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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026

Se bombardo “non reagite”, altrimenti crollo...

Il petrolio viaggia verso i 100 dollari al barile, mentre le riserve strategiche Usa – nonostante la rapina a mano armata compiuta in Venezuela – sono scese al livello più basso dal 1982, a causa dei continui prelievi di emergenza volti a far fronte alla carenza energetica globale. La notizia viene da CBS News, che peraltro cita dati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

La causa vicina è la ripresa dei bombardamenti statunitensi su Hormuz e altri obiettivi militari – assicura il Pentagono – oltre che contro due petroliere iraniane nel Golfo Persico. Ma intanto è stata colpita anche una festa di nozze, provocando cinque morti civili, tra cui una bambina, nella città di Kuhestak, vicino Minab, teatro della strage di bambine a scuola, sei mesi fa. Come accadeva in Afghanistan pare che i “missili intelligenti” non riescano proprio a distinguere tra una festa e un concentramento militare...

Quasi paradossale l’intimazione di Donald Trump dopo questa nuova ondata di attacchi (la seconda in due giorni): “Non reagite o sarà peggio”. Non servono teorici della guerra per sapere che, di fronte a un qualsiasi attacco, un Paese sia costretto a reagire. A meno di non alzare la bandiera bianca e chiedere pietà...

E l’Iran – non solo negli ultimi sei mesi, ma soprattutto nelle ultima settimane – ha dimostrato ampiamente di essere non solo in grado di rispondere, ma di volerlo fare in modo “simmetrico”; ossia senza alzare il livello di scontro, ma cercando di pareggiare sempre i conti. E infatti anche questa volta sono partite raffiche di droni e missili balistici verso le basi Usa nella regione: a Erbil, nel Kurdistan irakeno, in Kuwait, Bahrein e Giordania.

Proprio qui sarebbe stata presa di mira la base di Camp Tabetin, sede dei marines che si pensava “non conosciuta” da Teheran.

Inutile dar conto delle rispettive propagande (“gravi danni e alte perdite” secondo le agenzie iraniane, “tutti i missili intercettati” secondo il CentCom), perché il centro della questione riguarda l’esercito Usa e quella “strana intimazione” di Trump.

Tutte le analisi più attendibili riferiscono da settimane che la disponibilità di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc.) è ridotta ai minimi termini, quindi attacchi prolungati e sistematici, che “stimolano” la risposta missilistica iraniana, sono problematici per scarsità di difese.

In questo caso la battuta di Trump sembrerebbe più che altro un messaggio del tipo “non vi incazzate troppo, stiamo facendo un po’ di casino, ma senza vole andare troppo in là”. Ci sono le elezioni di midterm alle porte, negli Usa, e questa guerra è forse la più impopolare della storia, viste le conseguenze per il prezzo dei carburanti (alfa e omega del consumatore americano). Arrivare alle urne con la benzina a 6 dollari per gallone (quasi 4 litri) sarebbe catastrofico per i repubblicani.

Dall’altra parte si lascia filtrare che sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di usare armi nucleari – il massimo della “pressione” possibile – ma anche che “non serve”. Solo il fatto che se ne sia parlato, però, dimostrerebbe che sul piano delle armi convenzionali il limite è vicino o è stato già superato.

Sta di fatto, comunque, che nel frattempo le cose cambiano, sia sul terreno che nelle relazioni internazionali. In questi giorni si sono riuniti sia il G20 (concentrazione dei paesi occidentali, in gran parte), sia l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), ossia l’alternativa asiatica con al centro Cina, Russia, India e molti altri paesi.

La Cina, peraltro, siede in entrambe le assemblee e appare significativo che abbia votato contro una risoluzione finale del G20 che chiede la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz e il “passaggio libero e gratuito”. Come prima dell’attacco Usa-Israele del 28 febbraio...

Parallelamente, secondo il Financial Times, Mosca avrebbe segretamente aiutato l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici. Il programma di sviluppo sarebbe iniziato nel 2023 e ora sarebbe abbastanza sviluppato, in grado di attaccare portaerei e altre navi statunitensi in Medio Oriente. Questo sarebbe “uno dei più significativi trasferimenti di tecnologia militare strategica da Mosca a Teheran”, anche se finora non si hanno prove concrete (resti di missile lanciati su obiettivi Usa nel Golfo).

Se fosse così (anche il FT “sfarfalla” quando si muove fuori dell’ambito economico-finanziario) significa che a sostegno materiale di Teheran si va configurando un insieme decisamente potente di forze che non apprezzano affatto – diciamo così – il “dispotismo americano” a migliaia di chilometri da casa propria. Una risposta simmetrica al supporto Nato verso Kiev e Tel Aviv, insomma.

Al contrario, la credibilità della potenza Usa sta mostrando più di qualche crepa. Si è infatti dimesso il Segretario all’Esercito Dan Driscoll, praticamente il vertice civile della struttura militare, secondo solo al segretario “alla guerra”, Pete Hegseth. Driscoll era considerato vicinissimo al vicepresidente J.D. Vance e l’ultimo della “vecchia guardia pragmatica” al Pentagono.

Il suo messaggio d’addio è stato peraltro poco confortante: “Non possiamo sostenere la guerra”. Un parere tecnico-militare, non politico, che lo aveva convinto a fare un tentativo – finito male – di aprire un dialogo con la Russia per ridurre al minimo l’impegno americano diretto in Ucraina.

Contemporaneamente il Washington Post ha rivelato parte del “registro degli ordini” del 14 agosto, contenente le obiezioni scritte di quattro alti comandanti contro il piano di Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente fino al 2027.

Si tratta dell’mmiraglio Daryl Caudle (Operazioni Navali), che obietta sulla sostenibilità dei ritmi di impiego delle unità navali senza una data di termine della missione (su almeno due portaerei ci sarebbero stati episodi di sabotaggio, autolesionismo e semi-ammutinamento). Nonché dell’ammiraglio Samuel Paparo (responsabile dell’Indo-Pacifico), secondo cui il drenaggio continuo di cacciatorpediniere e gruppi di portaerei verso il Medio Oriente stia privando gli Usa della deterrenza necessaria in altre parti del Mondo.

Ma anche dei generali Grynkewich (Comando Europeo) e Donovan (Comando Sud), che confermano la scarsità di numerose dotazioni-chiave (a cominciare dai missili intercettori) e quindi il rischio di scarsa copertura di altri fronti strategici.

Forse il “non reagite” di Trump ha anche un altro significato...

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31/08/2026

Bombe sull’Iran, ma il gioco si allarga

Ricomincia la tarantella... Dopo un mese passato a contare i missili intercettori mancanti nei magazzini del Pentagono e dunque a presentare la “nuova strategia” fondata sulle sanzioni, gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare strutture iraniane nello Stretto di Hormuz, prendendo di mira soprattutto l’isola di Larak.

La motivazione è risibile, ed era stata in qualche modo anticipata dalla surreale dichiarazione di Trump – qualche giorno fa – secondo cui lo Stretto era stato “completamente ripulito dalle mine” grazie all’azione della Marina Usa e si minacciava Teheran di “gravi conseguenze” se avesse provato a piazzarne altre.

Il “piccolo problema” era che non risultava a nessuno – neanche ai disponibilissimi media occidentali – che ci fosse stata un’attività navale del genere (gli spostamenti sono monitorati da decine di satelliti di vari paesi), per la quale era stata addirittura richiesta, mesi fa, la partecipazione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, in possesso di navi dragamine posizionate relativamente vicine (nel Mediterraneo), mentre quelle Usa avrebbero dovuto fare un viaggio che richiede mesi.

Insomma, l’annuncio di Trump valeva come “scusa anticipata” per futuri nuovi attacchi. E in effetti i comunicati del CentCom statunitense sono giocati su questa falsariga. “Posso confermare che oggi le forze statunitensi hanno colpito due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak”, ha dichiarato in un comunicato il capitano Tim Hawkins, portavoce del comando statunitense.

“Le forze statunitensi stanno monitorando attentamente l’area e restano pronte a proteggere il libero flusso commerciale attraverso questa via d’acqua essenziale” (flusso che era completamente libero e gratuito fino all’inizio dell’attacco israelo-americano). 

Negli stessi minuti una petroliera che si era “fidata” delle dichiarazioni statunitensi è finita su due mine – nessuno sa dire se vecchie (dunque già “eliminate”) oppure nuove (quelle che avrebbero dovuto essere distrutte dall’“attacco preventivo”) – si è incendiata ed è alla deriva.

L’Iran ha ovviamente risposto nel solito modo, lanciando missili e droni sulla base Usa di Al Minhad, negli Emirati, dove sarebbero dislocati elicotteri e militari americani. Nonché su due basi in Giordania – la Al Azraq e la Re Hussein – con l’ovvio incrocio di dichiarazioni contrapposte: “abbiamo provocato gravi danni” secondo i Guardiani della Rivoluzione oppure “tutti i missili sono stati intercettati” secondo Amman.

Più serio – se confermato – l’abbattimento di un drone MQ-9 Reaper, un grande drone carico di costosi sistemi elettronici usato per missioni di sorveglianza a lungo raggio e di attacco di precisione (può trasportare oltre mille kg di missili aria-terra AGM-114 Hellfire e bombe a guida laser).

Non sarebbe solo un serio danno economico, ma anche strettamente operativo, perché di questi “aggeggi” – fondamentali per sostituire in qualche misura i sistemi radar già distrutti nei primi sei mesi di guerra – non ce ne sono moltissimi, anche a causa dei lunghi tempi di costruzione.

Al di là di questi scambi di cortesie tutto sommato limitate, sul piano politico bisogna segnalare che il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha anticipato l’emissione di nuove sanzioni con scadenza settimanale, a partire dalle banche che hanno rapporti con istituzioni o società di Teheran.

