Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/12/2020

Il contadino invisibile e la strenna di Natale della Signora Ministro Bellanova

“Oste è buono il vino?

Certo!”


(a.o. dicembre 2020)

Faccio parte di quelli che da moltissimi anni parlano dell’invisibilità dei contadini, più in generale, dei lavoratori della terra, in questo grande paese agricolo.

Con l’attuale ministro questa definizione perde di valore. Le sue dichiarazioni e, peggio, gli atti amministrativi che propone sembra proprio che abbiano lo scopo di rendere visibili gli invisibili. Di andarli a cercare per colpirli.

Nel peggiore dei modi, impedendo loro di mantenere quel poco di autonomia e dignità che sono riusciti a conservare nel corso dell’ultimo mezzo secolo, frutto di battaglie spesso silenziose, “invisibili” ai più, solitarie o collettive, con qualche raro supporto della politica, più eccezioni che giustificano la regola, dovute all’intelligenza e sensibilità di alcuni politici, nel Parlamento o fuori.

Possiamo prendere alcuni degli ultimissimi atti del MIPAF, come la convenzione tra AGEA e le organizzazioni professionali agricole o i 4 decreti legge sparati in rapidità e silenziosamente in Parlamento per stravolgere le leggi nazionali ed europee che regolano il mercato delle sementi.

È tempo di semina, il tempo – dopo le piogge – permette di tornare nei campi. Cominceremo, quindi, dalle sementi. Dati alla mano, quelli che è possibile trovare, ci mostrano un mercato globale dominato da 6 imprese multinazionali, la prima con un giro d’affari di oltre 12 miliardi di dollari, la sesta con un più modesto valore di 1,4 miliardi di dollari.

Poi c’è un gruppo più numeroso di imprese che viaggiano tra il miliardo di dollari ed i 100 milioni di dollari. Quelle più piccole non contano un granché, comunque, sotto i 10 milioni di dollari non vengono neanche censite nei dati globali.

In Italia, nel settore delle sementi agricole e orticole, le microimprese rappresentano più della metà del numero totale di aziende sementiere (53%); un terzo sono piccole; 12% media e 1,5% grande. Nel settore dei materiali di moltiplicazione della frutta e della vite, quasi tutte le aziende sono microimprese. Il volume d’affari TOTALE è di circa 700 milioni, che non è poco per il paese.

Può una qualche impresa italiana pensare di competere con i monopoli globali? No di certo, se vuole competere sullo stesso spazio di mercato immaginando di immettere sul mercato varietà frutto di genoma editing tanto innovative da essere competitive.

Al contrario avrebbe senso, anche in termini industriali, lavorare sulle specificità agro-ecologiche dei nostri territori, specializzarsi in un mercato molto segmentato e specialistico di varietà legate alle DOP e IGP o alle esigenze di industrie agroalimentari di qualità. Usando il “GMO free” come una barriera “non tariffaria”.

In effetti “experts have described the emergence of biotechnologies as the key driver of the consolidation process that has taken place in the global seed industry”.[1] Detto diversamente, più un’industria dipende dalla vendita di sementi OGM, vecchi o nuovi, e più entra in un processo di concentrazione.

I piccoli sementieri, quindi, sono destinati ad essere facili prede, anche quelli più grandi nel mercato nazionale, sotto a 100 milioni di dollari di fatturato.[2]

I dati generali ci danno ragione. La contesa sul mercato nazionale rischia di cancellare i piccoli per far spazio prima a monopolisti nazionali e poi, inesorabilmente, a quelli multinazionali perchè “France, Germany and Italy account for more than half of the EU seed and plant reproductive material market, which is the third biggest in the world”.

E allora si modifica la legislazione sementiere, nell’illusione che qualche grossa impresa sementiera nazionale possa aumentare la sua fetta di questo importante mercato, rompendo il “GMO free”.

Ma non tocca ai contadini dare consigli alle industrie. Noi dobbiamo difendere i nostri diritti.

