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10/07/2026

Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”

Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.

Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.

Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.

Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.

L’amministrazione Trump, così come quella Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnarvi, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.

Al contrario, come accusano ormai quasi tutti gli analisti anche ultra-reazionari, gli Stati Uniti hanno agito improvvisando di volta in volta, sia per quanto riguarda l’analisi obbiettiva del campo di battaglia e la comprensione dell’avversario (l’Iran e tutto il mondo sciita), sia per quanto concerne la definizione degli obbiettivi. Come se la scontata superiorità militare potesse supplire la mancanza di razionalità, bellica e geostrategica.

Ma è legge storica che una guerra ha senso – pur mettendo da parte ogni considerazione “morale” o valoriale – solo se c’è un obbiettivo chiaro. Che deciderà, dopo, se c’è stata una vittoria o una sconfitta.

Nulla di quanto dichiarato per giustificare la guerra all'Iran è stato raggiunto. Il “cambio di regime” a Teheran non solo non si è realizzato, nonostante le “uccisioni mirate” di molti leader, ma l’intero sistema istituzionale iraniano ne è uscito rafforzato, con una riduzione ai minimi termini fisiologici delle contraddizioni interne.

Il “programma nucleare” resta intatto e la sua sorte è (era?) affidata a lunghe trattative che sono ora quanto meno allontanate nel tempo dalla ripresa unilaterale degli attacchi.

La “libera navigazione nello Stretto di Hormuz” è peraltro l’aspetto quasi comico di questa assenza di strategia. Oggi sembra diventato l’alfa e l’omega della “pressione” statunitense, questionando sull’interpretazione dei punti specifici compresi nel Memorandum of Understanding firmato in Svizzera tre settimane fa.

Ma il problema dello Stretto neanche esisteva prima dell’attacco israelo-americano, quando qualsiasi nave passava senza altro problema che stare attenta ai fondali rocciosi. La questione è diventata un’arma in mano a Teheran solo dopo gli attacchi, ed ora in qualche modo l’Iran pretende di capitalizzare la nuova situazione anche per recuperare parte dei danni subiti nella guerra.

È, insomma, un problema che può essere risolto solo “trattando” sul quadro di regole che varranno in futuro, perché ogni colpo sparato intorno a Hormuz automaticamente fa fermare il traffico, calare la disponibilità di petrolio e gas per il mondo intero (circa il 20% della produzione mondiale passa di qui), salire i prezzi dell’energia e dunque l’inflazione ovunque. Anche negli Usa.

Proprio la pessima reazione dei “mercati” a questa guerra e la violenta impennata dei prezzi dei carburanti ha imposto a Trump di cercare un’intesa anche in assenza di risultati militari presentabili come “vittoria”. La guerra ha portato la popolarità di questa amministrazione al 34% in patria e ad un rapporto del resto del mondo con gli Stati Uniti come quello che si registra quando bisogna contenere un matto pericoloso per sé e soprattutto per gli altri.

Ogni bombardamento fatto per “mettere pressione” a Teheran in realtà si traduce immediatamente in maggiore pressione – interna e internazionale, economica e politica – sull’amministrazione Trump perché la faccia finita subito. Anche da parte degli “alleati” (tranne Israele, of course).

Dan Grazier, un ex ufficiale dei Marines, lo spiega da militare. All’Iran basta muovere qualche barchino veloce e un paio di droni per far fermare il traffico nello Stretto. Agli Stati Uniti serve una mobilitazione pesante di forze aeree per provare a danneggiare l’infrastruttura che rende possibile quei mini-attacchi. E senza risultati apprezzabili, visto che sono in genere nascoste sotto le montagne che si affacciano su Hormuz.

“E così, i funzionari qui a Washington dovrebbero davvero cercare di trovare un modo per porre fine ai combattimenti, perché questo tipo di guerra di tipo asimmetrico è un problema militare difficile e, francamente, è uno di quelli che gli Stati Uniti non hanno ancora capito”.

Più brutale e universale il commento dei mercati finanziari, assai meno “patriottici”... Il prezzo del greggio, per esempio, è salito meno del previsto solo grazie all’apertura delle “riserve strategiche” a disposizione di quasi ogni paese. Una misura eccezionale, per tempi eccezionali, ma che non può diventare la norma. Proprio perché sono “riserve”, immagazzinate e da compensare dopo ogni rilascio.

Quella statunitense, per esempio, durante e dopo la guerra è calata costantemente, nonostante gli Usa siano un paese produttore e quindi teoricamente al riparo da una possibile scarsità. È infatti diminuita di altri 6,2 milioni di barili nella settimana che termina il 3 luglio (prima della due giorni di bombardamenti, insomma) a 319,5 milioni di barili – il livello più basso dall’amministrazione Reagan.

Aggiungiamoci le difficoltà per i repubblicani che devono affrontare le elezioni di midterm tra soli quattro mesi, portando la “responsabilità soggettiva” (Trump è il loro presidente...) dell’aumento dei carburanti proprio durante le ferie estive, quando la popolazione finalmente si mette in viaggio.

Razionalmente, dunque, Trump dovrebbe essere il più interessato a farla finita con questa guerra, anche se il risultato non è quello di cui vantarsi. Ma, altrettanto razionalmente, è proprio l’evidente negatività del risultato conseguito a costringere lui e il suo “cerchio magico”, fatto di improvvisatori e faccendieri, a cercare “una botta di entusiasmo” con l’unico strumento rimasto loro in mano: il martello militare.

E così ritornano sempre al punto di partenza.

Qualcuno ha definito questa assenza di strategia una “instabilità controllata”, in cui si tratta e si spara, ma mai in modo ultimativo. Nel Ventennio si sarebbe detto “è l’ora delle decisioni revocabili”.

Può servire a rinviare decisioni dolorose, ma non certo a “governare il mondo”.

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