Lo Zimbabwe ha vietato tutte le esportazioni di litio dopo che il governo ha dichiarato che stava perdendo 1,7 miliardi di euro esportandolo come minerale grezzo anziché trasformarlo in batterie all’interno del paese.
Il litio è prezioso come componente delle batterie elettroniche, principalmente per automobili, telefoni cellulari e computer, tanto che è chiamato “oro bianco”. Il prezzo è salito del 1.100% solo negli ultimi due anni.
Lo Zimbabwe ha la più grande quantità di questo minerale in Africa e ne ha abbastanza per soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale, afferma il governo.
Sebbene sia sulla buona strada per diventare uno dei maggiori esportatori di litio al mondo, il governo afferma che dovrebbe avviare la propria industria delle batterie piuttosto che consentire alle società straniere di dominare la produzione di batterie.
Se avrà successo, questa politica segnerà un cambiamento epocale per l’economia dello Zimbabwe. Come molti altri stati africani ricchi di minerali, lo Zimbabwe ha permesso per decenni che i suoi minerali grezzi fossero estratti dalle multinazionali senza sviluppare industrie locali che potessero lavorarli e creare molti posti di lavoro.
Il Ministero delle miniere e dello sviluppo minerario dello Zimbabwe ha affermato che reprimerà anche i minatori artigianali che estraggono il litio e contrabbandano il minerale attraverso i confini.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/01/2023
06/12/2020
L’Asia vola, l’Italia ignora
Il People’s Daily ha comunicato ieri che in Bangladesh, mercoledì, è stata inaugurata una fabbrica di traversine che servirà per un mega-progetto ferroviario di connessione del paese con la Cina.
Il progetto ha un valore di tre miliardi di dollari ed è finanziato da Ex Import Bank China, nell’ambito della Nuova Via della Seta. La connessione terrestre servirà in futuro ad avere collegamenti merci in vista della delocalizzazione di parti di produzione cinese in Bangladesh, così come in altre aree del Sud Est asiatico.
La Cina sostiene la connessione ferroviaria, portuale, stradale – asiatica e mediorientale – per promuovere lo scambio e favorire quella strategia decisa anni fa; delocalizzare il 15% della produzione industriale cinese verso altre aree, specializzandosi all’interno in produzioni high-tech, sul modello sud coreano.
Le connessioni avranno un effetto di industrializzazione di queste aree e contribuiranno all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, propedeutica alla reflazione salariale (aumento dei salari a tutti i livelli) nelle aree interessate, sul modello cinese degli ultimi trent’anni.
L’Occidente è invece invischiato nel capitale produttivo di interesse, altrimenti detto finanziarizzazione dell’economia.
L’Asia, il Medio Oriente, il Mediterraneo vanno lentamente spostando l’attenzione sull’economia reale, sulla produzione industriale; in definitiva sulla creazione di neo-valore in senso marxiano.
L’accordo asiatico delle settimane scorse ha questo scopo, una divaricazione di politiche economiche tra Occidente e altre aree del Pianeta.
Questa strategia coinvolge il Mediterraneo, ma l’Italia, invece di guardare al Mare Nostrum, grazie a una classe dirigente miope e parassitaria, è aggrappata alla decadente città di Francoforte.
Il nuovo 1200 italiano si potrebbe affacciare prepotentemente, ma qui nemmeno ce ne accorgiamo.
Fonte
Il progetto ha un valore di tre miliardi di dollari ed è finanziato da Ex Import Bank China, nell’ambito della Nuova Via della Seta. La connessione terrestre servirà in futuro ad avere collegamenti merci in vista della delocalizzazione di parti di produzione cinese in Bangladesh, così come in altre aree del Sud Est asiatico.
La Cina sostiene la connessione ferroviaria, portuale, stradale – asiatica e mediorientale – per promuovere lo scambio e favorire quella strategia decisa anni fa; delocalizzare il 15% della produzione industriale cinese verso altre aree, specializzandosi all’interno in produzioni high-tech, sul modello sud coreano.
Le connessioni avranno un effetto di industrializzazione di queste aree e contribuiranno all’aumento della produttività totale dei fattori produttivi, propedeutica alla reflazione salariale (aumento dei salari a tutti i livelli) nelle aree interessate, sul modello cinese degli ultimi trent’anni.
L’Occidente è invece invischiato nel capitale produttivo di interesse, altrimenti detto finanziarizzazione dell’economia.
L’Asia, il Medio Oriente, il Mediterraneo vanno lentamente spostando l’attenzione sull’economia reale, sulla produzione industriale; in definitiva sulla creazione di neo-valore in senso marxiano.
L’accordo asiatico delle settimane scorse ha questo scopo, una divaricazione di politiche economiche tra Occidente e altre aree del Pianeta.
Questa strategia coinvolge il Mediterraneo, ma l’Italia, invece di guardare al Mare Nostrum, grazie a una classe dirigente miope e parassitaria, è aggrappata alla decadente città di Francoforte.
Il nuovo 1200 italiano si potrebbe affacciare prepotentemente, ma qui nemmeno ce ne accorgiamo.
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16/06/2020
Comunità rurali e crisi economiche nella Cina moderna (Seconda parte)
Prima parte
di Sit Tsui (professore associato della Southwest University di Chongqing), Qiu Jiansheng (docente presso l’Istituto di ricostruzione rurale di Fuzhou), Yan Xiaohui (dottoranda in studi culturali alla Lingan University di Hong Kong), Erebus Wong (ricercatore senior della Lingan University) e Wen Tiejun (direttore del Centro di ricostruzione rurale dell’Università Renmin di Pechino). Tutti sono membri fondatori della Global University for Sustainability.
Recupero dell’economia rurale
Quando lo Stato ritirò il sostegno fiscale alla società rurale, restituì ai contadini il diritto al surplus rurale, insieme al diritto alla capitalizzazione di fattori di produzione come la terra arabile e il lavoro.
All’inizio degli anni ‘80 l’accumulazione primaria nell’industria e nel commercio rurali dipendeva principalmente dal meccanismo di internalizzazione della comunità rurale e delle famiglie contadine. Fu un processo di accumulazione intensiva attraverso l’auto-sfruttamento della forza lavoro, usando il lavoro in sostituzione del capitale. Ciò era in contrasto con il settore industriale statale, che richiedeva entrate e prestiti nazionali. Negli anni ‘80 la domanda di beni di consumo nel mercato cinese eccedeva generalmente l’offerta, dando spazio alla crescita delle imprese rurali. Lo sviluppo generale dell’economia rurale aumentò i redditi dei contadini, il che a sua volta stimolò l’economia nazionale consentendo una rapida ripresa. Nel 1981, lo Stato non registrò alcun deficit fiscale ma un avanzo primario di 3,74 miliardi di RMB.
Con lo scoppio di una nuova crisi nel 1981, il governo non riuscì più a trasferire il lavoro urbano in eccesso nei villaggi attraverso la mobilitazione ideologica così come aveva fatto negli anni ‘60 e ‘70. Anzi, le decine di milioni di giovani istruiti che erano stati inviati in campagna tornarono in città. La crisi sembrava quindi destinata ad un “impatto duro” nelle città. Allo stesso tempo il Partito Comunista aveva abbracciato le riforme rurali per aumentare la produttività delle campagne. Dal 1982 l’economia rurale crebbe rapidamente, soprattutto prima che i TVE (Township and Village Enterprises, imprese pubbliche orientate al mercato sotto la competenza dei governi locali ndt) fossero soppressi da politiche loro sfavorevoli al servizio degli interessi acquisiti dai settori urbani. Infatti, dopo il 1984, i TVE divennero la principale spinta della ripresa economica.
Durante questo processo si distinsero tre aspetti della politica cinese.
Il primo era la popolazione contadina. Il loro crescente potere d’acquisto a seguito dell’aumento del reddito in contanti compensò la diminuzione della domanda da parte dei settori urbani. L’economia rurale in forte espansione sostenne l’economia nazionale nel suo insieme. Dopo aver condiviso i benefici iniziali della riforma, i contadini aumentarono gli investimenti con l’aspettativa di rendimenti più elevati. Ciò fece salire la domanda di beni industriali e fornì molti beni di consumo di bassa fascia. Gli incrementi nella circolazione delle merci fisiche assorbì l’espansione monetaria e il deficit fiscale che altrimenti avrebbero portato all’inflazione.
Il secondo fattore era la comunità di villaggio. Negli anni ‘80 circa due terzi dei villaggi possedeva ancora beni collettivi e il diritto di distribuire i guadagni. Le collettività rurali, facendo uso dei fattori di produzione (capitale collettivo, forza lavoro di alta qualità e risorse della terra) da poco sotto il loro controllo, poterono iniziare l’accumulazione primaria industriale a basso costo attraverso l’internalizzazione del rischio esterno, una caratteristica tradizionale delle comunità rurali.
Il terzo fattore era il mercato. Le riforme del mercato e l’apertura economica preliminare della Cina portarono a un’esplosione della domanda di beni di consumo di bassa fascia. I settori industriali urbani erano allora ancora sbilanciati a favore delle industrie militari e pesanti e non erano in grado di soddisfare quella domanda. Quasi priva di concorrenti, l’industria rurale riuscì ad assumere una quota considerevole della produzione per il mercato dei beni di consumo di bassa fascia.
Numerosi studi hanno concluso che le riforme della Cina negli anni ‘80 hanno rappresentato un adeguamento graduale. Nei fatti, la riforma fu un aggiustamento delle attività fisiche, sia vista in termini di riforma fondiaria (che modificò sostanzialmente i rapporti di proprietà) sia come modifica alla struttura distributiva nazionale. Si trattò, in sostanza, di un cambiamento radicale nella struttura delle attività fisiche.
Se esiste un aspetto di questo processo che può essere definito incrementale, certamente questi sono i rendimenti marginali degli investimenti nel settore rurale, decisamente più alti di quelli dei settori industriali. Data la possibilità di investimenti autonomi e di sostegno al capitale, l’economia rurale ebbe la possibilità di generare tassi di rendimento molto più elevati rispetto a quelli dell’industria urbana con la stessa quantità di concessioni fiscali.
Nonostante una politica macroeconomica tesa a favorire l’industria urbana, questo sviluppo rurale autonomo dimostrò rapidamente il suo vantaggio istituzionale. Dall’industrializzazione rurale alla fine degli anni ‘70 fino al 1988, la produzione dei TVE crebbe generalmente a un tasso annuo del 30%, il 10% in più di quello dell’industria statale e quasi il 10% in più del tasso di crescita della produzione lorda sociale generale. Fu la principale forza trainante dello sviluppo rurale e della crescita economica nazionale in generale.
In sintesi, durante gli anni ‘80, le regioni rurali avevano completato l’accumulazione primaria di capitale per l’industrializzazione. La cosiddetta accumulazione primaria di capitale è generalmente un processo sanguinoso. Eppure negli anni ‘80 il processo di industrializzazione rurale in Cina fu tutt’altro che violento, sebbene non poco complicato. Anche le rivendicazioni erano molto rare in quel periodo. Questo perché i contadini avevano il diritto di sviluppo autonomo, il che portò loro un reddito più elevato e, a sua volta, guidò la crescita dei consumi interni che aiutò l’economia urbana. Pertanto si potrebbe dire che per un certo periodo il paese non conobbe gravi disparità tra città e campagna. Ma verso la fine del decennio ‘80 e in particolare durante gli anni ‘90 nuove politiche iniziarono ad erodere il diritto allo sviluppo autonomo dei contadini.
Riequilibrare le tre principali disparità
Le misure contro la crisi del governo fecero ancora una volta affidamento sul trasferimento dei costi istituzionali sulla società rurale. In nome della strategia di sviluppo economico costiero, ai TVE fu chiesto di importare materie prime dall’estero e di concentrarsi sulla produzione per i mercati esteri, ritirandosi quindi dal contesto nazionale. Le imprese urbane principalmente di proprietà statale e gravate dal debito riuscirono quindi a evitare la concorrenza con le imprese rurali emergenti, che non erano appesantite come quelle cittadine. Tuttavia, quanto deciso si rivelò devastante per i TVE ancora in una fase iniziale di sviluppo. E come se non bastasse, furono tagliati gli investimenti statali in beni pubblici come istruzione, cure mediche, governi locali e organizzazione di partito.
Dal 1989 il reddito in contanti pro capite dei contadini diminuì per tre anni consecutivi. Un numero enorme di braccianti rurali non ebbe altra scelta che trasferirsi in città per cercare lavoro: nel 1993 il deflusso di manodopera rurale raggiunse i 40 milioni di unità. Allo stesso tempo, i governi locali e le organizzazioni di base trasferirono i costi ai contadini imponendo tasse e imposte. Naturalmente i conflitti sociali nelle regioni rurali aumentarono notevolmente e le tensioni si intensificarono.
Una drammatica conseguenza dell’orientamento strategico verso gli interessi urbani fu la soppressione dell’economia rurale e la drastica diminuzione del consumo da parte dei contadini, che costituivano ancora la maggioranza della popolazione. La domanda interna nazionale diminuì e le contraddizioni interne della struttura economica peggiorarono. L’economia cinese fu costretta a passare dal soddisfacimento della domanda interna alla crescita trainata dalle esportazioni. Un simile cambiamento spiega in parte perché la Cina negli anni ‘90 fu così ansiosa di abbracciare la globalizzazione e di integrarsi nell’economia capitalista globale.
