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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/04/2026

Il governo Meloni ha deciso di non rinnovare il memorandum con Israele perché è in difficoltà

Lunedì 13 aprile 2026 l’Italia avrebbe dovuto rinnovare automaticamente il memorandum militare con Israele. Ma non l’ha fatto. Una buona notizia per chiunque pensi si debba fare qualunque cosa per fermare il genocidio israeliano in Palestina, oggi allargato al Libano. Ma la domanda è: perché il Governo Meloni ha preso questa decisione? E soprattutto: perché oggi?

Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui più ci si è mobilitati per la Palestina e contro il genocidio nel corso dell’ultimo anno. Nell’estate 2025 un sondaggio YouGov per misurare “il sostegno pubblico e la simpatia per Israele” mostrava che solo il 6% degli intervistati rispondeva sì alla domanda “Israele aveva il diritto di inviare truppe a Gaza dopo il 7 ottobre 2023?”. Nello stesso periodo, secondo Eurotrack, solo il 9% degli intervistati in Italia considerava giustificate le operazioni militari israeliane a Gaza.

A settembre 2025 queste posizioni si sono trasformate in piazze piene e porti e stazioni ferroviarie bloccate. Nasceva l’“equipaggio di terra” che accompagnava la Global Sumud Flotilla che intanto aveva dispiegato le vele per portare aiuti umanitari a Gaza e rompere il blocco imposto da Israele fin dal 2007 (altro che “tutto inizia il 7 ottobre 2023”).

Secondo un sondaggio SWG di fine settembre 2025, il 62% degli italiani sosteneva l’iniziativa della Flotilla, con un favore significativo, seppur minoritario, anche all’interno dei sostenitori delle destre al governo (37%). Questo dato ci offre un’indicazione importante: il sentimento di solidarietà con la Palestina vive anche all’interno di settori del blocco sociale ed elettorale dell’ultradestra al Governo.

Rimane però ancora aperta la domanda: perché la sospensione del memorandum arriva solo ora e non prima? Il parlamentare di Fratelli d’Italia Donzelli ha spiegato: “Israele, che noi continuiamo a difendere, che noi continuiamo a ritenere nazione amica, di questo non cambia niente; cambia se poi dopo Israele spara sui soldati italiani e le missioni Unifil”.

Non c’entrano i più di 72mila palestinesi ammazzati e nemmeno i duemila libanesi uccisi dal 28 febbraio; c’entra invece che Israele non deve permettersi di sparare contro soldati con la bandiera tricolore. Ma sarà davvero così? All’inizio di questo mese Israele ha sparato contro militari italiani della missione Unifil. Ma non è la prima volta.

Il 10 e l’11 ottobre 2024, truppe dell’Israel Defence Force (Idf) hanno colpito diverse posizioni Unifil, prendendo di mira anche l’ingresso del bunker in cui si rifugiavano soldati italiani. Ad aprile 2025, un anno fa, sempre in Libano l’Idf ha prima sparato contro un mezzo italiano della missione Unifil per poi, dopo le proteste del governo Meloni, tornare a speronare con un tank ben due mezzi militari Unifil.

E allora perché nel 2024 e nel 2025 il Governo Meloni non è andato oltre proteste formali e ora assume una posizione concreta? La verità è che oggi il Governo Meloni è in grande difficoltà. Il consenso su cui credeva di poggiare si sta rivelando assai più friabile di quanto pensassero dai banchi dell’ultradestra.

Meloni inizia a temere che il “tocco” di Netanyahu e del suo principale sponsor, Donald Trump, si stia rapidamente trasformando nel più classico “bacio della morte”. È sulla difensiva e la prima preoccupazione diventa impedire che si sfaldi il proprio blocco. Un blocco che ha a cuore la retorica nazionalista, fatta propria da un governo che a parole esalta di continuo il coraggio dei militari italiani, che tesse le lodi del prestigio che essi apportano alla “Nazione”.

Per l’ultradestra i militari italiani sotto il fuoco israeliano contano più dei palestinesi o dei libanesi ammazzati. Non vuole né può dare l’impressione di non essere in grado di difenderli e lasciare che Israele spari loro addosso impunemente. Ma ancora: perché oggi e non nel 2024 o nel 2025? Perché per il Governo Meloni sono suonati in rapidissima successione numerosi campanelli d’allarme.

– 28 febbraio: la guerra Usa-israeliana contro l’Iran, che sta facendo schizzare i prezzi anche qui in Italia.
– 23 marzo: la sconfitta nel referendum costituzionale.
– 7 aprile: il fuoco israeliano sui soldati italiani.
– 12 aprile: la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria.

Il 13 arriva così la decisione della sospensione del referendum. Ma non è finita lì. Perché poche ore dopo, il 14 aprile, Trump apre uno scontro nientemeno che con il Papa. Meloni si vede divisa tra la fedeltà a Washington e quella alla Chiesa cattolica. Giorgia, “donna, madre e cristiana” cattolica, presidente del Consiglio nel Paese cattolico per eccellenza, deve scegliere la Chiesa, una delle istituzioni dotate di maggior potere culturale al mondo.

Dietro la sospensione del memorandum con Israele ci sono quindi contraddizioni – nazionali e internazionali – interne al blocco dell’ultradestra. Su cui agire, per farle venire alla luce, per renderle pubbliche e per allargare le crepe.

Ma c’è anche una crisi di consenso che non si è prodotta dall’oggi al domani: si basa sul peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampie fette di classe lavoratrice, con un’accelerazione dovuta alla nuova esplosione dei prezzi; si basa sulle mobilitazioni popolari di questi anni, che sono servite innanzitutto a costruire senso comune per cui oggi denunciare il “genocidio” israeliano non è più tabù, ma anche sulla denuncia della subalternità di un governo “sovranista” che finora ha ceduto su tutto a Washington e Tel Aviv: dalla complicità con il genocidio all’aumento al 5% del Pil in armi, come ordinato da Trump alla Nato.

Benoit Bréville sul numero di aprile di Le Monde Diplomatique scrive che “conquistare il sostegno dell’opinione pubblica, accelerare un ritiro militare, pesare su delle elezioni… In un’epoca che privilegia l’immediatezza, questi progressi lenti, indiretti e talvolta invisibili fanno fatica a galvanizzare”. Non per questo, però, sono meno necessari. Anzi. Senza lavoro costante e quotidiano non si producono trasformazioni reali.

La sospensione del memorandum non è però sufficiente nel bel mezzo di un genocidio. È solo un passo di un percorso ancora lungo. Che deve continuare con la cancellazione dell’accordo di Associazione Ue-Israele, per la quale ha già firmato più di un milione di cittadini europei e con la rottura delle relazioni militari.

In una fase più “gelatinosa” di quanto si potesse credere fino a poco fa si aprono spazi di possibilità. Non è il tempo per una politica di piccolo cabotaggio che si concentra sulle primarie, ma per una visione di profonda trasformazione anche della collocazione internazionale del nostro Paese.

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09/04/2026

Israele fa strage in Libano, in Iran la tregua scricchiola

Il governo israeliano aveva comunicato la propria accettazione del cessate il fuoco di due settimane in Iran annunciato durante la notte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma precisando che la sospensione dei combattimenti non avrebbe riguardato il Libano, nonostante l’accordo temporaneo di tregua mediato dal Pakistan includesse anche il paese dei Cedri. Dopo un lungo silenzio, nel pomeriggio di oggi anche il presidente americano ha detto che a suo dire il Libano è escluso dal cessate il fuoco.

L’esercito israeliano ha poi informato di aver lanciato, prima di sospendere le operazioni militari contro Teheran in ossequio alla tregua, una ultima ondata di attacchi contro i “lanciatori del regime terroristico iraniano per ridurre e sopprimere significativamente la gittata dei lanci” e contro le “infrastrutture produttive”.

A partire dalla mattinata di oggi, poi, Israele ha condotto una lunga serie di devastanti bombardamenti in diversi quartieri di Beirut e altre località del paese che hanno provocato centinaia tra morti e feriti nell’ambito di una massiccia operazione che Tel Aviv ha ribattezzato “Oscurità eterna”.

Secondo il Ministero della Salute libanese gli attacchi odierni avrebbero provocato almeno 254 morti e 1165 feriti, ma si tratta di un bilancio destinato a salire visto che sotto le macerie degli edifici sbriciolati dalle bombe sono rimasti i corpi di molte vittime mentre gli ospedali si sono riempiti di persone in gravi condizioni non solo a Beirut ma anche a Sidone e Tiro.

«Qui al pronto soccorso stiamo ricevendo un’ondata enorme di feriti, compresi bambini. Le persone arrivano con ferite da schegge e gravi emorragie» ha denunciato sui social Safa Bleik, assistente coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (MSF) a Beirut.

Il capo della Croce rossa libanese ha denunciato che una cinquantina di caccia israeliani hanno sganciato circa 160 bombe su 100 diversi obiettivi in soli dieci minuti intorno alle due del pomeriggio di oggi.

Gli attacchi si sono concentrati non solo sui quartieri meridionali della capitale libanese, roccaforte di Hezbollah, ma anche sui quartieri del centro di Beirut, dove l’Idf ha affermato di aver preso di mira un’organizzazione sunnita alleata del movimento sciita. Altri bombardamenti sono stati condotti nella Valle della Beqaa e nel Libano meridionale.

L’agenzia di stampa ufficiale libanese, la NNA, ha riportato un attacco a un’ambulanza ad Al Hulaylah che ha causato diverse vittime. Inoltre, secondo la stessa fonte, almeno quattro persone sono rimaste uccise in un attacco a un edificio vicino all’ospedale Hiram e a un centro medico nella città di Chaqra, che ha provocato anche diversi feriti. Gli attacchi, ha specificato la NNA, hanno preso di mira anche le località di Haddatha, Rabaa Thalathin, Abbasieh, Kfar Dunin, Haniyeh Mansouri e Jmeijmeh. Un raid aereo ha investito un funerale nel villaggio di Shmestar, nel Libano orientale, uccidendo 10 persone, mentre un altro nella città costiera di Adloun ha causato la morte di tre ragazze.

La BBC ha raccolto la denuncia del primo ministro libanese, Nawaf Salam, che all’emittente britannica ha detto che «Israele continua ad espandere la sua aggressione prendendo di mira aree residenziali densamente popolate e togliendo la vita a civili disarmati in diverse parti del Libano, inclusa in particolare la capitale Beirut». Secondo le autorità israeliane, invece, i bombardamenti avrebbero colpito esclusivamente le forze di Hezbollah.

Intanto l’esercito libanese ha invitato i civili a non tornare nei loro villaggi nel Libano meridionale da dove centinaia di migliaia di persone sono dovute fuggire nell’ultimo mese a causa dei bombardamenti e dell’occupazione del territorio da parte dell’esercito israeliano.

Proprio questa mattina l’esercito israeliano aveva nuovamente ordinato alla popolazione civile di evacuare tutte le località del Libano meridionale fino al fiume Zahrani. La scorsa settimana Tel Aviv aveva già confermato la propria volontà di occupare “a tempo indeterminato” tutto il territorio libanese che si estende dal confine al fiume Litani, in quella che rappresenta la sesta invasione del paese a partire dal 1978.

Nel corso degli attacchi odierni, l’Idf ha anche preso di mira un convoglio di mezzi militari italiani dell’Unifil che si dirigeva verso Beirut. I colpi israeliani hanno danneggiato un veicolo senza causare feriti e il convoglio è dovuto rientrare alla base senza poter raggiungere la capitale. Sempre oggi le autorità spagnole hanno convocato l’incaricato d’affari israeliano a Madrid per protestare contro l’arresto di un soldato spagnolo dell’Unifil in Libano da parte delle forze di occupazione israeliane.

