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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/07/2026

Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta...

Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.

Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla”

Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.

Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo, anzitutto, a vederle una per una.

Guerra all’Iran

Trump ha anticipato in esclusiva al sito Axios, tramite il sedicente giornalista Barak Ravid – già ufficiale dell’intelligence israeliana, come membro della famigerata Unità 8200 – che “sta per prendere” la decisione di estendere gli attacchi contro Teheran ovviamente “in una misura mai vista prima” (non c’è mai nulla di “normale” nella narrativa del tycoon).

L’unico dubbio residuo riguarderebbe le “conseguenze”, che già si vedono sui mercati finanziari: petrolio sopra i 100 dollari al barile, borse di nuovo in calo, titoli di stato in svalutazione continua.

Il tutto, incredibilmente, giustificato con la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz e le nuove perdite di soldati americani nelle basi colpite da missili e droni iraniani. Ovvero con due “conseguenze” della decisione “suggerita” da Netanyahu e dal Mossad di avviare una “guerra lampo”, ormai cinque mesi fa.

Fino al 27 febbraio, va ricordato, transitare per Hormuz era gratuito e sicuro, ed anche i soldati Usa nell’area campavano tranquilli, anche se per nulla amati. Allargare la guerra per tornare al punto di partenza non denota una profondità di pensiero strategico, anzi... 

Tanto più che tutti gli analisti militari statunitensi interpellati in queste settimane concordano sul fatto che una “guerra aerea” come quella condotta fin qui può raggiungere molti obbiettivi ma “ha dei limiti, che sono stati probabilmente raggiunti”.

Ottenere di più, contro un Paese che da 47 anni vive attendendo l’attacco di Usa e Israele, e che per questo ha sviluppato una capacità militare-industriale in città sotterranee, implica necessariamente “mettere gli scarponi sul terreno”, avviando operazioni di terra che comporterebbero sicuramente perdite significative di uomini e mezzi.

Ossia quel che preoccupa questa amministrazione, che vedere crescere l’ostilità alla guerra persino nel suo mondo “Maga” (+13% in un solo mese), e fa sempre più fatica ad ottenere il via libera del Congresso per aumentare la spesa militare (37 miliardi per questa guerra, finora, quelli dichiarati; ma sono sicuramente di più, visto che i danni subiti dalle basi nel Golfo sono stati fin qui ampiamente censurati).

La minaccia, insomma, dicono sempre gli ex militari interpellati, è per ora inconsistente, dato che non sono state portate nell’area truppe aggiuntive rispetto a cinque mesi fa. Si può insomma bombardare un po’ di più, commettendo anche qualche crimine di guerra in più, ma se l’Iran – come pare accertato – è disposto a resistere, non cambia granché.

Affermare ora, come fa il tycoon, che “distruggeremo un ponte o una centrale elettrica per ogni nave colpita nello Stretto” è un segnale di frustrazione che dura anche poco. Non è infatti assolutamente detto che le società proprietarie delle navi commerciali che devono passare per Hormuz siano disposte a farsi bombardare fidandosi delle promesse statunitensi (“vi proteggeremo noi”), neanche dietro la promessa di “usare i fondi congelati iraniani per risarcire i danni”, soltanto per dare a Trump una “buona scusa”.

Facciamo notare, en passant, che la restituzione di quei fondi era uno dei 14 punti del Memorandum e quindi di ogni possibile trattativa di pace futura. Usarli per altri scopi toglie una carta importante in mano agli Usa.

I dazi

Dopo che la Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da Trump – aveva bocciato la sua precedente ondata di aumenti tariffari per tutti i paesi del mondo, la storia sembrava chiusa.

Invece la Casa Bianca ha annunciato giovedì un nuovo ciclo di dazi fino al 12,5% contro 60 partner commerciali, evitando così la sospensione delle tasse sulle importazioni che sarebbe scattata proprio oggi.

La nuova ondata di tariffe sfrutta un’indagine avviata a marzo dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali avessero omesso di bloccare efficacemente le merci prodotte con “lavoro forzato”, considerato come un elemento di “concorrenza sleale” (non un crimine, ci mancherebbe).

Tutto dipende oltretutto da una valutazione unilaterale statunitense, secondo cui i paesi che hanno formalmente vietato il lavoro forzato “ma non lo applicano efficacemente” saranno soggetti a un dazio del 10%. Le merci di altre nazioni saranno soggette a un’aliquota del 12,5%.

Prudentemente petrolio e gas, alcuni fertilizzanti e alcuni prodotti alimentari provenienti in genere da paesi in cui il lavoro è semi-schiavistico sono tra le merci esentate, altrimenti ci sarebbe un’esplosione dei prezzi per l’improvvisa carenza di forniture.

L’amministrazione Trump si muove insomma alla ricerca di basi legali più solide per giustificare l’aumento delle tariffe da quando la Corte Suprema ha stabilito all’inizio di quest’anno che l’International Emergency Economic Powers Act – la legge invocata in quel caso – non autorizza il presidente a imporre dazi all’importazione.

La Casa Bianca, insomma, non ha cambiato la sua agenda in seguito al niet della Corte, ma ricorre a nuove leggi commerciali man mano che le precedenti autorizzazioni scadono o affrontano sfide legali. Una serie di trucchi ad hoc, o una serie di toppe messe su buchi che diventano sempre più larghi.

Il nucleare saudita

L’accordo con Riad siglato ieri è una bomba innescata. La concessione Usa viola infatti i trattati di non proliferazione nucleare esistenti, visto che non è in potere degli Stati Uniti di decidere unilateralmente chi può arricchire l’urano e chi no. Ma chissenefrega dei trattati e del diritto internazionale, ormai... Giusto?

In secondo luogo, secondo alcune versioni, questo programma nucleare sarebbe esentato dai controlli dell’Aiea. Secondo altre versioni invece no. In ogni caso viene decisamente indebolita la posizione Usa nel “contenzioso” con l’Iran, visto che non è possibile spiegare perché invece Teheran dovrebbe rinunciarvi mentre i vicini lo sviluppano.

In terzo luogo, la concessione sarebbe subordinata alla piena adesione dell’Arabia Saudita agli “Accordi di Abramo”, ovvero alla normalizzazione anche formale dei rapporti con Israele. Nelle stesse ore, però, l’ennesima marcia dei coloni sionisti sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, mostra l’ostacolo più grande proprio sulla strada della “normalizzazione”. Come può “il Custode della Mecca” – ossia la dinastia Saud – accettare che uno dei luoghi più sacri dell’Islam (sotto la sua “protezione” almeno religiosa) sia di fatto rapinato e requisito da Israele?

In quarto luogo, proprio Tel aviv è sempre stata ferocemente contraria allo sviluppo di capacità nucleari concorrenti con la propria (peraltro illegale, non avendo mai aderito agli accordi di non proliferazione né, tanto meno, accettando controlli dall’Aiea). Per questo aveva bombardato più volte l’Iraq sotto Saddam, nonché condotto campagne di eliminazione fisica di scienziati nucleari iraniani, attentati contro i laboratori, ecc.

Mantenere l’esclusiva in campo nucleare è per i governi sionisti “un’assicurazione sulla vita”. Avere ai confini una potenza nucleare è vissuto come una minaccia esistenziale, anche se si tratta dell’Arabia Saudita (che però, intanto, si era cautelata stringendo un accordo di mutua difesa con il Pakistan, che ha sia l’atomica che i missili per lanciarla).

La mossa Usa, insomma, pensata probabilmente per rafforzare l’alleanza con Bin Salman e magari farlo recedere dall’adesione ai Brics, innesca un nuovo e pesantissimo ordigno nel già non proprio pacifico Medio Oriente. Ovvero sotto la stabilità dei mercati energetici del mondo intero.

Si dice spesso che “c’è una logica dietro questa follia”. La molla è facilmente individuabile nella complessiva crisi di egemonia dell’imperialismo a dominanza Usa. Ma la risposta scomposta rivela che ci sono molte logiche in azione, non soltanto una. E quindi che la follia domina anche quando ogni singola mossa sembra essere “ragionata”.