Durante questo periodo, il problema principale riscontrato dalla Cina venne dalla sua prima ondata di sovrapproduzione. Uno dei primi esperti a proporre politiche per affrontare questo problema fu Justin Lin Yifu dell’Università di Pechino, che dichiarò già nel ‘97, quando scoppiò la Crisi Finanziaria Asiatica, che il problema della Cina era un “circolo vizioso causato da un doppio surplus (eccedenza produzione e surplus di manodopera)”. La conseguenza di questa crisi fu che 400.000 imprese statali chiusero i battenti e 40 milioni di lavoratori furono licenziati. Coloro che sopportarono i costi di una tale crisi furono tanto gli operai industriali urbani quanto i contadini rurali.
La risposta del governo alla crisi si basò sulle considerazioni politiche dei più importanti economisti del paese, come lo stesso Justin Lin Yifu, Ma Hung e Lu Baifu. Anche i funzionari cinesi responsabili delle politiche economiche avvertivano la gravità del problema. Di conseguenza, a partire dal 1998 furono adottate forti misure di aggiustamento. Per stabilizzare la crescita economica, il governo centrale emise direttamente debiti nazionali a sostegno degli investimenti.
Nel 1998 l’economia cinese venne rapidamente rimodellata dalla riforma della commercializzazione delle istituzioni finanziarie. Le quattro principali banche – Bank of China, Agricoltural Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China, China Construction Bank – presentavano sofferenze per un totale di oltre un terzo del loro capitale. Le banche mancavano di fondi sufficienti per finanziare gli investimenti. Ecco perché il governo centrale dovette emettere direttamente i debiti nazionali per sostenere gli investimenti nelle infrastrutture; per fare un esempio, dei 33,6 trilioni di RMB investiti nello sviluppo del Great West, oltre i due terzi erano investimenti del debito nazionale.
Molte persone si sono chieste perché la Cina sia stata così fortunata da essere risparmiata dalla crisi finanziaria asiatica. In realtà, all’inizio della crisi il paese non è stato assolutamente risparmiato. Come abbiamo detto, negli anni ‘90 la Cina presentava un’economia trainata dalle esportazioni, e si basava dunque sulla domanda d’oltremare per sostenere la sua crescita: l’improvviso declino di quella domanda minacciò, com’è evidente, una crisi imminente. La cosiddetta “esperienza cinese” che permise di evitare la crisi non fu altro che una mossa fatta direttamente dalle mani visibili del governo, nella forma di un aggiustamento anti-ciclico.
Le misure in risposta alla prima ondata di sovrapproduzione non solo furono efficaci ma affrontarono anche la questione dello sviluppo regionale squilibrato. Lo sviluppo del Great West iniziato nel ‘99 vide uno stanziamento complessivo di 3,6 trilioni di RMB. L’ascesa di Chongqing non sarebbe stata possibile senza gli investimenti infrastrutturali su larga scala dello Stato nelle regioni montuose. Oggi Chongqing è tra i leader nella crescita del PIL non solo nella Cina occidentale, ma anche considerando tutta la nazione. Questa crescita è stata resa possibile dagli investimenti statali durante lo sviluppo del Great West. Nel 2001 il progetto Northest Revival portò un investimento complessivo di 2,4 trilioni di RMB e nel 2003, quando l’ex premier Wen Jiabao entrò in carica, furono avanzate nuove politiche di crescita per le regioni centrali. Tutti gli investimenti del governo erano finalizzati all’aggiustamento dello sviluppo diseguale tra le regioni.
Il Sannong New Deal del 2006
Alla fine degli anni ‘90 le fluttuazioni macroeconomiche portarono a un deterioramento e poi a una crisi della governance rurale. A partire dal 2003 il Partito ribadì l’importanza del Sannong, sottolineandolo come il problema più importante che il Paese doveva affrontare. Nel 2005 la nuova politica della Campagna Socialista fu evidenziata come la principale strategia nel futuro sviluppo della Cina.
Dopo che furono attuate una serie di politiche pro-rurali, il settore rurale ebbe la possibilità di riprendersi e la funzione di regolamentazione del suo bacino di forza lavoro fu parzialmente ripristinata. Queste politiche svolsero un ruolo positivo nel correggere lo squilibrio strutturale di lunga durata nell’economia nazionale (sovra capacità industriale, eccesso di capitale, surplus di manodopera, disparità tra le regioni costiere e l’interno, polarizzazione rurale-urbana e disuguaglianza di reddito) e migliorare la sostenibilità dello sviluppo della Cina. Lo fecero seguendo tre direzioni principali.
Innanzitutto, nel periodo 2003-08 gli investimenti nel settore rurale (compresi agricoltura, silvicoltura, irrigazione, meteorologia, tecnologia agricola, aiuti agrari e infrastrutture agricole) ammontarono a 1.473,1 miliardi di RMB. L’investimento fiscale nei tre settori agricoli nel periodo 2003-09 fu di 3.096,7 miliardi di RMB, con una media di 15.000 RMB per famiglia. Fu significativamente aumentato lo stock di capitale nel bacino di capitale rurale e vennero stanziati investimenti infrastrutturali che aumentarono notevolmente le opportunità di lavoro locale non agricolo. La funzione di regolamentazione, un tempo indebolita, del bacino di forza lavoro rurale fu quindi ripristinata.
In secondo luogo, gli investimenti pro rurali stimolarono la domanda di consumi rurali. Nel periodo 2000-03 l’aumento annuale del volume delle vendite al dettaglio per il mercato rurale al di sotto del livello della contea dei beni di consumo era stato di soli 100 miliardi di RMB. Nel 2004 il dato si ritrovò più che raddoppiato, raggiungendo i 231,2 miliardi. È stato stimato che la grande spinta dell’iniziativa “Nuova ricostruzione rurale” avrebbe aumentato ulteriormente il volume delle vendite al dettaglio rurale di beni di consumo di 400 miliardi di RMB all’anno, con un aumento di oltre il 2% del PIL.
In terzo luogo, un flusso di risorse significative verso il settore rurale contribuì ad allentare le tensioni tra contadini e governi rurali. Ora il conflitto principale riguardava la distribuzione dei benefici all’interno delle comunità rurali. Il settore rurale divenne più stabile, una condizione importante e necessaria, poiché costituiva la base sociale del Sannong. Queste furono le condizioni di partenza che offrirono alla Cina un ampio margine di manovra per far fronte alla crisi globale del 2008.
Un confronto tra le risposte alle crisi del 1997 e del 2008
Dopo la metà degli anni ‘90 la Cina è diventata dunque sempre più dipendente dai mercati esterni. Durante l’integrazione del paese nel mercato globale, il capitale straniero divenne un fattore dominante nell’adeguamento strutturale causato dall’espansione all’esterno del capitale industriale cinese. Sia la crisi finanziaria asiatica del 1997-98 sia la crisi finanziaria globale del 2008 sono state crisi “importate” dall’esterno. Questi due eventi esogeni furono molto simili nei loro sintomi e nelle risposte che provocarono.
Innanzitutto i sintomi. Prima di ogni crisi, l’economia nazionale si trovava nella condizione di dipendere fortemente dalle esportazioni. Una volta scoppiata la crisi, l’improvviso calo delle esportazioni ha immediatamente portato a un calo del tasso di crescita e all’aumento della disoccupazione. Nel valutare la risposta ufficiale, è importante notare che, contrariamente alle misure deflazionistiche adottate nelle crisi precedenti, il governo cinese nel 1997 e nel 2008 ha adottato una politica espansiva su larga scala per allargare gli investimenti e stimolare la domanda interna nel tentativo di salvare la crescita economica da un forte calo.
Nonostante il successo nel rianimare l’economia, le misure di salvataggio del 1997-98 sono state distorte a favore degli interessi urbani, portando a un’appropriazione eccessiva delle risorse rurali. Si è deciso di far sostenere al settore rurale la maggior parte dei costi istituzionali, infiammando così ulteriormente i conflitti sociali.
Al contrario, le misure di salvataggio del 2008-09 hanno enfatizzato gli investimenti nel settore rurale, in continuazione con le politiche “Sannong” del governo in carica dal 2003. Due dei tre fattori di produzione (vale a dire: capitale e lavoro) sono rifluiti nei settori delle zone rurali in modo significativo e hanno parzialmente ripristinato la funzione di regolamentazione del bacino di forza lavoro rurale. Si è iniziato a costruire un secondo bacino di capitale (il primo era quello nel settore urbano) nell’economia rurale a livello di contea.
Tali politiche si sono quindi rivelate reciprocamente vantaggiose sia per il settore urbano sia per quello rurale. Tuttavia fu anche in questo periodo che l’intera società dovette sostenere l’enorme costo dell’industrializzazione nazionale. Per la prima volta, l’industria secondaria cinese rappresentava oltre il 40% dell’economia nazionale.
Dalle esperienze della Cina nell’affrontare le crisi è evidente che il Sannong è stato il principale portatore delle pressioni economiche e sociali causate dalle fluttuazioni cicliche macroeconomiche. È stato anche un ammortizzatore capace di regolare l’instabilità economica. L’importanza del Sannong per la sicurezza economica e lo sviluppo sostenibile in Cina è fuori discussione. Va detto però che, nella fase della tarda industrializzazione, la struttura socioeconomica della Cina rurale, che era sempre stata la base stabilizzatrice e il regolatore dello sviluppo economico, stava subendo cambiamenti drastici e fondamentali.
Risorse sulle terre rurali
Dopo che nel 2003 il governo centrale aveva sottolineato l’importanza del Sannong per tutti i compiti economici importanti, la nuova Campagna Socialista è stata finalmente avviata nel 2005. Finora il progetto ha portato investimenti di oltre 1 trilione di RMB, principalmente finalizzati alla correzione dello squilibrio urbano-rurale nello sviluppo. Al di fuori di alcune sacche di povertà, oltre il 98-99% delle regioni rurali ora dispone di elettricità, acqua, banda larga e gas naturale, oltre all’accesso stradale. Di conseguenza, le piccole e medie imprese sono fiorite. In precedenza i contadini erano felici di rinunciare ai loro contesti rurali per diventare famiglie urbane: ora la situazione si è in qualche modo invertita, dal momento che molte famiglia urbane sono tornate nei loro villaggi originari chiedendo di ritornare alla loro identità contadina e registrandosi come famiglie rurali.
Gli investimenti del governo destinati alle infrastrutture, intesi ad affrontare il problema della sovrapproduzione, hanno notevolmente aumentato il valore delle attività fisiche. Allo stesso modo, attraverso gli sforzi dello Stato nella costruzione di strade e nella fornitura di servizi e comunicazioni alle regioni rurali, risorse che prima non venivano contabilizzate hanno aumentato molto il loro valore in termini monetari. Con l’accesso ai trasporti e alla comunicazione, i prodotti, i paesaggi e l’ambiente non inquinato delle regioni rurali sono diventati preziosi e attrattivi, cosa che ha a sua volta aumentato il valore delle proprietà fisiche. Alla fine degli anni ‘90 il valore delle proprietà reali dei contadini ammontava solo a circa 10 trilioni di RMB. Ora ha superato i 100 trilioni. Questo enorme aumento ha raggiunto ogni singolo possessore di tali beni, compresi i contadini ai livelli più bassi della società.
L’aumento del valore delle proprietà fisiche ha anche offerto un’altra opportunità, sotto forma di una disposizione del governo centrale per aumentare notevolmente l’offerta di moneta. La crescita del commercio internazionale e degli investimenti esteri, nonché la crescita dei valori patrimoniali e del volume delle transazioni, facilitano ulteriormente l’espansione monetaria. Inoltre, le entrate del signoraggio generate dalla monetizzazione vanno al governo centrale. Dato che il conto capitale cinese non è completamente aperto verso l’estero, gli investimenti esteri che vi entrano possono entrare solo in aree legate alla produzione. Non sarebbe permesso entrare direttamente in Cina per guidare la speculazione sulla valuta e sul mercato dei capitali.
È questo un punto che vale la pena sottolineare: è proprio perché la valuta nazionale e il mercato dei capitali non sono aperti che l’impennata domestica del capitale finanziario è stata possibile. Il paese ospita già il maggior volume di transazioni finanziarie al mondo e quattro delle cinque maggiori banche mondiali sono cinesi.
La maggior parte dei cinesi non crede che queste grandi banche potrebbero fallire. Questo perché oltre l’80% del fondo di capitale di queste banche proviene dallo Stato. Supportate dalla credibilità dello Stato, le banche possono sopportare obblighi di debito a lungo termine. C’è certamente molto da criticare in un tale sistema di capitale finanziario statale, ma un punto a suo favore è la stabilità. Se diventa bancarotta, ciò significa che è fallita la credibilità stessa dello Stato.
Nel 1998, quando è scoppiata la crisi finanziaria dell’Asia orientale, oltre un terzo dei bilanci delle quattro principali banche era costituito da crediti inesigibili. Nella maggior parte delle nazioni occidentali, tale banche sarebbero state insolventi, secondo il requisito patrimoniale del 8% stabilito dagli accordi di Basilea. Ciò non è accaduto in Cina. Con la politica stabilita dal governo centrale, i crediti inesigibili sono stati rimossi e gestiti da quattro società di gestione patrimoniale. Le banche hanno quindi ricevuto nuovo capitale per soddisfare gli accordi di Basilea e quotate in borsa per il finanziamento. Questo è l’approccio cinese alla crisi finanziaria.
Autogoverno rurale
Con l’affermazione ufficiale della “civiltà ecologica” come obiettivo della trasformazione strategica della Cina nel nuovo secolo, i continui squilibri e le carenze nello sviluppo del paese sono diventati la contraddizione principale. Lo squilibrio e le carenze hanno assunto la forma di tre grandi disparità: quella tra le regioni costiere e l’interno, tra le aree urbane e rurali e tra ricchi e poveri.