Dopo la devastante raffica di bombardamenti israeliani sul Libano il movimento Hezbollah, che pure aveva dichiarato durante la notte la sospensione per due settimane degli attacchi contro il territorio di Tel Aviv, ha lanciato una raffica di razzi contro il nord dello “stato ebraico”. Il Comando del Fronte Interno dell’esercito israeliano afferma che nel pomeriggio le sirene antiaeree sono tornate a suonare a Shtula, vicino al confine con il Libano, e in altre città della Galilea occidentale.

Intanto anche in Iran la tregua raggiunta durante la notte sembra scricchiolare. Una fonte degli apparati di sicurezza iraniani ha riferito ad Al Jazeera che Teheran sta valutando la possibilità di ritorsioni nei confronti di Israele colpevole di aver già violato il cessate il fuoco nel corso. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha avvisato che se le violazioni continueranno interromperà di nuovo il passaggio delle navi e delle petroliere occidentali nello Stretto di Hormuz, ripreso gradualmente stamattina dopo l’annuncio da parte di Washington del raggiungimento di un accordo temporaneo.

Le autorità iraniane hanno avvisato di aver abbattuto un drone israeliano nella provincia di Fars.

Da parte sua il Ministero dell’Interno del Kuwait ha segnalato “gravi danni materiali” a diverse strutture vitali della Kuwait Petroleum Corporation e del Ministero dell’Energia e delle Risorse Idriche a seguito di quello che ha definito un attacco di droni iraniani.

Il ministero ha dichiarato che sono scoppiati incendi in alcuni dei siti attaccati, tra cui alcuni impianti petroliferi, tre centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua.

Anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno segnalato di essere stati presi di mira da attacchi iraniani che sarebbero scattati dopo che questa mattina, dopo l’annuncio del raggiungimento della tregua, era stata colpita la “National Iranian Oil Refining and Distribution Company”, una raffineria di petrolio situata sull’isola iraniana di Lavan.

Secondo alcuni analisti, la più massiccia ondata di attacchi contro il Libano da parte di Israele mirerebbe a distogliere l’attenzione della propria opinione pubblica dal fallimento della campagna militare contro l’Iran, che pur avendo inflitto al paese enormi danni militari ed economici non ha ottenuto né la caduta del regime né l’azzeramento delle sue capacità militari. Inoltre Netanyahu starebbe cercando di far fallire il cessare il fuoco e il negoziato previsto venerdì in Pakistan, obbligando Teheran a riprendere lo scontro diretto con Tel Aviv per difendere il movimento sciita Hezbollah, stretto alleato dell’Iran in Libano.

D’altronde, secondo il Wall Street Journal, Israele sarebbe stato informato all’ultimo dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, senza essere consultato e “non ha gradito”. Secondo le fonti sentite dal quotidiano statunitense, i funzionari israeliani non erano soddisfatti dei termini, compresa l’inclusione del Libano nell’accordo, che infatti subito dopo l’annuncio Netanyahu ha smentito, imitato solo oggi pomeriggio da Trump.

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04/02/2026

Libano - Israele avvelena le terre del sud per renderle invivibili

Israele sta provando a trasformare il sud del Libano in una zona a tossicità controllata, aggiungendo alle bombe – sganciate in spregio al cessate il fuoco – la guerra chimica per il ridisegno geografico e demografico del territorio. Secondo i rapporti dei caschi blu dell’Unifil, l’aviazione israeliana sta sganciando sostanze non identificate lungo la frontiera, all’interno del territorio libanese, costringendo la missione Onu a una ritirata senza precedenti da un terzo della sua area operativa e alla sospensione di ogni pattugliamento in settori ormai inaccessibili per gli stessi garanti della tregua. È l’accusa mossa dal presidente libanese Joseph Aoun, che ha definito l’irrorazione di glifosato da parte di Israele “un crimine ambientale e sanitario contro i libanesi e la loro terra”.

Non si tratta di una sperimentazione isolata, ma di una fase degli obiettivi militari israeliani, che vede la missione delle Nazioni Unite e l’esercito libanese ridotti a raccogliere campioni di suolo nel tentativo di identificare l’ecocidio. La gravità della situazione era stata subito confermata dalla ministra dell’Ambiente libanese, Tamara Zein, che ha denunciato come gli aerei israeliani abbiano irrorato sostanze simili a pesticidi o agenti chimici non identificati sopra il villaggio di Aita al-Shaab e altre zone limitrofe, ordinando analisi immediate per accertare le tossicità. L’Unifil ha precisato che l’esercito israeliano aveva preavvisato la missione di un’attività aerea per il rilascio di sostanze definite “non tossiche”, intimando però ai soldati Onu di restare al riparo nei bunker, un ordine che ha paralizzato le operazioni internazionali per oltre nove ore. Nonostante la richiesta di spiegazioni, Tel Aviv non ha condiviso alcuna notizia sull’origine delle sostanze chimiche, né sullo scopo del loro utilizzo.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì è arrivato l’annuncio congiunto dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente, i quali hanno confermato che le sostanze nebulizzate dai velivoli israeliani su diversi centri di confine nella giornata di domenica consistono in concentrazioni abnormi di glifosato. La nota ufficiale precisa che l’analisi dei campioni ha rivelato livelli dell’erbicida superiori tra le venti e le trenta volte rispetto agli standard di tolleranza comunemente accettati, descrivendo quindi una deliberata contaminazione chimica. Aoun ha dichiarato che l’azione non è una semplice violazione della sovranità territoriale, ma un preciso crimine sanitario e sociale ai danni della popolazione libanese. Le operazioni di irrorazione hanno interessato centri nevralgici come Aita al-Shaab, Ramieh e Marwanieh, nel distretto di Bint Jbeil, scatenando l’immediata reazione dei residenti che hanno documentato l’accaduto sollecitando l’intervento delle autorità.

L’obiettivo denunciato dai gruppi ambientalisti come Green Southerners è la neutralizzazione definitiva dei terreni agricoli e la creazione di un ambiente ostile alla vita umana per un tempo indefinito. È la strategia della “terra bruciata”, che trova riscontri anche nel sud della Siria: l’esercito israeliano sta utilizzando le stesse sostanze sui territori siriani che ha dichiarato di voler “svuotare”, e per i quali ha emesso ordini di evacuazione (totalmente illegali).

Trasformare il sud del Libano in una “terra morta” è, insieme, un’arma di pressione utilizzata per ottenere lo sgombero delle Nazioni Unite – evitando un attacco frontale – e rendere fisicamente impossibile il rientro delle decine di migliaia di sfollati libanesi, i quali, al termine delle ostilità, troverebbero ad attenderli solo una terra sterile.

Le autorità hanno avvertito di “potenziali rischi per la salute e l’ambiente che potrebbero colpire l’acqua, il suolo e la catena alimentare”, annunciando azioni legali e diplomatiche per “difendere il diritto dei libanesi alla loro terra e per sfidare l’ecocidio commesso dal nemico israeliano”.

Il Ministero dell’ambiente ha annunciato che effettuerà una raccolta dati precisa sulle sostanze utilizzate da Israele, confrontandole con quelle presenti nella lista delle sostanze non permesse dal diritto internazionale. Tutti risultati, compresi quelli sui danni ambientali, verranno raccolti in una documentazione approfondita che verrà in seguito presentata a corredo di una denuncia ufficiale al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’avvelenamento delle falde e la distruzione delle colture mirano a recidere il legame tra la popolazione e il territorio, trasformando tutta l’area di confine del Paese in una fascia morta, dove la vita civile non potrà più mettere radici. Questa tattica, definita dall’Onu come una violazione della risoluzione 1701 e dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, non serve alla guerra di Tel Aviv contro a Hezbollah ma a creare una “zona cuscinetto” dove prima esisteva una comunità agricola, imponendo un fatto compiuto, nel silenzio di una diplomazia internazionale incapace di proteggere i propri mandati.

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07/11/2025

Libano - Israele bombarda il sud, Hezbollah chiama alla resistenza comune

L’esercito israeliano giovedi ha lanciato una nuova serie di attacchi aerei sulle città libanesi di Tir Dibba, Taybeh, Aita al-Jabal e Zuter al-Sharqiyah (Libano meridionale) dopo aver avvertito i residenti della zona di evacuare.

Il presidente libanese Joseph Aoun ha accusato Israele di aver commesso un “crimine” dopo la serie di raid effettuati dalle forze israeliane nel sud del Libano, dove i militari israeliani dichiarano di aver colpito obiettivi di Hezbollah. “Quello che ha fatto Israele oggi nel sud del Libano costituisce un crimine – si legge in una dichiarazione diffusa via X dalla presidenza libanese – Ogni volta che il Libano manifesta la sua apertura a un approccio con negoziati pacifici per risolvere le questioni irrisolte con Israele, Israele intensifica gli attacchi alla sovranità libanese”.

Il movimento libanese Hezbollah ha sollecitato le autorità di Beirut ad unire le forze per fermare l’aggressione israeliana, invece di intraprendere negoziati che, secondo il movimento, potrebbero portare a condizioni sfavorevoli per il Libano.

“Il momento attuale richiede di unire gli sforzi per fermare le violazioni, l’aggressione e l’offensiva sionista contro il nostro Paese e per garantirne la sicurezza. Promettiamo al nostro popolo che preserveremo la dignità e difenderemo la verità, proteggendo la nostra terra e la nostra gente”, ha dichiarato Hezbollah in una lettera aperta indirizzata al presidente Aoun, al presidente del parlamento e al primo ministro. La lettera ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno cercando di esercitare pressioni su Beirut nell’interesse di Israele, con l’obiettivo di disarmare completamente Hezbollah nel quadro della decisione libanese di mantenere le armi solo nelle mani dell’esercito. Tuttavia, secondo Hezbollah, l’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024 prevede la demilitarizzazione soltanto del sud del Paese, a condizione che Israele interrompa i suoi attacchi.

“Il nemico sionista non prende di mira solo Hezbollah, ma l’intero Libano. L’obiettivo è privare il Paese della capacità di resistere ai ricatti politici e imporre la propria agenda e i propri interessi nella regione. Per respingere questa minaccia è necessaria una posizione nazionale unita e ferma, capace di difendere la sovranità e la dignità del Paese”, si legge ancora nella lettera.

Intanto anche l’Unifil, la Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano, ha lanciato un appello urgente a Israele affinché ponga fine immediatamente ai suoi attacchi nel sud del Libano, dopo l’intensificarsi dei bombardamenti su diverse località della regione.

In una dichiarazione ufficiale, la missione Onu ha ricordato che le operazioni israeliane violano la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, che pose fine al conflitto del 2006 tra Hezbollah e Israele e affidò ai caschi blu il compito di monitorare la situazione nell’area. “Gli attacchi arrivano mentre le Forze armate libanesi stanno conducendo operazioni per controllare le armi non autorizzate e le infrastrutture a sud del Litani – ha spiegato Unifil – Qualsiasi azione militare, soprattutto su una scala così distruttiva, minaccia la sicurezza dei civili e compromette i progressi verso una soluzione politica e diplomatica”. L’Unifil ha infine esortato anche gli attori libanesi “a evitare qualsiasi risposta che possa alimentare ulteriormente la tensione”.

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30/08/2025

La Palestina “non deve esistere”, e l’Onu neppure

Non è difficile unire i puntini tra le notizie delle ultime ore riguardanti la Palestina ed il relativo popolo.