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16/07/2026

Brasile - Cospirazione contro Lula

Come direbbe un cubano vedendo la stessa cosa giorno dopo giorno: “Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. E così accade con le cospirazioni, una dopo l’altra, per annullare i tentativi di Luiz Inácio Lula da Silva di ottenere un nuovo e quarto mandato presidenziale in Brasile, necessario per continuare il suo ampio piano di lavoro che include l’approfondimento della riforma agraria, il rafforzamento della politica ambientale, preservando l’Amazzonia, e la difesa dei gruppi indigeni, costantemente attaccati da sicari e altri elementi al servizio del latifondismo.

Oggi, con la famiglia Bolsonaro, si ripete la stessa congiura di sempre, iniziata con quei preparativi di due anni ideati negli Stati Uniti per mandarlo ingiustamente in prigione e spianare la strada a Jair per la Presidenza della Repubblica.

Allo stesso modo, in una nuova tornata presidenziale, ha dovuto affrontare e vincere di stretta misura il piano portato avanti dalla moglie di Jair, che ha utilizzato più di mille pastori evangelici, i quali sono giunti nelle regioni più remote per dire agli abitanti impoveriti che se Lula avesse vinto, avrebbe eliminato i luoghi di preghiera.

La vittoria di Lula è stata seguita otto giorni dopo da un fallito tentativo di colpo di Stato di Bolsonaro, con i suoi leader condannati alla prigione, tra cui lo stesso Jair, che per motivi di salute si trova agli arresti domiciliari, mentre Trump chiede la sua grazia e il Congresso dominato dalla destra vuole che il suo caso venga archiviato e ha legiferato in tal senso.

Ora il figlio di Jair, il senatore Flávio, è diventato il principale strumento dell’estrema destra per impedire a Lula di vincere un quarto mandato in ottobre.

In questo contesto, Lula si è scontrato più volte con Trump, sempre petulante, che si è espresso a favore della vittoria di Flávio, il quale conta anche sui “buoni uffici” del sussurratore e Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con un’impalcatura che è riuscita, con impuniti metodi fraudolenti, a espandere la governance di regimi di destra nel continente.

Servilismo

In questo contesto, il presidente brasiliano ha accusato il clan dell’ex mandatario di agire contro gli interessi nazionali, dopo che è emerso che Flávio ha chiesto a Washington di rinviare i nuovi dazi fino a dopo le elezioni.

Così, ha definito traditori della patria i membri della famiglia Bolsonaro e li ha accusati di mantenere un atteggiamento servile nei confronti degli Stati Uniti.

“È inaccettabile che la famiglia Bolsonaro, con il suo atteggiamento servile, voglia sottomettere il Brasile agli interessi degli Stati Uniti”, ha scritto Lula sui suoi social media. Il presidente ha affermato che il Brasile “dialogherà sempre da pari a pari con qualsiasi nazione del mondo” e ha sostenuto che “non c’è mai stata né c’è alcuna giustificazione per i dazi, né ora né dopo”.

Il capo di Stato ha anche criticato la proposta di rinviare le tariffe fino a dopo le elezioni. “Chiedere che l’aumento dei dazi contro il nostro paese venga rinviato fino a dopo le elezioni è un atteggiamento proprio dei traditori della patria”, ha affermato. Inoltre, ha sottolineato che “la cosa più assurda” è che il conflitto è stato provocato dalla stessa famiglia Bolsonaro, che in precedenza aveva sostenuto pubblicamente le misure commerciali di Washington.

Ha dettagliato che Flávio Bolsonaro aveva inviato un documento di 86 pagine all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), in cui chiedeva di rinviare di 180 giorni l’applicazione di nuovi dazi del 25% sui prodotti brasiliani.

In quel documento, il legislatore ha sostenuto che le precedenti sanzioni commerciali promosse dall’Amministrazione di Donald Trump avevano finito per rafforzare politicamente Lula in un anno elettorale, permettendo al governo di presentare le misure come attacchi alla sovranità nazionale. Per questo motivo, ha proposto che le nuove tariffe entrino in vigore solo dopo le elezioni presidenziali.

Lula ha anche messo in discussione il fatto che settori legati al bolsonarismo difendano la fine del Mercosur, che ha definito come “il blocco economico più importante dell’America Latina”, e ha ricordato che il gruppo ha appena firmato un accordo storico con l’Unione Europea. Allo stesso modo, ha respinto qualsiasi tentativo di modificare il sistema di pagamenti istantanei Pix e ha assicurato che “è un risultato del Brasile e non vi rinunceremo”.

Difesa della sovranità

La proposta arriva mentre gli Stati Uniti valutano l’imposizione di nuovi dazi dopo aver aperto un’indagine ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, che mette in discussione le politiche brasiliane relative al commercio digitale, al sistema di pagamenti PIX, alla proprietà intellettuale, all’etanolo e ad altre questioni.

Parallelamente, il governo di Lula ha risposto formalmente che Washington non ha dimostrato che il Brasile applichi pratiche discriminatorie o barriere commerciali contro le aziende statunitensi e mantiene aperte le trattative con l’amministrazione Trump.

La tensione tra i due paesi è aumentata anche questa settimana dopo le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro presunti operatori finanziari legati al Primo Comando della Capitale (PCC). Il ministro della Giustizia, Wellington César Lima e Silva, ha affermato che il Brasile continuerà a cooperare nella lotta contro la criminalità organizzata, ma ha chiesto che venga rispettata la sovranità del paese e ha sostenuto che le misure statunitensi producono effetti solo all’interno del territorio degli Stati Uniti.

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13/07/2026

I motivi della crisi dell'industria automobilistica europea

di Domenico Moro

Mentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche italiana ed europea. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.

Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].

Le cause della crisi dell’auto tedesca ed europea

Di fronte a questa debacle, quali sono le cause della crisi dell’auto europea e specialmente tedesca? Le ragioni generalmente attribuite dagli analisti sono quattro. La prima è stata il venir meno per la Germania e l’Italia, dopo le sanzioni imposte dalla Ue alla Russia, di rifornimenti di gas a basso costo, che ha portato all’aumento dei costi di produzione. La seconda è rappresentata dall’aumento dei dazi statunitensi per le auto importate dall’Europa dal 2,5% al 15% e poi al 25%. I dazi penalizzano soprattutto la Volkswagen e i suoi marchi di lusso, Porsche e Audi. Volkswagen ha solo un impianto per l’assemblaggio di auto negli Usa, ed è molto più presente in Messico, a sua volta colpito da dazi al 25%. Meno colpite sono Bmw e Mercedes, che hanno maggiore capacità produttiva negli Usa. Una terza ragione è rappresentata dalla transizione energetica varata dalla Commissione europea, la quale ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nella Ue avrebbero dovuto essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto termiche. Di conseguenza, le aziende europee si sono volte verso l’elettrico, investendo cifre colossali che però non hanno trovato riscontro nel mercato europeo, dove i consumatori hanno acquistato solo poche delle troppo costose auto elettriche europee. Da qui il crollo dei profitti delle imprese tedesche ed europee.

La quarta e più importante ragione è rappresentata dalla Cina, che ha impattato negativamente sull’industria tedesca ed europea in due modi. Il primo è la riduzione della capacità del mercato cinese, che vale il 30% del mercato globale dell’auto e il 75% di quelle elettriche[ii], di assorbire le auto tedesche prodotte sia in Germania sia in Cina. La Volkswagen è passata dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute in Cina a 2,7 milioni nel 2025. La perdita di vendite è dovuta alla concorrenza dei produttori di auto cinesi, Byd, Geely e Saic Motor soprattutto, che, mentre i produttori tedeschi continuavano a proporre auto termiche, hanno messo sul mercato auto elettriche meno costose e più ricche di quella tecnologia e di quel software che i consumatori cinesi, soprattutto i più giovani, tanto apprezzano. Nel 2025 i marchi cinesi hanno aumentato le loro vendite sul mercato domestico del 16,8% rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70%; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7%[iii]. Ma la capacità competitiva cinese non si è esplicitata solo in patria, bensì anche all’estero e in particolare nel mercato europeo, dove le auto elettriche e ibride a prezzi contenuti del paese estremo orientale stanno incontrando il sempre maggiore favore dei consumatori.

