Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnarvi, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
Al contrario, come accusano ormai quasi tutti gli analisti anche ultra-reazionari, gli Stati Uniti hanno agito improvvisando di volta in volta, sia per quanto riguarda l’analisi obbiettiva del campo di battaglia e la comprensione dell’avversario (l’Iran e tutto il mondo sciita), sia per quanto concerne la definizione degli obbiettivi. Come se la scontata superiorità militare potesse supplire la mancanza di razionalità, bellica e geostrategica.
Ma è legge storica che una guerra ha senso – pur mettendo da parte ogni considerazione “morale” o valoriale – solo se c’è un obbiettivo chiaro. Che deciderà, dopo, se c’è stata una vittoria o una sconfitta.
Nulla di quanto dichiarato per giustificare la guerra all'Iran è stato raggiunto. Il “cambio di regime” a Teheran non solo non si è realizzato, nonostante le “uccisioni mirate” di molti leader, ma l’intero sistema istituzionale iraniano ne è uscito rafforzato, con una riduzione ai minimi termini fisiologici delle contraddizioni interne.
Il “programma nucleare” resta intatto e la sua sorte è (era?) affidata a lunghe trattative che sono ora quanto meno allontanate nel tempo dalla ripresa unilaterale degli attacchi.
La “libera navigazione nello Stretto di Hormuz” è peraltro l’aspetto quasi comico di questa assenza di strategia. Oggi sembra diventato l’alfa e l’omega della “pressione” statunitense, questionando sull’interpretazione dei punti specifici compresi nel Memorandum of Understanding firmato in Svizzera tre settimane fa.
Ma il problema dello Stretto neanche esisteva prima dell’attacco israelo-americano, quando qualsiasi nave passava senza altro problema che stare attenta ai fondali rocciosi. La questione è diventata un’arma in mano a Teheran solo dopo gli attacchi, ed ora in qualche modo l’Iran pretende di capitalizzare la nuova situazione anche per recuperare parte dei danni subiti nella guerra.
È, insomma, un problema che può essere risolto solo “trattando” sul quadro di regole che varranno in futuro, perché ogni colpo sparato intorno a Hormuz automaticamente fa fermare il traffico, calare la disponibilità di petrolio e gas per il mondo intero (circa il 20% della produzione mondiale passa di qui), salire i prezzi dell’energia e dunque l’inflazione ovunque. Anche negli Usa.
Proprio la pessima reazione dei “mercati” a questa guerra e la violenta impennata dei prezzi dei carburanti ha imposto a Trump di cercare un’intesa anche in assenza di risultati militari presentabili come “vittoria”. La guerra ha portato la popolarità di questa amministrazione al 34% in patria e ad un rapporto del resto del mondo con gli Stati Uniti come quello che si registra quando bisogna contenere un matto pericoloso per sé e soprattutto per gli altri.
Ogni bombardamento fatto per “mettere pressione” a Teheran in realtà si traduce immediatamente in maggiore pressione – interna e internazionale, economica e politica – sull’amministrazione Trump perché la faccia finita subito. Anche da parte degli “alleati” (tranne Israele, of course).
Dan Grazier, un ex ufficiale dei Marines, lo spiega da militare. All’Iran basta muovere qualche barchino veloce e un paio di droni per far fermare il traffico nello Stretto. Agli Stati Uniti serve una mobilitazione pesante di forze aeree per provare a danneggiare l’infrastruttura che rende possibile quei mini-attacchi. E senza risultati apprezzabili, visto che sono in genere nascoste sotto le montagne che si affacciano su Hormuz.
“E così, i funzionari qui a Washington dovrebbero davvero cercare di trovare un modo per porre fine ai combattimenti, perché questo tipo di guerra di tipo asimmetrico è un problema militare difficile e, francamente, è uno di quelli che gli Stati Uniti non hanno ancora capito”.
Più brutale e universale il commento dei mercati finanziari, assai meno “patriottici”... Il prezzo del greggio, per esempio, è salito meno del previsto solo grazie all’apertura delle “riserve strategiche” a disposizione di quasi ogni paese. Una misura eccezionale, per tempi eccezionali, ma che non può diventare la norma. Proprio perché sono “riserve”, immagazzinate e da compensare dopo ogni rilascio.