I decreti proposti dal Ministro dell’agricoltura non ci vanno certo leggeri sulla questione dei diritti degli agricoltori sulle sementi. Già al primo articolo del decreto che riordina il settore sementiero (211) scrive “...È altresì considerata produzione a scopo di commercializzazione quella effettuata da cooperative, consorzi, associazioni, aziende agrarie e altri enti anche se al solo scopo della distribuzione ai propri associati, compartecipanti e dipendenti. Inoltre è considerata «produzione a scopo di commercializzazione» anche ogni lavorazione di prodotti sementieri, le attività di selezione di granella per reimpiego aziendale, nonché la selezione di sementi, effettuata per conto di terzi”.

Per favore, non ci vendete la storia che questo già era previsto in una legge del 1973, perché il ITPGRFA3 e la legge d’applicazione in Italia dovranno aspettare 21 anni ancora prima di entrare in vigore. Ma ora sono quasi 20 anni che è in vigore e quindi non si può violare.

Vietare la risemina del raccolto, questo è quello che prevede il DL, cioè obbligare gli agricoltori a ricomprare la semente ogni anno, per legge. Solo Suharto dittatore indonesiano, inviava i militare nei campi per controllare che i contadini non avessero riseminato il raccolto di riso.

Magari le ditte sementieri, ispiratrici della Signora Ministro, sognano di fare altrettanto? Come dicevamo, contraddice i dettami dell’ITPGRFA, ma anche le norme vigenti sui contratti di acquisto di beni. “La vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo (1470 c.c.)”.

La formulazione dell’art. 1470 cod. civ. toglie ogni dubbio: per l’art.1470 cod. civ. il venditore deve trasferire la proprietà della cosa che vende pertanto il venditore di sementi non può imporre obblighi all’uso di queste da parte del compratore, l’agricoltore, che potrà in tutta libertà disporne gli usi, compresa la risemina attraverso la selezione di granella per reimpiego aziendale.

Inoltre i contoterzisti non effettuano nessuna “selezione di sementi” – come si sostiene nel DL – ma solo operazioni di servizio presso l’azienda dell’agricoltore, operazioni di servizio che consistono in pulitura della raccolta con macchinari adeguati.

C’è qualcosa che – accettato a livello internazionale, sia dall’accademia che dall’istituzioni – è ignorato nel nostro paese. Esistono due sistemi sementieri strutturati: quello industriale, gestito dalle imprese sementiere, e quello “contadino” (ufficialmente definito come “informale”) che gestisce in modo dinamico la biodiversità in azienda adattando attraverso la coltivazione varietà e popolazioni di piante.

Il sistema sementiero contadino è di fatto separato dal sistema sementiero industriale, basato su varietà iscritte al catalogo, sulle regole UPOV (in Europa) e su un sistema giuridico incentrato sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Quello contadino si basa sulla conoscenza, l’adattamento e una costruzione giuridica radicata nei diritti collettivi dei contadini che dall’inizio dell’agricoltura hanno prodotto la diversificazione di piante ed animali attraverso l’addomesticamento e l’adattamento a concreti sistemi ecologici, sociali e culturali.

I decreti proposti dal MIPAF non tengono assolutamente conto di queste due realtà distinte e intendono sottoporre tutti alle regole applicabili per il sistema sementiero industriale, riservando la vendita diretta da agricoltore ad altri agricoltori di sementi o materiali di moltiplicazione solo per le varietà, comprese quelle dette “di conservazione”, iscritte al catalogo, di fatto costringendo gli agricoltori a diventare “ditte sementiere” o a rinunciare allo scambio con altri agricoltori, pratica fondamentale per rinnovare la propria semente ed aumentarne la variabilità.

Gli agricoltori che vogliono diventare ditte sementiere ne hanno il diritto, ma la loro attività è altro da quella agricola, del coltivare raccogliere e tornare a coltivare, è semplicemente un altro mestiere.

La Signora Ministro chi ha consultato prima di redigere i decreti? Se ha consultato le organizzazioni professionali, come non vedere un conflitto di interessi tra il mandato istituzionale di queste organizzazioni di “rappresentare e difendere gli interessi degli agricoltori” ed il fatto che sono comproprietarie di industrie sementiere [4] di cui debbono promuovere e difendere lo spazio di mercato?

