Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2025

Il vertice del nuovo ordine mondiale

Ci sono molti modi di guardare al vertice dello Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shangai), che si è tenuto a Tjanjin e prosegue di fatto oggi, a Pechino, con le celebrazioni per l’80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il più diffuso, nell’establishment occidentale (riflesso integralmente dalla schiera dei media mainstream) è la paura. Paura “militarizzata” chiamando in causa la guerra in Ucraina o le armi che – come in ogni parata militare in qualsiasi angolo del mondo – la Cina esibisce per l’occasione.

Ma la paura vera è quella di trovarsi alla fine del lungo ciclo storico in cui l’Occidente “anabolizzato” dal modo di produzione capitalistico ha tenuto il resto del Mondo sotto un tallone di ferro occasionalmente rivestito di velluto.

I vantaggi economici e tecnologici del capitalismo hanno ora molti altri protagonisti, irrobustiti fra l’altro dal non aver seguito l’ubriacatura neoliberista euro-atlantica degli ultimi 40 anni, avendo conservato tutti – chi in un modo, chi in un altro – un ruolo centrale per lo Stato.

Campione indiscusso di questa sorta di “keynesismo” capace di combinare programmazione, piani quinquennali, semi-libertà di impresa, politiche salariali che hanno fatto crescere le retribuzioni più velocemente del Pil, ecc., è sicuramente la Cina.

L’unico soggetto che al momento può permettersi di raccogliere non solo consensi diplomatici, ma anche accordi economici “paritari” (convenienti per entrambi i contraenti, non come “l’accordo sui dazi” unilaterali statunitensi accettato dall’Unione Europea), garantendo investimenti di lunga durata, cancellazione del debito per i più fragili (in Africa, soprattutto), ecc.. Il tutto senza muovere un solo soldato combattente fuori dai propri confini (l’unica base militare extraterritoriale è a Gibuti, ma non si mai fatta notare).

Strada facendo, la sedicente “comunità internazionale” – Stati Uniti e UE, più Canada, Giappone e Australia – sono passate dallo snobbare l’evento a presentarlo come minaccia (“una Nato alternativa”), nonostante che le questioni strettamente militari non abbiano avuto alcuna menzione durante il vertice.

Al di là dello “spirito di Tjanjin” – che è per l’appunto un clima relazionale disteso e collaborativo tra i protagonisti – i due punti centrali rilevanti sono stati l’accordo sino-russo-mongolo per il gasdotto “Siberia 2” e la creazione di una banca di sviluppo comune per garantire gli investimenti tra i paesi partner. Che, si accorgono solo ora i gazzettieri occidentali, rappresentano molto più del 50% della popolazione mondiale e quasi altrettanto come Pil (ove non si tenga conto dei mercati finanziari, gonfiati dalla speculazione e dai “prodotti derivati”).

È questa dimensione “maggioritaria” – se teniamo oltretutto presente che la SCO comprende parte dei Brics (Brasile e Sudafrica, oltre a diversi paesi arabi) – che conferisce a questo vertice il ruolo oggettivo di architetto di un diverso ordine mondiale.

La cosa paradossale – ma indicativa del degrado guerrafondaio dell’Occidente neoliberista – è che i princìpi indicati da Xi Jinping e fatti propri nelle conclusioni sono di fatto gli stessi che avevano sorretto l’ordine precedente, a cominciare dalla creazione delle Nazioni Unite:
“Aderire al principio dell’uguaglianza sovrana tra tutti i paesi.

Rispettare lo Stato di diritto internazionale.

Praticare il multilateralismo.

Promuovere un approccio incentrato sulle persone.

Concentrarsi sull’adozione di azioni concrete.”
Non serve particolare acume per capire che questi princìpi sono stati cancellati, nei fatti, dagli innumerevoli “doppi standard” praticati dalla sedicente “comunità internazionale” liberista da oltre trenta anni a questa parte. L'“ordine internazionale fondato sulle regole” si è rivelato il regno dell’arbitrio dell’imperialismo Usa e dei suoi vassalli europei.

Il genocidio del palestinesi a Gaza e l’insulto finale di Trump (rifiutati i visti d'ingresso per i dirigenti dell’Anp che dovevano presenziare all’Assemblea generale dell’Onu) sono stati evidentemente la goccia finale che ha convinto il resto del Mondo a cercare rapidamente altre soluzioni. Non solo più vantaggiose, ma anche meno pericolose... 

Anche lo SCO non è il paradiso in terra, se guardiamo ai vari leader e alle politiche praticate in patria. Stiamo semplicemente prendendo atto del fatto che al livello dei rapporti tra gli Stati c’è l’urgente necessità di praticare scelte politiche che non si traducano in guerra immediata (persino tra paesi che si sono sparati addosso anche di recente, come India e Pakistan).

Vedere questa necessità come una “minaccia” per l’Occidente e in primo luogo gli Stati Uniti (“state cospirando contro gli Usa”, ha farfugliato Trump) è per l’appunto il segnale rivelatore che un modo di gestire “l’ordine internazionale” è giunto al capolinea. Ma anche del fatto che non esistono, da questo lato del Pianeta, altri modi di concepire “l’egemonia” se non tramite la dominazione militare, la rapina economica e lo strangolamento dei popoli.

È andata avanti così per oltre cinque secoli. Ma per ogni cosa c’è una fine...

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08/07/2025

Chiuso il vertice BRICS+ di Rio, cautamente verso un nuovo ordine mondiale

Si è chiuso il 6 luglio, a Rio de Janeiro, il 17esimo summit dei paesi BRICS+. I suoi membri hanno firmato una dichiarazione congiunta che si intitola “Rafforzare la cooperazione del Sud Globale per una governance più inclusiva e sostenibile”. Come si legge sul sito dei BRICS+, il documento riflette “l’impegno a rafforzare il multilateralismo, a difendere il diritto internazionale e a impegnarsi per un ordine globale più equo”.

Molte testate giornalistiche hanno sottolineato l’atteggiamento cauto dei toni usati nel forum di cooperazione che ormai riunisce circa il 50% della popolazione mondiale e intorno al 40% del suo PIL. Ma a ben vedere, un movimento cauto verso il superamento dell’ordine mondiale unipolare occidentale non significa che sia meno deciso di altri più affrettati.

Innanzitutto, va sottolineato che l’incontro dei ministri degli Esteri dei BRICS+, svoltosi sempre nella metropoli brasiliana lo scorso aprile, non aveva raggiunto una dichiarazione congiunta. Se questa volta una tale dichiarazione c’è stata, di ben 31 pagine, questo significa che il messaggio che si vuole mandare è quello di unità, anche se si è preferito non imbarcarsi in dibattiti delicati.

A tenere banco, dall’inizio dell’anno a questa parte, è ancora il nodo dei dazi decisi dall’amministrazione Trump, che sta trattando con tanti paesi in maniera separata per nuovi accordi commerciali. Il tycoon ha recentemente affermato che è pronto a tariffe aggiuntive per quei governi che decidono di allineare le proprie posizioni a quelle dei BRICS.

Nel testo, vengono comunque ribadite “serie preoccupazioni per l’aumento di misure tariffarie e non tariffarie unilaterali che distorcono il commercio e sono incompatibili con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”. In esso, vengono anche “condannati gli attacchi militari contro la Repubblica Islamica dell’Iran dal 13 giugno 2025”, ma non ci sono altri riferimenti a Israele o al ruolo avuto dagli USA.

Sull’Ucraina i BRICS+ condannano il terrorismo ucraino contro i civili durante gli attacchi a ponti e infrastrutture ferroviarie nelle regioni russe di Bryansk, Kursk e Voronezh. Ma anche sul conflitto in Est Europa, le parole si fermano qui. Più duro l’attacco all’occupazione sionista della Palestina, con la condanna verso “l’uso della fame come metodo di guerra” e “i tentativi di politicizzare o militarizzare l’assistenza umanitaria”.

Di nuovo, i BRICS+ hanno riaffermato il sostegno alla soluzione a due stati, col rispetto dei confini stabiliti nel 1967. Un’ipotesi che segue le determinazioni prese in sede ONU e il diritto internazionale, ma che nessuno (nemmeno a Rio, sicuramente) ancora pensa sia davvero una soluzione concretamente realizzabile.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, al vertice avrebbe infatti affermato: “la Repubblica islamica dell’Iran ritiene che una soluzione giusta per la Palestina sia un referendum con la partecipazione di tutti gli abitanti originari, compresi ebrei, cristiani e musulmani, e che questa non sia una soluzione irrealistica o irraggiungibile”.

Sono tre i temi che sono stati discussi al vertice che, invece, risultano assai interessanti, nel quadro del progressivo sviluppo di un nuovo ordine mondiale che sia finalmente, e definitivamente, decolonizzato. Brasile e India hanno sostenuto la necessità della riforma dell’ONU, col sostegno di Cina e Russia, e con l’obiettivo finale abbastanza esplicito di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza.

È stata promossa anche la riforma del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale. Strumenti dell’ordine di Bretton Woods, ormai morto e sepolto, e che per decenni hanno espresso l’egemonia mondiale statunitense, ma che ormai si presentano sempre più come strumenti di ricatto economiche verso le economie emergenti.

Oltre a chiedere una giusta tassazione sui miliardari, allo stesso tempo è stato rilanciato anche il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), l’istituto fondato dai BRICS+ per essere “agente robusto e strategico di sviluppo e modernizzazione nel Sud del mondo”. Tra le sue funzioni anche quella di “espandere il finanziamento in valuta locale”.

La questione dedollarizzazione è stata citata da Lula. “La discussione – ha detto il presidente brasiliano – sulla necessità di una nuova moneta per l’export è estremamente importante”, anche se poi si è soffermato solo sull’Iniziativa di Pagamenti Transfrontalieri, messa in piedi dai BRICS+ per agevolare gli scambi tra i paesi membri.

Insomma, si tratta di un insieme di dichiarazioni che, seppur possano sembrare caute – ed effettivamente lo sono – sono dettate dalla guerra che l’Occidente sta muovendo al raggiungimento di un pieno multipolarismo. Ma colpiscono in pieno gli interessi materiali dei paesi imperialistici, USA o europei che siano.

Inoltre, associano allo sviluppo di una cooperazione economica nuova, anche il sostegno al diritto internazionale, e soprattutto una riforma degli organismi multilaterali già esistenti, in un evidente sforzo di restituire loro la legittimità che hanno perso con le strumentalizzazioni che ne hanno fatto le cancellerie occidentali.

Non che alcuni paesi, come la Cina, non stiano già pensando a organismi tutti nuovi, ma è chiaro che, con la loro azione, i BRICS+ si pongono come punto di riferimento per l’intero Sud Globale, e per chiunque voglia sviluppare relazioni libere dalle imposizioni dell’Occidente.

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23/03/2025

La Russia non è più un bersaglio per gli Usa nella guerra contro la Cina

Oggi parleremo di un aspetto delle relazioni russo-americane che gli analisti non hanno ancora affrontato. Oggi il mondo non si è ancora ripreso dalla rapidità con cui Russia e Stati Uniti si sono seduti al tavolo delle trattative.

In linea di principio, niente di speciale, perché i contatti tra i due Paesi sono iniziati molto prima che Trump diventasse presidente, ma questo dimostra letteralmente che non hanno dimenticato come mantenere i segreti su entrambe le sponde dell’Oceano e gli analisti stanno lavorando piuttosto bene.

E mentre gli altri raccolgono le mascelle negli angoli, cercando di capire cosa sta succedendo, e in Europa non ci provano ancora, il loro cavallo ha chiaramente passato il guado, ma questo non preoccupa ancora nessuno. Va bene, c’è ancora tempo. La comprensione arriverà sicuramente.

E, in realtà, quale comprensione dovrebbe derivarne?

Sappiamo che quest’anno a Riad si verificheranno una serie di eventi del tutto simili a quelli accaduti a Yalta nel febbraio 1945. Poi, come ricorderete, Stalin, Roosevelt e Churchill ridisegnarono l’intera mappa del mondo. Oggi la Gran Bretagna non è nella lista dei partecipanti e non è nemmeno prevista la sua inclusione (ma ne parleremo più avanti), e tutto sarà deciso da Trump e Putin. Sì, sarà un grande mercato politico dagli esiti poco chiari, ma è chiaro che dopo il mondo non sarà più lo stesso.

Con mia grande sorpresa, ho incontrato una gioia malcelata tra alcuni blogger per quanto stava accadendo. Dicono: guarda, tutto sta migliorando, presto guideremo auto americane invece che cinesi e la “cortina di ferro” crollerà. Le sanzioni crolleranno, il commercio migliorerà in generale: una vera e propria “Coca-Cola”. Beh, per questo ci sono alcuni prerequisiti.

Perché?