Queste sono le cause più immediate e visibili. Tuttavia, c’è una causa più di fondo che si collega a quelle più di superficie. Tale causa è la sovrapproduzione di capitale. Ciò significa che si è accumulato un eccesso di capitale (sotto forma di mezzi di produzione) rispetto alla capacità di questo capitale crescente di ottenere il saggio di profitto sperato dai capitalisti. In sostanza il capitale, per aumentare la produttività del singolo lavoratore, introduce una quantità sempre maggiore e più innovativa di macchine e tecnologia in rapporto ai lavoratori impiegati. Quindi, il capitale investito in forza lavoro diminuisce in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. Dal momento, però, che il saggio di profitto è dato dal rapporto tra plusvalore (che compone il profitto ed è creato solo dai lavoratori) e capitale totale investito, si determinerà una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, cioè un calo in percentuale del profitto sul capitale investito. I capitalisti, tuttavia, possono compensare il calo del saggio di profitto con l’aumento della massa del profitto. Quindi il plusvalore o profitto, pur calando in proporzione al capitale totale investito può aumentare in valore assoluto. Questa massa di profitto aumentata si traduce, però, in un aumento della massa di merci prodotte che premono per essere vendute sul mercato. Dal momento che nella società capitalistica la produzione complessiva non è regolata da un piano che commisuri la produzione alla reale capacità di acquisto della società (cioè alle dimensioni del mercato), ogni capitale individuale, operando autonomamente al fine di massimizzare il suo profitto, aumenta le unità prodotte, e, di conseguenza accresce il volume complessivo di merci, che non riescono ad essere vendute sul mercato. Infatti, nel modo di produzione capitalistico il mercato appare ciclicamente troppo ristretto rispetto alla aumentata capacità di produzione. Si vede così che la sovrapproduzione di capitale genera necessariamente la sovrapproduzione di merci e l’aumento della concorrenza tra capitali, che riduce i prezzi e con essi i profitti[iv].

Questa era la situazione del mercato europeo, dove i produttori nei decenni scorsi, negli anni ’80 e ’90 soprattutto, avevano aumentato la produttività attraverso l’introduzione massiccia dell’automazione e dell’informatica. Il mercato europeo era diventato in questo modo saturo di auto prodotte e l’industria presentava una sovraccumulazione di capitale. Con la successiva globalizzazione si era trovato sfogo al calo del saggio di profitto attraverso l’esternalizzazione della produzione all’estero, dove i salari erano più bassi e quindi i saggi di profitto erano più alti. I produttori europei di auto, a partire da Volkswagen, Renault e Fiat, avevano così spostato capitali e produzione nell’Europa dell’est, dalla Polonia alla Romania alla Serbia, nel Nord Africa, nell’America Latina, soprattutto in Messico e Brasile, e in Asia, dalla Turchia alla Cina. Malgrado ciò, la sovrapproduzione di capitale e di merci non tardò a ripresentarsi, in particolare in Europa occidentale. Non a caso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era solito ripetere, fino alla sua morte nel 2018, che in Europa c’era troppa capacità produttiva, in altre parole una sovrapproduzione di capitale, e che quindi bisognava procedere con la chiusura di impianti e con accorpamenti tra grandi gruppi. Infatti, la Fiat, dopo aver assorbito la statunitense Chrysler, qualche anno dopo la morte di Marchionne si fuse con Peugeot e assorbì anche Opel in un nuovo mega gruppo, Stellantis, ora al secondo posto in Europa e al quarto nel mondo. Fu a questo punto che, per risolvere la situazione di un mercato europeo ormai saturo, si pensò di determinare una nuova espansione della domanda attraverso la trasformazione del prodotto stesso, passando dall’auto termica all’auto elettrica. Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti.

Tuttavia, questa strategia non ha tardato a rivelarsi fallimentare. La trasformazione della produzione ha richiesto un notevole investimento di capitale in tempi molto rapidi, ma a questo investimento di capitale non ha corrisposto un volume di vendite adeguato, determinando perdite significative e un calo dei profitti generalizzato dei produttori europei. Quindi, ancora una volta nel capitalismo il mercato si è dimostrato non adeguato ad assorbire la produzione, generando una sovrapproduzione di capitale e di merci. Il problema, oltre alla scarsità della infrastruttura pubblica di ricarica, è che le case europee hanno prodotto auto elettriche o ibride troppo costose in rapporto a quelle termiche e il già saturo mercato europeo dell’auto ha continuato a preferire queste ultime o le più economiche auto elettriche o ibride cinesi.

Perché l’auto cinese si sta affermando non solo in Cina ma anche nella UE 

A questo punto dobbiamo capire perché la Cina è più competitiva dell’Europa. La Cina, in primo luogo, ha il mercato automobilistico più grande del mondo, per cui può realizzare imponenti economie di scala, risparmiando sui costi, specialmente sulla produzione delle batterie che sono la parte dell’auto elettrica che in Europa ha costi elevati. Inoltre, la Cina è una quasi monopolista mondiale dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare, che sono essenziali per la produzione dell’auto e delle batterie elettriche. A questo si aggiunge che la Cina, malgrado l’aumento dei salari reali degli ultimi anni (+10,7% all’anno solo tra 2008 e 2014[v]), ha ancora un vantaggio salariale e abbondanza di forza lavoro. Ma la ragione più importante è che la Cina si sta trasformando da paese periferico, che produce sulla base di tecnologie e capitali occidentali, avendo come leva competitiva i suoi bassi salari, in paese industrialmente autonomo con propri gruppi industriali e con una propria tecnologia avanzata. In pratica, la Cina è forse l’unico paese periferico che sta uscendo fuori dallo sviluppo dipendente dall’Occidente, che riperpetua il sottosviluppo, per portarsi a quello che Samir Amin definiva “sviluppo autocentrato”[vi]. La Cina diventa sempre meno dipendente da catene del valore dominate da imprese occidentali e sempre di più dà vita a catene del valore controllate da sue imprese. L’occupazione della posizione apicale in una catena del valore è un fatto essenziale, perché consente il controllo della produzione di valore lungo tutta la catena e, quindi, la “cattura” di una quota maggiore di plusvalore, cioè di profitto. Di conseguenza, oggi la Cina riesce a trattenere in patria una quota maggiore del plusvalore prodotto dai suoi lavoratori e che era (ed è ancora, ma in misura minore) “catturato” dalle multinazionali europee, statunitensi e giapponesi.

Ma perché questo sta avvenendo in Cina e non in altri paesi del Sud globale? La risposta è che in Cina lo Stato ha mantenuto ben stretto il controllo sull’economia, al contrario dell’Europa dove il modello liberista si è imposto con forza. Questo è dovuto al fatto che la Cina non è dipendente politicamente dall’imperialismo occidentale e, attraverso il partito comunista, mantiene salda in pugno la sua sovranità politica, a differenza di molti paesi del Sud globale. Il modello cinese si dimostra così migliore di quello europeo, perché basato sul cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Il settore dell’auto elettrica è uno degli esempi migliori in questo senso. In esso c’è un settore di imprese completamente di proprietà statale (tra di esse c’è Saic-Motor che produce il marchio Mg, molto diffuso in Italia), che sta accanto a un altro settore di imprese che è guidato da capitalisti privati, ma che comunque nel tempo hanno accolto capitali da fondi di investimento statali e da banche pubbliche, per finanziare il loro sviluppo globale. Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista. Al contrario, in Cina sono i capitalisti privati a dipendere dallo Stato e dal Partito Comunista, che controlla le leve dell’economia a partire dalla moneta, attraverso i piani quinquennali economici. È stato, quindi, grazie al suo modello economico che la Cina ha potuto sviluppare meglio e prima dell’Europa e degli Usa le tecnologie legate all’auto elettrica, fuoriuscendo da quel luogo comune diffuso in Occidente secondo cui il socialismo sarebbe necessariamente viziato da una inefficienza di fondo.

Come il capitale europeo reagisce alla crisi dell’auto

A questo punto, dobbiamo chiederci come il capitale europeo e le sue multinazionali dell’auto stanno reagendo alla sovrapproduzione di capitale e di merci e, soprattutto, come reagiscono davanti alla concorrenza cinese. La soluzione principale all’eccesso di sovraccumulazione di capitale e cioè di capacità produttiva è la distruzione di parte di questa capacità cioè, in altre parole, di parte del capitale fisso. Infatti, la Volkswagen, dimostrando così il carattere di sovrapproduzione di capitale della sua crisi, ha in programma la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. A ulteriore conferma che gli enormi investimenti sull’elettrico hanno contribuito all’eccesso di accumulazione di capitale, quelli che chiuderanno sono stabilimenti che producono auto elettriche, in particolare lo stabilimento di Zwichau, che è stata la prima fabbrica convertita completamente alla mobilità elettrica con un investimento di 1,2 miliardi di euro. Inoltre, gli investimenti di capitale del gruppo verranno ridotti del 15%, portandoli a 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Infine, coerentemente con l’obiettivo della riduzione della sovrapproduzione di merci, la Volkswagen ha ridotto la sua produzione da 12 milioni di vetture all’anno a 9 milioni.