Quella statunitense, per esempio, durante e dopo la guerra è calata costantemente, nonostante gli Usa siano un paese produttore e quindi teoricamente al riparo da una possibile scarsità. È infatti diminuita di altri 6,2 milioni di barili nella settimana che termina il 3 luglio (prima della due giorni di bombardamenti, insomma) a 319,5 milioni di barili – il livello più basso dall’amministrazione Reagan.
Aggiungiamoci le difficoltà per i repubblicani che devono affrontare le elezioni di midterm tra soli quattro mesi, portando la “responsabilità soggettiva” (Trump è il loro presidente...) dell’aumento dei carburanti proprio durante le ferie estive, quando la popolazione finalmente si mette in viaggio.
Razionalmente, dunque, Trump dovrebbe essere il più interessato a farla finita con questa guerra, anche se il risultato non è quello di cui vantarsi. Ma, altrettanto razionalmente, è proprio l’evidente negatività del risultato conseguito a costringere lui e il suo “cerchio magico”, fatto di improvvisatori e faccendieri, a cercare “una botta di entusiasmo” con l’unico strumento rimasto loro in mano: il martello militare.
E così ritornano sempre al punto di partenza.
Qualcuno ha definito questa assenza di strategia una “instabilità controllata”, in cui si tratta e si spara, ma mai in modo ultimativo. Nel Ventennio si sarebbe detto “è l’ora delle decisioni revocabili”.
Può servire a rinviare decisioni dolorose, ma non certo a “governare il mondo”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/07/2026
Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
29/06/2026
Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone
Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.
Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.
Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.
Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.
Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.
Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.
Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.
Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.
La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.
In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.
Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.
Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.
Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.
Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.
Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.
Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.
La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.
Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...
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21/06/2026
Fino a quando quando gli Usa non fermeranno Israele, Hormuz resterà chiuso
Un impegno contro un altro impegno. Questa la normalità di una trattativa seria.
Nel caso dell’Iran, il governo di Teheran si era preso l’impegno di riaprire Hormuz subito. E l’ha fatto. Ieri, il comando Usa al largo dell’Oman ha contato 55 navi di diverso tipo che hanno attraversato lo Stretto.
Il primo impegno Usa, scritto nero su bianco nel “memorandum of understanding” era fermare ogni conflitto armato da parte sua e del suo alleato, compreso il Libano.
Anche un cieco vede che questo impegno non è stato rispettato da Israele, e dunque gli Stati Uniti – loro “unico alleato”, come ricordato dal vicepresidente J.D. Vance – non sono in grado di trattare anche a nome di Tel Aviv. Il che rende largamente inutile la discussione degli altri tredici punti del MoU, perché è difficile credere a una “pace” se un pezzo importante della controparte continua a sparare, ad occupare un paese sovrano, lamentandosi persino di incontrare una Resistenza.
Ma nonostante le telefonate “furiose” di Trump a Netanyahu, nonostante la durissima reprimenda recitata dal suo vice (“Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la loro nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”), l’esercito israeliano ha continuato a massacrare civili, sanitari, giornalisti, seminando fosforo bianco (vietato da tutte le convenzioni internazionali) per rende impossibile il ritorno della popolazione nel sud del paese.
Di conseguenza – e non volendo arrivare immediatamente allo scontro militare diretto con Tel Aviv – Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz da ieri pomeriggio. La decisione “è arrivata a causa dell’apparente violazione dei patti da parte di Washington, e dell’inversione del suo impegno a non attuare il primo punto del memorandum d’intesa sulla fine della guerra”.
La chiusura è arrivata anche “in risposta alle continue e ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’entità sionista nel sud del Libano, e alla conseguente brutale uccisione e sfollamento di centinaia di migliaia di persone da questo paese oppresso”.
Il regime sionista ha commesso più di 300 chiare violazioni dell’accordo e ha attaccato più di 25 insediamenti e villaggi da venerdì mattina. Gli attacchi includono bombardamenti con aerei, droni, artiglieria e l’uso di bombe a grappolo vietate, che finora hanno ucciso 111 persone e ne hanno ferite altre 176.
Se l’aggressione continua, “altri passi saranno pianificati e implementati per costringere il nemico a rispettare i suoi obblighi”. Da Teheran hanno anche fatto sapere che “il campo [di battaglia, ndr] e la diplomazia stanno lavorando in pieno coordinamento tra loro”, avvertendo però che “l’opportunità è specifica e molto limitata”.
