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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/05/2026

Il 9 maggio i comunisti ci mettono la faccia. Corteo a Roma per la vittoria sul nazifascismo

Dopo la riuscita manifestazione dello scorso anno, anche questo 9 maggio a Roma si terrà la manifestazione in occasione della Giornata della Vittoria sul nazifascismo, contro la guerra e il riarmo, per riaffermare la prospettiva del socialismo.

Da anni è evidente che siamo di fronte ad una battaglia ideologica a tutto campo contro la storia e le conquiste del socialismo, come testimoniato dalla risoluzione che equipara nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo.

In un contesto di guerre, regressione sociale e di civilizzazione, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista e alla guerra.

“Il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista” è scritto nell’appello di convocazione della manifestazione.

Il corteo, convocato unitariamente dalle “comuniste e i comunisti” partirà alle 15 da Piazza Vittorio e si concluderà a San Lorenzo sotto lo slogan “Socialismo o barbarie”.

Qui di seguito l’appello unitario che ha convocato l’appuntamento del 9 maggio.
Il 9 maggio del 1945 l’Armata Rossa e le Resistenze che si erano battute in tutta Europa poterono annunciare la sconfitta del nazifascismo e la fine della barbarie scatenata dalla Germania nazista e dei suoi alleati, Italia fascista compresa.

A distanza di ottantuno anni, la crisi del capitalismo sta portando di nuovo la guerra nell’agenda politica di tutti i giorni, minacciando i popoli del mondo intero.

Il genocidio ancora in corso a Gaza e la colonizzazione della Cisgiordania, l’attacco Usa-Israele all’Iran e al Libano, il rapimento del presidente Maduro e il criminale “bloqueo” imposto a Cuba sono gli ultimi esempi dell’aggressività dell’area euroatlantica nella competizione imperialista.

L’Unione Europea e il governo Meloni sono compartecipi di questa deriva guerrafondaia, complici dei crimini dello stato terrorista di Israele e degli attacchi degli Stati Uniti, che sostengono puntando sul riarmo per rispondere a crisi interna e crisi internazionali.

Il piano di riarmo da 800 miliardi dell’Unione Europea si inserisce in questa dinamica, risponde alla necessità della competizione imperialista e alle vicende interne nell’alleanza atlantica dell’era Trump, mettendo una seria ipoteca sul futuro di tutto il continente.

Su questo, in Italia anche le forze del campo largo, che si professano alternative alla Meloni, sostengono invece il riarmo e la prospettiva di un esercito europeo e una difesa comune, con le conseguenti politiche del governo antipopolari e securitarie per chi vive e lavora nel Paese.

Di fronte alla battaglia ideologica combattuta contro le conquiste del socialismo, come testimonia l’equiparazione tra nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo nel 2025, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista.

Mettere al centro la questione del socialismo oggi significa dare una prospettiva concreta ai lavoratori, agli studenti, alle donne e alle classi popolari anche qui in Italia, un paese che fa parte della NATO e dell’UE. I comunisti e le comuniste possono svolgere un ruolo fondamentale per risalire il piano inclinato in cui le classi dirigenti stanno trascinando l’umanità.

Nell’esempio della resistenza di Cuba e della Palestina, come di tutti coloro che si battono contro l’imperialismo e la guerra, il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista.

Comunisti e comuniste
Fonte

09/05/2025

I comunisti furono decisivi nella sconfitta del nazifascismo

Il 9 maggio verranno celebrati gli 80 anni dalla sconfitta del nazifascismo. L’icona più significativo di questo fatto storico rimane indubbiamente la bandiera con la falce e martello issata sulle rovine del Reichstag a Berlino. Eppure ormai è da anni che assistiamo al tentativo di cancellare il ruolo avuto dall’Unione Sovietica e dai comunisti nella sconfitta del nazismo.

Questa operazione di rovescismo storico – come la chiamerebbe il prof. D’Orsi – è stata in serie difficoltà fino alla fine degli anni Ottanta, ma poi è dilagata fino a tentare di coprire i fatti e riscrivere la narrazione storica e politica dell’era contemporanea in Europa.

Il processo di rimozione/demonizzazione del ruolo dell’URSS nella sconfitta del nazismo si è indubbiamente e ampiamente nutrita dell’ondata anticomunista di massa diffusasi in Europa dopo il biennio 1989/1991, ma ha raggiunto la sua prima sintesi con la Risoluzione del Parlamento Europeo del giugno 2019 che equipara il nazismo e il comunismo.

In primo luogo – e non certo casualmente – per quella risoluzione è stata scelta la data del settantesimo anniversario dell’inizio e non quello della fine della Seconda Guerra Mondiale. Una scelta che ha una sua capziosità e che merita di essere decostruita e smascherata.

Il problema delle forze liberali, reazionarie e socialdemocratiche europee è infatti quello di cancellare dalla storia le foto che mostrano i leader dell’alleanza antinazista che portò alla fine della guerra e alla fine del nazifascismo. In quelle foto a Teheran e a Yalta compaiono infatti il presidente statunitense Roosvelt, il cancelliere britannico Churchill ma anche il leader sovietico Stalin. A meno di non voler ritoccare le immagini di quelle foto, la storia ufficiale certifica quella alleanza, così come altre foto certificano che la prima bandiera non nazista a sventolare su Berlino fu quella sovietica. Come depotenziare e rovesciare dunque il messaggio delle prime e delle seconde?

Gli estensori della risoluzione del Parlamento Europeo del 2019 partono allora dall’inizio e non dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale affermando in premessa un falso storico: la causa della guerra fu il Patto Ribbentropp-Molotov.

Con questo presupposto – che nega una verità storica che ci parla dell’annessione dei Sudeti, dell’Anschluss in Austria o del Corridoio di Danzica come prodromi della guerra scatenata dal nazismo in Europa – i volenterosi rovescisti storici del Parlamento Europeo provano ad annullare ogni riconoscimento verso l’alleanza antinazista dell’epoca e ogni gratitudine verso l’Armata Rossa sovietica. Al contrario vengono a dirci che fu proprio l’URSS – e di conseguenza i comunisti – a intendersela con il nazismo e dunque a provocare la guerra.

Ne discende che nazismo e comunismo hanno pari responsabilità nella Seconda Guerra Mondiale e quindi l’Europa nulla deve all’URSS e al suo contributo nella sconfitta del nazismo. Ragione per cui l’Europa liberale e democratica non può che definirsi che come antinazista e anticomunista.

