Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2023

Brasile - Perché il Movimento Sem Terra fa paura?

Il MST (Movimento dos Trabalhadores Sem Terra), che ho visto nascere e a cui sono ancora legato, è il movimento più popolare, combattivo e democratico del Brasile. Oggi riunisce circa 500.000 famiglie insediate e 100.000 accampate. Si batte per un diritto elementare che non è mai stato realizzato in Brasile, un Paese di dimensioni continentali e dove ci sono molti senza terra e molta terra senza persone: la riforma agraria.

È a dir poco triste constatare che nel XXI secolo gli unici Paesi dell’America Latina che non hanno realizzato la riforma agraria sono stati Brasile, Argentina e Uruguay. Il modello di proprietà fondiaria che ancora esiste nel nostro Paese è quello delle capitanerie ereditarie. E il rapporto di molti proprietari terrieri con i loro dipendenti è poco diverso da quello dell’epoca della schiavitù.

Nato nel 1984 e in procinto di compiere 40 anni nel 2024, l’MST sapeva fin dall’inizio che il governo è come i fagioli, funziona solo in una pentola a pressione...

Sebbene sia stato determinante per l’elezione di Lula a presidente, l’MST non si è mai lasciato cooptare dal governo. Mantiene la sua autonomia e sa bene che il rapporto del governo con i movimenti sociali non può essere una “cinghia di trasmissione”, ma piuttosto una rappresentanza delle basi sociali negli organi di governo. Molti politici fanno il verso alla parola “democrazia”, ma temono che da mera retorica diventi, di fatto, un governo il cui protagonista principale è il popolo organizzato.

Il MST si distingue anche per la cura che dedica alla formazione politica dei suoi militanti, che molti movimenti e partiti di sinistra trascurano. I senza terra mantengono persino un proprio spazio di lavoro pedagogico, la Scuola Florestan Fernandes, a Guararema (SP). E in tutti gli eventi che promuove, il movimento valorizza il misticismo, cioè le attività ricreative (canti, inni, pannelli, ecc.) e i simboli (fotografie, artigianato, ecc.) di natura emulativa.

L’MST segue rigorosamente i dettami della Costituzione dei Cittadini del 1988. La Carta difende l’uso sociale della terra, che deve essere ecologico e produttivo. E richiede qualcosa che è ancora in sospeso e indispensabile se il Brasile vuole raggiungere uno sviluppo sostenibile e abbandonare la sottomissione ai dettami delle nazioni metropolitane, che ci impongono la mera condizione di esportatori di prodotti primari, oggi elegantemente chiamati commodities...

Occupazione non è invasione. Il MST non occupa mai terre produttive.

Oggi il movimento è il più grande produttore di riso biologico dell’America Latina e difende la Riforma Agraria Agroecologica, in grado di facilitare l’accesso alla terra come diritto umano; di produrre alimenti sani e sostenibili per tutta la società brasiliana; di offrire al mercato alimenti sani e privi di pesticidi; di valorizzare il ruolo delle lavoratrici rurali; di ampliare il numero delle cooperative agroecologiche; di espandere la sovranità alimentare e la biodiversità nella lotta contro la fame e l’insicurezza.

L’aggettivo “rosso d’aprile” non è un’evocazione del colore preferito dei simboli comunisti (e anche dei paramenti solenni dei cardinali), come vorrebbero interpretarlo i detrattori del MST. È, invece, il colore del sangue dei 19 senza terra crudelmente assassinati dalla Polizia Militare a Eldorado dos Carajás, nel sud del Pará, il 17 aprile 1996. Sette vittime sono state uccise con falci e machete, mentre le altre sono state uccise a distanza ravvicinata.

Circa 100.000 famiglie attendono di essere accolte in Brasile. Ed è quantomeno un disservizio per l’agrobusiness promuovere la deforestazione delle nostre foreste per espandere la frontiera agricola, godere di esenzioni fiscali sull’esportazione dei propri prodotti e concentrare la produzione su cinque soli prodotti di base: soia, mais, grano, riso e carne, controllati da grandi imprese transnazionali.

La fame sta crescendo nel mondo. Quasi un miliardo di persone ne sono già colpite. E questo non è il risultato di una mancanza di cibo. Il pianeta produce abbastanza per sfamare 12 miliardi di bocche. È il risultato di una mancanza di giustizia. Nel sistema capitalista, gli affamati muoiono sul marciapiede davanti al supermercato. Perché il cibo ha un valore di scambio e non di utilizzo.

Tuttavia, finché la produzione alimentare non segue standard agro-ecologici e la terra e l’acqua, risorse naturali limitate, non sono considerate patrimonio dell’umanità, la disuguaglianza tende ad aggravarsi e, con essa, ogni tipo di conflitto. Pace fa rima con pane.

L’MST fa paura perché lotta per un Brasile – una delle nazioni più ricche del mondo e uno dei cinque maggiori produttori di alimenti –che non sia più un Paese periferico, colonizzato, segnato da una disuguaglianza sociale abissale.

Fonte

24/05/2020

Comunità rurali e crisi economiche nella Cina moderna (Prima parte)


«Adeguato?» Paragonate ai livelli materiali dei contadini occidentali, le comuni cinesi sono ancora molto povere. Ma il livello di vita che esse forniscono è «adeguato», tuttavia, addirittura al di là dei vecchi sogni di quegli analfabeti affamati, sfiancati dal lavoro, senza terra, quali erano la maggior parte dei contadini della Cina prerivoluzionaria.

Edgar Snow, La Lunga Rivoluzione, Einaudi, 1973

Pubblichiamo questo contributo a “10 mani” scritto da 5 ricercatori/trici cinesi apparso sulla Monthly Review il 1 Settembre 2018. Si tratta di un testo tradotto dal cinese all’inglese da Alice Chan per la prestigiosa rivista della sinistra anti-imperialista nord-americana, frutto di una ricerca sostenuta dal China National Science Foundation.

Il focus principale di questo contributo è quello che potremmo definire la “questione agraria” o meglio le “Tre questioni agrarie” – se volessimo tradurre con un calco il termine cinese Sannong (San Nong) – che comprendono l’agricoltura, le aree rurali e i contadini.

Questi aspetti sono centrali per capire il processo di trasformazioni nella Cina contemporanea dall’affermarsi della strategia rivoluzionaria di Mao Tse Tung fino al 19° Congresso del PCC nel 2017. La cosiddetta “Nuova Via della Seta” ed il progetto “A Beautiful China” della “Ecological Civilization” per la rivitalizzazione rurale sono stati individuati da tale Congresso come gli assi principali del modello di sviluppo cinese.

La tesi principale dell’articolo è che la questione agraria sia sempre stata di centrale importanza nella storia della Repubblica Popolare Cinese. La capacità di mobilitazione fondata sull’ideologia ha infatti rappresentato un fattore chiave nella stabilizzazione della Repubblica Popolare, il surplus agricolo ha fornito le risorse necessarie per l’accumulazione industriale originaria e in determinati momenti la campagna ha fornito la domanda di cui i distretti urbani-industriali necessitavano.

Ma soprattutto il settore agricolo ha ripetutamente svolto la funzione di “cuscinetto” per l’economia della Cina intera, assorbendo in maniere diverse le varie crisi che si sono succedute: drenando l’eccesso di moneta ed il deficit fiscale in modo che non si sviluppassero le iper-inflazioni che avevano afflitto la Cina pre-rivoluzionaria. Ha fornito le risorse necessarie alla ripartenza economica, e fungendo da “bacino” di forza lavoro è stata in grado, sia di fornire lavoratori sia di riassorbirne per ridurre la disoccupazione urbana.

