Il 2 settembre, frammenti di un missile statunitense hanno squarciato il tetto di una celebrazione nuziale a Kuhestak, nella contea di Sirik, nel sud dell’Iran. Quattro persone hanno perso la vita, tra cui un bambino, e sessantotto sono rimaste ferite. Gli Stati Uniti hanno fatto del bombardamento di matrimoni una pratica abituale – in Afghanistan, Iraq, Yemen e ora in Iran.
Quando il vicepresidente statunitense J. D. Vance è statto interpellato riguardo ai caduti, ha scrollato le spalle: “Sono cose che capitano”. Questa frase dovrebbe essere registrata negli annali di questa guerra. L’imperialismo trasforma le catastrofi altrui in voce passiva.
L’attacco al matrimonio faceva parte di una nuova ondata di bombardamenti statunitensi lungo la costa meridionale dell’Iran e intorno allo Stretto di Hormuz. Washington ha dichiarato di aver colpito installazioni missilistiche e per la posa di mine. Teheran ha risposto con missili e droni contro installazioni statunitensi in Giordania, Bahrein, Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti.
Non si è trattato di un cessate il fuoco offuscato da violazioni occasionali, come insiste a definirlo gran parte della stampa del Nord Atlantico. Per sei mesi, il conflitto ha seguito un ciclo riconoscibile: gli Stati Uniti attaccano, l’Iran reagisce, c’è una pausa e una certa diplomazia indiretta, entrambe le parti si preparano di nuovo e, poi, Washington attacca ancora una volta. Una pausa tra i colpi non è pace.
L’amministrazione Trump continua ad affermare che la marina, le forze missilistiche e le infrastrutture militari dell’Iran sono state distrutte. Tuttavia, le prove delle ripetute rappresaglie iraniane smentiscono questa affermazione. È vero che i sistemi iraniani hanno subito danni a causa di bombardamenti feroci, ma essere danneggiati non significa essere disarmati.
Il 4 settembre, il portavoce dell’esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, ha dichiarato all’IRNA che i primi missili e droni iraniani erano stati lanciati entro quindici minuti dall’attacco statunitense. Ha affermato che l’esercito ha attaccato quattro basi statunitensi in tre paesi: due negli Emirati Arabi Uniti, la base aerea Sheikh Isa in Bahrein e una base in Kuwait.
In comunicati separati, l’Iran ha indicato di aver colpito sistemi di comunicazione satellitare, depositi di equipaggiamento e hangar per aerei presso la base aerea Ahmad al-Jaber in Kuwait, nonché truppe e sistemi radar ad Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti.
L’attivazione delle difese aeree e il riconoscimento di questi attacchi da parte dei governi regionali stabiliscono il fatto fondamentale: l’Iran conserva sia la capacità che la volontà di colpire le infrastrutture delle basi statunitensi.
Questo è l’evento più importante della guerra. Gli Stati Uniti hanno costruito il loro potere in Asia Occidentale sulla base di un’asimmetria. Potevano bombardare un paese da aerodromi protetti e centri di comando sparsi per tutta la regione, mentre il paese attaccato era incapace, o non intendeva, attaccare quelle basi.
L’Iraq lanciò missili Scud contro Israele nel 1991, ma non attaccò sistematicamente la vasta infrastruttura militare statunitense nel Golfo. Baghdad temeva che attaccare le basi statunitensi avrebbe provocato una distruzione ancora maggiore. In ogni caso, la distruzione maggiore arrivò. L’Iran ha imparato quella lezione.
L’Iran ha ora iniziato a invertire l’asimmetria. La costosa rete di basi progettata per proiettare il potere degli Stati Uniti si è trasformata in un insieme di obiettivi.
Al Udeid in Qatar, il quartier generale delle operazioni aeree statunitensi in tutta la regione; le installazioni della Quinta Flotta in Bahrein; le basi aeree e i centri logistici in Kuwait ed Emirati Arabi Uniti; Camp Titin in Giordania; e le installazioni in Iraq e Siria non possono più essere considerate una retroguardia sicura.
Una valutazione in lingua araba, pubblicata dopo gli ultimi attacchi, ha descritto accuratamente la situazione: le basi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti sono diventate posizioni di prima linea, mentre ondate combinate di droni esca, missili balistici e missili da crociera cercano di saturare le difese Patriot e THAAD per poi colpire i sistemi di comando, radar, comunicazioni e logistica.
Questa tecnica è rilevante perché un intercettore che costa milioni di dollari può essere attirato verso un drone che costa una frazione minuscola di quella somma.
La vulnerabilità è sia politica che militare. Tutte le installazioni statunitensi si trovano in territorio di un altro paese. I governi del Golfo devono chiedersi se la presenza militare di Washington sia uno scudo o un parafulmine. L’Iran non ha bisogno di distruggere tutte le basi, solo dimostrare che queste rappresentano un pericolo per gli Stati che le ospitano.
I governi del Golfo potrebbero quindi limitare l’uso del loro territorio per gli attacchi statunitensi, costringendo le operazioni degli USA a trasferirsi in installazioni remote come Diego Garcia, la base del Regno Unito a Cipro e le portaerei statunitensi (che a loro volta sono sempre più vulnerabili all’usura dovuta a schieramenti prolungati).
L’escalation dell’Iran
Inoltre, l’Iran non ha ancora spinto molto la sua escalation. Potrebbe aumentare il volume dei suoi lanci, ampliare i suoi obiettivi a centri logistici, porti, sistemi di sorveglianza e depositi di carburante, o incoraggiare le forze alleate in Iraq, Libano e Yemen ad entrare pienamente nel conflitto. Potrebbe ostacolare ulteriormente la navigazione nel Mar Rosso o chiudere lo Stretto di Hormuz.
Qualsiasi misura aggraverebbe la crisi economica provocata dalla guerra. Questo è qualcosa che Trump non desidera, dal momento che deve affrontare le elezioni di medio termine a novembre.
L’Iraq è un punto di svolta particolarmente importante. Rapporti in lingua araba descrivono la scadenza del 30 settembre fissata dal governo per porre tutte le armi sotto il controllo statale e il rifiuto di varie milizie di disarmarsi finché rimangono truppe statunitensi e turche nel paese.
Le richieste delle milizie non sono marginali: pongono la presenza militare statunitense come il perno centrale della disputa. Un tentativo di costringere questi gruppi a disarmarsi potrebbe provocare una crisi interna in Iraq. Se il governo di Baghdad non riuscirà a disarmarle, rimarranno decine di migliaia di combattenti, incluse unità con missili e droni, come un fronte latente contro le basi statunitensi.
Washington non può dare per scontato che la geografia del conflitto rimarrà dove desidera tracciare la linea del fronte.
Poi c’è il livello più alto: la questione nucleare. L’ultima cifra verificata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica indicava che l’Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, dato registrato prima che le ispezioni fossero interrotte dagli attacchi contro le installazioni iraniane. Nessuno al di fuori dell’Iran sa ora con certezza dove si trovi tutto quel materiale, in che stato si trovi o se l’arricchimento sia proseguito.
