Quarta udienza alla Corte d’Assise di Latina per il processo ad Antonello Lovato, accusato di omicidio colposo con dolo eventuale e omissione di soccorso per la morte il 19 giugno 2024 del bracciante indiano Satnam Singh, abbandonato davanti casa con un braccio amputato.
Ecco due testimonianze ascoltate in tribunale: un bracciante chiamato quel 17 giugno a fare da interprete e il medico legale Cristina Setacci.
Il bracciante: «Aiutami questo è morto, è finito, dove lo butto? Questa frase mi è stata detta al telefono da Antonello Lovato poco dopo l’incidente. Me lo ha passato al telefono un mio connazionale che non parlava italiano ed era con lui. Io dicevo di chiamare una ambulanza. “Siamo con te non ti preoccupare siamo con te se chiami l’ambulanza si salva, non ti preoccupare”, gli dicevo.
Lui era impaurito». Ho sempre fatto presente che dovevano chiamare l’ambulanza, ho pensato che l’avessero portato in ospedale e io dicevo al telefono “Non ti preoccupare, non muore, chiamate l’ambulanza”, ricordo questo».
Il medico legale: «La morte è stata causata da uno choc emorragico e con cure tempestive si sarebbe salvato. Un intervento di soccorso immediato poteva produrre un successo terapeutico e salvare la vita a Satnam. Si è perso tempo, se in trenta minuti si arrivava al Pronto Soccorso di Latina si poteva bloccare l’emorragia e sarebbe stato l’ideale.
La condizione di Satnam all’arrivo dell’eliambulanza era peggiorata perché era trascorso del tempo. Anche il trasporto su un mezzo come il furgone non è stato utile, non è stata una modalità adeguata. La genesi dello choc emorragico è stata provocata dall’amputazione del braccio destro».
Il processo riprenderà il 2 novembre.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2025
06/05/2023
Brasile - Perché il Movimento Sem Terra fa paura?
Il MST (Movimento dos Trabalhadores Sem Terra), che ho visto nascere e a cui sono ancora legato, è il movimento più popolare, combattivo e democratico del Brasile. Oggi riunisce circa 500.000 famiglie insediate e 100.000 accampate. Si batte per un diritto elementare che non è mai stato realizzato in Brasile, un Paese di dimensioni continentali e dove ci sono molti senza terra e molta terra senza persone: la riforma agraria.
È a dir poco triste constatare che nel XXI secolo gli unici Paesi dell’America Latina che non hanno realizzato la riforma agraria sono stati Brasile, Argentina e Uruguay. Il modello di proprietà fondiaria che ancora esiste nel nostro Paese è quello delle capitanerie ereditarie. E il rapporto di molti proprietari terrieri con i loro dipendenti è poco diverso da quello dell’epoca della schiavitù.
Nato nel 1984 e in procinto di compiere 40 anni nel 2024, l’MST sapeva fin dall’inizio che il governo è come i fagioli, funziona solo in una pentola a pressione...
Sebbene sia stato determinante per l’elezione di Lula a presidente, l’MST non si è mai lasciato cooptare dal governo. Mantiene la sua autonomia e sa bene che il rapporto del governo con i movimenti sociali non può essere una “cinghia di trasmissione”, ma piuttosto una rappresentanza delle basi sociali negli organi di governo. Molti politici fanno il verso alla parola “democrazia”, ma temono che da mera retorica diventi, di fatto, un governo il cui protagonista principale è il popolo organizzato.
Il MST si distingue anche per la cura che dedica alla formazione politica dei suoi militanti, che molti movimenti e partiti di sinistra trascurano. I senza terra mantengono persino un proprio spazio di lavoro pedagogico, la Scuola Florestan Fernandes, a Guararema (SP). E in tutti gli eventi che promuove, il movimento valorizza il misticismo, cioè le attività ricreative (canti, inni, pannelli, ecc.) e i simboli (fotografie, artigianato, ecc.) di natura emulativa.
L’MST segue rigorosamente i dettami della Costituzione dei Cittadini del 1988. La Carta difende l’uso sociale della terra, che deve essere ecologico e produttivo. E richiede qualcosa che è ancora in sospeso e indispensabile se il Brasile vuole raggiungere uno sviluppo sostenibile e abbandonare la sottomissione ai dettami delle nazioni metropolitane, che ci impongono la mera condizione di esportatori di prodotti primari, oggi elegantemente chiamati commodities...
Occupazione non è invasione. Il MST non occupa mai terre produttive.
Oggi il movimento è il più grande produttore di riso biologico dell’America Latina e difende la Riforma Agraria Agroecologica, in grado di facilitare l’accesso alla terra come diritto umano; di produrre alimenti sani e sostenibili per tutta la società brasiliana; di offrire al mercato alimenti sani e privi di pesticidi; di valorizzare il ruolo delle lavoratrici rurali; di ampliare il numero delle cooperative agroecologiche; di espandere la sovranità alimentare e la biodiversità nella lotta contro la fame e l’insicurezza.
L’aggettivo “rosso d’aprile” non è un’evocazione del colore preferito dei simboli comunisti (e anche dei paramenti solenni dei cardinali), come vorrebbero interpretarlo i detrattori del MST. È, invece, il colore del sangue dei 19 senza terra crudelmente assassinati dalla Polizia Militare a Eldorado dos Carajás, nel sud del Pará, il 17 aprile 1996. Sette vittime sono state uccise con falci e machete, mentre le altre sono state uccise a distanza ravvicinata.
Circa 100.000 famiglie attendono di essere accolte in Brasile. Ed è quantomeno un disservizio per l’agrobusiness promuovere la deforestazione delle nostre foreste per espandere la frontiera agricola, godere di esenzioni fiscali sull’esportazione dei propri prodotti e concentrare la produzione su cinque soli prodotti di base: soia, mais, grano, riso e carne, controllati da grandi imprese transnazionali.
La fame sta crescendo nel mondo. Quasi un miliardo di persone ne sono già colpite. E questo non è il risultato di una mancanza di cibo. Il pianeta produce abbastanza per sfamare 12 miliardi di bocche. È il risultato di una mancanza di giustizia. Nel sistema capitalista, gli affamati muoiono sul marciapiede davanti al supermercato. Perché il cibo ha un valore di scambio e non di utilizzo.
Tuttavia, finché la produzione alimentare non segue standard agro-ecologici e la terra e l’acqua, risorse naturali limitate, non sono considerate patrimonio dell’umanità, la disuguaglianza tende ad aggravarsi e, con essa, ogni tipo di conflitto. Pace fa rima con pane.
L’MST fa paura perché lotta per un Brasile – una delle nazioni più ricche del mondo e uno dei cinque maggiori produttori di alimenti –che non sia più un Paese periferico, colonizzato, segnato da una disuguaglianza sociale abissale.
Fonte
È a dir poco triste constatare che nel XXI secolo gli unici Paesi dell’America Latina che non hanno realizzato la riforma agraria sono stati Brasile, Argentina e Uruguay. Il modello di proprietà fondiaria che ancora esiste nel nostro Paese è quello delle capitanerie ereditarie. E il rapporto di molti proprietari terrieri con i loro dipendenti è poco diverso da quello dell’epoca della schiavitù.
Nato nel 1984 e in procinto di compiere 40 anni nel 2024, l’MST sapeva fin dall’inizio che il governo è come i fagioli, funziona solo in una pentola a pressione...
Sebbene sia stato determinante per l’elezione di Lula a presidente, l’MST non si è mai lasciato cooptare dal governo. Mantiene la sua autonomia e sa bene che il rapporto del governo con i movimenti sociali non può essere una “cinghia di trasmissione”, ma piuttosto una rappresentanza delle basi sociali negli organi di governo. Molti politici fanno il verso alla parola “democrazia”, ma temono che da mera retorica diventi, di fatto, un governo il cui protagonista principale è il popolo organizzato.
Il MST si distingue anche per la cura che dedica alla formazione politica dei suoi militanti, che molti movimenti e partiti di sinistra trascurano. I senza terra mantengono persino un proprio spazio di lavoro pedagogico, la Scuola Florestan Fernandes, a Guararema (SP). E in tutti gli eventi che promuove, il movimento valorizza il misticismo, cioè le attività ricreative (canti, inni, pannelli, ecc.) e i simboli (fotografie, artigianato, ecc.) di natura emulativa.
L’MST segue rigorosamente i dettami della Costituzione dei Cittadini del 1988. La Carta difende l’uso sociale della terra, che deve essere ecologico e produttivo. E richiede qualcosa che è ancora in sospeso e indispensabile se il Brasile vuole raggiungere uno sviluppo sostenibile e abbandonare la sottomissione ai dettami delle nazioni metropolitane, che ci impongono la mera condizione di esportatori di prodotti primari, oggi elegantemente chiamati commodities...
Occupazione non è invasione. Il MST non occupa mai terre produttive.
Oggi il movimento è il più grande produttore di riso biologico dell’America Latina e difende la Riforma Agraria Agroecologica, in grado di facilitare l’accesso alla terra come diritto umano; di produrre alimenti sani e sostenibili per tutta la società brasiliana; di offrire al mercato alimenti sani e privi di pesticidi; di valorizzare il ruolo delle lavoratrici rurali; di ampliare il numero delle cooperative agroecologiche; di espandere la sovranità alimentare e la biodiversità nella lotta contro la fame e l’insicurezza.
L’aggettivo “rosso d’aprile” non è un’evocazione del colore preferito dei simboli comunisti (e anche dei paramenti solenni dei cardinali), come vorrebbero interpretarlo i detrattori del MST. È, invece, il colore del sangue dei 19 senza terra crudelmente assassinati dalla Polizia Militare a Eldorado dos Carajás, nel sud del Pará, il 17 aprile 1996. Sette vittime sono state uccise con falci e machete, mentre le altre sono state uccise a distanza ravvicinata.
Circa 100.000 famiglie attendono di essere accolte in Brasile. Ed è quantomeno un disservizio per l’agrobusiness promuovere la deforestazione delle nostre foreste per espandere la frontiera agricola, godere di esenzioni fiscali sull’esportazione dei propri prodotti e concentrare la produzione su cinque soli prodotti di base: soia, mais, grano, riso e carne, controllati da grandi imprese transnazionali.
La fame sta crescendo nel mondo. Quasi un miliardo di persone ne sono già colpite. E questo non è il risultato di una mancanza di cibo. Il pianeta produce abbastanza per sfamare 12 miliardi di bocche. È il risultato di una mancanza di giustizia. Nel sistema capitalista, gli affamati muoiono sul marciapiede davanti al supermercato. Perché il cibo ha un valore di scambio e non di utilizzo.
Tuttavia, finché la produzione alimentare non segue standard agro-ecologici e la terra e l’acqua, risorse naturali limitate, non sono considerate patrimonio dell’umanità, la disuguaglianza tende ad aggravarsi e, con essa, ogni tipo di conflitto. Pace fa rima con pane.
L’MST fa paura perché lotta per un Brasile – una delle nazioni più ricche del mondo e uno dei cinque maggiori produttori di alimenti –che non sia più un Paese periferico, colonizzato, segnato da una disuguaglianza sociale abissale.
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19/01/2023
Giustizia per Soumaila Sacko
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Antonio Pontoriero a 22 anni per l’omicidio volontario di Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista USB ucciso con 4 colpi di fucile il 2 giugno 2018 nella fornace Tranquilla a San Calogero (RC). Pontoriero era stato riconosciuto colpevole e condannato a 22 anni di carcere sia in primo grado che in appello.
L’Unione Sindacale di Base, che da cinque anni lotta perché giustizia sia fatta e che si è costituita parte civile nel processo, esprime soddisfazione per la sentenza e ringrazia gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli per il lavoro fatto in questi anni.
USB continuerà a battersi per il riconoscimento dei diritti dei braccianti migranti, ancora oggi in tutta Italia vittime di condizioni di lavoro indegne e dello sfruttamento dei caporali, nella pressoché totale assenza delle istituzioni.
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L’Unione Sindacale di Base, che da cinque anni lotta perché giustizia sia fatta e che si è costituita parte civile nel processo, esprime soddisfazione per la sentenza e ringrazia gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli per il lavoro fatto in questi anni.
USB continuerà a battersi per il riconoscimento dei diritti dei braccianti migranti, ancora oggi in tutta Italia vittime di condizioni di lavoro indegne e dello sfruttamento dei caporali, nella pressoché totale assenza delle istituzioni.
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22/11/2022
Lavoro agricolo in Italia ed in Europa
Per intervenire sulle politiche per il miglioramento delle strategie alimentari in Europa e in Asia, per una organizzazione sindacale attiva in Italia,uno dei paesi più importanti in Europa sotto il punto di vista della produzione agricola, e soprattutto uno dei paesi più importanti nella produzione agricola di qualità e con una forte legislazione contro gli OGM, è prioritariamente necessario evidenziare e denunciare quelle che sono le responsabilità politiche ed economiche delle grandi aziende agricole ed agroindustriali e le responsabilità enormi delle istituzioni internazionali e nazionali.
Per un organizzazione sindacale affrontare la tematica dell’agricoltura e della alimentazione è d’obbligo partire dalle condizioni in cui sono trattati i lavoratori che insieme ai contadini sono i protagonisti giornalieri della produzione del cibo. Senza contadini e senza braccianti agricoli, tutti lo sappiamo, non ci sarebbe produzione di cibo.
E se in cima alle nostre priorità come Unione Sindacale di Base, c’è il concetto che il CIBO NON E’ UNA MERCE MA UN DIRITTO ne consegue che tutto il sistema agroalimentare dovrebbe essere subordinato alla soddisfazione dei diritti fondamentali di tutti i protagonisti di questo sistema.
Dai piccoli produttori, ai lavoratori della terra, ai consumatori dei prodotti alimentari le politiche agricole comunitarie, ossia pubbliche, dovrebbero tener conto di tutti gli aspetti che favoriscono il benessere sociale, economico e lavorativo di queste categorie, mettendo in secondo piano la ricerca del massimo profitto da parte dei privati, malattia endemica del sistema capitalistico.
Stiamo sostenendo, nell’ambito di una larga campagna nazionale , l’iniziativa di 27 organizzazioni e associazioni impegnate nella difesa dell’agroecologia e del rispetto dell’ambiente, per contrastare la reale minaccia portata avanti in Europa ed in Italia per la reintroduzione degli OGM senza dichiararlo in etichetta.
L’intera filiera agroalimentare italiana, convenzionale e biologica, è nota in tutto il mondo anche per il fatto che da oltre vent’anni il nostro paese ha deciso di restare libero da OGM.
Questa decisione, grazie anche ad una legislazione sempre più stringente, rappresenta una chiave della forza commerciale e della garanzia di qualità del nostro cibo sul mercato. La deregolamentazione dei nuovi OGM metterebbe invece a rischio l’intero comparto con conseguenze irreversibili..
Dobbiamo invece constatare che il sistema agricolo è totalmente subordinato agli interessi delle grandi industrie alimentari, dei grandi proprietari terrieri, delle grandi speculazioni finanziarie, delle grandi catene di distribuzione e commercializzazione del cibo che impongono, condizionano determinano le politiche agricole pubbliche.
Siamo consapevoli di come quest’incontro avvenga in un momento drammatico per le sorti dell’intera umanità, la guerra russo-ucraino sta evidenziando ancora una volta come gli interessi capitalistici contrapposti di nazioni interessate più al riposizionamento geopolitico per il dominio del mercato internazionale, che alle sorti del fabbisogno alimentare delle popolazioni, produrrà un notevole peggioramento in Europa delle condizioni di vita di milioni di persone.
Come accaduto in tante guerre determinate dalla stessa volontà di dominio dei mercati, il terrore e l’insicurezza stanno già determinando lo spostamento di milioni di profughi da una nazione all’altra.
Purtroppo dobbiamo testimoniare che le migliaia di profughi provenienti dai conflitti in terre africane, in Afghanisthan, in Siria, in Iraq e precedentemente dai paesi dell’est Europa, sono divenute in Italia forza lavoro da sfruttare al limite dello schiavismo, spesso ed in grandi numeri questo è avvenuto in agricoltura.
La denuncia che noi oggi rappresentiamo ai partecipanti a questo incontro è una denuncia che parte dalle nostre esperienze dirette sui campi dove quotidianamente siamo presenti per raccogliere le testimonianze dei lavoratori della terra e per organizzarli nella rivendicazione dei loro diritti, ma queste nostre denunce sono state nel tempo confermate e rilanciate sia a livello internazionale che a livello nazionale da personalità, organizzazioni, istituzioni che sicuramente più di noi dovrebbero pesare nel cambiamento delle regole.
Dopo diversi anni di interventi nei campi al fianco principalmente dei lavoratori migranti, sfruttati e ricattati per la loro condizione di straniero spesso clandestino e quindi maggiormente ricattabile, nel 2018 otteniamo dal Governo italiano uno specifico tavolo di interlocuzione sulle condizioni lavorative, e ponendo già allora l’importanza della condizionalità sociale del rispetto dei diritti dei lavoratori nella regolamentazione dell’elargizione dei sussidi garantiti dalla PAC.
Nell’Ottobre del 2018 a Roma presso la FAO durante la 45esima edizione del Comitato per la Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite (CFS), partecipiamo all’incontro del CSM denunciando che nonostante l’esistenza di una convenzione intergovernativa adottata dall’ONU per la protezione dei migranti e delle loro famiglie, strumento essenziale per le rivendicazioni e le vertenze dei braccianti sfruttati e schiavizzati, questa non è mai stata ratificata dall’Italia e dall’Europa.
Vogliamo anche ricordare, come l’USB tiene in alta considerazione la Dichiarazione ONU sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali votata 17 dicembre 2018 durante la 73° Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York,
Nel gennaio 2019, dopo che nel novembre 2017 segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale aveva visitato il ghetto dei lavoratori braccianti vicino Foggia e constatato lo stato di enorme degrado in cui sono costretti a vivere i braccianti e aveva quindi portato all’attenzione della Commissione europea la disumana condizione di sfruttamento esistente in uno dei paesi più ricchi del primo mondo, perviene al governo italiano la nota della presidente liberale svedese Cecilia Wikström della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo con la quale l’Italia è stata caldamente invitata a migliorare la situazione dei migranti, con particolare riguardo agli alloggi, all’accesso all’acqua, all’igiene, ai trasporti e alla sicurezza sociale.