Ma è sufficiente grattare appena un po’ sotto la superficie di quella risoluzione del Parlamento europeo e dell’agire politico dei suoi estensori (liberali, conservatori, socialdemocratici) per verificare come in fondo siano molti più anticomunisti che antinazisti. E questo per due semplici ragioni:

a) nella storia recente dell’Europa è dimostrato che sono stati proprio liberali e conservatori (ed anche una parte delle socialdemocrazie) ad aver spianato la strada al fascismo in Italia e al nazismo in Germania in nome dell’anticomunismo e della “grande paura”;

b) liberali, conservatori e socialdemocratici temono e contrastano neofascisti e neonazisti sul piano della politica (minaccia alle libertà di stampa, riunione, espressione etc.) ma temono ancora di più i comunisti perché questi mettono in discussione i rapporti di proprietà, e i liberali tengono molto di più al diritto di proprietà che alla libertà in quanto tale. Anzi fanno discendere proprio dai rapporti di proprietà (privata) la libertà intesa in senso politico. I nazisti e i fascisti non mettono in discussione i rapporti di proprietà, anzi ne difendono apertamente il carattere di classe, ragione per cui sono sempre stati considerati “possibili alleati” contro i comunisti.

In tale contesto appare quasi impossibile pretendere il dovuto rispetto per i 20 milioni di civili e militari sovietici morti nella guerra contro il nazifascismo. E lo diventa ancora di più se viene dovutamente sottolineato come questo altissimo numero di morti c’è stato perché la Germania nazista considerava quella contro l’URSS una “guerra di annientamento” contro un’intera popolazione, rispolverando una slavofobia/russofobia intrinsecamente espressione di quella di untermenschen (sotto popoli, subumani) con cui una parte della cultura europea ha sempre guardato al proprio est. Una visione di cui vediamo una drammatica estensione e applicazione nei confronti della popolazione palestinese.

E va anche sottolineato come la slavofobia in Europa l’abbiamo respirata di nuovo in occasione dell’aggressione della Nato (spacciata ancora come alleanza militare delle “democrazie”) contro la Federazione Jugoslava nel 1999 (la prima guerra in Europa dopo il 1945 che molti sembrano dimenticare) e che respiriamo pesantemente come russofobia in questi ultimi tre anni di guerra in Ucraina.

Viene infine quasi spontaneo chiedersi – e andarlo a verificare nei fatti – come questa visione anti-totalitaria che equipara nazismo e comunismo abbia prodotti degli effetti ben visibili agli occhi di tutti.

In Europa da almeno quaranta anni i comunisti sono indeboliti, frammentati, in molti paesi ampiamente metabolizzati dal sistema politico dominante – per non contare poi quelli passati direttamente nel campo avverso. Eppure liberali, conservatori e socialdemocratici vivono ancora l’anticomunismo come una ossessione permanente.

Contestualmente, e proprio in Europa, stiamo assistendo alla crescita impetuosa di movimenti di destra, neofascisti e neonazisti anche se “ripuliti”. Una crescita che li rende nuovamente interlocutori appetibili e passibili di alleanze malsane, esattamente come avvenuto nei decenni precedenti. Insomma siamo in presenza di un rovescismo storico e di una equiparazione impropria che sta riproducendo solo un certo tipo di “mostri del passato”. Un risultato che dovrebbe porre molte domande e interrogativi e produrre risposte non banali.

Il tentativo di rovesciare la storia in corso da anni in Europa, non può e non potrà però cancellare un dato di fatto: il contributo dei comunisti alla sconfitta del nazifascismo non è certo stato l’unico, ma è stato decisivo. E lo è stato sia da parte delle forze sovietiche che nelle resistenze partigiane in molti paesi europei.

Per queste ragioni sono politicamente coraggiose e opportune le manifestazioni che lo riaffermeranno in questi giorni in diverse città italiane a ottanta anni dalla sconfitta del nazifascismo in Europa.

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04/09/2024

Il suprematismo fuori tempo massimo spinge per la guerra

Era previsto, ma il treno non ha cambiato direzione; non esistono più i comandi né i binari per farlo. L’abisso si avvicina, ma non c’è una sola idea – nell’establishment tedesco ed europeo – su cosa fare per non caderci dentro.

Le elezioni in Germania hanno confermato che la distruzione del “modello sociale europeo”, perseguita con feroce determinazione e sordità da oltre 30 anni a questa parte, genera un malessere sociale che la peggiore destra nazifascista cavalca facilmente ovunque. Soprattutto perché la “sinistra complice”, socialdemocratica, ne è stata protagonista al pari del “centro moderato”.

In Italia questa destra governa, ed è difficile dire tra Lega e “meloniani” chi sia il peggiore. In Francia c’è arrivata vicino, ma neanche questo fallito assalto è stato sufficiente a convincere il “presidente dei banchieri” a cambiare marcia. Per lui e il suo ristretto blocco sociale la cosa più importante è impedire che la sia pur raffazzonata e periclitante coalizione progressista (il Nuovo fronte popolare) provi a governare per ridurre la portata dei danni prodotti dalla macronie. Squadra che perde non si cambia, insomma...

La Germania, che fin qui si era presentata come “locomotiva europea” sia sul piano economico che politico, dettando per tre decenni l’agenda dell’“austerità” europea, è oggi travolta da un’onda nera ma continua a blaterare soprattutto contro la sinistra che sopravvive solo grazie al movimento della Wagenknecht.

Più ancora dei risultati elettorali in Turingia e Sassonia – mentre si attende il voto del Brandeburgo, sia pure senza Berlino che fa land a sé – lo stato comatoso del “modello tedesco” si misura nella decisione della Volkswagen di chiudere alcuni stabilimenti in Germania per tentare di recuperare un po’ di competitività come azienda multinazionale sul mercato mondiale.

Non era mai avvenuto, in quasi 90 anni di storia industriale. E simboleggia qualcosa di più di un semplice impaccio, specie in un passaggio storico in cui i costruttori europei rinunciano a investire sull’auto elettrica e i cinesi stanno già definendo i nuovi standard in materia.