Teheran non ha dichiarato che intende fabbricare un’arma atomica. Tuttavia, in agosto, Ebrahim Rezaei, del Comitato per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano, ha sostenuto che il ritiro dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare sarebbe la migliore risposta alla guerra economica intensificata da Trump. Una proposta in tal senso è già circolata in Parlamento.
Questa incertezza è di per sé una forma di deterrenza. I pianificatori statunitensi che contemplano un primo attacco nucleare o di distruzione schiacciante non possono essere certi che l’Iran non disponga di un’arma di piccole dimensioni o della capacità di assemblarne una.
L’Iran potrebbe decidere di arricchire uranio oltre il 90%, testare un dispositivo e chiedere la fine degli attacchi, la strada intrapresa dalla Repubblica Popolare Democratica di Corea dopo aver osservato cosa è successo in Iraq e Libia. Questa decisione comporterebbe pericoli immensi e non è stata ancora presa. Ma la guerra di Washington sta rendendo immaginabile ciò che decenni di politica statunitense miravano a evitare.
Il vantaggio dell’Iran non risiede nel possedere una maggiore potenza di fuoco. Gli Stati Uniti conservano la capacità di infliggere una distruzione spaventosa. Il vantaggio dell’Iran risiede nella sua capacità di imporre costi, disperdere le sue forze, mantenere Washington nell’incertezza e sopportare i colpi senza cedere la sua sovranità.
L’esercito statunitense, dal canto suo, sta consumando intercettori e munizioni a lungo raggio mentre arma Israele e l’Ucraina, difende installazioni sparse lungo un arco enorme e affronta un elettorato che non vuole sacchi per cadaveri né un’altra guerra senza fine. L’Iran ha trasformato la lontananza geografica degli USA da un vantaggio in una vulnerabilità.
Questo non significa che l’Iran abbia vinto, né che l’escalation sia certa. Un impero ferito è eccezionalmente pericoloso. Trump desidera una resa iraniana da esibire prima delle elezioni di medio termine negli USA, ma la coercizione non l’ha ottenuta. La Casa Bianca conta sulla forza militare senza una strategia politica sequenziale: può colpire con maggiore intensità, ma ogni colpo apre nuove opzioni per l’Iran.
Teheran, al contrario, può avanzare passo dopo passo presentando ogni azione come una rappresaglia. L’Iran ha informato le Nazioni Unite che gli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi e che le sue operazioni sono atti reciproci di autodifesa. La morte di civili al matrimonio indebolisce ulteriormente la posizione morale di Washington.
La via d’uscita non è un mistero. Richiederebbe che gli Stati Uniti smettano di attaccare l’Iran, pongano fine al blocco e alle sanzioni coercitive, e tornino ai negoziati basati sul memorandum di giugno, invece di cercare la capitolazione. Dipenderebbe anche dal fatto che gli Stati della regione rifiutino di permettere l’uso del loro territorio per nuovi attacchi statunitensi.
Un processo diplomatico credibile sarebbe rafforzato da un’indagine delle Nazioni Unite sul bombardamento del matrimonio e su altri attacchi contro civili. Altrimenti, l’istituzione, che sta cercando un nuovo segretario generale, rischia di diventare un contabile che arriva solo dopo che l’edificio è già andato a fuoco.
Trump si trova intrappolato tra un avversario che non si arrenderà e un orologio elettorale che non si ferma. È possibile che ordini ancora un altro attacco spettacolare nella speranza che la violenza possa forgiare la vittoria. Ma l’Iran ha dimostrato che le basi statunitensi non sono santuari, che le armi statunitensi non sono inesauribili e che l’escalation degli Stati Uniti non determina la mossa finale.
La vecchia asimmetria è stata invertita. Washington può ancora distruggere. Non può più dettare legge.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/09/2026
L’Iran inverte l’asimmetria
18/08/2026
Trump vuole i soldi e “l’anima” degli altri membri della Nato
I paesi membri della Nato si sono visti recapitare recentemente un documento da parte degli Stati Uniti in cui vengono poste una serie di domande volte a valutare il loro sostegno a Trump.
Il documento, in pratica una sorta di questionario, è stato visionato e reso noto in questi giorni dall’agenzia Bloomberg.
Tra le domande ce ne sono alcune del tipo: il Paese ha “espresso pubblicamente il proprio sostegno” alla politica estera statunitense? Quali “restrizioni” ha imposto il Paese alle forze armate statunitensi nell’uso delle proprie basi?
Il documento intende poi valutare se i Paesi membri della Nato stiano effettuando acquisti presso appaltatori della difesa statunitensi e chiede inoltre se si siano “opposti pubblicamente a normative” che “ostacolano” i contratti con le aziende statunitensi.
Come noto Washington guarda con preoccupazione ai rapporti economici nel settore della difesa con i propri partner atlantici.
Il questionario prende infatti in considerazione gli acquisti effettuati presso aziende militari statunitensi. Un passaggio che tende a inficiare pesantemente la spinta dell’Unione europea a privilegiare maggiormente gli acquisti nel settore della difesa da aziende europee piuttosto che da quelle statunitensi.
L’altro obiettivo dichiarato dal documento è quello di condizionare la futura distribuzione della presenza militare statunitense in Europa, in base alle risposte ricevute. Questa iniziativa si inserisce nel contesto di una revisione più ampia della presenza militare USA in Europa, che dovrebbe concludersi a dicembre e che ha già portato all’annuncio del ritiro di 5.000 soldati dalla Germania
La sostanza è quella di voler sapere se: “Il paese ha dimostrato di allinearsi all’approccio statunitense sulla base di tre opzioni: “forte, chiaro e discreto?”. Secondo Bloomberg questo approccio fa riferimento a una frase del segretario alla Difesa Pete Hegseth.
I governi europei della Nato si trovano ora – e nuovamente – di fronte ad una “alternativa del diavolo”: accettare il diktat statunitense sull’acquisto di armamenti o procedere sulla strada dell’autonomia strategica di un proprio complesso militare-industriale. Non solo. Con la guerra in corso in Ucraina e l’evocazione dello scontro con la Russia come “scelta esistenziale”, gli europei devono decidere se proseguire su questa strada suicida da soli o rimanere ancora vincolati all’ombrello di sicurezza statunitense.
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16/08/2026
L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense
di Pino Arlacchi
Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.
La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.
La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.
L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.
Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.
L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.
Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.
Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.
Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.
Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.
Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.
La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.
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06/08/2026
Gli USA ritirano truppe ed equipaggiamento dal nord dell’Iraq
La guerra sta andando benissimo!
Washington sta ritirando le sue ultime forze dal complesso militare vicino all’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Le batterie Patriot sono già state rimosse. Il ritiro è iniziato la scorsa settimana e l’equipaggiamento pesante è ancora in fase di spostamento.
I funzionari lo definiscono una procedura di routine, un altro passo verso la scadenza del 30 settembre con Baghdad (la cruda realtà della sconfitta nella questa guerra suicida contro l’Iran dice il contrario). I curdi (strumenti utili dell’impero anglo-sionista), che hanno vissuto per anni sotto l’ombrello americano, sono rimasti completamente indifesi. Erbil è stata colpita ripetutamente da febbraio.