Il grave squilibrio urbano-rurale deriva dalle politiche adottate negli anni ‘90. Il problema principale è la questione dei contadini, ed in particolare i loro diritti. Ecco perché il punto di vista del 19esimo Congresso [nell’ottobre 2017, ndr], che individua nello sviluppo squilibrato e insufficiente la contraddizione principale, è molto rilevante.
L’adeguamento strategico e la riorganizzazione strutturale sono le scelte necessarie per la nuova era, perché oltre alle questioni del debito elevato e del grave inquinamento, la Cina deve affrontare anche il problema di una seconda ondata di sovrapproduzione.
Di recente, Xi ha proposto due principali politiche strategiche nazionali per affrontare queste sfide. La prima è l’iniziativa One Belt, One Road, che comprende la creazione dell’Asia Infrastructure Investment Bank, intesa ad alleviare la crisi di sovrapproduzione. Questo progetto ha portato a un aumento della costruzione finalizzata al trasporto terrestre, per collegare la Cina ai paesi vicini e stimolare lo sviluppo di risorse ed energia; prevede poi investimenti in infrastrutture per trasferire industrie e tecnologie appropriate nei paesi meno sviluppati, nonché per stimolare l’occupazione non agricola e lo sviluppo sostenibile nei paesi ricchi di manodopera; infine vuole aumentare lo scambio culturale per facilitare l’integrazione economica e risolvere i conflitti geopolitici. La seconda politica importante è l’integrazione di “una Bella Cina” con la “Civiltà Ecologica”, per alleviare la crisi ambientale e sociale: mira a ridurre le disparità nello sviluppo urbano-rurale, nello sviluppo tra regioni e nel tenore di vita, e garantisce un accesso equo ai servizi pubblici di base e un buon ambiente di vita, come anche un consolidato sistema di governance sociale.
Inoltre, nel rapporto del 19esimo Congresso, l’accento non è più sulle elezioni dirette rurali ma piuttosto su un’efficace governance di queste zone. La differenza principale tra governo e governance è che il primo è un sistema esecutivo dall’alto verso il basso, mentre il secondo implica interazioni dinamiche e sfaccettate tra diversi gruppi. Solo attraverso l’espressione adeguata di opinioni diverse si può ottenere una sana governance. Ma anche oggi, la maggior parte degli studiosi di governance rurale prendono il “governo” come concetto cardine e non propongono altro che il rafforzamento di norme e regolamenti. Una buona governance richiede l’instaurazione di relazioni strutturate tra diversi gruppi sociali, attraverso diverse attività economiche e culturali basate sulla naturale diversità che deriva dal clima, dall’area geografica e da altri fattori.
Nella storia, la governance del basso strato della società rurale differiva fortemente dal sistema di rango superiore rappresentata dal controllo imperiale centralizzato. Quest’ultimo ha realizzato il controllo sociale e la collaborazione in gran parte attraverso le contee e le prefetture, mentre le regioni rurali al di sotto del livello delle contee e delle prefetture erano autosufficienti e autonome.
Dall’emergere del sistema di contea e prefettura, le regioni rurali della Cina sono state la struttura fondamentale della stabilità sociale. I due sistemi hanno formato un binario di istituzioni governative per una società agricola: lo standard di rango ufficiale per la società di livello superiore e l’autogoverno rurale per il livello inferiore. In termini di rilancio rurale, un compito essenziale dovrebbe essere il rilancio dell’autogoverno rurale.
Osservazioni conclusive
La politica di redistribuzione della terra alle famiglie rurali è stata a lungo un mezzo efficace per risolvere le crisi urbane, sfruttato non solo nel 1950 da Mao, ma anche trenta anni dopo da Deng Xiaoping. Chiaramente la doppia struttura rurale-urbana rimane di fondamentale importanza. Sappiamo che le dinastie che hanno attuato una politica di distribuzione della terra e di esenzione fiscale hanno generalmente mantenuto una stabilità a lungo termine. Solo i riformatori neoliberisti nella Cina continentale hanno tentato di cambiare questa istituzione.
Quando la Cina è entrata nel sistema capitalistico globale, i fattori chiave del suo successo economico sono stati la capacità del governo centrale di attuare misure anticicliche, nonché la capacità dei governi di basso livello di sostenere la base rurale per garantire un “atterraggio morbido” al resto dell’economica cinese nei momenti di crisi. Questo, a sua volta, è il motivo per cui la Cina sta ora cercando di affrontare le persistenti carenze nel suo sviluppo, dalla riforma del “lato dell’offerta” nelle industrie e nell’agricoltura alla realizzazione delle principali strategie statali di civiltà ecologica e rivitalizzazione rurale.
Fonte
24/05/2020
Comunità rurali e crisi economiche nella Cina moderna (Prima parte)
«Adeguato?» Paragonate ai livelli materiali dei contadini occidentali, le comuni cinesi sono ancora molto povere. Ma il livello di vita che esse forniscono è «adeguato», tuttavia, addirittura al di là dei vecchi sogni di quegli analfabeti affamati, sfiancati dal lavoro, senza terra, quali erano la maggior parte dei contadini della Cina prerivoluzionaria.
Edgar Snow, La Lunga Rivoluzione, Einaudi, 1973
Pubblichiamo questo contributo a “10 mani” scritto da 5 ricercatori/trici cinesi apparso sulla Monthly Review il 1 Settembre 2018. Si tratta di un testo tradotto dal cinese all’inglese da Alice Chan per la prestigiosa rivista della sinistra anti-imperialista nord-americana, frutto di una ricerca sostenuta dal China National Science Foundation.
Il focus principale di questo contributo è quello che potremmo definire la “questione agraria” o meglio le “Tre questioni agrarie” – se volessimo tradurre con un calco il termine cinese Sannong (San Nong) – che comprendono l’agricoltura, le aree rurali e i contadini.
Questi aspetti sono centrali per capire il processo di trasformazioni nella Cina contemporanea dall’affermarsi della strategia rivoluzionaria di Mao Tse Tung fino al 19° Congresso del PCC nel 2017. La cosiddetta “Nuova Via della Seta” ed il progetto “A Beautiful China” della “Ecological Civilization” per la rivitalizzazione rurale sono stati individuati da tale Congresso come gli assi principali del modello di sviluppo cinese.
La tesi principale dell’articolo è che la questione agraria sia sempre stata di centrale importanza nella storia della Repubblica Popolare Cinese. La capacità di mobilitazione fondata sull’ideologia ha infatti rappresentato un fattore chiave nella stabilizzazione della Repubblica Popolare, il surplus agricolo ha fornito le risorse necessarie per l’accumulazione industriale originaria e in determinati momenti la campagna ha fornito la domanda di cui i distretti urbani-industriali necessitavano.
Ma soprattutto il settore agricolo ha ripetutamente svolto la funzione di “cuscinetto” per l’economia della Cina intera, assorbendo in maniere diverse le varie crisi che si sono succedute: drenando l’eccesso di moneta ed il deficit fiscale in modo che non si sviluppassero le iper-inflazioni che avevano afflitto la Cina pre-rivoluzionaria. Ha fornito le risorse necessarie alla ripartenza economica, e fungendo da “bacino” di forza lavoro è stata in grado, sia di fornire lavoratori sia di riassorbirne per ridurre la disoccupazione urbana.
Alla nascita della Repubblica Popolare nel 1949 la riforma agraria aveva assicurato l’accesso alla terra alla maggior parte della popolazione, che risedeva per i 9/10 nelle campagne, voltando le spalle al regime semi-feudale di proprietà della terra e ad uno Stato che aveva il profilo della burocrazia di stampo confuciano e dell’odiata figura dell’esattore di tasse.
La transizione al “capitalismo nazionale” – base necessaria per l’ulteriore sviluppo del socialismo nella teorizzazione condivisa dalla dirigenza cinese e sovietica d’allora – era lo scopo della “Nuova Democrazia”. «La nuova democrazia è il capitalismo nazionale sotto la leadership del Partito Comunista», affermava Mao.
Il coinvolgimento politico della popolazione rurale anche dopo la rivoluzione è stato un fattore determinante sin dal Primo Piano Quinquennale (1952-1957) ed è una costante anche in periodi difficili come quello successivo alla rottura della relazione Cina-URSS in piena Guerra Fredda – si pensi al Movimento di educazione socialista lanciato nel 1962 ed ancora maggiormente la “Rivoluzione Culturale”. Gli autori giudicano questa capacità il “primo trionfo del capitale statale sul capitale privato attraverso la mobilitazione rivoluzionaria”.
Il contrasto a quella che Mao chiamerà “la tendenza spontanea al capitalismo”, cioè il riemergere dei rapporti sociali pre-rivoluzionari e la loro correlata forma mentis, sarà uno dei compiti precipui dei rivoluzionari anche contro gli stessi membri del partito.
Come afferma Edgar Snow in “La Lunga Rivoluzione”: “i tentativi della reazione vennero soprattutto sconfitti da dirigenti del partito capaci di dimostrare, alle poverissime masse contadine di un paese nel quale c’era solo mezzo acro di terra coltivabile a testa, che per una continua espansione economica che fosse di beneficio per tutti non c’era altra strada che quella di creare un capitale collettivo per mezzo dello sforzo collettivo, incessante, basato sulle forze disponibili”.
La rottura tra Cina e URSS ha voluto dire per quest’ultima il periodo di maggior contrazione economica nella decina di “crisi” della linea ascendente dell’accumulazione cinese. È stato uno dei periodi più impegnativi dal punto di vista delle relazioni internazionali, con un movimento comunista che si “scindeva” tra i suoi due maggiori attori e che entravano in notevoli frizioni tra di loro proprio quando la lotta di liberazione coloniale dei popoli del “Tricontinente” stava conoscendo un notevole slancio.
L’economia industriale cinese, dopo il mancato raggiungimento degli obiettivi del Secondo Piano Quinquennale (1957-1962), dovette essere allora riorientata alle esigenze di difesa bellica, anche per conseguire quel differenziale strategico indispensabile in chiave difensiva che era il possedimento di una autonoma capacità nucleare a livello militare – conquistata nell’ottobre del 1964 nonostante la “rottura” con l’URSS – e un sistema balistico adeguato.
Allo stesso tempo doveva rendere il tessuto produttivo nazionale il meno vulnerabile possibile rispetto a possibili invasioni straniere, spostandolo verso l’interno. “Il Terzo Fronte” era una strategia comprensibile, considerando che la Cina contemporanea era stata soggetta agli appetiti di tutte le potenze imperialiste compreso il Giappone.
Questa ristrutturazione interna ha richiesto uno sforzo notevole il cui peso maggiore si reggeva sulle spalle dei contadini.
Ma il nemico più temibile per Mao non era all’esterno dei confini della Repubblica Popolare, ma all’interno ed ormai solidamente installato in tutte le maggiori istanze del Partito e nelle istituzioni post-rivoluzionarie, tranne che nell’esercito – dalle università agli apparati culturali dai sindacati alle organizzazioni giovanili comuniste.
Un ceto burocratico urbano stava occupando posizioni rilevanti in tutti gli apparati e soffocava lo sviluppo rivoluzionario e l’emersione delle contraddizioni che stavano maturando, spostando tra l’altro pericolosamente il centro gravitazionale dalle campagne alle città.
La Grande Rivoluzione Culturale Proletaria lanciata a metà anni '60 da Mao spezzerà “momentaneamente” questa tendenza, spazzando via i suoi attori di primo piano, dando nuova linfa al processo rivoluzionario a livello popolare – in particolar modo tra i giovani – e ribilanciando l’intero corso storico per “porre prima di tutto l’accento sulle zone rurali”.
Fu anche un processo di “rieducazione” di massa in seguito all’autocritica per coloro che ricoprivano un qualsiasi incarico di responsabilità, fino alle più alte sfere, “temprandosi” nel duro lavoro manuale della campagna e nella cooperazione collettiva per il perseguimento di uno scopo comune.
Si trattava di una scelta volontaria/incentivata accompagnata da uno studio intenso del pensiero di Mao, fondamento ideologico maturato negli anni più duri della ventennale lotta armata del Partito Comunista Cinese.
Così descrive molto lucidamente questa dinamica un contemporaneo: “è una cosa positiva per tutti allontanarsi dalla routine – imparare cosa sia il lavoro. Sì, torniamo tutti migliori da questa esperienza”.
Sotto la doppia pressione della situazione geopolitica esterna e del burocratismo interno, grazie alla “Rivoluzione Culturale” emersero le contraddizioni tra il processo di modernizzazione post-'49 dentro la realtà del conflitto inter-imperialista e lo sviluppo rivoluzionario.
La “Rivoluzione Culturale” è un periodo che l’attuale dirigenza comunista della Repubblica Popolare considera in maniera negativa – come tra l’altro riportano gli autori – ma che va ripreso e compreso al meglio alle nostre latitudini per una interpretazione corretta dello sviluppo storico cinese e per il portato rivoluzionario che ha offerto anche ai comunisti in Occidente, in particolare nei suoi due pilastri di lotta all’imperialismo e di lotta al revisionismo.
Nel corso degli anni '80, come per grande parte della storia della Repubblica Popolare, lo sviluppo dell’agricoltura (attraverso l’istituzione delle “Imprese delle Città e dei Villaggi”, o TVE) era stato il fattore trainante per lo sviluppo economico più complessivo e la base dell’accumulazione per l’industrializzazione.
La popolazione rurale, infatti, era stata centrale grazie al suo potere d’acquisto, alla sua domanda di prodotti industriali e beni di consumo, e all’assorbimento dell’eccesso di moneta e del deficit fiscale, con il quale aveva neutralizzato una possibile ondata inflazionistica.
