonia sta espandendo le sue forze armate e la riserva di crisi, puntando a un aumento della spesa per la difesa dal 3,65% al 5% del Pil entro il 2028.

L’Estonia sta potenziando la sua forza di riserva, investendo in infrastrutture avanzate di artiglieria e mobilità e ampliando le sue già sofisticate capacità informatiche, con l’obiettivo di aumentare la spesa per la difesa dall’attuale 3% al 5% del Pil entro il 2026. In tutti e tre i Paesi – sottolinea ancora Stratfor – le priorità di approvvigionamento a breve e medio termine includono munizioni, sistemi di difesa aerea a medio raggio e veicoli blindati, mentre gli sforzi a lungo termine si concentrano sull’approfondimento delle capacità di difesa aerea, sistemi senza pilota, guerra elettronica e fuoco a lungo raggio.

Insieme, i tre Paesi stanno sviluppando inoltre un sistema congiunto di fortificazioni, bunker e attrezzature preposizionate lungo i confini con Russia e Bielorussia (un progetto noto come Linea di Difesa Baltica) per rafforzare la deterrenza e migliorare le capacità di rapido dispiegamento della Nato. Per finire, i tre Paesi hanno annunciato il loro ritiro dal Trattato di Ottawa del 1997 che vieta le mine antiuomo, insieme a Polonia e Finlandia».

Finlandia, Svezia, Danimarca

Un discorso a parte va poi fatto per altri tre grandi attori, di cui due recentemente entrati come membri effettivi dell’Alleanza atlantica, a completare l’accerchiamento strategico della Russia: Finlandia, Svezia e Danimarca. Helsinki non deve essere sottovalutata. Intanto aggiunge ai russi 1.300 chilometri ulteriori di frontiera da controllare. E poi vanta addirittura più pezzi di artiglieria di Francia e Germania messe insieme, una forza permanente ad alta prontezza di 280 mila soldati e 900 mila riservisti addestrati. Una potenza insospettabile. «Helsinki sta ora incrementando gli investimenti in sistemi di fuoco di precisione a lungo raggio – sostiene Stratfor – sistemi di difesa aerea e scorte di munizioni, con l’obiettivo di raddoppiare la spesa per la difesa dal 2,5% al 5% del Pil entro il 2032». La Svezia, entrata nella Nato nel 2024, sta espandendo la coscrizione obbligatoria, ristabilendo la presenza militare in tutto il Baltico (come nell’isola di Gotland) e investendo massicciamente in nuovi sottomarini, aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea integrati. La Danimarca, che tappa con la sua presenza gli accessi al Baltico e ne controlla strettamente il traffico, sta puntando decisamente alla modernizzazione delle sue capacità aeronautiche e navali, anche attraverso l’acquisizione di aerei F-35 e sistemi missilistici avanzati. Assieme alle forze nazionali, nella regione baltica sono presenti corpose forze d’intervento d’èlite di molti altri Paesi della Nato, che si sommano a formare una prima linea che, sinceramente, per qualità e potenza di fuoco, sembra più adatta a offendere piuttosto che a fermare una molto ipotetica invasione da Est.

E la lettura del Cremlino?

E al Cremlino come vedono un tale complesso scenario geopolitico? «Per la Russia, il Baltico non è solo un teatro di scontro con l’Occidente – sentenzia Stratfor – ma è anche un’arteria vitale sia per le operazioni militari che per il trasporto commerciale. Porti come San Pietroburgo, Primorsk e Ust’-Luga costituiscono la spina dorsale dell’infrastruttura di esportazione marittima russa, gestendo un’ampia quota delle esportazioni di petrolio e importazioni cruciali di cibo e altri beni di consumo. Senza l’accesso a questi porti – chiariscono gli analisti di Stratfor – le merci russe si troverebbero ad affrontare rotte significativamente più lunghe e costose attorno a Finlandia e Norvegia, con operazioni di carico e scarico lontane dai principali centri economici e dalle principali aree metropolitane della Russia. Kaliningrad, sede della flotta russa del Baltico ed elemento chiave del deterrente nucleare del Paese, per esempio, è diventata ancora più critica come nodo logistico marittimo, in particolare a causa della riduzione dell’accesso via terra attraverso Lituania e Polonia, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, e ospita l’unico porto baltico russo con accesso libero dai ghiacci tutto l’anno.

In questo contesto, le attività ‘ibride’ della Russia nella regione non mirano solo a testare le difese, le vulnerabilità e la determinazione della Nato, ma anche a far valere i diritti marittimi e a difendere le rotte commerciali strategiche. Sempre più preoccupata per l’invasione della Nato e il riarmo regionale nel Baltico – conclude Stratfor – la Russia non cederà la sua influenza nella regione senza combattere e continuerà a contrastare quelle che considera illegittime restrizioni occidentali alla sua attività. 

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02/04/2017

La Nato vede sempre l'”aggressione russa”

Al vertice Nato a Bruxelles, a livello di Ministri degli esteri, tre sono stati i temi principali: aumento delle spese per la difesa, lotta al terrorismo e approccio verso la Russia. Poco o nulla di nuovo, sia sulle questioni, che sulle “soluzioni” proposte: gli alleati europei devono accollarsi un peso maggiore nel finanziamento della Nato, arrivando al 2% del PIL, ha ordinato il Segretario di stato USA, Rex Tillerson, cui i Ministri europei hanno risposto in ordine sparso.

Agli estremi: al “Obbedisco; anzi, mi sono già portato avanti nel programma” di Angelino Alfano, si è contrapposto il “Unrealistisch” del tedesco Sigmar Gabriel. Riguardo ai programmi Nato verso est, Tillerson non ha smentito la sua fama, sbandierata da tutti media italiani, di “amico” di Mosca e ha dimostrato così tanta "amicizia" da dire che l'Alleanza deve conservare la vigilanza nel rafforzare la difesa ai propri confini orientali, sottolineando che "una duratura stabilità dal Baltico al mar Nero dipende da tutti gli alleati", confermando “l'immutato sostegno USA e Nato alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina”, ribadendo la necessità di una “risposta all’aggressione della Russia” e l'esigenza di mantenere le sanzioni contro Mosca finché questa non “restituirà la Crimea all'Ucraina” e non adempierà gli accordi di Minsk.

Nemmeno a farlo apposta, la casa editrice tedesca Telc, specializzata in corsi di lingue straniere, ha appena pubblicato un manuale in cui la Crimea è rappresentata come parte della Federazione russa. Pur se la portavoce della casa editrice ha dichiarato trattarsi di un errore di stampa, la Tass non ha mancato di dar rilievo alla cosa e non si può fare a meno di associare la “svista” alla diversità di posizioni tra Berlino e Washington riguardo a Nato e difesa comune europea.

Immediata la risposta del Cremlino a Tillerson: "Constatiamo con rammarico che tali valutazioni giungono il giorno seguente la riunione del Consiglio Russia-Nato in cui, secondo il segretario generale Jens Stoltenberg, erano state discusse un largo spettro di questioni "in un clima aperto e costruttivo".

Dunque, hanno commentato al Ministero degli esteri russo, “sorge una domanda legittima: su quali rapporti costruttivi Russia-Nato si può contare, se l'Alleanza continua ostinatamente ad agire secondo i vecchi schemi, se gli Stati Uniti e i loro alleati continuano ad allargare la presenza militare ai nostri confini, giustificandola con la necessità del "contenimento della Russia"?”. Ancora una volta, è detto nella dichiarazione russa, “la Nato pone i propri dogmi ideologici al di sopra della soluzione dei problemi globali. La conclusione è una sola: solamente un mutamento radicale nella natura stessa dell'Alleanza può offrire una chance di cambiare in meglio la sicurezza europea".

D'altronde, si fa notare a Mosca, “non è facile mantenere l'unità in una struttura come la NATO, che comprende stati così diversi; ed è perciò importante avere un forte motivo unificante. I Ministri della Nato, a giudicare dai loro commenti, non hanno dovuto cercare a lungo tale motivo: hanno sempre in testa una sola e medesima cosa, il mito della "minaccia russa", la calunnia della "aggressione russa" e l'eterno ritornello di "resistere collettivamente" a tale minaccia”. Ed è evidentemente così che Washington calcola di tenere a freno i progetti europei per propri piani “difensivi” non coincidenti con quelli USA.

Corollario a tale disputa a distanza Mosca-Washington-Bruxelles, il portavoce presidenziale russo, Dmitrij Peskov, ha detto che Barack Obama, prima di lasciare, ha fatto di tutto per complicare i rapporti tra Russia e USA, che oggi possono addirittura scadere a un livello peggiore del tempo della guerra fredda.

Sull'altro versante, l'ex segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen, intervenendo alla conferenza “Le sanzioni USA contro la Russia: valutazione dell'influenza e dei costi”, ha detto che le sanzioni occidentali hanno reso più forte Vladimir Putin, ma ciononostante vanno mantenute. “O le sanzioni o la guerra” ha dichiarato Rasmussen, mentre, secondo le valutazioni di Pravda.ru, tra sanzioni e controsanzioni russe, la UE avrebbe già perso 17,6 miliardi di euro e 400.000 posti di lavoro.

Sullo sfondo della politica aggressiva della Nato, scriveva ieri Oleg Usik su rusvesna.su, salta agli occhi la circostanza per cui Paesi scandinavi e Stati baltici siano i pionieri delle provocazioni antirusse, rinfrancati in ciò dall'esigenza Nato di modernizzazione delle infrastrutture aeronautiche militari agli immediati confini russi, in particolare contro le regioni militari centrale e nordoccidentale russe.

Le basi di Ronneby e Luleå (rispettivamente agli estremi sud e nord della Svezia), Bodø, Gardermoen, Bardufoss (Norvegia), Rovaniemi, Kuopio e Tampere (Finlandia) sono solo una parte degli aeroporti normalmente utilizzati dall'aviazione Nato. A Bodø sono di stanza caccia F-16A, elicotteri S-61 “Sea King” e sistemi antiaerei NASAMS. Dal 2016 anche l'Islanda ha consentito agli USA l'ammodernamento della base aerea di Keflavík.

L'area del mar Baltico e mar di Norvegia, insieme ai Paesi baltici, costituisce secondo Usik il quadrante più pericoloso per il settore nordoccidentale russo, comprese le regioni di Kaliningrad e della Karelia, con la penisola di Kola e a ciò si aggiungono le pretese finlandesi sulla Karelia, mai completamente sopite dalla cosiddetta “guerra d'inverno” del 1939.