I Patriot vantavano un tasso di intercettazione del 95% ma i continui bombardamenti da parte dell’Iran e dei suoi alleati ne hanno sfatato il mito. Quella copertura oggi è finita.
Non si tratta di una semplice operazione di riorganizzazione. È il prossimo capitolo del processo di ristrutturazione complessiva della presenza statunitense nel Golfo perisco. L’Iran ha trascorso mesi a studiare metodicamente la mappa: prima le basi più vicine alle proprie coste, poi le reti radar, i depositi di carburante, gli hangar per droni, le petroliere e le caserme.
La risposta statunitense è stata sempre la stessa: fare un passo indietro. Il campo di Arifjan in Kuwait si trova a circa 96 chilometri dal territorio iraniano. Il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein dista appena 210 chilometri. Le basi giordane hanno già subito perdite e colpi diretti. Tutte sono state sottoposte a continui attacchi missilistici e di droni.
Lo schema è chiaro. Ciò che sta accadendo a Erbil è semplicemente l’ennesima conferma che il vecchio modello di basi avanzate non funziona più di fronte alla gittata, alla determinazione e alla potenza militare iraniana.
Non c’è modo di minimizzare l’imbarazzo. Per due decenni queste basi nel Golfo e nel Levante sono state presentate come l’architettura permanente del potere americano. Ora l’Impero sta riorganizzando le sedie a sdraio sotto il fuoco nemico, spostando silenziosamente ciò che può verso Israele e più in profondità in Giordania, mentre i curdi guardano lo scudo fallimentare caricarsi sui camion.
L’Iran non ha bisogno di occupare una sola base americana. Deve solo continuare a far sì che il costo della permanenza statunitense superi i costi della partenza. Questo processo è già in corso e la mappa si sta restringendo.
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01/08/2026
Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto
Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.
Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.
Il provvedimento del Gip
I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.
Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.
Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.
Possibile ricorso alla Corte europea
Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Fonti: nordest24.it, Jugocoord
Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.
È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.
La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.
L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.
Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.
Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.
I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.
È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.
Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”
“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.
Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.
Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).
12/07/2026
Gli Usa come Hulk nella rete
Se non sai come uscirne, non ne esci. Anzi...
Dopo due giorni di calma gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare l’Iran, adducendo come giustificazione i colpi che avevano raggiunto una nave cipriota purtroppo “convinta” che passare sulla rotta consigliata da Washington, anziché su quella indicata da Teheran, fosse una bella idea.
140 obiettivi sarebbero stati colpiti, dice un comunicato del Centcom. Tra questi figurano siti missilistici e di droni, depositi di munizioni, strutture navali, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.
È abbastanza agevole vedere che questa lista comprende quasi soltanto postazioni militari da cui dipende la capacità iraniana di rendere effettivo il controllo sullo Stretto di Hormuz. Non è insomma un’offensiva generale contro il resto del Paese, che renderebbe il Memorandum svizzero carta straccia.
Immediata e come sempre simmetrica la risposta di Teheran, con missili e droni sulle basi Usa in Kuwait, Qatar, Emirati, Giordania. Anche in questo caso solo obiettivi militari stranieri, a segnalare – ai paesi che li ospitano – che ormai quelle basi non rappresentano più una “garanzia di sicurezza” ma l’esatto contrario.
Inutile dar conto delle dichiarazioni da saloon di gente come Hegseth (“ministro della guerra” Usa con un curriculum da anchorman), perfettamente simmetriche a quelle dei Guardiani della Rivoluzione iraniani.
Questa nuova puntata fatta di cannonate e missili non sembra tale da compromettere completamente il lavoro che i mediatori diplomatici – Qatar e Pakistan – continuano a fare. Ma certo lo rendono molto più lento, difficoltoso e dall’esito incerto.
La geografia politica del Golfo continua a mutare per scostamenti quasi infinitesimali. Il ministro degli esteri iraniano Sayyed Araghci, di ritorno da consultazioni in Qatar, ha confermato che il dirimpettaio arabo – con cui condivide il maxi-giacimento di gas di South Pars – condivide ora i criteri di gestione del traffico nello Stretto proposti da Teheran.
Con i prezzi del greggio e del gas di nuovo in ascesa, del resto, anche la pretesa di un pedaggio equivalente a circa un dollaro per barile non cambia granché il costo finale dell’energia. Mentre la carenza di rifornimenti fisici in seguito al blocco ha conseguenze pesanti sull’economia mondiale.
Tutti i paesi, consumatori e non, continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di greggio per alimentare produzione e circolazione, ma si stanno rapidamente avvicinando al punto di esaurimento.
In questo quadro crescono perciò le voci che fanno notare come qualche “diritto di passaggio” viene in effetti pagato anche per attraversare altre “strettoie” marittime, come per quella di Malacca e addirittura per il Canale della Manica (che pure, tecnicamente, non è uno stretto). E dunque non è utile fare di questo punto, preteso solo ora da Teheran come “riparazione dei danni subiti con l’aggressione israelo-americana”, la questione decisiva per finirla con i bombardamenti.
Anche perché prima dell’attacco del 28 febbraio, la circolazione a Hormuz era totalmente libera e gratuita. Mentre stamattina, dopo la terza ondata di bombardamenti in una settimana, viene dichiarata completamente chiusa fino a nuovo ordine. In tal modo la palla ripassa agli Stati Uniti: se provano a far passare altre navi “garantendo protezione” in realtà le espongono a qualche rischio, che a sua volta diventa occasione per giustificare qualche altro bombardamento, risposte iraniane con missili e droni sulle basi, ecc, ecc..
Lo sconcerto Usa su come uscire dalla guerra all’Iran rivela un deficit di conoscenza dell’avversario che è quasi sorprendente, dopo esser stati cacciati dal paese già da 47 anni.
Un deficit che pare connaturato alla “cultura suprematista” tipica del colonialismo occidentale, e che si vede anche dalle reazioni alle “minacce iraniane” che sarebbero rappresentate dalla retorica ovviamente incendiaria dei discorsi e degli slogan durante i lunghi funerali di Ali Khamenei, o dalla pagina in cui il quotidiano Hamshari (edito dal Comune di Teheran) inserisce anche Meloni tra i responsabili dell’aggressione, pubblicando una foto della premier in tenuta arancione assieme alle immagini di Trump e Netanyahu con un bersaglio in fronte.
Il tono delle reazioni in Europa, e ancor più in Italia, è tra il vittimistico e l’indignato: “come osano questi inferiori minacciarci?”
In realtà, a ben vedere, quella pagina imita con molta ruvidità quel che ogni giorno fanno e dicono i leader occidentali, supportati dal proprio sistema mediatico.
Si potrebbe far notare infatti che l’uccisione o il rapimento di leader di altri paesi è una “specialità tutta occidentale”, cui nessuno da queste parti trova qualcosa da obiettare (al massimo si imputa a Trump e Netanyahu un “eccesso di violenza”). Così come le minacce quotidiane di “radere al suolo” l’Iran o altri paesi.
