Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/02/2025

L’implosione imperialista prossima ventura

L’Occidente neoliberista ha scoperto all’improvviso che, a proposito di dazi e guerra commerciale mondiale, Trump e i suoi amici tecnomiliardari facevano sul serio. Ma hanno anche capito con orrore, e parecchio in ritardo, che il bersaglio principale della prime mosse concrete era proprio... l’Occidente.

Il rinvio dei dazi di un mese per Canada e Messico, entrambi “convinti” a mandare 10.000 soldati a testa per “controllare i confini con gli Usa” – 3.000 km a sud, quasi 9.000 a nord – non cambia molto la situazione. È normale provare a trattare ogni singolo passo, prima di affondare i colpi, se si teme un’escalation fuori controllo.

A uno sguardo anche superficiale sui media mainstream lo sconcerto appare serio. L’analisi invece latita – se si usano gli schemi in voga “prima”, inevitabilmente la novità sfugge – e l’immaginare una reazione è tutto un friccicare di intenzioni sparse (“compriamo più gas dagli Usa per tenerli buoni”, da Tajani a Lagarde, che è tutto dire; oppure “anche armi”, ma è Kaja Kallas...) che non risolvono il problema. Strategico.

Uno dei più competenti e dunque preoccupati, Franco Bernabé, ex manager di molte cose importanti (Eni, Telecom, Acciaierie d’Italia, ma anche PetroChina), ha colto un punto: “la presidenza Usa piccona l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti”, si tratta di “una svolta ancora più importante di quella dell’89” (la caduta del Muro e lo scioglimento dell’Unione Sovietica).

Altrettanto preoccupata Lucrezia Reichlin – economista “draghiana di ferro”, ma figlia di due icone del Pci e del manifesto come Alfredo Reichlin e Luciana Castellina – che equipara la rottura in corso a quella imposta da Richard Nixon nell’agosto del 1971, quando cancellò la parità tra oro e dollaro, ovvero l’architrave degli accordi di Bretton Woods e del primo ordine postbellico.

Prima considerazione: si tratta comunque di una svolta storica, tale da segnare una fase non breve della storia del mondo, di quelle che fanno “la periodizzazione”. Qualcosa che ha origini strutturali, sintomo di un malessere del “sistema”, non un “colpo di testa” di un immobiliarista diventato imperatore.

Ancora una volta, insomma, qualcuno potrebbe dire “nulla sarà come prima”, anche se molte cose andranno grosso modo come prima. Cambiano però, e di molto, alcune “regole fondamentali”, anche se non il funzionamento dei mercati finanziari o la ricerca della supremazia. Ma regole fondamentali diverse, nel breve o nel medio periodo, creano una condizione strutturalmente parecchio differente.

Il paragone con la mossa di Nixon è calzante. Anche allora riguardava soprattutto il “campo occidentale”, le sue relazioni interne (avvenne in seguito al tentativo della Francia, guidata da De Gaulle, di avere oro Usa in cambio dei dollari nelle proprie casse), visto che le relazioni commerciali con il “campo socialista” erano quantitativamente ai minimi termini.

Quella mossa fu però gravida di conseguenze immediate, di breve e lungo periodo – svalutazione del dollaro, inflazione galoppante, accordo con i sauditi per trasformare i “petrodollari” in combustibile per Wall Street (dopo laumento del prezzo del 400%, da 3 a 12 dollari al barile), ecc. –, che convinsero in primo luogo i paesi europei più importanti (Germania, Francia, Italia) a lavorare seriamente per una unione economica continentale vera, con un progetto di moneta comune che apparve comunque solo 30 anni dopo.

Un tentativo di sganciarsi dalla dipendenza del dollaro e dall’egemonia Usa, fatto da alleati subordinati, troppo deboli per poter andare avanti come singoli, ma anche troppo diffidenti e con interessi divergenti per poter costruire una struttura operativa funzionante (è relativamente facile prescrivere regole per contenere il debito pubblico interno, più difficile agire in tempo reale – come un soggetto politico e militare unitario – sullo scenario internazionale). Ma con ambizioni da competitor...

La situazione attuale è molto diversa. Gli alleati europei si ritrovano improvvisamente senza una “copertura militare” certa e con una guerra che ormai soltanto loro (l’ala “baltica”, soprattutto) sembrano disponibili a foraggiare ancora. E con l’ex “protettore” intenzionato a sottrarre loro una quota consistente del risparmio privato, tramite l’uso delle stablecoin, anche a costo di destabilizzare il sistema bancario del vecchio continente.

