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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/06/2026

Una guerra in stile mafioso

Idee poche, ma rigorosamente confuse. L’America di Trump dichiara di soffrire della sindrome di Gulliver, gigante impigliato in un numero incalcolabile di “lacci e lacciuoli” gestiti da nanerottoli.

Così a giorni alterni riprende il sopravvento l’ipotesi di “liberarsi” con un’azione “decisa e netta”, agitando missili e bombardieri.

Ieri sera, per la seconda notte consecutiva, Trump ha fatto bombardare l’Iran. Gli attacchi – sembra con una cinquantina di missili Tomahawk – avrebbero preso di mira installazioni militari (radar, rampe di lancio, ecc.) nel sud del paese.

Teheran, come al solito, ha risposto simmetricamente, indirizzando missili vero le basi Usa nel Golfo Persico, e soprattutto verso il centro di comando della Quinta Flotta, in Bahrein, con risultati per ora impossibili da accertare.

Per capire quanto sia grave lo stato confusionale alla Casa Bianca, gli attacchi sono stati giustificati con la “frustrazione” del tycoon, da giorni in attesa di una risposta alla sua ultima “proposta di accordo”. Come se la soluzione di una guerra possa dipendere dal numero di ore o giorni che ci vogliono per risolvere un contenzioso così grave.

Contemporaneamente, però, i vertici Usa “assicurano” che la proposta è sempre sul tavolo, e che i bombardamenti servono esplicitamente a “fare pressione” sull’Iran perché risponda al più presto. Ma se ciò non avverrà, si dice esplicitamente, “stasera faremo altrettanto, anzi di più”. In questo quadro la guerra diventa l’equivalente della “proposta che non si può rifiutare”, in perfetto stile mafioso (Il padrino).

Trasparente, in questa schizofrenia “comunicativa”, è solo il peso il peso delle contraddizioni interne agli States. La contrarietà della popolazione Usa alla guerra, e soprattutto alle sue conseguenze sul portafoglio, si è allargata ormai ben oltre il livello della recuperabilità.

I costi diretti della guerra superano i 2 miliardi al giorno (quando non si spara, altrimenti anche di più), la benzina è ormai a 5 dollari al gallone e il diesel a 6, la Camera dei rappresentanti è già ingovernabile ora e sicuramente sarà più “oppositiva” dopo le elezioni di inizio novembre. Persino l’apparizione al Madison Square Garden, in occasione della popolarissima finale del campionato Nba di basket, è diventata occasione per una marea di fischi (e quello era un pubblico di benestanti, visto il prezzo dei biglietti di ingresso).

Non stranamente, il presidente iraniano – il chirurgo e laico Pezeshkian – ha affermato che le minacce di Trump dimostrano non forza, ma “disperazione”.

Ma la disperazione di un gigante scimunito è un pericolo per tutti. Il più autorevole tra i giornalisti statunitensi, il premio pulitzer Seymour Hersh, ha scritto che Donald Trump avrebbe iniziato di recente a discutere con i suoi collaboratori della possibilità di usare armi nucleari contro l’Iran per accelerare la fine del conflitto. Come con il Giappone nel 1945...

Il che implica un rovesciamento drammatico delle relazioni internazionali, soprattutto tra grandi potenze dotate di arsenali nucleari, perché la rottura del tabù impostosi in tutto il dopo Seconda guerra mondiale (quando gli Usa persero il “monopolio dell’atomica”), obbligherebbe tutti a prendere contromisure immediate che alla lunga non possono che portare ad uno scontro senza vincitori né sopravvissuti.

Quel che è chiaro è che non si può “esercitare egemonia” sul mondo esclusivamente con il ricatto militare. Questa fogna intellettuale in cui Israele si è cacciata – nessuna mediazione con i vicini e col mondo intero, solo guerra – sembra che abbia inquinato anche quel poco di razionalità che aveva albergato ai piani alti del potere statunitense, dove il suprematismo spudorato si era sempre (o quasi) saputo contenere di fronte a rischi incontrollabili.

La superiorità militare infatti “aiuta”, ma senza obbiettivi realistici diventa un abbaglio. E proprio questi primi 100 giorni di guerra all’Iran lo hanno dimostrato. Partita come una “guerra lampo” – la milionesima che fallisce in corso d’opera – si è trasformata in una trappola “frustrante”. Pensare di uscirne con un “colpo e via” dà la misura del livello pericolosamente basso della classe dirigente attuale nella superpotenza occidentale.

E in Europa è anche peggio.

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31/05/2026

Trump disfa l’accordo per aiutare Netanyahu

È il gioco (diplomatico) più antico del mondo. E il più pericoloso. Quello di cambiare continuamente le carte in tavola e rimettere in discussione i punti già “concordati”. Anche a prescindere dall’importanza stessa dei singoli argomenti “riaperti” questo modo di procedere semina sfiducia nella controparte. La quale, fra l’altro, ricorda ogni giorni di nutrirne pochissima nei confronti degli Stati Uniti.

L’ultima novità è che il presidente Trump ha chiesto diversi emendamenti all’accordo che i suoi stessi “inviati” avevano raggiunto con i loro omologhi iraniani. Almeno stando alle “indiscrezioni” raccolte sia dal New York Times che da Axios (ovviamente tramite il “giornalista” Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano).

Il punto chiave riguarderebbe il materiale nucleare iraniano, hanno detto due funzionari statunitensi rimasti come sempre coperti da anonimato. L’intento dichiarato è il solito: “assicurarsi che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”.

La storia recente mostra quanto sia devastante la supponenza idiota nella politica internazionale. La questione era stata infatti affrontata e in buona parte risolta con l’accordo siglato da Obama nel 2015, dopo ben due anni di trattative.

L’accordo non era ovviamente stato raggiunto sulla base di pure dichiarazioni di principio, ma prevedeva controlli stringenti da parte dell’Aiea, ed era stato certamente rispettato fino al 2018. Quando proprio Donald Trump, al suo primo mandato da presidente, lo stracciò dichiarandolo una “sconfitta” per gli Usa.

A quel punto, naturalmente, gli iraniani erano e si sentirono svincolati, procedendo ad arricchire una parte dell’uranio a loro disposizione (sono anche produttori) fino al 60%. Un livello decisamente superiore a quello per usi solo civili (elettricità), intorno al 4%, ma ancora lontano da quello necessario per assemblare un’arma nucleare (oltre l’85%).

La pretesa di Trump – ottenere quei circa 400kg di uranio arricchito “con le buone o le cattive” – si è già rivelata impraticabile sul piano militare portando al disastro di Isfahan malamente camuffato da “salvataggio di due piloti” (peraltro rimasti sconosciuti, contrariamente a tutti i casi simili). Insistere ora significa perder tempo cercando una “vittoria” tramite la diplomazia.

Ma questa è una constatazione elementare che chiunque può fare, anche i diversamente intelligenti che compongono l’attuale amministrazione Usa.

Più plausibile, dunque, che in realtà Trump stia traccheggiando solo per lasciare campo libero a Netanyahu in Libano ancora per qualche giorno, magari pensando a quanti soldi si potranno fare con lo sfruttamento turistico di una location come il Castello di Beaufort, dove stamattina è stata piantata la bandiera dello Stato genocida.

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30/05/2026

Trump diventa “Re tentenna”

Trump ha parlato della fine della guerra contro l’Iran, ma non ha deciso ancora se firmare il Memorandum of understanding per avviare la trattativa di merito. L’unica conseguenza certa è che questo significa che Israele si sentirà “libero” di continuare a bombardare il Libano, ed anche Beirut, nonostante proprio Trump avesse proclamato il “cessate il fuoco” contemporaneamente a quello sull’Iran (quasi due mesi fa, ormai), e “vietato” di colpire la capitale del paese dei cedri. Ogni morto in più è globalmente un pezzo di credibilità in meno per la “superpotenza”.

Per giustificare in qualche modo il rinvio, agli occhi dei “mercati” e dei suoi elettori, ha confusamente citato “linee rosse” che vorrebbe esser certo saranno rispettate. Ma oltre alla riapertura di Hormuz (che, ricordiamo, era totalmente esente da condizionamenti al transito fino al 28 febbraio, primo giorno di questa guerra) e all’impegno a non fabbricare una bomba atomica (contro cui peraltro pende da anni una fatwa della defunta “Guida suprema”, Ali Khamenei), non si è capito cosa voglia. O non lo dice.

Teheran ha risposto invitandolo a raccontare meno balle mischiate a pezzi di verità, come di solito fanno i depistatori professionali (tipo i servizi segreti, insomma). Dal loro punto di vista, la discussione è al momento solo sulla fine della guerra.

Ma in definitiva un memorandum dovrebbe esistere e, si spera, entrambe le parti dovrebbero avere lo stesso testo.

Nel balletto delle versioni, orchestrato dall’amministrazione statunitense, pesa chiaramente molto la necessità di “vendere” al pubblico di casa una “vittoria” almeno diplomatica, perchè quella sul piano militare non c’è stata.

E di fatto l’unica possibilità rimasta di raccontare questa favoletta sta nella possibilità – oppure no – di avere i famosi 400 kg di uranio altamente arricchito che Teheran avrebbe prodotto negli ultimi anni (dopo che lo stesso Trump, nel precedente mandato, aveva disdetto l’accordo siglato da Obama). Ma sul punto non si vede luce, nel senso che il massimo del “sacrificio” che Teheran appare disposta a subire sta nella consegna del carico alla Cina o alla Russia. Non a Washington.

Tutti gli altri obbiettivi dichiarati, e cambiati spesso, nell’arco di tre mesi non sono stati raggiunti. Meno di tutti il “cambio di regime”, nonostante i pesanti “omicidi mirati” di Ali Khamenei e Larijani.

La maggior parte degli analisti ex diplomatici, oltretutto statunitensi, non ha dubbi sul fatto che comunque vada per Trump sarà nel migliore dei casi un “accordo al ribasso”. Una mezza sconfitta, se non completa, difficile da esaltare.

La responsabilità in genere viene attribuita proprio all’unico alleato-suggeritore: Israele, e Netanyahu in particolare, che avrebbe spinto per l’attacco “decapitante” garantendo che il regime sarebbe poi crollato come un castello di carte. Anche il Mossad, insomma non è più quello di una volta...

