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14/12/2025

Iran - Prime manovre militari congiunte della SCO

L’ultima riunione della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO) lo scorso settembre, aveva restituito piuttosto chiaramente la sensazione di un cambio di passo da parte di un organismo internazionale “alternativo” al blocco euroatlantico. Quello che viene definito Sud Globale negli ultimi tempi si va orientando su scelte più assertive sul piano politico e militare e non solo su quello economico (una sfera in qualche modo delegata esclusivamente ai Brics+).

Per la prima volta i paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai terranno delle manovre militari in Iran, un paese reduce dallo scontro diretto con Israele nei mesi scorsi, da decenni nel mirino degli Stati Uniti e sottoposto a sanzioni anche da parte dell’Unione Europea.

Un articolo di The Cradle che riproduciamo qui di seguito, riassume il significato delle manovre militari sul territorio iraniano.

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L’Iran ospita la prima esercitazione SCO sul suo territorio, segnando una nuova era per la sicurezza euroasiatica.

Il 1° dicembre, nella turbolenta provincia iraniana dell’Azerbaigian Orientale, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha aperto i cancelli della sua base a un raduno senza precedenti: le forze speciali dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) erano arrivate per dare il via a “Sahand-Antiterror-2025”, un’esercitazione antiterrorismo di cinque giorni nell’ambito della Struttura Antiterrorismo Regionale della SCO.

Al termine delle esercitazioni, il 5 dicembre nella città nordoccidentale di Khoy, l’Iran non solo aveva dimostrato la sua prontezza militare, ma aveva anche segnalato un cambiamento radicale nei suoi schieramenti regionali. Alla presenza di tutti gli Stati membri, tra cui Bielorussia, Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan, erano presenti anche osservatori provenienti da Azerbaigian, Iraq, Oman e Arabia Saudita, con l’Iran che ha dimostrato di essere pienamente integrato nel blocco di sicurezza emergente dell’Eurasia.

I partecipanti hanno dimostrato le loro vaste competenze nella lotta al terrorismo e all’estremismo. Nel corso di cinque intense giornate, hanno dato prova della loro competenza nel salvataggio di ostaggi, nello sgombero delle frontiere, negli attacchi con droni, negli attacchi con elicotteri e nella stabilizzazione, il tutto mentre venivano sparati proiettili veri.

Dalla partecipazione simbolica all’affermazione strategica

L’esercitazione ha messo in mostra le armi e le attrezzature più recenti dei Paesi partecipanti, migliorando così la loro capacità di collaborare per affrontare le minacce che attraversano i confini nazionali. È stata un’occasione per condividere esperienze, incoraggiare la cooperazione e aumentare gli sforzi multilaterali tra gli Stati membri della SCO per affrontare le minacce terroristiche.

La scelta della sede iraniana per l’esercitazione militare della SCO ha permesso ai rivali storici India e Pakistan di condividere il campo e di evitare una grave frattura all’interno dell’organizzazione.

Sajjad Azhar, analista veterano di Islamabad, ha dichiarato: “È fondamentale riconoscere che, tra i Paesi più colpiti dal terrorismo, il Pakistan si distingue come membro di spicco della SCO, che sta subendo le profonde ripercussioni di questa sfida”.

Azhar sottolinea che, se l’esercitazione si fosse tenuta in Pakistan, l’India avrebbe potuto rinunciarvi, esacerbando le tensioni all’interno della SCO. L’Iran, territorio neutrale per questi rivali dell’Asia meridionale, ha permesso a entrambi di partecipare senza interruzioni.

Un’esercitazione antiterrorismo rivolta all’Occidente

Ma la tempistica e il luogo avevano anche un intento più profondo. Funzionari e commentatori iraniani hanno inquadrato Sahand-2025 come un avvertimento alle potenze occidentali. Azhar afferma che le esercitazioni antiterrorismo della SCO segnano una svolta importante per l’Iran, che ha aderito al gruppo nel 2023.

Le tattiche antiterrorismo della SCO hanno ostacolato i tentativi di Stati Uniti e Unione Europea di etichettare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica come Organizzazione Terroristica Straniera. L’esercitazione ha evidenziato che il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica è ben lungi dall’essere un’organizzazione terroristica; al contrario, si pone come una formidabile forza antiterrorismo, considerata una solida linea di difesa contro le minacce terroristiche regionali. Come aggiunge Azhar: “Questa esercitazione antiterrorismo invia un messaggio chiaro agli Stati Uniti e all’Occidente, sconvolgendo la loro percezione della SCO come un’alleanza economica piuttosto che una coalizione militare. Esercitazioni di questa natura, attualmente classificate come antiterrorismo, potrebbero presto ampliare il loro ambito di applicazione per includere qualsiasi Stato avversario ritenuto pertinente alla definizione di terrorismo. Di conseguenza, le iniziative condotte dalla SCO, riconosciuta come la più grande organizzazione regionale per popolazione e che rappresenta un quinto del PIL mondiale, avranno senza dubbio un impatto significativo”.

Sicurezza interna, alleanze esterne

Sul fronte politico, l’Iran mira a sfruttare l’influenza della SCO per dimostrare il suo allineamento con importanti attori eurasiatici e dissipare la percezione di isolamento. La prima esercitazione antiterrorismo della SCO in assoluto mira a trasmettere un messaggio piuttosto che a dimostrare semplicemente la propria potenza militare. Teheran mira a presentarsi come un attore sulla scena globale, dimostrando di possedere una reale capacità multilaterale per affrontare le questioni di sicurezza regionale.

Zahir Shah Sherazi, vicepresidente esecutivo di BOL News, informa che l’esercitazione antiterrorismo della SCO in Iran è un evento di importanza strategica: “Sebbene non possa essere classificata come un’esercitazione militare su larga scala in termini di portata e intensità, ha indubbiamente inviato un messaggio da parte di Teheran e degli Stati membri della SCO agli Stati Uniti e ai suoi alleati, a significare che l’Iran non è più isolato ed è un alleato importante per le nazioni della Regione”.

Sherazi afferma che l’Iran ha beneficiato di questa esercitazione grazie al suo allineamento con il blocco eurasiatico e, sebbene la SCO non svolga un ruolo militare, lo svolgimento di questa esercitazione nella provincia iraniana dell’Azerbaigian orientale rappresenta un messaggio per il mondo occidentale e un sostegno morale per l’Iran.

L’esercitazione ha rafforzato la posizione dell’Iran come attore chiave per la sicurezza in Eurasia, sfruttando la sua influenza nella SCO per salvaguardare rotte vitali come il Corridoio Nord-Sud, che si estende dal Caspio al Golfo Persico, e i collegamenti con il Caucaso e l’Asia Centrale.

In un’intervista al Tehran Times, Kazem Gharibabadi, Vice Ministro degli Esteri iraniano per gli Affari Legali e Internazionali, ha dichiarato che l’organizzazione delle esercitazioni Sahand da parte dell’Iran è stata un’iniziativa volta a “l’allineamento e la costruzione di una coalizione in linea con una nuova architettura per la sicurezza regionale”.

Il 2 dicembre, il Presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha sottolineato che le estese esercitazioni congiunte antiterrorismo inviano un segnale forte ai principali attori del settore. Le esercitazioni rivelano una forte determinazione delle nazioni indipendenti a proteggersi dalla pesante mano dell’oppressione in tutto il Mondo.

Ghalibaf ha osservato che le esercitazioni dimostrano una forte determinazione delle nazioni indipendenti a proteggersi dall’oppressione globale, evidenziando la costante traiettoria ascendente delle dirigenze di difesa dell’Iran e gli sforzi di collaborazione con altri Paesi della Regione.

Integrazione euroasiatica e messaggio postbellico

Intervenendo a una conferenza stampa il 2 dicembre, il Generale di Brigata Vali Ma’dani, vicecomandante delle operazioni del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e responsabile dell’esercitazione, ha sottolineato l’enorme importanza delle “Esercitazioni congiunte antiterrorismo Sahand-2025”, poiché l’Iran è costantemente in prima linea nella lotta contro il terrorismo e le fazioni terroristiche. Ha sottolineato che l’esercitazione congiunta antiterrorismo Sahand-2025 si tiene in Iran dopo la guerra di 12 giorni con Israele a giugno, il che la rende di fondamentale importanza.

Il comandante ha dichiarato: “Abbiamo assistito alla tragica perdita di 17.000 nostri cittadini, tra cui donne e bambini, per mano di questi terroristi, e siamo pronti ad affrontare il terrorismo a testa alta”.

La scelta dell’Azerbaigian Orientale, una Regione con una presenza militante Curda attiva e con correnti nazionaliste Azere, trasmette anche un messaggio di chiusura. Con fazioni Curde attive lungo i confini settentrionali dell’Iran con Armenia e Azerbaigian, inclusa l’enclave di Naxcivan, e accusate di contrabbando di armi transfrontaliero, l’esercitazione Sahand rafforza la determinazione di Teheran a reprimere la militanza separatista.

Sherazi racconta che il sotto testo dell’esercitazione ha probabilmente destabilizzato sia i ribelli Curdi che i militanti azeri, poiché questa esercitazione militare è indubbiamente focalizzata sui gruppi militanti del Nord-Est, che potrebbero percepire una minaccia nell’allineamento dell’Iran con Armenia e Azerbaigian: “L’obiettivo principale del meccanismo antiterrorismo della SCO è l’Afghanistan, dove i gruppi militanti operano liberamente, rappresentando una minaccia significativa per Cina, Pakistan, Iran e Paesi dell’Asia Centrale. L’imminente guerra al terrorismo sarà combattuta in territorio afghano”.

Spiegando ulteriormente, osserva che l’Iran vuole che questo evento serva da leva per stabilire legami con gli stati dell’Asia Centrale, soprattutto alla luce degli sviluppi in corso in Afghanistan.

“Questa iniziativa della SCO ha dato impulso alle alleanze regionali tra Pakistan, Cina, India, Iran, Russia e le repubbliche dell’Asia Centrale, tra cui Bielorussia, Tagikistan e Uzbekistan, sotto l’egida del formato di Mosca. Sebbene sia prematuro in questa fase ipotizzare che questo meccanismo antiterrorismo possa evolversi in una forma di cooperazione militare, tale possibilità non può essere del tutto esclusa”.

Verso una futura alleanza militare SCO

Oltre agli obiettivi immediati di lotta al terrorismo, l’esercitazione Sahand-2025 potrebbe gettare le basi per un’integrazione militare più ambiziosa.

Con la partecipazione di Bielorussia e Uzbekistan, e con membri potenti come Cina e Russia che assumono ruoli di primo piano, l’esercitazione ha proiettato un fronte eurasiatico in crescita, pronto a contrastare collettivamente le minacce esterne.

Per l’Iran, le esercitazioni hanno rappresentato un rifiuto degli sforzi di isolamento occidentali e una riaffermazione del suo orientamento strategico verso Est.

di F.M. Shakil, scrittore pakistano che si occupa di questioni politiche, ambientali ed economiche, e collabora regolarmente con Akhbar Al-Aan a Dubai e Asia Times a Hong Kong. Scrive ampiamente sulle relazioni strategiche tra Cina e Pakistan, in particolare sulla Nuova Via della Seta di Pechino, un progetto da mille miliardi di dollari (852 miliardi di euro).

Fonte

19/09/2025

Cosa si pensa nel resto del mondo? Intervista cinese a Putin

Se si guarda con un minimo di distacco emotivo il panorama dell’informazione occidente – quella italica è un caso di morte cerebrale ormai conclamato – ci si accorge subito che ciò che accade nel resto del mondo è sostanzialmente ignorato. Almeno fin quando non ci si inciampa sopra.

Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.

L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole Xi Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.

Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a Silvana Sale che ha tradotto un’intervista di Xinhua a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria cinese sull’invasore giapponese.

Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile conoscere il suo pensiero direttamente da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.

In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative... È meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure...

Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’agenzia Xinhua, pubblicata da China Daily il 30 agosto 2025.

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Xinhua: A maggio di quest’anno, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto visita allo Stato russo e ha partecipato alle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, un evento di grande successo.

La tua visita in Cina è imminente: quali sono le tue aspettative? Negli ultimi dieci anni, tu e Xi avete mantenuto stretti contatti, guidando il costante sviluppo delle relazioni bilaterali. Come descriveresti Xi Jinping come leader?

Putin: Certo, la visita del nostro amico, il presidente cinese Xi Jinping, in Russia a maggio è stata un successo clamoroso, ha attirato ampia attenzione internazionale ed è stata molto apprezzata nel nostro Paese. La sua presenza ha coinciso con una data sacra per noi – l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica – conferendo un profondo significato simbolico allo sviluppo delle relazioni russo-cinesi. Riaffermiamo la scelta strategica dei nostri popoli per rafforzare le tradizioni di buon vicinato, amicizia e cooperazione mutuamente vantaggiosa e duratura.

Il leader cinese è stato l’ospite d’onore principale alle celebrazioni a Mosca. Durante i nostri colloqui ad alto livello, abbiamo tenuto discussioni molto produttive su questioni chiave della cooperazione bilaterale. Il risultato è stato una dichiarazione congiunta e la firma di un importante pacchetto di documenti bilaterali.

Presto, su invito del presidente Xi, farò visita di ritorno in Cina. Attendo con grande piacere di visitare la città di Tianjin, che ospiterà il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sotto la presidenza cinese.

Ci aspettiamo che il vertice dia un forte nuovo slancio all’Organizzazione, ne rafforzi la capacità di rispondere alle sfide e alle minacce contemporanee e consolidi la solidarietà nel nostro spazio eurasiatico condiviso. Tutto ciò contribuirà a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare.

Per quanto riguarda i colloqui russo-cinesi, avranno luogo a Pechino. Non vedo l’ora di avere approfondite discussioni con il presidente Xi Jinping su tutti gli aspetti della nostra agenda bilaterale, incluse cooperazione politica e sicurezza, nonché legami economici, culturali e umanitari. Come sempre, scambieremo opinioni su questioni regionali e internazionali urgenti.

