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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/05/2026

Il 9 maggio i comunisti ci mettono la faccia. Corteo a Roma per la vittoria sul nazifascismo

Dopo la riuscita manifestazione dello scorso anno, anche questo 9 maggio a Roma si terrà la manifestazione in occasione della Giornata della Vittoria sul nazifascismo, contro la guerra e il riarmo, per riaffermare la prospettiva del socialismo.

Da anni è evidente che siamo di fronte ad una battaglia ideologica a tutto campo contro la storia e le conquiste del socialismo, come testimoniato dalla risoluzione che equipara nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo.

In un contesto di guerre, regressione sociale e di civilizzazione, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista e alla guerra.

“Il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista” è scritto nell’appello di convocazione della manifestazione.

Il corteo, convocato unitariamente dalle “comuniste e i comunisti” partirà alle 15 da Piazza Vittorio e si concluderà a San Lorenzo sotto lo slogan “Socialismo o barbarie”.

Qui di seguito l’appello unitario che ha convocato l’appuntamento del 9 maggio.
Il 9 maggio del 1945 l’Armata Rossa e le Resistenze che si erano battute in tutta Europa poterono annunciare la sconfitta del nazifascismo e la fine della barbarie scatenata dalla Germania nazista e dei suoi alleati, Italia fascista compresa.

A distanza di ottantuno anni, la crisi del capitalismo sta portando di nuovo la guerra nell’agenda politica di tutti i giorni, minacciando i popoli del mondo intero.

Il genocidio ancora in corso a Gaza e la colonizzazione della Cisgiordania, l’attacco Usa-Israele all’Iran e al Libano, il rapimento del presidente Maduro e il criminale “bloqueo” imposto a Cuba sono gli ultimi esempi dell’aggressività dell’area euroatlantica nella competizione imperialista.

L’Unione Europea e il governo Meloni sono compartecipi di questa deriva guerrafondaia, complici dei crimini dello stato terrorista di Israele e degli attacchi degli Stati Uniti, che sostengono puntando sul riarmo per rispondere a crisi interna e crisi internazionali.

Il piano di riarmo da 800 miliardi dell’Unione Europea si inserisce in questa dinamica, risponde alla necessità della competizione imperialista e alle vicende interne nell’alleanza atlantica dell’era Trump, mettendo una seria ipoteca sul futuro di tutto il continente.

Su questo, in Italia anche le forze del campo largo, che si professano alternative alla Meloni, sostengono invece il riarmo e la prospettiva di un esercito europeo e una difesa comune, con le conseguenti politiche del governo antipopolari e securitarie per chi vive e lavora nel Paese.

Di fronte alla battaglia ideologica combattuta contro le conquiste del socialismo, come testimonia l’equiparazione tra nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo nel 2025, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista.

Mettere al centro la questione del socialismo oggi significa dare una prospettiva concreta ai lavoratori, agli studenti, alle donne e alle classi popolari anche qui in Italia, un paese che fa parte della NATO e dell’UE. I comunisti e le comuniste possono svolgere un ruolo fondamentale per risalire il piano inclinato in cui le classi dirigenti stanno trascinando l’umanità.

Nell’esempio della resistenza di Cuba e della Palestina, come di tutti coloro che si battono contro l’imperialismo e la guerra, il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista.

Comunisti e comuniste
Fonte

03/11/2020

Nati troppo tardi. La generazione degli anni Ottanta

Adolfo Scotto di Luzio, Nel groviglio degli anni Ottanta: Politica e illusioni di una generazione nata troppo tardi, Einaudi, 2020, pp. 312, € 30,00.

Al liceo con il righello scrostavo l’intonaco bianco per far riemergere le scritte di quelli che erano venuti prima di noi. Erano gli anni Ottanta. Quando davamo i volantini contro i missili a Comiso o per protestare contro la chiusura dei cancelli della scuola durante le ore di lezione, loro, quelli più grandi, ci guardavano con sufficienza, forse persino con fastidio. Con noi non parlavano. Avevo sempre saputo che durante gli anni dell’infanzia era accaduto qualcosa d’importante al quale non avevo potuto prender parte: il Sessantotto, il Settantasette, milioni di giovani, di donne, di operai in tutto il mondo si erano ribellati a una società ingiusta. Lo avevo letto nei libri comprati sulle bancarelle, lo avevo visto in film come Fragole e sangue, Zabriskie Point e La classe operaia va in paradiso.

Qualche compagno più grande, prima di scomparire chissà dove, mi aveva indicato l’ambasciata spagnola in Piazza Fontanella Borghese e di come fossero riusciti a rompere una finestra al secondo piano il giorno dell’uccisione dei cinque antifascisti spagnoli da parte del regime di Franco. Era il 27 settembre 1975. Probabilmente quel giorno ero sotto casa a giocare a pallone o con Big Jim. Eppure quando passo per quella piazza rivedo le immagini mitologiche che mi sono state raccontate, l’enorme bandiera rossa listata a lutto in testa al corteo che aveva sfilato da piazza Esedra a piazza del Popolo, gli slogan che rimbombavano cupi e potenti sui palazzi di via Cavour: “Compagni portoghesi, compagni spagnoli, per la rivoluzione non sarete soli!”.

Non so cosa avrei dato per vivere dal vero quella sensazione adrenalinica, terribile ed euforica di chi sentiva il compito di portare avanti la battaglia di speranza di quei cinque giovani martiri, di chi si sente padrone di una agency rivoluzionaria, capace di opporsi al male e di cambiare il mondo.

Sono cresciuto con la sensazione di esser “nato troppo tardi”, di essermi “perso qualcosa di molto importante”, ma ho avuto sempre la convinzione che un giorno sarebbe toccato a me. Pensavo di dovermi preparare, perché alla fine sarebbe venuto il mio tempo e mi sarei ricongiunto con la mia essenza più profonda. Lo stupore è stato davvero grande quando ho ritrovato questi miei sentimenti intimi, esposti con le parole che avrei utilizzato io stesso, in un’opera di sociologia, Nel groviglio degli anni Ottanta di Adolfo Scotto di Luzio.

Con stile riflessivo, il libro ripercorre la storia di una nostalgia di luoghi mai abitati valorizzando aspetti educativi e di vita quotidiana. I giovani degli anni Ottanta – il loro ripiegamento su se stessi, “l’incapacità di pensare all’azione se non nelle forme dell’espressione di sé”, la perdita del valore dell’impresa eroica – sono infatti il frutto culturale di un mancato adempimento: il dovere di primogenitura delle sorelle e dei fratelli maggiori, quelli degli anni Settanta, quelli che avrebbero dovuto far da mentori, trasmettendo la memoria, passando il testimone. Questa generazione – o una sua parte preponderante – non volle, oppure non poté, ottemperare il patto intergenerazionale: veniva da una sconfitta epocale, grande quanto la rivolta che l’aveva preceduta. Le ristrutturazioni tecnologiche frammentarono il contropotere nella fabbrica e nella società, la militarizzazione del conflitto politico offrì un assist alla repressione dello stato, l’eroina dilagò nelle vene di una composizione di classe ormai devastata. Al tempo si parlò di riflusso, che tuttavia, secondo Scotto di Luzio, altro non è che “il modo con il quale la generazione maggiore descrive se stessa nell’atto di lasciare la propria giovinezza.” Il problema è che a “questa modalità pretenderà di inchiodare anche la generazione nuova che comincia a fare le sue prime prove nel mutato contesto del nuovo decennio.”

I principali movimenti degli anni Ottanta appariranno come “non ideologici”, pragmatici, focalizzati su singoli temi di cittadinanza attiva: la pace, gli armamenti nucleari, la mafia, la riforma scolastica dell’85, quella universitaria del ’90. Molti li guarderanno paternalisticamente dall’alto dell’“irripetibile” Sessantotto.

I sentimenti sono evanescenti, ingannevoli ed estremamente soggettivi. A trattarli con gli strumenti della storia e della sociologia si può rischiare qualche giudizio eccessivamente impressionistico, qualche generalizzazione non sufficientemente puntellata da evidenze empiriche. Scotto di Luzio, tuttavia, ha fatto bene a correre questo rischio, perché nessuna base economica, nessuna struttura sociale deprivata dalle mentalità e dai sentimenti collettivi potrà mai restituire la complessità di un tempo.

Nel groviglio degli anni Ottanta, infine, può aiutare quelli che hanno vissuto nell’attesa romantica del loro momento ad accorgersi che ogni momento è buono per la vita e la rivolta, che la ferita di un passato mai vissuto non ci deve impedire di dichiarare guerra oggi alle forze del male. Solo così riabbracceremo le nostre sorelle e i nostri fratelli maggiori, e gli diremo quanto ci sono mancati.

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20/08/2020

Romiti - Il mastino della FIAT

È notizia di queste ore la morte di Cesare Romiti, manager industriale di ferro, di fama nazionale.

Uomo di spicco della FIAT in cui è approdato nel 1974, per ricoprire il ruolo di Amministratore Delegato nel 1976 e infine divenirne il Presidente (1996-1998). Ha attraversato la storia del capitalismo d’Italia, di cui è stato uno dei protagonisti più discussi.

E di cui è seguita una narrazione dalle pagine della stampa addomesticata, quella di figura benemerita della nazione, grande manager industriale, etc., etc.

Cercheremo in queste righe di ripercorrere la storia di un personaggio rappresentativo del capitalismo nazionale, e quindi nostro nemico di classe.

Prima di arrivare in FIAT, il nostro ha ricoperto incarichi di spicco in aziende italiane a partire dalla Bombrini Parodi Delfino, di cui è direttore finanziario, dopo esservi entrato nel 1947: nel 1968 diviene direttore generale in SNIA VISCOSA; nel 1970, dopo aver conosciuto Enrico Cuccia in Mediobanca, viene dapprima nominato Direttore Generale dell’IRI e successivamente Amministratore Delegato di Alitalia.

L’approdo in FIAT avviene in quelli che sono passati alla storia come gli “anni di piombo”, quelli in cui le Brigate Rosse hanno colpito ripetutamente l’azienda torinese (dicembre 1973 sequestro del capo del personale Ettore Amerio, maggio 1975 viene gambizzato il medico della FIAT Mirafiori Luigi Solera, aprile 1978 viene gambizzato Sergio Palmieri caporeparto FIAT)[1].

Gli anni della FIAT sono quelli in cui viene operata la famosa divisione tra Azionisti e Management.

Ma sono anche gli anni dell’applicazione della scala mobile a tutti i settori produttivi del paese, compreso quello industriale, a seguito di un accordo tra Confindustria e sindacati confederali[2].

Nel 1980 si accentua la crisi dell’auto – anche a causa del secondo shock petrolifero – che assume proporzioni mondiali e coinvolge tanto i produttori americani quanto quelli europei (con la sola eccezione di Volkswagen). Quanto alla FIAT, l’indebitamento (6.800 miliardi) raggiunge il fatturato e corrisponde a più del doppio del patrimonio netto. A questo punto Umberto Agnelli chiede al governo due cose: la svalutazione della lira e la libertà di licenziare. La prima richiesta non andrà a buon fine, per quanto riguarda la seconda FIAT farà da sé[3].