Nonostante questa novità, i negoziatori americani e iraniani – insieme ai mediatori pakistani e qatarioti – si sono messi in viaggio per Burgenstock, in Svizzera, dove da stamattina dovrebbe partire la “discussione di merito” su tutti i punti.
La delegazione negoziale iraniana, intitolata “Minab 168” in ricordo delle bambine massacrate in un attacco Usa nei primi giorni della guerra, guidata da Mohammad Baqer Qalibaf, e con la partecipazione del ministro degli esteri Abbas Araqchi, oltre a funzionari della sicurezza e dell’economia è arrivata a Zurigo.
Ed è chiaro che il primo punto – fermare Israele in Libano – va concretizzato subito, altrimenti non si va avanti. Anche se i negoziatori iraniani si dicono soddisfatti dell’avanzamento della discussione su tutti gli altri punti.
Ma il portavoce del ministero degli esteri ha anche avvertito che “Se l’altra parte non attua pienamente i suoi obblighi e non agisce il prima possibile, tutta la comprensione sarà messa a repentaglio”.
Non c’è insomma spazio per i soliti giochetti sionisti e statunitensi, per gli impegni presi ma non rispettati, per i cambiamenti di impostazione in corso d’opera, per le “tregue” dichiarate solo sulla carta. Si tratta per arrivare ad un risultato condiviso, oppure non ci sarà nessun accordo. E la cosa riguarda anche – e soprattutto a questo punto – Israele.
Una posizione audace che capitalizza la capacità iraniana di resistenza mostrata nel mese e mezzo di guerra aperta, e non si fonda quindi solo sulla “capacità dialettica” dei negoziatori.
Un primo risultato c’è stato: “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano”. Ma è una dichiarazione fatta mille volte e sempre annullata il giorno dopo. Fino all’ora in cui scriviamo (8 di mattina del 21/6) sembra stia tutto sommato reggendo.
Ma, all’opposto, lo stesso Netanyahu fa sapere che Israele rimarrà nel sud del Libano “per tutto il tempo che sarà necessario per difendere le sue frontiere occidentali”. Quelle che nessun trattato internazionale ha potuto indicare, nero su bianco, quali fossero, ma che vengono “spostate” mese dopo mese da Tel Aviv accampando “necessità di sicurezza” sempre e solo per sé.
Il vero problema del Medio Oriente è soprattutto questo.
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18/06/2026
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc.), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Teheran. È la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
La loro critica, insomma, è una critica “da destra”, intendendo con questo termine “geometrico” il suo significato politico reale: è una critica guerrafondaia, ossia una pretesa di continuare l’attacco invece di cercare un (difficile) equilibrio che eviti la guerra almeno per qualche tempo.
A ben guardare si tratta di un comportamento perfettamente identico a quello della cosiddetta “opposizione” parlamentare israeliana, persino di sedicente “sinistra” come i laburisti. Attaccano Netanyahu perché “si è fatto comandare dall’America” e non ha ottenuto il genocidio completo che aveva promesso (a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Siria, in Iran, ecc.).
Di fatto i “liberali” occidentali condividono con la destra fascista e reazionaria una visione complessiva del mondo e del ruolo della “civiltà occidentale” che porta implacabilmente alla stessa conclusione: guerra e sterminio. E la “Democrazia”? Non pervenuta...
È la visione – autorappresentata in forme retoriche diverse – che poggia sul suprematismo occidentale bianco, esattamente come agli albori del colonialismo. “Noi” siamo civili e sviluppati, “noi” abbiamo “cultura e storia” (vero Galli Della Loggia?), “noi” siamo la democrazia e la libertà, “noi” abbiamo il diritto di imporre a chiunque altro la nostra organizzazione della vita e le istituzioni che abbiamo creato.
Gli altri sono incivili, selvaggi, bestie da domare se riottose ai nostri comandi. Così come fecero Pizarro e Cortez in America Latina, i cento generali Custer agli albori degli States, inglesi e boeri nell’Africa centromeridionale e i francesi in quella del nord, e tutti insieme in varie parti dell’Asia.
Anche i “sinistri moderati” condividono questa subcultura di fondo, così incistata nel dna occidentale da risultare inconsapevole, ma che traspare quando si ragiona di “diritti” senza neanche curarsi di collocarli in una evoluzione storica che – notoriamente – non è stata uguale e tantomeno sincrona per tutte le aree del mondo; in strutture sociali millenarie che sono certamente in trasformazione – con l’affermarsi ovunque dei moderni modi di produzione – ma che fisiologicamente evolvono ognuna a proprio modo.