Alla nascita della Repubblica Popolare nel 1949 la riforma agraria aveva assicurato l’accesso alla terra alla maggior parte della popolazione, che risedeva per i 9/10 nelle campagne, voltando le spalle al regime semi-feudale di proprietà della terra e ad uno Stato che aveva il profilo della burocrazia di stampo confuciano e dell’odiata figura dell’esattore di tasse.

La transizione al “capitalismo nazionale” – base necessaria per l’ulteriore sviluppo del socialismo nella teorizzazione condivisa dalla dirigenza cinese e sovietica d’allora – era lo scopo della “Nuova Democrazia”. «La nuova democrazia è il capitalismo nazionale sotto la leadership del Partito Comunista», affermava Mao.

Il coinvolgimento politico della popolazione rurale anche dopo la rivoluzione è stato un fattore determinante sin dal Primo Piano Quinquennale (1952-1957) ed è una costante anche in periodi difficili come quello successivo alla rottura della relazione Cina-URSS in piena Guerra Fredda – si pensi al Movimento di educazione socialista lanciato nel 1962 ed ancora maggiormente la “Rivoluzione Culturale”. Gli autori giudicano questa capacità il “primo trionfo del capitale statale sul capitale privato attraverso la mobilitazione rivoluzionaria”.

Il contrasto a quella che Mao chiamerà “la tendenza spontanea al capitalismo”, cioè il riemergere dei rapporti sociali pre-rivoluzionari e la loro correlata forma mentis, sarà uno dei compiti precipui dei rivoluzionari anche contro gli stessi membri del partito.

Come afferma Edgar Snow in “La Lunga Rivoluzione”: “i tentativi della reazione vennero soprattutto sconfitti da dirigenti del partito capaci di dimostrare, alle poverissime masse contadine di un paese nel quale c’era solo mezzo acro di terra coltivabile a testa, che per una continua espansione economica che fosse di beneficio per tutti non c’era altra strada che quella di creare un capitale collettivo per mezzo dello sforzo collettivo, incessante, basato sulle forze disponibili”.

La rottura tra Cina e URSS ha voluto dire per quest’ultima il periodo di maggior contrazione economica nella decina di “crisi” della linea ascendente dell’accumulazione cinese. È stato uno dei periodi più impegnativi dal punto di vista delle relazioni internazionali, con un movimento comunista che si “scindeva” tra i suoi due maggiori attori e che entravano in notevoli frizioni tra di loro proprio quando la lotta di liberazione coloniale dei popoli del “Tricontinente” stava conoscendo un notevole slancio.

L’economia industriale cinese, dopo il mancato raggiungimento degli obiettivi del Secondo Piano Quinquennale (1957-1962), dovette essere allora riorientata alle esigenze di difesa bellica, anche per conseguire quel differenziale strategico indispensabile in chiave difensiva che era il possedimento di una autonoma capacità nucleare a livello militare – conquistata nell’ottobre del 1964 nonostante la “rottura” con l’URSS – e un sistema balistico adeguato.

Allo stesso tempo doveva rendere il tessuto produttivo nazionale il meno vulnerabile possibile rispetto a possibili invasioni straniere, spostandolo verso l’interno. “Il Terzo Fronte” era una strategia comprensibile, considerando che la Cina contemporanea era stata soggetta agli appetiti di tutte le potenze imperialiste compreso il Giappone.

Questa ristrutturazione interna ha richiesto uno sforzo notevole il cui peso maggiore si reggeva sulle spalle dei contadini.

Ma il nemico più temibile per Mao non era all’esterno dei confini della Repubblica Popolare, ma all’interno ed ormai solidamente installato in tutte le maggiori istanze del Partito e nelle istituzioni post-rivoluzionarie, tranne che nell’esercito – dalle università agli apparati culturali dai sindacati alle organizzazioni giovanili comuniste.

Un ceto burocratico urbano stava occupando posizioni rilevanti in tutti gli apparati e soffocava lo sviluppo rivoluzionario e l’emersione delle contraddizioni che stavano maturando, spostando tra l’altro pericolosamente il centro gravitazionale dalle campagne alle città.

La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria lanciata a metà anni '60 da Mao spezzerà “momentaneamente” questa tendenza, spazzando via i suoi attori di primo piano, dando nuova linfa al processo rivoluzionario a livello popolare – in particolar modo tra i giovani – e ribilanciando l’intero corso storico per “porre prima di tutto l’accento sulle zone rurali”.

Fu anche un processo di “rieducazione” di massa in seguito all’autocritica per coloro che ricoprivano un qualsiasi incarico di responsabilità, fino alle più alte sfere, “temprandosi” nel duro lavoro manuale della campagna e nella cooperazione collettiva per il perseguimento di uno scopo comune.

Si trattava di una scelta volontaria/incentivata accompagnata da uno studio intenso del pensiero di Mao, fondamento ideologico maturato negli anni più duri della ventennale lotta armata del Partito Comunista Cinese.

Così descrive molto lucidamente questa dinamica un contemporaneo: “è una cosa positiva per tutti allontanarsi dalla routine – imparare cosa sia il lavoro. Sì, torniamo tutti migliori da questa esperienza”.

Sotto la doppia pressione della situazione geopolitica esterna e del burocratismo interno, grazie alla “Rivoluzione Culturale” emersero le contraddizioni tra il processo di modernizzazione post-'49 dentro la realtà del conflitto inter-imperialista e lo sviluppo rivoluzionario.

La “Rivoluzione Culturale” è un periodo che l’attuale dirigenza comunista della Repubblica Popolare considera in maniera negativa – come tra l’altro riportano gli autori – ma che va ripreso e compreso al meglio alle nostre latitudini per una interpretazione corretta dello sviluppo storico cinese e per il portato rivoluzionario che ha offerto anche ai comunisti in Occidente, in particolare nei suoi due pilastri di lotta all’imperialismo e di lotta al revisionismo.

Nel corso degli anni '80, come per grande parte della storia della Repubblica Popolare, lo sviluppo dell’agricoltura (attraverso l’istituzione delle “Imprese delle Città e dei Villaggi”, o TVE) era stato il fattore trainante per lo sviluppo economico più complessivo e la base dell’accumulazione per l’industrializzazione.

La popolazione rurale, infatti, era stata centrale grazie al suo potere d’acquisto, alla sua domanda di prodotti industriali e beni di consumo, e all’assorbimento dell’eccesso di moneta e del deficit fiscale, con il quale aveva neutralizzato una possibile ondata inflazionistica.

Durante i decenni precedenti, una importante funzione del settore agricolo è stata quella di fungere da bacino di forza lavoro, in grado di fornire manodopera se necessaria e di assorbirne quando in eccesso. Nel corso di tre ondate – tra l’inizio degli anni '60 e metà degli anni '70 – 40 milioni di giovani cinesi istruiti si erano trasferiti dalla città alla campagna contribuendo allo sviluppo dell’economia agraria cinese e riducendo la disoccupazione urbana.

Tuttavia lo stesso numero lascerà le campagne per la città dal 1989 al 1993 a causa del deterioramento relativo della vita rurale.

Gli anni '90 – soprattutto i primi – infatti videro venire meno quel ruolo economicamente dinamico e socialmente stabilizzante delle campagne a cui era storicamente ricorsa la dirigenza del Partito Comunista nelle varie fasi che avevano caratterizzato la Cina post-rivoluzionaria.

