Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/09/2026
Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali
La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.
I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.
Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.
Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.
Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,
Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.
Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.
Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.
Fonte
21/06/2026
La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev
Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».
Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.
Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».
Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».
L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.
Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.
Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?
Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».
E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.
«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».
Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».
Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.
Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».
Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.
Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.
Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.
Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.
L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.
L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.
Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.
Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.
Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».
Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.
Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.
Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.
La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.
Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».
Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.
Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».
C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.
Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.
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18/06/2026
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc.), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Teheran. È la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
La loro critica, insomma, è una critica “da destra”, intendendo con questo termine “geometrico” il suo significato politico reale: è una critica guerrafondaia, ossia una pretesa di continuare l’attacco invece di cercare un (difficile) equilibrio che eviti la guerra almeno per qualche tempo.
A ben guardare si tratta di un comportamento perfettamente identico a quello della cosiddetta “opposizione” parlamentare israeliana, persino di sedicente “sinistra” come i laburisti. Attaccano Netanyahu perché “si è fatto comandare dall’America” e non ha ottenuto il genocidio completo che aveva promesso (a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Siria, in Iran, ecc.).
Di fatto i “liberali” occidentali condividono con la destra fascista e reazionaria una visione complessiva del mondo e del ruolo della “civiltà occidentale” che porta implacabilmente alla stessa conclusione: guerra e sterminio. E la “Democrazia”? Non pervenuta...
È la visione – autorappresentata in forme retoriche diverse – che poggia sul suprematismo occidentale bianco, esattamente come agli albori del colonialismo. “Noi” siamo civili e sviluppati, “noi” abbiamo “cultura e storia” (vero Galli Della Loggia?), “noi” siamo la democrazia e la libertà, “noi” abbiamo il diritto di imporre a chiunque altro la nostra organizzazione della vita e le istituzioni che abbiamo creato.
Gli altri sono incivili, selvaggi, bestie da domare se riottose ai nostri comandi. Così come fecero Pizarro e Cortez in America Latina, i cento generali Custer agli albori degli States, inglesi e boeri nell’Africa centromeridionale e i francesi in quella del nord, e tutti insieme in varie parti dell’Asia.
Anche i “sinistri moderati” condividono questa subcultura di fondo, così incistata nel dna occidentale da risultare inconsapevole, ma che traspare quando si ragiona di “diritti” senza neanche curarsi di collocarli in una evoluzione storica che – notoriamente – non è stata uguale e tantomeno sincrona per tutte le aree del mondo; in strutture sociali millenarie che sono certamente in trasformazione – con l’affermarsi ovunque dei moderni modi di produzione – ma che fisiologicamente evolvono ognuna a proprio modo.
Che però non è il “nostro” e soprattutto non tollerano l’imposizione improvvisata di modelli socio-culturali e valoriali percepiti come “estranei” anche quando condivisi da una parte di quelle società.
L’ansia di “omologare il diverso” è parte integrante della spinta capitalistica a superare tutte le “concezioni venerate e di veneranda età” e tutte le gerarchie feudali, sostituendole con il “nudo interesse” e il “freddo pagamento in contanti”. Il tutto in poco tempo, quasi per decreto di un’autorità esterna, che pretende di sintetizzare in pochi passi il percorso – lungo e doloroso – fatto per arrivare alla modernità capitalistica.
Ma tutto questo castellare “culturalmente”, questo cianciare di “valori” eterni fuori da Storia e Geografia, copre il buon vecchio appetito coloniale per le risorse. E Trump, nella sua incommentabile rozzezza, ha rotto il velo di “sacri princìpi” che nascondeva – malamente, certo – la fame di ricchezza e risorse possedute da altri.
Quindi criticare Trump è facilissimo, persino doveroso. Ma per proporre cosa?
Se non si accetta neanche questo fragilissimo “memorandum di intesa”, cosa si fa? Si prosegue con la guerra, ovvio.
Per quali obbiettivi? Il “regime change” a Teheran – come a Mosca, a Pechino e altrove – è sempre meno facile, se si prendono di mira paesi di certe dimensioni, industrialmente sviluppati (e l’Iran lo è, contrariamente alle “narrazioni” di comodo), sufficientemente coesi all’interno (l’unanimità non esiste da nessuna parte), disposti a battersi per mantenere la propria indipendenza e capacità di scelta.
La verifica delle assurdità raccontate in stizzose articolesse e interminabili talk show si può fare in una attimo. Prendiamo i “volenterosi” del G7 che si offrono ora – ad accordo firmato – di inviare navi militari a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Quello Stretto è già sbloccato proprio in base all’accordo contestato. Il fatto che in fondo a quel braccio di mare siano state piazzate mine non impedisce – come si è visto già in queste prime ore – la navigazione e il ritorno alla normalità (con i tempi non brevi che ci vogliono quando si rimette in moto una fisiologia bloccata per quattro mesi).
Quelle mine sono infatti “attivabili” per scelta politico-militare, non galleggiano liberamente in superficie.
Possono essere rimosse – e sarebbe bene che lo fossero, per evitare incidenti – solo da chi esercita la “sovranità” territoriale su quel braccio di mare, secondo il diritto internazionale e le convenzioni Onu.
Mandare navi militari da parte di paesi fin qui complici con il “nemico” – e non c’è dubbio alcuno che i paesi europei o il Giappone abbiamo quantomeno sostenuto in silenzio sia Israele che gli Usa – è di per sé una provocazione che può produrre soltanto un risultato opposto a quello dichiarato.
Hormuz è riaperto. Se lo “invadi” si richiude.
Ma il suprematismo occidentale bianco non appare più in grado di accettare o metabolizzare una sconfitta che, a ben pensarci, lascia comunque campo aperto a una ripresa del business globale, con potenziali benefici per tutti.
E qui sorge il legittimo sospetto che proprio quella “normalità”, quella “competizione pacifica tra sistemi diversi”, sia ormai una condizione temuta nelle capitali dell’Occidente imperialista.
Ma se temi la pace, significa che sei già finito, però non te ne sei accorto o non sai come “correggerti” per restare in vita.
È come per la “transizione energetica”, in fondo. Costa troppo, o mette in discussione i profitti di qualcuno, riconvertire l’industria dall’energia basata sugli idrocarburi in un mix di altre fonti, magari rinnovabili? Si va avanti facendo finta di niente, anzi negando che il Pianeta stia preparando la tua espulsione dalle specie viventi.
I sedicenti “liberali”, anche in questo, sono indistinguibili dai “fascisti veri”. Anzi, preparano al meglio il loro avvento. Ossia la fine.
Fonte
25/05/2026
La farsa del giornalismo investigativo “liberale” israeliano
Una recente inchiesta sull’uccisione di tre ostaggi da parte di soldati israeliani evidenzia come persino i programmi di informazione critici facciano parte di un’architettura di negazione pubblica.
Due settimane fa, il programma investigativo HaMakor del Canale 13 israeliano ha trasmesso un servizio di 60 minuti sull’uccisione, avvenuta nel dicembre 2023, di tre ostaggi israeliani, Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Al-Talalka, fucilati da soldati israeliani a Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, dopo essere usciti da un nascondiglio con una bandiera bianca.
Anche senza conoscere i dettagli più specifici, una cosa avrebbe dovuto essere chiara fin dall’inizio: quando dei soldati sparano dall’interno di edifici contro tre uomini a torso nudo che sventolano una bandiera bianca, uccidendone due, poi inseguono il terzo, lo costringono a uscire allo scoperto e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, il problema non è semplicemente di “scambio di persona”.
Il problema è che i soldati israeliani sparano abitualmente a persone innocenti. Bisognerebbe essere straordinariamente ingenui per credere che, nell’unico caso in cui ciò è accaduto, le vittime fossero semplicemente israeliani.
Eppure HaMakor ha accuratamente evitato questa conclusione. Non ha nemmeno preso in considerazione la questione, rifiutandosi di riportare ciò che io e altri avevamo già notato in tempo reale: che il comandante del battaglione presente sul posto, il Tenente Colonnello Dan Luria, aveva precedentemente supervisionato un altro incidente sulla spiaggia di Zikim a Gaza, in cui dei palestinesi che si erano arresi e non rappresentavano una minaccia erano stati uccisi, e in seguito aveva posato orgogliosamente accanto ai loro corpi.
Solo uno dei genitori degli ostaggi, il padre di Alon Shamriz, ha sollevato in diretta il collegamento tra i due episodi. Ma i produttori, sfidando quello che dovrebbe essere l’istinto più elementare del giornalismo investigativo, non hanno approfondito la questione.
HaMakor non ha nemmeno affrontato seriamente la testimonianza della madre di Yotam Haim, Iris, che ha rivelato che i soldati che hanno ucciso suo figlio avevano agito con l’ordine di sparare a vista a ogni uomo, indipendentemente dall’età: un ordine ovviamente illegale e che, a giudicare da decine di altri episodi a Gaza, probabilmente non era un caso isolato. Ma invece di indagare se tali ordini fossero prassi comune, HaMakor ha nuovamente limitato l’accusa alla voce di Haim, passando oltre.
Guardando il servizio, mi sono chiesto: se uno dei programmi televisivi investigativi più rispettati di Israele poteva affrontare solo tiepidamente l’uccisione di israeliani innocenti, come aveva trattato l’uccisione di palestinesi innocenti a Gaza?
Ho iniziato ad analizzare i programmi di HaMakor e Uvda, i due principali programmi investigativi della televisione commerciale israeliana che, insieme ai loro conduttori Raviv Drucker e Ilana Dayan, sono ampiamente considerati i portabandiera del giornalismo liberale israeliano.
Negli ultimi due anni e mezzo, i due programmi hanno trasmesso 45 inchieste sugli ostaggi israeliani, la maggior parte delle quali incentrate su narrazioni di eroismo; 11 episodi sul fallimento militare del 7 ottobre; 12 sulla gestione interna della guerra in Israele; e quattro sulla guerra in Libano e Iran.
Il numero di inchieste dedicate ai palestinesi innocenti uccisi dall’esercito israeliano è stato pari a zero. L’omissione è così totale che gli spettatori potrebbero essere perdonati se pensassero che le uniche vittime innocenti dell’esercito israeliano in questa guerra siano israeliani.
A parte l’uccisione degli ostaggi a Shuja’iya, l’unica altra volta in cui uno dei due programmi ha esaminato seriamente l’uccisione di un civile innocente da parte delle forze israeliane è stata la sparatoria contro Yuval Castleman sul luogo di un attentato terroristico a Gerusalemme, anche in questo caso, una vittima israeliana.
Lo stesso schema si è ripresentato nella copertura degli abusi nelle carceri israeliane. Più di 100 palestinesi sono morti sotto la custodia delle forze di sicurezza israeliane dall’inizio della guerra, e le organizzazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Medici per i Diritti Umani-Israele hanno documentato chiari segni di abusi.