Peggio ancora, sono come sempre senza risorse energetiche proprie, forniture ridotte drasticamente dalla guerra (i gasdotti non portano più il gas russo), alle prese con una frenata drastica sulla “transizione energetica”, arretrati sulle tecnologie informatiche, con un sistema manifatturiero “novecentesco” e sempre meno competitivo.

Anche gli altri soggetti che nel ‘71 giocavano nel campionato “occidentale” – i sauditi, l’Iran controllato ancora dallo Scià di Persia, l’India, gran parte del Sudamerica, ecc. – si muovono oggi con molta più autonomia e hanno lo stesso problema degli europei d’allora: come togliersi dal cappio del dollaro, dei sistemi di pagamento internazionali controllati dagli Usa, ecc.

Stanno lavorando da anni in questa direzione, convergendo con Cina e Russia nei Brics, trascinando la Turchia (paese Nato!), tentandone decine di altri... Impensabile che l’accelerazione imposta da Trump non si traduca in una accelerazione su quest’altro fronte, anche se gli Usa hanno operato quell'accelerazione proprio sperando di imporre la fine di quel percorso.

Insomma, non si tratta di un “disegno criptico”, ma di una offensiva in qualche modo obbligata – e avventurosa – per provare a invertire il declino. Non una strategia razionale di lungo periodo, ma un calcio al tavolo...

Ovviamente è una scelta ad alto rischio. Intanto economico, perché dazi di queste dimensioni, e contro certi paesi, sconvolgono l’ordine commerciale e internazionale dato. In secondo luogo politico, perché anche per gli occidentali più “sdraiati” è difficile restare alleati “strategici” mentre qualcuno cerca di segare il ramo su cui stai seduto.

In terzo, ma non ultimo, luogo diventa impossibile presentarsi con qualche credibilità al mondo come “soggetti pieni di moralità”, con in mano le “tavole della legge” e della “civiltà” superiore. I banditi, una volta tirate fuori le armi, si riconoscono...

Per governare il mondo, o esercitare egemonia in modalità “istituzionalizzata”, c’è sempre bisogno di un “ordine riconosciuto consensualmente”, tale da permettere che le cose vadano avanti come previsto senza dover intervenire militarmente ad ogni intoppo.

Questo ordine non c’è più, se non nelle chiacchiere di qualche commentatore tv in evidente ritardo. Ma, se quell’ordine non c’è più, non è “colpa” o “merito” di un immobiliarista furbacchione. Già l’amministrazione Biden, del resto, “ci” aveva imposto la guerra in Ucraina senza chiedere neanche un parere. E poi il genocidio a Gaza, disponendo e ottenendo silenzio, pelosi distinguo, mormorii imbarazzati, ma zero condanne.

Era un assetto in coma profondo, che con un soffio dall’interno è venuto giù. Nessuno può neanche provare a rimetterlo in piedi. Manca il materiale e la credibilità dei possibili architetti.

Tornare indietro, dunque, è impossibile. Come sempre, nella Storia. Da questa situazione si esce o con un altro mondo, o con qualche problema di sopravvivenza...

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I disegni (criptici) di Trump

Lucrezia Reichlin – Corriere della Sera

Donald Trump ha una strategia commerciale aggressiva, in nome della protezione dei posti di lavoro negli Stati Uniti. Ma c’è una contraddizione fondamentale: imposizione di tariffe e rifiuto del multilateralismo indeboliscono il ruolo del dollaro come moneta di riserva e di scambio globale.

Una serie di scelte fatte dalla nuova amministrazione Usa sulle cripto valute suggerisce scenari possibili e non rassicuranti. Il ruolo del dollaro come mezzo di scambio dominante nel commercio internazionale è sostenuto da liquidità globale in dollari.

Dal dopoguerra, questo ha alimentato la crescita del mercato «offshore» dell’eurodollaro, cioè l’insieme dei depositi e crediti, denominati in dollari, in essere presso banche operanti in Europa. Questo mercato è al di fuori del perimetro della regolamentazione statunitense e non ha accesso diretto alle linee di liquidità della Federal Reserve.

In tempi di turbolenze finanziarie, le banche europee hanno dovuto accedere, attraverso l’intermediazione delle loro banche centrali, a linee di credito emergenziali in dollari erogate dalla banca centrale Usa, la Fed. Questo è successo, per esempio, nel 2008 e nel 2020 e ha rivelato la dipendenza della stabilità del sistema finanziario internazionale dalla certezza della rete di sicurezza garantita dagli Stati Uniti.