In tempo di “lavoro intelligente” ci dicono che anche l’agricoltura deve diventare “intelligente”, “di precisione”, deve digitalizzarsi. Soldi pubblici europei e nazionali finiranno a sostegno di queste trasformazioni.

Nessuna illusione, l’enorme parte di queste risorse andranno per l’assistenza tecnica alle aziende attraverso i CAA[5] di proprietà delle organizzazioni professionali agricole. A questi soldi si aggiungono quelli per le pratiche relative alla implementazione delle misure della PAC.

Penserete che tutto questo ben di Dio sarà gestito attraverso “la mano invisibile del mercato e le leggi sacre della concorrenza”. No! Sarà gestito in esclusività dai CAA di alcune organizzazioni professionali sulla base di una convenzione che affida ai CAA la tenuta e il controllo dei fascicoli aziendali.

Ma l’agricoltore imprenditore o il contadino lavoratore potranno accedere a queste risorse finanziarie liberamente o attraverso un professionista di loro scelta? No! Avranno l’obbligo di passare attraverso un CAA o rinunciare. Ci si iscrive, si paga e loro ti fanno accedere al tuo fascicolo aziendale.

Mi ricordo di una spiegazione che ci era stata data: “gli agricoltori farebbero confusione se accedessero direttamente al loro fascicolo aziendale”, ma lo sanno che gli agricoltori – come milioni di altri italiani – gestiscono il loro conto in banca con il telefonino? Senza fare confusione...

Ci prendono per imbecilli. Evito di citare il vecchio adagio “contadini, scarpe grosse...”, ma come non sorridere alle parole del presidente dei Caa Coldiretti Nicola Di Noia che sostiene «Una polemica ridicola e offensiva. Noi lavoriamo per il bene dell’agricoltura italiana e ci mettiamo la faccia tutti i giorni, anche andando contro interessi molto grandi».

E continua “i Caa Coldiretti sono Srl che seguono le indicazioni del ministero e svolgono funzioni pubbliche delegate. Poi che quasi tutti gli agricoltori che vengono da noi decidano di associarsi è un altro discorso...”.

Ecco il punto: ci si associa per avere accesso alle risorse pubbliche messe a disposizioni dell’agricoltura? Ma questo meccanismo non inficia rappresentanza e rappresentatività? Non c’è nessuna sorpresa nell’intervento della Signora Ministro che quando non sa come rispondere, se la prende con Bruxelles, come Salvini.

Infatti, ci dice la stampa “La ministra Bellanova ha risposto a un’interrogazione parlamentare dicendo sostanzialmente che è l’Europa ad aver chiesto di modificare i rapporti con i Caa. Agronomi, periti e agrotecnici sostengono il contrario. E minacciano di rivolgersi a Bruxelles per far valere le loro ragioni”.

Sarà vero che Bruxelles chiede di appaltare con convenzioni di esclusività l’accesso alle risorse pubbliche? Magari è la stessa scusa adottata dal MIPAF per stravolgere la legge sementiera nazionale mentre, in realtà, “Bruxelles” si è data un anno di studio poi un lavoro durante il 2021 per scrivere una bozza del nuovo regolamento “sementi” e quindi approvazione in parlamento e via di seguito. Quindi, al momento non c’è nessuna norma comunitaria a cui adeguarsi.

Tornando ai CAA, si sostiene che il patto con il cartello delle organizzazioni professionali “ridurrà la burocrazia”. Sarà, ma non era più semplice garantire l’accesso diretto al fascicolo aziendale e, per l’assistenza, lasciare la scelta all’agricoltore, che avesse deciso di farsi assistere, di rivolgersi ad un professionista di sua fiducia o ad uno dei tanti CAA non necessariamente legato alle organizzazioni professionali?

S’è fatto giorno, anche se è vigilia di festa, animali e semina non aspettano. E, a conferma della passione per questo mestiere, mi verrebbe da dire “meglio un contadino oggi che un deserto domani”. Buone feste e non ce ne voglia Signora ministro, in fondo noi contadini siamo quelli che producono almeno il 70% (FAO) di quello che finisce sulle tavole degli italiani, anche la sua.