La questione è fino a che punto Donald Trump sia amico della Russia. È nostro amico? Ovviamente no. Se scavi a fondo nella tua memoria, puoi ricordare che le prime consegne di veicoli moderni armati, le ultime modifiche dei Javelin e degli Stinger, sono arrivate nelle mani delle Forze armate ucraine durante la prima amministrazione del signor Trump. A chi se ne fosse dimenticato, varrebbe la pena ricordarglielo, prima di tutto a coloro che contano su Trump come tale “alleato della Russia”.

Donald Trump sta combattendo esclusivamente per gli Stati Uniti e tutti i suoi pensieri e le sue aspirazioni sono rivolti a far sì che il Partito repubblicano governi non per uno, ma per almeno tre o quattro mandati. Solo allora il gioco varrà la candela.

Bene, e il premio Nobel per la pace. Nel nostro Paese, la sua menzione suscita una sana risata, fin dai tempi dei premi ad Al Gore e Barack Obama, ma negli Stati Uniti l’atteggiamento è un po’ diverso. E come coronamento della carriera di zio Donald, il premio Nobel sarebbe un vero successo.

Quindi coloro che credono seriamente che Donald Trump sia un amico della Russia si sbagliano di grosso. Anche se bisogna ammettere che i russi avevano degli amici tra i presidenti degli Stati Uniti. Almeno, è così che considero Franklin Delano Roosevelt, un uomo più che straordinario, che divenne il nostro vero alleato durante la guerra.

Trump, mi dispiace, non riesco a gestirlo, da qualunque punto di vista la si guardi. Un partner per il momento, e niente di più. Ma del momento in cui Donald Trump potrà diventare un buon partner per noi parleremo più avanti.

E sì, non c’è assolutamente bisogno di togliere dall’agenda la questione delle “truffe”. Purtroppo, il termine degli anni ’90 è ancora molto attuale, soprattutto alla luce di Ankara 2022. E in generale, ogni firma di documenti globali suscita sempre la volontà di violarli. Dimostrato da “Minsk” e “Normandia”.

Ciò potrebbe accadere se si raggiungesse un accordo con Trump? Facile come bere un bicchier d’acqua. Vale la pena ricordare chi è stato il “nemico numero 1” degli Stati Uniti fino a poco tempo fa, e anche l’atteggiamento di Trump nei confronti della Russia durante la sua prima amministrazione.

Se ciò sarà vantaggioso per gli Usa, allora potete stare tranquilli e convinti che il “compagno Donald” sputerà su tutti questi impegni. Per il bene del suo Paese. E comunque, qual è il motto ufficiale degli Usa? Esatto, “In God we trust”. “In Dio confidiamo”. E sotto questa bandiera si può fare molto…

Un’altra domanda è: la nostra leadership può fare in modo che Trump riceva una “chiamata dalla banca nazionale”? In teoria, sarebbe bene che la dirigenza nazionale capisse finalmente e chiaramente che i partner sono partner e che per loro, a certe condizioni, ci si può piegare all’indietro, ma ci sono gli interessi della Russia, per il bene dei quali si possono anche trascurare gli interessi del mondo intero. Con rare eccezioni.

La partnership, soprattutto se reciprocamente vantaggiosa, è utile. E particolarmente utile è una partnership a lungo termine, senza restrizioni e condizioni. Quindi, come si dice, gli affari sono affari. Ma, come ha dimostrato la prassi degli ultimi anni, è possibile rescindere i contratti più redditizi per compiacere i politici, subendo perdite enormi che nessuno risarcirà.

Gli Usa come partner della Russia sono una storia di lunga durata. In generale, senza gli statunitensi, le nostre forze corazzate non esisterebbero e chiunque può tracciare la linea storica BT-5 – BT-7 – A-8/BT-7M – A-20 – A-32 – T-34. Beh, è difficile immaginare le Forze aeree dell’Armata Rossa senza il Wright Cyclone e il Bristol Jupiter.

In generale, il compagno Stalin era una persona molto pragmatica. C’è una depressione negli Stati Uniti? Hanno bisogno di soldi e di ordini? E l’URSS ha bisogno di tecnologia e produzione. Ed è per questo che Joseph Vissarionovič, senza contrattare, acquistò tutte le fabbriche e pagò i servizi degli ingegneri americani e la formazione di quelli sovietici.

A proposito, il nonno di chi scrive apparteneva proprio a questa generazione: come parte di un gruppo di ingegneri sovietici, studiò presso le università di Boston e Montreal, il che portò poi alla costruzione delle nostre fabbriche per la produzione di componenti radio.

Sì, se si guarda attentamente, in Europa si è verificata più o meno la stessa situazione. E nello stesso identico modo, gli stessi inglesi aiutarono Hitler. Gli esempi sono innumerevoli: basta prendere il motore Junkers Jumo-210, con cui il Bf-109E ha iniziato la sua carriera, e confrontarlo con il britannico Rolls-Royce Kestrel. Si possono trovare molte somiglianze.

E a proposito, parliamo un po’ di guerre

La Prima guerra mondiale. In realtà, il mondo intero stava venendo annientato; il centro, ovviamente, era l’Europa, dove si incontravano gli imperi: britannico, tedesco, russo, austro-ungarico. Gli Stati Uniti trassero molti profitti dalla guerra, ma nel complesso svolsero un ruolo di supporto. E gli imperi, sapete, crollarono...

Seconda guerra mondiale. In linea di principio i personaggi sono tutti uguali, più il Giappone. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti rafforzarono così tanto i muscoli della Germania che il mondo intero dovette far tornare in sé la Germania e poi il Giappone.

Qual era la differenza tra queste due guerre? Nella prima, i paesi europei si scontrarono in battaglia, diffondendo il fuoco della guerra in tutto il mondo, perché tutti avevano delle colonie. Nel secondo, il Giappone iniziò sostanzialmente con la conquista delle colonie di Olanda, Francia e Gran Bretagna. E gli Stati Uniti dovettero espellere i giapponesi dalle ex colonie alleate per più o meno lo stesso lasso di tempo che l’Unione Sovietica impiegò per far tornare in sé la Germania.

Ed ecco la cosa interessante: nella Prima guerra mondiale, ciascuno dei principali paesi partecipanti rappresentava una vera e propria forza. Una battaglia tra titani, più o meno di pari potenza. Gran Bretagna e Francia combatterono quasi alla pari per terra e per mare, con la Germania che continuava a fornire assistenza all’Austria-Ungheria, con la quale la Russia zarista si era alleata. Senza la Germania, gli austro-ungarici non avevano molte possibilità. Ma la guerra su due fronti annientò i tedeschi e quindi il risultato fu appropriato.

Nella Seconda guerra mondiale, il ruolo della Gran Bretagna si ridusse a una clamorosa sconfitta, insieme alla Francia, da parte della Germania nel teatro europeo delle operazioni militari, uno schiaffo in faccia altrettanto terribile nella lotta contro il Giappone per le colonie del Pacifico e dell’Asia, e solo contro gli italiani (con il corpo d’armata di Rommel) gli inglesi ottennero qualcosa di simile in termini di successo.

Ma il valore dei deserti africani rispetto ai giacimenti petroliferi della Malesia era incomparabile. E solo con l’aiuto della flotta Usa la Gran Bretagna e l’Olanda riuscirono a riprendersi le proprie colonie.

Ma sì, le grandi potenze che diedero il tono alla guerra furono la Germania e il Giappone da una parte, e l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti dall’altra. Tutti gli altri erano ballerini di supporto e niente di più. E il fatto che la squadra europea guidata dalla Germania sia stata infine sconfitta ne è la prova migliore.

Cosa abbiamo oggi?

Oggi tutto è molto più triste di 80 anni fa. Oggi, la stessa squadra europea che finanzia e arma l’Ucraina, riversandole miliardi di euro e centinaia di unità di equipaggiamento militare, non può fare nulla con l’esercito russo, che continua ad avanzare verso il Dnepr. E anche se Macron, che si è completamente ubriacato, mandasse chi vuole morire in fretta da qualche parte nella regione del Donbass, non cambierebbe nulla.

E questo nonostante il fatto che l’esercito russo combatta sostanzialmente solo con la mano sinistra. A differenza dell’Ucraina, in Russia non prendono la gente per strada, non la stipano negli autobus, non abbassano l’età per la mobilitazione e, nonostante ciò, l’esercito non ha problemi con l'arruolamento volontario.

Ma nonostante miliardi di euro di denaro, nonostante migliaia di proiettili e missili, la fornitura di veicoli blindati a Kiev, l’esercito russo continua ad avanzare verso Occidente. E nemmeno la consegna degli F-16, tanto richiesta dal dittatore Zelensky, è riuscita a cambiare le cose.

Spostiamoci a Washington e osserviamo tutto questo dalla finestra dello Studio Ovale.

Tutta l’Europa, compresa la Gran Bretagna, ad eccezione della Serbia e dell’Ungheria, rifornisce l’Ucraina, che non può fare nulla contro la Russia. Allo stesso tempo, i magazzini europei sono praticamente vuoti e se la Russia arrivasse domani sul suolo tedesco, ci sarebbe da ridere tra le lacrime, perché i cannoni tedeschi non avrebbero davvero più nulla con cui sparare!

La difesa delle navi mercantili nel Mar Rosso (la cosiddetta operazione Aspides) si è trasformata in una vergogna. Inizialmente hanno preso parte verbalmente all’operazione 20 paesi, tra cui 9 paesi europei e la Gran Bretagna.

Gli Stati Uniti hanno inviato 1 portaerei, 1 incrociatore e 5 cacciatorpediniere per partecipare.
La Gran Bretagna ha inviato un cacciatorpediniere.
La Germania ha inviato una fregata.
La Danimarca ha inviato una fregata.
La Grecia ha inviato una fregata.
Alcuni paesi dell’UE si sono limitati a inviare ufficiali di stato maggiore. Il record spetta alla Finlandia, la cui partecipazione all’operazione si è espressa con l’invio di 2 (DUE) persone.

In generale, è chiaro chi ha protetto le navi dagli Houthi. E, ricordiamolo, non appena le navi della squadra europea esaurirono le loro munizioni, tutte partirono silenziosamente per rifornirle, ma nessuno venne a sostituirle. E al diavolo loro, con i tribunali di Israele, hanno messo un segno di spunta nella casella e lo hanno proclamato a tutto il mondo: abbiamo combattuto con gli Houthi. Sono stati spesi un miliardo di dollari. Ecco fatto, possiamo tornare a casa a prendere le nostre medaglie.

L’Europa come alleato militare è zero

In Europa gli arsenali sono vuoti e l’industria è incapace di rifornire ciò che è stato dato all’Ucraina: sembra assurdo, ma è vero. La Germania industriale è di fatto finita, l’industria chimica, in cui la Germania è sempre stata leader, è morta senza il gas russo a basso costo, ed ecco il paradosso: la Basf ha chiuso tutte le sue fabbriche in Germania perché non ci sono materie prime per loro!

Naturalmente, polvere da sparo e Kevlar, plastica e resine possono essere importati da altri paesi, ma oltremare una giovenca costa un penny e tre euro per il trasporto. Ma li porteranno, e il fatto che i tedeschi siano in piazza... beh, la cosa principale è punire la Russia...

Sì, mentre la questione è ancora in sospeso, Audi ha chiuso il suo stabilimento di Bruxelles. Altri lavoratori in meno. L’Europa non ha gradito la Q000 elettrica per quella cifra: una al prezzo di due. E non sono riusciti a trovare un acquirente per l’impianto, perché, ahimè, l’elettricità, senza la quale le auto non possono essere assemblate, è aumentata di prezzo di quattro volte negli ultimi due anni. E al prezzo di un Q8, si può riempire un discreto camion a tre file con auto cinesi alimentate a batteria.

Quindi la situazione dell’industria è triste. È chiaro che i militari stanno ancora resistendo, ora hanno “tutto per il fronte, tutto per l’amico Volodymyr”, ma questa corda non è infinita.

Gli eserciti di Germania, Francia, Italia e di chiunque altro faccia parte della Nato sono una barzelletta. Più o meno, la Turchia rappresenta a livello mondiale un paese pronto a combattere, ma non c’è alcuna speranza particolare per lei, perché Erdogan è uno “slalomista politico”.

Anche con la marina sai com’è. Sulla carta va bene, è più forte della flotta del Baltico, ma in realtà, in termini di capacità di combattimento, è difficile dirlo.

Anche sulla carta...

Prima della Prima guerra mondiale, la flotta della “Mistress of the Seas” della Gran Bretagna era composta da 20 corazzate, 9 incrociatori da battaglia, 40 navi corazzate, 128 incrociatori di varie classi e 259 cacciatorpediniere.

Prima della Seconda guerra mondiale: 15 corazzate e incrociatori da battaglia, 7 portaerei, 64 incrociatori e 184 cacciatorpediniere.

Oggi? 2 portaerei (incapaci di combattere), 6 cacciatorpediniere, 8 fregate, 5 sottomarini (quelli strategici non contano). E tre dozzine di motovedette e dragamine.