Quando lo stesso gioco ci viene restituito si resta senza fiato né parole. Eppure dovrebbe esser noto che in qualsiasi guerra si portano colpi ma si ricevono anche, sia sul piano strettamente militare che su quello della “comunicazione”.
Veniamo però da quasi 40 anni di “guerre asimmetriche”, condotte dall’imperialismo occidentale contro paesi sprovvisti di capacità militari paragonabili. Quattro decenni che hanno fatto rinascere la mentalità coloniale per cui “noi” andiamo lì, facciamo come ci pare, ammazziamo un po’ di gente, a cominciare dai leader, e “loro” non ci possono fare niente.
Quel tanto di resistenza che pure possono opporre, con mezzi e tecniche ovviamente “asimmetriche”, la definiamo “terrorismo” e moltiplichiamo la violenza degli attacchi mentre le anime belle occidentali tacciono.
Quelle non sono state “guerre”, ma massacri e genocidi unilaterali. Come a Gaza.
Con l’Iran non è andata così. E continua a non andare così.
Per quanto tecnologicamente e militarmente non all’altezza dei nemici che lo hanno attaccato, non è comunque un paese “calpestabile” senza problemi. Chiunque lo abbia visitato sa che si tratta di un paese sviluppato, con proprie industrie oltre che risorse energetiche, con uno stile di vita abbastanza simile al nostro (fatte le ovvie differenze culturali che qui contano solo nella definizione di una maggiore coesione interna e capacità di resistenza), 90 milioni di abitanti e una quantità di laureati – soprattutto donne – superiore a quella di molti paesi occidentali.
Il “suprematismo bianco occidentale”, consapevole o no che sia, sbatte insomma contro un avversario che non è quello costruito dalle “narrazioni” mediatiche elaborate per giustificare la guerra (una massa di decerebrati obnubilati dalla religione, tranne pochi che “vogliono essere come noi”). Per quanto forte sia, mena colpi alla cieca, come un Hulk preso nella rete.
Se ne può uscire solo in due modi, ci sembra. Uno, quello auspicabile, è un recupero rapido del principio di realtà. Quello per cui, se non puoi vincere, contratti. Il secondo è fare ricorso all’unica “superiorità” effettivamente rimasta: la bomba atomica.
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10/07/2026
Medio Oriente: gli attacchi dell’Iran hanno causato miliardi di euro di danni alle basi Usa
Proprio presso quest’ultima base, secondo l’inchiesta, sono stati distrutti o gravemente danneggiati il quartier generale, una dozzina di edifici e due terminali per comunicazioni satellitari. Il Pentagono ha affermato che non vi sono state vittime nella base e che le operazioni non sono state compromesse in modo significativo, pur avendo evacuato gran parte del personale. Secondo le stime riportate dal giornale, però, la ricostruzione degli edifici danneggiati in Bahrein costerebbe circa 400 milioni di dollari.
Complessivamente, secondo uno studio realizzato dal “Center for Strategic and International Studies”, i danni subiti da tutte le basi statunitensi nella regione ammonterebbero a una cifra compresa tra i 2,2 e i 5,1 miliardi di dollari.
L’inchiesta conclude che il conflitto ha evidenziato l’eccessiva vulnerabilità delle installazioni militari tradizionali di fronte alle minacce rappresentate dai moderni missili e droni di precisione in dotazione alle forze armate iraniane.
Stando ad alcune fonti citate dal “Wall Street Journal”, il dipartimento della Guerra Usa sta valutando una revisione della propria presenza nella regione, con l’ipotesi di ridurre il personale in Kuwait e in Arabia Saudita, spostare alcune funzioni più a ovest e rafforzare o interrare i centri di comando per renderli meno sensibili ad eventuali nuovi attacchi. Il Pentagono starebbe addirittura pensando di spostare alcune delle sue basi mediorientali in territorio israeliano.
A citare la necessità di mettere al riparo le proprie basi in territorio israeliano è stato l’ex capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom), il generale Frank McKenzie. «Nessuno sano di mente metterebbe mai il quartier generale avanzato del Centcom a 160 km dall’Iran, [in Qatar], eppure è proprio lì che si trova», ha dichiarato l’ex comandante al Jewish Institute for National Security of America, riferendosi alla base militare di al-Udeid.
McKenzie, che è stato il più alto ufficiale militare responsabile delle forze statunitensi in Medio Oriente dal marzo del 2019 all’aprile del 2022, ha affermato che lui e altri funzionari dissero all’amministrazione Biden che la costellazione di basi statunitensi intorno a Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein era vulnerabile agli attacchi iraniani e che le forze statunitensi avrebbero dovuto essere dislocate in Occidente, incluso Israele. «Abbiamo proposto all’amministrazione Biden di valutare la possibilità di spostare le basi militari in Israele e in Egitto», ha raccontato McKenzie aggiungendo che l’amministrazione Biden ha respinto “categoricamente” l’idea. Ora però almeno una parte dell’establishment militare e politico statunitense sarebbero maggiormente inclini a ristrutturare lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente dopo i gravi danni provocati dalle rappresaglie iraniane.
La Repubblica islamica ha preso ripetutamente di mira il Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense – il Qatar – sede del quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti – e le basi aeree in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Sono state colpite anche altre basi, comprese quelle in Iraq e in Arabia Saudita.
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09/07/2026
Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono
Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.
La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.
Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.
La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.
Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.
Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.
Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.
Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.
Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.
Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.
Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.
Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.
Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.
Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).
Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.
In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.
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04/06/2026
L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa
Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.
La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.
Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.
Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.
Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.
Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.
A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP). Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.
In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.
La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.
Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.
Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.
L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.
La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.
Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.
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03/06/2026
Kenya. Proteste contro il centro per cittadini USA esposti all’Ebola
Centinaia di manifestanti si sono radunati lunedì 1° giugno nella città di Nanyuki, nel centro del Kenya, per protestare contro la possibile realizzazione di una struttura di quarantena per l’Ebola all’interno di una base militare statunitense. Il centro, stando ai piani originari, avrebbe dovuto accogliere cittadini stelle-e-strisce potenzialmente esposti al virus ma asintomatici.
Ciò che ha scatenato le proteste è il fatto che il Kenya non ha registrato casi della malattia. L’idea che si rischi di far entrare nel paese una tale minaccia virale – che ha già causato oltre 200 vittime nella vicina Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – per via della presenza USA ha suscitato una forte ondata di indignazione.
Reuters ha documentati in video una folla di un centinaio di persone persone riversarsi sulle strade che conducono alla base di Laikipia, mentre polizia e forze armate hanno intensificato la loro presenza nell’area, per presidiare le installazioni statunitensi. Venerdì 29 maggio l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la sospensione precauzionale del progetto.
Sono state accolte le obiezioni dei promotori della causa, che sostengono che il sito metta a repentaglio la salute pubblica, soprattutto in relazione alla fragilità del sistema sanitario kenyano, e denunciano una totale mancanza di trasparenza nei patti bilaterali, che dovrebbe prevedere anche uno stanziamento statunitense da 13,5 milioni per sostenere i piani di prevenzione pandemica.