Durante i decenni precedenti, una importante funzione del settore agricolo è stata quella di fungere da bacino di forza lavoro, in grado di fornire manodopera se necessaria e di assorbirne quando in eccesso. Nel corso di tre ondate – tra l’inizio degli anni '60 e metà degli anni '70 – 40 milioni di giovani cinesi istruiti si erano trasferiti dalla città alla campagna contribuendo allo sviluppo dell’economia agraria cinese e riducendo la disoccupazione urbana.
Tuttavia lo stesso numero lascerà le campagne per la città dal 1989 al 1993 a causa del deterioramento relativo della vita rurale.
Gli anni '90 – soprattutto i primi – infatti videro venire meno quel ruolo economicamente dinamico e socialmente stabilizzante delle campagne a cui era storicamente ricorsa la dirigenza del Partito Comunista nelle varie fasi che avevano caratterizzato la Cina post-rivoluzionaria.
Secondo gli autori, si tratta di uno dei fattori di criticità maggiori, che renderà il processo di modernizzazione attraverso la globalizzazione capitalista un vettore di destabilizzazione del rapporto fino a quel momento intercorso tra città e campagna, tra zone costiere e l’entroterra e tra differenti strati sociali, aumentando le disparità e gli squilibri ed al riemergere prepotente – diciamo noi – della lotta di classe sia nelle campagne che nelle città.
Si era quindi invertita una tendenza e consumata una “cesura” con un modello di sviluppo non più auto-centrato, ma basato sulle esportazioni e lo sviluppo delle zone costiere ancorato alla globalizzazione neo-liberista.
La prima vera crisi “importata” – quella del Sud Est Asiatico – sarà devastante ed assumerà il doppio aspetto di crisi di sovrapproduzione e di forza lavoro eccedente: una novità assoluta nel “socialismo con caratteristiche cinesi”. Chiuderanno 400 mila imprese statali e 40 milioni di lavoratori verranno licenziati.
Fu soltanto il diretto intervento statale, attraverso una riorganizzazione del sistema finanziario (e alla sterilizzazione della grande percentuale di titoli spazzatura posseduti dalle banche cinesi) e all’emissione di debito a permettere che la crisi non si aggravasse ulteriormente. Questo fu possibile grazie alla relativa chiusura del conto capitale cinese e all’isolamento della sua moneta dai mercati internazionali.
Proprio le politiche anti-cicliche del governo cinese, tese ad a regolare uno sviluppo regionale sbilanciato dopo la crisi “esogena” del sud-est asiatico a fine anni '90 – che ha messo in luce i limiti della via cinese alla globalizzazione – ma soprattutto quelle adottate dopo la crisi del 2008, riguardanti l’agricoltura nel suo complesso, possono considerarsi strategie cardine per il parziale risanamento delle contraddizioni sociali emerse negli anni precedenti, a partire dal 1989.
Riaffermano la pianificazione statale come perno delle strategie economiche e dei suoi strumenti come la sovranità monetaria, un settore bancario statale e l’indebitamento pubblico garantito dalla credibilità dello Stato come elementi portanti delle politiche macro-economiche, con l’obiettivo (dichiarato) di garantire una riduzione delle “disparità nello sviluppo urbano-rurale, nello sviluppo tra regioni e nel tenore di vita” e garantire “un accesso equo ai servizi pubblici di base e un buon ambiente di vita”, come riportano gli autori.
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Comunità rurali e crisi economiche nella Cina moderna
di Sit Tsui (professore associato della Southwest University di Chongqing), Qiu Jiansheng (docente presso l’Istituto di ricostruzione rurale di Fuzhou), Yan Xiaohui (dottoranda in studi culturali alla Lingan University di Hong Kong), Erebus Wong (ricercatore senior della Lingan University) e Wen Tiejun (direttore del Centro di ricostruzione rurale dell’Università Renmin di Pechino).
Tutti sono membri fondatori della Global University for Sustainability.
“Le vie di Tian sono costanti. Non ha prevalso a causa dell’imperatore Yao; non è perito a causa del Re Jie. Rispondi con ordine e seguirà la buona sorte; rispondi con disordine e ti perseguiterà la sfortuna. Rafforza la radice e regola le spese, e Tian non potrà impoverire. Procura il nutrimento sufficiente e agisci solo quando i tempi sono maturi, e Tian non potrà ammalarsi. Coltiva il Dao con costanza, e Tian non potrà devastare” [1].Durante la quasi settantennale storia cinese di industrializzazione e finanziarizzazione, ogni volta che il costo di una crisi economica poteva essere trasferito al settore rurale, alle industrie urbane ad alta intensità di capitale veniva garantito un “atterraggio morbido” (ovvero: venivano salvati dalla recessione grazie alla funzione di “cuscinetto” del settore rurale. Ndr) e gli accordi istituzionali esistenti venivano mantenuti. In altri casi tuttavia, il settore urbano andava in sofferenza, determinando importati riforme fiscali ed economiche.
Xunzi, Trattato sul Tian [Natura o Paradiso]
Dal nostro punto di vista, riteniamo che i contadini cinesi e le comunità rurali hanno salvato il Paese da dieci crisi economiche. È quasi diventata una regola, per i leader cinesi, quella di adottare politiche di redistribuzione della terra a favore dei piccoli contadini, unite alla ferma promessa di difendere il settore agricolo – formato da tre dimensioni ben distinte: contadini, società rurale e agricoltura, conosciuti nell’insieme con il termine Sannong – contro la violenza delle crisi macroeconomiche.
Durante il governo di Mao Zedong, la terra fu redistribuita ai contadini su vasta scala e un totale di 40 milioni di giovani istruiti furono mandati a vivere e lavorare in campagna in tre ondate: 1960-62, 1968-70 e 1974-76.
Nell’era di Deng Xiaoping, il Sistema di Responsabilità Familiare fu implementato per garantire la proprietà collettiva della terra e i diritti di utilizzo dei terreni da parte dei contadini e per promuovere il recupero dell’economia rurale, in cui le Imprese delle Città e dei Villaggi (TVEs) hanno svolto un ruolo importante.
Jiang Zeming proseguì sulla stessa strada. Poi, Hu Jintao annunciò un’iniziativa pluriennale denominata la Nuova Campagna Socialista, che includeva una “integrazione di città e campagna” nel 2002, una “visione scientifica dello sviluppo e della società equilibrata” nel 2004, “costruzione di nuove campagne” nel 2005, “multi-funzione agricola” nel 2006 e “civiltà ecologica” nel 2007, nonché una “crescita inclusiva e sostenibile” nel 2009.
Altri programmi annuali sono seguiti sotto Xi Jinping, che ha promosso l’Amazing China nel 2012, “nostalgia per il villaggio natale” nel 2013, “nuova governance rurale da parte dei talenti locali” nel 2014 e un preciso obiettivo di riduzione della povertà nel 2015.
Al 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017, con l’economia del Paese appesantita dalla sovrapproduzione industriale e dall’instabilità finanziaria, Xi ha sollecitato la “rivitalizzazione rurale” e ha dichiarato l’impegno a rinnovare i diritti d’uso della terra dei contadini per altri trent’anni.
Negli ultimi decenni la Cina ha goduto di un lungo periodo di relativa stabilità, sulla base delle due strutture piramidali illustrate nella Figura 1. Come si può osservare, la maggioranza della popolazione, corrispondente al 60%, è proprietaria di piccole proprietà nelle aree rurali. Questo non è solo un’eredità della rivoluzione agraria, ma anche un fondamento stesso della società cinese, che funge da stabilizzatore durante le crisi economiche. Discuteremo di questo più in dettaglio in seguito.
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| Figura 1 |
“Dividendo della rivoluzione agraria”: vecchie e nuove crisi
La turbolenza economica dei primi anni della Repubblica Popolare (1949-1952) creò varie problematiche, che si aggiunsero a quelle precedenti [2]. Oltre alla persistente iper-inflazione, che aveva tormentato il Paese sin dal vecchio regime, doveva essere affrontata una nuova crisi, ovvero tutte le contraddizioni insite nell’accumulazione primaria di capitale per lo sviluppo di un “capitalismo nazionale”.
Chiaramente, per un regime rivoluzionario il cui successo era stato segnato dall’occupazione delle città, gli enormi costi istituzionali della modernizzazione e dell’iper-inflazione urbana non potevano essere affrontati e risolti facendo affidamento alle politiche economiche usate fino a quel momento.
La nascente Repubblica Popolare cercò quindi di risolvere questa crisi (che altro non era che il risultato di mezzo secolo di sforzi di modernizzazione dalla fine della dinastia Qing) ripristinando completamente l’economia contadina tradizionale attraverso la riforma agraria, producendo così quello che era noto come il “dividendo della riforma agraria”. In maniera informale, questo concetto fu espresso con lo slogan “9 contadini sono in grado di sostenere un abitante della città”.
La riforma agraria mirava non solo ad alleviare la crisi derivata da una modernizzazione forzata attraverso il ripristino di un’istituzione tradizionale, ma anche ad estendere la rivoluzione dalla sua base rurale alle città circostanti. Inoltre, la riforma agraria poneva le basi del settore agricolo tripartito come strumento per risolvere la crisi del capitale industriale urbano sotto una persistente struttura duale urbano-rurale.
Tuttavia, la sostanza della rivoluzione agraria in Cina fu la distribuzione della terra e l’esenzione fiscale, una misura che nel passato era stata predisposta da ogni primo imperatore di una dinastia al suo insediamento. Fintantoché i sovrani mantenevano l’istituzione economica basilare della “terra ai contadini”, la società rurale era in grado di garantire una media di due secoli di stabilità ad una dinastia.
Questa esperienza storica si concretizzò nuovamente nella Cina continentale durante il XX secolo. La rivoluzione agraria, interrotta dalla Seconda guerra mondiale e poi ripresa nel 1946-49, può quindi essere definita la Terza Guerra Rivoluzionaria Agraria [3].
Il nuovo governo post-rivoluzionario istituì una riforma agraria che coinvolse tutto il Paese, raggiungendo una distribuzione uniforme della terra per quasi il 90% della popolazione. Tuttavia, per estrarre il surplus agricolo necessario all’industrializzazione, il governo centrale dovette differire l’esenzione fiscale, che molte dinastie avevano implementato immediatamente dopo essersi insediate.
La trasformazione dei rapporti di proprietà mediante la guerra rivoluzionaria ottenne tre risultati. In primo luogo, creò un’economia fisica vasta e diversificata, consentendo a circa 100 milioni di famiglie rurali di tornare alle strutture agricole tradizionali e di sottrarle alla modernizzazione, garantendo in tal modo la sussistenza degli abitanti delle città (all’epoca circa il 10% della popolazione totale). Di conseguenza, ciò aiutò notevolmente con l’iper-inflazione che aveva prevalso nelle città cinesi dagli ultimi anni della vecchia repubblica.
In secondo luogo, finché i contadini potevano essere mobilitati dall’ideologia della riforma agraria, si potevano raccogliere e trasportare nelle città prodotti materiali sufficienti; questo rappresentava il primo trionfo del capitale statale sul capitale privato attraverso la mobilitazione rivoluzionaria.
In terzo luogo, lo Stato stabilì il suo sistema fiscale e finanziario, necessario per la regolamentazione economica dell’economia reale. L’esperienza acquisita in questo processo divenne il fondamento su cui lo Stato costruì le sue istituzioni economiche essenziali.
La riforma agraria rappresentava così una diversificazione economica della rivoluzione, dai villaggi alle città. Era il patrimonio istituzionale del cosiddetto socialismo rurale con caratteristiche cinesi, che prendeva forma attraverso lo sviluppo dell’economia reale per mezzo dell’autosufficienza nelle regioni “liberate” molto prima della vittoria decisiva dei comunisti.
Tuttavia, la Cina dovette fronteggiare anche una nuova crisi. La vecchia crisi dello sviluppo del capitalismo nazionale, guidata dal Kuomintang, doveva essere ancora superata dal momento che il governo comunista si trovò di fronte a una crisi interna nello sforzo di sviluppare la propria versione del capitalismo nazionale. Era vino vecchio in una bottiglia nuova, comportava gli stessi problemi.
Sotto la pressione dell’invasione imperialista i precedenti governi cinesi moderni avrebbero perseguito senza sosta la modernizzazione, qualunque fosse la sua ideologia. Tuttavia, fintanto che i costi istituzionali sostenuti dall’accumulazione primaria di capitale necessaria per l’industrializzazione non potevano essere trasferiti verso l’estero, le crisi interne erano inevitabili.
La struttura sociale della cosiddetta Nuova Democrazia, come promulgata dal nuovo governo, era rappresentata in modo appropriato dalla bandiera nazionale della Repubblica Popolare Cinese. La grande stella indicava la leadership del Partito Comunista (compreso il capitale statale controllato dal partito). Le altre quattro stelle rappresentavano la classe operaia (meno del 5% della popolazione), la classe contadina (tra piccoli proprietari terrieri e piccoli proprietari rurali, l’88%), la piccola borghesia urbana e i capitalisti nazionali.
Il capitale dello Stato, il capitale privato e i piccoli proprietari erano i principali settori politici del paese, mentre i lavoratori e i poveri delle città, che secondo il marxismo classico avrebbero guidato la rivoluzione socialista, rappresentavano meno del 7% della popolazione totale.
In breve, la Cina era stata a lungo un paese agricolo composto principalmente da contadini geograficamente sparsi. Ciò che ebbe luogo nel 1949 fu quindi una rivoluzione contadina pre-capitalista, come affermato sia dall’Internazionale comunista a guida sovietica sia dal PCC.