Sul piano militare, Israele si è lanciata contro Gaza City – l’agglomerato più ampio e abitato della omonima Striscia – interrompendo completamente anche quel poco (e puramente propagandistico) di rifornimenti umanitari che venivano distribuiti nel corso di “pause tattiche” durante la giornata. Tutta la città è stata dichiarata “zona di combattimento pericolosa”.

Non che le “pause” fossero effettive. I team delle Nazioni Unite hanno riferito che “sono stati comunque osservati bombardamenti nelle aree e nei momenti in cui tali pause erano state dichiarate”.

Nonostante questo, l‘Onu ha dichiarato che resterà a Gaza City. “Noi e i nostri partner – ha detto il portavoce, Stephane Dujarric – restiamo a Gaza City per fornire supporto salvavita, con l’impegno di servire le persone ovunque esse si trovino. Ci aspettiamo che il nostro lavoro sia pienamente facilitato e ricordiamo alle parti che i civili, compresi gli operatori umanitari, devono essere protetti in ogni momento. Le strutture umanitarie e le altre infrastrutture civili devono essere ugualmente salvaguardate”.

Speranze legittime, anzi “legali” ai sensi del diritto internazionale, ma deluse sempre sia dal criminale regime sionista che dal proprio alleato-protettore, gli Stati Uniti. Non pago del “summit immobiliaristico” convocato a Washington con Blair e il genero Kushner – gli affari di famiglia vengono comunque prima di quelli di Stato, pare – Donald Trump ha fatto la mossa che chiarisce come per lui l’Onu sia un organismo da chiudere.

Gli Stati Uniti, su suo ordine, hanno infatti revocato i visti ai funzionari dell’Autorità Palestinese e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in vista degli incontri previsti il mese prossimo presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Secondo Washington, le iniziative portate avanti dall’Autorità Palestinese “hanno contribuito in modo significativo al rifiuto di Hamas di liberare i propri ostaggi e al fallimento dei colloqui per il cessate il fuoco a Gaza”.

Il più noto dei “funzionari” sanzionati è Abu Mazen, il letargico leader dell’Anp che negli ultimi due decenni si è preoccupato più di rinfocolare le divisioni all’interno del fronte politico palestinese che contrastare le politiche israeliane. Se uno così viene considerato a Washington un “alleato” di Hamas, magari “inconsapevole”, è palese che nessuno Stato, né nessuna classe politica palestinese avrà mai il benestare degli Usa.

Proprio come vuole Israele (l’80% della popolazione).

Ma questo si sapeva...

La novità sta tutta nell’aspetto “diplomatico” e legale. New York, ossia gli Stati Uniti, ospita l’Onu al Palazzo di Vetro. Questo implica che il personale diplomatico e i leader politici di qualsiasi paese del mondo – tutti i paesi membri, e la Palestina lo è dagli Accordi di Oslo, nonostante siano poi stati svuotati di fatto da Israele – dovono poter entrare negli Usa almeno per il tratto dall’aeroporto alla sede Onu sul fiume Potomac. A prescindere dal tipo di regime politico-economico e dalle relazioni con Washington.

Altrimenti gli Stati Uniti cessano di essere la sede di una istituzione universale se pretendono di garantire l’accesso a una istituzione universale trattando tutti gli altri paesi secondo le proprie preferenze (alleati, sudditi, amici, nemici, avversari, ecc.).

A questo punto l’Onu è messa in condizione di non poter più funzionare, perché né la sua Assemblea Generale né altri organismi minori altrettanto universali, possono più riunirsi al completo, visto che le presenze sono concesse o meno sulla base della discrezionalità del paese “ospitante”.

Ma l’Onu non può neanche cambiare sede – tornando a Ginevra o in altro paese “neutrale” sul piano internazionale – perché la mossa avrebbe senso solo “espellendo” gli Stati Uniti (membro permanente del Consiglio di Sicurezza) e anche Israele (unico paese a non aver mai rispettato nessuna direttiva dell’organismo internazionale).

Ipotesi campata in aria, notoriamente. E lo dimostra la “vittoria” ottenuta proprio ieri, nel Consiglio di Sicurezza, da Usa ed Israele: dopo quasi cinquant’anni, tutti e 15 i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite hanno votato all’unanimità per porre fine alla forza di interposizione al confine tra Libano e Israele, l’Unifil.

Dal 2027 la zona di confine tornerà sotto il controllo teorico dell’“esercito libanese”, ossia dell’Idf con la supervisione del Pentagono.

Non finirà bene...

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21/10/2024

Ancora una strage di palestinesi nel nord di Gaza. Nuovo attacco ad una base dell’Unifil in Libano

Nel nord di Gaza, un attacco aereo israeliano aveva colpito diverse case e un edificio residenziale a più piani nella città di Beit Lahiya sabato sera.

Fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che il bilancio delle vittime dei raid israeliani sulla Striscia di Gaza dall’alba di oggi è salito a 33, notando che 27 di loro sono stati uccisi nel nord della Striscia.

Nel Nord di Gaza, secondo le Nazioni Unite, i civili stanno vivendo un “incubo” che peggiora sempre più. Le immagini giunte nella nottata erano terrificanti e mostravano edifici in fiamme. Recitando il consueto copione, il portavoce militare israeliano ha accusato Hamas di aver “gonfiato” il numero delle vittime

Il ministero della sanità palestinese ha riferito che almeno 73 persone sono state uccise. Medway Abbas, un alto funzionario del ministero della Salute, ha sottolineato che queste cifre erano accurate. Ci sono state anche segnalazioni di altre potenziali vittime intrappolate sotto le macerie nell’area densamente popolata.

I funzionari sanitari palestinesi hanno detto che le operazioni di soccorso sono state ostacolate dai servizi di telecomunicazione e Internet che sono stati interrotti per il secondo giorno.

In Libano intanto un bulldozer delle forze armate israeliane ha deliberatamente demolito una torre di osservazione e la recinzione perimetrale di una postazione Onu a Marwahin. A denunciarlo è stata la stessa missione Unifil in un comunicato. “L’Idf – si legge ancora nella nota – ha ripetutamente chiesto all’Unifil di abbandonare le sue posizioni lungo la Linea Blu e ha deliberatamente danneggiato le posizioni delle Nazioni Unite. Nonostante le pressioni esercitate sulla missione e sui nostri Paesi contributori di truppe, le forze di pace rimangono in tutte le posizioni. Continueremo a svolgere i nostri compiti di monitoraggio e di segnalazione”. Si tratta del quinto attacco deliberato contro postazioni e basi dell’Unifil. I comandi militari e le autorità politiche israeliane continuano a negare l’evidenza e, purtroppo, a non subire alcuna conseguenza per le loro azioni contro l’Onu.

Uccisi tre soldati libanesi. Sul Times of Israel si riferisce che l‘esercito israeliano “si è scusato per l’attacco che ieri ha ucciso tre soldati libanesi nel sud del Libano”, dicendo che non sta combattendo l’esercito del paese e che i suoi soldati credevano di aver preso di mira un veicolo appartenente al gruppo terroristico Hezbollah.

In Libano almeno 16 persone sono state uccise e altre 59 ferite dagli attacchi israeliani di sabato e domenica, ha detto il ministero della Salute libanese. Il numero totale di libanesi uccisi dalle forze israeliane dall’inizio della guerra lo scorso ottobre è salito a 2.464. Almeno altre 11.530 persone sono state ferite dagli attacchi israeliani.

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17/10/2024

Ancora attacchi israeliani all’Unifil in Libano. A Gaza continua il massacro. Bombardamenti sullo Yemen

In Libano è avvenuto unuovo episodio di aggressione dell’esercito israeliano nei confronti dell’Unifil. Un carro armato ha preso di mira una posizione nel sud del paese, nelle vicinanze di Kafer Kala. Si tratta di un’area in cui si trova il contingente spagnolo. In questi giorni il governo spagnolo è quello che in Europa ha assunto le posizioni più dure contro Israele.

Secondo quanto comunicato da Unifil, “un Merkava dell’IDF ha colpito la torre di guardia, distruggendo due telecamere e causando danni alla struttura”. L’organizzazione ha denunciato anche questa volta “un attacco diretto e apparentemente intenzionale verso una nostra base”.

Con uno stile decisamente mafioso – negare quello che viene fatto sotto gli occhi di tutti – il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che “Israele considera fondamentale l’operato di Unifil e non ha intenzione di compromettere l’integrità dell’organizzazione o dei suoi membri. Inoltre, il governo israeliano pensa che Unifil giochi un ruolo cruciale nel ‘momento successivo’ alla guerra contro Hezbollah”. Un atteggiamento smentito da ben sei attacchi alle strutture dell’Unifil in una settimana. Rilanciando la evidente doppiezza della versione israeliana, il ministro Katz ha poi sottolineato che “è Hezbollah a sfruttare il personale di Unifil come scudi umani, sparando deliberatamente contro i soldati dell’IDF da aree adiacenti alle basi Unifil, per alimentare conflitti”. In pratica, come scrive oggi un editoriale del Jerusalem Post, Unifil deve togliersi di mezzo se non vuole beccarsi le bombe israeliane.

Nella serata, da Bruxelles, è pervenuta una dichiarazione congiunta dei leader europei e delle nazioni del Golfo, che esprime condanna per gli attacchi contro le operazioni delle Nazioni Unite.

Secondo il responsabile europeo della sicurezza e della politica estera, Josep Borrell, le Nazioni Unite sono sotto attacco da parte di Israele su tutti i fronti “Spero che il Consiglio della UE condannerà gli attacchi israeliani contro l’UNIFIL. Ciò che sta accadendo in Medio Oriente è una catastrofe e una grave crisi umanitaria. La decisione degli Stati Uniti di dare a Israele un mese per risolvere la crisi umanitaria a Gaza è insufficiente e molti moriranno entro quel tempo”.

Israele ha permesso mercoledì a 50 camion di aiuti umanitari di entrare nel nord della Striscia di Gaza, alcune ore dopo che gli Stati Uniti hanno confermato l’invio di una lettera che avvertiva come la continua fornitura di armi di Washington a Tel Aviv era a rischio se Israele non avesse adottato misure significative per affrontare la crescente crisi umanitaria nella Striscia entro 30 giorni.

In Libano intanto ieri l’esercito israeliano ha bombardando la città di Nabatieh, colpendo un edificio municipale e uccidendo 16 persone, tra cui il sindaco della città, mentre erano in riunione.

L’esercito israeliano ha inoltre invitato i residenti di un’area nella città di Safri nella valle della Bekaa e nell’area di Al-Hosh nella città di Tiro a evacuarla immediatamente, alimentando così lo sfollamento forzato di migliaia di libanesi dal loro territorio.

A Gaza continua la mattanza quotidiana dei palestinesi

A Gaza le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 29 palestinesi e ne hanno feriti 93 nelle ultime 24 ore, secondo il ministero della sanità palestinese. Questo porta il bilancio delle vittime dal 7 ottobre 2023 a 42.438, con oltre 99.246 feriti e almeno 10.000 ancora dispersi, probabilmente sepolti sotto le macerie. I funzionari sanitari riferiscono che oltre il 60% delle vittime sono donne e bambini.

Secondo Al Jazeera il numero dei morti dall’inizio dell’ultima operazione militare israeliana nel nord della Striscia di Gaza ha superato i 400.

Il ministero della Sanità di Gaza ha detto che ci sono continui appelli da parte delle famiglie assediate nei campi di Jabalia e Saftawi a causa dei bombardamenti israeliani in corso. L’esercito israeliano ha bombardato con l’artiglieria il quartiere di Zeitoun, a sud-est di Gaza City.