Col passare delle settimane, oltretutto, gli interessi di Trump e di Netanyahu si vanno divaricando. Il primo ha bisogno di metter fine ad un conflitto altamente impopolare (la benzina 5 dollari il gallone, come sotto il peggior periodo di Biden, è il suo incubo), mentre il genocida “Bibi” ha bisogno della guerra per provare a restare in sella. O almeno libero (è inseguito da un processo per corruzione che riesce a fare rinviare da mesi solo grazie alle “superiori necessità belliche”).

Ma il manico – economia e forniture di armi – sta in mano a Washington, e prima o poi dovrà prendere una decisione finale.

La partita può ancora sfuggire di mano, soprattutto per l’irresponsabilità criminale di Tel Aviv, chiusa ormai nel ruolo del serial killer senza alternative. Ma appare chiaro che il suprematismo mafioso praticato nella politica estera – “prendere o lasciare”, “o ci date qual che vogliamo o vi facciamo fuori” – non funziona contro paesi e popoli di una certa levatura.

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12/05/2026

Ancora guerra o ritirata, sbagliando comunque

Che fare? Sicuramente l’amministrazione statunitense non vede in questa domanda l’ombra del leninismo, ma altrettanto certamente ne sono in questi giorni ossessionati.

Ieri Trump ha riunito il vertice operativo per analizzare le possibili opzioni dopo la risposta iraniana al suo “memorandum”; il vicepresidente JD Vance, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di stato maggiore congiunto generale Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe e altri alti funzionari.

Pressoché inutile – come al solito – soffermarsi sulle dichiarazioni altalenanti del “Commander in chief”, capace di passare in due minuti dal definire “in coma” il cessate il fuoco, appeso “all’1% di probabilità di sopravvivere”, all’affermazione opposta per cui ci sarebbero “molte buone possibilità di far avanzare le trattative” mediate dal Pakistan.

Al solito, ha infilato dentro menzogne palesi che – se fosse un leader da prendere sul serio – farebbero deragliare qualsiasi trattativa diplomatica. Tipo che gli iraniani avevano accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, “ma poi hanno fatto i furbi e cambiato idea”.

A scanso di equivoci da Teheran, oltre a smentire seccamente, il portavoce della Commissione parlamentare, Ebrahim Rezaei, ha promesso che una delle risposte dell’Iran in caso di un altro attacco statunitense-israeliano sul suo territorio “potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%”. Ossia molto vicino al livello con cui sarebbe possibile produrre davvero una bomba atomica. Cosa che invece Trump afferma di voler assolutamente evitare... 

Domani il tycoon è atteso a Pechino, la cui pressione per far finire la guerra è silenziosa ma costante. Dunque appare difficile che Trump possa presentarsi davanti a Xi Jinping cavalcando un’escalation dalle conseguenze molto pericolose. Se anche nella riunione di ieri fossero state decise nuove opzioni militari, insomma, saranno tentate successivamente al vertice in Cina.

Il blocco dello Stretto di Hormuz – praticato sia dall’Iran che dagli Usa, ovviamente con criteri selettivi opposti – sta infatti incidendo pesantemente sulle economie asiatiche, anche se proprio la Cina è al momento quella che ne risente meno, grazie a grandi riserve strategiche di petrolio e ad una produzione di elettricità sempre più affidata a risorse rinnovabili.

Ma per gli altri paesi industrializzati del continente non è così. Il Giappone, che pure resta il principale alleato regionale Usa, ha ripreso a comprare petrolio dalla Russia, teoricamente ancora sottoposto a sanzioni.

Ancora più grave la situazione nelle forniture di fertilizzanti, un terzo dei quali prodotti proprio nel Golfo.

Un funzionario delle Nazioni Unite avverte del rischio di una “grave crisi umanitaria”. Decine di milioni di persone potrebbero infatti trovarsi presto ad affrontare la fame e la carestia se non verrà consentito in tempi rapidi il transito di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz.

“Abbiamo a disposizione alcune settimane per prevenire quella che probabilmente si trasformerà in un’enorme crisi umanitaria”, ha dichiarato in un’intervista all’AFP Jorge Moreira da Silva, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS).

Per tutto il Mondo è chiaro che la responsabilità di questa situazione è interamente sulle spalle di Usa e Israele. Prima del loro attacco all’Iran, infatti, qualsiasi nave, con a bordo qualsiasi prodotto, transitava liberamente attraverso lo Stretto. Dunque la pressione internazionale, che pure Trump afferma di non sentire, si sta facendo più intensa. Spingendo alla ricerca di soluzioni che possono essere anche molto diverse, ma che comunque devono essere rapide.

A suo modo – da autentico reazionario statunitense – Robert Kagan ha sintetizzato in un articolo su The Atlantic la trappola che Trump ha costruito con le proprie mani: qualsiasi cosa faccia ora con l’Iran è sbagliata.

L’esponente neocon – marito di quell’altra iena guerrafondaia di Victoria Nuland, protagonisti insieme del golpe di majdan in Ucraina, nel 2014 – è ovviamene preoccupato del futuro dell’America, e non nutre assolutamente alcuna simpatia per “la pace” o il “diritto internazionale”.

Però “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa [rispetto ad altri conflitti disastrosi per gli Usa, ndr]. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più'”aperto’ come un tempo.
Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente.
Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America”
.

È in parte – o allo stadio iniziale – quello che sta accadendo con l’Unione Europea, costretta suo malgrado a ripensarsi “orfana” dell’alleanza con gli Usa. E persino con i Paesi del Golfo, che hanno verificato l’inconsistenza della “protezione” statunitense. 

Certo si può tentare di aprire un’altra (breve) offensiva militare, per cercare di uscire dalla trappola senza dover fare la figura degli sconfitti, ma neanche questo cambierà l’equazione strategica al termine della partita.

Spiega Kagan: “Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Se non è scacco matto, ci va molto vicino”

In un attacco di pochi giorni, infatti, anche se insieme ad Israele riuscisse a colpire obbiettivi politicamente pesanti come alcuni dei nuovi dirigenti di Teheran, non sarebbe comunque possibile ottenere nessuno dei risultati “strategici” alla radice della guerra.

“Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potenziale teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni.
Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove”


Detto da un sionista americano “senza se e senza ma” come Kagan, insomma, è quasi una sentenza.

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08/05/2026

Gli Usa sparano e tirano indietro la mano

“Ti sparo, ma il cessate il fuoco prosegue”. Lo stile israeliano sembra essere stato assunto dagli Stati Uniti, che stanotte hanno condotto una serie di attacchi contro postazioni iraniane mentre ufficialmente Washington stava attendendo una risposta di Tehran alla propria proposta di “memorandum” per riprendere le trattative.

Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.

Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.

Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.

Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.

In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.

La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.

Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.

Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.

Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.

Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.

Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.

Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).

Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.

L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.

Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.

Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.

La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.

Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.

In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.

In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...

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06/05/2026

Trump si è fermato ad Hormuz

I contrordini sono diventati la nuova normalità della Casa Bianca. Praticamente non c’è neanche il tempo di registrare una nuova iniziativa Usa che arriva in contemporanea la sua sospensione. Come se anche la geopolitica e la guerra fossero ormai triturate dentro i ritmi della speculazione finanziaria (e la “banda Trump”, ormai è provato, sta facendo miliardi proprio su questi stop and go che fanno salire o scendere le borse, a comando).

La “grande operazione Project Freedom” – che doveva “liberare lo Stretto di Hormuz” spedendo navi militari americane a fare la scorta a navi commerciali di mezzo mondo – è durata in tutto 24 ore. Giusto il tempo di accendere i motori, togliere l’ancora e poi ricalarla in mare.

Nel frattempo, sia dal Pentagono che dai vertici iraniani si vantavano scambi di missili e droni, ma senza farsi troppo male (fanno eccezioni alcuni civili persiani uccisi a bordo di un’imbarcazione non militare). Ma da entrambe le parti si assicurava anche che “la tregua regge” e il “cessate il fuoco” continua anche mentre si sparacchia un po’.

Poi, nella tarda serata di ieri, si veniva a sapere che prima ancora dell’inizio della “grande operazione” – domenica – un funzionario dell’amministrazione Trump di alto livello aveva informato l’Iran dell’imminente operazione degli Stati Uniti per “guidare” le navi attraverso lo Stretto, avvertendo Teheran di “non interferire”.

Di fatto un “ci muoviamo un po’, ma non stiamo facendo sul serio; vediamo di non farci male”.

Teheran, a quanto pare, ha colto il segnale ed è stata al gioco, sparando un po’ senza colpire nulla (gli Emirati lamentano qualche danno, ma non cambia l’equazione).

Subito dopo l’annuncio twittato dalla Casa Bianca: “Su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, e tenuto conto dell’enorme successo militare e dei grandi progressi compiuti verso un accordo completo e definitivo con i leader iraniani, il Project Freedom verrà sospeso per un breve periodo di tempo per vedere se l’accordo può essere finalizzato e firmato”. Anche se “L’embargo rimarrà in vigore a tutti gli effetti”.

Movimenti militari preannunciati come blanda forma di pressione sulla controparte, insomma, ma ad alto impatto mediatico nel proprio campo.

D’altro canto le due navi mercantili statunitensi che aveva provato a seguire la “nuova rotta” indicata dal Pentagono, e che la propaganda Usa aveva descritto come “scortate” dalla Marina... si sono incagliate. Diverse fonti hanno spiegato che “le acque vicino alla costa dell’Oman sono rocciose e le navi non possono né lasciare né far ritorno da quest’area”. Una metafora involontaria della situazione in cui si è andato ad infilare Trump...

Anche un ex capo negoziatore dell’amministrazione Obama, come Robert Malley, ha commentato sarcasticamente: “Sto facendo marcia indietro perché sto vincendo alla grande. Ma se questo è ciò che serve per ridurre le tensioni e cercare di negoziare seriamente un accordo, perché no...”

La notizia seria è una sola: i negoziati continuano e fanno progressi. Il ministro degli esteri iraniano, Seyed Abbas Araghci, è volato a Pechino – il vero “adulto nella stanza”, in questa commedia sanguinosa recitata dalla superpotenza affidata a pagliacci – dove ha incontrato l’omologo Wang Yi. Incassando un supporto importante: “La guerra è illegittima”, ha detto Wang. “Siamo pronti a proseguire i nostri sforzi per allentare le tensioni. Stabilire un cessate il fuoco completo è sia necessario che inevitabile. La regione si trova a un bivio decisivo e gli incontri diretti tra le due parti sono essenziali”.