Secondo gli autori, si tratta di uno dei fattori di criticità maggiori, che renderà il processo di modernizzazione attraverso la globalizzazione capitalista un vettore di destabilizzazione del rapporto fino a quel momento intercorso tra città e campagna, tra zone costiere e l’entroterra e tra differenti strati sociali, aumentando le disparità e gli squilibri ed al riemergere prepotente – diciamo noi – della lotta di classe sia nelle campagne che nelle città.

Si era quindi invertita una tendenza e consumata una “cesura” con un modello di sviluppo non più auto-centrato, ma basato sulle esportazioni e lo sviluppo delle zone costiere ancorato alla globalizzazione neo-liberista.

La prima vera crisi “importata” – quella del Sud Est Asiatico – sarà devastante ed assumerà il doppio aspetto di crisi di sovrapproduzione e di forza lavoro eccedente: una novità assoluta nel “socialismo con caratteristiche cinesi”. Chiuderanno 400 mila imprese statali e 40 milioni di lavoratori verranno licenziati.

Fu soltanto il diretto intervento statale, attraverso una riorganizzazione del sistema finanziario (e alla sterilizzazione della grande percentuale di titoli spazzatura posseduti dalle banche cinesi) e all’emissione di debito a permettere che la crisi non si aggravasse ulteriormente. Questo fu possibile grazie alla relativa chiusura del conto capitale cinese e all’isolamento della sua moneta dai mercati internazionali.

Proprio le politiche anti-cicliche del governo cinese, tese ad a regolare uno sviluppo regionale sbilanciato dopo la crisi “esogena” del sud-est asiatico a fine anni '90 – che ha messo in luce i limiti della via cinese alla globalizzazione – ma soprattutto quelle adottate dopo la crisi del 2008, riguardanti l’agricoltura nel suo complesso, possono considerarsi strategie cardine per il parziale risanamento delle contraddizioni sociali emerse negli anni precedenti, a partire dal 1989.

Riaffermano la pianificazione statale come perno delle strategie economiche e dei suoi strumenti come la sovranità monetaria, un settore bancario statale e l’indebitamento pubblico garantito dalla credibilità dello Stato come elementi portanti delle politiche macro-economiche, con l’obiettivo (dichiarato) di garantire una riduzione delle “disparità nello sviluppo urbano-rurale, nello sviluppo tra regioni e nel tenore di vita” e garantire “un accesso equo ai servizi pubblici di base e un buon ambiente di vita”, come riportano gli autori.

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Comunità rurali e crisi economiche nella Cina moderna

di Sit Tsui (professore associato della Southwest University di Chongqing), Qiu Jiansheng (docente presso l’Istituto di ricostruzione rurale di Fuzhou), Yan Xiaohui (dottoranda in studi culturali alla Lingan University di Hong Kong), Erebus Wong (ricercatore senior della Lingan University) e Wen Tiejun (direttore del Centro di ricostruzione rurale dell’Università Renmin di Pechino).

Tutti sono membri fondatori della Global University for Sustainability.
“Le vie di Tian sono costanti. Non ha prevalso a causa dell’imperatore Yao; non è perito a causa del Re Jie. Rispondi con ordine e seguirà la buona sorte; rispondi con disordine e ti perseguiterà la sfortuna. Rafforza la radice e regola le spese, e Tian non potrà impoverire. Procura il nutrimento sufficiente e agisci solo quando i tempi sono maturi, e Tian non potrà ammalarsi. Coltiva il Dao con costanza, e Tian non potrà devastare” [1].

Xunzi, Trattato sul Tian [Natura o Paradiso]
Durante la quasi settantennale storia cinese di industrializzazione e finanziarizzazione, ogni volta che il costo di una crisi economica poteva essere trasferito al settore rurale, alle industrie urbane ad alta intensità di capitale veniva garantito un “atterraggio morbido” (ovvero: venivano salvati dalla recessione grazie alla funzione di “cuscinetto” del settore rurale. Ndr) e gli accordi istituzionali esistenti venivano mantenuti. In altri casi tuttavia, il settore urbano andava in sofferenza, determinando importati riforme fiscali ed economiche.

Dal nostro punto di vista, riteniamo che i contadini cinesi e le comunità rurali hanno salvato il Paese da dieci crisi economiche. È quasi diventata una regola, per i leader cinesi, quella di adottare politiche di redistribuzione della terra a favore dei piccoli contadini, unite alla ferma promessa di difendere il settore agricolo – formato da tre dimensioni ben distinte: contadini, società rurale e agricoltura, conosciuti nell’insieme con il termine Sannong – contro la violenza delle crisi macroeconomiche.

Durante il governo di Mao Zedong, la terra fu redistribuita ai contadini su vasta scala e un totale di 40 milioni di giovani istruiti furono mandati a vivere e lavorare in campagna in tre ondate: 1960-62, 1968-70 e 1974-76.

Nell’era di Deng Xiaoping, il Sistema di Responsabilità Familiare fu implementato per garantire la proprietà collettiva della terra e i diritti di utilizzo dei terreni da parte dei contadini e per promuovere il recupero dell’economia rurale, in cui le Imprese delle Città e dei Villaggi (TVEs) hanno svolto un ruolo importante.

Jiang Zeming proseguì sulla stessa strada. Poi, Hu Jintao annunciò un’iniziativa pluriennale denominata la Nuova Campagna Socialista, che includeva una “integrazione di città e campagna” nel 2002, una “visione scientifica dello sviluppo e della società equilibrata” nel 2004, “costruzione di nuove campagne” nel 2005, “multi-funzione agricola” nel 2006 e “civiltà ecologica” nel 2007, nonché una “crescita inclusiva e sostenibile” nel 2009.

Altri programmi annuali sono seguiti sotto Xi Jinping, che ha promosso l’Amazing China nel 2012, “nostalgia per il villaggio natale” nel 2013, “nuova governance rurale da parte dei talenti locali” nel 2014 e un preciso obiettivo di riduzione della povertà nel 2015.

Al 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017, con l’economia del Paese appesantita dalla sovrapproduzione industriale e dall’instabilità finanziaria, Xi ha sollecitato la “rivitalizzazione rurale” e ha dichiarato l’impegno a rinnovare i diritti d’uso della terra dei contadini per altri trent’anni.

Negli ultimi decenni la Cina ha goduto di un lungo periodo di relativa stabilità, sulla base delle due strutture piramidali illustrate nella Figura 1. Come si può osservare, la maggioranza della popolazione, corrispondente al 60%, è proprietaria di piccole proprietà nelle aree rurali. Questo non è solo un’eredità della rivoluzione agraria, ma anche un fondamento stesso della società cinese, che funge da stabilizzatore durante le crisi economiche. Discuteremo di questo più in dettaglio in seguito.

Figura 1


“Dividendo della rivoluzione agraria”: vecchie e nuove crisi

La turbolenza economica dei primi anni della Repubblica Popolare (1949-1952) creò varie problematiche, che si aggiunsero a quelle precedenti [2]. Oltre alla persistente iper-inflazione, che aveva tormentato il Paese sin dal vecchio regime, doveva essere affrontata una nuova crisi, ovvero tutte le contraddizioni insite nell’accumulazione primaria di capitale per lo sviluppo di un “capitalismo nazionale”.

Chiaramente, per un regime rivoluzionario il cui successo era stato segnato dall’occupazione delle città, gli enormi costi istituzionali della modernizzazione e dell’iper-inflazione urbana non potevano essere affrontati e risolti facendo affidamento alle politiche economiche usate fino a quel momento.