Che però non è il “nostro” e soprattutto non tollerano l’imposizione improvvisata di modelli socio-culturali e valoriali percepiti come “estranei” anche quando condivisi da una parte di quelle società.
L’ansia di “omologare il diverso” è parte integrante della spinta capitalistica a superare tutte le “concezioni venerate e di veneranda età” e tutte le gerarchie feudali, sostituendole con il “nudo interesse” e il “freddo pagamento in contanti”. Il tutto in poco tempo, quasi per decreto di un’autorità esterna, che pretende di sintetizzare in pochi passi il percorso – lungo e doloroso – fatto per arrivare alla modernità capitalistica.
Ma tutto questo castellare “culturalmente”, questo cianciare di “valori” eterni fuori da Storia e Geografia, copre il buon vecchio appetito coloniale per le risorse. E Trump, nella sua incommentabile rozzezza, ha rotto il velo di “sacri princìpi” che nascondeva – malamente, certo – la fame di ricchezza e risorse possedute da altri.
Quindi criticare Trump è facilissimo, persino doveroso. Ma per proporre cosa?
Se non si accetta neanche questo fragilissimo “memorandum di intesa”, cosa si fa? Si prosegue con la guerra, ovvio.
Per quali obbiettivi? Il “regime change” a Teheran – come a Mosca, a Pechino e altrove – è sempre meno facile, se si prendono di mira paesi di certe dimensioni, industrialmente sviluppati (e l’Iran lo è, contrariamente alle “narrazioni” di comodo), sufficientemente coesi all’interno (l’unanimità non esiste da nessuna parte), disposti a battersi per mantenere la propria indipendenza e capacità di scelta.
La verifica delle assurdità raccontate in stizzose articolesse e interminabili talk show si può fare in una attimo. Prendiamo i “volenterosi” del G7 che si offrono ora – ad accordo firmato – di inviare navi militari a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Quello Stretto è già sbloccato proprio in base all’accordo contestato. Il fatto che in fondo a quel braccio di mare siano state piazzate mine non impedisce – come si è visto già in queste prime ore – la navigazione e il ritorno alla normalità (con i tempi non brevi che ci vogliono quando si rimette in moto una fisiologia bloccata per quattro mesi).
Quelle mine sono infatti “attivabili” per scelta politico-militare, non galleggiano liberamente in superficie.
Possono essere rimosse – e sarebbe bene che lo fossero, per evitare incidenti – solo da chi esercita la “sovranità” territoriale su quel braccio di mare, secondo il diritto internazionale e le convenzioni Onu.
Mandare navi militari da parte di paesi fin qui complici con il “nemico” – e non c’è dubbio alcuno che i paesi europei o il Giappone abbiamo quantomeno sostenuto in silenzio sia Israele che gli Usa – è di per sé una provocazione che può produrre soltanto un risultato opposto a quello dichiarato.
Hormuz è riaperto. Se lo “invadi” si richiude.
Ma il suprematismo occidentale bianco non appare più in grado di accettare o metabolizzare una sconfitta che, a ben pensarci, lascia comunque campo aperto a una ripresa del business globale, con potenziali benefici per tutti.
E qui sorge il legittimo sospetto che proprio quella “normalità”, quella “competizione pacifica tra sistemi diversi”, sia ormai una condizione temuta nelle capitali dell’Occidente imperialista.
Ma se temi la pace, significa che sei già finito, però non te ne sei accorto o non sai come “correggerti” per restare in vita.
È come per la “transizione energetica”, in fondo. Costa troppo, o mette in discussione i profitti di qualcuno, riconvertire l’industria dall’energia basata sugli idrocarburi in un mix di altre fonti, magari rinnovabili? Si va avanti facendo finta di niente, anzi negando che il Pianeta stia preparando la tua espulsione dalle specie viventi.
I sedicenti “liberali”, anche in questo, sono indistinguibili dai “fascisti veri”. Anzi, preparano al meglio il loro avvento. Ossia la fine.