L’Italia aveva già deciso, infatti, la sua adesione al Sistema Monetario Europeo: l’unica vera condizione per parteciparvi era che gli industriali riuscissero a sopperire alla mancante flessibilità della valuta (che in un contesto di mercato dà ossigeno alle economie industriali più in difficoltà dirigendo la domanda interna sui loro prodotti) con l’abbattimento dei salari e del potere dei lavoratori. La FIAT riuscì a fare la seconda cosa, e non si preoccupò più della prima – da qui la domanda su quanto il cedimento del fronte sindacale e del PCI siano alla radice della disastrosa esperienza del mercato unico europeo e dei suoi vincoli ammazza-popolo.

Nel 1980 Romiti diviene Amministratore Delegato unico di gruppo e annuncia un piano di licenziamento per 14.000 dipendenti.

Da una parte per rapportarsi adeguatamente alle imprese del settore estere emergenti e alle loro strutture produttive (in particolare modo le aziende giapponesi in cui erano già avanzati i processi di automazione).

Dall’altra per eliminare all’origine i conflitti di classe, e in particolare le avanguardie di fabbrica, che pur essendo state attaccate negli anni trascorsi, erano rimaste le più combattive nel settore metalmeccanico, così come ammesso, in maniera abbastanza candida dallo stesso Romiti, in una intervista alla Stampa, nel 2010. La notizia dei licenziamenti provoca immediatamente una dura risposta dei lavoratori che bloccarono in pochi giorni tutti gli stabilimenti, decisi a non cedere di fronte all’attacco padronale[4].

La risolutezza dei lavoratori porta la FIAT, il 5 settembre 1980, ad annunciare un progetto di cassaintegrazione a zero ore per 23.000 operai. Ma i lavoratori non cedono, nonostante le pressioni della dirigenza nazionale di CGIL, CISL e UIL: la proposta della cassaintegrazione è troppo poco.

Le trattative proseguono, fino alla proclamazione dello sciopero generale del 10 ottobre e la successiva cosiddetta “marcia dei 40.000”, composta da dirigenti, impiegati e operai crumiri, della cui reale entità non si hanno certezze se non nelle dichiarazioni della FIAT stessa. La marcia dei colletti bianchi contro gli operai porta le dirigenze sindacali nazionali a prendere in mano direttamente la trattativa. Si arriva alla firma dell’accordo del 15 ottobre in cui il sindacato, complice di Confindustria, di cui accetta il “nuovo modello di sviluppo”, accoglie l’accordo famigerato in cui si accettano cassa integrazione a zero ore, cassa a rotazione per gli operai sulle linee di produzione dei modelli 131 e 132, avviamento mobilità extra-aziendali. Mentre l’assemblea dei delegati di Torino rifiuta l’accordo. Al loro rientro, nel 1987, questi operai saranno collocati in “reparti confino”. È una sconfitta per i lavoratori della FIAT ma è un segnale negativo per la lotta operaia in tutto il paese che farà da apripista ad un progressivo deterioramento delle condizioni lavorative e delle conquiste operaie degli anni precedenti[5].

Questo evento è emblematico della perdita definitiva dei sogni e degli ideali nati a fine anni ’60, tra cui l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”. Infatti, i progressi tecnologici che consentirono alla Fiat di attuare i licenziamenti punitivi e politici («Noi avevamo chiaramente in mente quali erano gli operai che dovevano essere allontanati dalla fabbrica», disse Romiti) avrebbero potuto essere usati, da un controllo operaio dell’industria, per alleggerire i carichi di lavoro individuali a parità di salario. La possibilità di scaricare immediatamente eventuali difficoltà su licenziamenti e sussidi pubblici portò, invece, oltre che ad una maggiore ricattabilità dei lavoratori, alla concezione di un’industria che punta ai risparmi e ai guadagni a breve termine, senza progetti ambiziosi nell’innovazione, sempre più finanziarizzata.

La FIAT riprende a fare utili, mentre si avvia la riduzione del personale, un’emorragia continua, che in pochi anni condurrà il gruppo FIAT dai 350.000 dipendenti del 1980 ai 225.000 dipendenti del 1986.

Fino alla lenta decadenza del gruppo a partire dalla Guerra del Golfo del 1989.

Oltre alla distruzione delle legittime rivendicazioni operaie come modo per restare competitivi è importante anche sottolineare la deleteria politica degli investimenti che caratterizzò il modello-Romiti, il quale viene oggi incensato come una sorta di genio dell’industria italiana. Nel 1988 si accese infatti uno scontro ai vertici della FIAT stessa, tra l’ing. Ghidella – a capo della FIAT Auto – e Cesare Romiti. Mentre Ghidella puntava ad una estensione degli investimenti nell’auto, Romiti scorgeva nel breve-terminismo della rendita finanziaria e delle partecipazioni in diversi gruppi quali banche, assicurazioni e compagnie minori la soluzione al calo della redditività industriale. Vinse Romiti, e gli effetti di questa scelta non avrebbero tardato a manifestarsi.

Lungo gli anni ‘90 FIAT perde infatti posizioni sia sul mercato domestico sia su quello europeo, mentre concorrenti come Ford, Renault, Peugeot e Volkswagen migliorano le proprie. Ciò non è sorprendente una volta che si considera come dal 1988 al 1993 la FIAT non aveva prodotto alcun nuovo modello. A peggiorare la situazione, «si aggiunse nel 1993 lo smantellamento delle ultime barriere alla circolazione di merci nella Comunità Europea. Era giunto il momento che Valletta aveva tanto temuto: quello di doversi confrontare con la concorrenza senza più scudi protezionistici, di natura tariffaria o di altro genere. I risultati non si fecero attendere: quota sul mercato europeo ridotta al 12%, e perdite per oltre 1.800 miliardi»[6].

L’azienda leader del settore auto italiano da ormai 90 anni, favorita nel suo sviluppo da decenni di commesse di guerra anche nella guerra fredda, per molti anni al vertice delle vendite in Europa, crollava di fronte alla concorrenza dei competitor esteri. Alla base di questo, tra le altre cose, la negligenza di Romiti e colleghi nelle politiche industriali di innovazione: la FIAT nel decennio compreso tra la metà degli anni '80 e i primi anni '90 ha destinato agli investimenti in ricerca 4 miliardi di dollari. Nello stesso periodo la Volkswagen (che all’epoca aveva le stesse dimensioni di FIAT) ne ha spesi 20, BMW (all’epoca più piccola di FIAT) ha speso 8 miliardi. Insomma, anche da un punto di vista squisitamente capitalista si può asserire che Romiti abbia brillato solamente negli attacchi contro i lavoratori.

Romiti guiderà la FIAT fino al 1998, al compimento di 75 anni, ricevendo una buonuscita di 105 miliardi delle vecchie lire[7].

Cesare Romiti è stato infine protagonista della vicenda giudiziaria che in epoca di Tangentopoli lo ha visto essere accusato di falso in bilancio, e condannato definitivamente nel 2000 dalla V^ Sezione penale della Cassazione di Roma a un anno di reclusione (pena ridotta di 20 giorni) e 6 milioni di multa, per false comunicazioni sociali, in relazione ai bilanci del gruppo FIAT tra il 1984 e il 1992. Nel 2003 la condanna verrà cancellata dalla Corte di Appello di Torino per depenalizzazione dei reati. 150 operai della FIAT di Arese si erano costituiti parte civile, in quanto i fondi occultati non sarebbero stati calcolati nello stipendio alla voce delle performances di gruppo[8].
Non ci accodiamo alla schiera di coloro che piangono la dipartita di un loro caro. Per noi Romiti rimane solamente un rappresentante del più cinico e parassitario capitalismo, che negli anni ha solo saputo sfruttare la classe lavoratrice, prima spremendo gli operai e poi gettandoli via, come si fa con i limoni.
Romiti ha avuto il “merito”, dal punto di vista padronale, di trasformare una situazione che in Italia poteva diventare esplosiva per le difficoltà seguite alla crisi petrolifera in una controtendenza che risolse la crisi con la riduzione di ogni pretesa “dal basso” e l’inizio di una stagione di arretramenti per la classe operaia.

Domenico Cortese e Daniela Giannini

Note:

[1] http://win.storiain.net/arret/num134/artic2.asp

https://www.ugomariatassinari.it/medico-della-fiat/

https://www.ugomariatassinari.it/sergio-palmieri/

[2] https://statusquaestionis.uniroma1.it/index.php/monetaecredito/article/viewFile/12662/12457

http://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/32/zn58_06_05d.html

[3] Si veda V. Giacché, Ascesa e caduta della FIAT

[4] https://www.lastampa.it/economia/2020/08/18/news/romiti-30-anni-dopo-la-marcia-dei-quarantamila-salvammo-i-sindacati-dalle-br-1.39204488

https://www.ildubbio.news/2020/08/18/addio-cesare-romiti-una-vita-per-la-fiat/L

[5] https://web.archive.org/web/20151216143214/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1980_09%2F19800906_0001.pdf&query=

[6] V. Giacché, Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della FIAT

[7]https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/10/12/dipendenti-quasi-dimezzati-dalla-crisi-degli-anni.html#:~:text=Lavoratori%20presenti%20alla%20Fiat%20Auto,in%20cassa%20integrazione%20da%20dicembre.

[8]https://www.repubblica.it/online/cronaca/romiti/romiti/romiti.html#:~:text=la%20Repubblica%2Fcronaca%3A%20Bilanci%20Fiat%2C%20Romiti%20condannato%20a%20un%20anno&text=ROMA%20%2D %20Condanna%20per%20Cesare%20Romiti.&text=In%20quest’ultimo%20anno%2C%20in,quale%20Romiti%20%C3%A8%20stato%20condannato.

Fonte

19/08/2020

Mirafiori, settembre 1980


Quel viaggio da Roma a Romiti, quando con Alfio Di Bella, fotografo e regista, scomparso nel 2009, andammo a vedere cosa stava succedendo alla FIAT di Romiti.

Il primo impatto furono i cancelli di Fiat Avio. Eravamo a Torino, era settembre. C’era una gigantografia di Karl Marx, in palese, quanto ironica, polemica con l’esposizione dell’immagine della Madonna davanti ai cancelli dei cantieri di Danzica. In agosto di quel 1980, Lech Walesa condusse alla vittoria Solidarność, provocando la prima profonda crepa nel sistema politico ed economico del socialismo reale, che di lì a qualche anno crollò, travolgendo anche il Muro di Berlino, e uno dopo l’altro i “paesi satelliti”, fino all’implosione definitiva dell’Urss.

Due storie di classe con esiti diversi, ma in un certo senso entrambi inattesi.