Eppure HaMakor ha scelto di affrontare il tema dei maltrattamenti legati alla detenzione solo una volta: nel caso di Ori Elmakayes, un adolescente israeliano ingiustamente sospettato di aver passato informazioni al nemico, che non ha subito danni fisici durante una breve detenzione.
Non si tratta di una mancanza di competenza giornalistica. Raviv Drucker e Ilana Dayan sono tra i migliori giornalisti in Israele. Entrambi sono sopravvissuti per anni nei principali media israeliani, mentre la società diventava sempre più violenta e sempre meno disposta a guardarsi allo specchio. Forse questa sopravvivenza è dipesa proprio dalla capacità di percepire e interiorizzare ciò che si può dire e ciò che deve rimanere inespresso.
Il risultato è una scelta editoriale consapevole che oscilla, a tratti, tra il grottesco e l’assurdo: la guerra può essere criticata, ma non dalla prospettiva delle sue vittime palestinesi. Le mancanze dell’esercito possono essere oggetto di indagine, ma principalmente nella misura in cui hanno danneggiato gli israeliani.
Ecco perché la questione non è solo ciò che questo tipo di antigiornalismo si rifiuta di mostrare, ma anche ciò che questo rifiuto ha provocato nella società israeliana stessa. Mentre decine di migliaia di innocenti uomini, donne e bambini palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza, i principali giornalisti investigativi israeliani hanno abbandonato una delle responsabilità più basilari del giornalismo: costringere la società a confrontarsi con ciò che viene fatto in suo nome.
Ignorare la Storia
Dopo aver visto il servizio di HaMakor sugli ostaggi, non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se episodi simili a Gaza avessero ricevuto lo stesso trattamento dalla televisione israeliana anni prima. Forse gli ordini di uccidere innocenti sarebbero cessati? Forse alcuni soldati si sarebbero rifiutati di eseguirli? O forse gli ostaggi stessi avrebbero evitato i soldati, sapendo che avrebbero potuto ucciderli anziché salvarli?
Il 4 gennaio 2009, durante il conflitto di tre settimane noto in Israele come Operazione Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani colpirono la casa della famiglia Abu Hajjaj a Sud di Gaza. In risposta alle istruzioni dell’esercito israeliano, circa 30 membri della famiglia, di cui 20 bambini, lasciarono il quartiere sventolando bandiere bianche. Mentre attraversavano un campo agricolo aperto, un carro armato israeliano aprì il fuoco. Majda Abu Hajjaj, 37 anni, morì sul colpo; sua madre, Raya Abu Hajjaj, 64 anni, rimase ferita e morì poco dopo. I corpi delle due donne rimasero nel campo per due giorni, fino alla fine dei combattimenti.
Nove giorni dopo, nel villaggio di Khuza’a, nel Sud di Gaza, decine di residenti si radunarono nel cortile della casa di Osama Al-Najjar dopo che i soldati avevano ordinato loro di uscire a coppie. Le prime due a uscire furono Rawhiyya e Yasmin Al-Najjar, sventolando bandiere bianche. Dopo aver superato diverse case, un soldato a circa 40 metri di distanza aprì il fuoco. Rawhiyya fu uccisa da un colpo preciso alla testa.
Tre anni dopo, il soldato coinvolto fu condannato a 45 giorni di reclusione nella sua base di servizio. Incidenti di questo tipo si ripeterono con tale frequenza durante quel conflitto che è difficile non sospettare una politica sistematica.
L’uccisione di palestinesi innocenti con bandiere bianche non fu un caso isolato durante l’Operazione Piombo Fuso. Durante l’Operazione Margine Protettivo nel 2014, i soldati fecero irruzione nella casa di Muhammad Tawfiq Muhammad Qudayh, sempre a Khuza’a. Qudayh uscì dal seminterrato con una bandiera bianca in mano, insieme ai suoi due figli, per informare i soldati che la sua famiglia si era rifugiata al piano inferiore. I soldati lo uccisero sul colpo. (Dopo l’evacuazione degli abitanti, il villaggio fu raso al suolo, un’anticipazione di ciò che l’esercito israeliano avrebbe poi fatto a gran parte di Gaza dopo il 7 ottobre 2023).
Anni dopo, il caso fu archiviato in silenzio. L’investigatore della polizia militare incaricato del caso avrebbe poi scritto un’opera teatrale sull’insabbiamento, intitolata “A parte questo, non è successo niente”.
In tutti questi casi, le vittime erano chiaramente identificate come civili con bandiere bianche e non rappresentavano una minaccia. I soldati che le uccisero non erano in pericolo immediato e potrebbero benissimo aver agito in base allo stesso tipo di ordini illegali descritti in seguito da Iris Haim.
Non sono mai mancate le prove: indagini della polizia militare, testimonianze oculari, soldati che documentavano i propri crimini e li pubblicavano sui social media e, in alcuni casi, investigatori che in seguito parlavano pubblicamente di insabbiamenti sistematici all’interno dell’esercito.
Drucker, lui stesso ex investigatore militare, dovrebbe conoscere questo sistema meglio di chiunque altro. Eppure i programmi televisivi investigativi israeliani non hanno mostrato praticamente alcun interesse.
Durante l’ultima guerra di Gaza, testate giornalistiche israeliane indipendenti e organi di informazione di tutto il mondo hanno pubblicato numerose inchieste sulle uccisioni di massa di civili a Gaza. La documentazione è ormai ampia: i servizi di +972 Magazine e Local Call sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per colpire obiettivi di massa; l’inchiesta del New York Times sull’attacco del 31 ottobre 2023 al campo profughi di Jabalia che ha ucciso almeno 126 civili, tra cui 68 bambini, e la sua inchiesta visiva sui ripetuti attacchi israeliani contro le cosiddette “zone sicure” di Gaza; La ricostruzione di Forensic Architecture dell’uccisione della piccola Hind Rajab, di 6 anni, e dei paramedici inviati a soccorrerla; l’inchiesta sull’uccisione e la sepoltura di 15 operatori umanitari palestinesi; l’inchiesta di Reuters sull’uccisione di cinque giornalisti all’Ospedale Nasser; l’inchiesta della BBC sui bambini colpiti alla testa o al petto; e molte altre.
Nel complesso, queste indagini rappresentano solo una frazione degli incidenti che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, tra cui circa 20.000 bambini. Eppure, la maggior parte di questi eventi è stata a malapena presa in considerazione dai principali media israeliani.
Quando le indagini straniere sono diventate impossibili da ignorare, i media israeliani hanno generalmente dato più spazio alle smentite dei portavoce militari e dei funzionari della stampa governativa che alle prove stesse. In ogni caso, le notizie provenienti dall’estero non erano affatto necessarie per stabilire cosa stesse accadendo: gli stessi soldati israeliani hanno caricato centinaia di video che documentavano crimini di guerra, sicuri che, in Israele, tali atti sarebbero stati accolti con ammirazione piuttosto che con punizione.
Una base morale per distogliere lo sguardo
I principali media israeliani, non le emittenti apertamente propagandistiche come Canale 14, ma la stampa istituzionale, sono diventati uno degli esempi più lampanti, in qualsiasi cosiddetta democrazia, di gestione dell’informazione in tempo di guerra fusa con la creazione attiva del consenso pubblico. Non si è trattato semplicemente di “ignorare” ciò che accade a Gaza, il che, sebbene inaccettabile, offrirebbe almeno ai comuni israeliani una plausibile negabilità. La copertura mediatica è stata in effetti implacabile. Ma non è una copertura della realtà.
I corrispondenti militari recitano quasi alla lettera i comunicati del portavoce dell’esercito: le morti di civili sono “bugie di Hamas”; se vengono uccisi dei civili, significa che venivano usati come scudi umani dai terroristi di Hamas; “in ogni casa c’è una pistola”; ogni quartiere distrutto era una necessità militare.
L’esercito annuncia quanti “terroristi” ha “eliminato” in un dato giorno, quasi mai quanti civili sono stati uccisi al loro fianco. Al massimo, c’è un’espressione di rammarico, di solito quando i morti hanno passaporti stranieri.
I corrispondenti arabi sono praticamente scomparsi dagli schermi televisivi israeliani durante il primo anno di guerra, perché la loro stessa presenza in studio interrompeva la Disumanizzazione su cui si basava la copertura. L’eccezione è stata l’opinionista “orgogliosamente arabo-israeliano” Yoseph Haddad, il cui pieno sostegno alla guerra ha permesso alle emittenti di preservare l’apparenza di diversità, eliminando al contempo quasi ogni altra voce palestinese.
Nel frattempo, commentatori come Almog Boker del Canale 12 e Moria Asraf del Canale 13 sono diventati figure centrali proprio per la loro ossessiva ripetizione del consenso secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”.
Negli studi televisivi si susseguono infinite discussioni su come condurre la guerra, ma quasi nessuna sulla moralità della guerra stessa, con la sua distruzione senza precedenti di vite civili. I giornalisti dibattono sulla carenza di bombe di fabbricazione israeliana; guai a chiedersi se il problema non sia la produzione insufficiente, ma un desiderio eccessivo di bombardare la popolazione civile.
A volte, la logica che sostiene questo sistema emerge apertamente. Nel gennaio 2024, Roi Yanovsky, responsabile delle inchieste del Canale 13, mentre prestava servizio come riservista, un fatto che lo avrebbe indubbiamente reso un “obiettivo legittimo” se fosse stato palestinese, scrisse che “l’ideologia di Hamas è presente in quasi tutte le case” della Striscia. “Hamas a Gaza è come Messi in Argentina”, ha dichiarato, prima di chiedere retoricamente perché i genitori di Gaza dovrebbero mandare i loro figli in asili che “servono da infrastruttura terroristica”.
Sostenendo la solita argomentazione secondo cui la popolazione stessa è complice, Yanovsky ha fornito la base morale che permette agli israeliani di distogliere lo sguardo dai crimini perpetrati in loro nome a Gaza.
Un anno dopo, in seguito alla protesta organizzata dagli attivisti del movimento Standing Together (Restare Uniti) davanti agli studi di Canale 12 nel centro di Israele contro l’indifferenza dei media alla sofferenza di Gaza, una messaggistica WhatsApp di Canale 12 trapelata ha smascherato la stessa logica in modo ancora più esplicito.
“Con tutto il dovuto rispetto per il nostro dovere giornalistico”, ha scritto il caporedattore Ron Yaron, “quando si ascolta la storia delle donne israeliane sopravvissute alla prigionia, è alquanto difficile entrare in sintonia con il messaggio di questa protesta”.
Lo scambio di battute dimostra che ciò che appare sulla televisione israeliana non è il risultato di un’omissione accidentale, ma di una precisa ideologia editoriale. Le dittature impongono il silenzio attraverso il terrore e la censura; Israele lo ottiene in gran parte attraverso il consenso sociale, riprodotto da dirigenti, redattori, amministratori delegati e commentatori di spicco.