Da parte Usa c’è sempre il problema del presentare la marcia indietro come una grande avanzata, ma gli sceneggiatori di Hollywood ci stanno lavorando. In fondo quasi nessuno ricorda più che il disastro di Isfahan è stato raccontato come il “glorioso recupero” di due piloti rimasti sconosciuti e senza alcuna medaglia. Forse perché non sono mai esistiti... Nè che due giorni dopo – ma deve essere soltanto una coincidenza – Trump ha dichiarato il cessate il fuoco.

La situazione sul campo resta quella di un mese fa. E le notizie prima nascoste cominciano ad emergere. Per esempio la CNN riporta le confidenzei di un “alto funzionario del Dipartimento di Stato” (il ministero guidato da “Narco” Rubio) che ammette le difficoltà enormi incontrate nel vicino Iraq, dove la maggioranza della popolazione è di fede sciita, quindi “sensibile” alle sorti dell’Iran.

Durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro Teheran, in 40 giorni, sono stati effettuati oltre 600 attacchi di rappresaglia contro strutture americane, numerosi dei quali missilistici o con droni contro l’ambasciata a Baghdad, il Centro di supporto diplomatico statunitense e il consolato americano a Erbil.

La stessa ambasciata avverte che “le milizie terroristiche irachene allineate con l’Iran continuano a pianificare ulteriori attacchi contro cittadini statunitensi e obiettivi associati agli Stati Uniti in tutto l’Iraq, compresa la regione del Kurdistan iracheno (Ikr)”. Sotto assedio, insomma.

Uscire da questo pantano è quindi urgente e necessario, ma senza farlo sembrare una fuga.

I problemi, come sempre, vengono da Israele. Il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, rivela che i vertici delle Forze di Difesa dello Stato ebraico cominciano a far filtrare la loro irritazione per una guerra che a loro avviso è stata un vero buco nell’acqua. Certo, dicono, ci sono stati diversi successi “tattici”, peraltro facili bombardando una nazione di fatto senza copertura antiaerea. Ma i risultati che ci si attendeva di conseguire nel lungo periodo restano fuori portata. Nonostante l’immenso sforzo militare, politico ed economico, l’Iran resta con la stessa forza posseduta prima dell’attacco. Uranio arricchito in testa.

«Alti funzionari della Difesa a Tel Aviv – sostiene il giornale – hanno dichiarato che l’ultima guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarà considerata un fallimento a meno che Israele non riesca a ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione dell’uranio arricchito [ma il tentativo di impossessarsene è fallito ad Isfahan, ndr].
Secondo i funzionari, se la guerra si concludesse con un regime stabile a Teheran e il suo programma nucleare intatto, ciò metterebbe in discussione tutti i successi della campagna. Nel frattempo, i funzionari militari hanno affermato che, nonostante i lunghi preparativi dell’aeronautica israeliana per combattere l’Iran – che ne hanno costituito il principale fronte operativo – le azioni preparatorie non erano commisurate alla portata della sfida.
I funzionari hanno affermato che, nonostante i successi operativi, tra cui l’eliminazione di alti funzionari iraniani e gli attacchi alle industrie della difesa, i piani per rovesciare il regime sono stati rapidamente abbandonati dopo aver compreso che gli attacchi contro l’apparato repressivo del regime non stavano raggiungendo il loro obiettivo e non stavano spingendo le masse in piazza»
.

Di fatto, i vertici dell’esercito chiedono di continuare la guerra e di “prepararla meglio”. Anche se si rendono conto che il loro alleato americano non ha gli stessi interessi e non condivide del tutto la loro paranoia.

Ma la popolazione di Israele sì. Secondo un sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute (IDI), la maggior parte degli israeliani ritiene che porre fine alla guerra con l’Iran nelle condizioni attuali non tutelerebbe a sufficienza i loro interessi di “sicurezza nazionale”. Complessivamente, il 59% degli israeliani si oppone alla fine della guerra in questa fase.

Se non fosse quel bastardo che è, verrebbe quasi da compatirlo, a Trump...

Aggiornamento: il sito americano Axios ha citato funzionari statunitensi secondo i quali Washington e Teheran sarebbero “vicine a un accordo su un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”. Washington “si aspetta una risposta da Teheran su diversi punti chiave entro 48 ore”.

Anche Reuters ha citato una fonte pakistana secondo cui Stati Uniti e Iran sarebbero “vicini a raggiungere un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”, aggiungendo: “La concluderemo molto presto con un accordo americano-iraniano”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”; questi negoziati “potrebbero tenersi a Islamabad o a Ginevra”.

Nello specifico, il memorandum “prevede la sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la revoca delle sanzioni da parte di Washington e lo sblocco dei fondi iraniani”.

Secondo Axios, l’accordo “prevede anche la revoca, da entrambe le parti, delle restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Secondo un funzionario statunitense, “le restrizioni iraniane alla navigazione attraverso lo stretto e il blocco navale statunitense saranno gradualmente revocati nell’arco di 30 giorni”.

Per quanto riguarda i negoziati sulla durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio, alcune fonti indicano che “sarà di almeno 12 anni, mentre un’altra fonte suggerisce che potrebbe arrivare a 15 anni”. È da ricordare che “l’Iran ha proposto una sospensione di 5 anni, gli Stati Uniti ne hanno richiesti 20”.

La fonte ha spiegato che gli Stati Uniti “vogliono includere una clausola che stabilisca che qualsiasi violazione da parte dell’Iran dei termini di arricchimento comporterà un’estensione della moratoria”. Ciò consentirebbe all’Iran di arricchire l’uranio fino a un livello basso del 3,67% dopo la scadenza della moratoria.

“L’Iran si impegnerà inoltre, nell’ambito del memorandum d’intesa, a non cercare di acquisire un’arma nucleare né a intraprendere attività connesse al suo armamento”

Secondo un funzionario statunitense, le due parti stanno discutendo una clausola “in base alla quale l’Iran si impegna a non gestire impianti nucleari sotterranei, oltre a impegnarsi a un regime di ispezioni rafforzato, che include ispezioni a sorpresa da parte di ispettori delle Nazioni Unite”.

In cambio, “gli Stati Uniti si impegneranno, nell’ambito del memorandum d’intesa, a una graduale revoca delle sanzioni imposte all’Iran e al graduale sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in tutto il mondo”.

Due fonti a conoscenza della questione hanno inoltre affermato che l’Iran “accetterà di rimuovere l’uranio altamente arricchito dal Paese”, una richiesta chiave degli Stati Uniti che Teheran ha finora respinto. La Russia si era comunque offerta per rilevarlo.

Molte delle disposizioni del memorandum dipendono dal raggiungimento di un accordo definitivo, il che lascia aperta la possibilità di una ripresa della guerra o di una continua situazione di stallo, in cui il conflitto si interrompe senza una reale soluzione alla crisi.

In questo contesto, il ministro degli Esteri Marco Rubio ha dichiarato martedì: “Non siamo obbligati a redigere l’accordo in un solo giorno”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”.

Tra i punti sollevati figurano la garanzia che non si verifichino attacchi militari, il ritiro delle forze statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni, la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, oltre a un nuovo meccanismo per la gestione dello Stretto di Hormuz e altri ancora.

Fonte: Al Mayadeen

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28/04/2026

L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni

La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.

Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.

Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Tehran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.

Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.

Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – ed anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.

Ma è chiaro che lo sblocco del Golfo toglierebbe agli Stati Uniti la principale forma di pressione (economica) alternativa alla ripresa degli attacchi militari. Se però è Tehran a mostrarsi al mondo disponibile a “riaprire i rubinetti”, allora tutta la pressione politica si scarica addosso a Washington, che continua a ostacolare il traffico navale.

Entrambe le parti giocano sui tempi nella speranza che l’altro sia costretto a cedere prima e riprendere seriamente a trattare. Sempre meglio che sparare, comunque... 

Da parte Usa, invece, il ricorso alle armi sembra avvicinato proprio dalla concentrazione di portaerei nell’area. La Gerald Ford, costretta a riparazioni in Croazia per un ammutinamento dei marinai condotto intasando i bagni e dando fuoco alle lavanderie, ha riattraversato il Canale di Suez e si trova ora nel Mar Rosso. La Abraham Lincoln, accompagnata da una coppia di cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, non si è invece mai allontanata dalla zona e resta a circa 330 km dalla costa iraniana, oltre cioè la presunta gittata dei missili antinave di Teheran (300 km). Idem per la George H. Bush.

La linea del “blocco” statunitense, peraltro, è collocata ben fuori dello Stretto, e si concretizza nel fermo delle sole navi commerciali battenti bandiera iraniana o comunque dirette nei porti di quel Paese.

Più complicata appare la situazione nelle basi collocate nei paesi del Golfo che – secondo diversi giornali americani – avrebbero riportato danni ben superiori a quelli dichiarati dal Pentagono.

Si delinea qui anche una prima frattura ai vertici dell’amministrazione, col vicepresidente J.D. Vance che ha espresso dubbi, durante incontri a porte chiuse, sul modo in cui il Pentagono descrive la guerra in Iran.

Secondo il giornale The Atlantic, infatti, la critica sarebbe rivolta alla narrazione “eccessivamente ottimistica” da parte del Pentagono, in particolare in relazione alla disponibilità di alcuni sistemi missilistici (“ne abbiamo quanti vogliamo”, ha detto più volte Pete Hegseth, imboccando anche Trump).

A supporto ci sarebbero anche rapporti dell’intelligence secondo cui l’Iran conserva ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni che “gli consentono di posare mine e interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz”. L’esatto contrario delle sparate trumpiane...

Non è finita. Mine a parte, l’inquietudine dei militari di professione è per la “flotta delle zanzare” composta da centinaia o migliaia di motoscafi leggeri e ad alta velocità, equipaggiati con mitragliatrici, razzi e, a volte, missili antinave. In un ambiente ristretto come Hormuz, dove le grandi navi devono muoversi secondo tracciati precisi e limitati per evitare di incagliarsi sui fondali, questa imbarcazioni possono agire “a sciame”, provocando seri danni anche a navi da guerra incomparabilmente più potenti.