Note:

1) https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/note/join/2013/513994/IPOL-AGRI_NT(2013)513994_EN.pdf

2 SIS: “Il bilancio 2018 ha chiuso con un fatturato vicino ai 45 milioni di euro” . In https://adhoccommunication.it/wp-content/uploads/2019/05/CS-SIS-SISemina2019.pdf . Fondata nel 1947, S.I.S, Società Italiana Sementi, oggi parte del gruppo agroindustriale B.F. Spa, rappresenta la prima azienda del settore sementiero a capitale 100% italiano. Grazie alla qualità e alla professionalità sviluppata da SIS nei suoi 70 anni di storia, l’azienda ha consolidato la propria leadership raggiungendo un fatturato di circa 45 milioni di euro con un ebitda e quote di mercato oltre il 20% per il grano tenero, nel grano duro supera il 30% e del 20% per il riso.

3 ITPGRFA – TRATTATO INTERNAZIONALE SULLE RISORSE FITOGENETICHE PER L’ALIMENTAZIONE E L’AGRICOLTURA

4 SIS: idem

5 I CAA sono dei soggetti privati ai quali AGEA delega i compiti di istruttoria dei fascicoli aziendali delle imprese agricole; i CAA, previo mandato scritto del titolare dell’azienda, predispongono, validano ed inviano agli organismi pagatori, le istanze di erogazione degli incentivi, premi e indennità. (AGEA)

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16/05/2020

Regolarizzazione migranti. Dalla schiavitù alla servitù della gleba

Il provvedimento di regolarizzazione dei migranti per farli lavorare nei campi ha un solo titolare e beneficiario assoluto: il padrone agricolo. È lui che richiede il permesso per il proprio dipendente, è lui che decide se farlo diventare regolare o lasciarlo clandestino.

E può prendere questa decisione anche contando sull’impunità per sé stesso, nel caso in cui questo lavoratore fosse già alle sue dipendenze, ma in nero. In questo caso si regolarizzerebbe anche il padrone.

Quindi il lavoratore migrante sarà doppiamente dipendente dal suo padrone, perché questi gli fa un contratto e perché lo regolarizza.

Se il padrone decide di licenziarlo, magari perché ha chiesto il pieno rispetto di quel contratto che spesso non vale neppure per i regolari, quel migrante perderà il lavoro ed anche i diritti civili e tornerà clandestino.

Tutti i diritti del lavoratore sono nelle mani del padrone agricolo, che il migrante non potrebbe lasciare neppure se trovasse un altro lavoro, anche qui pena la clandestinità.

Tutto questo perché si è esclusa la sola misura civile, concedere al migrante la titolarità del suo permesso di soggiorno e permettergli da cittadino in regola di cercarsi un lavoro.

Ma questo sarebbe stato applicare ai migranti quelle che si chiamano le libertà borghesi, mentre essi devono essere asserviti alla terra che lavorano, come i contadini nel Medio Evo. Altro che condizioni migliori.

Se il migrante prima era uno schiavo senza diritti, ora è un servo della gleba.

Si c’è da piangere, di rabbia e di indignazione per l’imbroglio.

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09/05/2020

Braccia rubate per l’agricoltura

Nelle ultime ore è salito alla ribalta della scena politica italiana un acceso confronto all’interno della maggioranza di Governo tra Vito Crimi, capo politico del MoVimento 5 stelle, e la ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante agricola e sindacalista CGIL. Motivo del contendere, astraendo da possibili beghe politiche legate alle frequenti minacce di spallata al Governo da parte dei renziani, una proposta della ministra Bellanova di regolarizzare gli stranieri irregolari attualmente presenti sul territorio nazionale; una proposta che, qualora non trovasse applicazione, a detta della stessa ministra, la porterebbe addirittura a dimettersi dal suo attuale incarico. Si tratterebbe, secondo alcune stime, di un provvedimento di regolarizzazione – da inserire nel decreto di maggio, o in alternativa in un provvedimento ad hoc – che coinvolgerebbe circa 600 mila stranieri, molti dei quali abitualmente impiegati in nero nel settore primario o che forniscono assistenza alle persone anziane. Numeri che hanno portato Crimi, dichiaratosi fermamente contrario a questa ipotesi, a considerare la proposta una vera e propria sanatoria di maroniana memoria.