Nulla di tutto ciò è iniziato il 7 ottobre. Per decenni, i media israeliani hanno minimizzato l’uccisione di palestinesi presentandola come tragici “incidenti”, alimentando al contempo il mito dell’“esercito più morale del mondo”. Anche nelle guerre precedenti si era cercato di preservare questa facciata: per anni, Canale 12 ha trasmesso un filmato di un pilota dell’aeronautica israeliana che interrompeva un attacco aereo dopo aver “avvistato un bambino”, rafforzando il messaggio che l’esercito israeliano non uccide intenzionalmente i bambini.
Quella è sempre stata una menzogna bella e buona. Ma almeno allora, molti sentivano ancora il bisogno di insabbiarla. Ora non è più così.
Rendere accettabile lo sterminio di massa
Ma programmi come HaMakor e Uvda svolgono un ruolo ancora più importante presso il pubblico liberale israeliano. Slogan apertamente Genocidi come “non ci sono innocenti a Gaza” sono troppo volgari per un pubblico colto e liberale; potrebbero persino suscitare disgusto. Né è probabile che questo pubblico si rivolga ai social media, che considera privi di fonti e inaffidabili. Il pubblico liberale richiede un meccanismo di negazione più sofisticato, che pretenda di condurre un’indagine critica pur evitando accuratamente le conclusioni che tale indagine richiede.
Questo è il ruolo che Drucker e Dayan sono arrivati a ricoprire. Drucker continua a produrre inchieste acute sulla corruzione di figure molto odiate come il Ministro dei Trasporti Miri Regev.
La settimana scorsa, ha di fatto crocifisso coloro che diffondevano disinformazione, tra cui il membro della Knesset (Parlamento) Tsega Melaku, riguardo all’incidente con omissione di soccorso del maggio 2023, che causò la tragica morte del piccolo Rafael Adana di 4 anni e scatenò proteste di massa contro la gestione del caso da parte del sistema giudiziario (un atteggiamento che non avrebbe mai adottato, ad esempio, nei confronti degli ufficiali dell’esercito che diffusero menzogne sulla decapitazione di neonati durante l’attentato del 7 ottobre, affermazioni poi riprese a pappagallo dal Presidente statunitense Biden).
Anche Dayan ha pronunciato sinceri monologhi liberali, mettendo in guardia contro la minaccia che la riforma giudiziaria rappresenta per la democrazia israeliana. Entrambi hanno dimostrato grande coraggio nei confronti del governo e ben maggiore codardia verso l’esercito israeliano e il proprio pubblico.
È fondamentale notare che il loro dissenso “di sinistra” viene sempre presentato come “un’opinione”, mai come il prodotto di un’inchiesta giornalistica su Gaza. Il motivo è chiaro: l’opinione di un uomo o di una donna, per quanto influente, non obbliga il pubblico a un esame morale. Gli spettatori possono semplicemente avere un’opinione opposta, che viene considerata altrettanto legittima. Di fatto, questo disaccordo superficiale contribuisce a sostenere l’illusione che Israele sia una democrazia normale e dinamica, anche mentre il suo esercito uccide decine di migliaia di bambini.
Un’inchiesta condotta dai giornalisti israeliani più stimati, che dimostrasse che l’esercito aveva sistematicamente ucciso civili, o quantomeno operato secondo regole di ingaggio permissive nei loro confronti, infrangerebbe uno dei presupposti più basilari del “buon senso” della società israeliana: che il suo esercito sia il più morale del mondo. Ma è proprio lì che è stata tracciata la linea di demarcazione della legittimità, con la penna dell’autocensura.
Questo lavoro è stato affidato a giornalisti stranieri, permettendo al governo israeliano e ai suoi organi di stampa di liquidare i risultati come propaganda anti-israeliana (o antisemita).
Non affermo che Drucker o Dayan cerchino consapevolmente questi risultati, né sottovaluto le pressioni a cui sono sottoposti in una società che considera una lieve critica un tradimento e pretende che chi la esprime paghi un prezzo personale molto alto. Ma in questo caso le intenzioni sono secondarie rispetto alle conseguenze.
Questa architettura della negazione, che permette al pubblico liberale di sapere e non sapere contemporaneamente, è una architettura che conosco bene dai tempi in cui vivevo e facevo ricerche in Argentina sotto la giunta militare-civile di destra (alla quale Israele forniva un sostanziale supporto militare e diplomatico). Lì, i giornalisti temevano i generali e le Ford Falcon (una vettura prodotta in Argentina tra il 1960 e il 1991) verdi, e la società continuava a funzionare “normalmente” anche mentre 30.000 persone venivano fatte “scomparire”.
In Israele nel 2026, i giornalisti temono il crollo degli ascolti, le folle sui social e di essere etichettati come “traditori” o “sostenitori del terrorismo” sui canali di destra, o peggio, dal proprio pubblico.
I media liberali sono di fatto diventati ostaggi volontari degli impulsi più oscuri dei loro spettatori. Invece di costringerli a guardare la realtà in faccia, li nutrono esattamente con ciò che sono disposti a consumare: un’altra storia di eroismo, un altro fallimento tecnico dell’esercito, un’altra tragedia, a patto che le vittime siano israeliane. E tutto ciò evitando accuratamente di spiegare il motivo della tragedia e alimentando il mito secondo cui tali tragedie accadrebbero “per errore”.
Non si tratta di censura nel senso classico del termine. È qualcosa di meno diretto e, per certi versi, più efficace: un sistema condiviso di confini che determina in anticipo cosa può essere conosciuto. Gli israeliani possono vedere le immagini dei bambini che muoiono a Gaza sulla CNN o sui social media, proprio come gli argentini un tempo videro le madri degli scomparsi riunite in Plaza de Mayo. Ma i media locali proteggono gli spettatori dalle implicazioni di ciò che vedono, impedendo che quelle immagini diventino un’accusa morale contro la società che le ha prodotte.
In questo contesto, vale la pena ricordare un articolo scritto durante gli anni della dittatura dal padre di Ilana Dayan, Mordechai Dayan. In: “Nessuno è perseguitato a causa della sua ebraicità”, sosteneva che gli ebrei, pur essendo fortemente sovra rappresentati tra i desaparecidos argentini, non erano stati presi di mira semplicemente a causa della loro identità ebraica, sottintendendo, in sostanza, che dovevano aver “fatto qualcosa”. E se avevano fatto qualcosa, non era richiesta alcuna empatia.
L’articolo fu diffuso dalle ambasciate della dittatura in tutta l’America Latina perché il suo messaggio era esattamente ciò di cui il Regime aveva bisogno per legittimarsi: che le sue vittime non erano affatto vittime, ma persone che si erano attirate il proprio destino, e certamente non a causa dell’antisemitismo.
Lo scopo di tali scritti era quello di colmare il divario tra la realtà e l’informazione, di fornire al pubblico un linguaggio attraverso il quale le sparizioni di massa potessero essere viste e al tempo stesso minimizzate. Questo è il ruolo che i principali media israeliani si sono autoassegnati nel contesto di Gaza, esercitato attraverso il silenzio: trasformare l’uccisione di massa di civili in una storia accettabile per l’opinione pubblica.
Ma se la dittatura argentina ha dovuto coltivare attivamente un clima in cui “chiunque non sia con noi è contro la patria”, un clima che ha rapidamente reso superflua la presenza di un soldato in ogni redazione, in Israele non sono state necessarie campagne simili né scagnozzi della giunta. Questo riflesso era già radicato nel DNA dei media israeliani ben prima dell’inizio della guerra.
La decisione consapevole dei principali canali televisivi israeliani di cancellare dallo schermo qualsiasi traccia della sofferenza umana nella Striscia di Gaza ha prodotto un profondo distacco morale e psicologico dalla realtà nella società israeliana.
Mentre gran parte del mondo guarda immagini di quartieri residenziali devastati, civili affamati e bambini mutilati, gli israeliani vivono in una serra televisiva di eroismo, strategie militari e preoccupazione per ostaggi e soldati. Non sorprende, quindi, che l’israeliano medio non capisca davvero perché “il mondo intero sia contro di noi”.
Al di là di questa ignoranza pratica, l’assenza di copertura mediatica ha un effetto psicologico devastante: accelera l’intorpidimento morale che rende accettabili forme di guerra sempre più estreme. Una volta che il civile palestinese viene cancellato dai riflettori e ridotto a un fantasma senza nome, termini come “vittoria totale”, “radere al suolo i quartieri” e persino “fame forzata” diventano concetti astratti, spogliati di qualsiasi costo umano o morale.
Col tempo, gli stessi meccanismi che normalizzano l’indifferenza alla sofferenza palestinese corrodono il tessuto pseudodemocratico di Israele. Una società addestrata a ignorare il disastro umanitario oltre il confine troverà sempre più difficile affrontare la repressione politica, gli attacchi ai diritti civili e il silenziamento delle voci critiche in patria. Proteggendo l’opinione pubblica da una verità scomoda, i media israeliani non solo vengono meno al loro dovere, ma accelerano il crollo dello stesso pubblico che affermano di servire.
13/01/2026
A Milano sfila il “campo larghissimo” della guerra
Erano presenti un centinaio di persone con bandiere iraniane monarchiche, di Israele, ucraine e del Venezuela. Si sono susseguiti una serie di interventi che, a partire dall’Iran, hanno spaziato su diversi temi, ricalcando sostanzialmente l’agenda politica internazionale messa in campo dall’amministrazione Trump nei diversi quadranti del mondo.
Hanno preso parola, soprattutto, numerosi esponenti politici. Il che ha reso subito evidente quale fosse l’operazione politica dietro la chiamata delle associazioni promotrici: legittimare il partito trasversale della guerra attraverso la mobilitazione delle comunità esiliate da “feroci dittature” – vale a dire dei paesi che sono attualmente nel mirino delle politiche euro-atlantiche.
Operazione mal riuscita dato più che la manifestazione di un movimento spontaneo di queste comunità, si è trattato ancora una volta di sparuti gruppi arruolati dalla politica; gli stessi, pochi, che abbiamo visto in questi giorni presentarsi alle mobilitazioni per la Palestina o per il Venezuela e Maduro cercando la provocazione in favore di telecamera, e facilmente disinnescati e allontanati dalle piazze.
Rappresentando un’agghiacciante sintesi della reazione mondiale attuale, hanno quindi sfilato in ordine da destra a destra: Fidanza (Fratelli d’Italia), Gallera (Forza Italia), Gelmini (Noi Moderati), Ascioti (Azione), Scalfarotto (Italia Viva), Valcauda (Europa radicale), Hallissey (+ Europa), Maran (Partito Democratico) e Buscemi (sempre PD e Presidente del Consiglio comunale del sindaco Sala).