A Torino, l’attacco frontale alla classe operaia fu pianificato dalla famiglia Agnelli: si organizzarono le dimissioni di Umberto, il fratello dell’Avvocato, per mettere al suo posto il duro, bellicoso, e arrogante Cesare Romiti.

Il piano prevedeva “la ristrutturazione” della produzione, l’avvio del processo di robotizzazione degli impianti, che via via avrebbe allontanato per sempre dalla fabbrica migliaia e migliaia di operai. L’ingresso nella produzione manifatturiera di tecnologie sofisticate che arriva fino ai nostri giorni, col nome di Industria 4.0

Il momento politico sembrava propizio. Il movimento del ‘77 era in fase discendente, in seguito alla durezza della repressione della magistratura, che a partire dall’inchiesta “7 Aprile” ormai aveva carta bianca contro i collettivi del movimento. Il “caso Moro” scatenò la caccia senza quartiere non solo contro i militanti in clandestinità, ma contro le forme diffuse del dissenso: le carceri italiane si stavano riempiendo di detenuti politici.

Il PCI usciva male dall’esperienza del “governo di unità nazionale”, “il compromesso storico” era fallito: alle elezioni dell’anno prima scese sotto il 30% dei consensi elettorali, una parabola discendente che sarebbe risultata inarrestabile negli anni successivi. I sindacati erano in deficit di credibilità, fortemente messi in discussione dall’autonomia operaia, quella pratica politica che rivendicava estraneità alle tattiche governiste del PCI e soprattutto alla strategia della cogestione in fabbrica.

Si tenga conto che Luciano Lama, lo stesso che fu cacciato dagli studenti nel febbraio del ‘77 alla Sapienza di Roma, era ancora il segretario generale della CGIL, mentre il governo era diretto da Arnaldo Forlani, quello che, nei primi anni '90, diede vita al CAF – il famigerato accordo Craxi-Andreotti-Forlani – che naufragò di schianto contro gli scogli dell’inchiesta cosiddetta Tangentopoli.

La portata dello scontro in atto in Fiat non fu subito chiara, tuttavia la sensazione che stava per accadere qualcosa di molto significativo per l’intera classe operaia italiana e di conseguenza per la sinistra parlamentare e i movimenti sociali fu la leva che ci spinse ad andare a cercare l’occhio del ciclone.

Partimmo dunque alla volta di Torino, con molte domande, molta curiosità, molta preoccupazione e una telecamera.

Le prime riprese avvennero proprio davanti allo stabilimento di Fiat Avio. Quando ci videro, un delegato sindacale cominciò a inveire contro la tv di Stato che stava dalla parte dei padroni. Quando ebbe finito, gli spiegammo chi eravamo, e allora, con la stessa veemenza, il delegato riprese il microfono e cominciò a tessere le lodi della solidarietà che da ogni parte d’Italia giungeva alla classe operaia di Torino. Esagerazioni retoriche, che non corrispondevano esattamente alla realtà.

Il piano di attacco di Romiti aveva creato un profondo senso di disorientamento. La reazione si dimostrò frammentata, per non dire sporadica. Mentre lo scontro tra operai e capi, con il contorno delle guardie che tentavano di proteggere i crumiri era invece duro.

Davanti a uno del cancelli di Mirafiori, un operaio, che aveva sul volto i segni di uno scontro fisico, ci disse del clima pesante: istigati dall’arroganza di Romiti, capetti e guardioni sembravano volersi riprendere quello spazio di manovra che gli era stato negato negli anni delle lotte, dei cortei interni, delle assemblee, degli scioperi a gatto selvaggio. Soprattutto di notte, volavano cazzotti e sprangate tra gli operai ai picchetti e le guardie che tentavano sortite dei crumiri.

Torino sembrava narcotizzata. Come nell’attesa della sciagura incombente, la città assisteva allo scontro con una sorta di rassegnazione, come a sperare che il ciclone passasse senza fare troppi danni. In realtà, a partire proprio dai quei mesi cruciali, la città si sarebbe trovata a subire pesanti cambiamenti, che produssero laceranti mutamenti del tessuto sociale e produttivo, addirittura lo stesso senso di appartenenza alla tradizione di una città cresciuta attorno alla fabbrica.

Tutto a Torino dipendeva dalla fabbrica: lavorare, abitare, fare la spesa, muoversi, tutto era condizionato dal ritmo dei tre turni in fabbrica: mattino, pomeriggio e notte.

Fiat dava il ritmo alla vita, come il capovoga avrebbe dato il ritmo ai rematori, pestando sul tamburo della galea.

La nostra rete di accoglienza e ospitalità funzionava e riuscimmo a trovare sistemazioni abbastanza confortevoli. Passammo una notte in bella casa di Ivrea, dove nessuno di noi era mai stato. Ivrea che aveva forti sentori di Olivetti.

Non riuscimmo a incontrare nessuno dei collettivi di Torino. C’era disorientamento e anche molta cautela, molti sentivano sul collo il fiato caldo della repressione. Facemmo una puntata a Milano, ma anche lì il movimento sembrava non rendersi conto della portata degli avvenimenti.

In altri tempi, studenti e collettivi di quartiere delle grandi città si sarebbero mossi decisamente contro il progetto di Romiti, il cui vero obiettivo era non solo vincere la più grande vertenza mai scatenata da Fiat, ma umiliare la classe operaia, riprendersi il pieno controllo degli stabilimenti, dare un segnale totale di rottura tra fabbrica e territori. La ristrutturazione era anche e soprattutto un progetto politico.

È in questo contesto che matura la più grande sconfitta della classe operaia italiana, capace di disarticolare negli anni a venire la lotta di classe nel nostro paese.

Berlinguer andrà davanti al famoso Cancello 5 di Mirafiori a promettere di battersi a fianco degli operai, promessa che rimase non attuata né attuabile. Romiti giocò la carta della più smaccata provocazione: organizzò la famigerata “marcia dei 40 mila”. Entrarono in campo i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL.

La vertenza fu tirata per le lunghe, per fomentare sfiducia e rassegnazione. Con l’interessamento del governo Forlani, le parti firmarono l’accordo che trasformò i licenziamenti in cassa integrazione. Col risultato di finanziare la ristrutturazione di un’impresa privata col danaro pubblico.

Vi furono numerosi episodi di suicidio tra operai espulsi: l’attacco portato alle “tute blu” arrivò in profondità, fin dentro la cultura operaia, mise in crisi l’etica del lavoro.

Riportammo a casa frammenti di verità. Appunti visivi di una realtà i cui contorni si sarebbero svelati negli anni successivi.

Non fu neppure facile raccontare la sensazione del fallimento epocale, quasi mancassero anche le stesse parole per dirlo. Oggi sappiamo che cosa intuimmo.

Fonte

18/08/2020

È morto Romiti, un “uomo nero” del capitalismo italiano

È deceduto a 97 anni Cesare Romiti. Ai più giovani è un nome che non dice nulla. Per un’altra generazione è l’uomo che guidò gli interessi della Fiat nel decisivo scontro di classe nel 1980 contro gli operai della principale fabbrica italiana e, conseguentemente, contro tutto il movimento operaio nel nostro paese.

Romiti è stato il volto dell’arroganza padronale e della determinazione nel mettere in ginocchio la classe operaia alla fine di un ciclo di emancipazione storica dei lavoratori e dell’intera società. Una emancipazione che mal si adattava agli interessi materiali ed ideologici del capitalismo in Italia.

Come molte altre, la sua è una storia che nasce dal basso ma che sin da subito si integra perfettamente con i poteri forti fino a diventarne un uomo di fiducia e di punta per tutto il lavoro sporco.

Nel 1947, a 24 anni viene assuntodal Gruppo Bombrini Parodi Delfino di Colleferro in provincia di Roma. Si tratta di una grande fabbrica di produzioni militari sotto il controllo della Difesa e dei servizi segreti italiani e statunitensi. Ne diventa il direttore finanziario. Per dare un’idea della valenza dell’impianto in cui il giovane Romiti fa la gavetta, insieme a lui lavora anche Mario Schimberni, quello che sarà il futuro presidente della Montedison.

Dopo la fusione con la Snia Viscosa, nel 1968, Romiti diventa direttore generale e qui inizia a costruire un rapporto di fiducia personale con Enrico Cuccia, ossia il principe nero di Mediobanca (il salotto dominante della finanza in Italia). Lo stretto rapporto con Cuccia gli farà da battistrada nel diventare il principale manager privato in Italia.

Dopo alcuni anni come amministratore delegato all’Alitalia, nel 1974, su richiesta di Gianni Agnelli, Cuccia lo segnala come direttore centrale di finanza, amministrazione e controllo del gruppo Fiat e nel 1976 ne diventa l’amministratore delegato.

La dolorosa ristrutturazione della Fiat nasce proprio in quel salotto privato di Mediobanca in cui Romiti è di casa. E sarà Romiti a pianificare lo scontro frontale per piegare gli operai della Fiat. Prima con i 61 licenziamenti politici nel 1979 e poi con i licenziamenti di massa nel 1980.

Il 5 settembre 1980 la Fiat mette in cassaintegrazione per 18 mesi 24mila dipendenti (quasi tutti operai). L’11 settembre – dopo una settimana di trattative con i sindacati – la Fiat annuncia 14.469 licenziamenti. Romiti, definisce i licenziamenti essenziali per non fare fallire l’azienda. Sono giorni e giorni di picchetti ai cancelli della fabbrica che viene addirittura occupata. L’allora segretario del PCI Berlinguer terrà un comizio ai cancelli della Fiat annunciando (in minoranza nella segreteria del Pci) il suo sostegno alla lotta.

Romiti, sostenuto dall’intero sistema politico/mediatico (La Repubblica inclusa per intendersi, con De Benedetti avrà un rapporto di odio/amore per anni ndr), accentua lo scontro e organizza la Marcia dei Quarantamila (impiegati e funzionari della Fiat ma anche commercianti ed esponenti dell’anticomunismo diffuso) in funzione antioperaia.

I sindacati Cgil Cisl Uil invece di rispondere chiamando alla mobilitazione il movimento operaio, calano le braghe e accettano il piano Fiat sulla cassa integrazione a zero ore che diventeranno poi licenziamenti veri e propri. Nelle assemblee operaie negli stabilimenti Fiat i sindacalisti verranno presi a ombrellate, contestati e rincorsi dagli operai che si sentono traditi. Con la sconfitta del 1980 alla Fiat inizierà il ciclo regressivo delle conquiste sociali e sindacali nel nostro paese.

Con la sconfitta degli operai alla Fiat e il rapporto fiduciario con il banchiere dei banchieri Enrico Cuccia, Romiti condizionerà anche la stessa famiglia Agnelli e diventa il manager più potente d’Italia fino a metà degli anni ’90. Dimessosi dalla Fiat (con una buona uscita di 105 miliardi più 99 per il patto di non concorrenza, ndr), passerà alla Gemina, la finanziaria che controllava il gruppo editoriale Rcs (Corriere della Sera).