Entrambi concordavano sul fatto che la Cina avrebbe dovuto sviluppare il capitalismo nazionale (cioè, il capitalismo della e per la nazione, in contrapposizione al dominio da parte del capitale straniero). Solo dopo aver stabilito la produzione industriale di massa la Cina avrebbe potuto essere trasformata in un paese socialista.
Di conseguenza, il nuovo governo, che era nato grazie a una violenta rivoluzione per rovesciare il vecchio sistema oppressivo, non solo sostenne apertamente il capitalismo nazionale (come disse Mao, “la Nuova Democrazia è il capitalismo nazionale sotto la guida del Partito Comunista”) ma dette per scontato anche un’accelerazione dell’industrializzazione, seguendo la stessa strategia di perseguimento della modernizzazione che avrebbero portato avanti tutti i governi precedenti dalla tarda dinastia Qing in poi.
Pertanto, la Cina dovette inevitabilmente affrontare le contraddizioni interne di un paese contadino che si sforza di “accumulare un capitale primitivo socialista” in una condizione di scarsità di risorse, non importa come questa difficile situazione fu presentata ideologicamente.
In effetti la nuova Repubblica riuscì a risolvere la crisi attraverso tre accordi istituzionali, con l’interazione coordinata di tre settori: politica, economia e società. In primo luogo, la riforma agraria globale permise ai contadini di uscire dalla crisi urbana della modernizzazione e di tornare alla economia contadina tradizionale. Un’economia fisica estesa e ampiamente diversificata prese forma nelle regioni rurali.
La Cina riuscì, quindi, a risolvere la crisi dell’iper-inflazione. Da quel momento in poi, le regioni rurali sono diventate lo strumento principale per garantire all’economia cinese quell’”atterraggio morbido” di cui abbiamo parlato all’inizio.
In secondo luogo, un sistema fiscale-finanziario nazionale fu costruito sulle basi dell’economia rurale. Questo sistema era direttamente collegato alla politica di distribuzione di beni fisici e forniture, consentendo al governo di eseguire una regolamentazione economica anti-ciclica.
Terzo, il governo usò tanto mezzi militari al minor costo diretto, con l’aiuto di una campagna politica, per reprimere il comportamento speculativo del capitale privato urbano. Impedì con successo l’esacerbazione della crisi economica da parte delle imprese private, che avrebbero seguito il ciclo economico per cercare profitti ed evitare perdite.
Riassumendo, negli anni seguenti al successo della Rivoluzione, la Cina dovette affrontare gravi crisi nelle città, dove si concentrava il capitale. Fu una grande sfida per il nuovo regime, tra i cui sostenitori vi erano molti contadini che si erano trasferiti in città. Allo stesso tempo, il governo lottò contro problemi politici come la burocratizzazione e la corruzione dei quadri, che potrebbe essere vista come la crisi interna generata dalle politiche agrarie.
Le successive campagne politiche furono derivate da questa difficile situazione. L’iper-inflazione derivante da deficit di bilancio ed eccesso di offerta di moneta fu rapidamente contenuta, in parte perché circa un terzo del denaro fornito in eccesso fu assorbito dall’economia familiare contadina. Tuttavia, di conseguenza, l’economia rurale fu monetizzata e polarizzata, creando la condizione per lo sviluppo di problematiche interne al movimento cooperativo.
“Autosufficienza” e Terzo Fronte
Alla fine degli anni ‘60, noti in Cina come il “periodo di estrema sinistra”, si presentò la terza crisi ciclica (1965-70) dall’industrializzazione post 1949. Al di là di fattori economici generali, le origini di questa crisi risiedono nella reazione della sovrastruttura ai fondamenti economici.
All’epoca la Cina operava in una condizione di isolamento completo, ma la struttura amministrativa costruita negli anni ‘50 secondo il modello di gestione sovietico dell’industria pesante si rivelò incompatibile con il principio guida di “autosufficienza e lotta recalcitrante”, che si basava sul lavoro delle masse.
Mentre la Cina decise di riorientare la sua economia dagli investimenti sovietici verso l’autonomia nazionale, la situazione geopolitica esterna e il burocratismo interno si rivelarono come ostacoli. Sotto queste pressioni e avendo pagato un enorme debito estero, l’economia urbana soffrì questa terza crisi nelle forme di “disoccupazione e debito fiscale”.
Dopo l’aborto del secondo piano quinquennale a seguito del ritiro degli aiuti sovietici nei primi anni ‘60, i leader comunisti iniziarono a discutere un terzo piano quinquennale. Alcuni funzionari responsabili della politica economica suggerirono che il principio guida del piano avrebbe dovuto bilanciare il peso dell’agricoltura e delle industrie leggere e pesanti nello sviluppo economico, in un momento in cui la struttura industriale cinese era dominata dalla produzione militare e dall’industria pesante.
Data la necessità di ricostruzione dell’economia, questa strategia era del tutto comprensibile. Tuttavia i problemi più urgenti che la Cina dovette affrontare erano di natura geopolitica.
Durante la Guerra fredda la Cina era rimasta intrappolata in una serie di conflitti regionali “caldi”, tra cui il piano di contrattacco del regime Koumintang a Taiwan, la guerra di Corea, la guerra Sino-Indiana, ripetute incursioni di navi da guerra e aerei statunitensi nelle acque territoriali cinesi e le minacce di un attacco nucleare tanto da parte statunitense quanto da parte sovietica.
A molti osservatori la Cina sembrava essere sull’orlo di una “guerra calda” sia con l’URSS sia con l’Occidente.
Per questo motivo le idee di Mao arrivarono a dominare le discussioni politiche all’inizio degli anni ‘60, nonostante la diversità di opinioni sulla costruzione economica da promuovere nel paese. Mao pensava che il paese avrebbe dovuto concentrare tutto il suo potere tecnologico sulla costruzione di una bomba nucleare.
Nel frattempo le strutture industriali di base delle regioni costiere furono trasferite all’interno per ridurre al minimo le conseguenze di un attacco militare, nonostante il significativo costo economico dell'operazione. Il risultato fu un’economia sul piede di guerra.
La struttura generale dell’industria nazionale venne caratterizzata dallo sviluppo di un Terzo Fronte, in riferimento alla costruzione di tre fronti principali, mentre l’industria regionale comprendeva tre fronti minori.
Nello stesso tempo, il Comitato Nazionale di Pianificazione responsabile del terzo piano quinquennale fu sostituito e le proposte di trapiantare un modello straniero di economia pianificata – proposta venuta da funzionari ed esperti che avevano studiato in URSS – furono liquidate.
Le divisioni economiche stabilite al tempo degli investimenti economici sovietici risultavano essere completamente bloccate. Senza investimenti esteri o mercati esterni, il sistema si scontrò con il nuovo principio di “autosufficienza e lotta recalcitrante”. Ciò richiese con urgenza una ricostruzione dell’economia cinese su diverse linee.
Secondo successive analisi di efficienza dei costi, la costruzione del Terzo Fronte fu estremamente costosa e produsse pochi benefici economici. Dal 1965 al 1975 (includendo il quarto piano quinquennale) la metà delle spese per le infrastrutture nazionali fu destinata alla costruzione dell’entroterra strategico. Si stima che dal 1964 agli anni ‘80 gli investimenti nel Terzo Fronte siano costati 205,2 miliardi di RMB.
Tuttavia la struttura del Terzo Fronte era semplicemente una ricollocazione spaziale degli investimenti industriali nazionali senza adeguamento della struttura economica. Sulla base di considerazioni militari, i nuovi impianti industriali furono trasferiti maggiormente nell’entroterra o nelle regioni montane. Era quindi difficile formare una catena industriale completa in un’unica regione.
Di conseguenza, il costo delle infrastrutture durante gli anni ‘60 aumentò drasticamente, con conseguenti deficit fiscali più elevati che avrebbero portato a crisi economiche. Il loro costo, alla fine, sarebbe stato scaricato sul settore rurale.
I giovani istruiti vanno in campagna
Dall’inizio dell’industrializzazione nazionale nel 1958-1960, la Cina aveva enfatizzato il decentramento come mezzo per mobilitare le risorse nazionali, per sostituire i mancanti investimenti di capitale estero. Il Paese riusciva all’epoca a mantenere a malapena un tasso di accumulazione relativamente elevato.
Un’esperienza emersa da questo periodo comportava la mobilitazione totale di tutta la nazione attraverso l’idea popolare di “lotta di classe” e il concetto strumentale di “rivoluzione continua”. Contadini, operai, intellettuali e funzionari erano coinvolti nel processo di accumulazione primaria per l’industrializzazione nazionale.
Era un processo di sostituzione intensiva del capitale, che era diventato estremamente scarso, con il lavoro. Grandi quantità di risorse economiche furono investite in infrastrutture di larga scala necessarie per l’industrializzazione, che a loro volta crearono una domanda di produzione di macchinari e attrezzature di proprietà statale.
Sotto Mao, lo Stato usò un sistema incompleto di proprietà fondiaria rurale per istituire un’economia rurale collettivizzata. Il progetto non era motivato da considerazioni sulla produttività, né era vantaggioso in maniera evidente per gli interessi dei singoli contadini. Tuttavia, nella pratica, la collettivizzazione fornì un inaspettato vantaggio all’accumulazione primaria per l’industrializzazione nazionale.
Ciò che si formò nelle aree rurali fu il cosiddetto “socialismo contadino con caratteristiche cinesi”: la sua caratteristica principale era la distribuzione uniforme della terra in assenza di un meccanismo di incentivazione. Conteneva caratteristiche della tradizionale comunità di villaggio e del sistema basato sul piccolo contadino, nel quale i rischi esterni potevano essere risolti attraverso l’internalizzazione.
Nel periodo 1968-70 milioni di giovani istruiti furono inviati in campagna, in parte anche per affrontare il problema dell’insufficiente occupazione urbana. La nuova occupazione era limitata all’industria militare e alla costruzione della struttura a tre linee di fronte. L’economia industriale nelle regioni costiere fu mantenuta in una modalità di semplice riproduzione.
In breve, la terza crisi urbana causata da deficit fiscali aveva trovato di nuovo la possibilità di un “atterraggio morbido”, trasferendo nuovamente il lavoro in eccesso alle comunità rurali.
Questo sistema di “socialismo contadino” inglobò 40 milioni di giovani istruiti inviati in campagna in tre ondate nell’arco di vent’anni. Durante questi spostamenti, il settore agricolo tripartito cinese sostenne silenziosamente almeno tre volte gli enormi costi delle crisi economiche cicliche causate dal sistema di capitalismo statale concentrato nelle città.
La ripresa del 1962-63 non fu dovuta alla crescita industriale urbana e all’aumento dell’occupazione, come viene comunemente supposto. Fu invece attribuibile al fatto che i contadini poterono “ritirarsi”. La crisi costrinse il governo ad adeguare la politica di collettivizzazione. L’economia contadina tradizionale fu parzialmente autorizzata a ritirarsi dall’economia altamente collettivizzata al servizio del capitale industriale dello Stato.
In primo luogo, il sistema comunitario popolare fu trasformato in un’economia di villaggio basato sulla brigata di produzione. Furono costituite brigate di produzione nel villaggio, che costituirono da quel momento l’unità di base della contabilità. Ciò significò, per le economie tradizionali dei villaggi, la possibilità di un parziale ritiro dall’economia collettivizzata a livello di contea.
In secondo luogo, all’interno della brigata di produzione i contadini avrebbero potuto impegnarsi nella produzione autonoma. Anche questo permise agli elementi della tradizionale economia familiare contadina di ritirarsi dell’economia collettivizzata rigorosamente controllata. In pratica, lo Stato allentò il controllo totale che aveva esercitato sui contadini sin dalla “sovietizzazione a tutto tondo” degli anni ‘50.
I contadini recuperarono circa il 15% delle terre coltivabili a loro disposizione sotto forma di “terra riservata”, “lotto marginale” e “cortile”. A seguito di questi eventi la produzione agricola riprese e la produzione aumentò.
Fonte
20/02/2019
L’eterno ritorno dell’uguale: il golpe in Venezuela tra petrolio e resistenza
Dopo vent’anni al potere, le riforme sociali e redistributive introdotte dai governi di Hugo Chavez e Nicolás Maduro hanno trasformato la società venezuelana. In due decenni il governo popolare ha cercato, con risultati spesso lusinghieri, di sradicare la povertà estrema, combattere le disuguaglianze e cambiare le istituzioni politiche per trasferire parte del potere decisionale direttamente alle classi popolari. Vent’anni di Chavismo hanno anche spostato enormemente in avanti il confine di ciò che si può pensare, di ciò a cui un paese può aspirare. Il sottosviluppo ed il colonialismo economico non sono necessità, sono fenomeni storicamente determinati che possono essere combattuti ed affrontati, cercando di costruire una società che metta al centro delle priorità i bisogni e le necessità di chi è sempre stato spogliato di ogni minimo potere decisionale.
È indubbio, però, che le politiche attraverso le quali si è cercato di raggiungere questi obiettivi abbiano implicato un conflitto con i settori economici che hanno comandato nel Paese per decenni: si tratta, fondamentalmente dell’oligarchia tradizionale e delle grandi imprese multinazionali. La maggior parte delle analisi prodotte dai media mainstream ha presentato l’attuale situazione in Venezuela come il risultato ovvio e naturale delle riforme socialiste. Non stupisce la disonestà intellettuale e politica di chi, fin dal primo giorno di insediamento al potere di Chavez, ha condotto una guerra sporca – a volte a bassa intensità, a volte direttamente con le sembianze di un colpo di Stato – contro un Governo che metteva a repentaglio i privilegi di stampo coloniale delle classi dominanti.