Ricordando inoltre che la lotta allo sfruttamento sul lavoro, incluso quello dei migranti, rimane un obiettivo politico e una priorità non solo della Commissione ma dell’intera UE.
Il governo europeo ricorda infatti l’obbligo di garantire ai lavoratori migranti gli stessi diritti di quelli italiani, ivi compresi salari, sicurezza e salute.
Nel gennaio 2020 la Relatrice Speciale ONU per il diritto all’alimentazione Hilal Elver al termine di una visita di undici giorni nelle diverse località italiane dove è maggiormente evidente lo sfruttamento in agricoltura dichiara: “Sulla scena internazionale l’Italia è un paese molto attivo nella promozione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il diritto all’alimentazione; ma questo non si rispecchia interamente su scala nazionale”…
“Durante la mia visita ho incontrato molte persone che dipendono da banchi alimentari e da enti di beneficienza per il loro prossimo pasto, migranti senza dimora e senza un alloggio sicuro dove trascorrere la notte, lavoratori agricoli sottoposti a orari di lavoro eccessivi in condizioni difficili e con stipendi bassi, che non permettono loro di far fronte ai bisogni fondamentali, lavoratori migranti privi di documenti e dunque relegati in un limbo senza accesso a lavori regolari o alla possibilità di prendere in affitto un posto dignitoso in cui vivere e studenti le cui famiglie sono troppo povere per pagare i prezzi richiesti dalle mense scolastiche”, ha aggiunto Elver.
“In quanto paese sviluppato, nonché terza economia in Europa, tali livelli di povertà e di insicurezza alimentare in Italia non sono accettabili. Il governo italiano dovrebbe comprendere che la beneficienza in ambito alimentare non va confusa con il diritto all’alimentazione”.
I migranti che lavorano in ambito agricolo costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili in Italia. All’interno del settore agricolo italiano ci sono tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori migranti, che rappresentano circa la metà della forza lavoro complessiva.
Quello agricolo è spesso l’unico settore in cui i lavoratori poco qualificati riescono a trovare un impiego. La più elevata percentuale di lavoratori irregolari in relazione al numero totale dei lavoratori migranti si trova in ambito agricolo.
“Attraverso la legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro, l’Italia ha esteso la portata della già esistente disposizione contro il caporalato. Ad ogni modo, la legge risulta incapace di sostenere i diritti umani di tutti i lavorati agricoli, nello specifico dei migranti privi di documenti, relegati in una condizione di invisibilità e di paura”.
Lo sfruttamento in ambito lavorativo non costituisce l’unico modo in cui l’illegalità si insinua all’interno del sistema agricolo europeo.
Vi sono anche altri aspetti inaccettabili, tra i quali l’abbandono in aree rurali di prodotti contaminati, che vengono altresì inceneriti o riversati nelle acque dei fiumi; mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi talmente bassi da rischiare di compromettere il proprio sostentamento; acquisti di terreni con proventi da attività illegali; la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche illegali.
“L’aumento della grande distribuzione ha determinato un significativo riassetto del settore alimentare, poiché le principali catene di distribuzione controllano la maggior parte del mercato agroalimentare, imponendo prezzi bassi, che i piccoli agricoltori non riescono a eguagliare”, ha affermato la Relatrice Speciale.
Il 6 Maggio del 2020, Papa Francesco durante l’udienza generale ha risposto all’appello lanciato il 1° Maggio dai braccianti agricoli stipati nelle baraccopoli del Foggiano, “In occasione del 1° Maggio – ha detto il Papa – ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati.
È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro”.
Nel settembre 2021 in risposta ad una richiesta di suggerimenti da parte del neo ministro delle politiche agricole del governo Italiano Patuanelli,avevamo inviato le nostre note , già precedentemente espresse durante i diversi incontri del Tavolo sul caporalato. In sintesi i nostri suggerimenti furono:
“UNA PAC che rispetti il diritto dei lavoratori. – l’immediata attuazione da parte dello stato italiano della condizionalità sociale senza aspettare né il termine della volontarietà del 2023, né tantomeno della obbligatorietà prevista nel 2025.
Il rispetto da parte dei beneficiari delle norme fondamentali relative alle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori agricoli e alla sicurezza e salute sul lavoro, devono essere condizioni imprescindibili.
L’Unione Sindacale di Base chiede, non solo la riduzione dei finanziamenti o la somministrazione di multe alle aziende, ma ritiene che si debba prevedere la totale esclusione dell’azienda dai finanziamenti europei”.
Sono arrivate poche settimane fa le Osservazioni sul piano strategico della PAC 2023-2027 presentato dall’Italia il 31 dicembre 2021. La Commissione europea ha espresso un parere ampiamente negativo evidenziando ben 244 rilievi tra inviti a correggere, modificare e completare nelle parti mancanti, il Piano elaborato dal nostro Governo.
Non spetta a noi entrare nel merito delle numerose osservazioni riguardanti la distribuzione dei fondi della PAC e l’insufficienza delle modalità con cui vengono ripartite le risorse finanziarie, poche per i piccoli produttori e molte per agroindustrie e latifondi. Inutile dire che la PAC italiana soffre di scarsa trasparenza e di poca chiarezza sulle scelte delegate alle regioni.
Ciò che maggiormente ci interessa, in quanto organizzazione sindacale che si batte per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori agricoli, è l’osservazione riguardante l’applicazione della “condizionalità sociale nei contratti di lavoro”.
La Commissione Europea, al punto 10 delle sue osservazioni cita:
“L’Italia dovrebbe rafforzare notevolmente la logica di intervento del piano per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera. Considerato il tasso molto elevato di irregolarità (oltre il 55 %) riscontrato nel settore agricolo italiano in questo campo, è essenziale affrontare la questione per garantire la stabilità economica, la competitività e la sostenibilità sociale delle aziende agricole italiane.
Per gli stessi motivi la Commissione accoglierebbe con favore un’applicazione efficace della condizionalità sociale sin dall’inizio dell’attuazione del piano.”
Sempre nei nostri suggerimenti indicavamo:
“Rispetto al primo semestre del 2018, il tasso di irregolarità riscontrate nelle imprese sottoposte a controllo è salito del 3% (dal 69% al 72%) ed il numero delle posizioni lavorative risultate irregolari è salito del 7,7% (da 77.222 alle attuali 83.191).”
E ancora: “Ora da questi dati fortemente esemplificativi, se si proietta il dato delle irregolarità riscontrate sul totale delle aziende percettrici di fondi PAC, non è azzardato pensare che almeno il 50 % delle aziende che ricevono sostanziosi aiuti dalla PAC non rispettino totalmente i contratti di lavoro. Infatti, la legge sul caporalato considera violazioni gravi oltre all’art. 603-bis Codice Penale sulla intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ed evidenzia le caratteristiche principali con cui si possono verificare gli indici di sfruttamento: - la reiterata corresponsione di retribuzioni palesemente difformi dalle previsioni dei contratti collettivi di lavoro o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
- la reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria e ferie;
- violazioni delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro;
- sottoposizione del lavoratore a degradanti condizioni di lavoro, alloggiative o di sorveglianza.
È assolutamente evidente che il problema del caporalato non può essere appaltato solamente agli organi repressivi e di controllo, ma deve assolutamente essere inquadrato nelle norme che possono prevenire i comportamenti illeciti.”
Inutile dire che le nostre osservazioni formulate al Tavolo del Caporalato e ripetute al Ministero dell’Agricoltura sono state completamente ignorate, sia dalle diverse componenti istituzionali sia dalle forze sindacali e associative delle categorie agricole.
Per concludere riportiamo la dichiarazione di Surya Deva, presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che ha svolto una missione nelle campagne italiane nell’ottobre 2021:
“Gravi e persistenti abusi dei diritti umani in relazione alle attività delle imprese in Italia. Tali abusi includono condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, gravi problemi di salute e sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute pubblica”.
“I lavoratori migranti, compresi quelli provenienti da Paesi africani e asiatici, che lavorano in settori come l’agricoltura, l’abbigliamento e la logistica, sono intrappolati in un circolo vizioso di sfruttamento, schiavitù per debiti e abusi dei diritti umani che deve essere spezzato”.
Il quadro esposto della situazione dei lavoratori agricoli in Italia negli ultimi 5 anni, indica la certificata violazione dei diritti dei lavoratori e soprattutto dei braccianti migranti, ma noi oggi vogliamo strillare la nostra rabbia e la nostra indignazione nei confronti di tutte le istituzioni internazionali e nazionali che ben consapevoli delle condizioni in cui prospera il profitto dell’agricoltura italiana ed europea, si rivoltano dall’altra parte ogni qualvolta bisogna risolvere il benché minimo problema presentato dai lavoratori e dai contadini, che sono i veri protagonisti della produzione delle ricchezze che arricchiscono le grandi aziende, la grande distribuzione organizzata, il sistema bancario e dei fondi di investimento.
È un sistema che arricchisce anche i soggetti impegnati nell’assistenza, nella ricerca sociologica, nella narrazione delle difficoltà in cui vivono i soggetti che sono sfuggiti dalle guerre in Africa, in Asia in medio oriente, e che attraverso un meccanismo di sussidi e finanziamenti pubblici ha alimentato un economia parallela, impegnata a raccontare nei salotti buoni, nelle riunioni internazionali, nei mass media la condizione di povertà e sfruttamento che lo stesso sistema ha determinato.
Un enorme raccolta di dati statistici, di testimonianze che servono a lavare le coscienze, a giustificare l’importanza del proprio operato.
Ciò che manca e che vogliamo denunciare è che tutte queste inchieste sociologiche e di raccolta di testimonianze, non hanno la stessa intensità, gli stessi approfondimenti, gli stessi dati statistici quando si deve denunciare l’operato del sistema agroindustriale, della Grande Distribuzione Organizzata, dell’ingiusto meccanismo dei finanziamenti della PAC.
Possiamo anche affermare che molti di questi studi, inchieste, ricerche sulle condizioni disumane fin’ora evidenziate sono commissionate con soldi pubblici, da quelle istituzioni e da quei decisori politici che nel momento di legiferare preferiscono avvantaggiare i potentati agroindustriali.
In questa direzione sono andate negli ultimi anni le decisioni anche dei governi di centro sinistra, che hanno strutturalmente indebolito fino a renderlo ininfluente l’apparato di controllo delle violazioni sui posti di lavori, che hanno favorito con la complicità anche delle organizzazioni sindacali filo governative, la totalità impunità di padroni e padroncini liberi di operare nella più assoluta impunità in ogni luogo delle campagne italiane.
Non possiamo assolutamente accettare che le situazioni di sfruttamento, evidenziate sotto la spinta anche del nostro intervento, siano presenti da più di venti anni nella indifferenza di governi nazionali e istituzioni locali.
Ciò che servirebbe per contrastare veramente un sistema che provoca l’impoverimento in Italia di milioni di persone, tra lavoratori, contadini e le loro famiglie è il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti e dei contadini attraverso l’introduzione di un salario minimo di legge per i braccianti, l’approvazione di una legge sull’agricoltura contadina, con la tutela della piccola produzione attraverso agevolazioni sulle operazioni fiscali, sanitarie e commerciali, favorendo con veri incentivi l’agroecologia e una produzione agricola in armonia e nel rispetto della natura.
Sappiamo, per avviarmi alle conclusioni, che il miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro coinvolti nella produzione del cibo, è dato da leggi e regolamenti ma è il frutto principalmente della capacità dei lavoratori e dei contadini sfruttati di far sentire la propria voce e di organizzarsi collettivamente per modificare le condizioni esistenti.
L’USB ha partecipato, come organizzazione ospitante al 18° congresso della Federazione Sindacale Mondiale, che si è concluso ieri 8 maggio a Roma, che ha visto la partecipazione di più di 400 delegati provenienti da più di 100 paesi nel mondo, una federazione Sindacale che da sempre è al fianco delle mobilitazioni dei lavoratori agricoli e dei contadini, come accaduto nel 2020/2021 per lotte e gli scioperi promossi unitariamente in India.
Insieme alla Federazione Sindacale Mondiale ci battiamo per l’attuazione pratica degli obiettivi e delle posizioni della FAO, dell’UNESCO e dell’ONU per la piena sufficienza alimentare ed energetica, l’accesso universale ai servizi pubblici di base, la fine della discriminazione civile, razziale ed etnica e la protezione dei diritti dei popoli indigeni, dei rifugiati e dei migranti. Chiediamo la protezione dei diritti umani e il diritto all’acqua, alla terra, all’aria, alla pesca e a tutti i beni essenziali.
Con questo impegno e con questi obiettivi saremo presenti nei momenti di confronto internazionale.
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Per un organizzazione sindacale affrontare la tematica dell’agricoltura e della alimentazione è d’obbligo partire dalle condizioni in cui sono trattati i lavoratori che insieme ai contadini sono i protagonisti giornalieri della produzione del cibo. Senza contadini e senza braccianti agricoli, tutti lo sappiamo, non ci sarebbe produzione di cibo.
E se in cima alle nostre priorità come Unione Sindacale di Base, c’è il concetto che il CIBO NON E’ UNA MERCE MA UN DIRITTO ne consegue che tutto il sistema agroalimentare dovrebbe essere subordinato alla soddisfazione dei diritti fondamentali di tutti i protagonisti di questo sistema.
Dai piccoli produttori, ai lavoratori della terra, ai consumatori dei prodotti alimentari le politiche agricole comunitarie, ossia pubbliche, dovrebbero tener conto di tutti gli aspetti che favoriscono il benessere sociale, economico e lavorativo di queste categorie, mettendo in secondo piano la ricerca del massimo profitto da parte dei privati, malattia endemica del sistema capitalistico.
Stiamo sostenendo, nell’ambito di una larga campagna nazionale , l’iniziativa di 27 organizzazioni e associazioni impegnate nella difesa dell’agroecologia e del rispetto dell’ambiente, per contrastare la reale minaccia portata avanti in Europa ed in Italia per la reintroduzione degli OGM senza dichiararlo in etichetta.
L’intera filiera agroalimentare italiana, convenzionale e biologica, è nota in tutto il mondo anche per il fatto che da oltre vent’anni il nostro paese ha deciso di restare libero da OGM.
Questa decisione, grazie anche ad una legislazione sempre più stringente, rappresenta una chiave della forza commerciale e della garanzia di qualità del nostro cibo sul mercato. La deregolamentazione dei nuovi OGM metterebbe invece a rischio l’intero comparto con conseguenze irreversibili..
Dobbiamo invece constatare che il sistema agricolo è totalmente subordinato agli interessi delle grandi industrie alimentari, dei grandi proprietari terrieri, delle grandi speculazioni finanziarie, delle grandi catene di distribuzione e commercializzazione del cibo che impongono, condizionano determinano le politiche agricole pubbliche.
Siamo consapevoli di come quest’incontro avvenga in un momento drammatico per le sorti dell’intera umanità, la guerra russo-ucraino sta evidenziando ancora una volta come gli interessi capitalistici contrapposti di nazioni interessate più al riposizionamento geopolitico per il dominio del mercato internazionale, che alle sorti del fabbisogno alimentare delle popolazioni, produrrà un notevole peggioramento in Europa delle condizioni di vita di milioni di persone.
Come accaduto in tante guerre determinate dalla stessa volontà di dominio dei mercati, il terrore e l’insicurezza stanno già determinando lo spostamento di milioni di profughi da una nazione all’altra.
Purtroppo dobbiamo testimoniare che le migliaia di profughi provenienti dai conflitti in terre africane, in Afghanisthan, in Siria, in Iraq e precedentemente dai paesi dell’est Europa, sono divenute in Italia forza lavoro da sfruttare al limite dello schiavismo, spesso ed in grandi numeri questo è avvenuto in agricoltura.
La denuncia che noi oggi rappresentiamo ai partecipanti a questo incontro è una denuncia che parte dalle nostre esperienze dirette sui campi dove quotidianamente siamo presenti per raccogliere le testimonianze dei lavoratori della terra e per organizzarli nella rivendicazione dei loro diritti, ma queste nostre denunce sono state nel tempo confermate e rilanciate sia a livello internazionale che a livello nazionale da personalità, organizzazioni, istituzioni che sicuramente più di noi dovrebbero pesare nel cambiamento delle regole.
Dopo diversi anni di interventi nei campi al fianco principalmente dei lavoratori migranti, sfruttati e ricattati per la loro condizione di straniero spesso clandestino e quindi maggiormente ricattabile, nel 2018 otteniamo dal Governo italiano uno specifico tavolo di interlocuzione sulle condizioni lavorative, e ponendo già allora l’importanza della condizionalità sociale del rispetto dei diritti dei lavoratori nella regolamentazione dell’elargizione dei sussidi garantiti dalla PAC.
Nell’Ottobre del 2018 a Roma presso la FAO durante la 45esima edizione del Comitato per la Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite (CFS), partecipiamo all’incontro del CSM denunciando che nonostante l’esistenza di una convenzione intergovernativa adottata dall’ONU per la protezione dei migranti e delle loro famiglie, strumento essenziale per le rivendicazioni e le vertenze dei braccianti sfruttati e schiavizzati, questa non è mai stata ratificata dall’Italia e dall’Europa.
Vogliamo anche ricordare, come l’USB tiene in alta considerazione la Dichiarazione ONU sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali votata 17 dicembre 2018 durante la 73° Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York,
Nel gennaio 2019, dopo che nel novembre 2017 segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale aveva visitato il ghetto dei lavoratori braccianti vicino Foggia e constatato lo stato di enorme degrado in cui sono costretti a vivere i braccianti e aveva quindi portato all’attenzione della Commissione europea la disumana condizione di sfruttamento esistente in uno dei paesi più ricchi del primo mondo, perviene al governo italiano la nota della presidente liberale svedese Cecilia Wikström della Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo con la quale l’Italia è stata caldamente invitata a migliorare la situazione dei migranti, con particolare riguardo agli alloggi, all’accesso all’acqua, all’igiene, ai trasporti e alla sicurezza sociale.
Ricordando inoltre che la lotta allo sfruttamento sul lavoro, incluso quello dei migranti, rimane un obiettivo politico e una priorità non solo della Commissione ma dell’intera UE.
Il governo europeo ricorda infatti l’obbligo di garantire ai lavoratori migranti gli stessi diritti di quelli italiani, ivi compresi salari, sicurezza e salute.
