Abbiamo assistito, con crescenti sconcerto ed indignazione, a un’intervista rilasciata dall’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari, che attacca la relatrice speciale sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, con argomentazioni di stampo nettamente diffamatorio, quali il preteso finanziamento da parte di Hamas, il presunto “antisemitismo”, accusa oramai mossa senza misura e vergogna a chiunque osi criticare il governo israeliano, e perfino l’insinuazione di gravi e ipotetiche divergenze, mai in realtà emerse, tra Francesca Albanese e il Segretario delle Nazioni Unite Guterres, peraltro a sua volta vittima di accuse e attacchi di questo genere.
Siamo con ogni evidenza di fronte a un tentativo, sia pure maldestro, di vera e propria “moral assassination” che si accompagna alle misure coercitive unilaterali recentemente decretate nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo statunitense.
La Relatrice Speciale viene attaccata per aver rivelato, in modo coraggioso e scientificamente inappuntabile, le molteplici responsabilità, sia di governi, a partire ovviamente da quello israeliano, che di imprese multinazionali, che sono dietro all’attuale massacro del popolo palestinese a Gaza, che va più propriamente definito “genocidio” ai sensi della Convenzione del 1948 delle Nazioni Unite in materia. Francesca Albanese ha diritto ad affermare la sua onorabilità di fronte a tali intollerabili attacchi e ha diritto a continuare e completare il suo lavoro, nell’interesse della comunità internazionale a contrastare le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani che da molto tempo avvengono in Palestina.
Per tali motivi dichiariamo la nostra piena disponibilità ad appoggiare Francesca Albanese in tutte le azioni di ordine politico, informativo e giudiziario che riterrà opportuno intraprendere, approfondendo in particolare i modi e le forme attraverso cui un alto funzionario delle Nazioni Unite possa tutelare giudizialmente in Italia la propria onorabilità e quella della Sua istituzione contro questo attacco da parte di quanti nell’informazione operano nell’interesse di poteri economici e politici coinvolti negli scandali che il Suo rapporto denuncia.
La divulgazione di affermazioni false e prive di ogni riscontro con il chiaro intento di diffamare una persona e far partire la macchina del fango al fine di negare la veridicità delle sue affermazioni, peraltro ormai universalmente evidenti è un atto grave e chiediamo espressamente all’ordine dei giornalisti di intervenire.
Aderiscono:
avv. Ileana Alesso, avv. Cesare Antetomaso, avv. Michela Arricale, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED), avv. Martina Bianchi, avv. Angela Maria Bitonti, avv. Nadia Buso, avv. Vincenzo Caponera, avv. Carlo Cappellari, avv. Matteo Carbonelli, già docente di diritto internazionale, avv. Annalisa Carli, avv. Marco Cavallone, avv. Lorenza Cescatti, avv. Kiran Chaudhuri , avv. Elisa Costanzo, avv. Simonetta Crisci, avv. Aurora D’Agostino, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Maurizio de Stefano, già Segretario della Consulta per la Giustizia Europea dei Diritti dell’Uomo, avv. Matilde Di Giovanni, avv. Roberto Di Giovanni, avv. Veronica Dini, avv. Attilio Doria, avv. Francesca Doria, avv. Giuliana Doria, avv. Maria Esposito, avv. Giorgio Fontana, professore ordinario di diritto del lavoro , avv. Andrea Matteo Forte, avv. Fausto Gianelli, avv. Claudio Giangiacomo, avv. Ugo Giannangeli, avv. Nicola Giudice, avv. Marzia Guadagni, avv. Luca Guerra, avv. Alessandro Iannelli, avv. Roberto Lamacchia, copresidente Associazione nazionale giuristi democratici ( GD), avv. Enrico Lattanzi , avv. Aaron Lau, avv. Joachim Lau, avv. Valerio Maione, avv. Fabio Marcelli, ricercatore senior presso l’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR e copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED), avv. Marco Melano, avv. Paolo Mauriello, avv. Carlo Augusto Melis-Costa, avv. Ezio Menzione, avv. Alberta Milone, avv. Liana Nesta, avv. Gilberto Pagani, avv. Valentina Pieri, avv. Roberta Pierobon, avv. Barbara Porta, avv. Paola Regina, avv. Emanuele Ricchetti, avv. Silvia Ricci, avv. Francesco Romito, avv. Dario Rossi, avv. Flavio Rossi Albertini, avv. Elisabetta Rubini, Libertà e Giustizia, avv. Arturo Salerni, avv. Luca Saltalamacchia, avv. Paolo Solimeno, avv. Sonia Sommacal, avv. Armando Sorrentino, avv. Barbara Spinelli, copresidente dell’Associazione europea dei giuristi e delle giuriste per la democrazia e i diritti umani nel mondo, avv. Salvatore Tesoriero, avv. Enrico Tonolo, avv. Francesca Trasatti, avv. Agnese Usai, avv. Maria Teresa Vallefuoco, avv. Francesca Venditti, avv. Gianluca Vitale, avv. Luca Vuolo, avv. Nazzarena Zorzella, Alessandra Algostino, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università di Torino, Paola Altrui, giurista, Margherita Cantelli, giurista, Riccardo Cardilli, professore ordinario di diritto romano all’Università di Roma Due, Fabrizio Clementi, già dirigente ANCI, Luigi Daniele, professore associato di diritto internazionale Università del Molise, Micaela Frulli, Professoressa ordinaria di diritto Internazionale all’Università di Firenze, Domenico Gallo, già senatore e già magistrato, Teresa Lapis, giurista, Samuele Marcucci, giurista, Triestino Mariniello, professoree ordinario di diritto penale internazionale presso la Liverpool John Moores University, Ugo Mattei, professore di diritto civile all’Università di Torino e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale all’Università di Milano, Gianluca Schiavon, giurista, Eugenio Zaniboni, professore associato di diritto internazionale presso l’Università di Foggia, Maurizio Acerbo, già deputato,, Stefania Ascari, deputata, Michela Becchis, professoressa associata di Storia dell’arte medievale all’Università di Chieti, Sandra Bonsanti, Presidente emerita di Libertà e Giustizia Giuseppe De Cristofaro,senatore, Roberta De Monticelli, già professoressa ordinaria di Filosofia della persona presso l’Universita’ San Raffaele di Milano, Emilio De’ Capitàni, già segretario Commissione Libertà Civili (LIBE) del Parlamento Europeo, Francesca Ghirra, deputata, Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo, Daniela Padoan, scrittrice e presidente di Libertà e Giustizia, Silvia Petrucci, architetto, Widad Timimi, scrittrice, Presidente dell’Associazione Ioien “che io possa andare oltre”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2025
14/07/2024
“Il nemico interno”. Anche in Italia i liberali gettano la maschera
Qualche giorno fa era stato Angelo Panebianco a rompere i freni inibitori e ad evocare in un editoriale sul Corriere della Sera la categoria del “nemico interno da battere” in un contesto di forte crisi internazionale.
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
Fonte
Domenica, e non poteva mancare, è stato il direttore de La Repubblica, Molinari, a fare altrettanto, sottolineando “l’estensione della guerra segreta che, dal veleno sui social network ai piani di eliminazione fisica, Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo dentro i confini dei nostri Paesi”. Ovviamente Molinari aggiunge qualche nota di servizio pro domo ad Israele e contro l’Iran.
Per Panebianco “La crescita del «nemico interno» (le forze anti-sistema) può essere favorita da cambiamenti negli equilibri internazionali. Cambiamenti che innescano circoli viziosi: la governabilità è vieppiù compromessa, l’insoddisfazione degli elettori cresce, le forze anti-sistema guadagnano spazi e influenza”.
Per Molinari invece, il problema è certo la longa manu della Russia nei paesi occidentali, ma è anche il sostegno iraniano alle proteste anti-Israele in America che “descrivono i contorni della guerra segreta che Mosca ed i suoi alleati stanno conducendo sui territori del loro avversario: i Paesi democratici”.
Rispetto a Panebianco c’è parecchia malafede in più. Il primo appartiene alla generazione della Guerra Fredda per cui il nemico viene sempre da Est. Per Molinari – e i suoi mandanti – la estesa mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi da parte di Israele è un problema forse ancora maggiore della contrapposizione con la Russia ed ha assunto sicuramente una dimensione e una influenza di massa superiore alle mobilitazioni contro la guerra in Ucraina.
Quali conclusioni trarre dai due editoriali dei due maggiori giornali liberali italiani?
È che coloro che si considerano gli unici titolari delle libertà sono prontissimi a vederle sopprimere nei confronti di quelli che loro considerano “il nemico interno” o un ostacolo al ristabilimento della “interrotta” egemonia sionista sulla narrazione della questione palestinese.
Ragione per cui chi manifesta contro la guerra in Ucraina e l’invio di armi italiane al fronte o in solidarietà con il popolo palestinese, non va considerato come una opzione politica con crescenti consensi nella società ma alla stregua di un nemico da colpire e neutralizzare, né più né meno dei fanti russi o dei combattenti palestinesi.
È probabile che gli editoriali di Panebianco e Molinari troveranno orecchie attente e disponibili nel governo della destra e nei suoi apparati repressivi. Anche sul piano della comunicazione e dell’informazione.
Del resto gli scenari che abbiamo visto delinearsi in Francia sono la conferma che i liberali preferiscono i fascisti ai comunisti e i guerrafondai ai pacifisti. Lo hanno detto e fatto sempre nella storia europea. Con i tragici esiti che abbiamo conosciuto dagli anni Trenta in poi.
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19/04/2024
Gli sponsor di guerra del gruppo Gedi
Ieri pomeriggio si è svolto uno degli incontri del ciclo “Italia 2024: Persone, Lavoro, Impresa”, promosso da PwC Italia (un’agenzia di servizi alle imprese) e il gruppo editoriale Gedi. A giudicare dal titolo dell’evento, l’Italia del 2024 sarà ufficialmente un paese in mano al comparto militare-industriale.
“Il ruolo della ricerca nel campo della Difesa nello sviluppo economico italiano” era il nome dell’iniziativa. L’obiettivo era chiaro: promuovere l’economia di guerra e gli operatori del settore che ne guadagnano.
Tra questi, anche gli stessi organizzatori dell’evento, ovvero il gruppo Gedi che possiede anche i giornali La Stampa e La Repubblica. Proprio su quest’ultima testata è uscito un articolo al riguardo, che nulla ha a che fare con l’informazione, ma solo con la propaganda e la pubblicità all’industria di morte.