Insomma Romiti è stato un vero e proprio “Uomo nero” del capitalismo italiano, spietato e potentissimo, sia contro gli operai sia verso i competitori nel suo mondo. Il fatto che nel 2009 sostenne l’appello all’unità per far eleggere Napolitano a Presidente della Repubblica (in contrasto con Berlusconi) gli ha assicurato la pubblica benevolenza da salvatore della patria del tutto immeritata.

La dipartita di Romiti non merita neanche una lacrima.

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13/08/2020

L’uso strumentale di Giuseppe Di Vittorio

“L’ 11 agosto 1892 nasceva Giuseppe Di Vittorio, dirigente comunista e sindacalista, caduto per molti anni nel dimenticatoio della storia e ora riscoperto con una lettura parziale del suo percorso”. Lo sottolinea l’USB in una nota che riportiamo di seguito e che contesta “l’uso strumentale che oggi viene fatto di questo anniversario”.

Sembra ci sia la necessità redimente di riaccendere i riflettori su uno dei più significativi protagonisti della storia politica e sindacale del Secondo Dopoguerra, dettata dall’esigenza di rispolverare in fretta e furia quei caratteri costituenti della sinistra sociale seppelliti da anni di concertazione e politiche di compatibilità.

Una riesumazione condizionata, che sappia dare forza e luce solo ad alcuni degli aspetti incarnati da questo vero e proprio gigante della battaglia politica e sociale del Novecento.

Quali siano gli intenti finali di chi oggi si appropria del suo pensiero, lo storpia fino a renderlo fruibile a chi non si cura di conoscerne la storia, non è ancora completamente intelligibile, anche se con un minimo sforzo arrivare a comprenderlo può essere semplice.

Uno degli aspetti maggiormente tenuto nascosto dai novelli seguaci di Giuseppe Di Vittorio da Cerignola, è quello della sua formazione e collocazione politica in anni davvero difficili, quando ogni giorno si era chiamati a scegliere e a misurarsi con avvenimenti capaci di segnare il futuro di milioni di proletari e di lavoratori.

Non solo quindi la sua conosciuta attività bracciantile e di proto-sindacalista in giovanissima età tra gli sfruttati nei campi della Capitanata, ma la scelta ad esempio di recarsi in Spagna ad infoltire le fila degli antifranchisti per combattere una guerra, pur già considerata persa, che però valeva la pena di essere combattuta. La sua milizia sindacale si intreccia in maniera inestricabile con il suo essere militante internazionalista.

Questa sua scelta lo porta non solo a percorrere tutta la strada che durante la guerra, e ancor di più al suo termine, porterà alla costruzione della prima Internazionale sindacale, la Federazione Sindacale Mondiale, di cui oggi in Italia la USB è l’unica, orgogliosa portabandiera e che dal Congresso di Milano del 1953 vide Giuseppe Di Vittorio presidente mondiale.

Erano gli anni, quelli, in cui le differenze sopite dalla guerra tornavano a galla, gli animal spirit del capitalismo mondiale nascente prendevano forza e cercavano di impedire con ogni mezzo che si affermasse anche nel mondo occidentale quell’orizzonte sociale e socialista che dal 1917 in poi aveva ridato una speranza all’umanità, indicando una strada di progresso, di emancipazione e di conquista del benessere in terra che oggi qualcuno rappresenta come ricerca della felicità e della gioia.

Di Vittorio dovette fronteggiare gli attacchi tesi a demolire il primo e più vero tentativo di costruire una internazionale sindacale che venivano portati con durezza e particolare determinazione dall’AFL statunitense e dalla TUC britannica. Attacchi che si resero particolarmente evidenti e decisivi allorquando c’era da schierarsi pro o contro l’accettazione del Piano Marshall, nonno del nostro attuale e tutto europeo MES, attraverso cui Di Vittorio vedeva profilarsi la subordinazione economica e politica dei Paesi riceventi allo strapotere statunitense, a cui anche un pezzo del movimento sindacale italiano si andava uniformando.

Esattamente quel pezzo che dopo poco favorì, nella FSM, la rottura sindacale e la edificazione della CISL internazionale, che con una poderosa virata a destra spostava l’asse dell’agire sindacale collocandolo nell’alveo del sindacalismo confessionale e di sottomissione ai desiderata del mondo produttivo e imprenditoriale, e subito a seguire la rottura interna della Confederazione generale – e unitaria – del lavoro per costituire prima la CISL e poi la UIL che si collocano esplicitamente nel campo internazionale ed interno avverso a quello rappresentato dalla CGL di Giuseppe Di Vittorio.

Non ci troviamo quindi oggi, a 128 anni dalla sua nascita, a celebrare la storia di un sindacalista dei braccianti che diede il suo contributo all’emancipazione di quei lavoratori in un periodo storico che purtroppo sembra riaffacciarsi in modo ancora più oscuro di quello affrontato con forza e determinazione da Di Vittorio, intendiamo celebrare un combattente a tutto tondo che fece dell’unità del movimento di classe nazionale ed internazionale la sua ragione di vita, che non operò mai per la separazione ma si batté per unificare le lotte e dare una prospettiva internazionale a quel movimento unito dei lavoratori che solo poteva favorirne la crescita e l’affermazione.

Noi vogliamo salutare Di Vittorio e ricordarne le sue scelte complessive e non, al contrario, utilizzare il suo nome per dare dignità ad operazioni politiche e parasindacali che non abbiano la dignità e la trasparenza delle sue scelte.

Vogliamo anche noi concludere questo nostro scritto certamente parziale e partigiano, con una delle frasi del presidente della Federazione Sindacale Mondiale Giuseppe Di Vittorio che ci sembra oggi quanto mai attuale: “È preoccupante non quando un compagno ti dà torto, ma quando il padrone ti dà ragione”.

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04/08/2020

Memoria operaia - 3 agosto 1970 a Porto Marghera

Marghera, 3 agosto 1970. In una giornata di sole pieno, abbiamo ricordato ciò che avvenne allora a Porto Marghera, andando sui luoghi degli avvenimenti di quel 3 agosto: il punto più alto e drammatico del grande sciopero dei circa 2000 operai delle imprese del polo industriale.

Quando un ennesimo grande corteo, frutto dell’unione di tre distinti cortei provenienti da distinte zone della grande area, si era formato davanti alla porta dello stabilimento chimico della Montedison per andare verso il centro di Mestre e la stazione ferroviaria, l’intero Secondo Celere di Padova, centinaia di poliziotti speciali che stavano lì dalla notte prima e quindi pieni di rancore, sbarrò la strada all’altezza della Chiesa del Cristo Lavoratore e fermò il corteo con durissime cariche e ci fu una sparatoria contro gli operai, due dei quali vennero feriti (uno molto gravemente).

La manifestazione e gli scontri durarono per ore. Il prete aveva chiuso la chiesa per impedire che gli operai vi si rifugiassero. Mentre, poi, alcuni operai trovarono rifugio in diverse case del quartiere retrostante, altri furono respinti dalle case in cui erano stati collocati i profughi reazionari giuliani che gli gettarono vasi di fiori contro.

Anche gli operai del petrolchimico non tennero un bel comportamento e non uscirono a dar man forte. Furono poi accolti all’uscita della mensa con un lancio di monetine dagli operai delle imprese che pure avevano partecipato alle loro lotte per il premio di produzione dell’estate-autunno precedente.

Questo mostrò i limiti e le fratture tra lavoratori presenti allora e che purtroppo oggi si sono accentuati tra lavoratori "garantiti" e precari, specie se immigrati.

Ho girato anche dei piccoli spezzoni video della testimonianza di Emilio che era uno degli operai in lotta e uno dei componenti del Coordinamento delle imprese, l’organismo di massa che assieme all’assemblea diede forma e organizzazione a quel movimento proletario, il più duro e antagonista di tutto quel ciclo di lotte.

Gli operai delle imprese (i neri dell’epoca) chiedevano in sostanza parità di diritti e di salario con gli operai degli stabilimenti, il diritto alla mensa, agli straordinari, alle ferie come quello degli operai fissi meglio garantiti degli stabilimenti chimici, metalmeccanici, metallurgici.

Abbiamo ripercorso i siti degli stabilimenti, oggi in massima parte spettrali ruderi abbandonati penetrati da fasci di rotaie abbandonate. Decine di chilometri di ferrovie abbandonate, darsene abbandonate, dove al sole ex operai pensionati, quietamente, attendevano che alle lenze si impigliasse qualche pesce, quasi una metafora visiva di una conclusione catastrofica dell’esito della lotta di classe, conclusa appunto con la rovina comune delle due parti.

Tutto quel grande ciclo di lotte è stato allora fermato dalla repressione, dal collaborazionismo degli opportunisti e dei traditori e dalla guerra vera e propria contro le masse a suon di stragi.

Quel ciclo è stato fermato a Porto Marghera, in Italia nel mondo. Ma i suoi principi di eguaglianza restano più giusti e attuali che mai.

A un’altra generazione di lotta il compito di raccoglierli, affossare questo sistema e costruirne uno di più giusto.

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17/07/2020

USA - Il nuovo movimento operaio

“Anche prima che la vita di George Floyd gli fosse così orribilmente strappata, la “normalità “ di cui tutti continuano a parlare ed a cui non saremmo voluti tornare non funzionava. Dagli attacchi razzisti all’essere costretti a lavorare senza equipaggiamento protettivo o indennità di rischio in nome dell’economia, le nostre vite non contavano. Non possiamo tornare a quella condizione. Dobbiamo andare avanti“.

Glen Brown, lavoratore aereoportuale, da “Strike For Black Lives”

Lunedì 20 luglio in più di 25 città degli Stati Uniti decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori scenderanno in sciopero.

Questa iniziativa del “nuovo movimento operaio” nord-americano è stata chiamata “Strike for Black lives” da una quindicina di organizzazioni che hanno dato vita allo sciopero e alle mobilitazioni che avverranno in molte città.

In questa inedita giornata di lotta si incontreranno sia le porzioni in questi anni più attive della working class statunitense sindacalizzata, sia le differenti figure della nuova composizione di classe.

Dai teamsters della “International Brotherhood Teamsters” agli insegnanti dell’”American Federation of Teachers”, dalle lavoratrici domestiche ai lavoratori dei servizi della “Service Employees International Union” (SEIU), che rappresenta 2 milioni di lavoratori tra Canada e Stati Uniti, per rimanere dentro i confini del vecchio quadro del movimento del lavoratori.

Ma l’iniziativa va anche dai lavoratori della catena logistica (Amazon) a quelli della ristorazione (McDonald’s), dai lavoratori della “conoscenza” come Google a quelli della “gig economy” (Uber, Lyft, Postmates).

Nella presentazione dell’iniziativa, la presidentessa della SEIU ha detto: “dobbiamo connettere queste lotte in una nuova e profonda modalità rispetto al passato.”

Chi non potrà scioperare per l’intera giornata farà una “fermata simbolica” di circa 9 minuti, richiamando quegli 8 minuti e 46 secondi che sono costati la vita a George Floyd a fine maggio, barbaramente ucciso da agenti del Dipartimento di Polizia di Minnerapolis, ora smantellato.