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Usa-Iran. Una firma, tanti sconfitti e qualche nemico
Una seconda firma digitale, per ora – in attesa di quella fisica prevista per domani in Svizzera – certifica un testo del “memorandum of understanding” che era stato in varia misura smentito e corretto da entrambe le parti fino all’ultimo momento. Lasciando così molto margine al dubbio sull’attivazione dei soliti trucchetti statunitensi (fin dai tempi del genocidio dei nativi americani, “trattato” dopo trattato) per non arrivare mai ad una conclusione certa.
Il dato importante è che il testo che pubblichiamo qui di seguito è stato distribuito alla stampa, a margine del G7, direttamente dagli Stati Uniti. Teheran ha poi confermato. Quindi non ci sono “doppie versioni” che possano alimentare diversivi.
La premessa è che non è un “trattato di pace”, ma una lista di “concetti” e impegni con cui si andrà – da venerdì in poi – ad un confronto di merito più serrato.
Per quanto riguarda il primo giudizio politico, però, è praticamente universale (tranne per Trump): è una vittoria per Teheran. Il che è anche logico, visto che sul piano militare ha resistito all’attacco di due potenze nucleari che hanno a disposizione gli eserciti più avanzati del mondo (anche se il “forse” comincia a circolare anche in ambienti occidentali), rendendo il Golfo Persico baricentro di una crisi energetica globale che l’Occidente non poteva affrontare a lungo.
Rispetto alla situazione anteguerra, infatti, il guadagno per l’Iran è consistente (sempre “se” l’accordo finale andrà in porto tra due mesi). Lo sblocco dei fondi sequestrati, un fondo di investimento per la ricostruzione, l’immediata sblocco – da parte Usa – dello Stretto di Hormuz (due petroliere con greggio iraniano sono passate già in giornata, altre si sono messe in fila), la fine delle sanzioni (progressivamente, ma abbastanza a breve), una qualche tutela diplomatica dalle ingerenze straniere sulla vita politica interna, la restituzione all’Onu del ruolo di “autorità mondiale”.
La confermata rinuncia all’arma atomica da parte iraniana era in fondo già vigente da quando la Guida Suprema uccisa nel primo giorno di guerra aveva emesso una fatwa per vietarla. E non serve essere degli esperti del mondo islamico per sapere che una fatwa è molto più potente di un articolo costituzionale, una legge o un trattato internazionale. La “bomba pronta entro 15 giorni” era soltanto propaganda israeliana, ripetuta ossessivamente da almeno dieci anni (che sono più di “15 giorni”, pare)...
Il punto debole è sempre il solito: la situazione in Libano, invaso da Israele, che appare deciso a non arretrare di un passo rispetto al territorio già occupato e minaccia anzi di andare ancora più avanti. Per farlo capire non ha esitato a bombardare ieri una colonna d’auto di profughi che stavano tornando alle proprie case dopo l’annuncio del raggiunto accordo tra Usa e Iran.
Nessuna delle forze politiche di Tel Aviv vuole una pace; tutte vogliono una guerra di sterminio e senza mai alcuna mediazione. Le critiche che Netanyahu riceve dall’opposizione è di “farsi comandare da Washington”, non certo quella di essere un genocida razzista che sta portando il paese all’isolamento e all’autodistruzione.
Se il rapporto tra Washington e Tel Aviv non fosse di simbiosi, come invece è dal ‘47, ci si potrebbe logicamente attendere che il “socio più ricco” riuscisse a fare la voce grossa e dunque imporre la propria volontà al botolo rabbioso che azzanna tutti proclamandosi “razza superiore”.
Il ruolo dell’Aipac, la “sincronizzazione” in atto tra i servizi segreti di entrambi i paesi, la sostanziale partnership operativa tra i due eserciti, ecc., spinge dunque a pensare che ulteriori provocazioni militari di Israele ci saranno a breve termine, ed anche molto pesanti, per costringere Teheran a una reazione proporzionata ma tale da cancellare anche il ricordo dell’odierno “memorandum”. Nella certezza che Washington farà sempre il solito gioco: sbraitare, minacciare, insultare, ma sostenere fino in fondo il nazisionismo.
Speriamo di sbagliarci, ovvio. Ma in ogni caso le valutazioni articolate sulla guerra all’Iran – chi ha vinto, chi ha perso, come e quanto – si faranno un po’ più in là. Non oggi né venerdì.