La Repubblica ha dedicato dunque spazio alla promozione di questo dibattito, elencando una lunga serie di dati che dovrebbero convincere il lettore dell’importanza della produzione bellica nello sviluppo del paese. Il giornale ha anche ricordato che lo scorso 6 marzo la Commissione UE ha presentato la sua prima strategia industriale sulla difesa.
L’ipotesi di usare l’economia di guerra per dare una risposta alla crisi irrisolvibile del capitale europeo viene perseguita con consapevolezza. La Repubblica si prende la briga di legittimare nell’opinione pubblica questa deriva bellicista.
Per farlo, ovviamente non si può dare spazio alle voci critiche ad essa. All’evento sono infatti invitati il ministro della Difesa Crosetto, l’amministratore delegato della Beretta, altri esponenti del mondo della produzione militare e lo stesso direttore editoriale del gruppo Gedi e di Repubblica, Maurizio Molinari.
Bisogna ricordare che Molinari è il giornalista che si era lamentato delle contestazioni ricevute a Napoli per il suo posizionamento filo-sionista. E che poco dopo è stato sfiduciato dalla sua redazione per aver mandato al macero 100 mila copie dell’inserto Affari&Finanza, perché all’interno vi era un articolo poco lusinghiero su Stellantis, che condivide col gruppo Gedi il presidente John Elkann.
L’editoriale de Il Foglio del 10 aprile lo ha detto nel sottotitolo: “I giornali difendono anche interessi”. Molinari e il gruppo Gedi ci ha mostrato che difende non solo lo sfruttamento dei prenditori di Stellantis, ma anche il comparto militare-industriale in cui ha alcune partecipazioni.
RadioCittàFujiko, un mese dopo l’inizio dell’operazione russa in Ucraina, aveva parlato di “Editori con l’elmetto”, ricostruendo gli interessi del gruppo Gedi nel settore bellico. Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo, ha definito Repubblica come “bollettino dell’industria militare”, una definizione decisamente azzeccata.
Oggi, con il genocidio dei palestinesi, questi interessi vengono confermati in un quadro di scivolamento dell’intero modello economico e sociale verso la guerra. Il filo che lega NATO, crimini sionisti e torsione autoritaria e antidemocratica nelle piazze e nell’informazione del nostro paese risulta evidente.
Le lotte che fanno emergere questo filo e combattono contro i suoi attori esprimono sempre più un’alternativa generale, e anche l’unica opportunità per uscire da un sistema incancrenito nella crisi e nella guerra.
Fonte
“Il ruolo della ricerca nel campo della Difesa nello sviluppo economico italiano” era il nome dell’iniziativa. L’obiettivo era chiaro: promuovere l’economia di guerra e gli operatori del settore che ne guadagnano.
Tra questi, anche gli stessi organizzatori dell’evento, ovvero il gruppo Gedi che possiede anche i giornali La Stampa e La Repubblica. Proprio su quest’ultima testata è uscito un articolo al riguardo, che nulla ha a che fare con l’informazione, ma solo con la propaganda e la pubblicità all’industria di morte.
La Repubblica ha dedicato dunque spazio alla promozione di questo dibattito, elencando una lunga serie di dati che dovrebbero convincere il lettore dell’importanza della produzione bellica nello sviluppo del paese. Il giornale ha anche ricordato che lo scorso 6 marzo la Commissione UE ha presentato la sua prima strategia industriale sulla difesa.
L’ipotesi di usare l’economia di guerra per dare una risposta alla crisi irrisolvibile del capitale europeo viene perseguita con consapevolezza. La Repubblica si prende la briga di legittimare nell’opinione pubblica questa deriva bellicista.
Per farlo, ovviamente non si può dare spazio alle voci critiche ad essa. All’evento sono infatti invitati il ministro della Difesa Crosetto, l’amministratore delegato della Beretta, altri esponenti del mondo della produzione militare e lo stesso direttore editoriale del gruppo Gedi e di Repubblica, Maurizio Molinari.
Bisogna ricordare che Molinari è il giornalista che si era lamentato delle contestazioni ricevute a Napoli per il suo posizionamento filo-sionista. E che poco dopo è stato sfiduciato dalla sua redazione per aver mandato al macero 100 mila copie dell’inserto Affari&Finanza, perché all’interno vi era un articolo poco lusinghiero su Stellantis, che condivide col gruppo Gedi il presidente John Elkann.
L’editoriale de Il Foglio del 10 aprile lo ha detto nel sottotitolo: “I giornali difendono anche interessi”. Molinari e il gruppo Gedi ci ha mostrato che difende non solo lo sfruttamento dei prenditori di Stellantis, ma anche il comparto militare-industriale in cui ha alcune partecipazioni.
RadioCittàFujiko, un mese dopo l’inizio dell’operazione russa in Ucraina, aveva parlato di “Editori con l’elmetto”, ricostruendo gli interessi del gruppo Gedi nel settore bellico. Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo, ha definito Repubblica come “bollettino dell’industria militare”, una definizione decisamente azzeccata.
Oggi, con il genocidio dei palestinesi, questi interessi vengono confermati in un quadro di scivolamento dell’intero modello economico e sociale verso la guerra. Il filo che lega NATO, crimini sionisti e torsione autoritaria e antidemocratica nelle piazze e nell’informazione del nostro paese risulta evidente.
Le lotte che fanno emergere questo filo e combattono contro i suoi attori esprimono sempre più un’alternativa generale, e anche l’unica opportunità per uscire da un sistema incancrenito nella crisi e nella guerra.
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10/04/2024
Molinari sotto accusa. Stavolta non dagli studenti, ma dai suoi giornalisti
Il testa a testa questa volta non è tra gli studenti solidali con la Palestina e il direttore de La Repubblica Molinari noto per le sue simpatie filo-israeliane. La notizia semmai è ancora più clamorosa e significativa e ci restituisce la molta ipocrisia di quando si invoca la “libertà di parola” ma solo per i potenti e i loro portavoce.
Questa volta Molinari deve vedersela con il comitato di redazione del suo giornale – anzi del giornale di proprietà della rissosa famiglia Agnelli-Elkann – che non ha gradito l’intervento del direttore per bloccare un articolo, non lusinghiero sulle relazioni economiche tra Italia e Francia, che metteva in imbarazzo la famiglia proprietaria del giornale e indirettamente i suoi rapporti “asimmetrici” dentro Stellantis.
Ma oltre a bloccare e sostituire un articolo, è arrivato l’ordine di buttare al macero le copie già stampate e pronte per essere distribuite lunedì mattina.
“L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, è quanto si legge nella nota del Cdr di Repubblica emessa l’8 aprile.
Il comunicato prosegue affermando che: “Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione.
In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”.
Il Comitato di redazione di Repubblica è insorto perché il numero dell’inserto economico settimanale Affari&Finanza, già pronto per la distribuzione nelle edicole l’8 aprile, è stato ritirato all’ultimo momento dalla direzione, inviato al macero, e sostituito da una nuova versione.
Il motivo? L’articolo in prima pagina dedicato agli intrecci economici tra Italia e Francia. E soprattutto sul ruolo negativo di Stellantis, ex Fiat,in cui è presidente John Elkann, ossia la famiglia Agnelli (casualmente proprietaria anche di Repubblica).
L’articolo, in questione già firmato da un giornalista di fama come Giovanni Pons, è stato pesantemente corretto e sostituito da un articolo sullo stesso argomento, ma con contenuti diversi, firmato dal vicedirettore di Repubblica, Walter Gabbiati.
La versione originale dell’articolo parlava esplicitamente del fatto che l’Italia e le aziende italiane sono state trattate negli ultimi vent’anni come “terra di conquista” da governi e imprenditori francesi. Il caso della Stellantis, che si è presa la FCA/Fiat, è solo uno dei più clamorosi.
Nell’articolo originale ad esempio era scritto che “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMittal dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Dopo l’intervento della direzione è stato invece riscritto così: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”.
Inoltre risulta tagliato anche il capoverso in cui veniva affrontato il tema di come aggiustare il rapporto di forza sbilanciato della Francia sulle aziende italiane.
E Molinari ha pensato bene di non disturbare i sonni del proprio padrone.
Fonte
Questa volta Molinari deve vedersela con il comitato di redazione del suo giornale – anzi del giornale di proprietà della rissosa famiglia Agnelli-Elkann – che non ha gradito l’intervento del direttore per bloccare un articolo, non lusinghiero sulle relazioni economiche tra Italia e Francia, che metteva in imbarazzo la famiglia proprietaria del giornale e indirettamente i suoi rapporti “asimmetrici” dentro Stellantis.
Ma oltre a bloccare e sostituire un articolo, è arrivato l’ordine di buttare al macero le copie già stampate e pronte per essere distribuite lunedì mattina.
“L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica ha approvato a larga maggioranza (164 sì, 55 no, 35 astenuti) una mozione di sfiducia al direttore Maurizio Molinari e proclamato per 24 ore uno sciopero delle firme. Uno sciopero proclamato dal Comitato di redazione per denunciare la gravità dei fatti che hanno portato alla censura del servizio di apertura di Affari&Finanza nel numero dell’8 aprile”, è quanto si legge nella nota del Cdr di Repubblica emessa l’8 aprile.
Il comunicato prosegue affermando che: “Il direttore ha la potestà di decidere che cosa venga pubblicato o meno sul giornale che dirige, ma non di intervenire a conclusione di un lavoro di ricerca, di verifica dei fatti e di confronto con le fonti da parte di un collega, soprattutto se concordato con la redazione.
In questo modo viene lesa l’autonomia di ogni singolo giornalista di Repubblica e ciò costituisce un precedente che mette in discussione, per il futuro, il valore del nostro lavoro. Il Cdr considera altrettanto grave che l’intervento abbia portato a bloccare la stampa del giornale, in particolare perché la direzione aveva già dato il via libera alla pubblicazione. È indice di una mancata organizzazione che espone ad arbitrarietà incontrollata il lavoro di tutti”.
Il Comitato di redazione di Repubblica è insorto perché il numero dell’inserto economico settimanale Affari&Finanza, già pronto per la distribuzione nelle edicole l’8 aprile, è stato ritirato all’ultimo momento dalla direzione, inviato al macero, e sostituito da una nuova versione.
Il motivo? L’articolo in prima pagina dedicato agli intrecci economici tra Italia e Francia. E soprattutto sul ruolo negativo di Stellantis, ex Fiat,in cui è presidente John Elkann, ossia la famiglia Agnelli (casualmente proprietaria anche di Repubblica).
L’articolo, in questione già firmato da un giornalista di fama come Giovanni Pons, è stato pesantemente corretto e sostituito da un articolo sullo stesso argomento, ma con contenuti diversi, firmato dal vicedirettore di Repubblica, Walter Gabbiati.