Nel gennaio 2020 la Relatrice Speciale ONU per il diritto all’alimentazione Hilal Elver al termine di una visita di undici giorni nelle diverse località italiane dove è maggiormente evidente lo sfruttamento in agricoltura dichiara: “Sulla scena internazionale l’Italia è un paese molto attivo nella promozione dei diritti umani, soprattutto per quanto riguarda il diritto all’alimentazione; ma questo non si rispecchia interamente su scala nazionale”…
“Durante la mia visita ho incontrato molte persone che dipendono da banchi alimentari e da enti di beneficienza per il loro prossimo pasto, migranti senza dimora e senza un alloggio sicuro dove trascorrere la notte, lavoratori agricoli sottoposti a orari di lavoro eccessivi in condizioni difficili e con stipendi bassi, che non permettono loro di far fronte ai bisogni fondamentali, lavoratori migranti privi di documenti e dunque relegati in un limbo senza accesso a lavori regolari o alla possibilità di prendere in affitto un posto dignitoso in cui vivere e studenti le cui famiglie sono troppo povere per pagare i prezzi richiesti dalle mense scolastiche”, ha aggiunto Elver.
“In quanto paese sviluppato, nonché terza economia in Europa, tali livelli di povertà e di insicurezza alimentare in Italia non sono accettabili. Il governo italiano dovrebbe comprendere che la beneficienza in ambito alimentare non va confusa con il diritto all’alimentazione”.
I migranti che lavorano in ambito agricolo costituiscono uno dei gruppi più vulnerabili in Italia. All’interno del settore agricolo italiano ci sono tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori migranti, che rappresentano circa la metà della forza lavoro complessiva.
Quello agricolo è spesso l’unico settore in cui i lavoratori poco qualificati riescono a trovare un impiego. La più elevata percentuale di lavoratori irregolari in relazione al numero totale dei lavoratori migranti si trova in ambito agricolo.
“Attraverso la legge 199/2016 contro lo sfruttamento del lavoro, l’Italia ha esteso la portata della già esistente disposizione contro il caporalato. Ad ogni modo, la legge risulta incapace di sostenere i diritti umani di tutti i lavorati agricoli, nello specifico dei migranti privi di documenti, relegati in una condizione di invisibilità e di paura”.
Lo sfruttamento in ambito lavorativo non costituisce l’unico modo in cui l’illegalità si insinua all’interno del sistema agricolo europeo.
Vi sono anche altri aspetti inaccettabili, tra i quali l’abbandono in aree rurali di prodotti contaminati, che vengono altresì inceneriti o riversati nelle acque dei fiumi; mercati all’ingrosso in cui gli agricoltori sono costretti ad accettare prezzi talmente bassi da rischiare di compromettere il proprio sostentamento; acquisti di terreni con proventi da attività illegali; la presenza di fertilizzanti contraffatti e tossici piuttosto diffusi, che vengono importati o assemblati in Italia e spesso utilizzati da lavoratori senza le adeguate competenze e in mancanza di misure di sicurezza sono solo alcune delle diverse pratiche illegali.
“L’aumento della grande distribuzione ha determinato un significativo riassetto del settore alimentare, poiché le principali catene di distribuzione controllano la maggior parte del mercato agroalimentare, imponendo prezzi bassi, che i piccoli agricoltori non riescono a eguagliare”, ha affermato la Relatrice Speciale.
Il 6 Maggio del 2020, Papa Francesco durante l’udienza generale ha risposto all’appello lanciato il 1° Maggio dai braccianti agricoli stipati nelle baraccopoli del Foggiano, “In occasione del 1° Maggio – ha detto il Papa – ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati.
È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro”.
Nel settembre 2021 in risposta ad una richiesta di suggerimenti da parte del neo ministro delle politiche agricole del governo Italiano Patuanelli,avevamo inviato le nostre note , già precedentemente espresse durante i diversi incontri del Tavolo sul caporalato. In sintesi i nostri suggerimenti furono:
“UNA PAC che rispetti il diritto dei lavoratori. – l’immediata attuazione da parte dello stato italiano della condizionalità sociale senza aspettare né il termine della volontarietà del 2023, né tantomeno della obbligatorietà prevista nel 2025.
Il rispetto da parte dei beneficiari delle norme fondamentali relative alle condizioni di lavoro e di occupazione dei lavoratori agricoli e alla sicurezza e salute sul lavoro, devono essere condizioni imprescindibili.
L’Unione Sindacale di Base chiede, non solo la riduzione dei finanziamenti o la somministrazione di multe alle aziende, ma ritiene che si debba prevedere la totale esclusione dell’azienda dai finanziamenti europei”.
Sono arrivate poche settimane fa le Osservazioni sul piano strategico della PAC 2023-2027 presentato dall’Italia il 31 dicembre 2021. La Commissione europea ha espresso un parere ampiamente negativo evidenziando ben 244 rilievi tra inviti a correggere, modificare e completare nelle parti mancanti, il Piano elaborato dal nostro Governo.
Non spetta a noi entrare nel merito delle numerose osservazioni riguardanti la distribuzione dei fondi della PAC e l’insufficienza delle modalità con cui vengono ripartite le risorse finanziarie, poche per i piccoli produttori e molte per agroindustrie e latifondi. Inutile dire che la PAC italiana soffre di scarsa trasparenza e di poca chiarezza sulle scelte delegate alle regioni.
Ciò che maggiormente ci interessa, in quanto organizzazione sindacale che si batte per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori agricoli, è l’osservazione riguardante l’applicazione della “condizionalità sociale nei contratti di lavoro”.
La Commissione Europea, al punto 10 delle sue osservazioni cita:
“L’Italia dovrebbe rafforzare notevolmente la logica di intervento del piano per quanto riguarda lo sfruttamento della manodopera. Considerato il tasso molto elevato di irregolarità (oltre il 55 %) riscontrato nel settore agricolo italiano in questo campo, è essenziale affrontare la questione per garantire la stabilità economica, la competitività e la sostenibilità sociale delle aziende agricole italiane.
Per gli stessi motivi la Commissione accoglierebbe con favore un’applicazione efficace della condizionalità sociale sin dall’inizio dell’attuazione del piano.”
Sempre nei nostri suggerimenti indicavamo:
“Rispetto al primo semestre del 2018, il tasso di irregolarità riscontrate nelle imprese sottoposte a controllo è salito del 3% (dal 69% al 72%) ed il numero delle posizioni lavorative risultate irregolari è salito del 7,7% (da 77.222 alle attuali 83.191).”
E ancora: “Ora da questi dati fortemente esemplificativi, se si proietta il dato delle irregolarità riscontrate sul totale delle aziende percettrici di fondi PAC, non è azzardato pensare che almeno il 50 % delle aziende che ricevono sostanziosi aiuti dalla PAC non rispettino totalmente i contratti di lavoro. Infatti, la legge sul caporalato considera violazioni gravi oltre all’art. 603-bis Codice Penale sulla intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, ed evidenzia le caratteristiche principali con cui si possono verificare gli indici di sfruttamento: - la reiterata corresponsione di retribuzioni palesemente difformi dalle previsioni dei contratti collettivi di lavoro o comunque sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
- la reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale, aspettativa obbligatoria e ferie;
- violazioni delle norme in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro;
- sottoposizione del lavoratore a degradanti condizioni di lavoro, alloggiative o di sorveglianza.
È assolutamente evidente che il problema del caporalato non può essere appaltato solamente agli organi repressivi e di controllo, ma deve assolutamente essere inquadrato nelle norme che possono prevenire i comportamenti illeciti.”
Inutile dire che le nostre osservazioni formulate al Tavolo del Caporalato e ripetute al Ministero dell’Agricoltura sono state completamente ignorate, sia dalle diverse componenti istituzionali sia dalle forze sindacali e associative delle categorie agricole.
Per concludere riportiamo la dichiarazione di Surya Deva, presidente del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, che ha svolto una missione nelle campagne italiane nell’ottobre 2021:
“Gravi e persistenti abusi dei diritti umani in relazione alle attività delle imprese in Italia. Tali abusi includono condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, gravi problemi di salute e sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale che mette in pericolo la salute pubblica”.
“I lavoratori migranti, compresi quelli provenienti da Paesi africani e asiatici, che lavorano in settori come l’agricoltura, l’abbigliamento e la logistica, sono intrappolati in un circolo vizioso di sfruttamento, schiavitù per debiti e abusi dei diritti umani che deve essere spezzato”.
Il quadro esposto della situazione dei lavoratori agricoli in Italia negli ultimi 5 anni, indica la certificata violazione dei diritti dei lavoratori e soprattutto dei braccianti migranti, ma noi oggi vogliamo strillare la nostra rabbia e la nostra indignazione nei confronti di tutte le istituzioni internazionali e nazionali che ben consapevoli delle condizioni in cui prospera il profitto dell’agricoltura italiana ed europea, si rivoltano dall’altra parte ogni qualvolta bisogna risolvere il benché minimo problema presentato dai lavoratori e dai contadini, che sono i veri protagonisti della produzione delle ricchezze che arricchiscono le grandi aziende, la grande distribuzione organizzata, il sistema bancario e dei fondi di investimento.
È un sistema che arricchisce anche i soggetti impegnati nell’assistenza, nella ricerca sociologica, nella narrazione delle difficoltà in cui vivono i soggetti che sono sfuggiti dalle guerre in Africa, in Asia in medio oriente, e che attraverso un meccanismo di sussidi e finanziamenti pubblici ha alimentato un economia parallela, impegnata a raccontare nei salotti buoni, nelle riunioni internazionali, nei mass media la condizione di povertà e sfruttamento che lo stesso sistema ha determinato.
Un enorme raccolta di dati statistici, di testimonianze che servono a lavare le coscienze, a giustificare l’importanza del proprio operato.
Ciò che manca e che vogliamo denunciare è che tutte queste inchieste sociologiche e di raccolta di testimonianze, non hanno la stessa intensità, gli stessi approfondimenti, gli stessi dati statistici quando si deve denunciare l’operato del sistema agroindustriale, della Grande Distribuzione Organizzata, dell’ingiusto meccanismo dei finanziamenti della PAC.
Possiamo anche affermare che molti di questi studi, inchieste, ricerche sulle condizioni disumane fin’ora evidenziate sono commissionate con soldi pubblici, da quelle istituzioni e da quei decisori politici che nel momento di legiferare preferiscono avvantaggiare i potentati agroindustriali.
In questa direzione sono andate negli ultimi anni le decisioni anche dei governi di centro sinistra, che hanno strutturalmente indebolito fino a renderlo ininfluente l’apparato di controllo delle violazioni sui posti di lavori, che hanno favorito con la complicità anche delle organizzazioni sindacali filo governative, la totalità impunità di padroni e padroncini liberi di operare nella più assoluta impunità in ogni luogo delle campagne italiane.
Non possiamo assolutamente accettare che le situazioni di sfruttamento, evidenziate sotto la spinta anche del nostro intervento, siano presenti da più di venti anni nella indifferenza di governi nazionali e istituzioni locali.
Ciò che servirebbe per contrastare veramente un sistema che provoca l’impoverimento in Italia di milioni di persone, tra lavoratori, contadini e le loro famiglie è il miglioramento delle condizioni di vita dei braccianti e dei contadini attraverso l’introduzione di un salario minimo di legge per i braccianti, l’approvazione di una legge sull’agricoltura contadina, con la tutela della piccola produzione attraverso agevolazioni sulle operazioni fiscali, sanitarie e commerciali, favorendo con veri incentivi l’agroecologia e una produzione agricola in armonia e nel rispetto della natura.
Sappiamo, per avviarmi alle conclusioni, che il miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro coinvolti nella produzione del cibo, è dato da leggi e regolamenti ma è il frutto principalmente della capacità dei lavoratori e dei contadini sfruttati di far sentire la propria voce e di organizzarsi collettivamente per modificare le condizioni esistenti.
L’USB ha partecipato, come organizzazione ospitante al 18° congresso della Federazione Sindacale Mondiale, che si è concluso ieri 8 maggio a Roma, che ha visto la partecipazione di più di 400 delegati provenienti da più di 100 paesi nel mondo, una federazione Sindacale che da sempre è al fianco delle mobilitazioni dei lavoratori agricoli e dei contadini, come accaduto nel 2020/2021 per lotte e gli scioperi promossi unitariamente in India.
Insieme alla Federazione Sindacale Mondiale ci battiamo per l’attuazione pratica degli obiettivi e delle posizioni della FAO, dell’UNESCO e dell’ONU per la piena sufficienza alimentare ed energetica, l’accesso universale ai servizi pubblici di base, la fine della discriminazione civile, razziale ed etnica e la protezione dei diritti dei popoli indigeni, dei rifugiati e dei migranti. Chiediamo la protezione dei diritti umani e il diritto all’acqua, alla terra, all’aria, alla pesca e a tutti i beni essenziali.
Con questo impegno e con questi obiettivi saremo presenti nei momenti di confronto internazionale.
Fonte
28/07/2022
Le indagini sulla scomparsa di Daouda diventano un’inchiesta per omicidio e occultamento di cadavere
La Procura di Ragusa, che indaga sulla scomparsa da Acate di Daouda Diane, ha cambiato intestazione al fascicolo: ora l’inchiesta riguarda i reati di omicidio e soppressione di cadavere. È una notizia che purtroppo conferma quanto denunciato sin dal primo momento dai compagni di lavoro di Daouda e da USB: la possibilità cioè che il lavoratore sia rimasto vittima di un incidente sul lavoro e che il suo corpo sia stato fatto sparire.
I parenti, i compagni e gli amici di Daouda non hanno mai smesso, con il sostegno del nostro sindacato, di tenere alta l’attenzione sulla sparizione del lavoratore migrante, una scomparsa che in assenza delle giornate di sciopero e di mobilitazione USB non avrebbe avuto il minimo risalto e Daouda sarebbe stato presto dimenticato come tanti altri migranti scomparsi e mai cercati.
Come Federazione del Sociale e come Coordinamento lavoro agricolo di USB abbiamo il dovere di non abbassare la guardia, di favorire in tutti i modi la possibilità di far arrivare in Italia la famiglia di Daouda, per tutte le necessarie esigenze legali.
Abbiamo il dovere di continuare a denunciare il livello di sfruttamento lavorativo e di indifferenza istituzionale nei confronti di quanti, in fuga dalle guerre dimenticate, dalla siccità, dalla povertà di territori depredati dai ricchi paesi occidentali, giungono in Italia alla ricerca di riscatto e di sostentamento per se stessi e per le loro famiglie!
USB ha presentato alla Prefettura di Ragusa una piattaforma rivendicativa per tutti i lavoratori stranieri, evidenziando i ritardi e le difficoltà che i migranti devono affrontare per ottenere cittadinanza, documenti, assistenza sanitaria, un conto corrente. L’abbiamo presentata anche alla Regione Sicilia, che non una parola ha speso in questi 25 giorni per chiedere il rispetto dei diritti lavorativi e delle norme di sicurezza sui posti di lavoro. I lavoratori migranti in Sicilia, in maggioranza impegnati in agricoltura, soffrono in questo periodo il caldo infernale e le peggiori condizioni lavorative possibili: la Regione ha il dovere di intervenire.
USB non indietreggia e continua la lotta al fianco dei braccianti e dei migranti!
Fonte
I parenti, i compagni e gli amici di Daouda non hanno mai smesso, con il sostegno del nostro sindacato, di tenere alta l’attenzione sulla sparizione del lavoratore migrante, una scomparsa che in assenza delle giornate di sciopero e di mobilitazione USB non avrebbe avuto il minimo risalto e Daouda sarebbe stato presto dimenticato come tanti altri migranti scomparsi e mai cercati.
Come Federazione del Sociale e come Coordinamento lavoro agricolo di USB abbiamo il dovere di non abbassare la guardia, di favorire in tutti i modi la possibilità di far arrivare in Italia la famiglia di Daouda, per tutte le necessarie esigenze legali.
Abbiamo il dovere di continuare a denunciare il livello di sfruttamento lavorativo e di indifferenza istituzionale nei confronti di quanti, in fuga dalle guerre dimenticate, dalla siccità, dalla povertà di territori depredati dai ricchi paesi occidentali, giungono in Italia alla ricerca di riscatto e di sostentamento per se stessi e per le loro famiglie!
USB ha presentato alla Prefettura di Ragusa una piattaforma rivendicativa per tutti i lavoratori stranieri, evidenziando i ritardi e le difficoltà che i migranti devono affrontare per ottenere cittadinanza, documenti, assistenza sanitaria, un conto corrente. L’abbiamo presentata anche alla Regione Sicilia, che non una parola ha speso in questi 25 giorni per chiedere il rispetto dei diritti lavorativi e delle norme di sicurezza sui posti di lavoro. I lavoratori migranti in Sicilia, in maggioranza impegnati in agricoltura, soffrono in questo periodo il caldo infernale e le peggiori condizioni lavorative possibili: la Regione ha il dovere di intervenire.
USB non indietreggia e continua la lotta al fianco dei braccianti e dei migranti!
Fonte
13/07/2022
Bene che i braccianti agricoli dicano no
Oggi nella ricchissima Franciacorta, il territorio bresciano in cui le aziende dello spumante omonimo da decenni fanno affari d’oro, mancano braccianti per la vendemmia.
Le aziende protestano perché non trovano sufficienti raccoglitori, offrendo la paga di 7,9 euro LORDI all’ora. Il che vuol dire circa 5,5 NETTI, per un lavoro massacrante che dura tutta la giornata e che è uno dei più nocivi tra quelli agricoli (si raccoglie a mano, su e giù per le colline).
Le aziende aggiungono che quella che offrono è la paga contrattuale, non secondo i cosiddetti contratti pirata, ma secondo gli accordi con CGILCISLUIL.
È un gran bene che le aziende non trovino tutti i lavoratori a quelle condizioni e che il reddito di cittadinanza permetta a chi lo percepisce di dire di no.
Bisogna aumentare le paghe sul serio; e molto di più per i lavori faticosi.
Bisogna introdurre il salario minimo di legge di almeno 10 euro all’ora, finendola con la balla che in Italia bastino i contratti. Siamo l’unico paese ricco che in trent’anni ha visto calare i salari, anche con i contratti.
Insomma bisogna rompere un sistema che si è abituato a fare profitti con salari e condizioni di lavoro indecenti. Se volete lo spumante, pagate bene chi raccoglie l’uva.