La minaccia – importante, ma sempre meno efficace col passare del tempo – è l’isolamento dal “sistema del dollaro”, anche di società cinesi (sarebbero una sessantina quelle censite come collegate all’Iran), approfondendo dunque quel processo di separazione tra sistemi monetari che, di conseguenza, mina la stessa funzione “egemonica” del dollaro Usa (resta dominante nel proprio campo, ma il terreno di gioco si va restringendo).

Sembra anche simbolicamente significativo che la nuova escalation militare avvenga nel giorno in cui a Bishkek, in Kirghizistan, si apre l’annuale riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), che vede intorno allo stesso tavolo Xi Jinping, Putin, il presidente iraniano Pezeshkian, i capi di stato di India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Bielorussia, più altri paesi “osservatori”.

Un “G20 alternativo” che fa da ponte tra Asia ed est europeo (la condizione per l’ammissione è l’esistenza di frontiere comuni tra un paese e l’altro) dove si discute di infrastrutture di collegamento, sicurezza reciproca (originariamente contro i movimenti separatisti e jihadisti) e soprattutto di creazione di una banca comune di sviluppo. Senza dollaro...

Forse la “nuova tarantella” non si occupa soltanto di qualche mina in fondo al mare...

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31/07/2026

“Bibi” a Washington, la guerra all’Iran ricomincia

Un altro giro di giostra, l’ennesimo dopo una “visita” di Netanyahu a Washington (schivando New York, stavolta, e possibili incidenti diplomatici). Ci si potrebbe quasi regolare l’orologio, vista la sistematica connessione tra i due movimenti...

Questa volta, però avevano contribuito già gli iraniani colpendo una base Usa in Giordania (ufficialmente – e come sempre – “tutti i missili sono stati abbattuti”, la quantificazione dei danni verrà dopo), mentre aerei Usa e sauditi (la vera novità di questi giorni) colpivano le milizie sciite in Iraq, i coloni israeliani invadevano una zona della Siria vicino Quneitra, spalleggiati dall’esercito che poi bombardava l’area da cui sarebbe potuta arrivare un’eventuale (ma fortemente improbabile) risposta delle milizie qaediste del nuovo presidente-terrorista, “Al Jolani”.

Israele in effetti ha liberato i suoi cani anche in Libano (dove continua la distruzione delle abitazioni civili per impedire qualsiasi ritorno dei profughi), e ovviamente a Gaza e in Cisgiordania, incrementando la contabilità dei morti.

È sempre meno chiaro invece lo scopo degli attacchi statunitensi. “Decine di obbiettivi” sono stati attaccati con missili da crociera, danneggiando e uccidendo. Ma per ottenere cosa?

Se lo scopo è una maggiore arrendevolezza da parte di Teheran, sembra scontato dire che oltre un anno di guerra “a rate” e cinque mesi di “stop & go” l’hanno dimostrato utopistico. Il presidente eletto, Masoud Pezeshkian, cardiochirurgo laico e quindi considerato “moderato”, ha definito la resistenza iraniana “un modello senza precedenti di fermezza contro la coercizione e l’oppressione. Allo stesso modo, non possiamo costringere o opprimere il popolo, perché questi due approcci sono contraddittori”. Chiudendo dunque tutte le porte a una possibile divisione interna ai diversi gruppi dirigenti.

Ma se l’indebolimento della capacità missilistica e la divisione interna risultano una chimera, perché continuare a bombardare creando una situazione che l’economia mondiale dimostra di temere come la peste? Perché insistere per qualche giorno e poi di nuovo “tregua”, consumando un altro po’ delle riserve sempre più ridotte di missili intercettori?

Sul punto, la convergenza degli analisti è ormai un coro unanime. Anche Ryan Bohl, “analista senior per il Medio Oriente presso RANE Network”, sentito da Al Jazeera, spiega che questi missili “sono munizioni di difesa aerea di alta gamma, come il THAAD, le cui scorte si stanno esaurendo rapidamente, e sappiamo da diverse fonti che molti strateghi del Pentagono sono seriamente preoccupati per la loro disponibilità futura”.

Naturalmente gli Usa dispongono di molti altri mezzi offensivi, ma ognuno con qualche problema “collaterale”. Per esempio, spiega Bohl, “dispongono di una scorta pressoché illimitata di bombe non guidate che potrebbero usare contro gli iraniani”.

Purtroppo, però, questo tipo di bombe “all’antica” devono essere sganciate dagli aerei, sorvolando il territorio iraniano, che è molto esteso (oltre cinque volte l’Italia). Soprattutto, ricorda Bohl, “abbiamo già visto un F-15 abbattuto. Abbiamo visto un F-35 colpito dalla difesa aerea iraniana. E non credo che questa amministrazione sia particolarmente desiderosa di utilizzare quei sistemi più semplici che comportano un rischio maggiore, a causa della minaccia militare che la difesa aerea iraniana rappresenta per loro”.

Sembra perciò obbligatorio concludere che questa situazione continuerà almeno fino alla doppia scadenza elettorale di inizio autunno, quando sia Israele che (per metà) gli Stati Uniti rinnoveranno i rispettivi Parlamenti.

Ma mentre per Tel Aviv cambierà quasi nulla (anche se “Bibi” dovesse essere finalmente messo da parte, anzi in galera), visto che “l’opposizione” appare persino più guerrafondaia e genocida, per gli Usa potrebbe esserci comunque uno shock.

La sconfitta dei trumpiani sembra abbastanza probabile e questo apre due possibili scenari.

Il primo, più “normale”, prevede una maggioranza democratica al Congresso, con rafforzata presenza di “socialisti” (“con caratteristiche statunitensi”, ovvio) e in generale di deputati insofferenti per l’attuale legame con Israele. In tal caso ogni iniziativa di Trump sarebbe da gennaio in poi fortemente compromessa dal veto parlamentare, rendendolo la classica “anatra zoppa” fino alla fine del mandato (tra due anni).

Il secondo scenario prevede invece un mezzo “colpo di stato” all’interno della superpotenza, con Trump e il mondo “Maga” che rifiutano di riconoscere i risultati elettorali ed aprono uno scontro di potere dalle conseguenze semplicemente imprevedibili.

Entrambi gli scenari, però, non sono quelli più adatti a confermare la possibilità di condurre “guerre infinite” su tutto il globo.

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20/07/2026

Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump

Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti.

In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca alle «ragioni emotive», come direbbe un Lele Adani in telecronaca o una Meloni che si identifica in un gioielliere omicida.

Al nono giorno di bombardamenti sull’Iran Donald Trump ha voluto mettere le perdite subite tra i suoi soldati come motivazione dei raid più recenti. Dopo aver negato per un paio di giorni di aver subito perdite il CentCom statunitense ha ammesso che la risposta di Teheran – droni e missili sulle basi Usa nei paesi del Golfo, ma anche in Giordania – hanno provocato la morte di tre soldati in Giordania e un altro nel nord dell’Iraq (ultime basi ancora attive dopo la guerra del 2003).

In totale i soldati Usa morti dalla fine di febbraio sono diventati 18. Poca cosa rispetto alle perdite iraniane, tra militari e civili, ma «pesanti» sull’opinione pubblica di casa, sempre più contraria alla prosecuzione di un avventura bellica dal senso incomprensibile.

Il tycoon ha voluto comunque mostrarsi «addolorato» per queste perdite sproloquiando tra una battuta con il servizievole Infantino ed altri mostri di cui ama circondarsi. “Ci sentiamo molto male, ma, sapete, quelle grandi persone, quei grandi patrioti, erano là fuori a combattere perché l’Iran non possa avere un’arma nucleare”, ha detto dimenticando le sue stesse affermazioni oltre un anno fa («abbiamo azzerato il loro programma nucleare»).

Visto che c’era ha sparato anche la solita rivendicazione di «successo» pressoché definitivo – “L’Iran è stato danneggiato molto, molto gravemente. Hanno perso quasi tutto militarmente. È rimasto loro molto poco. Hanno qualche missile. Hanno qualche drone. Hanno una certa capacità produttiva, non molta. Noi controlliamo lo stretto. Loro non controllano nulla”.

Se non fosse che Trump ripete questa fesseria ogni due giorni, forse qualche scemo ci potrebbe anche credere. La verifica sta proprio nei colpi che le basi Usa continuano a ricevere come risposta ai bombardamenti, anche perché le difese anti-missile sono da tempo alle prese con una carenza di «munizioni» (i missili Patriot e Thaad). 

Ma il fronte più importante per l’impero statunitense resta quello economico, che già in aprile aveva costretto Trump a definire «finita» questa stessa guerra, dando il via libera alla mediazione pakistana e qatariota in quel di Islamabad.

Il prezzo del petrolio è tornato in un attimo sopra i 90 dollari al barile, e continua a salire.

Da un lato pesa il rischio che la nuova chiusura totale di Hormuz si traduca in tempi più o meno stretti in scarsità di rifornimenti a livello mondiale (il 20% in meno è una botta pesante per un mercato rigido come quello petrolifero). Le contromisure adottate finora, tra cui il rilascio di parte delle riserve strategiche di quasi tutti i paesi, sono in via di rapido esaurimento, come è ovvio che sia (se «svuoti la tanica», ma non hai modo di riempirla di nuovo, prima o poi finisce).

Ma pesa anche la contemporanea crisi dei prodotti raffinati derivati dal greggio, «grazie» alla contemporanea guerra in Ucraina. Dove i colpi di Kiev sulle infrastrutture energetiche russe, glorificati dai guerrafondai occidentali, hanno provocato la più scontata delle reazioni: il blocco delle esportazioni di diesel e altri prodotti. Qui le “sanzioni” occidentali hanno poco peso, visto che la stragrande maggioranza del mondo non le applica.