Un altro modo di contrastare la sovrapproduzione di capitale è la riduzione del salario dei lavoratori, che porta all’aumento dello sfruttamento e quindi al rialzo del saggio di profitto. L’indiscrezione sull’intenzione di licenziare 100mila lavoratori, di cui la metà in Germania, potrebbe essere anche una mossa negoziale per obbligare il potente sindacato tedesco IG Metal, magari a fronte di una riduzione degli esuberi, ad accettare contrazioni della busta paga. Un altro modo per ridurre la parte dei costi che vanno alla forza lavoro sarebbe, inoltre, lo spostamento della produzione in paesi che hanno il costo del lavoro molto più basso e il saggio di sfruttamento più alto di quello tedesco. In sostanza, la crisi dell’auto e in generale la crisi di sovrapproduzione può generare una ulteriore ondata di delocalizzazioni che porterebbe all’accentuazione della deindustrializzazione dell’Europa occidentale, specie dei due paesi che avevano mantenuto, nonostante la globalizzazione, una forte industria manifatturiera, Germania e Italia. Del resto, per tornare all’esempio, riportato all’inizio, della delocalizzazione della produzione della Natuzzi, il costo del lavoro medio dell’industria, delle costruzioni e dei servizi è in Italia di 32 euro, mentre in Romania è di 13,6 euro, cioè meno della metà[vii]. Quindi, l’esternalizzazione oltre frontiera, specialmente quella delle fasi a più alta intensità di lavoro, consente alla Natuzzi di aumentare sensibilmente il suo profitto. Anche se la differenza tra salario reale italiano e romeno è meno forte in termini reali, visto che i salari in Italia dal 2008 al 2024 hanno perso l’8,7% della capacità d’acquisto, la perdita maggiore tra i paesi del G20[viii], mentre in Romania hanno registrato un aumento e che la parte del costo del lavoro al netto del salario che il lavoratore percepisce realmente è del 28,1% sul totale in Italia e solo del 4,8% in Romania, quello che importa alle multinazionali è la differenza nel costo del lavoro nominale, che impatta sulla distribuzione del valore a livello di catena globale della produzione. Questo discorso vale ancora di più per la Germania e la Francia, il cui costo del lavoro orario è rispettivamente di 45 e 44,3 euro, a fronte di quello della Polonia di 19,1 euro, di quello dell’Ungheria di 15,2 euro e di quello della Bulgaria e della Serbia di circa 12 euro. Ma fuori dall’Ue, ad esempio in America Latina, Asia orientale e Africa del Nord, il divario con il costo del lavoro dell’Europa occidentale è ancora maggiore.

Il capitale europeo può contare anche su un altro strumento per affrontare la crisi dell’auto, il sostegno pubblico da parte della Ue. Tale sostegno si concretizza, in primo luogo, nella riduzione dal 100% al 90% della quota di auto elettriche che la Ue obbliga a produrre entro il 2035, dando così più tempo ai produttori per passare completamente dall’auto termica a quella elettrica. In secondo luogo, la Ue ha aumentato i dazi contro le auto elettriche cinesi, con la motivazione che i produttori in Cina beneficiano di forti sussidi statali, che falsano la concorrenza. Ad ottobre 2024 al dazio standard del 10% è stata sommata una gamma di dazi aggiuntivi che varia, a seconda dell’aiuto di Stato che le imprese ricevono, dal 7,8% per le Tesla prodotte a Shangai al 35,3% applicato alle auto della Saic. Successivamente, dal momento che i produttori cinesi avevano aggirato i dazi, esportando auto ibride al posto di auto totalmente elettriche, la Ue ha esteso i dazi anche alle auto ibride. Infine, da febbraio 2026 la Ue ha consentito ai produttori cinesi di essere esentati dai dazi nel caso in cui adottino un “prezzo minimo consentito” dalla Ue, si attengano a un certo volume di auto importate annualmente e si impegnino a investire nella produzione di auto elettriche in Europa. Il protezionismo è stato efficace nel proteggere l’industria europea? Sì, almeno in parte. Certamente senza i dazi le auto cinesi sarebbero dilagate. Ciononostante, la quota del mercato Ue dei produttori cinesi è triplicata negli ultimi tre anni, passando dal 2,3% del 2023 al 6% nel 2025 e al 9% nei primi cinque mesi del 2026, poco meno del terzo produttore europeo, Renault, con il 10,2%. Il produttore cinese con la quota maggiore è Geely (2,6%), il quale supera produttori blasonati e da lungo tempo presenti in Europa come Ford (2,3%) e Nissan (1,9%), seguito da Saic e Byd (2,1%)[ix].

Oltre ai dazi, la Ue ha deciso di intervenire con l’investimento di 1,8 miliardi di euro per facilitare la realizzazione di una filiera europea di batterie elettriche per auto. Inoltre, ha proposto a marzo 2026, attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA), di elargire sussidi per l’acquisto di auto elettriche, a patto che queste siano prodotte per l’85% del loro valore complessivo nella Ue. Se almeno il 70% delle auto elettriche vendute dal singolo produttore avranno questa caratteristica, allora tutte le sue auto elettriche beneficeranno dei sussidi. Più recentemente i tre principali produttori europei, Volkswagen, Stellantis e Renault, hanno inviato una lettera al Parlamento europeo chiedendo delle modifiche all’IAA, che consistono specialmente nella riduzione della quota del valore prodotto nella Ue delle auto vendute dall’85% al 70%, affinché siano meritevoli di sussidi. Si tratta di una richiesta interessante, perché permette ai produttori europei di produrre una parte maggiore dell’auto al di fuori della Ue, dove i costi, compresi soprattutto quelli del lavoro, sono più bassi.

Del resto, la produzione delle multinazionali si basa sulla catena globale del valore, ossia sulla divisione delle fasi di produzione di una merce per il consumatore finale in più stabilimenti, situati in paesi diversi. In ogni fase produttiva, viene prodotta una certa quantità di valore, che poi alla fine, sommando tutto il valore prodotto in tutta la catena, si traduce in un prezzo di produzione. La questione più importante è che la porzione di valore incorporato nella merce in ogni fase produttiva viene calcolato ai prezzi locali, che, nei paesi periferici, sono molto più bassi di quelli dei paesi centrali, come Germania, Francia e Italia. La conseguenza è che, nella contabilità e nelle statistiche complessive, il valore – in termini di tempo di lavoro – effettivamente trasferito nella merce risulta sottostimato nei paesi periferici (Romania, Messico, Brasile, India, Cina, ecc.), a basso costo del lavoro, e sovrastimato nei paesi centrali (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, ecc.), ad alto costo del lavoro[x]. Di conseguenza, è certo che la quota del valore reale dell’auto prodotto nella Ue sarebbe in effetti molto inferiore all’85% del totale (o al 70%, se le richieste dei tre gruppi europei dell’auto fossero accettate) previsto dallo IAA. È questa la ragione per la quale le multinazionali europee, come Volkswagen e Stellantis, nel corso della cosiddetta globalizzazione hanno massicciamente delocalizzato in paesi della periferia o del Sud globale, come preferiamo chiamarli, ottenendo degli extra-profitti.

Il futuro ci riserva delocalizzazioni e calo dei salari, come contrastarli?