La nascente Repubblica Popolare cercò quindi di risolvere questa crisi (che altro non era che il risultato di mezzo secolo di sforzi di modernizzazione dalla fine della dinastia Qing) ripristinando completamente l’economia contadina tradizionale attraverso la riforma agraria, producendo così quello che era noto come il “dividendo della riforma agraria”. In maniera informale, questo concetto fu espresso con lo slogan “9 contadini sono in grado di sostenere un abitante della città”.

La riforma agraria mirava non solo ad alleviare la crisi derivata da una modernizzazione forzata attraverso il ripristino di un’istituzione tradizionale, ma anche ad estendere la rivoluzione dalla sua base rurale alle città circostanti. Inoltre, la riforma agraria poneva le basi del settore agricolo tripartito come strumento per risolvere la crisi del capitale industriale urbano sotto una persistente struttura duale urbano-rurale.

Tuttavia, la sostanza della rivoluzione agraria in Cina fu la distribuzione della terra e l’esenzione fiscale, una misura che nel passato era stata predisposta da ogni primo imperatore di una dinastia al suo insediamento. Fintantoché i sovrani mantenevano l’istituzione economica basilare della “terra ai contadini”, la società rurale era in grado di garantire una media di due secoli di stabilità ad una dinastia.

Questa esperienza storica si concretizzò nuovamente nella Cina continentale durante il XX secolo. La rivoluzione agraria, interrotta dalla Seconda guerra mondiale e poi ripresa nel 1946-49, può quindi essere definita la Terza Guerra Rivoluzionaria Agraria [3].

Il nuovo governo post-rivoluzionario istituì una riforma agraria che coinvolse tutto il Paese, raggiungendo una distribuzione uniforme della terra per quasi il 90% della popolazione. Tuttavia, per estrarre il surplus agricolo necessario all’industrializzazione, il governo centrale dovette differire l’esenzione fiscale, che molte dinastie avevano implementato immediatamente dopo essersi insediate.

La trasformazione dei rapporti di proprietà mediante la guerra rivoluzionaria ottenne tre risultati. In primo luogo, creò un’economia fisica vasta e diversificata, consentendo a circa 100 milioni di famiglie rurali di tornare alle strutture agricole tradizionali e di sottrarle alla modernizzazione, garantendo in tal modo la sussistenza degli abitanti delle città (all’epoca circa il 10% della popolazione totale). Di conseguenza, ciò aiutò notevolmente con l’iper-inflazione che aveva prevalso nelle città cinesi dagli ultimi anni della vecchia repubblica.

In secondo luogo, finché i contadini potevano essere mobilitati dall’ideologia della riforma agraria, si potevano raccogliere e trasportare nelle città prodotti materiali sufficienti; questo rappresentava il primo trionfo del capitale statale sul capitale privato attraverso la mobilitazione rivoluzionaria.

In terzo luogo, lo Stato stabilì il suo sistema fiscale e finanziario, necessario per la regolamentazione economica dell’economia reale. L’esperienza acquisita in questo processo divenne il fondamento su cui lo Stato costruì le sue istituzioni economiche essenziali.

La riforma agraria rappresentava così una diversificazione economica della rivoluzione, dai villaggi alle città. Era il patrimonio istituzionale del cosiddetto socialismo rurale con caratteristiche cinesi, che prendeva forma attraverso lo sviluppo dell’economia reale per mezzo dell’autosufficienza nelle regioni “liberate” molto prima della vittoria decisiva dei comunisti.

Tuttavia, la Cina dovette fronteggiare anche una nuova crisi. La vecchia crisi dello sviluppo del capitalismo nazionale, guidata dal Kuomintang, doveva essere ancora superata dal momento che il governo comunista si trovò di fronte a una crisi interna nello sforzo di sviluppare la propria versione del capitalismo nazionale. Era vino vecchio in una bottiglia nuova, comportava gli stessi problemi.

Sotto la pressione dell’invasione imperialista i precedenti governi cinesi moderni avrebbero perseguito senza sosta la modernizzazione, qualunque fosse la sua ideologia. Tuttavia, fintanto che i costi istituzionali sostenuti dall’accumulazione primaria di capitale necessaria per l’industrializzazione non potevano essere trasferiti verso l’estero, le crisi interne erano inevitabili.

La struttura sociale della cosiddetta Nuova Democrazia, come promulgata dal nuovo governo, era rappresentata in modo appropriato dalla bandiera nazionale della Repubblica Popolare Cinese. La grande stella indicava la leadership del Partito Comunista (compreso il capitale statale controllato dal partito). Le altre quattro stelle rappresentavano la classe operaia (meno del 5% della popolazione), la classe contadina (tra piccoli proprietari terrieri e piccoli proprietari rurali, l’88%), la piccola borghesia urbana e i capitalisti nazionali.

Il capitale dello Stato, il capitale privato e i piccoli proprietari erano i principali settori politici del paese, mentre i lavoratori e i poveri delle città, che secondo il marxismo classico avrebbero guidato la rivoluzione socialista, rappresentavano meno del 7% della popolazione totale.

In breve, la Cina era stata a lungo un paese agricolo composto principalmente da contadini geograficamente sparsi. Ciò che ebbe luogo nel 1949 fu quindi una rivoluzione contadina pre-capitalista, come affermato sia dall’Internazionale comunista a guida sovietica sia dal PCC.

Entrambi concordavano sul fatto che la Cina avrebbe dovuto sviluppare il capitalismo nazionale (cioè, il capitalismo della e per la nazione, in contrapposizione al dominio da parte del capitale straniero). Solo dopo aver stabilito la produzione industriale di massa la Cina avrebbe potuto essere trasformata in un paese socialista.

Di conseguenza, il nuovo governo, che era nato grazie a una violenta rivoluzione per rovesciare il vecchio sistema oppressivo, non solo sostenne apertamente il capitalismo nazionale (come disse Mao, “la Nuova Democrazia è il capitalismo nazionale sotto la guida del Partito Comunista”) ma dette per scontato anche un’accelerazione dell’industrializzazione, seguendo la stessa strategia di perseguimento della modernizzazione che avrebbero portato avanti tutti i governi precedenti dalla tarda dinastia Qing in poi.

Pertanto, la Cina dovette inevitabilmente affrontare le contraddizioni interne di un paese contadino che si sforza di “accumulare un capitale primitivo socialista” in una condizione di scarsità di risorse, non importa come questa difficile situazione fu presentata ideologicamente.

In effetti la nuova Repubblica riuscì a risolvere la crisi attraverso tre accordi istituzionali, con l’interazione coordinata di tre settori: politica, economia e società. In primo luogo, la riforma agraria globale permise ai contadini di uscire dalla crisi urbana della modernizzazione e di tornare alla economia contadina tradizionale. Un’economia fisica estesa e ampiamente diversificata prese forma nelle regioni rurali.

La Cina riuscì, quindi, a risolvere la crisi dell’iper-inflazione. Da quel momento in poi, le regioni rurali sono diventate lo strumento principale per garantire all’economia cinese quell’”atterraggio morbido” di cui abbiamo parlato all’inizio.

In secondo luogo, un sistema fiscale-finanziario nazionale fu costruito sulle basi dell’economia rurale. Questo sistema era direttamente collegato alla politica di distribuzione di beni fisici e forniture, consentendo al governo di eseguire una regolamentazione economica anti-ciclica.