La proposta di regolarizzazione dei clandestini caldeggiata dalla Bellanova si collega all’attuale situazione emergenziale che si è venuta a creare nel comparto agricolo a seguito delle misure adottate dal Governo per il contenimento della diffusione del Coronavirus. Queste disposizioni, oltre a limitare gli spostamenti sul territorio nazionale, avrebbero ostacolato l’afflusso di lavoratori stagionali (prevalentemente dall’est europeo), portando le associazioni dei produttori a lamentare la mancanza di manodopera nei campi e la conseguente impossibilità di provvedere al normale svolgimento dell’attività produttiva. In particolare, da più di un mese varie sigle padronali che rappresentano gli interessi delle imprese operanti nel settore agroalimentare (Coldiretti in primis) invocano una riapertura dei flussi migratori. Ma oltre a questa strada, che ha tuttavia visto la ministra Bellanova al centro delle trattative con l’ambasciata della Romania (Paese da cui giungono ogni anno più di 100mila lavoratori stagionali), gli orientamenti del Governo circa le misure da adottare al fine di ‘rifornire’ il settore agricolo della manodopera di cui necessiterebbe hanno, negli ultimi giorni, preso due distinte direzioni che, a ben vedere, hanno un chiaro denominatore comune.

Da un lato, la proposta della Bellanova di regolarizzazione temporanea degli immigrati irregolari: non essendoci la possibilità di importare lavoratori per brevi periodi di tempo (gli stagionali, per l’appunto), braccianti a buon mercato per soddisfare i bisogni degli imprenditori agricoli potrebbero essere rintracciati tra coloro che si trovano già sul territorio italiano. La Bellanova, che già si era giocata la carta di mandare nei campi i cassaintegrati, propone testualmente, di “concedere un permesso di soggiorno temporaneo per sei mesi, rinnovabile per altri sei” agli stranieri attualmente irregolari. Cosa farebbe quel lavoratore una volta scaduto il permesso di soggiorno? Si ritroverebbe clandestino e pertanto, nell’attesa di un’altra ondata di regolarizzazione temporanea, diventerebbe il più docile dei lavoratori ed il più disperato dei disoccupati.

Dall’altro lato, Vito Crimi risponde per le rime alla Bellanova, asserendo che questa sanatoria temporanea consentirebbe ai lavoratori stranieri “di continuare a svolgere lavoro nero e di essere oggetto di sfruttamento”. Ma niente paura: per le imprese del comparto agricolo, Crimi ha la soluzione pronta: per non perpetuare lo sfruttamento costringendo gli stranieri a lavorare nei campi, sarebbe possibile reperire la manodopera tra coloro che percepiscono il Reddito di Cittadinanza, naturalmente alle condizioni date del settore agricolo, ovvero, come noto, condizioni da fame. Dichiarazioni che fanno a loro volta seguito agli strepiti della Coldiretti, che aveva già proposto di mandare nei campi anche studenti e pensionati. Insomma il vero punto è far sì, in un modo o nell’altro, che il sistema di produzione a bassi salari nel comparto agricolo non smetta di funzionare, e che soggetti fragili e bisognosi, in una fase di emergenza, suppliscano in qualche modo al regolare uso massiccio della manodopera bracciantile stagionale straniera.

