Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2025

Sumud

È iniziato il conto alla rovescia. Per una missione che porterà nel ventre del Mediterraneo un’urgenza che nessun governo ha avuto il coraggio di assumersi.

Il 31 agosto, da Barcellona e da Genova, salperanno le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla: il più grande tentativo mai organizzato di spezzare l’assedio di Gaza. Decine di navi, centinaia di attivisti, tonnellate di aiuti. E non è che l’inizio: il 4 settembre, altre decine di imbarcazioni partiranno dalla Tunisia e dai porti del Sud Italia. Ancora sconosciuti gli scali.

È rottura, è azione, è Sumud: la fermezza, che resiste anche quando la storia sembra franare.

44 paesi coinvolti, centinaia di città che dal 31 agosto in poi ospiteranno manifestazioni, azioni dirette. Un oceano di popoli che si rifiutano di stare a guardare.

Il cuore italiano di questa missione batte forte a Genova. Qui, nel cuore del porto, si corre contro il tempo per caricare 40–45 tonnellate di aiuti umanitari: generi alimentari, medicine, beni di prima necessità. Qui associazioni come Music for Peace e CALP hanno fatto della solidarietà una pratica concreta, non una parola da comunicati.

La Flotilla è un atto di insubordinazione globale. È la pratica di un corridoio umanitario laddove le cancellerie sono immobili, per codardia o per complicità. È la testimonianza che la solidarietà non chiede permesso.

Il rischio è enorme: chi parte lo sa. Ma o si è complici del blocco, o si è parte di chi lo sfida.

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18/08/2025

Israele-Iran, la seconda guerra è alle porte

Mentre il mondo è comprensibilmente concentrato sulle vicende dell’Ucraina e sull’instabile trattativa Trump-Putin-Zelensky, molti osservatori (soprattutto negli Usa) avvertono: una seconda guerra tra Israele e Iran potrebbe essere prossima. Anzi, di più: potrebbe scoppiare già nelle prossime settimane. Perché? Perché gli obiettivi di Israele non erano quelli dichiarati, ovvero eliminare la presunta minaccia nucleare iraniana, che in ogni caso non sono stati raggiunti. I veri obiettivi di Israele, dicono diversi analisti Usa e come spiega benissimo Trita Parsi del Quincy Institute for Responsible Statecraft, erano tre: attirare gli Usa in una guerra aperta contro l’Iran; rovesciare il regime degli ayatollah; ridurre l’Iran in una condizione simile al Libano o alla Siria, Paesi che Israele può bombardare a piacimento senza bisogno di particolari aiuti e senza temere particolari condanne.

In altre parole, ciò che Israele cercava con la Guerra dei 12 giorni era il dominio regionale. Ma nessuna delle tre condizioni si è pienamente realizzata.

La prima: Donald Trump si è fatto attirare nella guerra ma non nel modo che a Israele più conveniva: le forze Usa hanno tentato il colpo mirato e risolutivo contro i laboratori del nucleare iraniano ma non si sono impegnate in un conflitto generalizzato per mettere in ginocchio il Paese. Presa coscienza del limitato impegno Usa, Benjamin Netanyahu si è dovuto acconciare alla tregue.

Anche per questo il regime degli ayatollah (obiettivo numero due) non è crollato e, anzi, sembra essere uscito rafforzato dallo scontro. Israele, come al solito, aveva ben preparato la guerra e fin dalle prime ore era riuscito a eliminare almeno 30 alti ufficiali dei diversi corpi iraniani e 19 scienziati del complesso industrial-militare. Ma in poche ore gli iraniani sono riusciti a ricostruire la catena di comando e a dispiegare una resistenza missilistica di tutto rispetto. Non solo. Secondo il Washington Post, il Mossad avrebbe chiamato almeno 20 generali iraniani minacciando di uccidere loro e i loro familiari se non avessero registrato dei video di critica del regime. Erano le prime ore, quelle del maggiore shock per gli iraniani, ma non v’è notizia che alcun ufficiale si sia piegato alla minaccia.

Terzo obiettivo: l’Iran è stato duramente colpito ma non è stato ridotto a un bersaglio indifeso come il Libano o la Siria. Nei dodici giorni di guerra, al contrario, l’efficacia della risposta missilistica iraniana è andata crescendo e molti esperti credono che essa sia stata misurata, calcolata per non svuotare gli arsenali.

Il conflitto che verrà

Con la prima guerra, insomma, Israele avrebbe mancato l’obiettivo fondamentale, appunto quello di conquistare la supremazia regionale totale, togliendola all’unico rivale che per lungo tempo ha seriamente cercato di contendergliela. E anche se le ostilità non si sono mai davvero fermate, per questo, appunto, una seconda vera guerra sarebbe non solo inevitabile ma anche imminente. In questo senso le previsioni variano, da qualche mese a poche settimane. Tutti però sono concordi sul fatto che la data ultima sarebbe quella delle elezioni Usa di medio termine del 2026, quando un esito sfavorevole potrebbe limitare l’autonomia decisionale di Trump e della sua maggioranza.

Sono tutte cose che gli iraniani sanno benissimo, com’è ovvio. E infatti si stanno preparando, rifornendo gli arsenali e cercando di elaborare nuove strategie. “Se l’aggressione israeliana dovesse ripetersi, non esiteremo a reagire in maniera più decisa e in un modo che renderà IMPOSSIBILE sventarla”. Lo ha scritto Abbas Aragchi, ministro degli Esteri dell’Iran, in un lungo post su X. Al di là dei propositi bellicosi, la dichiarazione sembra alludere a un modo nuovi di affrontare la guerra con Israele: il tentativo di colpire duro fin dalle prime ore per evitare un conflitto prolungato che, inevitabilmente, metterebbe alla prova gli arsenali iraniani assai più di quelli israeliani, riforniti dagli Usa e da diversi Paesi europei.

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08/07/2025

Chiuso il vertice BRICS+ di Rio, cautamente verso un nuovo ordine mondiale

Si è chiuso il 6 luglio, a Rio de Janeiro, il 17esimo summit dei paesi BRICS+. I suoi membri hanno firmato una dichiarazione congiunta che si intitola “Rafforzare la cooperazione del Sud Globale per una governance più inclusiva e sostenibile”. Come si legge sul sito dei BRICS+, il documento riflette “l’impegno a rafforzare il multilateralismo, a difendere il diritto internazionale e a impegnarsi per un ordine globale più equo”.

Molte testate giornalistiche hanno sottolineato l’atteggiamento cauto dei toni usati nel forum di cooperazione che ormai riunisce circa il 50% della popolazione mondiale e intorno al 40% del suo PIL. Ma a ben vedere, un movimento cauto verso il superamento dell’ordine mondiale unipolare occidentale non significa che sia meno deciso di altri più affrettati.

Innanzitutto, va sottolineato che l’incontro dei ministri degli Esteri dei BRICS+, svoltosi sempre nella metropoli brasiliana lo scorso aprile, non aveva raggiunto una dichiarazione congiunta. Se questa volta una tale dichiarazione c’è stata, di ben 31 pagine, questo significa che il messaggio che si vuole mandare è quello di unità, anche se si è preferito non imbarcarsi in dibattiti delicati.

A tenere banco, dall’inizio dell’anno a questa parte, è ancora il nodo dei dazi decisi dall’amministrazione Trump, che sta trattando con tanti paesi in maniera separata per nuovi accordi commerciali. Il tycoon ha recentemente affermato che è pronto a tariffe aggiuntive per quei governi che decidono di allineare le proprie posizioni a quelle dei BRICS.

Nel testo, vengono comunque ribadite “serie preoccupazioni per l’aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali che distorcono il commercio e sono incompatibili con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”. In esso, vengono anche “condannati gli attacchi militari contro la Repubblica Islamica dell’Iran dal 13 giugno 2025”, ma non ci sono altri riferimenti a Israele o al ruolo avuto dagli USA.

Sull’Ucraina i BRICS+ condannano il terrorismo ucraino contro i civili durante gli attacchi a ponti e infrastrutture ferroviarie nelle regioni russe di Bryansk, Kursk e Voronezh. Ma anche sul conflitto in Est Europa, le parole si fermano qui. Più duro l’attacco all’occupazione sionista della Palestina, con la condanna verso “l’uso della fame come metodo di guerra” e “i tentativi di politicizzare o militarizzare l’assistenza umanitaria”.

Di nuovo, i BRICS+ hanno riaffermato il sostegno alla soluzione a due stati, col rispetto dei confini stabiliti nel 1967. Un’ipotesi che segue le determinazioni prese in sede ONU e il diritto internazionale, ma che nessuno (nemmeno a Rio, sicuramente) ancora pensa sia davvero una soluzione concretamente realizzabile.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, al vertice avrebbe infatti affermato: “la Repubblica islamica dell’Iran ritiene che una soluzione giusta per la Palestina sia un referendum con la partecipazione di tutti gli abitanti originari, compresi ebrei, cristiani e musulmani, e che questa non sia una soluzione irrealistica o irraggiungibile”.

Sono tre i temi che sono stati discussi al vertice che, invece, risultano assai interessanti, nel quadro del progressivo sviluppo di un nuovo ordine mondiale che sia finalmente, e definitivamente, decolonizzato. Brasile e India hanno sostenuto la necessità della riforma dell’ONU, col sostegno di Cina e Russia, e con l’obiettivo finale abbastanza esplicito di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza.

È stata promossa anche la riforma del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale. Strumenti dell’ordine di Bretton Woods, ormai morto e sepolto, e che per decenni hanno espresso l’egemonia mondiale statunitense, ma che ormai si presentano sempre più come strumenti di ricatto economiche verso le economie emergenti.

Oltre a chiedere una giusta tassazione sui miliardari, allo stesso tempo è stato rilanciato anche il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), l’istituto fondato dai BRICS+ per essere “agente robusto e strategico di sviluppo e modernizzazione nel Sud del mondo”. Tra le sue funzioni anche quella di “espandere il finanziamento in valuta locale”.

La questione dedollarizzazione è stata citata da Lula. “La discussione – ha detto il presidente brasiliano – sulla necessità di una nuova moneta per l’export è estremamente importante”, anche se poi si è soffermato solo sull’Iniziativa di Pagamenti Transfrontalieri, messa in piedi dai BRICS+ per agevolare gli scambi tra i paesi membri.

Insomma, si tratta di un insieme di dichiarazioni che, seppur possano sembrare caute – ed effettivamente lo sono – sono dettate dalla guerra che l’Occidente sta muovendo al raggiungimento di un pieno multipolarismo. Ma colpiscono in pieno gli interessi materiali dei paesi imperialistici, USA o europei che siano.

Inoltre, associano allo sviluppo di una cooperazione economica nuova, anche il sostegno al diritto internazionale, e soprattutto una riforma degli organismi multilaterali già esistenti, in un evidente sforzo di restituire loro la legittimità che hanno perso con le strumentalizzazioni che ne hanno fatto le cancellerie occidentali.

Non che alcuni paesi, come la Cina, non stiano già pensando a organismi tutti nuovi, ma è chiaro che, con la loro azione, i BRICS+ si pongono come punto di riferimento per l’intero Sud Globale, e per chiunque voglia sviluppare relazioni libere dalle imposizioni dell’Occidente.

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03/07/2025

I piloti israeliani hanno sganciato “bombe inutilizzate” su Gaza durante gli attacchi dell’Iran

Il giornale Maariv di Tel Aviv riferisce che gli aerei israeliani sono stati regolarmente autorizzati a scaricare le loro munizioni inutilizzate sulla Striscia di Gaza. Pensata inizialmente per “assistere” le forze di terra israeliane a Khan Yunis e nel nord di Gaza, questa procedura è stata rapidamente estesa dal comandante dell’aeronautica, Tomer Bar, fino a diventare una politica operativa quotidiana per tutti gli squadroni aerei.

Maariv spiega che, durante l’operazione, i piloti incaricati di intercettare missili e droni lanciati dall’Iran erano equipaggiati non solo con missili aria-aria, ma anche con munizioni aria-terra. Dopo aver completato le missioni legate all’Iran, i piloti hanno contattato le sale di controllo delle operazioni a Gaza offrendosi di sganciare le bombe rimanenti sugli obiettivi designati a Gaza: due missioni in una, in modo da ridurre i costi di ogni singola missione.

Nel giro di poche ore, la proposta ad hoc divenne prassi standard, con gli squadroni incaricati di coordinarsi con le unità di terra prima dell’atterraggio e di colpire Gaza al loro ritorno.