A Pechino renderemo omaggio al gesto eroico comune dei nostri padri, nonni e bisnonni, che insieme sconfissero il Giappone militarista, ponendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale. Onoreremo la memoria di coloro che sigillarono con il loro sangue la fratellanza tra i nostri popoli, difesero la libertà e l’indipendenza dei nostri Stati e garantirono il diritto al libero sviluppo sovrano.

Xi Jinping tratta la storia del suo Paese con il massimo rispetto; lo so per esperienza personale. È un vero leader di una grande potenza mondiale, un uomo di forte volontà, dotato di visione strategica e di una prospettiva globale, saldo nel difendere gli interessi nazionali. Per la Cina è eccezionalmente importante che una figura di tale calibro guida il Paese in questo momento cruciale negli affari internazionali.

Il presidente cinese è un esempio per il mondo di cosa dovrebbe essere oggi un dialogo rispettoso ed equo con partner esteri. In Russia apprezziamo profondamente l’impegno genuino del leader cinese nell’avanzare la nostra partenership complessiva e cooperazione strategica.

Cina e Unione Sovietica, principali teatri della guerra in Asia e in Europa, sostennero enormi sacrifici e diedero un contributo significativo alla vittoria nella lotta globale contro il fascismo.

Qual è, secondo te, l’importanza di preservare la memoria di quella Vittoria nel contesto internazionale odierno? Come dovrebbero Cina e Russia difendere insieme quella memoria storica in un momento in cui certe forze internazionali tentano di distorcerla?

Come ho già detto, quest’anno, insieme ai nostri amici cinesi, celebriamo l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica e della capitolazione del Giappone militarista, che segnarono la fine della Seconda Guerra Mondiale.

I popoli dell’Unione Sovietica e della Cina sopportarono il peso maggiore dei combattimenti e subirono le perdite più gravi. Furono i nostri cittadini a patire le sofferenze più atroci nella lotta contro gli invasori e a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta del nazismo e del militarismo.

Durante quelle dure prove si forgiarono le tradizioni più nobili di amicizia e mutuo soccorso, tradizioni che oggi costituiscono una solida base per le relazioni russo-cinesi.

Ricordo che già negli anni ’30, quando il Giappone intraprese in modo infido una guerra d’aggressione contro la Cina, l’Unione Sovietica stese una mano amica al popolo cinese.

Migliaia dei nostri ufficiali veterani prestarono servizio come consiglieri militari, aiutando a rafforzare l’esercito cinese e guidando le operazioni di combattimento. Piloti sovietici combatterono coraggiosamente al fianco dei loro fratelli d’armi cinesi.

Tra ottobre 1937 e giugno 1941, l’URSS fornì alla Cina 1.235 aerei, migliaia di pezzi d’artiglieria, decine di migliaia di mitragliatrici, oltre a munizioni, equipaggiamenti e rifornimenti.

La principale via di trasporto fu un corridoio terrestre attraverso l’Asia centrale fino allo Xinjiang, dove specialisti sovietici costruirono una strada in tempi record per garantire consegne ininterrotte.

Il resoconto storico non lascia alcun dubbio sulla scala e ferocia di quelle battaglie. Ricordiamo l’importanza dell’offensiva dei “Cento Reggimenti”, quando le forze comuniste cinesi liberarono un territorio con 5 milioni di abitanti dall’occupazione giapponese. Ricordiamo anche imprese impareggiabili da parte delle truppe e dei comandanti sovietici negli scontri con il Giappone presso il lago Khasan e il fiume Khalkhin Gol.

Nell’estate del 1939, il nostro leggendario comandante Georgy Zhukov ottenne la sua prima grande vittoria sulle steppe mongole, che in effetti prefigurò la successiva sconfitta dell’Asse Berlino–Tokyo–Roma.

Nel 1945, l’Operazione Strategica Offensiva della Manciuria ebbe un ruolo decisivo per liberare la Cina nord-orientale, alterare drasticamente la situazione in Estremo Oriente e rendere inevitabile la capitolazione del Giappone militarista.

In Russia non dimenticheremo mai che la resistenza eroica della Cina fu uno dei fattori cruciali che impedirono al Giappone di pugnalare alle spalle l’Unione Sovietica durante i mesi più bui del 1941–1942.

Ciò permise all’Armata Rossa di concentrare le sue forze sullo schiacciare il nazismo e liberare l’Europa.

La stretta cooperazione tra i nostri Paesi fu anche un elemento importante nella formazione della coalizione anti-Hitler, nel rafforzamento della Cina come grande potenza e nelle discussioni costruttive che plasmarono l’assetto postbellico e contribuirono a rivitalizzare il movimento anticoloniale.

È nostro sacro dovere onorare la memoria dei nostri connazionali che dimostrarono vero patriottismo e coraggio, sopportarono tutte le difficoltà e sconfissero nemici potenti e spietati.

Rinnoviamo il nostro profondo rispetto verso tutti i veterani e coloro che hanno dato la vita per la libertà delle generazioni future e per l’indipendenza dei nostri Paesi.

Siamo grati alla Cina per la sua attenta conservazione dei memoriali ai soldati dell’Armata Rossa caduti nelle battaglie per la liberazione della Cina.

Un atteggiamento tanto sincero e responsabile nei confronti del passato si contrappone nettamente alla situazione in alcuni Paesi europei, dove monumenti e tombe dei liberatori sovietici sono profanati in modo barbarico o distrutti, e fatti storici scomodi sono cancellati.

Vediamo che in certi Stati occidentali i risultati della Seconda Guerra Mondiale sono di fatto riveduti, e i verdetti dei tribunali di Norimberga e Tokyo sono apertamente ignorati.

Queste tendenze pericolose derivano da riluttanza ad ammettere la colpevolezza diretta dei predecessori delle élite occidentali odierne nell’innescare la guerra mondiale, e dalla volontà di cancellare pagine vergognose della propria storia, favorendo così revanscismo e neonazismo.

La verità storica è distorta e silenziata per adattarsi a agende politiche attuali. Il militarismo giapponese è riapparso sotto il pretesto di minacce immaginarie russe o cinesi, mentre in Europa, compresa la Germania, si compiono passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici.

Russia e Cina condannano con decisione qualsiasi tentativo di distorcere la storia della Seconda Guerra Mondiale, di glorificare nazisti, militaristi e loro complici, membri di squadre della morte o assassini, o di diffamare i liberatori sovietici.

I risultati di quella guerra sono sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e in altri strumenti internazionali.

Sono inviolabili e non soggetti a revisione.

Questa è la nostra posizione condivisa e incrollabile, insieme ai nostri amici cinesi.

La memoria della lotta congiunta dei popoli sovietico e cinese contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese è per noi un valore duraturo.

Vorrei ribadire che la partecipazione di Xi Jinping alle commemorazioni russe dell’80° anniversario della Grande Vittoria ha avuto un profondo significato simbolico. Per celebrare l’80° anniversario della Vittoria dell’URSS nella Grande Guerra Patriottica, della vittoria della Cina nella Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e della fondazione delle Nazioni Unite, abbiamo firmato una Dichiarazione Congiunta per approfondire ulteriormente il Partenariato Strategico di Coordinamento per una nuova era tra Cina e Russia.

Questo documento fornisce una risposta consolidata dei nostri Paesi ai tentativi di alcuni Stati di smantellare la memoria storica dell’umanità e di sostituire i solidi principi dell’ordine mondiale e del dialogo forgiati dopo la Seconda Guerra Mondiale con il cosiddetto “ordine basato sulle regole”.

Negli ultimi anni, la cooperazione pratica tra Cina e Russia in settori quali energia, agricoltura, produzione automobilistica e infrastrutture ha prodotto risultati positivi e portato a nuove scoperte, mentre il commercio bilaterale ha raggiunto livelli record. Come valuta lo stato attuale della cooperazione pratica tra Cina e Russia? Quali sono i vostri piani per promuovere ulteriormente una cooperazione di alta qualità e reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Russia?

Le relazioni economiche tra Russia e Cina hanno raggiunto un livello senza precedenti. Dal 2021, il commercio bilaterale è cresciuto di circa 100 miliardi di dollari. In termini di volume commerciale, la Cina è di gran lunga il principale partner della Russia, mentre lo scorso anno la Russia si è classificata al quinto posto tra i partner commerciali esteri della Cina.

Vorrei sottolineare che, mentre i dati commerciali sono denominati in dollari statunitensi, le transazioni tra Russia e Cina vengono effettuate in rubli e yuan, con la quota in dollari o in euro ridotta a una discrepanza statistica.

La Russia mantiene saldamente la sua posizione di principale esportatore di petrolio e gas verso la Cina.

Dall’entrata in funzione del gasdotto Power of Siberia nel 2019, le forniture cumulative di gas naturale hanno già superato i 100 miliardi di metri cubi.

Nel 2027, prevediamo di lanciare un’altra importante rotta del gas, la cosiddetta “Rotta dell’Estremo Oriente”. Stiamo inoltre collaborando efficacemente a progetti di GNL nella regione artica russa.

Continuiamo i nostri sforzi congiunti per ridurre le barriere commerciali bilaterali. Negli ultimi anni, è stata avviata l’esportazione di carne suina e bovina verso la Cina. Nel complesso, i prodotti agricoli e alimentari occupano un posto di rilievo nelle esportazioni russe verso la Cina.

I volumi degli investimenti bilaterali sono in crescita. Lo scorso anno, Russia e Cina hanno concordato un Piano aggiornato per la cooperazione bilaterale in materia di investimenti. Quest’anno è stato firmato un nuovo Accordo sulla promozione e la protezione reciproca degli investimenti. Progetti congiunti su larga scala sono in fase di attuazione in settori prioritari.

I nostri Paesi collaborano strettamente nell’industria. La Russia è uno dei principali mercati mondiali per le esportazioni di automobili cinesi.

Allo stesso tempo, la produzione viene localizzata in Russia non solo per le auto cinesi, ma anche per gli elettrodomestici. Insieme, stiamo costruendo impianti di produzione e infrastrutture ad alta tecnologia. Abbiamo anche progetti su larga scala nel settore dei materiali da costruzione.

In sintesi, la cooperazione economica, commerciale e industriale tra i nostri Paesi sta progredendo in molteplici settori. Durante la mia prossima visita, discuteremo sicuramente di ulteriori prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di nuove iniziative per intensificarla a beneficio dei popoli di Russia e Cina.

Quest’anno segna la conclusione degli anni di scambio culturale tra Cina e Russia. Durante questo periodo, i nostri Paesi hanno sviluppato un’ampia cooperazione nei settori dell’istruzione, del cinema, del teatro, del turismo e dello sport. Come valuta i risultati degli scambi e della cooperazione culturale e umanitaria tra Cina e Russia? Quali prospettive intravede per l’ulteriore promozione dei legami tra i popoli di Cina e Russia?

Le iniziative culturali e umanitarie bilaterali su larga scala contribuiscono in modo significativo a promuovere relazioni amichevoli.

L’Anno russo in Cina e l’Anno cinese in Russia (2006-2007) hanno riscosso un grande successo. I successivi anni tematici dedicati a Lingua, Turismo, Gioventù, Media, Cooperazione regionale, Sport, Scienza e Innovazione, lanciati in successione a partire dal 2009, hanno riscosso un’ampia risonanza pubblica.

Oggi, gli scambi culturali tra Russia e Cina continuano a svilupparsi dinamicamente. La Roadmap Russia-Cina per la cooperazione umanitaria fino al 2030, che comprende oltre 100 importanti progetti, viene costantemente implementata.

Vorrei sottolineare in particolare il successo dell’organizzazione degli Anni della Cultura Russia-Cina, tenutisi nel 2024-2025 in concomitanza con il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi. Il ricco e variegato programma ha riscosso un’accoglienza entusiastica sia in Russia che in Cina.

Vorrei anche sottolineare che la parte russa ha avviato l’International Song Contest Intervision, previsto per il 20 settembre di quest’anno, e siamo lieti che i nostri partner cinesi abbiano mostrato vivo interesse per questo progetto.

Istruzione e scienza rimangono ambiti di cooperazione particolarmente promettenti. La mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere.

Oggi, oltre 51.000 studenti cinesi studiano in Russia, mentre 21.000 studenti russi studiano in Cina. A maggio, il Presidente Xi e io abbiamo concordato che il 2026-2027 sarà designato come “Anni di istruzione Russia-Cina”.

Anche la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico e innovativo si sta espandendo, anche nella ricerca fondamentale e nei progetti di megascienza.

Ad esempio, l’Università Statale di Mosca e l’Università di Pechino prevedono di aprire un istituto congiunto per la ricerca fondamentale. Sosteniamo pienamente la creazione di laboratori moderni e centri avanzati in settori prioritari dell’alta tecnologia per rafforzare la sovranità tecnologica di Russia e Cina.

La produzione cinematografica è un altro vivace ambito di cooperazione.

A febbraio, il film d’avventura russo-cinese “Seta Rossa” è stato presentato in anteprima in Russia e ci aspettiamo che raggiunga presto il pubblico cinese. A maggio, è stato firmato a Mosca un Piano d’azione per la produzione cinematografica. Prevediamo l’uscita di molti nuovi film russo-cinesi nel prossimo futuro: film che promuoveranno sani principi morali e valori spirituali ed etici tradizionali, presentando al contempo resoconti veritieri di importanti eventi storici.

A tal fine, abbiamo anche lanciato una nuova iniziativa, l’Open Eurasian Film Award, una piattaforma cinematografica unica, libera da pregiudizi o intrighi politici.

Il turismo è un altro settore importante che vorrei sottolineare. I dati sono incoraggianti: entro la fine del 2024, i flussi turistici reciproci erano aumentati di 2,5 volte, raggiungendo i 2,8 milioni di persone.