Basta schiavismo.
Fonte
Le aziende protestano perché non trovano sufficienti raccoglitori, offrendo la paga di 7,9 euro LORDI all’ora. Il che vuol dire circa 5,5 NETTI, per un lavoro massacrante che dura tutta la giornata e che è uno dei più nocivi tra quelli agricoli (si raccoglie a mano, su e giù per le colline).
Le aziende aggiungono che quella che offrono è la paga contrattuale, non secondo i cosiddetti contratti pirata, ma secondo gli accordi con CGILCISLUIL.
È un gran bene che le aziende non trovino tutti i lavoratori a quelle condizioni e che il reddito di cittadinanza permetta a chi lo percepisce di dire di no.
Bisogna aumentare le paghe sul serio; e molto di più per i lavori faticosi.
Bisogna introdurre il salario minimo di legge di almeno 10 euro all’ora, finendola con la balla che in Italia bastino i contratti. Siamo l’unico paese ricco che in trent’anni ha visto calare i salari, anche con i contratti.
Insomma bisogna rompere un sistema che si è abituato a fare profitti con salari e condizioni di lavoro indecenti. Se volete lo spumante, pagate bene chi raccoglie l’uva.
Basta schiavismo.
Fonte
01/06/2022
Brasile - Volkswagen a processo per schiavitù
La multinazionale tedesca Volkswagen è finita sotto inchiesta in Brasile per schiavismo e altre violazioni dei diritti umani e il 19 giugno dovrà comparire in un tribunale brasiliano.
A rivelarlo sono la televisione ARD e il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”, secondo i quali i fatti contestati sono avvenuti tra il 1974 e il 1986, quando il Brasile era sotto dittatura militare, in una fattoria gestita da Volkswagen do Brasil nello Stato di Parà. In particolare, lavoratori temporanei sarebbero stati oggetto di violenze, trattamenti inumani e degradanti, commessi dai caporali e dalle loro guardie armate, assoldati dall’azienda. I dipendenti del gruppo durante questo periodo avevano chiesto un risarcimento per diversi anni, ma finora senza successo.
Nell’inchiesta giornalistica risulta che la sede centrale di Volkswagen a Wolfsburg sarebbe stata a conoscenza di questi eventi. “Una forma di moderna schiavitù”, ha dichiarato Rafael Garcia, il procuratore di Rio de Janeiro responsabile dell’inchiesta su Volkswagen. Secondo il magistrato, il gruppo “non ha soltanto accettato questa forma di schiavitù, ma l’ha anche promossa, era semplicemente lavoro a basso costo”.
La Volkswagen è stata chiamata a comparire davanti a un tribunale del lavoro di Brasilia il 14 giugno. Il 19 maggio il tribunale locale ha inviato un avviso alla società. Interpellato dall’AFP, un portavoce della Volkswagen ha assicurato che l’azienda sta prendendo “molto seriamente” il caso e i “possibili incidenti” che si sono verificati “e sui quali si basano le indagini delle autorità giudiziarie brasiliane”. Ma il gruppo ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli per il momento “a causa di possibili procedimenti legali”.
Secondo i due media tedeschi, le denunce esaminate dalla magistratura brasiliana sostengono che la casa automobilistica ha utilizzato “pratiche simili alla schiavitù” e “traffico di esseri umani” e accusano il gruppo di essere stato complice di “violazioni sistematiche dei diritti umani”.
All’epoca, il progetto del gruppo era quello di costruire un grande sito agricolo sulle rive del Rio delle Amazzoni per il commercio di carne, la Companhia Vale do Rio Cristalino. A questo scopo, centinaia di lavoratori a giornata e stagionali furono assunti tramite intermediari per eseguire lavori di deforestazione su 70.000 ettari di terreno. Secondo i media tedeschi, è probabile che la direzione dell’azienda abbia acconsentito a questa assunzione.
I media, che hanno consultato più di 2.000 pagine di testimonianze e rapporti di polizia, affermano che i lavoratori sono stati talvolta maltrattati da intermediari e guardie armate. Tra i documenti ci sono testimonianze di maltrattamenti di lavoratori che hanno cercato di fuggire e persino di sparizioni sospette.
Secondo i media tedeschi, la moglie di un operaio è stata violentata come punizione. Una madre sostiene addirittura che il figlio sia morto a causa degli abusi subiti. “Si è trattato di una forma moderna di schiavitù”, ha dichiarato ai media tedeschi il procuratore di Rio de Janeiro incaricato delle indagini, Rafael Garcia.
Ha detto che le condizioni di lavoro nel sito erano disumane, “con lavoratori che avevano la malaria, alcuni dei quali sono morti per la malattia e sono stati sepolti sul posto senza che le famiglie fossero informate”. “A quanto pare, VW non solo accettava questa forma di schiavitù, ma la incoraggiava, poiché si trattava di manodopera a basso costo”, ha aggiunto il procuratore.
Fonte
A rivelarlo sono la televisione ARD e il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”, secondo i quali i fatti contestati sono avvenuti tra il 1974 e il 1986, quando il Brasile era sotto dittatura militare, in una fattoria gestita da Volkswagen do Brasil nello Stato di Parà. In particolare, lavoratori temporanei sarebbero stati oggetto di violenze, trattamenti inumani e degradanti, commessi dai caporali e dalle loro guardie armate, assoldati dall’azienda. I dipendenti del gruppo durante questo periodo avevano chiesto un risarcimento per diversi anni, ma finora senza successo.
Nell’inchiesta giornalistica risulta che la sede centrale di Volkswagen a Wolfsburg sarebbe stata a conoscenza di questi eventi. “Una forma di moderna schiavitù”, ha dichiarato Rafael Garcia, il procuratore di Rio de Janeiro responsabile dell’inchiesta su Volkswagen. Secondo il magistrato, il gruppo “non ha soltanto accettato questa forma di schiavitù, ma l’ha anche promossa, era semplicemente lavoro a basso costo”.
La Volkswagen è stata chiamata a comparire davanti a un tribunale del lavoro di Brasilia il 14 giugno. Il 19 maggio il tribunale locale ha inviato un avviso alla società. Interpellato dall’AFP, un portavoce della Volkswagen ha assicurato che l’azienda sta prendendo “molto seriamente” il caso e i “possibili incidenti” che si sono verificati “e sui quali si basano le indagini delle autorità giudiziarie brasiliane”. Ma il gruppo ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli per il momento “a causa di possibili procedimenti legali”.
Secondo i due media tedeschi, le denunce esaminate dalla magistratura brasiliana sostengono che la casa automobilistica ha utilizzato “pratiche simili alla schiavitù” e “traffico di esseri umani” e accusano il gruppo di essere stato complice di “violazioni sistematiche dei diritti umani”.
All’epoca, il progetto del gruppo era quello di costruire un grande sito agricolo sulle rive del Rio delle Amazzoni per il commercio di carne, la Companhia Vale do Rio Cristalino. A questo scopo, centinaia di lavoratori a giornata e stagionali furono assunti tramite intermediari per eseguire lavori di deforestazione su 70.000 ettari di terreno. Secondo i media tedeschi, è probabile che la direzione dell’azienda abbia acconsentito a questa assunzione.
I media, che hanno consultato più di 2.000 pagine di testimonianze e rapporti di polizia, affermano che i lavoratori sono stati talvolta maltrattati da intermediari e guardie armate. Tra i documenti ci sono testimonianze di maltrattamenti di lavoratori che hanno cercato di fuggire e persino di sparizioni sospette.
Secondo i media tedeschi, la moglie di un operaio è stata violentata come punizione. Una madre sostiene addirittura che il figlio sia morto a causa degli abusi subiti. “Si è trattato di una forma moderna di schiavitù”, ha dichiarato ai media tedeschi il procuratore di Rio de Janeiro incaricato delle indagini, Rafael Garcia.
Ha detto che le condizioni di lavoro nel sito erano disumane, “con lavoratori che avevano la malaria, alcuni dei quali sono morti per la malattia e sono stati sepolti sul posto senza che le famiglie fossero informate”. “A quanto pare, VW non solo accettava questa forma di schiavitù, ma la incoraggiava, poiché si trattava di manodopera a basso costo”, ha aggiunto il procuratore.
Fonte
23/06/2021
Saluzzo, Alabama
Saluzzo è un comune di quasi ventimila abitanti, nella ricca provincia di Cuneo, uno dei centri del buon mangiare, del buon bere e del buon vivere in Piemonte, in Italia ed in Europa.
A Saluzzo ci sono tante attività di qualità e redditizie in tutti i settori, compresa un’agricoltura di eccellenza che commercia con tutto il mondo. A Saluzzo c’è la schiavitù, come e peggio che nei campi di più di cento anni fa.
Mamadou è intervenuto all’assemblea operaia della USB a Bologna sabato scorso e ha chiesto aiuto, per sé e per almeno altri duecento suoi compagni di lavoro. Sono tutti braccianti, in gran parte africani, sulle cui spalle poggiano tutte le campagne agricole del saluzzese. Dopo le pesche l’uva, quella da tavola e quella per vini rinomati e costosi.
Mamadou e i suoi compagni lavorano dall’alba al tramonto, tutti i giorni senza sosta. Sono tutti regolarmente assunti con contratto di lavoro, solo che questo contratto copre solo due giorni su trenta di prestazione effettiva.
Due giorni con contratto regolare, gli altri ventotto in nero e secondo la chiamata e le condizioni stabilite dai caporali, cui gli agrari affidano il controllo assoluto del reclutamento dei braccianti. Normalmente cinque euro sporchi all’ora.
E se qualcuno si ribella, e come Mamadou chiede un contratto regolare per tutto il suo tempo di lavoro, finisce nella lista nera di chi non lavorerà più. Sei un piantagrane e con i campi di Saluzzo hai chiuso, si è sentito dire il nostro compagno.
Tutto questo avviene ogni giorno con il silenzio e la complicità di tutte quelle autorità e istituzioni, di cui uno Stato tronfio e falso ogni giorno proclama l’impegno nella lotta al caporalato e al lavoro nero. Tutti sanno tutto, ma i braccianti devono lottare contro lo schiavismo, che fa la fortuna della moderna imprenditorialità agricola di Saluzzo.
Ma non è per questo che Mamadou ha chiesto aiuto. Lo ha fatto perché lui e tutti i suoi compagni di fatica non ce la fanno più a dormire nei parchi o ai bordi delle strade. Perché non solo gli schiavisti li derubano e sfruttano, ma non trovano loro neppure un alloggio.
Non c’è casa, capannone o baracca per i braccianti africani, devono dormire per terra e all’aperto. Naturalmente la cosa fa scandalo nella perbenissima Saluzzo, dove la destra attacca l’amministrazione di centro-sinistra, sì di centro-sinistra, perché non fa niente per il decoro della città e naturalmente nessun rappresentante politico chiede ai responsabili, i padroni agrari, di dare un vero contratto e una casa a coloro che li fanno arricchire.
Ma il decoro ha le sue esigenze, così ogni mattina succede questo. Alle cinque nei parchi e nelle strade arrivano i caporali che danno il via alla tratta dei lavoratori.
Poco dopo arriva la polizia che sgombera con ferocia tutti gli accampamenti di fortuna, che raccoglie coperte, zaini, tende, fornelletti, tutto ciò che ai braccianti serve per passare la notte, e lo butta nella raccolta dello sporco.
Molti braccianti così hanno anche perso i beni personali e persino i documenti, contenuti in qualche sacca finita nel macero del decoro.
Quasi ogni sera ed ogni mattina la storia si ripete: i braccianti si accampano all’aperto, poi all’alba vanno a lavorare e la polizia sgombera tutto ciò che i migranti non sono riusciti a portare con sé.
Ecco su questo ha chiesto aiuto Mamadou: almeno si faccia in modo di darci una capanna, persino come quelle che ci sono nei ghetti di Calabria o di Puglia, ha detto. Ma si sa, il Nord è più avanti e pretende decoro, quindi niente lamiere nei campi, i braccianti possono vivere all’aperto, tanto poi la polizia pulisce.
Questo di Mamadou è un appello per la stagione agricola del 2021, ma se cercherete nella cronaca saluzzese degli anni passati, scoprirete che è lo stesso ogni anno. II sistema si è abituato a funzionare così.
L’agricoltura di eccellenza del territorio si fonda su migranti sfruttati come schiavi, che neppure hanno il diritto di avere sopra la testa quel tetto che una volta agli schiavi era concesso.
Saluzzo, Alabama.
P.S. Diffondete e fate conoscere la denuncia di Mamadou.
Fonte
20/06/2021
L’ultima “tentazione” dei diseredati di San Ferdinando.
Il nome che è stato coniato, poche settimane fa, dalla Compagnia dei Carabinieri di Gioia Tauro, per passare al setaccio la tendopoli di San Ferdinando, allo scopo di scovare le irregolarità in merito alla fruizione dei benefici del reddito di cittadinanza, ha una precisa connotazione mitologica: “Tentazione”.
Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.
Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.
Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.
Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.
Una situazione davvero bizzarra!
Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.
Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù
Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.
Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.
Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.
Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.
Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.
Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.
Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.
Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.
Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.
A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.
L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.
Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?
L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.
A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.
Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.
Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.
Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.
L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.
Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.
Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.
Fonte
Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.
Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.
Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.
Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.
Una situazione davvero bizzarra!
Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.
Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù
Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.
Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.
Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.
Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.
Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.
Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.
Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.
Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.
Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.
A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.
L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.
Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?
L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.
A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.
Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.
Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.
Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.
L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.
Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.
Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.
Fonte
07/06/2021
La triste evoluzione di Soumahoro
Ognuno è libero di percorrere la strada che meglio crede, ma calpestare lungo il percorso i compagni uccisi no. Con stupore abbiamo appreso che Aboubakar Soumahoro ha deciso di commemorare il nostro compagno e attivista sindacale Usb Soumaila Sacko a 400 chilometri di distanza da dove è stato ammazzato, ma esattamente dove Soumahoro ciclicamente si racconta come leader della sua Lega dei braccianti.
In attesa di comprendere la vera natura di questa nuova organizzazione – un partito personale, un sindacato, uno strumento di crowfunding? – non possiamo che rimanere attoniti di fronte alle amnesie di Soumahoro.
Impegnato com’è a bollare come “invisibile” chiunque lo possa ascoltare o seguire, sembra aver dimenticato che le condizioni di sfruttamento sistematico e mancanza di diritti dei (veri) braccianti non sono frutto di congiunture cosmiche o maledizioni bibliche, ma espressione di precise scelte politiche di chi ha scelto di privare un’intera categoria di lavoratori di diritti, contratti, assistenza sanitaria e futuro. E non per disposizione d’animo, ma per una precisa scelta economica di chi vuole di più, sfruttando il lavoro, la fatica e la vita di altri.
Sappiamo che in certi salotti, dove Soumahoro cerca di trovare spazio e seguito, certi discorsi vengono considerati disdicevoli, certi termini sono malvisti e i lavoratori presenti solo nei discorsi. Ecco perché non ci stupisce che dopo aver commemorato un fratello, dimenticando che è morto ammazzato da un soggetto che si considerava arbitrariamente padrone di un pezzo di terra e per questo autorizzato a sparare a chiunque la attraversasse, Soumahoro si diletti in uno stucchevole e vuoto post di auguri alla Repubblica italiana.
Anche qui, dimenticando che la Repubblica italiana fondata sul lavoro, nata dalla Resistenza e conquistata dai partigiani e dai lavoratori, è oggi vittima di chi la governa e ne sta cancellando dall’interno ogni significato.
Da parte nostra, spiace constatare l’involuzione politica di chi è cresciuto nelle nostre case, nelle nostre file e nelle nostre sedi, per poi dimenticare tutto quello che fino a non tanto tempo fa dichiarava in pubblico e convintamente. Ognuno, ripetiamo, è libero di percorrere la strada che meglio crede. E a Soumahoro auguriamo, buon viaggio e magari tanto fosforo.
Noi attivisti, militanti e simpatizzanti Usb, rimaniamo con convinzione dove siamo sempre stati. Con i lavoratori, nei campi e nelle officine, senza mai togliersi il cappello quando passa il padrone!
Aurelio Monte
Giorgia Campo
Giuseppe Toscano
Majid Hanoun
Ruggero Marra
Fonte
In attesa di comprendere la vera natura di questa nuova organizzazione – un partito personale, un sindacato, uno strumento di crowfunding? – non possiamo che rimanere attoniti di fronte alle amnesie di Soumahoro.
Impegnato com’è a bollare come “invisibile” chiunque lo possa ascoltare o seguire, sembra aver dimenticato che le condizioni di sfruttamento sistematico e mancanza di diritti dei (veri) braccianti non sono frutto di congiunture cosmiche o maledizioni bibliche, ma espressione di precise scelte politiche di chi ha scelto di privare un’intera categoria di lavoratori di diritti, contratti, assistenza sanitaria e futuro. E non per disposizione d’animo, ma per una precisa scelta economica di chi vuole di più, sfruttando il lavoro, la fatica e la vita di altri.
Sappiamo che in certi salotti, dove Soumahoro cerca di trovare spazio e seguito, certi discorsi vengono considerati disdicevoli, certi termini sono malvisti e i lavoratori presenti solo nei discorsi. Ecco perché non ci stupisce che dopo aver commemorato un fratello, dimenticando che è morto ammazzato da un soggetto che si considerava arbitrariamente padrone di un pezzo di terra e per questo autorizzato a sparare a chiunque la attraversasse, Soumahoro si diletti in uno stucchevole e vuoto post di auguri alla Repubblica italiana.
Anche qui, dimenticando che la Repubblica italiana fondata sul lavoro, nata dalla Resistenza e conquistata dai partigiani e dai lavoratori, è oggi vittima di chi la governa e ne sta cancellando dall’interno ogni significato.
Da parte nostra, spiace constatare l’involuzione politica di chi è cresciuto nelle nostre case, nelle nostre file e nelle nostre sedi, per poi dimenticare tutto quello che fino a non tanto tempo fa dichiarava in pubblico e convintamente. Ognuno, ripetiamo, è libero di percorrere la strada che meglio crede. E a Soumahoro auguriamo, buon viaggio e magari tanto fosforo.
Noi attivisti, militanti e simpatizzanti Usb, rimaniamo con convinzione dove siamo sempre stati. Con i lavoratori, nei campi e nelle officine, senza mai togliersi il cappello quando passa il padrone!