Una decisione che è una delle più importanti conquiste del movimento “defund the police”, ultima manifestazione dello storica aspirazione al controllo comunitario della polizia.

A questa giornata partecipano alcune organizzazioni che hanno dato vita a campagne specifiche come, “Fight for $15”, che chiede un salario minimo di 15 dollari l’ora, o la “Poor People Campaign”, che si batte contro la piaga della povertà, oltre al “Black Lives Movement”, una coalizione che raggruppa più di un centinaio di gruppi a livello nazionale.

Per avere una idea dell’importanza delle battaglie che conducono queste due “organizzazioni di scopo” bisogna ricordare che negli Stati Uniti i poveri sono 140 milioni (oltre il 40% della popolazione), 62 sono i working poor che sebbene lavorino vivono sotto la soglia della povertà. Il 63% dei lavoratori latinos, il 54% degli afro-americani e il 40% degli asiatico-americani, mentre sono poco più di un terzo tra i “bianchi”.

Nel gigante della grande distribuzione, Wal Mart, il salario è di 11$ l’ora, una cifra irrisoria che rendeva già impegnativo poter affittare un monolocale prima della crisi!

Le rivendicazioni dello sciopero intrecciano richieste di giustizia sociale e di equità razziale, partendo dal fatto che le aziende che hanno ripetutamente espresso la solidarietà a “Black Lives Matter” o che hanno effettuato donazioni a organizzazioni per i diritti civili che combattono la discriminazione razziale, non hanno fatto nulla per migliorare le condizioni dei propri dipendenti in buona parte afro-americani. Alcune anzi – come Amazon – li hanno licenziati durante il lock-down, quando hanno preteso condizioni di maggior sicurezza.

Per rimanere al gigante della logistica controllato da Jeff Bezos – che ha aumentato a dismisura i suoi profitti, divenendo la persona più ricca del Nord-America durante la pandemia – ha smesso di pagare ai propri dipendenti la “hazard pay”, cioè l’indennità di rischio, ed ha rifiutato di pagare la malattia (“sick leave”) ai suoi operai.

Le infermiere ed in generale il personale di cura – afferente alla SEIU – si è mobilitato in questi mesi conquistando importanti vittorie, soprattutto con la richiesta di mezzi protettivi adeguati ed aumentando il livello di sindacalizzazione della categoria, una istanza che rientra nei desiderata della mobilitazione.

L’ultimo punto delle quattro rivendicazioni recita infatti: “ogni lavoratore ha l’opportunità di formare un sindacato, non importa dove lavori”, ribadendo che il diritto alla sindacalizzazione rimane uno dei principali vettori di giustizia sociale, anche negli Stati Uniti.

Questo nuovo sussulto dei lavoratori ha preceduto l’ondata di BLM – per estensione e partecipazione, con ogni probabilità, il più grande movimento sociale della storia degli Stati Uniti – e cerca di trasformare la crescita della coscienza per le discriminazioni razziali in conquiste concrete, intensificando la pressione nei confronti dei rappresentanti politici.

La pandemia e le sue conseguenze sanitarie sono disastrose per le porzioni più vulnerabili della società statunitense ed hanno colpito in particolare alcune comunità.

5 milioni e 400 mila persone, insieme al lavoro, hanno perso la copertura sanitaria, il che vuol dire l’impossibilità di potersi curare in un sistema sanitario modellato sul “privato”.

Ormai un cittadino nord-americano su tre non paga più l’affitto; erano il 24% in Aprile, sono saliti al 32% al luglio, e si profila una crisi abitativa peggiore di quella del 2008.

Alcuni cifre sono indicative di come i latinos e gli afro-americani siano stati e sono tuttora i più esposti al Covid-19.

Innanzitutto, il 43% dei lavoratori delle due comunità svolge attività per cui non può esistere lavoro “da remoto”, comunemente chiamato Smart Working.

Il New York Times ha elaborato i dati forniti dall’autorità sanitaria preposta al controllo e alla prevenzione delle malattie infettive, dimostrando la maggiore frequenza del contagio tra i latinos e gli afro-americani.

Sebbene la popolazione afro-americana sia solo il 13% di quella statunitense, è un quinto della forza lavoro nella preparazione del cibo e nei servizi, il 18% degli autisti di Uber, il 17,6% degli operatori di Lyft, ben più di un terzo del personale infermieristico e di cura (37%), e un quarto (26%) della forza lavoro nei magazzini di Amazon.

Dopo la giornata di sciopero dei lavoratori portuali della Costa Ovest il 9 giugno, è il segno più tangibile di come il vecchio motto del movimento operaio statunitense: “una offesa ad uno è un affronto a tutti” sia entrato nella coscienza di una parte importante dei lavoratori.

Insieme alle vittorie conseguite dai “nativi americani” in queste settimana – generalmente ignorate dai media italiani – sono il segnale che i tempi stanno cambiando.

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08/09/2019

Il caso Bellanova e l’idiozia funzionale dei fascioleghisti

Su tutte le prime pagine dei giornali campeggia la neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova. I tastieristi fascioleghisti l’hanno insultata sui social per l’aspetto, i vestiti, il basso titolo di studio.

Questo ha suscitato giusta indignazione e solidarietà verso la persona colpita da ingiurie sessiste e classiste, che dimostrano ancora una volta come i fascioleghisti rappresentino non solo una regressione politica, ma anche civile e persino umana.

Questa regressione però non fa solo danno a chi la fa propria e a chi ne subisce i colpi, ma anche a chi la contrasta. Infatti nel difendere giustamente la bellissima storia passata di Teresa Bellanova si è oscurata la sua pessima storia presente.

La ministro ha vissuto la dura trafila dell’emancipazione e della crescita sociale, civile e culturale del proletariato, il principale merito dei comunisti e dei socialisti in questo paese.

Così, da bracciante e da sindacalista dei braccianti, Teresa Bellanova ha fatto propria un grande lezione di vita, una grande cultura. E quella cultura, ben superiore a quella di tanti laureati, bocconiani, detentori di master, le ha permesso di ascendere ai vertici della politica.

Ove quella cultura lei ha brutalmente abbandonato a favore di quella del mercato e dell’impresa.

Bellanova è diventata una ultrà renziana, e con questa appartenenza correntizia è anche collocata nel governo attuale. In quelli passati, al ministero del lavoro, è stata tra i più strenui sostenitori del Jobs act e della cancellazione dell’articolo 18, il fulcro di quello Statuto dei Lavoratori per cui impegnò la vita Giuseppe Di Vittorio, oggi a sproposito citato.

Al ministero dello sviluppo economico, poi, Bellanova è stata complice del massacro sociale dei lavoratori Almaviva, licenziati in massa con il suo benestare.

Ora i fascioleghisti la insultano per la parte che invece va portata ad esempio della sua esperienza di vita; e paradossalmente la fanno sembrare per quello che Teresa Bellanova da tempo non è più.

Questo dimostra che i valori e la cultura autentica del movimento operaio hanno ancora una forza enorme e che i fascioleghisti sono funzionali ad un sistema politico che nel nome del profitto quei valori rinnega ogni giorno, salvo poi ipocritamente servirsene quando degli idioti gliene danno l’occasione.

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24/04/2019

1929, novant’anni fa il plebiscito fascista


Vinte le elezioni del 1924 grazie alla legge maggioritaria “Acerbo” e alle violenze squadriste, assunte le vesti di una vera e propria dittatura dopo il delitto Matteotti, costituito il Tribunale Speciale, il fascismo modificò in senso plebiscitario il sistema elettorale chiamando gli italiani alle urne il 24 marzo 1929.

Il progetto della nuova legge elettorale, preparato da Alfredo Rocco, rimarcò a chiare lettere la negazione, da parte della dottrina fascista, del dogma della “sovranità popolare”, affermando al suo posto quella della “sovranità dello Stato” e dell’identificazione diretta dello Stato in un solo Partito, in conseguenza di sua natura totalitario.

Secondo questo principio i deputati diventarono meri organi dello stato emanazione di un partito e non rappresentanti del corpo elettorale.

Si pose quindi fine a quelli che Mussolini definì in Parlamento come “ludi cartacei” e si ratificò un progetto che pose la scelta dei futuri deputati nelle mani di due organi: la prima selezione a opera delle organizzazioni sindacali intese come scheletro dello stato fascista corporativo e da parte del Gran Consiglio del Fascismo, cui fu demandato il compito di compilare la lista dei 400 nomi da sottoporre al corpo elettorale affinché esso esprimesse il proprio consenso.

La legge era basata sul suffragio universale maschile, già previsto sin dal 1912. Il diritto di voto per i soli cittadini maschi era però subordinato al rientrare in una delle seguenti categorie:

- coloro che pagavano un contributo sindacale o erano soci di una società o ente che pagasse tale contributo, oppure da almeno un anno possedessero azioni nominative di società in accomandita per azioni o di società anonime;

- coloro che pagavano almeno 100 lire d’imposte dirette allo Stato, alle province o ai comuni;

- coloro che percepivano uno stipendio, un salario o una pensione a carico dello Stato;

- membri del clero cattolico o di altro culto ammesso dallo Stato;

Nel complesso risultarono iscritti nelle liste elettorali 9.638.859 cittadini rispetto ai 12.069.336 del 1924.

Il 24 marzo 1929 furono così aperti i seggi per l’elezione della nuova Camera dei Deputati.

La partecipazione al voto risultò altissima con l’89,86%, ben superiore a quella del 63,1 del 1924.

In molte parti del Paese i fascisti incolonnarono gli elettori e li scortarono militarmente al seggio facendoli votare collettivamente con la deposizione della scheda del “SI” nelle urne.

Infatti le due schede, del “SI” e del “NO” dovevano essere ritirate preventivamente all’ingresso del seggio consentendo così l’identificazione del voto.

In queste condizioni il “SI” ottenne 8.517.838 voti pari al 98,34% dei voti validi.

Ci furono 8.209 voti nulli pari allo 0,09%.

I “NO” furono 135.773 pari all’1,57%,

L’Italia era costretta in un regime dittatoriale ormai da quattro anni, i componenti dei gruppi dirigenti antifascisti erano stati assassinati, messi in galera, costretti all’esilio: ciò nonostante 135.773 elettori, da considerare veri e propri “eroi della democrazia”, trovarono il coraggio di rendere palese (visto il sistema di voto) il loro rifiuto non tanto del listone ma del regime, con grande rischio personale.

Si trattò di un gesto di estrema coerenza morale e politica, agito in condizioni di difficoltà estrema.

Un gesto del quale ci si è ormai dimenticati e che, invece, è ancora proprio il caso di esaltare.

La composizione di quel “NO” dal punto di vista geografico e politico ci svela molte cose sull’origine di quel rifiuto.