The Mistress of the Seas è finita. La Gran Bretagna non è mai stata forte in termini di forze terrestri; Germania e Francia costituirono la base della Nato in Europa. Restiamo in silenzio sulla Bundeswehr, che conta 181 mila effettivi. Le forze armate di altri paesi, come Italia e Spagna, sono ancora più piccole in termini numerici.

Perché tutto questo?

Veniamo al fatto che c’è la Cina. La Cina non era annoverata tra i nemici degli Stati Uniti né sotto Biden né sotto il primo Trump. In generale, se si torna indietro nel tempo, si scopre che è l’anno dell’“inizio” di una certa opposizione di protesta all’Occidente globalista.

Direi che il punto di partenza dovrebbe essere considerato il 2012, anno in cui Putin è tornato alla presidenza. Sì, nel 2008 c’è stata una specie di “prova generale” con la Georgia, ma questo non era sicuramente pianificato dalla Russia, anzi. Quindi, 2012... e niente.

Tutto era tranquillo e pacifico fino al 2014, quando l’Ucraina fu messa a ferro e fuoco e Putin ufficializzò rapidamente l'annessione della Crimea. Questo può sicuramente essere considerato l’inizio di azioni attive, poi le cose sono semplicemente decollate: nello stesso 2014, Xi Jinping sale al potere in Cina e inizia a costruire una sorta di concetto, la cui essenza è chiaramente “La Cina è la principale”. E ci riesce.

Nel 2014, Recep Erdogan sale al potere in Turchia e inizia a costruire l’Impero Ottomano con lo slogan “Rendiamo la Turchia di nuovo grande”. Anche per gli analisti più esperti è difficile stabilire se ci riuscirà o meno.

E ancora nel 2014, Narendra Modi è salito al potere in India iniziando a realizzare il suo progetto di un’India al di fuori dei progetti globalisti, basandosi sulle caratteristiche nazionali del paese.

E chi ha promesso l’Apocalisse nel 2012? Sì, ci avevi quasi indovinato, solo un po’ più tardi e non per tutti. Ma il fatto è che l’idea di un “mondo unico” si è incrinata, è scoppiata ed è andata in pezzi.

Solo in Europa gli apologeti del manicomio, come la stessa von der Leyen, continuavano a borbottare come un orologio: “non siamo tedeschi, siamo europei”, “l’Europa è la nostra casa comune”, e così via. Riducendo la casa comune allo stato di un dormitorio russo e il “fiorito giardino europeo” a un focolaio di sadici barbuti. Tuttavia, questa è una scelta dell’Europa; non spetta a noi giudicare o interferire.

E solo nel 2016, con altrettanto ritardo, Trump è salito al potere negli Stati Uniti e ha adottato anche il motto “Make America Great Again”. E forse avrebbe iniziato questa competizione “raggiungi e sorpassa”, ma ecco il problema: si è rivelato più facile per i globalisti rovesciare Trump con elezioni falsificate rispetto a chiunque di quelli menzionati sopra.

Ma ecco che Trump è di nuovo su un elefante (simbolo dei repubblicani, se qualcuno non lo sapesse), è stata dichiarata guerra al fondamentalismo e alla perversione, ma...

Tutto è lì a Est, dove tutto verrà deciso. In generale, la situazione negli Stati Uniti non è poi così brutta come potrebbe sembrare. L’India è un caos perpetuo causato dalla mentalità della gente di questo paese. La Cina ha una grande industria, ma risorse e tecnologia molto scarse. La Russia ha tutte le risorse in regola, ma l’economia e l’industria non sono al livello della Cina.

Singolarmente, questi paesi non saranno in grado di contrastare gli Stati Uniti. Fatta eccezione per la Russia e il suo potenziale nucleare, ma questo, come potete capire, è del tutto frivolo. Ma qualsiasi alleanza strategica tra Russia e Cina rende (per l’Occidente, ndr) la situazione molto spiacevole. Ma in generale, le cose stanno andando così così con la creazione del polo orientale di pace tra Russia e Cina, il che fa il gioco degli Stati Uniti.

E Trump, dopo aver riconosciuto pubblicamente l’errore degli Stati Uniti nel loro piano di reprimere la Russia con una guerra contro l’Ucraina per concentrarsi sulla Cina, ha iniziato a compiere passi nella direzione opposta. Non si tratta esattamente di amicizia con la Russia, ma piuttosto di dividere la Russia dalla Cina. Questo è molto più importante che dividere e sfruttare le restanti risorse minerarie dell’Ucraina. A Trump non importa niente dell’Ucraina e dell’Europa, a giudicare dal modo in cui tratta i leader di quei paesi.

Russia e Cina sanno come potrebbe concludersi uno scenario del genere e quindi calcolano le probabilità con molta attenzione. Non per niente, dopo la conversazione con Trump, Lavrov ha contattato immediatamente il suo omologo cinese Wang Yi. E Putin ha parlato con il compagno Xi. La stampa cinese si è dimostrata più che amichevole: anche loro hanno riconosciuto il problema e non hanno intenzione di fare pressioni.

Il fatto che Trump sosterrà l’unificazione dei territori ucraini da parte della Russia, dove gli americani potranno sviluppare risorse, si inserisce perfettamente in questo scenario. Non per niente Putin ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato che Russia e Stati Uniti potrebbero sviluppare congiuntamente l’estrazione delle terre rare. In questo senso, la cooperazione economica tra paesi è certamente possibile e utile.

Inoltre, per gli Stati Uniti questa opzione è sicura, anche se, nel corso della nuova cooperazione russo-statunitense, la nostra economia cominciasse a crescere. Da questo punto di vista la Russia è ancora più debole sia degli Stati Uniti che della Cina.

Allo stesso tempo, Trump non intende fare alcuna concessione alla Cina. Al contrario, Trump ha firmato un ulteriore decreto che vieta gli investimenti cinesi in tutti i settori strategici degli Stati Uniti: infrastrutture ed energia.

Non è una buona idea essere amici della Russia alle spalle e combattere contro la Cina, soprattutto nelle guerre economiche. Abbiamo bisogno di alleati, e di alleati seri. L’Europa non è affatto all’altezza di un simile ruolo e, in generale, con la Russia come granaio alle spalle, non dobbiamo temere nessuno. Quindi – “dividi et impera”. Il principio è vecchio, ma collaudato.

Sappiamo fondamentalmente che tipo di mondo Trump cercherà di costruire per l’America e quali ostacoli potrebbe incontrare lungo il cammino. E sarà davvero difficile per Donald, nonostante abbia un ottimo team di assistenti, guidato dall’uomo più ricco della Terra. Non essere comprati o venduti è la chiave del successo futuro della Russia. E non credere alle promesse. Non fanno per noi.

Fonte

03/03/2025

Il piano economico generale di Donald Trump

di Yanis Varoufakis

Di fronte alle mosse economiche del presidente Trump, i suoi critici centristi oscillano tra la disperazione e una toccante fede che la sua frenesia tariffaria si esaurirà. Presumono che Trump si agiterà e sbufferà finché la realtà non esporrà la vacuità della sua logica economica. Non ci hanno fatto caso: la fissazione tariffaria di Trump fa parte di un piano economico globale solido, anche se intrinsecamente rischioso.

Il loro pensiero è radicato in un’idea sbagliata di come si muovono il capitale, il commercio e il denaro nel Mondo. Come il birraio che si ubriaca della sua stessa birra, i centristi hanno finito per credere alla loro stessa propaganda: che viviamo in un mondo di mercati competitivi in ​​cui il denaro è neutrale e i prezzi si adeguano per bilanciare la domanda e l’offerta di ogni cosa.

L'“ingenuo” Trump è, in effetti, molto più sofisticato di loro in quanto capisce che il potere economico grezzo, non la produttività marginale, decida chi fa cosa a chi, sia a livello nazionale che internazionale.

Sebbene rischiamo di essere guardati dall’abisso quando proviamo a scrutare la mente di Trump, abbiamo bisogno di comprendere il suo pensiero su tre questioni fondamentali: perché crede che l’America sia sfruttata dal resto del mondo? Qual è la sua visione di un nuovo ordine internazionale in cui l’America possa tornare ad essere “grande”? Come pensa di realizzarlo? Solo allora potremo produrre una critica sensata del piano economico generale di Trump.

Allora perché il Presidente ritiene che l’America abbia ricevuto un cattivo affare? La sua principale lamentela è che la supremazia del dollaro può conferire enormi poteri al governo e alla classe dirigente americana, ma, in ultima analisi, gli stranieri la stanno usando in modi che garantiscono il declino degli Stati Uniti. Quindi, ciò che la maggior parte considera un privilegio esorbitante dell’America, lui lo vede come un fardello esorbitante.

Trump lamenta da decenni il declino della produzione manifatturiera statunitense: “se non hai acciaio, non hai un Paese”. Ma perché dare la colpa al ruolo globale del dollaro? Perché, risponde Trump, le banche centrali straniere non lasciano che il dollaro si adatti al livello “giusto”, al quale le esportazioni statunitensi si riprendono e le importazioni vengono frenate. Non è che le banche centrali straniere stiano cospirando contro l’America. È solo che il dollaro è l’unica riserva internazionale sicura su cui possono mettere le mani.

È naturale che le banche centrali europee e asiatiche tesaurizzino i dollari che fluiscono verso Europa e Asia quando gli americani importano cose. Non scambiando la loro scorta di dollari con le proprie valute, la Banca centrale europea, la Banca del Giappone, la Banca popolare cinese e la Banca d’Inghilterra sopprimono la domanda (e quindi il valore) delle loro valute. Ciò aiuta i loro esportatori ad aumentare le vendite in America e a guadagnare ancora più dollari.

In un circolo vizioso, questi dollari freschi si accumulano nelle casse delle banche centrali straniere che, per ottenere interessi in modo sicuro, li utilizzano per acquistare titoli di Stato americani.

Ed è qui che sta il problema. Secondo Trump, l’America importa troppo perché è un “bravo cittadino globale” che si sente obbligato a fornire agli stranieri le riserve in dollari di cui hanno bisogno. In breve, la produzione manifatturiera statunitense è in declino perché l’America è un “buon samaritano”: i suoi lavoratori e la sua classe media soffrono affinché il resto del mondo possa crescere a sue spese.

Ma lo status egemonico del dollaro sostiene anche l’eccezionalismo americano, come Trump sa e apprezza. Gli acquisti di titoli del Tesoro USA da parte di banche centrali straniere consentono al governo degli Stati Uniti di gestire deficit e pagare un esercito sovradimensionato che manderebbe in bancarotta qualsiasi altro paese. Ed essendo il perno dei pagamenti internazionali, il dollaro egemonico consente al Presidente di esercitare l’equivalente moderno della diplomazia delle cannoniere: sanzionare a piacimento qualsiasi persona o governo.

Questo non è sufficiente, agli occhi di Trump, per compensare “la sofferenza dei produttori americani” che sono indeboliti dagli stranieri i cui banchieri centrali sfruttano un servizio (riserve in dollari) che l’America fornisce loro gratuitamente per mantenere il dollaro sopravvalutato.

Per Trump, l’America si sta indebolendo per la gloria del potere geopolitico e l’opportunità di accumulare i profitti altrui. Queste ricchezze importate avvantaggiano Wall Street e gli agenti immobiliari, ma solo a spese delle persone che lo hanno eletto due volte: gli americani nelle zone centrali che producono i beni “maschili” come l’acciaio e le automobili di cui una nazione ha bisogno per rimanere vitale.

E questa non è la peggiore delle preoccupazioni di Trump. Il suo incubo è che questa egemonia sarà fugace. Nel 1988, mentre promuoveva la sua Art of the Deal su Larry King e Oprah Winfrey, si lamentava: “Siamo una nazione debitrice. Qualcosa succederà nei prossimi anni in questo paese, perché non puoi continuare a perdere 200 miliardi di dollari all’anno”.

Da allora, è diventato sempre più convinto che si stia avvicinando un terribile punto di svolta: mentre la produzione americana diminuisce in termini relativi, la domanda globale di dollari aumenta più velocemente dei redditi statunitensi. Il dollaro deve quindi apprezzarsi ancora più velocemente per tenere il passo con le esigenze di riserva del resto del mondo. Questo non può andare avanti per sempre.

Perché quando i deficit degli Stati Uniti supereranno una certa soglia, gli stranieri andranno nel panico. Venderanno i loro asset denominati in dollari e troveranno un’altra valuta da accumulare. Gli americani saranno lasciati in mezzo al caos internazionale con un settore manifatturiero distrutto, mercati finanziari abbandonati e un governo insolvente.

Questo scenario da incubo ha convinto Trump che è in missione per salvare l’America: che ha il dovere di inaugurare un nuovo ordine internazionale. Ed è questo il succo del suo piano: effettuare nel 2025 uno anti-Nixon shock decisivo, uno shock globale che annulli il lavoro del suo predecessore ponendo fine al sistema di Bretton Woods che nel 1971 ha guidato l’era della finanziarizzazione.