Proprio per evitare di dare fiato ai luoghi comuni ed alle banalità con i quali siamo bombardati quotidianamente, riteniamo sia utile iniziare a riflettere sulle cause profonde delle difficoltà economiche che hanno colpito il Venezuela, in particolare negli ultimi anni. Come cercheremo di argomentare, uno degli aspetti cruciali, per la sopravvivenza ed il futuro successo dell’esperienza rivoluzionaria, risiede nella capacità di affrontare la dipendenza dalle esportazioni di petrolio, una dipendenza che è stata usata e sfruttata dai nemici (nazionali ed internazionali) delle trasformazioni economiche e sociali portate avanti da Chavez e Maduro. Pertanto, nel nostro collettivo c’è anche spazio per un giovane economista e compagno sudamericano che ci aiuta a fotografare meglio la situazione economico-politica del Venezuela.
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Sono giorni, mesi tristi per l’America Latina. Un governo smaccatamente neoliberista, in Argentina, vede aumentare notevolmente il debito estero del Paese e, di conseguenza, si trova ad avere bisogno di ulteriori finanziamenti dal Fondo Monetario Internazionale. Ma la tristezza non riguarda solamente l’Argentina: un’amministrazione para-fascista è al potere in Brasile. In entrambi i casi, siamo di fronte a governi fondamentalmente autoritari per quanto riguarda i diritti civili e neoliberisti in campo economico.
Con il Governo Bolsonaro, poi, osserviamo il materializzarsi di un’esperienza storica senza precedenti: un Governo eletto (più o meno) democraticamente che adotta come punti di riferimento programmatici i cambiamenti strutturali avvenuti in Cile durante la dittatura di Pinochet.
In questo contesto di generalizzata svolta a destra, e dopo vent’anni di governi popolari e progressisti che hanno sensibilmente migliorato gli standard di vita delle classi lavoratrici, l’esperienza rivoluzionaria venezuelana si trova ad un punto di svolta. Circa un mese fa, in Venezuela, è iniziato il più assurdo e ridicolo tentativo di golpe che la storia ci abbia mai posto di fronte. Il 23 gennaio scorso Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale venezuelana dal 5 gennaio 2019, ma prima di allora sconosciuto alla gran parte della popolazione, si è autoproclamato dal nulla presidente ad interim del Venezuela nel corso di una manifestazione a Caracas. L’auto-proclamazione di Guaidó era stata preceduta il 22 gennaio da un messaggio di appoggio del vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence (un’auto-proclamazione annunciata il giorno prima: curioso, no?): “A nome del presidente Donald Trump e di tutto il popolo statunitense, lasciatemi esprimere il più deciso appoggio degli Usa al popolo del Venezuela che alza la sua voce per un appello alla libertà“.
Da quel giorno è iniziata una vera e propria strategia di delegittimazione, da parte degli Stati Uniti e dei governi occidentali filo-americani, del regolare risultato elettorale che aveva condotto, ai primi di gennaio di quest’anno, all’elezione democratica dell’attuale presidente del Venezuela Nicolas Maduro. Questa strategia criminale è stata portata avanti nel segno di un sillogismo che definire curioso è quanto meno riduttivo: se una minoranza della popolazione venezuelana critica il presidente del Venezuela regolarmente eletto ne segue logicamente che si debba andare nuovamente al voto!
Il caos attuale mette seriamente a repentaglio le molte conquiste in campo sociale ottenute dalle amministrazioni Chavez e Maduro. Solo per dare qualche cifra, mentre al momento della salita al potere di Chavez, agli inizi del 1999, la povertà colpiva il 42,8% della popolazione, nel 2013 (anno della morte di Chavez), l’indice di povertà era sceso al 29,5%. Alla fine del 2015, tuttavia, la povertà era tornata ai livelli precedenti al 2006 (secondo dati della Banca Mondiale), colpendo circa un terzo della popolazione. Con l’intensificarsi della guerra economica ad opera degli Stati Uniti e con i prezzi del petrolio in calo, si potevano già intuire le prime avvisaglie di quanto possa essere difficile consolidare e difendere un’esperienza di governo popolare e socialista. I problemi strutturali dell’economia venezuelana ed una serie di nodi irrisolti iniziavano a mostrarsi nella loro insidiosità.
Soprattutto chi ha a cuore l’esperienza bolivariana in Venezuela quale fenomeno emancipatore delle classi subordinate e vuole, dunque, lavorare per ridare slancio e vigore ad un progetto politico che mette al centro della scena gli ultimi, ha il dovere di provare a fare luce su una serie di criticità ed in particolare sulla principale.
Con l’espressione ‘l’uovo del serpente’ si tende ad identificare il germe, l’origine di un problema latente ma che incombe inesorabile. L’uovo del serpente, in questa situazione, non è differente da quello che ha fatto abortire altre esperienze di governi popolari in America Latina. Pontificare da una tastiera, in un comodo ufficio, è semplice. Affrontare e risolvere certi nodi nel mezzo di una pratica rivoluzionaria, con la necessità di dedicare la maggior parte delle proprie energie mentali e fisiche a difendere quotidianamente, centimetro per centimetro, le conquiste sociali dalle ingerenze statunitensi e dalla guerra civile delle classi (a lungo) privilegiate, è quasi impossibile. Rimane però il fatto che i progressi nella diversificazione produttiva dell’economia venezuelana sono stati insufficienti. In altre parole, dopo due decenni di Chavismo, il consumo medio di un lavoratore contiene ancora molti beni che hanno bisogno di essere importati. Ciò implica che, per poter affrontare tali consumi, la dipendenza del Venezuela da una valuta internazionale è ancora molto forte.
Gli avanzamenti e le conquiste ottenute dal Chavismo sono innegabili. Dopo la salita al potere di Chavez nel 1999, il Paese ha sperimentato ampie riforme, tra cui una nuova Costituzione nel 1999, poi emendata nel 2009. Le nuove fondamenta legali dello stato venezuelano dichiarano illegali monopoli e cartelli e pongono le basi per la nazionalizzazione di industrie chiave, come l’acciaio ed il settore bancario. Allo stesso tempo, programmi di contrasto alla povertà hanno incluso cure sanitarie gratuite, sussidi per l’acquisto di beni alimentari ed una riforma agraria per garantire la sovranità alimentare (prima di Chavez, il 75% dei terreni coltivabili era nelle mani del 5% dei proprietari terrieri, mentre il 75% dei [piccoli] proprietari controllava solamente il 6% delle terre disponibili). Grazie all’ampliamento dei diritti sociali, la povertà è stata ridotta del 30% tra il 1995 ed il 2005, mentre la percentuale di popolazione in condizioni di povertà estrema è passata dal 32% al 19%. Allo stesso tempo, il coefficiente di Gini – che misura le disuguaglianze nella distribuzione del reddito – è sceso dal 45,4% del 2005 al 36,3% attuale. Inoltre, il Governo ha continuamente cercato di rendere effettiva la partecipazione delle classi subalterne alla gestione del potere, modificando la struttura dello Stato attraverso riforme radicali delle istituzioni. È però innegabile che la dipendenza del Venezuela dalle esportazioni del petrolio si è approfondita, durante gli anni del Chavismo: nel 2017, il 95% dei proventi che il Venezuela riceve dall’estero venivano dal petrolio, rispetto al 67% di venti anni fa.
Ciò è avvenuto in un contesto non dissimile da quello di altre esperienze progressiste latino-americane, in cui politiche di redistribuzione della ricchezza e del potere non sono state accompagnate, anche lì, da necessarie ma non semplici politiche di industrializzazione. La persistenza di una dipendenza strutturale può essere, infatti, riscontrata anche in altre recenti esperienze di governi popolari, tra cui l’Argentina (2003-2015) e il Brasile (2003-2016).
Come mai questo elemento è così importante per capire la situazione attuale del Venezuela? Perché in Paesi che hanno bisogno di importare una quota rilevante di prodotti, la distribuzione del reddito non dipende esclusivamente dal potere contrattuale della classe lavoratrice. Né il fatto che il Governo sia dalla parte della classe lavoratrice stessa è di per sé sufficiente a difendere il potere d’acquisto dei salari. Giocano infatti un ruolo fondamentale le condizioni esterne, come i prezzi internazionali e la domanda estera per i prodotti domestici. Nel caso venezuelano, ad esempio, il prezzo internazionale del petrolio è risultato essere una variabile fondamentale per garantire salari dignitosi alla classe lavoratrice. La ragione di ciò risiede nel fatto che la valuta estera, necessaria ad acquistare i beni di importazione consumati dalla classe lavoratrice, è ottenuta principalmente attraverso l’esportazione di petrolio.
Dal 2012 e fino alla metà del 2016 il prezzo del petrolio è diminuito in maniera continua, causando così una diminuzione costante del valore delle esportazioni venezuelane. La storia però non finisce qui, e al dato economico si aggiunge quello politico. A partire dalla metà del 2016, il prezzo del petrolio ritorna a crescere, ma le esportazioni venezuelane rimangono al palo (vedi figura).
Nel momento di maggiore difficoltà, infatti, il ben noto vicino di casa, insofferente nei confronti di questo piccolo paese impegnato a destinare i proventi del petrolio all’implementazione di politiche sociali redistributive a favore delle classi subalterne, batte un altro colpo. Il 2017 è l’anno delle sanzioni finanziarie imposte dagli Stati Uniti che, di fatto, impediscono l’accesso al credito alle imprese venezuelane che operano nel settore petrolifero. In questa maniera diventa pressoché impossibile effettuare quegli investimenti necessari per far ripartire la produzione, che ad oggi rimane stagnante, con conseguenze drammatiche per la vita quotidiana della popolazione.
Ricapitolando: su di un problema strutturale, si innesta l’intervento interessato degli Stati Uniti, che causa direttamente, e soprattutto consapevolmente, difficoltà nell’accesso alla valuta internazionale necessaria ad acquistare i beni di prima necessità di cui la popolazione ha bisogno. La stessa popolazione che gli Stati Uniti ed il codazzo dei Paesi europei sembrano avere così a cuore tanto da sostenere un golpe...
La dipendenza strutturale rimane, in ogni caso, un elemento con cui è necessario fare i conti. Non è neanche la prima volta che essa si manifesta in Venezuela ed in passato ha condotto a esplosioni di violenza e caos. L’esempio più famoso è il cosiddetto ‘Caracazo’ del 1989, una crisi sociale senza precedenti nella storia venezuelana del ventesimo secolo, sfociata in enormi manifestazioni contro i programmi di ‘stabilizzazione’ attuati da un governo di destra, dietro ‘suggerimento’ del Fondo Monetario Internazionale, per affrontare la caduta nel prezzo internazionale del petrolio. Più di vent’anni dopo, nel 2013, si potevano osservare trend simili nelle ragioni di scambio (con questa espressione si intende il rapporto tra l’indice dei prezzi all’esportazione di un Paese e l’indice dei suoi prezzi all’importazione) ed un problema sostanziale tornava ad apparire: uno squilibrio crescente tra esportazioni e importazioni che ha messo a repentaglio l’approvvigionamento di valuta estera del Paese.
Ciò che è accaduto a partire da questo momento, in Venezuela, è stato un tentativo da parte dello Stato di esercitare il suo potere coercitivo per mantenere e difendere le conquiste sociali e distributive. La Commissione per l’Amministrazione del Cambio della Valuta (CADIVI) è l’organizzazione governativa che controlla lo scambio di valuta con l’estero e che dal 2003 cerca di evitare speculazioni contro il Bolivar, la moneta nazionale. Purtroppo, tutto questo non è stato sufficiente a risolvere i problemi di carenza di valuta estera ed ha creato, come effetto indesiderato, un mercato nero per la valuta estera stessa. Mercato nero in cui hanno sguazzato le classi sociali da sempre ostili al Chavismo, le quali hanno usato alcune storture del sistema per continuare la strisciante guerra civile economica con cui cercano, dal 1999, di destabilizzare il governo popolare.
Il sistema di cambio ufficiale permetteva ad importatori e possessori di una carta di credito (categoria nella quale non rientrano milioni di lavoratori) di avere accesso a rilevanti quantità di dollari annue ad un tasso di cambio vantaggioso. Questi stessi dollari, ottenuti grazie al Governo, venivano poi o rivenduti direttamente sul mercato nero, ad un tasso di cambio infinitamente più alto, o utilizzati per comprare merci di importazione che poi venivano vendute al tasso di cambio sul mercato ‘parallelo’ (centinaia di volte più alto).
Detto altrimenti, un gruppo di speculatori e di esponenti delle classi più benestanti si è avvalso di una concessione del Governo per esercitare il controllo sui prezzi interni e sul tasso di cambio ‘effettivo’, contribuendo in maniera decisiva all’esplosione dell’inflazione. Inflazione che in Venezuela è principalmente il frutto della scarsità di dollari (un fatto che spinge verso l’alto il ‘prezzo’ dei dollari e quindi delle merci importate) e delle manovre degli aspiranti golpisti sul mercato nero della valuta.