Ciò spiega le ondate di potenti attacchi aerei sulla Striscia, ben lontana dal fronte iraniano, registrate il mese scorso. Gli attacchi sono stati diretti in base alle istruzioni delle forze di terra già operative a Khan Yunis e nella parte settentrionale di Gaza, amplificando il terribile bombardamento quotidiano delle zone già sotto assedio.

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27/06/2025

I servizi ucraini implicati in un tentativo di golpe in Iran?

Si tira qualche conclusione dopo il vertice NATO del 24-25 giugno. Stando a quanto raccontato dallo stesso nazigolpista capo Vladimir Zelenskij, il suo incontro con Donald Trump a L’Aja è cominciato con le congratulazioni del primo al secondo «per il successo dell’operazione in Medio Oriente». Non sono complimenti di maniera: per Kiev, spiega il Corriere della Sera, è molto importante che l’Iran venga indebolito il più possibile, anche perché, negli ultimi anni, il regime degli ayatollah ha fornito in continuazione armi a Mosca.

A proposito del conflitto, Zelenskij proclama che «Putin non sta vincendo la guerra» e lo ha anche detto a Trump, descrivendogli «ciò che sta realmente accadendo sul campo». Siamo sicuri che gli abbia raccontato per filo e per segno: dopotutto, lo scrivono da via Solferino, specificando che gli ucraini sono tuttora convinti di poter difendere il loro territorio.

Si dovrebbe però far notare ai commentatori milanesi, che non sono tanto, o non solo, i golpisti di Kiev a proclamare tale convinzione: in una recente audizione al Senato americano, il capo del Comando USA in Europa, generale Aleksus Grinkevic, ha dichiarato di ritenere che «l’Ucraina possa vincere». In sostanza, oltreoceano si pretende che gli ucraini continuino a morire sul campo e sia perciò necessario persistere nel foraggiare Kiev: «gli ucraini hanno fatto un incredibile lavoro di difesa. Costringono i russi ad avanzare molto lentamente e con perdite enormi. Penso che dovremmo sostenerli ancora, affinché possano continuare a combattere così bene».

Il sottinteso è chiaro: mandiamo loro armi e soldi, senza inviare truppe, mentre noi, per i prossimi 3-5 anni, possiamo rimpinguare i nostri arsenali e prepararci a sostenere l’attacco che “l’aggressore russo” certamente porterà all’Europa. Così, Zelenskij chiede a Trump missili per la contraerea, ma non in regalo: «Siamo pronti a comprarli»; ca va sans dire, coi soldi elargiti dalla UE (tra i 35 e i 50 miliardi di euro) ora che appare “cosa fatta” l’innalzamento delle spese di guerra al 5% del PIL. Anche se pare che gli USA siano un po’ a corto di “Patriot”, avendone rifornito in abbondanza Israele.

In mancanza di missili, si può però sempre ricorrere ai droni. Mentre la Danimarca ha deciso di avviarne la produzione sul proprio territorio, per destinarli a Kiev, dal momento che tali impianti in Ucraina vengono rapidamente distrutti dai russi, ecco che delizia gli europei con una nuova uscita il Commissario alla Difesa, Andrius Kubilius.

Dopo la predizione che “entro cinque anni, o forse prima, la Russia attaccherà sicuramente un paese europeo, o forse più di uno” (già che c’è...), ora esorta i paesi UE a realizzare «milioni di droni per respingere l’attacco russo». Esattamente come nel caso dell’attacco – macché un paese solo: molti! – anche per i droni il lituano fa le cose all’ingrosso, perché «se Vladimir Putin dovesse ordinare l’attacco a un qualsiasi paese NATO, questo si troverebbe di fronte a un esercito russo «temprato nei combattimenti», in grado di utilizzare «milioni di droni».

Mosca può infatti aumentarne la produzione fino a 5 milioni all’anno; ragion per cui, per vincere lo scontro, «dobbiamo avere capacità superiori». Ora, dato che l’Ucraina, su un fronte di 1.200 km, prevede di produrre quest’anno oltre quattro milioni di droni, l’Europa non può rimanere indietro. Conti alla mano, Kubilius ricorda che la Lituania ha circa 900 km di confine con Russia e Bielorussia e allora, fatte le debite proporzioni, Vilnius deve dotarsi almeno almeno di tre milioni di droni l’anno, in attesa del «giorno X». Gli altri 26 della UE facciano anche loro i debiti calcoli.

D’altronde, si è detto, gli Yankee hanno quasi esaurito le proprie scorte per sostenere Israele nella guerra con l’Iran.

A questo proposito, con malcelata ironia, La Stampa dà conto ai propri lettori di come Trump avrebbe ora schernito l’idea iniziale di una mediazione russa tra Iran e Israele, anche perché, assicurano da Torino, «Putin non è una soluzione, rimane un problema» e schierandosi apertamente con Teheran, «il dittatore russo dovrebbe passare definitivamente con l’“asse del Male”, in compagnia di iraniani e nordcoreani, abbandonando la sua ambizione di spartirsi il mondo con Trump e Xi Jinping».

Già, passerebbe con le canaglie euroasiatiche, in buona compagnia con tutti quegli “autocrati” contro cui sono in lotta perpetua le “forze del bene”, quelle cioè che proclamano il «diritto di Israele a difendersi» massacrando i palestinesi a decine di migliaia. Anche Putin si inserirebbe dunque in quel famigerato “asse del Male”, dicono da Torino: come se i ras liberal-bellicisti di Bruxelles e i giornalacci al loro servizio non inseriscano già ora Mosca in quella “congrega”.

E, per quanto riguarda le presunte infiltrazioni dei Servizi russi in Iran, di cui scrive La Stampa con riferimento a Insider, sarebbe forse il caso di appurare quali ne siano gli obiettivi reali e quali scopi perseguano invece, nella medesima area e in combutta con l’Intelligence militare sionista, i sabotatori ucraini.

Perché, a ben vedere, sul conflitto in Ucraina si sta svolgendo un repertorio di mosse e contromosse USA-UE, che rischia di confondere la reale situazione. Curioso, ad esempio, nota Komsomol’skaja Pravda, come il bellicista Friedrich Merz sia passato a dire che «il conflitto in Ucraina non può esser risolto per via militare»: non si tratta di un proclama pacifista, bensì di un ultimatum a Mosca.

Come rilevava pochi giorni fa il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, Bruxelles aveva cominciato col sentenziare che la Russia “deve essere battuta sul campo”; poi erano passati a “non si può permettere alla Russia di vincere”, fino ad arrivare oggi a implorare il cessate il fuoco a qualsiasi condizione.

Lo stesso sta facendo Trump, col legare Mosca a trattative che segnano il passo, mentre impone agli europei di armare Kiev. Gli USA stano ora operando infatti su due tavoli, Russia e Iran, cosa non del tutto agevole, nemmeno per loro; mentre negoziano col primo, attaccano il secondo ed essendo entrambi, Mosca e Teheran, due attori importanti sul mercato energetico mondiale, Washington non può tralasciare né l’uno né l’altro, appaltando però, al momento, le questioni operative iraniane al duo Tel Aviv-Kiev.

In ogni caso, l’occhio abbraccia in contemporanea l’intera regione, di vitale importanza per lo scacchiere meridionale russo. Infatti, sostiene il politologo Aleksandr Irkhin, se l’Iran dovesse cadere in mano occidentale (più avanti, vedremo come e perché l’eventualità non sia così remota), verrebbe a trovarsi in pericolo l’intera area del mar Nero, eventualità inammissibile per Mosca.

Già ora, osserva Irkhin, l’area occidentale della regione del mar Nero è controllata dall’Occidente, come pure la grande area orientale, con Armenia e Azerbajdžan. Se l’Iran diventa filo-occidentale, l’intera regione, compresa la Crimea, cadrà «in mano occidentale come un grappolo d’uva troppo maturo nelle mani dell’Occidente».

In fondo, è già oggi concreto il lavorio occidentale in Armenia e Azerbajdžan: contano sul fatto che attraverso determinate operazioni, rivoluzioni colorate, investimenti a lungo termine, piani di cooperazione con la NATO, otterranno il «controllo su regioni chiave del mondo. E la regione del mar Nero, con la Crimea, è uno di questi punti».

È indicativo, dice Irkhin, il coinvolgimento di sabotatori ucraini nel conflitto iraniano-israeliano; l’Occidente ha compreso che l’eredità di Simon Petljura (capo del direttorio antibolscevico nell’Ucraina del 1919-1920), trasmessa ai nazigolpisti moderni, è «un virus che può essere rianimato, coltivato, rinnovato. Troviamo tracce ucraine in Africa, in Iran, perché l’Ucraina è all’interno di una coalizione che vorrebbe trasformarci in fertilizzante per il loro nuovo ordine mondiale».

Dunque, per il lavorio semi-sotterraneo in Iran, in parallelo con le bombe israeliane e yankee, ecco che si ricorre ai servigi anche del GUR nazigolpista e l’osservatore Mikhail Pavliv si domanda se le mosse dei tre agenti ucraini bloccati a Isfahan non fossero legate alla preparazione di un colpo di stato in Iran. Del resto, a varie riprese Teheran ha dato notizia di arresti di agenti del Mossad, ma solo di rado ne ha specificato le nazionalità: indiani, nepalesi, tadžiki; ora, ucraini, colti a sabotare un impianto di realizzazione di droni “Shahed”.

Non è escluso, osserva Pavliv, che anche l’ultima azione (conosciuta) dei sabotatori ucraini rientri nell’opera di quella vasta rete di intelligence internazionali – una è quella detta dei “Five Eyes”: Nuova Zelanda, Canada, Australia – che stanno conducendo una guerra contro quegli stati definiti “asse autoritario“, o, come ci informa La Stampa, “asse del Male”, formato da Russia, Cina, Iran, RPDC.

Reti internazionali in cui è coinvolta anche l’Ucraina, come testimonia il fatto che i suoi agenti ricorrano a quelle «tecnologie di sabotaggio (soprattutto intelligenza artificiale e droni), utilizzate da Israele contro l’Iran» e che per l’appunto vengono collaudate sia in Ucraina che in territorio russo, contro strutture militari, economiche e anche contro comuni cittadini.

Dunque, per l’azione (forse) fallita in Iran, esecutore chiave sarebbe stato il GUR (Glavnoe Upravlenie Razvedki) del Ministero della difesa golpista, con a capo Kirill Budanov. E, nel caso specifico, non è esatto dire che sia il Mossad a condurre tali operazioni in territorio iraniano. Il Mossad è certo coinvolto in vari eventi speciali (in particolare sulla situazione politica in Iran); ma, ad esempio, la famosa operazione con i cercapersone, l’attacco ai leader di Hezbollah o, come in questo caso, gli attacchi a strutture iraniane, non si tratta del Mossad, ma di Aman, l’intelligence militare.

Lo stesso per l’attacco nazigolpista alla triade strategica russa: coinvolto non il SBU, che ha solo rilasciato dichiarazioni di copertura, ma il GUR, cioè l’intelligence militare.

Qui da noi, dice Pavliv, amano menzionare, anche a sproposito, il MI6, che è ovviamente coinvolto nella suddetta cooperazione operativa; ma il ruolo chiave è svolto dall’intelligence militare britannica, da cui esce anche l’ucraino TsIPSO (Centro per operazioni psicologiche-informative) che si occupa fondamentalmente di influenzare e disinformare l’opinione pubblica.

Nella rete internazionale rientrano ovviamente anche l’intelligence militare francese, la Direzione per la sicurezza esterna del Ministero della difesa francese. E a proposito di servizi di intelligence americani, quando si parla di operazioni militari e di sabotaggio, «spesso non ci si riferisce alla CIA, bensì alla NSA e all’intelligence militare del Dipartimento della difesa. Insomma, tutta questa schiera di servizi di intelligence militare, sta rodando le proprie tecnologie e sviluppando strategie di sabotaggio in Ucraina, e ora le sta utilizzando nel conflitto iraniano-israeliano».

Del resto, c’erano state ammissioni semiufficiali di azioni del GUR in Siria, Mali, Zimbabwe. E ora in Iran. Il fatto è che, osserva Pavliv, stanno arrivando informazioni interessanti: “fughe di notizie” dall’intelligence di un certo stato confinante con l’Iran e da strutture legate alla tedesca BND (Bundesnachrichtendienst), secondo cui in Iran si stesse preparando un colpo di stato. Non è un caso che, proprio in questo periodo, Reza Pahlavi stesse facendo e disfacendo le valigie e nemmeno che bersaglio della stragrande maggioranza degli attacchi mirati fossero alti ufficiali delle Guardie Rivoluzionarie.