La versione originale dell’articolo parlava esplicitamente del fatto che l’Italia e le aziende italiane sono state trattate negli ultimi vent’anni come “terra di conquista” da governi e imprenditori francesi. Il caso della Stellantis, che si è presa la FCA/Fiat, è solo uno dei più clamorosi.
Nell’articolo originale ad esempio era scritto che “I casi Stm, Tim e la fuga di ArcelorMittal dall’Ilva riaccendono le polemiche sul rapporto sbilanciato tra Italia e Francia”. Dopo l’intervento della direzione è stato invece riscritto così: “I casi Stm, Tim e la fuga di Arcelor dall’Ilva riaccendono le polemiche. Funzionano quando è il business a guidare”.
Inoltre risulta tagliato anche il capoverso in cui veniva affrontato il tema di come aggiustare il rapporto di forza sbilanciato della Francia sulle aziende italiane.
E Molinari ha pensato bene di non disturbare i sonni del proprio padrone.
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08/04/2024
L’invenzione delle decapitazioni di bimbi e degli stupri di massa del 7 ottobre 2023
Breve storia dei fake usati per giustificare un genocidio e della pagina più buia del giornalismo italiano dal dopoguerra.
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
Fonte
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
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16/03/2024
Il “vittimismo aggressivo” all’assalto delle università
“I fatti di Napoli” – dopo quelli Roma – rimbalzano sui media e riscuotono la condanna anche del Presidente della Repubblica.
Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.
Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.
Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».
Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».
Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.
Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).
Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.
Stiamo al punto.
Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.
Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).
Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.
Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...
Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...
Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?
Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?
Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.
Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.
Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.
Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.
Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.
È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.
Fonte
Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.
Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.
Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».
Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».
Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.
Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).
Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.
Stiamo al punto.
Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.
Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).
Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.
Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...
Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...
Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?
Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?
Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.
Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.
Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.
Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.
Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.
È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.
Fonte
31/12/2021
Le “fonti” del direttore de La Repubblica
Wikileaks Italian questa mattina ha pubblicato un tweet in cui rende noto un file estremamente significativo, anche se riferito al 2006. L’attuale direttore di Repubblica Maurizio Molinari, allora editorialista de La Stampa, acquisiva informazioni dalla società di intelligence privata statunitense Stratfor, ritenuta vicino alla CIA.
Stratfor così ama definirsi: “Stratfor Worldview sviluppa analisi complete, indipendenti e imparziali esaminando gli eventi globali attraverso la lente della geopolitica e della metodologia proprietaria di Stratfor. Ciò consente agli analisti di interpretare il significato degli eventi globali di oggi, eliminare il rumore, informare il processo decisionale e sviluppare una visione più accurata del futuro”.
Secondo la definizione de Il Sole 24 Ore in un articolo del 2012, Stratfor è “quella che alcuni chiamano l’altra Cia ovvero StratFor, azienda specializzata in intelligence e sicurezza dei privati, fondata dallo scrittore e politologo George Friedman, una corazzata di segreti, a fine dicembre violata dagli hacker di Anonymus”.
La stessa La Repubblica – quando il direttore non era ancora Molinari – scriveva il 27 febbraio 2012 che:
“È definita “the shadow Cia”. L’ ombra della Cia. È americana, si chiama Stratfor, è un’ azienda privata, che vende e compra informazioni destinate a clienti ricchi e potenti. Governi e multinazionali. Ora, per la prima volta, è possibile aprire uno squarcio nel mondo segreto di Stratfor. L’ Espresso, con un pool di media internazionali, ha avuto accesso a una serie di documenti esclusivi, anticipati da Repubblica. Sono i Global Intelligence Files: 5,3 milioni di email interne, documenti ottenuti da WikiLeaks e che l’organizzazione di Assange inizia oggi a pubblicare sul sito (wikileaks.org/gifiles). I file lasciano capire come gli analisti di Stratfor abbiano accesso a informazioni esclusive, come quelle sul materiale sequestrato nel covo di Bin Laden, sulle condizioni di salute di capi di Stato, su WikiLeaks e Julian Assange. Grazie a una rete di gole profonde disseminate per il pianeta. Dal Kazakhstan alla Moldavia, dalla Cina fino all’Italia di Berlusconi. Generali, politici, accademici, hacker, giornalisti, spie e diplomatici. Stratfor non sembra aver protetto le identità di molte fonti. L’ Espresso non rilascerà i file riguardanti le fonti”.Molinari attualmente è il direttore de La Repubblica diventato il quotidiano più “embedded” e attivo nella nuova Guerra Fredda scatenata dagli Usa contro Russia e Cina.
Si parla spesso di frequentazioni strette di Molinari con gli apparati di intelligence israeliani. Ma quanto rivelato da Wikileaks conferma che il giro delle fonti che ispirano editoriali, articoli e commenti è ben circoscritto. Il direttore de La Repubblica adesso può confermare o smentire il documento pubblicato da Wikileaks. Probabilmente derubricherà Stratfor non come fronte di intelligence vicina alla Cia ma come fonte di informazioni riservate a pagamento. Qualcuno negli Usa la definisce come “L’Economist di una settimana dopo ma più costoso”, ma sembra più una operazione per sminuirne l’importanza che una smentita delle strette relazioni tra Stratfor e Cia.
I files di Wikileaks riservano continuamente più conferme che sorprese. Ed è proprio per questo che vorrebbero seppellire vivo – o liquidare – Julian Assange con il complice silenzio di molti mass media che sanno di avere più di qualche scheletro nell’armadio.
Fonte
12/10/2021
Le deliranti parole di Maurizio Molinari sui NoTav
Domenica è successo in televisione qualcosa che ci dice molto sullo stato dell’informazione e quindi dello stato del paese. Nel talk show Mezz’ora in più, su Rai 3, gli ospiti si sono lanciati in uno spericolato esercizio di benaltrismo commentando l’irruzione di sabato alla sede CGIL.
Tra l’approvazione dei presenti, il direttore del quotidiano la Repubblica, Maurizio Molinari, ha proferito un appassionato monologo sul movimento no tav, che riportiamo testualmente
“I No Tav sono un organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano anni '70. Diciamo che per un torinese, No Tav significa sicuramente terrorista metropolitano, chiunque vive a Torino ha questa percezione. La cosa più grave nei confronti dei No Tav è che siccome si avvolgono di una motivazione ambientalista, quando questa motivazione viene legittimata loro reclutano, con una dinamica che ci riporta davvero agli anni '70”.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che sabotaggi, manifestazioni, picchetti e disobbedienza civile sono pratiche di resistenza portate avanti dai movimenti ambientalisti in tutto il globo, tra l’altro regolarmente celebrate proprio sulle pagine del suo giornale purché si verifichino a quella distanza di sicurezza che non infastidisce i finanziatori del suo gruppo editoriale.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che la sua percezione del movimento no tav non è quella di “chiunque vive a Torino”, ma quella di un ristrettissimo circolino formato da qualche esaltato che si è entusiasmato per le madamine del Rotary club, il tempo di un happening in piazza Castello.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che nel movimento no tav si riconoscono, da decenni, centinaia di migliaia di cittadini tra Torino e la Val Susa, la totalità delle associazioni ecologiste italiane e dei partiti verdi che siedono al parlamento europeo senza contare sindaci, consiglieri regionali, unione montana e decine di enti in tutta la regione Piemonte.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “i no tav” non sono un’organizzazione, violenta o non-violenta che sia, ma un movimento che fa paura per una sua peculiarità davvero unica in Italia: fa quello che dice e dice quello che fa.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “il terrore” in Val di Susa lo elargisce uno Stato che manganella una popolazione che ha la sola colpa di aver tenuto la schiena dritta per troppo tempo, che minaccia di togliere i figli ai genitori che li portano a manifestare, che entra all’alba nella case per portarsi via parrucchieri, pescivendoli, studenti, commesse e pensionati per rinchiuderli tra quattro mura.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che lui fa il direttore del principale quotidiano “di sinistra” e che sta parlando del più longevo e radicato movimento ambientalista italiano. E che è proprio fortunato a vivere in un paese in cui può vendere anche una solo copia dopo una sparata del genere.
P.S.
Che Maurizio Landini, presente in studio, se ne sia stato capo chino ad annuire a questa serie di enormità, pronunciate tra l’altro nel solo intento di ridimensionare l’assalto alla sede del sindacato di cui è segretario generale, la dice lunga anche sullo stato della CGIL.
Fonte
Tra l’approvazione dei presenti, il direttore del quotidiano la Repubblica, Maurizio Molinari, ha proferito un appassionato monologo sul movimento no tav, che riportiamo testualmente
“I No Tav sono un organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano anni '70. Diciamo che per un torinese, No Tav significa sicuramente terrorista metropolitano, chiunque vive a Torino ha questa percezione. La cosa più grave nei confronti dei No Tav è che siccome si avvolgono di una motivazione ambientalista, quando questa motivazione viene legittimata loro reclutano, con una dinamica che ci riporta davvero agli anni '70”.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che sabotaggi, manifestazioni, picchetti e disobbedienza civile sono pratiche di resistenza portate avanti dai movimenti ambientalisti in tutto il globo, tra l’altro regolarmente celebrate proprio sulle pagine del suo giornale purché si verifichino a quella distanza di sicurezza che non infastidisce i finanziatori del suo gruppo editoriale.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che la sua percezione del movimento no tav non è quella di “chiunque vive a Torino”, ma quella di un ristrettissimo circolino formato da qualche esaltato che si è entusiasmato per le madamine del Rotary club, il tempo di un happening in piazza Castello.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che nel movimento no tav si riconoscono, da decenni, centinaia di migliaia di cittadini tra Torino e la Val Susa, la totalità delle associazioni ecologiste italiane e dei partiti verdi che siedono al parlamento europeo senza contare sindaci, consiglieri regionali, unione montana e decine di enti in tutta la regione Piemonte.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “i no tav” non sono un’organizzazione, violenta o non-violenta che sia, ma un movimento che fa paura per una sua peculiarità davvero unica in Italia: fa quello che dice e dice quello che fa.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che “il terrore” in Val di Susa lo elargisce uno Stato che manganella una popolazione che ha la sola colpa di aver tenuto la schiena dritta per troppo tempo, che minaccia di togliere i figli ai genitori che li portano a manifestare, che entra all’alba nella case per portarsi via parrucchieri, pescivendoli, studenti, commesse e pensionati per rinchiuderli tra quattro mura.
Forse vale la pena ricordare a Molinari che lui fa il direttore del principale quotidiano “di sinistra” e che sta parlando del più longevo e radicato movimento ambientalista italiano. E che è proprio fortunato a vivere in un paese in cui può vendere anche una solo copia dopo una sparata del genere.
P.S.