Come si vede, lo scarto che si apre nei calcoli anche puramente militari diventa piuttosto ampio, tale da segnare le possibilità o meno di fare operazioni “decisive”, vendibili come “vittoria” definitiva nella guerra. E questa incertezza grava sulle scelte che a questo punto la Casa Bianca deve fare per mettere in qualche modo fine al conflitto.

Anche perché l’internalizzazione della guerra è ormai acclarata. Martedì, il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, uscendo dall’incontro con Putin e Ushakov, ha affermato che “i recenti eventi hanno dimostrato la profondità del partenariato russo-iraniano”, esprimendo la sua soddisfazione per aver potuto comunicare con Mosca al più alto livello in un contesto di significativi cambiamenti nella regione.

Tradotto dal diplomatichese: l’alleanza tiene e si è rafforzata, l’Iran non è affatto isolato.

La dimostrazione è arrivata dall’Onu, dove gli Stati Uniti hanno inutilmente cercato di opporsi alla nomina del rappresentante di Teheran come uno dei vicepresidenti della conferenza volta a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha affermato che l’Iran è stato scelto dal “gruppo dei paesi non allineati e da altri Stati”.

La pressione internazionale su Washington cresce. Saranno in grado di ragionare, invece di scoppiare?

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27/04/2026

Per gli Usa è tempo di cominciare a ragionare

Se qualcuno prova a sparare a Trump le borse festeggiano. Con un pizzico di cinismo – che sui mercati domina – si potrebbe trarre questa conclusione dai dati di stamattina sulle piazze asiatiche. Tokyo è salita sui massimi di sempre, superando i 60mila punti, Shanghai un po’ meno ma soltanto perché hanno perso molto alcune società di raffinazione che dovrebbero essere “sanzionate” dagli Usa per aver acquistato petrolio da Teheran.

Battute a parte, la stato di salute dei mercati finanziari da tempo è “sotto effetto” di droghe che persino i cultori del capitale fanno fatica a comprendere, perché, con gli stormi di “cigni neri” che girano per il Mondo, logica vorrebbe fossero assai più depressi.

L’unica buona notizia, al momento, è l’assenza di altre cattive notizie. Vero è che Israele ha ripreso a picchiare sul Libano come se la tregua stabilita da Trump, convocando le parti alla Casa Bianca, non fosse mai esistita (un altro schiaffo in faccia al tycoon, la cui credibilità è ormai sotto tutti i tacchi).

Ma è anche vero che Netanyahu ne aveva bisogno per chiedere ancora una volta l’annullamento per “motivi di sicurezza” della propria testimonianza nel processo per corruzione, prevista per oggi dopo una lunga pausa dovuta alla guerra. Magari domani ci ripensa e torna “obbediente a Washington”, limitandosi ai soliti omicidi mirati e ai raid “puntuali”... 

L’ottimismo circa le trattative di pace mediate dal Pakistan sopravvive in pratica solo grazie all’Iran, il cui ministro degli esteri, Seyed Abbas Araghci, sta da giorni facendo un giro di consultazioni, visitando prima proprio il Pakistan, poi l’Oman (sulla sponda opposta dello Stretto di Hormuz), poi di nuovo il Pakistan e infine oggi Mosca, dove incontrerà Vladimir Putin “per discutere gli sviluppi della guerra e fare il punto sulla situazione attuale. Sono convinto che queste consultazioni e il coordinamento tra i due Paesi in merito saranno di particolare importanza”.

Lo stesso Araghci, lasciando Islamabad dopo la seconda visita, ha riconosciuto che quel Paese “ha svolto un ruolo importante nella mediazione dei negoziati tra Iran e Stati Uniti di recente, ed era necessario discutere degli ultimi sviluppi”.

Sul versante ottimistico, Araghci ha detto che “ci sono stati degli sviluppi nel processo negoziale, e gli approcci scorretti e le richieste eccessive degli Stati Uniti hanno impedito al precedente ciclo di negoziati di raggiungere i suoi obiettivi, nonostante alcuni progressi”. Ma alla fine “Abbiamo esaminato quanto accaduto in passato e discusso di come, e a quali condizioni, i negoziati potrebbero proseguire”.

Condizioni ora trasmesse agli Stati Uniti, che dovranno esaminarle non appena si sarà ricomposta un’amministrazione finita due giorni fa “esfiltrata” o sotto i tavoli dell’hotel Hilton, mentre un professore-attentatore cercava di entrare sparando.

Sull’episodio in sé fioccano ormai complotti dietrologici e ironie più o meno grevi. Più veloci della luce, i creativi iraniani che utilizzano l’intelligenza artificiali e il “linguaggio Lego” per trollare un po’ il tycoon, poche ore dopo “l’attentato” hanno messo online il questo video, sicuramente intrigante (sottolineiamo la colonna sonora rap, davvero incompatibile con l’immagine stereotipata dell’Iran costruita in Occidente).

Di fatto, comunque, il “cessate il fuoco” tra Teheran e Washington, per quanto unilaterale e “ad capocchiam” di Donald Trump, continua a reggere. Ma anche il “controblocco” di Hormuz da parte della flotta Usa – che ha fermato nei giorni scorsi alcune navi iraniane – considerato da Teheran un ostacolo alla ripresa di trattative serie e dirette in quel di Islamabad.

Il quadro strategico complessivo non è comunque mutato. Secondo fonti del Dipartimento della Guerra statunitense e del Congresso che hanno parlato con il New York Times in 40 giorni di attacchi le forze armate statunitensi hanno consumato buona parte della propria dotazione missilistica.

In dettaglio: 1.100 missili da crociera JASSM (oltre un milione di dollari l’uno), 1.000 missili da crociera Tomahawk (in pratica la produzione di 10 anni, al costo di 3,6 milioni di dollari l’uno), 1.200 missili antimissile Patriot (il doppio della produzione annuale, quasi 4 milioni di dollari a esemplare), 1.000 missili balistici tattici ATACMS e altri missili terrestri.

Il problema, secondo gli analisti militari, non è tanto il costo di tutta questa roba (oltre 30 miliardi, comunque, quasi uno al giorno), ma l’impossibilità industriale di rimpiazzarla in tempi brevi.

Sul piano più strettamente militare, poi, quest’armamentario hi-tech e ultracostoso è stato consumato per contrastare – con efficacia decrescente, col passare dei giorni – sciami di droni e missili a basso costo ma sufficientemente precisi da distruggere i proprie obbiettivi (radar, basi militari in Usa, Israele e paesi del Golfo).

«Secondo le fonti sentite dal NYT, gli arsenali quasi vuoti impedirebbero agli USA di sostenere conflitti ad ampio respiro per diversi anni: per ripristinare scorte precedenti al conflitto occorrerebbero 6 anni e molti miliardi», sottolinea il sito specializzato Analisi Difesa. Ma nel frattempo l’egemonia mondiale fondata sulla forza sarà defunta, anche perché sarà difficile tagliare del tutto le forniture di questi mezzi all’Ucraina (pur addebitando il costo a quei fessi dell’Unione Europea) e soprattutto ad Israele.

Proseguire in queste guerre, e soprattutto provare ad aprirne altre (Cuba, Taiwan, ecc.), diventa insomma proibitivo sul piano strettamente industriale, fisico. Non esistono, infatti, più le condizioni politiche e tecnologiche che permisero, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, di trasformare fabbriche di automobili in produttrici di armi. Tanto meno il consenso interno verso “sacrifici” del genere in assenza di reali pericoli diretti per gli Stati Uniti.

Chissà se questi ragionamenti, sintetizzati in report di facile lettura, cominciano a farsi strada anche tra gli ammessi allo Studio Ovale. Tra l’andare avanti al buio, recitando la parte del cowboy ubriaco, e prendersi una pausa di riflessione la scelta non dovrebbe essere difficile. Per gente che ragiona, certo...

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25/04/2026

Al tavolo di Islamabad, ma senza illusioni

Il copione non cambia: quando il volume delle dichiarazioni si alza fino al punto di sembrare un urlo di battaglia imminente, ecco che arriva la dose di valium sotto forma di riapertura delle trattative. A mercati quasi chiusi, questa volta, anche se Wall Street era ancora in piena contrattazione.

Che americani e iraniani si vedano per parlare, sia pure indirettamente e tramite i vertici del Pakistan, è ovviamente una buona notizia per il resto del Mondo. Dando uno sguardo più da vicino, però, si ha l’impressione che non ci sia proprio moltissimo da attendersi.

La delegazione di Teheran, per esempio, è molto più ristretta rispetto a dieci giorni fa. In pratica c’è solo il ministro degli esteri Seyed Abbas Araghci, mentre non è presente Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento. Anche la schiera di esperti sui vari punti in discussione è stata ridotta all’osso.

Da parte Usa spicca l’assenza di un soggetto istituzionale attendibile. Il vicepresidente J.D Vance stavolta è rimasto a Washington, il ministro degli esteri “Narco” Rubio anche. La testa della delegazione è rappresentata dai soliti Witkoff e Kushner, due immobiliaristi, tecnicamente “privati cittadini”, incaricati da Trump di rappresentare la sua volontà (gli “interessi dell’America” sarebbero altri, probabilmente).

È oltre un anno che questa strana coppia corre in giro per il Mondo al posto del tycoon o dei summenzionati vertici istituzionali in carica, ma la sua credibilità è andata declinando rapidamente. In Medio Oriente, in particolare, sono considerati più rappresentanti di Tel Aviv (lato Mossad) che non di Washington.

I problemi che possono ostacolare persino l’avvio di un “trialogo” sono nel frattempo aumentati, non diminuiti. A partire dal Libano, dove Israele prosegue con raid e omicidi mirati pur essendo in vigore ufficialmente un “cessate il fuoco” dichiarato da Trump, e la stessa Casa Bianca considera quel dossier come “separato” da quello riguardante l’Iran. Che invece lo ha posto esplicitamente, e fin dall’inizio, come parte integrante della trattativa (era uno dei “dieci punti” della sua proposta di discussione).

Anche a Gaza e in Cisgiordania proseguono attacchi, arresti, omicidi mirati. Persino in queste ore, mentre i palestinesi della Striscia si stanno comunque recando alle urne – tra le tende e case abbattute – per eleggere i propri rappresentanti.