Terzo, il governo usò tanto mezzi militari al minor costo diretto, con l’aiuto di una campagna politica, per reprimere il comportamento speculativo del capitale privato urbano. Impedì con successo l’esacerbazione della crisi economica da parte delle imprese private, che avrebbero seguito il ciclo economico per cercare profitti ed evitare perdite.

Riassumendo, negli anni seguenti al successo della Rivoluzione, la Cina dovette affrontare gravi crisi nelle città, dove si concentrava il capitale. Fu una grande sfida per il nuovo regime, tra i cui sostenitori vi erano molti contadini che si erano trasferiti in città. Allo stesso tempo, il governo lottò contro problemi politici come la burocratizzazione e la corruzione dei quadri, che potrebbe essere vista come la crisi interna generata dalle politiche agrarie.

Le successive campagne politiche furono derivate da questa difficile situazione. L’iper-inflazione derivante da deficit di bilancio ed eccesso di offerta di moneta fu rapidamente contenuta, in parte perché circa un terzo del denaro fornito in eccesso fu assorbito dall’economia familiare contadina. Tuttavia, di conseguenza, l’economia rurale fu monetizzata e polarizzata, creando la condizione per lo sviluppo di problematiche interne al movimento cooperativo.

“Autosufficienza” e Terzo Fronte

Alla fine degli anni ‘60, noti in Cina come il “periodo di estrema sinistra”, si presentò la terza crisi ciclica (1965-70) dall’industrializzazione post 1949. Al di là di fattori economici generali, le origini di questa crisi risiedono nella reazione della sovrastruttura ai fondamenti economici.

All’epoca la Cina operava in una condizione di isolamento completo, ma la struttura amministrativa costruita negli anni ‘50 secondo il modello di gestione sovietico dell’industria pesante si rivelò incompatibile con il principio guida di “autosufficienza e lotta recalcitrante”, che si basava sul lavoro delle masse.

Mentre la Cina decise di riorientare la sua economia dagli investimenti sovietici verso l’autonomia nazionale, la situazione geopolitica esterna e il burocratismo interno si rivelarono come ostacoli. Sotto queste pressioni e avendo pagato un enorme debito estero, l’economia urbana soffrì questa terza crisi nelle forme di “disoccupazione e debito fiscale”.

Dopo l’aborto del secondo piano quinquennale a seguito del ritiro degli aiuti sovietici nei primi anni ‘60, i leader comunisti iniziarono a discutere un terzo piano quinquennale. Alcuni funzionari responsabili della politica economica suggerirono che il principio guida del piano avrebbe dovuto bilanciare il peso dell’agricoltura e delle industrie leggere e pesanti nello sviluppo economico, in un momento in cui la struttura industriale cinese era dominata dalla produzione militare e dall’industria pesante.

Data la necessità di ricostruzione dell’economia, questa strategia era del tutto comprensibile. Tuttavia i problemi più urgenti che la Cina dovette affrontare erano di natura geopolitica.

Durante la Guerra fredda la Cina era rimasta intrappolata in una serie di conflitti regionali “caldi”, tra cui il piano di contrattacco del regime Koumintang a Taiwan, la guerra di Corea, la guerra Sino-Indiana, ripetute incursioni di navi da guerra e aerei statunitensi nelle acque territoriali cinesi e le minacce di un attacco nucleare tanto da parte statunitense quanto da parte sovietica.

A molti osservatori la Cina sembrava essere sull’orlo di una “guerra calda” sia con l’URSS sia con l’Occidente.

Per questo motivo le idee di Mao arrivarono a dominare le discussioni politiche all’inizio degli anni ‘60, nonostante la diversità di opinioni sulla costruzione economica da promuovere nel paese. Mao pensava che il paese avrebbe dovuto concentrare tutto il suo potere tecnologico sulla costruzione di una bomba nucleare.

Nel frattempo le strutture industriali di base delle regioni costiere furono trasferite all’interno per ridurre al minimo le conseguenze di un attacco militare, nonostante il significativo costo economico dell'operazione. Il risultato fu un’economia sul piede di guerra.

La struttura generale dell’industria nazionale venne caratterizzata dallo sviluppo di un Terzo Fronte, in riferimento alla costruzione di tre fronti principali, mentre l’industria regionale comprendeva tre fronti minori.

Nello stesso tempo, il Comitato Nazionale di Pianificazione responsabile del terzo piano quinquennale fu sostituito e le proposte di trapiantare un modello straniero di economia pianificata – proposta venuta da funzionari ed esperti che avevano studiato in URSS – furono liquidate.

Le divisioni economiche stabilite al tempo degli investimenti economici sovietici risultavano essere completamente bloccate. Senza investimenti esteri o mercati esterni, il sistema si scontrò con il nuovo principio di “autosufficienza e lotta recalcitrante”. Ciò richiese con urgenza una ricostruzione dell’economia cinese su diverse linee.

Secondo successive analisi di efficienza dei costi, la costruzione del Terzo Fronte fu estremamente costosa e produsse pochi benefici economici. Dal 1965 al 1975 (includendo il quarto piano quinquennale) la metà delle spese per le infrastrutture nazionali fu destinata alla costruzione dell’entroterra strategico. Si stima che dal 1964 agli anni ‘80 gli investimenti nel Terzo Fronte siano costati 205,2 miliardi di RMB.

Tuttavia la struttura del Terzo Fronte era semplicemente una ricollocazione spaziale degli investimenti industriali nazionali senza adeguamento della struttura economica. Sulla base di considerazioni militari, i nuovi impianti industriali furono trasferiti maggiormente nell’entroterra o nelle regioni montane. Era quindi difficile formare una catena industriale completa in un’unica regione.

Di conseguenza, il costo delle infrastrutture durante gli anni ‘60 aumentò drasticamente, con conseguenti deficit fiscali più elevati che avrebbero portato a crisi economiche. Il loro costo, alla fine, sarebbe stato scaricato sul settore rurale.

I giovani istruiti vanno in campagna

Dall’inizio dell’industrializzazione nazionale nel 1958-1960, la Cina aveva enfatizzato il decentramento come mezzo per mobilitare le risorse nazionali, per sostituire i mancanti investimenti di capitale estero. Il Paese riusciva all’epoca a mantenere a malapena un tasso di accumulazione relativamente elevato.

Un’esperienza emersa da questo periodo comportava la mobilitazione totale di tutta la nazione attraverso l’idea popolare di “lotta di classe” e il concetto strumentale di “rivoluzione continua”. Contadini, operai, intellettuali e funzionari erano coinvolti nel processo di accumulazione primaria per l’industrializzazione nazionale.

Era un processo di sostituzione intensiva del capitale, che era diventato estremamente scarso, con il lavoro. Grandi quantità di risorse economiche furono investite in infrastrutture di larga scala necessarie per l’industrializzazione, che a loro volta crearono una domanda di produzione di macchinari e attrezzature di proprietà statale.

Sotto Mao, lo Stato usò un sistema incompleto di proprietà fondiaria rurale per istituire un’economia rurale collettivizzata. Il progetto non era motivato da considerazioni sulla produttività, né era vantaggioso in maniera evidente per gli interessi dei singoli contadini. Tuttavia, nella pratica, la collettivizzazione fornì un inaspettato vantaggio all’accumulazione primaria per l’industrializzazione nazionale.