Che Maurizio Landini, presente in studio, se ne sia stato capo chino ad annuire a questa serie di enormità, pronunciate tra l’altro nel solo intento di ridimensionare l’assalto alla sede del sindacato di cui è segretario generale, la dice lunga anche sullo stato della CGIL.
Fonte
19/05/2020
Il dittatore dello stato libero di Repubblica
Cadono le foglie di fico e si vede tutto. C’è proprio poco, diciamolo subito!
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con De Benedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto... agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria...).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”...
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo...
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi...
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti...
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brillante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda...).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti...).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere...
Qui di seguito lo stupefatto articolo di Professione Reporter,
Alle ore 15 di lunedì 18 maggio è stata convocata a Repubblica un’assemblea. Ordine del giorno: il caso Fca, ex Fiat e il prestito da 6,3 miliardi che ha chiesto di garantire alla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il comitato di redazione mette sul piatto le sue dimissioni, dopo il rifiuto del direttore Maurizio Molinari a pubblicare un comunicato, così come prevede il contratto di lavoro all’articolo 34.
Repubblica di domenica 17 maggio ha dedicato un richiamo in prima e l’intera pagina 26 alla vicenda, con due pezzi, uno di Paolo Griseri nel quale si spiega che il prestito andrà a beneficio del lavoro in Italia e uno del caporedattore Economia e finanza Francesco Manacorda intitolato “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”.
Qui si racconta che Fca fa un quarto del suo fatturato in Italia, che “paga in Italia tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese”, che il settore automotive assicura il 6 per cento del Pil nazionale e il 7 per cento dell’occupazione.
Il cdr protesta, il sindacato interno dei giornalisti ritiene che si tratti di una copertura dell’evento squilibrata a favore dell’azienda controllata dal principale azionista del giornale, la Exor di John Elkann. Chiede di pubblicare un comunicato sul giornale. Molinari rifiuta.
Il cdr convoca l’assemblea (in video) con due punti all’ordine del giorno: ricadute del caso Fca, dimissioni del cdr. Molinari ha dato la disponibilità ad intervenire all’assemblea, per illustrare le sue ragioni.
L’insediamento del nuovo direttore in poco più di un mese ha già vissuto vari momenti di tensione con la redazione.
Sciopero quando il predecessore Verdelli è stato sostituito proprio nel giorno (23 aprile) in cui, secondo i gruppi neonazisti che lo minacciavano, sarebbe dovuto morire.
Polemica sull’istituzione del premio per il miglior giornalista della settimana con 600 euro in palio.
Esodo, per solidarietà con Verdelli e per i mutamenti avvenuti nei contenuti del giornale, di alcuni collaboratori come Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias. Clamore per la decisione di Molinari di scrivere un fondo ogni domenica sotto quello del Fondatore Eugenio Scalfari.
Ora è la volta del caso Fca e dei 6,3 miliardi di prestito a tasso agevolato da parte di intesa San Paolo con garanzia pubblica.
Fonte
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con De Benedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto... agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria...).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”...
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo...
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi...
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti...
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brillante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda...).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti...).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere...
Qui di seguito lo stupefatto articolo di Professione Reporter,
*****
Repubblica, Molinari non pubblica il comunicato del cdr sui 6,3 miliardi alla Fca
Alle ore 15 di lunedì 18 maggio è stata convocata a Repubblica un’assemblea. Ordine del giorno: il caso Fca, ex Fiat e il prestito da 6,3 miliardi che ha chiesto di garantire alla Sace, società controllata dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il comitato di redazione mette sul piatto le sue dimissioni, dopo il rifiuto del direttore Maurizio Molinari a pubblicare un comunicato, così come prevede il contratto di lavoro all’articolo 34.
Repubblica di domenica 17 maggio ha dedicato un richiamo in prima e l’intera pagina 26 alla vicenda, con due pezzi, uno di Paolo Griseri nel quale si spiega che il prestito andrà a beneficio del lavoro in Italia e uno del caporedattore Economia e finanza Francesco Manacorda intitolato “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”.
Qui si racconta che Fca fa un quarto del suo fatturato in Italia, che “paga in Italia tutte le tasse sulla attività nel nostro Paese”, che il settore automotive assicura il 6 per cento del Pil nazionale e il 7 per cento dell’occupazione.
Il cdr protesta, il sindacato interno dei giornalisti ritiene che si tratti di una copertura dell’evento squilibrata a favore dell’azienda controllata dal principale azionista del giornale, la Exor di John Elkann. Chiede di pubblicare un comunicato sul giornale. Molinari rifiuta.
Il cdr convoca l’assemblea (in video) con due punti all’ordine del giorno: ricadute del caso Fca, dimissioni del cdr. Molinari ha dato la disponibilità ad intervenire all’assemblea, per illustrare le sue ragioni.
L’insediamento del nuovo direttore in poco più di un mese ha già vissuto vari momenti di tensione con la redazione.
Sciopero quando il predecessore Verdelli è stato sostituito proprio nel giorno (23 aprile) in cui, secondo i gruppi neonazisti che lo minacciavano, sarebbe dovuto morire.
Polemica sull’istituzione del premio per il miglior giornalista della settimana con 600 euro in palio.
Esodo, per solidarietà con Verdelli e per i mutamenti avvenuti nei contenuti del giornale, di alcuni collaboratori come Gad Lerner, Enrico Deaglio, Pino Corrias. Clamore per la decisione di Molinari di scrivere un fondo ogni domenica sotto quello del Fondatore Eugenio Scalfari.
Ora è la volta del caso Fca e dei 6,3 miliardi di prestito a tasso agevolato da parte di intesa San Paolo con garanzia pubblica.
Fonte
17/03/2019
Gli Usa minacciano Mattarella, via La Stampa
Negli anni ‘70 qualsiasi formazione di sinistra, soprattutto rivoluzionaria, definiva l’Italia “anello debole della catena imperialista”. Naturalmente, venivano tutte accusate di essere “ideologiche”, non realistiche, astratte, ecc.
Contrordine, compagni! Avevamo ragione... Anzi, avevamo così ragione da convincere, alla fine, persino il direttore de La Stampa, foglio di casa Agnelli – ora transitato nell’orbita di Repubblica-L’Espresso – che gli operai torinesi hanno sempre chiamato, senza affetto, la busiarda.
Maurizio Molinari non è un direttore qualsiasi. Ex inviato negli Stati Uniti e a Gerusalemme si è sempre distinto per assoluta osservanza delle indicazioni provenienti dai governi che lo ospitavano. Tanto da far sospettare ai soliti “complottisti” che avesse ottimi rapporti sia con la Cia sia con il Mossad...
E oggi, quasi alla vigilia della firma del Memorandum of Understanding con la Cina, alla presenza di Xi Jinping, scrive: “bisogna tenere presente che l’Italia è diventata l’anello debole di un Occidente in difficoltà davanti a due rivali strategici divenuti temibili: Cina e Russia. Dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 Pechino e Mosca non sono mai stati così in crescita. Nel caso della Cina si tratta di una crescita soprattutto economica che consente di gareggiare testa a testa con Washington per la leadership sul pil globale disponendo al tempo stesso di un formidabile progetto di infrastrutture per estendere la propria influenza all’Euroasia e di una tecnologia – il 5G – capace di cambiare il modo in cui comunichiamo. Se a tutto ciò aggiungiamo un apparato di intelligence che supera il milione di effettivi – il più numeroso al mondo – non è difficile arrivare alla conclusione Che Pechino sia oggi portatrice di una sfida mollo efficace all’Occidente perché punta a spostare il baricentro dello sviluppo del Pianeta dalla dorsale New York-Londra alla macroregione Pechino-Shanghai.”
Tono allarmato, sguardo cupo, accuse esplicite (oltre al dossier cinese si citano quelli sugli F35, l’”ambiguità sul Venezuela”, una certa freddezza con la “narrativa” UE), minacce velate. Va avanti come un treno dell’intelligence ricordando il Donbass, le presunte cyber-offensive dei russi, il ruolo in Medio Oriente e Africa di entrambi. Il tutto in un contesto di “debolezza in tema di Nato e Ue dovuta a carenza di leadership, rivalità nazionali e protesta sociale”.
Un analista serio si fermerebbe, a questo punto, per chiedersi la ragione di questa triade di problemi interni irrisolti, visto che non ce li ha regalati il “nemico” ma si sono creati in casa. Se le leadership (da Merkel a Macron, per non parlare degli altri fantasmi che appaiono e scompaiono nel giro di qualche mese in Italia, e Spagna) sono di bassa qualità significa che i meccanismi storici per selezionarla dalla culla al ministero – i partiti di massa dotati di ideologia e visione – si sono inceppati o sono rimasti annientati. Se le rivalità nazionali rinascono prepotenti dentro un sistema di trattati e fedeltà pensato per renderle impossibili significa che quel sistema è strutturalmente sbagliato. Se riesplode la protesta sociale – per ora soprattutto in Francia, l’ultima arrivata alle “riforme strutturali” imposte dall’ordoliberismo europeo – vuol dire che non è possibile comprimere ancora le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione.
Soprattutto: se i cinesi crescono a velocità inimmaginabile per le stanche economie Usa e Ue, significa che il “modello occidentale” che aveva privilegiato la finanza rispetto alla produzione materiale (lavoro mentale compreso) non regge la prova dei fatti.
Ma Molinari non è pagato per fare l’autocritica dell’Occidente. Il compito che si è assunto con l’editoriale di stamattina è quello di infilare nelle orecchie dei governanti gialloverdi – e soprattutto in quelle di Sergio Mattarella, che ha dato pochi giorni fa il suo “ok” alla firma del Memorandum – il tarlo della paura. Per essere proprio espliciti:
“Ciò spiega perché Washington, Parigi e Berlino guardano sempre più al Quirinale quando entrano in gioco temi cruciali per la sicurezza dell’Occidente. In attesa di comprendere se il governo di Giuseppe Conte riuscirà ad esprimere posizioni capaci di superare le incertezze di questi mesi. Tutto ciò non significa che l’Italia debba rinunciare alla tutela dei propri interessi nazionali, economici e politici, ma la sfida è armonizzarli con la nostra adesione alle alleanze Ue e Nato. Senza le quali il nostro benessere e la nostra sicurezza sarebbero a rischio.”
Crediamo che mai in tempi recenti, almeno dalla caduta del Muro ad oggi, un presidente della Repubblica era stato minacciato così apertamente da parte degli Stati Uniti (sia pure per la via “informale” di un editoriale di quotidiano).