Aurelio Monte
Giorgia Campo
Giuseppe Toscano
Majid Hanoun
Ruggero Marra
Fonte
27/01/2021
India - L’armata rurale assedia la Grande Delhi
Chi avrebbe mai detto che una protesta di agricoltori avrebbe creato un problema politico capace di mettere in imbarazzo il governo di Narendra Modi, in India. Eppure è proprio così. Da due mesi la capitale indiana Delhi è assediata da una moltitudine di coltivatori e lavoratori agricoli.
Sono centinaia di migliaia di persone venute soprattutto dai grandi stati della pianura indogangetica ma in parte anche dal resto dell’India. Dalla fine di novembre sono accampati intorno alla Grande Delhi; chiedono l’abrogazione di tre nuove leggi che liberalizzano il mercato agricolo, approvate lo scorso settembre dal parlamento nazionale in gran fretta e senza dibattito.
Sono determinati: hanno resistito prima alle cariche di polizia e poi al freddo invernale.
Una prova di forza
Ora, dopo undici round di incontri inconcludenti con i rappresentanti del governo, le trattative sono rotte. Il governo offre di sospendere l’applicazione delle leggi contestate per 12 o 18 mesi, ma non tratterà altro. I coltivatori ripetono che non se ne andranno finché quelle leggi non saranno abrogate.
Si prepara una prova di forza. I rappresentanti degli agricoltori confermano una “marcia dei trattori” il 26 gennaio, giorno della festa delle Repubblica, quando a Delhi si svolge un’imponente parata militare. Il governo sperava di evitarlo: ma la Corte Suprema, interpellata, ha rifiutato di emettere un divieto. La dimostrazione di potenza dell’India “emergente” oscurata da un’armata rurale.
Vivere della terra
Un movimento popolare così ampio ha spiazzato il governo. La protesta dei coltivatori è stata descritta dai grandi media indiani come la rivolta di un gruppo sociale che vive di sovvenzioni di stato e teme di perdere i propri privilegi: rappresentanti di un vecchio mondo assistito che frenano le riforme necessarie a modernizzare un settore agricolo inefficiente e insostenibile.
Come ha ripetuto il primo ministro Modi, le nuove leggi «liberano gli agricoltori indiani», che potranno finalmente competere sul mercato. Molti hanno sottolineato che in fondo l’agricoltura fa solo il 16 per cento del Prodotto interno lordo indiano, una fetta marginale rispetto all’industria e soprattutto i servizi cresciuti negli ultimi vent’anni.
Dimenticano però di aggiungere che il 55 per cento della forza lavoro è occupata in agricoltura, e anche neppure questo dato riflette la realtà: 800 milioni di persone, su un miliardo e 300 milioni di indiani, vivono direttamente o indirettamente della terra.
La protesta dell’India rurale mette in imbarazzo il governo perché ogni dirigente indiano sa che la terra e i coltivatori restano la base della società e della legittimità politica della nazione.
Sette campi di protesta, sette città temporanee
Chi ha visitato i sette campi di protesta che circondano la Grande Delhi infatti ha raccolto una storia ben diversa da quella raccontata dai media mainstream.
La scena. Le prime colonne di trattori e camion sono arrivate dagli stati del Punjab e dell’Haryana a nord-ovest della capitale federale. Bloccati dalla polizia al confine del territorio di Delhi (è un Territorio dell’Unione, come un ministato), si sono accampati là, in località Singhu.
Altre colonne di protesta sono arrivate dall’Uttar Pradesh e dal Bihar a est, e in parte dal Rajasthan a ovest; delegazioni sono giunte dal Maharashtra (lo stato con capitale Mumbai) e dal Kerala a sud. Poco a poco sono sorti ben sette siti di protesta: il più grande, a Singhu, si estende per oltre dieci chilometri.
Come città temporanee popolate da uomini e donne, vecchi e giovani. Ci sono caste rurali e anche Dalit (i fuoricasta, lo scalino più basso della gerarchia sociale indiana).
La solidarietà palpabile
Secondo un’inviata di “The Wire”, «l’ossatura della protesta sono contadini senza terra e coltivatori marginali», parola che indica una misura precisa: le proprietà agricole “marginali” sono quelle sotto un ettaro, “piccole” quelle sotto i due ettari.
Secondo il censimento agricolo, in India l’86 per cento degli agricoltori sono appunto marginali e piccoli, vivono su meno di due ettari di terra; nel Punjab, da cui vengono molti dei manifestanti, un terzo delle proprietà sono sotto due ettari e un altro terzo sotto 4 ettari.
L’India rurale è fatta di una miriade di piccolissimi produttori. Gli accampamenti sono organizzati per resistere. I rimorchi dei camion sono diventati alloggi di fortuna. Altri hanno montato tende. Centinaia di cucine da campo servono cibo a tutti, di ogni religione o casta. «In ogni sito di protesta il livello di organizzazione e il senso di solidarietà, è palpabile», riferisce un inviato del magazine “Frontline”.
Intorno agli agricoltori si è costituita una rete di solidarietà; attivisti sociali hanno organizzato dispensari medici e dormitori in edifici pubblici; sono state allestite lavanderie, perfino biblioteche.
L’atmosfera oscilla tra la resistenza e la festa popolare, con decine di assemblee pubbliche, eventi culturali, lezioni, musica. Le notti d’inverno però sono gelide nell’India settentrionale. C’è notizia di numerose persone morte di ipotermia, o infarto o altro.
Protesta diffusa: le comunità sono unite
Ma nonostante tutto la protesta continua, e questo è possibile perché ha un retroterra. In Punjab, secondo numerose testimonianze, da ciascuno dei 13.000 villaggi sono partite delegazioni di decine di persone, coltivatori e anche maestri di scuola, camionisti, rappresentanti dei municipi rurali.
«In Punjab c’è un’insurrezione», scrive un’inviata del giornale online “The Wire”, che in una sola provincia di questo grande stato ha contato 68 sit-in permanenti, grandi e piccoli. Descrive comizi e raduni pubblici, e raccolte di viveri, coperte, tende da mandare a quelli che sono andati a Delhi. I manifestanti si alternano; c’è chi torna a casa per occuparsi del raccolto mentre altri danno il cambio. «Tutte le comunità sono unite», spiegano alcuni manifestanti.
Al movimento partecipano circa 500 organizzazioni di agricoltori e sindacati rurali, raggruppati in 40 organizzazioni ora raggruppate in un coordinamento. «Il governo pensa che i coltivatori oggi siano la massa impotente e ingenua descritta dalla letteratura pre indipendenza.
Ma i coltivatori oggi hanno assorbito l’eredità del movimento per la libertà [il movimento anticoloniale della prima metà del Novecento], i giovani hanno ereditato quello spirito», spiega a “Frontline” un agricoltore ed ex soldato nel sito di Ghazipur, a est di Delhi. Non per nulla tra cartelli e volantini riemerge il volto di Bhagat Singh, leggendario leader socialista rivoluzionario novecentesco.
Il contrasto alla propaganda governativa
«Abbiamo capito che bisognava contrastare la propaganda che rimbalza sulla tv e sui social media», spiega (sempre a “Frontline”) un giovane ingegnere informatico impegnato nella protesta: con un piccolo gruppo di volontari ha creato una piattaforma elettronica che mette online conferenze stampa quotidiane, interviste, testimonianze: si chiama Kisan Ekta Morcha, è divenuta la grancassa del movimento.
Ai primi di dicembre il governo aveva offerto qualche emendamento alle leggi contestate, se i manifestanti avessero sgomberato le strade. Ma quando questi hanno rifiutato di tornare a casa prima di ottenere la revoca di quelle leggi, il governo li ha accusati di essere facinorosi, estremisti, “khalistani” – riferimento al movimento separatista armato che negli anni '80 si batteva per uno stato indipendente in Punjab, il Khalistan. Per questo tra i cartelli comparsi nei siti di protesta molti dicono «siamo coltivatori, non terroristi».
Il movimento dunque continua. È rimasto unito, e pacifico. La prima vittoria l’ha avuta quando, il 20 dicembre, la Corte Suprema ha chiesto al governo di sospendere l’applicazione delle leggi contestate e aprire il dialogo. Le foto dei primi incontri ritraggono i rappresentanti delle 40 organizzazioni rurali intorno a un lunghissimo tavolo, con i rappresentanti di tre ministeri del governo centrale (agricoltura, commercio, ferrovie).
Da parte governativa però si sono presentati solo junior ministers, l’equivalente di sottosegretari, figure senza potere decisionale: non i ministri titolari e tanto meno il primo ministro. Benché incalzato da un nuovo intervento della Corte Suprema nella prima settimana di gennaio, il governo Modi continua a prendere tempo.
I “mercati regolamentati”: la posta in gioco
Cosa è in gioco? In estrema sintesi, il sistema di regolamentazioni statali che dagli anni '60 del secolo scorso offre qualche protezione ai coltivatori indiani.
La prima delle tre leggi contestate, infatti, permetterà di commercializzare la produzione agricola al di fuori dei mercati all’ingrosso statali (mandi), attualmente regolamentati dagli Agricultural Produce Market Committees, Apcm. Secondo il governo è una riforma che «aprirà nuove opportunità per tutti i coltivatori», perché moltiplica i possibili compratori per i loro raccolti e li “libera” dalla burocrazia e dagli intermediari. Ma non ha convinto gli agricoltori: i quali temono che sul “libero mercato” non saranno loro a fissare i prezzi, bensì i grandi acquirenti. Temono anche di perdere altri servizi essenziali oggi offerti dai mercati di stato, tra cui i silos e gli anticipi per le sementi.
Le altre leggi contestate aboliscono i limiti allo stoccaggio di derrate agricole, salvo casi di emergenza (era una norma antiaccaparramento): ma così, secondo i critici, i grandi traders potranno comprare derrate quando la produzione è abbondante e immagazzinarle per metterle sul mercato quando più conviene.
La terza legge infine promuove la “coltivazione a contratto”, cioè la possibilità di stipulare contratti tra l’agricoltore e il futuro compratore. Il governo sostiene che questo darà sicurezza ai coltivatori, perché sapranno che il futuro raccolto è piazzato a un prezzo pattuito in anticipo. Molti agricoltori conoscono già questo sistema, e sono scettici.
Il punto è che i “mercati regolamentati” fanno parte del sistema che include il prezzo minimo di supporto (Msp), a sua volta funzionale al Sistema pubblico di distribuzione (Pds), con cui lo stato fornisce alimenti di base a prezzi calmierati a tutti gli indiani, in particolare ai più poveri.
È un intero sistema creato negli anni '60 per garantire un prezzo equo ai produttori e allo stesso tempo assicurare l’accesso al cibo a tutti i cittadini. È questo che oggi è in gioco.
La crisi ecologica
La Rivoluzione verde è finita. Il Prezzo minimo è sorto con la rivoluzione agraria basata sulle varietà ibride “ad alto rendimento” di grano e poi di riso arrivate negli anni '60 e '70. In India la “rivoluzione verde” ha avuto successo grazie alla fertilità della pianura indogangetica e alle sue abbondanti riserve idriche sotterranee.
Convinti dalle rese abbondanti, e dalla garanzia che lo stato avrebbe comprato i raccolti a un prezzo stabilito, gli agricoltori sono passati alle nuove sementi. In Punjab e Haryana grano e riso hanno rapidamente sostituito ogni altra coltura: da poco meno di metà della superficie coltivata nel 1970, a oltre l’80 per cento nel 2010. Già negli anni '90 l’India era passata da importare cibo a esportarne.
Ormai però il suolo fertile e l’acqua abbondante sono esauriti. In Punjab la falda freatica cala in media di 33 centimetri l’anno, tanto che va cercata con pozzi sempre più profondi, ed è spesso inquinata da residui di fitofarmaci e concimi azotati. I suoli sono sempre meno produttivi.
Eppure Punjab e Haryana restano il “granaio” dell’India, grazie alle pompe che estraggono l’acqua rimasta e un grande uso di concimi: nei quarant’anni trascorsi tra il 1978 e il 2019 la produzione di grano e riso in Punjab è aumentata del 134 per cento (da 126 a 285 milioni di tonnellate), ma il consumo di fertilizzanti è aumentato oltre il 600 per cento (da 4,2 a 27,2 milioni di tonnellate: riprendo i dati dall’economista Prem Shankar Jha).
La conseguenza è duplice. Da un lato, l’India produce grandi surplus alimentari che ha cominciato a esportare. Dall’altro però la monocoltura intensiva ha innescato una spaventosa crisi ecologica. E questo ha anche fatto calare la produttività e salire le spese di produzione.
Liberalizzazione vs insostenibilità?
I sostenitori della liberalizzazione argomentano che il prezzo minimo e i numerosi sussidi di stato ormai perpetuano un’agricoltura insostenibile, hanno creato una classe di coltivatori dipendenti dalle sovvenzioni, disincentivano a diversificare le colture. Altri, tra cui Jha, fanno notare che molti coltivatori hanno già diversificato, anche in quelle regioni “granaio”, e coltivano ortaggi per il mercato urbano, o altre derrate: ma proprio per questo sanno già cosa significa essere in balia del “libero mercato”.
Mentre nessun governo ha mai mantenuto la promessa di investire in infrastrutture, magazzini refrigerati o altro a sostegno del mercato agricolo, e devono affidarsi a intermediari che hanno un potere spropositato.
Il sistema è insostenibile? Molti in India, anche tra gli oppositori alle leggi oggi contestate, concordano che il meccanismo dei mercati regolamentati va rivisto. Che quei Comitati di gestione (i succitati Agricoltural Produce Market Committees) in cui sono rappresentati enti locali e organizzazioni di agricoltori riflettono molti dei vizi della società più generale, dalle divisioni di casta e di classe, alle azioni di lobby di vari interessi, alla burocrazia.
E però «non c’è dubbio che continuano a mitigare l’arbitrarietà dei prezzi e limitare le malversazioni ai danni dei coltivatori», osserva un editoriale di “Frontline”.
Il surplus di produzione tra esportazione e interessi privati
È anche vero che i silos della Food Corporation of India (ente di stato) straboccano di derrate: quasi 28 milioni di tonnellate di riso e 55 milioni di tonnellate di grano alla fine di giugno 2020, ben 42 milioni di tonnellate più di quelle che sono considerate riserve strategiche.
Così l’India ha cominciato a esportare riso (12 milioni di tonnellate l’anno scorso) e grano (circa 6 milioni di tonnellate destinate a mangimi animali). Prem Shankar Jha osserva che, dai dati ufficiali, quel riso è stato venduto sul mercato internazionale a poco più di 7 miliardi di dollari, con un profitto di 4,18 miliardi di dollari rispetto al “prezzo mimino di supporto” che lo stato aveva pagato ai coltivatori.
Fin troppo facile la conclusione: «Gli immediati beneficiari [della liberalizzazione] saranno i grandi esportatori a cui la Food Corporation venderà i suoi surplus» a poco più del prezzo minimo, conclude Jha.
Tra i manifestanti è convinzione diffusa che tra questi i beneficiari abbiano un nome: le imprese di Mukesh Ambani e di Gautam Adani, due multimiliardari molto legati al primo ministro Modi (i quali smentiscono di avere interessi nel mercato agricolo).
Non a caso in tutto il Punjab le proteste hanno preso di mira stazioni di benzina e ripetitori dei telefonini del gruppo Reliance (di Ambani), o i silos refrigerati del gruppo Adani.
La protesta attuale è solo una parte del problema
Forse è vero, la protesta di queste settimane rappresenta solo una parte del complesso mondo rurale indiano. Il sistema dei mercati regolamentati e del prezzo minimo in effetti riguarda solo riso e grano (il progetto di estenderlo ad altre derrate non è mai decollato), e non copre le zone più periferiche. Mentre la gran parte dei coltivatori – di cereali, cotone, ortaggi o altro – è già in balia del libero mercato: di intermediari che stabiliscono le regole; di grossisti che fissano prezzi e standard. Degli usurai a cui devono chiedere anticipi per comprare sementi e concimi. Delle oscillazioni dei mercati e del clima.
Senza contare che gran parte dell’India rurale, quella più marginale, coltiva per la sussistenza, non rientra nel computo economico, e dipende dall’uso delle terre comuni. È la parte più penalizzata dall’inarrestabile accaparramento di terre avvenuto negli ultimi trent’anni per permettere l’espansione di miniere, fabbriche e grandi imprese agro-industriali.
Gli agricoltori che assediano Delhi non hanno l’aspetto di “privilegiati”. Sono convinti che le tre leggi contestate siano il preludio ad abolire anche il Prezzo minimo e smantellare quel che resta del sistema di redistribuzione costruito negli anni post indipendenza: e allora sarà peggio non solo per loro ma per tutta l’India rurale. La posta in gioco è proprio questa.
Fonte
Sono centinaia di migliaia di persone venute soprattutto dai grandi stati della pianura indogangetica ma in parte anche dal resto dell’India. Dalla fine di novembre sono accampati intorno alla Grande Delhi; chiedono l’abrogazione di tre nuove leggi che liberalizzano il mercato agricolo, approvate lo scorso settembre dal parlamento nazionale in gran fretta e senza dibattito.
Sono determinati: hanno resistito prima alle cariche di polizia e poi al freddo invernale.
Una prova di forza
Ora, dopo undici round di incontri inconcludenti con i rappresentanti del governo, le trattative sono rotte. Il governo offre di sospendere l’applicazione delle leggi contestate per 12 o 18 mesi, ma non tratterà altro. I coltivatori ripetono che non se ne andranno finché quelle leggi non saranno abrogate.
Si prepara una prova di forza. I rappresentanti degli agricoltori confermano una “marcia dei trattori” il 26 gennaio, giorno della festa delle Repubblica, quando a Delhi si svolge un’imponente parata militare. Il governo sperava di evitarlo: ma la Corte Suprema, interpellata, ha rifiutato di emettere un divieto. La dimostrazione di potenza dell’India “emergente” oscurata da un’armata rurale.
Vivere della terra
Un movimento popolare così ampio ha spiazzato il governo. La protesta dei coltivatori è stata descritta dai grandi media indiani come la rivolta di un gruppo sociale che vive di sovvenzioni di stato e teme di perdere i propri privilegi: rappresentanti di un vecchio mondo assistito che frenano le riforme necessarie a modernizzare un settore agricolo inefficiente e insostenibile.