Anche la cooperazione sportiva è stata produttiva. Siamo grati ai nostri partner cinesi per la loro partecipazione attiva agli eventi sportivi internazionali ospitati dalla Russia, tra cui gli innovativi Giochi del Futuro, i Giochi BRICS e molti altri.

La nazionale cinese era tra le delegazioni più numerose a queste competizioni. Crediamo fermamente che lo sport debba rimanere libero da qualsiasi politicizzazione.

Un altro ambito prioritario è la politica giovanile. Apprezziamo molto il lavoro coordinato dei principali media russi e cinesi e la nostra cooperazione tra archivi svolge un ruolo importante nella preservazione della verità storica.

È incoraggiante constatare che la cooperazione culturale e umanitaria bilaterale continui a guadagnare slancio. Questa è senza dubbio una dimensione strategica delle nostre relazioni, che contribuisce a costruire un’ampia base pubblica di amicizia, buon vicinato e comprensione reciproca.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), istituita congiuntamente da Cina e Russia, rappresenta un’importante piattaforma per una cooperazione regionale globale, fondamentale per garantire la pace, la stabilità e lo sviluppo nell’area eurasiatica.

La Cina detiene la presidenza di turno della SCO per il biennio 2024-2025 e la 25a riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO si terrà presto a Tianjin. Come valuta il ruolo costruttivo che la SCO ha svolto per oltre due decenni nel mantenimento della pace e della stabilità regionale e nella promozione dello sviluppo e della prosperità comuni? A suo avviso, in quali ambiti gli Stati membri dovrebbero rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione?

La fondazione della SCO nel 2001 ha incarnato l’aspirazione comune di Russia, Cina e degli stati dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) di costruire fiducia, amicizia e relazioni di buon vicinato e di promuovere la pace e la stabilità nella regione.

Nel corso degli anni, la SCO ha sviluppato un solido quadro giuridico e istituzionale, creando meccanismi che consentono un’efficace cooperazione in ambito politico, di sicurezza, commerciale e di investimento, nonché negli scambi culturali e umanitari.

Da allora, la sua adesione si è ampliata fino a includere India, Pakistan, Iran e Bielorussia, mentre i paesi partner e osservatori, che rappresentano la diversità politica, economica e culturale dell’Eurasia, sono attivamente impegnati in attività congiunte.

Il fascino della SCO risiede nei suoi principi semplici ma potenti: un fermo impegno nei confronti della sua filosofia fondante, l’apertura alla cooperazione paritaria, il non confronto con terze parti e il rispetto per le caratteristiche nazionali e l’unicità di ogni nazione.

Attingendo a questi valori, la SCO contribuisce a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare, fondato sul diritto internazionale, con il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite.

Un elemento fondamentale di questa visione globale è la creazione in Eurasia di un’architettura di sicurezza equa e indivisibile, anche attraverso uno stretto coordinamento tra gli Stati membri della SCO. Consideriamo il Partenariato Eurasiatico Maggiore, che collega le strategie di sviluppo nazionale, le iniziative di integrazione regionale e rafforza i legami tra la SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la CSI, l’ASEAN e altre organizzazioni internazionali, come il fondamento socio-economico di questa architettura.

Sono fiducioso che il vertice di Tianjin, insieme alla riunione della SCO Plus, segnerà una pietra miliare importante nella storia della SCO.

Sosteniamo pienamente le priorità dichiarate dalla presidenza cinese, che si concentrano sul consolidamento della SCO, sull’approfondimento della cooperazione in tutti i settori e sul rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sulla scena globale. Attribuiamo particolare importanza all’allineamento di questo lavoro con le misure concrete adottate durante la presidenza russa del Consiglio dei Capi di Governo della SCO. Sono fiducioso che, attraverso i nostri sforzi congiunti, daremo nuovo slancio alla SCO, modernizzandola per soddisfare le esigenze del momento.

Come ha ripetutamente sottolineato il Presidente Xi Jinping, la Cina è pronta a collaborare strettamente con la Russia per rafforzare il sostegno reciproco attraverso le piattaforme multilaterali, tra cui l’ONU, la SCO e i BRICS, per salvaguardare gli interessi di sviluppo e sicurezza di entrambe le nazioni, unire il Sud del mondo e promuovere un ordine internazionale più equo e razionale. Come valuta la cooperazione tra Cina e Russia all’interno di questi quadri multilaterali?

A suo avviso, in quali ambiti Cina e Russia possono stabilire nuovi parametri di riferimento nella governance globale, in particolare per quanto riguarda settori emergenti come il cambiamento climatico, la governance dell’intelligenza artificiale e la riforma dell’architettura di sicurezza globale?

La cooperazione tra Russia e Cina in ambito multilaterale è un pilastro fondamentale delle nostre relazioni bilaterali e svolge un ruolo fondamentale negli affari globali.

I nostri scambi su questioni internazionali critiche hanno ripetutamente dimostrato che Mosca e Pechino condividono ampi interessi comuni e opinioni sorprendentemente simili su questioni fondamentali.

Siamo uniti nella nostra visione di costruire un ordine mondiale giusto e multipolare, con particolare attenzione alle nazioni della Maggioranza Globale.

Il partenariato strategico Russia-Cina funge da forza stabilizzatrice.

In quanto due potenze leader in Eurasia, non possiamo rimanere indifferenti alle sfide e alle minacce che il nostro continente e il mondo intero si trovano ad affrontare.

Questa questione è al centro del nostro dialogo politico bilaterale. Il concetto russo di creare uno spazio comune di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia è in stretta sintonia con l’Iniziativa per la Sicurezza Globale del Presidente Xi Jinping.

L’interazione tra Russia e Cina alle Nazioni Unite ha raggiunto un livello senza precedenti, riflettendo pienamente lo spirito di partenariato globale e cooperazione strategica. Entrambi i Paesi attribuiscono particolare importanza al Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, un meccanismo fondamentale per il consolidamento del Sud del mondo.

Tra i suoi principali risultati figura la risoluzione “Eradicazione del colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 2024.

Russia e Cina sostengono la riforma dell’ONU affinché ripristini pienamente la sua autorità e rifletta le realtà moderne. In particolare, sosteniamo la necessità di rendere il Consiglio di Sicurezza più democratico, includendo Stati di Asia, Africa e America Latina. Qualsiasi riforma di questo tipo deve, tuttavia, essere affrontata con la massima cautela.

La stretta cooperazione tra Mosca e Pechino ha influenzato positivamente il lavoro dei principali forum economici, tra cui il G20 e l’APEC.

All’interno del G20, insieme alle nazioni che condividono gli stessi ideali, e in particolare ai membri dei BRICS, abbiamo riorientato l’agenda verso questioni di reale importanza per la maggioranza globale, rafforzato il formato includendo l’Unione Africana e approfondito le sinergie tra G20 e BRICS.

Quest’anno, i nostri amici sudafricani detengono la presidenza del G20. Grazie ai loro sforzi, contiamo di consolidare i risultati raggiunti dal Sud del mondo e di consolidarli come fondamento per la democratizzazione delle relazioni internazionali. All’interno dell’APEC, si prevede che la presidenza cinese nel 2026 darà nuovo impulso all’impegno tra Russia e Cina.

Stiamo lavorando a stretto contatto con la Cina all’interno dei BRICS per ampliare il suo ruolo di pilastro fondamentale dell’architettura globale. Insieme, promuoviamo iniziative volte ad ampliare le opportunità economiche per gli Stati membri, inclusa la creazione di piattaforme comuni per il partenariato in settori strategici. Prestiamo particolare attenzione alla mobilitazione di risorse aggiuntive per progetti infrastrutturali critici.

Siamo uniti nel rafforzare la capacità dei BRICS di affrontare le urgenti sfide globali, condividere visioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumere una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale.

Insieme ai nostri partner cinesi, sosteniamo la riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siamo uniti nell’idea che un nuovo sistema finanziario debba basarsi sull’apertura e sulla vera equità, garantendo a tutti i Paesi un accesso equo e non discriminatorio ai suoi strumenti e riflettendo la reale posizione degli Stati membri nell’economia globale.

È essenziale porre fine all’uso della finanza come strumento di neocolonialismo, che va contro gli interessi della maggioranza globale.

Al contrario, cerchiamo il progresso a beneficio di tutta l’umanità.

Sono fiducioso che Russia e Cina continueranno a lavorare insieme per raggiungere questo nobile obiettivo, allineando i nostri sforzi per garantire la prosperità delle nostre grandi nazioni.

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01/09/2025

Il “resto del Mondo” cerca un altro ordine internazionale

C’è qualcosa di irresistibilmente comico nel leggere i titoli con cui giornali e tv europee provano a “coprire” il vertice dello SCO (Oragnizzazione per la Cooperazione di Shangai) che si è aperto a Tianjin, la città portuale più vicina a Pechino.

In tanti, all’unisono, giocano su una frase-immagine: “tutti alla corte di Xi Jinping”, con variazioni minime per non creare l’“effetto Minculpop”.

Comprensibile che un giornalismo cortigiano immagini leader di nazioni miliardarie (per popolazione, come l’India), o per le dimensioni delle risorse, come dei questuanti il cui sogno nella vita è l’essere accolti nelle grazie di qualche potente. Quasi una confessione antropologica, più che un’analisi dei fatti... 

È del resto una tecnica narrativa piuttosto comune: se non si può ignorare un evento ritenuto negativo per il proprio campo, bisogna ridurne l’importanza, minimizzarlo, “normalizzarlo”. Si può fare con un genocidio, figuriamoci se non si può tentare anche con un più banale vertice internazionale.

È una tecnica che espone a figuracce, certo. Accade per esempio al Sole 24 Ore che la chiama “la ‘Nato alternativa’ che riunisce 26 leader euroasiatici sotto l’ombrello cinese”, ignorando in un colpo solo sia che le questioni di sicurezza militare non fanno parte di questo formato, sia la presenza di capi di stato o di governo di quasi tutti i continenti.

Tanto da far scrivere ad altri, altrettanto preoccupati, che “qui c’è tutto il resto del mondo, meno gli occidentali”. Cogliendo, se non altro, la dimensione strategica dell’incontro, che si presenta come il più grande nella storia dello SCO (i membri storici sono ancora soltanto dieci: Cina, Russia, India, Pakistan, Iran, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, ma che insieme rappresentano il 40% della popolazione mondiale), con oltre 20 leader stranieri e 10 responsabili di organizzazioni internazionali. Con in testa il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, mai come negli ultimi anni snobbato proprio dagli occidentali.

Tanto più che quasi tutti i partecipanti si sposteranno poi a Pechino per le celebrazioni dell’80° anniversario della vittoria cinese contro l’invasore giapponese, nella Secondo Guerra Mondiale, che non è un appuntamento puramente retorico o propagandistico.

Contrariamente a quanto riporta la normale narrazione euro-atlantica, in effetti, il grosso dello sforzo militare nipponico era concentrato qui. All’apice della guerra, nel 1941, l’Esercito Imperiale Giapponese aveva schierato in Cina e Manciuria circa 2-2,5 milioni di soldati (su un totale di circa 3,1 milioni). Mentre “solo” mezzo milione era sparso sul fronte del Pacifico, contro statunitensi, inglesi, australiani e altri alleati minori.

Al di là degli innumerevoli incontri bilaterali (gli unici su cui si focalizza l’attenzione dei media nostrani sono ovviamente quelli tra Xi, Putin, l’indiano Modi, peraltro già insieme nei BRICS+), giova forse ricordare che il “focus” della discussione è la costruzione di un modello di relazioni internazionali alternativo a quello statunitense, non più fondato su “egemonia e contenimento” – inevitabilmente gerarchico, competitivo e in ultima analisi produttore di guerre – ma sull’“interdipendenza e la cooperazione multilaterale”. Tra pari, anche se con regimi economici e politici differenti, com’è logico che sia in virtù di società e storie differenti.

E del resto «Dobbiamo sostenere una transizione egualitaria e ordinata verso un mondo multipolare e una globalizzazione economica inclusiva, oltre a promuovere la nascita di un sistema di governance globale più giusto ed equo», ha detto Xi aprendo i lavori del vertice, criticando implicitamente – senza far nomi – «l’egemonismo e la politica della forza» che segnano «un mondo attraversato da turbolenze e cambiamenti».

Non si tratta di un approccio del tutto nuovo, e riecheggia infatti qualcosa del “movimento dei non allineati”. Ma è chiaro che le guerre in atto – volute dal fronte occidentale, sia in Ucraina che con il genocidio dei palestinesi – richiedono un livello di cooperazione superiore e “non competitivo”. Un altro “ordine internazionale”, insomma, senza “bulli” pronti a menar le mani con i più deboli.

Compito complicato, certamente, ma non fuori portata o insensato, viste le ben scarse alternative. Se si seguissero gli zombie decerebrati dell’Unione Europea, per esempio, non resterebbe molto all’“ora zero” dell’umanità.

Naturalmente stiamo parlando di un ordine internazionale nel modo di produzione esistente, non del “socialismo”. Ma un ordine tendenzialmente pacifico (nell’assenza di guerre future è difficile credere...) merita qualche attenzione in più, quale che sia il possibile – o sperato – assetto futuro del paese in cui si vive, lotta, manifesta.

Vedremo i risultati, nei prossimi giorni.

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16/07/2025

Shangai Cooperation Organization, innanzitutto, la sicurezza collettiva

Si è svolto ieri a Tianjin, non molto lontano da Pechino, il vertice dei ministri degli Esteri dei paesi membri della Shangai Cooperation Organization (SCO), una delle organizzazioni ‘regionali’ che ha assunto ormai un ruolo centrale negli equilibri del mondo multipolare. Fosse anche solo per il fatto che, pur con soli 10 membri, copre sostanzialmente quasi tutta l’Asia (e non solo).