E il fatto che avvenga dà la misura del livello di tensione che si è prodotto in questo scontro geopolitico a tre (Ue, Usa e Cina) intorno al futuro dell’Italia, non appena si è prospettata la possibilità di diventare un terminale privilegiato (per la posizione centrale nel Mediterraneo) della nuova Via della Seta.
Come osserva Pasqale Cicalese, “nel gioco abbiamo tre civiltà millenarie: Cina, Italia, Vaticano. E una nazione che ha 300 anni di vita, di cui gli ultimi 80 anni ha dominato, gli Usa. Che sono in uno spaventoso declino industriale. La Cina ha 1,4 miliardi di persone, il Vaticano ha 1,2 miliardi di cattolici nel mondo, moltissimi in Africa. I cattolici in Cina sono 10 milioni, gli evangelici filo americani 100 milioni. Xi preferisce il Vaticano agli evangelici e a settembre scorso ha fatto un accordo per la nomina dei vescovi con il Vaticano. Entrambi attendono pazienti uno storico accordo, hanno tutto il tempo necessario. L’impronta del Mou è del Vaticano, oggetto di attacchi da parte dei cardinali americani dopo l’accordo di settembre con la Cina, in merito alla questione della pedofilia. Francesco ha resistito e ora gioca la carta italiana. Con l’imprimatur di Mattarella”.
E’ tutto molto più complicato di quanto provano a raccontare i “terminali passivi” di questo o quel protagonista globale. E non fanno neanche un buon lavoro di “istruzione” per questa classe politica di absolute beginners, costringendoli dunque a muoversi senza mai capire bene dove stanno mettendo i piedi (un po’ come Draghi, no?).
Non siamo complottisti, e quindi non crediamo che Molinari abbia obbedito a una telefonata giunta da Washington o dall’ambasciatore in Italia. Di certo, stavolta, non gli è arrivata da Tel Aviv. Basta leggersi come gli israeliani, invece, sognano di moltiplicare il business grazie all’arrivo dei cinesi nel fu Mare Nostrum.
Fonte
Contrordine, compagni! Avevamo ragione... Anzi, avevamo così ragione da convincere, alla fine, persino il direttore de La Stampa, foglio di casa Agnelli – ora transitato nell’orbita di Repubblica-L’Espresso – che gli operai torinesi hanno sempre chiamato, senza affetto, la busiarda.
Maurizio Molinari non è un direttore qualsiasi. Ex inviato negli Stati Uniti e a Gerusalemme si è sempre distinto per assoluta osservanza delle indicazioni provenienti dai governi che lo ospitavano. Tanto da far sospettare ai soliti “complottisti” che avesse ottimi rapporti sia con la Cia sia con il Mossad...
E oggi, quasi alla vigilia della firma del Memorandum of Understanding con la Cina, alla presenza di Xi Jinping, scrive: “bisogna tenere presente che l’Italia è diventata l’anello debole di un Occidente in difficoltà davanti a due rivali strategici divenuti temibili: Cina e Russia. Dal crollo del Muro di Berlino nel 1989 Pechino e Mosca non sono mai stati così in crescita. Nel caso della Cina si tratta di una crescita soprattutto economica che consente di gareggiare testa a testa con Washington per la leadership sul pil globale disponendo al tempo stesso di un formidabile progetto di infrastrutture per estendere la propria influenza all’Euroasia e di una tecnologia – il 5G – capace di cambiare il modo in cui comunichiamo. Se a tutto ciò aggiungiamo un apparato di intelligence che supera il milione di effettivi – il più numeroso al mondo – non è difficile arrivare alla conclusione Che Pechino sia oggi portatrice di una sfida mollo efficace all’Occidente perché punta a spostare il baricentro dello sviluppo del Pianeta dalla dorsale New York-Londra alla macroregione Pechino-Shanghai.”
Tono allarmato, sguardo cupo, accuse esplicite (oltre al dossier cinese si citano quelli sugli F35, l’”ambiguità sul Venezuela”, una certa freddezza con la “narrativa” UE), minacce velate. Va avanti come un treno dell’intelligence ricordando il Donbass, le presunte cyber-offensive dei russi, il ruolo in Medio Oriente e Africa di entrambi. Il tutto in un contesto di “debolezza in tema di Nato e Ue dovuta a carenza di leadership, rivalità nazionali e protesta sociale”.
Un analista serio si fermerebbe, a questo punto, per chiedersi la ragione di questa triade di problemi interni irrisolti, visto che non ce li ha regalati il “nemico” ma si sono creati in casa. Se le leadership (da Merkel a Macron, per non parlare degli altri fantasmi che appaiono e scompaiono nel giro di qualche mese in Italia, e Spagna) sono di bassa qualità significa che i meccanismi storici per selezionarla dalla culla al ministero – i partiti di massa dotati di ideologia e visione – si sono inceppati o sono rimasti annientati. Se le rivalità nazionali rinascono prepotenti dentro un sistema di trattati e fedeltà pensato per renderle impossibili significa che quel sistema è strutturalmente sbagliato. Se riesplode la protesta sociale – per ora soprattutto in Francia, l’ultima arrivata alle “riforme strutturali” imposte dall’ordoliberismo europeo – vuol dire che non è possibile comprimere ancora le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione.
Soprattutto: se i cinesi crescono a velocità inimmaginabile per le stanche economie Usa e Ue, significa che il “modello occidentale” che aveva privilegiato la finanza rispetto alla produzione materiale (lavoro mentale compreso) non regge la prova dei fatti.
Ma Molinari non è pagato per fare l’autocritica dell’Occidente. Il compito che si è assunto con l’editoriale di stamattina è quello di infilare nelle orecchie dei governanti gialloverdi – e soprattutto in quelle di Sergio Mattarella, che ha dato pochi giorni fa il suo “ok” alla firma del Memorandum – il tarlo della paura. Per essere proprio espliciti:
“Ciò spiega perché Washington, Parigi e Berlino guardano sempre più al Quirinale quando entrano in gioco temi cruciali per la sicurezza dell’Occidente. In attesa di comprendere se il governo di Giuseppe Conte riuscirà ad esprimere posizioni capaci di superare le incertezze di questi mesi. Tutto ciò non significa che l’Italia debba rinunciare alla tutela dei propri interessi nazionali, economici e politici, ma la sfida è armonizzarli con la nostra adesione alle alleanze Ue e Nato. Senza le quali il nostro benessere e la nostra sicurezza sarebbero a rischio.”
Crediamo che mai in tempi recenti, almeno dalla caduta del Muro ad oggi, un presidente della Repubblica era stato minacciato così apertamente da parte degli Stati Uniti (sia pure per la via “informale” di un editoriale di quotidiano).
E il fatto che avvenga dà la misura del livello di tensione che si è prodotto in questo scontro geopolitico a tre (Ue, Usa e Cina) intorno al futuro dell’Italia, non appena si è prospettata la possibilità di diventare un terminale privilegiato (per la posizione centrale nel Mediterraneo) della nuova Via della Seta.
Come osserva Pasqale Cicalese, “nel gioco abbiamo tre civiltà millenarie: Cina, Italia, Vaticano. E una nazione che ha 300 anni di vita, di cui gli ultimi 80 anni ha dominato, gli Usa. Che sono in uno spaventoso declino industriale. La Cina ha 1,4 miliardi di persone, il Vaticano ha 1,2 miliardi di cattolici nel mondo, moltissimi in Africa. I cattolici in Cina sono 10 milioni, gli evangelici filo americani 100 milioni. Xi preferisce il Vaticano agli evangelici e a settembre scorso ha fatto un accordo per la nomina dei vescovi con il Vaticano. Entrambi attendono pazienti uno storico accordo, hanno tutto il tempo necessario. L’impronta del Mou è del Vaticano, oggetto di attacchi da parte dei cardinali americani dopo l’accordo di settembre con la Cina, in merito alla questione della pedofilia. Francesco ha resistito e ora gioca la carta italiana. Con l’imprimatur di Mattarella”.
E’ tutto molto più complicato di quanto provano a raccontare i “terminali passivi” di questo o quel protagonista globale. E non fanno neanche un buon lavoro di “istruzione” per questa classe politica di absolute beginners, costringendoli dunque a muoversi senza mai capire bene dove stanno mettendo i piedi (un po’ come Draghi, no?).
Non siamo complottisti, e quindi non crediamo che Molinari abbia obbedito a una telefonata giunta da Washington o dall’ambasciatore in Italia. Di certo, stavolta, non gli è arrivata da Tel Aviv. Basta leggersi come gli israeliani, invece, sognano di moltiplicare il business grazie all’arrivo dei cinesi nel fu Mare Nostrum.
Fonte
13/01/2016
Molinari è lì. Decostruzione di un opinionista à la carte
Nel valzer delle poltrone da direttore dei principali quotidiani italiani, Maurizio Molinari andrà prestissimo a coprire quella di capataz de La Stampa. Lasciata vuota per l'occasione dal figlio del commissario, Mario Calabresi, che tornerà invece a Repubblica, da cui era uscito come caporedattore.
Sembra dunque importante leggere i pezzi del Molinari, che ne La busiarda (espressione amorevole degli operai torinesi per il giornale degli Agnelli) lavora da tempo immemorabile, fino a conquistarsi i galloni più ambiti, quelli di inviato all'estero.
Pubblichiamo qui questa preziosissima disamina realizzata da Lorenzo Declich, che fulmina il prossimo neodirettore sul terreno che dovrebbe prediligere (come inviato all'estero): la conoscenza non banale delle culture "altre", ovvero diverse da quelle di casa propria.
Non è un bel vedere, diciamolo subito. Il Molinari si annuncia dunque come uno dei peggiori direttori di giornale dei prossimi anni. Si può infatti discutere e dissentire in modo anche feroce con chi sostiene posizioni opposte, ma diventa difficile farlo con chi butta giù un pezzo "autorevole" (per il media su cui appare, il numero di lettori presunto, ecc.) con una metodologia da liceale poco brillante. A partire, non a caso, dell'inesistenza – per lui – di un problema chiamato "palestinesi".
Quando leggeremo in futuro La Stampa, dunque, avremo modo di fare una robusta tara su quel che ci verrà raccontato.
Ciao, sono un copiaincollatore di articoli autorevoli e non, con cui scrivo libri sull’isis che Saviano consiglia di leggere.
Finora sono stato per lo più buonista, a me mi chiedono solo di fare finta che i palestinesi non esistano.
Sto lavoro lo faccio bene.
I palestinesi li scancello alla grande.
In realtà non ho un cazzo da dire, cioè un’idea non ce l’ho veramente.
Ma siccome sono il direttore de “La Stampa” qualche cosa la devo pur mettere in piedi su questa roba di Colonia.
Uf, non mi viene, non mi viene niente.