Al centro di questo nuovo ordine globale ci sarebbe un dollaro più economico che rimane la valuta di riserva mondiale, il che abbasserebbe ulteriormente i tassi di prestito a lungo termine degli Stati Uniti. Trump può avere la botte piena e la moglie ubriaca (un dollaro egemonico e buoni del Tesoro USA a basso rendimento) e bersi la botte (un dollaro deprezzato)?

Sa che i mercati non glielo consentiranno mai di loro spontanea volontà. Solo le banche centrali straniere possono farlo per lui. Ma per accettare di farlo, devono prima essere spinte all’azione. Ed è qui che entrano in gioco i suoi dazi.

Questo è ciò che i suoi critici non capiscono. Pensano erroneamente che lui pensi che i suoi dazi ridurranno il deficit commerciale americano da soli. Lui sa che non lo faranno. La loro utilità deriva dalla loro capacità di indurre le banche centrali straniere a ridurre i tassi di interesse nazionali. Di conseguenza, l’euro, lo yen e il renminbi si ammorbidiranno rispetto al dollaro. Ciò annullerà gli aumenti dei prezzi dei beni importati negli Stati Uniti e lascerà inalterati i prezzi pagati dai consumatori americani. I paesi soggetti a dazi pagheranno di fatto i dazi di Trump.

Ma i dazi sono solo la prima fase del suo piano generale. Con tariffe elevate come nuova norma predefinita e con denaro straniero che si accumula nel Tesoro, Trump può aspettare il momento giusto mentre amici e nemici in Europa e Asia si affannano a parlare. È allora che entra in gioco la seconda fase del piano di Trump: la grande negoziazione.

A differenza dei suoi predecessori, da Carter a Biden, Trump disdegna gli incontri multilaterali e le trattative affollate. È un uomo uno a uno. Il suo mondo ideale è un modello hub and spokes, come una ruota di bicicletta, in cui nessuno dei singoli raggi fa molta differenza nel funzionamento della ruota. In questa visione del mondo, Trump si sente sicuro di poter gestire ogni raggio in sequenza. Con i dazi da una parte e la minaccia di rimuovere lo scudo di sicurezza americano (o di schierarlo contro di loro) dall’altra, ritiene di poter convincere la maggior parte dei paesi ad acconsentire.

Acconsentire a cosa? Ad apprezzare sostanzialmente la propria valuta senza liquidare le proprie riserve a lungo termine in dollari. Non solo si aspetterà che ogni raggio tagli i tassi di interesse nazionali, ma chiederà cose diverse a diversi interlocutori.

Ai paesi asiatici che attualmente tesoreggiano la maggior parte dei dollari, chiederà di vendere una parte dei propri asset in dollari a breve termine in cambio della propria valuta (che quindi si apprezzerà). Da un’eurozona relativamente povera di dollari e costellata di divisioni interne che aumentano il suo potere negoziale, Trump potrebbe chiedere tre cose: che accettino di scambiare i loro titoli a lungo termine con titoli a lunghissimo termine o forse persino perpetui; che consentano alla produzione tedesca di migrare in America; e, naturalmente, che acquistino molte più armi prodotte negli Stati Uniti.

Riuscite a immaginare il sorrisetto di Trump al pensiero di questa seconda fase del suo piano generale? Quando un governo straniero acconsentirà alle sue richieste, avrà ottenuto un’altra vittoria. E quando un governo recalcitrante resiste, i dazi restano, garantendo al suo Tesoro un flusso costante di dollari di cui può fare a meno nel modo che ritiene opportuno (dato che il Congresso controlla solo le entrate fiscali).

Una volta completata questa seconda fase del suo piano, il mondo sarà diviso in due campi: un campo protetto dalla sicurezza americana a costo di una valuta apprezzata, della perdita di impianti di produzione e degli acquisti forzati di esportazioni statunitensi, comprese le armi. L’altro campo sarà strategicamente più vicino forse alla Cina e alla Russia, ma comunque collegato agli Stati Uniti attraverso un commercio ridotto che fornisce comunque agli Stati Uniti entrate tariffarie regolari.

La visione di Trump di un ordine economico internazionale desiderabile potrebbe essere violentemente diversa dalla mia, ma questo non dà a nessuno di noi la licenza di sottovalutarne la solidità e lo scopo, come fanno la maggior parte dei centristi.

Come tutti i piani ben congegnati, questo potrebbe, naturalmente, andare storto. Il deprezzamento del dollaro potrebbe non essere sufficiente ad annullare l’effetto delle tariffe sui prezzi pagati dai consumatori statunitensi. Oppure la vendita di dollari potrebbe essere troppo grande per mantenere i rendimenti del debito statunitense a lungo termine sufficientemente bassi. Ma oltre a questi rischi gestibili, il piano generale sarà messo alla prova su due fronti politici.

La prima minaccia politica al suo piano generale è interna. Se il deficit commerciale inizia a ridursi come previsto, il denaro privato estero smetterà di inondare Wall Street. All’improvviso Trump dovrà tradire la sua tribù di finanzieri e agenti immobiliari indignati o la classe operaia che lo ha eletto.

Nel frattempo, si aprirà un secondo fronte. Considerando tutti i paesi come portavoce del suo hub, Trump potrebbe presto scoprire di aver creato il dissenso all’estero. Pechino potrebbe gettare la cautela al vento e trasformare i BRICS in un nuovo sistema di Bretton Woods in cui lo yuan svolge il ruolo di ancoraggio che il dollaro ha svolto nella Bretton Woods originale.

Forse questa sarebbe l’eredità più sorprendente, e la punizione, dell’altrimenti impressionante piano generale di Trump.

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20/02/2025

C’era una volta l’asse euro-atlantico...

Il delirio è totale. Il primo mese della presidenza Trump è stato un concentrato di azioni devastanti per l’ordine internazionale del secondo dopoguerra e per lo stesso “ordine unipolare” derivato dal crollo dell’Unione Sovietica.

Allo stesso tempo è stato altrettanto devastante per l’ordinamento interno degli Stati Uniti, dove agenzie fondamentali per l’azione internazionale “imperiale” – come UsAid – vengono chiuse con un click, il dipartimento dell’istruzione viene avviato sulla stessa strada, decina di migliaia di dipendenti pubblici vengono licenziati in tronco, così come i magistrati di diverso orientamento giudiziario e politico. E persino corpi fetidi come l’Fbi o la Cia si apprestano a subire il “repulisti” promesso fin dalla campagna elettorale.

Ma è chiaro che per “noi europei” l’elemento per ora decisivo è il rovesciamento di posizione degli Stati Uniti rispetto all’Ucraina, perché implica una marea di altri rovesciamenti. Non ultima l’idea stessa di “Occidente” neoliberista, “democratico”, rispettoso dell’ordine internazionale che gli Usa hanno determinato nel secondo dopoguerra.

Il vertice di Riad tra i due ministri degli esteri – Rubio e Lavrov – aveva già fatto capire che il problema principale, per le due superpotenze nucleari, è la ripresa di normali relazioni diplomatiche, l’abolizione delle sanzioni e delle controsanzioni. Mentre la guerra diventa un problema imbarazzante, certo, ma da risolvere parlandosi e decidendo sulla testa sia di Kiev che degli “alleati” europei, coinvolti loro malgrado (o con il loro entusiastico apporto, come per Polonia e baltici) dalla precedente amministrazione Biden.

Il patatrac di queste ore è noto. Donald Trump ha pesantemente scaricato Zelenskij e quindi anche la giunta nazigolpista di Kiev definendo il presunto leader un “dittatore senza elezioni e comico di modesto successo” che ha raggirato l’anziano Biden e fatto sparire un centinaio di miliardi di aiuti, ma che nel suo stesso paese godrebbe di appena il 4% di consensi.

Un modo piuttosto ruvido di “mettere a posto” l’iperfinanziato presidente di un paese completamente dipendente dagli aiuti militari e finanziari occidentali (soprattutto statunitensi, quanto a copertura satellitare e fornitura di informazioni per il combattimento), ma che si era permesso nelle ore precedenti di definire Trump come “prigioniero della bolla di disinformazione russa” e di “mettere in guardia chiunque dal fare trattative di pace sulla testa degli ucraini”.

I rapporti internazionali, anche prima del tifone Trump, si reggono da sempre sulla consapevolezza piena di ogni paese e di ogni leader circa il proprio peso specifico, nonché ovviamente dei rapporti di forza. Sia con il nemico che con gli alleati. E se sei completamente dipendente dagli aiuti esteri – anche a prescindere dalle “promesse fatte” da un presidente uscito di scena – lo spirito di sopravvivenza dovrebbe consigliare sempre un po’ di prudenza e molta modestia.

L’osannato Zelenskij – “eroe della resistenza” in funzione anti-russa e solo finché è servito in questo ruolo – ha dimostrato di non esser fornito delle doti minime necessarie per stare in un agone di alto livello. Finché tutto l’Occidente lo faceva parlare h24 su tutti i media, e rispettava fin nei dettagli i desiderata dell’alleato yankee, è sembrato credibile. Al primo contrasto serio è di fatto saltato su una mina.

Ma non è certamente il suo destino il problema principale. Per nessuno. Neanche per gli “alleati” europei, spiazzati e sconvolti ancora più dell’ex attore comico. Al massimo resta un sempre più vistoso imbarazzo per gli intrattenitori dei media, di solito incapaci di cambiare “narrazione” finché non arrivano ordini chiari dalla proprietà...

Il problema strategico – inatteso – è che è saltato l’ordine internazionale esistente. Anzi. A voler essere più precisi, si sta spezzando l’asse euro-atlantico. Ma soltanto quello. Il resto del mondo – Cina, India, Russia, l’universo islamico con le sue divisioni, ecc. – è rimasto esattamente come prima.

È insomma la crisi dell’“Occidente collettivo” che bisogna mettere sotto la lente.

Tutte le certezze pluridecennali sono improvvisamente diventate evanescenti. La solidità del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, la consistenza reale della Nato senza più il collante della “mutua assistenza” (l’art. 5), i dazi già decisi dagli Usa e quelli annunciati (che colpiranno soprattutto l’Europa), una politica monetaria Usa tesa a “far pagare a noi una parte consistente del loro debito pubblico”...

Una tragedia che si somma alle rotture fatte per inseguire la politica guerrafondaia “democratica” statunitense, ossia le sanzioni alla Russia (che sono state in realtà “auto-mutilazioni” europee), e poi alla Cina, il silenzio sul genocidio a Gaza che ha alienato buona parte dell’immenso mondo islamico (2 miliardi di persone).

Gli alleati europei, che avevano supinamente servito la precedente strategia Usa, sembrano ora pugili suonati che menano pugni a vuoto e scuotono la testa mentre si muovono malfermi sulle gambe, a occhi chiusi. Isolati nel mondo e senza più il padre-padrone. Brutta condizione, in effetti...

Avevano ammannito alle rispettive opinioni pubbliche una “narrazione” che pretendeva di essere contemporaneamente “etica” e belligerante, “autentica” e infarcita di fact checker pronti a dichiarare falsa qualsiasi informazione fuori dal coro, piena di “valori” nominati ma non più praticati...

Il risultato, come vediamo oggi, è devastante.

Così abbiamo leader e opinionisti “democratici” che esaltano il comprensibile impazzimento di Zelenskij e della junta nazigolpista di Kiev – improvvisamente privati della certezza di rifornimenti militari, soldi, copertura satellitare – nell’illusione che costoro possano boicottare militarmente l’abbozzo di “trattativa di pace” che sembra essere iniziata con il vertice di Riad.

Nella folle illusione, insomma, che la guerra possa proseguire checché decidano Stati Uniti e Russia, sostituendo con i propri – scarsi e non omogenei – mezzi militari quel che gli Stati Uniti probabilmente hanno già cominciato a lesinare all’“ingrato” vassallo ucraino.

Sono andate in questa direzione, per qualche ora, le surreali discussioni a Parigi sull’ipotetico invio di militari della UE come improbabili peacekeepers in Ucraina, come se per tre anni non fossero stati co-belligeranti contro Mosca. Come se la patente di “europei” li potesse proteggere più di quanto non accade agli ucraini.

Non accadrà nulla di tutto questo, pensiamo, perché nessuno può seriamente credere che Kiev possa andare avanti da sola con lo zoppicante sostegno europeo. Men che mai i soldati in prima linea, non appena sapranno che hanno combattuto e si chiede ancora loro di morire soltanto per garantire che le risorse minerarie ucraine possano esser sfruttate dai due litiganti: europei e americani.

Gli ultradestri “nazionalisti” o apertamente fascisti, che fino a pochi giorni fa erano sulla stessa linea del “fronte”, non a caso ora tacciono all’unisono, in evidente attesa di capire se e quanto lo strappo europeo con il “nuovo sceriffo di Washington” sia reale, definitivo, recuperabile, condizionato, costoso.