Oltre a una consistente opposizione di natura etnica, i tedeschi in Alto Adige e gli sloveni in Istria e in Venezia Giulia, la gran parte dei voti contrari si concentrò nel “triangolo industriale”, tra Lombardia, Piemonte e Liguria.

Le regioni delle grandi fabbriche meccaniche, metallurgiche, elettromeccaniche e chimiche fornirono infatti 69.226 voti al fronte del “NO”, pari al 50.98% del totale.

Oltre il 2% dei voti contrari si ebbero soltanto nelle regioni del Nord, mentre al Centro si superò l’1% soltanto in Toscana e in Umbria.

Al Sud e nelle Isole (dove il fenomeno dell’incolonnamento degli elettori risultò generalizzato) si registrano complessivamente: 5.416 “NO” pari al 4% del totale. In tutta la Basilicata si registrarono 10 voti contrari e in Calabria 74.

Dal punto di vista della consistenza del NO dal punto di vista della collocazione geografica lo schema di riferimento fu comunque quello già osservato con le elezioni del 1924.

In quell’occasione le liste di opposizione alla lista fascista, suddivise in 11 formazioni politiche, ottennero complessivamente il 35,1% dei voti ed egualmente nel triangolo industriale Genova – Milano – Torino il fascismo ebbe il minimo dei consensi.

Di grande interesse, da questo punto di vista, la dislocazione dei voti del Partito Comunista e dei due Partiti Socialisti: il Partito Comunista d’Italia ottenne, infatti, nel 1924 il 3,7% (una flessione minima rispetto al 1921 dove aveva ottenuto il 4,6%) : i due partiti socialisti avevano ottenuto rispettivamente il 5.0 e il 5,9 (nel 1921 il 24,5% cedendo quindi oltre il 13%).

Rispetto al voto del plebiscito del 1929 diventa quindi di grande interesse notare che le sole regioni dove i partiti socialisti avevano superato il 10% e i comunisti il 6% fossero proprio la Lombardia, il Piemonte e la Liguria.

Si può quindi affermare come il “NO” al listone nel 1929 fosse di origine diretta dal voto dei partiti della sinistra, socialisti e comunisti, e dalla loro capacità di mantenere l’organizzazione dell’opposizione nelle grandi fabbriche e così sarebbe stato per tutto il ventennio.

Per concludere ecco il dettaglio del voto per il “NO” regione per regione in cifra assoluta e in percentuale:

Piemonte 20.881 2,58%

Liguria 11.217 3,82%

Lombardia 37.128 3,06%

Trentino Alto Adige 7.902 6,55%

Veneto 20.587 2,58%

Friuli Venezia Giulia (con Zara) 4.080 2,14%

Emilia Romagna 14.843 2,01%

Toscana 7.251 1,04%

Marche 1.665 0,67%

Umbria 1.783 1,23%

Lazio 3.020 0,72%

Abruzzo e Molise 616 0,19%

Campania 2.417 0,34%

Puglie 165 0,04%

Basilicata 10 0,01%

Calabria 74 0,02

Sicilia 861 0,10%

Sardegna 1.273 0,71%

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17/10/2018

Savona. In risposta alle provocazioni fasciste

In questi giorni abbiamo vissuto il ritorno di provocazioni fasciste verso la memoria di Savona, città medaglia d’oro della Resistenza.

Un ritorno di vero e proprio sfregio alla memoria storica della Città e di quel tipo di provocazioni che, in passato, raggiunsero il punto di più elevato impatto attraverso il manifestarsi di una vera e propria “strategia della tensione” che portò, nell’inverno 1974 – 75, a ben 11 attentati dinamitardi al punto da provocare un morto, diversi feriti e molti danni materiali. Attentati dei quali è ancora ignota l’identità degli autori, ma ben chiara la matrice politica. Una vera e propria “strategia della tensione” che fu respinta grazie ad un grande moto popolare che diede luogo al fenomeno della vigilanza organizzata dalle istituzioni e dalle organizzazioni del movimento operaio, i cui militanti scrissero in quell’occasione una delle più belle pagine della nostra storia.

Allo scopo di ricostruire ciò che accadde a Savona all’indomani della Liberazione e fornire così un contributo a un rinnovarsi della memoria utile a respingere le attuali provocazioni sarà il caso, allora, di soffermarsi – facendo un passo indietro – sul periodo tra il 1945 e il 1960 quando il processo di ricostruzione fu portato avanti e compiuto.

Far quest’operazione di verità rappresenta, in questo momento, la miglior risposta a chi è tornato a scrivere di “camicie nere”.

Al 25 aprile del 1945 Savona presentava un panorama desolante: la Città era stata colpita duramente dai bombardamenti mentre l’occupazione nazi-fascista era risultata particolarmente feroce, soprattutto nei confronti degli operai delle grandi fabbriche resisi protagonisti di alcuni scioperi molto significativi, in particolare quello del 1° marzo 1944, in conclusione del quale oltre 100 operai di ILVA e Scarpa e Magnano erano stati deportati nel campo di sterminio di Mauthausen.

I macchinari delle fabbriche erano stati però difesi dal tentativo di razzia operato dai tedeschi e anche rispetto al Porto ne era stata scongiurata la distruzione totale.

Il compito che aspettava però i nuovi amministratori comunale risultava del tutto immane.

Le elezioni del marzo 1946 consegnarono una forte maggioranza ai partiti della sinistra, comunista e socialista e il sindaco comunista Andrea Aglietto già operaio della Scarpa e Magnano, nominato dal CLN al momento della Liberazione, fu confermato.

La sinistra a Savona vantava già un’esperienza di governo: nelle elezioni amministrative del 1920 la lista socialista aveva conseguito la maggioranza, eleggendo sindaco il fabbro ferraio Mario Accomasso che aveva partecipato ai moti spartachisti di Berlino nel 1919. Accomasso con tutta la giunta aveva poi aderito, nel 1921, al Partito Comunista d’Italia (la cui federazione regionale fu costituita proprio a Savona presente Antonio Gramsci, all’indomani del congresso di Livorno del gennaio 1921). Accomasso fu poi sostituito dal compagno di partito Bertolotto, prima che anche l’amministrazione comunale di Savona fosse costretta a cedere alla violenza fascista.

Il segno di quella “condizione di governo” era comunque rimasta a contraddistinguere la presenza di comunisti e socialisti pur ridotti nella clandestinità.

Sarebbe il caso, del resto, di segnalare la complessità culturale e politica della formazione del PCd’I a Savona: in un partito che, nel resto del territorio nazionale faceva riferimento in misura maggioritaria alle posizioni bordighiste e visse, in inimmaginabili condizioni di difficoltà materiale, il travaglio del passaggio da quelle posizioni alla svolta gramsciana (Lione, 1926), si segnalò nella nostra Città una consistente presenza ordinovista (Savona risultava al secondo posto dopo Torino come numero di abbonamenti alla rivista di Gramsci e Togliatti). In seguito si verificò una fusione particolarmente rilevante con i socialisti terzinternazionalisti di Serrati che nelle loro fila comprendevano anche il già citato futuro Sindaco Aglietto.

D’altro canto anche la presenza dei socialisti, nel corso del buio ventennio, si segnalò come provvista di particolare qualità: ne era espressione il punto di riferimento sempre rappresentato anche da lontano da Sandro Pertini; l’episodio del processo di Savona, con la fuga di Filippo Turati, la presenza in Città di una figura come quella rappresentata dall’avv. Vittorio Luzzati, difensore nel già citato processo di Ferruccio Parri e di Sandro Pertini, processo nel corso del quale la magistratura savonese dimostrò una propria capacità di indipendenza dal regime, rimasta unica nel corso del periodo della dittatura fascista.

Anche quello che poi sarebbe stato il filone azionista fu rappresentato a Savona da figure di altissimo rilievo e qualità morale come quella dell’avv. Cristoforo Astengo, uno dei grandi martiri che Savona ha offerto alla causa della Liberazione dal nazi–fascismo.

Torniamo però al tema della ricostruzione della Città esaminando le ragioni per le quali, in quel periodo, i partiti rappresentativi della classe operaia, comunisti e socialisti, esercitarono quella che può ben essere definita come egemonia:

1) Il ruolo esercitato nella lotta di Liberazione. Spero verrà scusato il metodo semplificatorio con cui quest’argomento è affrontato nell’occasione: sicuramente serve una maggiore articolazione nel racconto storico e nel giudizio (del tipo di quella emersa nell’opera fondamentale di Claudio Pavone, “Saggio storico sulla moralità della Resistenza). Ma in questo caso e al riguardo degli obiettivi che attraverso l’analisi in oggetto s’intendono perseguire sia consentita una valutazione particolarmente “tranchant”. I partiti di sinistra fornirono a Savona come in altre parti d’Italia un enorme contributo e soprattutto furono in grado, attraverso il ruolo mantenuto nel corso della lotta di Resistenza di sviluppare uno specifico dato di radicamento sociale poi espressosi con grande vigore proprio negli anni della ricostruzione;

2) La presenza nelle fabbriche. Questo secondo punto è direttamente collegato al primo, soprattutto rispetto allo svolgimento dei grandi scioperi operai del 1943 – 44 ai quali si è già accennato. Ma fu essenzialmente per la continuità di presenza nelle fabbriche che costituivano la gran parte del tessuto economico della Città e del suo hinterland nel corso del ventennio fascista che il riconoscimento dei partiti della classe operaia risultò indubitabile a guerra finita, in una dimensione sociale fortemente caratterizzata proprio dalla presenza degli operai delle fabbriche e del porto.

La fase di ricostruzione della Città si può considerare completata, tra alterne vicende che in quest’occasione non si enucleano nel dettaglio, all’inizio degli anni ’60 quando si presentò una nuova fase di sviluppo caratterizzata dall’espansione dell’insediamento urbano nell’Oltreletimbro e fu dunque caratterizzata da alcuni punti espressi dall’azione amministrativa della Giunta popolare e dai soggetti sociali, politici, economici che animavano la vita della Città.