Ah, ecco, la tribù.
Vediamo un po’ se gira:
Ascolta.
E’ una cazzata.
St’idea non ha senso, sta frase non funziona.
Sempre se fossimo d’accordo sull’idea di definire ciò che è avvenuto un “assalto di gruppo alle donne di Colonia”, cosa su cui potremmo discutere anche molto, non possiamo accettare, con tutta la benevolenza di questo mondo, l’idea che un evento del genere abbia un origine del genere.
Cioè: questa torma di assalitori – lasciamo un attimo da parte la tribù – esisterebbe perché quattro o cinque anni fa gli Stati del MENA hanno iniziato a implodere?
Ma come ti salta in testa?
Va bene, la geopolitica va molto di moda, ma non ti sembra un po’ troppo tirarla in ballo così in questo modo?
E poi – questo me lo chiedo perché non sono sicuro di averlo capito – che cosa sarebbe un “atto tribale”?
La cifra dei fatti di Colonia è il sessismo.
L’assalto di gruppo “alle donne di Colonia” è un atto sessista.
E quella non è una tribù ma un branco.
Lo dice pure il titolo – per altri versi assolutamente in linea con il pezzo – con cui forse qualche pietoso titolista ha voluto salvarti: “Da dove viene il branco di Colonia”.
Non c’è da scomodare ‘sta grande letteratura per capire la differenza fra un branco e una tribù.
Poi, Maurì, chiediamocelo.
Che tribù sarebbe, questa?
Una tribù mista: migranti, profughi, cittadini di origine straniera provenienti da paesi diversi, anche di seconda generazione.
Una neo-tribù, casomai.
Dedita all’uso di alcolici.
E per quale improbabile principio questa neo-tribù – ammesso che abbia anche il minimo senso usare questo concetto in questo contesto – dovrebbe essersi formata a partire dall’implosione degli Stati del MENA?
Cioè, questo branco di sessisti non è semplicemente un branco di sessisti?
Questi qui, orfani di un Duce che li tiene a freno anche a distanza di migliaia di chilometri (perché “non sono pronti per la democrazia”, ovviamente), si sentirebbero persi e quindi riemergerebbero, in una neo-forma clanico-tribale che esalta tipi di violenza “primordiale”?
Voglio dire: perché?
Le dinamiche di branco a sfondo sessista le conosciamo bene, purtroppo.
Producono certo tipi di violenza primordiali, ma sono ben presenti qui e ora – ogni giorno in ogni angolo di questo continente – e non c’è bisogno di far implodere qualche Stato mediorientale perché esplodano.
Perché mettere in discussione questo fatto chiaro e semplice inserendo malsani balzelli geopolitici?
La vuoi buttare in caciara, Maurizio?
La cosa è molto, molto chiara.
Questo branco è formato da persone non integrate, che stanno ai margini e che riproducono un modello di potere (dominante qui e ora), maschile-patriarcale, che esercitano (come sempre) contro la parte più esposta, più debole, le donne.
Niente di più terribilmente scontato.
Niente di più atavicamente irrisolto QUI, in Occidente, in queste nostre città.
Sì, sono musulmani, nei paesi islamici il sessismo è un problema gigantesco.
I modelli maschili, nei paesi islamici – sommariamente un misto di patriarcato all’islamica e patriarcato all’occidentale che si rincorrono a vicenda – sono un vero incubo.
Ma il problema è il sessismo, il problema è che questa nostra società non risolve alla radice questo problema.
E tu, esternalizzandolo (le tribù del MENA), contribuisci a costruirlo.
Questo branco di “variamente musulmani” (alcolizzati) si forma qui, si sente qui autorizzato a fare quello che fa.
La disintegrazione di cui sopra c’entra il giusto, cioè pochissimo.
Quindi riassumendo:
1) dinamiche di branco
2) a sfondo sessista
3) messe in atto da gruppi non integrati nella società
E’ un problema grosso. Va affrontato per quello che è.
Con la durezza necessaria.
Con la politica, con la cultura.
Avendolo però ben chiaro.
Ma di questo, Maurizio, tu non dici un bel niente.
Ti produci in questo iniziale demenziale esercizio di diversione.
E poi continui a non parlarne, “approfondendo” il tema sbagliato nel modo sbagliato.
Tipo:
Ma non ti sembra che mele e pere siano diverse?
Ecco dove volevi andare a parare.
Ti informo che le tribù sono “protagoniste” del deserto, del mare, dei monti, delle montagne, delle pianure.
E che i musulmani, sostanzialmente, fondano una cultura cittadina e cosmopolita.
E che l’uso del velo origina da preesistenti usi locali, in particolare è di origine cristiana-bizantina.
Non da tribù.
Il Corano non lo prescrive ma l’uso preesistente resiste, poi si evolve in diverse forme, poi prende una valenza politica alla nascita degli Stati moderni post-coloniali.
L’ho messa un po’ facile, va bene, ma insomma, Maurizio, capisci che il velo con la tribù non c’entra proprio un’emerita?
E vogliamo parlare della ghigliottina?
Un uso tribale importato dai beduini musulmani del deserto?
E poi: a qualcuno è stata tagliata la testa a Colonia?
Cielo, Maurizio, ma di che stai parlando?
Il “potere assoluto degli uomini sulle donne” è una costante nella storia dell’umanità, e il problema ancora esiste, ed è grosso, nelle ipermodernissime nostre società.
Non ti faccio i numeri ma dai, si sanno.
O forse implicitamente stai parlando dell’islam come “società tribale” e anche qui sbagli, oh quanto sbagli.
Ma mi fermo, perché già non ne posso più.
Ho capito il giochetto.
Ecco, lettori, se voleste farvi un giro e leggervi tutto l’articolo lo trovate qui.
Vi avverto, avrete la sensazione di sentir parlare del problema degli orsi polari che cercano nella monnezza sulle spiagge dei Caraibi.
Cioè vivrete un’esperienza dissociativa forte.
Con tanto di elogio a Lawrence d’Arabia, che non era un agente coloniale britannico unificatore di tribù arabe in funzione anti-ottomana, quanto piuttosto un meritorio e civilissimo “limitatore del tribalismo arabo”.
Che tristezza, che vergogna, che bruttura.
La chicca la trovate quando dice che l’Europa sarebbe investita dal conflitto di civiltà esistente fra modernità e tribalismo “a causa delle migrazioni di massa verso la sponda Nord del Mediterraneo”.
Tu sei proprio un colonialista (e non voglio parlare dell’unico colonialismo ancora esistente de facto, del quale ti adoperi abitualmente a cancellare i crimini. Non voglio farlo e non lo farò, no, non lo farò).
Ma di un colonialismo postmoderno, nel senso che “assumi una postura” da colonialista ma poi non hai neanche il coraggio di dire quello che un colonialista direbbe.
Te lo dico io quello che dovevi dire, se ne avessi avuto il coraggio: questi selvaggi maltrattano “le loro donne” e stuprano “le nostre”. E che quindi tocca a noi, maschi occidentali, “difendere l’Europa dal ritorno delle tribù”.
E grazie Chiara, che se non me lo postavi in privato, io ‘st’articolo non lo leggevo proprio, e stavo meglio, molto meglio.
p.s. sul “tribalismo” (vero e proprio cliché) vedi “Il medioriente tribale” e, volendo, “Michele Serra e il tribalismo dell’islam”.
Fonte
Sembra dunque importante leggere i pezzi del Molinari, che ne La busiarda (espressione amorevole degli operai torinesi per il giornale degli Agnelli) lavora da tempo immemorabile, fino a conquistarsi i galloni più ambiti, quelli di inviato all'estero.
Pubblichiamo qui questa preziosissima disamina realizzata da Lorenzo Declich, che fulmina il prossimo neodirettore sul terreno che dovrebbe prediligere (come inviato all'estero): la conoscenza non banale delle culture "altre", ovvero diverse da quelle di casa propria.
Non è un bel vedere, diciamolo subito. Il Molinari si annuncia dunque come uno dei peggiori direttori di giornale dei prossimi anni. Si può infatti discutere e dissentire in modo anche feroce con chi sostiene posizioni opposte, ma diventa difficile farlo con chi butta giù un pezzo "autorevole" (per il media su cui appare, il numero di lettori presunto, ecc.) con una metodologia da liceale poco brillante. A partire, non a caso, dell'inesistenza – per lui – di un problema chiamato "palestinesi".
Quando leggeremo in futuro La Stampa, dunque, avremo modo di fare una robusta tara su quel che ci verrà raccontato.
*****
Ciao, sono un copiaincollatore di articoli autorevoli e non, con cui scrivo libri sull’isis che Saviano consiglia di leggere.
Finora sono stato per lo più buonista, a me mi chiedono solo di fare finta che i palestinesi non esistano.
Sto lavoro lo faccio bene.
I palestinesi li scancello alla grande.
In realtà non ho un cazzo da dire, cioè un’idea non ce l’ho veramente.
Ma siccome sono il direttore de “La Stampa” qualche cosa la devo pur mettere in piedi su questa roba di Colonia.
Uf, non mi viene, non mi viene niente.
Ah, ecco, la tribù.
Vediamo un po’ se gira:
L’assalto di gruppo alle donne di Colonia è un atto tribale che si origina dall’implosione degli Stati arabi in Nordafrica e Medio Oriente.Maurì. Maurizio.
Ascolta.
E’ una cazzata.
St’idea non ha senso, sta frase non funziona.
Sempre se fossimo d’accordo sull’idea di definire ciò che è avvenuto un “assalto di gruppo alle donne di Colonia”, cosa su cui potremmo discutere anche molto, non possiamo accettare, con tutta la benevolenza di questo mondo, l’idea che un evento del genere abbia un origine del genere.
Cioè: questa torma di assalitori – lasciamo un attimo da parte la tribù – esisterebbe perché quattro o cinque anni fa gli Stati del MENA hanno iniziato a implodere?
Ma come ti salta in testa?
Va bene, la geopolitica va molto di moda, ma non ti sembra un po’ troppo tirarla in ballo così in questo modo?
E poi – questo me lo chiedo perché non sono sicuro di averlo capito – che cosa sarebbe un “atto tribale”?
*****
La cifra dei fatti di Colonia è il sessismo.
L’assalto di gruppo “alle donne di Colonia” è un atto sessista.
E quella non è una tribù ma un branco.
Lo dice pure il titolo – per altri versi assolutamente in linea con il pezzo – con cui forse qualche pietoso titolista ha voluto salvarti: “Da dove viene il branco di Colonia”.
Non c’è da scomodare ‘sta grande letteratura per capire la differenza fra un branco e una tribù.