Se il “campo largo” non dovesse essere sufficiente a vincere le prossime elezioni, possono comunque dormire tutti sonni sereni, il campo non è largo, è già larghissimo: fascisti, liberali e “democratici” vanno a braccetto, e tutto fila con estrema naturalezza; con buona pace di chi da sinistra ha da tempo deciso di legare al PD le proprie sorti, nell’illusione – si fa per dire, dopo trent’anni di mortale coazione a ripetere – di contare qualcosa e, soprattutto, che questo qualcosa possa essere di segno progressivo e politicamente alternativo all’attuale governo Meloni.
D’altronde non è bastato nemmeno un genocidio o il rapimento di un presidente a segnare una qualche sostanziale differenza tra i “due” schieramenti. Condito da un malcelato odio di classe, c’è per entrambi la fedeltà assoluta ai desiderata delle classi dominanti euro-atlantiche e alle loro politiche di guerra, a spese dei lavoratori, e di rapina verso i popoli e i governi che non sono più disposti ad accettare un ordine globale ingiusto e fallimentare e, se ne facessero una ragione, ormai superato.
Se questa, a monte, è la scelta di campo, ogni decisione politica è già servilmente tracciata e non può esserci spazio, tale è il livello delle contraddizioni, ormai neanche per la minima variazione sul tema.
In tempi di guerra vengono meno le sfumature, i distinguo che prima – sempre meno, per la verità – poteva sembra contassero ancora qualcosa: o stai dalla parte giusta oppure da quella di chi la guerra (mondiale) la prepara, e la sta già facendo.
La giornata di sabato a Milano ci restituisce limpidamente questa polarizzazione. Da una parte oltre duemila persone (in larghissima parte lavoratori italiani e immigrati, giovani e studenti) attraversavano in corteo la città dirette verso il consolato USA – nella convergenza tra la mobilitazione per gli attivisti palestinesi ingiustamente arrestati e quella promossa in trenta città italiane contro l’aggressione al Venezuela e per la liberazione del presidente Maduro e della compagna Cilia Flores.
Dall’altra un centinaio di guerrafondai si radunavano in piazza della Scala – ribattezzata piazza Gaza questo autunno da ben altri numeri e contenuti – per chiedere variamente di sterminare un popolo o di bombardare il proprio, applauditi e decisamente ben rappresentati dal campo larghissimo della guerra e del pensiero unico.
Va detto, l’operazione sperimentata sabato in piazza della Scala al momento non sembra poter riuscire, se nonostante abbia mobilitato esponenti politici di spicco non è stata in grado di muovere che qualche decina di persone, evidenziando anzi il solco sempre più profondo tra lavoratori, giovani e classi popolari e una classe politica già ampiamente sfiduciata dalle oceaniche mobilitazioni autunnali per la Palestina e poi dalla due giorni del 28 e 29 novembre contro governo Meloni e finanziaria di guerra.
Ci dà, però, certamente la misura del degrado valoriale e della pericolosità del nemico con cui dovrà fare i conti il movimento di opposizione al governo Meloni che va, invece, affermandosi e definendosi nel paese – nel segno della crescente conflittualità dei settori sociali organizzati, del rinnovato attivismo dei settori giovanili e studenteschi e della solidarietà coi popoli, dalla Palestina al Venezuela.
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22/11/2025
In Italia le “minacce alla democrazia” non esistebbero. Il Parlamento europeo si defila
La proposta era stata avanzata dalla commissione Libertà Civili (Libe) del parlamento di Strasburgo, ma non era una missione “ad hoc” sull’Italia come “osservata speciale”. Infatti, periodicamente vengono organizzate missioni analoghe negli altri Stati membri dell’Unione Europea.
La commissione Libe è nata nel 2018 a seguito degli omicidi di alcuni giornalisti a Malta e in Slovacchia, e poi ha allargato il suo spettro nel 2019, con l’obiettivo di effettuare analisi, audizioni, missioni e proporre iniziative al Parlamento europeo. Il gruppo di lavoro ha programmato audizioni e missioni in Stati membri della Ue come Italia, Ungheria, Grecia, Bulgaria e Spagna al fine di verificare il rispetto dello stato di diritto.
Ma quando si è trattato dell’Italia, la conferenza dei capigruppo ha visto coalizzarsi una maggioranza di destra composta da popolari, conservatori ed estrema destra, facendo scomparire la missione dal calendario dei lavori. Lo stop è avvenuto con un repentino cambiamento di posizione del Ppe, che in commissione aveva detto inizialmente sì alla missione, ma poi ha cambiato idea. Non è la prima volta che Popolari, liberali di destra e destra neofascista europee condividono le stesse scelte politiche.
In materia di immigrazione già a ottobre 2024 si era infatti rivelata una maggioranza fra i Popolari europei guidati dal bavarese della CSU Manfred Weber, e i tre gruppi della destra nel Parlamento europeo: i “Patrioti per l’Europa”, diretti dal giovane lepenista francese Jordan Bardella ed a cui appartiene la Lega; i Conservatori e Riformisti capitanati dal meloniano Nicola Procaccini e dal polacco Joachim Brudzinski e il nuovo gruppo delle “Nazioni sovrane in Europa” guidato dal tedesco dell’AFD René Aust e dal polacco Stanisław Tyszka.
La visita, già inserita preliminarmente nel calendario dei lavori dai coordinatori della commissione Libe, avrebbe dovuto tenersi entro la fine dell’anno e si inseriva nel solco del caso Paragon, mirando a “verificare la situazione italiana in materia di giustizia, libertà di stampa, uso degli spyware e diritti delle famiglie arcobaleno”.
L’iniziativa avrebbe quindi dovuto fare seguito all’audizione convocata sullo stesso tema lo scorso maggio dalla presidente del Gruppo di Lavoro sullo Stato di diritto e la Democrazia, la liberale belga Sophie Wilmès, che invitò a Bruxelles, senza però ottenere risposta, anche i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio.
Ma già in quella occasione ci furono polemiche perché il gruppo europeo di Fratelli d’Italia contestò la Wilmès, chiedendo di includere anche gli esperti richiesti dalla delegazione di FdI tra cui figurava il giornalista Tommaso Cerno (direttore de Il Tempo, storico giornale della destra).
L’affossamento della missione in Italia nella conferenza dei capigruppo ha visto un ruolo decisivo dei Popolari europei riproponendo quella maggioranza tra Ppe e destre già vista ormai diverse volte ormai al Parlamento di Strasburgo.
Molti ricordano come lo stesso Ppe in sede di commissione Libertà Civili si fosse fatto promotore di diverse iniziative sul monitoraggio dello stato di diritto, compresa quella in Italia.
Significativo quanto dichiarato da Nicola Procaccini, capogruppo di Ecr (I Conservatori Europei a cui fa riferimento Fratelli d’Italia a Strasburgo) che ha sottolineato come “ormai le maggioranze siano cambiate a Bruxelles, impedendo alle sinistre queste strumentalizzazioni politiche”.
Non sappiamo se in base ai parametri sulle “guerre ibride” indicati dal ministro Crosetto nel suo rapporto presentato al Quirinale qualche giorno fa, possiamo ancora permetterci di criticare l’Unione Europea senza passare per “agenti del nemico”.
Ma è indubbio che il clima che si respira in tutte le istituzioni europee ormai da anni, vede quasi naturalmente affermarsi la convergenza tra conservatori, liberali e fascisti. Solo gli illusionisti potevano negare che gli Stati Uniti d’Europa “o sarebbero stati reazionari o non sarebbero esistiti”. Una profezia che ormai ha un secolo ma che rimane di straordinaria attualità.
Fonte
09/05/2025
I comunisti furono decisivi nella sconfitta del nazifascismo
Questa operazione di rovescismo storico – come la chiamerebbe il prof. D’Orsi – è stata in serie difficoltà fino alla fine degli anni Ottanta, ma poi è dilagata fino a tentare di coprire i fatti e riscrivere la narrazione storica e politica dell’era contemporanea in Europa.
Il processo di rimozione/demonizzazione del ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazismo si è indubbiamente e ampiamente nutrita dell’ondata anticomunista di massa diffusasi in Europa dopo il biennio 1989/1991, ma ha raggiunto la sua prima sintesi con la Risoluzione del Parlamento Europeo del giugno 2019 che equipara il nazismo e il comunismo.
In primo luogo – e non certo casualmente – per quella risoluzione è stata scelta la data del settantesimo anniversario dell’inizio e non quello della fine della Seconda Guerra Mondiale. Una scelta che ha una sua capziosità e che merita di essere decostruita e smascherata.
Il problema delle forze liberali, reazionarie e socialdemocratiche europee è infatti quello di cancellare dalla storia le foto che mostrano i leader dell’alleanza antinazista che portò alla fine della guerra e alla fine del nazifascismo. In quelle foto a Teheran e a Yalta compaiono infatti il presidente statunitense Roosvelt, il cancelliere britannico Churchill ma anche il leader sovietico Stalin. A meno di non voler ritoccare le immagini di quelle foto, la storia ufficiale certifica quella alleanza, così come altre foto certificano che la prima bandiera non nazista a sventolare su Berlino fu quella sovietica. Come depotenziare e rovesciare dunque il messaggio delle prime e delle seconde?
Gli estensori della risoluzione del Parlamento Europeo del 2019 partono allora dall’inizio e non dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale affermando in premessa un falso storico: la causa della guerra fu il Patto Ribbentropp-Molotov.
Con questo presupposto – che nega una verità storica che ci parla dell’annessione dei Sudeti, dell’Anschluss in Austria o del Corridoio di Danzica come prodromi della guerra scatenata dal nazismo in Europa – i volenterosi rovescisti storici del Parlamento Europeo provano ad annullare ogni riconoscimento verso l’alleanza antinazista dell’epoca e ogni gratitudine verso l’Armata Rossa sovietica. Al contrario vengono a dirci che fu proprio l’URSS – e di conseguenza i comunisti – a intendersela con il nazismo e dunque a provocare la guerra.
Ne discende che nazismo e comunismo hanno pari responsabilità nella Seconda Guerra Mondiale e quindi l’Europa nulla deve all’URSS e al suo contributo nella sconfitta del nazismo. Ragione per cui l’Europa liberale e democratica non può che definirsi che come antinazista e anticomunista.
Ma è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie di quella risoluzione del Parlamento europeo e dell’agire politico dei suoi estensori (liberali, conservatori, socialdemocratici) per verificare come in fondo siano molti più anticomunisti che antinazisti. E questo per due semplici ragioni:
a) nella storia recente dell’Europa è dimostrato che sono stati proprio liberali e conservatori (ed anche una parte delle socialdemocrazie) ad aver spianato la strada al fascismo in Italia e al nazismo in Germania in nome dell’anticomunismo e della “grande paura”;
b) liberali, conservatori e socialdemocratici temono e contrastano neofascisti e neonazisti sul piano della politica (minaccia alle libertà di stampa, riunione, espressione etc.) ma temono ancora di più i comunisti perché questi mettono in discussione i rapporti di proprietà, e i liberali tengono molto di più al diritto di proprietà che alla libertà in quanto tale. Anzi fanno discendere proprio dai rapporti di proprietà (privata) la libertà intesa in senso politico. I nazisti e i fascisti non mettono in discussione i rapporti di proprietà, anzi ne difendono apertamente il carattere di classe, ragione per cui sono sempre stati considerati “possibili alleati” contro i comunisti.