C’è stata (e forse non è finita) una cospirazione all’interno del IRGC e l’attacco all’ala conservatrice dell’establishment iraniano, d’ostacolo ai cosiddetti “riformatori”, avrebbe visto l’intervento di alti ufficiali della stessa IRGC, ma di un’ala diversa. Si dice che sui corpi delle vittime non fossero visibili ferite particolari da attacchi missilistici o aerei, bensì da armi da fuoco: cioè, omicidi su commissione.

In generale, sostiene Pavliv, «traiamo la seguente conclusione: c’è stato un tentativo di colpo di stato, ed è stato represso». Tanto più che lo stesso 13 giugno anche quattro alti ufficiali dell’intelligence militare israeliana sarebbero stati eliminati, o sono scomparsi, e non è chiaro se e come fossero collegati al IRGC o all’Iran. Sono sicuro, dice l’analista, che in tutto il gioco un ruolo chiave sia svolto dall’intelligence britannica, insieme ai Servizi militari sionisti (Aman) e nella rete fosse presente anche Kiev, quantomeno coi sabotatori arrestati.

In sostanza, parrebbe che ora Teheran stia completando il lavoro iniziato, con l’arresto dei cosiddetti “agenti del Mossad” (gli iraniani li chiameranno tutti, indistintamente, agenti del Mossad), compresi i tre ucraini, pur se il summenzionato TsIPSO si è affrettato a dichiarare che «Vengono diffuse tali e talaltre notizie: è solo propaganda nemica; non è vero nulla; non c’erano ucraini» in Iran.

Vien da pensare che sia il caso di chiedere delucidazioni a Torino: pare che siano molto addentro alle questioni del demoniaco “asse del Male”.

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26/06/2025

USA - È scontro sulle reali conseguenze dei bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani

Negli Stati Uniti è in corso uno scontro aperto sulle informazioni relative agli effetti dei bombardamenti sugli impianti nucleari iraniani.

Un primo punto di attrito è quello tra l’amministrazione Trump e la valutazione della Defense Intelligence Agency del Pentagono, secondo cui gli attacchi compiuti sabato da Washington contro gli impianti nucleari iraniani hanno lasciato praticamente intatte le centrifughe mentre hanno avuto un impatto limitato esclusivamente sulle strutture esterne.

Dopo la diffusione da parte della CNN della notizia della prima valutazione dell’intelligence statunitense, è arrivata immediatamente la risposta da parte del Segretario alla Difesa USA, Pete Hegseth, il quale con toni decisamente duri ha riaffermato che “i bombardamenti hanno distrutto la capacità dell’Iran di produrre armi nucleari” puntando poi il dito contro “chiunque continui ad affermare il contrario”. “Chi dice che i bombardamenti non sono stati devastanti sta semplicemente cercando di indebolire il Presidente Trump e il successo della missione”, ha accusato Hegseth.

A seguire, in una intervista a Fox News, è intervenuto anche l’inviato speciale di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, che ha definito “tradimento” la valutazione dell’intelligence trapelata sull’attacco degli Stati Uniti all’Iran. “È oltraggioso, è un tradimento e deve essere indagato” ha tuonato Witkoff, sottolineando di aver letto tutti i rapporti di valutazione dei danni. “Non c’è alcun dubbio che tutti e tre i siti nucleari colpiti dagli Stati Uniti siano stati cancellati”.

A queste valutazioni, si aggiungono le dichiarazioni di altre fonti che hanno spiegato alla CBS come parte delle scorte di uranio arricchito dell’Iran fossero state spostate prima degli attacchi.

In questo scontro sulle informazioni è intervenuta anche la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. Leavitt confermando l’autenticità della valutazione, ha sottolineato che è “completamente sbagliata”, e sebbene sia stata classificata come ‘top secret’, è comunque “trapelata”.

Secondo la Leavitt la fuga di notizie rappresenta “un chiaro tentativo di sminuire il presidente Trump e screditare i coraggiosi piloti che hanno condotto una missione perfettamente eseguita per cancellare il programma nucleare iraniano”.

Ma sulla vicenda è intervenuta anche la BBC, riportando in un servizio le testimonianze di fonti che hanno familiarità con le valutazioni dell’intelligence e che hanno confermato come le centrifughe iraniane siano in gran parte “intatte” e come l’impatto dei bombardamenti USA sia stato limitato alle strutture di superficie. Sempre secondo quanto appreso dalla BBC gran parte degli impianti, che si trovano in profondità nel sottosuolo, non sono stati distrutti e l’attacco avrebbe riportato il programma nucleare dell’Iran indietro solo di “pochi mesi, al massimo”.

Dall’Iran è intervenuto il capo dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana, Mohammad Eslami, affermando che “i piani per il riavvio degli impianti sono stati preparati in anticipo e la strategia iraniana è quella di garantire che la produzione e i servizi non vengano interrotti”. Mentre un consigliere del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato che il suo paese ha ancora scorte di uranio arricchito e che “il gioco non è finito”.

L’Iran intanto ha diffuso sulle pagine del Teheran Times l’elenco degli obiettivi che sarebbero stati colpiti in Israele dai missili iraniani. Al netto della propaganda, l’elenco appare piuttosto lungo e particolareggiato, mentre le fonti israeliane si sono finora limitate ad affermare solo il numero di obiettivi colpiti.

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25/06/2025

Nazigolpisti ucraini al lavoro in Iran

A proposito del parallelo nel lavoro delle Intelligence israeliana e ucraina, la prima in Iran, la seconda sul territorio russo, di cui il generale Fabio Mini scrive il 23 giugno su Il Fatto, ecco un esempio, seppur “complementare”, della penetrazione dei rispettivi agenti, di Mossad e GRU, nei territori di Iran e Russia.

Rilevando la relativa facilità con cui i sionisti hanno portato colpi micidiali ad alcune strutture ed esponenti in vista della Repubblica iraniana, il generale Mini scrive di una “struttura parallela” reclutata dal Mossad, non solo tra civili dissidenti iraniani, ma addirittura anche all’interno dei Guardiani della rivoluzione, attraverso cui è stata condotta l’operazione del trasporto dei droni che hanno colpito vari esponenti iraniani.

Riuscire a «trasportare droni in territorio iraniano, custodirli in aree desertiche per anni e poi attivarli all’occorrenza, o uccidere decine di militari e scienziati, implica il coinvolgimento sul posto di una rete organizzata e fidelizzata. Lo stesso aveva detto Zelenskij prendendosi il merito dell’operazione contro i siti strategici russi. Anche l’eliminazione dei leader iraniani ha un parallelo con le azioni dell’intelligence ucraina», ecc, ecc.

L’analogia, non proprio negli stessi termini, ma con un occhio più rivolto a mettere in guardia la Russia su ciò che può attendersi dal lavorio di agenti ucraini e, appunto, dalla “sorda” penetrazione dell’Intelligence nazigolpista in territorio russo, era stata messa in rilievo dal professor Velentin Katasonov sulla russa Svobodnaja Pressa.

Ecco ora un esempio “trasversale” di simili attività. L’agenzia iraniana Mashregh News scrive che i Servizi di sicurezza iraniani hanno arrestato in Iran tre agenti dell’Intelligence ucraina, sospettati di preparare un attacco terroristico contro un impianto di produzione di velivoli senza pilota a Isfahan.

«Le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato 3 agenti dei servizi segreti ucraini che stavano progettando di attaccare un impianto di produzione di droni a Isfahan» è detto nel comunicato.

Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha dichiarato che il gruppo di intelligence è stato eliminato prima che potesse provocare danni. Mashregh News osserva che i tre agivano su istruzioni di Kiev e avevano una mappa con uno schema dettagliato dell’impianto, degli esplosivi e dei mezzi di comunicazione.

L’Ucraina non ha ufficialmente commentato l’incidente. Prima del comunicato di Mashregh News, però, la semiufficiale ucraina Strana aveva scritto che gli attacchi statunitensi agli impianti nucleari iraniani potrebbero causare molti problemi all’Ucraina.

Tra l’altro, quella di Isfahan è la stessa area in cui, appena una settimana prima, le forze di sicurezza iraniane avevano scoperto (con qualche giorno di ritardo, verrebbe da ironizzare, se la faccenda non fosse così seria) un laboratorio clandestino per la produzione di mini-droni, insieme a una significativa quantità di speciali attrezzature ed elementi per la loro messa a punto. L’agenzia IRNA, riportando le dichiarazioni della polizia, aveva parlato di quattro persone arrestate, lasciando intendere chiaramente che nell’attività del laboratorio fossero coinvolti agenti israeliani.

E, a proposito di droni e di rapporti russo-iraniani, nel gennaio 2024, durante i lavori del vertice economico di Davos, l’allora Ministro degli esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian (morto nel maggio successivo, insieme al Presidente Ibrahim Raisi, in seguito allo schianto dell’elicottero su cui stavano viaggiando, nei pressi del confine tra Iran e Azerbajdžan), aveva dichiarato che, a dispetto delle ripetute affermazioni di Kiev, secondo cui Teheran avrebbe fornito a Mosca missili e droni da combattimento, utilizzati dalle forze russe nel conflitto ucraino, l’Iran non ha «mai fornito droni o missili alla Russia perché li usasse contro l’Ucraina».

Le dichiarazioni ucraine, secondo cui i droni iraniani vengono utilizzati contro di loro, aveva detto Amir-Abdollahian, «stanno creando molto rumore. Tuttavia, non ci hanno mostrato una sola prova o un solo documento» a sostegno di quelle affermazioni.

Evidentemente, i nazigolpisti di Kiev hanno comunque deciso di giocare d’anticipo.

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Israele e Iran salvano la faccia, Trump vince (e anche Putin)

La tregua stabilita nelle scorse ore annunciata da Donald Trump e poi dai governi di Teheran e Tel Aviv ha preso corpo troppo in fretta lasciando il dubbio che facesse parte di un piano già predefinito, probabilmente fin dall’avvio dei bombardamenti statunitensi sui centri nucleari iraniani.

Gli ultimi sviluppi del conflitto sembrano indicare che abbia trovato ampie conferme l’ipotesi formulata da Analisi Difesa di “un’ammuina” statunitense tesa a salvare la faccia a Benjamin Netanyahu offrendo una via d’uscita a Israele ormai a corto di armi antimissile.

USA e Israele hanno annunciato la “missione compiuta” dicendosi certi della totale distruzione del programma nucleare iraniano nonostante non vi siano certezze circa i danni inflitti ai bunker sotterranei, alcuni dei quali peraltro non noti, e nonostante non vi sia traccia di oltre 400 chili di uranio arricchito.

Richard Nephew, ex funzionario statunitense esperto di Iran, ha detto al Financial Times che nessuno sa dove siano finiti i 408 chili di uranio arricchito al 60 per cento. Gli Stati Uniti e Israele non hanno la capacità per riuscire a individuarlo a breve. L’intervento militare americano ha al più ritardato di qualche mese il programma atomico di Teheran.

Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, ha dichiarato che Teheran sta “valutando la possibilità di riparare e rilanciare le parti danneggiate dell’industria nucleare. Abbiamo pianificato in modo che non ci fossero interruzioni nel processo produttivo”, ha aggiunto.

L’impianto nucleare iraniano di Fordow “ha subito solo danni parziali a seguito dell’attacco statunitense di domenica sera e la situazione nell’area è tornata alla normalità” ha riferito ieri l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Tasnim citando le autorità locali.

Ieri il portavoce della Commissione affari esteri del Majles, il parlamento iraniano, Abbas Golru all’agenzia di stampa ISNA, ha riferito che dopo l’attacco statunitense e gli attacchi israeliani contro i siti del programma nucleare iraniano, Teheran sta valutando l’uscita dal Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), togliendo la base legale per le ispezioni dei tecnici dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

“L’azione del regime sionista e degli Stati Uniti ha violato in modo palese il diritto internazionale, in particolare il Trattato di non proliferazione nucleare”, ha detto Golru. “Non c’è più alcuna necessità che l’Aiea esprima giudizi sul programma nucleare iraniano”, ha continuato Golru. “Il Parlamento – ha detto ancora – sta esaminando la questione dell’uscita dal TNP”.

Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Rafael Mariano Grossi ha detto di aver comunicato all’Iran che “qualsiasi trasferimento di materiale nucleare da una struttura protetta a un’altra deve essere comunicata all’Aiea”.

Uranio arricchito e altro materiale sono stati sgomberati insieme al personale prima dei raid americani, a conferma che Washington ha mantenuto canali di comunicazione aperti con l’Iran e di certo con la Russia.