Poi, Maurì, chiediamocelo.
Che tribù sarebbe, questa?
Una tribù mista: migranti, profughi, cittadini di origine straniera provenienti da paesi diversi, anche di seconda generazione.
Una neo-tribù, casomai.
Dedita all’uso di alcolici.
E per quale improbabile principio questa neo-tribù – ammesso che abbia anche il minimo senso usare questo concetto in questo contesto – dovrebbe essersi formata a partire dall’implosione degli Stati del MENA?
Cioè, questo branco di sessisti non è semplicemente un branco di sessisti?
Il domino di disintegrazione di queste nazioni fa riemergere tribù e clan come elementi di aggregazione, esaltando forme primordiali di violenza.Fammi capire.
Questi qui, orfani di un Duce che li tiene a freno anche a distanza di migliaia di chilometri (perché “non sono pronti per la democrazia”, ovviamente), si sentirebbero persi e quindi riemergerebbero, in una neo-forma clanico-tribale che esalta tipi di violenza “primordiale”?
Voglio dire: perché?
Le dinamiche di branco a sfondo sessista le conosciamo bene, purtroppo.
Producono certo tipi di violenza primordiali, ma sono ben presenti qui e ora – ogni giorno in ogni angolo di questo continente – e non c’è bisogno di far implodere qualche Stato mediorientale perché esplodano.
Perché mettere in discussione questo fatto chiaro e semplice inserendo malsani balzelli geopolitici?
La vuoi buttare in caciara, Maurizio?
La cosa è molto, molto chiara.
Questo branco è formato da persone non integrate, che stanno ai margini e che riproducono un modello di potere (dominante qui e ora), maschile-patriarcale, che esercitano (come sempre) contro la parte più esposta, più debole, le donne.
Niente di più terribilmente scontato.
Niente di più atavicamente irrisolto QUI, in Occidente, in queste nostre città.
Sì, sono musulmani, nei paesi islamici il sessismo è un problema gigantesco.
I modelli maschili, nei paesi islamici – sommariamente un misto di patriarcato all’islamica e patriarcato all’occidentale che si rincorrono a vicenda – sono un vero incubo.
Ma il problema è il sessismo, il problema è che questa nostra società non risolve alla radice questo problema.
E tu, esternalizzandolo (le tribù del MENA), contribuisci a costruirlo.
Questo branco di “variamente musulmani” (alcolizzati) si forma qui, si sente qui autorizzato a fare quello che fa.
La disintegrazione di cui sopra c’entra il giusto, cioè pochissimo.
*****
Quindi riassumendo:
1) dinamiche di branco
2) a sfondo sessista
3) messe in atto da gruppi non integrati nella società
E’ un problema grosso. Va affrontato per quello che è.
Con la durezza necessaria.
Con la politica, con la cultura.
Avendolo però ben chiaro.
Ma di questo, Maurizio, tu non dici un bel niente.
Ti produci in questo iniziale demenziale esercizio di diversione.
E poi continui a non parlarne, “approfondendo” il tema sbagliato nel modo sbagliato.
Tipo:
Regimi, governi ed eserciti si dissolvono e vengono sostituiti da capo-villaggio, assemblee tribali, milizie.Ammesso che sia proprio così – e Maurizio, presentarla in questo modo è davvero da bar sport – che c’entra col branco di maschi variamente musulmani non integrati e germanicamente ubriachi che assalta le donne nelle città tedesche a capodanno?
Ma non ti sembra che mele e pere siano diverse?
Le tribù sono protagoniste del deserto dall’antichità e dai loro costumi ancestrali si originano il chador per le donne, la decapitazione dei nemici, la vendetta come proiezione di forza, il saccheggio per arricchirsi, la poligamia e il potere assoluto degli uomini sulle donne.Ecco qua, stai parlando dell’islam.
Ecco dove volevi andare a parare.
Ti informo che le tribù sono “protagoniste” del deserto, del mare, dei monti, delle montagne, delle pianure.
E che i musulmani, sostanzialmente, fondano una cultura cittadina e cosmopolita.
E che l’uso del velo origina da preesistenti usi locali, in particolare è di origine cristiana-bizantina.
Non da tribù.
Il Corano non lo prescrive ma l’uso preesistente resiste, poi si evolve in diverse forme, poi prende una valenza politica alla nascita degli Stati moderni post-coloniali.
L’ho messa un po’ facile, va bene, ma insomma, Maurizio, capisci che il velo con la tribù non c’entra proprio un’emerita?
E vogliamo parlare della ghigliottina?
Un uso tribale importato dai beduini musulmani del deserto?
E poi: a qualcuno è stata tagliata la testa a Colonia?
Cielo, Maurizio, ma di che stai parlando?
Il “potere assoluto degli uomini sulle donne” è una costante nella storia dell’umanità, e il problema ancora esiste, ed è grosso, nelle ipermodernissime nostre società.
Non ti faccio i numeri ma dai, si sanno.
O forse implicitamente stai parlando dell’islam come “società tribale” e anche qui sbagli, oh quanto sbagli.
Ma mi fermo, perché già non ne posso più.
Ho capito il giochetto.
*****
Ecco, lettori, se voleste farvi un giro e leggervi tutto l’articolo lo trovate qui.
Vi avverto, avrete la sensazione di sentir parlare del problema degli orsi polari che cercano nella monnezza sulle spiagge dei Caraibi.
Cioè vivrete un’esperienza dissociativa forte.
Con tanto di elogio a Lawrence d’Arabia, che non era un agente coloniale britannico unificatore di tribù arabe in funzione anti-ottomana, quanto piuttosto un meritorio e civilissimo “limitatore del tribalismo arabo”.
Che tristezza, che vergogna, che bruttura.
La chicca la trovate quando dice che l’Europa sarebbe investita dal conflitto di civiltà esistente fra modernità e tribalismo “a causa delle migrazioni di massa verso la sponda Nord del Mediterraneo”.
Fra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame.Maurizio, tu non sei neocolonialista o postcolonialista.
Tu sei proprio un colonialista (e non voglio parlare dell’unico colonialismo ancora esistente de facto, del quale ti adoperi abitualmente a cancellare i crimini. Non voglio farlo e non lo farò, no, non lo farò).
Ma di un colonialismo postmoderno, nel senso che “assumi una postura” da colonialista ma poi non hai neanche il coraggio di dire quello che un colonialista direbbe.
Te lo dico io quello che dovevi dire, se ne avessi avuto il coraggio: questi selvaggi maltrattano “le loro donne” e stuprano “le nostre”. E che quindi tocca a noi, maschi occidentali, “difendere l’Europa dal ritorno delle tribù”.
E grazie Chiara, che se non me lo postavi in privato, io ‘st’articolo non lo leggevo proprio, e stavo meglio, molto meglio.
p.s. sul “tribalismo” (vero e proprio cliché) vedi “Il medioriente tribale” e, volendo, “Michele Serra e il tribalismo dell’islam”.
Fonte
23/06/2015
L'Isis fa vendere libri. Copia, incolla e "grandi firme"
La scorsa settimana ho comprato il libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente (Rizzoli, 2015) di Maurizio Molinari e ho notato alcune strane cose.
Apro a pagina 36 e 37, e trovo uno “scalino” nello stile di scrittura. Mi è sembrato di sentire abbastanza chiaramente la traduzione letterale da un’altra lingua. Molinari introduce la sezione “La rinascita del Califfato”, in cui spiega ai lettori religione e cultura islamica, con le seguenti parole:
Déja vu. Apro le pagine 16 e 17 del libro Rise of ISIS (un best seller del New York Times) di Jay Sekulow - se ne avete voglia, fate una ricerca in rete per vedere chi è Sekulow, magari se ne riparla in una prossima puntata - e trovo le stesse identiche parole, in inglese:
Il paragrafo successivo del libro di Molinari e quello di Sekulow coincidono parecchio. Ecco Sekulow:
Molinari scrive:
Altri passaggi di Sekulow e Molinari sembrano estremamente simili. Poi continuando a leggere ho notato che altri paragrafi sembrano presi da altre fonti senza citarle. Ad esempio a pagina 119 Molinari inizia una sezione sui nasheed, che definisce come “musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa [in Siria]”. Il testo continua facendo (erroneamente) risalire la nascita dei nasheed agli anni '70 (le musiche hanno ben altra storia, irriducibile alla jihad):
E allora basta confrontare queste righe con l’articolo di Alex Marshall su The Guardian del 9 novembre per ritrovare il passaggio, poco diverso:
Queste le cose che ho notato e che hanno a che fare con questioni di ordine metodologico e deontologico.
Poi c’è tutta una serie di questioni di ordine analitico su cui vale la pena di soffermarsi. Sulla quarta di copertina «Una nuova guerra si combatte in Europa»; poi «Chi si nasconde dietro i terroristi islamici che vogliono conquistare Roma»; e per finire «Chi li protegge e cosa possiamo fare per difenderci».
Apro la prima pagina del libro e guardo la dedica di Molinari: «A Vittorio Dan Segre che era solito dire: “Per comprendere il Medio Oriente, evitiamo banalità”».
Vado a pagina 9 e trovo proprio una serie di banalità di apertura. Forse più che banalità, perché sono frasi che tracciano subito l’orizzonte politico e retorico del libro, incanalandolo subito dentro binari discorsivi precisi. Ecco l’incipit: «Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli “infedeli”, di imporre su ognuno la versione più estrema della sharia, la legge islamica».
I migranti che entrano in Europa vengono dipinti come massa di potenziali reclute dello Stato Islamico - un mare di “lupi solitari” che potrebbero colpire da un momento all’altro. D’altronde l’ossatura argomentativa del libro è abbastanza semplice: lo Stato Islamico è la nuova faccia della brutalità sulla terra, vuole conquistare territorio fino a Roma e siamo tutti in pericolo. Molinari usa la nozione di “jihad totalitaria” e annuncia nell’introduzione che i lettori potranno scoprire questo mostro misterioso «dal di dentro grazie alle testimonianze raccolte fra chi ci vive, chi lo combatte e chi lo costruisce», lasciando intendere che ci saranno fonti di prima mano che aiuteranno a comprendere la sua tesi.
Tuttavia, le fonti di prima mano sono davvero poche. Piuttosto troverete passaggi in cui Molinari fa coincidere non innocentemente Islam e Stato Islamico, al-Qaida e resistenza palestinese. Le imprecisioni e le mistificazioni sono molte.
Potrei andare avanti in questa mia strana recensione, ma mi fermo, perché a questo punto le questioni di rigore metodologico e analitico si saldano. È arrivato il momento di porre qualche domanda.