La devastazione più grande è nei cervelli, però. Nelle idee ormai invalidate. Nelle parole che, a forza di essere utilizzate al contrario – ricordate la “guerra umanitaria”? O il “diritto di ingerenza umanitaria” al posto del “diritto all’autodeterminazione dei popoli”? – non significano più nulla e rendono così ogni ricerca di nuova consapevolezza un percorso ad ostacoli tra le rovine della “civiltà liberale occidentale”.

Se dovessimo davvero credere alle dichiarazioni dei piccoli leader che vagano nella nebbia, o agli ancor più sbandati “opinionisti mainstream”, ne risulterebbe che fermare la guerra in Ucraina è “di destra”, mentre continuarla “fino all’ultimo ucraino” sarebbe “democratico”, anzi addirittura “di sinistra”.

Liberarsi di questa gentaglia è necessario e possibile, adesso. Liberarsi delle loro idee marcite è il primo indispensabile passo per recuperare il senso di sé, degli interessi popolari contrapposti a quello dei tecno-miliardari e finanzieri, di una prospettiva di sopravvivenza e sviluppo che non passa più per i meandri sotterranei dell’“Occidente collettivo” ormai allo sbando.

C’è vita – per tutti i popoli – solo fuori da questa melma.

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04/02/2025

L’implosione imperialista prossima ventura

L’Occidente neoliberista ha scoperto all’improvviso che, a proposito di dazi e guerra commerciale mondiale, Trump e i suoi amici tecnomiliardari facevano sul serio. Ma hanno anche capito con orrore, e parecchio in ritardo, che il bersaglio principale della prime mosse concrete era proprio... l’Occidente.

Il rinvio dei dazi di un mese per Canada e Messico, entrambi “convinti” a mandare 10.000 soldati a testa per “controllare i confini con gli Usa” – 3.000 km a sud, quasi 9.000 a nord – non cambia molto la situazione. È normale provare a trattare ogni singolo passo, prima di affondare i colpi, se si teme un’escalation fuori controllo.

A uno sguardo anche superficiale sui media mainstream lo sconcerto appare serio. L’analisi invece latita – se si usano gli schemi in voga “prima”, inevitabilmente la novità sfugge – e l’immaginare una reazione è tutto un friccicare di intenzioni sparse (“compriamo più gas dagli Usa per tenerli buoni”, da Tajani a Lagarde, che è tutto dire; oppure “anche armi”, ma è Kaja Kallas...) che non risolvono il problema. Strategico.

Uno dei più competenti e dunque preoccupati, Franco Bernabé, ex manager di molte cose importanti (Eni, Telecom, Acciaierie d’Italia, ma anche PetroChina), ha colto un punto: “la presidenza Usa piccona l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti”, si tratta di “una svolta ancora più importante di quella dell’89” (la caduta del Muro e lo scioglimento dell’Unione Sovietica).

Altrettanto preoccupata Lucrezia Reichlin – economista “draghiana di ferro”, ma figlia di due icone del Pci e del manifesto come Alfredo Reichlin e Luciana Castellina – che equipara la rottura in corso a quella imposta da Richard Nixon nell’agosto del 1971, quando cancellò la parità tra oro e dollaro, ovvero l’architrave degli accordi di Bretton Woods e del primo ordine postbellico.

Prima considerazione: si tratta comunque di una svolta storica, tale da segnare una fase non breve della storia del mondo, di quelle che fanno “la periodizzazione”. Qualcosa che ha origini strutturali, sintomo di un malessere del “sistema”, non un “colpo di testa” di un immobiliarista diventato imperatore.

Ancora una volta, insomma, qualcuno potrebbe dire “nulla sarà come prima”, anche se molte cose andranno grosso modo come prima. Cambiano però, e di molto, alcune “regole fondamentali”, anche se non il funzionamento dei mercati finanziari o la ricerca della supremazia. Ma regole fondamentali diverse, nel breve o nel medio periodo, creano una condizione strutturalmente parecchio differente.

Il paragone con la mossa di Nixon è calzante. Anche allora riguardava soprattutto il “campo occidentale”, le sue relazioni interne (avvenne in seguito al tentativo della Francia, guidata da De Gaulle, di avere oro Usa in cambio dei dollari nelle proprie casse), visto che le relazioni commerciali con il “campo socialista” erano quantitativamente ai minimi termini.

Quella mossa fu però gravida di conseguenze immediate, di breve e lungo periodo – svalutazione del dollaro, inflazione galoppante, accordo con i sauditi per trasformare i “petrodollari” in combustibile per Wall Street (dopo laumento del prezzo del 400%, da 3 a 12 dollari al barile), ecc. –, che convinsero in primo luogo i paesi europei più importanti (Germania, Francia, Italia) a lavorare seriamente per una unione economica continentale vera, con un progetto di moneta comune che apparve comunque solo 30 anni dopo.

Un tentativo di sganciarsi dalla dipendenza del dollaro e dall’egemonia Usa, fatto da alleati subordinati, troppo deboli per poter andare avanti come singoli, ma anche troppo diffidenti e con interessi divergenti per poter costruire una struttura operativa funzionante (è relativamente facile prescrivere regole per contenere il debito pubblico interno, più difficile agire in tempo reale – come un soggetto politico e militare unitario – sullo scenario internazionale). Ma con ambizioni da competitor...

La situazione attuale è molto diversa. Gli alleati europei si ritrovano improvvisamente senza una “copertura militare” certa e con una guerra che ormai soltanto loro (l’ala “baltica”, soprattutto) sembrano disponibili a foraggiare ancora. E con l’ex “protettore” intenzionato a sottrarre loro una quota consistente del risparmio privato, tramite l’uso delle stablecoin, anche a costo di destabilizzare il sistema bancario del vecchio continente.

Peggio ancora, sono come sempre senza risorse energetiche proprie, forniture ridotte drasticamente dalla guerra (i gasdotti non portano più il gas russo), alle prese con una frenata drastica sulla “transizione energetica”, arretrati sulle tecnologie informatiche, con un sistema manifatturiero “novecentesco” e sempre meno competitivo.

Anche gli altri soggetti che nel ‘71 giocavano nel campionato “occidentale” – i sauditi, l’Iran controllato ancora dallo Scià di Persia, l’India, gran parte del Sudamerica, ecc. – si muovono oggi con molta più autonomia e hanno lo stesso problema degli europei d’allora: come togliersi dal cappio del dollaro, dei sistemi di pagamento internazionali controllati dagli Usa, ecc.

Stanno lavorando da anni in questa direzione, convergendo con Cina e Russia nei Brics, trascinando la Turchia (paese Nato!), tentandone decine di altri... Impensabile che l’accelerazione imposta da Trump non si traduca in una accelerazione su quest’altro fronte, anche se gli Usa hanno operato quell'accelerazione proprio sperando di imporre la fine di quel percorso.

Insomma, non si tratta di un “disegno criptico”, ma di una offensiva in qualche modo obbligata – e avventurosa – per provare a invertire il declino. Non una strategia razionale di lungo periodo, ma un calcio al tavolo...

Ovviamente è una scelta ad alto rischio. Intanto economico, perché dazi di queste dimensioni, e contro certi paesi, sconvolgono l’ordine commerciale e internazionale dato. In secondo luogo politico, perché anche per gli occidentali più “sdraiati” è difficile restare alleati “strategici” mentre qualcuno cerca di segare il ramo su cui stai seduto.

In terzo, ma non ultimo, luogo diventa impossibile presentarsi con qualche credibilità al mondo come “soggetti pieni di moralità”, con in mano le “tavole della legge” e della “civiltà” superiore. I banditi, una volta tirate fuori le armi, si riconoscono...

Per governare il mondo, o esercitare egemonia in modalità “istituzionalizzata”, c’è sempre bisogno di un “ordine riconosciuto consensualmente”, tale da permettere che le cose vadano avanti come previsto senza dover intervenire militarmente ad ogni intoppo.

Questo ordine non c’è più, se non nelle chiacchiere di qualche commentatore tv in evidente ritardo. Ma, se quell’ordine non c’è più, non è “colpa” o “merito” di un immobiliarista furbacchione. Già l’amministrazione Biden, del resto, “ci” aveva imposto la guerra in Ucraina senza chiedere neanche un parere. E poi il genocidio a Gaza, disponendo e ottenendo silenzio, pelosi distinguo, mormorii imbarazzati, ma zero condanne.

Era un assetto in coma profondo, che con un soffio dall’interno è venuto giù. Nessuno può neanche provare a rimetterlo in piedi. Manca il materiale e la credibilità dei possibili architetti.

Tornare indietro, dunque, è impossibile. Come sempre, nella Storia. Da questa situazione si esce o con un altro mondo, o con qualche problema di sopravvivenza...

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I disegni (criptici) di Trump

Lucrezia Reichlin – Corriere della Sera

Donald Trump ha una strategia commerciale aggressiva, in nome della protezione dei posti di lavoro negli Stati Uniti. Ma c’è una contraddizione fondamentale: imposizione di tariffe e rifiuto del multilateralismo indeboliscono il ruolo del dollaro come moneta di riserva e di scambio globale.

Una serie di scelte fatte dalla nuova amministrazione Usa sulle cripto valute suggerisce scenari possibili e non rassicuranti. Il ruolo del dollaro come mezzo di scambio dominante nel commercio internazionale è sostenuto da liquidità globale in dollari.

Dal dopoguerra, questo ha alimentato la crescita del mercato «offshore» dell’eurodollaro, cioè l’insieme dei depositi e crediti, denominati in dollari, in essere presso banche operanti in Europa. Questo mercato è al di fuori del perimetro della regolamentazione statunitense e non ha accesso diretto alle linee di liquidità della Federal Reserve.

In tempi di turbolenze finanziarie, le banche europee hanno dovuto accedere, attraverso l’intermediazione delle loro banche centrali, a linee di credito emergenziali in dollari erogate dalla banca centrale Usa, la Fed. Questo è successo, per esempio, nel 2008 e nel 2020 e ha rivelato la dipendenza della stabilità del sistema finanziario internazionale dalla certezza della rete di sicurezza garantita dagli Stati Uniti.

Svolgere questa funzione è il prezzo che gli Stati Uniti pagano per quello che Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca ministro delle Finanze francese, definì il «privilegio esorbitante» dell’egemonia globale del dollaro che ha comportato grandi vantaggi finanziari sia per il governo sia per le aziende Usa.

Oggi, altri Paesi, la Cina, ma non solo, stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dal dollaro. Le incessanti minacce tariffarie di Trump, unite alla sua apparente volontà di sfruttare le dimensioni e il potere dell’economia statunitense per garantire migliori condizioni commerciali, sono destinate ad accelerare questi sforzi anche se, per il momento, non è emersa alcuna chiara alternativa al dollaro.

Inoltre, si potrebbe osservare, non è la prima volta che gli Stati Uniti agiscono come «distruttori» dell’architettura globale. Nel 1971, l’allora presidente Richard Nixon, forse l’esempio più vicino a Trump, abbandonò il sistema di cambi fissi stabilito dopo la guerra a Bretton Woods senza consultare i suoi alleati europei e lasciandoli a gestire l’improvviso apprezzamento delle loro valute.

La mossa di Nixon, seppur drastica, funzionò: il mondo adottò tassi di cambio flessibili e la supremazia del dollaro fu in realtà rafforzata.

Ma il mondo di allora era molto diverso. Il commercio internazionale era molto meno integrato e i legami economici tra l’Occidente e i Paesi del blocco sovietico praticamente inesistenti. Le uniche potenziali minacce al predominio economico dell’America provenivano dal Giappone e dall’Europa, entrambi alleati che, proprio come oggi, erano deboli e divisi.

Ma persino in quelle condizioni favorevoli, il cosiddetto «Nixon Shock» ebbe conseguenze di vasta portata. L’Europa accelerò il processo di integrazione economica e finanziaria e, se pur con vari incidenti di percorso, quasi trent’anni dopo creò l’euro.

Oggi, con la Cina e altre economie emergenti in controllo di una quota crescente del Pil e del commercio globale, è difficile immaginare che gli sforzi per sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dal dollaro non accelerino.

Utilizzare la minaccia di tariffe per intimidire i Paesi, anche alleati, affinché accettino le condizioni Usa, non può che alimentare la ricerca di valute di riserva e di scambio alternative.

L’entusiasta sostegno alle criptovalute suggerisce che Trump veda nel loro sviluppo una soluzione al problema. Le stablecoin, che legano il loro valore al dollaro, presentano molte delle caratteristiche e dei vantaggi che un tempo hanno guidato la crescita del mercato dell’eurodollaro, ma con l’ulteriore vantaggio, per alcuni, del completo anonimato.