La recessione “tecnica” è questione di settimane, poi sarà ufficiale. E il governo “semaforo” – socialdemocratici, “verdi” e liberali – è un pugile suonato incapace di profferire parola anche quando la magistratura emana mandati di cattura per i sabotatori del North Stream, che hanno privato il paese di una fornitura energetica strategica. Ma sono ucraini, non russi, e con l’autorizzazione Usa e Nato. Il nemico ce l’hanno in casa e alle spalle, meglio non muoversi e non fiatare...

Senza dettagliare oltre su altri paesi più piccoli ma altrettanto febbricitanti, i tre pilastri più pesanti dell’architettura europea hanno perduto l’equilibrio. E la ragione è uguale per tutti: il neoliberismo che condanna parti crescenti della società ad un’esistenza troppo grama per potersi tradurre in “consenso” sociale per la governance “tecnica” del continente, mentre la guerra sembra tornare come unica prospettiva risolutiva di una crisi incancrenita.

Una miscela socialmente esplosiva, che somma e mescola paure diverse, tensioni geopolitiche e distribuzione ineguale della ricchezza, perdita della supremazia storica dell’“uomo bianco e occidentale” e flussi migratori generati proprio dalla sua sciagurata azione secolare.

Impoverimento di massa e guerra richiedono risposte alte, non paccottiglia che rimescola il già visto e consumato. Una crisi di sistema non si risolve con i cerotti messi all’ultimo istante su ferite profonde e sanguinose.

E il ritorno del nazifascismo come ideologia di massa non si arresta sommando nullità sociali solo quando si avvicina una scadenza elettorale. Ogni improvvisata “unità” senza un radicale cambiamento di logica è un fallimento sicuro.

Ma proprio questo ritorno nazifascista, che prova a tenere insieme nella sua narrazione la difesa del neoliberismo e le paure per la guerra alle porte, mina lo stesso precario edificio dell’Unione Europea, costruito nell’illusione che i vincoli economici e finanziari potessero generare di per sé un “comune sentire”, come se i popoli ragionassero secondo gli standard dei consigli di amministrazione.

Quando oscillano i capisaldi e la prospettiva è un tornado nella stanza e non hanno più senso i giochini politici (tipo le tristezze del “campo largo” o le sommatorie di sigle).

Occorre un’idea di società e un progetto per realizzarla. Un’idea che non consideri l’insieme della popolazione come una riserva da spremere e chissenefrega di chi non ce la fa. Che smetta di creare emarginazione e quindi la massa dei problemi che ne derivano. Che strappi agli “imprenditori della paura” la stella di latta dello sceriffo al servizio del biscazziere più ricco. Che tolga di mezzo la guerra riconoscendo negli altri popoli del mondo, e nelle loro rappresentanza reali, dei pari con cui ragionare per coesistere. Che seppellisca l’idea nazista della supremazia di un “popolo eletto”, superiore per diritto divino, colore di pelle, cromosomi o contingenza storica.

Un’idea internazionalista che non cancelli nessuna identità di popolo ma le riconosca tutte. Un’idea di eguaglianza sociale che riduca al minimo le disparità, perché è da lì che nasce la prepotenza suprematista e la subordinazione ad un fuhrer...

Il resto del mondo sta dicendo da anni che il suprematismo (l’imperialismo) occidentale non ha più ragione d’essere. Non solo perché “è ingiusto” (lo è sempre stato...), ma soprattutto perché i suoi vantaggi storici – sviluppo industriale, tecnologie, armamenti, ricchezza prodotta, ecc. – non sono più così preponderanti. E gli altri, tutti, ne sono consapevoli.

Non è più il tempo in cui un mercante scambia perline di vetro con pepite d’oro.

Non è più il tempo di Cortez the killer...

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31/08/2018

Pericolo fascista e unità. Ma con chi e per cosa?

Nell'immigrazione italiana in Francia tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '40, i comunisti, per un lungo periodo, si trovarono isolati. Almeno fino all'invasione dell'URSS da parte dei nazisti, i rari documenti dell'Internazionale Comunista indicavano con nettezza che occorreva rifiutare ogni alleanza con le forze della borghesia (e con i socialisti) limitandosi a condurre una lotta contro il fascismo interno al proprio paese in maniera totalmente autonoma e indipendente.

Pesava ovviamente il recente fallimento dei fronti popolari in Spagna e Francia, il patto di Monaco tra il governo francese e il governo tedesco votato dai socialisti e la stipula del patto Molotov - Ribbentrop attraverso il quale l'URSS prendeva tempo e riorganizzava le file convinta dell'imminente attacco tedesco.(1)

Molti anni dopo Giorgio Amendola in “Lettere a Milano”(2), ragiona su quel periodo e ricorda la fedeltà del gruppo dirigente (almeno di quel che ne restava in condizione di dispersione e isolamento) alle direttive internazionali non nascondendo un certo scetticismo personale.

Non a caso, l'invasione dell'URSS viene ricordata dal dirigente del Partito Comunista come una tragedia, che però metteva fine a un periodo di incertezza e schierava nettamente i comunisti dalla parte dell'unità contro il pericolo fascista.

Le svolte dell'Internazionale Comunista negli anni a cavallo tra le due guerre mondiali sono oggetto di studio del movimento comunista da anni. Su di esse si concentrano molte critiche e le analisi divergono. Ma non è questo il punto. Ciò che qui si vuol sottolineare è come, ad un certo punto, la politica dei comunisti cambia radicalmente in virtù di una situazione in cui occorreva mettere da parte la specificità comunista (nessuna alleanza né con la borghesia né con i traditori socialisti) e lavorare per riunire l'antifascismo.

Oggi diventa interessante rileggere quelle pagine di storia per effettuare qualche confronto con il presente. Ovviamente occorre rileggerle non per ripetere meccanicamente le azioni intraprese allora, ma per capire quali fossero le forze in gioco e in che modo la situazione venne analizzata.

In particolare Amendola si soffermava sulle direttive internazionali che spiegavano che era in corso una guerra tra imperialisti e che i comunisti non dovevano schierarsi né da una parte né dall'altra. Col senno di poi, scrivendone anni dopo, il dirigente del PCI osservava che in quegli anni il fascismo in Italia aveva già dimostrato ampiamente la propria ferocia politica instaurando una dittatura, incarcerando buona parte dei dirigenti politici dell'opposizione, avviando le leggi razziali e stringendo l'alleanza con il nazismo. Per Amendola, nonostante la fedeltà alle direttive dell'Internazionale, la situazione avrebbe richiesto un diverso approccio.