L’altro sconfitto, sul piano strategico, è il patetico gruppo dei sedicenti “volenterosi”, in pratica gli altri membri del G7, che già sognavano una “spedizione nello Stretto” a prescindere da quel che avrebbero concordato Usa e Iran, ma dovranno evitare accuratamente di farsi vedere da quelle parti.
Il testo del memorandum.
- La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.
- La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei rispettivi affari interni.
- La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.
- Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e ad evitare qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale dovrà essere proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie Forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.
- A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.
- Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.
- Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.
- La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale che confermerà le disposizioni del presente articolo.
- La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano che, in attesa di un’intesa definitiva, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né accresceranno le proprie Forze nella regione.
- Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.
- Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per raggiungere un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica islamica dell’Iran vengano sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.
- La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’accordo finale.
- A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e dopo aver ricevuto garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.
- L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
13/06/2026
Verso un accordo, tra trappole e sfiducia
Dato che le “speculazioni dei media” si basano al 99% sul compulsivo twittare di Trump, in pratica “il presidente degli Stati Uniti” ha ammesso di essere un fattore di depistaggio e confusione.
Ironia a parte, c’è agitazione nell’amministrazione e nelle ambasciate europee come quando un “pezzo grosso” sta per muoversi. L’indiziato è il vice, J.D.Vance, mentre il luogo dello storico appuntamento tra nemici potrebbe essere Ginevra, un tempo abituata a svolgere questa funzione.
La domanda che non ha risposta è: ma cosa prevede, intanto, questo “memorandum di intesa”? La segretezza, in diplomazia, fa parte dello stile di lavoro comunemente accettato. Da parte Usa, con le pagliacciate del tycoon, si giustifica ora piuttosto con la preoccupazione di avere davvero qualcosa da vendere ai media – ad uso interno – come una “vittoria” in una guerra perduta.
Senza entrare nelle speculazioni, è chiaro che questa “vittoria” non può essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente attraversabile da chiunque fino al giorno dell’attacco israelo-americano (il 28 febbraio). Neanche nelle soap opera si riuscirebbe a spacciare per un “successo” il ritorno alla situazione precedente.
È difficile che lo sia la “fine del programma nucleare” iraniano, o almeno la consegna dei 440 kg di uranio arricchito che sarebbero in qualche laboratorio sotterraneo.
Sulla pretesa di ottenere un “regime change” meglio stendere una lapide, visto che ora la società iraniana, con tutte le contraddizioni di un popolo colto e differenziato (per cultura, status sociale, etnia, ecc.), è ora più compatta di prima intorno alle proprie istituzioni, piacciano o no, “grazie” all’intollerabile aggressione straniera.
Diverse fonti giornalistiche convergono nell’asserire l’esistenza di una “bozza in 14 punti” su cui starebbero ancora lavorando i negoziatori e i mediatori (Pakistan e Qatar).
L’agenzia palestinese Yafa News riferisce di aver ottenuto informazioni attendibili secondo cui la bozza proposta prevede la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, unitamente all’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica.
Ovviamente ci sarebbe la revoca del “controblocco navale” Usa imposto all’Iran entro un periodo non superiore a 30 giorni, il ritiro delle forze statunitensi dalle sue vicinanze e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano economico, la bozza prevederebbe la sospensione delle sanzioni relative alla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici, garantendo all’Iran il pieno accesso alle proprie entrate finanziarie, e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, di cui metà da erogare prima dell’inizio dei negoziati finali.
I quali dovrebbero durare almeno 60 giorni nel tentativo di raggiungere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi e delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando al contempo l’impegno di Teheran nei confronti del Trattato di non proliferazione nucleare e la promessa di non perseguire lo sviluppo di armi nucleari.
La bozza includerebbe l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per supervisionare l’attuazione degli accordi, l’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e piani per la ricostruzione dell’economia iraniana del valore di non meno di 300 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda invece il programma missilistico iraniano e il sostegno ai movimenti di resistenza – ovvero i punti di forza che hanno consentito a Teheran di reggere il confronto militare con Israele e Usa – sarebbero esclusi dall’agenda dei negoziati finali.
Da parte statunitense, le indiscrezioni lasciate filtrare sono alquanto più “restrittive”, a partire dallo sblocco dei fondi e delle sanzioni.