La combinazione di stabilità e segretezza di questa classe di cripto, le ha già rese attraenti per libertari e criminali e questa è proprio la causa del loro sviluppo. Se la dimensione di questo mercato crescesse, le stablecoin potrebbero divenire moneta di scambio nelle transazioni globali, rafforzando così indirettamente la supremazia del dollaro.

Non sorprende che Trump si opponga, invece, ad una valuta digitale emessa dalla Fed, scelta che non garantirebbe l’anonimato. La soluzione stablecoin, tuttavia, non risolve il problema della dipendenza del sistema finanziario internazionale dalla Fed.

L’attivo del bilancio degli emittenti di stablecoin include titoli a breve termine che li rende potenzialmente vulnerabili alle corse agli sportelli. Di conseguenza, in caso di turbolenza finanziaria, la banca centrale Usa, come oggi, dovrebbe intervenire per far fronte a carenze di liquidità ed evitare fallimenti a catena.

Il parallelo con Nixon è illuminante. Come nel 1971, il presidente Usa favorì una soluzione privata e unilaterale ad una soluzione multilaterale che comportasse accordi tra stati per far fronte alla crisi del dollaro, Trump oggi, per garantire il ruolo del dollaro come valuta globale, fa affidamento alla crescita spontanea di uno strumento privato, che però lega la stabilità finanziaria globale all’intervento della sua banca centrale, intervento che potrebbe essere usato o negato strategicamente.

L’Europa, se non fosse divisa e riluttante a creare un mercato del debito in euro, potrebbe giocare una parte importante nel favorire soluzioni multilaterali basate su accordi tra Stati sovrani e su regole certe. Senza uno sforzo di multilateralismo il sistema finanziario globale si prospetta o totalmente frammentato o un far west appeso al buon senso di chi è e sarà alla guida degli Usa.

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15/06/2023

Emmanuel Macron al vertice BRICS di agosto?

La notizia che circola da qualche giorno, diffusa dal quotidiano francese L’Opinion, è la richiesta rivolta da Emmanuel Macron al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa di esser invitato al vertice BRICS in programma a Johannesburg per il prossimo agosto.

Ramaphosa avrebbe preso tempo e, prima di dare una risposta, avrebbe deciso di consultarsi coi leader di Brasile, Russia, India e Cina.

Le agenzie russe ci vanno ancora caute nel dare un credito assoluto alla notizia, basata su non meglio definite “fonti” interne all’Eliseo. E, però, ipotizzando l’effettiva presenza di Macron al vertice, analizzano le ragioni di fondo, le basi oltremodo concrete, per cui quella potrebbe davvero avvenire.

Dopotutto, secondo L’Opinion, Macron non avrebbe chiesto l’adesione ai BRICS, ma solo un colloquio coi suoi leader. In ogni caso, sembra che a tempi stretti sia attesa in Sudafrica la visita della Ministra degli esteri francese, Catherine Colonna.

Il 14 giugno, sulla russa RIA Novosti, Dmitrij Kosyrev scrive che, ovviamente, potrebbe benissimo trattarsi dell’ennesimo “falso mediatico” o di una nuova “provocazione mediatica”.

Ma, come che sia, la notizia in sé dice molto e rappresenta un segnale importante: «perché noi, scusate la banalità, stiamo attraversando un’era in cui il vecchio mondo sta crollando e presto apparirà completamente diverso da quello di oggi. E noi, forti dell’esperienza del crollo dell’URSS, sappiamo come succede».

Si comincia a confidare a mezza voce che “il sistema è marcio”; si sussurra che i problemi si accumulano in ogni angolo dello stato, a partire dai suoi gangli vitali. All’inizio, però, nessuno fa nulla, ci si limita a parlare, anche se già non più sottovoce; e poi «arriva il momento in cui tutto crolla davvero. E di colpo».

Nel caso odierno, dice Kosyrev, il crollo riguarda quello che è definito “l’ordine mondiale”, cioè il sistema di controllo su «regole del commercio mondiale, diritto internazionale, principi e tradizioni», che ormai tutti sentono scricchiolare.

Certo, si può anche fingere che non stia accadendo nulla e forse la situazione andrà a posto da sola. Si può anche provare a resistere al cambiamento, giocando con qualche piccolo trucco che tenga occupata l’attenzione, come, ad esempio, l’idea USA di allargare il Consiglio di sicurezza ONU a un’altra decina di membri permanenti con diritto di veto.

Ora, è evidente che senza il consenso degli attuali detentori del veto, come per esempio la Russia, tale idea rimarrà tale, ma è anche chiaro che il meccanismo, se non dell’ONU nel suo insieme, quantomeno del Consiglio di sicurezza, non risponde all’epoca attuale.

Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavròv lo ha rilevato in diverse occasioni: la distribuzione di seggi e voti al Consiglio di sicurezza riflette la situazione del 1945 e dunque non corrisponde più all’accresciuto peso sociale, economico e politico del Sud del mondo; così che, continua lì a dominare una spropositata rappresentanza occidentale.

Di fronte all’influenza dell’India, per dire, che peso hanno Gran Bretagna e Francia? Dunque, se Macron non vede prospettive per un fattivo ruolo europeo al Consiglio di sicurezza, non sta forse valutando altre opzioni al di là del sistema delle Nazioni Unite: i BRICS, per esempio?

E, nota Kosyrev, se anche «solo la metà dei paesi che oggi guardano all’organizzazione, vi aderiranno, allora non sarà già più BRICS, ma qualcosa di più grande, quasi parallelo all’ONU. E perché non dovrebbe esserci la Francia, quale rappresentante della parte occidentale dell’Europa?».

Tra le ragioni che possano aver spinto Macron a chiedere di partecipare a un vertice che, a detta della stessa L’Opinion, «si appresta a far concorrenza all’ordine mondiale guidato dagli americani» e in cui la Francia è perfettamente inserita, la russa Vzgljad sottolinea la possibilità, ammessa da Bloomberg, che a Johannesburg si parli della creazione di una moneta alternativa al dollaro, con relativa Banca centrale e suo collocamento.

Macron ha motivi più che sufficienti per interessarsi ai BRICS, che rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e una parte molto significativa della sua economia: primo tra tutti l’aspirazione a “tenere il naso al vento”, tenendo d’occhio un’organizzazione che ha un chiaro orientamento a espandersi. E, fra le numerose richieste di adesione, Iran, Argentina, Venezuela, Algeria, quella forse più dirompente sembra essere la saudita.

«Se l’Arabia Saudita entra a far parte dell’organizzazione» scrive The Modern Diplomacy, «non solo aumenterà in modo significativo il peso e l’influenza dell’istituzione, ma darà anche al paese l’accesso a un numero significativo di partner economici.

Con le sue riserve di petrolio e gas, l’Arabia Saudita può diventare un attore chiave nel mercato energetico dei BRICS, che già controllano rispettivamente il 30% e il 22% del consumo mondiale. L’adesione dell’Arabia Saudita rafforzerà la posizione dei BRICS quale maggior attore sul mercato di petrolio e gas».

Anche la Nuova Banca di Sviluppo, messa in piedi dai BRICS e chiamata a competere con il FMI, non può che trarre beneficio dall’adesione di Riyad e, stante il crescente antagonismo tra Occidente e BRICS, Riyad potrà svolgere il ruolo di intermediario.

In altre parole, osserva Vzgljad, all’orizzonte si profilano denaro in grande quantità, prospettive, cooperazione economica, maggiore influenza ed è dunque incomprensibile che la Francia non cerchi di ritagliarsi almeno un pezzo di questo tesoro.

Ma, centrale, è comunque l’alternativa al dollaro. Per le notevoli diversità tra i BRICS, l’introduzione di una moneta unica solleva molti problemi non proprio semplici, anche se non insormontabili, e i vantaggi superano nettamente gli svantaggi: la valuta unica rafforzerebbe significativamente la posizione dei BRICS, contribuendo alla de-dollarizzazione.

Oltre a indebolire l’effettiva posizione del dollaro come mezzo di pagamento internazionale, la valuta BRICS può rendere più difficoltoso per l’Occidente collettivo imporre sanzioni economiche. Di fronte agli “interi convogli” di sanzioni che USA e loro alleati hanno scatenato contro la Russia, molti paesi comprendono che la dipendenza dal dollaro si è fatta troppo costosa.

Certo, gli “esperti” occidentali assicurano all’unanimità che il potere del dollaro sia inviolabile e che anche l’euro possa quotarsi solo come valuta “numero due”; ma «una nuova unità monetaria significa sempre nuove opportunità. In ogni caso, i BRICS hanno sicuramente un grande futuro, e non sorprende che i francesi credano che i ponti debbano essere costruiti ora, al più presto. Perché la politica mondiale è in qualche modo come un treno: chi non arriva in tempo, lo perde».

C’è anche da dire che l’eventuale presenza di Macron a Johannesburg, in qualità di ospite, possa consentirgli di agire sia per conto della Francia, sia come intermediario per altri Paesi che, per qualche motivo, trovino imbarazzante assistere al vertice, non foss’altro per non dover “rendere conto” a Washington nel caso della probabile presenza di Vladimir Putin.

Nonostante il cosiddetto “mandato di arresto” del cosiddetto Tribunale internazionale, non è infatti escluso che Johannesburg riesca a trovare una via d’uscita.

In definitiva, se la notizia de L’Opinion risultasse autentica, in Sudafrica Macron potrebbe discutere con il presidente russo di un’ampia gamma di questioni, non solo relative alle prospettive di espansione dei BRICS e alla nuova moneta, ma anche riguardanti la soluzione del conflitto in Ucraina.

E il presidente francese, conclude Vzgljad, che «cerca in tutti i modi di portarsi nelle prime posizioni della scena internazionale, non mancherà certo di parlare con Putin di persona, magari non solo per conto proprio, ma anche come intermediario».

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08/04/2020

Kissinger: “L’epidemia cambierà per sempre l’ordine mondiale”

L’ex segretario di Stato Usa, ha pubblicato un editoriale sul Wall Street Journal dedicato alla crisi globale dovuta alla pandemia di Covid-19. Il senso del suo scritto è “Gli Stati Uniti devono proteggere i propri cittadini e lavorare urgentemente per pianificare una nuova era”.

Kissinger, ovviamente la prende alla larga e parte dalla storia. “L’atmosfera surreale offerta dalla pandemia di Covid-19 mi ricorda come mi sentivo quando ero giovane nell’84a divisione di fanteria durante la Battaglia delle Ardenne. Ora, come alla fine del 1944, c’è un senso di pericolo incipiente, rivolto a nessuno in particolare e che colpisce in modo casuale e devastante”, ha scritto Henry Kissinger nella sua rubrica pubblicata il 3 aprile sul Wall Street Journal.

Tuttavia, ha avvertito, c’è una differenza importante tra quel tempo lontano e il nostro: “La resistenza americana è stata poi fortificata da uno scopo nazionale. Ora, in un paese diviso, è necessario un governo efficiente e lungimirante per superare gli ostacoli senza precedenti in termini di portata e conseguenze globali. Mantenere la fiducia pubblica è cruciale per la solidarietà sociale, per il rapporto all’interno delle società, per la pace e la stabilità internazionali”.

Per l’ex segretario di Stato USA, le nazioni sono coerenti e prosperano con la convinzione che le loro istituzioni possano prevedere calamità, arrestarne l’impatto e ripristinare la stabilità. “Quando la pandemia di Covid-19 finirà, si vedrà che le istituzioni in molti paesi hanno fallito”, è la sua previsione. “La realtà è che il mondo non sarà più lo stesso dopo il coronavirus. Discutere sul passato ora rende solo più difficile fare ciò che deve essere fatto”.

Il numero di persone infette dal coronavirus negli Stati Uniti ha superato le 300.000 questo sabato, con oltre 8.000 decessi in tutto il paese, secondo gli ultimi dati della Johns Hopkin University.

Inoltre, il numero di decessi nello Stato di New York , l’epicentro della pandemia di coronavirus negli Stati Uniti, è salito a 3.565 questo sabato dopo aver registrato un record di 630 morti nelle ultime 24 ore, secondo quanto ha riferito il Governatore Andrew Cuomo.

“L’amministrazione degli Stati Uniti ha svolto un solido lavoro per prevenire una catastrofe immediata. Il test finale sarà se la diffusione del virus può essere fermata e poi invertita in un modo e su una scala che mantenga la fiducia del pubblico nella capacità degli americani di governarsi. Lo sforzo nella crisi, per quanto esteso e necessario che sia, non dovrebbe sostituire l’urgente compito di avviare una impresa parallela per il passaggio all’ordine post-coronavirus”, scrive Kissinger.

Tuttavia, avverte che il tumulto politico ed economico che la pandemia ha scatenato potrebbe durare per generazioni. “Nessun paese, nemmeno gli Stati Uniti, può superare il virus in uno sforzo puramente nazionale. Affrontare le esigenze del momento deve in definitiva combinarsi con una visione e un programma di collaborazione globale. Se non possiamo fare entrambe le cose, ognuno affronterà il peggio“.