In questo contesto di generale vulnerabilità, le amministrazioni Obama e Trump hanno implementato una criminale politica commerciale per fermare le importazioni americane di petrolio dal Venezuela. La caduta della domanda estera di petrolio ha esacerbato in maniera drammatica la riduzione degli afflussi di valuta estera derivanti dalle esportazioni. In questo senso, è importante sottolineare come la crisi umanitaria che sta colpendo il Venezuela sia il frutto di una deliberata politica statunitense. Tali politiche aggressive devono essere viste come una prova del fatto che l’ordine politico Chavista viene ancora percepito, da parte degli Stati Uniti, come una minaccia al loro predominio nell’intera regione latino-americana. Giova, infatti, ricordare che l’amministrazione Chavez non solo ha nazionalizzato diverse compagnie un tempo nelle mani di imprese multinazionali, ma allo stesso tempo, ha dato vita ad organizzazioni intergovernative tra Paesi latino-americani che hanno esplicitamente tenuto fuori gli Stati Uniti.
Le intenzioni statunitensi sono ancora più evidenti quando si nota che violazioni dei diritti umani sono avvenute con costanza e continuità nella regione, ed in particolare in diversi Paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti. Il Messico di Enrique Peña Nieto, oltre alla violenza quotidiana legata al mercato della droga, ci ha regalato il massacro di Ayotzinapa (43 studenti massacrati dalla polizia) e rimane il paese dell’America Latina dove è più pericoloso fare il giornalista (41 giornalisti uccisi nel quinquennio, con 1986 aggressioni denunciate), ma nulla di tutto questo ha turbato il vicino di casa settentrionale. Nel 2017, in Colombia, si sono consumati 11.718 omicidi. Tra la fine del 2016 ed il giugno 2018 sono stati uccisi più di 200 attivisti e militanti dei movimenti sociali. Ma questi episodi non sono in contrasto con l’anelito di libertà e giustizia che sembra pervadere gli Stati Uniti quando si interessano del Venezuela.
Per capire, invece, cosa si prospetterebbe in Venezuela nel caso in cui il golpe avesse successo, può essere utile dare uno sguardo ad un esempio mai menzionato dai media internazionali. La situazione attuale in Honduras è, infatti, un avvertimento del quale non possiamo non tenere conto. Il Governo democratico di Manuel Zelaya è stato spodestato, nel 2009, da un colpo di stato militare legittimato dagli Stati Uniti e, al giorno d’oggi, il potere è retto dall’oligarca Juan Orlando Hernández. In maniera non sorprendente, dopo il golpe non si è osservato un fiorire di democrazia e diritti civili. Diverse organizzazioni non-governative hanno, infatti, denunciato che il tasso di omicidi in Honduras è tra i più alti al mondo, con giornalisti, attivisti ambientali e LBGT tra i soggetti più vulnerabili alle violenze. Ciononostante, non sentiamo parlare di nessun boicottaggio economico perpetrato in nome dei ‘principi democratici’, come quello imposto invece al Venezuela di Maduro.
Del resto, l’attuale opera di destabilizzazione dell’America Latina, ed in particolare del Venezuela, da parte degli Stati Uniti e con la piena compiacenza dei Paesi europei, non è certo una novità. Nel 2002 vi fu già un tentato e fallito colpo di Stato, respinto da una enorme mobilitazione popolare (si può vedere, al riguardo, il fondamentale documentario ‘The revolution will not be televised’). Di fronte al fallimento dell’attacco diretto, e di fronte alle continue vittorie elettorali del Chavismo, la strategia è cambiata e si è concretizzata in una serie continua di atti ostili di boicottaggio economico, nel contesto di un generale cambio di interessi strategici per gli Stati Uniti, con il focus che si spostava su Asia e Medio Oriente. Se già la presidenza Obama aveva rappresentato un riaccendersi dei riflettori sull’America Latina, con le ingerenze in Honduras e l’inasprimento delle sanzioni contro il Venezuela, con Trump sembra avvenire un definitivo salto di qualità, che va letto in un quadro più ampio.
Nei fatti, l’attuale ‘crisi presidenziale’, nel corso della quale Trump ed i suoi alleati e portaborse latinoamericani hanno riconosciuto come presidente ad interim il signor nessuno Juan Guaidó, deve essere letta anche come una reazione agli accordi bilaterali firmati da Maduro con Cina e Russia, durante le visite ufficiali del presidente venezuelano in questi Paesi. In aggiunta alle promesse russe e cinesi di investimenti (per la maggior parte nella produzione di petrolio), le recenti esercitazioni militari congiunte tra l’esercito bolivariano e le forze armate russe hanno certamente rappresentato un ulteriore motivo di fastidio per il governo statunitense.
Secondo José Luís Fiori, professore ordinario di Politica Economica Internazionale presso l’Università Federale di Rio de Janeiro, le crescenti intrusioni di Trump nelle vicende venezuelane devono essere interpretate come parte della competizione globale con l’amministrazione Putin per il controllo del petrolio nei mercati interazionali. L’alleanza che Putin sta stringendo con l’Arabia Saudita facilita la strategia russa di spingere al rialzo il prezzo internazionale del petrolio, mentre Trump cerca di fare pressione sull’OPEC per un ribasso del prezzo. Il Venezuela di Maduro è un pezzo importantissimo nello scacchiere globale, dato che si tratta del membro OPEC con le maggiori riserve di petrolio.
Quando si considera lo scenario geopolitico, diventa particolarmente chiaro che ciò che succede oggi in Venezuela non ha nulla a che vedere con la difesa di supposti ‘valori democratici’. Al contrario, sembra suggerire che le difficoltà incontrate dal Chavismo nel liberare l’economia venezuelana dalla sua dipendenza strutturale abbiano una loro controparte decisiva nella brama di poteri esterni di mettere le mani sulle risorse strategiche venezuelane e di usarle per i loro interessi, a differenza di quanto fatto dai governi Chavez e Maduro che, tra mille difficoltà, hanno dedicato e dedicano i proventi del petrolio a percorsi di emancipazione sociale e di costruzione di una società non fondata sul profitto.
Quanto accade oggi in Venezuela dimostra quanto sia duro sostenere un processo di emancipazione nazionale e popolare di fronte alle enormi pressioni esercitate dagli interessi organizzati dei Paesi imperialisti. Allo stesso tempo l’esperienza venezuelana ha rivelato e rivela, in questi giorni di tensione, una straordinaria capacità di tenuta malgrado la soverchiante forza esterna, le difficoltà economiche oggettive e gli stessi limiti interni dell’esperienza bolivariana, in particolare legati all’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di petrolio e ad una mancata industrializzazione effettiva.
Le prossime settimane saranno decisive per capire l’esito politico delle tensioni in atto. Adesso, c’è da sconfiggere un nemico potente ed insidioso. Questa è la precondizione necessaria per poi poter riprendere a costruire una vera esperienza socialista, facendo tesoro delle critiche costruttive di chi crede che la rivoluzione bolivariana sia lo strumento giusto attraverso il quale si può e si devono migliorare le condizioni materiali di una popolazione strappata a secoli di colonialismo e che non vuole tornare a essere carne da profitto delle multinazionali del petrolio.
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02/11/2018
Genova: senza rumor di parole
«Quello che succede a Genova da anni e che è amplificato dal crollo del ponte Morandi ha un forte valore generale nel senso che è l’esemplificazione di una città che non ha natura morfologica per sopportare il peso dell’industrializzazione, che è stata industrializzata e violentata nella sua natura fisica per seguire questo progetto e che nel momento in cui questo progetto è fallito a livello generale, sta mostrando a livello urbano questa incompatibilità tra il territorio e alcuni piani del capitalismo».
Alcune riflessioni di due compagni di Genova intorno alla città a partire dal crollo del ponte Morandi.
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Una "intervista" di valore quasi assoluto, da ascoltare assolutamente.
22/08/2018
Genova, una storia di glorie e di crimini politici
...contro gli abitanti e il territorio
Non è casuale che, di fatto, non esista una storia economica, sociale e politica capace di ricostruire (criticamente) quanto hanno vissuto i genovesi e il loro territorio da prima dell’Unità d’Italia sino ai giorni nostri – soprattutto in questi ultimi 40 anni. Riassumo alcuni aspetti salienti a guisa di “pro-memoria” per un progetto di ricerca che provo a realizzare da anni e che forse giovani storici, con un approccio pluridisciplinare critico potranno sviluppare meglio
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Un passato poco capito
Dopo la tremenda strage compiuta dai piemontesi sui genovesi (1849) e nascosta in nome dell’unità d’Italia [1], Genova fu destinata a diventare fondamentale per lo sviluppo industriale del Nord (del triangolo industriale Torino-Milano-Genova). Da allora la città fu il principale porto del Regno d’Italia e il sito di un’industria di base al cui sviluppo fu sacrificato tutto.
L’estensione di quest’industria particolarmente invadente in tutto il territorio di ponente, cioè dalla Lanterna sino a Voltri (20 km) e verso l’interno sino a Bolzaneto e Pontedecimo [2] fu realizzata senza alcun riguardo né per il patrimonio architettonico (ville storiche ecc.), che nel XIX sec. faceva di questa zona una delle più ambite della Riviera con anche belle spiagge, né per la vita stessa degli abitanti. Oltre al cantiere navale, l’acciaieria, tante altre grandi e medie fabbriche occuparono un territorio enorme [3]. A questo si aggiunse la grande speculazione edilizia della fine del XIX sec. che continua e si aggrava col fascismo e ancora di più dal 1945 sino al XXI secolo [4].
Gli scempi urbanistici e le devastazioni sono state innumerevoli: dalla distruzione dell’arsenale del Rinascimento (che stava vicino all’attuale stazione Principe) sino al ponte che dal palazzo reale andava sulla Darsena, il porticciolo della villa Grimaldi; Sampierdarena, Cornigliano sino a Voltri diventarono quartieri di fabbriche e di abitazioni poco salubri di lavoratori.
L’urbanizzazione-immigrazione per fornire manodopera allo sviluppo della città fu continua, soprattutto da parte di “terroni del Nord” (dal Basso Piemonte, dalle campagne vicine, dagli Appennini e anche dal Veneto e poi anche dalla Sardegna, dalla Sicilia e dal Meridione in generale). Secondo alcuni l’integrazione degli inurbati-immigrati (provenienti da altri comuni italiani) riuscì e a Genova non ci sarebbero stati ostilità e razzismo. Ma le testimonianze del razzismo mascherato o esplicitato solo in rapporti personali e quasi mai sulla scena pubblica sono tante e non solo verso i meridionali, ma anche verso chi proveniva dal basso Piemonte e dalle campagne del nord d’Italia.
Il glorioso antifascismo genovese
Sino agli anni '70 Genova passa ancora per la Superba e la classe dominante non cessa di esercitare il suo potere anche a livello nazionale: gli industriali genovesi di ieri e di oggi sono fra i più potenti d’Italia e sovente sostenitori di orientamenti reazionari.
Tuttavia, è la cittadinanza proletaria e popolare che salva la città dal fascismo e dal nazismo: la Resistenza a Genova è particolarmente partecipata da giovanissimi, donne, operai, lavoratori e anche studenti e intellettuali. Il sacrificio di migliaia di resistenti genovesi nonché dei lavoratori deportati e in gran parte morti dopo lo sciopero del ’43 fu immenso. Genova medaglia d’oro della Resistenza fu la città che costrinse sei mila nazisti ad arrendersi e sfilare in centro fra due ali di partigiani, fra i quali tante donne e tanti giovanissimi [5]. Il 30 giugno 1960 la maggioranza della popolazione genovese non aveva dimenticato e insorse contro il governo Tambroni incendiando la rivolta antifascista in tutt’Italia sino alla sconfitta del governo DC sostenuto dal MSI [6].
Dopo la gloria lo sfacelo
Ma cosa è successo dopo? Come è possibile che oggi Genova, come Savona, La Spezia e tutta la Liguria siano passate in mano ad amministrazioni locale fasciste-razziste-sessiste?
Per capire questa deriva è indispensabile una lettura critica della storia economica, sociale e politica in particolare dal 1960 in poi.
Il successo della sinistra comunista e socialista negli anni '60 aveva permesso a suoi rappresentanti di entrare nei consigli di amministrazione delle industrie statali e parastatali così come in quelli della gestione di tutti i servizi pubblici. Ma Genova resta sempre una città con un padronato e famiglie della finanza assai forti anche perché ben spalleggiate dall’Opus Dei grazie all’opera molto abile dell’allora cardinale Siri [7]. Nei fatti è lui che riesce a tenere le fila delle mediazioni fra movimento operaio e padronato al punto che le vertenze più difficili sono risolte proprio con la sua intercessione come mostra l’eloquente foto che lo vede al centro fra il presidente dell’Autorità portuale e l’allora celebre capo dei camalli, Paride Batini [8].
La crisi economica degli anni '70 con l’innesco della cosiddetta rivoluzione neo-liberista, provoca a Genova una destrutturazione profonda di tutto l’assetto economico, sociale e culturale [9]. Tutte le grandi e medie industrie e il porto sono sconvolte e ridimensionate o del tutto chiuse. Il porto del tutto automatizzato diventa solo sito di arrivi e transito di containers; le industrie perdono decine di migliaia di posti di lavoro. L’andamento demografico rispecchia in modo estremo lo sfacelo: dal 1970 ad oggi, anno dopo anno senza interruzione, si registrano più morti che nascite e l’immigrazione straniera non compensa quasi nulla. Da oltre 900 mila abitanti del 1971 la città passa a neanche 600 mila abitanti nel 2018. Su 100 persone di 0-14 anni ci sono 250 over 65 anni. L’emigrazione di giovani genovesi verso l’estero o altre città è crescente sin dagli anni '80.