Più che nel merito delle scelte ci interessa qui capire come si sia svolto il ragionamento, osservando da un lato la natura dei regimi fascisti e la loro forza, dall'altro la natura di chi vi si opponeva, considerando la forza del movimento comunista e la sua possibilità di incidere, difendersi e contrattaccare. L'unione di queste tre analisi porta poi al da farsi. Si badi bene che molto spesso, le analisi entrano in contraddizione tra di loro. E ogni azione da intraprendere potrà avere effetti negativi o positivi da valutare con attenzione.

Soffermarsi sul metodo delle scelte ci sembra particolarmente importante visto che è necessario un paragone con la situazione odierna.

Ovviamente è cambiato decisamente il contesto in cui agiscono i vari soggetti. Esistono quindi analogie e differenze che però possono portare a esiti totalmente diversi.

E' quindi necessario chiedersi non solo se Salvini e altri (compresi i vari assi con le destre reazionarie in Europa) siano pericolosi o meno, ma capire bene il contesto in cui si muovono e prosperano, capire la natura delle proposte alternative in campo e quindi agire di conseguenza.

Quando i comunisti, a livello internazionale puntarono al fronte unico antifascista (e in Italia ciò pose le basi per il C.L.N.)(3) si era in situazione di guerra dispiegata; il regime fascista e quello nazista erano propriamente dittature e non governi di coalizione. Per limitarci al solo fascismo italiano si arrivava da vent'anni in cui si era condotta una guerra di annientamento contro l'opposizione con carceri e uccisioni. La libertà di stampa era stata abolita e il regime controllava ogni forma istituzionale.

Pur non sottovalutando i pericoli odierni, siamo in quella situazione?

Per noi la risposta è no. Basta guardare alla vicenda dell'immigrazione o della crescita degli atti intimidatori dei neofascisti. Qui non si tratta di negare il salto tutto propagandistico in senso reazionario portato dalla Lega Nord, si tratta di vedere i dati reali.

Le morti in mare e la strage di inermi nel Mediterraneo non sono una novità e i governi precedenti, al netto di una retorica diversa, non si muovevano in modo differente, così come i profughi che venivano accolti andavano a riempire i centri di accoglienza in condizioni assolutamente inaccettabili anche prima dell'avvento dei “nuovi barbari”.

Per quanto riguarda le aggressioni e le intimidazioni neofasciste non nascono qualche mese fa, ma sono una costante da anni. Vorremmo capire la differenza tra un governo a guida PD che non muove un dito quando un neofascista spara a Firenze(4) o a Macerata(5) e un Salvini che si limita a girare la testa da un'altra parte oggi. Tra l'altro, qualche mese fa, a Genova un compagno dell'Assemblea Antifascista è stato accoltellato alle spalle(6), ma allora né il Viminale di Minniti né la Repubblica ritennero opportuno lanciare una qualsivoglia campagna contro i fascisti(7).

Oggi ha senso manifestare in piazza il proprio dissenso a Salvini facendosi accompagnare da questi personaggi? Ha senso lottare contro il “sovranismo” chiedendo più Europa quando la stessa Unione Europea tace per tutto il periodo dell'emergenza Diciotti e non riesce a venire a capo di una revisione del trattato di Dublino? Ha senso chiedere l'intervento del Presidente della Repubblica, che ha sollevato un caso istituzionale contro Paolo Savona perché ministro non gradito alla UE e non ha detto una parola quando un pericoloso razzista come Salvini diventava Ministro dell'Interno?

Macron, che dichiara la propria inimicizia nei confronti di Salvini e Orban, è veramente alternativo a questi ultimi? Ha senso lottare contro la sovranità nazionale, feticcio delle destre in Italia e in altri paesi d'Europa, riproponendo un sovranismo allargato, i cui confini si estendono all'intera Unione, come proposto da Francia e Germania? Quale è la fondamentale differenza tra un ministro che usa 170 poveri eritrei come arma di ricatto e il PD che ha firmato accordi per creare lager in Libia dove le condizioni sono ancora più inumane?

Vi è poi la questione della coerenza che si dimostrerebbe alleandosi con partiti e movimenti i quali, con politiche di austerità che alimentano la diseguaglianza, hanno effettivamente spianato la strada alla crescita delle destre reazionarie. Anche qui, a ben vedere, sono possibili analogie con gli anni '30 del secolo scorso, ma anche grandi diversità.

Come è noto, lo sviluppo del fascismo negli anni '20 e '30 è stato sostanzialmente causato da due fattori principali: lo sfacelo economico dovuto al primo conflitto mondiale con le enormi sofferenze che colpivano duramente le classi popolari in alcuni stati e la necessità di difendere alcuni interessi padronali contro l'offensiva del movimento operaio e socialista.

Per quanto riguarda la situazione economica e sociale, sono evidenti le analogie con quello che stiamo vivendo oggi. Inoltre si possono osservare altre analogie tra il ruolo nefasto esercitato dalle socialdemocrazie negli anni tra il primo e il secondo conflitto mondiale e quello esercitato in questi anni da una “sinistra” che, in Europa, ha lavorato ovunque contro le classi popolari(8).

Tuttavia manca, in questa fase, l'elemento storico della lotta contro l'offensiva del movimento operaio che fu decisivo per la creazione del blocco sociale reazionario che portò al proseguimento della guerra mondiale.

La possibile “grande alleanza antifascista” o antisovranista e antipopulista, come si suole chiamare, si vorrebbe oggi costruire con coloro che si aggrappano a quel residuo di potere (economico e mediatico) che gli ha permesso, in questi anni, di approfondire quel solco sociale che è la principale causa del risentimento popolare alla base del successo della destra(9).

D'altronde che cosa ci si può aspettare, anche ritenendo l'antifascismo l'unico valore in campo, da coloro che ancora oggi, dopo il crollo di Ponte Morandi, si attardano in difesa di privatizzazioni e liberalizzazioni, da coloro che rivendicano le riforme del welfare, del lavoro e della scuola di fronte a timidissime ipotesi di ripensamento? Da coloro che oggi si vantano del fatto che quando governavano respingevano più migranti?