Oltre a Cina, Russia e repubbliche centro-asiatiche, ne fanno parte anche India, Pakistan, Iran e Bielorussia. La SCO è una di quelle realtà di dialogo che rappresentano un forum alternativo a quelli egemonizzati dall’Occidente per ciò che riguarda la cooperazione economica, culturale, ma anche quella sulla sicurezza.

Xi Jinping, facendo gli onori di casa del Dragone che ha la presidenza annuale, ha accolto i diplomatici dei paesi SCO, in questo incontro preparatorio del summit annuale che si avrà tra il 31 agosto e il 1° settembre di quest’anno, sempre a Tianjin. Il presidente cinese ha posto l’accento sull’importanza della collaborazione con i vicini, per far fronte anche alle sfide di un mondo sempre più turbolento.

Oltra ad aver chiamato a un miglior allineamento delle politiche di sviluppo, con esplicito riferimento alla Belt and Road Initiative, si è anche espresso nettamente contro le politiche egemoniche e ‘bullistiche’, ovvero quelle dei dazi per esempio, anche se non nominate. Ha parlato chiaramente di politiche atte a promuovere un mondo multipolare più equo ed equilibrato.

Riguardo al ‘bullismo’ internazionale ha parlato il ministro russo Lavrov, commentando – al posto di Putin, che per ora non ha preso parola sull’argomento – le affermazioni di Trump. Il tycoon ha dato altri 50 giorni per risolvere la crisi ucraina, prima di implementare nuove e dure sanzioni contro Mosca.

In maniera anche un po’ ironica, Lavrov ha fatto presente che messaggi del genere ce ne sono stati tanti, e la Russia sopravviverà anche a questi. Ma, in maniera anche pragmatica, ha detto che al Cremlino vogliono capire concretamente cosa può essere messo in campo in questi due mesi. Lavrov ha tirato la stoccata dicendo sono UE e NATO che vogliono proseguire il conflitto, e Trump è sotto pressione.

Il ministro russo e Xi Jinping si sono incontrati in un faccia a faccia, a margine del vertice, discutendo vari argomenti, tra cui la visita di Putin in occasione del summit del 31 agosto-1° settembre. Lavrov ha ricordato che, con l’occasione, si festeggerà la ricorrenza degli 80 anni della sconfitta dell’imperialismo giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

Come era già successo per le commemorazioni riguardanti il fronte europeo, Mosca sottolinea la lotta al nazismo come elemento che deve essere ricordato, soprattutto mentre la sua campagna in Ucraina si caratterizza per la volontà di ‘denazificazione’. Ma tali parole sono un chiaro riferimento anche alle dichiarazioni giapponesi commentate il giorno stesso portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian.

Tokyo ha appena pubblicato il suo nuovo Libro bianco sulla Difesa, nel quale si afferma che la Cina può compromettere seriamente la sicurezza nazionale del paese del Sol Levante. Il governo guidato da Shigeru Ishiba avrebbe persino autorizzato l’abbattimento di qualsiasi velivolo senza pilota (di droni, in sostanza) nei cieli nipponici.

Se ci si aggiunge il fatto che il Financial Times ha ultimamente pubblicato informazioni che sembrano confermare una certa pressione da parte di Washington sugli alleati del Pacifico, Giappone e Australia, per sapere il comportamento in caso di escalation col Dragone intorno a Taiwan, si capisce meglio perché Lavrov abbia voluto ricordare gli 80 anni dalla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale.

Ma non è stata solo la presenza di Lavrov ad animare il vertice. Per la prima volta da cinque anni a questa parte, il ministro degli Esteri dell’India si è recato in Cina. Un messaggio importante dopo le pesanti tensioni al confine tra i due paesi scoppiate nel maggio 2020 e continuate a fasi alterne nei successivi anni.

Infine, la figura di Araghchi Abbas, ministro degli Esteri di Teheran, è stata al centro di molte attenzioni. Le sue proposte sono state certo le più interessanti dell’incontro: istituire un centro studi per il contrasto alle sanzioni unilaterali, l’approfondimento dell’integrazione sia mediatica sia culturale per contrastare le narrazioni e la guerra cognitiva occidentale, e soprattutto la creazione di un Forum regionale per la sicurezza della SCO.

“Formare – ha detto Araghchi – un meccanismo permanente per monitorare, documentare e coordinare risposte ad aggressioni militari, atti di sabotaggio, terrorismo di stato e violazioni della sovranità nazionale degli stati membri”. Il pensiero è diretto ovviamente a come Teheran abbia dovuto affrontare senza tutele gli attacchi israeliani e statunitensi.

Ma una proposta del genere ha una portata dirompente, perché significa legare in un meccanismo di difesa comune buona parte dell’Asia. Una garanzia ulteriore contro attacchi illegali, ma un passo che potrebbe essere visto da molti come una sorta di NATO alternativa, seppur non ai livelli di impegno bellico dell’alleanza atlantica.

Staremo a vedere fino a dove arriveranno questi sforzi, soprattutto perché è difficile pensare a un accordo del genere tra dieci paesi con politiche estere spesso contrastanti.

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18/06/2025

L'attacco all'Iran è un attacco alla Cina

Buongiorno da Shanghai da Michelangelo Cocco

Nel quinto giorno di guerra tra Israele e Iran, ieri Xi Jinping ha fatto sentire la sua voce. A margine del vertice di Astana con i paesi dell’Asia centrale, il presidente cinese ha dichiarato:
Tutte le parti interessate dovrebbero adoperarsi per una de-escalation del conflitto il prima possibile ed evitare un’ulteriore escalation delle tensioni. La Cina è pronta a collaborare con tutte le parti per svolgere un ruolo costruttivo nel ripristino della pace e della stabilità in Medio Oriente.

Le azioni militari di Israele contro l’Iran hanno portato a un’improvvisa escalation delle tensioni in Medio Oriente, che preoccupa profondamente la Cina. Ci opponiamo a qualsiasi azione che violi la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale di altri paesi. Il conflitto militare non è la soluzione ai problemi e l’aumento delle tensioni regionali non è in linea con gli interessi collettivi della comunità internazionale.
Con questa dichiarazione il segretario generale del partito comunista cinese ha inteso sottolineare:

- la “sacralità” del principio di sovranità, del quale un attacco, non provocato, a un altro paese, come quello israeliano all’Iran (ma anche quello all’Ucraina di un quasi-alleato della Cina, la Russia, ndr), rappresentano la violazione più grave e lampante;

- la disponibilità della Cina a svolgere un ruolo attivo per favorire una immediata de-escalation tra Iran e Israele: ancora una volta, in una grave crisi internazionale, Pechino si presenta come paciera, mentre Washington si è schierata con Israele.

Nello stesso tempo il governo di Pechino ha intensificato gli sforzi per l’evacuazione di cittadini cinesi dall’Iran e da Israele, nel timore che il conflitto possa prolungarsi.

A marzo, Cina, Iran e Russia hanno condotto la loro quinta esercitazione militare congiunta – “Maritime Security Belt 2025” – nel Golfo di Oman che collega lo Stretto di Hormuz all’Oceano indiano, attraverso il quale passa oltre un quarto del greggio esportato nel mondo via mare, che dal Golfo Persico va a soddisfare soprattutto la sete di energia della Cina. Un traffico vitale che la guerra mette in pericolo, facendo salire il prezzo del petrolio.

Quel war game aveva messo in risalto il rafforzamento della cooperazione anche militare tra Pechino, Tehran e Mosca. La Repubblica popolare cinese e la Repubblica islamica sono legate da una partnership strategica. Tuttavia i rapporti economici sono marginali rispetto a quelli che la Cina ha con altri paesi: nel 2024, complessivamente 13,3 miliardi di dollari di interscambio mentre, ad esempio, l’anno scorso quello con la Russia è stato di circa 20 volte superiore (245 miliardi di dollari). Il greggio iraniano viene re-importato attraverso la Malesia per aggirare le sanzioni internazionali, ma Tehran non è che uno dei tanti fornitori della Cina.

Per quanto riguarda i legami politici, con l’allargamento del 1° gennaio 2024, l’Iran è entrata a far parte del gruppo di paesi Brics, mentre dall’anno precedente è membro della Shanghai Cooperation Organization (Sco), l’istituzione di cooperazione e sicurezza centro-asiatica a guida sino-russa.

Prima e dopo l’attacco israeliano scattato venerdì scorso, Pechino ha manifestato con decisione la sua contrarietà all’escalation. Il 12 giugno la Cina ha votato contro la risoluzione con la quale il board dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha condannato l’Iran per non aver rispettato i suoi obblighi di non proliferazione nucleare.

Il 14 marzo scorso Cina, Iran e Russia si erano riunite a Pechino proprio per discutere del programma nucleare iraniano, che, secondo Tehran, è a fini esclusivamente civili. In quella occasione il vice ministro degli esteri, Ma Zhaoxu, aveva dichiarato che «le parti interessate dovrebbero impegnarsi a eliminare le cause profonde della situazione attuale e ad abbandonare le sanzioni, le pressioni e le minacce di forza».

Pechino è interessata a mantenere la stabilità nella regione mediorientale, che non si limita più a fornire alla Cina la maggior parte delle sue importazioni di greggio. Negli ultimi anni il commercio bilaterale e gli investimenti ne e dalla regione sono aumentati a tal punto che, per i paesi del Golfo, si è parlato di “Pivot to Asia”, in quanto:

- sono cresciuti gli investimenti in questi paesi, che vogliono dipendere meno dalle esportazioni di oro nero, nonché i loro investimenti in Cina;

- è aumentato il commercio bilaterale con la Cina;

- il flusso di greggio verso la Cina si è mantenuto costante, malgrado il rallentamento della crescita della seconda economia del pianeta.

Secondo il think tank britannico Asia House, nel 2027 il commercio della Cina con i paesi del Golfo supererà quello con i paesi occidentali. Il commercio totale tra la Cina e l’intera regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) ha raggiunto i 505 miliardi di dollari nel 2022, con un incremento del 76 per cento in 10 anni.

Si tratta di un trend molto evidente in Cina, dove nelle comunità di stranieri nell’era post-Covid si è dimezzata la presenza degli occidentali mentre è cresciuta costantemente quella di businessman, lavoratori e studenti del Sud globale (inclusa l’area Mena).

L’area Mena è rientrata a pieno titolo nel quadro della più complessiva competizione tra Cina e Stati Uniti. E la crisi iraniana, fino all’attacco di Israele, ha rappresentato per la Cina un’opportunità per bissare il successo diplomatico del 10 marzo 2023, quando Iran e Arabia Saudita riallacciarono ufficialmente le relazioni diplomatiche sotto l’egida di Pechino proprio nella capitale cinese.

Sia la Cina sia la Russia – entrambe potenze nucleari – sono interessate infatti a impedire che anche l’Iran entri nel club dell’atomica, e dunque si sono proposte come mediatrici.

La Cina ha sempre sostenuto l’accordo nucleare del 2015, il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA). Il patto, originariamente negoziato tra tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e Teheran, pone una serie di limiti al programma nucleare iraniano che, sostanzialmente, dovrebbe essere limitato, controllato e non a scopi militari.

Pechino ha criticato il ritiro degli Stati Uniti dal patto l’8 maggio 2018 (durante la prima amministrazione Trump), opponendosi anche alle sanzioni americane contro l’Iran, mentre Teheran si è allontanata dai suoi impegni nucleari in seguito al ritiro degli Stati Uniti.

Da quando è ritornato alla Casa bianca, Trump ha ripreso la sua campagna di “massima pressione”, chiedendo al tesoro statunitense di imporre sanzioni all’Iran e di intensificarne l’applicazione. La scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato a Fox News di aver scritto alla guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, aggiungendo: «Ci sono due modi per gestire l’Iran: militarmente o con un accordo. Preferirei un accordo, perché non ho intenzione di danneggiare l’Iran».

E ieri Trump ha chiesto una «resa senza condizioni» dell’Iran, minacciando di colpire Khamenei, del quale – ha sostenuto – gli Stati Uniti conoscono il nascondiglio, ma che, “per ora”, non sarebbero intenzionati a uccidere. Un atteggiamento da far west che – come ha sottolineato Xi – “preoccupa profondamente” la Cina, non tanto per i toni, che sono quelli abituali di Trump, quanto per il caos che può diffondere nell’intera regione.

Di fronte alla volontà del governo presieduto da Benjamin Netanyahu di attaccare l’Iran col sostegno dell’amministrazione Trump, la reazione ufficiale cinese è stata dura. Venerdì, Fu Cong, l’ambasciatore cinese presso le Nazioni Unite, ha condannato gli attacchi di Israele, esortandolo a «cessare immediatamente ogni avventurismo militare». Il giorno successivo il ministro degli esteri, Wang Yi, ha chiamato il suo omologo Gideon Saar, al quale ha detto che «tali azioni sono particolarmente inaccettabili mentre la comunità internazionale sta ancora cercando una soluzione politica alla questione nucleare iraniana». Ma al quale ha anche offerto la mediazione di Pechino.

Sabato la Sco ha denunciato in un comunicato che gli attacchi israeliani «hanno gravemente violato i princìpi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, hanno minato la sovranità dell’Iran, la sicurezza regionale e internazionale e hanno avuto un grave impatto sulla pace e la stabilità globale».

Dopo l’eliminazione di diversi leader iraniani nei raid israeliani, i media ufficiali cinesi riferiscono di questo ennesimo conflitto mediorientale con grande prudenza, dando più spazio ad altre notizie di rilievo evidentemente minore.

Il timore di perdere l’Iran degli ayatollah, un partner che dopo la caduta di Saddam Hussein – buttato già dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 – si è affermato come una potenza regionale, è grande. Nello stesso tempo Pechino deve bilanciare la difesa dei suoi interessi nell’area con i suoi rapporti bilaterali con gli Stati Uniti, puntando a un raffreddamento dello scontro commerciale e del complesso delle tensioni con la potenza che più teme e con la quale è in atto una partita globale.