Con la sua proposta, la Bellanova non fa altro che iscriversi all’elenco degli affetti dal razzismo dei buoni: la ministra non perde infatti occasione di ripeterci come gli stranieri siano “fondamentali per portare avanti alcune attività, non solo in agricoltura dove rischiamo sperperi enormi per la mancata raccolta... ma anche le badanti che assistono tante persone anziane”. Naturalmente la Bellanova e tutta la classe politica che da decenni governa l’esistente sa benissimo che non esiste in sé un problema di carenza di offerta di lavoro in quei settori. In Italia vi sono circa due milioni e mezzo di disoccupati e degli altrettanti inattivi scoraggiati che, pur essendo disponibili a lavorare a salari e condizioni accettabili, un lavoro dignitoso hanno smesso di cercarlo perché sanno di non trovarlo. Affermare che in quei settori i lavoratori stranieri sono fondamentali significa in verità voler affermare che in quei settori i salari da fame sono immodificabili,al fine di tenere in piedi un sistema di sfruttamento e bassi prezzi su cui si basa il processo di produzione e distribuzione agricola nel suo insieme. Vale qui la pena ricordare un concetto cruciale: se ci sono lavori che gli italiani non sono disposti a fare è perché questi lavori, nelle condizioni salariali e normative date, non sono dignitosi. Il lavoratore straniero, semplicemente perché tragicamente abituato a livelli di vita materiali in partenza più bassi, si presta allora meglio ad una pratica di sfruttamento bestiale. Per uscire da questa spirale e dal terreno della concorrenza tra poveri, spetta allora ai lavoratori tutti, indigeni e migranti uniti nella stessa lotta, combattere affinché lavori a condizioni indegne semplicemente spariscano e con essi quell’humus micidiale costituito dalla guerra tra gli ultimi.

Chi, allora, come la Bellanova, difende l’immigrazione per consentire ai padroni di portare avanti la loro attività in condizioni di salari da fame, non sta facendo, per ovvie ragioni, né gli interessi dei lavoratori migranti né gli interessi della classe lavoratrice nel suo insieme. D’altro canto, vi è l’ipocrisia di chi, come Crimi, ci racconta che “nei permessi di soggiorno temporanei si insidia il lavoro nero e lo sfruttamento”, ma allo stesso tempo non propone nessuna forma di emersione effettiva del lavoratore irregolare, ovvero nessuna regolarizzazione a tempo indeterminato, l’unico provvedimento capace di sottrarre il lavoratore straniero al ricatto del lavoro a pochi euro all’ora. Un ricatto figlio della sua posizione di clandestino.

Ecco allora svanire quell’apparente dicotomia tra la proposta della Bellanova e le levate di scudi dei Cinque Stelle. Dietro alle polemiche di questi giorni, entrambe le fazioni dell’attuale maggioranza non sembrano muoversi su binari tra loro troppo distanti. La via di uscita per risolvere la contingenza del padrone del campo è in fondo la stessa: procurare forza lavoro à bon marché alle aziende agroalimentari o a coloro che necessitano di colf e badanti. Questa finta contrapposizione deve, ancora una volta, aiutarci a mettere da parte qualsiasi tentativo di vedere il lavoratore immigrato come l’antagonista del lavoratore italiano. Per farlo occorre sforzarsi di mettere in discussione l’intero sistema di produzione fin dalle sue fondamenta costituite dalla miseria di massa e dalla concorrenza tra poveri, indigeni o stranieri che siano. Si tratta di uno sforzo che non può che passare per una battaglia politica tesa in prima istanza a tutelare i lavoratori tutti, e a retribuirli con salari dignitosi opponendosi così ad un un sistema di sfruttamento del lavoratore che agisce ormai su scala internazionale.

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10/04/2020

Campi vuoti e campioni di ipocrisia: basta salari da fame

I periodi di eccezione hanno sempre il tragico merito di rivelare il lato più essenziale della realtà. La pandemia da Coronavirus non fa eccezione, svelando in modo brutale molte carte. In questo caso, torna alla ribalta il sistematico sfruttamento nel settore agricolo, apertamente invocato dalla ministra delle politiche agricole Bellanova, dal sindaco di Bergamo Gori e da Confagricoltura.