Come vediamo ci troviamo di fronte a un crinale insidioso. La manifestazione di Milano contro il vertice Salvini-Orban ci segnala che molta gente ha voglia di mobilitarsi contro i possibili rigurgiti reazionari. Così come si può andare molto fieri della mobilitazione di Catania dove è stato giusto rispondere immediatamente e fare chiarezza politica allontanando il PD dal corteo. Ovviamente non si può tacere che, almeno a livello mediatico, la piazza di Milano sia stata usata strumentalmente da chi non può essere nostro alleato.

Qui non si tratta, quindi, di derubricare l'antifascismo e l'antirazzismo ad armi di distrazioni di massa ma di capire esattamente la fase politica nella quale ci si trova a operare.

Proprio perché ci troviamo di fronte alle avvisaglie di un pericolo reale occorre lavorare rendendo chiaro l'antirazzismo e l'antifascismo che pratichiamo. Renderci conto che non viviamo in una società in cui, improvvisamente, una maggioranza di cittadini è impazzita, ma semplicemente che stiamo raccogliendo i primi frutti di una politica condotta in modo scellerato.

Siamo in una fase in cui occorre ancora distinguere e rivolgersi a quel blocco sociale fatto di proletari, disoccupati e semplici cittadini che devono essere recuperati a una politica che finalmente si preoccupi dei loro interessi e non degli interessi di banche, padroni o organismi antidemocratici, guerrafondai e irriformabili come l'Unione Europea e la NATO.

A Salvini, Orban e a tutti gli altri che soffiano sul fuoco del razzismo, del cinismo e della xenofobia dobbiamo rispondere in modo diverso.

Fornendo una diversa idea di futuro e non certo proponendo il ritorno a un passato che ha creato l'incubo e non ha nessuna possibilità di combatterlo.

A tutti coloro che, anche in buona fede e sinceramente preoccupati, credono sia necessario accantonare le differenze in nome del rispetto della civiltà e della democrazia, rispondiamo che oggi un fronte unitario è necessario ma lo si ricostruisce dal basso tra i lavoratori e gli sfruttati. Ai generali senza truppe dei partiti di “sinistra” non ha nessun senso fornire alcun appiglio.

Nel 1941, al culmine di un processo drammatico e nel pieno di una guerra mondiale, i comunisti si allearono sì con i nemici di un tempo, ma quei nemici erano in carcere, in esilio e nei fronti della resistenza. Noi dovremmo oggi allearci con un gruppo di signori ai quali del pericolo fascista e razzista non è mai importato niente e che in questi anni, più che le carceri, ha frequentato i circoli ristretti del capitale e della finanza? E che non vede l'ora di recuperare quel consenso che i lavoratori gli hanno giustamente negato per continuare con le medesime, criminali, politiche antipopolari?

Tenerli lontani dai nostri cortei non solo è giusto, ma assolutamente indispensabile se il pericolo fascista e reazionario lo si vuol combattere sul serio.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Note:

1) La storia delle direttive dell'Internazionale Comunista tra gli anni '20 e il periodo della seconda guerra mondiale è nota. Scolasticamente si possono distinguere i vari periodi. Dalla nascita dell'Internazionale Comunista agli anni '30 i comunisti erano invitati a non allearsi con i socialisti definiti come “l'ala sinistra della borghesia”. Questo periodo è noto con il termine coniato per definire la politica dei socialisti come “socialfascismo”. Negli anni '30 l'avanzata dei regimi fascisti portò l'Internazionale ad appoggiare la nascita dei Fronti Popolari in Francia e Spagna fino alla sconfitta definitiva nella guerra di Spagna nel 1938. Da quel momento si ritorna a una politica di totale autonomia dei comunisti almeno fino all'invasione dell'URSS da parte dei tedeschi.

2) Ci si riferisce al testo di Giorgio Amendola “Lettere a Milano” Editori Riuniti, 1973

3) Il fronte si concretizzò nella lotta partigiana con la creazione del Comitato di Liberazione Nazionale. Dopo la liberazione assunse anche una forma politica elettorale con la presentazione del Fronte Popolare che univa Partito Comunista e Socialista alle prime elezioni politiche del dopoguerra.

4) Ci si riferisce al 13 giugno 2011, quando l'estremista di destra Gianluca Casseri affiliato a Casa Pound uccise due senegalesi Samb Modou e Diop Mor ferendo anche Moustapha Dieng. Gianluca Casseri si suicidò per sfuggire alla polizia

5) A Macerata il 3 febbraio 2018, il fascista Gianluca Traini spara ripetutamente sulla folla ferendo 6 cittadini stranieri. Traini era stato candidato nelle liste della Lega Nord nel 2017. In casa aveva il Mein Kampf di Hitler e, prima di sparare con il tricolore legato al collo, avrebbe fatto il saluto romano. In quell'occasione il PD decise, attraverso il Sindaco di Macerata, di minimizzare provando a vietare la manifestazione antifascista indetta da altre forze politiche sociali e sindacali alcuni giorni dopo.

6) Ci si riferisce all'attacco portato da alcuni militanti di Casa Pound durante un volantinaggio antifascista, attacco avvenuto a qualche centinaio di metri dalla sede neofascista il 12 gennaio 2018. Anche in questa occasione il PD decise che era il caso di votare insieme alla destra cittadina un testo del Consiglio Comunale che attaccava e stigmatizzava atti di una “imprecisata” violenza politica generica, senza alcun riferimento al neofascismo.

7) In realtà la mappa delle aggressioni neofasciste in Italia è molto più ampia. Per una idea si consulti, ad esempio, questo link https://www.panorama.it/news/cronaca/mappa-aggressioni-fasciste-italia-2018/ che riporta le aggressioni, almeno quelle più note, dal 2014.

8) Per chiarezza: anche il rapporto tra la socialdemocrazia di un tempo e quella di oggi meriterebbe un confronto dialettico. Negli anni tra le due guerre mondiali, pur macchiandosi di varie vergogne (a cominciare dal voto ai crediti di guerra nel primo conflitto mondiale fino al soffocamento della rivolta spartachista con l'assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, solo per citare i due casi più eclatanti), la socialdemocrazia manteneva un forte rapporto con le classi popolari attraverso i sindacati. La socialdemocrazia odierna, almeno in Italia, non può vantare neppure quello.

9) Solo per rimanere ai casi più recenti, è evidente come la manifestazione di Milano sia servita al PD per rilanciare l'unità della sinistra senza provare alcuna vergogna. Citando, tra l'altro, come riferimenti Obama e McCain, definito da Walter Veltroni un galantuomo. Gli appelli all'unità della sinistra contro il pericolo populista sono comunque numerosi e si ripetono incessantemente da settimane.