Negli Usa è peraltro iniziata la stagione delle vacanze, quando la gente si mette in macchina e fa centinaia di chilometri. Il prezzo dei carburanti è di nuovo intorno alla «soglia psicologica» dei quattro dollari al gallone (poco meno di un dollaro al litro; un sogno per gli europei, un incubo per gli yankee). Com’è noto, gli automobilisti votano... E hanno anche loro molta «sensibilità emotiva», quando devono aprire il portafoglio.

Il primo martedì di novembre, data delle elezioni di midterm per rinnovare metà del Congresso, è sempre più vicino. Trump ha davvero poco tempo per continuare a pasticciare sul fronte mediorientale.

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14/07/2026

“Il pappone” va alla guerra, dice...

Per evitare di fare discorsi sconclusionati quanto quelli della stampa occidentale, totalmente concentrata sulle parole che a getto continuo esondano dalla bocca di Trump, sarà bene tenere separati i fatti dalle dichiarazioni. Ossia la guerra dalla “comunicazione”.

Il primo fatto è la lettera inviata dall’amministrazione Trump al Congresso tre giorni fa in cui comunica che gli attacchi iniziati il ​​7 luglio rappresentano “un’azione militare coerente con la mia responsabilità di proteggere gli americani e gli interessi degli Stati Uniti sia in patria che all’estero”.

La lettera mostra anche la preoccupazione di non escludere esiti diversi dalla guerra totale descrivendo gli attacchi più recenti come “limitati, misurati, pianificati ed eseguiti in modo da ridurre al minimo le vittime civili”.

Con ciò l’amministrazione statunitense più folle della storia ha formalmente rispettato l’obbligo di legge secondo cui il presidente deve riferire al Congresso entro 48 ore dall’inizio di qualsiasi azione militare. Qualsiasi azione iniziata senza l’approvazione del Congresso deve infatti essere interrotta entro 60 giorni.

In realtà la guerra va avanti ormai da quattro mesi e mezzo, con intervalli e precarissimi “cessate il fuoco” che hanno permesso la mediazione di Pakistan e Qatar che ha portato ai colloqui di Islamabad e poi al Memorandum firmato in Svizzera. Trump ha insomma già aggirato la legge dichiarando “finita” la guerra dopo due mesi, ma riprendendola con attacchi ogni volta che era in difficoltà interna.

Sul piano strettamente militare l’aviazione statunitense ha colpito rampe di lancio missilistiche intorno allo Stretto di Hormuz, nonché droni marini ormeggiati e altre strutture militari.

La risposta iraniana è stata quella classica: missili e droni contro le basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati, Oman e Giordania. Secondo un comunicato della Guardia rivoluzionaria iraniana “Alcuni depositi logistici di armi, un centro per le comunicazioni satellitari e l’edificio residenziale delle forze statunitensi sono stati presi di mira da missili e droni in Bahrein”.

Mentre “Nel secondo ciclo di attacchi missilistici e con droni, l’Iran ha colpito la Quinta flotta della Marina statunitense in Bahrein, danneggiando un deposito di carburante, un radar Patriot, un radar di controllo aereo e un sistema radar di allarme C-Ram. Il centro di controllo e monitoraggio per le imbarcazioni a guida autonoma è stato completamente distrutto”.

Il tutto accompagnato da video che sembrano dimostrare che i colpi sono arrivati a segno nonostante i tentativi di intercettarli.

Inoltre sono stati lanciati droni contro due petroliere emiratine che provavano a passare per la rotta “protetta dagli Stati Uniti”, ossia il cosiddetto “corridoio omanita-americano”, leggermente più vicino alla costa sud dello Stretto, invece che per il canale più utilizzato.

Come si vede, non serve molto per rendere sconsigliabile l’attraversamento dello Stretto senza il benestare iraniano. Mentre lo sforzo militare per impedire quel controllo richiede decine di aerei e missili, senza peraltro garantire risultati apprezzabili, data la conformazione del terreno e le reti di tunnel in cui sono collocati i depositi.

Le parole a ruota libera

Quasi imbarazzante, invece, doversi occupare delle parole. Se uno dovesse dar credito a Trump, infatti,

– “Li stiamo colpendo duramente. E continueremo, vedremo cosa succederà. Stiamo neutralizzando tutta la loro capacità offensiva e stiamo controllando lo stretto. Stiamo ripristinando il blocco” per tutte le navi dirette nei porti iraniani.

– La ripresa del conflitto con l’Iran “sarà molto veloce”.

– Nonostante questo “un accordo è ancora possibile”, anche se il Memorandum sembra seppellito dalla svalutazione a semplice “test” per saggiare Teheran.

Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Ma la dichiarazione più fuori di testa è stata un’altra, e ha ovviamente scosso anche la fiducia dei “mercati” nella serietà di questa amministrazione Usa. “Stiamo proteggendo una parte molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. E quindi, quello che abbiamo fatto è che saremo rimborsati per la protezione” dai Paesi del Golfo. Una guerra per fare “il pappone”, insomma, o al massimo il “vigilante”...

La percentuale – o “dazio” – pretesa sarebbe addirittura il 20 percento del fatturato a bordo di ciascuna nave. Calcolando che “la tariffa di passaggio” introdotta da Tehran, in pratica di circa un dollaro a barile per le petroliere (col greggio stabilmente sopra i 70 dollari), era stata definita “devastante” per le aziende che commerciano nel Golfo, quella di Trump appare una sparata priva di senno.

Il New York Times è andato subito a ritrovare le dichiarazioni di J.D.Vance e “Narco” Rubio, poche settimane fa, che spiegavano come “nessun Paese” dovrebbe pretendere di riscuotere pedaggi o tariffe per il transito in quella via d’acqua vitale per l’economia mondiale. Neanche gli Stati Uniti, dunque...

Anche Alex Vatanka, ricercatore senior presso il Middle East Institute, l’ha sostanzialmente messa tra le tante cazzate che il tycoon ama sparare per restare al centro della scena.

Ovviamente l’idea non ha “alcun fondamento nel diritto internazionale”, ma, peggio ancora, “potrebbe irritare gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”, già sotto stress da mesi per una guerra che sta colpendo soprattutto i loro interessi commerciali.

“Al presidente Trump piace rilasciare dichiarazioni eclatanti. Non so quanto il suo staff abbia riflettuto a fondo su questa commissione del 20%”, ha detto Vatanka ad Al Jazeera.

“Non è questo l’accordo che gli Stati del Golfo hanno sottoscritto quando hanno scelto gli Stati Uniti come loro garante della sicurezza. Quindi, se ritengono di essere sfruttati in questa situazione, lo faranno sapere, e questo potrebbe anche influenzare le decisioni del Presidente Trump su come procedere con questa idea”. Facendo cioè la classica marcia indietro che gli è valsa la qualifica di “Taco” (Trump Always Chickens Out, ossia ‘Trump si tira sempre indietro’).

La decisione di puntare nuovamente – e ottusamente – sulla pressione militare sembra insomma motivata soprattutto dalla necessità di trovare almeno uno straccio di “vittoria” prima di gettare la spugna e sottoscrivere un accordo che rispecchi la sconfitta strategica subìta.

Far riaprire Hormuz “senza condizioni e pedaggi” appare il miraggio che lo guida e non paradossalmente vorrebbe arrivarci ponendo lui stesso un “pedaggio mostruoso” che si vanterebbe poi di aver eliminato.

Un po’ come per tutta la vicenda dello Stretto, che era completamente libero e gratuito al transito fino al 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-statunitense.

Nella guerra delle parole, bisogna dire, gli iraniani si dimostrano un tantino più sottili e ironici. A proposito del dazio pari al 20%, infatti, hanno fatto notare sorridendo che con loro gli affari sarebbero molto più vantaggiosi (praticamente soltanto l’1%).

Ma la vera coltellata retorica è arrivata sull’autoproclamazione di “Angelo Custode” dello Stretto. La nota dal ministero degli esteri di Teheran recita infatti “sappiamo custodirlo da soli, non ci servono lavoratori stranieri per questo”. Rovesciando in un colpo solo sulla Casa Bianca tutta la narrazione suprematista e razzista che domina da quelle parti.

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12/07/2026

Gli Usa come Hulk nella rete

Se non sai come uscirne, non ne esci. Anzi...

Dopo due giorni di calma gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare l’Iran, adducendo come giustificazione i colpi che avevano raggiunto una nave cipriota purtroppo “convinta” che passare sulla rotta consigliata da Washington, anziché su quella indicata da Teheran, fosse una bella idea.

140 obiettivi sarebbero stati colpiti, dice un comunicato del Centcom. Tra questi figurano siti missilistici e di droni, depositi di munizioni, strutture navali, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.

È abbastanza agevole vedere che questa lista comprende quasi soltanto postazioni militari da cui dipende la capacità iraniana di rendere effettivo il controllo sullo Stretto di Hormuz. Non è insomma un’offensiva generale contro il resto del Paese, che renderebbe il Memorandum svizzero carta straccia.

Immediata e come sempre simmetrica la risposta di Teheran, con missili e droni sulle basi Usa in Kuwait, Qatar, Emirati, Giordania. Anche in questo caso solo obiettivi militari stranieri, a segnalare – ai paesi che li ospitano – che ormai quelle basi non rappresentano più una “garanzia di sicurezza” ma l’esatto contrario.

Inutile dar conto delle dichiarazioni da saloon di gente come Hegseth (“ministro della guerra” Usa con un curriculum da anchorman), perfettamente simmetriche a quelle dei Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Questa nuova puntata fatta di cannonate e missili non sembra tale da compromettere completamente il lavoro che i mediatori diplomatici – Qatar e Pakistan – continuano a fare. Ma certo lo rendono molto più lento, difficoltoso e dall’esito incerto.