L’incontro di Islamabad è stato comunque preceduto da una massiccia campagna di minacce e dichiarazioni statunitensi nel consueto stile “tenetemi, se no faccio un macello” – ma ci vorrebbe un Alberto Sordi all’apice della forma per rendere l’idea – tutte miranti a tenere in piedi la narrazione della “vittoria straripante” anche in assenza di risultati militari davvero significativi.

Lo svalvolato ministro della guerra, Pete Hegseth, sintetizza al meglio lo spirito con cui Washington si racconta a tutti: dopo aver definito la guerra in Iran un “dono per il mondo”, (lo deve spiegare al 77% degli americani che attribuisce giustamente a Trump l’aumento del prezzo della benzina), ha messo la solita pistola sul tavolo delle trattative (“L’Iran ha la possibilità di fare un buon accordo o colpiremo di nuovo”).

Sempre sul fronte “narrativo”, però, la novità è rappresentata dal dipingere gli iraniani come “profondamente spaccati” tra “estremisti” e “moderati”, attribuendo per esempio l’assenza di Ghalibaf a dimissioni di protesta contro “l’intransigenza” dei Guardiani della Rivoluzione. Dimenticando che proprio in quelle fila ha costruito tutta la sua carriera, fino a guidarne l’aeronautica.

Patrick Wintour, giornalista del britannico Guardian, ha peraltro dimostrato che le ripetute dichiarazioni di Trump su “folli divergenze” in Iran erano prive di coerenza e irrealistiche, soprattutto considerando che in precedenza aveva parlato dei limiti della sua conoscenza della nuova leadership iraniana

Più seriamente, la delegazione di Teheran ha messo subito le mani avanti, ricordando che non è previsto alcun incontro diretto con la controparte Usa, cui verranno presentate le posizioni iraniane tramite l’intermediario pakistano. Non aspettatevi, troppo, insomma.

Del resto su varie agenzie iraniane appare chiaramente un’analisi della situazione niente affatto tranquillizzante: “Teheran non considera il cessate il fuoco sui vari fronti come la fine della crisi, bensì come una pausa per riadattare uno scenario che presenta difetti strutturali e funzionali fondamentali”. Insomma, “Il cessate il fuoco unilaterale di Washington non è stato il risultato di una scelta diplomatica, bensì dovuto a una falla fondamentale nella gestione del conflitto”, visto che “le prove sul campo dimostrano enormi lacune nel processo decisionale di Washington e Tel Aviv, unitamente a una situazione di incertezza operativa”.

La trattativa va perciò costruita e messa su un percorso meno “bizzarro” di quanto non vorrebbe il tycoon, il che comporta tempi inevitabilmente lunghi e non coincidenti con le esigenze – elettorali e/o speculative – di questa amministrazione.

Una delle condizioni principali è che qualsiasi tipo di colloquio o negoziato, o qualsiasi progresso in tal senso, sia subordinato alla revoca del controblocco Usa nello Stretto di Hormuz (dopo che l’Iran aveva tra l’altro revocato il proprio).

Schermaglie, si direbbe in contesti diversi. Ma intanto qui si misura quanta “sabbia negli ingranaggi” è stata seminata dall’esigenza statunitense di sovrapporre una narrazione trionfalistica ad un percorso militare e diplomatico assai deludente.

E conferma le analisi dei principali osservatori internazionali: con tutti i suoi problemi, comunque Teheran ha più tempo a disposizione di quanto non ne abbia l’amministrazione Trump. Non è un caso che ieri i soliti tweet scomposti del tycoon abbiano insistito proprio sul tema “abbiamo tutto il tempo che vogliamo, davanti”.

Proprio come per i missili – sia d’attacco come i Tomahawk o difensivi come i Patriot e i Thaad – che ormai scarseggiano nei depositi seminati in tutte le basi del pianeta...

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La trappola dell’escalation

Prefazione: Nelle ultime 24 ore (scrivo la mattina del 20 aprile 2026, in Asia), la marina statunitense ha intercettato una petroliera iraniana. Gli iraniani hanno risposto aprendo il fuoco contro navi americane. La retorica da Washington e Teheran si è intensificata mentre continua il rafforzamento militare statunitense nel Golfo Persico. Il secondo round di colloqui a Islamabad è “ora sì, ora no” e sui social media circolano bozze di possibili “termini di un accordo di pace”.

Alcuni osservatori liquidano i negoziati come una messa in scena, sostenendo che gli USA stanno semplicemente riprendendo fiato in preparazione al secondo round della guerra. Altri sostengono che gli USA non abbiano altra scelta che accettare la realtà che l’Iran è emerso come un grande stato e che un grande compromesso sia necessario – e prima è, meglio è.

Questo saggio esplora le dimensioni del dibattito attuale e lo inquadra in una più ampia cornice ispirata a Braudel. La posta in gioco, suggerisco, è definita dalla domanda: la realtà materiale può imporre la razionalità a Washington più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?

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Mentre il cessate il fuoco dell’aprile 2026 nel conflitto iraniano si sfalda sotto un blocco navale statunitense pienamente attuato nel Golfo Persico, nuovi aumenti delle truppe e controminacce iraniane di ampliare le interruzioni nello Stretto di Hormuz, due quadri interpretativi rivali dominano l’analisi del momento presente. La “trappola dell’escalation” di Robert Pape diagnostica l’escalation orizzontale americana come un dono controproducente a un avversario resiliente.

L’analista Anusar Farooqui (altrimenti noto come @policytensor) ribatte che queste stesse mosse costituiscono una contrattazione armata finalizzata a un grande compromesso che riconosca la vittoria strutturale dell’Iran.

Entrambe le prospettive si concentrano sull'“evento” a breve termine. Per contestualizzare questo dibattito, mobilito il metodo storico tripartito di Fernand Braudel e vi aggiungo un taglio termoeconomico: l’evento (la cinetica immediata della guerra), la congiuntura (i cicli di medio termine della transizione di potere) e la longue durée (i ritmi strutturali profondi e biofisici).

Solo annidando l’evento all’interno di questi strati più profondi si cristallizza la domanda aperta: la realtà materiale può imporre la razionalità più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?

La trappola dell’escalation di Pape, affinata attraverso decenni di studio sulla coercizione dal Vietnam al Kosovo, identifica uno schema ricorrente. L’escalation incrementale di una potenza superiore – attacchi decapitanti, campagne di precisione, interdizione navale, ecc. – non riesce a estorcere concessioni politiche decisive, mentre invita la parte più debole ad ampliare portata e durata della propria resistenza. I successi tattici diventano passività strategiche.

Nella guerra del 2026 contro l’Iran, gli attacchi iniziali del 28 febbraio da parte di USA e Israele avrebbero dovuto ripristinare l’equilibrio regionale; invece, la rappresaglia iraniana ha orizzontalizzato il teatro al collo di bottiglia del Golfo e alle proxy.

I travagliati colloqui di Islamabad (11-13 aprile) e la successiva applicazione del blocco esemplificano la trappola: ogni nuova leva di pressione alza semplicemente la posta, genera ripercussioni nei mercati petroliferi (manipolati tramite annunci e interventi del Tesoro) ed erode la credibilità stessa che Washington cerca di ripristinare.

Farooqui offre un’alternativa basata sulla teoria della contrattazione. Non si tratta di intrappolamento, ma di diplomazia coercitiva sotto costrizione. L'“arma di Hormuz” iraniana non può essere disarmata a un costo accettabile; il suo arsenale asimmetrico a basso costo le garantisce una superiorità di resistenza.

Il blocco e lo spiegamento di forze sono mosse volte a creare una leva per estorcere un grande compromesso di consolidamento della sicurezza – garanzie di non aggressione, sollievo dalle sanzioni e accordi formalizzati sui flussi energetici – mentre entrambe le parti riconoscono l’Iran come una potenza regionale consolidata. La razionalità, implica, alla fine che prevarrà perché il bilancio materiale è inesorabile. Gli USA non possono vincere e quindi devono trovare un accordo.

Il dibattito è importante. Determina se gli Stati Uniti possano ancora guidare il multipolarismo alle proprie condizioni o se debbano accettare i limiti alla propria egemonia. Tuttavia, i parametri della discussione rimangono limitati dalla sua focalizzazione a livello di evento.

Braudel insisteva che gli eventi di superficie diventano intelligibili solo se collocati all’interno della congiuntura – i ritmi di medio termine dei cicli economici, degli allineamenti geopolitici e delle transizioni di potere – e infine all’interno della longue durée della geografia, del clima, della demografia e dei vincoli biofisici.

La congiuntura qui è l’atto finale del momento unipolare trentennale post-Guerra Fredda. Dal 1991 fino all’incirca alla metà degli anni 2010, gli Stati Uniti hanno goduto di una libertà d’azione senza precedenti: nessun concorrente alla pari, un sistema finanziario incentrato sul dollaro e la capacità di proiettare potenza in Medio Oriente con minime costrizioni esterne.

Le ambizioni strategiche USA-Israele nella regione – assicurarsi i corridoi energetici, neutralizzare l'“asse della resistenza” e impedire a qualsiasi attore singolo di dominare il Golfo – operavano all’interno di questo ambiente permissivo. L’invasione dell’Iraq del 2003, il contenimento dell’Iran e le ripetute operazioni israeliane contro Hezbollah e Hamas furono tutte espressioni di una superiorità unipolare.

Alcuni arriverebbero al punto di sostenere che questa mappa strategica, articolata in rapporti strategici di think tank come Paths to Persia della Brookings Institution (2009), mira in ultima analisi a neutralizzare i rivali regionali per aprire la strada alla creazione di una Grande Israele. In questo quadro, l’Iran rimane l’ultimo ostacolo.

Quell’era è ora visibilmente decaduta. L’ascesa – economica, tecnologica e militare – della Cina ha ridisegnato il rapporto di forze globale. L’iniziativa Belt and Road di Pechino, il suo dominio nelle catene di approvvigionamento di minerali critici ed energia rinnovabile, e il suo crescente partenariato con la Russia hanno creato poli alternativi attorno ai quali il Sud del Mondo gravita sempre di più.

La riemersione della Russia, accelerata dal conflitto ucraino del 2022, ha ulteriormente eroso l’assetto post-Guerra Fredda: i mercati energetici non sono più un monopolio occidentale, e la cooperazione tecnico-militare con l’Iran (droni, missili, satelliti, ecc.) ha notevolmente rafforzato le capacità asimmetriche di Teheran.