Malgrado la globalizzazione in Germania era rimasta una quota importante della produzione di auto (4,148 milioni di auto nel 2025 da 5,13 milioni nel 2000), la cui esportazione è andata a gonfie vele fino a poco tempo fa. Questo ora non è più possibile per le ragioni che abbiamo illustrato fino a qui. Infatti, “il cda del gruppo [Volkswagen] a più riprese ha dichiarato che il modello di business storico e per anni di successo teso a sviluppare vetture globali in Germania, produrle in Europa e venderle in tutto il mondo non funziona più.”[xi] Quindi, quale sarà la soluzione alla crisi dell’auto tedesca ed europea che le multinazionali metteranno in pratica? Molto probabilmente assisteremo ad una nuova ondata di delocalizzazioni della produzione verso paesi a basso salario dalla Germania e in misura inferiore dalla Francia (che nel 2025 ha prodotto 1,06 milioni di auto da 2,87 milioni nel 2000[xii]) e forse dalla Spagna (1,81 milioni di auto nel 2025 da 2,44 milioni nel 2000). Per quanto riguarda l’Italia, qui la produzione era già stata quasi azzerata negli ultimi anni (237mila auto nel 2025 da 1,4 milioni nel 2000) e l’auto è stata sostituita, come apporto al Pil e all’export, da altri settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e soprattutto il chimico, che insieme nel 2025 hanno rappresentato il 28,8% del valore dell’export totale italiano contro il 2,23% dell’auto[xiii]. Per fare un confronto, possiamo notare che la produzione cinese è passata da 600mila auto nel 2000 a 30milioni nel 2025, rappresentando il 42% della produzione mondiale. La delocalizzazione dell’auto tedesca ed europea occidentale, potrà attuarsi o saturando le capacità produttive degli impianti già esistenti in paesi periferici, o facendo investimenti diretti all’estero (Ide) greenfield, cioè costruendo nuovi stabilimenti, sempre in paesi periferici, oppure procedendo a fusioni con altri produttori e razionalizzando la produzione, cioè facendo economie di scala e tagliando posti di lavoro.

Ad ogni modo, c’è il pericolo concreto che la Germania, il paese economicamente più importante della Ue, si deindustrializzi, almeno parzialmente, con ricadute negative non solo sulla sua economia complessiva, ma anche su quella degli altri paesi europei, in particolare sui suoi fornitori di beni intermedi e componentistica, compresa l’Italia. Fra l’altro, la crisi dell’auto tedesca interviene in una fase storica di stagnazione del Pil tedesco e di altri paesi dell’area euro, Francia e specialmente Italia. Sicuramente un altro effetto di nuove delocalizzazioni può essere la messa in difficoltà del mercato del lavoro tedesco ed europeo, con una contrazione della domanda di forza lavoro, e la conseguente contrazione dei salari. Sempre che la Volkswagen non tratti col sindacato per una riduzione del salario a fronte della riduzione degli esuberi di manodopera previsti.

Questo avrà ripercussioni sulla società e sulla politica europea, specialmente su quella della Germania. Il governo del cancelliere Merz, una coalizione di cristiano-democratici (CDU-CSU) e di socialdemocratici (SPD), ha già raggiunto i minimi storici di gradimento di un governo tedesco. Inoltre, il partito tedesco di estrema destra e fortemente anti-immigrati, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato nei sondaggi come primo partito la CDU-CSU di Merz, col 28% contro il 24%. Eppure, di fronte ai licenziamenti annunciati della Volkswagen il governo Merz è rimasto passivo: “Cerchiamo di evitare ogni chiusura di stabilimenti in Germania (...) – ha commentato un portavoce del governo – Ma alla fine si tratta di decisioni delle aziende, che devono essere prese secondo criteri economici.”[xiv] La ristrutturazione dell’intero settore dell’auto, che, senza contare la componentistica, vale il 10% dell’export totale tedesco (156 miliardi su 1.563), può, quindi, accentuare la crisi dell’assetto sociale e politico tedesco, che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è fondato sull’alternanza tra CDU-CSU e SPD, e che oggi non riesce a reggere neanche mettendo insieme questi due partiti.

Come rispondere alla delocalizzazione, non solo dell’auto, e alla deindustrializzazione, che abbassa i salari e trasforma posti di lavoro nell’industria in posti di lavoro precari e a basso salario nei servizi? Certamente, dovrebbero essere generalizzate alcune proposte che i sindacati italiani ed europei hanno elaborato negli ultimi anni, come le leggi anti-delocalizzazione, che impongano sanzioni e restituzioni degli aiuti di Stato alle imprese che delocalizzano, l’aumento della frequenza dei rinnovi dei contratti nazionali, combinati però con l’introduzione di salari minimi, e l’obbligo ai subappaltatori ad applicare i contratti leader. A queste misure ne andrebbero aggiunte altre, tese a ridurre la mobilità dei capitali a livello internazionale, che, aumentata con il neoliberismo, ha dato avvio alla globalizzazione della produzione. Per quanto riguarda l’Italia, dato che i salari (ed il costo del lavoro) italiani risultano significativamente più bassi di quelli del resto dei paesi avanzati europei e sono quelli che hanno perso maggiore potere d’acquisto nel G20, ci sarebbe bisogno di una campagna nazionale, che coinvolga politica e sindacati insieme, contro i bassi salari in tutti i settori. Ma questo non basta, perché la questione e le soluzioni sono di tipo più generale.

In definitiva, la crisi dell’auto tedesca è la certificazione della definitiva fine del cosiddetto “modello renano” tedesco, già in difficoltà da diverso tempo, basato su una sorta di patto sociale tra imprese, sindacato, banche e governo. Ma è anche la prova del fallimento del modello neoliberista, basato sulle esportazioni, sulla moderazione salariale, sulle privatizzazioni e sul ritiro dello Stato dall’economia, che si è affermato in Europa negli ultimi decenni. Più in generale, è la dimostrazione delle ineliminabili contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione all’anarchia del mercato. Il fallimento dell’Europa risalta particolarmente se confrontato col successo della Cina, che sta vincendo la competizione sempre meno grazie ai bassi salari e sempre di più grazie alla capacità di innovazione tecnologica, basata sull’intervento pianificato e organizzato dello Stato. Sarebbe opportuno, quindi, che la Ue e l’Italia prendessero spunto dall’esperienza cinese, abbandonassero le logiche neoliberiste e applicassero politiche statali di programmazione industriale, previste dall’articolo 41 della Costituzione italiana, e di rinazionalizzazione di imprese. Ma questo è un problema di scelte e, quindi, è una questione che si risolve solo a livello politico. Il che non significa che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, ma che si debbano modificare con le lotte, a partire dai luoghi di lavoro, i rapporti di forza complessivi tra classi sociali, cioè tra capitale transnazionale e lavoro salariato.

Note

[i] Nostra elaborazione su dati Eurostat, International trade of EU and non EU countries since 2002 by SITC. È da notare che l’Italia ha un surplus commerciale di 13 miliardi verso la Germania. https://ec.europa.eu/eurostat/comext/newxtweb/submitresultsextraction.do

[ii] Focus2move, China 2026 plunge while Geely displace BYD as leading brand.

[iii] https://www.marklines.com/en/report/rep2969_202602

[iv] Karl Marx, Il capitale, Libro III, Sezione III La caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton Compton editori, Roma, 1996.

[v] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Wages, Productivity and Labour Share in China, April 2016.

[vi] Amin Samir, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977.

[vii] Eurostat, Data base, Labour cost levels by Nace Rev.2 activity.

[viii] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025.

[ix] Sito web di Unrae su dati Acea.

[x] John Smith, Imperialism & the globalization of production, PhD thesis, July 2010.

[xi] Mario Cianflone, Un segnale allarmante ma il gruppo può ripartire, il Sole24ore, 27 giugno 2026.

[xii] Sito web dell’Organization Internationale des Constructeurs Automobiles (OICA), Production statistics.

[xiii] Secondo i dati Eurostat l’export italiano di auto tra 2024 e 2025 è sceso da 15,2 a 14,4 miliardi, mentre quello farmaceutico è salito da 52,9 a 68,76 miliardi e quello del chimico da 101,3 a 116 miliardi.

[xiv] Matteo Meneghello, Volkswagen prepara 100mila tagli e chiude impianti in Germania, il Sole24ore, 27 giugno 2026.

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28/06/2026

Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE

È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi.

Il 26 giugno, infatti, Donald Trump ha condotto un pesante affondo contro la Digital Tax della UE, l’imposta sui servizi digitali da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense. Il tycoon ha affermato di essere pronto a introdurre dazi del 100% su tutti i beni esportati verso gli USA, nel caso la misura dovesse colpire anche le aziende stelle-e-strisce.

Questa promessa di ulteriore escalation segue una linea già accennata nei primi mesi della seconda amministrazione Trump. Nel febbraio del 2025, il capo della Casa Bianca aveva definito le web tax applicate da Italia, Francia e Spagna come una vera e propria forma di “estorsione” ai danni delle Big Tech d’oltreoceano, a cui erano seguite anche indagini formali.