L'importanza del settore baltico per la Nato, è testimoniata anche dal fatto che i velivoli dell'Alleanza atlantica hanno cominciato a pattugliare lo spazio aereo di Lettonia, Estonia e Lituania (Operation Baltic Air Policing) già tredici anni fa, nel marzo 2004, con un costo di oltre 20 milioni di dollari al mese. Nella base estone di Ämari sono di stanza, oltre a una divisione di sorveglianza aerea nazionale, anche velivoli d'attacco USA A-10C "Thunderbolt" e caccia multiuso tedeschi Eurofighter "Typhoon". Alla base lituana di Zokniai/Šiauliai sono presenti a rotazione quattro caccia tattici e personale logistico Nato.

Secondo rusvesna.su, i paesi scandinavi si contrappongono sempre più alla Russia anche per la supremazia nell'Artico (il 28 marzo si è aperto ad Arkhangelsk il forum internazionale “Artico – terra di dialogo”), non solo quale fonte di risorse naturali, con il 13% stimato di risorse mondiali di petrolio e 30% di gas, ma anche quale via di transito tra Europa e oceano Pacifico, più corta di 1/3 rispetto a quella attraverso gli stretti di Malacca e Singapore, oceano Indiano e Suez.

Piccola nota di “colore”, che completa il quadro della “aggressione russa” all'Ucraina, il presidente golpista Petro Porošenko avrebbe intascato nel 2016 oltre 450mila dollari; nella dichiarazione dei redditi elettronica, resa nota due ore prima del termine di chiusura, Petro ha elencato immobili, terreni, auto e anche un po' di contanti. 440.000 dollari, sul totale di 450.000, gli sarebbero venuti da interessi su depositi presso la propria Banca Internazionale di Investimento; i restanti 13mila dollari, dal suo stipendio di presidente. Sul conto aperto nella propria banca, Porošenko avrebbe 26 milioni di $, mentre controlla qualcosa come circa 100 imprese industriali, di assicurazioni, media, cantieri navali, oltre naturalmente le fabbriche di cioccolato e altre industrie in Ungheria, Spagna, Kazakhstan, Cipro, Olanda... questa famosa “aggressione russa” rende bene, a qualcuno.

Fonte

07/12/2016

Gli USA e la ‘minaccia di aggressione’ russa

Secondo l'inglese Guardian, la Lituania si sta preparando a fronteggiare una “aggressione russa”. Il giornale torna sulla notizia dell'opuscolo con cui il governo sta istruendo la popolazione su come difendersi dal potente vicino. Una volta data per assodata la presenza dell'invasore sul suolo patrio, le istruzioni dicono di “lavorare peggio del normale”, in modo che il nemico abbia voglia di andarsene! Sembra siano già state diffuse tre ristampe del “manuale di sopravvivenza” e, stando al Guardian, se nella prima tiratura si raccomandava alle persone di non cadere nel panico per “le sparatorie di strada”, già la seconda, dedicata ai giovani, è alleggerita da un “Allegro approccio a serie raccomandazioni” intercalato da fumetti. E se tra i diffusori della brochure si lamenta che i media lituani “sopravvalutino troppo la minaccia esistente”, le autorità appaiono preoccupate dalle “non chiare intenzioni” della Nato e dunque, pur sperando che i rapporti tra USA e Paesi baltici rimangano immutati, hanno deciso di “preparare la popolazione al peggio”.

Lunedì, alla vigilia della due giorni dei Ministri degli esteri della Nato, apertasi ieri a Bruxelles, il segretario generale Jens Stoltenberg ha dichiarato che “la Russia non può essere isolata; la Nato deve consolidare i suoi rapporti con Mosca”; pur tuttavia, ha affermato, il fondamento della sicurezza europea è il legame transatlantico tra UE e USA e il suo rafforzamento costituisce il tema principale della riunione della Nato. A ogni buon conto, pur se l'Alleanza atlantica, secondo Stoltenberg, auspica “l'attenuazione della retorica aggressiva nei confronti della Russia”, i Ministri degli esteri dei 28 paesi membri “firmeranno un pacchetto di 40 proposte concrete per contrastare le minacce ibride e informatiche e per la sicurezza in mare”. Stoltenberg ha parlato anche della situazione tesa nel Donbass e, naturalmente senza specificare la responsabilità dell'Ucraina, cui “la Nato continua a dare un forte sostegno pratico e politico”, ha rilevato che “il cessate il fuoco è quotidianamente violato, dato che gli armamenti pesanti non sono stati ritirati”.

Dunque, a beneficio delle conoscenze di Stoltenberg, il portavoce della DNR, Eduard Basurin, lunedì informava che, nella sola giornata di domenica le forze armate ucraine avevano violato il cessate il fuoco 1.342 volte, esplodendo anche colpi di artiglieria da 122 e 152 mm, spari da carri armati e tiri di mortaio contro i centri di Jasinovataja, Staromikhajlovka, Aleksandrovka, Dokučaevsk, Kominternovo, Sakhanka e varie periferie di Donetsk. Un miliziano è stato ucciso da un colpo esploso da un cecchino, mentre la ricognizione della DNR continua a registrare azioni di sabotatori ucraini. Nel corso di un contrattacco delle milizie, sarebbe rimasto sul terreno un mercenario canadese. L'intensificarsi delle attività belliche da parte di Kiev testimonia dei forti timori dei golpisti ucraini, al pari delle autorità baltiche, di esser lasciati al proprio destino dalla nuova amministrazione statunitense.

Come ha dichiarato a RIA Novosti il presidente della Camera di commercio Usa in Russia Aleksis Rodzianko (pronipote di quel Mikhail Rodzianko che fu presidente della terza e quarta Duma zarista), l'Ucraina rimarrà al centro dell'attenzione della politica estera USA al massimo per un altro mese e mezzo e dopo il 20 gennaio verrà cancellata dalle priorità di Washington. Rodzianko si dice sicuro che Trump manterrà le promesse elettorali e appianerà i rapporti con Mosca. Svetlana Gomzikova però, su svpressa.ru, esprime dubbi sul fatto che la decisione definitiva riguardo l'Ucraina dipenda dal solo Trump e il politologo Boris Šmelev ricorda che la politica estera USA è decisa non dal solo presidente, ma anche da Congresso, Corte suprema, le più svariate lobby politico-affaristiche e che da tempo i media hanno indirizzato l'opinione pubblica yankee su binari antirussi e pro-ucraini. Resta inoltre da vedere se l'Europa, su cui Trump dice di voler scaricare il fardello ucraino, sarà disposta a raccoglierlo; dunque, secondo Šmelev, l'ottimismo di Rodzianko sul miglioramento dei rapporti Mosca-Washington non è del tutto giustificato, né sui fronti ucraino e siriano, né su quello dell'avvicinamento della Nato alle frontiere russe e tantomeno sul dispiegamento del sistema Aegis in Polonia e Romania. L'accademico moscovita Andrej Manojlo si dice invece assolutamente d'accordo con le previsioni di Rodzianko, rispetto ai futuri rapporti con Kiev di USA e UE: Washington toglierà le tende e ai contribuenti europei toccherà sborsare miliardi che Bruxelles destinerà all'Ucraina.

Stando alle esternazioni di esponenti USA, attuali e “in pectore”, sembra invece abbastanza dubbio l'ottimismo di Manojlo. Secondo il New York Times, a differenza di Trump, il futuro nuovo capo del Pentagono, generale dei marines James Mattis, non ha alcuna simpatia per Mosca e ha intenzione di rafforzare la presenza militare yankee, terrestre e aerea, in Medio Oriente, soprattutto in Iraq, Afghanistan e Golfo persico.

Non da meno di Mattis, l'attuale Segretario alla difesa, Ashton Carter, proclama che gli USA devono mantenere la porta aperta alla collaborazione con la Russia; ma poi, andando al sodo, dopo aver detto che Mosca, “per motivi molto comprensibili, vuole esser considerata una potenza importante, quale in effetti è”, ha definito “non produttivo” il ruolo della Russia in Siria e l'ha accusata di provocare tensione in Ucraina, compiere attacchi informatici e “brandire le armi nucleari”. E poi, vestendo ancora i panni del buon samaritano, ha biascicato che gli USA “non vogliono né guerra fredda, né tantomeno calda, con la Russia. Non vogliamo vedere un nemico nella Russia, ma difenderemo i nostri alleati, l'ordine mondiale e ci contrapporremo alle intenzioni di minare la nostra sicurezza collettiva”, ovviamente, attraverso il dispiegamento dei quattro battaglioni Nato in Polonia e nei Paesi baltici. Poche settimane fa, ricorda la Tass, a Carter aveva indirettamente replicato in anticipo il portavoce del Ministero della difesa russo Igor Konanšenkov, affermando che “la vera minaccia alla sicurezza è oggi rappresentata non dalla Russia, bensì dalla saturazione dell'Europa con armi e soldati di origine tutt'altro che europea” e tale minaccia non è che “il risultato della politica militare USA negli ultimi 10 anni”.

Senza mezzi termini si è espressa Deborah Lee James, Segretario di stato all'aeronautica militare, sentenziando che la Russia è la minaccia numero uno per gli USA, mentre il vice Ministro alla difesa, Frank Kendall, secondo rusvesna.ru, ha rilevato che, se in precedenza la politica di Washington era diretta a parare le minacce nella regione Asia-Oceano pacifico e in Medio Oriente, ora è maggiormente focalizzata sulla Russia. Il capo del Comando Strategico USA, generale John Hiten, ha detto alla CNN che “gli Stati Uniti devono essere pronti alla possibilità di un conflitto spaziale”. Un attacco terrestre agli Stati Uniti deve iniziare con un attacco ai satelliti USA nello spazio; Washington, ha detto Hiten, si sta preparando a una “Pearl Harbor spaziale” da parte russa o cinese.

In questo quadro poco più che pie giaculatorie appaiono le orazioni con cui un “Gruppo di saggi” militari, tra cui l'ex comandante delle forze ISAF in Afghanistan, generale USA John Allen, l'ammiraglio Gianpaolo Di Paola e il generale tedesco Wolf-Dieter Langheld, invitano a riconoscere che “la Russia ha molti interessi comuni con gli alleati europei e nordamericani della Nato” e che “tali interessi debbano venir stimolati”. Naturalmente, il “Gruppo di saggi” ritiene “impossibile ignorare quanto accaduto in Ucraina, ciò che sta accadendo in Siria, le operazioni informatiche di Mosca e la pressione ibrida contro gli Alleati Nato”; ciononostante, concede che “difesa, deterrenza e dialogo dovrebbero essere parte di un triplice approccio equilibrato nei rapporti con la Russia di Putin”, perché “la Russia di oggi non è l'Unione Sovietica e una nuova guerra fredda è molto improbabile”.