La guerra del 2026 contro l’Iran non è quindi una crisi isolata, ma una prova congiunturale della possibilità per gli Stati Uniti di riaffermare l’egemonia sui flussi petroliferi globali e sull’architettura del petrodollaro di fronte a questa deriva multipolare più ampia. La ripetuta caratterizzazione del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov della campagna come un tentativo di punire la “Maggioranza Mondiale” per aver scelto le alternative guidate dai BRICS coglie esattamente la posta in gioco. L’evento è l’ultimo capitolo di un arco trentennale di iperestensione unipolare che incontra una contro-pressione strutturale.

Sotto la congiuntura si trova la longue durée: la termoeconomia della finanziarizzazione e il declino secolare del ritorno energetico relativo sull’investimento energetico (EROEI) negli USA.

Dagli anni ’70, il capitalismo avanzato ha subito un profondo spostamento dalla produzione industriale alla finanziarizzazione – rendita, inflazione degli asset e distacco della circolazione monetaria dal sottostante flusso produttivo materiale. Ciò ha svuotato la base industriale necessaria a sostenere un conflitto ad alta intensità. Parallelamente a ciò vi è la realtà biofisica del declino dell’EROEI negli USA.

I giacimenti convenzionali di petrolio che un tempo producevano rapporti energetici netti di 30:1 o 100:1 sono maturati; le fonti non convenzionali (scisto, acque profonde e sabbie bituminose) offrono rendimenti molto inferiori una volta sottratti i costi di estrazione, raffinazione e infrastrutture.

La stessa logica si applica al più ampio sistema energetico che supporta la proiezione di potenza militare: munizioni di precisione, costellazioni satellitari, gruppi d’attacco di portaerei e catene logistiche globali poggiano tutti su una fondazione di energia netta in erosione.

La finanziarizzazione maschera temporaneamente il problema attraverso debito ed espansione monetaria, ma non può abrogare la seconda legge della termodinamica. Le guerre, in questa visione di longue durée, sono in ultima analisi competizioni su chi possa sostenere più a lungo il flusso di energia e materiali.

Il problema del “dignitoso intervallo”, che ho precedentemente discusso nel contesto della guerra in corso in Ucraina, si inserisce direttamente in questa analisi stratificata. Molte, anche se non tutte, le élite a Washington e nelle capitali alleate comprendono, a livello congiunturale, che il dominio unipolare è passato. Questa è la fonte di una grande ansia da spiazzamento.

Capiscono inoltre che una guerra terrestre per disarmare l’Iran richiederebbe oltre un milione di soldati – un impegno di spedizione politicamente e logisticamente difficile, se non impossibile. Farooqui, tra gli altri, ha stimato che tali numeri siano inconcepibili, anche con una leva politicamente controversa.

Tuttavia, l’accettare le condizioni iraniane – revoca delle sanzioni, tolleranza dell’arricchimento sotto supervisione, formalizzazione di un patto di non aggressione, accettazione del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e rimozione delle basi americane dal Golfo Persico, ecc. – cristallizzerebbe la narrazione della ritirata imperiale.

Gli incentivi politici interni, la gestione dell’alleanza internazionale e la necessità di proiettare forza verso la Cina richiedono tutti che la sconfitta venga rinviata. L’intervallo quindi si allunga: più applicazione del blocco, più escalation retorica e più dispiegamenti performativi.

Il fanatismo intensifica la distorsione. Segmenti dell’élite di politica estera americana sono animati da un eccezionalismo millenarista che inquadra ogni conflitto come esistenziale e ogni battuta d’arresto come apocalittica. Questo non è mero nazionalismo; è una teologia civilizzativa in cui gli Stati Uniti sono l’attore indispensabile della storia, e la ritirata equivale a un fallimento morale.

L’eccezionalismo millenarista – che inquadra il conflitto come una lotta civilizzativa esistenziale o una guerra biblica, in alcune versioni, piuttosto che come un aggiustamento congiunturale – converte il dignitoso intervallo in una crociata morale. Un linguaggio apocalittico sulla sopravvivenza dell'“ordine basato su regole” o sugli imperativi delle scritture religiose crea un cortocircuito nel feedback tra segnali materiali e politica. È più facile alimentare le fiamme che ammettere che la congiuntura unipolare si è chiusa e che la longue durée ora vincola le opzioni americane più strettamente di quanto non sia accaduto dai tempi del 1945.

Lo stesso registro retorico che un tempo descriveva Saddam Hussein o i talebani come minacce esistenziali ora descrive l’Iran come il perno di un asse che deve essere spezzato per preservare l'“ordine basato su regole”. Il fanatismo crea un cortocircuito nel ciclo di feedback tra la realtà del campo di battaglia e l’aggiustamento politico. Converte il dignitoso intervallo da un ritardo tattico in una crociata morale, rendendo le uscite razionali politicamente radioattive.

La disciplina ultima, tuttavia, arriva attraverso la termoeconomia del sostentamento della guerra – il punto in cui la longue durée incontra l’evento singolare.

Gli Stati Uniti sono entrati in questa campagna con disponibilità di munizioni già messe a dura prova dagli impegni in Ucraina e nell’Indo-Pacifico. Centinaia di missili da crociera Tomahawk e JASSM-ER sono stati consumati nella fase iniziale della guerra; i tassi di produzione annuale rimangono a poche dozzine o poche centinaia di pezzi. Gli intercettori THAAD e Patriot sono stati ridotti a tassi che richiederanno anni per essere ripristinati. I colli di bottiglia della catena di approvvigionamento in terre rare, propellenti e microelettronica aggravano il problema.

L’Iran, al contrario, combatte sul lato a basso EROEI del bilancio che ora favorisce il difensore: i suoi droni Shahed e i missili balistici sono economici da produrre, resistenti alla dispersione e rapidi da ricostituire. Ha assorbito gli attacchi iniziali, mantenuto il ritmo di lancio e costretto l’arsenale statunitense molto più costoso a consumarsi nella difesa.

L’arma di Hormuz rimane il fatto strutturale decisivo. Chiudere o anche solo minacciare la chiusura dello Stretto impone shock energetici globali immediati che gli Stati Uniti non possono neutralizzare senza un impegno terrestre di scala sbalorditiva. Le manipolazioni di mercato a breve termine attraverso i segnali del venerdì sera e del lunedì mattina di Trump, insieme agli interventi del Tesoro sui mercati, non risolvono il problema delle scorte globali in diminuzione mentre i flussi diminuiscono.

L’aumento dei prezzi e la distruzione della domanda sono due facce della stessa medaglia, che parlano di significative sofferenze economiche. Disarmare le batterie di missili costieri iraniani, le capacità di posa di mine e le forze proxy richiederebbe non attacchi chirurgici, ma un’occupazione sostenuta di terreno chiave – un’operazione che gli analisti militari stimano richiederebbe oltre un milione di soldati, anni di logistica e l’accettazione di perdite e costi che superano qualsiasi cosa vista dal Vietnam in poi.

A quanto riferito, Trump sta tentennando di fronte alle prospettive di tali perdite. E anche in quel caso, il successo non è garantito: la storia è piena di spedizioni di grandi potenze che sono naufragate di fronte alla resilienza locale e alle tattiche asimmetriche. L’arma di Hormuz esiste finché l’Iran conserva la sovranità sulla sua costa e la volontà politica di usarla. Nessuna escalation al di sotto di quell’impegno può disarmarla.

È qui che la termoeconomia diventa l’arbitro finale. Le guerre non finiscono quando una parte ottiene una “battaglia decisiva” clausewitziana, ma quando la curva di sostenimento di una parte crolla rispetto all’altra.

Gli Stati Uniti possono infliggere dolore, ma non possono farlo indefinitamente senza cannibalizzare le proprie riserve strategiche e causare maggiori perturbazioni economiche globali con effetti di ritorno sulla propria vitalità e sostenibilità economica. La volatilità dei prezzi del petrolio, l’inflazione che si ripercuote sui mercati globali e i crescenti rapporti costi/opportunità rispetto alla Cina esercitano tutti pressioni sul calcolo americano e su quello degli ex alleati.

L’Iran, puntando sull’attrito e sulla resistenza, sta giocando lo stesso gioco che vietnamiti, afghani e iracheni hanno giocato prima: sopravvivere all’orologio politico della potenza più forte.

In termini braudeliani, l’evento (blocco, colloqui traballanti e aumenti delle truppe) è epifenomenico. La congiuntura (declino unipolare, ascesa della Cina, riemersione della Russia e ambizioni regionali USA-Israele in collisione con il multipolarismo) stabilisce i parametri degli esiti possibili. La longue durée (l’erosione della capacità industriale da parte della finanziarizzazione e il declino secolare dell’EROEI relativo) fornisce il soffitto biofisico che né l’ideologia né la coercizione possono violare.

L’esaurimento materiale – già visibile nei tassi di consumo delle munizioni di precisione – alla fine imporrà la “razionalità”. L’unica variabile è la lunghezza del dignitoso intervallo che il fanatismo può estrarre prima che l’esaurimento imponga il nuovo accordo o che la trappola si richiuda. Il dignitoso intervallo può durare mesi o anni, il fanatismo può tenere accesi i fuochi retorici, ma il bilancio materiale è spietato. I tassi di esaurimento, i tempi di ricostituzione e la geografia irriducibile del Golfo impongono un limite invalicabile che nessuna narrativa eccezionalista può abrogare.

La storia suggerisce che l’intervallo può essere pericolosamente lungo quando dominano l’avversione alla vergogna e la nostalgia egemonica. I mostri dell’interregno sono scatenati. Eppure i sistemi biofisici non negoziano con l’ideologia. Il bilancio termoeconomico è già scritto nei rendimenti energetici netti decrescenti della base industriale, nella fragilità delle catene di approvvigionamento finanziarizzate e nella geografia del Golfo.

La domanda aperta, quindi, è temporale e la ripeto: la realtà materiale può imporre la razionalità più velocemente di quanto il fanatismo possa prolungare l’intervallo? Se gli effetti economici a catena del blocco, il visibile esaurimento delle scorte di precisione e la sostenuta contro-pressione iraniana concentrano le menti a Washington verso un grande compromesso, gli Stati Uniti potrebbero ancora ottenere un’uscita dalla guerra che salvi la faccia prima che la trappola si richiuda completamente.