Come ha ripetuto il primo ministro Modi, le nuove leggi «liberano gli agricoltori indiani», che potranno finalmente competere sul mercato. Molti hanno sottolineato che in fondo l’agricoltura fa solo il 16 per cento del Prodotto interno lordo indiano, una fetta marginale rispetto all’industria e soprattutto i servizi cresciuti negli ultimi vent’anni.
Dimenticano però di aggiungere che il 55 per cento della forza lavoro è occupata in agricoltura, e anche neppure questo dato riflette la realtà: 800 milioni di persone, su un miliardo e 300 milioni di indiani, vivono direttamente o indirettamente della terra.
La protesta dell’India rurale mette in imbarazzo il governo perché ogni dirigente indiano sa che la terra e i coltivatori restano la base della società e della legittimità politica della nazione.
Sette campi di protesta, sette città temporanee
Chi ha visitato i sette campi di protesta che circondano la Grande Delhi infatti ha raccolto una storia ben diversa da quella raccontata dai media mainstream.
La scena. Le prime colonne di trattori e camion sono arrivate dagli stati del Punjab e dell’Haryana a nord-ovest della capitale federale. Bloccati dalla polizia al confine del territorio di Delhi (è un Territorio dell’Unione, come un ministato), si sono accampati là, in località Singhu.
Altre colonne di protesta sono arrivate dall’Uttar Pradesh e dal Bihar a est, e in parte dal Rajasthan a ovest; delegazioni sono giunte dal Maharashtra (lo stato con capitale Mumbai) e dal Kerala a sud. Poco a poco sono sorti ben sette siti di protesta: il più grande, a Singhu, si estende per oltre dieci chilometri.
Come città temporanee popolate da uomini e donne, vecchi e giovani. Ci sono caste rurali e anche Dalit (i fuoricasta, lo scalino più basso della gerarchia sociale indiana).
La solidarietà palpabile
Secondo un’inviata di “The Wire”, «l’ossatura della protesta sono contadini senza terra e coltivatori marginali», parola che indica una misura precisa: le proprietà agricole “marginali” sono quelle sotto un ettaro, “piccole” quelle sotto i due ettari.
Secondo il censimento agricolo, in India l’86 per cento degli agricoltori sono appunto marginali e piccoli, vivono su meno di due ettari di terra; nel Punjab, da cui vengono molti dei manifestanti, un terzo delle proprietà sono sotto due ettari e un altro terzo sotto 4 ettari.
L’India rurale è fatta di una miriade di piccolissimi produttori. Gli accampamenti sono organizzati per resistere. I rimorchi dei camion sono diventati alloggi di fortuna. Altri hanno montato tende. Centinaia di cucine da campo servono cibo a tutti, di ogni religione o casta. «In ogni sito di protesta il livello di organizzazione e il senso di solidarietà, è palpabile», riferisce un inviato del magazine “Frontline”.
Intorno agli agricoltori si è costituita una rete di solidarietà; attivisti sociali hanno organizzato dispensari medici e dormitori in edifici pubblici; sono state allestite lavanderie, perfino biblioteche.
L’atmosfera oscilla tra la resistenza e la festa popolare, con decine di assemblee pubbliche, eventi culturali, lezioni, musica. Le notti d’inverno però sono gelide nell’India settentrionale. C’è notizia di numerose persone morte di ipotermia, o infarto o altro.
Protesta diffusa: le comunità sono unite
Ma nonostante tutto la protesta continua, e questo è possibile perché ha un retroterra. In Punjab, secondo numerose testimonianze, da ciascuno dei 13.000 villaggi sono partite delegazioni di decine di persone, coltivatori e anche maestri di scuola, camionisti, rappresentanti dei municipi rurali.
«In Punjab c’è un’insurrezione», scrive un’inviata del giornale online “The Wire”, che in una sola provincia di questo grande stato ha contato 68 sit-in permanenti, grandi e piccoli. Descrive comizi e raduni pubblici, e raccolte di viveri, coperte, tende da mandare a quelli che sono andati a Delhi. I manifestanti si alternano; c’è chi torna a casa per occuparsi del raccolto mentre altri danno il cambio. «Tutte le comunità sono unite», spiegano alcuni manifestanti.
Al movimento partecipano circa 500 organizzazioni di agricoltori e sindacati rurali, raggruppati in 40 organizzazioni ora raggruppate in un coordinamento. «Il governo pensa che i coltivatori oggi siano la massa impotente e ingenua descritta dalla letteratura pre indipendenza.
Ma i coltivatori oggi hanno assorbito l’eredità del movimento per la libertà [il movimento anticoloniale della prima metà del Novecento], i giovani hanno ereditato quello spirito», spiega a “Frontline” un agricoltore ed ex soldato nel sito di Ghazipur, a est di Delhi. Non per nulla tra cartelli e volantini riemerge il volto di Bhagat Singh, leggendario leader socialista rivoluzionario novecentesco.
Il contrasto alla propaganda governativa
«Abbiamo capito che bisognava contrastare la propaganda che rimbalza sulla tv e sui social media», spiega (sempre a “Frontline”) un giovane ingegnere informatico impegnato nella protesta: con un piccolo gruppo di volontari ha creato una piattaforma elettronica che mette online conferenze stampa quotidiane, interviste, testimonianze: si chiama Kisan Ekta Morcha, è divenuta la grancassa del movimento.
Ai primi di dicembre il governo aveva offerto qualche emendamento alle leggi contestate, se i manifestanti avessero sgomberato le strade. Ma quando questi hanno rifiutato di tornare a casa prima di ottenere la revoca di quelle leggi, il governo li ha accusati di essere facinorosi, estremisti, “khalistani” – riferimento al movimento separatista armato che negli anni '80 si batteva per uno stato indipendente in Punjab, il Khalistan. Per questo tra i cartelli comparsi nei siti di protesta molti dicono «siamo coltivatori, non terroristi».
Il movimento dunque continua. È rimasto unito, e pacifico. La prima vittoria l’ha avuta quando, il 20 dicembre, la Corte Suprema ha chiesto al governo di sospendere l’applicazione delle leggi contestate e aprire il dialogo. Le foto dei primi incontri ritraggono i rappresentanti delle 40 organizzazioni rurali intorno a un lunghissimo tavolo, con i rappresentanti di tre ministeri del governo centrale (agricoltura, commercio, ferrovie).
Da parte governativa però si sono presentati solo junior ministers, l’equivalente di sottosegretari, figure senza potere decisionale: non i ministri titolari e tanto meno il primo ministro. Benché incalzato da un nuovo intervento della Corte Suprema nella prima settimana di gennaio, il governo Modi continua a prendere tempo.
I “mercati regolamentati”: la posta in gioco
Cosa è in gioco? In estrema sintesi, il sistema di regolamentazioni statali che dagli anni '60 del secolo scorso offre qualche protezione ai coltivatori indiani.
La prima delle tre leggi contestate, infatti, permetterà di commercializzare la produzione agricola al di fuori dei mercati all’ingrosso statali (mandi), attualmente regolamentati dagli Agricultural Produce Market Committees, Apcm. Secondo il governo è una riforma che «aprirà nuove opportunità per tutti i coltivatori», perché moltiplica i possibili compratori per i loro raccolti e li “libera” dalla burocrazia e dagli intermediari. Ma non ha convinto gli agricoltori: i quali temono che sul “libero mercato” non saranno loro a fissare i prezzi, bensì i grandi acquirenti. Temono anche di perdere altri servizi essenziali oggi offerti dai mercati di stato, tra cui i silos e gli anticipi per le sementi.
Le altre leggi contestate aboliscono i limiti allo stoccaggio di derrate agricole, salvo casi di emergenza (era una norma antiaccaparramento): ma così, secondo i critici, i grandi traders potranno comprare derrate quando la produzione è abbondante e immagazzinarle per metterle sul mercato quando più conviene.
La terza legge infine promuove la “coltivazione a contratto”, cioè la possibilità di stipulare contratti tra l’agricoltore e il futuro compratore. Il governo sostiene che questo darà sicurezza ai coltivatori, perché sapranno che il futuro raccolto è piazzato a un prezzo pattuito in anticipo. Molti agricoltori conoscono già questo sistema, e sono scettici.
Il punto è che i “mercati regolamentati” fanno parte del sistema che include il prezzo minimo di supporto (Msp), a sua volta funzionale al Sistema pubblico di distribuzione (Pds), con cui lo stato fornisce alimenti di base a prezzi calmierati a tutti gli indiani, in particolare ai più poveri.
È un intero sistema creato negli anni '60 per garantire un prezzo equo ai produttori e allo stesso tempo assicurare l’accesso al cibo a tutti i cittadini. È questo che oggi è in gioco.
La crisi ecologica
La Rivoluzione verde è finita. Il Prezzo minimo è sorto con la rivoluzione agraria basata sulle varietà ibride “ad alto rendimento” di grano e poi di riso arrivate negli anni '60 e '70. In India la “rivoluzione verde” ha avuto successo grazie alla fertilità della pianura indogangetica e alle sue abbondanti riserve idriche sotterranee.
Convinti dalle rese abbondanti, e dalla garanzia che lo stato avrebbe comprato i raccolti a un prezzo stabilito, gli agricoltori sono passati alle nuove sementi. In Punjab e Haryana grano e riso hanno rapidamente sostituito ogni altra coltura: da poco meno di metà della superficie coltivata nel 1970, a oltre l’80 per cento nel 2010. Già negli anni '90 l’India era passata da importare cibo a esportarne.
Ormai però il suolo fertile e l’acqua abbondante sono esauriti. In Punjab la falda freatica cala in media di 33 centimetri l’anno, tanto che va cercata con pozzi sempre più profondi, ed è spesso inquinata da residui di fitofarmaci e concimi azotati. I suoli sono sempre meno produttivi.
Eppure Punjab e Haryana restano il “granaio” dell’India, grazie alle pompe che estraggono l’acqua rimasta e un grande uso di concimi: nei quarant’anni trascorsi tra il 1978 e il 2019 la produzione di grano e riso in Punjab è aumentata del 134 per cento (da 126 a 285 milioni di tonnellate), ma il consumo di fertilizzanti è aumentato oltre il 600 per cento (da 4,2 a 27,2 milioni di tonnellate: riprendo i dati dall’economista Prem Shankar Jha).
La conseguenza è duplice. Da un lato, l’India produce grandi surplus alimentari che ha cominciato a esportare. Dall’altro però la monocoltura intensiva ha innescato una spaventosa crisi ecologica. E questo ha anche fatto calare la produttività e salire le spese di produzione.
Liberalizzazione vs insostenibilità?
I sostenitori della liberalizzazione argomentano che il prezzo minimo e i numerosi sussidi di stato ormai perpetuano un’agricoltura insostenibile, hanno creato una classe di coltivatori dipendenti dalle sovvenzioni, disincentivano a diversificare le colture. Altri, tra cui Jha, fanno notare che molti coltivatori hanno già diversificato, anche in quelle regioni “granaio”, e coltivano ortaggi per il mercato urbano, o altre derrate: ma proprio per questo sanno già cosa significa essere in balia del “libero mercato”.
Mentre nessun governo ha mai mantenuto la promessa di investire in infrastrutture, magazzini refrigerati o altro a sostegno del mercato agricolo, e devono affidarsi a intermediari che hanno un potere spropositato.
Il sistema è insostenibile? Molti in India, anche tra gli oppositori alle leggi oggi contestate, concordano che il meccanismo dei mercati regolamentati va rivisto. Che quei Comitati di gestione (i succitati Agricoltural Produce Market Committees) in cui sono rappresentati enti locali e organizzazioni di agricoltori riflettono molti dei vizi della società più generale, dalle divisioni di casta e di classe, alle azioni di lobby di vari interessi, alla burocrazia.
E però «non c’è dubbio che continuano a mitigare l’arbitrarietà dei prezzi e limitare le malversazioni ai danni dei coltivatori», osserva un editoriale di “Frontline”.
Il surplus di produzione tra esportazione e interessi privati
È anche vero che i silos della Food Corporation of India (ente di stato) straboccano di derrate: quasi 28 milioni di tonnellate di riso e 55 milioni di tonnellate di grano alla fine di giugno 2020, ben 42 milioni di tonnellate più di quelle che sono considerate riserve strategiche.
Così l’India ha cominciato a esportare riso (12 milioni di tonnellate l’anno scorso) e grano (circa 6 milioni di tonnellate destinate a mangimi animali). Prem Shankar Jha osserva che, dai dati ufficiali, quel riso è stato venduto sul mercato internazionale a poco più di 7 miliardi di dollari, con un profitto di 4,18 miliardi di dollari rispetto al “prezzo mimino di supporto” che lo stato aveva pagato ai coltivatori.
Fin troppo facile la conclusione: «Gli immediati beneficiari [della liberalizzazione] saranno i grandi esportatori a cui la Food Corporation venderà i suoi surplus» a poco più del prezzo minimo, conclude Jha.
Tra i manifestanti è convinzione diffusa che tra questi i beneficiari abbiano un nome: le imprese di Mukesh Ambani e di Gautam Adani, due multimiliardari molto legati al primo ministro Modi (i quali smentiscono di avere interessi nel mercato agricolo).
Non a caso in tutto il Punjab le proteste hanno preso di mira stazioni di benzina e ripetitori dei telefonini del gruppo Reliance (di Ambani), o i silos refrigerati del gruppo Adani.
La protesta attuale è solo una parte del problema
Forse è vero, la protesta di queste settimane rappresenta solo una parte del complesso mondo rurale indiano. Il sistema dei mercati regolamentati e del prezzo minimo in effetti riguarda solo riso e grano (il progetto di estenderlo ad altre derrate non è mai decollato), e non copre le zone più periferiche. Mentre la gran parte dei coltivatori – di cereali, cotone, ortaggi o altro – è già in balia del libero mercato: di intermediari che stabiliscono le regole; di grossisti che fissano prezzi e standard. Degli usurai a cui devono chiedere anticipi per comprare sementi e concimi. Delle oscillazioni dei mercati e del clima.
Senza contare che gran parte dell’India rurale, quella più marginale, coltiva per la sussistenza, non rientra nel computo economico, e dipende dall’uso delle terre comuni. È la parte più penalizzata dall’inarrestabile accaparramento di terre avvenuto negli ultimi trent’anni per permettere l’espansione di miniere, fabbriche e grandi imprese agro-industriali.
Gli agricoltori che assediano Delhi non hanno l’aspetto di “privilegiati”. Sono convinti che le tre leggi contestate siano il preludio ad abolire anche il Prezzo minimo e smantellare quel che resta del sistema di redistribuzione costruito negli anni post indipendenza: e allora sarà peggio non solo per loro ma per tutta l’India rurale. La posta in gioco è proprio questa.
Fonte
16/09/2020
USA - Tra Covid e incendi, la California dell’hi-tech è in ginocchio
Come riportato da The Intercept, nella contea di Sonoma, nel Nord della California, nonostante gli incendi boschivi, ci sono numerose persone che continuano a lavorare nelle zone considerate da evacuare. Il contesto è quello della Wine Country, regione che occupa un ruolo strategico nella produzione globale di vino, di cui gli Stati Uniti sono ormai il quarto produttore al mondo con quasi tre milioni e mezzo di tonnellate l’anno.
Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror.
A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.
Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.
Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.
Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.
A seguito poi del crollo dell’economia californiana a causa della pandemia da coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.
Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così i problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.
Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.
La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.
Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.
Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.
Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.
Fonte
Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror.
A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.
Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.
Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.
Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.
A seguito poi del crollo dell’economia californiana a causa della pandemia da coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.
Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così i problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.
Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.
La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.
Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.
Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.
Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.
Fonte
11/08/2020
L’urlo dei braccianti a Roma: il governo ammetta l’errore sul decreto regolarizzazione
Questa mattina in Piazza dell’Esquilino USB ha portato la protesta dei lavoratori migranti delle campagne, rimasti fuori dalla regolarizzazione in scadenza il prossimo 15 agosto. Tante le testimonianze e le denunce portate dalle delegazioni presenti, provenienti dall’Abruzzo, dalle Marche, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Campania, dal Piemonte.
Solo il 5% dei braccianti senza permessi ha i requisiti per presentare la domanda, come dimostrano i dati raccolti nelle campagne del Foggiano, del Reggino e della Campania. L’USB ha anche denunciato il proliferare del mercato nero dei documenti che, come accaduto nelle sanatorie succedutesi nel tempo, costano migliaia di euro a lavoratori pagati 3,5 € l’ora.
Continuare a confidare nelle imprese per combattere il lavoro nero significa garantire la prosecuzione sine die di questo sistema di sfruttamento, nel quale prolifera il racket dei caporali. Per una reale emersione dal lavoro nero nelle campagne è che siano gli stessi braccianti ad avere il diritto di poter denunciare il proprio impiego.
L’Unione Sindacale di Base ha ribadito la necessità di un nuovo provvedimento che garantisca la fuoriuscita dalla clandestinità per migliaia di lavoratori, l’abrogazione dei Decreti Sicurezza e la rapida convocazione di un nuovo tavolo interministeriale che affronti seriamente il ripristino della legalità nelle campagne.
Fonte e foto
Solo il 5% dei braccianti senza permessi ha i requisiti per presentare la domanda, come dimostrano i dati raccolti nelle campagne del Foggiano, del Reggino e della Campania. L’USB ha anche denunciato il proliferare del mercato nero dei documenti che, come accaduto nelle sanatorie succedutesi nel tempo, costano migliaia di euro a lavoratori pagati 3,5 € l’ora.
Continuare a confidare nelle imprese per combattere il lavoro nero significa garantire la prosecuzione sine die di questo sistema di sfruttamento, nel quale prolifera il racket dei caporali. Per una reale emersione dal lavoro nero nelle campagne è che siano gli stessi braccianti ad avere il diritto di poter denunciare il proprio impiego.
L’Unione Sindacale di Base ha ribadito la necessità di un nuovo provvedimento che garantisca la fuoriuscita dalla clandestinità per migliaia di lavoratori, l’abrogazione dei Decreti Sicurezza e la rapida convocazione di un nuovo tavolo interministeriale che affronti seriamente il ripristino della legalità nelle campagne.