Alla fine della scorsa settimana, infatti, il ministro della Salute Aden Duale ha provato a calmare gli animi, dichiarando che l’accordo rientra in una più ampia strategia nazionale per rafforzare i sistemi di gestione delle emergenze. Ha inoltre affermato che il centro sarebbe pensato per accogliere anche cittadini kenyani.
Ora però è arrivato l’ordine di sospensione dei lavori. Nonostante ciò, diversi aerei militari sono passati per Nanyuki durante il fine settimana. Sembra, insomma, che i preparativi logistici continuino, ignorando la decisione della magistratura.
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20/05/2026
Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente
L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.
Stati in guerra ‘ufficiosa’
L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.
I danni alle basi statunitensi
Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.
Nascondere i fatti per verità addomesticate
I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.
I danni nei Paesi del Golfo
Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.
La base segreta israeliana in Iraq
A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.
Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele
Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.
Il numero dei morti, in Libano e in Iran
Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.
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08/05/2026
Washington Post: i danni alle basi Usa nel Golfo sono molto più estesi di quanto trapelato
A rivelarlo è un’inchiesta esclusiva del Washington Post, basata sull’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dai media statali iraniani e successivamente verificate dal giornale statunitense. Da questa emerge che gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari americane nel Vicino Oriente abbiano causato danni ben più gravi di quanto riconosciuto ufficialmente da Washington.
Secondo il Post, sono almeno 228 le strutture o i sistemi militari colpiti o distrutti in 15 installazioni statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Fra gli obiettivi colpiti figurano hangar, caserme, depositi di carburante, radar THAAD e Patriot, sistemi di comunicazione satellitare, infrastrutture elettriche e persino velivoli da comando e rifornimento.
L’inchiesta afferma inoltre che:
– oltre 400 militari americani sarebbero rimasti feriti;
– 7 soldati statunitensi sarebbero morti negli attacchi;
– alcune basi sarebbero state considerate troppo vulnerabili per mantenere il normale livello di personale operativo;
– il quartier generale della V Flotta USA in Bahrain avrebbe subito danni definiti “estesi”, al punto da costringere parte delle attività a trasferirsi temporaneamente in Florida.
Particolarmente rilevante è anche un altro elemento evidenziato dal quotidiano: due grandi società commerciali di immagini satellitari, Planet e Vantor, avrebbero limitato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini del teatro mediorientale su richiesta del governo americano, rendendo più difficile una valutazione indipendente dei danni subiti dagli Stati Uniti.
Gli esperti consultati dal Washington Post parlano di attacchi “precisi”, di vulnerabilità strutturali delle basi americane e di un insufficiente adattamento statunitense alla guerra moderna basata su droni e saturazione missilistica.
L’articolo sottolinea tuttavia che, nonostante i danni, la capacità offensiva statunitense contro l’Iran non sarebbe stata neutralizzata. Secondo diversi analisti citati, il problema principale non sarebbe tanto la perdita immediata di capacità operative quanto il costo crescente della difesa e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture fisse americane nel Golfo.
Fonte
04/05/2026
Gli atlantisti vaneggiano sull’ipotesi di un ritiro dei militari statunitensi dall’Europa
Merz aveva affermato che Washington era stata “umiliata” dalla leadership iraniana e aveva criticato la sua mancanza di strategia nella guerra. Apriti cielo! La coda di paglia di Trump ha preso subito fuoco e ne sono derivate le minacce di ritirare i soldati USA dalla Germania dopo aver sparato bordate contro gli (ex?) alleati della Nato in Europa.
Gli atlantisti europei e quelli de noantri hanno cominciato subito a stracciarsi le vesti e a ventilare scenari catastrofici in caso di ritiro dei militari USA, cosa che invece saluteremmo con enorme piacere dopo averla richiesta e attesa per decenni in moltissime manifestazioni.
Su questa notizia abbondano anche le bufale e le incongruenze dei circoli atlantisti preoccupati di perdere un generoso datore di lavoro. Ad esempio uno studio del noto International Institute for Strategic Studies annuncia con grande costernazione che un ipotetico ritiro degli Stati Uniti dall’Europa lascerebbe i membri della Nato vulnerabili alla minaccia russa e di fronte a “scelte difficili” su come colmare gli immensi vuoti.
Secondo lo studio – e qui veniamo alle incongruenze – i costi per la sostituzione di equipaggiamenti e personale statunitensi con pezzi equivalenti ammonterebbero a circa 1.000 miliardi di dollari in 25 anni. Dopo di che l‘IISS ha anche stimato che, in caso di un’operazione militare su larga scala per contrastare un attacco russo, il costo per sostituire il personale statunitense (stimato in 128.000 soldati) supererebbe i 12 miliardi di dollari.
Curioso, perché se i militari statunitensi attualmente stanziati in Europa sono 68.000, per l’IISS il buco da sostituire sarebbe invece del doppio, 128.000 unità, quasi che un soldato USA ne valga due europei.
Stando a dati del 2024, gli Stati Uniti dispongono in Europa di 31 basi e 19 altri siti militari a cui il Dipartimento della Difesa ha accesso. Truppe statunitense risultano dislocate in diversi paesi europei come Belgio, Italia, Germania, Grecia, Polonia e nella regione del Mar Nero (Bulgaria e Romania). C’è poi la base di Camp Bondsteel in Kosovo.
Germania, Italia e Gran Bretagna ospitano la maggiore presenza di personale militare statunitense.
Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) statunitense, a dicembre 2025 gli Stati Uniti risultano avere circa 68.064 militari in servizio attivo assegnati in modo permanente alle loro basi in Europa. Questa cifra non include le forze di rotazione inviate in missioni di dispiegamento ed esercitazioni.
I dati del DMDC mostrano che alla fine del 2025 l’Italia ospitava 12.662 soldati in servizio attivo nelle basi di Vicenza, Pisa-Livorno, Aviano, Napoli e Sigonella.
Gli Stati Uniti hanno poi ampliato la loro presenza anche in diverse località della Grecia, tra cui il porto di Alessandropoli, un nodo di trasporto cruciale, e la base aerea di Larissa, che ospita i droni MQ-9, e hanno avviato importanti lavori di ammodernamento presso la Naval Support Activity (NSA) di Souda Bay.
Le basi militari USA in Europa, hanno visto il proprio coinvolgimento attivo anche nella recente aggressione militare contro l’Iran.
A metà aprile, gli Stati Uniti hanno schierato circa 30 aerei cisterna presso la base aerea di Ramstein in Germania, nella base aerea e la stazione navale di Rota in Spagna, nella base aerea di Aviano in Italia, nell’aeroporto internazionale di Prestwick nel Regno Unito e nella base di Souda in Grecia.
Altri 12 aerei cisterna sono stati inviati alla base di Lajes nelle Azzorre portoghesi.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato le basi europee per inviare ulteriori aerei da combattimento e da trasporto in Medio Oriente. Un’analisi ha rilevato che ben 63 velivoli militari statunitensi sono atterrati in basi nel Regno Unito in un arco di tre giorni solo nel mese di giugno.