Difficile non dare il giusto peso a quanto scrive rusvesna.su, per cui soltanto la nuova testata supersonica “elemento 4202”, installata sui missili RS-28 “Sarmat”, forte di 15 Mach di velocità, capace di portare una testata nucleare di 750 chilotoni e in grado di raggiungere il territorio statunitense su traiettoria suborbitale, garantisce alla Russia una significativa superiorità sui sistemi Aegis statunitensi e assicura a Mosca altri 15-20 anni di sicurezza. Per ogni evenienza, il Ministero della difesa russo ha deciso di iniziare il dispiegamento dei nuovi caccia Su-30SM nella base di Severomorsk-3, una quarantina di km a est di Murmansk, oltre il Circolo polare, con compiti di copertura del mar di Barents da aerei, droni, missili da crociera e naviglio nemico. Il Su-30SM, caccia biposto multifunzione, con motori a vettore di spinta variabile, è armato, oltre che con missili aria-aria, anche con missili antinave supersonici X-31 (classificazione Nato “Crypton”) in grado di colpire obiettivi a 200 km di distanza alla velocità di 2.500 km orari.

Parafrasando il grande Mao, speriamo che il partito che comanda il fucile sia sempre quello giusto.

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12/08/2016

I paesi Baltici tra fedeltà alla Nato e crisi economica

Tra i lacchè di più sicura fedeltà ai “valori occidentali” e membri devoti dell’Alleanza atlantica nell’Europa dell’est, le ex repubbliche sovietiche dei paesi Baltici non sfigurano nel paragone con altri stati. I loro quotidiani allarmi sulla “minaccia russa” sono secondi soltanto alle “assicurazioni” dei golpisti di Kiev secondo cui decine e centinaia di migliaia di soldati russi sarebbero già da tempo stabilmente in territorio ucraino.

Ma, in questi giorni, Mosca ha proposto la propria collaborazione alla Lettonia, per garantire la sicurezza nell’area del mar Baltico. Riga sta esaminando la proposta, che riguarda non solo il tema dei trasponder, ma molte altre questioni, “dalla cooperazione con la Nato, alle risposte coordinate su una serie di sfide e minacce comuni”.

Ora, tra marce annuali in onore della Legione lettone delle Waffen-SS e divieto, di contro, del Partito Comunista, tra sbarramenti al confine con la Russia sul modello del “Vallo europeo” dei golpisti ucraini e ghettizzazione a ogni livello dei “non cittadini” di lingua russa, privi del diritto di voto, sarà interessante vedere come reagiranno alla proposta russa i nazionalisti lettoni; quelli, per esempio, che hanno promesso di “rovesciare” il sindaco di Riga, Nil Ušakov, di nazionalità russa, che appena pochi giorni fa è stato multato dal Centro per la lingua di stato, per il fatto che i membri del Consiglio municipale della capitale, sui social network, si esprimono in russo.

Attualmente il primo partito a Riga è il socialdemocratico “Armonia”, mentre i nazionalisti della “Unione nazionale” sono all’opposizione nella capitale. Al Sejm nazionale, i socialdemocratici, pur essendo il partito di maggioranza relativa (alle elezioni del 2014 ottennero il 23,2% e 25 seggi), sono però all’opposizione, di fronte alla coalizione (61 seggi su 100) di nazionalisti, partiti “verdi” e dei contadini: gioca a sfavore di “Armonia” il fatto di avere l’appoggio della popolazione di lingua russa, in larga parte esclusa dal voto in quanto “non cittadini”. Di fatto, tentativi di rovesciare Ušakov vengono regolarmente intrapresi dal 2009, cioè dalla sua elezione alla carica di primo cittadino della capitale lettone. Una capitale il cui Consiglio cittadino aveva proibito la parata annuale delle Waffen-SS, decisione però abrogata dal tribunale, che però non esita a condannare ex partigiani comunisti.

E, al pari della Lettonia, anche la Lituania di quegli “eroi nazionali” che, come “partigiani per la libertà della Lituania”, combatterono contro l’Unione Sovietica per tutto il periodo della guerra e fino a metà anni ’50, sta cercando di fare una sorta di censimento dei “collaborazionisti russi”. Nel paese è stato condotto un sondaggio su come si comporterebbero le minoranze nazionali in caso di attacco russo: una sorta di “rastrellamento” in cerca di “traditori”, individuati in base all’appartenenza etnica.

Precisamente, la domanda alla base del sondaggio era: “Cosa farebbero i russi e i polacchi di Lituania, se i paesi Baltici venissero attaccati dalla Russia?”. La società Baltijos tyrimai/Gallup ha intervistato 500 – 46% polacchi, 35% russi, 8% bielorussi, 6% ucraini, 2% ebrei e il restante 3% di altre minoranze – cittadini non lituani, residenti in aree del paese in cui oltre il 90% della popolazione è composta di non lituani. E’ risultato che i non lituani, alla domanda se difenderebbero il paese in caso di attacco, hanno risposto non diversamente dai lituani: il 64,8% ha detto “sì”. Nel sondaggio condotto nel 2014 tra tutta la popolazione (non solamente tra le minoranze nazionali, come questa volta) il 57% aveva detto “sì” e nel 2005, la percentuale era stata del 32%. Inattese per i sondaggisti, nota il sito lituano “Delfi”, le risposte alle domande di politica internazionale: il 52,8% degli intervistati ritiene che le azioni di Mosca rappresentino l’adeguata risposta alle mosse USA e Nato dirette contro la Russia e il 40,8% è d’accordo con l’affermazione di Putin secondo cui “la fine dell’Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”.

Di contro, il leader del Fronte popolare socialista ed ex vice-sindaco di Vilnius, Algirdas Paletskis, ha dichiarato alla russa “Vzgljad” che “tali sondaggi e pubblicazioni non contribuiscono né all’accordo interetnico in Lituania, né allo sviluppo delle relazioni tra i nostri paesi. L’impostazione stessa del sondaggio non è corretta”. Viktor Orlov, leader dell’Associazione lituana di storia militare, considera le domande provocatorie: “Cosa dovrebbero rispondere le persone? Dovrebbero forse dire che sono favorevoli a un possibile attacco russo? Così che verrebbero immediatamente accusati di essere una “quinta colonna”, collaborazionisti e, di conseguenza, si stringerebbe la morsa attorno a loro?”. D’altronde, continua Orlov, “le giovani generazioni non conoscono una Lituania diversa da quella attuale. E’ la loro patria e molti si considerano patrioti di questo paese: hanno ricevuto il passaporto, il diploma, guardano la tv locale; del resto, molti canali nazionali sono oscurati, dato che il punto di vista di Mosca non corrisponde allo spirito accettato in Lituania”.

Quello spirito con cui, nell’aprile scorso, il primo ministro lituano Algirdas Butkevičius e il presidente della Commissione sicurezza e difesa del Sejm, Arturas Paulauskac, avevano annunciato l’incursione di “sabotatori russi” su Juodkrantė, un piccolo villaggio nella penisola di Neringa (il tombolo che separa la laguna dei Curoni dal mar Baltico, la cui parte settentrionale appartiene alla Lituania e quella meridionale alla regione russa di Kaliningrad) assicurando che “le forze di sicurezza hanno reagito per tempo”. Dopo di che era sceso il silenzio sulla faccenda, tanto che l’ex Ministro della difesa, Rasa Juknevičienė, chiedeva su Facebook “E allora: i militari russi lanciatisi illegalmente sul nostro territorio, sono stati arrestati, o forse fucilati? O sono in prigione?”. Poi, si era derubricato il fatto a “probabile” e infine si era farfugliato che “potrebbe essersi trattato di un’incursione”, bisbigliando quindi che quelli avvistati avrebbero potuto essere sia militari russi, sia “reparti speciali senza segni distintivi di riconoscimento, che stavano effettuando manovre e si erano paracadutati”.

In compenso, è stato archiviato il procedimento contro due militari Nato che avevano quasi distrutto un taxi nel centro di Riga. Formalmente, la “causa penale è stata chiusa sulla base dell’accordo tra le parti, essendo stato risarcito il danno materiale”. A inizio giugno, il proprietario del taxi, aveva sorpreso un gruppo di soldati britannici ubriachi che stavano danneggiando la sua vettura. Due di essi erano stati fermati dalla polizia e, appartenendo alle forze che partecipavano alle manovre Nato “Saber Strike 2016”, erano stati semplicemente affidati alla sorveglianza del loro comandante.

D’altronde, non essendo questo il primo incidente occorso nel paese, di cui si sono resi protagonisti militari stranieri, la Lettonia, come pure gli altri paesi Baltici e la Polonia, dovranno abituarvisi, in vista della presenza permanente, a partire dal 2017, di battaglioni multinazionali (Canada, Germania, Gran Bretagna e USA; ma si uniranno presto Francia, Belgio, Danimarca Norvegia e, quasi sicuramente, Italia) in Polonia e nei paesi Baltici, come deciso al recente vertice Nato di Varsavia.

E qualcuno dovrà sostenere le spese di quella presenza.

Il sito news.mirtesen torna sulla questione della “compensazione” che, da tempo, Polonia, Ucraina, paesi Baltici pretendono dalla Russia, in quanto erede dell’Urss, per i danni che sarebbero stati provocati da quella che essi definiscono “l’occupazione sovietica”. La Lettonia, che la recente classifica Eurostat ha classificato al 5° posto tra i paesi UE con la maggior percentuale di poveri (16,4% sul totale della popolazione), ha ora quantificato il compenso preteso in 185 miliardi di euro. Riga si appresterebbe a valutare, oltre quelle economiche, anche le “perdite demografiche”, per alcune decine di miliardi, causate dalla “politica coloniale dell’impero sovietico e dalla colonizzazione della Lettonia tra il 1940 e il 1990”. “Soldi come farmaci; la crisi economica si fa sentire”, scrive news.mirtesen, “ma questo non è un buon motivo per esigere soldi dai paesi vicini”. Tanto più che, nota la pubblicazione, “forse l’aspetto più strano di tutta questa dubbia storia è rappresentato dal fatto che Ucraina e Polonia si ritrovino nello stesso campo: ma l’Ucraina dovrebbe alla Polonia una somma non minore per i massacri della Volinija”.