La geografia politica del Golfo continua a mutare per scostamenti quasi infinitesimali. Il ministro degli esteri iraniano Sayyed Araghci, di ritorno da consultazioni in Qatar, ha confermato che il dirimpettaio arabo – con cui condivide il maxi-giacimento di gas di South Pars – condivide ora i criteri di gestione del traffico nello Stretto proposti da Teheran.

Con i prezzi del greggio e del gas di nuovo in ascesa, del resto, anche la pretesa di un pedaggio equivalente a circa un dollaro per barile non cambia granché il costo finale dell’energia. Mentre la carenza di rifornimenti fisici in seguito al blocco ha conseguenze pesanti sull’economia mondiale.

Tutti i paesi, consumatori e non, continuano a svuotare le proprie riserve strategiche di greggio per alimentare produzione e circolazione, ma si stanno rapidamente avvicinando al punto di esaurimento.

In questo quadro crescono perciò le voci che fanno notare come qualche “diritto di passaggio” viene in effetti pagato anche per attraversare altre “strettoie” marittime, come per quella di Malacca e addirittura per il Canale della Manica (che pure, tecnicamente, non è  uno stretto). E dunque non è utile fare di questo punto, preteso solo ora da Teheran come “riparazione dei danni subiti con l’aggressione israelo-americana”, la questione decisiva per finirla con i bombardamenti.

Anche perché prima dell’attacco del 28 febbraio, la circolazione a Hormuz era totalmente libera e gratuita. Mentre stamattina, dopo la terza ondata di bombardamenti in una settimana, viene dichiarata completamente chiusa fino a nuovo ordine. In tal modo la palla ripassa agli Stati Uniti: se provano a far passare altre navi “garantendo protezione” in realtà le espongono a qualche rischio, che a sua volta diventa occasione per giustificare qualche altro bombardamento, risposte iraniane con missili e droni sulle basi, ecc, ecc..

Lo sconcerto Usa su come uscire dalla guerra all’Iran rivela un deficit di conoscenza dell’avversario che è quasi sorprendente, dopo esser stati cacciati dal paese già da 47 anni.

Un deficit che pare connaturato alla “cultura suprematista” tipica del colonialismo occidentale, e che si vede anche dalle reazioni alle “minacce iraniane” che sarebbero rappresentate dalla retorica ovviamente incendiaria dei discorsi e degli slogan durante i lunghi funerali di Ali Khamenei, o dalla pagina in cui il quotidiano Hamshari (edito dal Comune di Teheran) inserisce anche Meloni tra i responsabili dell’aggressione, pubblicando una foto della premier in tenuta arancione assieme alle immagini di Trump e Netanyahu con un bersaglio in fronte. 

Il tono delle reazioni in Europa, e ancor più in Italia, è tra il vittimistico e l’indignato: “come osano questi inferiori minacciarci?”

In realtà, a ben vedere, quella pagina imita con molta ruvidità quel che ogni giorno fanno e dicono i leader occidentali, supportati dal proprio sistema mediatico.

Si potrebbe far notare infatti che l’uccisione o il rapimento di leader di altri paesi è una “specialità tutta occidentale”, cui nessuno da queste parti trova qualcosa da obiettare (al massimo si imputa a Trump e Netanyahu un “eccesso di violenza”). Così come le minacce quotidiane di “radere al suolo” l’Iran o altri paesi.

Quando lo stesso gioco ci viene restituito si resta senza fiato né parole. Eppure dovrebbe esser noto che in qualsiasi guerra si portano colpi ma si ricevono anche, sia sul piano strettamente militare che su quello della “comunicazione”.

Veniamo però da quasi 40 anni di “guerre asimmetriche”, condotte dall’imperialismo occidentale contro paesi sprovvisti di capacità militari paragonabili. Quattro decenni che hanno fatto rinascere la mentalità coloniale per cui “noi” andiamo lì, facciamo come ci pare, ammazziamo un po’ di gente, a cominciare dai leader, e “loro” non ci possono fare niente.

Quel tanto di resistenza che pure possono opporre, con mezzi e tecniche ovviamente “asimmetriche”, la definiamo “terrorismo” e moltiplichiamo la violenza degli attacchi mentre le anime belle occidentali tacciono.

Quelle non sono state “guerre”, ma massacri e genocidi unilaterali. Come a Gaza.

Con l’Iran non è andata così. E continua a non andare così.

Per quanto tecnologicamente e militarmente non all’altezza dei nemici che lo hanno attaccato, non è comunque un paese “calpestabile” senza problemi. Chiunque lo abbia visitato sa che si tratta di un paese sviluppato, con proprie industrie oltre che risorse energetiche, con uno stile di vita abbastanza simile al nostro (fatte le ovvie differenze culturali che qui contano solo nella definizione di una maggiore coesione interna e capacità di resistenza), 90 milioni di abitanti e una quantità di laureati – soprattutto donne – superiore a quella di molti paesi occidentali. 

Il “suprematismo bianco occidentale”, consapevole o no che sia, sbatte insomma contro un avversario che non è quello costruito dalle “narrazioni” mediatiche elaborate per giustificare la guerra (una massa di decerebrati obnubilati dalla religione, tranne pochi che “vogliono essere come noi”). Per quanto forte sia, mena colpi alla cieca, come un Hulk preso nella rete.

Se ne può uscire solo in due modi, ci sembra. Uno, quello auspicabile, è un recupero rapido del principio di realtà. Quello per cui, se non puoi vincere, contratti. Il secondo è fare ricorso all’unica “superiorità” effettivamente rimasta: la bomba atomica.

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09/07/2026

Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono

Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.

La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.

Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.

La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.

Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.

Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.

Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.

Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.

Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.

Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.

Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.

Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.

Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.

Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).

Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.

In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.

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08/07/2026

Un altro giro di guerra, alla cieca

Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.

È difficile, infatti, individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.

La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.

Washington ha accusato l’Iran per quella azione, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.

In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Tutti gli attacchi di ritorsione sarebbero andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre la capacità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.

Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Teheran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.

Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che, infatti, nelle stesse ore ha ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.

Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.

David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente alla National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del MoU sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.

L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che “La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili”. Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.

Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.

Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Teheran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).

Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori da ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.

Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.

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20/06/2026

Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria

L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.

Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.

Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.

La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.

In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.

Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.

L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.

Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.

Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.

Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.

Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.

Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.

Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.

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11/06/2026

Una guerra in stile mafioso

Idee poche, ma rigorosamente confuse. L’America di Trump dichiara di soffrire della sindrome di Gulliver, gigante impigliato in un numero incalcolabile di “lacci e lacciuoli” gestiti da nanerottoli.

Così a giorni alterni riprende il sopravvento l’ipotesi di “liberarsi” con un’azione “decisa e netta”, agitando missili e bombardieri.

Ieri sera, per la seconda notte consecutiva, Trump ha fatto bombardare l’Iran. Gli attacchi – sembra con una cinquantina di missili Tomahawk – avrebbero preso di mira installazioni militari (radar, rampe di lancio, ecc.) nel sud del paese.

Teheran, come al solito, ha risposto simmetricamente, indirizzando missili vero le basi Usa nel Golfo Persico, e soprattutto verso il centro di comando della Quinta Flotta, in Bahrein, con risultati per ora impossibili da accertare.

Per capire quanto sia grave lo stato confusionale alla Casa Bianca, gli attacchi sono stati giustificati con la “frustrazione” del tycoon, da giorni in attesa di una risposta alla sua ultima “proposta di accordo”. Come se la soluzione di una guerra possa dipendere dal numero di ore o giorni che ci vogliono per risolvere un contenzioso così grave.

Contemporaneamente, però, i vertici Usa “assicurano” che la proposta è sempre sul tavolo, e che i bombardamenti servono esplicitamente a “fare pressione” sull’Iran perché risponda al più presto. Ma se ciò non avverrà, si dice esplicitamente, “stasera faremo altrettanto, anzi di più”. In questo quadro la guerra diventa l’equivalente della “proposta che non si può rifiutare”, in perfetto stile mafioso (Il padrino).

Trasparente, in questa schizofrenia “comunicativa”, è solo il peso il peso delle contraddizioni interne agli States. La contrarietà della popolazione Usa alla guerra, e soprattutto alle sue conseguenze sul portafoglio, si è allargata ormai ben oltre il livello della recuperabilità.

I costi diretti della guerra superano i 2 miliardi al giorno (quando non si spara, altrimenti anche di più), la benzina è ormai a 5 dollari al gallone e il diesel a 6, la Camera dei rappresentanti è già ingovernabile ora e sicuramente sarà più “oppositiva” dopo le elezioni di inizio novembre. Persino l’apparizione al Madison Square Garden, in occasione della popolarissima finale del campionato Nba di basket, è diventata occasione per una marea di fischi (e quello era un pubblico di benestanti, visto il prezzo dei biglietti di ingresso).

Non stranamente, il presidente iraniano – il chirurgo e laico Pezeshkian – ha affermato che le minacce di Trump dimostrano non forza, ma “disperazione”.

Ma la disperazione di un gigante scimunito è un pericolo per tutti. Il più autorevole tra i giornalisti statunitensi, il premio pulitzer Seymour Hersh, ha scritto che Donald Trump avrebbe iniziato di recente a discutere con i suoi collaboratori della possibilità di usare armi nucleari contro l’Iran per accelerare la fine del conflitto. Come con il Giappone nel 1945...

Il che implica un rovesciamento drammatico delle relazioni internazionali, soprattutto tra grandi potenze dotate di arsenali nucleari, perché la rottura del tabù impostosi in tutto il dopo Seconda guerra mondiale (quando gli Usa persero il “monopolio dell’atomica”), obbligherebbe tutti a prendere contromisure immediate che alla lunga non possono che portare ad uno scontro senza vincitori né sopravvissuti.