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27/04/2026
Miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e una supremazia militare schiacciante, un paio di cambio di regime, persino un’operazione di salvataggio di un soldato statunitense che ormai molte voci, con analisi sensate alla mano, descrivono come un tentativo di furto (fallito) dell’uranio arricchiti iraniano.
Nessuno crede davvero alla versione ufficiale della Casa Bianca, e tutti hanno visto bene la capacità di Teheran di infliggere pesanti colpi alla superpotenza stelle-e-strisce. Ma stando a quel che riporta la NBC, l’entità dei danni all’infrastruttura militare statunitense sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a ciò che è trapelato fino a ora.
Il rapporto, curato dal team di Gordon Lubold e Courtney Kube, basato soprattutto sulle testimonianze di tre funzionari statunitensi e due assistenti del Congresso, indica che le spese di riparazione per le installazioni nel Golfo Persico ammonterebbero a svariati miliardi di dollari. Già alcuni analisti avevano fatto presente i costi di alcuni radar colpiti, ma ora arrivano informazioni più precise.
La rappresaglia di Teheran, scattata dopo l’offensiva americana del 28 febbraio, ha colpito decine di obiettivi in sette diversi paesi del Vicino Oriente. Tra le strutture danneggiate figurano hangar, quartieri generali di comando, infrastrutture per le comunicazioni satellitari, piste d’atterraggio e sistemi radar di ultima generazione.
Solo per il ripristino delle infrastrutture di base, escludendo armamenti e velivoli, l’American Enterprise Institute (AEI) stima una spesa superiore ai 5 miliardi di dollari. C’è poi un episodio che mette in dubbio non solo la narrazione trumpiana sulla cancellazione delle forze iraniane, ma anche l’effettiva supremazia statunitense sui cieli della regione.
Il caso riguarda la base di Camp Buehring, in Kuwait. Nonostante la presenza di sofisticati sistemi di difesa aerea, un caccia iraniano F-5 sarebbe riuscito a penetrare lo spazio protetto e a bombardare la base. Si tratta di un evento che segna una sorta di spartiacque: è la prima volta in oltre 70 anni che un velivolo ad ala fissa riesce a colpire direttamente una struttura militare statunitense. L’ultimo precedente è stato nella Guerra di Corea.
A ciò si aggiungono le informazioni pubblicate dalla CBS pochi giorni fa, che parlano di un arsenale iraniano di missili balistici e sistemi di lancio intatto per metà all’inizio del cessate il fuoco, il 60% della componente navale della Repubblica Islamica ancora operativo, e una capacità aerea iraniana ridotta, ma lontana dall’essere eliminata, con due terzi delle forze ancora operative.
Oltre ai danni materiali, il rapporto della NBC accenna a un pesante bilancio umano. Fonti interne parlano di 13 militari statunitensi deceduti (6 in un unico attacco in Kuwait) e circa 400 feriti. Nonostante ciò, l’amministrazione avrebbe esercitato pressioni su aziende di immagini satellitari per limitare la diffusione delle foto dei siti colpiti, rendendo difficile una valutazione esterna indipendente.
La realtà, però, è che non solo l’opinione pubblica, ma persino il Congresso non sa quasi nulla, come ha affermato un assistente repubblicano al Congresso, evidenziando una crescente frustrazione per la mancanza di trasparenza del Pentagono. Nel frattempo, sarebbe in arrivo in parlamento un piano di spesa supplementare che potrebbe superare i 100 miliardi di dollari per coprire i costi complessivi del conflitto.
Inoltre, il primo maggio scadono i 60 giorni che la legge statunitense prevede per l’approvazione del Congresso di operazioni di guerra a cui ha dato avvio il presidente. Trump ha varie alternative davanti, ma ciascuna di esse potrebbe finire con l’esacerbare ulteriormente una polarizzazione interna che si può facilmente notare dal quarto attentato alla vita del presidente in nemmeno due anni.
Fonte
08/04/2026
Basi militari e rapporti con gli USA. Lasciare le cose come stanno è un suicidio
Dunque ci sono una verità e una mezza verità che fanno una differenza enorme. L’Italia è vincolata da decenni a dei trattati internazionali che nessuno ha mai voluto rimettere in discussione, ragione per cui “siamo con le carte in regola” per infilarci con tutte le scarpe in guerra. Il via vai di aerei militari USA da Sigonella – per nulla intralciato dal beau geste di Crosetto qualche giorno fa – ne è la conferma.
Mentre il mondo si angoscia davanti alla possibilità che un demenziale presidente della maggiore potenza militare mondiale possa usare l’arma atomica contro l’Iran per uscire dalle difficoltà che sta incontrando sul campo, il ministro della Difesa ci rimette davanti ad uno scenario politico e a dei vincoli internazionali che sembrano dover rimanere eterni e immutabili, anche di fronte a cambiamenti mondiali bruschi, epocali, esistenziali per il nostro Paese.
Così come stanno le cose e così come le cose sono state cristallizzate dai governi della destra e dalla “sinistra”, l’Italia si troverà prima o poi coinvolta e pienamente corresponsabile delle pagine più nere della storia recente. Solo ieri è stato il genocidio dei palestinesi a Gaza, oggi o domani è il possibile genocidio nucleare o ipertecnologico del popolo iraniano annunciato da Trump con un post su X e perseguito come obiettivo da Netanyahu sin dal 2012. A quel punto il nostro debito storico verso il popolo palestinese e il popolo iraniano per la nostra inazione e complicità risulterebbe impagabile.
L’enormità dei problemi che tutto questo ci pone davanti fa tremare i polsi, eppure è dentro questa contraddizione esistenziale – oltre che di classe – che dobbiamo e possiamo saper essere di indicazione ai popoli con cui viviamo, dentro e intorno al nostro Paese.
Ci sono poche cose fondamentali che vanno chieste di essere fatte e se possibile da fare con urgenza:
– nessun uso delle basi militari per le forze armate di Usa e Israele;
– conferenza nazionale e costituente per rimettere in discussione tutti i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda;
– sospensione immediata di ogni automatismo dei trattati che coinvolga militarmente il paese in avventure belliche, di ogni ordine e grado;
– dichiarazione di neutralità in politica estera.
Possono sembrare proposte velleitarie, ma attestarsi al di sotto di esse significa perpetuare quel meccanismo chiaramente spiegato dal ministro Crosetto e che ripetiamo affinché “giovi” alla comprensione: “Nessun governo ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare questi trattati”.
Se è così da anni e questo ci sta trascinando nel baratro, non c’è scampo, occorre una rottura politica ed “esistenziale” con il passato per provare a salvaguardare il presente e il futuro.
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02/04/2026
L'ormai insostenibile ipoteca della basi militari Usa in Italia
Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.
La stessa Repubblica scrive che 2 ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.
Nelle due ore successive è probabile che fra i governi di Italia e Stati Uniti ci siano stati contatti e chiarimenti, portando ad una marcia indietro dell’Italia, con il via libera ad usare le basi militari presenti sul territorio italiano. Tutto come prima, tutto come sempre, tutto come non dovrebbe più essere in questi tempi di guerra.