Apparentemente, Bellanova e compagnia cantante sembrano mossi da buonsenso: preoccupati da una possibile penuria di prodotti agricoli e della conseguente scarsità di cibo sulle nostre tavole, sottolineano le misure restrittive imposte per contenere la diffusione del virus abbiano prodotto una carenza di lavoratori nei campi. Tuttavia, è curioso rilevare che il loro modo di pensare sottende una visione della società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. I toni sono fintamente benevoli: se da un lato si segnala ipocritamente l’impossibilità di procedere al raccolto in queste condizioni di emergenza, dall’altro la Ministra Bellanova ci ricorda che abbiamo bisogno degli immigrati: “Basta con le banalizzazioni degli anni scorsi, gli immigrati non sono nemici. Siamo noi ad aver bisogno di loro”. Infine, in un sinistro crescendo rossiniano, se proprio i lavoratori dall’estero non possono venire, secondo la Ministra possono essere impiegati i cassaintegrati che percepiscono già il loro 80% di salario senza lavorare.

I lavoratori stagionali stranieri, in questo caso a seguito delle norme di forte restrizione dei movimenti delle persone imposte dal distanziamento sociale, non possono entrare in Italia per prestare la propria manodopera alla nostra agricoltura. Tuttavia, tale ritornello, tanto in tempi normali quanto in piena emergenza pandemia, si ripete come da copione. Nulla di nuovo sotto il sole, infatti: tanto per citare un altro esempio recente, nel marzo 2019 le confederazioni padronali del settore agricolo avevano gridato alla necessità di riaprire i flussi dei lavoratori stagionali. In quel frangente la raccolta delle derrate primaverili ed estive era messa a rischio da una linea troppo restrittiva del governo sull’immigrazione. Va quindi isolato il vero punto che si cela dietro la vicenda, al netto delle specificità relative ai singoli episodi.

Il nodo centrale è uno: senza i braccianti agricoli sottopagati, cioè senza manodopera a basso costo da importare, l’agricoltura italiana non va avanti. I già citati episodi non fanno quindi che mettere a nudo la realtà del sistema di produzione agricolo, fatta di salari da fame per lavoratrici e lavoratori, italiani e stranieri. L’agricoltura si fonda sul sistematico impiego di lavoro precario e discontinuo, non risparmiando né lavoratori italiani né stranieri. In particolare, a questi ultimi viene permesso di arrivare per poter essere sfruttati all’interno della catena produttiva agricola. Questo fenomeno non va però imputato alla particolare avidità dei capitalisti che operano in Italia in questo settore. La questione è più generale: interi settori economici, in particolare quelli a più basso valore aggiunto ed esposti alla concorrenza internazionale, si sostengono esclusivamente su salari infimi e su prezzi estremamente bassi, spesso peraltro insostenibili per la piccola produzione famigliare diretta. Questo avviene perché all’interno del commercio internazionale i prezzi dei prodotti vengono fissati dalla concorrenza internazionale. Ciò significa che il prezzo dei prodotti agricoli si fissa in corrispondenza di un livello di salario bassissimo perché i grandi esportatori di frutta e verdura sono Paesi che hanno un costo del lavoro molto basso. Ecco che prezzi stracciati consentono al sistema di produzione e distribuzione di prosperare nella competizione globale e macinare profitti, carpendo allo stesso tempo una domanda di mercato in Italia e altrove da parte di milioni di lavoratori a salario basso che non potrebbero permettersi, a condizioni salariali date, l’acquisto di prodotti essenziali più cari. Va inoltre aggiunto che, se i prezzi delle derrate agricole incorporassero salari dignitosi, a parità di profitto, la concorrenza internazionale spazzerebbe via la produzione italiana. Tale complesso fenomeno assume, in corrispondenza di episodiche carenze di manodopera nel settore agricolo, una forma schiettamente visibile a fronte delle sonore lamentele derivanti dalla mancanza di lavoratori da sfruttare.

Il ragionamento sul funzionamento complessivo del sistema consente di individuarne varie odiose sfaccettature. Tra le tante, vediamo come il tenore di vita della nostra classe subalterna dipenda tragicamente dallo sfruttamento ancor più brutale delle classi subalterne di altri Paesi e dalla rovina dei piccoli produttori diretti. A livello di politica interna poi, diviene palese la fasulla contraddizione tra chi da un lato si sbraccia per la (presunta) sicurezza controllando gli sbarchi e dall’altro però si lamenta se non arriva veramente nessuno. L’obiettivo ultimo è sempre quello di rendere l’immigrato privo di ogni diritto: in tal modo può essere sfruttato al massimo, tenendolo nella strettoia del rigido controllo dei flussi e la sedicente benevola concessione fattagli nel momento in cui lo si sfrutta.