Yemen - Bombardamenti Usa e britannici

Ieri ci sono stati 9 raid anglo-statunitensi sull Yemen che hanno preso di mira le aree di Kahlan e Al-Ayla a est della città di Saada, e altri 6 raid hanno preso di mira diverse aree a nord e a sud della capitale, Sanaa.

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha detto di aver effettuato attacchi su cinque siti di stoccaggio sotterraneo di armi nelle aree controllate dagli Houthi dello Yemen sottolineando che gli attacchi sono stati diretti dal presidente Joe Biden e hanno coinvolto bombardieri B-2 dell’aeronautica statunitense.

Il portavoce del gruppo yemenita Ansar Allah (Houthi) ha detto che gli Stati Uniti pagheranno il prezzo della loro aggressione, aggiungendo che gli attacchi contro lo Yemen non riusciranno a costringere il movimento Houthi a interrompere il suo sostegno ai palestinesi di Gaza e al popolo del Libano.

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11/10/2024

Se spari all’Onu vuol dire che...

Se il ministro della difesa di una dei governi più genuflessi a quello di Israele arriva a parlare di “crimini di guerra”, oppure “l’Onu e l’Italia non prendono ordini da Israele”, vuole dire che qualcosa di eccessivamente grave è avvenuto.

Stiamo parlando di vecchi marpioni della politica e dell’intermediazione di affari intorno alle armi, abituati a tutti i compromessi in vista di obiettivi tangibili. Non di idealisti che prendono cappello ad ogni violazione dei diritti umani.

Ma l’attacco israeliano alle basi Unifil in Libano rappresenta davvero il superamento di una “linea rossa” che illumina, obiettivamente, sul tipo di rapporto che Tel Aviv intende stabilire con il resto del mondo. Sottolineiamo: “con il resto del mondo”, non solo con i propri vicini “arabi”.

La gravità eccezionale dell’attacco non sta ovviamente nelle conseguenze materiali, quasi risibili a fronte di un genocidio in atto a Gaza e in Cisgiordania e all’invasione del Libano, con la sua sequela di massacri indiscriminati, ma nel fatto stesso che sia avvenuto.

Non era semplicemente mai successo che una forza di interposizione dell’Onu – truppe appartenenti a vari paesi, con il compito di tenere separate parti in conflitto – venisse attaccata dall’esercito di uno Stato membro dell’Onu. Attacchi anche sanguinosi erano avvenuti in passato in altri missioni, ma ad opera di forze irregolari, nel corso di scontri tribali, ecc. Ovvero da parte di soggetti che non rappresentavano entità statuali stabili, riconosciute, firmatarie di accordi internazionali.

Giuridicamente l’attacco all’Unifil è una dichiarazione di guerra alla comunità mondiale (non quella definita “internazionale” e coincidente con i soli alleati degli Usa), in senso lato a tutta l’umanità.

“Non si è trattato di un incidente o di un errore, ma di un attacco intenzionale”, hanno precisato immediatamente dal comando Unifil in Libano. E il ministro Crosetto, responsabile degli oltre mille soldati italiani in loco, non poteva – neanche volendo – far altro che assumere la stessa postura indignata. E quindi convocare l’ambasciatore di Tel Aviv per pretendere una “spiegazione formale” per un atto “militarmente privo di giustificazione” e politicamente devastante per il diritto internazionale.

Se qualcuno si aspettava delle scuse o una minimizzazione da parte israeliana sarà rimasto sicuramente deluso. Il comunicato con cui l’Idf ha ricostruito quanto accaduto è una dichiarazione di suprematismo senza se e senza ma: “Stamattina, le truppe dell’Idf hanno operato nell’area di Naqura, accanto a una base Unifil. Di conseguenza, l’Idf ha ordinato alle forze Onu nell’area di rimanere in spazi protetti, dopodiché ha aperto il fuoco nell’area”.

L’Idf “ha ordinato”, quindi il personale militare Onu avrebbe dovuto solo “obbedire”, contravvenendo alla Risoluzione che ha deciso sia la missione che i suoi compiti, e quindi il senso stesso della sua presenza lì.

È l’esibizione pura e semplice dell’idea per cui non c’è nessuna autorità o legge internazionale che Israele sia disposto a rispettare. Conta solo la sua volontà e la possibilità materiale – militare – di fare quel che vuole. Zero “valori”, zero “regole accettate”, zero interlocutori...

Non manca neanche un velato accenno al fatto che il contingente Unifil se la sarebbe in qualche misura “meritata”: “sfortunatamente Hezbollah sta cercando di nascondersi vicino alle basi Unifil e Israele ha già scoperto tunnel e depositi di armi vicino a quell’area”.

Insomma: se Unifil avesse fatto di più per disarmare Hezbollah nella zona, forse l’avrebbe passata liscia. Non a caso è questo l’unico argomento di alcuni squallidi gazzettieri filosionisti che, non potendo stavolta definire il “bersaglio” come una “base di Hezbollah o di Hamas”, si devono arrampicare sugli specchi per minimizzare o giustificare in qualche modo un attacco che pone Israele fuori dall’Onu, con tutti gli effetti che dovrebbero essere conseguenti (dalla possibilità di ricevere armi e finanziamenti, accesso ai mercati, ecc.) se gli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna non disponessero del potere di veto.

La ricostruzione del comando Unifil, decisamente più attendibile, accusa invece l’Idf di essersi inizialmente posizionato “al riparo della rete di demarcazione della base Onu” per bombardare le postazioni di Hezbollah, contando sul fatto che i miliziani sciiti non avrebbero risposto per non rischiare di colpire i soldati internazionali.

Un altro “crimine di guerra”, insomma, consistente nell’usare i militari Onu come “scudi umani”.

Ma Israele non si ferma più davanti a nulla. Dopo tutto questo, l‘ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha avuto ancora la faccia tosta di dire “La nostra raccomandazione è che l’Unifil si sposti di cinque chilometri a nord per evitare pericoli mentre i combattimenti si intensificano e la situazione lungo la Blue Line resta instabile a causa dell’aggressione di Hezbollah”.

In pratica: l’Onu deve togliersi dai piedi e lasciarci fare quel che abbiamo in programma...

Era inevitabile che prima o poi la “libertà d’azione” concessa dall’Occidente a Israele avrebbe causato danni anche ai suoi complici, non solo ai suoi avversari. Una volta stabilito che il suprematismo razzista sionista era legittimato a fare qualsiasi cosa in virtù di un ormai metafisico “diritto a difendersi” anche a centinaia di chilometri da casa, era solo questione di tempo prima che i militari di Tel Aviv prendessero di mira anche qualche alleato considerato poi non troppo importante. Tipo l’Italia...

Il che dimostra che nella testa dei Netanyahu e dei Ben-Gvir non esiste limite entro il quale fermarsi. E questo pone sia un problema al resto del mondo che allo stesso Israele.

Tutto o niente, “vittoria e dominio totale o morte”, è una strategia che non lascia spazio a soluzioni intermedie, a sforzi diplomatici, a mediazioni durature.

Ma può uno Stato con appena 6,5 milioni di cittadini (Israele è per legge lo “stato ebraico”, con un regime di discriminazione pesante per “gli arabi” che pure vi vivono) pensare di imporre a tutto il mondo la propria esclusiva “volontà di potenza”?

La Storia ha già vissuto follie similari, e sono tutte finite nel modo più logico, a prezzi obiettivamene mostruosi, anche quando il soggetto impazzito era molto più grande e potente (la Germania nazista, per esempio).

La presenza di armi nucleari complica l’equazione, nel senso di far prevedere un prezzo più alto per tutta l’umanità. Ma non può cambiare il segno del risultato...

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Libano - Nuovi attacchi israeliani contro il contingente UNIFIL

Continua e si rafforza la guerra di Israele a tutto il mondo. Nuovo attacco contro basi dell’Unifil in Libano, feriti 2 caschi blu.

Le forze israeliane hanno nuovamente aperto contro un posto di osservazione della forza di mantenimento della pace Unifil nella sua base principale a Naqoura, nel Libano meridionale, ferendo due soldati cingalesi. Sorge il leggero sospetto che nella selezione degli attacchi – poiché le posizioni e le varie nazionalità presenti nell’area sono ufficialmente comunicate anche alle parti – l’Ifd segua un criterio decisamente razzista: i feriti sono infatti fin qui due soldati indonesiani e due cingalesi (“scuri” e quasi certamente musulmani), mentre sono stati più cauti nei confronti dei “bianchi europei”.

L’Idf non ha comunque rilasciato dichiarazioni. Le forze di difesa israeliane (Idf) stanno potenziando le loro operazioni nel Libano meridionale, dove è stata dispiegata la 205a Brigata corazzata di riserva, già entrata in azione nelle scorse ore.

Il colonnello Scheiderlla alla guida della brigata, ha confermato che del resto del mondo, a loro, non frega assolutamente nulla. “Questa è la nostra missione, questo è ciò di cui siamo incaricati. Abbiamo una battaglia difficile davanti, a la missione è chiara, importante e urgente”.

L’obiettivo è ormai chiaro: sloggiare i militari dell’Onu con la forza, aumentando ogni giorni la “pressione” armata. Quel che deve fare l’Idf in Libano è evidentemente così immondo da rendere necessario l’allontanamento di ogni testimone imparziale. Poi ci penseranno i gazzettieri filosionisti a raccontare tante storielle edificanti...

L’Unione Europea, presente nella missione Unifil non solo con i soldati italiani, discuterà della questione al Consiglio Esteri, che si terrà lunedì in Lussemburgo. Senza fretta e senza allarme, come uno dei tanti fatti che accadono in giro...

“Si tratta di una missione di pace che viene attaccata e che coinvolge membri dell’Ue. Non so che tipo di discussione sarà, ma sicuramente la questione verrà affrontata dai ministri”, ha detto un funzionario di Bruxelles.

La sicurezza degli oltre 10.400 caschi blu dell’Onu in Libano è però “sempre più in pericolo”, le operazioni sono state praticamente continue dalla fine di settembre, quando è iniziata l’escalation di Israele contro Hezbollah. Il capo delle forze di peacekeeping dell’ONU, Jean-Pierre Lacroix, ha spiegato al Consiglio di sicurezza che “I peacekeeper sono stati confinati nelle loro basi e hanno trascorso lunghi periodi di tempo nei rifugi”.

I caschi blu di Unifil sono comunque determinati a rimanere al loro posto nonostante gli attacchi israeliani e gli ordini di spostarsi da parte dell’esercito israeliano, ha aggiunto il portavoce della forza Onu, Andrea Tenenti. I 50 paesi contributori hanno concordato ieri di continuare a schierare i peacekeeper tra il fiume Litani a nord e il confine riconosciuto dall’ONU tra Libano e Israele. “Siamo lì perché il Consiglio di sicurezza ci ha chiesto di esserci. Quindi resteremo finché la situazione non diventerà tale da rendere impossibile per noi operare”, ha detto Tenenti.

L’agenzia ufficiale Agi riferisce da parte sua che “un carro armato israeliano Merkava ha preso di mira una torre dell’Unifil, ferendo soldati del contingente dello Sri Lanka”.

Anche la Russia ha rotto da qualche tempo ogni riserva. “Mosca è indignata per l’azione dell’esercito israeliano. La parte russa chiede di astenersi da qualsiasi azione ostile contro le forze di pace dell’UNIFIL che svolgono la loro missione in Libano in conformità con l’attuale mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, esprime sostegno e auspica un rapido recupero dei feriti”. È quanto si legge in una nota del ministero degli Esteri russo secondo quanto riporta la Tass.