La discesa in campo di Trump con le sue minacce a Tehran e il rafforzamento del dispositivo militare Usa a ridosso dell’Iran hanno tolto spazio ai tentativi negoziali di Pechino, per cui il rapporto con Washington viene prima di tutto.

È chiaro però che, dopo gli omicidi da parte di Israele di numerosi suoi leader, sulla Repubblica islamica incombe lo spettro del “regime change”, massima violazione di quel principio di “sovranità” che (assieme alla specifica rivendicazione di sovranità su Taiwan, attraverso il principio “Una sola Cina”) il Partito comunista cinese promuove come “sacro” e inviolabile (in qualsiasi condizione), a tutela del governo del partito unico, ininterrotto dalla vittoria maoista del 1949.

Nel momento in cui Israele e gli Stati Uniti sembrano voler infrangere questo “tabù” anche nei confronti di una potenza regionale, nata anch’essa da una rivoluzione, quella khomeinista del 1979, di fronte a un simile deterioramento del quadro internazionale, alla Cina non resta che continuare con la sua strategia, che si articola su tre fronti:

- denuncia negli organismi internazionali della violazione del principio di sovranità da parte di Israele e critica al sostegno statunitense;

- tentativo di rafforzamento del suo ruolo di “potenza responsabile” agli occhi del Sud globale e dei suoi governi interessati a un’alternativa al Washington consensus;

- riarmo accelerato: la crescita del bilancio per la difesa di oltre il 7 per cento negli ultimi quattro anni (sempre maggiore di quella del prodotto interno lordo) e l’appello, ripetuto più volte dal 2019, da parte di Xi Jinping, a costruire un esercito «pronto a combattere, capace di combattere e in grado di vincere la guerra» servono proprio a scoraggiare l’idea che un giorno il governo della Repubblica popolare cinese possa essere attaccato come quello iraniano.

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23/10/2024

I BRICS, il Sud globale, la nuova geopolitica mondiale

Il 16° vertice BRICS+ si terrà dal 22 al 24 ottobre a Kazan, in Russia. Al vertice parteciperanno i cinque Paesi aggiuntisi recentemente: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Iran ed Etiopia. La nuova alleanza BRICS+, composta da 10 membri, definirà gli ampi orientamenti del gruppo per un partenariato più forte che sta trasformando radicalmente la geopolitica globale.

Circa 59 Paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’Europa dell’Est e dell’America Latina hanno espresso il loro interesse ad aderire al BRICS+, tra cui la Turchia, un dato considerevole visto che la Turchia è membro della NATO e aspira ad entrare nell’Unione Europea.

Altri candidati ad aderire al BRICS+ sono Venezuela, Colombia, Bolivia, Cuba, Honduras, Bielorussia, Indonesia, Thailandia, Malesia, Kazakistan, Algeria, Kuwait, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Gabon e Serbia.

Le candidature di Venezuela, Colombia, Honduras e Bolivia, in particolare, rappresentano una grave battuta d’arresto per gli Stati Uniti, che stanno perdendo influenza nel loro ex “cortile di casa”.

Nel 2023, il commercio all’interno dei BRICS è aumentato significativamente e si prevede che raggiungerà i 500 miliardi di dollari entro il 2024. L’iniziativa chiave dei BRICS è il progetto di de-dollarizzazione, per ridurre la loro dipendenza dal dollaro statunitense favorendo l’uso delle proprie valute. Cina e Russia stanno guidando gli sforzi con azioni concrete per realizzare questo progetto.

Cinque Paesi esportatori di petrolio fanno ora parte dei BRICS+. Se queste nazioni decidessero di richiedere il pagamento del petrolio in valuta locale, l’impatto sul dollaro potrebbe essere molto significativo. Ciò rafforzerebbe l’autonomia dei BRICS nella finanza internazionale e ridurrebbe la loro dipendenza dal dollaro e dai sistemi finanziari occidentali come lo SWIFT. Le discussioni si stanno trasformando in azioni concrete, consentendo l’uso delle valute dei BRICS o addirittura di una possibile nuova valuta comune.

Questo sviluppo è un elemento chiave dell’agenda BRICS+ 2024, che mira a rafforzare il loro ruolo sulla scena finanziaria globale. È in corso lo sviluppo di una piattaforma di pagamenti digitali multilaterali BRICS Bridge, volta a migliorare l’efficienza del sistema commerciale tra i membri.

I Paesi del Sud globale stanno manifestando la volontà di creare un ordine finanziario alternativo che permetta di bypassare sia il FMI che il dollaro grazie, in particolare, alla Nuova Banca di Sviluppo BRICS+ – attualmente diretta da Dilma Rousseff – che ha tutte le condizioni per diventare la grande banca del Sud globale perché presterà denaro con la prospettiva di aiutare i Paesi e non di soffocarli.

Recentemente, anche Vladimir Putin ha avanzato l’idea di costruire un Parlamento dei BRICS. Tale Parlamento, una sorta di ONU alternativa, permetterebbe di trasformare il BRICS+ in un’organizzazione con la vocazione di sfidare e compensare lo squilibrio che esiste oggi all’interno delle Nazioni Unite.

I BRICS stanno anche rafforzando i legami con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), fondata nel 2001 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, a cui si sono aggiunti India e Pakistan nel 2016, Iran nel 2021 e Bielorussia nel 2024. La OSC mira a garantire la sicurezza collettiva contro il terrorismo, l’estremismo e il separatismo.

L’attrattiva dei BRICS si fa sentire anche in Europa, dove Paesi come la Serbia aspirano all’adesione ai BRICS+ e all’UE allo stesso tempo. Alcuni membri dell’UE desiderano esplorare le opportunità di collaborazione con i BRICS. Ad esempio, per quanto riguarda l’Africa, ritengono che sarebbe importante esplorare le sinergie tra gli aiuti europei e l’assistenza dei BRICS, nel rispetto dei principi di non interferenza e dell’identità culturale e politica dei Paesi africani. Tale cooperazione potrebbe offrire promettenti opportunità per partenariati costruttivi tra l’UE e i BRICS.

I BRICS sono la punta di diamante di quello che chiamiamo il Sud globale, cioè i Paesi precedentemente chiamati “Terzo Mondo”, dove vivono tre quarti dell’umanità, le principali vittime degli effetti dannosi della globalizzazione, ma che possiedono la maggior parte della diversità genetica del pianeta, specie uniche ed ecosistemi fragili e che rifiutano di allinearsi con l’uno o l’altro dei potenti Nord globali, l’altro nome dell’Occidente.

Il denominatore comune tra questi Paesi è il loro precedente status di colonie o protettorati di alcuni Paesi del Nord globale. In questo senso, l’emergere del Sud globale è in linea con la Conferenza Tricontinentale tenutasi all’Avana nel 1966. Il Sud globale mette in discussione l’attuale ordine mondiale.

Il trattamento molto diverso riservato dal Nord globale alla Russia e a Israele durante gli attuali conflitti in Ucraina e a Gaza, rispettivamente, suscita un senso di protesta tra i Paesi del Sud globale: la convinzione che l’Occidente non applichi le stesse regole ovunque e mostri un profondo cinismo.

L’ascesa dei BRICS+ e, più in generale, dell’intero Sud globale non può più essere ignorata. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali sono profondamente preoccupati dall’ascesa di queste nuove potenze che sfidano l’ordine mondiale dominato – per cinque secoli – dall’Occidente e rifiutano, in particolare, l’egemonia e le ambizioni unipolari di Washington.

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21/10/2024

I fattori geoeconomici della sinergia OCS-BRICS+

Una settimana prima del vertice estremamente cruciale dei BRICS+ a Kazan, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) ha tenuto un vertice a Islamabad.

Questa convergenza è importante sotto più aspetti. Il vertice in Pakistan ha coinvolto il Consiglio dei capi di governo degli Stati membri della OCS. Ne è scaturito un comunicato congiunto che sottolinea la necessità di attuare le decisioni prese al vertice annuale della OCS lo scorso luglio ad Astana: è lì che si sono riuniti i capi di Stato, tra cui il nuovo membro a pieno titolo, l’Iran.

La Cina, dopo la presidenza a rotazione della OCS dello stretto alleato Pakistan – ora sotto un’amministrazione poco raccomandabile e pienamente appoggiata dai militari che tengono in carcere l’ex primo ministro Imran Khan, molto popolare – ha ufficialmente assunto la presidenza della OCS per il 2024-2025. E la questione in gioco, come prevedibile, sono gli affari.

Il motto della presidenza cinese è – senz’altro – “azione”. Così Pechino non ha tardato a promuovere ulteriori e più rapide sinergie tra la Belt and Road Initiative (BRI) e l’Unione economica euroasiatica (UEE), la cui potenza predominante è la Russia.

La partnership strategica tra Russia e Cina ha fatto avanzare rapidamente i corridoi economici trans-eurasiatici. E questo ci porta a un paio di sottotrame chiave della connettività che sono state protagoniste del vertice di Islamabad.

A cavallo della steppa

Cominciamo con l’affascinante “Strada della Steppa”, un’idea mongola che si sta concretizzando in un corridoio economico potenziato. La Mongolia è un osservatore della OCS, non un membro a pieno titolo: le ragioni sono piuttosto complesse. Tuttavia, il primo ministro russo Mikhail Mishustin ha parlato della Strada della Steppa con i suoi interlocutori della OCS.

I mongoli hanno proposto già nel 2014 l’idea di una “Taliin Zam” (“Strada della Steppa” in mongolo), contenente ben “Cinque Grandi Passaggi”: un labirinto di infrastrutture di trasporto ed energetiche da costruire con investimenti per almeno 50 miliardi di dollari.

Si tratta di una superstrada transnazionale di 997 km che collegherà la Russia alla Cina; 1.100 km di infrastrutture ferroviarie elettrificate; l’espansione della ferrovia trans-mongola – già in funzione – da Sukhbaatar, nel nord, a Zamyn-Uud, nel sud; e naturalmente il Pipelineistan, ovvero i nuovi oleodotti e gasdotti che collegheranno Altanbulag, nel nord, a Zamyn-Uud.

Il primo ministro mongolo Oyun-Erdene Luvsannamsrai è stato entusiasta come Mishustin, annunciando che la Mongolia ha già finalizzato 33 progetti della Strada della Steppa.

Questi progetti si allineano perfettamente con il Corridoio Trans-Eurasiatico della Russia, un labirinto di connettività che comprende la Ferrovia Transiberiana, la Ferrovia Trans-Manchuriana, la Ferrovia Trans-Mongolica e la Baikal Amur Mainline (BAM).

A luglio, in occasione del vertice OCS, Putin e il presidente mongolo Ukhnaagiin Khurelsukh hanno discusso a lungo dei punti strategici più sottili della logistica eurasiatica.

Poi Putin ha visitato la Mongolia all’inizio di settembre per l’85° anniversario della vittoria congiunta sovietico-mongola sui giapponesi, al fiume Khalkhin Gol. Putin è stato accolto come una rockstar.

Tutto ciò ha perfettamente senso dal punto di vista strategico. Il confine tra Russia e Mongolia è lungo 3.485 km. L’URSS e la Repubblica Popolare Mongola hanno stabilito relazioni diplomatiche oltre un secolo fa, nel 1921. Hanno collaborato a progetti chiave come il gasdotto trans-mongolo – un altro collegamento Russia-Cina – la modernizzazione della joint venture ferroviaria di Ulaanbaatar, la fornitura di carburante da parte della Russia al nuovo aeroporto internazionale di Chinggis Khaan e la costruzione di una centrale nucleare da parte di Rosatom.

La Mongolia possiede la proverbiale ricchezza di risorse naturali, dai minerali di terre rare (le riserve potrebbero raggiungere la sorprendente cifra di 31 milioni di tonnellate) all’uranio (riserve potenziali di 1,3 milioni di tonnellate). Anche se applica il cosiddetto approccio del “Terzo Vicino”, la Mongolia deve mantenere un attento gioco di equilibri, poiché è sul radar degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, mentre l’Occidente nel suo insieme preme per una minore cooperazione eurasiatica con Russia e Cina.

Naturalmente la Russia detiene un grande vantaggio strategico rispetto all’Occidente, in quanto Mosca non solo tratta la Mongolia come un partner alla pari, ma è in grado di soddisfare le esigenze del suo vicino in termini di sicurezza energetica.

A rendere il tutto ancora più allettante è il fatto che Pechino vede la “Strada della Steppa” come “altamente coerente” con la BRI, con tanto di proverbiale entusiasmo per la sinergia e la “cooperazione vantaggiosa per tutti” tra i due progetti.

Non si tratta di un’alleanza militare

A complemento della “Strada della Steppa”, il premier cinese Li Qiang si è recato in Pakistan non solo per il vertice della OCS, ma anche per una priorità di connettività: far avanzare la prossima fase del Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 65 miliardi di dollari, probabilmente il progetto di punta della BRI.

Li e il suo omologo pakistano Sharif hanno finalmente inaugurato l’aeroporto internazionale di Gwadar, strategicamente cruciale e finanziato dalla Cina, nel Baluchistan sudoccidentale, contro ogni previsione e contro le incursioni intermittenti dei guerriglieri separatisti beluci finanziati dalla CIA.

Il CPEC è un progetto estremamente ambizioso di sviluppo infrastrutturale a più livelli che comprende diversi nodi a partire dal confine tra Cina e Pakistan nel passo di Khunjerab, scendendo attraverso l’autostrada del Karakoram – potenziata – e scendendo a sud attraverso il Balochistan fino al Mar Arabico.

In futuro, il CPEC potrebbe persino includere un gasdotto che da Gwadar risalga verso nord fino allo Xinjiang, alleggerendo ulteriormente la dipendenza della Cina dall’energia trasportata attraverso lo Stretto di Malacca, che potrebbe essere bloccato dagli USA in men che non si dica.