E’ evidente, scrive news-front.info, che la situazione economica delle repubbliche Baltiche le obbliga a tentare qualunque strada per cercare di far cassa. Al boom successivo alla “liberazione dall’occupazione sovietica”, con un crescita di 3,6 volte del PIL (a parità del potere d’acquisto) procapite tra il 1993 e il 2008, ha fatto seguito un lungo periodo di ristagno.

In base al “The World Factbook” della CIA, nel 2015 l’Estonia registrava un tasso di disoccupazione al 6,2%; nel 2014 il 21,6% della popolazione era classificato al di sotto della soglia di povertà; nel 2014 gli occupati erano distribuiti per il 3,9% in agricoltura, 28,4% nell’industria e 67,7% nei servizi. La distribuzione degli occupati in Lituania era nel 2012 del 7,9% in agricoltura, 19,6% nell’industria e 72,5% in agricoltura. Il tasso di disoccupazione era del 8,2% nel 2015 e del 10,7% nel 2014, con un 4% stimato di popolazione al di sotto della soglia di povertà nel 2008. In Lettonia, nel 2010 l’8,8% della forza lavoro era impiegata in agricoltura, il 24% nell’industria e il 67,2% nei servizi; nel 2015 il tasso di disoccupazione era al 8,7%, mentre non è disponibile il dato sulla popolazione al di sotto della soglia di povertà.

Lo scorso aprile, su regnum.ru, Aleksandr Zapolskis in un servizio dal titolo significativo “La Russia smette di dar da mangiare ai regimi russofobi del Baltico”, riportava alcune cifre sugli scambi tra Russia e paesi Baltici. Le esportazioni lituane di frutta e verdura in Russia, scriveva Zapolskis, rappresentano appena il 2,70% dell’export totale del paese e anche l’acquisto da parte russa del 46,3% della produzione industriale lituana è poca cosa, considerando il piccolo volume di tale produzione.

In tutte e tre le repubbliche, la produzione nazionale del periodo postsovietico è infima. Di converso, dopo “l’indipendenza”, sono rimaste in mano loro infrastrutture rilevanti: ad esempio i porti, attraverso cui passava un volume di merci di circa 100 milioni di tonnellate per cui la Russia pagava 1 miliardo di dollari l’anno che, nel 1998, costituiva il 4,25% del PIL di Lituania, Lettonia e Estonia. Nel 2014, il volume è salito a circa 150 milioni di tonnellate: 41 in quello di Riga; 36,4 a Klajpeda; 28,3 a Tallin; 26,2 a Ventspils. Sul fronte del trasporto energetico, con la fine della “occupazione” il porto lettone di Ventspils ha ottenuto “in dono” un terminale attraverso cui l’ex “occupante” sovietico pompava oltre 30 milioni di tonnellate all’anno di petrolio e derivati. Considerando che la logistica valeva 0,7 dollari al barile e che in una tonnellata ci sono 7,33 barili, per il solo transito Riga riceveva 154 milioni di dollari l’anno. Nel 2009 il volume dell’export russo di petrolio era di circa 246 milioni di tonnellate, di cui 140 attraverso i porti dei paesi Baltici: più o meno 1,14 miliardi di dollari.

Nel 2014, dai porti lettoni (Riga, Liepāja, Ventspils) è transitato il 7% dei container (circa 393 mila TEU: Twenty-foot Equivalent Unit) marittimi russi; dal lituano Klaipėda il 6,5% (360 mila TEU); da Tallin il 3,8% (209 mila TEU). Calcolando da 180 a 230 dollari a TEU, le tre repubbliche hanno intascato circa 180 milioni di dollari. Ma, dieci anni prima, il volume era quasi tre volte più alto.

Oltre petrolio, carbone e container, da quei porti la Russia scarica fertilizzanti minerali (1,7 milioni di tonnellate da Riga nel 2014; 5 mln da Tallin), prodotti chimici (1 mln di tonn. da Ventspils). In generale, fino al 2004, transitava dai porti dei paesi Baltici il 90% delle esportazioni marittime russe, che assicuravano loro il 18-19% del PIL totale, oltre al trasporto merci per ferrovia che assicurava al porto di Tallin oltre 115 mln di dollari l’anno.

Ovviamente, però, continua Zapolskis, si continua a chiedere la “compensazione” per la “occupazione sovietica”. Quei soldi fanno gola. Ad esempio: costruire da zero un nuovo porto a Riga costerebbe quattro PIL annuali lettoni. E però, al tempo stesso, non si rinuncia alle urla sulla “minaccia russa”. Ma, come nel caso dell’Estonia, ci si preoccupa se Mosca dimezza il transito di convogli merci ferroviari e li dirotta sul porto russo di Ust-Luga (nella regione di Leningrado; 160 km da Piter, ma appena 60 km dall’estone Narva) in continuo sviluppo. Lo scalo, che si iniziò a realizzare nel 2000, è passato da 0,8 mln di tonnellate di carico nel 2004 ai 10,3 mln nel 2009, agli 88 mln del 2014 e, in generale, i porti russi assicurano oggi il transito del 36% del carico di container sul Baltico.

La Russia oggi gestisce autonomamente l’export di 1/3 dei container, ¾ del gas, 2/3 del petrolio e il 67% del carbone; così che viene progressivamente riducendosi la necessità di scali nei paesi Baltici: essa è calata di 5 volte per i trasporti merci ferroviari e di 4 volte per i container. Solo nel 2015 è scesa del 21% per petrolio e derivati, del 36% per il carbone; nel primo trimestre 2016 il volume di smercio del porto di Riga è diminuito del 13,8% e quello di Tallin del 16,3%. Le prospettive per alcune decine di migliaia di lavoratori estoni del settore trasporti sono a dir poco buie e questo in un paese che conta una forza lavoro di circa mezzo milione di persone, di cui oltre 370mila nei servizi. Ecco uno dei risultati della politica “baltica”, scriveva ancora Zapolskis su regnum.ru: avendo puntato “incondizionatamente su UE e USA, sull’eliminazione e l’umiliazione dei russi del Baltico, avendo puntato sull’umiliazione della Russia, le élite al potere nei paesi Baltici hanno commesso un errore strategico, che non è più possibile correggere. Lo ricorderemo a lungo. Nonostante gli attriti politici, l’economia dei Baltici nel periodo postsovietico è stata assicurata solo grazie ai rapporti commerciali con la Russia. E la Russia ha sopportato a lungo, ha lanciato appelli, ha esortato l’élite del Baltico, ricevendo in cambio solo insulti”. Tra un paio d’anni le repubbliche Baltiche saranno ridotte al lumicino e, conclude Zapolskis, i contingenti Nato non avranno da difendere che territori desertificati.

Già, come se il vero obiettivo dello schieramento delle forze Nato sulle soglie di casa della Russia fosse quello di difendere qualcuno!

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08/06/2016

La NATO alle grandi manovre

di Michele Paris

Si chiama “Anaconda”, ha preso il via lunedì in Polonia ed è la più imponente esercitazione militare condotta dalla NATO in Europa orientale a partire dalla fine della Guerra Fredda. L’Operazione “Anaconda” coinvolgerà 31 mila soldati di 24 paesi e, fino al 17 giugno prossimo, prevede la simulazione di scenari di guerra provocati da una “azione offensiva” condotta dalle forze armate russe. Sinistramente, per partecipare alle manovre i carri armati tedeschi hanno varcato il confine polacco da Ovest verso Est per la prima volta dall’invasione nazista di questo paese nel 1941.

Ufficialmente, l’operazione dovrebbe testare il livello di cooperazione tra i comandi alleati e i soldati dei diversi paesi in risposta a minacce di natura militare, chimica e tecnologica. L’esercitazione consiste però di fatto in una prova di un’invasione del territorio russo da parte delle truppe dei paesi europei occidentali e orientali. I contingenti più numerosi sono quelli di Stati Uniti e Polonia, con rispettivamente 14 mila e 12 mila uomini, mentre sono presenti anche soldati di paesi non membri della NATO, tutti sotto il comando del generale polacco Marek Tomaszycki.

Un anonimo diplomatico di un paese europeo di stanza a Varsavia ha rivelato al Guardian che lo scenario “da incubo” evocato dall’esercitazione potrebbe essere causato da un “incidente, un errore di calcolo che la Russia interpreti, o decida di interpretare, come un’azione offensiva”.

L’Operazione “Anaconda” s’inserisce d’altra parte in un quadro generale fatto di pericolose provocazioni militari nei confronti della Russia, con le quali la NATO intende precisamente suscitare la reazione di Mosca, sia per legittimare il costante dispiegamento di uomini e armamenti lungo il proprio fianco orientale sia, nel medio o lungo periodo, per giustificare una possibile aggressione militare dagli esiti difficilmente calcolabili.

Sempre il Guardian, nello stesso articolo dedicato all’esercitazione NATO, ha dimostrato come i partecipanti siano consapevoli della natura provocatoria delle operazioni. “Esperti” in materia di difesa citati dal quotidiano britannico hanno avvertito che una “qualsiasi incomprensione potrebbe generare una reazione offensiva da parte di Mosca”. Allo stesso modo, l’analista polacco Marcin Zaborowski, di un istituto di ricerca di Varsavia, ha definito il clima attorno all’esercitazione “teso” e nel quale non è da escludere il verificarsi di “incidenti”.

La mobilitazione militare in territorio polacco ha suscitato la prevedibile irritazione del governo russo. Fonti militari hanno fatto sapere che Mosca ha disposto l’invio di tre divisioni – ciascuna composta da 10 mila uomini – ai confini occidentali in risposta all’esercitazione dei paesi NATO.

Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha invece risposto alle dichiarazioni al limite dell’isteria soprattutto di vari governi dell’Europa orientale, affermando che “ogni politico serio e onesto è ben consapevole che la Russia non invaderà mai nessun membro della NATO”. Per questa ragione, ha proseguito il capo della diplomazia russa, “non esistono minacce in questa parte del mondo che giustifichino un’escalation” militare.

Quasi ogni giorno, i governi NATO mettono in guardia dal pericolo esistenziale rappresentato dalla Russia e da una rinnovata aggressività che caratterizzerebbe le decisioni del Cremlino. In quest’ottica, i paesi dell’ex Patto di Varsavia rischierebbero, letteralmente da un momento all’altro, di vedere i carri armati russi attraversare le loro frontiere.