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10/10/2024

Israele spara pure sull’Onu, e non “per errore”

Israele ha preso di mira e colpito tre basi della missione Unifil schierata nel sud del Libano.

Andrea Tenenti, portavoce della missione Onu di cui fanno parte circa 1.100 soldati italiani, ha spiegato con molta chiarezza che l’attacco è stato del tutto “intenzionale”. Nessun “errore” possibile, stanti i simboli chiarissimi che contraddistinguono le truppe Onu, oltre che i sistematici rapporti di comunicazione con tutte le parti in causa, com’è obbligo di un contingente Onu.

Due delle basi colpite sono italiane e la terza è il quartier generale della missione. In quest’ultima, a Naqura, sono stati feriti due soldati indonesiani dopo che un carro armato israeliano ha sparato contro una torretta di osservazione della base. La torre è stata centrata e i due militari Onu sono precipitati a terra. Le loro condizioni non sono gravi, riferiscono fonti mediche locali. Non si contano al momento danni a quelli italiani.

Fonti dell’intelligence militare libanese hanno riferito da subito che Israele ha aperto il fuoco contro la base UNP 1-31 sulla collina di Labbune, nell’area di responsabilità del contingente italiano.

Secondo le fonti locali, dopo che un drone israeliano ha ripetutamente sorvolato la base – avendo quindi tutto il tempo e l’agio di identificare con la massima precisione l’identità dei “bersagli” – i colpi israeliani hanno preso di mira l’ingresso del bunker dove sono rifugiati i soldati italiani.

Alcune telecamere che si trovano negli avamposti italiani di due basi di Unifil sono state distrutte da colpi di armi leggere (fucili, a ulteriore dimostrazione dell’intenzionalità).

Ovvio che in questo caso le solite giustificazioni sioniste – “Base di Hamas”, oppure di “Hezbollah”, oppure “dell’Iran”, recepite ed avallate sistematicamente dai loro complici nei media occidentali – non possono essere neppure presentate.

Ma una volta escluso l’errore e accertata l’intenzionalità si deve discutere dello status di Israele nella comunità mondiale.

Il discorso di Netanyahu all’Onu, gli insulti rivolti all’assemblea che si andava svuotando mentre pronunciava il suo delirio suprematista (“siete una palude antisemita”), le stesse parole con cui ha ordinato ai libanesi di “liberarsi di Hezbollah, altrimenti farete la fine di Gaza” – detto mentre un milione di persone è stato costretto ad abbandonare le proprie case e a vagare senza meta tra aree che l’esercito israeliano prima dichiara “sicure” e poi bombarda – delineano con chiarezza quello che avevamo definito “una dichiarazione di guerra al mondo”.

Siamo oltre persino i crimini di guerra perpetrati in mille azioni (bombardamento di ospedali, scuole, ambulanze, giornalisti, ecc.). Siamo appunto a una esplicita dimostrazione di non accettazione di nessun “diritto internazionale” tra pari e di nessuna autorità collettiva fondata democraticamente.

Il ministro della difesa italiano Crosetto ha convocato l’ambasciatore di Tel Aviv in Italia per comunicargli, se non altro le proprie “perplessità” su un atto deliberato di guerra contro la comunità mondiale (che va ben oltre l’ormai esigua “comunità internazionale” di obbedienza statunitense).

Ma è chiaro che dopo questo attacco Israele deve essere cacciato via dall’Onu, dichiarato uno “stato canaglia” responsabile di terrorismo e genocidio (come sta procedendo la Corte internazionale di giustizia dell’Aja) e va messa all’ordine del giorno l’autorizzazione dell’Onu all’uso della forza contro questo “pericoloso soggetto senza legge” (come chiesto peraltro dalla Turchia, che è addirittura un membro della Nato, ossia del principale fornitore di armi ad Israele).

Non avverrà, lo sappiamo. Ma questo dimostra che il “diritto internazionale” non esiste più. Dunque non vale più per nessuno...

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09/10/2024

Libano - Israele oltrepassa la linea blu. A Gaza prosegue il mattatoio

I carri armati israeliani hanno superato la linea blu al confine con il Libano, entrando nelle zone dove è presente il contingente italiano coinvolto nella missione Unifil delle Nazioni Unite violando così la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

L’ordine ai caschi blu dell’Onu è quello di cercare riparo per tutto il settore ovest, tra Shama, Naqoura e lungo la costa.

Vengono segnalati scontri tra combattenti di Hezbollah e forze armate israeliane ad Ain Ebel, un piccolo centro una volta abitato da più di mille persone e attualmente in gran parte deserto a causa degli sfollamenti. Hezbollah ha detto martedì che i suoi combattenti hanno attaccato le forze israeliane a Labbouneh vicino ad al-Naqoura nel sud-ovest del Libano, dove hanno sede l’Unifil, le forze di pace delle Nazioni Unite. Il Jerusalem Post conferma che tre soldati israeliani sono stati feriti in combattimento nel sud del Libano.

Ieri il vice leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha pronunciato il suo primo discorso registrato dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah, in cui ha detto che l’invasione di terra di Israele “non è avanzata” e ha ribadito che il movimento libanese è pronto a definire un cessate il fuoco.

Le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 36 persone in attacchi in tutto il Libano e ne hanno ferite 150 solo nella giornata di ieri, ha riferito oggi il ministero della Sanità libanese. Questo porta il bilancio delle vittime dall’8 ottobre 2023 a 2119, con oltre 10.019 feriti.

Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione USA sarebbe “frustrata” dalla riluttanza di Israele nel condividere i suoi piani di ritorsione contro l’Iran. La Casa Bianca starebbe esortando il suo più stretto alleato in Medio Oriente a non colpire le strutture petrolifere o i siti nucleari dell’Iran, ma “continua ad essere colta di sorpresa dalle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza e in Libano”.

A conferma di questa interruzione delle comunicazioni sensibili tra Washington e Tel Aviv, è arrivata anche la decisione del premier israeliano Netanyahu di annullare il viaggio del ministro della Difesa Gallant negli Stati Uniti, dove era previsto oggi un incontro con Austin. Secondo le fonti citate dal WSJ, Gallant avrebbe dovuto svelare alcuni dettagli del piano e discutere con l’omologo statunitense degli obiettivi israeliani nella guerra in Libano.

Secondo la Reuters l‘attesa telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il primo ministro Benjamin Netanyahu per discutere i piani per colpire l’Iran si terrà oggi.

A Gaza continua il mattatoio, la gente non sa dove fuggire

Non c’è fine all’inferno nel nord di Gaza, dove almeno 400.000 palestinesi sono intrappolati in mezzo a un nuovo assalto israeliano di terra e aereo nell’area. “I recenti ordini di evacuazione da parte delle autorità israeliane stanno costringendo le persone a fuggire ancora e ancora, soprattutto dal campo di Jabalia”, ha detto Philippe Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.

Il nuovo intenso assalto israeliano, iniziato sabato, ha costretto i rifugi e i servizi gestiti dell’Unrwa a chiudere, alcuni per la prima volta dall’inizio della guerra più di un anno fa, ha aggiunto Lazzarini su X. Tuttavia, molte persone si rifiutano di lasciare le loro case, sapendo che non c’è un posto sicuro a Gaza dove fuggire.

Almeno 17 palestinesi sono stati uccisi questa mattina in bombardamenti nel centro e nel nord di Gaza, secondo i media locali. Le forze armate israeliane stanno attaccando l’ospedale Kamal Awdan a Beit Lahia, insieme ad altre strutture mediche nel nord della Striscia di Gaza. Bombardamenti di artiglieria pesante sono stati segnalati questa mattina nelle sue vicinanze. Il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Awdan, ha detto che le forze israeliane gli hanno detto martedì sera che lui e tutti coloro che si trovavano nell’ospedale devono andarsene entro 24 ore o affrontare lo stesso destino dell’ospedale al-Shifa di Gaza City.

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24/12/2019

Mediocri affari di provincia sotto l’egida della Missione militare ONU in Libano

Che le missioni militari all’estero servano anche a favorire gli interessi delle maggiori holding nazionali è cosa nota; inimmaginabile invece che una maxi-operazione sotto la copertura delle Nazioni Unite possa contribuire alla realizzazione di modestissimi affari agroalimentari da parte di cinque imprese private, sponsor la sbrindellata amministrazione comunale e la pluri-chiacchierata Università di Messina.

Un discutibile affaire militar-imprenditoriale in salsa peloritana è stato reso noto venerdì 20 dicembre a margine della contestata parata della Brigata Meccanizzata “Aosta” nelle vie del centro di Messina, presenti i reparti provenienti dai teatri di guerra di Libano, Kosovo, Somalia e Gibuti. Alla presenza del generale di corpo d’armata Rosario Castellano, Comandante delle Forze Operative Sud dell’Esercito Italiano, del prefetto Maria Carmela Librizzi e delle massime autorità militari, civili e religiose, il vicesindaco Salvatore Mondello ha consegnato simbolicamente le chiavi della città al generale Bruno Pisciotta, comandante della Brigata “Aosta” e responsabile del Sector West della Missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), “per l’alto valore sociale ed etico dell’impegno profuso sui territori internazionali, nazionali e locali e per i significativi contributi di cooperazione che la brigata dell’Esercito italiano ha sempre saputo esprimere nel tempo”. Dopo la cerimonia, il vicesindaco Mondello e l’assessora Carlotta Previti con delega al reperimento dei finanziamenti statali ed europei, si sono trattenuti a colloquio con i vertici della Brigata Aosta e i rappresentanti delle municipalità libanesi ospiti per “tracciare le linee guida per la collaborazione tra imprese, istituzioni ed enti di ricerca per attività di trasferimento tecnologico e di cooperazione nel comparto agroalimentare e turistico”, così come riportato dal’Ufficio stampa di Palazzo Zanca.

Il ruolo chiave dei Caschi Blu italiani nel programma di cooperazione promosso dall’amministrazione guidata dal sindaco Cateno De Luca (inspiegabilmente assente nelle fasi clou della giornata pro-brigata) è stato rivendicato proprio dal Comando dell’Esercito. “Durante il semestre in Libano, nella valorizzazione del cosiddetto Sistema Paese, grazie al supporto della Brigata Aosta è stato siglato un Accordo tra la Municipalità di Tiro e la Città Metropolitana di Messina, con l’obiettivo di creare sinergie tra imprese, istituzioni pubbliche ed enti di ricerca”, spiegano i militari nel comunicato di ringraziamento per il simbolico omaggio ricevuto dalla città dello Stretto. “È stato altresì formalizzato un protocollo tra l’Università degli Studi di Messina e l’Università di Beirut che permetterà, tra gli altri scambi culturali tra i due atenei, a venti giovani libanesi di studiare in Italia per cinque anni senza nessun onere di natura economica...”.

L’accordo quadro è stato stipulato il 28 ottobre 2019 presso la base del Contingente italiano-UNIFIL di Chaama, “grazie alla regia dell’Ambasciata d’Italia in Libano e all’Ufficio di rappresentanza a Beirut dell’Italian Trade Agency”, dal sindaco di Tiro, Hassan Dbouk, e dal vicesindaco peloritano Salvatore Mondello, presenti alcuni imprenditori del settore agroalimentare della provincia di Messina. “Questo accordo consentirà l’avvio di scambi commerciali tra le parti, ispirandosi agli obiettivi di crescita sostenibile, definiti nel Programma Quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione”, promettono i promotori dell’iniziativa. “La prima azione concreta sarà la costituzione di una joint-venture, registrata nella Municipalità di Tiro, che avrà come obiettivo finale quello di coordinare i flussi di prodotti agricoli siciliani destinati ai mercati libanesi e dell’Oriente e di quelli libanesi verso il mercato intracomunitario europeo. Tale Hub fornirà supporto di tipo commerciale, logistico, amministrativo e normativo all’iniziativa”.