È in particolare la gestione di questo gigantesco processo di destrutturazione economica e sociale che aggrava il declino. Genova non è mai stata città turistica e lentamente cerca di diventarlo riuscendoci in parte negli ultimi dieci anni. Ma la gestione dello smantellamento della grande e media industria s’è quasi sempre limitata a reclamare pre-pensionamenti, cassa integrazione, palliativi effimeri e illusori. Non c’è stato alcun progetto di riconversione delle diverse attività colpite dalla rivoluzione neo-liberista. Gli anziani rappresentanti della sinistra hanno finito per cogestire con l’Opus Dei e la massoneria di destra le elargizioni dei governi DC e poi del compromesso storico dal 1970 sino alle colombiadi, il G8 di Genova 2001 e sino a Genova capitale europea della cultura 2004, oltre che i finanziamenti europei urban. È così che il governo della città è passato nelle mani dell’intesa fra Opus Dei, la massoneria di destra e la nuova massoneria dell’ex-sinistra gestendo in particolare le costruzioni, le grandi opere e la sanità. Nulla invece è stato programmato per risanare gli scempi dell’ecosistema e il suo lascito ferale: il territorio è uno dei più inquinati d’Italia e d’Europa con tassi di mortalità da contaminazioni tossiche (fra i quali l’amianto) particolarmente elevati. E nulla viene programmato per risanare il dissesto idrogeologico che provoca continue alluvioni con morti e danni ingenti. Fra l’altro, solo queste opere di bonifica che avrebbero potuto/dovuto essere lanciate sin dagli anni '70 avrebbero creato decine di migliaia di posti di lavoro. Ma chi gestisce Genova sembra occuparsi solo dei privilegi e benefici propri e della sua clientela più fedele (stile peggiore DC); in sintesi non ha alcuna preoccupazione per la prosperità e la posterità della maggioranza della popolazione che non a caso tende ad estinguersi. Il consociativismo catto-massone di destra e dell’ex-sinistra diventa allora anche mastrusso permanente.
Mastrussi
Il “colpo di grazia” contro la popolazione e il territorio fu la cementificazione a tappeto dalle alture sino alla costa, come dicono i geologi: la causa delle ripetute alluvioni con quasi 100 morti e danni ingenti dal 1970 al 2014 [10]. Basta girare in diversi quartieri di Genova per vedere immobili accatastati uno sull’altro dalle alture sino al litorale, i rivi dei corsi d’acqua che scendono dalle alture quasi del tutto tombati: nasce così la formula delle “bombe d’acqua” come se si trattasse di strage terrorista.
Alberto Teardo è stato il presidente della Regione Liguria dal 28 settembre 1981 al 25 maggio 1983, arrestato nell’ambito di un’inchiesta per corruzione e concussione con altri esponenti del partito socialista ligure. Ma, questo clamoroso fatto sembro non impensierire per nulla la classe dominante esperta in mastrussi (imbrogli, ndr).
“Dopo l’inchiesta su Teardo – poi condannato per associazione a delinquere – furono i magistrati promotori delle indagini ad essere isolati. Loro lasciarono la Liguria, non la massoneria collusa, non la ‘ndrangheta e non quella pratica di voto di scambio che, anzi, si perpetua e perfeziona da allora, in un contesto dove i conflitti di interesse proliferano come gli “uomini cerniera” nei panni di professionisti & consulenti. Le scelte urbanistiche, la gestione del ciclo dei rifiuti, le cave e gli appalti, come concessioni e licenze, o la gestione di servizi, sono state la merce di scambio tra politici ed amministratori pubblici con gli esponenti delle famiglie mappate come nuclei ‘ndranghetisti operanti in Liguria. Spesso attraverso l’intervento di società pubbliche, altre volte attraverso la sinergia con grandi imprese o con le cooperative. Uno scambio in cui è la politica a cercare pacchetti di voti controllati dalle cosche, così come le imprese e cooperative vanno a cercare i “servizi” a basso costo offerti dalle ‘ndrine, in particolare con le truffe nelle pubbliche forniture o con lo smaltimento di rifiuti o terre inquinate. La ‘ndrangheta, anche in Liguria, non fa distinzioni di colore politico e sempre più non punta solamente sul cavallo vincente” [11].
L’esempio recente e più clamoroso del sistema di mastrussi che domina la città è quello del presidente della Banca Carige Berneschi scoperto a rubare per portarsi i soldi sul suo conto a Montecarlo. Per 30 anni è stato eletto da tutti i componenti del consociativismo dei mastrussi: l’arcivescovo, il presidente della regione, il sindaco, il presidente della provincia, il fratello di Scajola, nonché rappresentanti della Confindustria, della Coop Liguria e altri attori economici e sociali di rilievo, nonché accademici genovesi. La Carige era il vanto della classe dominante genovese perché l’unica banca che non s’era piegata alle concentrazioni degli istituti di credito. Berneschi era sempre sostenuto da tutti perché distribuiva favori e sovvenzioni a tutti, persino a tanti docenti universitari. Il potere prima detenuto dal ministro DC Taviani, dal capo della Confindustria, Angelo Costa e dal cardinale Siri, negli anni '80 diventa il potere consociativo partecipato anche dalla ex-sinistra ma ben ipotecato dall’Opus Dei e quindi dallo IOR [12].
Ma di tutto ciò non si parla, la pervasività del dominio del mastrusso è potente e irretisce anche una parte dei lavoratori e intellettuali. È infatti singolare che a Genova nessuno abbia mai parlato e scritto dell’intesa Opus Dei, massoneria di destra e massoneria dell’ex-sinistra. Non c’è alcuna ricerca sul potere e sui dispositivi e meccanismi sui quali riproduce la sua forza da circa 40 anni e forse anche in futuro con altro colore politico delle amministrazioni locali.
Lo sfacelo
Non deve stupire, quindi, il disgusto, l’amarezza, lo sconforto e la rinuncia da parte di quell’elettorato che aveva sostenuto con forza la sinistra dalla Resistenza al 30 giugno 1960 e sin quasi l’inizio del XXI sec. La maggioranza dell’elettorato di sinistra si accorge infine che i rappresentanti che elegge sono ormai uguali a quelli della destra. Così, aumenta sempre più l’astensione dal voto sino a toccare quasi il 60% alle ultime elezioni regionali e comunali. È allora ovvio che le destre ne approfittano e vincono sia le regionali che le comunali a Genova, La Spezia e Savona e in tantissimi altri comuni; a Genova con poco meno del 23% degli aventi diritto al voto. [13] In altre parole, la maggioranza degli elettori di sinistra non è andata a votare e qualcuno ha persino votato a destra per “vendetta” (o per stupidità).
Per inciso, il sindaco Marco Doria, che aveva suscitato tante speranze di riscatto e di rilancio affinché la città restasse ancora di sinistra e anzi si rinnovasse positivamente, s’è rivelato una sconfortante delusione. Di fatto è stato totalmente fagocitato dal PD e dalle intese destra-exsinistra arrivando a sposare i progetti di privatizzazione dell’Amiu (rifiuti), dell’AMT (trasporti) oltre che confermare quelle degli altri servizi (acqua) e a sostenere una posizione da struzzo rispetto allo scandalo Banca Carige. Inoltre, non ha fatto gran che per lanciare una mobilitazione per la bonifica di un territorio devastato dall’inquinamento e molto soggetto a disastri quali per ultimo quello del crollo del ponte Morandi e non ha mai cercato di far appello ai suoi elettori per resistere alle destre e all’ex-sinistra.
È assai probabile che le amministrazioni di destra si adegueranno seguendo quindi quanto praticato prima da quelle della ex-sinistra. Anzi, la giunta Toti come quella Bucci sembrano non voler esitare a fare peggio di chi li ha preceduti. Un esempio fra i tanti: secondo Legambiente, in Italia solo il 40% delle spiagge sono “libere”, e in Liguria meno del 15%; ma si vogliono autorizzare ancora più concessioni e permessi cioè abusi legalizzati di privati sul bene pubblico [14].
L’ipotesi di una possibile costruzione ex-novo di una resistenza allo sfacelo morale e politico come condizione sine qua non è impossibile; resistere ai disastri sanitari, ambientali ed economici [15] appare al momento avere poca forza, nonostante l’impegno di alcuni giovani e anche meno giovani nella solidarietà No borders e a tutte le vittime del dominio liberista e nel rilancio dell’antifascismo. Comunque, la Resistenza continua e la nostra Genova forse ce la farà a reagire non certo come demagogicamente pretendono l’arcivescovo Bagnasco e i politicanti che sono andati a fare la passerella ai funerali di stato per le vittime del crollo del ponte Morandi che è stato l’ennesimo crimine politico contro i genovesi e il loro territorio [16]. Noi siamo stati sempre dalla parte delle famiglie di quelle vittime che hanno rifiutato questa messa in scena assai sconcertante.
NOTE
[1] L’occultamento di questa strage – una delle più gravi del XIX sec. in tutta Europa – è stato vergognoso e ancora oggi pochi la conoscono. Solo nel 2008 fu apposta una piccola lapide in ricordo ma in un angolo della piazza dove troneggia imponente la statua del Vittorio Emanuele II che fu il primo responsabile della strage e ne lodò la “riuscita” per opera del gen. La Marmora. “La soldataglia sabauda, (con ammirevoli eccezioni come narrato dall’anonimo di Marsiglia), si abbandonò alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di I Genovesi son tutti Balilla, non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti; oppure: Denari, denari o la vita, a cui fecero seguito irruzioni e predazioni. Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati e le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina”. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Genova
[2]https://www.google.it/maps/place/Genova+GE/@44.4468921,8.7507486,11z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x12d34152dcd49aad:0x236a84f11881620a!8m2!3d44.4056499!4d8.946256
[3] Negli archivi Ansaldo si trovano eccezionali documentari sulla storia dell’industria genovese e sulla storia di alcune grandi opere fra le quali la sopraelevata (decantata da Franco Fortini): https://giugenna.com/2010/02/09/franco-fortini-e-il-commento-a-la-sopraelevata/;http://www.storiaindustria.it/fonti_documenti/archivio_digitale/appl/client/ricerca_dettagliata.php?si=3049&ap=19828&tr=d
alcuni stralci di documentari si trovano qui http://www.guidadigenova.it/storia-genova/porto/ e qui http://www.genovatoday.it/guida/video-storia-genova.html
[4] Cfr. Salvo Torre, Alle origini della città contemporanea. Rendita fondiaria urbana e processi di accumulazione a Genova nel XIX secolo, Catania, 2004; Italo Calvino, La speculazione edilizia, in Botteghe Oscure, XX, 1957, pp. 438–517 e documentari sulla storia di Genova qui: https://www.youtube.com/results?search_query=storia+di+Genova .
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_movimento_partigiano_a_Genova e film su donne nella Resistenza e Actung banditi
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Genova_del_30_giugno_1960
[7] In particolare, per contrastare la diffusione dei preti operai (di sinistra) Siri creò e sviluppò la pastorale del lavoro, cioè preti in fabbrica ma non come operai, e anche il servizio delle assistenti sociali cattoliche che riuscivano ad avere un credito considerevole fra i lavoratori. L’ecumenismo di Siri continua riuscendo a tenere nella chiesa sia il prete di sinistra don Gallo, sia il conservatore Baget Bozzo (consigliori di Craxi e poi dei Berlusconi). Arcivescovo di Genova è stato anche il tristemente noto card. Bertone. Da notare che nella pagina wikipedia su Siri non figura nulla sulla sua opera per l’Opusdei (https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Siri).
[8] Foto copertina libro Chiesa e impresa a Genova, confindustria di Genova
[9] La nuova grande trasformazione di Genova, in Città mediterranee e deriva liberista, 2011, pp. 131-145: https://www.academia.edu/36906349/Citta_mediterranee_e_deriva_liberista.pdf
[10] http://www.cngeologi.it/2012/11/05/un-anno-fa-lalluvione-di-genova-i-geologi-liguri-ancora-poca-prevenzione/; http://www.casadellalegalita.info/index.php/speciali-liguria/genova-e-prov/alluvione-2014;https://www.researchgate.net/publication/280924823_Frane_e_alluvioni_una_lunga_storia_italiana
[11] Mario Molinari: http://www.ninin.liguria.it/2017/07/10/leggi-notizia/argomenti/inchieste/articolo/patti-indicibili-da-teardo-a-scajola.html
[12] E’ alquanto penoso che G. Lerner nel suo brillante articolo sul caso Berneschi finisca col giustificare l’operato dei dominanti genovesi scrivendo “A proteggere, involontariamente, la finanza rapace è stato proprio quel buon senso praticone di una classe dirigente che pensava di garantirsi l’eternità con la pacifica convivenza trasversale. Ciascuno proteggendo i suoi, fino a che da distribuire non sono rimaste neanche le briciole” (http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/05/30/news/la_cupola_dei_banchieri_che_ricattava_genova-87647965/). Altro che involontariamente, sono stati 30 se non 40 anni in cui s’è forgiato il consociativismo dei mastrussi.
[13] http://effimera.org/prevedibile-sfacelo-della-sinistra-genovese-italiana-30-anni-va-destra-salvatore-palidda/
[14] http://www.ilsecoloxix.it/p/levante/2018/08/11/ADp4UE6-rapporto_spiagge_legambiente.shtml
[15] http://effimera.org/resistenze-ai-disastri-sanitari-ambientali-ed-economici-nel-mediterraneo-salvatore-palidda/
[16] https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/150818/la-catastrophe-de-genes-est-un-autre-crime-politique; http://www.labottegadelbarbieri.org/la-strage-annunciata-di-genova/
Immagine in apertura: fotografia di Michele Guyot Bourg, le case sotto il ponte Morandi, anni Ottanta. Il reportage si intitola “Vivere sotto una cupa minaccia”
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