Questo tentativo di ribaltamento della realtà, amplificato dalla stampa ufficiale, trae spunto dalla crisi in Ucraina, provocata, secondo l’interpretazione “mainstream”, dall’intrusione di Mosca nelle vicende interne di questo paese e culminata con l’annessione della Crimea, con buona pace di quanti continuano a considerare le vicende del 2014 come un colpo di stato guidato da forze apertamente fasciste sotto la direzione di Washington e Berlino.

Le manovre della NATO in Europa orientale sono quindi di natura interamente offensiva e l’Operazione Anaconda è solo la più recente, e non certo l’ultima, delle iniziative intraprese negli ultimi due anni. Solo qualche settimana fa, l’Alleanza aveva annunciato l’attivazione di un nuovo sistema anti-missilistico in Romania, giustificato (assurdamente) con la necessità di neutralizzare eventuali missili provenienti dall’Iran, ma in realtà rivolto contro la Russia.

Sempre lunedì, poi, 5 mila truppe NATO hanno inaugurato un’altra esercitazione militare, in questo caso in Lituania, paese, assieme agli altri due del Baltico, tra i più ostinatamente anti-russi del continente europeo.

Una nuova accelerazione in questo senso è prevista durante il summit NATO in programma l’8 e il 9 di luglio proprio a Varsavia. Qui dovrebbero essere ratificate le decisioni di schierare in maniera stabile quattro battaglioni in altrettanti paesi dell’Europa orientale (Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania), di istituire nuovi centri di comando sempre ai confini con la Russia e di rafforzare i legami militari con paesi come Georgia e Ucraina, se non addirittura di spianare la strada al loro ingresso nell’Alleanza.

L’esercitazione in corso in Polonia serve anche al governo populista di destra di questo paese per alimentare la feroce retorica anti-russa che l’ha contraddistinto fin dal suo insediamento nell’autunno scorso. Il gabinetto guidato dal Partito Diritto e Giustizia (PiS) della premier, Beata Szydlo, e dell’ex primo ministro, Jaroslaw Kaczynski, vede con sospetto sia l’Unione Europea sia la Germania, mentre ambisce alla costruzione di legami più stretti con NATO e Stati Uniti, a cui intende legare la sicurezza del paese.

A dare un’idea dell’attitudine nei confronti di Mosca del governo di Varsavia era stato un paio di mesi fa il ministro degli Esteri polacco, Witold Waszcykowski, il quale durante una visita in Slovacchia aveva definito la Russia una “minaccia esistenziale” ben più grave del terrorismo e dello Stato Islamico (ISIS).

L’Operazione “Anaconda” segna infine l’impiego per la prima volta da parte polacca della forza paramilitare “territoriale” istituita dal governo e composta da circa 35 mila uomini, in larga misura reclutati in ambienti di estrema destra. La creazione di questa milizia si colloca in una fase segnata da tensioni tra gli ambienti militari e l’esecutivo dopo che quest’ultimo ha liquidato o costretto alle dimissioni un quarto dei generali polacchi.

All’esercitazione appena inaugurata dovrebbero partecipare due brigate di volontari a fianco dell’esercito regolare, ma la loro presenza sta suscitando non pochi malumori e preoccupazioni tra i vertici delle forze armate.

Il malcontento registrato tra i militari a Varsavia non è peraltro un fattore isolato, visto che gli orientamenti strategici del governo del PiS sono visti con sospetto da almeno una parte della classe dirigente polacca. Ugualmente, dietro all’ostentazione di unità delle forze armate degli oltre venti paesi impegnati nell’esercitazione in Polonia si nascondono divisioni significative sul corso delle relazioni da tenere nei confronti della Russia.

Molti governi europei, infatti, pur allineandosi formalmente alla linea dura dettata da Washington, continuano ad auspicare un abbassamento dei toni e il sostanziale ritorno alla normalità, così da non danneggiare ulteriormente gli interessi economici ed energetici che li legano a Mosca.

Fonte

06/06/2016

Di nuovo manovre Nato a est

A credere che le esercitazioni militari servano davvero a preparare i soldati, verrebbe da dire che il personale in uniforme soffra di un Qi abbastanza scarso: la ripetitiva continuità, praticamente senza interruzioni durante tutto l’anno, delle manovre Nato in Europa orientale lascia pochi dubbi. Con ogni evidenza lo scopo delle esercitazioni è un altro e non è rivolto ai contingenti dell’Alleanza atlantica, bensì a qualcuno più est. Come osserva sarcasticamente il giornalista russo Vitalij Tretjakov, a giudicare dal nome affibbiato alle manovre Nato iniziate oggi in Polonia, “Anaconda”, viene da pensare che l’obiettivo reale sia proprio quello di soffocare l’avversario; un avversario ben preciso. A un mese dall’apertura del vertice di Varsavia, 31mila uomini – 12mila polacchi, 10mila USA, mille britannici, ecc. – di 24 paesi Nato cominciano oggi le più massicce manovre della storia polacca. Estese a quasi tutti i poligoni del paese, le esercitazioni prevedono l’impiego di 3mila mezzi, un centinaio tra aerei ed elicotteri e 12 navi. Parallelamente ad “Anaconda”, sono in programma le manovre “Saber Strike”, che interessano Germania, Polonia, Paesi baltici, Romania e Bulgaria; le “Swift Response” prevedono invece l’arrivo di truppe USA aviotrasportate dal North Carolina in Polonia e la loro incursione anche nei paesi vicini, mentre con le esercitazioni navali “Baltops”, la fanteria di marina sbarcherà sulle coste polacche. Naturalmente, al Ministero della difesa polacco assicurano che “Queste esercitazioni rivestono carattere difensivo e costituiscono una risposta alle minacce del mondo moderno”.

Più a sud, invece, è atteso per oggi l’ingresso nel mar Nero del cacciatorpediniere lanciamissili “Porter”, che deve “effettuare operazioni di routine, per garantire la pace e la stabilità”, hanno detto al comando della VI flotta USA a Napoli. Il “Porter” toccherà le coste ucraine e georgiane e parteciperà alle manovre “Atlantic Resolve”. Appena tre giorni fa, dopo le informazioni secondo cui la Nato si appresterebbe a rafforzare la propria presenza nel mar Nero, anche con la creazione di una specifica flottiglia rumena, sotto comando Nato, il rappresentante di Mosca presso l’Alleanza atlantica, Aleksandr Gruško, aveva dichiarato che il Cremlino non permetterà alla Nato di allungare le mani su quel bacino. Dunque già da oggi, scrive Pravda.ru, la flotta russa del mar Nero, unitamente ai sistemi missilistici costieri autotrasportati “Bastion” e “Bal” (rispettivamente SSC-5 “Stooge” e SSC-6 “Sennight”, secondo la codifica Nato) e all’aviazione, tiene “sotto mira” il caccia USA, come è stato anche in precedenti occasioni. Basti ricordare gli episodi coi caccia lanciamissili “Ross” e “Jason Dunham” nel maggio 2015, o i voli radenti dei Su-24 russi sul caccia “Donald Cook” nel maggio scorso: “Agiscono così tutti i paesi; è un normale “accompagnamento” delle navi da guerra, soprattutto nelle situazioni di tensione politico-militare”, hanno detto i comandi russi e hanno aggiunto che “il principio di libertà di navigazione di un cacciatorpediniere USA, non esclude il principio della libertà di volo degli aerei russi”.

E, oltre che in mare, sulla terraferma, nell’ambito della ridislocazione tattica “Dragoon Ride”, prevista dalle manovre “Saber Strike”, una colonna di circa 400 tra blindati, obici semoventi e altri mezzi del 2° battaglione cavalleggeri USA è entrata ieri in Estonia dalla Lituania. Non è passato molto tempo da quando il Comandante delle forze armate estoni, generale Riho Terras, aveva dichiarato che i Paesi baltici necessitano dei complessi missilistici USA “Patriot” per respingere possibili attacchi russi.

In generale, pur se con specifico riferimento alle esercitazioni “Baltops”, che andranno avanti fino al 19 giugno nel mar Baltico, con la partecipazione di 50 navi da 18 paesi, il vice Ammiraglio USA James Foggo, comandante della VI flotta, ha detto che la Nato ha “diritto di condurre manovre in qualsiasi area dell’Alleanza”. E l’ex ambasciatore USA a Mosca Michael McFaul, in un’intervista al quotidiano estone Postimees, ha detto che “gli Stati Uniti devono, in conformità alle esigenze, domare la Russia e darle una risposta concreta”, dato che, secondo lui, sono le azioni russe a costringere la Nato a “rispondere alla minaccia che viene da Mosca”.

A fronte di ciò, il vice presidente della Commissione difesa del Senato russo, Frants Klintsevič, ha dichiarato che la Nato, nelle vecchie basi sovietiche o del Patto di Varsavia in Europa orientale, in cui il numero di militari presenti è aumentato di circa 20 volte, sta attrezzando le piazzeforti per un “colpo globale” contro la Russia.

Complessivamente, oltre al dislocamento di ulteriori 4 reggimenti Nato in Polonia e nei Paesi baltici e all’arrivo di caccia F-22 in vari paesi dell’Europa orientale, i più recenti ampliamenti Nato riguardano il dispiegamento dei dispositivi “Aegis”, con i sistemi antimissile SM-3, in Polonia e Romania; i sistemi radar disseminati dai Paesi baltici alla Turchia; le centinaia di carri, obici semoventi e blindati atti a equipaggiare un reggimento per ognuna delle basi in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Germania; l’aumento, nel solo 2015, dei contingenti Nato nei Paesi baltici, Polonia e Romania, pari a 8 volte per l’aviazione e a 13 volte per le truppe. In Belgio, Italia, Paesi Bassi, Germania e Turchia si contano inoltre circa 200 bombe nucleari USA, con F-15, F-16 e Eurofighter Typhoon in grado di portarle; oltre 300 aerei Nato, armati di ordigni nucleari, stazionano in permanenza in Lituania, Estonia e Norvegia.