Fonte

10/05/2015

Mosca, un'occasione persa

di Fabrizio Casari

E' stata una parata militare imponente quella che Vladimir Putin ha messo in scena sulla Piazza Rossa di Mosca nel 70esimo anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul nazifascismo. Alla presenza dei presidenti di Cina, India, Sudafrica, Cuba, Venezuela e di altri 30 dei 68 invitati, 15mila soldati russi, 1.300 militari stranieri, circa 200 mezzi corazzati e 143 tra aerei ed elicotteri, sono stati i protagonisti di quella che, a ragione, può essere chiamata come una dimostrazione di forza.

Una scenografia sottolineata da toni patriottici dell'oggi appena mascherati dall’enfasi di una memoria che la Russia non intende abdicare sull’altare della fine dell’allora Unione Sovietica. Difficile del resto dargli torto nel voler rimarcare di fronte al mondo il credito di cui vanta per la vittoria sul nazifascismo; una vittoria ottenuta al prezzo di 27 milioni di morti e città distrutte, di sacrifici immensi da parte della popolazione.

Per i deboli in storia va ricordato che il più emblematico di questi sacrifici - e allo stesso tempo quello fondamentale - fu la resistenza eroica di Stalingrado, dove dopo diciotto mesi di assedio della sesta armata della Wermacht affiancata dall’esercito italiano, ungherese e romeno, l’Armata Rossa riuscì a liberare la città e a dare così il via alla controffensiva che portò due anni dopo alla conquista di Berlino e alla resa incondizionata dei gerarchi nazisti con la bandiera sovietica sventolante sul tetto del Reichstag. Seppure la storiografia ufficiale narri solo di statunitensi liberatori, è bene sapere che dal punto di vista militare senza l’Unione Sovietica e i suoi 27 milioni di morti, oggi la storia racconterebbe ben altre vicende e la democrazia di cui l’Occidente si fregia sarebbe forse un’ipotesi scolastica da coltivare in elaborati clandestini.

A far da contraltare alle celebrazioni, è spiccata l’assenza di tutti i governi occidentali più importanti alla parata, riflesso pavloviano delle sanzioni contro la Russia, prodotto della politica ostile di Stati Uniti ed Europa. Le diplomazie europee e statunitensi affermano trattarsi di una presa di posizione determinata dalla vicenda ucraina e di quanto avvenuto in Crimea, ma se così fosse l'assenza alla parata militare sarebbe stata comunque superata da un alto livello nel resto delle celebrazioni, mentre invece pare che sarà solo la Cancelliera Angela Merkel a rappresentare il suo paese ai livelli più alti.

Eppure, la vittoria sul nazifascismo ed il ruolo sostenuto dall'Unione Sovietica meriterebbe il riconoscimento di tutti i paesi che combatterono l'orrore hitleriano e mussoliniano e l'occasione era propizia per inviare un messaggio di disponibilità all'ascolto. Niente da fare, Stati Uniti ed Europa preferiscono continuare sulla strada del confronto a mascelle serrate. I primi ci guadagnano, i secondi pagano ma, come ogni intendenza, seguono.

La sfilata russa è stata preparata con il maggior sfoggio di potenza bellica di questi ultimi anni. E' un chiaro messaggio di Putin rivolto agli Stranamore del Pentagono, che ritengono di poter continuare ad intruppare basi, uomini e batterie missilistiche ogni volta più vicini al territorio russo, così come stimolano il riarmo nazionalista giapponese e continuano a minacciare Pechino nel Mar della Cina.

A questo proposito la sfilata militare ha avuto come principale motivo d’interesse proprio la riaffermazione pubblica dell’asse Mosca-Pechino-Nuova Delhi, che tanto sul piano militare quanto su quello economico e finanziario, mette davvero in discussione il primato mondiale dell’Occidente a guida statunitense.

Le immagini di Putin e Xi Jinping (con cui Mosca ha formato un’asse strategica economica e militare) con al loro fianco il premier indiano Pranab Mukherjee (che ha con la Cina una partnership importante), indicano la volontà di relazionarsi unitariamente con Stati Uniti ed Europa ed esprimono un’idea di sviluppo e di governance planetaria multipolare che interrompe l’unipolarismo statunitense, rivendicando un ruolo strategico.

Miliardi di persone, risorse strategiche e territori immensi sostenuti da imponenti arsenali militari non potevano, del resto, rimanere dei nani politici e militari subordinati alla leadership statunitense, peraltro in profonda crisi.

Con questa nuova realtà, con questo nuovo approccio strategico per la governance globale, si dovrebbe costruire un dialogo fondato sull’integrazione reciproca e la suddivisione delle responsabilità, ma ad oggi la sfida militare e l’aggressione politica sembrano essere le scelte che un Occidente privo di vision globale mette in campo, con la speranza di poter continuare a perpetrare un comando che né le sue condizioni economiche, né quelle militari sembrano in grado di confermare.

Teatri di guerra in Medio Oriente, in Africa, in Asia, terrorismo internazionale e crisi economiche europee; migrazioni di massa e redistribuzione delle risorse energetiche ed alimentari; accesso all’acqua e salvaguardia ambientale sono alcuni dei temi sui quali il dialogo e la condivisione di analisi e soluzioni andrebbero ricercati proprio da Washington e Bruxelles, dal momento che anche Mosca, Pechino e Nuova Delhi hanno tutto l’interesse alla costruzione di un clima internazionale concertato ed inclusivo. Russia, Cina e India chiedono a chiare lettere un ruolo primario nello scacchiere globale, fatto anche di condivisione nella gestione del pianeta, di attenzione agli interessi strategici ed ai processi di consolidamento della loro crescita.

Ma l'allargamento dell'area di governo planetario viene visto come una minaccia agli interessi occidentali. Si costruiscono vere e proprie aggressioni alle sfere d'influenza e si vìolano accordi firmati, per poi, dopo l'inevitabile reazione, imporre sanzioni. Piuttosto che cercare un terreno possibile di partnership si preferisce destabilizzare il Medio Oriente e l’Europa dell’Est, elaborare progetti di colpi di stato nei confronti dei paesi che non si allineano ai voleri di Washington e realizzare operazioni di assalto alle loro riserve finanziarie.