“Il progetto, nel suo complesso, si configura come un esempio concreto di sinergia per la promozione del Sistema Paese, nel quale il Contingente in teatro operativo crea le condizioni per lo sviluppo dell’area di interesse, anche tramite l’adozione di iniziative economico-commerciali”, riporta la nota distribuita ai media. “I Contingenti militari, in coordinazione con le amministrazioni locali nazionali, diventeranno soggetti attuatori a supporto delle aziende nazionali, con il principale obiettivo di creare una stabile e duratura collaborazione tra imprese, istituzioni pubbliche ed enti di ricerca nelle aree d’impiego. Infatti, grazie al credito finora ottenuto nella propria area di operazioni, è stato possibile per i Caschi Blu italiani facilitare questa importante iniziativa di cooperazione civile e militare, fortemente richiesta dalle autorità locali del sud del Libano (...) I Peacekeepers italiani, in conformità alla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che dà mandato di supportare la popolazione libanese, hanno iniziato a lavorare da alcuni mesi alla formalizzazione di reciproci scambi di interessi tra mondo dell’imprenditoria siciliana e controparte libanese, con il precipuo fine di creare nuove opportunità di sviluppo, crescita e benessere per la popolazione”.

Indicativo il nome prescelto dall’amministrazione De Luca-Mondello per la missione promozionale nel martoriato paese dei cedri: “Tre Giorni da Leone”. Il 23 settembre 2019 era stato pubblicato un Avviso per la selezione di imprese del comparto agroalimentare e delle scienze della vita a firma dell’onnipresente superdirigente del Comune, Salvatore De Francesco. “Nell’ambito di un percorso di promozione del sistema produttivo locale per l’interscambio culturale ed economico con i Paesi del Medio Oriente, in stretta collaborazione la Brigata Aosta di stanza a Messina e presente in Libano con il contingente ITALBATT e la Municipalità di Tyro (Libano), promuovono congiuntamente l’evento Tre Giorni Da Leone”, si legge nel bando. “Il mercato interno libanese è ad oggi caratterizzato da un elevato grado di apertura ad accordi commerciali con fornitori di prodotti e/o servizi esteri e si caratterizza con varie forme di cooperazione internazionale. Rappresenta inoltre una piattaforma di lancio privilegiata per accedere ai mercati interni dei Paesi Arabi e del Golfo Persico (successivamente individuati dai promotori negli impresentabili regimi di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Yemen, Oman, Iraq e Siria, NdA)”.

“Le politiche di sviluppo adottate dal governo libanese individuano come prioritario per lo sviluppo economico il rafforzamento dell’industria agroalimentare (in particolare oleicola, agrumicola, casearia e della pesca), che rappresenta il principale comparto produttivo in Libano con circa 1.400 operatori e inoltre promuovono la condivisione di buone pratiche, l’innovazione tecnologica, l’implementazione di sistemi di gestione ambientali, di tracciabilità e sicurezza alimentare sulla base dei consolidati standard EU”, si legge ancora nell’Avviso pubblico del 23 settembre scorso. “Per tali finalità strategiche sono stati emanati strumenti finanziari fortemente incentivanti per gli investitori esteri che hanno così l’opportunità di fruire di regimi fiscali agevolativi ed esenzioni doganali oltre a procedure amministrative semplificate per l’avvio di nuove imprese (...) Sussistono pertanto ottime prospettive di crescita per le imprese messinesi e siciliane che intendono esportare sia in Libano, che nei limitrofi Paesi del Medio Oriente, macchinari, attrezzature, impianti, materie prime e tecnologie innovative”.

Il bando forniva pure le necessarie informazioni sul viaggio programmato in Libano. “La missione avrà luogo dal 17 al 22 ottobre 2019 presso le città di Beirut, Tyro e Chamaa dove ha sede il Contingente militare della Brigata Aosta e prevede visite guidate presso aziende agroalimentari nel sud del Libano (…) La delegazione sarà composta da rappresentanti delle istituzioni pubbliche coinvolte nell’iniziativa e delle dieci imprese private selezionate tramite il presente Avviso, sotto l’egida del Battaglione Aosta. La partenza avverrà con volo militare da Pisa a Beirut mentre il rientro sarà con volo di linea da Beirut a Catania. Il volo militare Pisa-Beirut, i trasferimenti tra l’aeroporto di Beirut e Chamaa e le visite presso i distretti produttivi saranno a cura del contingente militare italiano. Il volo di rientro e i costi di soggiorno presso il Laymouna Resort di Tyro (costo da convenzione 55 dollari per notte a persona colazione inclusa) saranno a carico delle aziende partecipanti”. Veniva designato come responsabile del procedimento per la selezione delle imprese il dottore Massimiliano Giorgianni del Dipartimento Politiche Culturali ed Educative – Sviluppo Economico del Comune di Messina, mentre come soggetto attuatore il Consorzio Centro per lo Sviluppo del Turismo (Messina Tourism Bureau). Quest’ultimo, interamente partecipato dalla Città Metropolitana e dall’Università degli Studi di Messina, ha come funzioni quelle di “facilitare e coordinare la fruibilità turistica delle risorse locali e le ricadute economiche sul territorio della provincia”. Il Cda del Consorzio – quasi del tutto sconosciuto tra gli operatori e i cittadini - è stato recentemente rinnovato: presidente (riconfermato) Gaetano Majolino (iscritto nell’albo dei segretari comunali del Ministero dell’Interno); vicepresidente Filippo Grasso (ricercatore universitario presso il Dipartimento di Economia e delegato per il turismo del Rettore dell’Ateneo di Messina, prof. Salvatore Cuzzocrea); direttore Valeria Leone (membro del Comitato operativo di TaorminaArte).

Nonostante la potenza di fuoco dei promotori-protagonisti del viaggio-missione e le mirabolanti promesse di affari nei più prestigiosi mercati mediorientali, l’Avviso pubblico del Comune non ha prodotto gli esiti sperati. Appena cinque, infatti, le imprese selezionate: la Irritec S.p.A. della famiglia Giuffré di Capo d’Orlando (impianti d’irrigazione); l’azienda vitivinicola Ruggero Vasari S.r.l. di Santa Lucia del Mela; i vivai Laura Ryolo S.r.l. di Barcellona Pozzo di Gotto; il gruppo venture capital Italimprese S.r.l. di Messina; il Consorzio Arancia Rossa di Sicilia IGP (con sede a Catania e attività nella provincia etnea). L’evidente fallimento del bando non ha comunque scoraggiato gli amministratori comunali e i docenti-manager dell’Università degli Studi di Messina. La dimezzata delegazione alla fine ha raggiunto il Libano e i protocolli sottoscritti con le autorità locali sono stati fatti “rientrare nell’ambito dei progetti di Cooperazione Civile e Militare - CIMIC del contingente italiano, che hanno fondamento giuridico sulla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite del 2006”.

Dalla lettura delle risoluzioni ONU sui mandati operativi dei Caschi Blu in Libano, si evince tuttavia come i vertici della Brigata “Aosta” abbiamo fatto più di una forzatura per poter contemplare i fumosi accordi commerciali Messina-Tiro tra gli scopi istituzionali di UNIFIL. “Con la Risoluzione 1701 dell’11 agosto 2006 - spiega il Ministero della Difesa italiano - il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha previsto il potenziamento del contingente militare di UNIFIL con lo scopo di monitorare la cessazione delle ostilità; accompagnare e sostenere le Forze armate libanesi (LAF) nel loro rischieramento nel Sud del paese, comprendendo la Blue Line, non appena Israele ritira le sue Forze armate dal Libano (IDF); coordinare il ritiro delle IDF dai territori libanesi occupati; estendere la propria assistenza per aiutare ad assicurare un corridoio umanitario alla popolazione civile ed ai volontari nonché assicurare il rientro in sicurezza degli sfollati; assistere le LAF nel progredire verso la stabilizzazione delle aree; mettere in atto i rilevanti provvedimenti degli accordi e delle Risoluzioni delle Nazioni Unite che impongono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano...”. Altrettanto rigido l’elenco delle attività operative che possono essere svolte dai reparti UNIFIL: osservazione da posti fissi; condotta di pattuglie (diurne e notturne); realizzazione di check-points; collegamento con le Forze Armate libanesi; pattugliamento marittimo.

Nessun intervento dunque è previsto in ambito economico e finanziario e anche quando i contingenti italiani in Libano hanno promosso attività CIMIC, esse si sono limitate alle donazioni alle municipalità e alla popolazione di attrezzature ed ausili didattici per l’istruzione, materiale sanitario, ecc.. “L’impegno dei Caschi blu italiani è stato rivolto alle scuole primarie, nelle quali più di 2.500 alunni hanno partecipato a corsi di igiene, disegno e sulla prevenzione da incidenti domestici”, riportava la nota della Brigata dei bersaglieri “Garibaldi” che ha preceduto l’“Aosta” in Libano.

Dopo gli aiuti è adesso arrivata l’ora delle compravendite da parte di uno sparuto numero di operatori di provincia. Anche questo è il segno dell’ennesimo fallimento politico e militare delle cosiddette “operazioni di pace”...

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10/09/2019

Israele ed Hezbollah ad un passo del baratro. Ma si fermano

Ci sono rari momenti nella storia, in cui anche i nemici più determinati possono improvvisamente riconoscere l'inutilità della battaglia. A volte, solo per un momento o due.

Ma tali momenti di sanità mentale possono salvare migliaia, persino milioni di vite umane. E tali momenti non sono espressioni di debolezza o codardia; anzi; sono incarnazioni di coraggio.

Voglio credere che quello che è successo al confine libanese - israeliano nell'agosto 2019, sia stato proprio uno di quei rari momenti di sanità mentale.

Non cambia nulla in termini di grande quadro geopolitico: Israele è un avamposto occidentale in Medio Oriente. Sta tormentando il popolo palestinese, occupando illegalmente le alture del Golan, bombardando la Siria e agendo in modo antagonista rispetto all'Iran.

Ma è stato stabilito un punto importante: ci sono limiti! Israele non andrà "fino in fondo", rischiando l'auto-annientamento e l'annientamento dell'intera regione. Questo fatto da solo offre una fragile speranza, per un futuro migliore di questo territorio longanime.


Cosa mi spinge a scrivere quanto sopra?

Alla fine di agosto, sembrava che Israele avesse perso la testa. Ha attaccato, senza preavviso, quattro paesi contemporaneamente, in sole 24 ore: Iraq, Palestina, Siria e Libano. Usava droni pieni di esplosivi e bombardieri.

Palestina e Siria sono state attaccate, regolarmente, per anni e decenni. L'Iraq, ancora di fatto sotto l'occupazione americana, era una storia piuttosto diversa. Lì, un gruppo di legislatori oltraggiati, sono "esplosi", chiedendo il ritiro immediato degli Stati Uniti e definendo l'attacco israeliano una "dichiarazione di guerra".

Anche il Libano non è rimasto in silenzio. I droni israeliani hanno danneggiato il media center di Hezbollah a Beirut. Hanno anche attaccato una fazione palestinese comunista nella valle della Beqaa. Per anni, l'aviazione israeliana ha violato lo spazio aereo libanese durante i bombardamenti della Siria. Ma questa volta era diverso. Questo è stato un attacco contro uno stato sovrano vicino.