Rizzoli, che lo ha pubblicato, è contenta di trasformare in un best seller - con tutta la macchina pubblicitaria che ha fatto seguito alla sua pubblicazione - un libro in cui si possono notare le strane cose che ho notato in apertura di questa mia recensione?
E, mi domando, per «La Stampa», che giustamente intende raccontare il Medio Oriente con analisi dal vivo, tutto ciò non pone un problema deontologico?
Tutte questioni urgenti: per Molinari, per chi lo pubblica, e soprattutto per chi lo legge.
Poi c’è una questione ancora più ampia. Molinari rappresenta uno dei pochi inviati in pianta stabile in Medio Oriente dei nostri quotidiani nazionali. Dunque detiene un certo potere di rappresentazione di una realtà molto delicata in questo momento storico. Un potere di verità, potremmo dire. Tanto che le diverse radio, giornali, università, centri di ricerca (l’ISPI) e figure intellettuali e istituzionali (incluso il Ministro degli Esteri Gentiloni) che hanno dialogato con Molinari sul suo Il Califfato del terrore sembrano aver preso il suo libro per un lavoro affidabile - “un libro prezioso che ci aiuta a capire”, per usare le parole del Ministro Gentiloni.
Il problema sta proprio qui. Rigore metodologico-deontologico e rigore analitico sono inseparabili, anche per chi come Molinari vuole entrare a far parte di quella formazione intellettuale, culturale e politica egemonica che in Italia rischia di mettere in circolo rappresentazioni islamofobe da “scontro di civiltà” che spiegano davvero poco della realtà dei paesi del mondo arabo e islamico, perché con quelle realtà hanno poca aderenza.
Fonte
Apro a pagina 36 e 37, e trovo uno “scalino” nello stile di scrittura. Mi è sembrato di sentire abbastanza chiaramente la traduzione letterale da un’altra lingua. Molinari introduce la sezione “La rinascita del Califfato”, in cui spiega ai lettori religione e cultura islamica, con le seguenti parole:
L’Islam afferma di essere una religione universale, in grado di coprire ogni aspetto della vita quotidiana, e dunque ha come obiettivo ultimo uno Stato Islamico. Questa idea politica è parte integrante del concetto di ‘umma’, secondo il quale tutti i musulmani, ovunque risiedano, sono legati da una fede che trascende i confini geografici, politici, nazionali. Tale legame è la fedeltà ad Allah e al profeta Maometto. Poiché i musulmani credono che Allah abbia rivelato tutte le leggi concernenti questioni religiose e laiche attraverso il Profeta, l’intera umma è governata dalla sharia, la legge divina, applicabile in ogni tempo e luogo perché anch’essa trascende i confini.
Déja vu. Apro le pagine 16 e 17 del libro Rise of ISIS (un best seller del New York Times) di Jay Sekulow - se ne avete voglia, fate una ricerca in rete per vedere chi è Sekulow, magari se ne riparla in una prossima puntata - e trovo le stesse identiche parole, in inglese:
Islam purports to be a universal religion. In other words. Its teaching encompass all aspects of life and its ultimate goal is the establishment of a global Islamic State. This political idea of Islam is embodied in the concept of the ummah (community), which is the idea that all Muslims, wherever they reside, are bound together through a common faith that transcends all geographical, political, or national boundaries. This common bond is formed through Muslims allegiance to Allah and to the Prophet Muhammad. Because Muslims believe that Allah revealed all laws concerning religious and secular matters through the Prophet Muhammad, the entire ummah is governed by the divine law, or Sharia. Sharia is applicable at all times and places and, therefore, supersedes all other laws.
Il paragrafo successivo del libro di Molinari e quello di Sekulow coincidono parecchio. Ecco Sekulow:
Traditionally Islam divides the world into two spheres: the house of Islam (dar-al-Islam) and the house of war (dar-al-harb). The house of Islam includes nations and territories that are under the control of Muslims and where Sharia law is the highest authority. The house of war includes nations and territories that are under the control of non-Muslims and that do not submit to Sharia.
Molinari scrive:
La religione islamica divide il mondo in due sfere: la ‘Casa dell’Islam’, dove il territorio è controllato da musulmani e la sharia viene applicata, e la “Casa della guerra”, che include le zone sotto controllo altrui.
Altri passaggi di Sekulow e Molinari sembrano estremamente simili. Poi continuando a leggere ho notato che altri paragrafi sembrano presi da altre fonti senza citarle. Ad esempio a pagina 119 Molinari inizia una sezione sui nasheed, che definisce come “musiche jihadiste che accompagnano le pattuglie della polizia religiosa nelle strade di Raqqa [in Siria]”. Il testo continua facendo (erroneamente) risalire la nascita dei nasheed agli anni '70 (le musiche hanno ben altra storia, irriducibile alla jihad):
La genesi dei nasheed risale alla fine degli anni Settanta quando, in Egitto e in Siria, i fondamentalisti islamici iniziano a comporli per ispirare i seguaci, motivare la jihad e diffondere il proprio messaggio. Si tratta di motivi a sfondo religioso che i Fratelli Musulmani trasformarono in inni alla ribellione politica per sfidare Hafez Assad in Siria e Anwar Sadat in Egitto, facendoli circolare sotto forma di cassette e suscitando sovente le ira di imam salafiti, che li condannano come una “distrazione dallo studio del Corano”. A conferma dell’importanza di questi inni come fattore aggregante c’è il fatto che Osama bin Laden, da adolescente, finanziò e cantò in un gruppo nasheed, puntando a diventare popolare fra i suoi coetanei sauditi.
E allora basta confrontare queste righe con l’articolo di Alex Marshall su The Guardian del 9 novembre per ritrovare il passaggio, poco diverso:
Jihadi nasheeds date back to the late 1970s, when Islamic fundamentalists in Egypt and Syria started writing them to inspire their supporters and get out their message. “Nasheeds as a genre of religious songs are old,” Behnam says, “but supporters of the Muslim Brotherhood and other groups started making ones that were political and rebellious in the 70s. That was new.” These were circulated on cassette, reaching a wide audience. Some stringent fundamentalists, mainly Salafists with their literal interpretation of Islam, condemned nasheeds, saying music was unIslamic and a distraction from studying the Qu’ran. But this didn’t stop them. Even a teenage Osama bin Laden founded and sang in a nasheed group in an effort to avoid being seen as “too much of a prig”, according to The Looming Towers, journalist Lawrence Wright’s history of al-Qaida.Dell’articolo di The Guardian manca la parte in cui un esperto intervistato spiega che i nasheed hanno un’origine antica. Molinari li trasforma maldestramente in un fenomeno salafita contemporaneo. Però i due testi sembrano intercambiabili.
Queste le cose che ho notato e che hanno a che fare con questioni di ordine metodologico e deontologico.
Poi c’è tutta una serie di questioni di ordine analitico su cui vale la pena di soffermarsi. Sulla quarta di copertina «Una nuova guerra si combatte in Europa»; poi «Chi si nasconde dietro i terroristi islamici che vogliono conquistare Roma»; e per finire «Chi li protegge e cosa possiamo fare per difenderci».
Apro la prima pagina del libro e guardo la dedica di Molinari: «A Vittorio Dan Segre che era solito dire: “Per comprendere il Medio Oriente, evitiamo banalità”».
Vado a pagina 9 e trovo proprio una serie di banalità di apertura. Forse più che banalità, perché sono frasi che tracciano subito l’orizzonte politico e retorico del libro, incanalandolo subito dentro binari discorsivi precisi. Ecco l’incipit: «Abbiamo i barbari alle porte di casa. Vogliono portare il terrore nelle nostre città, decapitare i passanti, stravolgere la vita di milioni di persone, obbligarci a rinunciare alle libertà civili e precipitarci in un Medioevo sanguinario. A muoverli è l’ideologia della jihad, la volontà di combattere gli “infedeli”, di imporre su ognuno la versione più estrema della sharia, la legge islamica».
I migranti che entrano in Europa vengono dipinti come massa di potenziali reclute dello Stato Islamico - un mare di “lupi solitari” che potrebbero colpire da un momento all’altro. D’altronde l’ossatura argomentativa del libro è abbastanza semplice: lo Stato Islamico è la nuova faccia della brutalità sulla terra, vuole conquistare territorio fino a Roma e siamo tutti in pericolo. Molinari usa la nozione di “jihad totalitaria” e annuncia nell’introduzione che i lettori potranno scoprire questo mostro misterioso «dal di dentro grazie alle testimonianze raccolte fra chi ci vive, chi lo combatte e chi lo costruisce», lasciando intendere che ci saranno fonti di prima mano che aiuteranno a comprendere la sua tesi.
Tuttavia, le fonti di prima mano sono davvero poche. Piuttosto troverete passaggi in cui Molinari fa coincidere non innocentemente Islam e Stato Islamico, al-Qaida e resistenza palestinese. Le imprecisioni e le mistificazioni sono molte.
Potrei andare avanti in questa mia strana recensione, ma mi fermo, perché a questo punto le questioni di rigore metodologico e analitico si saldano. È arrivato il momento di porre qualche domanda.
Rizzoli, che lo ha pubblicato, è contenta di trasformare in un best seller - con tutta la macchina pubblicitaria che ha fatto seguito alla sua pubblicazione - un libro in cui si possono notare le strane cose che ho notato in apertura di questa mia recensione?
E, mi domando, per «La Stampa», che giustamente intende raccontare il Medio Oriente con analisi dal vivo, tutto ciò non pone un problema deontologico?
Tutte questioni urgenti: per Molinari, per chi lo pubblica, e soprattutto per chi lo legge.
Poi c’è una questione ancora più ampia. Molinari rappresenta uno dei pochi inviati in pianta stabile in Medio Oriente dei nostri quotidiani nazionali. Dunque detiene un certo potere di rappresentazione di una realtà molto delicata in questo momento storico. Un potere di verità, potremmo dire. Tanto che le diverse radio, giornali, università, centri di ricerca (l’ISPI) e figure intellettuali e istituzionali (incluso il Ministro degli Esteri Gentiloni) che hanno dialogato con Molinari sul suo Il Califfato del terrore sembrano aver preso il suo libro per un lavoro affidabile - “un libro prezioso che ci aiuta a capire”, per usare le parole del Ministro Gentiloni.
Il problema sta proprio qui. Rigore metodologico-deontologico e rigore analitico sono inseparabili, anche per chi come Molinari vuole entrare a far parte di quella formazione intellettuale, culturale e politica egemonica che in Italia rischia di mettere in circolo rappresentazioni islamofobe da “scontro di civiltà” che spiegano davvero poco della realtà dei paesi del mondo arabo e islamico, perché con quelle realtà hanno poca aderenza.
Fonte
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