Il vertice OCS pre-BRICS in Pakistan ha ribadito ancora una volta la sinergia di diversi aspetti riguardanti entrambi gli organismi multilaterali. Gli Stati membri della OCS – dai Paesi dell’Asia centrale all’India e al Pakistan – comprendono in larga misura il ragionamento russo sull’inevitabilità dell’Operazione militare speciale in Ucraina.

La posizione cinese, ufficialmente, è una meraviglia di equilibrio e di soave ambiguità; anche se Pechino sottolinea il sostegno al principio della sovranità nazionale, non ha condannato la Russia e allo stesso tempo non ha mai accusato direttamente la NATO per la guerra de facto.

La connettività geoeconomica è una priorità per le principali potenze della OCS e per i partner strategici Russia-Cina. Dall’inizio degli anni 2000 la OCS si è evoluta dalla “lotta al terrorismo” alla cooperazione geoeconomica. Ancora una volta a Islamabad è stato chiaro che la OCS non si trasformerà in un’alleanza militare in chiave anti-NATO.

Ciò che conta di più per tutti i membri, oltre alla cooperazione geoeconomica, è combattere la “guerra del terrore” dell’Occidente, destinata ad andare in escandescenza con l’imminente e umiliante fallimento del “Progetto Ucraina”.

Un meccanismo che potrebbe solidificare ulteriormente la OCS e spianare la strada a una fusione con i BRICS più avanti lungo il cammino – accidentato – è il concetto cinese della Iniziativa di Sicurezza Globale, che guarda caso coincide con quello russo presentato agli Stati Uniti – e da loro respinto – nel dicembre 2021, solo due mesi prima dell’inevitabilità dell’Operazione militare speciale.

La Cina propone di “sostenere il principio della sicurezza indivisibile” e di “costruire un’architettura di sicurezza equilibrata, efficace e sostenibile”, opponendosi fermamente “alla costruzione della sicurezza nazionale sulla base dell’insicurezza di altri Paesi”. Questo è qualcosa che tutti i membri della OCS – per non parlare dei BRICS – sottoscrivono.

In poche parole, l’indivisibilità della sicurezza prevista dalla Russia-Cina equivale all’applicazione pratica della Carta delle Nazioni Unite. Il risultato sarebbe la pace a livello globale e, di conseguenza, la morte della NATO.

Mentre l’indivisibilità della sicurezza non può ancora essere adottata in tutta l’Eurasia – dato che gli USA dispiegano una “guerra del terrore” su più fronti per minare l’emergere di un mondo multipolare – la connettività transfrontaliera vantaggiosa per tutti continua a girare, dalla Strada della Steppa ai corridoi della Nuova Via della Seta.

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09/07/2024

Vertice Nato a Washington. La guerra in Ucraina al primo posto

I leader dei 32 Stati membri della Nato si incontrano a Washington da oggi fino a giovedì 11 luglio. È atteso al summit anche l’ormai onnipresente presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Emblematico il fatto che il titolo ufficiale del vertice sia “Ucraina e sicurezza transatlantica”. Dopo il prestito da 50 miliardi a Kiev già concordato durante il G7 in Puglia, ora l’Ucraina potrebbe ricevere un ulteriore pacchetto di aiuti militari che saranno oggetto della discussione al vertice di Washington.

Tra i punti all’ordine del giorno il primo è infatti la guerra in Ucraina, il sostegno militare a Kiev e la sua candidatura all’ingresso nell’Alleanza Atlantica.

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che sarà sostituito dall’olandese Rutte, ha annunciato che gli Stati concorderanno un piano in cinque punti per aiutare l’Ucraina, con la creazione di un nuovo comando per la gestione degli aiuti militari a Kiev. Il nuovo comando militare Nato avrà sede in Germania e conterà su circa 700 militari guidati da un generale dell’alleanza. La sede servirà anche da centro logistico e di addestramento per le forze militari di Kiev.

L’obiettivo generale del vertice, già anticipato da Stoltenberg, è raccogliere l’impegno dei membri a mantenere l’attuale livello di sostegno militare all’Ucraina almeno per un altro anno, oltre a concordare un livello minimo di aiuti per il futuro. Il piano non include invece alcun calendario specifico per l’adesione di Kiev alla Nato, anche se il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha detto di aspettarsi dal vertice “un passo significativo verso l’adesione”.

Uno dei motivi di preoccupazione della Nato è se il presidente degli Stati Uniti Joseph Biden, alla luce delle sue ormai evidenti debolezze, sarà ancora in grado di guidare gli Stati Uniti e convincere di questo la maggioranza degli elettori statunitensi e infine se lui stesso potrà resistere alla Casa Bianca per altri quattro anni nel caso in cui vinca su Trump.

Sul vertice Nato incombono però le tensioni con la Cina nel Pacifico e la dichiarazione che ha definito Pechino come avversario strategico dell’alleanza. Al vertice non a caso sono stato invitati Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e lo stesso Giappone. “Quando si tratta di rafforzare la nostra difesa collettiva, si tratta anche di come affrontare l’ascesa della Cina” aveva detto Stoltenberg al Financial Times tre anni fa. In visita a Washington Stoltenberg in questi giorni ha accusato Pechino di peggiorare il conflitto in Ucraina aiutando a ricostruire l’industria della difesa russa.

Ma sul vertice Nato di Washington incombono anche le contromosse dei propri avversari strategici o, almeno in un caso, di membri stessi dell’alleanza. Dopo le iniziative autonome della Turchia di Erdogan adesso ci sono quelle del premier ungherese Viktor Orban, anch’esso membro della Nato, che in questi giorni è volato prima a Mosca dove ha incontrato Putin e poi in Cina per incontrare il presidente cinese Xi Jinping. “La Cina è una potenza chiave per creare le condizioni di pace tra Russia e Ucraina”, ha dichiarato Orban. Il capo di Stato di Budapest, pur sconfessato dai vertici dell’Unione Europea, si è attivato nel tentativo di sbloccare il conflitto tra Russia e Ucraina.

Intanto truppe cinesi sono arrivate in Bielorussia per condurre esercitazioni militari congiunte con le forze bielorusse, focalizzate su operazioni antiterrorismo. Le esercitazioni sono previste fino al 19 luglio e arrivano poco dopo l’ingresso della Bielorussia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) che ha tenuto recentemente il suo vertice.

Gli alleati discuteranno anche della situazione nella Striscia di Gaza ma senza enfasi particolari né impegni. La situazione in Medio Oriente infatti non viene ritenuta una minaccia alla sicurezza della Nato. Ci si indignerà e parlerà molto dell’ospedale colpito dai russi a Kiev, ma non di quelli palestinesi distrutti sistematicamente dagli israeliani.

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05/07/2024

Iran, un voto conflittuale

Alla fine avranno ragione quei giovani che, interrogati sul ballottaggio presidenziale fra Pezeshkian e Jalili, ribadiscono l’astensione, proprio come al primo turno, perché la vera alternativa manca. Un’alternativa che non riguarda la prossimità o lontananza dal clero dei due candidati, fra i quali il gradimento dell’unico turbante in corsa, Mostafa Pourmohammadi, è rivolto al riformista. Un sostegno che nei conteggi del preliminare vale poco, duecentomila voti se pure questi si riversassero su Pezeshkian. Di maggior peso, nel distacco che il 28 giugno è risultato di circa un milione di schede a favore del candidato d’origine azera (come Khamenei), risulterebbero le preferenze raccolte da Ghalibaf e che lui stesso ha invitato a rilanciare su Jalili. Orientamenti di elettori attivi.

Eppure nella consultazione di domani la partecipazione, scesa al 40%, la più bassa nella storia elettorale della Repubblica Islamica, potrà diminuire ulteriormente se appunto il ‘fascino’ che qualche commentatore ha riservato a Pezeshkian per la sua apertura alle donne senza velo e alla ripresa delle trattative sul nucleare, non convoglierà verso i seggi gli incerti.

Sicuramente mancherà la partecipazione del movimento “Donna, vita, libertà”, certamente andrà alle urne lo zoccolo duro del conservatorismo clericale e laico, ciascuno arroccato nei propri santuari di potere che sono le bonyad, gli enti di beneficenza che controllano un terzo dell’economia del Paese. Una nota dolentissima l’economia, che i contendenti cercano di rivitalizzare con formule opposte: riaprendo il dialogo con l’Occidente, soprattutto sul nucleare interno, Pezeshkian, per limitare il nodo scorsoio delle sanzioni. Cercando vie nuove Jalili, che, contrario a qualsiasi compromesso sul programma di arricchimento dell’uranio, rilancia la così definita “economia della resistenza”, avviata da tempo con gli scambi con la Cina, ribaditi ultimamente dalla mediazione saudita. Proprio così.

I tempi cambiano, già durante la presidenza di Raisi l’adesione iraniana alla Shangai Cooperation Organization ha tamponato i vuoti di mercanzia e di capitali che il boicottaggio del blocco euro-americano produce da decenni. Però diversi studiosi fanno notare come le aperture asiatiche non abbiano prodotto effetti concreti sull’economia. Magari i banchi dei bazari non risultano sprovvisti di mercanzia, non tanto quella interna ma quella derivante dai commerci internazionali, come pure non lo sono del tutto i magazzini di certe industrie. Quel che si vede poco sono gli investimenti. E nei duetti televisivi delle ultime ore che cercano di far presa sull’elettorato comunque deciso a non disertare, giungono le punzecchiate provocatorie: “Il nostro Paese vende il greggio alla Cina, ma con enormi sconti e soprattutto in cambio di beni, non di valuta estera”.

È Pezeshkian che fa le pulci all’avversario, sapendo bene di non poter proporre molte alternative. Quei contratti parzialmente capestro, evitano alla gestione domestica di tracollare. Lui, qualora venisse eletto, ha fatto sapere di investire Ali Tayebnia del ruolo di ministro dell’Economia. Si tratta d’un elemento prestigioso, accademico, che ha ricoperto quel ruolo dal 2013 al 2017 sotto Rohani, avviando un contenimento dell’inflazione. Altro momento. Le aperture occidentali dell’epoca finirono azzerate da Trump che, da presidente, volle il disimpegno dalla trattativa sul nucleare e più tardi fece aprire il fuoco su un uomo simbolo per la nazione: il generale Soleimani, centrato da un drone.

Così conteranno ben poco le promesse di sgravi fiscali con cui Pezeshkian ha costellato il primo e secondo turno della campagna elettorale. L’aria che si respira, anche per espressa volontà dello storico nemico israeliano, offre a Jalili, ai principialisti, agli stessi possibili alleati del partito dei Pasdaran argomenti che raccolgono l’attenzione di chi vota e inesorabilmente anche di chi ha deciso d’astenersi.

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Vertice della Shangai Cooperation Organization, un passo nel mondo multipolare

Si è conclusa ieri la 24esima riunione del Consiglio dei Capi di Stato della Shangai Cooperation Organization. La riunione si è svolta ad Astana, capitale del Kazakhistan, che ha passato la presidenza di turno dell’organizzazione alla Cina.

Il summit si è svolto su due giorni, il 3 e 4 luglio, ma già il primo del mese l’intervista rilasciata sulla testata cinese Xinhua dal presidente kazako, Tokayev, aveva dato il sentore dell’importanza di questo appuntamento annuale. I temi da lui evidenziati come all’ordine del giorno sono quelli di un mondo multipolare.

Innanzitutto, un nuovo paradigma di sicurezza, rivendicato apertamente dalla Russia e rilanciato anche dalla Cina, in tutte le sue proposte di mediazione delle crisi più calde di questa fase storica. E ovviamente, anche transizione ecologica e miglioramento economico.

Nell’intervista, Tokayev si è concentrato sulla relazione con Pechino, e su cinque aree di collaborazione. Investimenti, in particolare in agricoltura, nuove energie, industria dell’automobile e industrializzazione in generale, e infine la produzione di prodotti ad alto valore aggiunto.

Insomma, un piano di crescita globale, orientato verso lo sviluppo di tratti da economia matura e non solo da fornitore di materie prime per l’Occidente. Chiaramente, in questa prospettiva, gioca un ruolo fondamentale la Belt and Road Iniziative cinese.

Giunto al suo decimo anno, questo enorme programma economico, tra alti e bassi così come tra varie ridefinizioni, è riuscito tuttavia a trasformare l’Asia centrale da area senza sbocchi al mare ad area con una funzione di hub logistico di carattere internazionale. E ulteriori progetti sono ora in discussione.

Il 3 luglio si sono svolti anche bilaterali importanti tra Cina, Russia e Iran, da un anno nella SCO. A dimostrazione di come tale Organizzazione, seppur priva dei caratteri di una vera e propria alleanza geostrategica, sia sicuramente un luogo di incontro degli interessi per una governance globale alternativa a quella euroatlantica.

Tra Putin e Xi Jinping si tratta del secondo incontro nell’arco di tre mesi, durante il quale il presidente cinese è tornato a definire l’omologo russo “un caro amico“.

Anche se la partnership è tutto fuorché “senza limiti“, possiamo dire che anche negli ultimi giorni è stata confermata la convergenza degli interessi dei due paesi.

Interessante poi l’incontro di Putin con Erdogan. Sul tavolo i dossier della guerra in Ucraina, per cui è stata augurato l’arrivo di un cessate il fuoco al più presto e poi una pace giusta. Anche se il portavoce del Cremlino Peskov ha ribadito che la Turchia non può fare da mediatrice con Kiev.

Sono stati trattati anche altri conflitti, come quello a Gaza o quello in Siria, ma soprattutto è stato discusso un possibile passo avanti nella costruzione della seconda centrale nucleare turca, a Sinop. Rosatom avrebbe un ruolo centrale in questo progetto.