Mosca ha ammesso che Putin e Trump avevano parlato al telefono della guerra tra Iran e Israele ma il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha smentito che il presidente americano avesse comunicato quando avrebbe attaccato i siti nucleari.

Salvare la faccia

Appare in ogni caso evidente la regia russo-americana per gestire la fine del conflitto e forse avviare una fase di negoziati di pace che potrebbe vedre Mosca e Washington tornare a cooperare in modo ufficiale. Un pessimo segnale per l’Ucraina e l’Europa, fattasi scavalcare ancora una volta da un conflitto in cui, come quello in Ucraina, ha tutto da rimetterci, ma dove non ha capito nulla e quindi non tocca palla.

Come avevamo previsto, dopo i raid americani anche l’Iran doveva “salvare la faccia”. Ieri ha lanciato missili balistici verso la base qatarina di al-Udeid utilizzata dall’USAF che vi ha posto il comando aereo del Central Command.

Il Qatar ha affermato di aver intercettato tutti i missili iraniani (probabilmente utilizzando il sistema antimissile statunitense THAAD), tranne uno, caduto nella base aerea senza causare vittime, secondo il generale Shayeq bin Misfir Al Hajri, vice capo di stato maggiore interforze del Qatar.

Intorno alle 19:30 ora locale, sette missili sono stati lanciati dall’Iran verso la base aerea e tutti sono stati abbattuti in mare prima di entrare nel territorio del Qatar. “Subito dopo, la base è stata attaccata da 12 missili, 11 dei quali sono stati abbattuti sul territorio del Paese, e un missile è caduto nella base aerea di Al Udeid”, ha dichiarato Al Hajri, come riporta la CNN. “Non ci sono state perdite lì. Tutti i missili lanciati, grazie a Dio, sono stati abbattuti dai nostri sistemi,  tranne uno, che come ho detto è caduto nella base aerea di Al Udeid”.

Le Guardie della rivoluzione in Iran hanno dichiarato invece che sei missili hanno colpito la base statunitense in Qatar.

Trump ha ringraziato l’emiro al-Thani “per tutto ciò che ha fatto per la pace nella regione” in un nuovo post su Truth. “Riguardo all’attacco di oggi alla base americana in Qatar, sono lieto di annunciare che, oltre a non aver ucciso o ferito alcun americano, e cosa molto importante, non ci sono stati nemmeno qatarioti uccisi o feriti”, ha aggiunto.

Ma l’aspetto che conferma come alla “ammuina” statunitense abbia risposto la “sceneggiata iraniana” emerge dalle dichiarazioni di Trump che dopo gli attacchi missilistici iraniani ha reso noto che non era prevista nessuna risposta o altri interventi militari contro l’Iran dopo il fallito attacco ad al-Udeid.

Base che del resto era stata in gran parte evacuata da aerei e personale in previsione dell’attacco. Il New York Times ha riferito subito, citando fonti ben informate, che l’Iran aveva avvisato in anticipo le autorità del Qatar per minimizzare il rischio di vittime e dimostrando che l’azione aveva un carattere simbolico e calcolato che non voleva innescare ulteriori rappresaglie.

Trump infatti ha persino ringraziato il governo iraniano. “Voglio ringraziare l’Iran per averci avvisato tempestivamente, il che ha permesso di non perdere vite umane e di non ferire nessuno. Forse l’Iran può ora procedere verso la pace e l’armonia nella regione e incoraggerò con entusiasmo Israele a fare lo stesso” ha scritto ieri su Truth.

In poche ore del resto si è giunti al cessate il fuoco e già domenica sera da Israele erano giunte offerte all’Iran di cessare le ostilità dopo i raid statunitensi sui centri nucleari.

Trump ha annunciato che Israele e Iran hanno concordato un cessate il fuoco “completo e totale”, che porterà alla fine della guerra. La dichiarazione è stata diffusa con un messaggio sul social Truth. Il cessate il fuoco, secondo Trump, dovrebbe durare inizialmente 12 ore. Il presidente ha detto che si tratta della fine della “guerra dei 12 giorni” e si è complimentato con Iran e Israele per la scelta fatta. “Questa – ha aggiunto su Truthè una guerra che sarebbe potuta durare anni e distruggere l’intero Medio Oriente, ma così non è stato e mai lo sarà”.

Il bombardamento dei siti nucleari iraniani non è sostenuto dalla maggioranza degli americani secondo un sondaggio commissionato da CNN. Il 56 per cento degli americani è contrario e solo il 44 per cento favorevole.  I democratici sono largamente contrari ai raid, per l’88 per cento, mentre la maggioranza dei repubblicani, l’82 per cento, li sostengono.

Il 58 per cento degli americani sostiene che i raid renderanno l’Iran ancora più una minaccia per gli Stati Uniti e solo il 27 per cento ritiene che la decisione di Trump possa contribuire a contenere la minaccia. Il 39 per cento degli americani è convinto che gli Stati Uniti non abbiano fatto uno sforzo diplomatico sufficiente prima di usare la forza, il 32 la pensa all'opposto.

Tutti vincitori?

A Mosca il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che “non sono stati forniti documenti che dimostrino che l’Iran intendesse attaccare Israele” aggiungendo sul cessate il fuoco che “è ancora presto per trarre conclusioni, ma noi sosteniamo la pace. Tentare di assassinare militari e scienziati nella regione è un atto pericoloso che potrebbe portare a importanti cambiamenti e conseguenze in Medio Oriente”.

Se Israele ha dichiarato vittoria per lo smantellamento (rivendicato ma non confermato) del programma nucleare iraniano, il Consiglio Supremo per la Sicurezza nazionale dell’Iran, nel confermare che è stato raggiunto un cessate il fuoco con Israele, lo ha definito una sconfitta per lo Stato ebraico.

Le Forze armate iraniane hanno fornito una “risposta umiliante ed esemplare alla crudeltà del nemico”, si legge nella nota aggiungendo che tale risposta è culminata nell’attacco alla base statunitense in Qatar di ieri sera e negli attacchi missilistici all’alba su Israele. Il Consiglio ha affermato che Teheran ha risposto agli attacchi sul suo territorio in modo proporzionato e tempestivo e “ha costretto il nemico a pentirsi e ad accettare la sconfitta e la cessazione unilaterale della sua aggressione. Le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, senza alcuna fiducia nelle parole del nemico e con le dita sul grilletto, sono pronte a fornire una risposta decisa e deterrente a qualsiasi atto di violazione da parte del nemico”, avverte il Consiglio Supremo

Prospettive di pace

Entrambi i contendenti rivendicano un qualche successo e minacciano di tornare a far parlare le armi ma se il cessate il fuoco regge e si consolida anche i negoziati per una pace duratura potranno prendere il via.

Israele è indebolito e Netanyahu ha il fiato corto, quindi meno opzioni per sottrarsi ai diktat di Trump. Anche l’Iran ha subito danni, uccisioni di leader e batoste con la distruzione di una parte del suo apparato militare. Un contesto che rende Teheran più accondiscendente con Mosca come confermano gli incontri di ieri in Russia tra i due ministri degli Esteri e il colloquio telefonico tra i due ministri della Difesa.

Del resto la Russia è il migliore negoziatore per Israele e lran. Ha sempre avuto buoni rapporti con lo Stato ebraico (dove molti abitanti sono di origine russa o ex sovietica) ed è un alleato dell’Iran. Mosca è “padrina” del programma nucleare civile iraniano a cui ha fornito tecnici e la centrale atomica di Busher: per questo ha piena consapevolezza dei piani atomici di Teheran e potrebbe offrire assicurazioni a Israele che l’Iran non si doterà di un arsenale nucleare autonomo, offrendo al tempo stesso garanzie militari all’Iran e ponendolo sotto la protezione del suo ombrello nucleare in caso di attacco di Israele, che è già da decenni una potenza nucleare.

È presto per fare previsioni ma simili garanzie favorirebbero la distensione e un processo di pace oltre a dare domani piena sostanza al riavvicinamento tra Washington e Mosca.

Per ora la cosa più importante era uscire dall’impasse e per l’Amministrazione Trump evitare di cadere nella trappola di Netanyahu, che puntava a coinvolgere gli USA nella guerra che Israele combatte ormai su sei fronti senza ombra di vittoria ma soffrendo un progressivo logoramento militare ed economico.

Che Trump punti a un accordo di pace lo indica oggi anche il rimprovero a Israele per un raid aereo effettuato quando la tregua era già in vigore. Israele ha “sganciato” missili subito dopo aver accettato l’accordo. “Non sono felice con Israele, forse è stato lanciato per errore, ma non sono felice” ha detto il presidente americano parlando a un gruppo di giornalisti prima di partire per partecipare al vertice Nato all’Aja.

Che la tregua non sia casuale ma rientri in un programma predisposto per chiudere il conflitto mediorientale sembrerebbe indicarlo anche la notizia giunta in tarda mattinata dal Qatar, dove il premier e ministro degli Esteri, Mohammad bin Abdulrahman al-Thani, ha auspicato di riprendere i negoziati tra Israele e Hamas per un cessate il fuoco a Gaza entro due giorni. 

“L’aggressione israeliana contro l’Iran ha interrotto gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, ma speriamo che Israele non usi il cessate il fuoco con l’Iran per intensificare il bombardamento di Gaza”, ha concluso.

Il 13 giugno, dopo l’attacco all’Iran, il comando delle IDF aveva definito “fronte secondario” quello della Striscia di Gaza.

Le ultime schermaglie prima della tregua

I Guardiani della rivoluzione islamica hanno affermato oggi che l’ultimo attacco contro Israele è stato lanciato pochi minuti prima dell’entrata in vigore del cessate in fuoco in risposta ai raid israeliani.

I pasdaran hanno fatto sapere di aver lanciato “14 missili” contro “i centri militari e di supporto del regime sionista nei territori occupati”. I Guardiani della rivoluzione hanno aggiunto che continueranno a “monitorare i movimenti del nemico con occhi aperti e vigili”.

Ieri l’Iran aveva rivendicato di aver distrutto dall’inizio del conflitto oltre 130 droni israeliani. Lo ha riferito l’agenzia di stampa ISNA, citando il Quartier generale della difesa aerea iraniana. La contraerea “dall’inizio delle aggressioni del regime sionista fino alle ore 7 di questa mattina, con vigilanza e massima prontezza, ha intercettato oltre 130 droni suicidi da ricognizione e da combattimento – tra cui vari modelli Hermes, Heron e i droni suicidi Harop – riuscendo ad abbatterli e distruggerli in tutto il Paese”.

Dall’inizio dell’attacco israeliano a ieri erano “circa 500” le persone morte in Iran e i feriti oltre 3.000, come ha riferito la tv di Stato iraniana. La stima è stata aggiornato poi a 974 morti e circa 3.500 feriti secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), organizzazione non governativa indipendente iraniana che si occupa di diritti umani.  L’ong denuncia al contempo 705 arresti sul fronte interno in questi giorni, sullo sfondo della stretta delle autorità di Teheran contro i sospetti di spionaggio o collaborazionismo. Il governo ha certificato nel pomeriggio di oggi 610 morti e 4.700 feriti. 

Le forze armate iraniane avrebbero abbattuto ieri un altro caccia F-35 israeliano nei pressi della città di Tabriz nella parte nord-occidentale del Paese. Lo ha riportato l’agenzia Tasnim citando il dipartimento per le relazioni pubbliche del Corpo delle Guardie della Rivoluzione.

Ieri l’Iran ha lanciato almeno 15 missili balistici e decine di droni verso Israele in diverse salve nell’arco di 40 minuti. Colpite anche due centrali elettriche. La compagnia elettrica israeliana (IEX) ha reso noto che a seguito del lancio di droni iraniani verso Israele che hanno colpito anche una infrastruttura strategica nel sud del paese, si sono verificate interruzioni nella fornitura di elettricità a un certo numero di comunità nell’area.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha confermato ieri che le IDF hanno colpito una serie di “obiettivi senza precedenti” nella capitale iraniana Teheran. Una nota ha riferito che sono stati attaccati “il quartier generale del corpo paramilitare dei Basi, la prigione di Evin per prigionieri politici e oppositori del regime, l’orologio ‘Distruzione di Israele’ in piazza Palestina, il quartier generale della sicurezza interna delle Guardie rivoluzionarie (i pasdaran), il quartier generale dell’ideologia e altri obiettivi del regime”.

Secondo quanto riferito dal quotidiano Times of Israel, l’attacco all’ingresso del carcere, noto per il gran numero di prigionieri politici e dissidenti, non ha causato vittime e aveva lo scopo di consentire ai detenuti di scappare. L’orologio menzionato da Katz è stato eretto nel cuore di Teheran nel 2017 e segna un ipotetico conto alla rovescia alla “fine di Israele”, prevista dalla Repubblica islamica entro il 2040.

