L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.
La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.
Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.
Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.
Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.
In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.
La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.
Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.
Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.
Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.
Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.
Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.
Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.
La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.
In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.
È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.
La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.
In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.
Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.
Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.
La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.
La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.
È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/08/2026
L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa
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