Le incognite sono più delle certezze, come sempre. L’Iran cerca una “pace duratura” che non pregiudichi la sua autonomia strategica. Gli Stati Uniti di Trump devono tirarsi fuori da questo conflitto per il peso crescente che ha sull’economia e l’opinione pubblica (l’inflazione interna, a cominciare dal prezzo dei carburanti, alimenta una contrarietà di massa alla guerra), così come devono alleggerire la propria presenza in Europa per concentrare le forze militari su altri scenari, peraltro non definiti.
Israele vorrebbe la guerra perenne per allargarsi ancora, senza limiti né di spazio né di strumenti (il genocidio è “normalizzato” e rivendicato, dall’intera sua classe politica); e l’Iran, ma anche la Turchia, per ora “intoccabile”, è l’ostacolo più robusto al suprematismo nazisionista. E infatti continua a bombardare il Libano per impedire qualsiasi pace.
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19/04/2026
Il governo Meloni ha deciso di non rinnovare il memorandum con Israele perché è in difficoltà
Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui più ci si è mobilitati per la Palestina e contro il genocidio nel corso dell’ultimo anno. Nell’estate 2025 un sondaggio YouGov per misurare “il sostegno pubblico e la simpatia per Israele” mostrava che solo il 6% degli intervistati rispondeva sì alla domanda “Israele aveva il diritto di inviare truppe a Gaza dopo il 7 ottobre 2023?”. Nello stesso periodo, secondo Eurotrack, solo il 9% degli intervistati in Italia considerava giustificate le operazioni militari israeliane a Gaza.
A settembre 2025 queste posizioni si sono trasformate in piazze piene e porti e stazioni ferroviarie bloccate. Nasceva l’“equipaggio di terra” che accompagnava la Global Sumud Flotilla che intanto aveva dispiegato le vele per portare aiuti umanitari a Gaza e rompere il blocco imposto da Israele fin dal 2007 (altro che “tutto inizia il 7 ottobre 2023”).
Secondo un sondaggio SWG di fine settembre 2025, il 62% degli italiani sosteneva l’iniziativa della Flotilla, con un favore significativo, seppur minoritario, anche all’interno dei sostenitori delle destre al governo (37%). Questo dato ci offre un’indicazione importante: il sentimento di solidarietà con la Palestina vive anche all’interno di settori del blocco sociale ed elettorale dell’ultradestra al Governo.
Rimane però ancora aperta la domanda: perché la sospensione del memorandum arriva solo ora e non prima? Il parlamentare di Fratelli d’Italia Donzelli ha spiegato: “Israele, che noi continuiamo a difendere, che noi continuiamo a ritenere nazione amica, di questo non cambia niente; cambia se poi dopo Israele spara sui soldati italiani e le missioni Unifil”.
Non c’entrano i più di 72mila palestinesi ammazzati e nemmeno i duemila libanesi uccisi dal 28 febbraio; c’entra invece che Israele non deve permettersi di sparare contro soldati con la bandiera tricolore. Ma sarà davvero così? All’inizio di questo mese Israele ha sparato contro militari italiani della missione Unifil. Ma non è la prima volta.
Il 10 e l’11 ottobre 2024, truppe dell’Israel Defence Force (Idf) hanno colpito diverse posizioni Unifil, prendendo di mira anche l’ingresso del bunker in cui si rifugiavano soldati italiani. Ad aprile 2025, un anno fa, sempre in Libano l’Idf ha prima sparato contro un mezzo italiano della missione Unifil per poi, dopo le proteste del governo Meloni, tornare a speronare con un tank ben due mezzi militari Unifil.
E allora perché nel 2024 e nel 2025 il Governo Meloni non è andato oltre proteste formali e ora assume una posizione concreta? La verità è che oggi il Governo Meloni è in grande difficoltà. Il consenso su cui credeva di poggiare si sta rivelando assai più friabile di quanto pensassero dai banchi dell’ultradestra.
Meloni inizia a temere che il “tocco” di Netanyahu e del suo principale sponsor, Donald Trump, si stia rapidamente trasformando nel più classico “bacio della morte”. È sulla difensiva e la prima preoccupazione diventa impedire che si sfaldi il proprio blocco. Un blocco che ha a cuore la retorica nazionalista, fatta propria da un governo che a parole esalta di continuo il coraggio dei militari italiani, che tesse le lodi del prestigio che essi apportano alla “Nazione”.