Svolgere questa funzione è il prezzo che gli Stati Uniti pagano per quello che Valéry Giscard d’Estaing, all’epoca ministro delle Finanze francese, definì il «privilegio esorbitante» dell’egemonia globale del dollaro che ha comportato grandi vantaggi finanziari sia per il governo sia per le aziende Usa.

Oggi, altri Paesi, la Cina, ma non solo, stanno cercando di ridurre la loro dipendenza dal dollaro. Le incessanti minacce tariffarie di Trump, unite alla sua apparente volontà di sfruttare le dimensioni e il potere dell’economia statunitense per garantire migliori condizioni commerciali, sono destinate ad accelerare questi sforzi anche se, per il momento, non è emersa alcuna chiara alternativa al dollaro.

Inoltre, si potrebbe osservare, non è la prima volta che gli Stati Uniti agiscono come «distruttori» dell’architettura globale. Nel 1971, l’allora presidente Richard Nixon, forse l’esempio più vicino a Trump, abbandonò il sistema di cambi fissi stabilito dopo la guerra a Bretton Woods senza consultare i suoi alleati europei e lasciandoli a gestire l’improvviso apprezzamento delle loro valute.

La mossa di Nixon, seppur drastica, funzionò: il mondo adottò tassi di cambio flessibili e la supremazia del dollaro fu in realtà rafforzata.

Ma il mondo di allora era molto diverso. Il commercio internazionale era molto meno integrato e i legami economici tra l’Occidente e i Paesi del blocco sovietico praticamente inesistenti. Le uniche potenziali minacce al predominio economico dell’America provenivano dal Giappone e dall’Europa, entrambi alleati che, proprio come oggi, erano deboli e divisi.

Ma persino in quelle condizioni favorevoli, il cosiddetto «Nixon Shock» ebbe conseguenze di vasta portata. L’Europa accelerò il processo di integrazione economica e finanziaria e, se pur con vari incidenti di percorso, quasi trent’anni dopo creò l’euro.

Oggi, con la Cina e altre economie emergenti in controllo di una quota crescente del Pil e del commercio globale, è difficile immaginare che gli sforzi per sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dal dollaro non accelerino.

Utilizzare la minaccia di tariffe per intimidire i Paesi, anche alleati, affinché accettino le condizioni Usa, non può che alimentare la ricerca di valute di riserva e di scambio alternative.

L’entusiasta sostegno alle criptovalute suggerisce che Trump veda nel loro sviluppo una soluzione al problema. Le stablecoin, che legano il loro valore al dollaro, presentano molte delle caratteristiche e dei vantaggi che un tempo hanno guidato la crescita del mercato dell’eurodollaro, ma con l’ulteriore vantaggio, per alcuni, del completo anonimato.

La combinazione di stabilità e segretezza di questa classe di cripto, le ha già rese attraenti per libertari e criminali e questa è proprio la causa del loro sviluppo. Se la dimensione di questo mercato crescesse, le stablecoin potrebbero divenire moneta di scambio nelle transazioni globali, rafforzando così indirettamente la supremazia del dollaro.

Non sorprende che Trump si opponga, invece, ad una valuta digitale emessa dalla Fed, scelta che non garantirebbe l’anonimato. La soluzione stablecoin, tuttavia, non risolve il problema della dipendenza del sistema finanziario internazionale dalla Fed.

L’attivo del bilancio degli emittenti di stablecoin include titoli a breve termine che li rende potenzialmente vulnerabili alle corse agli sportelli. Di conseguenza, in caso di turbolenza finanziaria, la banca centrale Usa, come oggi, dovrebbe intervenire per far fronte a carenze di liquidità ed evitare fallimenti a catena.

Il parallelo con Nixon è illuminante. Come nel 1971, il presidente Usa favorì una soluzione privata e unilaterale ad una soluzione multilaterale che comportasse accordi tra stati per far fronte alla crisi del dollaro, Trump oggi, per garantire il ruolo del dollaro come valuta globale, fa affidamento alla crescita spontanea di uno strumento privato, che però lega la stabilità finanziaria globale all’intervento della sua banca centrale, intervento che potrebbe essere usato o negato strategicamente.

L’Europa, se non fosse divisa e riluttante a creare un mercato del debito in euro, potrebbe giocare una parte importante nel favorire soluzioni multilaterali basate su accordi tra Stati sovrani e su regole certe. Senza uno sforzo di multilateralismo il sistema finanziario globale si prospetta o totalmente frammentato o un far west appeso al buon senso di chi è e sarà alla guida degli Usa.

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