Anche se Klintsevič si è detto convinto della non pericolosità, per Mosca, di tali dispiegamenti, ad ogni buon conto il Ministro della difesa russo, Sergej Šojgù, già a inizio anno aveva annunciato l’avvio di “adeguate misure tecnico-militari, con l’obiettivo di contrastare l’accrescimento delle forze Nato nelle immediate vicinanze dei confini russi”. E, in risposta ai ripetuti incrementi di uomini e mezzi Nato, aveva comunicato per fine anno la formazione di tre nuove divisioni, ognuna forte di circa 10.000 uomini, da contrapporre alla Nato: due nella regione militare occidentale (tra le ipotesi: Smolensk, Voronež, oppure le regioni di Leningrad e di Kaliningrad, vicinissime a Polonia e Paesi baltici che, più di tutti, chiedono la presenza sul proprio territorio di basi USA e Nato) e una in quella meridionale (Rostov sul Don). Intanto, è già in formazione un’intera armata corazzata ed entro il 2016 saranno posti in stato di guardia “pronti al combattimento” altri sei reggimenti missilistici strategici “Jars”. In questo quadro, tre giorni fa Komsomolskaja Pravda scriveva del dislocamento di alcune brigate motorizzate lungo le frontiere occidentali della Russia: una delle prime zone di concentramento è Klintsi, appena 120 km dalla bielorussa Gomel e 85 km dall’ucraina Semenovka.

Se la Nato si allarga sempre più a est, la Russia rafforza le proprie difese alle frontiere occidentali. Contro la minaccia di guerra portata dalla “pacifica Alleanza atlantica”, possono i popoli far sentire la propria voce?

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05/06/2016

NATO: “dialogo con Mosca; da posizioni di forza”

In contemporanea con le manovre Nato “Saber Strike-16” in Lettonia, Estonia e Lituania, iniziate lo scorso 27 maggio e che proseguiranno fino al 22 giugno, sono cominciate ieri a Tallin le manovre Nato “Baltops-2016”, che andranno avanti fino al 19 giugno, con la partecipazione di oltre seimila uomini di 15 paesi Nato, oltre Svezia e Finlandia e si estenderanno al mar Baltico e ai territori di Estonia, Polonia, Germania, Svezia e Finlandia. Vi partecipa anche la nave ammiraglia della VI flotta USA “Mount Whitney” che, come rileva il canale tvzvezda.ru, fu il primo vascello occidentale ad avvicinarsi alle coste georgiane durante l’attacco di Tbilisi all’Ossetia meridionale nel 2008 e che cinque anni fa prese parte alle operazioni contro la Libia. Ai due bombardieri USA B-52 inizialmente previsti per le esercitazioni, se ne sarebbe intanto aggiunto un terzo.

Il fianco orientale dell’Alleanza atlantica è quello che negli ultimi anni ha visto la maggiore espansione e il maggior incremento di uomini e mezzi, soprattutto nell’area settentrionale del fianco est, per l’appunto, Paesi baltici e Polonia. Da quest’ultimo paese giunge la notizia dell’apertura, prevista per il prossimo ottobre, dei Centri di comando delle prime brigate di una cosiddetta difesa territoriale, una forza di circa 35mila “volontari militarizzati”, volta al “contenimento delle minacce esterne” e posta al comando dell’esercito regolare che, a sua volta, passerà dagli attuali 95mila a 150mila uomini. Secondo le notizie diffuse ieri dal giornale Reç Pospolita, brigate e battaglioni di tale forza saranno dislocati a partire dai centri di Białystok, Lublino, Rzeszów, ubicati proprio nella parte orientale della Polonia, anche se non confinanti con la Russia, bensì con Bielorussia e Ucraina. L’unico settore di frontiera polacca a diretto contatto con la Russia è quello nordorientale, al confine con l’enclave di Kaliningrad; qui, contro le “minacce esterne” che potrebbero venire dalla Russia e approssimandosi la data del vertice Nato di luglio a Varsavia, vengono rinforzati i controlli delle guardie di frontiera polacche su tutti i mezzi in transito, così che, secondo le ultime informazioni, si starebbero formando lunghe code di veicoli, in ingresso e in uscita dalla Polonia.

In generale, dopo l’annuncio Nato sul dispiegamento in Polonia e nei Paesi baltici di ulteriori quattro battaglioni in assetto di guerra, il rappresentante russo presso l’Alleanza atlantica, Aleksandr Grushko ha detto che ciò provocherà un’adeguata risposta politica e militare da parte di Mosca. Di tutt’altro parere il vice segretario generale Nato, Aleksander Werbshow che, intervenendo ieri al “The Wrocław Global Forum” a Breslavia, ha dichiarato invece che il rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza atlantica non viola gli accordi con la Russia e ha detto che il prossimo vertice di Varsavia confermerà l’intenzione Nato di “proseguire il dialogo con Mosca; un dialogo da posizioni di forza”. A Werbshow, che ha definito di “carattere difensivo” il programmato dispiegamento di forze multinazionali a rotazione in Polonia, Paesi baltici e mar Nero, ha fatto eco il Ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski che, allo stesso forum di Breslavia, ha parlato di un “ritorno della Russia alla mentalità della guerra fredda. Sul fianco orientale dell’Europa”, ha dichiarato Waszczykowski “abbiamo a che fare con la Russia, con il suo atteggiamento aggressivo, un paese che mina la sovranità degli Stati, rappresenta una minaccia per tutto l’Occidente, dal momento che non solo sfida l’integrità territoriale, ma mina anche l’unità politica della comunità transatlantica”. Proprio come quell’aggressore che non faceva altro che tirare nasate sui pugni degli altri.

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23/05/2016

Da Varsavia la Nato rilancia l’espansione a est

“L’amore per la Nato” diventerà una delle materie di educazione civica nelle scuole polacche: succede anche questo nel paese che si prepara a ospitare il prossimo vertice dell’Alleanza atlantica, l’8 e 9 luglio, a Varsavia. Ogni vertice è accompagnato dall’assicurazione degli intenti pacifici dell’Alleanza, che si concretizzano, in generale, nell’apertura di nuove basi militari e nell’aumento di uomini e mezzi bellici in giro per il mondo e si manifestano, in particolare, in qualche obiettivo altrettanto pacifico da realizzare immediatamente. Così, al vertice del settembre 2014 in Galles, l’obiettivo prioritario che si erano dati i leader dei 28 paesi membri della Nato era stato l’aumento della spesa militare nei bilanci nazionali e il rafforzamento del fianco orientale dell’Alleanza. A Varsavia si deciderà, nel quadro del rafforzamento del fianco orientale, il consolidamento della presenza militare nei Paesi baltici e in Polonia.

In questo senso, il Segretario generale Jens Stoltenberg ha definito il vertice di Varsavia come “di svolta”. Il consolidamento della presenza a est – Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria – cui hanno già assicurato la partecipazione “nelle prime file alcuni alleati quali USA, Gran Bretagna e Germania”, costituirà un chiaro segnale lanciato a Mosca “che l’attacco a un paese verrà considerato come un attacco a tutta la Nato”. Secondo le previsioni, la Nato non manterrà formazioni militari permanenti nei paesi dell’Europa orientale, ma agirà con il rapido dispiegamento delle forze da un punto all’altro, “in base alle necessità”, a partire dai centri di comando già realizzati nei vari paesi, dislocando un battaglione in ognuno di essi, a rotazione. In questo quadro, secondo Evropejskaja Pravda.ua, l’Ucraina agirà da piazzaforte avanzata di contenimento della “aggressività russa”, con l’appoggio Nato, pur continuando, per ora, a rimanere formalmente fuori dell’Alleanza, che invece verrà presto ancor più allargata con l’ingresso di Montenegro, Macedonia, Bosnia Erzegovina e Georgia.

Dunque, i leader polacchi si sono prontamente attrezzati affinché, quantomeno nel loro paese, il vertice di luglio diventi davvero “di svolta”, con un mutamento “totalitariamente democratico” che abbracci ogni aspetto della vita sociale. Così, ai bambini e ai ragazzi, ancora “malleabili”, si insegna la devozione verso la Sacra istituzione che si occupa di “garantire l’indipendenza” alla cristianissima Polonia; ai più grandi, di contro, si garantisce letto e bugliolo dietro le sbarre, nel caso osino frasi blasfeme all’indirizzo della santa trinità: Nato, USA e UE. I giovani studenti saranno quindi invitati a comporre temi sul ruolo rilevante della Nato nel mondo e nel loro paese; gli insegnanti convinceranno i ragazzi che, senza la dipendenza da questa pacifica organizzazione militare, non è possibile l’indipendenza della Polonia: ovviamente dal grande vicino orientale, la cui politica l’apostolo Stoltenberg non si stanca di definire “aggressiva” e contro la quale, a luglio, verranno adottate “decisioni chiave su come reagire alla nuova situazione nella sfera della sicurezza”.

La fede nei supremi valori atlantici è stata benedetta, lo scorso 18 maggio, anche dall’arresto con l’accusa di “spionaggio a favore di un paese straniero”, del leader del movimento “Zmiana” e direttore del Centro di analisi geopolitica Mateusz Piskorski. Ex membro della coalizione di destra al governo, legato a raggruppamenti di estrema destra russi, Piskorski di quando in quando ama farsi riprendere alle fiaccolate della Falange fascista polacca, bruciando bandiere USA e Nato. Che un governo di destra metta in galera, una volta, un proprio ex camerata, rientra nella “dialettica politica”. D’altronde, i leader di un paese democratico legato a doppio filo alla democratica Alleanza atlantica, devono pur dimostrare la propria “democratica imparzialità”: se si arrestano gruppi interi di militanti comunisti, con l’accusa di propagandare “idee antidemocratiche”, bisogna anche fermare per tre mesi (giusto il tempo di lasciarsi alle spalle il vertice di luglio) uno che chiede l’uscita dalla Nato (alla maniera di Salvini), riconosce la Crimea russa, dice di stare dalla parte del Donbass e che, se non fosse stato arrestato, il giorno successivo si apprestava a partire per Mosca. Varsavia deve pur dimostrare l’unanimità di consensi attorno alla scelta atlantica di difesa dalla “aggressione russa”. Su tale sfondo, più che naturale che le difese di Piskorski siano state prese dai camerati tedeschi del mensile “Zuerst!”, il cui direttore, Manuel Ochsenreiter, ha legato l’arresto di Piskorski alle sue posizioni di “forte opposizione al confronto della Nato con la Russia” e al prossimo vertice di Varsavia.