Fonte e foto
11/06/2020
Sfruttamento regolarizzato
La crisi economica scatenata dalla pandemia e dal successivo lockdown ha avuto un impatto immediato sul settore agricolo, un settore che fonda i suoi profitti su condizioni di lavoro e retributive miserabili:
il blocco dei flussi migratori ha decimato quell’esercito di disperati
ogni anno costretti a lavorare come bestie da soma per garantire
l’ordinato raccolto che si deve svolgere in un limitato numero di
settimane. Questa scarsità di quella parte della manodopera che è più
facilmente ricattabile ha creato un problema all’origine della catena
del valore del settore agro-alimentare, minando le opportunità di
profitto di un pezzo consistente del nostro capitalismo. Per questo,
poiché i profitti di pochi erano in pericolo, il Governo è intervenuto
al fine di garantire all’agricoltura italiana un’adeguata fornitura di
forza lavoro: lavoratori ricattabili, vulnerabili e quindi disposti ad
accettare le misere condizioni che sono essenziali per assicurare la
realizzazione di elevati profitti.
Il Decreto Rilancio ha previsto, all’articolo 103, l’introduzione di procedure per l’emersione del lavoro irregolare, sia di cittadini italiani sia di cittadini stranieri. Più in particolare, sono previste due categorie di procedure.
Con la prima, i datori di lavoro possono presentare domanda per assumere cittadini stranieri presenti nel territorio nazionale o dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare preesistente con lavoratori italiani o stranieri. Questi ultimi devono essere stati registrati, con tanto di foto e impronte digitali, prima dell’8 marzo 2020. In alternativa, devono dimostrare di essere stati soggiornanti in Italia prima della stessa data. Per questa procedura, il datore di lavoro deve indicare nell’istanza la durata del contratto di lavoro e la retribuzione convenuta, che deve essere almeno pari a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di settore applicabile.
Con la seconda, si concede un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, valido solo in Italia, agli stranieri con permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019 che ne facciano richiesta, che risultino presenti in Italia prima dell’8 marzo 2020 e che abbiano svolto attività di lavoro in determinati settori, prima del 31 ottobre 2019 e sulla base di adeguata documentazione. In più, tale permesso temporaneo è convertito in permesso di soggiorno per lavoro se il lavoratore viene assunto.
In entrambi i casi, i lavoratori stranieri non devono essersi allontanati dal territorio nazionale dopo l’8 marzo. I settori interessati dalla regolarizzazione sono agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse, assistenza alla persona per persone affette da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza, nonché lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
In caso di cessazione del rapporto di lavoro dopo l’emersione, anche per gli stagionali, si prevede che al lavoratore straniero sia concesso un certo periodo di tempo per la ricerca di una nuova attività lavorativa. In altri termini, la perdita del posto di lavoro, anche per dimissioni, non può portare alla revoca del permesso di soggiorno del lavoratore extracomunitario, che può iscriversi al collocamento per il periodo di validità del permesso stesso.
Questo provvedimento, si ricorda, è stato voluto fortemente dalla Ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante e sindacalista agricola. Abbiamo già parlato, quando il provvedimento non era ancora stato ufficializzato, di come l’impostazione della Bellanova e del suo partito siano figlie di quel “razzismo dei buoni” che si interessa agli immigrati solo perché li vede come “indispensabili” per il sistema produttivo (ove “indispensabili” leggasi come “indispensabili per la sete di profitto del padronato, che intende sfruttarli”). Allo stesso modo, abbiamo parlato della “levata di scudi” di Crimi e dei 5S, preoccupati perché la regolarizzazione ricordava un simile provvedimento di maroniana memoria e, soprattutto, rappresentava una sorta di condono. Abbiamo sottolineato l’ipocrisia della proposta alternativa, consistente nel rinunciare alla regolarizzazione e nel trovare la manodopera necessaria tra i percettori del reddito di cittadinanza. Una proposta doppiamente ipocrita perché, da un lato, parte sempre dallo stesso presupposto: immigrato o cittadino italiano che sia, chiunque viene visto solo ed esclusivamente come strumento del profitto. In questo caso, il percettore di reddito di cittadinanza viene visto come un peso morto che, per gratitudine, dovrebbe andare a lavorare per quattro soldi in agricoltura. Dall’altro lato, perché lascia senza risposta una domanda politica fondamentale: come rapportarsi al fenomeno storico dell’immigrazione di massa? Con il sospetto che la risposta, tra le righe, sia sempre la stessa: relegare l’immigrato alla clandestinità per renderlo più vulnerabile al ricatto dello sfruttamento.
Come per ogni provvedimento riguardante gli immigrati, i partiti di destra hanno dato vita a un’ignobile operazione di sciacallaggio, contrapponendo gli interessi dei lavoratori italiani e quelli dei lavoratori stranieri, con argomenti mirabilmente riassunti dal Secolo d’Italia: “Il governo pensa agli immigrati ma gli italiani ancora aspettano la cassa integrazione. Molti sono quasi sul lastrico. Gli imprenditori aspettano la liquidità promessa solennemente da Conte a fine marzo”.
Non è qui il caso di soffermarsi sulla totale mancanza di correlazione tra una questione prettamente burocratica come quella dei ritardi nell’erogazione della cassa integrazione in deroga e una questione politica come quella riguardante la regolarizzazione. Altri due punti, però, sono probabilmente meritevoli di un minimo di attenzione: la finta e ignobile contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori italiani e quelli stranieri, da un lato, e la favola secondo cui lavoratori e imprenditori (italiani, ci verrebbe da dire, per una questione di logica) sarebbero sulla stessa barca.
“Perché devo premiare con una sanatoria gli irregolari e chi sfrutta il lavoro degli irregolari? Ci sono tante persone che, se pagate in maniera dignitosa, farebbero qualunque lavoro. Ci sono anche tanti immigrati con i documenti in regola in cerca di un lavoro. Invece si decide di premiare chi non lo merita”: questa la summa del pensiero di Salvini sull’argomento. Sulla stessa lunghezza d’onda, manco a dirlo, Giorgia Meloni.
Si confrontano, dunque, due approcci solo apparentemente alternativi e contrapposti. Da un lato c’è il Governo, che vuole la regolarizzazione solo al fine di garantire manodopera a basso costo alle imprese agricole, e non è certamente ispirato da intenti solidaristici verso gli ultimi. Questo lo si capisce quando si realizza che la regolarizzazione proposta è solo temporanea, dunque replica tutta la precarietà della condizione del migrante irregolare che, presto o tardi, sarà sottoposto al solito ricatto: se vuoi restare in Italia devi accettare qualsiasi condizione di lavoro. A tale posizione si contrappone solo fittiziamente quella che in realtà è una sfumatura odiosa dello stesso approccio, che vede nel migrante semplicemente una fonte di profitto e non un essere umano: l’alternativa che hanno in mente Salvini e compagnia è un ancor più stringente sistema di quote per gli ingressi, affiancato dalla criminalizzazione degli irregolari. Due strade, dunque, per ottenere il medesimo risultato, ossia piegare le ginocchia di una quota consistente dei lavoratori concentrati nei settori dell’agricoltura e della logistica. Ecco quindi che il migrante si trova stretto in una tenaglia fatta di continue minacce alla regolarità del suo status di cittadino, da una parte, e dall’imposizione delle peggiori condizioni di vita e di lavoro, dall’altra: un circolo vizioso che si può spezzare solo con una generalizzata regolarizzazione a tempo indeterminato, capace di garantire agli immigrati le stesse identiche condizioni minime di qualsiasi cittadino italiano.
È, infatti, questo il punto fondamentale: i rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro non si misurano nel vuoto di un esperimento su carta, ma risentono del contesto in cui esistono. E questo contesto è dato, tra le altre cose, dalle leggi che regolano non solo i rapporti di lavoro, ma anche le condizioni di vita e la situazione legale dei lavoratori.
Se è vero, infatti, che la regolarizzazione di Bellanova ha una portata limitata e riporterà ben presto gli immigrati a dover sottostare a un nuovo ricatto (o accetti queste condizioni lavorative o te ne vai), è anche vero che l’alternativa che hanno in mente i vari fascioleghisti è ancora peggiore, sia per i lavoratori stranieri sia per i lavoratori italiani. La permanenza dei primi nell’illegalità e nella clandestinità, infatti, è una vera e propria manna dal cielo per i datori di lavoro (e, di conseguenza, una iattura per i lavoratori, sia italiani sia stranieri). Un lavoratore clandestino sfugge ai più basilari controlli di legalità, è spesso costretto a vivere in condizioni misere, alla mercé di caporali e sfruttatori di ogni sorta: in altri termini, è, di tutta evidenza, un soggetto facilmente ricattabile. Di conseguenza, è costretto, nella generalità dei casi, ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli venga proposta. In altri termini, e questo ci sentiamo di sottoscriverlo: un lavoratore in situazione di clandestinità rappresenta, effettivamente, un’alternativa a basso costo rispetto a un lavoratore forte di una situazione legale regolare. Ed è evidente, a questo punto, che le destre non fanno altro che dar contro agli immigrati perché li vogliono clandestini, irregolari e dunque maggiormente ricattabili, per poi macinare profitti sulla loro pelle. Al contrario, la soluzione giusta di chi ha a cuore le sorti del lavoro è quella che garantisce a tutti i lavoratori una situazione legale regolare, mettendoli così in condizione di rivendicare maggiori salari e diritti: questa è l’unica valida opposizione alla politica del Governo.
È, quindi, per queste ragioni che la finta contrapposizione tra lavoratori italiani e stranieri, creata ad arte da chi ha interesse che le cose rimangano così, è da respingere. Così come, per ragioni simili, è da respingere l’altro capitolo del ragionamento del Secolo d’Italia, che sappiamo essere un classico della letteratura delle destre corporativiste di tutti i tempi, compresi i nostri: “I lavoratori soffrono, ma soffrono anche gli imprenditori. Siamo tutti sulla stessa barca”. Ebbene, è chiaro che un ragionamento come questo non ha, una volta che si sia presa in considerazione la natura conflittuale dei rapporti di classe, nessun fondamento logico. Tutti i giochi che la politica continua a fare sulla pelle degli immigrati, dalla mera criminalizzazione delle destre fino alla precarizzazione insita nella regolarizzazione a tempo determinato di Bellanova, hanno il preciso scopo ridurre il salario pagato ai lavoratori – autoctoni e immigrati che siano – in modo da garantire maggiori profitti agli imprenditori. Nel conflitto distributivo, la barca che affonda è quella dei lavoratori tutti mentre i profitti viaggiano a gonfie vele.
Ma, come abbiamo visto, sia la regolarizzazione di Italia Viva sia la clandestinità conservano, con diverse gradazioni, i lavoratori stranieri nella loro situazione di precarietà e ricattabilità. La seconda per ovvie ragioni, la prima perché stabilisce una regolarizzazione “a tempo”. Una vera regolarizzazione, che liberi i lavoratori stranieri dalla loro condizione di essere ricattabili, andrebbe nella direzione opposta, ovvero quella di equiparare lavoratori autoctoni e stranieri dal punto di vista delle tutele legali, compresi i diritti e le retribuzioni previste dai contratti collettivi, la tutela sindacale, garanzie previdenziali e assistenziali e così via. Non sarebbe una panacea, per i lavoratori, ma andrebbe sicuramente nella direzione giusta, che è quella di porre i lavoratori, autoctoni e immigrati, in condizioni di elaborare e praticare una giusta lotta per salari, diritti e condizioni di vita dignitose senza dover partire da una condizione di debolezza strutturale, quale quella del migrante irregolare, che viene cristallizzata dall’attuale cornice istituzionale con il solo scopo di preservare i profitti di pochi. Togliendo il respiro, è proprio il caso di dirlo oggi, a molti.
Fonte
Il Decreto Rilancio ha previsto, all’articolo 103, l’introduzione di procedure per l’emersione del lavoro irregolare, sia di cittadini italiani sia di cittadini stranieri. Più in particolare, sono previste due categorie di procedure.
Con la prima, i datori di lavoro possono presentare domanda per assumere cittadini stranieri presenti nel territorio nazionale o dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare preesistente con lavoratori italiani o stranieri. Questi ultimi devono essere stati registrati, con tanto di foto e impronte digitali, prima dell’8 marzo 2020. In alternativa, devono dimostrare di essere stati soggiornanti in Italia prima della stessa data. Per questa procedura, il datore di lavoro deve indicare nell’istanza la durata del contratto di lavoro e la retribuzione convenuta, che deve essere almeno pari a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di settore applicabile.
Con la seconda, si concede un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, valido solo in Italia, agli stranieri con permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019 che ne facciano richiesta, che risultino presenti in Italia prima dell’8 marzo 2020 e che abbiano svolto attività di lavoro in determinati settori, prima del 31 ottobre 2019 e sulla base di adeguata documentazione. In più, tale permesso temporaneo è convertito in permesso di soggiorno per lavoro se il lavoratore viene assunto.
In entrambi i casi, i lavoratori stranieri non devono essersi allontanati dal territorio nazionale dopo l’8 marzo. I settori interessati dalla regolarizzazione sono agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse, assistenza alla persona per persone affette da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza, nonché lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
In caso di cessazione del rapporto di lavoro dopo l’emersione, anche per gli stagionali, si prevede che al lavoratore straniero sia concesso un certo periodo di tempo per la ricerca di una nuova attività lavorativa. In altri termini, la perdita del posto di lavoro, anche per dimissioni, non può portare alla revoca del permesso di soggiorno del lavoratore extracomunitario, che può iscriversi al collocamento per il periodo di validità del permesso stesso.
Questo provvedimento, si ricorda, è stato voluto fortemente dalla Ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, in quota Italia Viva, ex bracciante e sindacalista agricola. Abbiamo già parlato, quando il provvedimento non era ancora stato ufficializzato, di come l’impostazione della Bellanova e del suo partito siano figlie di quel “razzismo dei buoni” che si interessa agli immigrati solo perché li vede come “indispensabili” per il sistema produttivo (ove “indispensabili” leggasi come “indispensabili per la sete di profitto del padronato, che intende sfruttarli”). Allo stesso modo, abbiamo parlato della “levata di scudi” di Crimi e dei 5S, preoccupati perché la regolarizzazione ricordava un simile provvedimento di maroniana memoria e, soprattutto, rappresentava una sorta di condono. Abbiamo sottolineato l’ipocrisia della proposta alternativa, consistente nel rinunciare alla regolarizzazione e nel trovare la manodopera necessaria tra i percettori del reddito di cittadinanza. Una proposta doppiamente ipocrita perché, da un lato, parte sempre dallo stesso presupposto: immigrato o cittadino italiano che sia, chiunque viene visto solo ed esclusivamente come strumento del profitto. In questo caso, il percettore di reddito di cittadinanza viene visto come un peso morto che, per gratitudine, dovrebbe andare a lavorare per quattro soldi in agricoltura. Dall’altro lato, perché lascia senza risposta una domanda politica fondamentale: come rapportarsi al fenomeno storico dell’immigrazione di massa? Con il sospetto che la risposta, tra le righe, sia sempre la stessa: relegare l’immigrato alla clandestinità per renderlo più vulnerabile al ricatto dello sfruttamento.
Come per ogni provvedimento riguardante gli immigrati, i partiti di destra hanno dato vita a un’ignobile operazione di sciacallaggio, contrapponendo gli interessi dei lavoratori italiani e quelli dei lavoratori stranieri, con argomenti mirabilmente riassunti dal Secolo d’Italia: “Il governo pensa agli immigrati ma gli italiani ancora aspettano la cassa integrazione. Molti sono quasi sul lastrico. Gli imprenditori aspettano la liquidità promessa solennemente da Conte a fine marzo”.
Non è qui il caso di soffermarsi sulla totale mancanza di correlazione tra una questione prettamente burocratica come quella dei ritardi nell’erogazione della cassa integrazione in deroga e una questione politica come quella riguardante la regolarizzazione. Altri due punti, però, sono probabilmente meritevoli di un minimo di attenzione: la finta e ignobile contrapposizione tra gli interessi dei lavoratori italiani e quelli stranieri, da un lato, e la favola secondo cui lavoratori e imprenditori (italiani, ci verrebbe da dire, per una questione di logica) sarebbero sulla stessa barca.
“Perché devo premiare con una sanatoria gli irregolari e chi sfrutta il lavoro degli irregolari? Ci sono tante persone che, se pagate in maniera dignitosa, farebbero qualunque lavoro. Ci sono anche tanti immigrati con i documenti in regola in cerca di un lavoro. Invece si decide di premiare chi non lo merita”: questa la summa del pensiero di Salvini sull’argomento. Sulla stessa lunghezza d’onda, manco a dirlo, Giorgia Meloni.
Si confrontano, dunque, due approcci solo apparentemente alternativi e contrapposti. Da un lato c’è il Governo, che vuole la regolarizzazione solo al fine di garantire manodopera a basso costo alle imprese agricole, e non è certamente ispirato da intenti solidaristici verso gli ultimi. Questo lo si capisce quando si realizza che la regolarizzazione proposta è solo temporanea, dunque replica tutta la precarietà della condizione del migrante irregolare che, presto o tardi, sarà sottoposto al solito ricatto: se vuoi restare in Italia devi accettare qualsiasi condizione di lavoro. A tale posizione si contrappone solo fittiziamente quella che in realtà è una sfumatura odiosa dello stesso approccio, che vede nel migrante semplicemente una fonte di profitto e non un essere umano: l’alternativa che hanno in mente Salvini e compagnia è un ancor più stringente sistema di quote per gli ingressi, affiancato dalla criminalizzazione degli irregolari. Due strade, dunque, per ottenere il medesimo risultato, ossia piegare le ginocchia di una quota consistente dei lavoratori concentrati nei settori dell’agricoltura e della logistica. Ecco quindi che il migrante si trova stretto in una tenaglia fatta di continue minacce alla regolarità del suo status di cittadino, da una parte, e dall’imposizione delle peggiori condizioni di vita e di lavoro, dall’altra: un circolo vizioso che si può spezzare solo con una generalizzata regolarizzazione a tempo indeterminato, capace di garantire agli immigrati le stesse identiche condizioni minime di qualsiasi cittadino italiano.
È, infatti, questo il punto fondamentale: i rapporti di forza tra lavoratori e datori di lavoro non si misurano nel vuoto di un esperimento su carta, ma risentono del contesto in cui esistono. E questo contesto è dato, tra le altre cose, dalle leggi che regolano non solo i rapporti di lavoro, ma anche le condizioni di vita e la situazione legale dei lavoratori.