Si sceglie di affrontare il dramma epocale delle migrazioni di massa con politiche repressive e la necessità di una migliore e diversa distribuzione delle risorse energetiche viene gestita con manovre politiche e speculative nel tentativo d’indebolire e piegare i paesi produttori di petrolio che sfuggono agli ordini della Casa Bianca.


Vista l'inutilità, se non addirittura il suo essere controproducente delle politiche di sanzioni ed embarghi, per USA, GB e Francia partecipare alla celebrazione di Mosca poteva essere un'occasione per passare dalle minacce alla riapertura di un dialogo. In questo senso l’assenza di Stati Uniti ed Europa alla parata militare risulta più un gesto di stizza che non una linea di lungimiranza politica.

Putin, come del resto Xi e Mukherjee, davvero non possono essere additati ad esempio per un modello di democrazia partecipativa, elemento d’altra parte che certo non figura tra le caratteristiche di USA ed Europa.
Ma Russia, Cina ed India sono paesi che non possono essere confinati nell’angolo dell’assenso dovuto. Men che mai per confermare, in spregio alla realtà, un mondo con al comando chi declina e all’obbedienza chi emerge.

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09/05/2015

Mosca - Chi c'è e chi non c'è alla parata che celebra la vittoria sul nazifascismo


Alle celebrazioni previste oggi a Mosca in occasione dei Settanta anni dalla vittoria contro il nazifascismo, parteciperanno 30 capi di stato e di governo. Tra essi il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, a conferma di un rapporto sempre più stretto fra Cina e Russia, ma anche la partecipazione di Raul Castro, presidente della Repubblica di Cuba e il presidente del Venezuela Nicolas Maduro. Saranno presenti alla parata anche il presidente della Repubblica dell'India, Pranab Mukherjee, il premier greco Alexis Tsipras, il presidente della Repubblica di Serbia, Tomislav Nikolic.

La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, effettuerà una visita ufficiale a Mosca ma il giorno successivo, 10 maggio. L'Italia, come la Francia e altri paesi europei parteciperà invece alla cerimonia di deposizione dei fiori alla Tomba del Milite Ignoto — al Giardino Alezandrovskij — e all'incontro al Cremlino domani, in occasione delle celebrazioni che si terranno a Mosca, nella giornata commemorativa del 70esimo anniversario della vittoria russa nella Seconda Guerra Mondiale, "perchè è giusto ricordare l'enorme contributo che l'allora Unione Sovietica ha dato alla liberazione dell'Europa dal nazifascismo e le milioni di vittime russe", ma l'Italia, ha fatto sapere il ministro degli Esteri Gentiloni, "non parteciperà alla parata militare — che aprirà le celebrazioni — perchè è altrettanto giusto dare un segnale di distinzione rispetto a quello che è successo nell'ultimo anno con l'annessione della Crimea e con le tensioni in corso a est dell'Ucraina".

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Settanta anni fa la vittoria contro il nazifascismo


Una foto che racconta un momento decisivo della storia del XX Secolo. La bandiera con la falce e martello sul Reichstag di Berlino in realtà era stata issata il 30 aprile e le truppe tedesche si arrenderanno ufficialmente l'8 maggio, ma è la data del 9 maggio che verrà indicata dall'Unione Sovietica come la Giornata della Vittoria sul nazifascismo.

Qui di seguito gli eventi bellici del 1945 sulla frontiera orientale che portarono le truppe sovietiche fino al cuore di Berlino.

12 gennaio
Le forze sovietiche lanciano una massiccia offensiva dalle posizioni occupate lungo la Vistola e il Nida, nella Polonia centrale. L’offensiva libera completamente il territorio polacco dalle truppe tedesche e consente all’esercito sovietico di avanzare fino al fiume Oder, in Germania, e portarsi a meno di 170 chilometri da Berlino.

17 gennaio
All’avvicinarsi delle truppe sovietiche, le SS cominciano l’ultima evacuazione dei prigionieri del complesso di Auschwitz, costringendoli a marce forzate che li porteranno all’interno del Reich. Queste evacuazioni diventeranno poi note come “marce della morte”.

25 gennaio
Le SS cominciano l’evacuazione finale del campo di concentramento di Stutthof.

27 gennaio
Le truppe sovietiche liberano Auschwitz, trovando ancora vivi circa 7.000 prigionieri, tra il campo principale e quelli secondari.

13 febbraio
La 70ª Brigata Corazzata dell’Esercito Sovietico libera il campo di concentramento di Gross-Rosen.

Le truppe dell’Armata Rossa accettano la resa delle ultime unità tedesche e ungheresi che ancora combattono a Budapest, in Ungheria.

7 marzo
Le truppe americane attraversano il Reno a Remagen, in Germania, l’ultimo ostacolo all’avanzata verso il cuore della Germania.

4 aprile
La 4ª Divisione Corazzata e l’89ª Divisione di Fanteria della Terza Armata statunitense liberano Ohrdurf, un campo secondario di Buchenwald. Una settimana più tardi, dopo aver visitato Ohrdurf, il generale Eisenhower ordina una minuziosa documentazione delle atrocità perpetrate dai nazisti nei campi di concentramento, affinché nessuno in futuro possa negare che siano avvenute.

11 aprile
Truppe americane appartenenti alla 3ª Divisione Corazzata e alla 104ª Divisione di Fanteria liberano il campo di concentramento di Mittelbau-Dora, a Nordhausen, in Germania, trovando ancora in vita pochi prigionieri che erano stati abbandonati nel campo.

La 4ª Divisione Corazzata e l’80ª Divisione di Fanteria dell’esercito americano liberano più di 21.000 prigionieri a Buchenwald.

12 aprile
Forze dell’esercito canadese liberano circa 880 prigionieri nel campo di Westerbork, in Olanda.

15 aprile
Il 63° Reggimento Anti-carri e l’11ª Divisione Corazzata dell’esercito inglese liberano circa 60.000 prigionieri a Bergen-Belsen.

20 aprile
Di fronte all’avanzata dell’esercito inglese, la Gestapo impicca 20 bambini ebrei che erano stati usati per esperimenti medici. L’impiccagione viene eseguita nello scantinato della Scuola Damm, ad Amburgo, in Germania.

20-22 aprile
Le SS iniziano le marce forzate per trasferire i prigionieri dal campo di concentramento di Sachsenhausen. Il 22 aprile, alcune unità della Prima e della 47ª Armata Polacca liberano circa 3.000 prigionieri che erano stati lasciati nel campo.

