Nelle ultime ore è salito alla ribalta della scena politica italiana un acceso confronto
all’interno della maggioranza di Governo tra Vito Crimi, capo politico
del MoVimento 5 stelle, e la ministra delle politiche agricole Teresa
Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante agricola e sindacalista
CGIL. Motivo del contendere, astraendo da possibili beghe politiche
legate alle frequenti minacce di spallata al Governo da parte dei
renziani, una proposta della ministra Bellanova di regolarizzare gli stranieri irregolari
attualmente presenti sul territorio nazionale; una proposta che,
qualora non trovasse applicazione, a detta della stessa ministra, la
porterebbe addirittura a dimettersi dal suo attuale incarico. Si
tratterebbe, secondo alcune stime, di un provvedimento di
regolarizzazione – da inserire nel decreto di maggio, o in alternativa
in un provvedimento ad hoc – che coinvolgerebbe circa 600 mila stranieri,
molti dei quali abitualmente impiegati in nero nel settore primario o
che forniscono assistenza alle persone anziane. Numeri che hanno portato
Crimi, dichiaratosi fermamente contrario a questa ipotesi, a
considerare la proposta una vera e propria sanatoria di maroniana memoria.
La proposta di regolarizzazione dei
clandestini caldeggiata dalla Bellanova si collega all’attuale
situazione emergenziale che si è venuta a creare nel comparto agricolo a
seguito delle misure adottate dal Governo per il contenimento della
diffusione del Coronavirus. Queste disposizioni, oltre a limitare gli
spostamenti sul territorio nazionale, avrebbero ostacolato l’afflusso di
lavoratori stagionali (prevalentemente dall’est europeo), portando le
associazioni dei produttori a lamentare la mancanza di manodopera nei campi
e la conseguente impossibilità di provvedere al normale svolgimento
dell’attività produttiva. In particolare, da più di un mese varie sigle
padronali che rappresentano gli interessi delle imprese operanti nel
settore agroalimentare (Coldiretti in primis) invocano una riapertura dei flussi migratori. Ma oltre a questa strada, che ha tuttavia visto la ministra Bellanova al centro delle trattative
con l’ambasciata della Romania (Paese da cui giungono ogni anno più di
100mila lavoratori stagionali), gli orientamenti del Governo circa le
misure da adottare al fine di ‘rifornire’ il settore agricolo della
manodopera di cui necessiterebbe hanno, negli ultimi giorni, preso due
distinte direzioni che, a ben vedere, hanno un chiaro denominatore
comune.
Da un lato, la proposta della Bellanova
di regolarizzazione temporanea degli immigrati irregolari: non essendoci
la possibilità di importare lavoratori per brevi periodi di tempo (gli
stagionali, per l’appunto), braccianti a buon mercato per soddisfare i
bisogni degli imprenditori agricoli potrebbero essere rintracciati tra
coloro che si trovano già sul territorio italiano. La Bellanova, che già
si era giocata la carta di mandare nei campi i cassaintegrati,
propone testualmente, di “concedere un permesso di soggiorno temporaneo
per sei mesi, rinnovabile per altri sei” agli stranieri attualmente
irregolari. Cosa farebbe quel lavoratore una volta scaduto il permesso
di soggiorno? Si ritroverebbe clandestino e pertanto, nell’attesa di
un’altra ondata di regolarizzazione temporanea, diventerebbe il più
docile dei lavoratori ed il più disperato dei disoccupati.
Dall’altro lato, Vito Crimi risponde per
le rime alla Bellanova, asserendo che questa sanatoria temporanea
consentirebbe ai lavoratori stranieri “di continuare a svolgere
lavoro nero e di essere oggetto di sfruttamento”. Ma niente paura: per
le imprese del comparto agricolo, Crimi ha la soluzione pronta: per non
perpetuare lo sfruttamento costringendo gli stranieri a lavorare nei
campi, sarebbe possibile reperire la manodopera
tra coloro che percepiscono il Reddito di Cittadinanza, naturalmente
alle condizioni date del settore agricolo, ovvero, come noto, condizioni da fame.
Dichiarazioni che fanno a loro volta seguito agli strepiti della
Coldiretti, che aveva già proposto di mandare nei campi anche studenti e pensionati.