Le IDF hanno attaccato ieri 6 aeroporti nell’Iran occidentale, orientale e centrale, distruggendo 15 aerei ed elicotteri come parte del loro “sforzo per approfondire la superiorità aerea nei cieli iraniani”. Gli attacchi hanno danneggiato piste di decollo, bunker sotterranei, un aereo da rifornimento e velivoli F-14, F-5 e un elicottero da attacco AH-1, ha affermato un comunicato.

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24/06/2025

Mercati finanziari “apatici”, nonostante le tensioni in Medio Oriente

Fino a qualche anno fa i mercati finanziari sembravano sensibili ad ogni “stormir di foglia”, nervosi e volatili di fronte ad ogni variabile che si presentava sullo scenario internazionale o sui mercati.

Ma la guerra in Medio Oriente, al momento, non sembra destabilizzare più di tanto le borse, al contrario quella che comincia a preoccupare e a far sorgere domande è proprio la loro apatìa di fronte egli eventi. Qualcuno parla ormai di “cinismo dei mercati” ben oltre la soglia fisiologica di un meccanismo che sul cinismo e la speculazione fonda la propria esistenza.

Dopo i raid Usa contro l’Iran, il prezzo del petrolio Brent era salito del 5,7%, fino a 81,40 dollari, il massimo da 5 mesi a questa parte. La fiammata però si era rapidamente esaurita e le quotazioni avevano virato in negativo. Lo stesso era accaduto al gas, salito di un pò dai 42 euro per Megawattora al Ttf in mattinata, ma poi in flessione dell’1% in chiusura, a quota 40,5 euro. Anche i future sul gas europeo non hanno risentito della ritorsione iraniana sulle basi militari Usa in Qatar in quanto la seduta all’Ice era già terminata quando ha iniziato a circolare la notizia di un imminente attacco iraniano in Qatar, Paese da cui proviene il 20% del l’offerta mondiale di Gnl.

Questa mattina alla Borsa di Milano, a causa del calo del prezzo del greggio, i titoli delle società legate al petrolio sono scesi: Eni (-4%), Tenaris (-3,3%), Saipem (-2,8%). Precipitano anche i prezzi del gas ad Amsterdam: -11,5% a 35,97 megawatt all’ora.

“Resta il fatto che i rischi nella regione non si sono spenti. E il mercato petrolifero a questo punto forse li sta sottovalutando” scrive oggi IlSole24Ore. L’Iran (o altri soggetti) potrebbero ancora colpire impianti nel settore Oil&Gas. “E ci sono molte opzioni meno rischiose e anche meno difficili da perseguire rispetto al tanto paventato blocco di Hormuz, che sta comunque spingendo molti armatori a minimizzare il tempo di permanenza delle navi nel Golfo, oltre a spingere al rialzo i costi di trasporto”.

A tranquillizzare Wall Street ci sono poi state le parole di Michelle Bowman. La vicepresidente della Federal Reserve, ha dichiarato che il momento per tagliare i tassi di interesse potrebbe avvicinarsi rapidamente. Non solo. Ha aggiunto di essere “più preoccupata per i rischi che incombono sul mercato del lavoro e meno del fatto che i dazi possano causare un problema di inflazione”.

Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt “La maggior parte degli investitori scommette che il conflitto rimarrà limitato, senza un impatto significativo sull’economia globale”. Anche sui dazi, mentre si avvicina luglio e la fine della tregua annunciata da Trump, “gli investitori scommettono che i dazi non arriveranno alla fine. Ma così facendo, nascondono problemi essenziali”.

IlSole24Ore, si interroga sul come mai in un contesto così incerto “i listini restino quasi impassibili, senza volatilità”. Anche perché l’apatia dura da almeno metà maggio. Le Borse non avevano reagito neppure quando Trump, nel weekend del 30 maggio, aveva raddoppiato i dazi su acciaio e alluminio dal 25 al 50%: il lunedì successivo l’indice delle Borse europee aveva perso appena lo 0,21%.

Gli investitori sono convinti che sui dazi Trump stia giocando una partita a poker, con tanto di bluff, ma che alla fine gli accordi verranno trovati. E sulla guerra in Medio Oriente ritengono l’escalation un’ipotesi residuale. Dunque, in generale, pensano che il conflitto in Medio Oriente avrà un effetto contenuto sull’economia.

Dunque se fino a poco tempo fa erano il nervosismo e l’ipersensibilità dei mercati finanziari ad essere fonte di preoccupazione, oggi sembra preoccupare anche la loro apatìa di fronte agli eventi. Un segnale non certo di vitalità, anzi il suo contrario.

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La UE mantiene l’accordo di associazione con Israele, non c’è genocidio che tenga

Ieri si è riunito il Consiglio Affari Esteri della UE, la formula del Consiglio dell’Unione Europea che vede seduti intorno a un tavolo tutti i ministri degli Esteri dei paesi membri. In discussione c’era un rapporto chiaro: Israele viola i diritti umani, non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, alla faccia di chi dice che senza Hamas (che governa solo nella Striscia) non ci sarebbe guerra.

La reazione di Bruxelles è stata altrettanto chiara: l’Accordo di associazione UE-Israele non è stato toccato, nonostante Tel Aviv sia stata trovata in evidente violazione dell’articolo 2 di tale accordo. Nessuna sanzione è stata imposta sui coloni della West Bank, che continuano a strappare le terre dei palestinesi e a fare sfregio del diritto internazionale.

Questa è la misura di quanto il ‘giardino’ europeo tiene in considerazione i diritti di donne e bambini appena al di là del Mediterraneo, che hanno la colpa di non essere bianchi e di essere occupati dall’agente dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente, ovvero Israele. Salta di nuovo tutta la retorica umanitaria che vari esponenti europeisti avevano sbandierato per rifarsi una verginità nelle ultime settimane.

Arrivando agli eventi più nel dettaglio, il mese scorso 17 ministri degli Esteri dell’UE (non Tajani) avevano appoggiato una proposta olandese per la revisione dei legami con Israele a causa del genocidio e della pulizia etnica portati avanti impunemente in Palestina. Anche l’evidente blocco di cibo, carburante, acqua e forniture mediche aveva spinto verso questa direzione.

Il Servizio per l’Azione Esterna (SEAE) ha dunque proceduto a stendere un rapporto per Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, che l’ha poi presentato ai colleghi. I quali hanno semplicemente preso atto che ci sono indicazioni di violazione degli obblighi in materia di diritti umani, ma senza adottare alcuna misura.

Qualsiasi decisione in tal senso, se mai venisse presa, è stata rimandata al Consiglio Europeo del 26 giugno o, ancor più probabilemente, alla prossima riunione del Consiglio nel formato Esteri, il 15 luglio. Intanto, il genocidio continua, e non lo nega più nemmeno la UE.

Nelle motivazioni di condanna verso Tel Aviv, non manca un riferimento alle misure della Corte Internazionale di Giustizia, per la quale Israele avrebbe l’obbligo di agire “al fine di impedire che siano commessi atti rientranti nell’ambito della Convenzione sul Genocidio”.

Kallas, negli scorsi giorni, aveva imbastito il solito teatrino della politica imperialista europea. Davanti all’Europarlamento, aveva detto che, fosse stato per lei, avrebbe imposto sanzioni a Israele, ma che per alcune scelte serve l’unanimità. Ma ad esempio, come sottolineava Euronews in un articolo del 18 giugno, per una almeno parziale sospensione dell’accordo, sarebbe bastata una maggioranza qualificata.

La politica estera dei paesi europei è in realtà decisa da Tel Aviv. “Rifiutiamo completamente la direzione presa nella dichiarazione, che riflette una totale incomprensione della complessa realtà che Israele sta affrontando”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Oren Marmorstein su X. E Bruxelles ha eseguito.

L’attacco effettuato in barba al diritto internazionale all’Iran da parte di Israele, invece di convincere i politici UE a fare un passo concreto contro il terrorismo sionista, ha rinsaldato le fila europee nella guerra totale che stanno portando avanti contro l’emergere di un ordine multipolare, considerato la minaccia principale all’egemonia occidentale ormai in crisi.

La credibilità di qualsiasi istituzione politica europea è ormai definitivamente compromessa, mostrando lo stato di decomposizione della sempre fasulla ‘democrazia’ occidentale, ormai arrivata però all’aperta accettazione di crimini contro il diritto internazionale e contro l’umanità, fintanto che gli sono utili.

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Dalla guerra “devastante” alla “pace subito”. Che succede?

Alle 6:00 di questa mattina USA e Iran hanno fatto partire una “tregua” di 12 ore, successivamente definita “illimitata”. Cui dovrebbe seguire, secondo i comunicati della Casa Bianca, una “pace” tra i due paesi.

È in qualche modo sorprendente che questo annuncia segua di poche ore la raffica di missili lanciati da Tehran contro una base militare USA in Qatar come risposta al bombardamento con ordigni bunker-buster dei siti nucleari iraniani.

E non è finita qui. Donald Trump, nel corso di un’intervista esclusiva a Nbc News, ha affermato che anche la guerra tra Israele e Iran è finita. Alla domanda su quanto durerà la tregua, il presidente americano ha risposto: “Durerà per sempre”, lanciandosi poi nel solito bla bla di panna montata sulle proprie virtù. È un “grande giorno per l’America” e un “grande giorno per il Medio Oriente”, “sono molto felice di essere riuscito a portare a termine l’opera”.

Alla domanda se la guerra fosse completamente finita, ha risposto: “Sì. Non credo che si spareranno mai più”. Di lì a minuti, come risposta all’ennesimo raid israeliano contro il proprio territorio, Tehran ha fatto partire un’altra ondata di missili che hanno raggiunto Haifa, Tel Aviv, Beer Sheba.

Un funzionario iraniano ha comunque confermato alla Reuters che Teheran ha accettato il cessate il fuoco.

“Al momento non esiste alcun ‘accordo’ su un cessate il fuoco o una cessazione delle operazioni militari, tuttavia a condizione che il regime israeliano cessi la sua aggressione non abbiamo intenzione di continuare la nostra risposta”, ha confermato poi su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

“Come l’Iran ha ripetutamente chiarito: Israele ha dichiarato guerra all’Iran, non il contrario”, scrive ancora Araghchi specificando che “la decisione finale sulla cessazione delle operazioni militari” di Teheran “verrà presa in seguito e a condizione che il regime israeliano cessi la sua aggressione illegale contro il popolo iraniano” entro stamattina.

Per ora, silenzio ufficiale da Israele che, se l’annuncio trumpiano venisse seguito da fatti coerenti, sarebbe il vero sconfitto questa svolta.

Qualcosa si era intuito dalle “stranezze” dell’attacco USA su Natanz, Fordow ed Esfahan. Quei buchi “troppo piccoli” per essere stati creati dalla bombe GBU-57, l’assenza di fughe radioattive, i camion che nei giorni precedenti facevano la spola dalle basi probabilmente per allontanare le componenti essenziali dei laboratori, ecc.. 

Tutti elementi che avevano portato a definire “telefonato” l’attacco americano, anche tramite una vera e propria chiamata per avvertire e circoscrivere il significato politico del bombardamento.

La stessa cosa è apparsa chiara ieri sera a proposito della risposta iraniana contro le basi USA in Qatar, confermata peraltro dallo stesso Trump: “Voglio ringraziare l’Iran per averci avvisato tempestivamente, il che ha permesso di non perdere vite umane e di non ferire nessuno. Forse l’Iran può ora procedere verso la pace e l’armonia nella regione e incoraggerò con entusiasmo Israele a fare lo stesso”.

Messa così, par di capire che ci sia stato uno scontro piuttosto serio dentro l’establishment statunitense tra il vecchio “deep state” neocon (quello che accomunava repubblicani e “dem”, Bush, Biden, Obama, Clinton) e il “nuovo sceriffo in città” (definizione data dal vice presidente Vance), ovvero il mondo “Maga” (Make America great again”). Ossia tra chi pensa di ristabilire l’egemonia statunitense a forza di guerre una dietro l’altra e chi pensa di riuscirci agendo soprattutto su altri terreni (dalle guerre commerciali con i dazi alle trattative con la pistola in pugno). Stesso fine imperiale, mezzi in parte diversi.

Due risposte diverse alla crisi – entrambe squilibrate e sature di rischi – che avrebbero trovato un momento di “compromesso” spedendo – sì – i bombardieri strategici B-2 sull’Iran (come chiedeva Israele, non in grado di condurre attacchi abbastanza rilevanti a grande profondità), ma senza dare il via a una guerra prolungata che avrebbe inevitabilmente costretto Russia e Cina a sostenere in vario modo Teheran, attaccata chiaramente per disgregare il progetto Brics+.