Gli accordi sull’uso delle basi militari sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, rinnovati nel 1995 con lo “Shell agreement”, ma in gran parte tuttora secretati e che consentono alle forze armate statunitensi margini di decisionalità e discrezionalità praticamente illimitati.
Gli Stati Uniti dispongono in Italia di otto basi militari principali, di un centinaio di strutture minori, delle quali almeno una ventina sono “riservate”.
È lunga infatti la lista di aeroporti, porti, centri logistici e stazioni radar di ultima generazione su tutto il territorio italiano utilizzati dagli Stati Uniti
Ci sono le due basi aeree di Aviano e Sigonella insieme con l’aeroporto di Ghedi. In particolare ad Aviano e Ghedi ci sono anche testate atomiche delle forze armate USA.
Ci sono due porti, quelli di Napoli e Gaeta, dove si trova il comando della VI Flotta USA.
Ci sono poi le due basi di Camp Darby, in Toscana che è il più grande hub logistico-militare per armi e munizioni Usa in Europa, e Camp Ederle, a Vicenza, che è la sede di un reparto operativo come la 73ª Brigata aviotrasportata USA.
Infine ci sono alcune installazioni strategiche soprattutto per le comunicazioni che sono sparse un po’ su tutto il territorio italiano. La più nota è il Muos a Niscemi, in Sicilia.
Negli anni scorsi la base di Aviano è stata utilizzata più volte per per le operazioni militari in Libia, Iraq, Afghanistan, Kosovo.
I militari statunitensi presenti in Italia risultano essere circa 34mila. Di questi 13mila sono nelle basi militari, poi ce ne sono circa 21 mila in servizio nella VI Flotta, composta da una quarantina di navi e di 175 aerei da combattimento e trasporto.
Con tutta questa “roba” che incide sul nostro territorio, il rischio che l’Italia si trovi coinvolta fino al collo nelle guerre Usa è altissimo, anzi conclamato. Non solo. L’autorizzazione del Parlamento sull’uso di queste basi militari da parte degli USA sulla base delle “loro esigenze” non è affatto stabilito nei trattati bilaterali firmati nei decenni trascorsi dall’Italia. Al contrario, a decidere è il governo che può scegliere se investire una delle due Camere o meno.
Il Parlamento si è trovato spesso di fronte al fatto compiuto e il paese si è trovato in guerra (vedi la Jugoslavia nel 1999) ancora prima di esserne consapevole.
Il problema è che per decenni nessun governo e in nessuna circostanza ha mai rimesso in discussione questa pesante ipoteca sul paese né il servilismo verso Stati Uniti e Nato.
Di fronte ai pericoli di guerra e del coinvolgimento dell’Italia nei conflitti che ormai proliferano, è tempo che la questione dell’allontanamento delle basi militari USA (e delle armi atomiche) e della rimessa in discussione dei trattati internazionali venga posta all’ordine del giorno, e con forza.
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31/03/2026
L’Italia s’è desta come la Spagna di Sanchez? Calma e gesso
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.
In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.
La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.
Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.
Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.
Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.
Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.
In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.
Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.
Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.
La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.
“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.
Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.
Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.
Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.
In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).
Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.
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26/03/2026
Trump, Meloni, Netanyahu: stesse guerre, stessi valori...
Da quando Trump ha annunciato l’operazione “Furia epica” contro l’Iran minacciando “annienteremo il regime con tutto il tempo che sarà necessario. Io non mi annoio”, si sono moltiplicate conferenze stampa con dichiarazioni minacciose che spesso si contraddicono.
Nell’approfondimento sui motivi della guerra “La linea Trump-Netanyahu”, l’autore descrive la visione messianica/transattiva di Trump, mascherata da realpolitik, e perché si sia di fronte ad una America “israelizzata”. Tuttavia aggiunge: “ma solo se si adotta la visione di Israele che viene perseguita da Benjamin Netanyahu e dalle componenti più conservatrici dell’elettorato israeliano”.
Stessi valori, fedele collaborazione. Trump : Meloni “cerca sempre di aiutare, è un’ottima leader ed è una mia amica”
Con i governi di estrema destra Giorgia Meloni non ha mantenuto solo relazioni bilaterali, segnate da un sistema di accordi bilaterali, ma ha instaurato con Trump e Netanyahu un profondo legame, anche personale, basato sulla condivisione di valori comuni.
A sottolinearlo è il premier magiaro Orban, fedele alleato di Trump in Europa, che pubblica su Instagram il video di un suo spot elettorale, a cui partecipa tutta l’ultradestra internazionale compresa Giorgia Meloni. Già nel 2023 Netanyahu aveva proposto un salto quantico nella relazione fra i due paesi visti gli scambi di affari delle società italiane presenti in Israele: Eni, Enel, Edison e Snam (energia); Leonardo, Fincantieri, Iveco e Thales Alenia (difesa e spazio); CDP, Simest, FS, Ita, Pizzarotti, Granarolo, Iren, Acea, Poste e Confagricoltura.
Cassa depositi e Prestiti (CDP) in particolare, società per azioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze legata a Poste Italiane tramite il risparmio postale degli italiani, ha deciso di finanziare nel 2025 Classiq Technologies, start-up israeliana che sviluppa sistemi operativi per computer quantistici, nonostante si fosse in presenza di un genocidio contro Gaza.
Classiq Technologies, ha come co-fondatore Nir Minerbi, un ex comandante di un team di ricercatori dell’unità 8200 specializzata in attività di spionaggio e controspionaggio in ambito tecnologico. Nello specifico le tecnologie quantistiche consentono, fra l’altro, simulazioni più veloci per la pianificazione del campo di battaglia, sciami di droni e difesa ipersonica.
Nel 2023 Meloni in una conferenza con Netanyahu l’aveva detto: “accrescere il livello di cooperazione nei settori più innovativi. Intelligenza artificiale, cibernetica, cybersicurezza e tecnologia applicata all’agricoltura. Israele ha fatto un lavoro straordinario trasformando quella che era una possibile debolezza in un grande punto di forza”. Una narrativa, scrive il quotidiano il manifesto, “che dimentica quel che era la Palestina prima del 1948: uno dei territori più fertili della regione, esportatrice di agrumi e verdure in tutto il mondo arabo”.
Tramite Saipem, CDP è in fila con altre aziende per la ricostruzione di Gaza. Affari d’oro per chi riesce ad accaparrarsi una parte della gara aperta della Banca Mondiale, che ha stimato in oltre 80 miliardi di dollari la cifra per smaltire le macerie e ricostruire Gaza. Scrive il Guardian: “mentre proseguono i negoziati sul fragile cessate il fuoco di Gaza, i palestinesi hanno iniziato a scavare tra 61 milioni di tonnellate di detriti, 20 volte di più della massa complessiva di tutti i detriti generati dai conflitti dal 2008, alla disperata ricerca dei corpi dei loro parenti scomparsi. Si pensa che sotto di essi siano sepolte almeno 10.000 persone”. Nell’ottobre 2025 Meloni ha sostenuto che tra Stati Uniti e l’Italia vi è un legame speciale, radicato nei valori senza tempo della “fede, famiglia e libertà”, nel 2026 con il vicepresidente statunitense J.D. Vance ricorda i “valori comuni tra Italia e America”. Un legame che sta costando all’Italia una complicità attiva nelle criminali guerre appoggiate o aperte da Trump da Gaza all’Iran. L’asservimento di Meloni verso il presidente della una nuova “dottrina Monroe”, che teorizza la supremazia statunitense sull’emisfero occidentale e che non “ha bisogno del diritto internazionale” perché “l’unico limite ai suoi poteri sta nella sua stessa moralità”, è patetico se non costituisse un pericolo per tutta l’Italia.