Se l’arroganza e l’avversione alla vergogna prevarranno, il dignitoso intervallo diventerà una dimostrazione più lunga e costosa del perché l’avvertimento di Pape si sia dimostrato durevole attraverso decenni di conflitti.

In entrambi i casi, il verdetto termoeconomico è già stato emesso: l’Iran non può essere sottoposto a coercizione alle condizioni americane senza costi che il sistema guidato dagli americani non può sopportare indefinitamente.

L’unica variabile rimasta è quanto dolore le élite americane sono disposte a infliggere alla propria società – e a quelle degli alleati, nella misura in cui compaiono anche nel pensiero di Bruxelles – prima di riconoscere i limiti che la geografia, la capacità industriale e la fisica hanno già imposto.

Che Washington lo riconosca più velocemente di quanto i fuochi possano essere alimentati determinerà se la guerra del 2026 contro l’Iran diventerà un gestibile aggiustamento congiunturale o l’ultimo capitolo di una storia di longue durée di iperestensione imperiale che incontra i limiti materiali.

I fuochi possono infuriare, ma il combustibile – sia letterale che metaforico – è finito.

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23/04/2026

Ultimatum ad orario variabile

Se non sai cosa fare, fai almeno finta di saperlo. Ma agli Stati Uniti non riesce più neanche questa antichissima simulazione.

Nel caos di notizie e annunci spicca la precisazione dei soliti “funzionari della Casa Bianca coperti da anonimato” secondo cui il prolungamento del cessate il fuoco concesso – ufficialmente – per consentire al “regime iraniano” di risolvere la propria battaglia interna ed elaborare una proposta di negoziato non sarebbe “a tempo indeterminato”, ma “a volontà di Trump”. Pochi giorni comunque... Una sorta di ultimatum ad libitum, a geometria variabile, senza orario né data.

Che le sorti di una guerra che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale siano affidate all’umore di un presidente che finge di osservare da lontano l’evoluzione di una battaglia politica dentro “il nemico” (presunta, ma prontamente ingigantita da tutto il sistema mediatico occidentale) non suona particolarmente rassicurante.

Poi, ad indagare meglio, vien fuori che una scadenza effettivamente esiste. Ma per l’amministrazione Trump, che il primo maggio vede scadere il periodo – due mesi – concesso dalle leggi Usa per condurre una guerra senza l’approvazione del Congresso.

Questo non significa ovviamente che dal giorno dopo le truppe Usa devono essere ritirate. Secondo le norme esistenti, Trump dovrebbe scegliere tra tre possibilità: chiedere al Congresso di approvare la guerra, iniziare a ridurre il contingente americano o auto concedersi un’estensione.

La prima soluzione è quasi impraticabile. Anche se esiste ancora una piccola maggioranza repubblicana in parlamento, le ormai prossime elezioni di midterm stanno mettendo in discussione l’eventuale appoggio di molti conservatori, visto che il mondo “Maga” si va ormai fratturando proprio sulla guerra all’Iran.

La seconda ipotesi concede qualche margine in più, ma limiterebbe le operazioni militari a quelle necessarie a garantire il “ritiro delle truppe in sicurezza”, escludendo quindi grandi offensive o interventi di terra (peraltro già falliti).

La terza sembra più in sintonia con il Trump-style, ma di sicuro farebbe crescere il conflitto politico interno, con esiti esiziali per il Grand Old Party. Avrebbe senso se ci fosse la certezza militare di concludere la guerra in pochi giorni, con una vittoria definitiva e visibile. Ma dopo quel che si è visto in sei settimane, pare escluso... 

Da parte iraniana si ostenta tranquillità. Prosegue infatti il botta-e-risposta sul campo (gli statunitensi hanno sequestrato due navi commerciali di Teheran nei giorni scorsi, la stessa cosa hanno fatto ieri i pasdaran con due navi Msc), e persino il cessate il fuoco – pur rispettato – non ha ancora ricevuto un consenso esplicito. Per loro resistere equivale a vincere, ogni giorno che passa avvicina quell’esito.

Ciò nonostante Trump ha annunciato che i colloqui riprenderanno domani in Pakistan, anche se nessun altro lo conferma (né Teheran, né il Paese ospitante). La testata Axios – che in Medio Oriente viene considerata una controllata del Mossad israeliano, più che degli Stati Uniti – riporta che secondo una fonte vicina al tycoon “Sembra proprio che Trump non voglia più ricorrere alla forza militare e abbia deciso di porre fine alla guerra”. Naturalmente perché convinto di aver “ottenuto tutto il possibile sul piano militare e vuole uscire da una guerra sempre più impopolare. Non la riprenderà finché non avrà esaurito ogni altra opzione”.

Il rapporto costi/benefici è diventato spaventosamente negativo, questo è universalmente chiaro. Gli alleati fuggono, i nemici si moltiplicano, i partner arabi si stanno rendendo conto che l’America non è più in grado di tutelare né i loro affari né la loro sicurezza militare, i cinesi lasciano fare in attesa di raccogliere i risultati, il blocco sociale che lo aveva sostenuto si va liquefacendo... 

Certo, la forza militare è ancora immensa. Ma non ha fin qui risolto nulla, neanche contro un avversario molto meno potente (ed era già avvenuto con l’Afghanistan e altre decine di volte).

“Botta da matto” o ritiro in buon ordine, fantasticando di grandi vittorie epocali. Sulla prima idea girano ormai aneddoti non verificabili (il capo di stato maggiore che gli nega l’accesso ai codici della valigetta nucleare per far partire un’atomica contro l’Iran), ma significativi del clima interno al vertice Usa di fronte a una situazione senza uscita comoda.

Di certo, intanto c’è, che il “segretario della Guerra”, lo svalvolato Pete Hegseth, ha licenziato in tronco il segretario della Marina John Phelan, l’ultimo di una serie di alti funzionari costretto a lasciare il Pentagono dall’inizio della guerra con l’Iran (pochi giorni fa era toccato al capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Randy George). Il licenziamento improvviso arriva mentre la Marina è impegnata a realizzare il controblocco dello Stretto di Hormuz, in pratica l’impegno più grosso di queste settimane.

La seconda è hollywoodianamente giocabile, anche se ormai fa ridere.

Ma è meglio ridere, no?

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21/04/2026

L’impotenza arrogante di Washington

Se li conosci, li eviti. O quanto meno, fai verifiche triple prima di accettare un incontro...

Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano verso i colloqui con gli Stati Uniti ad Islamabad.

A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento pakistano Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.

A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.

A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).

Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata ala tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).

Stamattina, invece, una petroliera di Teheran è transitata senza problemi, forse perché chi deve scommettere in borsa sulle oscillazioni provocate dalla Casa Bianca aveva bisogno che i titoli tornassero su.

Andar dietro ai singoli episodi, in definitiva, non fornisce una visione chiara. Anzi.

La sintesi migliore della situazione strategica, al momento, resta quella fornita da quella vecchia canaglia di Ian Bremmer, fondatore e capo dell’Eurasia Group: “Trump è in un vicolo cieco, l’unica cosa che può fare è scegliere il danno minore: dichiarare vittoria e chiuderla qui”. Lo stiamo del resto scrivendo da almeno un mese... 

La superiorità militare statunitense e israeliana si è rivelata meno straripante del previsto. E la voglia di Tel Aviv di usare l’atomica (questo e non altro significava “potremmo cancellare una civiltà in una notte”) avrebbe proiettato il Mondo intero in una situazione senza via d’uscita.

È trasparente, infatti, che l’unico vero interesse statunitense per attaccare l’Iran è disgregare la catena di relazioni che si sono andate cementando nei Brics intorno a Russia e Cina, mentre queste due superpotenze nucleari stanno operando il più sottotraccia possibile per contenere la corsa verso il baratro.

Israele ha altri interessi, completamente folli e incompatibili con gli equilibri mondiali esistenti, ma perseguiti tenacemente e apparentemente raggiungibili finché gli Stati Uniti partecipano alla fetida “coalizione Epstein”. Per Tel Aviv, esplicitamente, “il lavoro sull’Iran non è finito”, una trattativa vera, per una pace vera e duratura, sarebbe mortale.

La potenza Usa è insomma relativamente impotente, pressata da ogni lato per una conclusione rapidissima del conflitto che sta gettando l’intero Pianeta nella crisi economica, nella scarsità di carburanti, nell’inflazione e in ormai prevedibili proteste di massa fin dentro il cuore dell’impero. Non c’è un solo Paese che approvi questa guerra, ed anche il blocco elettorale che ha portato Trump di nuovo alla Casa Bianca si va sfaldando.

Nulla ha funzionato come previsto ormai due mesi fa, e non c’è un piano di riserva. Il consiglio di Bremmer è scontato e al tempo stesso difficilissimo da seguire. Sarebbe servita almeno una “vittoria” visibile. Ma non c’è stata. Anche l’uccisione di Ali Khamenei è stata svuotata dalla scelta del figlio Mojtaba come successore.

Così la potenza impotente si sfoga in un’orgia di tweet bipolari che annunciano esiti opposti più volte al giorno e in un’impostazione della diplomazia alla Quentin Tarantino, con pistole e stivali sul tavolo. E un avversario più freddo, che aspetta il momento giusto per sedersi, quando il tavolo sarà ripulito.

Arroganza concentrata nelle parole, impotenza dimostrata nei fatti. Manca solo la presa d’atto del prigioniero del suo stesso gioco. Ma non è affatto detto che avvenga. Né che sia pacifica...

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11/04/2026

Quattro chiacchiere col dito sul grilletto

Partiamo con la buona notizia. I colloqui semi-diretti tra Stati Uniti e Iran stanno per iniziare ad Islamabad, capitale amministrativa del Pakistan. Le delegazioni dei due Paesi sono arrivate, guidate da esponenti di punta, per quanto molto diversi tra loro.

Per Teheran ci sono il ministro degli esteri Seyed Abbas Araghci e il presidente del Parlamento (nonché ex capo dei Guardiani della Rivoluzione) Mohammad Bagher Ghalibaf. Per Washington il vice-presidente J.D. Vance, noto per la sua contrarietà alla guerra ma fin qui incapace di pesare sulle decisioni del chief. Gli altri due – i soliti Witkoff e Kushner – sono considerati invece due truffatori che lavorano per Israele e non avrebbero mai potuto avere l’esclusiva della trattativa con l’Iran.