Ciò che si formò nelle aree rurali fu il cosiddetto “socialismo contadino con caratteristiche cinesi”: la sua caratteristica principale era la distribuzione uniforme della terra in assenza di un meccanismo di incentivazione. Conteneva caratteristiche della tradizionale comunità di villaggio e del sistema basato sul piccolo contadino, nel quale i rischi esterni potevano essere risolti attraverso l’internalizzazione.

Nel periodo 1968-70 milioni di giovani istruiti furono inviati in campagna, in parte anche per affrontare il problema dell’insufficiente occupazione urbana. La nuova occupazione era limitata all’industria militare e alla costruzione della struttura a tre linee di fronte. L’economia industriale nelle regioni costiere fu mantenuta in una modalità di semplice riproduzione.

In breve, la terza crisi urbana causata da deficit fiscali aveva trovato di nuovo la possibilità di un “atterraggio morbido”, trasferendo nuovamente il lavoro in eccesso alle comunità rurali.

Questo sistema di “socialismo contadino” inglobò 40 milioni di giovani istruiti inviati in campagna in tre ondate nell’arco di vent’anni. Durante questi spostamenti, il settore agricolo tripartito cinese sostenne silenziosamente almeno tre volte gli enormi costi delle crisi economiche cicliche causate dal sistema di capitalismo statale concentrato nelle città.

La ripresa del 1962-63 non fu dovuta alla crescita industriale urbana e all’aumento dell’occupazione, come viene comunemente supposto. Fu invece attribuibile al fatto che i contadini poterono “ritirarsi”. La crisi costrinse il governo ad adeguare la politica di collettivizzazione. L’economia contadina tradizionale fu parzialmente autorizzata a ritirarsi dall’economia altamente collettivizzata al servizio del capitale industriale dello Stato.

In primo luogo, il sistema comunitario popolare fu trasformato in un’economia di villaggio basato sulla brigata di produzione. Furono costituite brigate di produzione nel villaggio, che costituirono da quel momento l’unità di base della contabilità. Ciò significò, per le economie tradizionali dei villaggi, la possibilità di un parziale ritiro dall’economia collettivizzata a livello di contea.

In secondo luogo, all’interno della brigata di produzione i contadini avrebbero potuto impegnarsi nella produzione autonoma. Anche questo permise agli elementi della tradizionale economia familiare contadina di ritirarsi dell’economia collettivizzata rigorosamente controllata. In pratica, lo Stato allentò il controllo totale che aveva esercitato sui contadini sin dalla “sovietizzazione a tutto tondo” degli anni ‘50.

I contadini recuperarono circa il 15% delle terre coltivabili a loro disposizione sotto forma di “terra riservata”, “lotto marginale” e “cortile”. A seguito di questi eventi la produzione agricola riprese e la produzione aumentò.

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10/01/2016

Colombia – Negoziati tra Farc e governo colombiano: la posta in gioco

Per comprendere il significato e la portata dell’accordo recente tra le FARC-EP ed il governo colombiano, occorre ricapitolare succintamente i fattori principali che hanno fatto sì che i Dialoghi dell’Avana si mettessero in moto.

In primo luogo, la verificata impossibilità delle forze imperialiste e degli apparati repressivi e di guerra del regime colombiano di schiacciare militarmente la resistenza guerrigliera, con l’implicito riconoscimento del fallimento del Plan Colombia/Plan Patriota e l'insostenibilità del mantenimento, a medio termine, di una spesa militare che negli ultimi anni ha raggiunto addirittura il 6% del PIL.

In seconda istanza, l’accumulato degli ultimi 15 anni in America Latina, dove diversi processi, alcuni di carattere marcatamente antimperialista ed altri democratico-progressisti, hanno oggettivamente scardinato l’egemonia pressoché assoluta di Washington nel continente, cristallizzandosi in organizzazioni quali l’ALBA, UNASUR e CELAC; processo a cui contribuisce, in questa fase, una maggior presenza, soprattutto economica, di grandi potenze quali Russia e Cina.

In terzo luogo, e conseguentemente a quanto appena detto, la crescente necessità da parte degli USA di combinare bastone e carota in America Latina (esempi lampanti Venezuela e Cuba rispettivamente), anche alla luce della riconfigurazione permanente dei rapporti di forza su scala planetaria che vedono Washington impossibilitato a gestire, incontrastato, diversi teatri operativi o scenari di guerra simultaneamente.

Infine, bisogna considerare che negli ultimi anni il movimento popolare colombiano, uscito con le ossa rotte dalla tenebrosa fase degli anni ’90 e del primo decennio del nuovo secolo, con lo sterminio dell’Unión Patriótica prima e la decimazione dei sindacati e delle organizzazioni sociali poi, si è riarticolato, ricompattato ed è tornato a crescere, dando prova di forza e vigore soprattutto nelle grandi mobilitazioni contadine, indigene e studentesche dell’ultimo lustro. Rilancio delle lotte popolari che si palesa in modo direttamente proporzionale all’aggravarsi della crisi politica, economica e sociale di un regime che, dopo aver cercato inutilmente una autolegittimazione attraverso la guerra totale alla “minaccia narco-terrorista”, ora è costretto a ripulire la propria immagine con una narrazione di “pace”.

Naturalmente, i dialoghi dell'Avana non sono il luogo in cui si può fare la rivoluzione, nessuno lo ha mai affermato e sarebbe folle pensarlo.

Si tratta invece di un tentativo, sui cui esiti definitivi non è ancora lecito pronunciarsi, di entrare in una fase della lotta di classe che veda, mediante il superamento delle principali cause che hanno originato il conflitto armato, la possibilità di fare a meno dell'uso delle armi nell'esercizio della politica (da parte di tutti, tanto della guerriglia come dello Stato).

Non è la prima volta che il conflitto colombiano può entrare in una fase di non belligeranza armata, e se alla lunga il processo dovesse fallire non sarà stata verosimilmente l'ultima.

Sotto questa premessa, in estrema sintesi, le ragioni che rendono strategico il processo di pace sono le seguenti:

1) La stragrande maggioranza del popolo anela la pace e le forze che più si impegnano a costruirla ne avranno un grande riconoscimento; viceversa, se dovesse fallire, coloro che saranno riconosciuti come causa del fallimento non saranno perdonati dal popolo colombiano.

2) Il processo di pace apre spazi di agibilità politica e partecipazione per l'opposizione sociale, che il terrorismo di Stato e il paramilitarismo hanno mantenuto serrati per decenni. Si rafforza quindi il movimento popolare, il cui percorso di rilancio e consolidamento unitari potrebbe entrare in una fase qualitativamente superiore.

3) Il processo di pace ha aperto contraddizioni nel blocco politico oligarchico dominante e nelle forze armate del regime, che si approfondiscono e diversificano man mano che il processo avanza. Le forze della repressione si indeboliscono.

4) Il processo di pace permette di aprire varchi nella coltre di menzogne e propaganda di guerra che è stata minuziosamente e scientificamente stesa per decenni intorno alla natura della resistenza guerrigliera, ai suoi caratteri ed al contesto in cui si è generato e sviluppato il conflitto sociale e armato; facilita la ricerca della verità ed allarga la consapevolezza di essa tanto sul piano nazionale quanto a livello internazionale. Permette inoltre di svelare e riconoscere il fenomeno del paramilitarismo di Stato per quanto concerne la sua origine, i suoi reali propositi, i suoi mandanti e la sua portata.

5) Il processo di pace getta le basi per risolvere la situazione degli oltre 10.000 prigionieri politici, combattenti e non, inclusi coloro che sono detenuti in carceri USA. La guerriglia ha chiarito che non ci può essere la firma di alcun trattato di pace senza la presenza fisica del proprio delegato plenipotenziario Simón Trinidad.