21 aprile
Le truppe sovietiche circondano Berlino. Il giorno precedente, Adolf Hitler aveva annunciato ai suoi più fidati collaboratori che non avrebbe mai abbandonato la capitale.

21-25 aprile
A Mauthausen, funzionari delle SS uccidono con il gas 1.441 detenuti malati.

23 aprile
La 90ª Divisione di Fanteria dell’esercito americano libera il campo di concentramento di Flossenbürg, in Germania.

25 aprile
Le truppe americane e quelle sovietiche s’incontrano a Torgau, in Germania.

28 aprile
Funzionari delle SS uccidono nelle camere a gas di Mauthausen 33 membri del Partito Socialista e del Partito Comunista austriaci; questa sarà l’ultima uccisione compiuta in nome del Terzo Reich.

29 aprile
La 42ª e la 45ª Divisione di Fanteria e la 20ª Divisione Corazzata dell’esercito americano liberano circa 32.000 prigionieri a Dachau.

30 aprile
Hitler si toglie la vita nel suo bunker, a Berlino. Le truppe sovietiche liberano più di 2.000 prigionieri a Ravensbrück. In questo stesso mese, prima dell’arrivo dei Sovietici, le SS uccidono nelle camere a gas tra i 5.000 e i 6.000 prigionieri.

Fine aprile-inizio maggio
I partigiani della resistenza comunista, guidati dal comandante Josip Tito, liberano il campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia.

2 maggio
A Berlino, l’esercito tedesco si arrende ai Sovietici.

4 maggio
Le forze britanniche liberano il campo di concentramento di Neuengamme, vicino ad Amburgo, in Germania.

5 maggio
L’11ª Divisione Corazzata americana libera gli ultimi prigionieri rimasti nei campi di concentramento di Gusen e Mauthausen, in Austria.

7-9 maggio
Le forze armate tedesche si arrendono incondizionatamente, il 7 maggio sul fronte occidentale e il 9 su quello orientale. Le forze alleate proclamano l’8 maggio 1945 Giorno della Vittoria in Europa (V-E Day). Le forze sovietiche proclamano il 9 maggio 1945 giorno ufficiale della fine della guerra.

9 Maggio
Le truppe sovietiche entrano nel campo-ghetto di Theresienstadt. Soldati dell’Armata Rossa liberano il campo di concentramento di Stutthof, vicino a Danzica.

Qui di seguito invece il Discorso della Vittoria di J. V. Stalin del 9 Maggio 1945. Potrà piacere o meno ad alcuni dei nostri lettori ma è un pezzo di storia, decisiva nella sconfitta del nazifascismo. In tal senso va preso, contestualizzato e valutato:

Compagni! Compatrioti e Compatriote!

Il grande giorno della vittoria sulla Germania è arrivato. La Germania fascista, costretta in ginocchio dall’Armata Rossa e dalle truppe dei nostri Alleati, ha riconosciuto la sconfitta e dichiarato la resa incondizionata. Il 7 maggio, un atto preliminare di resa è stato firmato nella città di Reims. L’8 maggio, a Berlino, i rappresentanti dell’Alto Comando tedesco, alla presenza dei rappresentanti del Comando Supremo delle truppe alleate e del Comando Supremo delle truppe sovietiche, hanno firmato l’atto finale di resa, che è diventato effettivo alle ore 24.00 dell’8 maggio. Conoscendo le abitudini da lupo dei governanti tedeschi, che considerano i trattati e gli accordi come pezzi di carta, non abbiamo alcun motivo di prestare fede alla loro parola. Ciò nonostante questa mattina, in conformità con l’atto di resa, le truppe tedesche hanno iniziato a deporre le armi e ad arrendersi in massa alle nostre truppe. Questo non è un pezzo di carta. Questa è l’effettiva capitolazione delle forze armate della Germania. In realtà, un gruppo di truppe tedesche nel settore della Cecoslovacchia rifiuta ancora di arrendersi, ma confido che l’Armata Rossa sarà in grado di riportarle alla ragione. Ora abbiamo pieni motivi per affermare che lo storico giorno della sconfitta definitiva della Germania, il giorno della grande vittoria del nostro popolo sull’imperialismo tedesco, è arrivato. I grandi sacrifici che abbiamo affrontato per la libertà e l’indipendenza della nostra Patria, le incalcolabili privazioni e sofferenze che il nostro popolo ha sofferto durante la guerra, i nostri pesanti sacrifici nelle retrovie e al fronte, che trovano posto all’altare della nostra Patria, non sono stati vani, ma sono stati coronati dalla vittoria completa sul nemico. La lotta secolare dei popoli slavi per la loro esistenza e indipendenza si è conclusa con la vittoria sull’aggressore tedesco e la tirannia tedesca. D’ora in poi, la grande bandiera della libertà dei popoli e della pace tra i popoli sventolerà sull’Europa. Tre anni fa, Hitler dichiarò pubblicamente che il suo compito includeva lo smembramento dell’Unione Sovietica e la separazione da essa del Caucaso, dell’Ucraina, della Bielorussia, delle regioni baltiche ed altre. Disse apertamente: “Dobbiamo distruggere la Russia in modo tale che non sia mai più in grado di risorgere”. Questo avveniva tre anni fa. Ma le folli idee di Hitler erano destinate a rimanere irrealizzate - il corso della guerra le ha disperse come polvere al vento. In realtà, si è verificato l’opposto di quanto gli hitleriani sognavano nei loro deliri.

La Germania è totalmente sconfitta. Le truppe tedesche si arrendono. L’Unione Sovietica è vittoriosa, quantunque non abbia alcuna intenzione di smembrare o distruggere la Germania. Compagni! La nostra Grande Guerra Patriottica si è conclusa con la nostra completa vittoria. Il periodo della guerra in Europa si è chiuso.

Un periodo di sviluppo pacifico è stato avviato. Congratulazioni per la nostra vittoria, miei cari compatrioti e compatriote! Gloria alla nostra eroica Armata Rossa, che ha difeso l’indipendenza della nostra Patria e conquistato la vittoria sul nemico! Gloria al nostro grande popolo, il popolo vincitore! Gloria eterna agli eroi caduti combattendo il nemico e che hanno dato la vita per la libertà e la felicità del nostro popolo! 

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