Nulla dunque a che vedere con i giornalisti assassinati in Ucraina, con le centinaia messi in galera e con le migliaia, tra cui moltissimi stranieri, di cui il sito “Mirotvorets” ha pubblicato nomi, dati anagrafici e indirizzi, quale chiaro segnale a tutti quei gruppi neonazisti che abbiano voglia di impartire loro una lezione di “democraticità europeista”. In attesa del lavoro più “efficace” degli squadristi di Pravyj Sektor, della lista di giornalisti compilata da “Mirotvorets” – la home page recita che il sito pubblica informazioni “sui terroristi filorussi, separatisti, mercenari, criminali di guerra e assassini”, quali sono reputati tutti coloro che appoggiano le milizie del Donbass – “si sta occupando ora il Consiglio di sicurezza ucraino, che non esclude provvedimenti penali nei loro confronti, in ragione della loro attività di informazione dal Donbass. “Coloro che si mascherano dietro l’accredito giornalistico”, hanno detto al Consiglio di sicurezza “ma agiscono nell’interesse dello stato vicino, infrangono la legge, spiano il nostro stato: quando verrà il momento verranno chiamati a rispondere”. E’ il caso di ricordare che, dopo la pubblicazione dei loro dati su “Mirotvorets”, lo scorso anno, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, erano stati assassinati il giornalista Oles Buzinà e l’ex deputato del Partito delle Regioni Oleg Kalašnikov.

Intanto, il Comitato russo per i diritti umani ha trasmesso a Malcolm Evans, capo della delegazione del sottocomitato Onu per la prevenzione della tortura che in questi giorni visita le carceri ucraine, un primo elenco – una lista completa verrà pubblicata in un secondo tempo – di detenuti politici, giornalisti e non, in Ucraina; l’elenco conterrebbe 52 nomi, due dei quali di cittadini russi. Si tratta di una lista di persone che necessitano di aiuto urgente, detenute cioè in condizioni giudicate inammissibili. Chissà se oggi, a Istanbul, il presidente Poroshenko e il suo compare Erdogan si scambieranno anche indicazioni utili al trattamento più “adeguato” da riservare ai detenuti politici.

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18/05/2016

Nato sempre più a est: entra il Montenegro, la Polonia rilancia

Tra una ricognizione di aerei spia statunitensi RC-135 sul mar di Barents e un volo di “Typhoon” britannici nei cieli dell’Estonia, alla ricerca di velivoli da ricognizione elettronica russi, la Nato continua la sua espansione a est. Per alcuni si tratta di un “punto di vista”. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ovviamente, assicura il mondo intero che “stati indipendenti hanno bussato alla porta chiedendo di divenire membri dell’organizzazione. In nessun modo la Nato si espande a est – è l’est che vuole unirsi alla Nato e/o entrare nell’Unione Europea”.

Di fatto, è attesa per domani la dichiarazione ufficiale da parte dei Ministri degli esteri dell’Alleanza atlantica sulla firma del protocollo d’ingresso del Montenegro nella Nato. Nel corso della riunione ministeriale a Bruxelles, è previsto un incontro separato del Consiglio Atlantico col Ministro degli esteri del Montenegro, durante il quale verrà firmato il relativo documento; la ratifica di questo, poi, da parte di tutti paesi della Nato e del Montenegro stesso, certificherà l’adesione effettiva del paese balcanico all’organizzazione “pacifica e difensiva”.

Appena due mesi fa il primo ministro montenegrino, Milo Džukanovič, aveva dichiarato che il suo paese sarebbe divenuto membro effettivo della Nato entro la metà del 2017. Già alle prime notizie di un “invito” dell’Alleanza atlantica al governo di Podgorica, lo scorso autunno, si erano avute manifestazioni e proteste di larghi settori della popolazione, con la richiesta di dimissioni di Džukanovič. Ciononostante, a febbraio si erano svolti i primi colloqui “tecnici”, a livello di ambasciatori, sull’adesione e il premier aveva annunciato l’avvio della procedura che dovrebbe portare domani alla firma a Bruxelles. Come da copione, al Quartier generale belga si giura sul fatto che l’ingresso del Montenegro nella Nato “garantirà il rafforzamento della sicurezza e delle capacità difensive” del paese e, secondo la classica sceneggiatura, Džukanovič continua a dichiarare che l’adesione a tutti gli effetti (la partecipazione di fatto è in corso da tempo) del Montenegro alla Nato non è diretta contro gli interessi russi. A marzo, egli aveva definito non inaspettata la reazione russa: “Ci attendevamo che la Russia avrebbe espresso insoddisfazione per l’intenzione del Montenegro di entrare nella Nato. Ma sarò estremamente sincero: tale livello di risentimento ci ha oltremodo sorpreso”. Mosca ha però sempre dichiarato di non voler esercitare alcuna pressione su Podgorica, pur invitando il governo montenegrino a indire un referendum sull’adesione alla Nato, visto l’atteggiamento fortemente negativo di gran parte della popolazione che, evidentemente, ha un proprio “punto di vista” diverso sulla questione.

Ma intanto, un “punto di osservazione”, per così dire, privilegiato su “l’est che vuole unirsi alla Nato”, sta diventando la Polonia dove, a poco più di un mese dall’inizio del vertice Nato a Varsavia, si sta concentrando un tale spiegamento di forze quale, come nota RIA Novosti, “il paese non aveva più visto dai tempi della Seconda guerra mondiale”. Per le “Brilliant Jump 2016”, la prima esercitazione in grande stile delle cosiddette “forze di pronto intervento” della Nato, 400 mezzi blindati e corazzati sono sbarcati nel porto di Stettino, mentre 1.500 uomini sono atterrati all’aeroporto di Breslavia, sullo sfondo dei francesismi – “bestia” contro “canaglia” – di cui si sono reciprocamente ossequiati l’ex Ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski e l’attuale Ministro della difesa, Antoni Macierewicz, circa una presunta “sottovalutazione dell’aggressività russa” da parte del precedente governo di Varsavia. “Quando tutto ci additava l’avvicinarsi di un grosso conflitto e un’enorme minaccia per il nostro paese, il Ministro degli esteri affermava che la Russia può divenire membro della Nato”, ha dichiarato Macierewicz, interpretando a modo suo le parole pronunciate nel 2009 da Sikorski, secondo cui “la Russia è necessaria per la soluzione dei problemi europei e globali e perciò ritengo che debba essere ammessa nella Nato”.

L’odierno spiegamento di forze a Stettino e Breslavia pare indicare la netta prevalenza del “punto di vista” dell’attuale governo che, anzi, sarebbe orientato a richiedere alla Nato una presenza così massiccia non solo in occasione delle manovre, ma permanente, secondo il piano “di reazione rapida necessario a prestare aiuto alla Polonia e ai paesi baltici”. E se il suo vice, Tomasz Szatkowski, si limita a dire che “dobbiamo parlare con la Russia da una posizione di forza”, Macierewicz non si fa scrupolo di surclassare il “punto di vista” di Stoltenberg tuonando che la Nato “condivide il punto di vista di Varsavia sull’allargamento della Nato a est”,  sostenendo in larga parte “le attese polacche per una presenza permanente dell’Alleanza sul fianco orientale dell’organizzazione” e che una decisione in merito verrà adottata al vertice di luglio.

Questione di “punti di vista”, dunque; i fatti possono essere interpretati a piacimento.

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17/04/2016

Ai media piace la “guerra fredda”

La Russia di Putin non somiglia neanche lontanamente all’Unione Sovietica delle origini, ma per i media – italiani in particolare – non fa differenza. L’importanza è che ci sia un nemico. Poi tutto viene da solo, o quasi.

Prendiamo questa notizia per come l’ha riportata l’Ansa, agenzia di stampa centrale nel sistema informativo italiano, perché quel che scrive e le parole che usa sono quasi sempre – per tutti i giornali – il “precotto” da utilizzare per stendere un pezzo. In altri termini, l’Ansa “imprinta” i media italiani senza che questi nemmeno ci riflettano sopra.

Esempio di oggi:
Jet russo troppo vicino ad aereo Usa

WASHINGTON – Un aereo di ricognizione della Air Force americana è stato avvicinato “in maniera pericolosa e non professionale” da un jet russo mentre sorvolava il mar Baltico, stando al comando Usa in Europa, riferisce la Cnn. L’episodio ha avuto luogo lo scorso giovedì con una manovra giudicata “aggressiva” che ha visto il jet, un SU-27, avvicinarsi fino a 50 piedi di distanza dal velivolo americano.
La scena è semplice, lineare nella sua ripetitività. Un aereo Usa si ritrova vicino un “collega” russo. Un normale giornalista dovrebbe porsi le classiche cinque domande: chi, cosa, dove, quando, perché. Stabilito senza problema che il “chi” è coperto da due soggetti (un aereo Usa e uno russo), il “quando” è scritto dalla velina dell’Us Air Force, il “cosa” è la compresenza dei due soggetti nella stessa area, il “perché” è praticamente uguale al “cosa”, resterebbe da chiedersi: ma dove è avvenuto questo incontro ravvicinato del solito tipo?

Il normale giornalista prederebbe a quel punto il mappamondo o google maps e scoprirebbe che il mar Baltico è uno specchi d’acqua che bagna Svezia, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, parte della Germania, Finlandia e infine Russia (c’è San Pietroburgo, non un paesino di contadini…).

Gli Stati Uniti, in questo mare e con i loro aerei, neanche ci dovrebbero passare. A meno di non voler provocare i russi o “difendere” i propri alleati nell’area. In entrambi i casi, per il normale giornalista, si potrebbe dare la notizia in modo neutro (“un aereo russo e uno americano si incrociano sul mar Baltico”), in modo preoccupato o in cento altre maniere (gli Esercizi di stile di Raymond Queneau dovrebbero far parte della biblioteca minima di un qualsiasi gazzettiere).

Se scegli di scrivere “jet russo troppo vicino ad aereo Usa” stai in realtà dicendo: quel jet russo stava dove non doveva stare e questo dimostra che i russi sono aggressivi.

Un vero peccato per l’anonimo gazzettiere che imprinta l’informazione italica, che quel jet russo fosse a casa propria, e che l’intruso fosse – come nella guerra fredda – “il nostro”.

L’informazione di guerra funziona così, e non soltanto per i jet russi. Basta guardare come vengono descritti gli “scontri” in cui la polizia carica e manganella a freddo...