Quel che è chiaro è che non si può “esercitare egemonia” sul mondo esclusivamente con il ricatto militare. Questa fogna intellettuale in cui Israele si è cacciata – nessuna mediazione con i vicini e col mondo intero, solo guerra – sembra che abbia inquinato anche quel poco di razionalità che aveva albergato ai piani alti del potere statunitense, dove il suprematismo spudorato si era sempre (o quasi) saputo contenere di fronte a rischi incontrollabili.

La superiorità militare infatti “aiuta”, ma senza obbiettivi realistici diventa un abbaglio. E proprio questi primi 100 giorni di guerra all’Iran lo hanno dimostrato. Partita come una “guerra lampo” – la milionesima che fallisce in corso d’opera – si è trasformata in una trappola “frustrante”. Pensare di uscirne con un “colpo e via” dà la misura del livello pericolosamente basso della classe dirigente attuale nella superpotenza occidentale.

E in Europa è anche peggio.

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10/06/2026

Bombardare sì, ma con moderazione

Sparare per smettere di sparare. Così gli Stati Uniti hanno presentato la loro ennesima rottura del cessate il fuoco con l’Iran. Mentre intanto Israele continua ad attaccare il Libano, svuotando di contenuto buona parte della «trattativa» che Trump dice di vedere «vicina alla conclusione, magari già questa settimana».

I bombardamenti sono ripartiti dopo l’abbattimento di elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, là dove non doveva stare. C’è stata ufficialmente incertezza, subito dopo «l’ammaraggio forzato» del velivolo, sulle cause della caduta, a conferma indiretta che alla Casa Bianca si cercava di mantenere bassa la tensione.

Poi. Di fronte all’evidenza di un «successo» della contraerea iraniana, la scelta di «ristabilire l’onore ferito», facendo partire bombardamenti su postazioni radar e rampe missilistiche. Altrettanto logicamente, però, questo ha innescato una simmetrica risposta di Teheran, con missili che hanno raggiunto diverse basi americane nell’area, tra cui il comando della Quinta Flotta, nel Bahrein, e quella di Al-Azraq in Giordania; anche se qui Amman asserisce di aver intercettato quattro dei missili in arrivo.

Entrambe le parti non citano né morti, né feriti, minimizzando i danni subiti ed enfatizzando quelli arrecati. Le immagini che arrivano da Teheran, per esempio, mostrano la popolazione che prosegue la sia vita normale nelle strade. Mentre le dichiarazioni ufficiali sono ovviamente baldanzose, giocate sulla chiave «trattiamo, ma col dito sul grilletto».

Il Comando Centrale unificato degli Stati Uniti (Centcom), da parte sua, afferma in un post su X di aver “completato gli attacchi di autodifesa contro l’Iran, su ordine del Comandante in Capo, in risposta all’abbattimento, avvenuto il giorno precedente, di un elicottero Apache dell’Esercito statunitense”.

Il tono generale, insomma, sembra quello del «ci siamo scambiati un po’ di colpi per far vedere che siamo disposti a farlo, ma non vogliamo andare oltre».

Tocca sperare che sia così, anche a dispetto di Israele che in Libano attacca ma subisce perdite inattese a causa dei droni in fibra ottica usati da Hezbollah, non soggetti a disturbi elettronici e dunque letali nei combattimenti a media distanza.

L’analisi fornita dal generale Usa a riposo Mark Kimmitt, ex assistente del Segretario di Stato, in un’intervista ad Al Jazeera va in una direzione simile: “piuttosto che vedere questo scambio come un’escalation, vorrei considerarlo come de-escalation”.

Kimmitt, infatti, ha spiegato che la risposta degli Stati Uniti era «necessaria» per dimostrare che abbattere un elicottero statunitense “non sarebbe stato accettato”. Ma nulla di più. “Sarei molto sorpreso a questo punto se la tensione aumentasse, e spero certamente che stia dimostrando che è de-escalation in modo da poter tornare alla diplomazia”.

Vedremo abbastanza rapidamente – nelle prossime ore – se questa lettura è corretta.

Di certo Tel Aviv soffia disperatamente sul fuoco, come fa da mesi, perché un accordo di fine guerra senza aver raggiunto nessuno degli obbiettivi ufficialmente dichiarati (e cambiati spesso in corsa) sarebbe chiaramente una sconfitta politica pesante per l’intero arco parlamentare interno (ricordiamo che alla Knesset «l’opposizione» accusa Netanyahu di farsi «comandare da Trump e non andare fino in fondo»).

L’incertezza è ancora l’unico punto fermo. Ed è anche chiaro il motivo, sottolineato praticamente da tutti gli analisti militari. Questa guerra è stata iniziata senza aver definito obbiettivi razionali e realistici (il «cambio di regime» a Teheran poteva essere credibile per giornalai di bocca buona, non nella realtà), gestita senza «professionalità diplomatica» da parte statunitense e con mezzi puramente militari da parte israeliana (escludendo dunque qualsiasi soluzione diversa dalla resa totale e quindi dalla scomparsa dell’Iran come potenza regionale).

Il resto è venuto quasi da sé, di fronte all’evidente capacità iraniana di resistere e rispondere simmetricamente colpo su colpo, coinvolgendo nel conflitto anche i paesi arabi del Golfo che ospitano basi americane e fermando di fatto il traffico nello Stretto di Hormuz, con gigantesche conseguenze sull’economia mondiale.

Se ci sono obbiettivi diversi (tra Washington e Tel Aviv), e l’avversario è più «tosto» del previsto, anche le strategie militari – che richiedono studio, preparazione, logistica e rifornimenti adeguati – mostrano rapidamente la corda.

A tre mesi e mezzo dall’inizio della guerra l’unica soluzione possibile per gli Usa e chiuderla qui, sbandierando un accordo come una «vittoria trionfale» (Trump l’ha detto davvero, due giorni fa). Ma questo, per Israele, è praticamente inaccettabile.

 In aggiornamento

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08/06/2026

Israele bombarda l’Iran per impedire qualsiasi accordo

Sono saltati tutti i paletti piazzati per arrivare ad un accordo. Il Medio Oriente è un campo di battaglia in cui lo stato genocida di Israele prova a dettar legge mentre il suo storico «protettore» va in affanno e mostra persino qualche crepa nel rapporto bilaterale.

Fin dall’inizio della cosiddetta «tregua», stabilita da Trump nei primi giorni di aprile, il negoziato si è svolto tra Iran e Usa, visto che la presenza di Tel Aviv era per entrambi solo un elemento di rottura.

Ma fin dall’inizio era stato anche chiarito – non solo da Teheran, ma anche dai mediatori – che il Libano era parte integrante del pacchetto in discussione. Tutto, del resto, si tiene in un’area dove alleanze e forze sono profondamente radicate in una storia secolare che lega religione, politica, conflitti. Non era insomma pensabile una trattativa per arrivare ad un qualsiasi accordo se Israele avesse continuato ad attaccare il Paese dei Cedri, per ora nel meridione abitato prevalentemente dagli sciiti (ma anche dai cristiani).

Naturalmente Tel Aviv – al completo, governo ed «opposizione», «moderati» e coloni razzisti – ha fatto esattamente questo, allargando a dismisura, giorni dopo giorno, la sua invasione del Libano, nonostante la resistenza incontrata abbia alzato di molto il costo in soldati e mezzi da lasciare sul terreno.

Il massacro ha assunto negli ultimi giorni – non stranamente dopo l’ennesimo «cessate il fuoco» negoziato da Trump direttamente con Netanyahu e il presidente-complice, Aoun – dimensioni tali da render impossibile il far finta di nulla (che resta una specialità tutta europea).

Teheran ha più volte avvertito che la prosecuzione degli attacchi e l’estensione della strategia della «demolizione» persino alla capitale Beirut avrebbe trovato quella risposta, ovviamente militare, che l’Occidente si guardava bene dal praticare sul piano diplomatico.

Alcuni missili sono stati quindi lanciati dall’Iran verso Israele nella serata di ieri. Per chi ha ragionato un po’ sulle modalità di guerra degli ultimi due anni, quel lancio era ancora una sorta di «avvertimento». Pochi missili, infatti, e «telefonati» in anticipo, rendevano efficace la difesa garantita dall’Iron Dome (sostanzialmente batterie di missili antimissile Arrow e Patriot). Un attacco «vero», per provocare danni seri, si sarebbe invece svolto con le ormai classiche «ondate» di droni e missili che saturano numericamente le possibilità di difesa, riuscendo così a portare sugli obbiettivi un buon numero di vettori.

Dopo questo primo lancio «propagandistico», evidentemente accompagnato da messaggi diretti tra Washington e Teheran per circoscrivere la portata esatta dell’iniziativa, Trump ha chiesto all’Iran di fermarsi a quel punto: “Avete lanciato i vostri missili e questo basta, tornate al tavolo delle trattative e firmate l’accordo”. 

Contemporaneamente si è rivolto a Netanyahu – cui aveva già fatto sapere che “Non sono contento dell’attacco di Israele a Beirut” – ingiungendogli di non rispondere all’attacco iraniano. Nel suo linguaggio da sbrasone era stato anche più drastico: Netanyahu “non avrà scelta”, ha detto Trump al Financial Times. “Sono io a dettare legge. Lui non ha voce in capitolo”.

Il lancio dei pochi missili iraniani, insomma, “Non avrà alcun impatto sull’accordo”, ha detto il presidente americano al Financial Times. “Vedremo come andrà a finire. Ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta”.

Detto fatto, Israele ha attaccato l’Iran sia con missili che con bombardieri. La capitale, stando ai media locali, non sarebbe stata colpita, mentre esplosioni sono state avvertite in varie città. L’Idf ha dichiarato di aver colpito «obbiettivi militari».