I colloqui si svolgeranno nell’hotel Serena, debitamente svuotato dei clienti e stipato di agenti della sicurezza delle tre parti in causa, con i padroni di casa ovviamente in soprannumero.

Il «dialogo» sarà comunque indiretto, con americani e iraniani in due sale diverse e i mediatori pakistani a fare la spola.

Esiste ancora un margine di incertezza sull’inizio effettivo perché l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che i colloqui inizieranno se l’altra parte accetterà le precondizioni poste dall’Iran per l’avvio dei negoziati. Ovvero lo stop ai bombardamenti sul Libano da parte di Israele e lo sblocco dei fondi depositati in banche occidentali e «sequestrati» in barba ad ogni convenzione internazionale (la rapina è del resto la vera natura del capitalismo occidentale...).

Qui c’è il primo vero ostacolo, visto che Israele prosegue i suoi attacchi proprio per far fallire qualsiasi trattativa.

Non è una nostra speculazione «dietrologica». Il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, praticamente il foglio del Likud (il partito di Netanyahu), spiegava già ieri che un eventuale accordo di pace ridurrebbe le possibilità di normalizzazione e di alleanze tra Israele e i paesi arabi. Anzi, secondo alcune stime, gli Stati del Golfo potrebbero essere inclini ad avvicinarsi all’Iran e alla Turchia. Non tanto per un riavvicinamento politico, quanto per considerazioni di natura pratica e necessità di sicurezza (a nessuno, tranne Tel Aviv, conviene avere una guerra che blocca l’economia del Golfo).

Gli altri nodi sul tavolo sono tutti altrettanto ingarbugliati. La questione dello Stretto di Hormuz, se non altro, è indicativa della follia statunitense: ora Washington pretende lo «sblocco immediato» del traffico e l’abolizione di qualsiasi «pedaggio» da parte di Iran ed Oman (i due controllori della costa di Hormuz). Ma fino al 28 febbraio – data di inizio dell’attacco all’Iran – lo Stretto era perfettamente libero e senza costi. Senza l’aggressione sarebbe rimasto come sempre è stato.

Ora Teheran pretende di ricavare anche da lì un po’ di entrate (un dollaro al barile di petrolio, per gli altri tipi di carico si vedrà) a titolo di riparazioni di guerra, visti i gravi danni subiti ad infrastrutture e abitazioni civili.

Poi c’è la vexata quaestio dell’arricchimento dell’uranio, per uso civile secondo Teheran, a fini militari secondo Israele e Usa. Anche qui il problema è stato creato proprio da... Donald Trump, che l’8 maggio del 2018 ha disdettato l’intesa siglata tre anni prima da Obama, rispettando la quale l’Iran accettava il controllo dell’Aiea e dunque degli organismi internazionali.

Si potrebbe andare avanti a lungo con l’elenco dei problemi da risolvere, ma la questione fondamentale riguarda la completa assenza di fiducia tra le parti. E Teheran ha tutte le ragioni per non fidarsi, visto che per ben tre volte è stata attaccata mentre si stavano conducendo negoziati definiti anche dagli Usa «promettenti». Ci si siede insomma pronti a scattare, col dito sul grilletto... 

Non sappiamo ovviamente cosa potrebbe esser fatto per cambiare questo stallo che impedisce di fatto di arrivare a dei punti fermi su qualsiasi problema di merito. L’esempio principale è offerto proprio dalla questione del Libano, «compreso nell’accordo» mediato dal Pakistan sia secondo Islamabad che Teheran, e invece escluso per decisione unilaterale di Netanyahu, poi avallata dall’amministrazione Trump.

Un altro esempio è stato offerto dalla scorta di caccia pakistani intorno all’aereo che portava la delegazione iraniana a Islamabad. Tutti conoscono il «vizio» israeliano di bombardare gli interlocutori che siedono al tavolo delle trattative... 

A bocce ferme, un accordo sembra quindi molto difficile. Sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno bisogno di metter fine alla guerra, ma per ragioni completamente diverse e con urgenze profondamente differenti.

Per quanto doloroso sia subire attacchi che prendono di mira soprattutto infrastrutture civili, ospedali, vigili del fuoco, università, ecc., Teheran si è preparata da decenni a questa situazione. La sua inattesa resistenza, nettamente al di sopra dei calcoli fatti dagli aggressori, lo dimostra. Ovvio che voglia riprendere al più presto la vita normale di un paese che è molto più avanzato di quanto descritto dai media occidentali, ma ha anche più volte affermato esplicitamente che vuole un accordo risolutivo, di lunga durata, non un semplice cessate il fuoco temporaneo che lo separa da una nuova aggressione.

L’amministrazione Trump, al contrario, ha fretta di chiudere una guerra che gli sta costando già ora una serie di sconfitte elettorali clamorose e che anticipa il risultato delle elezioni di midterm, a inizio novembre, che potrebbe togliergli la maggioranza in entrambe le Camere, bloccandone molte iniziative o aprendo addirittura la strada per un impeachment.

La pressione generale – dei «mercati», degli «alleati», dei fondamentali economici e dell’inflazione (+1 % nel solo mese di marzo, in seguito alla guerra) – lo spinge a cercare sul piano diplomatico quella «vittoria» che non è riuscito ad ottenere sul piano militare. E qui si vede quanto pesi la batosta presa nel cercare di «rubare» l’uranio arricchito iraniano nel sito di Isfahan, malamente mascherato da «salvataggio dei piloti» di un F-15E abbattuto in tutt’altra regione.

A proposito: ne avete saputo più nulla? Una foto, un’intervista, una comparsata da qualche parte... Nulla. Scomparsi, come se non fossero mai esistiti... 

Il problema principale resta sempre Israele. Un paese diventato un killer seriale, un genocida per dna, senza altro orizzonte che lo sterminio perpetuo di qualsiasi vicino. Senza amici perché non ne vuole. Solo servi o morti. Un esempio, anche qui, serve a chiarire più di tanti discorsi.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver espulso la Spagna dal Centro di coordinamento civile-militare istituito nel Paese nell’ambito del «piano di pace» in 20 punti di Donald Trump, che ha costituito la base per il «cessate il fuoco» a Gaza. Un organismo inutile, ma che doveva simboleggiare una qualche compartecipazione della «comunità internazionale».

Una reazione rabbiosa alle moderate critiche che la Spagna sta muovendo alla guerra contro l’Iran, alle politiche israeliane a Gaza e nella Cisgiordania occupata, nonché alla sua sanguinosa campagna di bombardamenti e all’invasione del Libano.

«Israele non rimarrà in silenzio di fronte a chi ci attacca. La Spagna ha diffamato i nostri eroi, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), i soldati dell’esercito più morale del mondo», ha dichiarato Netanyahu. «Non sono disposto a tollerare questa ipocrisia e ostilità. Non intendo permettere a nessun Paese di intraprendere una guerra diplomatica contro di noi senza pagarne immediatamente il prezzo»

Vi pare possibile per il Mondo intero avere a che fare con gente simile?

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06/04/2026

Una nuova Global Sumud Flotilla è in partenza

Manca solo una settimana alla partenza ufficiale della nuova missione della Global Sumud Flotilla. Il 12 aprile è la data segnata come il momento principale di avvio della traversata, da Barcellona a Gaza, ancora posta sotto assedio dal regime sionista. Per quanto riguarda il nostro paese, alcune navi sono già partite, direzione Sicilia, dove dovrebbero riunirsi tra il 20 e il 25 aprile, in attesa della fase successiva dell’iniziativa.

Gli organizzatori promettono una flotta molto più imponente della precedente. Circa 80 navi e mille attivisti proveniente da oltre 100 paesi puntarenno verso la Striscia, con tre obiettivi in mente: innanzitutto quello politico di rompere ancora una volta l’assedio israeliano e mostrare l’ipocrisia del cessate il fuoco; portare aiuti; aprire un corridoio umanitario permanente.

Accanto alle sigle storiche di questo tipo di missione (Freedom Flotilla Coalition, Thousand Madleens, e così via) ci sarà anche il supporto della nave di ricerca e soccorso Open Arms. Contemporaneamente, un convoglio via terra composto da circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania. Thiago Ávila, attivista protagonista della precedente Sumud Flotilla e anche del Nuestra América Convoy, è arrivato a Barcellona qualche giorno fa.

Il percorso non è privo di insidie. La rotta tunisina, fondamentale nel 2025, è ora impraticabile: cinque attivisti del Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti definiscono un attacco politico. C’è poi l’incognita militare: come successo in passato, le navi potrebbero essere bersagliate da droni israeliani.

Ma i solidali non sembrano farsi scoraggiare. Anzi, ribadiscono: se i combattimenti sono fermi, allora qualsiasi blocco dovrebbe essere in ogni caso nullo, e contro il diritto internazionale. È così che si vuole rompere innanzitutto la falsa narrazione di una Gaza che il Board of Peace sarebbe in procinto di ricostruzione.

“Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione – ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza, una delle sigle dietro la Sumud – vogliamo dare una mano, portando medici, educatori, psicologi, ingegneri ed eco-costruttori”.

Nella Striscia, in realtà, Israele continua a uccidere (sono oltre 700 i morti nei sei mesi di “pace” passati dal cessate il fuoco di ottobre 2025), mentre il Board of Peace deve fare i conti con il nodo principale: Hamas non intende consegnare le armi, a meno che non venga garantita l’effettiva autodeterminazione del popolo palestinese, partendo innanzitutto dal ritiro completo di Israele dalla Striscia.

Ciò è stato confermato anche dalle indiscrezioni trapelate dopo la visita di un alto funzionario dell’organizzazione palestinese, Khalil al Hayya, al Cairo, il 2 aprile, per discutere coi mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La situazione si trova perciò in uno stallo obbligato da Israele, che ha come obiettivo quello di prendersi tutta la Palestina – e oltre – e non può di certo permettere la nascita di uno stato palestinese.

Da parte nostra, da parte dei solidali in Italia e negli altri paesi occidentali, dopo che le cittadelle imperialiste hanno provato a far calare una coltre di silenzio sul genocidio dei palestinesi, e stanno implementando un po’ ovunque misure per criminalizzare l’antisionismo, è necessario rialzare la voce, il sostegno e far rivivere lo spirito e le piazze dell’autunno passato.

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