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22/03/2016

La Nato e la “minaccia russa” ai paesi baltici

In Lettonia credono di vedere vascelli militari russi vicini alle coste, scriveva ieri Pravda.ru, con riferimento a quanto dichiarato domenica scorsa dal portavoce delle Forze armate nazionali di Riga. Il naviglio in questione sarebbe stato costituito da due fregate della classe “Krivak” che, a detta dei lettoni, avrebbero incrociato “nella zona economica esclusiva lettone, alla distanza di 8,5 miglia marine dalle acque territoriali” del paese. La Tass cita ancora la fonte delle Forze armate lettoni, secondo cui, alla vigilia, le stesse avrebbero individuato anche un velivolo militare russo Il-20, in volo sopra acque neutrali del mar Baltico e vicino ai confini marittimi lettoni. Secondo il Ministero della difesa di Riga, lo scorso anno navi e aerei militari russi si sarebbero avvicinati alle coste lettoni più di 270 volte e oltre 250 volte nel 2014.

L’ambasciatore russo in Lettonia, Aleksandr Vešnjakov, prosegue la Tass, ha più volte dichiarato che “aerei e vascelli russi si muovono seguendo minuziosamente le norme internazionali”. Pravda.ru ricorda come i comandi militari di Estonia, Lituania e Lettonia si siano rivolte ai comandi Nato affinché vengano inviati nell’area soldati britannici, con l’aiuto dei quali si possa “tenere a freno il presidente Putin dall’iniziare un attacco”. Ciò dimostra, commenta Pravda.ru, non tanto il timore paranoico dei generali baltici di fronte alle forze russe, quanto la loro brama di dimostrare, una volta di più, la propria posizione antirussa.

Per ogni evenienza, le forze armate estoni hanno ricevuto domenica scorsa dagli USA una partita di missili controcarro FGM-148 “Javelin” da utilizzo individuale. Secondo Interfax, la quantità di armi giunta in Estonia, sufficiente a distruggere fino a una brigata carri nemica, ha un valore di 33 milioni di $, finanziati coi fondi USA per il “sostegno alle misure di dissuasione in Europa”. Il sistema Javelin, che andrà gradualmente a sostituire quello Milan, attualmente in servizio in Estonia, consente all’operatore di eclissarsi immediatamente dopo aver sparato la salva.

E perché la “minaccia russa” venga completamente scongiurata, l’ex ambasciatore yankee in Russia, Michael McFaul, distintosi a suo tempo a Mosca se non altro per i suoi ricevimenti a pro dell’opposizione liberale, teorizza ora l’annessione alla Germania di Kaliningrad, l’enclave russa sul mar Baltico stretta tra Polonia e Lituania, a una cinquantina di km dalla base lituana di Klaipėda, dove si stanno svolgendo le manovre della forza di reazione rapida “Colpo di saetta 2016”. La bizzarra idea di McFaul ha preso spunto dalla polemica in rete sull’appartenenza storica della Crimea alla Russia, del Texas al Messico, di varie città polacche alla Germania, dell’Alaska alla Russia, dell’antica Könisberg alla Prussia orientale. Nel 1945, con la conferenza di Potsdam, la Prussia cessò di esistere: un terzo del suo territorio, con Könisberg, andò all’Unione Sovietica e il resto alla Polonia.

Che assonanza di vedute con l’idea ucraina di una Crimea ancora debitrice delle gesta di zuavi napoleonici e bersaglieri piemontesi!

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09/03/2016

Nato-Russia: chi minaccia chi

Da tempo si scrive che le manovre militari Nato o anche quelle bilaterali condotte congiuntamente da forze USA e di questo o quel paese est europeo, a ridosso dei confini russi, non hanno praticamente soluzione di continuità. A una esercitazione ne segue immediatamente un'altra, quando addirittura non si sovrappongono o si intersecano con la presenza permanente di reparti dei paesi dell'Alleanza che, a rotazione o unitamente, sorvegliano “la minaccia” russa. Ciononostante, l'annuncio dell'avvio di una nuova esercitazione, soprattutto sullo sfondo delle tensioni e dei pericoli incombenti in varie aree del mondo, suscita sempre non poca preoccupazione.

E così, prima ancora che si concludano le manovre Nato “Risposta fredda”, nel bacino norvegese del mar Glaciale Artico, cui prendono parte anche tre bombardieri strategici USA B-52 “super fortezze volanti”, ecco che prendono il via a Klaipėda, sulla costa lituana, manovre su larga scala “Colpo di saetta 2016”. Dato che la Lituania, considerata dall'Alleanza atlantica una vera e propria zona cuscinetto, è dotata di una forza militare di reazione rapida da schierare contro eventuali “aggressioni” russe (con la presenza permanente di consiglieri Nato) le attuali esercitazioni sono condotte, almeno ufficialmente, da sole forze nazionali. Da oggi al prossimo 16 marzo le manovre vedranno azioni congiunte di forze armate, reparti del Ministero degli interni e della Difesa civile.

E quelle lituane sono soltanto le ultime manovre in ordine di tempo. A quelle in corso nel nord della Norvegia (dovrebbero concludersi domani) prendono parte oltre 15.000 uomini, 1.000 mezzi da combattimento, tre B-52 USA e 10 unità navali e, secondo gli obiettivi dichiarati, prevedono l'esercitazione a un conflitto con un ipotetico nemico in condizioni di basse temperature. Il politologo Daniel Glazebrook ha dichiarato a RT: “è un fatto evidente che la Nato incrementi la propria presenza militare attorno alla Russia e cerchi di avvolgere il paese in un anello, minacciandolo con tali manovre. George Bush senior aveva assicurato che non ci sarebbe stato alcun allargamento della Nato a est; tuttavia, ogni paese est europeo che è entrato a far parte della UE, successivamente si è unito anche alla Nato. Di fatto, vediamo come la Nato espanda le proprie forze armate nella regione”.

Ma l'anello di cui parla Glazebrook continua a stringersi anche nelle aeree a sudovest delle frontiere russe e nelle immediate vicinanze delle coste siriane. Con il pretesto di “monitorare la situazione” dei flussi di migranti diretti verso i Balcani, come ha dichiarato ieri il segretario generale dell'Alleanza Jens Stoltenberg nel corso dell'incontro col premier turco Ahmet Davutoğlu, una squadra navale Nato composta da tre fregate e una nave appoggio, di stanza nel mar Egeo, è entrata ieri alle acque territoriali di Grecia e Turchia, insieme a vascelli francesi e britannici. Incrementato nel bacino del Mediterraneo sudorientale anche il transito di velivoli radar “Awacs”.

Continuando verso est, truppe USA si stanno preparando per manovre congiunte con la Georgia, programmate per il mese di maggio; una compagnia carristi verrà trasportata via mar Nero e una compagnia di paracadutisti sarà condotta via aria, per partecipare alle “esercitazioni di difesa nazionale” della Georgia “Noble Partner”, come ha dichiarato al settimanale Defence News il comandante delle forze di terra USA in Europa, Ben Hodges. A seguire, sempre in maggio, ci saranno manovre in Turchia e, in giugno, in Germania e Polonia. In autunno, poi, la Nato condurrà manovre in Romania e Bulgaria e, sempre a detta di Hodges, le forze di terra USA hanno in programma uno “sviluppo dei contatti con le forze armate di Albania, Montenegro, Serbia e Moldavia: il tutto, ovviamente, nel quadro della “iniziativa per assicurare la sicurezza europea”, in rapporto alle azioni della Russia. La Tass rileva come l'amministrazione Obama abbia chiesto al Congresso, per l'anno finanziario 2017, uno stanziamento di 3,4 miliardi di dollari (quattro volte di più dei fondi attuali) per le forze armate USA in Europa, dove al momento sono schierate, in modo permanente, due brigate di fanteria. Il nuovo stanziamento permetterà di attestare in Europa una ulteriore brigata corazzata, che andrà a rafforzare i 64.500 soldati yankee presenti.

Di fronte a tali preoccupazioni “difensive”, lo stesso Jens Stoltenberg, mentre ha espresso l'allarme della Nato per il rafforzamento della presenza russa nel Mediterraneo e in Siria, ha accusato Mosca del tentativo di disgregare l'Alleanza atlantica. L'agenzia Rusnovosti scriveva pochi giorni fa che, secondo il segretario generale Nato, la Russia sta cercando in ogni modo di intimorire i paesi vicini, per dividerli, ma la Nato risponde a tali mosse “rafforzando l'unità e adattando la politica militare ai nuovi concetti di sicurezza”. Il riferimento era agli ultimi passi dell'Alleanza atlantica per la propria espansione nei Balcani.

E se l'inglese Guardian scriveva dei piani di Mosca per “sostenere le forze estremistiche tedesche” e assestare “così un colpo ad Angela Merkel”, oggi Stoltenberg, incontrandosi col Ministro della difesa ucraino, Stepan Poltorak, secondo quanto riporta il sito web dell'Alleanza atlantica, ha ribadito “il forte sostegno della NATO per la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina, e ha sottolineato che la NATO continuerà ad aumentare l'assistenza politica e pratica all'Ucraina. Stoltenberg ha anche elogiato l'Ucraina per aver intrapreso la strada ambiziosa delle riforme globali, che includono il settore della difesa e della sicurezza”. E se a Kiev non fosse ancora chiaro chi sia a dirigere l'orchestra, Stoltenberg ha messo l'accento sulla fase politica contingente dell'Ucraina, con un esecutivo bloccato dai giochi “interni” su chi dovrà sostituire il premier Jatsenjuk. “Il Segretario generale”, continua il portale web Nato, “ha sottolineato che vi è una chiara necessità di decisioni rapide sulle riforme e per la loro attuazione efficace e completa. Stoltenberg ha incoraggiato l'Ucraina ad abbracciare pienamente i principi del controllo democratico civile sulle forze armate e ha sottolineato che i consulenti della NATO e alleati continueranno ad assistere l'Ucraina nell'attuazione del suo ambizioso obiettivo di adottare gli standard e le pratiche della NATO”. In effetti, negli ultimi giorni, si stanno sprecando le indicazioni “alleate” sul nome del nuovo primo ministro ucraino. Se appena ieri si era saputo dei contatti tra il Blocco Porošenko e l'ex premier polacco Leszek Balczerowicz, cui il presidente vorrebbe affidare la carica, anche perché ben visto in Occidente, oggi è stata la volta dell'ex ambasciatore USA a Kiev, Steven Pifer, che ha fatto il nome del Ministro delle finanze di Kiev, l'americano-ucraina ex funzionaria del Dipartimento di stato USA Natalja Jaresko.

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