Il 2024 è stato proclamato come Anno dell’Ecologia da parte della SCO, con l’adozione di vari documenti su ecologia, conservazione delle risorse naturali, ecoturismo e mitigazione del cambiamento climatico.

Nel febbraio di quest’anno si è tenuto anche un evento SCO-ONU intitolato “Un pianeta, un futuro: unire gli sforzi per la sostenibilità ambientale“.

Per questo alla due giorni appena conclusa è intervenuto anche il segretario generale dell’ONU Guterres, come impegno per una maggiore collaborazione tra le due organizzazioni deciso da una risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite lo scorso settembre.

Tokayev ha sottolineato che parlare di un destino comune per l’umanità ha attirato molte attenzioni riguardo all’opportunità di costruire un nuovo modello di relazioni internazionali. Non tutti hanno però interpretato questo passaggio in maniera positiva.

Il Guardian ha scritto che la SCO mira ad essere una sorta di “anti-NATO“. Prima del vertice, la CNN aveva indicato l’attesa ammissione della Bielorussia nel gruppo di Shangai come un’altra mossa di Pechino e Mosca per renderla un vero e proprio contrappeso geopolitico rispetto a USA e alleati.

La Bielorussia è infatti divenuto ufficialmente il decimo membro della SCO, che è così arrivata a rappresentare quasi metà della popolazione mondiale e quasi un terzo della sua economia.

Il presidente bielorusso Lukashenko ha affermato: “i paesi della maggioranza globale dovrebbero prendere l’iniziativa dal momento che l’Occidente autoreferenziale ed egoista non ci è riuscito“.

Queste parole fanno eco a quelle già pronunciate da Putin durante l’incontro con Xi Jinping, nelle quali la SCO è identificata come “uno dei pilastri chiave di un ordine mondiale equo e multipolare“.

Lo stesso presidente del Dragone, circa una settimana fa, aveva dichiarato che il suo paese vuole costruire “ponti di comunicazione” con gli altri paesi, in particolare con l’Asia centrale e il Sud Globale.

Ma come lo stesso Putin ha confermato, la SCO è uno dei pilastri, non l’unico, nello sviluppo di un mondo multipolare. Nigel Gould-Davies, ricercatore presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra ed ex ambasciatore britannico in Bielorussia, ha sottolineato come ci siano “significative differenze di sicurezza tra i suoi membri“.

Quello che unisce i membri di questa organizzazione è comunque una visione autonoma da quella che vorrebbero imporre le centrali imperialiste occidentali. E certamente la Cina ne è il principale motore, seppur è evidente che esistano ancora molte distanze in politica estera.

Non si può dunque parlare ancora di una “anti-NATO“, ma si può certamente parlare di un incontro che ha dato un’importante spinta allo sviluppo di un mondo multipolare.

Un mondo in cui anche le potenze emergenti dovranno destreggiarsi tra interessi non sempre convergenti, ma sicuramente alternativi a quelli euroatlantici.

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15/05/2024

La crisi dell’imperialismo Usa, dall’interno e dall’esterno

A più di sette mesi di distanza dal "Diluvio di Al-Aqsa" del 7 ottobre 2023, continua lo sforzo titanico dei media mainstream per una spiegazione mite, edulcorata degli immani crimini compiuti e ancora in corso a Gaza da parte israeliana. Non sembrano sufficienti le quarantamila vittime palestinesi e la totale devastazione urbana nella Striscia a scuotere la coscienza dei produttori di informazione al soldo dell’atlantismo.

Segnali più autentici di rifiuto e contrasto a quest’ordine di cose provengono dall’imponente movimento degli accampamenti universitari che si oppone a programmi collaborativi con Israele, esprimendo sostegno all’indomita resistenza palestinese.

Una delle sfide comunicative più rilevanti da quel sabato mattina di ottobre è stata una normale opera di contestualizzazione storica e politica di quegli atti resistenti. Contro di essa si è attivato infatti l’ampio uso di una narrativa che di colpo cancellava un secolo di occupazione, crimini, reati, apartheid operati da Israele. Ancor più sfocata è apparsa la collocazione delle crisi contemporanee all’interno del quadro geopolitico con il protagonismo degli interessi imperialisti degli Stati Uniti d’America per un mondo unipolare sottoposto al loro dominio.

Ritornano perciò utili, quasi profetiche, le parole che vent’anni fa pronunciava il politologo ed economista Samir Amin “Il progetto di dominio degli Stati Uniti – con l’estensione delle dottrine Monroe all’intero pianeta – è sproporzionato. Questo progetto che, sin dal crollo dell’Urss nel 1991, individuo come Impero del caos si scontrerà fatalmente con l’insorgere di una crescente resistenza delle nazioni del vecchio mondo indisponibili ad essere assoggettate. Gli Stati Uniti dovranno allora comportarsi come un “Stato canaglia” per eccellenza, sostituendo il diritto internazionale con il ricorso alla guerra permanente (a partire dal Medio Oriente, ma puntando oltre, alla Russia e all’Asia), scivolando sulla china fascista”.

Di tali aspetti, abbiamo inteso parlarne con Matteo Omar Capasso, ricercatore in Relazioni Internazionali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la Columbia University di New York. Capasso è editor della rivista specializzata di settore Middle East Critique.

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Dottor Capasso, gli eventi di Al-Aqsa Flood del 7 ottobre e la recente reazione dell’Iran contro Israele del 13 aprile scorso hanno evidenziato la natura vigorosa della resistenza contro l’imperialismo capitalista a guida Usa in Medio Oriente. Tale progetto di supremazia globale mostra segni di debolezza. Tuttavia, è lo stesso Marx a ricordarci quanto non sia vero che le crisi capitalistiche portino alla caduta del sistema stesso, rimarcando la capacità del capitale di riorganizzazione e quindi rafforzarsi. È però anche vero che l’impero si confronta con sistemi economici emergenti che mirano all’autonomia dal dollaro statunitense. Vuole commentare la manifesta crisi e debolezza dell’imperialismo Usa e come tale scenario sia legato alle guerre attuali?

Viviamo un periodo di cambiamento epocale da un punto di vista dell’analisi dialettica storico-materialista. Sicuramente, è un momento di trasformazione dell’impero, del progetto americano di dominio e controllo mondiale. È un periodo di crisi dovuto a molteplici fattori.

Questo, però, non deve autorizzarci a parlare di una situazione di chiaro declino delle mire degli Stati Uniti, ritenendoli prossimi a una sonora sconfitta. I momenti di trasformazione sono molto turbolenti e ritorna sempre utile il monito gramsciano per cui “la crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Tuttavia, analizzando gli eventi, una delle cause principali del declino è insita nel capitalismo stesso, con un cambio di natura qualitativa interna all’imperialismo americano, dovuto alla finanziarizzazione del capitalismo. Vi è sempre più necessità di estrarre profitti in dimensioni temporali sempre più accorciate e questo conduce alla bulimia della finanza, del capitalismo con ovvie ricadute riguardanti i processi di militarizzazione che osserviamo. Esistono sempre le condizioni per estrarre profitto. Solo che tali operazioni necessitano di intervalli di tempo molto più brevi e quindi anche molto più violenti.

Appare chiara una nefasta sinergia tra urgenza performativa ed estrazione del profitto. In questa fase storica, con un progetto americano imperialista influenzato dall’esigenza finanziaria, qual è il ruolo della politica?

È chiaro che ciò a cui facevo cenno ha conseguenze di carattere politico. Non è più possibile pianificare e conseguire una visione politica di lunga durata. In tali condizioni, gli Stati Uniti fronteggiano un progetto di natura diversa, quello cinese, che è emerso dopo tanti anni creandosi uno spazio di autonomia, ma anche di riferimento per il Sud del mondo e altri Paesi ancora che intendono agire e confrontarsi operando in un nuovo sistema.

La Cina ha dunque definito uno spazio di autonomia all’interno del quale governa il proprio sviluppo mantenendo pieno controllo sulla sovranità nazionale e sui propri capitali. Ha di fatto creato la possibilità, simbolica ma fondamentale perché storicamente sconfitta dall’imperialismo americano come in Sudamerica o proprio nel caso del progetto di socialismo arabo, di un nuovo modello di sviluppo perseguibile, qualitativamente diverso da quello degli Stati Uniti.

A tal proposito, mi vengono in mente le pagine di Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi. La Cina utilizza lo strumento del mercato all’interno di un sistema politico non capitalista dove però la politica mantiene tutta la sua centralità. Ciò ha determinato condizioni differenziali che mettono in crisi il sistema americano che invece ha prodotto risultati disastrosi a partire, come lo stesso Arrighi sottolinea, dall’aggressione all’Iraq del 2003, aggravati poi dalla successiva invasione di quei territori.

In sostanza, siamo in un momento storico di trasformazione dell’imperialismo americano dovuto non solo a una sua crisi interna ma anche all’ascesa e alla costruzione di nuove formazioni sociopolitiche come Cina, quindi Brics, e altri ancora.

La crisi dell’imperialismo sembra innescare la corsa agli armamenti e la produzione di guerre per rivitalizzare flussi e processi economici. I leader occidentali, ormai più familiari con slogan populisti ed elettorali che non con strategia e teoria politica, sono assolutamente proni alle esigenze della finanza e dell’industria bellica. Il motore della spesa militare gira dunque a pieno regime e le politiche internazionali sono concentrate su ricerca e allocazione di immense risorse per alimentare i famelici bisogni dell’operatività NATO. Quali considerazioni sono possibili a riguardo?

Sarebbe ovviamente sbagliato credere che, per il progetto imperialista americano, l’aspetto militare sia stato meno importante in passato. È vero però che è in atto una trasformazione con l’intensificazione della struttura di accumulazione di capitale mediante guerra e distruzione in quanto tale. Adesso non si distrugge per causare cambi di regime ma si procede alla devastazione proprio con quello scopo: radere al suolo, uccidere.

Parliamo di una violenza che rappresenta il fine stesso delle operazioni che vengono progettate e attuate. Questo dovrebbe generare grande preoccupazione anche qui in Occidente, perché la violenza così costantemente prodotta e che diventa elemento fondamentale per la continua estrazione del capitale colpisce, al momento, le classi lavoratrici del Sud del mondo ma, persistendo, arriverà a espandersi molto oltre i teatri di guerra attuali.

La guerra conferma più che mai la sua centralità nelle scelte politiche imperialiste...

Sì, perché si vuole creare quello stato di emergenza caratterizzato da un correlato ideologico e politico favorevoli all’adozione di tipiche misure che, soprattutto nel Nord del mondo, sono strettamente legate a una consistente riaffermazione del fascismo. D’altra parte, però, circa la valutazione del momento attuale, vale la pena ricordare le evidenti divisioni che si manifestano negli stessi ambienti marxisti.

Ad esempio, per quel che concerne le opposte interpretazioni sulla risposta militare che impegna il progetto imperialista verso la Russia intervenuta in Siria per proteggerne la sovranità nazionale o in Ucraina per contrastare l’espansione della NATO. Lo stesso dicasi per gli eventi in corso in Niger, anche questi dipendenti dall’intervento NATO del 2011, collegato a quello che venne attuato in Libia.

È ovvio che con riferimento all’interpretazione dell’intervento russo in Siria o in Ucraina si scoperchia un vaso di Pandora con posizioni tra loro parecchio distanti: c’è chi, come Emiliano Brancaccio, parla di “guerra capitalista” con tutte le parti coinvolte che sono infine interessate alla guerra. Altri, invece, scorgono negli eventi in atto l’intervento necessario per contrastare e fermare gli aggressivi appetiti della struttura imperialista americana.

A riguardo è bene evidenziare che ci troviamo al cospetto di una struttura gerarchica con l’imperialismo americano all’apice che genera una risposta non solo economica ma anche militare da parte dei paesi del Sud del mondo: ci si sta giocando il futuro in questo momento e se la risposta di Europa e Stati Uniti è la delega all’azione NATO non c’è da essere ottimisti.

Numerosi dossier attestano i punti di convergenza tra Russia, Cina e Iran. Vale la pena ricordare l’intenso tessuto relazionale e di cooperazione economica e militare che si è sviluppato tra questi Paesi, suggellato dalla cornice dell’iniziativa eurasiatica della Shanghai Cooperation Organization con un modello multilaterale e articolato, dove comuni interessi non collidono però con le peculiarità di ogni singola entità statale. Nonostante la complessa articolazione di interessi e culture, è immaginabile la costituzione di un fronte comune contro l’avanzata imperialista?

Assolutamente. Allo spazio di autonomia creato dalla Cina, si associa quello operato dalla Russia. Quest’ultima sta subappaltando la produzione di armi a Stati come l’Iran condividendo brevetti e know-how permettendo così all’Iran di dotarsi di mezzi militari evoluti. La Cina ha poi mantenuto una posizione senza compromessi sull’economic warfare fornendo appoggio economico all’Iran per far sì che riuscisse ad affrontare gli ostacoli posti dalle sanzioni internazionali.

Lo spazio di autonomia generatosi fa sì che gli interessi di questi Paesi si incrocino produttivamente nel confronto con l’impero pur non essendoci di fatto un’agenda specifica con punti predeterminati d’azione.

È molto rilevante l’ascesa di tali formazioni sociopolitiche con spazi di autonomia che esse stesse creano e presidiano. Può la convivenza di eterogeneità, differenze di valori, culture e tradizioni nel suo multipolarismo avere efficacia antimperialista?

C’è una componente filosofica della questione nella tensione tra universale e particolare. È possibile portare avanti un progetto universale di prosperità, di uguaglianza e di giustizia riconoscendo però all’interno di questo l’eterogeneità delle varie formazioni storiche e sociopolitiche che vi concorrono.

Di fatto, se si vuole, è lo spirito stesso delle grandi organizzazioni internazionali. Sotto l’imperialismo ciò non avviene perché formazioni particolari non vengono riconosciute a meno di una loro integrazione subordinata a seguito di “democrazia” imposta con le bombe. Ma anche l’arroganza, il senso di superiorità di certo marxismo occidentale non aiuta.