Il convitato di pietra resta Israele, in preda ad un delirio millenaristico genocida. Ma basteranno poche ore per chiarire se anche lì si è fatto strada un atteggiamento più realistico – la quantità di missili iraniani intercettati diminuiva di giorno in giorno, a riprova del rapido venir meno delle “munizioni” per lo scudo Iron Dome – oppure se verrà scelta l’antica strada di Sansone e Masada.

Ore 9:00. Israele ha accettato il cessate il fuoco con l’Iran proposto dagli Stati Uniti affermando di aver raggiunto i propri traguardi e di aver eliminato la doppia minaccia costituita dalle armi nucleari e missilistiche iraniane.

In pratica, ognuno può dire di aver vinto, anche se questa volta non ha vinto nessuno (tranne per i media più servili del mondo, a partire dal Corriere e Repubblica, ridotti a megafono delle vanterie del Mossad).

È semplicemente illogico, infatti, che se Israele fosse stato davvero sul punto di vincere avrebbe chiesto tanto insistentemente l’intervento diretto USA. O che si sarebbe accontentato di un intervento “recitato e telefonato”, dai dubbi risultati operativi, e condotto di concerto con Teheran in modo tale che nessuno si facesse davvero male.

Di fatto, perciò, non è neanche davvero una “pace”, ma una sospensione dalla durata incerta. Che verrà rotta da USA e Israele alla prima scusa utilizzabile... 

Certo che quella dell'“atomica iraniana quasi pronta, massimo quindici giorni”, ormai su piazza da quasi venti anni sarà ancor meno credibile. Ma verrà utilizzata lo stesso, non essendocene altre...

(In aggiornamento)

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Un “attacco devastante” per chiedere il cessate il fuoco...

Districarsi nella propaganda di guerra è sempre difficile, ripetiamo. Specie quando ci sono in azione veri professionisti della falsificazione come l’Hasbara israeliano e gli sceneggiatori prestati da Hollywood.

Però al momento la ricostruzione più attendibile del film dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani sembra la seguente.

Abbiamo il livello pubblico, affidato a un sistema mediatico che ha smesso da decenni di farsi domande e ripete a pappagallo – con contorno di interviste ad “esperti” pescati proprio nei “giri giusti” della Nato o dell’Idf – ogni velina emanata dai governi di Washington e Tel Aviv.

Secondo questa facciata ufficiale, e con le parole di Trump, i tre siti di Fordow, Esfahan e Natanz sarebbero stati oggetto di un “attacco devastante” che avrebbe di fatto cancellato il programma iraniano di nucleare civile (quello militare, come spiegato dagli scienziati e persino da quel poco di buono di Rafael Grossi, alla guida dell’Aiea, non è mai stato al livello di produrre un ordigno nucleare).

Stabilito questo “successo spettacolare” si è passati in un attimo – all’interno delle stesse frasi – all’offerta di “pace”. La cosa più sorprendente è stata semmai l’adesione di Netanyahu a questa “visione”, con il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth che, citando funzionari israeliani, afferma: “Accetteremo un cessate il fuoco domani se Khamenei annuncerà di volerlo”.

Non serve un professore di retorica per capire che Israele sta chiedendo un cessate il fuoco ma si pretende che sia l’Iran a farsene promotore. E in effetti proporlo in prima persona rovinerebbe sia la “narrazione trionfale” sull’attacco statunitense, sia l’immagine stessa di Netanyahu-Terminator.

Col passare delle ore, tra l’altro, la sceneggiatura hollywoodiana comincia a mostrare qualche smagliatura. L’Aiea – composta da centinaia di scienziati perbene, anche se la guida “politica” è stata affidata a un servo – fa il suo dovere verificando che intorno ai siti bombardati non c’è traccia di aumento della radioattività.

Il che contraddice platealmente, quanto meno, la dimensione “devastante” degli attacchi. Se scarichi più bombe da una tonnellata e mezzo su dei laboratori nucleari, infatti, è fisicamente impossibile che nemmeno qualche particella radioattiva finisca in atmosfera (anche se le esplosioni sono avvenute in profondità, infatti, c’è pur sempre il tunnel aperto dalle bombe a fare da “camino”).

A quel punto il facente funzioni di segretario alla Difesa Usa, l’improbabile Pete Hegseth, se ne esce in conferenza stampa con la serena affermazione che l’operazione “ha avuto l’effetto desiderato” (anche se a questo punto è incerto quale sia), mentre il capo di stato maggiore, generale Dan Caine (quello che faceva le corna nella situation room), afferma che è “troppo presto” per stabilire se l’Iran abbia ancora capacità nucleari.

I “danni monumentali” vantati da Trump, insomma, potrebbero anche essere solo robetta. Ma non lo sa nessuno, a Washington... E se guardiamo alla tecnica usata a proposito dei dazi sulle importazioni, qualche dubbio in effetti sorge.

Nel frattempo un discreto numero di analisti si concentra sulle foto satellitari diffuse dal Pentagono sui siti prima e dopo l’attacco. Qualcuno, scrutando i sei “buchi” creati nel terreno a Fordow, li misura e afferma che sono troppo piccoli per essere stati davvero provocati dalle gigantesche bombe bunker-buster GBU-57. Il paragone con gli effetti di quelle israeliane sganciate sul rifugio di Nasrallah, a Beirut, è impietoso...

Altri segnalano altre foto dove – nelle stesse ore in cui Trump faceva i suoi giochini “deciderò entro due settimane se attaccare o no” e “ho già dato gli ordini” – si vedono decine di autocarri con cassone ribaltabile che svolgevano “attività insolite” a Fordow due giorni prima dell’attacco.

Il che combacia invece perfettamente con la versione di Tehran: “avevamo trasferito il materiale strategico altrove e da tempo”. E del resto che Israele volesse distruggere i siti nucleari iraniani è risaputo da decenni... 

La coincidenza temporale con la sceneggiata trumpiana spinge così gli analisti più “complottisti” ad ipotizzare che l’attacco sia stato “telefonato” in senso letterale. Con un preavviso di circa 48 ore... 

L’elemento che resta sullo sfondo è comunque il vero cuore della questione. Perché Israele sembra accettare questa narrazione e si spinge a chiedere – sia pure obliquamente, come detto – un “cessate il fuoco” dopo aver aperto le ostilità con un attacco a tradimento e non provocato?

Qui i misteri non ci sono. I danni provocati dai missili iraniani sono così rilevanti da non poter più essere nascosti nemmeno dagli specialisti dell’Hasbara. Palazzi sventrati, intere strade bloccate dalle macerie, cittadini che litigano per non farne entrare altri nei rifugi, laboratori segreti colpiti duramene (rilevante il Weizmann Institute of Science di Rehovot, parte dell’infrastruttura di sicurezza nazionale israeliana, specializzato nella guerra biologica, ecc.).

Perfino l’Idf ha dovuto ammettere che il tasso di intercettazione dei missili iraniani è sceso molto negli ultimi giorni (dichiarano dal 90 a 65%, che appare comunque trionfalistico), a conferma di problemi di rifornimento per le batterie dell’Iron Dome, ormai a corto dei costosissimi missili anti-missile forniti dagli Usa.

È la conferma dei limiti strutturali della “potenza militare” israeliana, abile nell’offensiva terroristica (dai cercapersone usati contro Hezbollah ai droni stoccati per anni all’interno dell’Iran, ecc.), feroce negli attacchi aerei fulminei, ma non in grado di reggere una “guerra d’attrito”, su tempi medio lunghi, contro un paese comunque industrialmente avanzato e oltre 10 volte più popoloso. Come l’Iran.

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Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu diviso sugli attacchi statunitensi contro l’Iran

Nella giornata di ieri, Russia, Cina e Pakistan, insieme ad altri membri del Consiglio di Sicurezza, hanno fatto circolare una bozza di risoluzione che chiede un “cessate il fuoco immediato” in Iran. Il testo “condanna con la massima fermezza gli attacchi contro siti e strutture nucleari pacifiche”.

Ma il Consiglio di Sicurezza si è diviso, con altri membri come Francia e Gran Bretagna che hanno chiesto invece all’Iran di esercitare moderazione. In una dichiarazione congiunta di domenica, la Francia e la Gran Bretagna hanno esortato l’Iran – ma non Israele e Stati Uniti – a non intraprendere alcuna azione che possa destabilizzare ulteriormente la regione.

Israele ovviamente ha salutato gli attacchi statunitensi contro l’Iran mentre Teheran li ha duramente condannati.

Il capo delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha affermato che gli attacchi americani alle principali strutture nucleari iraniane hanno segnato una “svolta pericolosa” nella regione. “Ho ripetutamente condannato qualsiasi escalation militare in Medio Oriente”, ha detto il segretario generale. “La gente della regione non può sopportare un altro ciclo di distruzione. Eppure, ora rischiamo di cadere in una fossa di rappresaglie dopo ritorsioni”. 

Parlando al Consiglio di Sicurezza in collegamento video, il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, ha detto che c’erano crateri visibili nell’impianto nucleare iraniano di Fordow, ma ha osservato che nessuno era stato in grado di valutare i danni sotterranei. Ha aggiunto che “gli attacchi armati contro gli impianti nucleari non dovrebbero mai aver luogo e potrebbero provocare rilasci radioattivi con gravi conseguenze all’interno e all’esterno dei confini dello Stato che è stato attaccato”.

Il rappresentante dell’Iran, Amir Iravani, ha criticato il “barbaro assalto” contro l’Iran, dicendo che “la storia non dimenticherà questi tragici giorni”, identificando l’Iran come uno “stato amante della pace” e “non nucleare” e Israele come un “regime criminale”.

Iravani ha detto che “il criminale di guerra ricercato a livello internazionale Netanyahu è riuscito a dirottare la politica estera degli Stati Uniti, trascinando gli Stati Uniti in un’altra guerra costosa e infondata”.

“L’Iran si riserva il suo pieno e legittimo diritto, ai sensi del diritto internazionale, di difendersi da questa palese aggressione degli Stati Uniti e del suo delegato israeliano. I tempi, la natura e la portata della risposta proporzionata dell’Iran saranno decisi dalle sue forze armate”, ha detto il rappresentante iraniano all’Onu.

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23/06/2025

Missili iraniani sulle basi militari Usa in Medio Oriente. Il conflitto si allarga

Oggi pomeriggio intorno alle 18:40 l’Iran ha lanciato una serie di missili contro le basi militari statunitensi in Qatar e Iraq come risposta ai raid Usa avvenuti nella notte tra sabato e domenica.

Pochi minuti prima degli attacchi il Qatar, preavvisato dall’Iran, ha annunciato la chiusura temporanea dello spazio aereo. Almeno sei missili pare abbiano colpito la base americana di Al-Udeid nel quadro di una operazione militare definita come “Promessa per la vittoria”. La difesa aerea è stata attivata in diverse basi Usa nella regione.

La base militare di Al-Udeid ospita circa 10.000 soldati e funge da quartier generale regionale del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM).
Il CENTCOM dirige le operazioni militari statunitensi in tutto il territorio che si estende dall’Egitto al Kazakistan.

Almeno 10 missili sono stati lanciati verso il Qatar dall’Iran e almeno un missile è stato lanciato verso l’Iraq, secondo un rapporto di Axios.

Il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano ha dichiarato che le sue operazioni militari sono “libere da qualsiasi minaccia o pericolo per il paese amico e fraterno del Qatar e il suo popolo”. Il Qatar ha chiesto l’immediata cessazione di tutte le azioni militari e un serio ritorno al tavolo dei negoziati e al dialogo. “Il Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in proporzione alla forma e alla portata del flagrante attacco e in conformità con il diritto internazionale”, ha detto il ministero degli Esteri.

Il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc) ha dichiarato che è in corso un’operazione congiunta con l’esercito iraniano, denominata Bashar al-Fatah, in risposta all’aggressione militare statunitense. I missili hanno preso di mira il quartier generale dell’Aeronautica militare statunitense, definito da Teheran “la più grande risorsa strategica dell’esercito nella regione dell’Asia occidentale”.

Sono state segnalate esplosioni anche in Iraq e le sirene hannosuonato anche nelle basi militari americane in Bahrain e Kuwait. La Reuters ha riferito che le autorità del Bahrein hanno dichiarato di aver temporaneamente chiuso il loro spazio aereo, tra i timori di una ritorsione iraniana per gli attacchi statunitensi.