La conseguenza immediata è chiara: Trump “non detta legge” a Israele. Ma se non controlla il suo principale alleato, allora è quest’ultimo a controllare lui (gli Stati Uniti, in generale), imponendo le scelte anche quando cozzano direttamente con gli interessi dell’amministrazione statunitense.

Da qui discende il corollario logico: se non detta legge su Tel Aviv non può più pretendere di dettare legge su nessuno. Diventa insomma inutile cercare di raggiungere un qualsiasi accordo-quadro per fermare la guerra nell’area perché c’è un soggetto impazzito che non rispetta niente e nessuno, animato da un impulso imperiale e genocida che solo un’ideologia profondamente suprematista e razzista può supportare.

Questa frattura di fatto – che certamente in queste ore sia Washington che Tel Aviv staranno cercando di ricomporre a spese di terzi – arriva oltretutto dopo giorni di polemiche, negli Usa, per il ruolo “invadente e spionistico” di Israele nei confronti del “fratello maggiore”.

La Defense Intelligence Agency del Pentagono ha registrato un intensificarsi delle attività di spionaggio del Mossad, dopo l’ormai celebre telefonata di insulti tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, nei confronti di diversi funzionari statunitensi, in particolare Steve Witkoff – incaricato personalmente da Trump di seguire quasi tutte le trattative a livello mondiale (Ucraina, Iran, Golfo Persico, ecc.) e Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa (il vice di Hegseth, insomma), nonché Michael P. Di Mino IV, appena un gradino sotto ma responsabile per il Medio Oriente.

Non risultano azioni “invasive” a carico di Jared Kushner, marito della figlia di Trump, nonché sionista e finanziatore dei gruppi di coloni più estremisti in Cisgiordania, al centro della rivolta albanese, anche lui “incaricato” di seguire quasi tutte le crisi insieme a Witkoff. Si vede che si spia da solo, passando al Mossad informazioni di prima mano... 

A facilitare lo spionaggio israeliano ci sarebbe la scarsa “professionalità diplomatica” dei personaggi in questione, tutti scelti da Trump su base fiduciaria personale. La Dia, infatti, lamenta che tutti costoro sono inoltre, bersagli molto “vulnerabili” per l’abitudine a viaggiare su jet privati, gestire questioni di sicurezza nazionale tramite i propri telefoni personali e rifiutare il supporto del personale delle ambasciate americane all’estero. Ma gestire gli affari propri e quelli della prima superpotenza richiedono una “strumentazione” profondamente diversa... 

In un documento di sette pagine la Dia spiega che la capacità di Israele di condurre attività di spionaggio e di raccolta informazioni è aumentata a livelli preoccupanti negli ultimi tempi e cita una serie di esempi. Sebbene sia prassi comune che alleati e avversari di tutto il mondo si spiino a vicenda, le recenti operazioni israeliane sono andate ben oltre le normali e prevedibili pratiche di intelligence.

Immediata e ovvia la catena delle “smentite imbarazzate”, sia a Washington che a Tel Aviv, ma la stessa Dia fa sapere che Witkoff e altri “adottano già precauzioni supplementari quando si recano in Israele”. Come se lo spionaggio dipendesse dal luogo fisico... 

La velata protesta del Pentagono, peraltro, arriva appena un paio di mesi dopo le dimissioni di Joe Kent da capo dell’Antiterrorismo, con una lettera in cui spiegava chiaramente che “abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. 

Del resto, se l’Aipac ha contribuito direttamente all’elezione di 351 parlamentari americani su 535, procurandosi così una “maggioranza qualificata” e bipartisan a favore di Israele, come si può pensare che su tutti gli altri ambiti dei rapporti bilaterali – a cominciare appunto dall’intelligence – non avvenga altrettanto?

Comunque la si giri, quel che ne viene fuori è una caduta verticale della credibilità degli Stati Uniti – non soltanto di questa amministrazione – come “regolatore” delle vicende del mondo. Solo pochi giorni fa, per esempio, dopo la cosiddetta “lettera” di Zelenskij a Putin, un Trump in stato di evidente confusione, aveva invitato Russia e Ucraina ad “accordarsi fa loro”, seppellendo di fatto “lo spirito di Anchorage” e il suo stesso ruolo di salvatore nel “portare la pace” a confini dell’Europa.

Ma se non c’è più “uno sceriffo in città”, i giochi cambiano. Tutti e per tutti.

In aggiornamento

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02/06/2026

Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina

La notte del 2 giugno ha visto un massiccio attacco russo a diversi obiettivi in Ucraina, a Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia e soprattutto Kiev. Secondo le autorità ucraine, Mosca ha lanciato 656 droni e 73 missili di vario tipo, inclusi vettori balistici, da crociera e ipersonici. Solo 33 missili e 33 droni avrebbero però raggiunto i propri bersagli, provocando 17 morti e un centinaio di feriti.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato l’operazione, parlando di un attacco diretto contro infrastrutture militari, depositi di carburante, nodi di trasporto e aeroporti. Mosca aveva annunciata che sarebbe arrivata presto la ritorsione per gli atti terroristici di Kiev, che lo scorso 22 maggio ha bombardato un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk, uccidendo 21 persone.

L’Ucraina, da parte sua, ha respinto le accuse affermando di aver preso di mira un centro di comando per droni. Ma quello del 22 maggio non è l’unico crimine che è stato commesso negli ultimi giorni. Basti pensare al drone guidato con fibra ottica che ha fatto danni alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e di cui, nonostante tutto, i media nostrani faticano ancora a indicarne la “paternità” ucraina.

Nella stessa notte del 2 giugno, le forze armate russe hanno confermato di aver abbattuto 148 droni ucraini diretti su vari obiettivi. Altri devono aver però colpito i propri bersagli. È stato infatti segnalato che, nel territorio di Krasnodar, un drone ha colpito la raffineria di petrolio di Ilsky, un impianto dalla significativa capacità di raffinazione di circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno. L’impatto ha provocato un vasto incendio.

Ad ogni modo, il bombardamento russo mostra le netta differenza di possibilità militari tra gli attori in campo, e anche il tentativo di esercitare una certa pressione sull’andamento della guerra, anche in relazione alla disponibilità, da parte degli alleati europei di Kiev, di sedersi a un tavolo di tratttive, consapevoli della propria posizione debole.

Al contrario, i paesi europei continuano a tenere l’atteggiamento di chi ha già vinto una guerra invece disperata. Dopo il tentativo di far passare un drone deviato dagli ucraini e finito in Romania come un attacco russo, è di ieri la notizia dell’ennesimo atto di pirateria, con la Marina francese che, supportata da quella britannica, ha intercettato nell’Atlantico una petroliera considerata parte della “flotta ombra” di Mosca.

Tornando a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che la potenza di fuoco russa mostrata in nottata non fa che confermare la necessità di un maggiore supporto da parte dei paesi occidentali. “L’Europa – ha commentato – ha bisogno della propria difesa antimissile, in modo che questa guerra possa finalmente concludersi. E c’è assolutamente bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti nella fornitura di missili Patriot”.

Che la difesa antimissile possa far finire la guerra è un’affermazione piuttosto audace. Piuttosto, si tratterebbe di uno strumento per agitare un certo riequilibrio delle forze in campo prima di sedersi al tavolo delle trattative – comunque da sconfitto. Lo stesso Zelensky, in un’intervista rilasciata il 31 maggio alla CBS News, ha evocato una cruciale “finestra di opportunità” per sedersi e parlare coi russi, prima del prossimo inverno, indicando chiaramente quali dovranno essere i mediatori della sponda europea: Londra, Parigi e Berlino.

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18/05/2026

Guerra all'Iran - Non sapendo che fare, si riprende a bombardare

Si ricomincia con la guerra all’Iran, che si trascina dietro l’aumento del prezzo dell’energia, l’irrigidimento del blocco sullo Stretto di Hormuz (bipartisan, con statunitensi e iraniani impegnati a non far passare le navi di paesi “amici del nemico”) e una marea di problemi per tutto il Mondo.

Dopo 40 giorni di sospensione “nervosa” della guerra, dopo la visita di Trump a Pechino (più volte rinviata proprio a causa della guerra), dopo l’aver constatato che non è stato raggiunto nessuno degli obbiettivi dichiarati – cambiati in corsa più volte, peraltro – Trump e il genocida Netanyahu si sono sentiti per concordare la ripresa dei bombardamenti. Vi risparmiamo il contorno di propaganda che vorrebbe essere “terrificante”, perché il repertorio dei due è sempre lo stesso.

Per capire bene però come funziona il meccanismo di gestione della notizia “sul fronte occidentale” è utile segnalare che ancora una volta il “la” è stato dato dal sito Axios: “l’orologio sta ticchettando” avrebbe detto Trump in una telefonata, avvertendo che se il regime iraniano non fa un’offerta migliore per un accordo “verranno colpiti molto più duramente”.

Nessuna scusa “umanitaria”, nessuna giustificazione “legalitaria”. O ci date tutto quel che chiediamo, o vi spariamo. Come nella Chicago anni ‘30, insomma.

Interessante sapere che tutte le notizie sulla guerra pubblicate appunto da Axios vengono gestite da un solo giornalista specializzato, Barak Ravid. Il quale ha una carriera che con il giornalismo british c’entra ben poco, visto che è completamente dentro la storia del Mossad (il servizio segreto israeliano).