Se è vero, infatti, che la regolarizzazione di Bellanova ha una portata limitata e riporterà ben presto gli immigrati a dover sottostare a un nuovo ricatto (o accetti queste condizioni lavorative o te ne vai), è anche vero che l’alternativa che hanno in mente i vari fascioleghisti è ancora peggiore, sia per i lavoratori stranieri sia per i lavoratori italiani. La permanenza dei primi nell’illegalità e nella clandestinità, infatti, è una vera e propria manna dal cielo per i datori di lavoro (e, di conseguenza, una iattura per i lavoratori, sia italiani sia stranieri). Un lavoratore clandestino sfugge ai più basilari controlli di legalità, è spesso costretto a vivere in condizioni misere, alla mercé di caporali e sfruttatori di ogni sorta: in altri termini, è, di tutta evidenza, un soggetto facilmente ricattabile. Di conseguenza, è costretto, nella generalità dei casi, ad accettare qualsiasi offerta di lavoro gli venga proposta. In altri termini, e questo ci sentiamo di sottoscriverlo: un lavoratore in situazione di clandestinità rappresenta, effettivamente, un’alternativa a basso costo rispetto a un lavoratore forte di una situazione legale regolare. Ed è evidente, a questo punto, che le destre non fanno altro che dar contro agli immigrati perché li vogliono clandestini, irregolari e dunque maggiormente ricattabili, per poi macinare profitti sulla loro pelle. Al contrario, la soluzione giusta di chi ha a cuore le sorti del lavoro è quella che garantisce a tutti i lavoratori una situazione legale regolare, mettendoli così in condizione di rivendicare maggiori salari e diritti: questa è l’unica valida opposizione alla politica del Governo.
È, quindi, per queste ragioni che la finta contrapposizione tra lavoratori italiani e stranieri, creata ad arte da chi ha interesse che le cose rimangano così, è da respingere. Così come, per ragioni simili, è da respingere l’altro capitolo del ragionamento del Secolo d’Italia, che sappiamo essere un classico della letteratura delle destre corporativiste di tutti i tempi, compresi i nostri: “I lavoratori soffrono, ma soffrono anche gli imprenditori. Siamo tutti sulla stessa barca”. Ebbene, è chiaro che un ragionamento come questo non ha, una volta che si sia presa in considerazione la natura conflittuale dei rapporti di classe, nessun fondamento logico. Tutti i giochi che la politica continua a fare sulla pelle degli immigrati, dalla mera criminalizzazione delle destre fino alla precarizzazione insita nella regolarizzazione a tempo determinato di Bellanova, hanno il preciso scopo ridurre il salario pagato ai lavoratori – autoctoni e immigrati che siano – in modo da garantire maggiori profitti agli imprenditori. Nel conflitto distributivo, la barca che affonda è quella dei lavoratori tutti mentre i profitti viaggiano a gonfie vele.
Ma, come abbiamo visto, sia la regolarizzazione di Italia Viva sia la clandestinità conservano, con diverse gradazioni, i lavoratori stranieri nella loro situazione di precarietà e ricattabilità. La seconda per ovvie ragioni, la prima perché stabilisce una regolarizzazione “a tempo”. Una vera regolarizzazione, che liberi i lavoratori stranieri dalla loro condizione di essere ricattabili, andrebbe nella direzione opposta, ovvero quella di equiparare lavoratori autoctoni e stranieri dal punto di vista delle tutele legali, compresi i diritti e le retribuzioni previste dai contratti collettivi, la tutela sindacale, garanzie previdenziali e assistenziali e così via. Non sarebbe una panacea, per i lavoratori, ma andrebbe sicuramente nella direzione giusta, che è quella di porre i lavoratori, autoctoni e immigrati, in condizioni di elaborare e praticare una giusta lotta per salari, diritti e condizioni di vita dignitose senza dover partire da una condizione di debolezza strutturale, quale quella del migrante irregolare, che viene cristallizzata dall’attuale cornice istituzionale con il solo scopo di preservare i profitti di pochi. Togliendo il respiro, è proprio il caso di dirlo oggi, a molti.
Fonte
05/06/2020
Solidarietà ad Aboubakar Soumahoro contro le minacce di razzisti e fascisti
Alle minacce di razzisti e fascisti contro il nostro dirigente Aboubakar Soumahoro risponderemo con le mobilitazioni di massa afferma in un comunicato l’Usb.
L’Unione Sindacale di Base denuncia le pesanti minacce, pubblicate sul gruppo facebook “Matteo Salvini e Giorgia Meloni per una Italia sicura e stabile”, contro il dirigente sindacale dell’Usb Aboubakar Soumahoro, da sempre impegnato contro il razzismo e nella denuncia delle condizioni schiavistiche in cui sono costretti a lavorare centinaia di migliaia di braccianti italiani e immigrati nelle campagne del nostro paese, senza differenze tra nord e sud.
Le minacce comparse su questo gruppo facebook testimoniano l’arroganza e l’idiozia dei razzisti, dei fascisti e dei sovranisti d’accatto. “A questi beceri figuri sapremo rispondere nei modi e nei termini dovuti con le mobilitazioni di massa antirazziste e antifasciste”.
Le minacce e gli insulti ad Abou arrivano nei giorni dell’anniversario dell’uccisione di Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista Usb. Soumaila è stato commemorato martedì 2 giugno con una cerimonia a San Calogero (Vibo Valentia), proprio nel punto in cui due anni fa fu ucciso dalle fucilate di Antonio Pontoriero.
Una delegazione del Coordinamento lavoratori agricoli USB ha deposto un mazzo di fiori sul luogo dell’omicidio, nell’ex fornace La Tranquilla, discarica clandestina per i rifiuti tossici.
La cerimonia era stata chiusa proprio da Aboubakar Soumahoro “Se schiavitù vuol dire privazione della libera affermazione dell’essere umano, allora in Italia ci sono elementi di schiavitù” – ha detto Abou – “Per la promessa che abbiamo fatto alla madre di Soumaila Sacko quando abbiamo riportato il suo corpo in Mali (non fermatevi, non fermiamoci, perché la memoria di nostro figlio va tutelata, perché le sue battaglie non muoiano con lui, ci disse); per il giuramento che abbiamo fatto di non abbandonare la lotta iniziata da suo figlio; perché non accada ad altri quello che è successo a lui; per Soumaila e tutti gli altri invisibili, noi presto porteremo i nostri stivali a Roma, per far vedere al governo il fango della nostra miseria”.
Fonte
L’Unione Sindacale di Base denuncia le pesanti minacce, pubblicate sul gruppo facebook “Matteo Salvini e Giorgia Meloni per una Italia sicura e stabile”, contro il dirigente sindacale dell’Usb Aboubakar Soumahoro, da sempre impegnato contro il razzismo e nella denuncia delle condizioni schiavistiche in cui sono costretti a lavorare centinaia di migliaia di braccianti italiani e immigrati nelle campagne del nostro paese, senza differenze tra nord e sud.
Le minacce comparse su questo gruppo facebook testimoniano l’arroganza e l’idiozia dei razzisti, dei fascisti e dei sovranisti d’accatto. “A questi beceri figuri sapremo rispondere nei modi e nei termini dovuti con le mobilitazioni di massa antirazziste e antifasciste”.
Le minacce e gli insulti ad Abou arrivano nei giorni dell’anniversario dell’uccisione di Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista Usb. Soumaila è stato commemorato martedì 2 giugno con una cerimonia a San Calogero (Vibo Valentia), proprio nel punto in cui due anni fa fu ucciso dalle fucilate di Antonio Pontoriero.
Una delegazione del Coordinamento lavoratori agricoli USB ha deposto un mazzo di fiori sul luogo dell’omicidio, nell’ex fornace La Tranquilla, discarica clandestina per i rifiuti tossici.
La cerimonia era stata chiusa proprio da Aboubakar Soumahoro “Se schiavitù vuol dire privazione della libera affermazione dell’essere umano, allora in Italia ci sono elementi di schiavitù” – ha detto Abou – “Per la promessa che abbiamo fatto alla madre di Soumaila Sacko quando abbiamo riportato il suo corpo in Mali (non fermatevi, non fermiamoci, perché la memoria di nostro figlio va tutelata, perché le sue battaglie non muoiano con lui, ci disse); per il giuramento che abbiamo fatto di non abbandonare la lotta iniziata da suo figlio; perché non accada ad altri quello che è successo a lui; per Soumaila e tutti gli altri invisibili, noi presto porteremo i nostri stivali a Roma, per far vedere al governo il fango della nostra miseria”.
Fonte
22/05/2020
Sciopero dei Braccianti e Nuovo Movimento Operaio
Ha avuto una buona partecipazione – almeno nelle zone più significative del super sfruttamento generalizzato del lavoro nelle campagne – lo Sciopero dei Braccianti, indetto dal settore “Lavoro Agricolo” dell’Unione Sindacale di Base.
Nella Capitanata in Puglia, in alcune zone della Calabria, della Sicilia, dell’Agro Pontino ma anche in alcuni distretti agricoli del Centro Nord la protesta dei braccianti ha costruito una mobilitazione vera grazie al diretto protagonismo dei nuovi schiavi che si spezzano la schiena nelle campagne.
Una mobilitazione che è culminata nella Manifestazione/Marcia che dal vecchio Ghetto di Rignano Garganico ha raggiunto la Prefettura di Foggia ma che è stata articolata in numerosi presidi sotto tante sedi del governo in giro per l’Italia.
Presidi che hanno raccolto adesioni di forze politiche e di movimento (Potere al Popolo, Noi Restiamo, alcune associazioni civiche e di base) le quali hanno inteso sostenere ed amplificare le ragioni della protesta di questo Sciopero riconoscendone l’ampio valore politico generale.
A tale proposito è chiaro l’atteggiamento provocatorio della Questura di Roma che, attraverso il dispiegamento di uno schieramento poliziesco spropositato, ha impedito che il Presidio di Solidarità con lo Sciopero dei Braccianti, in corso in città, portasse, simbolicamente, una semplice cassetta di frutta sotto le finestre del Prefetto della capitale.
Questa Terra non è vostra...
La giornata di lotta dei Braccianti si è mostrata, attraverso l’esercizio del sacrosanto diritto dello Sciopero, mettendo in risalto quella composizione sociale di immigrati – ma anche di tanti “proletari autoctoni” – che costituisce il primo anello della filiera agro/alimentare del nostro paese. Un autentico punto di vanto economico e di immagine del Made in Italy e dell’Azienda/Italia!
Con lo Sciopero di oggi ha alzato la testa un importante segmento di classe che viene sottoposto ad una infinita gamma di modalità dello sfruttamento.
Il micidiale ciclo della stagionalità legato alle semine, ai raccolti ed alla prima trasformazione dei prodotti della terra, le affaristiche e speculative esigenze della Grande Distribuzione Organizzata nazionale e multinazionale, l’impoverimento costante dei piccoli contadini e l’accentuazione delle dinamiche di concentrazione economica in atto nel comparto sono i principali tasselli che costituiscono il quadro reale degli enormi profitti che si celano nell’agro/business e nel suo articolato indotto legale ed illegale.
Risulta, quindi, evidente, che questa parossistica giostra infernale si fonda sulla brutale fatica di centinaia di migliaia di proletari costretti all’invisibilità sociale, privi di diritti e costantemente sotto ricatto delle varie forme di nuovo e vecchio caporalato, le quali – con buona pace delle vestali della democrazia borghese – condizionano, pesantemente, tale settore.
Questo Sciopero dei Braccianti – proclamato nei giorni della cosiddetta Fase 2 della Crisi Pandemica – costituisce sul piano della oggettiva qualità politica ma, anche, sul versante di un primo segnale di lotta e di indipendenza programmatica che proviene da un significativo settore di classe, un risultato importante verso la configurazione teorica, politica ed organizzativa di un nuovo movimento operaio adeguato alle sfide della moderna contemporaneità capitalistica.
Il risultato politico/sindacale dello Sciopero dei Braccianti non cade dal cielo ma è un prodotto – sicuramente perfettibile nel prossimo periodo – di un lavorio che l’Unione Sindacale di Base ha condotto negli ultimi anni riprendendo le lezioni politiche e l’esperienza pratica di una tradizione di lotta contadina che nel nostro paese (negli anni cinquanta e sessanta del Novecento) ha scritto pagine gloriose della lotta di classe consentendo l’emancipazione salariale e culturale di tantissimi proletari delle campagne e spezzando il dominio del latifondo e di anacronistici rapporti sociali che ancora vigevano in quel periodo e che, con l’incrudirsi della crisi, ritornano oggi prepotentemente in voga.
Del resto l’attuale interessamento dei media ufficiali che scoprono questa condizione sociale mostra una forma di stupore nei confronti di tali ingiustizie (concepite come episodi isolati e non fattori costitutivi del moderno capitalismo) che è tipica dei caratteri ipocriti dell’ideologia dominante (specie quando si declina in salsa progressista e di sinistra). Un palese elemento di mistificazione e di occultamento della radice classista, differenzialista e razziale dell’organizzazione del lavoro nelle campagne che dobbiamo combattere strenuamente.
Ed è su questo crinale della contraddizione che si scontrano le opzioni di chi, come la ex-bracciante Teresa Bellanova, intende mettere una pezza alle attuali condizioni di vita e di lavoro nei campi per meglio rifunzionalizzare ai profitti del capitalismo tricolore questa anomalia del mercato del lavoro italiano e chi – come i Comunisti – lavorano per superare in avanti la frantumazione di questi soggetti sociali per aggregarli, a pieno titolo, nello schieramento di classe e nella più generale battaglia per la trasformazione della società.
Fonte
Nella Capitanata in Puglia, in alcune zone della Calabria, della Sicilia, dell’Agro Pontino ma anche in alcuni distretti agricoli del Centro Nord la protesta dei braccianti ha costruito una mobilitazione vera grazie al diretto protagonismo dei nuovi schiavi che si spezzano la schiena nelle campagne.
Una mobilitazione che è culminata nella Manifestazione/Marcia che dal vecchio Ghetto di Rignano Garganico ha raggiunto la Prefettura di Foggia ma che è stata articolata in numerosi presidi sotto tante sedi del governo in giro per l’Italia.
Presidi che hanno raccolto adesioni di forze politiche e di movimento (Potere al Popolo, Noi Restiamo, alcune associazioni civiche e di base) le quali hanno inteso sostenere ed amplificare le ragioni della protesta di questo Sciopero riconoscendone l’ampio valore politico generale.
A tale proposito è chiaro l’atteggiamento provocatorio della Questura di Roma che, attraverso il dispiegamento di uno schieramento poliziesco spropositato, ha impedito che il Presidio di Solidarità con lo Sciopero dei Braccianti, in corso in città, portasse, simbolicamente, una semplice cassetta di frutta sotto le finestre del Prefetto della capitale.
Questa Terra non è vostra...
La giornata di lotta dei Braccianti si è mostrata, attraverso l’esercizio del sacrosanto diritto dello Sciopero, mettendo in risalto quella composizione sociale di immigrati – ma anche di tanti “proletari autoctoni” – che costituisce il primo anello della filiera agro/alimentare del nostro paese. Un autentico punto di vanto economico e di immagine del Made in Italy e dell’Azienda/Italia!
Con lo Sciopero di oggi ha alzato la testa un importante segmento di classe che viene sottoposto ad una infinita gamma di modalità dello sfruttamento.
Il micidiale ciclo della stagionalità legato alle semine, ai raccolti ed alla prima trasformazione dei prodotti della terra, le affaristiche e speculative esigenze della Grande Distribuzione Organizzata nazionale e multinazionale, l’impoverimento costante dei piccoli contadini e l’accentuazione delle dinamiche di concentrazione economica in atto nel comparto sono i principali tasselli che costituiscono il quadro reale degli enormi profitti che si celano nell’agro/business e nel suo articolato indotto legale ed illegale.
Risulta, quindi, evidente, che questa parossistica giostra infernale si fonda sulla brutale fatica di centinaia di migliaia di proletari costretti all’invisibilità sociale, privi di diritti e costantemente sotto ricatto delle varie forme di nuovo e vecchio caporalato, le quali – con buona pace delle vestali della democrazia borghese – condizionano, pesantemente, tale settore.
Questo Sciopero dei Braccianti – proclamato nei giorni della cosiddetta Fase 2 della Crisi Pandemica – costituisce sul piano della oggettiva qualità politica ma, anche, sul versante di un primo segnale di lotta e di indipendenza programmatica che proviene da un significativo settore di classe, un risultato importante verso la configurazione teorica, politica ed organizzativa di un nuovo movimento operaio adeguato alle sfide della moderna contemporaneità capitalistica.
Il risultato politico/sindacale dello Sciopero dei Braccianti non cade dal cielo ma è un prodotto – sicuramente perfettibile nel prossimo periodo – di un lavorio che l’Unione Sindacale di Base ha condotto negli ultimi anni riprendendo le lezioni politiche e l’esperienza pratica di una tradizione di lotta contadina che nel nostro paese (negli anni cinquanta e sessanta del Novecento) ha scritto pagine gloriose della lotta di classe consentendo l’emancipazione salariale e culturale di tantissimi proletari delle campagne e spezzando il dominio del latifondo e di anacronistici rapporti sociali che ancora vigevano in quel periodo e che, con l’incrudirsi della crisi, ritornano oggi prepotentemente in voga.
Del resto l’attuale interessamento dei media ufficiali che scoprono questa condizione sociale mostra una forma di stupore nei confronti di tali ingiustizie (concepite come episodi isolati e non fattori costitutivi del moderno capitalismo) che è tipica dei caratteri ipocriti dell’ideologia dominante (specie quando si declina in salsa progressista e di sinistra). Un palese elemento di mistificazione e di occultamento della radice classista, differenzialista e razziale dell’organizzazione del lavoro nelle campagne che dobbiamo combattere strenuamente.
Ed è su questo crinale della contraddizione che si scontrano le opzioni di chi, come la ex-bracciante Teresa Bellanova, intende mettere una pezza alle attuali condizioni di vita e di lavoro nei campi per meglio rifunzionalizzare ai profitti del capitalismo tricolore questa anomalia del mercato del lavoro italiano e chi – come i Comunisti – lavorano per superare in avanti la frantumazione di questi soggetti sociali per aggregarli, a pieno titolo, nello schieramento di classe e nella più generale battaglia per la trasformazione della società.
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