6) I dialoghi dell'Avana hanno messo in moto una dinamica che, anche se indirettamente, mette pressione al governo Santos e moltiplica le voci e i pronunciamenti favorevoli ad una apertura ufficiale di un processo di pace con la guerriglia dell'ELN, con cui i colloqui si sono protratti sino ad ora su un piano esplorativo ed interlocutorio.

7) In questi tre anni di processo, il mondo intero ha potuto vedere, sentire, palpare e cogliere il carattere eminentemente politico di una guerriglia che, soprattutto dopo l'11 settembre 2001 e la rottura dei dialoghi del Caguán (inizio 2002), era stata sottoposta non solo alla più grande offensiva militare controinsorgente della storia contemporanea dell’America Latina, ma anche a una pesantissima campagna di diffamazione, demonizzazione e disinformazione strategica, tesa a dipingerla come “narco-terrorista”.

8) Come sottolineato in tempi non sospetti dall’intellettuale statunitense James Petras, questi dialoghi FARC-governo sono caratterizzati da una differenza sostanziale rispetto ad altri processi di soluzione politica di conflitti, come quelli curdo (con lo Stato turco), basco (con Spagna e Francia), e, a ritroso, quelli centroamericani (Salvador e Guatemala), quello sudafricano e quello irlandese: la presenza ineludibile, nell’agenda comune così come nelle discussioni e trattative, di questioni di ordine strutturale, che afferiscono al modello economico in diversi suoi aspetti. Il concetto è chiaro: se soluzione politica sarà, con tanto di trattato di pace, non si sarà costruito il socialismo ma si saranno gettate nuove ed ulteriori basi per continuare a lottare per esso, con conquiste tangibili sul piano della giustizia sociale.

9) Da quando è iniziato il processo tutte le questioni fondamentali della vita nazionale colombiana, di carattere politico e non, sono passate e continuano a passare per l’Avana. Nonostante i conati di bile dell’uribismo, e i pruriti trionfalistici del governo Santos e delle sue figurine, il fatto che le FARC siano punto di riferimento ineludibile per pensare e realizzare le trasformazioni necessarie al superamento del conflitto, è un dato assodato e riconosciuto da tutti, in Colombia e nel mondo.

10) Tre anni di dialoghi, in cui decine di comandanti e guerriglieri e guerrigliere hanno acquisito ulteriori esperienze non solo sul piano politico e diplomatico, ma anche in altri campi, come quello della comunicazione, rappresentano una scuola formidabile: sono fioriti blogs e nuove pagine web insorgenti, si sono moltiplicate le presenze nei diversi social network, e giovani combattenti hanno potuto formarsi per creare quello che potrebbe essere l’embrione di una futura televisione fariana (Noticiero Insurgente, Mesa Redonda, ecc.). Inoltre, la possibilità di concentrare un numero significativo di membri dello Stato Maggiore Centrale e del Segretariato delle FARC, così come di diversi comandanti di Fronti e Blocchi guerriglieri, in un luogo sicuro e dotato di quelle caratteristiche idonee a sviluppare il lavoro politico, il dibattito teorico e l’interscambio diretto di idee ed esperienze (cosa spesso difficile in Colombia per via dell’intensità della guerra e delle conseguenti misure di sicurezza di necessaria adozione), sta consentendo all’organizzazione guerrigliera di preparare al meglio quella che sarà, in data a noi sconosciuta, la X Conferenza Nazionale (una sorta di Congresso, nonché il momento e l’istanza più importanti in assoluto nelle FARC).

Le precedenti considerazioni possono tornare utili anche a coloro i quali (a dir la verità un’infima minoranza), in Italia come nel mondo, criticano il processo di pace “da sinistra”. Infatti, il non riconoscere l'importanza dei dialoghi significa assumere una visione statica della storia. Osteggiarli massimalisticamente equivale a ritenere che le armi siano un fine e non un mezzo, come se non esistessero – o non potessero esistere per principio – fasi storiche nelle quali il loro impiego non solo non sia necessario, ma addirittura controproducente. Che ci si trovi o meno di fronte a una di queste situazioni non dipende dal fatto, come qualcuno che non menzioneremo ha suggerito, che lo scenario del conflitto sia un paese cosiddetto di “nuova colonizzazione”, ma dipende dal fatto che la “nuova colonizzazione” si è infranta nella sua componente militare e che la Colombia si trova in un continente che ha saputo, al contrario, ridurre la propria dipendenza da Washington. Inoltre, il fatto che si apra o no una fase nuova dipende anche dall'esito più o meno favorevole del processo di pace stesso, e la sua valutazione spetta ai combattenti colombiani, che sicuramente hanno più elementi di quelli che può avere un qualsiasi altro osservatore.

Disconoscere l'importanza strategica della soluzione politica equivale ad assumere una visione non marxista e non leninista della lotta di classe, laddove considerazioni di carattere generale (e spesso astratto) sostituiscono l'analisi concreta della situazione concreta, con tutte le sue specificità e sfaccettature.

Le armi così come sono comparse possono scomparire, se si apre una situazione nuova. In nessun caso si parla di consegna delle stesse. Paragonare il processo di pace dell'Avana a situazioni sgangherate come quella guatemalteca significa non conoscerlo e non sapere da dove viene l’esercito guerrigliero di Manuel Marulanda e dove è deciso ad arrivare.

La ricerca di una soluzione politica è sempre stata una bandiera dell'insorgenza, e non vi sono elementi che possano far pensare ad una rinuncia della guerriglia ai propri obiettivi politici, né tanto meno alla propria ideologia comunista e rivoluzionaria.

A questo punto ci addentriamo più nello specifico dell’accordo raggiunto lo scorso 23 settembre all’Avana, che, come abbiamo premesso, è una tappa (certamente fondamentale) del processo di pace e non può essere separato dal suo insieme.

Perché sono tanto risentiti gli ambienti oligarchici per questo accordo? Perché Santos appariva scuro in volto e preoccupato, mentre i guerriglieri, come riconosciuto persino dalla stampa di regime, erano carismatici e sorridenti?

Qualcuno, a “sinistra”, ha paventato che la stretta di mano tra il Comandante Timoleón Jiménez e Juan Manuel Santos sarebbe favorevole all'imperialismo e sfavorevole alle forze popolari. Si tratta, insistiamo, di una valutazione superficiale e che non tiene conto di una serie di fattori che compongono l’equazione, non ultimo quello dell’ormai innegabile riconoscimento delle FARC come forza belligerante, con tutto ciò che implica e significa.

Concretamente, le ragioni per le quali quello firmato è un accordo molto importante, e che senza dubbio rappresenta un avanzamento rilevante, sono principalmente tre:

1) Ogni funzione investigativa e giudicante relativa al conflitto, che era appannaggio dello Stato, passerà ad essere di esclusiva competenza del nuovo tribunale, conformato da giuristi qualificati e non compromessi in carriere repressive (requisito per essere selezionati), colombiani e internazionali, scelti da un comitato ad hoc nominato a sua volta di comune accordo tra le parti.

Si acclara pertanto che lo Stato non può essere sia parte della guerra che giudice dei fatti che la riguardano. Si riconosce implicitamente che gli organismi inquirenti dello Stato sono parte in causa e hanno svolto una funzione di sostegno, in chiave repressiva, della politica guerrafondaia e antipopolare: risultano pertanto non idonei all'esercizio di una giustizia veritiera.