In tale contesto appare quasi impossibile pretendere il dovuto rispetto per i 20 milioni di civili e militari sovietici morti nella guerra contro il nazifascismo. E lo diventa ancora di più se viene dovutamente sottolineato come questo altissimo numero di morti c’è stato perché la Germania nazista considerava quella contro l’URSS una “guerra di annientamento” contro un’intera popolazione, rispolverando una slavofobia/russofobia intrinsecamente espressione di quella di untermenschen (sotto popoli, subumani) con cui una parte della cultura europea ha sempre guardato al proprio est. Una visione di cui vediamo una drammatica estensione e applicazione nei confronti della popolazione palestinese.
E va anche sottolineato come la slavofobia in Europa l’abbiamo respirata di nuovo in occasione dell’aggressione della Nato (spacciata ancora come alleanza militare delle “democrazie”) contro la Federazione Jugoslava nel 1999 (la prima guerra in Europa dopo il 1945 che molti sembrano dimenticare) e che respiriamo pesantemente come russofobia in questi ultimi tre anni di guerra in Ucraina.
Viene infine quasi spontaneo chiedersi – e andarlo a verificare nei fatti – come questa visione anti-totalitaria che equipara nazismo e comunismo abbia prodotti degli effetti ben visibili agli occhi di tutti.
In Europa da almeno quaranta anni i comunisti sono indeboliti, frammentati, in molti paesi ampiamente metabolizzati dal sistema politico dominante – per non contare poi quelli passati direttamente nel campo avverso. Eppure liberali, conservatori e socialdemocratici vivono ancora l’anticomunismo come una ossessione permanente.
Contestualmente, e proprio in Europa, stiamo assistendo alla crescita impetuosa di movimenti di destra, neofascisti e neonazisti anche se “ripuliti”. Una crescita che li rende nuovamente interlocutori appetibili e passibili di alleanze malsane, esattamente come avvenuto nei decenni precedenti. Insomma siamo in presenza di un rovescismo storico e di una equiparazione impropria che sta riproducendo solo un certo tipo di “mostri del passato”. Un risultato che dovrebbe porre molte domande e interrogativi e produrre risposte non banali.
Il tentativo di rovesciare la storia in corso da anni in Europa, non può e non potrà però cancellare un dato di fatto: il contributo dei comunisti alla sconfitta del nazifascismo non è certo stato l’unico, ma è stato decisivo. E lo è stato sia da parte delle forze sovietiche che nelle resistenze partigiane in molti paesi europei.
Per queste ragioni sono politicamente coraggiose e opportune le manifestazioni che lo riaffermeranno in questi giorni in diverse città italiane a ottanta anni dalla sconfitta del nazifascismo in Europa.
Fonte
25/04/2025
Un 25 Aprile all’altezza delle sfide
Le contraddizioni che portarono al più devastante conflitto in Europa sembrano addensarsi una in fila all’altra: guerre commerciali, riarmo, competizione esasperata sui mercati e sul piano ideologico.
Come ci ricorda lo storico Graham Allison le guerre vengono scatenate sicuramente per motivi economici e geopolitici (e questi ci stanno tutti), ma anche per “questioni di onore”, ovvero reputazione e perdita di autorevolezza di questo o quel governo. E le classi dominanti europee oggi danno questa esatta sensazione, alimentando un avventurismo militare estremamente pericoloso.
La sconfitta del nazifascismo che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale aprì una nuova fase storica dopo quella che con la Prima Guerra Mondiale aveva messo fine alla Belle Epoque, ossia la prima grande globalizzazione del sistema capitalista mondiale avviata negli ultimi venti anni dell’Ottocento.
In quella nuova fase storica i comunisti ebbero un ruolo da protagonisti, sia perché in molti paesi avevano dato vita alla Resistenza partigiana contro l’occupazione nazista, anche senza attendere l’arrivo delle truppe alleate o sovietiche, sia perché i comunisti misero in campo una idea di società alternativa a quella delle disuguaglianze e della guerra che aveva trascinato il Mondo nella catastrofe.
I liberali in Occidente si professano antinazisti e anticomunisti e così hanno provato a riscrivere la storia in Europa a loro immagine e somiglianza.
Ma è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie di documenti come la Risoluzione adottata e rinnovata ogni anno dal Parlamento europeo, per verificare come siano molto più determinati come anticomunisti che come antinazisti. Nel secondo caso il loro timore riguarda la sfera della politica, nel primo, oltre la politica, riguarda soprattutto la rimessa in discussione dei rapporti di proprietà, un tema al quale liberali e capitalisti sono molto più sensibili che alla stessa libertà.
È questa la ragione per cui una certa retorica antifascista liberale non può che suscitare forti perplessità.
Anche in Italia l’antifascismo liberale – di destra e “di sinistra” – si limita a condannare gli errori del fascismo limitandoli a quelli della entrata in guerra e delle leggi razziali. Di tutto il resto se ne vorrebbero far perdere le tracce, talvolta in modo sfrontato, altre invitando “alla sobrietà” nelle celebrazioni del 25 aprile.
L’antifascismo a intermittenza e limitato ad un “lontano passato” è diventato spesso una critica debolissima e del tutto inefficace, soprattutto per le nuove generazioni, alle quali andrebbero invece spiegate le responsabilità del neofascismo anche dal dopoguerra a oggi, quello coinvolto nelle stragi di stato, negli omicidi politici, nel sostegno a tutte le avventure belliche all’estero e reazionarie all’interno.
Alla prova del fuoco – la guerra – possiamo dunque verificare come le convergenze tra destra (neofascista o liberale) e liberali di “sinistra” diventino fin troppo evidenti, nei linguaggi come nelle scelte concrete, sia sul fronte ucraino che su Gaza. Ed è così che assistiamo alla stessa complice inerzia verso un genocidio in corso, quello dei palestinesi.
Questo 25 aprile ha un suo grande valore politico non solo perché celebra a cifra tonda l’anniversario della Liberazione del nostro paese e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Per noi è stato sempre un momento per rivendicare il diritto alla resistenza di ogni popolo, incluso quello palestinese.
Ma il 25 aprile di quest’anno sarà anche un passaggio della urgente mobilitazione contro la guerra e il riarmo delle prossime settimane e della rivendicazione del ruolo dei comunisti nella sconfitta del nazismo che in tanti intendono a negare, rimuovere o addirittura criminalizzare.
Facciamo sì che ogni giorno che ci attende sia un 25 Aprile, una resistenza tenace, permanente, offensiva.
Fonte
03/03/2025
La marcia degli ipocriti blu, europeisti e guerrafondai
Del resto questa impostazione da “volenterosi guerrafondai” traspare anche dalle righe dell’appello di Serra, ma con qualche dose di ipocrisia in più quando scrive: “Esiste ancora il concetto politico-strategico di “Occidente” nel quale sono cresciute le ultime generazioni di — appunto — occidentali? Che fine farà l’Europa, che oggi ci appare il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro, per giunta ricolmi di bombe atomiche?”.
Serra ignora, o fa finta di non sapere, che anche due potenze europee come Francia e Gran Bretagna dispongono di circa 500 bombe atomiche (rispettivamente 290 e 225) e che il futuro cancelliere tedesco Merz ha già fatto sapere che questo “tesoretto nucleare” andrà messo a disposizione del futuro esercito europeo e delle sue ambizioni.
Colpisce poi il silenzio, pluridecennale, sul fatto che in Italia di bombe atomiche statunitensi ce ne siano una novantina – stoccate ma operative – nelle basi militari di Ghedi ed Aviano, senza che questo abbia mai turbato i sonni degli “europeisti”.
“Sopravviverà la way of life europea a questa stretta, che mette in discussione ciò che banalmente chiamiamo ‘democrazia’, ovvero separazione dei poteri, diritti e doveri uguali per tutti, libertà religiosa e laicità dello Stato, pari dignità e pari serenità per chi è al governo e chi si oppone?” scrive ancora Michele Serra nel suo appello a difesa dei “valori occidentali” rappresentati dall’“Europa”.
Ma dal suo elenco di valori, guarda caso, sono scomparsi completamente quelli dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che pure sono inscritti nella Costituzione antifascista.
Per onestà occorrerebbe ammettere che l’“Europa” – in realtà l’Unione Europea – edificata sulla base del Trattato di Maastricht nel 1992, prevedeva anche e proprio la competizione interna e la disuguaglianza sociale come parametri decisivi per la crescita economica. Michele Serra si è già dimenticato come questa Europa ha trattato la Grecia nel 2015?
La devastazione sociale, l’impoverimento e il boom di disuguaglianze prodotte nelle società europee in questi trenta anni di europeismo applicato tramite “austerità”, sono lì a dimostrare materialmente che i “valori fondativi” dell’Europa sono radicalmente antidemocratici. Si ispirano solo all’ordoliberismo e non prevedono il benessere dell’intera popolazione, anzi si alimentano del suo contrario, fino a quando questa contraddizione non è esplosa nel modo peggiore tra i piedi delle classi dominanti europee. Il dramma è che questo “dettaglio” glielo ha dovuto evidenziare addirittura un bruto fascista d’oltreatlantico.
Michele Serra insiste poi sulla contrapposizione tra Europa e autocrazie: “E se le autocrazie parlano semplice e parlano chiaro (e parlano falso a loro piacimento, grazie alla costante contraffazione tecnologica della realtà), quale linguaggio dovrà adottare l’Europa perché la sua voce non solo sia udibile, ma anche forte, convincente, seducente almeno quanto la voce dei suoi nemici?”.
Quello di Serra – ma non solo suo – è un argomentare da “Vispa Teresa”, come se in questi decenni l’Europa sia rimasta sempre la stessa e non abbia invece visto prevalere prima gli spiriti animali del capitalismo ordoliberale ed ora quelli bellicisti.
Il patrimonio di credibilità “democratica e progressiva” dell’Europa è stato rapidamente consumato dal 1989 in poi, quando, venuto meno il bipolarismo USA/URSS, le classi dirigenti europee hanno dismesso ogni ambizione progressiva scegliendo la strada della condivisione con l’imperialismo egemone – quello USA – e dell'ambizione ad edificarne uno in proprio, ma con le stesse caratteristiche.