Sarebbe necessario unirsi attorno a certi valori nel rispetto dell’eterogeneità e delle varie traiettorie storiche e regionali. In questo senso, la Palestina sta offrendo esempio con grande chiarezza a tutte le forze progressiste del mondo: siamo in un momento storico dove bisogna effettivamente riconoscere che le forze che portano avanti una resistenza che mobilizzi l’Islam sono concretamente progressiste e in lotta per la Liberazione Nazionale.

Lo stesso Fidel Castro, in una delle sue interviste, sottolineò come i socialisti avessero sottostimato i poteri della nazione e della religione che non possono a priori essere trascurati per precetti teorici: la necessità, la riconfigurazione materiale di un socialismo in questi territori non può prescindere dall’ombrello dell’Islam. E le due cose devono avvenire insieme, anche perché il rischio sarebbe quello dell’instaurazione di Stati islamici di carattere borghese.

Nello scenario contemporaneo, cosa rappresenta Israele per le mire imperialiste Usa?

In Medio Oriente, l’entità sionista-Israele è l’avamposto militare degli Usa nella regione. Economia e apparato militare israeliani sono stati supportati dalla finanza americana con circa 260 miliardi di dollari versati tra il 1943 e il 2023 come testimoniato da un’analisi effettuata dallo stesso Congresso Usa. E ciò non considerando i vari prestiti costanti nel tempo e le garanzie su essi maturate ed estese a Israele che valgono ulteriori milioni e aggiuntivi pacchetti militari.

È sufficiente pensare che il solo Obama, ex presidente ritenuto tra i più liberal nel ruolo, ha fornito a Israele uno dei pacchetti di finanziamento più ingenti pari a circa 38 miliardi.

Israele è dunque, senza dubbio, un avamposto militare. Qual è la sua funzione? Ovviamente, non quella di raggiungere terre dove riportare la parola del Messia. Fondamentale è invece la materialità del suo progetto: controllare flusso e accesso al petrolio non tanto per il petrolio in sé al pari di una commodity, ma per far sì che i fatturati derivanti dal petrolio non contribuiscano a tracciare percorsi politici e territoriali sganciati dall’imperialismo americano.

Israele è stato ed è fondamentale per la distruzione dei progetti progressisti interni alla regione, come avvenuto al tempo delle istanze promosse dal socialismo arabo e, ora, con le azioni dell’Asse della Resistenza.

A tal proposito, il 7 ottobre ha evidenziato una salda coesione tra le varie fazioni palestinesi sia nell’approccio teorico che nella prassi resistente. Come si realizza tale intesa tra forze come Hamas e Jihad islamico che si rifanno ai valori esplicitamente religiosi dell’Islam con quelle, ad esempio, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di tradizione marxista?

Sul piano dell’approccio teorico e dell’analisi storico-materialista, va subito detto che, quando si valuta il cosiddetto Sud del mondo va smantellata la tipica arroganza del marxismo occidentale dell’“adesso vi spieghiamo noi cosa sia il socialismo”. Sulla coesione della resistenza palestinese, è fondamentale la sua natura eterogenea e la storia su cui si fonda che vale la pena di ricordare seppur sommariamente.

Il comunismo aveva giocato un ruolo decisivo nella lotta contro il nazismo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’ondata di decolonizzazione in Africa e in Asia, numerosissime colonie raggiungono la loro indipendenza almeno a livello formale. Nella regione araba, l’Egitto sotto la guida di Gamal Abdel Nasser porta avanti la rivoluzione del ‘53 che insisteva sull’indispensabile unità e autonomia della regione stessa dalla dominazione americana. Tale progetto richiedeva la liberazione senza compromessi della Palestina.

Nel progetto ideologico del panarabismo che conciliava componenti laiche, religiose, socialiste e identitarie arabe, la liberazione della Palestina era cruciale. Israele veniva quindi individuato come avamposto militare del colonialismo britannico prima e dell’imperialismo americano poi. Nel corso degli anni, con sanzioni, conflitti armati, finanziamento di gruppi islamici reazionari di opposizione, l’imperialismo americano ha adottato tutte quelle misure atte a sconfiggere il progetto panarabo, riuscendovi.

E così le classi dirigenti di Iraq, Siria, Libia, Egitto sono state schiacciate dalla forza o hanno gradualmente rinunciato al percorso rivoluzionario divenendo classi compradore, agganciandosi al progetto americano. Basti pensare alla figura di Sadat con la sottoscrizione degli accordi di Camp David che gettano le basi per la graduale normalizzazione di Israele nella regione.

Ovviamente la sconfitta del panarabismo viene accelerata dal collasso dell’URSS tant’è che si diffonde la famosa teoria di Fukuyama della “fine della storia” con l’affermazione dell’ordine liberale.

Questo lascerebbe intendere che lo spirito unitario che alimentava il panarabismo nasseriano possa riprodursi nell’azione di un Asse della Resistenza coeso?

L’Asse nasce anche dalla violenza stessa che il colonialismo determina all’interno della regione. Intanto, va ricordata la rivoluzione iraniana del 1979 con un Iran che resta saldo nonostante le sanzioni, grazie anche al supporto economico della Cina. L’invasione israeliana del Libano nel 1982 è determinante per la nascita di Hezbollah, mentre Hamas nasce dal fallimento del progetto dell’OLP trasformatosi in una classe borghese, braccio destro dell’occupazione israeliana.

Hamas lancia così un progetto nuovo che parla alle masse, a un tessuto sociale abbandonato. Vince le elezioni palestinesi del 2005 venendo però poi relegato a operare nella Striscia di Gaza. Lo Yemen dal canto suo è oggetto di distruzione costante a partire dalla cosiddetta guerra internazionale al terrorismo, quindi dal 2003 fino alla guerra del 2014 portata avanti dall’Arabia Saudita col supporto politico ed economico degli Stati Uniti.

Sempre dal 2003 si ha la devastazione dell’Iraq dove poi si verifica un’importante dinamica interna con la componente sciita progressivamente più importante delle comunità sunnite. E dal 2013 c’è la distruzione della Siria. In questa costellazione di eventi, l’Asse della Resistenza si configura mobilizzando l’Islam politico della regione attorno alla tradizione sciita con l’intesa tra Iran ed Hezbollah.

Pur partendo da istanze religiose, progredisce poi una strategia politica con un vero e proprio progetto di liberazione nazionale libanese e a tale impostazione afferiscono nel tempo altri attori che aderiscono a un piano complessivo di liberazione nazionale con una strategia specifica basata sulla solidarietà regionale.

Hamas stesso è un progetto parecchio evolutosi nel tempo: è sufficiente ricordare che nel 2011 condannava il “regime” di Assad in Siria appoggiando i moti di protesta. Oggi si assiste a un profondo cambiamento politico in cui sia Hamas che Jihad Islamico e Fronte Popolare convergono riconfigurando la direzione non solo militare ma anche politica e ideologica portandoli ad allearsi con le varie formazioni sociopolitiche che compongono l’asse della Resistenza.

È fondamentale la comprensione di tali dinamiche. Qual è il grado di consapevolezza di ciò in Occidente?

In tutta sincerità, si fa fatica a parlare apertamente di questi argomenti. Aggiungo ancora qualche considerazione in merito. La prima è quella di un posizionamento dell’Islam nell’ottica liberista occidentale osservato come alterità, con un’islamofobia diffusa per cui è impensabile associare l’Islam a visioni progressiste, di giustizia all’interno della regione.

E questo ben si lega anche alle famose guerre culturali introdotte dapprima negli Stati Uniti e in Francia che vanno diffondendosi nel nome di quell’Islamoleftism strumentalizzato dalle destre per stigmatizzare orientamenti politici di sinistra coniugandoli a un uso strumentale e sciagurato dell’Islam nel progetto di Liberazione Nazionale.

C’è però anche da dire che gran parte della sinistra occidentale si è intensamente interessata e spesa per le istanze dei Curdi o del contrasto al regime in Siria. Ora, non sminuendo la rilevanza di un certo tipo di lotte, bisogna però rimarcare quanto decisamente più centrale rimanga quella contro l’imperialismo.

Con l’azione dell’Iran in risposta al bombardamento della sua sede diplomatica a Damasco da parte di Israele, molteplici sono state le sfumature nei commenti di esponenti “neoliberal” e progressisti. Spesso, più che condannare l’indebita aggressione sionista, sono apparsi spiazzati sulla legittimità della risposta di quella Tehran “canaglia” da essi stessi ritenuta carnefice dei diritti umani. Una girandola di ricostruzioni strumentali e parziali che certo non sembrano simpatizzare per l’Asse della Resistenza nella sua azione antimperialista. Non trova?

Sono assolutamente d’accordo. Lo accennavo parlando della trasformazione in atto: ciò che accade in Palestina è una versione intensificata del cambiamento a livello strutturale nel mondo. In Palestina, ovviamente, permane uno stato di occupazione e dunque si parte da una situazione di base molto più violenta con un cambiamento che sarà ancor più cruento e lo stiamo vedendo bene.

L’utilizzo piuttosto strumentale, propagandistico, addirittura militare, dei diritti umani è promosso per delegittimare intellettualmente, moralmente e politicamente gli unici attori protagonisti di una postura umanitaria rispetto alla situazione in Palestina. Se c’è qualcosa di effettivamente umanitario nel contesto di quanto accade lo si deve non a Stati Uniti e Paesi occidentali ma a Yemen, Iran e Libano.

Di recente, un noto parlamentare di Hezbollah mi faceva osservare l’importanza dell’integrazione tra le varie componenti della resistenza. Contestava fortemente il ruolo di “proxy dell’Iran” attribuito a Hezbollah, precisando le caratteristiche specifiche e locali del partito libanese. Al tempo stesso, esprimeva la necessità di internazionalizzazione della resistenza in rete con soggettività politiche presenti nei Paesi esterni alla regione ma convergenti sulle istanze antimperialiste. Un segnale potente proviene dalla gioventù studentesca anche coadiuvata dall’uso di internet. Dal momento che si parla spesso criticamente delle piattaforme social più note perché funzionali al capitale, si può sostenere che il General Intellect, tra distanze ed eterogeneità, abbia trovato nuove forme di espressione produttive nell’azione antimperialista?

Secondo me sì. Io sono del parere che tutti gli strumenti emergono in un dato periodo storico e hanno una natura propria che si collega al processo storico attraversato. Sarebbe stato risibile attribuire un ruolo positivo ai social media nel 2011 nel corso delle cosiddette primavere arabe quando il loro uso venne strumentalizzato per sostenere determinati interessi.

Oggi assistiamo a uno sviluppo policentrico dei social media, utili per “respirare” il processo di cambiamento storico che si dipana molto violento e molto veloce. Ma questi momenti di protesta e condanna devono stimolare una riflessione, se possibile, più potente in chi in Occidente guarda alla Palestina: il problema non è solo Israele, il problema è quello che abbiamo a casa, nei nostri Paesi che supportano Israele direttamente. Governi seriamente progressisti in Italia ed Europa sarebbero salutati con favore dai palestinesi.

Nel quadro degli eventi in corso a Gaza, qual è la sua valutazione sull’operato delle Nazioni Unite, degli organismi di diritto internazionale? È sconfortante osservare la loro impotenza e inefficacia. Gli Stati Uniti col loro potere di veto svolgono il ruolo di azionista di maggioranza all’Onu, l’azione della Corte Internazionale di Giustizia è stata platealmente snobbata da Israele e quella della Corte Penale sembra al servizio degli interessi imperiali. Non le pare che sia compromessa gravemente la credibilità di questi organismi e che la loro stessa ragion d’esistere sia messa in discussione o da rivedere completamente?

Condivido molto quello che dice non senza un senso di amarezza e di cinismo. L’iniziativa promossa coraggiosamente dal Sud Africa presso la Corte dell’Aja ha molto sorpreso anche colleghi e compagni con cui si condividono quotidianamente analisi dello scenario. Eppure, tante risoluzioni Onu sono state approvate ed emesse in passato e con evidenza.

Converrà, però, che quelle risoluzioni siano poi storicamente associate all’evidenza di non essere rispettate.

Esatto! Mi sovviene la battaglia di Dien Bien Phu per l’indipendenza in Indocina, dove gli accordi di pace vennero siglati soltanto dopo che la resistenza vietnamita riuscì a sconfiggere militarmente i francesi. Costa dirlo ma sembra che la violenza sia in auge tra le forme principali delle contraddizioni del mondo politico. Mao sosteneva apertamente che le contraddizioni esistono e sempre esisteranno nella società.

L’idea che i conflitti, gli Stati spariscano è naive. Esisteranno sempre le contraddizioni, il problema è gestirle e decidere quali forme possano assumere. È un problema molto serio quando la violenza diviene forma dominante. Bisognerebbe occuparsene in maniera diversa col diritto e altri strumenti realmente efficaci ma all’epoca attuale queste istituzioni non possono fare la differenza. Nessuno aspira a soluzioni caratterizzate dalla violenza ma, come nel caso della resistenza palestinese, il ricorso a essa diviene una necessità storica.

Ricordo i commenti di coloro che in un primo momento restarono affascinati dai deltaplani del 7 ottobre di Al-Aqsa flood salvo poi, a poche ore di distanza, condannarne la feroce violenza “senza se e senza ma”. Come si può, date quelle condizioni di occupazione, oppressione e ingiustizia, pensare che una resistenza possa esprimersi secondo vellutate opportunità operative?

Il fatto è che in Occidente certe posizioni maturano all’interno di una condizione materiale di comfort dove la violenza è una questione soltanto teorica, immaginata e non materiale. Purtroppo, il vero problema è che essa potrebbe presto manifestarsi concretamente grazie anche al contributo non trascurabile di simili ambiguità.

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