2) Il tribunale giudicherà fatti specifici, soprattutto riguardanti le violazioni del Diritto Internazionale Umanitario e i crimini di lesa umanità commessi da chiunque, soggetti statali e non, armati e non, compresi ex presidenti. Nessuno è esente dalle indagini: né finanziatori, né promotori, né beneficiari della guerra.

Saranno coperti da amnistia tutti gli atti legati al cosiddetto “delitto politico” (come per esempio la ribellione e ciò che ad essa afferisce), che in nessun modo potranno essere sottoposti a indagine e giudizio.

Viene dunque riaffermato il principio secondo il quale non si processa il diritto universale dei popoli alla ribellione.

3) Le vittime del conflitto ed i loro familiari, che sono milioni, comprese migliaia di esiliati perseguitati dal terrorismo di Stato, avranno con la Giurisdizione per la Pace la possibilità di veder fatta luce sulle circa 2.000 fosse comuni, sui mandanti degli innumerevoli massacri e sui patrocinatori e finanziatori del paramilitarismo; si tratta pertanto di uno strumento poderoso per contrastare la pluridecennale blindatura di regime finalizzata ad assicurare e perpetuare un’impunità pressoché totale. Ma si tratta anche di un meccanismo che contemplerà diverse modalità di risarcimento nei confronti delle vittime stesse e/o delle loro famiglie, e di garanzie affinché il principio della non ripetizione dei crimini sia rispettato da tutti.

Ciò detto, il percorso verso la firma di un Trattato di Pace definitivo non è cosparso di petali di rose e non è privo di ostacoli. Consentiteci di menzionarne alcuni:

Le cosiddette “salvedades”, ossia quei temi – contenuti nei punti dell’Agenda comune – sui quali le parti belligeranti non hanno trovato ancora un consenso. Da qui il fatto che, soprattutto in merito alla questione rurale ed agraria ma anche al punto sulla partecipazione politica, FARC e governo abbiano siglato soltanto accordi parziali. Le “salvedades” andranno tirate fuori dal congelatore ed affrontate in profondità quale passaggio previo ad un accordo finale e generale.

La questione delle armi della guerriglia: il governo e i media straparlano (illudendosi, o comunque mentendo sapendo di mentire) di consegna delle armi, quando invece anche l’Agenda comune sottoscritta dalle parti parla chiaramente di “dejación de armas”, e cioè la cessazione del loro uso in politica; cosa che, come le FARC hanno infinite volte ribadito, dev’essere fatta anche dallo Stato.

Il meccanismo di approvazione popolare di un eventuale Trattato di Pace: il governo colombiano continua a parlare di referendum, magari da spendere in una congiuntura o scadenza elettorale in cui possa autopuntellarsi. Le FARC, invece, hanno da subito proposto un’Assemblea Nazionale Costituente che includa appieno gli esclusi di sempre (movimenti sociali, afrodiscendenti, indigeni, sindacati, ecc.), afferri e sciolga quei nodi eventualmente irrisolti nel processo dell’Avana, e, scrivendo una nuova Costituzione, rifondi il paese sulla base della volontà del Costituente Primario, che è il popolo.

La testardaggine del governo nel continuare ad agire in termini unilateralistici, promuovendo, in sede esecutiva e legislativa, misure e politiche riguardo questioni fondamentali che non solo non sono state affrontate e risolte al Tavolo dei dialoghi dell’Avana, ma che sono in pesante contraddizione con quanto accordato sin qui con le FARC. Testardaggine accompagnata da un’evidente mala fede, palesata anche dopo l’accordo del 23 settembre scorso nella misura in cui i portavoce di Santos hanno dichiarato che sarebbero state necessarie alcune revisioni di questioni che l’accordo stesso precisa e definisce in modo inequivocabile.

La Dottrina della Sicurezza Nazionale e la teoria del “nemico interno”, di matrice USA, che permeano le forze armate e di polizia dello Stato colombiano, e che hanno partorito sin dagli anni ’50 il paramilitarismo come politica contro-insorgente. Senza una netta sterzata, e senza lo smantellamento del paramilitarismo, una pace duratura sarà una chimera.

In conclusione, per le forze popolari e rivoluzionarie colombiane la battaglia per la pace con giustizia sociale è un terreno strategico. Un eventuale spostamento del conflitto dal piano armato a quello politico, non significherebbe in alcun modo l’erosione della lotta di classe, bensì un suo allargamento con la possibilità per le FARC, comunque tutta da costruire, di irrompere politicamente nei grandi nuclei urbani, storicamente più permeabili alla disinformazione dei media oligarchici e meno soggetti agli effetti della guerra. E’ lì, dove oltre il 70% della popolazione colombiana è concentrato, che si giocherà un pezzo decisivo della partita il cui risultato finale, siamo certi, sarà la Nuova Colombia, bolivariana e socialista.

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17/02/2015

Sudafrica: scontro sulla riforma agraria

L’obiettivo dichiarato è “cancellare le ingiustizie nella proprietà della terra conseguenza di 300 anni di colonialismo e di apartheid”, ma alcuni commentatori più maliziosi affermano che il progetto di riforma agraria presentata al parlamento sudafricano dal capo dello Stato Jacob Zuma (Anc) miri soprattutto a tagliare l’erba sotto i piedi ai populisti di sinistra di Julius Malema, ex dirigente della gioventù dell'African National Congress poi buttato fuori per le sue roventi critiche nei confronti dell'immobilismo e della corruzione del partito che fu di Nelson Mandela.

Il governo prova a usare gli stessi argomenti dell'opposizione di sinistra, a cominciare dal divieto di acquisto di terre da parte degli stranieri e dal diritto di riscatto per i neri che furono costretti a cederle negli anni del segregazionismo, dal 1913 in poi.

La linee guida della riforma sono state presentate da Zuma giovedì sera, nel tradizionale discorso sullo “stato dell’unione”. Tra i punti più rilevanti figurano un limite massimo di 12.000 ettari per i proprietari e l’impegno a ridistribuire ai contadini le superfici in eccesso. Quanto agli stranieri, se la legge sarà approvata dovranno accontentarsi di prendere in affitto gli appezzamenti per un periodo massimo di 50 anni e non potranno entrarne in possesso.

In Sudafrica la riforma agraria è in agenda dalla fine del regime di apartheid, nell'ormai lontano 1994. Nonostante le promesse, però, i successivi governi dell’African National Congress (Anc) non sono riusciti - o non hanno voluto - a incidere granché: ancora oggi i discendenti dei coloni bianchi detengono circa l’80% delle terre. E il resto sta finendo nelle mani di alcuni possidenti neri ma altrettanto ricchi e poco avvezzi alla redistribuzione delle terre.

Si capisce allora che partiti di opposizione come gli Economic Freedom Fighters (Eff) di Malema abbiano fatto delle rivendicazioni dei contadini un cavallo di battaglia. Tra un anno in Sudafrica si terranno le elezioni amministrative e la lotta politica è destinata a intensificarsi. Lo hanno confermato giovedì sera i boicottaggi e le risse scatenate dai deputati delle principali forze di opposizione: se i liberali di Democratic Alliance hanno scelto di abbandonare i banchi e di sfilare vestiti di nero in segno di lutto, i deputati di sinistra degli Eff - rigorosamente vestiti di rosso - sono stati espulsi a forza dopo aver energicamente rinfacciato a Zuma i sette milioni di euro di fondi pubblici che avrebbe utilizzato per ampliare la sua villa di famiglia a Nkandla.

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