Lo scenario tuttavia può essere completamente ribaltato. Fuori dallo schema della concorrenza internazionale indiscriminata, bisogna lottare per un settore agricolo con salari molto più alti che si traducano in minori profitti – o persino in profitti nulli – in un contesto di produzione cooperativa. Inoltre, se contestualmente aumentassero i salari in tutti i settori dell’economia, le condizioni di vita dei lavoratori agricoli (italiani o stranieri che siano) e di tutti gli altri settori migliorerebbero a discapito dei profitti della grande produzione e della grande distribuzione. Ciò andrebbe fatto senza ricorrere ad aiuti e sussidi di Stato, che come siamo abituati a vedere vengono sempre richiesti a gran voce, ma solo quando servono a sostenere i profitti. In questo contesto, va inoltre messa da parte qualsiasi velleità di vedere il lavoratore immigrato come il nemico da contrapporre al lavoratore italiano: ciò che va cambiato è il contesto nel quale ci si muove, senza criminalizzare coloro che in quegli ingranaggi rappresentano le ruote più deboli.

Solo ribaltando il tavolo di un sistema malato che si regge sulla miseria di massa e sulla concorrenza tra poveri è possibile immaginare davvero un’economia in cui la nostra sopravvivenza economica non dipende dalla schiavitù altrui. Questo passa inevitabilmente per una lotta politica tesa in prima istanza a tutelare adeguatamente i lavoratori (italiani o immigrati che siano) e a retribuirli con salari più alti, ponendo le basi per poter combattere anche un sistema che agisce su scala internazionale.

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08/09/2019

Il caso Bellanova e l’idiozia funzionale dei fascioleghisti

Su tutte le prime pagine dei giornali campeggia la neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova. I tastieristi fascioleghisti l’hanno insultata sui social per l’aspetto, i vestiti, il basso titolo di studio.

Questo ha suscitato giusta indignazione e solidarietà verso la persona colpita da ingiurie sessiste e classiste, che dimostrano ancora una volta come i fascioleghisti rappresentino non solo una regressione politica, ma anche civile e persino umana.

Questa regressione però non fa solo danno a chi la fa propria e a chi ne subisce i colpi, ma anche a chi la contrasta. Infatti nel difendere giustamente la bellissima storia passata di Teresa Bellanova si è oscurata la sua pessima storia presente.

La ministro ha vissuto la dura trafila dell’emancipazione e della crescita sociale, civile e culturale del proletariato, il principale merito dei comunisti e dei socialisti in questo paese.

Così, da bracciante e da sindacalista dei braccianti, Teresa Bellanova ha fatto propria un grande lezione di vita, una grande cultura. E quella cultura, ben superiore a quella di tanti laureati, bocconiani, detentori di master, le ha permesso di ascendere ai vertici della politica.

Ove quella cultura lei ha brutalmente abbandonato a favore di quella del mercato e dell’impresa.

Bellanova è diventata una ultrà renziana, e con questa appartenenza correntizia è anche collocata nel governo attuale. In quelli passati, al ministero del lavoro, è stata tra i più strenui sostenitori del Jobs act e della cancellazione dell’articolo 18, il fulcro di quello Statuto dei Lavoratori per cui impegnò la vita Giuseppe Di Vittorio, oggi a sproposito citato.

Al ministero dello sviluppo economico, poi, Bellanova è stata complice del massacro sociale dei lavoratori Almaviva, licenziati in massa con il suo benestare.

Ora i fascioleghisti la insultano per la parte che invece va portata ad esempio della sua esperienza di vita; e paradossalmente la fanno sembrare per quello che Teresa Bellanova da tempo non è più.

Questo dimostra che i valori e la cultura autentica del movimento operaio hanno ancora una forza enorme e che i fascioleghisti sono funzionali ad un sistema politico che nel nome del profitto quei valori rinnega ogni giorno, salvo poi ipocritamente servirsene quando degli idioti gliene danno l’occasione.

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