Prendendo lezione dallo sviluppo del Piano Marshall e del Progetto Manhattan (sacchi di farina, dollari e bomba atomica, una connessione decisamente inquietante, ndr), Kissinger sostiene che gli Stati Uniti sono obbligati a compiere un grande sforzo in tre settori. Innanzitutto, sostenere la resilienza globale alle malattie infettive.

“I trionfi della scienza medica, come il vaccino contro la poliomielite e l’eradicazione del vaiolo, o l’emergente meraviglia statistico-tecnica della diagnosi medica attraverso l’intelligenza artificiale, ci hanno portato a un pericoloso compiacimento. Dobbiamo sviluppare nuove tecniche e tecnologie per il controllo delle infezioni e programmi di vaccinazione su larga scala della popolazione”.

In secondo luogo, sottolinea, che devono essere fatti sforzi per guarire le ferite dell’economia mondiale. “I leader mondiali hanno imparato importanti lezioni dalla crisi finanziaria del 2008. L’attuale crisi economica è più complessa: la contrazione scatenata dal coronavirus è, nella sua velocità e scala globale, diversa da qualsiasi cosa mai conosciuta nella storia. E le necessarie misure di salute pubblica, come il distanziamento sociale e la chiusura di scuole e imprese, stanno contribuendo al dolore economico. I programmi dovrebbero anche cercare di migliorare gli effetti dell’imminente caos sulle popolazioni più vulnerabili del mondo”.

In terzo luogo, conclude Kissinger, i principi dell’ordine mondiale liberale devono essere salvaguardati.

“La narrazione fondatrice del governo moderno è una città fortificata protetta da potenti sovrani, a volte dispotici, a volte benevoli, ma sempre abbastanza forti da proteggere le persone da un nemico esterno. I pensatori dell’illuminismo hanno riformulato questo concetto, sostenendo che lo scopo dello Stato legittimo è quello di soddisfare i bisogni fondamentali delle persone: sicurezza, ordine, benessere economico e giustizia.

Le persone da sole non possono assicurare questi benefici per se stessi. La pandemia ha causato un anacronismo, una rinascita della città fortificata in un momento in cui la prosperità dipende dal commercio mondiale e dal movimento delle persone. Le democrazie del mondo devono difendere e sostenere i valori dell’Illuminismo.

Un ritiro globale dell’equilibrio di potere con la legittimità causerà la disgregazione del contratto sociale sia a livello nazionale che internazionale. Tuttavia, questa secolare questione di legittimità e potere non può essere risolta contemporaneamente allo sforzo di superare la pandemia. Tutte le parti devono svolgere un esercizio di contenimento, sia in politica nazionale che in diplomazia internazionale. Le priorità devono essere stabilite.

La sfida per i leader è gestire la crisi mentre si costruisce il futuro. Il fallimento potrebbe incendiare il mondo“, ha avvertito uno degli uomini che è stato tra i più potenti e influenti dell’establishment dello scorso secolo.

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30/03/2017

Elogio del nuovo disordine mondiale

Sul numero di questo mese di Limes potete trovare anche un mio pezzo dal titolo “Elogio del nuovo disordine mondiale”. Insieme a molti autori importanti ed interessanti, potrete trovare un approfondimento dedicato proprio ai nuovi equilibri del potere mondiale... fate un salto in edicole e ...buona lettura!

L’attuale situazione internazionale desta in molti preoccupazione e sorpresa: non esiste un ordine mondiale, stiamo scivolando verso l’anarchia internazionale e questo fa temere l’approssimarsi di nuove guerre, sino all’esplosione di un nuovo grande conflitto mondiale.

Passi per la preoccupazione: in effetti c’è un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di kilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina e forse l’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu che potrebbe allungarsi sino alle Paracel; per non dire dell’iperterrorismo. In effetti il timore di una escalation che porti ad un conflitto generalizzato è plausibile.

Quello che, invece, è strano è la sorpresa della quale ci sorprendiamo. L’ordine mondiale è sempre stato pensato come equilibrio fra Stati, ma, con l’avvento della globalizzazione neoliberista ci è stato spiegato che gli stati nazionali erano solo una reliquia del passato destinata a rapida scomparsa, che, comunque, dovevano astenersi da qualsivoglia politica economica, che non fosse nell’ambito della più stretta ortodossia mercatista. Nello stesso tempo è iniziata una frenetica delocalizzazione di gran parte della manifattura dai paesi occidentali a quelli di Asia, Africa ed America Latina, che ha modificato fortemente il Pil di quei paesi consentendo loro una spesa militare senza precedenti. E tutto questo ha provocato un marcato riallineamento dei rapporti di forza fra i diversi paesi. Quanto alle sconclusionate avventure degli Usa nei paesi mediorientali e della loro misera conclusione non è neppure il caso di dire.

E, date queste premesse, perché mai sarebbe dovuta andare diversamente? E’ andata come era logico che andasse.

L’idea che la globalizzazione sarebbe stata un’epoca di stabile ”ordine mondiale”, nonostante il deperimento degli stati nazionali, si basava essenzialmente sulla convinzione che di Stato ne bastasse uno, quello Usa, di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali. Molto successo ebbe chi (Negri) parlava di un mitico Impero acefalo di cui gli Usa erano solo il principale braccio esecutivo, non si capisce al servizio di quale cervello, una sorta di Impero-processo che superava definitivamente l’ordine westfalico verso non si sa bene cosa. E c’era anche chi (Huntington) parlava, con maggiore realismo, di un ordine mondiale fondato su sette o otto modelli di civiltà, raccolti intorno ad una nazione guida, ma pur sempre basato sull’egemonia occidentale, se non proprio americana e basta.

Ma le cose non sono andate in questo senso e la realtà si è dimostrata molto più fantasiosa dei progettisti del nuovo ordine mondiale.

L’esperienza storica dimostra che, quando emerge un credibile disegno egemonico, si forma una coalizione dei soggetti più deboli (o comunque di quanti se ne sentono aggrediti) contro di esso e, non di rado, la coalizione vince. Watterloo, Stalingrado, Verdun ecc. stanno lì a dimostrarlo.

E’ accaduto anche questa volta, prima con la Comunità di Shanghai, a guardia dello spazio strategico cino-russo, e poi con la formazione del Bric, che alleava una ex grande potenza in via di ripresa (la Russia) con tre emergenti (Cina, India, Brasile), e cui, poco dopo, si aggiungeva il Sud Africa. Nasceva così l’embrione di un incerto ordine mondiale basato su una sola grande potenza ed un certo numero di grandi potenze regionali.

La prima era l’unica in grado di intervenire in ogni angolo del pianeta, grazie alle sue 745 basi militari, alle sue 7 flotte ed al predominio satellitare, ma le altre sono in grado di difendere militarmente il proprio spazio strategico. Per di più la globalizzazione moltiplicava i piani di scontro rendendoli insieme interdipendenti (economia, finanza, guerra cognitiva, soft power, guerra coperta, iperterrorismo ecc.) e la stessa dimensione spaziale acquisiva tre nuove sfere (sottosuolo marino, cyber spazio e spazio satellitare) per cui la difesa del predominio assoluto, in ogni dimensione e su ciascun piano di scontro, comporta costi proibitivi e questo rende sempre più imperfetto quel predominio unilaterale che sembrava destinato a durare a lungo nel tempo.

Negli interstizi di questo ordine ineguale, si inserivano man mano nuovi attori di minore peso (Indonesia, Messico, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Argentina, Venezuela, Vietnam, Pakistan, due Coree eccetera), ma che iniziavano a giocare in autonomia una propria partita nella sfera di appartenenza.

Nello stesso tempo, i pilasti delle alleanze occidentali iniziavano ad indebolirsi, mostrando vistose crepe: l’Unione Europea, priva di un progetto strategico di sé, iniziava a naufragare con il riemergere dei protagonismi nazionali, la Nato andava perdendo senso, sotto i colpi dell’unilateralismo americano voluto da Bush e poi solo parzialmente smentito da Obama, nel Fmi iniziava a sentirsi la pressione dei nuovi soggetti (Cina in testa) e fra Usa ed Europa iniziavano a manifestarsi i sintomi di una guerra commerciale e monetaria. E il mondo ha iniziato a dividersi in tre aree, così come lo descrive la copertina del libro di Di Nolfo: quella verde del blocco occidentale (Usa, Ue, Australia, Giappone), quella gialla dell’area Bric (India, Russia, Cina, Brasile, cui aggiungeremmo il Sud Africa ed i paesi intermedi fra Russia e Cina) e quella viola, che definiremmo “della turbolenza”, che include l’America Latina ispanofona, l’Africa, i paesi islamici e singole aree asiatiche come il Vietnam. Il tutto in un equilibrio precario pronto a far pendere un piatto della bilancia o l’altro.

Inizialmente la sfida degli emergenti venne taciuta o avanzata con grande timidezza, tanto che, ancora nel 2012, Kupchan poteva illudersi che il predominio americano, vuoi per i rapporti di forza militari, vuoi per quelli finanziari, non era destinato ad affievolirsi, per cui l’ordine mondiale sarebbe rimasto lo stesso ancora per un tempo indefinito e che eventuali sfidanti potevano al massimo sperare ciascuno di ottenere un rapporto preferenziale con gli Usa.

Ma le cose non sono andate in questo modo e la presidenza Trump è solo una brusca accelerazione su una traiettoria precedente, che vede gli Usa come unica super potenza, ma assediata dai suoi sfidanti e con un rapporto di forze sempre meno favorevole.

[…]

Contrariamente a quello che la teoria delle relazioni internazionali ha sempre sostenuto, non sempre il peggior pericolo di guerra viene dall’anarchia internazionale. Qualche volta è proprio l’Ordine a generare il massimo disordine.

Fonte

15/01/2016

Il malinconico declino degli Stati Uniti

Con un malinconico, malcelato e discutibile ottimismo, il 12 gennaio il presidente statunitense Barack Obama ha tenuto a Washington il suo ultimo discorso presidenziale sullo stato dell’Unione, secondo quanto prescritto dalla costituzione statunitense.

Perché parliamo di malinconico e discutibile ottimismo? Non solo perché Obama è un presidente a fine mandato, ma perché è la rivelazione del convitato di pietra su questo primo scorcio di XXI Secolo: il declino degli Stati Uniti come potenza egemone a livello mondiale.

Come noto l’egemonia si fonda su tre fattori di dominio: quello economico, quello ideologico e quello militare.

Che negli Stati Uniti si discuta ormai del loro declino relativo, emerge dalla excusatio non petita dello stesso Obama, quando ha definito l’economia statunitense “la più forte e duratura del mondo”.

Gli eventi degli ultimi anni, inclusi quelli di questi giorni, stanno invece dicendo cose diverse. Qualche giorno fa i famosi dati sull’aumento della creazione di posti di lavoro negli Usa, che erano una sorta di input sistemico per le borse di tutto il mondo, sono stati invece accolti con indifferenza dai “mercati”. Al contrario a fare l’andatura sono state le notizie – cattive – sul prezzo del petrolio. Il grande progetto Usa sulla piena autosufficienza energetica, attraverso lo shale gas, si sta infrangendo su un prezzo al di sotto dei 30 dollari al barile, che rende totalmente antieconomici i 40 dollari del costo di estrazione minimo previsto dalla tecnica del fracking. Le società petrolifere statunitensi proliferate con lo shale gas stanno già fallendo una dietro l’altra, a partire dalle più piccole.

“Chiunque sostiene che l’economia statunitense sia in declino fa della fiction”, ha dichiarato Obama, esortando i cittadini statunitensi ad affrontare senza paura il modo in cui è cambiato il mercato del lavoro. Obama ha rivendicato che durante il suo mandato sono stati creati 14 milioni di posti di lavoro. Un dato esagerato quantitativamente, ma soprattutto qualitativamente. Sono per lo più lavori come camerieri, baristi, fattorini, venditori ambulanti di hot dog, baby sitter e badanti, parcheggiatori, il cui inquadramento salariale è il più basso, a rappresentare il 70% dei 2,59 milioni di lavori creati nell’economia statunitense dall’inizio della recessione del dicembre 2007 all’ultima rilevazione del novembre 2015. Si tratta di ben 1,8 milioni di persone praticamente woorking poors (poveri, anche se hanno un lavoro).

Obama ha provato anche a indicare i responsabili della crisi che si è abbattuta sulle middle class statunitensi, ossia le banche, gli hedge fund, le grandi imprese che “disegnano le proprie regole a scapito delle classi medie e usano i paradisi off shore per eludere il sistema fiscale”.

Insomma il fattore economico rende ancora gli Stati Uniti la maggiore economia mondiale integrata dal punto di vista capitalistico, ma che il trend positivo statunitense iniziato dal dopoguerra stia rallentando mentre altri competitori stanno emergendo, è ormai visibile a occhio nudo.