Punti che possono essere così riassunti:

1) Il problema della ricostruzione materiale della Città duramente provata dagli innumerevoli bombardamenti aerei subiti nel corso del conflitto che ne avevano distrutto parti consistenti dei rioni dei Cassari e dei Fraveghi nel centro storico; alle Fornaci, a Zinola, a Legino nella periferia. In questa opera di ricostruzione urbanistica l’amministrazione cittadina si dimostrò, in allora, particolarmente aperta alle nuove idee che circolavano al tempo favorendo energie giovani in campo architettonico ma preoccupandosi di gettare perlomeno le basi adatte per affrontare il serio problema della casa per i non abbienti;

2) L’apertura di spazi di democrazia. Il supporto fornito dall’amministrazione comunale alle possibilità concrete di espressione politica, sociale, culturale si accompagnò a un periodo di grande vivacità in tutti i campi. Questi elementi furono portati avanti attraverso il tramite del consenso sociale e della forte operatività di massa che rappresentavano, in allora, il patrimonio più prezioso dei partiti di sinistra;

3) L’avvio di una politica dei servizi sociali. Ci si trovava all’epoca di fronte a una situazione molto difficile da questo punto di vista: gli strascichi del conflitto mondiale avevano creato situazioni molto estese di indigenza, emarginazione, povertà. Una situazione che fu affrontata attivando soprattutto tre filoni: quello della “solidarietà operaia”(risultavano in allora molto attive le mutue interne di fabbrica che svolsero un ruolo fondamentale) e, quello della democratizzazione dell’intervento nel sociale, quello dell’utilizzo al meglio dei compiti assegnati agli enti di assistenza dipendenti dal Comune, primo fra tutti l’E.C.A. alla cui presidenza si alternarono assessori di diretta provenienza operaia. Sul tema dei servizi sociali si intrecciò anche un dialogo con i cattolici, protagonisti il senatore Varaldo e l’onorevole Angiola Minella, ma i tempi non si dimostrarono maturi per una collaborazione diretta e il tutto rimase confinato in scambi giornalistici dalle colonne del “Letimbro” a quelle dell’Unità. ”Unità” che, all’epoca, nell’edizione genovese aveva spazio per due pagine di cronache savonesi curate prima da Pallavicini (un savonese che poi avrebbe ricoperto il ruolo di caporedattore centrale dell’edizione romana diretta da Ingrao), Ennio Elena e Angelo Luciano Germano e successivamente da Fausto Buffarello e Luciano Angelini.

4) L’ultimo punto di questa sommaria ricostruzione riguarda la fase tumultuosa che si dovette affrontare durante il processo di riconversione che, a cavallo degli anni’50, mise in discussione la presenza della grandi concentrazioni industriali soprattutto in campo siderurgico ed elettromeccanico. Naturalmente il problema risultava essere di dimensioni nazionali e internazionali. Il tema della riconversione dell’industria bellica coincise, nel nostro Paese, con quello della ricollocazione strategica dell’intervento pubblico in economia.

Si trattò di un periodo di elevatissima conflittualità sociale con frequenti scontri di piazza: la “celere” del ministro degli Interni Mario Scelba assurse a simbolo della repressione operaia. Savona colpita in pieno da una forte recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA, messi in crisi dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione dell’economia della ricostruzione.

Savona si trovò al centro di questo tipo di episodi anche se, nella nostra Città, non accaddero fatti di assoluta drammaticità quali quelli avvenuti a Modena il 9 gennaio 1950 quando 5 operai delle ferriere Orsi Mangelli persero la vita uccisi dalla polizia. A Savona tutta la Città si unì in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio industriale. L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951) formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e artigiani.

Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel 1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi settori più significativi. Il declino vero e proprio si avviò nel decennio successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know-how e avviandosi il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”.

Questa ricostruzione potrebbe andare avanti inoltrandosi nel tempo ma è il caso di fermarci a questo punto. Il senso della “Savona operaia” come risposta alle provocazioni fasciste di questi giorni dovrebbe essere stato individuato. La ricostruzione della Città fu realizzata, tra il 1945 e il 1960, grazie ai Partigiani, agli operai, alle istituzioni locali guidate dai grandi partiti di massa della sinistra comunista e socialista.

Riflettere su questi passaggi fondamentali della nostra storia, di quella che può essere considerata davvero la biografia della Città, rappresenta la migliore risposta alle provocazioni fasciste in atto in questi giorni.

Si segnala, infine, una minima bibliografia. Dal punto di vista della ricostruzione storica: “Quelli del PCI” , tre volumi usciti all’inizio degli anni 2000 per cura di Sergio Tortarolo con Guido Malandra e Giancarlo Berruti; “Savona, l’identità perduta” di Giovanni Burzio, Luciano Angelini, Franco Astengo pubblicato nel 2015; “Gli Amministratori della Città”, pubblicato nel 2002 su iniziativa della presidenza del consiglio comunale allora retta da Sergio Tortarolo, volume curato da Bruno Vadone con prefazione di Giagi Assereto e testi di Alberto Bianco, Silvia Bottaro, Franco Astengo. Da ricordare assolutamente, inoltre,i vari testi contenuti nella collana di “Quaderni Savonesi” editi dall’ISREC tra il 2006 e il 2015, soprattutto per impulso del compianto ex-Sindaco Umberto Scardaoni.

Da non dimenticare, infine, sul piano letterario la riedizione del fondamentale “Gli Innocenti” di Guido Seborga uscito nel 2006 per SAGEP.

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23/09/2018

L’assemblea dei braccianti a Foggia, i tratti di un nuovo movimento operaio


L’assemblea a Foggia dell’Unione Sindacale di Base, dedicata alla presentazione della Piattaforma sindacale per un giusto riconoscimento dei diritti contrattuali, sociali e sindacali di chi lavora la terra, oltre ad essere stata un ottimo momento di rappresentazione pubblica del lavoro che l’USB alimenta nel settore agricolo e bracciantile del nostro paese, ha rappresentato, senza ombra di dubbio, un ulteriore tassello politico ed organizzativo verso la definizione di un nuovo movimento operaio.

Sono anni che l’USB organizza i lavoratori immigrati che si spaccano la schiena nelle campagne della Capitanata, nella Piana di Goia Tauro ed in tantissimi altri luoghi (tra cui Saluzzo, nel profondo Nord dell’Italia). Una attività organizzata che sta ridando visibilità, dignità ed orgoglio a migliaia di fratelli immigrati che costituiscono la forza lavoro necessaria (gestita con modalità schiavistiche e da un collaudato intreccio affaristico, speculativo e criminale) su cui si regge l’intera filiera dell’agro alimentare e di gran parte del business del made in Italy.

Era necessario – quindi – dopo un estate iniziata con l’omicidio di Soumalia Sako e continuata, tragicamente, con la strage di agosto dei berretti rossi, che l’USB tornasse a fare il punto politico e programmatico sull’organizzazione dei braccianti, sulle mobilitazioni e vertenze in corso in molte regioni, ed ai tavoli nazionali dei Ministeri interessati alla materia.

Un appuntamento – questo di Foggia – che ha lanciato una vera e propria Piattaforma, articolata in 10 punti, e denominata, non a caso, Agricoltura/Eticoltura per meglio evidenziare non soltanto l’impegno di un urgente miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di chi è impegnato nei campi e nelle fattorie, ma anche le linee generali di un Codice Etico per tutto il settore agricolo, per l’industria dell’agro/alimentare e per i circuiti della Grande Distribuzione Organizzata.

Una Eticoltura non basata su astratte e formali dichiarazioni generiche a favore dei “diritti” o del “lavoro buono” – francamente, a fronte della drammaticità materiale in cui vivono e lavorano i braccianti, è un esercizio che lasciamo volentieri ad altri – ma una accertata sequenza di rigorosi controlli, garanzie legislative e contrattuali a favore dei diritti di chi lavora, dei consumatori e di quanti, a vario titolo, sono impegnati lungo tutto l’arco della produzione, della raccolta, della trasformazione e della commercializzazione dei prodotti della terra.

Una proposta politico/sindacale a tutto tondo avanzata da un moderno sindacato confederale – come l’Unione Sindacale di Base – mentre invece, lo scorso 19 giugno 2018, i sindacati complici (Cgil, Cisl e Uil) hanno sottoscritto con Confagricoltura, Cia e Coldiretti il nuovo Contratto Collettivo Nazionale “Operai Agricoli e Florovivaisti” che – scandalosamente – prevede aumenti salariali pari al 1,7% (ossia circa 1 Euro al giorno).

Da qui l’urgenza, ma anche il valore politico dell’assemblea di Foggia dove, oltre ai delegati del Coordinamento Lavoratori Agricoli USB, sono intervenuti alcuni amministratori locali, assessori e sindaci di località dove insistono vertenze che l’USB promuove, ma anche il giornalista Gad Lerner, che da mesi produce reportage sulle condizioni di vita degli immigrati, e Christian Alliaume, del settore agricolo della Federazione Sindacale Mondiale (WFTU), il quale ha illustrato l’azione antisociale dell’Unione Europea e dei suoi piani di politiche agricole nell’intera area continentale.

Un momento importante dell’assemblea di Foggia è stato rappresentato dall’intervento della nipote del sindacalista Giuseppe Di Vittorio, la quale ha ricordato ai presenti l’impegno di “Peppino” nelle campagne pugliesi degli anni cinquanta del Novecento e la sua azione internazionalista nei vari consessi istituzionali. Una attualizzazione di una memoria storica e una lezione politica che rivive – nelle mutate condizioni dello scontro di classe – nel lavoro controcorrente dell’USB in questo complicato e difficile comparto.

Ma il meeting di Foggia di sabato 22 settembre non rappresenta esclusivamente un importante tassello dell’azione sindacale indipendente nel nostro paese, ma configura, sul versante sia teorico che pratico, il delinearsi di un nuovo movimento operaio e le sue prime prove di discussione, ricerca ed organizzazione.

Il corso convulso e contraddittorio della crisi capitalistica, l’offensiva padronale a tutto campo, la pervasiva azione della borghesia continentale europea consentono di iniziare a tratteggiare quella Catena del Valore che percorre e segmenta tutto il mondo del lavoro (dai settori tradizionali fordisti, a quelli interni alla circolazione delle merci, fino al frastagliato universo della precarietà e del lavoro mentale), tutte le forme del moderno sfruttamento capitalistico.

Tale dinamica strutturale non può essere affrontata con i «buoni sentimenti» della cosiddetta “sinistra” e dell’associazionismo nostrano, o affidandosi ai soli principi dell’universalismo democratico. Questa strada, se proseguita, segnerebbe un’ulteriore cesura con il nostro blocco sociale di riferimento e sarebbe foriera di nuove sconfitte politiche, altri arretramenti sociali e materiali.

La nostra linea di condotta, in questo come in altri settori economici e produttivi, deve essere informata ad un lavoro di organizzazione della classe che sappia mettere assieme gli elementi utili a promuovere la ricomposizione sindacale e politica. Un presupposto obbligato per iniziare a modificare, per davvero, i rapporti forza nei posti di lavoro, nei territori e nell’intera nostra società.

L’azione dell’USB, la sindacalizzazione del lavoro bracciantile e neo/schiavistico, la lotta al razzismo ed alla xenofobia, a partire dalle condizioni materiali in cui è immersa la classe (immigrati e proletariato autoctono) sono i passaggi con cui sarà possibile alludere all’evidenziarsi di quel nuovo movimento operaio che resta il motore della trasformazione sociale e politica.

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20/08/2018

Fondazione del Partito Socialista, una ricorrenza ormai ignorata

Anche quest’anno non mi pare di aver raccolto segnali di ricordo al riguardo della fondazione del Partito Socialista avvenuta a Genova il 15 agosto 1892, cioè 126 anni fa.

Provvedo, indegnamente, con queste poche righe partendo da un assunto di attualità.

L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.

L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono stati i fenomeni documentati qualche anno fa dal rapporto McKinsey dal titolo “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi.) Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump, al gruppo di Visegrad ai nostri Lega e M5S.