Le notizie sono in evoluzione. Seguiranno aggiornamenti.

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Iran e nucleare: una lunga storia /2 parte

di Massimo Zucchetti

1. Premessa

Il presupposto dell’attacco israeliano (con gli USA al seguito, da oggi) all’Iran è la presunta imminenza dell’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.

È una affermazione infondata, che fa seguito a trent’anni di affermazioni infondate: essa si basa sulla coltivazione ad arte di malintesi fra le parti, tutti orientati verso il sabotaggio di ogni negoziato, per l’arrivo alla tanto agognata (per Israele, per la lobby sionista internazionale e gli Stati Uniti, questi ultimi null’altro oramai che servi delle prime due) guerra all’Iran.

Il supporto dei media occidentali che – come vedremo – lavorano a spron battuto per la guerra è stato essenziale, abile, continuo ed efficace: il dottor Goebbels nel 1938-1939 avrebbe dato a tutti loro la Croce di Ferro (di seconda classe, non esageriamo, quella di prima classe è riservata a chi rischia la pelle, cosa che i supporter della guerra non fanno mai: ci mandano gli altri, alla guerra).

2. Le colpe dell’Iran

Per non sembrare troppo “inclinato da una parte sola” (anche se tutti sanno che se, in una guerra fra un forte e un debole, tu sei “neutrale”, stai dalla parte del più forte) faccio una breve premessa con le “colpe” dell’Iran.

La colpa principale è aver cacciato lo Scià Rheza Palhevi nel 1979, un satrapo sanguinario e senza scrupoli che si autoproclamò “imperatore”, ma era in realtà un avventuriero ed un grandissimo mascalzone, amicissimo degli USA che per decenni hanno sostenuto un regime-fantoccio degno di quelli di Amin Dada, Bokassa, Batista, Papa Doc e Baby Doc ad Haiti, solo per fare qualche esempietto.

Poi, “i”: ha sempre affermato che la distruzione dello Stato di Israele, nella sua attuale forma di teocrazia sionista basata sull’apartheid e il lento genocidio dei palestinesi, sarebbe l’unica soluzione. Anche l’Iran è una teocrazia, ma qui – dato che oltretutto qualunque forma di “religione applicata alla gestione di uno Stato o dei rapporti fra Stati” mi mette in imbarazzo – vorrei tornare nel mio campo, la tecnologia nucleare.

Altra colpa.

L’Iran – tutte le volte che c’è una “crisi” – reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati, sospendere le sanzioni, mostrare i muscoli. In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico (90%), ed oltretutto, come ho già scritto, è una strada tecnologicamente senza uscita; ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.

È una azione stupida: giocare col fuoco, violando comunque le regole imposte dalla AIEA, per farsi mettere facilmente “dalla parte del torto”.

Un modo per dire: guardate che, se non trattiamo, noi arricchiamo l’Uranio. Non hanno MAI detto “per fabbricarci una bomba atomica all’Uranio”, anche perché esiste una cosa chiamata “fatwa” (come un anatema) che Khamenei ha pronunciato contro la bomba atomica.

A noi laici tutte queste scomuniche, maledizioni, etc. – da qualsiasi parte provengano – lasciano piuttosto freddi, ma insomma pare davvero che in Iran una fatwa sia una cosa molto, molto seria. Sorvoliamo... 

L’Iran è totalmente innocente, in questa diatriba? Certamente no, quindi ed ho elencato i due punti fondamentali: distruzione di Israele e arricchimento dell’Uranio. Ma non sono ragioni sufficienti per bombardare a tradimento. Per favore, evitiamo di renderci ridicoli citando altre “buone ragioni” per intervenire a suon di bombe: diritti umani, condizione della donna, etc. etc.

Discutere di queste cose sotto le bombe è demenziale: non vorrei neppure ricordare che le condizioni delle donne in Iran sono sicuramente migliori di quelle che si hanno in Arabia Saudita (che però è uno stato nostro grande amico, che ospita a pagamento il nostro Matteo Renzi) ed in molti altri Stati che però non suscitano indignazione alcuna né campagne mediatiche ad orologeria.

Per chiuderla qui, parafrasiamo John Lennon: BOMBING FOR PEACE (and HUMAN RIGHTS, WOMEN’S LIB) IS LIKE F*CKING FOR VIRGINITY).

3. La bomba fantasma

L’Iran non ha la bomba atomica, né ha intenzione di averla. Sa benissimo che sarebbe soltanto la ricetta più veloce per una sua totale distruzione. L’Iran ha ripetutamente invocato negoziati proprio per rinunciare all’opzione nucleare bellica in cambio della fine delle sanzioni statunitensi.

Dal 1992, Netanyahu e i suoi sostenitori sostengono che l’Iran diventerà una potenza nucleare “tra pochi anni”. O settimane...

Nel 1995, funzionari israeliani e alleati statunitensi fissarono una scadenza di 5 anni. Nel 2003, il direttore dell’intelligence militare israeliana affermò che l’Iran sarebbe diventato potenza nucleare “entro l’estate 2004”. Nel 2005, il capo del Mossad dichiarò che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba in meno di 3 anni.

Nel 2012, Netanyahu affermò all’Onu che “mancano solo pochi mesi, forse settimane, prima che ottengano abbastanza uranio arricchito per la prima bomba”. E così via.

Più di un elenco scritto, vale questo straordinario video “La Bomba di Bibi” che invito a guardare, sarebbe persino divertente se non fosse che rischiamo davvero tutti grosso.


4. La lunga e tortuosa strada verso la guerra

Questo andazzo che dura oramai da 30 anni, di scadenze continuamente posticipate, è parte in realtà di una ben conscia strategia, non sono errori di previsione.

Le affermazioni sono propaganda; esiste sempre una “minaccia esistenziale”, così come esistevano le “armi di distruzione di massa” in Iraq, la “strage di civili e le fosse comuni” in Kossovo nel 1999.

Più grave ancora è la falsa affermazione di Netanyahu secondo cui i negoziati con l’Iran sarebbero inutili. Fino a qualche mese fa, nessuno gli dava retta ed erano sempre stati esclusi da ogni negoziato. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non volere l’arma nucleare e di essere disposto a negoziare da tempo.

Giusto dubitare della buona fede dell’Iran. Sapendolo, Teheran ha costantemente proposto un accordo sottoposto a verifica internazionale indipendente, tramite la AIEA.

Al contrario, la lobby sionista si è opposta a qualsiasi soluzione, esortando gli Stati Uniti a mantenere le sanzioni e a rifiutare accordi che prevedessero un rigoroso controllo dell’AIEA in cambio della loro revoca.

Nel 2016, l’amministrazione Obama, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia, raggiunse con l’Iran il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) – un accordo storico per monitorare rigorosamente il programma nucleare iraniano in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni.

Tuttavia, sotto la costante pressione di Netanyahu e della lobby sionista, il presidente Trump si ritirò dall’accordo nel 2018.

Quando l’Iran disgraziatamente rispose aumentando l’arricchimento dell’uranio, fu accusato di violare un accordo che gli Usa stessi avevano abbandonato.

L’11 aprile 2021, il Mossad israeliano attaccò le strutture nucleari iraniane a Natanz. Dopo l’attacco, il 16 aprile, l’Iran annunciò che avrebbe ulteriormente aumentato l’arricchimento dell’uranio come leva negoziale, pur continuando a chiedere la ripresa dei negoziati su un accordo simile al Jcpoa.

L’amministrazione Biden rifiutò ogni trattativa.

All’inizio del secondo mandato, Trump aveva accettato d’aprire nuovi negoziati con l’Iran. Teheran si era impegnata a rinunciare alle armi nucleari e a sottoporsi a ispezioni AIEA, riservandosi però il diritto di arricchire uranio per fini civili. L’amministrazione Trump sembrava inizialmente concordare, salvo poi fare marcia indietro.

Da allora si sono svolti cinque cicli negoziali, con progressi dichiarati da entrambe le parti. Il sesto ciclo era previsto per domenica 15 giugno.

5. La corsa per intestarsi il ruolo di sceriffo, vice-sceriffo, aiutanti dello sceriffo

Israele – visto il buon momento – ha lanciato una guerra preventiva contro l’Iran il 12 giugno. Trump ha confermato che gli Usa erano a conoscenza dell’attacco in anticipo, pur dichiarando pubblicamente che i negoziati sarebbero ripresi. L’attacco israeliano è avvenuto non solo nel pieno di negoziati promettenti, ma a pochi giorni da una Conferenza Onu sulla Palestina che avrebbe potuto rilanciare la soluzione dei due Stati. La conferenza è ora rinviata.

L’Iran risponde agli attacchi, mentre Israele, dopo gli iniziali toni trionfalistici, non è evidentemente in grado di danneggiare in maniera irreparabile l’apparato nucleare iraniano. Trump, povero e stolto burattino nelle mani di cattivi consiglieri, il 22 giugno si mette a bombardare anche lui.

La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredirne un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?

A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle «armi di distruzione di massa» in Iraq, della «minaccia chimica» in Siria, delle «provocazioni nucleari» della Corea del Nord, della «minaccia esistenziale» rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele e USA possono fare tutto ciò che vogliono. Chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.

Allora Trump è lo Sceriffo, Netanyahu il suo vice? In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante, per guadagnarsi il pane e il ruolo di aiutanti dello sceriffo. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto nucleare militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.

Ma secondo noi Donald Trump non è lo sceriffo: è solo un pupazzo in mano alla lobby sionista. Dopo il trionfale tweet di ieri mattina, arriva la dura realtà. L’agenzia di stampa iraniana, IRNA, conferma che il sito di Fordow è perfettamente intatto e operativo.

Può anche darsi che Trump abbia fatto questo bombardamento per mettersi in prima fila. Come mai gli USA continuano a non rifornire la contraerea israeliana e lasciano che l’Iran bombardi Israele senza problemi?

Appare evidente che il sito di Fordow è inattaccabile anche dalle più potenti bombe convenzionali. Dobbiamo essere felici di questo? Non lo so. Sembra mostruoso dirlo, ma chi può escludere che fra qualche giorno, vista l’inevitabile reazione iraniana, Trump non faccia un altro tweet in cui dice che per “ottenere definitivamente la PACE” hanno dovuto bombardare l’Iran con degli ordigni termonucleari tattici?

Io non mi sento di escluderlo. Avrei già escluso che venissero bombardati a tradimento tre impianti nucleari. Così come avrei escluso che ad Israele fosse consentito di distruggere il 70% delle case a Gaza, e far fuori circa 100.000 civili innocenti senza che ci fossero delle reazioni forti da parte della Comunità Internazionale.

Dimenticavo, però, che essa non esiste più.

Mi ha fatto pensare la pacata affermazione di un negoziatore iraniano oggi: stavamo negoziando con gli USA e Israele ci ha bombardato. Stavamo negoziando a Ginevra con l’Unione Europea e gli USA ci hanno bombardato. Adesso ci dicono di “tornare al tavolo negoziale”: va bene, quale?

È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.

Oggi, nel frattempo, l’Iran bloccherà lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un terzo di tutto il petrolio e gas del mondo. Qual è il mio consiglio di esperto nucleare? Beh, fate il pieno di benzina. L’Orologio dell’Apocalisse segna poche decine di secondi alla mezzanotte, il punto più vicino all’Armageddon nucleare dalla sua creazione nel 1947.

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Gli incubi “autocratici” di Henri Lévy e la lezione dell’aggressione all’Iran

Stando agli ultimi lanci d’agenzia, torna più insistente, ora che le bombe americane sono state sganciate, l’ipotesi per cui Teheran minaccerebbe, addirittura nelle prossime ore, la chiusura dello stretto di Hormuz, percorso chiave per il commercio petrolifero mondiale.

La relativa dichiarazione è stata rilasciata dal Ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo il quale Teheran sta valutando tutte le opzioni in risposta agli attacchi americani ai suoi impianti nucleari. Più o meno nelle stesse ore, lo stesso Araghchi ha dichiarato di recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin.

Questo, per quanto riguarda le ultime ore. In leggero anticipo, però, sugli ultimi avvenimenti del 22 giugno, cui ha dato il via l’attacco notturno americano alle centrali iraniane, qualcuno non aveva mancato di mettere in mostra le proprie doti crepuscolari. Si tratta del solito “filosofo” Bernard-Henri Lévy – e contiamo che i lettori vorranno perdonare, se mettiamo ancora una volta in campo il suo nome, del resto monotono, come disse il prevedibile avversario di James Bond in Moonraker, sbuffando quel «Mister Bond! Lei compare con la tediosa inevitabilità di una stagione non amata».