Mister Ravid, infatti, è un ex (?) ufficiale dell’Unità 8200, l’élite dell’intelligence israeliana, nonché analista politico e di politica estera per la CNN e commentatore per Channel 12 in Israele. Un vero “ponte” tra le due amministrazioni guerrafondaie…

L’Unità 8200 è l’unità di intelligence più grande e riservata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), omologa della NSA americana, specializzata in spionaggio elettronico, decrittazione e guerra cibernetica. Funziona come vivaio e “nave scuola” per l’industria tecnologica israeliana orientata alla sorveglianza di massa.

Da questo signore, insomma, sicuramente “indipendente” e “autorevole”, parte quasi quotidianamente un “precotto” giornalistico che poi finisce più o meno infiorettato sui media di tutto l’Occidente euro-atlantico. Su questa base, insomma, viene formata – non “informata” – l’opinione pubblica di questa parte del mondo. Un pezzo di Hasbara, si può dire, anzi la sua parte più “eccellente”.

Da qui arriva, oggi, anche l’indicazione sulla riunione del “gabinetto di guerra” statunitense, previsto per domani, che dovrebbe approvare i nuovi attacchi contro Teheran.

L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che in effetti gli è stata recapitata una nuova “proposta” americana, in appena cinque punti. Si tratta in realtà della risposta statunitense alla proposta iraniana su come porre fine alla guerra che includeva cinque condizioni fondamentali relative al programma nucleare, al pagamento di un risarcimento per l’aggressione e allo sblocco dei beni iraniani congelati in istituti occidentali.

In pratica un “niet” totale, con in più la rimozione e la consegna a Washington dei 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, oltre all’impegno a mantenere attivo un solo impianto nucleare sul territorio iraniano (Bushehr, in funzione da anni), come quinta clausola.

Il giudizio di Teheran è ovvio: Washington vorrebbe così raggiungere obiettivi che non è riuscita a conseguire con la guerra. Oltretutto, se anche l’Iran attuasse queste condizioni, la minaccia di un’aggressione israelo-americana rimarrebbe intatta, visto che non si parla di alcun accordo valido e vincolante per il futuro.

La logica con cui Trump e Israele si muovono è stata centrata dal portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baghaei. Le accuse statunitensi dicono che l’Iran starebbe “destabilizzando il mercato energetico globale”, come se “la loro guerra illegale sia l’affermazione di voler mantenere la pace e la stabilità nel mercato energetico globale”. Che peraltro era stabile prima dell’attacco del 28 febbraio.

In altre parole, Stati Uniti e Israele prima creano la crisi e la guerra, poi affermano di voler “ristabilire la stabilità” e “difendere la pace”... riprendendo a bombardare! Il che, come già detto, aggrava tutti i problemi non solo energetici del Pianeta.

A Teheran, nel frattempo, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf – capo dei negoziatori in Pakistan, al fianco del ministro degli esteri Araghci, è stato nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi.

Non è una nomina qualunque, visto che le stesse fonti hanno osservato che “vista la natura della nomina di Qalibaf, questo incarico si differenzia, in termini di livello di autorità, da quello dei precedenti rappresentanti”.

Comunque Teheran non si limita ad aspettare che i genocidi riprendano ad attaccare. “L’Iran, in linea con la recente prassi di scambio di messaggi, ha nuovamente presentato il suo testo in 14 punti tramite il mediatore pakistano, dopo aver apportato delle modifiche”, fanno sapere le agenzie nazionali.

Secondo una fonte informata, il nuovo testo iraniano si concentra sul tema dei “negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana”.

Rientra probabilmente nei “preparativi” per i nuovi attacchi anche la misteriosa incursione di droni negli Emirati, che ha colpito un “generatore elettrico fuori dal perimetro interno” della centrale nucleare di Barakah. Le stesse autorità emiratine, però, ha precisato che tre droni sono entrati nello spazio aereo del Paese “dalla direzione del confine occidentale”. Due sono stati intercettati e “Sono in corso indagini per determinare la fonte degli attacchi”.

Basta guardare la cartina per vedere che l’Iran è a nord, non ad occidente. In quella direzione ci sono prima l’Arabia Saudita e il Qatar (che però funge da “secondo mediatore” insieme al Pakistan). E subito dopo, sarà un caso, Israele, specialista in operazioni false flag.

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10/05/2026

Libano senza tregua. Bombardamenti e villaggi fantasma

Una delegazione della Banda Bassotti e della Carovana Antifascista si trova in Libano di nuovo sotto le bombe israeliane nonostante il cessate il fuoco.

Mercoledi sera alle 20 le bombe sioniste sono tornate a cadere a Beirut. Parlando con la gente di qui, nessuno si aspettava un nuovo attacco israeliano sulla capitale libanese. Quella sorta di trattativa aperta tra gli USA e l’Iran, teneva le bombe lontano da Beirut.

Ma ieri sera Israele ha cercato di assassinare Malik Balouth, Comandante delle Forze Speciali degli Hezbollah. In questo mondo quando Israele cerca di assassinare qualcuno, bombarda interi palazzi.

Questo è di fatto il primo bombardamento sulla capitale libanese dopo il cessate il fuoco del 16 aprile

In questi giorni a Beirut la delegazione ha visitato la tomba di Franco Fontana, conosciuto come il ‘compagno Joseph’. 

A metà degli anni ‘70 Fontana si era unito in Libano al Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (Fdlp), andando a combattere a fianco dei palestinesi. Nel 1982 era poi tornato in Italia.

Dopo più di 30 anni era tornato in Libano e la sua volontà era di essere seppellito insieme ai combattenti palestinesi. La sua tomba è nel campo di Chatila nel Cimitero dei martiri della Rivoluzione palestinese.

Nello stesso campo oggetto dei massacri falangisti e israeliani del 1982, la delegazione si è incontrata con Naji Dawali, presidente del Comitato Popolare che gestisce le varie problematiche del Campo di Chatila. La delegazione ha poi visitato il campo profughi palestinese di Burj el Barajneh.

Venerdì la delegazione ha incontrato George Abdallah il militante antimperialista rinchiuso per decenni nelle carceri francesi e liberato nel 2025. La Francia dopo più di 40 anni l’ha scarcerato e lo ha subito espulso verso il Libano.

Giovedì eravamo stati nel sud del Libano a cercare testimonianze sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano.

Mentre eravamo sulla strada di ritorno diretti a Beirut, una notizia arriva al telefono del giornalista che ci accompagna. Un missile ed un drone avevano appena colpito una casa nel suo piccolo paese di origine.

La notizia ci arriva senza molte altre spiegazioni. Così deviamo dal nostro percorso di ritorno per dirigerci al paese dove ancora risiede la famiglia del giornalista.

Qui moltissimi abitanti hanno abbandonato le proprie abitazioni. Spinti dalla guerra e dai continui proclami del governo di Netanyahu che incita le popolazioni del sud del Libano ad abbandonare le proprie case.

Per arrivare a Doueir, attraversiamo alcuni piccolissimi paesi deserti. Così improvvisamente faccio caso che non vedo più nessuno per strada. Tutti negozi chiusi, nessun abitante visibile.

Città fantasma le definirei. Appena entrati nel paese ci infiliamo su una stradina che costeggia un cimitero distrutto dai bombardamenti.

Di lato al piccolissimo cimitero vediamo due ragazzi che ci fanno segno di andare avanti e di non ostruire la stradina. Devono arrivare mezzi di soccorso... Meno di 50 metri dopo parcheggiamo di lato ad una casa distrutta. Vediamo fumo e pietre ovunque. Ci sono persone che si muovono velocemente e subito dietro a noi arriva un ambulanza.

Il missile israeliano era arrivato da meno di un ora e aveva distrutto la casa. Chiedendo notizie dell’esplosione, ci dicono che ci sono due morti sotto le macerie. Forse anche una bambina. Ci chiedono di non fare foto e non fare riprese. Mentre prendono ferri da lavoro per tirare fuori dalle macerie i corpi, ci suggeriscono ancora una volta di non muoverci.

Cosi ci fermiamo una decina di minuti di lato alla casa colpita, ma impossibilitati a fare qualsiasi cosa, decidiamo di andare via. Di contorno a tutto questo, si ascoltavano distintamente suoni sordi di esplosioni.

Arrivati a Beirut ci arriva la notizia che poco dopo la nostra uscita di scena, un altro missile aveva colpito la casa vicina e un drone aveva ucciso due ragazzi su una moto. E sembra anche sia stato assassinato uno dei soccorritori che avevamo visto poco prima. Qui le notizie arrivano talmente di corsa che non abbiamo certezza dell’accaduto né tempo né voglia per verificare. Quello che abbiamo visto ci è sufficiente.

Da queste parti un paio di cose sono certe. In Libano la tregua non esiste. E i civili, le case, le ambulanze, le scuole sono obbiettivi primari per l’esercito sionista.

Siamo stati testimoni diretti degli omicidi sui civili.

I crimini sui civili sono vietati ovunque. Chiediamo ai governi di fermare questa pratica criminale!

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09/05/2026

Mesi di lavoro per ripristinare i data center Amazon colpiti dall’Iran

Tra i tanti asset di compagnie private statunitensi colpiti dalle salve missilistiche iraniane nelle prime fasi dell’aggressione israelo-statunitense, ci sono anche stati due data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti.

Secondo il portale ufficiale che segnala lo stato del servizio dei vari server di Amazon Web Services, le due installazioni colpite sono al momento non funzionanti e ci vorranno dei mesi per ripristinare il servizio.

Colpire i data center AWS, uno dei più importanti provider di servizi cloud, in questo momento in cui la maggior parte dei servizi informatici aziendali operano grazie al cloud invece che in locale, causa senza dubbio ingenti danni e rallentamenti per le aziende clienti che utilizzano questa infrastruttura.

Negli ultimi anni i cloud provider americani hanno investito nell’ampliamento dei data center, con l’intenzione di creare una rete capillare di installazioni che siano in grado di coprire tutti i bisogni dei vari clienti con macchine collocate in posizioni geograficamente loro vicine, in modo da limitare la latenza dei servizi e aumentare la robustezza dell’infrastruttura cloud.