Nel sud del mondo – dall’Africa al mondo arabo-islamico, dall’America Latina all’Asia – l’Europa da tempo ha perso qualsiasi appeal e viene giudicata come un soggetto subalterno (agli USA) o altrettanto arrogante. Sarebbe sufficiente andare a vedere gli accordi di libero scambio che la UE ha imposto negli anni passati ai paesi africani oppure il sistematico affiancamento alle avventure militari in Afghanistan, Medio Oriente, Africa etc.
L’Unione Europea è poi l’interpretazione più ipocrita del “doppio standard” al quale il sud del mondo ha da tempo detto basta. Contro la Russia l'“Europa” ha adottato otto pacchetti di sanzioni, contro Israele neanche uno. Non sono cose che passano inosservate, fuori dal presunto “giardino” occidentale. Non basta separare con i propri parametri (molto variabili) quelle che vengono definite “autocrazie” o “democrazie” per giustificare inaccettabili differenze di trattamento.
Infine, e non certo per importanza, chi il 15 marzo in piazza, e ogni giorno nei talk show, invoca una Europa “più forte”, è pienamente consapevole e corresponsabile del fatto che oggi la misura di questa forza si dà sul piano del riarmo, delle spese militari, degli armamenti e della disponibilità a utilizzarli, anche rischiando la guerra – oggi contro la Russia, domani magari nel Mar Rosso o viceversa.
Proprio in Europa e nelle sue classi dirigenti sta emergendo una vocazione guerrafondaia che fa impallidire sia gli USA che le “autocrazie”. Eppure proprio l’Europa è stata il teatro principale delle tragedie belliche del XX° Secolo.
È per queste ragioni che chi scenderà in piazza il 15 marzo con le bandiere blu dell’Europa va ritenuto corresponsabile delle tragedie del recente passato e di quelle che si vanno delineando negli scenari futuri. Verso costoro nessuna indulgenza.
Fonte
20/02/2025
C’era una volta l’asse euro-atlantico...
Allo stesso tempo è stato altrettanto devastante per l’ordinamento interno degli Stati Uniti, dove agenzie fondamentali per l’azione internazionale “imperiale” – come UsAid – vengono chiuse con un click, il dipartimento dell’istruzione viene avviato sulla stessa strada, decina di migliaia di dipendenti pubblici vengono licenziati in tronco, così come i magistrati di diverso orientamento giudiziario e politico. E persino corpi fetidi come l’Fbi o la Cia si apprestano a subire il “repulisti” promesso fin dalla campagna elettorale.
Ma è chiaro che per “noi europei” l’elemento per ora decisivo è il rovesciamento di posizione degli Stati Uniti rispetto all’Ucraina, perché implica una marea di altri rovesciamenti. Non ultima l’idea stessa di “Occidente” neoliberista, “democratico”, rispettoso dell’ordine internazionale che gli Usa hanno determinato nel secondo dopoguerra.
Il vertice di Riad tra i due ministri degli esteri – Rubio e Lavrov – aveva già fatto capire che il problema principale, per le due superpotenze nucleari, è la ripresa di normali relazioni diplomatiche, l’abolizione delle sanzioni e delle controsanzioni. Mentre la guerra diventa un problema imbarazzante, certo, ma da risolvere parlandosi e decidendo sulla testa sia di Kiev che degli “alleati” europei, coinvolti loro malgrado (o con il loro entusiastico apporto, come per Polonia e baltici) dalla precedente amministrazione Biden.
Il patatrac di queste ore è noto. Donald Trump ha pesantemente scaricato Zelenskij e quindi anche la giunta nazigolpista di Kiev definendo il presunto leader un “dittatore senza elezioni e comico di modesto successo” che ha raggirato l’anziano Biden e fatto sparire un centinaio di miliardi di aiuti, ma che nel suo stesso paese godrebbe di appena il 4% di consensi.
Un modo piuttosto ruvido di “mettere a posto” l’iperfinanziato presidente di un paese completamente dipendente dagli aiuti militari e finanziari occidentali (soprattutto statunitensi, quanto a copertura satellitare e fornitura di informazioni per il combattimento), ma che si era permesso nelle ore precedenti di definire Trump come “prigioniero della bolla di disinformazione russa” e di “mettere in guardia chiunque dal fare trattative di pace sulla testa degli ucraini”.
I rapporti internazionali, anche prima del tifone Trump, si reggono da sempre sulla consapevolezza piena di ogni paese e di ogni leader circa il proprio peso specifico, nonché ovviamente dei rapporti di forza. Sia con il nemico che con gli alleati. E se sei completamente dipendente dagli aiuti esteri – anche a prescindere dalle “promesse fatte” da un presidente uscito di scena – lo spirito di sopravvivenza dovrebbe consigliare sempre un po’ di prudenza e molta modestia.
L’osannato Zelenskij – “eroe della resistenza” in funzione anti-russa e solo finché è servito in questo ruolo – ha dimostrato di non esser fornito delle doti minime necessarie per stare in un agone di alto livello. Finché tutto l’Occidente lo faceva parlare h24 su tutti i media, e rispettava fin nei dettagli i desiderata dell’alleato yankee, è sembrato credibile. Al primo contrasto serio è di fatto saltato su una mina.
Ma non è certamente il suo destino il problema principale. Per nessuno. Neanche per gli “alleati” europei, spiazzati e sconvolti ancora più dell’ex attore comico. Al massimo resta un sempre più vistoso imbarazzo per gli intrattenitori dei media, di solito incapaci di cambiare “narrazione” finché non arrivano ordini chiari dalla proprietà...
Il problema strategico – inatteso – è che è saltato l’ordine internazionale esistente. Anzi. A voler essere più precisi, si sta spezzando l’asse euro-atlantico. Ma soltanto quello. Il resto del mondo – Cina, India, Russia, l’universo islamico con le sue divisioni, ecc. – è rimasto esattamente come prima.
È insomma la crisi dell’“Occidente collettivo” che bisogna mettere sotto la lente.
Tutte le certezze pluridecennali sono improvvisamente diventate evanescenti. La solidità del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico, la consistenza reale della Nato senza più il collante della “mutua assistenza” (l’art. 5), i dazi già decisi dagli Usa e quelli annunciati (che colpiranno soprattutto l’Europa), una politica monetaria Usa tesa a “far pagare a noi una parte consistente del loro debito pubblico”...
Una tragedia che si somma alle rotture fatte per inseguire la politica guerrafondaia “democratica” statunitense, ossia le sanzioni alla Russia (che sono state in realtà “auto-mutilazioni” europee), e poi alla Cina, il silenzio sul genocidio a Gaza che ha alienato buona parte dell’immenso mondo islamico (2 miliardi di persone).
Gli alleati europei, che avevano supinamente servito la precedente strategia Usa, sembrano ora pugili suonati che menano pugni a vuoto e scuotono la testa mentre si muovono malfermi sulle gambe, a occhi chiusi. Isolati nel mondo e senza più il padre-padrone. Brutta condizione, in effetti...
Avevano ammannito alle rispettive opinioni pubbliche una “narrazione” che pretendeva di essere contemporaneamente “etica” e belligerante, “autentica” e infarcita di fact checker pronti a dichiarare falsa qualsiasi informazione fuori dal coro, piena di “valori” nominati ma non più praticati...
Il risultato, come vediamo oggi, è devastante.
Così abbiamo leader e opinionisti “democratici” che esaltano il comprensibile impazzimento di Zelenskij e della junta nazigolpista di Kiev – improvvisamente privati della certezza di rifornimenti militari, soldi, copertura satellitare – nell’illusione che costoro possano boicottare militarmente l’abbozzo di “trattativa di pace” che sembra essere iniziata con il vertice di Riad.
Nella folle illusione, insomma, che la guerra possa proseguire checché decidano Stati Uniti e Russia, sostituendo con i propri – scarsi e non omogenei – mezzi militari quel che gli Stati Uniti probabilmente hanno già cominciato a lesinare all’“ingrato” vassallo ucraino.
Sono andate in questa direzione, per qualche ora, le surreali discussioni a Parigi sull’ipotetico invio di militari della UE come improbabili peacekeepers in Ucraina, come se per tre anni non fossero stati co-belligeranti contro Mosca. Come se la patente di “europei” li potesse proteggere più di quanto non accade agli ucraini.
Non accadrà nulla di tutto questo, pensiamo, perché nessuno può seriamente credere che Kiev possa andare avanti da sola con lo zoppicante sostegno europeo. Men che mai i soldati in prima linea, non appena sapranno che hanno combattuto e si chiede ancora loro di morire soltanto per garantire che le risorse minerarie ucraine possano esser sfruttate dai due litiganti: europei e americani.
Gli ultradestri “nazionalisti” o apertamente fascisti, che fino a pochi giorni fa erano sulla stessa linea del “fronte”, non a caso ora tacciono all’unisono, in evidente attesa di capire se e quanto lo strappo europeo con il “nuovo sceriffo di Washington” sia reale, definitivo, recuperabile, condizionato, costoso.
La devastazione più grande è nei cervelli, però. Nelle idee ormai invalidate. Nelle parole che, a forza di essere utilizzate al contrario – ricordate la “guerra umanitaria”? O il “diritto di ingerenza umanitaria” al posto del “diritto all’autodeterminazione dei popoli”? – non significano più nulla e rendono così ogni ricerca di nuova consapevolezza un percorso ad ostacoli tra le rovine della “civiltà liberale occidentale”.
Se dovessimo davvero credere alle dichiarazioni dei piccoli leader che vagano nella nebbia, o agli ancor più sbandati “opinionisti mainstream”, ne risulterebbe che fermare la guerra in Ucraina è “di destra”, mentre continuarla “fino all’ultimo ucraino” sarebbe “democratico”, anzi addirittura “di sinistra”.
Liberarsi di questa gentaglia è necessario e possibile, adesso. Liberarsi delle loro idee marcite è il primo indispensabile passo per recuperare il senso di sé, degli interessi popolari contrapposti a quello dei tecno-miliardari e finanzieri, di una prospettiva di sopravvivenza e sviluppo che non passa più per i meandri sotterranei dell’“Occidente collettivo” ormai allo sbando.
C’è vita – per tutti i popoli – solo fuori da questa melma.
Fonte
19/02/2025
Se gli euro-atlantici sono costretti a diventare “anti-americani”…
Come innamorati traditi – o servitori in odore di licenziamento – si profondono in manifestazioni di astio totale così come prima si prostravano in salamelecchi imbarazzanti, sordi ad ogni constatazione negativa, pur impossibile da negare.
Lasciamo perdere gli ideologi duri e puri, che non offrono informazioni serie oggi così come non le fornivano ieri, quando l’America aveva sempre ragione ed era “il tempio della democrazia”.
Prendiamo invece in considerazione gli “esperti”, in primo luogo gli economisti o anche soltanto i giornalisti economici. Ad esempio Federico Fubini, editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera.