Lo studio di McKinsey prendeva in esame le 25 economie più ricche del pianeta. C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima. Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa. Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza. L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito. Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81% ed i segnali di crescita si stanno verificando in un quadro di protezionismo e di innalzamento di barriere. Seguono Inghilterra e Francia. Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci. In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le disuguaglianze e si misurino davvero con il tema del lavoro sul quale si riflette soltanto in termini di assistenzialismo (80 euro, reddito di cittadinanza) o di inasprimento delle condizioni di sfruttamento (Job Act).

L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguardava i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.

Lo studio non si limitava a tracciare un quadro desolante, vi aggiungeva delle distinzioni cruciali per capire come uscirne: se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere. “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”. E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.

Si confermano quindi le analisi di economisti come Piketty, Atkinson, Stiglitz e le ricerche di un marxista capace di una visione “mondiale” come l’appena scomparso Samir Amin.

Eppure nonostante l’emergere di questo quadro desolante poco o niente si sta muovendo soprattutto sul piano della rappresentanza politica di coloro che soffrono delle contraddizioni generate da questo stato di cose: uno stato di minorità e di sfruttamento allargato sull’insieme della società sempre più sfrangiata, sfibrata, preda dei “falchi” dell’innovazione tecnologica che punta alla riduzione nella condizione della schiavitù individualistica mentre appare in piena evoluzione il processo di divorzio tra politica e cultura.

Oltre cento anni fa la reazione alle condizioni di sfruttamento imposte dalla prima rivoluzione industriale fu ben diversa e vale la pena di raccontarla per sommi capi.

In Italia la crescita del movimento operaio si delinea sulla fine del XIX secolo. Le prime organizzazioni di lavoratori sono le società di mutuo soccorso e le cooperative di tradizione mazziniana e a fine solidaristico. La presenza in Italia di Michail Bakunin dal 1864 al 1867 dà impulso alla prima organizzazione socialista-anarchica, ma aperta anche ad istanze più generalmente democratiche e anche autonomiste: la Lega Internazionale dei Lavoratori (opposta all’Associazione internazionale dei lavoratori di Karl Marx). L’episodio anarco-socialista di propaganda più noto è quello del 1877 (un gruppo di anarchici tentò di far sollevare i contadini del Matese).

In merito alla formazione dei socialisti in Italia (che a tutti gli effetti si configuravano come prima realtà partitica moderna) è interessante notare l’eredità mazziniana e della struttura di “partito” che, decenni addietro, si era data la Giovane Italia di Mazzini. Essa infatti, pur scevra da costrutti dottrinali ideologici per come li intendiamo noi, basava la propria attività su tre punti fondamentali: proselitismo, coordinamento centrale e autofinanziamento del movimento. I socialisti, volontariamente o meno, si strutturarono quindi in maniera simile, poggiando le basi su una concettualità ideologica, e formando così il primo partito moderno italiano.

Intanto la Lega Internazionale dei Lavoratori nel 1874 si era sciolta e l’anima più moderata, guidata da Andrea Costa, sosteneva la necessità di incanalare le energie rivoluzionarie in un’organizzazione partitica disposta a competere alle elezioni. Tra i più convinti sostenitori di questa linea troviamo Enrico Bignami e Osvaldo Gnocchi Viani, fondatori nel 1876 della “Federazione Alta Italia dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori” e, nel 1882, del Partito Operaio Italiano, con la rivista “La Plebe” (di Lodi), alla quale poi si affiancano altre pubblicazioni.

Nel 1879 Costa, uscito dal carcere, si trasferì a Lugano in Svizzera

Qui scrisse la lettera intitolata “Ai miei amici di Romagna“, in cui indicava la necessità di una svolta tattica del socialismo, che doveva passare dalla «propaganda per mezzo dei fatti» a un lavoro di diffusione di principii, che non avrebbe presentato risultati immediati, ma avrebbe ripagato sul medio periodo.

La lettera fu pubblicata nel n. 30 del 3 agosto 1879 de “La Plebe”.

La presa di posizione di Costa determinò nel movimento socialista italiano una prima separazione dei socialisti dagli anarchici. Nel 1881 questi organizzò il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, che sosteneva, fra l’altro, le lotte dei lavoratori, l’agitazione per riforme economiche e politiche, la partecipazione alle elezioni amministrative e politiche. Il partito di Costa incontrò grandi difficoltà, anche se egli riuscì ad essere eletto alla Camera nel 1882: fu il primo deputato socialista della storia d’Italia.

Anche il Partito Operaio Italiano di Costantino Lazzari e Giuseppe Croce si presentò alle elezioni del 1882, ma senza successo.

Frattanto il movimento operaio si organizzava in forme più complesse: Federazioni di mestiere, Camere di lavoro, ecc. Le Camere di Lavoro si trasformano in organizzazioni autonome e divengono il punto di aggregazione a livello cittadino di tutti i lavoratori.

Su queste basi nel 1892 nasce a Genova il Partito dei Lavoratori Italiani che fonde in sé l’esperienza del Partito Operaio Italiano (nato nel 1882 a Milano), della Lega Socialista Milanese (d’ispirazione riformista, fondata nel 1889 per iniziativa di Filippo Turati) e di molte leghe e movimenti italiani che si rifanno al socialismo di ispirazione marxista.

La scelta di Genova come città in cui svolgere il congresso il 14 e 15 agosto del 1892, tra le altre cose, fu dovuta alla contemporanea presenza delle manifestazioni Colombiane per il quattrocentenario della scoperta delle Americhe: le ferrovie infatti in tale occasione avevano concesso degli sconti sui biglietti per il capoluogo ligure, che vennero sfruttati dai convenuti al congresso (la maggior parte dei quali provenivano dalle regioni del nord).

La decisione generò attriti con i rappresentanti della locale Confederazione operaia genovese, inizialmente tenuti fuori dall’organizzazione dell’evento, e mediaticamente si rivelerà controproducente, essendo in quei giorni l’interesse dei quotidiani e delle riviste concentrato proprio sugli eventi (gare ginniche e regate) correlati alla grande esposizione colombiana, che finiranno per mettere in ombra il congresso

Al congresso si presenteranno circa 400 delegati, rappresentanti di interessi e posizioni non sempre allineate tra di loro.

I fondatori ufficiali della nuova formazione politica furono Filippo Turati e Guido Albertelli. Altri promotori furono Claudio Treves, Leonida Bissolati, Ghisleri, Enrico Ferri, che erano provenienti dall’esperienza del Positivismo.

Turati ed altri (Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Bosco, ecc.) furono a Genova fin dal 13 e proprio la sera di quel giorno si riunirono per discutere delle proposte da presentare nel congresso dei giorni seguenti. Gli esponenti anarchici, commentando al tempo questa riunione preparatoria, la descrissero come una riunione che aveva come tematiche le decisioni da prendere contro la corrente anarchica stessa. Gli attriti tra le due anime proseguirono il giorno successivo, nella sala Sivori, con la richiesta della parte anarchica (Pellaco, Galleani e Gori) di sospendere i lavori e la posizione di Turati e Prampolini che invece chiesero ed auspicarono una netta separazione tra le due correnti del movimento.[14] Turati decise quindi di riunire i congressisti che erano fedeli alla sua linea non più alla sala Sivori, ma nella sede dell’associazione garibaldina “Carabinieri Genovesi”.

Il 15 agosto si ebbero quindi due incontri, quello degli appartenenti alla linea di Turati (circa i 2/3 dei rappresentanti convenuti a Genova), che, dopo alcuni infruttuosi tentativi di mediazione tra le due correnti portati avanti da Andrea Costa, fonderà il Partito dei Lavoratori Italiani, e quella nella sala Sivori dove l’ala anarchica ed operaista (circa 80 delegati) darà vita ad un omonimo partito, la cui esistenza, di fatto, terminerà con la fine del congresso.

Viene eletto Segretario del neocostituito Partito Carlo Dell’Avalle, fondatore nel 1882 della “Società Genio e Lavoro“, che riuniva le principali organizzazioni operaie milanesi, tra cui i ferrovieri e i lavoratori della Pirelli.

Nel 1893, nel II Congresso di Reggio Emilia, il partito si dà un’autonomia e un nome ufficiale come Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, inglobando anche il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano di Andrea Costa. È confermato Segretario Carlo Dell’Avalle.

Nell’ottobre del 1894 il partito viene sciolto per decreto a causa della repressione crispina. Il 13 gennaio 1895 si tiene in clandestinità il III Congresso a Parma che decide di assumere la denominazione di Partito Socialista Italiano. È eletto Segretario Filippo Turati.

Turati è erede del radicalismo democratico; nel 1885 si era unito con la rivoluzionaria Anna Kuliscioff; conosce le opere di Marx ed Engels, è legato alla socialdemocrazia tedesca ed alle associazioni operaie lombarde. Considera il socialismo non dal punto di vista insurrezionale, ma come un ideale da calare nelle specifiche situazioni storiche.

Alle elezioni del 1895, in contrapposizione alla repressione, viene creata un’alleanza democratico – socialista. Vengono eletti in Parlamento 15 deputati socialisti, tra i quali Bissolati, Costa, Prampolini, Turati.

Si apre la lunga stagione del socialismo italiano e delle tappe della sua crescita che passerà attraverso momenti di feroce repressione come quello del maggio 1898 con le cannonate di Bava Beccaris, del suo sviluppo, delle sue rotture, ricomposizioni, scissioni, la più importante delle quali rimane quella del 24 gennaio 1921 quando a Livorno si separarono socialisti e comunisti.

La grande epopea della Rivoluzione d’Ottobre aveva fornito, come nel resto dell’Europa Occidentale, l’effetto della divisione tra i due grandi filoni rappresentativi della storia del movimento operaio del ‘900.

Del resto la II internazionale era già fallita nella torrida estate del 1914, quando la grande SPD e il PSF avevano votato i crediti di guerra smentendo l’opzione pacifista ad arrendendosi alle vocazioni imperiali e nazionaliste sulla base delle quali era scoppiata la “Grande Guerra”.

Sono passati 126 anni dalla fondazione di Genova e 97 anni dalla scissione di Livorno.

Dopo lo scioglimento del PSI e del PCI avvenuto nel quadro del rivolgimento di fine anni ’90 la sinistra italiana si trova priva di una qualche propria presenza significativa, in una situazione di arretramento storico quale quella che è stata descritta nella prima parte di questo intervento.

Una situazione di difficoltà nell’espressione di soggettività estesa anche alla dimensione internazionale dove, a fronte di segnali di rinnovamento e di crescita che si stanno verificando in particolare negli USA e in Gran Bretagna senza dimenticare Portogallo e Spagna, con l’affermazione di un socialismo di sinistra da considerare come reazione allo slittamento a destra avvenuto nei primi decenni del secolo (Blair, Schroeder, il PD italiano) e al fallimento delle socialdemocrazie francese e tedesca, non pare corrispondere una nuova capacità di collegamento internazionalista.

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