Lo stesso modello culturale statunitense, per quanto resiliente, non conforma più le aspettative della popolazione mondiale come una sorta di monopolio ideologico. L’aver giocato, bombardato o stuzzicato il mondo islamico ha alienato agli Usa una gran parte del mondo e lo stesso cortile di casa – l’America Latina – ha dato ampi segnali di volersi affrancare dall’egemonia dell’ingombrante potenza del nord (anche se le elezioni in Argentina e Venezuela dimostrano che Washington non si arrende di certo).

Dopo aver sconfitto l’Unione Sovietica e averne colonizzato per anni economie, leadership e società della ex Urss, gli Usa vengono nuovamente percepiti come estranei, ostili e nemici da gran parte di quel mondo che avevano ritenuto ormai assimilato al proprio modello.

Le stesse relazioni con l’Europa – e non solo con l’Unione Europea – vedono il barometro indicare avversioni, inimicizie e competizione vera e propria. Infine, ma non per importanza, l'infimo livello del dibattito politico interno alla classe dirigente oggi disponibile negli Stati Uniti (vedi il fenomeno Trump o la dinastica Hillary Clinton) rivela al mondo un degrado qualitativo che nessuno invidia più.

L’unico fattore di egemonia rimasto ancora in mano agli Stati Uniti è quello militare. Quando Obama ha detto “Noi spendiamo in armamenti più delle otto nazioni che ci seguono in questa classifica” e “se c’è una crisi da qualche parte vengono a chiedere aiuto a noi”, ha raccolto una standing ovation dell’establishment e dei congressisti, tra i quali decine di alti comandanti militari. Poi ha aggiunto: “L’instabilità del Medio Oriente è il prezzo di sconvolgimenti che dureranno una generazione” e “tocca a noi ricostruire un sistema di relazioni internazionali”.

Ma qualsiasi studioso di storia sa benissimo che la sola potenza militare può dare solo supremazia, non più egemonia. Lo si vede nitidamente in quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Il declino degli Usa è ovviamente una tendenza, non una fotografia dell’oggi; ma una tendenza significa che il cambiamento di fase storica, di rapporti di forza mondiali, è in corso. Inarrestabile. Sono la velocità, le contraddizioni e le rotture che questo processo provoca a destare preoccupazione. E’ stato il vecchio Kissinger a dire recentemente che “l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto non esiste più” ma, stavolta, non è riuscito ad indicare i parametri di un nuovo ordine mondiale, né il posto che in questo dovrebbero avere gli Stati Uniti.

L’ascesa degli Usa come potenza egemone mondiale si è data con il declino della precedente potenza dominante: la Gran Bretagna. Ma per realizzarsi, il declino britannico e l’ascesa statunitense sono passati attraverso due guerre mondiali. I think thank statunitensi sono ossessionati da questo scenario da ormai ventitré anni. Il primo documento al riguardo dei neocon è del 1992; il Progetto per il Nuovo Secolo Americano è venuto otto anni dopo, riaffermando le stesse tesi, le stesse inquietudini e proponendo di avviare una controtendenza attraverso l’uso della forza militare. Ma venti anni di guerre, interventi e bombardamenti non hanno reso gli Usa più forti, al contrario ne hanno rivelato l’accresciuta – e relativa – debolezza.

Il testo integrale del discorso di Obama (in inglese).

Fonte

20/01/2015

Cosa è l’ordine mondiale?

L’espressione “ordine mondiale” (o “nuovo ordine mondiale”) è molto usata nel linguaggio corrente, ma con significati molto distanti da quello impiegato dalla teoria delle relazioni internazionali e, in qualche caso, legato a teorie ingenue o fantasiose con scarsi agganci con la realtà.

In primo luogo, l’ordine mondiale non è sinonimo di “governo unico mondiale”, come molti pensano, influenzati dall’equivoco dell’inglese governance mondiale, tradotto come “governo”, mentre in inglese governo è government. Ma l’espressione in inglese nasce in ambito aziendale (come dimostra il fatto che esso compare spesso con l’aggettivo corporate) e indica il modello organizzativo, il metodo di direzione di un complesso aziendale. Solo successivamente, con la scomparsa dell’aggettivo corporate è stato assunto (prima in senso figurato, poi, via via, con sempre maggiore valore letterale),  in campo politico alimentando l’idea di una governance mondiale come “governo del Mondo” in senso stretto, come catena di comando avente un centro direzionale unico.

E, infatti, nell’uso corrente (e parzialmente anche nel linguaggio specialistico della politologia) il termine governo è associato ad una istituzione dotata di una sua individualità, posta in posizione apicale di comando nella catena di comando, dunque gerarchicamente sovraordinata.

In realtà, nel sistema mondiale una cosa del genere non è mai esistita ed è piuttosto difficile che possa esistere in un futuro prevedibile. L’ordine internazionale basato sugli Stati non ha carattere gerarchico ma negoziale (si suole dire che è “anarchico”): ogni attore statale è formalmente “sovrano” e se può accettare limitazioni di sovranità lo fa – almeno in teoria – per propria scelta e mantenendo un diritto di recesso. Anche gli organismi internazionali (Onu, Fmi, Banca Mondiale ecc.) non hanno competenze illimitate e, pur avendo capacità di influenza più o meno  ampia, non hanno facoltà di comando, perché le decisioni sono adottate sempre sulla base di negoziati. Riprenderemo poco più avanti il discorso.

Da questa idea dell’ordine mondiale come comando unificato, discende l’idea di “Nuovo Ordine Mondiale” come complotto di singoli stati o ristrette oligarchie politico-finanziarie, tendenti a costruire un unico centro direzionale, cui subordinare ogni altro potere mondiale. Il punto merita qualche delucidazione. L’idea di un governo unico mondiale che superasse l’ordine degli stati nazionali non è affatto nuova ed anzi precede la stessa idea di Stato nazione. La Res publica christianorum era già l’idea di un ordine mondiale (intendendo per esso il mondo conosciuto e raggiungibile) sotto un unico sovrano di ispirazione cristiana e l’Impero Carolingio ne fu il più riuscito tentativo di realizzazione. L’idea di un governo mondiale sovraordinato rispetto alle comunità locali, che assicuri la pace mondiale, si affaccia in vario modo anche nelle opere di Dante, Campanella, Marsilio, Grozio, Kant ed altri ancora. E’ solo nell’ottocento che verrà teorizzato che “fra l’individuo e l’umanità c’è la nazione” come gradino ineliminabile e l’ordine westfalico viene coniugato con quello di stati nazione solidali fra loro. Dopo, lo stesso progetto di rivoluzione comunista mondiale, elaborato da Lenin, aveva per suo fine la costruzione di un governo mondiale che “abolisse i confini” e realizzasse la repubblica mondiale dei consigli operai.

Sin qui, siamo a progetti pubblici, apertamente teorizzati in testi di filosofia politica o in manifesti politici di partiti alla luce del sole.

Dall’ottocento, tuttavia, si afferma una corrente di pensiero che individua in ristrette oligarchie a prevalente carattere esoterico e/o finanziario i portatori di un progetto di dominio mondiale. Di tale disegno sono stati accusati di volta in volta gli “illuminati di Baviera”, la Massoneria internazionale, la “Sinarchia”, i “nani del lago Lemano”, i “Savi anziani di Sion”, la Piligrims Society, l’Istituto Tavistok, il Bildberberg, la Trilateral, l’Aspen, il “senato finanziario Mondiale”, la “P7”, con una netta preferenza per i (pretesi) complotti di ispirazione ebraica. Di alcune di queste associazioni non esiste prova certa che siano esistite e meno che mai che abbiano avuto il progetto di costituirsi in comando unico mondiale. In molti casi si è trattato – o si tratta – di comitati d’affari o “camere di compensazione” fra le diverse èlite nazionali del mondo occidentale (è da notare l’assenza di similari associazioni non europee o nord americane). E’ realistico pensare che alcune di queste associazioni abbiano progetti di espandere la loro influenza al massimo possibile e qualcuno magari pensi ad una sorta di “governo occulto del Mondo”, ma progettare non è la stessa cosa che realizzare e che un simile progetto abbia probabilità di successo è quantomeno dubbio.

All’estremo opposto, abbiamo idealizzazioni ugualmente infondate che identificano l’ordine mondiale con la realizzazione di un ordine in grado di assicurare la giustizia nel mondo, al di là degli egoismi nazionali. Una utopia seducente e forse auspicabile, ma che nessuno sa come realizzare, L’ordine mondiale non ha compiti di natura etica, ma essenzialmente pratici e politici. Lo scopo è quello di perseguire uno stato di pace generalizzata, conservando lo stato di cose presente, senza porsi il problema se esso sia giusto, il mutamento può essere auspicato da singoli soggetti e può avvenire, ma, dal punto di vista dei fautori dell’ordine mondiale, esso deve concretarsi con la lentezza ed i compromessi necessari ad evitare conflitti armati. Da questo punto di vista i pacifisti sono i massimi fautori dell’esistente.

Ma la persistenza di un ordine mondiale non esclude affatto conflitti locali, indiretti o marginali che possono esserci costituendo turbative non influenti sinché  siano controllabili.
L’ordine mondiale è uno stabile equilibrio dei rapporti di forza fra i principali attori mondiali. Quello che rileva sono essenzialmente due aspetti:

- che non ci siano conflitti aperti fra grandi potenze;

- che ci sia una sostanziale accettazione – anche solo passiva – di questo equilibrio da gran parte degli altri soggetti mondiali

- che non ci siano sfide credibili a questo equilibrio da parte di soggetti “ribelli” a tale ordine.

Facciamo un esempio per capirci: l’ordine bipolare che ha regnato dal 1945 al 1989 era basato sull’equilibrio fra le due grandi potenze (Usa ed Urss), che tacitamente accettavano la spartizione per aree di influenza, intervenendo nei conflitti locali, ma evitando accuratamente ogni confronto militare diretto, secondo il principio della “coesistenza pacifica”.

Intorno ad esse si raccoglievano altre potenze di media grandezza (Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Giappone da un lato, Polonia, Rdt, Ungheria dall’altro) o nazioni minori. Fra i due blocchi si formò una area di “non allineati” (di volta in volta più o meno simpatizzanti dell’uno o dell’altro blocco) che giocava un ruolo di mediazione e riequilibrio parziale, ma che si muoveva all’interno di quell’ordine sostanzialmente accettato. Unico soggetto “ribelle” di qualche consistenza era la Cina che, però, rendendosi conto di non avere lontanamente il rapporto di forze sufficiente a rimettere in discussione l’ordinamento esistente, si limitava all’azione di propaganda.

Durante i 45 anni dell’ordine bipolare non mancarono né conflitti locali (Corea, Vietnam, guerre mediorientali, per citare solo i più rilevanti) né guerriglie, rivoluzioni e colpi di Stato, ma in nessun caso l’episodio è andato oltre i limiti nazionali o, al massimo, di area circoscritta.

L’esempio scelto ci permette di approfondire il discorso su alcuni aspetti. In primo luogo, l’ordine mondiale è gerarchico: alla sommità abbiamo le due superpotenze, quindi i loro alleati maggiori (che accettano implicitamente limitazioni alla propria sovranità), poi quelli minori (ancor più limitati nella loro sovranità), poi i soggetti “non allineati” (formalmente più indipendenti, ma sfavoriti dai rapporti di forza).

In secondo luogo, l’ordine mondiale non è mai statico, ma sempre dinamico, anche se in certi limiti: mutamenti nei rapporti di forza possono essercene (per lo sviluppo della corsa agli armamenti, lo spostamento di un paese da un’area all’altra a causa di una rivoluzione o di un colpo di Stato, per il sopraggiungere di una crisi economica, per l’esito di un conflitto locale ecc.) ma, nel caso del bipolarismo, sempre entro la cornice della “coesistenza pacifica”.

Ne consegue che l’ordine mondiale non è solo un concetto di ordine qualitativo (c’è o non c’è) quanto piuttosto quantitativo (c’è, ma è più o meno perturbato).

In terzo luogo, il meccanismo fondamentale che regge un ordine mondiale è quello dell’egemonia, concetto che implica l’affermarsi di un determinato rapporto di forze (basato sugli equilibri militari, politici, culturali) e l’accettazione di esso da parte degli altri. Si tratta di un mix di forza e di consenso che si esercita su un numero più o meno circoscritto di interlocutori, sia in una determinata area geografica (ad esempio, l’espansionismo russo è sempre stato essenzialmente rivolto verso i paesi confinanti, in modo da dar vita ad un blocco “chiuso”), sia verso un’area di paesi sparsi per il mondo (come è tipico delle potenze marittime come Usa o Inghilterra).

Ora il problema è capire cosa è accaduto dopo la fine dell’ordinamento bipolare, se questo sia un nuovo ordine mondiale, se sia in formazione, e su cosa si basi. Ma lo vediamo in un prossimo articolo.

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