Per l’ultradestra i militari italiani sotto il fuoco israeliano contano più dei palestinesi o dei libanesi ammazzati. Non vuole né può dare l’impressione di non essere in grado di difenderli e lasciare che Israele spari loro addosso impunemente. Ma ancora: perché oggi e non nel 2024 o nel 2025? Perché per il Governo Meloni sono suonati in rapidissima successione numerosi campanelli d’allarme.
– 28 febbraio: la guerra Usa-israeliana contro l’Iran, che sta facendo schizzare i prezzi anche qui in Italia.
– 23 marzo: la sconfitta nel referendum costituzionale.
– 7 aprile: il fuoco israeliano sui soldati italiani.
– 12 aprile: la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria.
Il 13 arriva così la decisione della sospensione del referendum. Ma non è finita lì. Perché poche ore dopo, il 14 aprile, Trump apre uno scontro nientemeno che con il Papa. Meloni si vede divisa tra la fedeltà a Washington e quella alla Chiesa cattolica. Giorgia, “donna, madre e cristiana” cattolica, presidente del Consiglio nel Paese cattolico per eccellenza, deve scegliere la Chiesa, una delle istituzioni dotate di maggior potere culturale al mondo.
Dietro la sospensione del memorandum con Israele ci sono quindi contraddizioni – nazionali e internazionali – interne al blocco dell’ultradestra. Su cui agire, per farle venire alla luce, per renderle pubbliche e per allargare le crepe.
Ma c’è anche una crisi di consenso che non si è prodotta dall’oggi al domani: si basa sul peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampie fette di classe lavoratrice, con un’accelerazione dovuta alla nuova esplosione dei prezzi; si basa sulle mobilitazioni popolari di questi anni, che sono servite innanzitutto a costruire senso comune per cui oggi denunciare il “genocidio” israeliano non è più tabù, ma anche sulla denuncia della subalternità di un governo “sovranista” che finora ha ceduto su tutto a Washington e Tel Aviv: dalla complicità con il genocidio all’aumento al 5% del Pil in armi, come ordinato da Trump alla Nato.
Benoit Bréville sul numero di aprile di Le Monde Diplomatique scrive che “conquistare il sostegno dell’opinione pubblica, accelerare un ritiro militare, pesare su delle elezioni… In un’epoca che privilegia l’immediatezza, questi progressi lenti, indiretti e talvolta invisibili fanno fatica a galvanizzare”. Non per questo, però, sono meno necessari. Anzi. Senza lavoro costante e quotidiano non si producono trasformazioni reali.
La sospensione del memorandum non è però sufficiente nel bel mezzo di un genocidio. È solo un passo di un percorso ancora lungo. Che deve continuare con la cancellazione dell’accordo di Associazione Ue-Israele, per la quale ha già firmato più di un milione di cittadini europei e con la rottura delle relazioni militari.
In una fase più “gelatinosa” di quanto si potesse credere fino a poco fa si aprono spazi di possibilità. Non è il tempo per una politica di piccolo cabotaggio che si concentra sulle primarie, ma per una visione di profonda trasformazione anche della collocazione internazionale del nostro Paese.
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15/04/2026
Il governo Meloni ha sospeso l’accordo di cooperazione militare con Israele
A renderlo noto è stata la stessa Meloni al margine della fiera del Vinitaly a Verona. “In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”, ha dichiarato la Meloni.
Contestualmente il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scritto al suo omologo israeliano Israel Katz la lettera di sospensione del memorandum Italia-Israele.
Il memorandum stabilisce una sorta di cornice generale per la cooperazione nel settore della difesa riguardo allo scambio di materiali militari e la ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate.
Ieri le relazioni tra Italia e Israele avevano subito un contraccolpo dopo le dichiarazioni di Tajani in visita a Beirut dove aveva condannato i bombardamenti israeliani sui civili libanesi. Nei giorni scorsi i carri armati israeliani avevano speronato volontariamente due mezzi blindati del contingente italiano nella missione Unifil in Libano.
La immediata reazione del governo di Tel Aviv aveva visto la convocazione dell’ambasciatore italiano in Libano per presentare la propria protesta.
Oggi questo colpo di scena, decisamente inaspettato, visto che in venti anni nessun governo – di destra o di centro-sinistra – aveva mai sospeso il rinnovo dell’accordo di cooperazione Italia-Israele.
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