Perfino il primo ministro libanese Hariri, nemico di Hezbollah, e un uomo che detiene la doppia cittadinanza (saudita e libanese), ha protestato, chiedendo protezione agli Stati Uniti e alla Francia. Il presidente del Libano lo ha definito giustamente una dichiarazione di guerra.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è andato in diretta in televisione e in una dichiarazione agghiacciante ha promesso una "risposta misurata".

A quel punto, divenne chiaro che l'intera regione poteva presto essere consumata dalle fiamme.

Durante la copertura dell'evento, sia su Press TV che su RT, ho messo in guardia contro l'enorme pericolo: Israele stava attaccando tutti i gruppi armati sciiti nella regione e si stava solo fermando per attaccare l'Iran stesso. Altri assalti come questi, e l'intera regione sarebbe potuta esplodere, trascinando nel conflitto paesi come l'Arabia Saudita, dalla parte di Israele e l'Iran, dalla parte di Siria, Palestina ed Hezbollah. Realisticamente, ciò potrebbe portare all'annientamento di intere aree e nazioni.

In quel periodo di tempo, ho guidato e sono riuscito a entrare nella regione di confine. Sono arrivato prima nella città di Naqoura, sulla costa del Mediterraneo, e poi ho guidato fino al confine libanese con le alture del Golan occupate, seguendo la cosiddetta Linea Blu, controllata dall'UNIFIL.

In diversi punti alla mia destra, l'enorme muro di frontiera israeliano era ora chiaramente visibile. Le pattuglie dell'UNIFIL erano costituite da veicoli blindati, presidiati principalmente da soldati indonesiani dall'aspetto indifferente. Alcuni stavano prendendo selfie, con Israele dietro di loro. Per le Nazioni Unite, non sembrava esserci urgenza nella regione. In effetti, subito dopo gli attacchi israeliani, le Nazioni Unite hanno iniziato a discutere la possibilità di ridurre il numero di soldati UNIFIL, nonché il bilancio UNIFIL.

Come sempre quando visitavo questo confine, ciò che mi colpiva era la vicinanza dei villaggi israeliani e libanesi; solo decine di metri, in alcune aree.

Ciò che seguì fu un silenzio agghiacciante e teso.

Quindi, circa una settimana dopo gli attacchi israeliani, il gruppo Hezbollah ha reagito.

Sono stato chiamato da una stazione TV, mi è stato chiesto di analizzare gli eventi. Mentre parlavo, i giornalisti stavano ricevendo le ultime notizie dal confine.

Hezbollah ha lanciato missili anticarro contro un veicolo israeliano che pattugliava vicino alla Linea Blu. Colpì un carro armato israeliano (altri rapporti dicevano "veicolo corazzato"). Secondo Hezbollah, tutti i soldati israeliani all'interno del veicolo sono morti o sono rimasti feriti. Presumibilmente, tra le vittime, c'era un comandante di alto livello israeliano, descritto come "un generale".

Coloro che hanno familiarità con le tattiche israeliane per la Palestina e le alture del Golan sanno che le "ritorsioni" israeliane in tali scenari includono il bombardamento di obiettivi civili e la distruzione di case o interi blocchi di case.

L'intero Libano trattenne il respiro.

Questa volta divenne chiaro che Hezbollah non si sarebbe ritirato. E il Libano in generale ha ovviamente raggiunto il punto in cui era pronto a confrontarsi con Israele, se ciò fosse stato necessario a mantenere la propria dignità.

Ho parlato con molti libanesi.

Erano spaventati, preoccupati, in particolare chi ha famiglia e figli. Ma erano anche sorprendentemente calmi. "Se questo è ciò che porta il destino, allora così sia!"

Quindi, rapidamente, gli eventi sono diventati bizzarri e confusi: i giornali israeliani, incluso il Jerusalem Post, iniziarono a citare le forze di difesa israeliane, che sostenevano che "Sì, è avvenuto un attacco contro Israele, ma non ci sono state vittime israeliane".

Quasi contemporaneamente, i video trapelati da Israele hanno iniziato ad apparire su YouTube e altrove, mostrando soldati israeliani che trasportavano amici feriti agli elicotteri. Successivamente, queste stesse clip sono state bloccate dallo stesso YouTube, per "violazione di termini e condizioni".

Pochi giorni dopo, l'intera discussione si è generalmente fermata, da enrambe le parti.

Israele "ha reagito" prontamente. Anche nel modo più singolare: ha lanciato un centinaio di missili in Libano. Ma tutti i razzi sono atterrati nei campi. Nessun bersaglio è stato colpito. Significato: è stato deciso di non mirare a nessun obiettivo, considerando la capacità israeliana di colpire con grande precisione. Più precisamente: è stato deciso di assicurarsi che nessun bersaglio sarebbe stato colpito. Alla fine, nessuno è stato ucciso e nessuno è stato ferito.

Come ho scritto sopra, villaggi, diverse città e insediamenti sono costruiti proprio vicino alla linea di confine. Sia Israele che Hezbollah hanno un'enorme potenza di fuoco. Se lo volessero, potrebbero infliggere danni enormi e perdite di vite reciproche.

Per qualche ragione, hanno deciso di non farlo.


Quello che è successo penso sia questo: attaccando contemporaneamente quattro paesi, Israele ha fatto male i propri calcoli. Iraq e Libano non erano pronti ad accettare l'umiliazione e gli attacchi a viso nudo contro i loro territori.

Ci sono stati segnali chiari inviati nella direzione di Tel Aviv. E Netanyahu ha capito.

Per giorni dopo gli attacchi israeliani, Hezbollah e Israele si sono fronteggiati, inasprendo la sfida, separati solo da un muro di cemento e dalle inette truppe UNIFIL. Entrambe le parti miravano a vicenda grandi arsenali di missili e altre armi.

Una mossa sbagliata e l'intera regione sarebbe potuta andare in fiamme. Una mossa piccola, errata, e chissà quante vite di persone innocenti sarebbero andate perse.

Credo, o forse voglio credere, che entrambe le parti abbiano improvvisamente immaginato un enorme "buco nero" - cosa potrebbe diventare questa parte del mondo. Hanno immaginato fumo, distruzione e morte; inevitabile se non avessero deciso di arretrare immediatamente.

All'ultimo momento, l'hanno fatto. Sono arretrate. Non so come, chi abbia preso per primo la decisione. Stavano comunicando, o forse coordinando la de escalation?

Era quello che, in Asia, chiamiamo "volto salvifico".

I colpi furono sparati. Molto probabilmente, nessuno è morto. Halas!

Un "generale" israeliano è stato ucciso? Non lo so. In realtà, non voglio saperlo. Sto assolutamente bene con il risultato: nessuna guerra completa in Medio Oriente. Per ora, questo è il meglio che possiamo ottenere.

Certo, questo dovrebbe essere solo l'inizio. La follia deve finire. Non sono convinto che succederà. Ma quello che è successo alla fine di agosto 2019 indica chiaramente che potrebbe.

Purtroppo viviamo in un mondo in cui solo la forza garantisce la sopravvivenza. Se Hezbollah non fosse forte come è ora, molto probabilmente Israele non ci avrebbe pensato due volte; avrebbe invaso l'intero Libano, al fine di distruggere il suo avversario sciita al proprio interno.

Ma Hezbollah è forte.

Inoltre, abbiamo appena appreso che ci sono almeno alcuni "confini" che Israele non è disposto a superare. In breve: Netanyahu è brutale, ma non è un suicida. Per ora, il Libano, Israele e il resto del Medio Oriente sono sopravvissuti.

Per ora.

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14/01/2019

Israele - Netanyahu nel tunnel della propaganda militarista

Annunciando di aver scoperto tutti i tunnel sotterranei scavati dal partito sciita libanese Hezbollah, Israele ha posto ieri fine all’operazione “Scudo Settentrionale”. L’operazione, iniziata lo scorso 4 dicembre, aveva come obiettivo dichiarato quello di distruggere la rete di tunnel che violano, secondo Tel Aviv e Onu, il cessate il fuoco del 2006. L’annuncio di “Scudo Settentrionale” aveva generato in molti commentatori preoccupazioni che il “Partito di Dio” avrebbe potuto rispondere dando così inizio ad un nuovo conflitto tra le due parti. Del resto lo scorso anno il segretario di Hezbollah, Hasan Nasrallah, era stato chiaro: un futuro conflitto con Israele avverrà dentro il suo territorio e “nessun posto sfuggirà agli stivali e a i missili dei combattenti della resistenza”. Ciononostante, eccetto qualche piccola scaramuccia, il confine è rimasto tranquillo anche grazie all’operato dell’Unifil, la forza internazionale che controlla il rispetto della risoluzione 1701 che ha posto fine alla guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah.

L’annuncio di ieri è giunto per bocca del colonnello israeliano Jonathan Conricus: “Abbiamo trovato un altro tunnel di Hezbollah [il sesto, ndr] che [dal Libano] arriva in Israele. Secondo la nostra intelligence e le nostre valutazioni, non ce ne sono più”. L’esercito ha fatto poi sapere che l’ultimo tunnel scoperto – anche questo, come i precedenti, non ancora operativo – partiva dal villaggio libanese di Ramyeh, a 800 metri dal territorio israeliano. Conricus ha però chiarito che i suoi uomini stanno ancora monitorando eventuali “strutture” scavate dai combattenti sciiti in territorio libanese. Ha poi ribadito che Tel Aviv ritiene il governo di Beirut responsabile per “ogni atto di violenza e violazione della 1701”.

In visita al confine con il Libano si è recato ieri anche il premier Benjamin Netanyahu che, in piena campagna elettorale, ha definito un “successo” l’operazione Scudo Settentrionale. “Una minaccia grave è stata qui evitata – ha poi aggiunto – Il piano operativo di Hezbollah era quello di usare questi tunnel per infiltrare in Galilea tanti combattenti, tra i 1.000-2.000 terroristi, per prendere possesso delle nostre comunità. Noi l’abbiamo impedito e continueremo a farlo”.

Nessun commento è giunto da Hezbollah che, da quando è iniziata l’operazione israeliana, ha scelto di mantenere un profilo basso. Molto probabilmente questo atteggiamento prudente deriva dal fatto che il “Partito di Dio” è molto interessato in questa fase a non aumentare l’escalation con gli israeliani perché il suo vero obiettivo è al momento la formazione del prossimo governo libanese (a 7 mesi dalle elezioni le forze politiche locali non hanno ancora trovato un accordo). Silenzio è giunto ieri anche dalle autorità libanesi che, sin da quando hanno avuto inizio le attività israeliane al confine, hanno avuto un atteggiamento collaborativo e improntato alla calma, sebbene non abbiano mancato di criticare Israele per la violazione della risoluzione 1701.

Ma la parola calma è termine sconosciuto nel triangolo Libano, Israele e Siria. Ieri, infatti, Netanyahu ha confermato che i jet israeliani hanno effettuato venerdì un raid aereo in Siria. “Trentasei ore fa – ha affermato il primo ministro durante il consiglio dei ministri settimanale – la nostra aviazione ha colpito depositi iraniani di armi”.

Un riconoscimento rarissimo quello fatto ieri da Tel Aviv. Eppure si stimano in centinaia i raid compiuti in questi anni in Siria da Israele in chiave anti-Iran ed Hezbollah. Attacchi confermati di recente anche dal capo dell’esercito israeliano Gadi Eisenkot che in più circostanze ha spiegato come l’esercito prenda di mira le armi contrabbandate dall’Iran al Libano che transitano per la Siria.