Dunque, appena qualche mese fa, Bernard-Henri Lévy, dedito a spargere filosofiche bestialità su qualunque paese non rientri tra i suoi beneamati, sosteneva che l’“Impero americano” e i suoi alleati “democratici” sono sottoposti a «un potente assalto da parte di un fronte eterogeneo, ma sempre più coeso» composto da Cina, Russia, Turchia, Iran e Islam radicale, così che si è già entrati nella fase iniziale di una nuova guerra mondiale, i cui fronti principali, dice, passano per Ucraina e Israele, mentre il terzo fronte nel prossimo futuro sarà Taiwan.

Dopo il 13 giugno e ancor peggio dopo il 22 giugno, il signor Lévy deve spostare l’Iran sul primo fronte, in attesa di poter stabilire in quale posizione piazzare quello ucraino. Nemmeno a farlo apposta, il filosofo dehors è intervenuto sulle pagine de La Stampa prima del bombardamento notturno yankee sui siti iraniani di ricerca nucleare. Solo per poche ore, non ha potuto riversare sulle stesse pagine la frenesia che gli avrebbe procurato la notizia da lui tanto trepidamente attesa dell’attacco, ma non ancora data per imminente.

Comunque, la sua soddisfazione Lévy se l’era già presa, illustrando al lettore italiano le sue discettazioni su come sia preferibile una guerra, forse mondiale, innescata dalle bombe sioniste, col rischio di gettare la «regione nel caos» e rispondendosi da solo che «Caos per caos... non c’è fonte peggiore di caos dell’esistenza di Hamas, o Hezbollah, o di un esercito di Houti. O dell’Iran che ci faceva vivere tutti quanti, al di là della regione, sotto la minaccia di un ricatto continuo. È a questo caos latente che Israele cerca di mettere fine». Amen.

Siamo ormai avvezzi alla sua “filosofia” astro-politica. È d’altronde lo stesso Lévy che a inizi anni ’90 sosteneva i musulmani di Jugoslavia ed esaltava i tagliagole del UCK kosovaro, esortando a bombardare la Jugoslavia; lui, che appoggiava l’invasione USA dell’Afghanistan; lui, che era in Georgia nel 2008, naturalmente a sostenere Saakašvili e che nel marzo 2011 intrigava coi separatisti a Bengasi, promuovendo il rovesciamento di Gheddafi e chiedendo l’invasione della Libia, prima di passare, nel 2013, a chiedere quella della Siria, schierandosi poi, nel 2014, con la cosiddetta Euromajdan.

Tra i sostenitori della teoria del “caos controllato”, BHL fa da portavoce agli obiettivi di una Terza guerra mondiale, quale ultima ratio del capitale finanziario mondiale. Dunque, poche ore prima dell’aggressione USA del 22 giugno, Lévy vergava su La Stampa la pensata secondo cui la «dichiarazione di Ali Khamenej, per cui l’Iran non ha bisogno che qualcuno lo autorizzi ad arricchire il suo uranio e che per lui questo è un problema di sovranità non negoziabile», avrebbe costituito una «ragione sufficiente per i bombardamenti israeliani».

All’obiezione sul perché alcuni paesi avrebbero diritto all’atomica e l’Iran no, il filosofo della “morale” atlantista risponde che «Ragione numero uno: esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia e un’arma non significa la stessa cosa... negli arsenali dell’una o dell’altra»; e l’Iran, lo sanno tutti, «è una tirannia e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra».

Pensando di vanificare un’ulteriore obiezione, secondo cui la nuova guerra potrebbe fare «il gioco del criminale supremo, Putin, che a): aumenterà il prezzo del petrolio e, così facendo, la manna che finanzia la sua guerra; b) vede l’occhio di bue della Storia scivolare verso il Medio Oriente e far calare in un’ombra propizia i crimini che commette in Ucraina», BHL replica che «il fatto più importante dei nostri tempi è che in tutte le regioni del mondo ai posti di comando c’è una Internazionale autoritaria (…) Iran-Russia, una stessa battaglia... Khamenei che rifornisce Putin di droni e Putin che si congratula con Hamas per la sua “grande azione” del 7 ottobre... L’uno e l’altro a sostegno del progetto imperiale cinese e degli islamisti... Verrà il giorno – sì, verrà – in cui i difensori dell’Ucraina, i patrioti curdi, le donne iraniane e afgane o i sopravvissuti uiguri ringrazieranno Israele di aver spezzato, se avrà la meglio, uno degli anelli di quella catena assassina».

Hanno un’idea fissa, questi imbonitori della “democrazia” celestiale in lotta divina contro l’infernale “autocrazia”: dappertutto, vedono una trama internazionale. A distanza di due giorni dalle assicurazioni, dateci sempre su La Stampa da Anne-“Golodomor”-Applebaum a proposito di una «una rete transnazionale», una cordata guidata da «Russia, Cina, Iran, Venezuela, Corea del Nord, Bielorussia e altri», che «rifiutano la democrazia», ecco che BHL è accecato dai bagliori luciferini di una «Internazionale autoritaria», contro cui si ergono a coorte i cherubini euro-atlantici.

Non rimane dunque che armarsi, come sostiene il PD a Strasburgo votando i “crediti di guerra” sul riarmo, per «una difesa comune» targata UE. Un voto a favore la cui scelta è stata poi rafforzata, il 21 giugno, dall’apostolico raccapriccio per le bandiere NATO-UE bruciate alle manifestazioni romane, cui la quasi totalità dei catechisti del PD è stata contenta di non partecipare, nemmeno a quella in cui, diosialodato, il tema NATO era assente.

Assente perché «gridano “fuori dalla NATO e dalla UE”, bruciano le bandiere. Il PD non è quella cosa là». Viscidi pappataci euroliberali, che omeliano di «protezione satellitare... tutelare i nostri dati... garantire la sicurezza ai cittadini».

Si genuflettono all’altare NATO-UE, provando ribrezzo per quelle piazze che «mandano messaggi sbagliati individuando nemici. E meno male che dicono di volere la pace. La pace si garantisce attraverso la difesa e la sicurezza che garantiscono la libertà dei popoli. Possibile che quello che sta succedendo in Ucraina, che è Europa, non abbia insegnato niente?».

Eccome, criptomajdanisti euroarringhiati; eccome, se lo ha insegnato. Proprio per questo, non nascondiamo il voltastomaco per gli eurobellicisti del PD, che non si differenziano dai fascisti di FdI nel votare i soldi per la guerra; proprio per questo, non nascondiamo la ripugnanza per una congrega reazionaria che, alla vigilia del vertice NATO de L’Aja, in nulla si differenzia dalla volgare parabola, opportunamente stigmatizzata da Barbara Spinelli su Il Fatto del 22 giugno, di un Putin che «è il criminale, l’Iran è l’aggressore terrorista, Israele è l’eterna “vittima invincibile”».

Quindi, in base alla vulgata russofoba UE-NATO e «in preda alla cecità» scrive ancora Spinelli, «gli occidentali ripetono che l’Ucraina ha diritto di difendersi. Ma si guardano dal concedere lo stesso diritto all’Iran, compreso il diritto al nucleare civile». Rispetto per l’onestà intellettuale di chi, pur da posizioni democratico-borghesi, dice la loro ai nefandi pennivendoli e ai biechi “politici” dell’intero arco bellico-atlantista.

E mentre il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, dichiara che tutta una serie di paesi sono disposti a rifornire direttamente Teheran di proprio armamento atomico, sulle pagine di Svobodnaja Pressa (discreto fiancheggiatore del KPRF) il professore Valentin Katasonov elenca quelle che, suo parere, sono le dieci lezioni che Mosca dovrebbe far proprie se non vuol ritrovarsi nella situazione di Teheran, ammonendo che l’attacco all’Iran è l’ultimo avvertimento per la Russia. Per la verità, Katasonov si riferisce alla situazione successiva al 13 giugno, ma sembra che l’attualità non sia andata persa, tantomeno dopo il 22 giugno.

Per prima cosa, la constatazione che Israele è sostenuto dall’intero “Occidente collettivo”: G7, UE, NATO e persino alcuni paesi arabi. L’Iran, invece, fa parte di SCO (Shanghai Cooperation Organiaation) e BRICS+, ma queste non «hanno ancora dimostrato il loro dovere di alleati»: un colpo, dice Katasonov, alla reputazione di SCO e BRICS, oltre che dell’ONU, che oggi «ricorda molto la SdN, che non riuscì a fermare la Seconda guerra mondiale».

Inoltre, fino al 13 giugno, la Russia era considerata il principale alleato dell’Iran. Cosa ha fatto negli ultimi giorni? Finora, solo dichiarazioni verbali. Washington sta dimostrando molto più chiaramente le proprie intenzioni di alleata di Israele. Terzo. Le azioni di Israele contro gli stati confinanti in Medio Oriente, incluso l’Iran, sono giustamente definite una “guerra senza regole”, uno dei cui segni più evidenti è la sorpresa: «qualcuno avrebbe potuto immaginare che ciò sarebbe accaduto nel momento in cui Washington e Teheran stavano negoziando il programma nucleare iraniano e il successivo round di negoziati era previsto per il 16 giugno?... Tel Aviv e Washington stavano agendo secondo uno scenario comune? Non è forse questa una lezione per Mosca?».

Come escludere, si domanda Katasonov, che Washington proponga a Mosca negoziati sull’Ucraina, sullo START e altre questioni militari, creando un senso di “distensione nella tensione internazionale” e, proprio in quel momento, sferri un colpo devastante alla Russia?

C’è quindi la questione del lavoro delle quinte colonne israeliane in Iran, andato avanti per mesi o forse anni: e se le “guerre senza regole” «mirano a un risultato rapido (“blitzkrieg”), tali “improvvisazioni”, di norma, richiedono una preparazione piuttosto lunga... introdurre nel paese (o produrre in loco) componenti di droni, assemblarli, stoccarli» e, oltre ai droni, la “quinta colonna” può distruggere o danneggiare le imprese della difesa, uccidere figure chiave ai vertici militari, ecc.. 

Insomma, intende dire Katasonov: siamo sicuri che qualcuno non stia già conducendo un tale lavoro ai danni della Russia? Tali “quinte colonne” agiscono su «un “terreno preparato”, cioè un’atmosfera ideologica e morale-psicologica della società, in cui concetti di “dovere”, “patriottismo”, “popolo”, “eroismo” vengano ridicolizzati», sostituiti da altri comportamenti basati sui riflessi animali, facili da controllare.

Ma, allora, come ha potuto il Mossad creare una rete di intelligence in Iran, paese considerato profondamente islamico e dunque immune da tentazioni diverse? «Purtroppo, come ammettono molti esperti iraniani, l’Islam è da tempo diventato puramente nominale... Corruzione, tangenti, venalità, mercati “grigi” e “neri” prosperano nel Paese».

Ecco, trasferiamo le stesse argomentazioni in Russia, dove il 79% dei russi si dichiara credente e dovrebbe quindi respingere «il culto di Mammona (tangenti, corruzione, appropriazione indebita, usura). Ma oggi in Russia c’è il capitalismo, un modello socio-economico che presuppone e persino richiede il culto di Mammona».

Secondo sondaggi condotti annualmente da «una nota organizzazione non governativa occidentale, nel 2024 l’indice di corruzione per l’Iran poneva il paese al 153° posto su 180 e la Russia al 158°»: più alto è il numero, maggiore è il livello di corruzione. Si può dunque «presumere che per le agenzie di intelligence straniere, il lavoro di reclutamento in Russia possa definirsi favorevole quanto quello iraniano e non c’è quindi da stupirsi» che gli attacchi con droni contro gli aeroporti russi siano partiti dallo stesso territorio russo.

Ricapitolando: l’Occidente nel suo complesso, dice Katasonov, ha dimostrato di sapersi «unire nei momenti decisivi, quando si tratta di capire chi siano i suoi principali nemici comuni, dandone persino le priorità: Iran, Russia e Cina. Di essi, l’Iran è il nemico relativamente più debole. È da lì che tutto è iniziato. Una volta sconfitto l’Iran, l’intero Occidente potrà attaccare la Russia. E dopo la Russia, affronterà la Cina; uno alla volta. Quindi, il 13 giugno, l’attacco di Israele all’Iran è stato un campanello d’allarme per il nostro Paese: tu, Russia, sarai il prossimo bersaglio».

In guardia, quindi, e velocemente, anche perché, come ammoniva Victor Hugo nel suo mirabile “Il ’93”, «Qualche volta la rapidità del lampo è mescolata alle catastrofi».

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