Tutti ne ricordiamo i pensosi pezzi in cui pretendeva di insegnare al lettore non specialista che gli Stati Uniti avevano non solo un’economia fantastica, un sistema finanziario di prim’ordine, un’etica degli investimenti invidiabile, una generosità nei confronti del mondo che sfiorava la santità, ecc., ma anche che tanta perfezione – tranne qualche spiacevole scivolone temporaneo (la bolla della new economy all’alba del millennio, la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers subito dopo, ecc.) – era praticamente immortale. A prova di bomba.
Improvvisamente, ieri mattina, ci ha rivelato che la realtà vera è l’opposto.
In estrema sintesi:
– gli Stati Uniti hanno “un debito pubblico enorme”, il 120,7% del Pil; che però significa quasi il 33% del Pil mondiale;
– hanno un deficit annuale medio del 6,3% del Pil (nella UE si rischiano procedure di infrazione pesantissime quando si supera il 3%), il che implica quasi 2.000 miliardi di nuove emissioni di titoli del Tesoro ogni anno, ovvero quasi il 2% del Pil mondiale da convogliare verso Washington;
– a questo nuovo debito annuale si devono però sommare altri 1.000 miliardi di dollari di debito delle agenzie semi-pubbliche e per tagli alle tasse fatti senza copertura, il che porta a 3.000 la cifra da reperire ogni anno;
– gli USA devono finanziare questo nuovo debito e coprire il rifinanziamento dei titoli in scadenza senza però fare aumentare i rendimenti (gli interessi da pagare), altrimenti rischiano un aumento esponenziale del “servizio del debito” e quindi del monte debiti stesso (è quello che è accaduto all’Italia dal 1981, quando – con il debito pubblico al 60%! – Andreatta decise che la Banca d’Italia non doveva più partecipare alle aste dei titoli del Tesoro);
– nessuna banca centrale del pianeta sarebbe più disposta a comprare altri Treasury, visto che già ne sono piene fino all’orlo (800 miliardi la Cina, 1.100 il Giappone, cifre simili per l’Arabia Saudita, le petromonarchie del Golfo, ecc.).
Nell’insieme, come abbiamo scritto più volte, da decenni gli Stati Uniti campano alle spalle del mondo, pagando con perline colorate chiamate “dollari” qualsiasi merce o servizio importano.
Il giochino è diventato insostenibile e il mondo da anni sta facendo di tutto per farlo capire ai diversi occupanti della Casa Bianca nonché al direttivo della Federal Reserve (la banca centrale Usa). I cinesi, per esempio, lasciando scadere i titoli (incassando quindi il capitale prestato e gli interessi maturati) senza sottoscrivere nuove emissioni o riducendo di molto la quota rispetto a quelle scadute.
Più in generale, la nascita dei BRICS+ e il successo clamoroso che va riscuotendo questa alleanza puramente economico-commerciale (sono già diventati undici paesi, tra cui Arabia Saudita e Iran, e altre decine hanno presentato domanda di adesione) sta preparando il terreno per un mondo in cui la maggioranza delle popolazioni farà a meno del dollaro e del sistema di pagamenti Swift, altrettanto controllato dagli Usa.
A quel punto il patatrac statunitense sarà questione di tempo. Ma non molto perché, se nessuno “presta” più all’America la quantità crescente di denaro necessaria per andare avanti as usual, il ciclo di quell’economia “perfetta” ha le ore contate.
Le amministrazioni “democratiche”, come sappiamo, hanno provato a risolvere questo problema “strutturale” prorogando oltre misura una politica di “espansione dell’egemonia” sul mondo, fisicamente rappresentata – in Europa – dall’allargamento a Est della Nato e dalla dissoluzione militare, o tramite “primavere arabe”, dei regimi mediorientali “non allineati”.
Ma anche questa strategia ha raggiunto il limite operativo. La Russia, invadendo l’Ucraina, ha messo il suo stop invalicabile (possiede un arsenale nucleare equivalente a quello Usa). L’“asse della resistenza” in Medio Oriente ha provato a fare altrettanto, a prezzi più alti e forse meno fortuna (da quelle parti l’atomica ce l’ha – illegalmente – solo Israele), ma seminando egualmente di ostacoli il percorso.
Dunque l’America ha partorito il “trumpismo” per risolvere il problema strutturale di cui solo ora parla anche Fubini lamentando che prima fosse “discusso di rado” (soprattutto grazie a quelli come lui...).
E come pensa di risolverlo? Con un ricatto alla texana, con qualche somiglianza alle “proposte che non si possono rifiutare”, in stile Padrino.
– far accettare titoli con durata anche di un secolo – 100 anni! – con rendimenti bassi come quelli attuali (poco più di zero, come differenziale rispetto all’inflazione);
– dazi punitivi su alleati e non per convincerli a finanziare ancora il debito Usa;
– minaccia di ritirare “l’ombrello protettivo” dell’esercito Usa;
– imporre l’uso delle stablecoin statunitensi (criptomonete private, ma garantite da depositi in dollari) come mezzi di pagamento digitale alternativi a tutte le altre monete nazionali mondiali (anche digitali), in modo da convogliare presso conti Usa denaro attualmente depositato altrove, soprattutto in Europa (causa sanzioni e minacce, infatti, molti paesi anche importanti non hanno un interscambio monetario “libero” con l’area del dollaro).
Cosa significa, complessivamente, questo insieme di azioni? In primo luogo “spostare il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, come teorizzato apertamente da Stephen Miran, nuovo presidente del Consiglio degli advisor economici della Casa Bianca.
Ovvero, sintetizza il “pentito” Fubini, “far pagare a noi una quota del debito americano”.
Non che sia una novità, come meccanismo. Di nuovo c’è la dimensione colossale dell’operazione monetario-finanziaria, quindi la portata catastrofica di una appropriazione di valore (di plusvalore, potremmo dire in altro linguaggio) destinata a prolungare un “privilegio esorbitante” che non riguarda neanche più l’intero popolo statunitense, ma una ristretta pattuglia di poche migliaia di miliardari “tecno” o squali di Wall Street che pretende – essendo al potere – di pagare ancora meno tasse.
Ma la quantità diventa qualità, notoriamente. La dimensione colossale della sottrazione di ricchezza dal resto del mondo – dalla parte del mondo che può essere raggiunta, quindi soprattutto dalla vigliacchissima Europa degli ultimi 30 anni – si traduce necessariamente in “sottrazione della sovranità monetaria”.
Che a quanto pare è l’unica vera “sovranità” che gli “antisovranisti” di ieri sono ora disposti a difendere. Si vede che dipende da quanto è gonfio il portafoglio che hanno in tasca...
Ah… per concludere. Il Fubini non parla affatto di quel che stanno intanto facendo, all’interno degli Stati Uniti, per tagliare la spesa pubblica secondo lo stile Musk-Milei (“afuera!”). Si va dal licenziamento in tronco di decine di migliaia di impiegati pubblici alla progettata cancellazione del dipartimento dell’istruzione (che implica la privatizzazione totale del sistema scolastico), fino all’harakiri della chiusura di agenzie come UsAid, protagoniste – tramite la scusa ufficiale degli “aiuti” – di tutte le “rivoluzioni colorate” (da diecimila a trecento addetti, praticamente un azzeramento).
Buona lettura.
Trump e il complotto contro l’Europa: le due strategie per dare l’assalto all’euro (e nascondere le fragilità Usa)
Federico Fubini – Corriere della Sera
L’America di Donald Trump ha un tallone d’Achille. È sotto gli occhi di tutti, eppure viene discusso di rado. È la ragione di fondo che spinge il presidente a cercare di intimidire gli altri Paesi – alleati o no – con minacce e misure sui dazi. È anche la ragione che lo spinge ad accelerare sulle monete digitali, non solo e non tanto le criptovalute ma soprattutto gli stablecoin (le “valute” digitali private sostenute da depositi, per lo più in dollari, di valore equivalente).
Le due strategie insieme convergono in un assalto all’Europa e all’euro e contribuiscono a spiegare molte delle mosse dell’amministrazione americana.
Lo so che suona come fantapolitica, ma non dovete credere a me: è tutto negli ordini esecutivi e nelle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione americana delle ultime settimane.
Oggi cercherò dunque di unire i puntini per mostrare una tendenza di fondo: la sua stessa vulnerabilità sta spingendo Trump verso un attacco alla sovranità europea. Alcuni dei principali responsabili di politica economica nell’area euro per fortuna ne sono consapevoli. La speranza è che il sistema politico europeo reagisca, perché ne ha gli strumenti: a cominciare dal progetto dell’euro digitale. Vediamo perché.
Qual è il tallone d’Achille di Trump? Esso è prodotto dall’enorme e crescente deficit pubblico, che obbliga gli Stati Uniti a trovare ogni anno compratori di titoli del Tesoro per almeno duemila miliardi dollari in più – rispetto all’anno precedente – sperando di non dover aumentare gli interessi offerti per attrarre investimenti.
Se Trump fallisse in questa missione, se non riuscisse a contenere il peso del debito pubblico e ad assicurarne il finanziamento senza problemi, allora sarebbe destinato a fallire anche nella sua promessa più importante agli elettori: confermare nel 2026 i tagli alle tasse per le imprese già varati nel suo primo mandato (dal 35% al 21%) e di rafforzarli fino al 15%.
Qui entriamo in gioco noi europei, in due modi. In primo luogo, perché agitare la minaccia di dazi punitivi per Trump e la sua squadra è un sistema volto a obbligare altri Paesi a comprare e detenere più titoli di Stato americani; in questo modo gli Stati Uniti potrebbero finanziare il loro crescente deficit pubblico, tenendo sotto controllo i tassi d’interesse sul debito.
In sostanza, Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare più debito americano man mano che viene emesso – e comprarlo malgrado rendimenti contenuti – oppure rischiare di perdere l’accesso al mercato dei consumatori americani e a quel che resta dell’ombrello di sicurezza del Pentagono.
In secondo luogo, noi europei siamo chiamati in causa perché gli “stablecoin” emessi in America potrebbero diventare mezzi di pagamento alternativi all’euro in Italia e negli altri Paesi dell’area; già solo attuare il progetto di soppiantare in parte l’euro in Europa con degli “stablecoin” americani – in sostanza, con dollari digitali – aiuterebbe non di poco sempre allo stesso scopo: finanziare i vasti e crescenti squilibri finanziari del governo degli Stati Uniti.
Fin qui, non lo nego, suona tutto come teoria del complotto. Starete pensando che io sia leggermente paranoico. Può darsi. Ma da ora in poi parlerò dei dati, delle dichiarazioni e dei documenti ufficiali che – in modo diretto – danno sostanza alla mia interpretazione.
Il problema di Trump è che il deficit federale americano è tale da creare un fabbisogno di dimensioni eccessive non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo.