Il riconoscimento dei bombardamenti di Netanyahu è probabilmente connesso anche alla campagna elettorale in corso in Israele (elezioni il prossimo 9 aprile). Il premier – che rischia un'incriminazione per corruzione, ma che ciononostante domina nei sondaggi – vuole accreditarsi sempre più come leader forte del Paese e scalzare le critiche che gli sono mosse contro da alleati o ex partner di governo per una sua (presunta) “debolezza” nei confronti dei “nemici” dello stato ebraico. Non solo gli iraniani in Siria, ma anche Hamas nella Striscia di Gaza e i manifestanti delle “Marce del ritorno” del venerdì. Non sono infatti sazi alcuni esponenti politici israeliani dell’uccisione al confine di oltre 220 palestinesi dal 30 marzo scorso. A loro giudizio, la risposta è “debole” e non ha creato un deterrente contro il lancio di missili e degli aquiloni incendiari diretti verso il sud d’Israele.

Eppure nel piccolo lembo di terra palestinese assediato da Tel Aviv da oltre 11 anni non c’è pausa alla mattanza di civili. L’ultima vittima, Abdel Rahouf Salhah (14 anni), era stata raggiunta da una pallottola alla testa sparata dall’esercito israeliano venerdì durante le proteste al confine. Dopo due giorni di agonia è spirato ieri. Simile sorte era capitata all’attivista Amal al-Taramsi uccisa venerdì dai soldati israeliani mentre partecipava, come Abdel, alla “marcia del ritorno”.

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13/12/2018

Salvini attacca Hezbollah, allarme al comando italiano Unifil

di Michele Giorgio – il Manifesto

Giacca scura, camicia azzurra, atteggiamento sobrio. Matteo Salvini si è presentato alla conferenza stampa al King David Hotel di Gerusalemme con un look diverso da quello abituale da autista di ruspa. Solo apparenza, la sostanza è stata quella solita. Il vicepremier e ministro dell’interno in visita ufficiale in Israele ieri ha inferto picconate a situazioni delicatissime per la stabilità del Medio Oriente di cui, evidentemente, non capisce un bel niente: la tensione ai confini tra Israele e Libano e la soluzione a Due Stati, Israele e Palestina, sostenuta dall’Unione europea, quindi anche dall’Italia.

Salvini appena ha messo piede a Tel Aviv ha fatto pochi passi ed è salito a bordo di un elicottero per dirigersi al Nord dove è andato a dare uno sguardo ai tunnel sotterranei costruiti dal movimento sciita libanese Hezbollah e di cui Israele ha annunciato la scoperta nei giorni scorsi. Una storia che rischia di scatenare una nuova guerra. Proprio ieri il premier israeliano Netanyahu ha lanciato nuovi e più pesanti avvertimenti a Hezbollah affermando che Israele reagirà ad un eventuale attacco con una forza mai usata in passato. Il capo leghista, forse pensando che lo scontro tra Israele e Hezbollah per importanza non sia molto diverso dalla demolizione delle ville dei Casamonica, si è lasciato andare a dichiarazioni che hanno fatto saltare sulla sedia i militari dell’Unifil – i caschi blu dell’Onu attualmente sotto comando italiano che dal 2006 vigilano sulla tregua tra il movimento sciita e lo Stato ebraico – e i responsabili del ministero della difesa italiano. «Chi vuole la pace, sostiene il diritto all’esistenza ed alla sicurezza di Israele – ha scritto Salvini in un post su Facebook – Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione».

Il riferimento agli Hezbollah come «terroristi islamici» ha fatto sudare freddo non pochi al ministero della difesa e al comando Unifil che hanno fatto trapelare «preoccupazione» e «imbarazzo» per quelle parole. «Non vogliamo alzare nessuna polemica – hanno fatto sapere fonti anonime – ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a sud (del Libano) nella missione Unifil, lungo la “Linea blu” (il confine). Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area. Tra l’altro l’Onu la sua parte la sta già facendo, c’è una missione, si chiama Unifil, da oltre 12 anni, e il comando è oggi sotto la guida italiana per la quarta volta». Queste cose Salvini non le sa, non comprende che in questa regione dagli equilibri fragili, martoriata da conflitti continui, dichiarazioni incoscienti possono innescare reazioni violente, anche contro i soldati italiani. Perciò, non contento del danno già causato, Salvini rivolgendosi ai giornalisti italiani a Gerusalemme, ha commentato «Mi stupisco per lo stupore che ho letto per la definizione di Hezbollah come terroristi islamici. Se si scavano tunnel sotterranei che sconfinano nel territorio israeliano, non penso venga fatto per andare a fare la spesa».

Salvini ha fatto uso dell’ascia anche contro le politiche portate avanti dall’Ue in Medio Oriente e nella questione palestinese. Solo sullo status di Gerusalemme ha evitato di esprimersi. Rispondendo a una domanda del manifesto sul sostegno europeo alla soluzione a Due Stati, ossia alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, ha sferrato un duro attacco alla linea che Bruxelles porta avanti dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993. «Io sono favorevole a una soluzione che nasca dai territori. L’Unione europea negli anni scorsi è stata assolutamente sbilanciata condannando e sanzionando Israele ogni quarto d’ora...Temo che parti degli ingenti aiuti (ai palestinesi) non siano arrivate alle destinazioni auspicate» ha risposto, concedendo solo a proposito di Gaza che «una situazione come quella non può essere sostenuta a lungo».

Il resto della giornata sono state segnate da posizioni abbastanza scontate. Salvini ha dato il suo pieno appoggio a Israele che, sotto lo sguardo compiaciuto di funzionari e rappresentanti del governo Netanyahu, ha descritto come un «baluardo» della civiltà occidentale. Ha quindi esortato chi ama la pace a stare dalla parte dello Stato ebraico e a lottare contro l’estremismo islamico. Ha spiegato di essere venuto per rinsaldare i rapporti tra italiani e israeliani anche attraverso relazioni più strette tra scuole ed università e nella ricerca scientifica. Oggi vedrà Netanyahu e dovrebbero conoscersi più nel dettaglio le intese strette nel campo della sicurezza di cui ha discusso con il ministro israeliano Ghilan Erdan.

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07/09/2017

Israele - Al via l'esercitazione mlitare più estesa degli ultimi 20 anni

La più grande esercitazione militare israeliana degli ultimi 20 anni: è la simulazione del conflitto con i libanesi di Hezbollah iniziata oggi nel nord d’Israele. L’addestramento durerà 10 giorni, ha riferito alla stampa una fonte della difesa, durante i quali verranno “simulati scenari che potremmo incontrare nel prossimo conflitto con Hezbollah”. Impiegati migliaia di soldati (inclusi riservisti), unità cinofile, aerei da guerra, elicotteri per evacuare feriti e morti, navi e sottomarini. L’esercito ha anche allestito due ospedali da campo. L’esercitazione sarà anche l’occasione per sperimentare camion senza pilota.
 
La simulazione del conflitto lascia presagire una guerra sempre più reale con i combattenti filo-iraniani? Difficile ormai escludere questa possibilità: lo stato ebraico e gli Stati Uniti lo scorso mese hanno accusato la missione Onu di peacekeeping in Libano (Unifil) di aver chiuso gli occhi di fronte al contrabbando di armi e all’assembramento di combattenti del Partito di Dio nel sud del Paese dei Cedri al confine con Israele. Una mossa che Tel Aviv ha prontamente denunciato e che alcuni commentatori hanno letto come possibile segnale di una nuova guerra tra i due fronti. Le fonti militari israeliane hanno però provato a calmare gli animi: i preparativi per l’esercitazione sono incominciati già un anno e mezzo fa. Non sarebbero dunque collegati ai recenti fatti di cronaca. Eppure il “pericolo” Hezbollah è stato più volte ribadito dai generali israeliani negli ultimi anni: a loro giudizio, infatti, questa volta i combattenti sciiti potrebbero minacciare seriamente le comunità settentrionali d’Israele. Questo perché, fanno notare, il Partito di Dio ha acquisito notevole esperienza nella guerra civile siriana dove partecipano migliaia dei suoi uomini in sostegno al presidente Bashar al-Asad.

“Pacificato” per ora il confine sud con la Striscia di Gaza, le attenzioni di Tel Aviv sono tutte rivolte al nord del Paese. Particolarmente monitorata è la situazione in Siria dove la devastante guerra civile sta producendo risultati contrari alle aspettative del governo Netanyahu. A far vivere notti agitate alla leadership militare e politica dello stato ebraico è la presenza sempre più consistente di gruppi filo-iraniani e di Hezbollah nel sud della Siria in prossimità del Golan.

Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni da Israele (bombardamenti contro carichi di armi diretti ai combattenti libanesi, aiuti sanitari e militari a gruppi qaedisti siriani come ha denunciato anche l’Onu), al-Asad non solo non è caduto, ma grazie al sostegno dei suoi alleati (Russia, Iran e Hezbollah) ha ripreso quasi interamente la parte occidentale del Paese e continua ad avanzare lentamente nelle aree centrali e orientali della Siria. Né hanno tranquillizzato Tel Aviv gli incontri e le conversazioni del premier Netanyahu con Putin e il recente viaggio in Usa di una delegazione israeliana guidata dal capo del Mosad (Servizi Segreti) per ottenere maggiori rassicurazioni sul nuovo scenario che si è venuto a creare al confine meridionale siriano, ormai “minaccioso” al pari di quello libanese.

La guerra tra Israele e Hezbollah del 2006 terminò con un accordo di cessate il fuoco che portò, con la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, ad aumento delle truppe dell’Unifil da 2.000 a 10.000. La 1701, inoltre, invitò le due parti belligeranti alla formazione di una zona cuscinetto priva di “personale armato” a sud del fiume Litani (20 km a nord del confine israeliano). La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza ha riconfermato il mandato Onu in Libano sebbene lo abbia modificato in senso anti-Hezbollah al punto che Israele ha parlato di “vittoria”. I nuovi aggiustamenti prevedono che le truppe Unifil “prendano tutte le misure necessarie nelle aree in cui sono dispiegate per garantirne la sicurezza” in termini di pattugliamenti e ispezioni.

Da un’esercitazione per una guerra possibile ad un vero e proprio massacro in corso: Israele, denunciano gli attivisti umanitari, sta infatti continuando a vendere armi in Birmania mentre migliaia di rifugiati Rohingya scappano dalle violenze compiute dai militari nello stato del Rakhine. Tra gli armamenti venduti, riferiscono gli attivisti umanitari e ufficiali birmani, ci sarebbero anche 100 carri armati. A fare affari d’oro ci sarebbero alcune compagnie israeliane specializzate nel settore: tra queste, in particolare, la Tar Ideal che ha addestrato le forze speciali locali attualmente operative nel Rakhine.

In seguito alla visita di alcuni ufficiali di Tel Aviv in Birmania per discutere la vendita di armi, gli attivisti israeliani lanciarono a gennaio una campagna per porre fine all’invio di armamenti alla giunta militare asiatica. Un primo obiettivo l’hanno ottenuto: questo mese presenteranno la questione alla Corte suprema. “Israele non ha alcun controllo di dove siano le sue armi una volta che le ha mandate – ha detto Eytay Mack, un avvocato e difensore dei diritti umani di Tel Aviv citato dal portale Middle East Eye”. Un altro attivista, Ofer Neiman, ha collegato quanto sta accadendo in Birmania all’occupazione della Palestina: “La vendita di armamenti alla giunta militare birmana è fortemente collegata all’oppressione israeliana e alla spoliazione del popolo palestinese. Le armi usate contro i palestinesi sono vendute ad alcuni dei peggiori regimi del pianeta dopo averle testate sul campo”.

Secondo il ministero della difesa, però, la corte non ha alcuna giurisdizione sull’argomento e la vendita è stata “chiaramente diplomatica”.

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