Il fatto che queste installazioni, di grandi dimensioni e facilmente riconoscibili dalle foto aeree, diventino degli obbiettivi in un contesto di guerra, secondo alcuni analisti, potrebbe portare ad un cambio di paradigma nella progettazione delle infrastrutture cloud, passando dal cloud di “prossimità” al ricollocamento dei datacenter in luoghi più sicuri e al miglioramento dei sistemi per migrare e ripristinare i dati dalle macchine colpite su altre macchine, in modo da garantire che i servizi ritornino operativi il più presto possibile.

Dunque l’attacco iraniano, oltre a causare un danno economico immediato ad Amazon, avrà senza dubbio avuto un impatto sulle varie aziende dei paesi del Golfo che utilizzano questi servizi.

Inoltre, è risaputo che anche gli apparati militari statunitensi e israeliani usano i servizi cloud nella loro infrastruttura informatica, quindi questi attacchi potrebbero aver danneggiato anche loro in maniera diretta o indiretta.

Non proprio un successone, per i fanatici della guerra e relativi profitti...

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08/05/2026

Gli Usa sparano e tirano indietro la mano

“Ti sparo, ma il cessate il fuoco prosegue”. Lo stile israeliano sembra essere stato assunto dagli Stati Uniti, che stanotte hanno condotto una serie di attacchi contro postazioni iraniane mentre ufficialmente Washington stava attendendo una risposta di Tehran alla propria proposta di “memorandum” per riprendere le trattative.

Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.

Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.

Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.

Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.

In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.

La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.

Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.

Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.

Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.

Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.

Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.

Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).

Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.

L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.

Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.

Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.

La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.

Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.

In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.

In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...

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12/04/2026

Libano: massacri, negoziati e un nuovo ordine

L’ultima guerra di Israele contro il Libano non viene combattuta solo dall’aria. Viene rinforzata politicamente dall’interno, mentre Beirut si muove in sintonia con gli sforzi statunitensi-israeliani per isolare Hezbollah e indebolire la posizione negoziale dell’Iran.

In un precedente articolo, abbiamo esaminato i sette messaggi che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di comunicare attraverso gli omicidi di massa in Libano. Questi messaggi miravano a rimodellare le dinamiche regionali, a imporre la deterrenza e a forzare nuove realtà politiche sul terreno.

Quei massacri hanno già provocato centinaia di libanesi uccisi e più di mille feriti [circa 2.000, ad oggi, ndr], insieme a un’enorme distruzione delle infrastrutture civili, secondo i dati della protezione civile libanese. La scala e l’intensità della violenza, tuttavia, non sono state casuali. Erano pensate per creare urgenza, paura e, infine, sottomissione.

All’epoca, abbiamo sostenuto che le azioni di Israele facevano parte di un tentativo più ampio di imporre un nuovo ordine regionale attraverso il sangue. Da allora, nuovi sviluppi hanno confermato che questa escalation militare è stata coordinata con mosse politiche parallele – in particolare, uno sforzo per separare il percorso negoziale Iran-Stati Uniti in Pakistan dalla guerra contro il Libano.

Questa separazione non è un dettaglio tecnico. È il cuore dell’attuale lotta geopolitica.

Mentre le bombe israeliane continuano a cadere su tutto il Libano, Netanyahu ha annunciato di aver incaricato il suo governo di avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, sottolineando che questi colloqui si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di “relazioni pacifiche”. Questo cambiamento non è avvenuto nel vuoto. Ha fatto seguito a una delle ondate più letali di attacchi israeliani contro il Libano degli ultimi anni, ed è arrivato in un momento in cui l’Iran aveva esplicitamente legato la sua partecipazione ai colloqui di Islamabad a un cessate il fuoco in Libano.

In altre parole, Israele ha intensificato l’azione militare mentre contemporaneamente apriva un canale politico progettato per aggirare le condizioni iraniane.

Ciò che rende questa strategia particolarmente significativa, tuttavia, non è solo il ruolo di Israele, ma la risposta di Beirut.

Dall’inizio della guerra israeliana contro il Libano, il governo del Primo Ministro Nawaf Salam ha intrapreso azioni che si allineano strettamente con gli obiettivi statunitensi e israeliani. Piuttosto che inquadrare il conflitto principalmente come un’aggressione israeliana, i funzionari libanesi chiave hanno sottolineato la necessità di tenere sotto controllo la resistenza, sollevando ripetutamente la questione delle armi di Hezbollah e la necessità di porre tutti gli armamenti sotto il controllo dello Stato.

Questa posizione non è neutrale. Riflette una scelta politica. Ancora più importante, crea il quadro stesso che Israele cerca di imporre: uno in cui il problema centrale non è più l’occupazione, l’aggressione o i massacri di civili, ma piuttosto la resistenza stessa.

La disponibilità del governo libanese a impegnarsi in negoziati diretti con Israele – cosa storicamente evitata al di fuori dello stretto quadro di contatti indiretti o mediati – segna un pericoloso precedente. Anche se inquadrato come condizionale o tattico, tale impegno costituisce un implicito riconoscimento politico di Israele in un momento in cui i civili libanesi sono ancora sepolti sotto le macerie dei raid israeliani.

Questa contraddizione non è persa sugli attori interni.

Secondo Al Mayadeen, figure legate a Hezbollah hanno criticato aspramente la direzione del governo, con alcuni che la descrivono come un tradimento di altissimo livello. La critica riflette la paura più profonda che il Libano venga trascinato in un percorso politico che finirà per delegittimare la resistenza e rimodellare gli equilibri di potere interni del paese.

Questa preoccupazione è rafforzata dalla stessa sequenza di eventi. Il Libano non ha ancora ricevuto una data formale dagli Stati Uniti per iniziare i negoziati, secondo il corrispondente di Al Mayadeen a Beirut. I funzionari libanesi hanno insistito sul fatto che un cessate il fuoco debba precedere qualsiasi colloquio, ma Israele ha chiarito che il suo obiettivo è esattamente l’opposto: usare i negoziati come strumento per imporre nuove realtà, incluso il disarmo di Hezbollah.

Nello stesso momento, l’Iran ha chiarito inequivocabilmente la sua posizione. La sua delegazione ha condizionato la partecipazione ai colloqui di Islamabad al collegamento di qualsiasi cessate il fuoco con un’interruzione totale delle operazioni israeliane in Libano. I funzionari iraniani sono andati oltre, sottolineando che nessun accordo a lungo termine è possibile senza porre completamente fine all’aggressione israeliana.

Questo crea uno scontro diretto di visioni politiche. Da un lato, l’Iran sta tentando di integrare il Libano in una soluzione regionale più ampia che preservi il ruolo della resistenza come attore centrale. Dall’altro lato, gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati regionali stanno lavorando per frammentare quel quadro – isolando il Libano, emarginando Hezbollah e riaffermando un ordine guidato dagli Stati Uniti.

In questo contesto, il comportamento del governo libanese non può essere compreso come indipendente.

L’establishment politico di Beirut ha a lungo operato all’interno di un sistema plasmato da pressioni esterne, in particolare da Washington e dai suoi alleati regionali. Il momento attuale non fa eccezione. La spinta verso i negoziati, l’enfasi sul disarmo e la cornice politica del conflitto riflettono tutti un più ampio allineamento con il campo filo-americano.

Questo campo si trova ad affrontare un dilemma strategico. La sua incapacità di imporre un risultato decisivo all’Iran – sia militarmente che economicamente – ha già spostato l’equilibrio del potere. La crisi dello Stretto di Hormuz, la resilienza dello Stato iraniano e il fallimento nel neutralizzare Hezbollah hanno tutti esposto i limiti dell’influenza statunitense.

Permettere che il Libano sia incluso in un quadro negoziale guidato dall’Iran approfondirebbe questo spostamento. Emarginerebbe effettivamente gli attori filo-occidentali a Beirut e aprirebbe la porta a un nuovo assetto regionale in cui l’Iran detiene una leva significativa. Per Washington, Tel Aviv e i loro alleati, questo è un risultato inaccettabile.

Da qui la strategia attuale: bombardare il Libano, poi precipitarsi in negoziati con lo stesso governo libanese.

Questo duplice approccio non è contraddittorio. È deliberato. I massacri creano pressione. I negoziati creano un percorso politico alternativo – uno che esclude l’Iran e ridefinisce il conflitto attorno al disarmo e alla normalizzazione.

Fondamentalmente, sia Israele che segmenti dell’establishment politico libanese condividono un obiettivo comune: l’indebolimento e, infine, la sconfitta di Hezbollah. I colloqui diretti sono solo il primo passo.

Nello scenario ideale immaginato dagli Stati Uniti e da Israele, questo processo si evolverebbe in un consenso internazionale – possibilmente attraverso le Nazioni Unite – che delegittima formalmente Hezbollah e, per estensione, tutte le forme di resistenza armata. Un tale cambiamento non solo rimodellerebbe il Libano internamente, ma colpirebbe anche il cuore dell’asse di resistenza più ampio.

Ma tali scenari raramente si svolgono come pianificato.

L’ostacolo principale rimane l’insistenza dell’Iran nel collegare il Libano a qualsiasi accordo più ampio. Finché questo collegamento rimarrà, i tentativi di isolare il Libano incontreranno una significativa resistenza – non solo da Teheran, ma da attori all’interno dello stesso Libano.

L’esito di questa lotta non sarà confinato al Libano.

Determinerà se la regione si muoverà verso un ordine frammentato dominato da stati sostenuti dagli Stati Uniti, o verso un nuovo equilibrio in cui i movimenti di resistenza e i loro alleati manterranno un ruolo decisivo.

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