Insomma il vero punto è far sì, in un modo o nell’altro, che il sistema
di produzione a bassi salari nel comparto agricolo non smetta di
funzionare, e che soggetti fragili e bisognosi, in una fase di
emergenza, suppliscano in qualche modo al regolare uso massiccio della
manodopera bracciantile stagionale straniera.
Con la sua proposta, la Bellanova non fa altro che iscriversi all’elenco degli affetti dal razzismo dei buoni:
la ministra non perde infatti occasione di ripeterci come gli stranieri
siano “fondamentali per portare avanti alcune attività, non solo in
agricoltura dove rischiamo sperperi enormi per la mancata raccolta... ma
anche le badanti che assistono tante persone anziane”. Naturalmente la
Bellanova e tutta la classe politica che da decenni governa l’esistente
sa benissimo che non esiste in sé un problema di carenza di offerta di
lavoro in quei settori. In Italia vi sono circa due milioni e mezzo di disoccupati e degli altrettanti inattivi scoraggiati
che, pur essendo disponibili a lavorare a salari e condizioni
accettabili, un lavoro dignitoso hanno smesso di cercarlo perché sanno
di non trovarlo. Affermare che in quei settori i lavoratori
stranieri sono fondamentali significa in verità voler affermare che in
quei settori i salari da fame sono immodificabili,al fine di
tenere in piedi un sistema di sfruttamento e bassi prezzi su cui si basa
il processo di produzione e distribuzione agricola nel suo insieme.
Vale qui la pena ricordare un concetto cruciale: se ci sono lavori che
gli italiani non sono disposti a fare è perché questi lavori, nelle
condizioni salariali e normative date, non sono dignitosi. Il lavoratore
straniero, semplicemente perché tragicamente abituato a livelli di vita
materiali in partenza più bassi, si presta allora meglio ad una pratica
di sfruttamento bestiale. Per uscire da questa spirale e dal terreno
della concorrenza tra poveri, spetta allora ai lavoratori tutti,
indigeni e migranti uniti nella stessa lotta,
combattere affinché lavori a condizioni indegne semplicemente
spariscano e con essi quell’humus micidiale costituito dalla guerra tra
gli ultimi.
Chi, allora, come la Bellanova, difende
l’immigrazione per consentire ai padroni di portare avanti la loro
attività in condizioni di salari da fame, non sta facendo, per ovvie
ragioni, né gli interessi dei lavoratori migranti né gli interessi della
classe lavoratrice nel suo insieme. D’altro canto, vi è l’ipocrisia di
chi, come Crimi, ci racconta che “nei permessi di soggiorno
temporanei si insidia il lavoro nero e lo sfruttamento”, ma allo stesso
tempo non propone nessuna forma di emersione effettiva del lavoratore irregolare,
ovvero nessuna regolarizzazione a tempo indeterminato, l’unico
provvedimento capace di sottrarre il lavoratore straniero al ricatto del
lavoro a pochi euro all’ora. Un ricatto figlio della sua posizione di clandestino.
Ecco allora svanire quell’apparente
dicotomia tra la proposta della Bellanova e le levate di scudi dei
Cinque Stelle. Dietro alle polemiche di questi giorni, entrambe le
fazioni dell’attuale maggioranza non sembrano muoversi su binari tra
loro troppo distanti. La via di uscita per risolvere la contingenza del
padrone del campo è in fondo la stessa: procurare forza lavoro à bon marché alle aziende agroalimentari o a coloro che necessitano di colf e badanti. Questa finta contrapposizione deve, ancora una volta, aiutarci a mettere da parte qualsiasi tentativo di vedere il lavoratore immigrato come l’antagonista del lavoratore italiano.
Per farlo occorre sforzarsi di mettere in discussione l’intero
sistema di produzione fin dalle sue fondamenta costituite dalla miseria di massa e dalla concorrenza tra poveri, indigeni o stranieri che siano.
Si tratta di uno sforzo che non può che passare per una battaglia
politica tesa in prima istanza a tutelare i lavoratori tutti, e a
retribuirli con salari dignitosi opponendosi così ad un un sistema di sfruttamento del lavoratore che agisce ormai su scala internazionale.
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