Dal presidente statunitense che nei suoi post trasuda violenza, volgarità, crudeltà, Meloni ha imparato a presentarsi come esponente di una parte che vuole schiacciare l’altra. Il suo tentativo di spostare sempre più a destra l’Europa è un avvallo alla politica di Trump che nel documento National Security Strategy del 2025 sostiene: l’Unione europea non conta, contano le nazioni disposte a difendersi con i propri mezzi e ad allinearsi con le esigenze di Washington.
Vecchie e nuove armi della guerra
Infine nell’attuale guerra si moltiplicano video per mostrare la potenza militare americana. Per l’operazione in Iran sono stati attivati 200 aerei da combattimento: dagli F-15, F-16, F-18, F-22, A-10, F-35 agli aerei da attacco elettronico EA-18 Growler, progettati per disturbare e attaccare le difese aeree nemiche. Questi vengono trasportati dalle portaerei presenti nel Golfo, la USS Gerald Ford e la USS Abraham Lincoln.
Gli AWACS E-3, aerei presenti sia a Geilenkirchen (Germania) sia a Trapani (Sicilia) dotati di radar rotante per la sorveglianza aerea, sono usati in questa guerra per intercettare droni e missili insieme alle batterie di difesa aerea ad alta quota (THAAD) e al Patriot Advanced Capability-2 (PAC-2) e il PAC-3, sistemi avanzati di difesa missilistica terra-aria (un missile costa circa 3,5 milioni di euro).
Sistemi costosi, milioni di dollari per ogni missile intercettore lanciato, motivo per cui il premier ucraino Zelenskyy ha proposto uno scambio agli USA: la tecnologia difensiva ucraina per combattere i droni iraniani (gli Shahed-136 “kamikaze” iraniani costano di circa 20.000-35.000 dollari ciascuno e sono guidati da GPS per colpire bersagli fissi con carichi esplosivi) contro i sistemi difensivi avanzati statunitensi da utilizzare nella guerra contro la Russia.
I missili iraniani, che prendono di mira le risorse di difesa israeliane e statunitensi nonché altre infrastrutture in Qatar, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, possono essere distrutti da droni intercettori ucraini che costano dai 1.000 ai 4.000 euro.
I droni come il P1-SUN, prodotto dall’azienda SkyFall attraverso stampanti 3D che realizzano i componenti in plastica mentre operai assemblano i circuiti, e i Besomar 3210 ad ala fissa, sviluppati da un consorzio di aziende ucraine in collaborazione con centri di ricerca specializzati in robotica e intelligenza artificiale, ci ricordano che la guerra è sempre un grande business.
Nei mari prossimi all'Iran navigano i cacciatorpedinieri che lanciano i missili da crociera Tomahawk per attacchi terrestri. Trump ha, inoltre, mosso anche tre tipi di bombardieri: B-1, B-2 e B-52.
Altri velivoli impiegati: droni da combattimento MQ-9; aerei da pattugliamento marittimo e antisommergibile P-8; aerei spia da ricognizione RC-135; aerei da rifornimento KC-46 e KC-135; aerei da trasporto, fino a 80 tonnellate e con un raggio d’azione intercontinentale, per il trasporto armi, persone e altri carichi C-17 Globemaster III. Velivoli ripetitori per comunicazioni aeree E-11 BACN soprannominati “Wi-Fi in cielo”.
Per la prima volta l’esercito statunitense utilizza in combattimento i missili di precisione PrSM lanciati dai sistemi M-142 HIMARS e i droni a basso costo LUCAS (Unmanned Combat Attack System).
Il missile balistico PrSM di Lockheed Martin è in grado di colpire bersagli da 400 km di distanza.
I droni LUCAS, in stile kamikaze, da 35.000 dollari, sono basati sui droni iraniani Shahed con ala a delta: “Li abbiamo riportati in America, li abbiamo migliorati e li abbiamo lanciati contro l’Iran”, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale.
Ma la vera sorpresa è un’altra. Trump e il Pentagono si vantano di esercitare il controllo totale sul dominio aereo dimenticando che gli attuali sistemi militari non funzionano più come piattaforme d’arma isolate, ma come reti complesse di sensori, sistemi di comunicazione e capacità di intercettazione. I sistemi di difesa missilistica, ad esempio, sono in gran parte ciechi senza i loro radar e sensori di allerta precoce.
Se questi componenti vengono danneggiati o distrutti, l’intero sistema perde la sua efficacia operativa. È proprio qui che si è vista la strategia iraniana. Non lo scontro diretto, ma minare le debolezze strutturali dell’architettura militare americana in Medio Oriente: sistemi di allerta precoce e radar strategici, centri di comunicazione e trasmissione dati, sensori per sistemi di difesa missilistica, infrastrutture delle basi militari americane.
Dai satelliti si possono vedere le immagini degli attacchi iraniani ai radar e sistemi di comunicazione americani nel Golfo dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Giordania.
Il ruolo delle basi militari
Gli USA hanno sempre considerato le basi militari come strumenti di proiezione di potenza. Sempre di più, per gli Stati che ospitano infrastrutture militari statunitensi, le basi sono diventate obiettivi strategici di alto valore, potenziali bersagli anche se non partecipano attivamente alle ostilità. L’Italia con il permesso dato agli USA di usare le basi in Veneto e in Sicilia è divenuta complice di questa guerra.
La professoressa ordinaria di Diritto internazionale Micaela Frulli, e il giurista Francesco Salerno, sostengono che “consentire il sorvolo e l’uso delle basi rende l’Italia complice dell’aggressione. Inoltre il governo ha prospettato non solo il possibile invio di sistemi di difesa aerea per i Paesi del Golfo che ne hanno fatto richiesta (Qatar, Emirati e Kuwait), un pacchetto di aiuti che dovrebbe prevedere dispositivi anti-drone e strumenti antimissilistici come il Samp-T, ma anche quelli di una fregata per difendere l’area dei Paesi del Golfo (decisione meglio se condivisa con altri paesi europei).
“Non difendibile siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra” ha dichiarato Meloni. E con questa ennesima dichiarazione mostra la sua incoerenza, mancanza di trasparenza e senso della responsabilità politica. La sua strategia comunicativa, simile all’uso intensivo dei media di Trump, è tutta centrata sul divario fra le azioni intraprese e il vittimismo per gli insuccessi. Anche in presenza di guerre, sebbene miri a un’immagine pragmatica, adotta posizioni ambigue.
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