Nel caso nostrano, l’Italia possiede una normativa consolidata sui servizi digitali, che lo scorso anno ha garantito alle casse dello Stato un gettito significativo pari a 637 milioni di euro. Nell’aprile del 2025, a seguito di un bilaterale alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Trump, Roma si era formalmente impegnata in quello che vari analisti hanno letto come una progressiva revisione o rimodulazione dell’imposta italiana pur di evitare frizioni con Washington.

A distanza di oltre un anno, modifiche non ce ne sono state, e inoltre l’idillio tra Roma e Washington è entrato in profonda crisi. E così Trump ha alzato il tiro verso tutta la UE. La replica della Commissione Europea si è adattata ai toni della guerra commerciale di The Donald. Un portavoce dell’organismo comunitario ha rivendicato fermamente l’autonomia regolatoria della UE, affermando che le imposte vengono applicate ugualmente a tutte le imprese, e dunque in maniera non discriminatoria verso quelle statunitensi.

A poter essere colpite da un provvedimento che è pensato per richiedere un contributo sui profitti anche quando i servizi vengono erogati senza un presenza fisica effettiva sul territorio sono tutte le Big Tech e le piattaforme (da quelle di streaming a quelle commerciali) che si sono ormai convertite al sostegno a Trump.

Bruxelles promette comunque di reagire in modo rapido e deciso, se la minaccia si trasformasse in realtà. E tuttavia non si può ignorare il fatto che tali dichiarazioni arrivano a ridosso di un altro accordo sui dazi che avrebbe dovuto stabilizzare la relazione transatlantica sul tema degli scambi.

L’accordo della scorsa estate è già di per sé largamente sbilanciato verso gli USA, con la riduzione o l’eliminazione dei dazi su una vasta gamma di merci industriali statunitensi, mentre gli States mantengono misure protezionistiche più ampie su settori considerati strategici come acciaio, automotive e alcune filiere tecnologiche.

Certo, la UE ha previsto alcune clausole di salvaguardia che permettono la sospensione dell’accordo in caso di violazioni o nuovi dazi da parte di Washington. Sarebbe proprio questo il caso, ma tutta la vicenda dimostra almeno due elementi di non poco conto: la UE continua a essere in balia del “padrone” statunitense, e riesce a costruire strumenti solo reattivi, e comunque in perdita. È anche questo il fardello di un’economia costruita sulle esportazioni.

Ma il nodo principale rimane uno e uno solo: le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che stabilizzate, anzi continuano a essere la rappresentazione plastica di una faglia della competizione globale che riguarda “l’alleanza” occidentale che ha determinato la storia mondiale negli ultimi 80 anni.

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02/05/2026

La “guerra a rate”, senza inizio e senza fine

Se si sceglie un truffatore come Presidente, poi non ci si può lamentare di essere truffati tutti i giorni. Neanche se sei ancora “la prima superpotenza” (ma non più l’unica, come dal 1991 in poi...).

La nuova truffa di Trump si chiama “guerra a rate” e sembra mutuata direttamente dall’esperienza di immobiliarista.

Ieri scadevano i 60 giorni che la Costituzione statunitense concede ad un presidente per impegnarsi in una guerra anche senza il benestare del Congresso. In una repubblica democratica parlamentare è infatti il potere legislativo l’unico depositario della scelta tra guerra e pace, anche se si riconosce che un’amministrazione possa essere obbligata ad agire “con urgenza” – e la guerra si gioca quasi sempre sulla rapidità d’azione – e quindi per i primi due mesi lascia fare al Commander in chief. Poi si vota... 

Sapendo bene che il Parlamento avrebbe avuto una maggioranza contraria alla prosecuzione della guerra all’Iran, perché anche una parte del suo mondo “Maga” la ritiene sbagliata, Trump ha fatto ricorso alla sua inventiva truffaldina: siccome dal 7 aprile i bombardamenti sono stati sospesi, e l’Iran ha rispettato il cessate il fuoco, allora le ostilità... sono finite!

“Il 7 aprile 2026, ho ordinato un cessate il fuoco di due settimane. Il cessate il fuoco è stato successivamente prorogato. Non ci sono stati scambi di colpi tra le forze statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026”, ha scritto Trump venerdì allo Speaker della Camera Mike Johnson. “Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate”.

Contemporaneamente, siccome la “non guerra” non ha prodotto – né poteva farlo – un accordo di pace, si è dichiarato pronto a riprendere la guerra in qualsiasi momento. Ma, ai fini della “compatibilità” con i poteri che la Costituzione gli concede, quella sarà “un’altra guerra”, non la continuazione di quella ancora in corso.

Con questo criterio nessuna guerra del passato o del presente è mai durata anni, e magari invece della Seconda guerra mondiale ne avremmo viste alcune centinaia nell’arco di quasi sei anni (se si possono spezzare a piacimento i tempi, si può farlo anche con i teatri di guerra, no?).

I “cessate il fuoco”, o anche le pause inevitabili nei combattimenti, le avrebbero spezzettate in infiniti conflitti “giuridicamente differenti”, anche se combattuti tra le stesse formazioni, sullo stesso terreno, con gli stessi obiettivi (quando ci sono o sono confessabili).

Come una partita di baseball, football o pallacanestro, insomma. Dove l’unica continuità tra le varie fasi di gioco è data dal punteggio e dagli incidenti che mettono fuori alcuni giocatori.

La “guerra a rate”, chiamando il time out quando finiscono le scorte di missili o i tuoi uomini si ammutinano (il caso della portaerei Gerald Ford, costretta al rito dal fronte, oppure il misterioso incendio che ha distrutto l’altra notte il cacciatorpediniere Higgins, della flotta asiatica, a migliaia di chilometri da Hormuz).

Papa Francesco l’aveva definita “a pezzetti”, ma almeno ci si muoveva ancora in una logica conosciuta: un teatro di guerra dopo l’altro, ma ognuno con la sua unità di tempo.

L’idea di Trump non è stata ovviamente condivisa dai “democratici” – quelli che le guerre le fanno lo stesso, “per portare la democrazia”, ovviamente – ma è stata sufficiente a smorzare il risentimento peloso della pattuglia di repubblicani pronta a votare “no” alla continuazione di “questa” guerra.

Sembra un colpo di genio, ma è un trucchetto da azzeccagarbugli che può funzionare soltanto con degli amici un po’ scettici su quel che stai facendo. Prescinde completamente, per esempio, sia da quello che farà il “nemico a rate” – che potrebbe scegliere una diversa tempistica o un altro teatro – sia da quello che faranno gli altri attori importanti nel resto del Pianeta. E che manifestamente stanno dando segnali di insofferenza.

Pensare di poter “governare il mondo” in base a queste trovate non fa ridere neanche noi, figuriamoci gli scacchisti della geopolitica che stanno a Mosca e Pechino.

Non paga di queste furbizie, l’amministrazione Trump ha rimesso gli occhi su Cuba, “promettendo” di “prenderla” non appena “finito il lavoro con l’Iran” (anche se non si è capito se negli “intervalli” tra un’azione e l’altra oppure se alla fine della “partita”).

Non è finita. Ce n’è stato anche per la derelitta “Europa”, che verrà investita da nuovi dazi sulle automobili pari al 25%, mentre vengono ritirati – con qualche incertezza sui tempi, dipende dagli sviluppi delle altre partite – 5.000 soldati Usa dalla Germania e si sta studiando come chiudere le basi in Spagna e Italia.

Da Bruxelles giurano che “difenderanno i propri interessi” (sulla automobili, soprattutto). Se e quando riusciranno ad averne una visione d’insieme (Volskswagen, Renault e Fiat non ne hanno di propriamente coincidenti, per esempio).

Stanno saltando uno dopo l’altro parecchi pilastri del vecchio ordine euro-occidentale. E quelli sulla guerra sono ovviamente i più “destabilizzanti” per un edificio che non regge più… E ci vuole un attimo perché la “guerra a rate”, non avendo un chiaro inizio e un obbiettivo altrettanto chiaro per metterle fine, scivoli verso quella “infinita”.

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13/04/2026

La logica dietro l’irrazionalità della guerra all’Iran

di Domenico Moro

Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo Persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

Altro risultato negativo della guerra contro l’Iran è la destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa. L’Iran non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano. Teoricamente gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando a questi ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della protezione delle Forze Armate statunitensi. Accade, però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli, ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli messi in pericolo.

A questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del Pil, e poi di annettersi la Groenlandia. I più stretti alleati europei degli Usa hanno rifiutato di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda guerra del Golfo dei Bush padre e figlio. Da qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato. Infine, con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul de sac. Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la distruzione sui paesi arabi del Golfo. Ora, l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco con truppe di terra. Nel primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra, semplicemente resistendo e non piegandosi. Nel secondo caso Trump contraddirebbe definitivamente le promesse fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Quindi, da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra statunitense contro l’Iran. Per questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che puntano all'eliminazione dell’Iran. In particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele, che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein. Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo aiuto come Israele. Soprattutto, riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro carattere imperialista. Piuttosto che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti della scienza economica e sociale. Devono esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza rispetto al passato – non si preoccupano più di trovare una giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Le ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e variegate. Per facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese, Net International Investment Position (NIIP). Tale prospetto statistico misura la differenza tra le attività (investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto del mondo. Se prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è un debitore netto. Per calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di questi investimenti sia in entrata che in uscita.

Ora, il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o prestiti verso l’estero. Questa situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. La prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come rileva lo storico Niall Ferguson[i]. Del resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin. Questo, però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore di capitale del mondo. Tuttavia, lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle multinazionali straniere. Importante è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli investimenti totali dall’estero. Si tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che rimangono di proprietà statunitense. È in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft, Oracle, Meta, Alphabet, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza artificiale e incrementare i loro profitti.

Non è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni. Nel 2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari, nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le passività, pari a 70,5mila miliardi[ii]. Questa situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025[iii]. Il deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.

Da quanto abbiamo detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal resto del modo. Questo finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato (treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi. La domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’“esorbitante privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro debito. Infatti, le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi. Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati mondiali. Per questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in dollari. Non è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti, stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi. In questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.

Ora, il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco debito sta mostrando delle crepe notevoli. In primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane. Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti controllato dagli Usa[iv]. In secondo luogo, molte banche centrali stanno liberandosi dei treasury statunitensi. I treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933 miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[v]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[vi]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

Questi fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa. In primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i paesi avversari, a partire dalla Russia. Proprio per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro, in rubli, rupie o yuan renmimbi. Anche il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche centrali, soprattutto del Sud globale. In secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle importazioni da parte dell’amministrazione Trump. I dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale. In pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a reinvestire il loro surplus in treasury. In questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava: semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia commerciale sia statale. Quindi, l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a far calare le riserve in treasury.

La guerra all'Iran potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi. Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury. Inoltre, la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan. In particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia Saudita, grazie ai quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio, gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury. Questi paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai missili iraniani e hanno perso gli ingenti proventi dell’export per la chiusura dello stretto di Hormuz. Del resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta internazionalizzandosi sempre di più. La Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande rete mondiale di accordi di swap valutario. In questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali, facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro dipendenza dagli Usa.

Ritornando alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata nella natura socioeconomica degli Stati Uniti. Il settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario. Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei confronti del resto del mondo. Gli Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che sono quotate presso le borse Usa. Gli Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a finanziare questo debito. Gli Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori quantità della sostanza da cui dipende. Il debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso meccanismo di finanziamento lo accresce.

Il punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato, quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario. Gli Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista. La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo. Il meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul petrodollaro. Come abbiamo detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo fa, sono importatori netti di capitali dall’estero. La verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul petrodollaro. Per questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale, dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità e più a buon mercato. Per raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo. Il ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello imperialista degli Usa. Sono le due facce della stessa medaglia. Ma non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da Israele più che dai loro meccanismi economici interni.

In una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense, stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello strumento per finanziarlo. La politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito, secondo le affermazioni di Trump. In realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più strategiche o legate all’apparato militare-industriale. Il vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga scadenza. Invece, come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo stesso della domanda mondiale di treasury. L’esercizio della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, invece li sta indebolendo.

La verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal commettere errori marchiani. Trump, nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo popolo. Rimane il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa manterranno la propria natura imperialista, rimarrà sempre alto il pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.

Note

[i] Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 306-307.

[ii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025

[iii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Trade in Goods and Services. https://www.bea.gov/data/intl-trade-investment/international-trade-goods-and-services.

[iv] Sissi Bellomo, “La guerra incrina il sistema del petrodollaro”, il Sole24ore, 31 Marzo 2026.

[v] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.

[vi] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025. Posted in Economia e LavoroTagged debito Usa, Guerra contro l'Iran, imperialismo, Israele, petrodollaro, Petrolio, usa

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28/02/2026

Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare in larga misura segnato

di Alessandro Volpi

Donald Trump è davvero un fenomeno nel raccontare la sua visione come fosse la realtà. Lo ha dimostrato con chiarezza anche la notte tra il 24 e il 25 febbraio nel Discorso sullo stato dell’Unione, pieno di mirabolanti risultati e promesse. In realtà il capo dei Maga ha dimenticato e stravolto tante cose. Mi limito a citarne tre.

La prima è costituita dal colossale debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari e dall’estrema difficoltà di coprirlo, tanto da generare una costante fuga di capitali dal dollaro. Si tratta di un tema noto per cui non mi ci soffermo. Naturalmente al debito si lega un deficit che è ormai oltre il 6% ed è pari a oltre 1.700 miliardi di dollari. Ma la seconda cosa dimenticata da Trump è l’assoluta ingiustizia del sistema fiscale americano: dal 2017 le grandi corporation Usa pagano il 21% di aliquota, un beneficio che ora Trump ha reso strutturale, mentre l’aliquota massima per i redditi dei super ricchi è stata fissata al 37%, con un aumento significativo della possibilità di detrarre le tasse federali fino a 40mila dollari. Le tasse di successione, poi, hanno una franchigia fino a 15 milioni di dollari.

La terza considerazione riguarda la spesa sociale: i tagli alla sanità pubblica ammontano a 800 miliardi, con l’introduzione peraltro del “Great healthcare plan” che mira a ridurre la spesa federale di circa mille miliardi di dollari in un decennio, spostando i costi direttamente sui consumatori tramite conti di risparmio sanitario (Health savings accounts). In compenso il piano per il contrasto dell’immigrazione è stato portato a 100 miliardi di dollari.

Che cosa costituisca “The Nation” per Donald è molto chiaro ma la narrazione è ben diversa e si rivolge al “popolo”. Il buon Trump, peraltro, non ha dimenticato di ricordare nell’aulico discorso sull’età dell’oro che sua moglie Melania ha ricevuto 40 milioni da Jeff Bezos per il suo “documentario”.

Oltre a questi tre fattori, ne esiste un quarto ancora più critico per gli Stati Uniti. Il presidente Trump continua a puntare sui dazi, pensando addirittura di sostituirli al carico fiscale interno ma i numeri fanno capire che così non può fermare certo la crisi strutturale degli Stati Uniti. Nel 2025, infatti, le entrate federali derivanti dai dazi hanno raggiunto la cifra record di 287 miliardi di dollari. Erano state pari a 80 miliardi nel 2024. Ma chi ha pagato questi dazi? Per circa 145 miliardi le società americane che producono all’estero e importano in Usa e per altri 60 miliardi le piccole e medie imprese americane che hanno una filiera di produzione in parte all’estero. Quindi di 287 miliardi di entrate, ben 205 miliardi sono state pagate da aziende americane, che ne hanno riversato i costi sui consumatori americani con un aumento dei prezzi di circa 110 miliardi. Dunque i dazi sono stati una doppia tassazione che ha danneggiato, in primis, l’economia statunitense nel suo insieme, contribuendo ad avvitare la crisi su se stessa.

Inoltre, è utile notare che sul complesso delle entrate federali i dazi pesano per poco meno del 5% e non sono in alcun modo in grado di contenere l’esplosione del deficit federale degli Stati Uniti che è pari, come detto, a 1.700 miliardi e su cui gravano 1.200 miliardi di dollari di interessi da pagare sul debito. Trump può continuare a irritarsi ma il destino degli Usa pare, in larga misura, segnato.