Secondo i dati della Federal Reserve di St Louis, il disavanzo del governo nel 2024 è al 6,3% del prodotto lordo e il debito al 120,7%. Entrambi cresceranno nei prossimi anni, anche più rapidamente se Trump confermerà e rafforzerà i tagli fiscali in scadenza dal 2026. Ma questi numeri in sé a priori non sono insostenibili; il Giappone ha gestito per decenni deficit simili e un debito pubblico più alto di quello americano.
Ciò che rende l’America speciale sono le sue dimensioni: con un prodotto lordo di oltre 29 mila miliardi di dollari nel 2024, pesa per il 27% di un Pil della Terra da circa 109 mila miliardi.
Ora, il fabbisogno di finanziamento del deficit e dunque i titoli in più che ogni anno il Tesoro di Washington deve piazzare a investitori pubblici e privati, sono una somma molto vasta per il mondo: come si vede dai dati ufficiali, 1.958 miliardi di dollari solo nel 2024, pari all’1,8% del Pil mondiale. E quelle sono solo le nuove emissioni nette, che si sommano ai 40 mila miliardi di dollari di debito – poco meno di metà del Pil del mondo, grafico sopra – già presenti nei portafogli di privati, fondi, banche e banche centrali del pianeta e da rinnovare in parte ogni anno (il dato qui include il debito di agenzie garantite dal governo come Fannie Mae e Freddie Mac).
Quei duemila miliardi l’anno in più che il Tesoro americano deve attrarre da nuovi investitori ogni anno, si sommano al nuovo debito delle agenzie semi-pubbliche e ai piani di tagli alle tasse destinati a costare altre centinaia di miliardi l’anno.
In sostanza, il governo americano deve rastrellare ogni anno quasi tremila miliardi di dollari in più dal mercato mondiale e dalle banche centrali degli altri Paesi. E deve farlo agli attuali rendimenti. Se quelli salissero, i tassi sul debito pubblico e privato in America diventerebbero pesanti; il Paese rischierebbe una grave recessione, con conseguenze potenzialmente deleterie per il dollaro, per il suo status di grande moneta di riserva del mondo e per un mercato azionario di Wall Street già oggi molto fragile e squilibrato.
Ma tremila miliardi di nuovi titoli pubblici e semi-pubblici di Washington da piazzare in più ogni anno non sono uno scherzo. Sono quasi pari alla crescita economica netta del mondo in un anno, che è intorno al 3%: come dire che quasi tutti i nuovi flussi di risparmio di quasi tutti i Paesi del pianeta dovrebbero essere reclutati e andare – ogni anno – a finanziare il maxi-deficit americano. Così, Trump sarebbe libero di tagliare ancora di più le tasse alle multinazionali del suo Paese e agli americani facoltosi.
Com’è noto gli uomini più ricchi al mondo – Elon Musk, Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, Jeff Bezos di Amazon – praticamente già oggi non pagano tasse sui redditi personali e anche le loro aziende ne pagano relativamente poche. Anzi, Trump sta già ingiungendo ai Paesi europei di rinunciare agli accordi internazionali in sede Ocse che aumentano un po’ il prelievo sui gruppi americani del Big Tech.
Ma è credibile che la Cina continui a finanziare il nuovo e crescente deficit pubblico del suo grande rivale – Pechino detiene titoli Usa già per quasi 800 miliardi – in modo da permettergli di continuare a vivere sopra ai propri mezzi e intanto di rafforzare anche la propria difesa?
È credibile che lo faccia il Giappone – detiene già almeno 1.100 miliardi di debito Usa – quando ha ben altre priorità interne? È plausibile che lo faccia l’area euro, rischiando di subire i costi di una probabile svalutazione futura del dollaro proprio a causa degli squilibri americani?
Nessuna delle grandi banche centrali del pianeta in questa fase vorrà incrementare di molto la propria esposizione netta verso il debito degli Stati Uniti. Non spontaneamente, per lo meno. Di qui la strategia di Trump e dei suoi di farglielo fare con la coercizione.
Come faccio a dirlo? Perché lo dicono loro. Lo scrive il nuovo presidente del Council of Economic Advisors della Casa Bianca, Stephen Miran. Miran, ricorda Federico Rampini, è uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei dazi.
Dottorato a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al segretario al Tesoro Scott Bessent, Miran ha pubblicato un lungo documento di strategia per la nuova amministrazione dopo il trionfo di Trump in novembre. Lì si pone il problema di conciliare tre obiettivi complicati da tenere insieme:
– trovare i finanziatori per quasi cinquemila miliardi di dollari di nuovo debito in più (da tagli alle tasse) nei prossimi dieci anni, oltre ai duemila in più all’anno già previsti; svalutare il dollaro in modo che l’America riesca a vendere più merci al resto del mondo, comprandone meno da esso;
– mantenere contenuti i rendimenti sul debito e dunque tassi d’interesse di mercato americani, preservando lo status del dollaro quale moneta di riserva dominante del mondo.
Dov’è la contraddizione? Gli investitori esteri accetterebbero di comprare debito americano in dollari a rischio di svalutazione, finanziando il nuovo enorme deficit federale, solo a rendimenti (tassi) più alti.
Miran la risolve proponendo di minacciare gli altri Paesi: “È più facile immaginare che dopo una serie di dazi punitivi, partner commerciali come l’Europa e la Cina diventino più aperti a qualche tipo di accordo monetario in cambio di una riduzione dei dazi stessi”.
E ancora: “Ogni accordo dovrebbe incorporare un’intesa sulle scadenze”, cioè gli altri governi e banche centrali dovrebbero impegnarsi a comprare titoli americani a lungo termine più instabili e rischiosi – Miran propone titoli a scadenza di un secolo, a tassi contenuti – per poter evitare guerre commerciali da parte di Trump e il ritiro della tutela di difesa americana.
Miran parla di “zone di sicurezza e i Paesi al loro interno le devono finanziare comprando titoli del Tesoro americano (…) titoli a scadenza fra un secolo (…): se non scambi titoli a breve con titoli a lunga scadenza, i dazi ti terranno fuori”.
Miran spiega l’insistenza sull’obbligo fatto all’Europa o alla Cina di comprare titoli Usa a lungo termine, “spostando il rischio (del debito degli Stati Uniti, ndr) dal contribuente americano ai contribuenti stranieri”, con l’intenzione di tenere bassi i tassi di mercato in America. E aggiunge: “Come possono gli Stati Uniti far sì che i loro partner accettino un tale accordo? Primo, c’è il bastone dei dazi. Secondo, c’è la carota dell’ombrello di difesa e il rischio di perderlo”.
Se questo non è il disegno di un ricatto, non so come altrimenti definirlo.
L’obiettivo è una parziale confisca delle riserve dell’Europa, in modo da far pagare a noi una quota del debito americano tramite una svalutazione del dollaro e tramite rendimenti insufficienti sui titoli del Tesoro Usa.
Miran si spinge a proporre di usare dei poteri speciali della Casa Bianca per tagliare la cedola sui bond americani ai danni delle banche centrali estere che non accettino di rivalutare la loro moneta sul biglietto verde. Di fatto, un default punitivo. Sulla base di queste idee, Miran è diventato il capo del Council of Economic Advisors di Trump.
Ma non è tutto, perché anche le mosse di Trump sugli stablecoin sono volte a coprire il tallone d’Achille dell’America. Il 23 gennaio il presidente ha firmato un ordine esecutivo che prevede: “Promuovere e proteggere la sovranità del dollaro americano, anche con azioni volte a promuovere lo sviluppo e la crescita di legali e legittimi stablecoin basati sul dollaro in tutto il mondo (worldwide)”. I lavori per assicurare la relativa legislazione entro cento giorno sono già partiti al Congresso.
Di che si tratta? Uno stablecoin basato sul dollaro è un mezzo di pagamento digitale – utilizzabile tramite una app sullo smartphone – al quale corrispondono depositi in dollari gestiti dall’emittente della “moneta”.
In teoria, i depositi devono consentire all’utilizzatore di cambiare i suoi stablecoin in dollari presso la piattaforma a un tasso (appunto) stabile. All’aumentare dell’uso degli stablecoin, corrisponde un aumento dei depositi in dollari da parte della piattaforma emittente e questi depositi vengono investiti dall’emittente quasi tutti in titoli del Tesoro americano.
Dunque, aumentare l’uso di questo tipo di bitcoin “in tutto il mondo” (inclusa la zona euro) significa aumentare i depositi in dollari a scapito dei depositi in altre valute (incluso l’euro). Questi depositi, come detto, vanno a finanziare il debito americano. Ha dichiarato il 4 febbraio lo “special advisor” dell’amministrazione Trump per le cripto, David Sacks: “Gli stablecoin hanno il potenziale di assicurare che il dominio internazionale del dollaro americano aumenti e di creare potenzialmente migliaia di miliardi di dollari di domanda per i titoli di Stato americani”.
Esempi di stablecoin basate sul dollaro sono Tether, che capitalizza 142 miliardi di dollari ed è gestita da Giancarlo Devasini (l’uomo che ha appena comprato una quota della Juventus); o Circle (56 miliardi). Già oggi detengono tanto debito Usa quanto alcune fra le principali banche centrali del mondo, come si vede sopra.
Come funziona? Questa “moneta” digitale potrebbe offrire a un ristorante o a qualcuno che affitta su AirB&B commissioni più basse rispetto a Mastercard o a Amex. Potrebbe fare accordi con reti di noleggio auto per promettere sconti se si paga con un certo stablecoin. Così alcuni – magari dapprima i turisti – inizierebbero a usarlo in Europa al posto dell’euro in Italia, Francia o Germania, spostando depositi dall’euro al dollaro e finanziando dunque il debito americano.
Ci sono anche conflitti d’interessi, certo. Howard Lutnick, segretario al Commercio di Trump, controlla la grande piattaforma di valute digitali Cantor Fitzgerald e ha il 5% di Tether. Elon Musk, cinque giorni dopo l’ordine esecutivo sugli stablecoin, ha annunciato un accordo con Visa per permettere pagamenti digitali tramite il suo social media X (ex Twitter).
La sostanza resta: questa è una sfida allo status di moneta di riserva dell’euro portata in casa nostra, per coprire il finanziamento degli squilibri americani.
L’Europa può rispondere solo accelerando il lancio di un proprio mezzo di pagamento elettronico senza costi, l’euro digitale: le norme per farlo sono ferme nell’europarlamento da quasi due anni, ma ora il tempo stringe.
Resto convinto che il disegno di Trump di coercizione economica sul resto del mondo difficilmente possa funzionare. Sembra un presagio di declino americano, non d’impero.
L’esito più probabile è una svalutazione non pilotata del dollaro, un aumento degli interessi sul debito degli Stati Uniti e una coercizione sulla Federal Reserve perché lo monetizzi. Ma non per questo noi europei dobbiamo restare a guardare, mentre qualcuno cerca di sfilarci la nostra sovranità monetaria da sotto il naso.
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