Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio.
Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.
La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica.
1. La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”
Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.
Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.
Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.
Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:
A) Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;
B) Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;
C) Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.
Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?
2. Il mito del “Partito Democratico che fu”
Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.
Ma è una ricostruzione storica selettiva.
Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.
John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.
Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.
Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.
Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.
3. Mettere a fuoco la realtà
La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.
Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.
Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.
Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.
Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.
C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.
Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.
I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.
A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.
Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).
Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.
Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.
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