Magari sarebbe il caso che lo capissero i fondi pensione italiani che continuano a impegnare in dollari i risparmi degli italiani: ma ciò diventa molto difficile in un Paese così sensibile alle parole di Trump. L’Italia è stato uno dei Paesi che, con maggiore solerzia, ha risposto alle “esortazioni” trumpiane in merito al trasferimento di aziende in Usa. Sono ormai oltre 3.500 le aziende italiane negli Stati Uniti, con una forte crescita dopo l’avvento del presidente Maga, con un’occupazione americana di oltre 300mila dipendenti. In tale ambito è interessante notare che ci sono imprese con un numero di dipendenti americani assai più alto di quelli italiani.

Stellantis ha infatti 8mila dipendenti negli Stati Uniti contro i 40mila in Italia, di cui quasi la metà interessati da ammortizzatori sociali. EssilorLuxottica, di cui i Del Vecchio sono principali azionisti attraverso la holding lussemburghese Delfin, ha 80mila dipendenti Usa contro i 15mila italiani. Ferrero, anch’essa con sede lussemburghese, ha 12mila dipendenti negli Stati Uniti e ottomila in Italia. Insomma, il ministro del Made in Italy si sta ben adoperando per svuotare la produzione italiana a vantaggio del presidente Maga.

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22/02/2026

USA - Dazi nel caos, si naviga a vista

“Qui comando io!”. Poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui la Corte Suprema (equivalente della nostra Corte Costituzionale) cancellava gli ordini esecutivi che imponevano dazi differenziati praticamente a tutti i paesi del Pianeta, Donald Trump ha deciso di alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio e per 150 giorni.

A prima vista sembra la reazione di un bambino frustrato dal vedersi negare qualcosa cui tiene molto, ma naturalmente stiamo parlando di un “bambino” che purtroppo guida quella che è ancora la principale superpotenza, almeno dal punto di vista militare.

Partiamo dai fatti. La senza della Corte Suprema di venerdì scorso demoliva il sostegno legale scelto da Trump per giustificare la raffica di dazi dello scorso anno, ovvero il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977. La ragione tecnico-legale è inappuntabile: quella legge prevede che non avendo poteri assoluti – come in ogni “democrazia liberale” – il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso.

Le circostanze straordinarie – guerre, crisi economiche stile 1929, ecc. – non ricorrono oggi. Dunque non c’è alcuna ragione di “necessità e urgenza” che giustifichi scelte strategiche (i rapporti con il resto del mondo) compiute sulla testa del Congresso, ovvero del potere legislativo. O fai un golpe, mandando i killer dell’ICE dentro la Corte Suprema, oppure devi mandarla giù facendo di tutto per apparire comunque “vincente”.

Convocati i suoi azzegarbugli, Trump ha scovato un’altra legge – tutto il sistema legale statunitense è privo di coerenza interna perché “fondato sul precedente”, ossia su quanto accaduto in casi simili, come un abito fatto di toppe – ossia una disposizione di una legge commerciale separata, la Sezione 122, che consente al Presidente di applicare tariffe fino al 15% per affrontare problemi “ampi e gravi” della bilancia dei pagamenti per un massimo di 150 giorni. Per la proroga serve poi, anche in questo caso, il voto del Congresso. Entro luglio dunque.

Cosa cambia? Molte cose, come per ogni toppa messa su un buco. In primo luogo i dazi diventano – temporaneamente – uguali per tutti i paesi del mondo, di fatto svuotando gli accordi fatti bilateralmente con ogni paese o con l’Unione Europea. Si trattava di percentuali molto diverse (dal 10 al 41%, più contenziosi ancora aperti con Cina, Brasile, India), oltretutto differenziate per settori merceologici (50% su acciaio e alluminio o il 25% su auto e componenti).

Da dopodomani, invece, tutti uguali. Inevitabilmente ogni interlocutore commerciale straniero ed ogni operatore economico americano deve ora rifarsi i conti, anche sulla merce appena caricata su una nave. All’interno, oltretutto, stavano già partendo migliaia di cause per il rimborso dei danni subiti dalle aziende importatrici a causa dei dazi, con una pletora di istituzioni coinvolte e una prassi obbligata a valutare caso per caso (ogni azienda può aver trasferito più o meno interamente il peso di certi dazi sul prezzo finale della merce, e quindi aver diritto – oppure no o solo in parte – ad un risarcimento).

Anche qui, tutto da ricalcolare sul 15%, ma con la certezza che nessuna causa vedrà la conclusione entro i prossimi 5 mesi (la giustizia è lenta anche negli Usa, che vi credevate...).

Dicevamo che la reazione di Trump appare bambinesca e profondamente stupida, ma obbligata. Va ricordato che “il bambino” in questione non è questo vecchio truffatore puttaniere e pedofilo che siede alla Casa Bianca, ma la sua base elettorale, quel mondo “Maga” fatto di suprematisti bianchi, evangelici di varie sette, “sionisti cristiani” (come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee) convinti che la Bibbia sia un testo divino su cui basare i titoli di proprietà e i confini territoriali, qui sulla Terra.

Questa base è stata convinta a considerare Trump imbattibile, inarrestabile, “unto dal signore”. Dunque non può vederlo mai sconfitto. Neanche una volta, se no si buca il palloncino della credulità e crolla tutto.

I problemi diciamo così “politici interni”, la gestione del consenso ultra-reazionario e fideistico, costituiscono però un’interferenza continua con la necessità di affrontare e risolvere problemi prosaicamente economici, politici, militari, nel rapporto col resto del Pianeta ed anche con il resto degli Stati Uniti stessi.

Abbiamo ricordato le sconfitte subite a Minneapolis (dove l’ICE è potuta restare solo a patto di diminuire drasticamente il numero degli effettivi sul campo e una radicale modifica delle “regole di ingaggio” con la popolazione), e quelle elettorali a New York, Seattle, Texas e città minori.

Si è parzialmente rifatto con il brutale attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro e la moglie, ma – sproloqui a parte – non è risultato un “successo” capace di portare maggiori consensi, neanche tra le “sette sorelle” del petrolio. Anzi, persino nelle città Usa ci sono state manifestazioni di protesta che hanno visto insieme latinoamericani, neri, sinceri democratici, ecc.

Ma se le cannoniere sembrano uno strumento facile da utilizzare contro avversari militarmente assai meno potenti – ma per pochissimo tempo, altrimenti finisce come in Afghanistan – non servono praticamente a nulla in materia di economia.

Nella strategia trumpiana i dazi dovevano essere un corrispettivo altrettanto “persuasivo”, consentendo di variare l’entità dei colpi a seconda del grado di arrendevolezza del malcapitato di turno: “a te il 100%, e se reagisci il 200%, a te il 10”, ecc..

Ma se sono tutti uguali – al 15%, per ora e nei limiti di quella “legge commerciale” scovata negli archivi – quel potere magico scompare e diventa una semplice “tassa sulle importazioni” che va contabilizzata, magari bestemmiando, ma non ha alcun effetto differenziante sulla “competitività” nei rapporti con gli Stati Uniti.

In particolare, segnalano anche giornali Usa, diversi accordi commerciali hanno incluso impegni da parte dei partner per acquistare petrolio e gas naturale liquefatto negli Stati Uniti. Trump ha anche minacciato dazi per fare pressione su altri paesi per non acquistare petrolio russo o iraniano. Senza una leva tariffaria “arbitraria”, scalabile a piacimento, il ricatto non si può attuare.

Non è la fine di quest’arma, ma per impugnarla nuovamente Trump dovrà concordare col Congresso – e prima ancora con i repubblicani recalcitranti, legati ad interessi locali danneggiati dalle tariffe elevate – forme e tempi che non dipenderanno soltanto dalla sua volontà sintetizzata in “ordini esecutivi”. Una limitazione del suo potere, da misurare nei prossimi mesi.

Rompere un “sistema basato sulle regole” – se sei il “nuovo sceriffo in città” – è relativamente facile. Costruirne uno nuovo, che abbia un senso e sia gestibile “in automatico” da quasi tutti i partecipanti, tutt’altra cosa.

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21/02/2026

USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)

La sorpresa c’è, sia per la Casa Bianca che per i mercati. La dimensione degli effetti concreti è però incerta, anche se i dubbi – a questo punto – stano tutti sul groppone di The Donald e dei suoi consigliori economici.

La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.

Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.

“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.

Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.

Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.

Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).

Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.

A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.

Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.

Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).

Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.

Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).

Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città... 

Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.

In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.

Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.

Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.

Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere... 

Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.

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