Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Litio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Litio. Mostra tutti i post

15/02/2025

Batterie al litio. La Cina stramazza la concorrenza

Mentre l’“Occidente collettivo” si prepara a seguire la follia statunitense – niente più difesa dell’ambiente, abbandono della “transizione green” (che pure conteneva molte lacune), e “drill, drill, drill” sugli idrocarburi – la Cina zitta zitta va avanti sulla strada del risparmio energetico, delle tecnologie verdi, del superamento del fossile, della transizione all’elettrico.

Uno dei problemi principali – sia per quanto riguarda la mobilità che per tutti gli altri dispositivi elettronici – è stato fin qui la durata tutto sommato limitata delle batterie, anche di quelle migliori, ad esempio agli ioni di litio.

Lo stesso ciclo di vita delle batterie costituisce un limite, perché difficilmente si supera il limite dei duemila “cicli di ricarica” prima che il litio inserito si esaurisca e renda necessario cambiare la batteria (con tutti i problemi di riciclo e smaltimento che è inutile qui ricordare).

Ora sembra proprio che la ricerca scientifica cinese abbia trovato il modo per moltiplicare fino a trenta volte questa durata, rendendo così le batterie (e a cascata tutto ciò che viene fatto funzionare in questo modo) assai più efficienti, durature, meno ingombranti per la filiera dello smaltimento, ed anche più economiche e meno inquinanti (meno se ne usano, meglio è).

Il risultato della ricerca è già stato verificato dalla comunità scientifica ed è stato pubblicato su Nature. Semmai va sottolineato come questa scoperta, che di per sé garantisce un vantaggio tecnologico e produttivo enorme, sia stata “messa in comune” con il resto dell’umanità.

È un altro modo di funzionare rispetto al neoliberismo occidentale (che avrebbe secretato tutto e vietato di vendere alla concorrenza le componenti necessarie per riprodurre il processo).

Per fare questo bisogna non solo essere in vantaggio, sul piano scientifico e tecnologico, ma esserne così consapevoli da non temere neanche di poter essere raggiunti. Specie da trogloditi che non sanno far altro che tornare all’epoca degli “smokers”...

Buona lettura.

*****

Ricercatori cinesi sviluppano un “trattamento di precisione” per aiutare le batterie agli ioni di litio a recuperare una capacità quasi pari a quella di fabbrica

Un team di ricerca cinese ha sviluppato un metodo unico che potrebbe aiutare le batterie agli ioni di litio usate a recuperare una capacità e prestazioni quasi pari a quelle di fabbrica, ha riportato giovedì il China Media Group (CMG).

I risultati del team di ricerca dell’Università Fudan di Shanghai sono stati pubblicati mercoledì sulla rivista accademica Nature.

Estendere la durata delle batterie è da tempo un problema cruciale, poiché le batterie si esauriscono quando gli ioni di litio attivi vengono consumati. “Il nostro studio supera questo limite attraverso una strategia di approvvigionamento di litio a livello cellulare. Ciò comporta l’aggiunta esterna di un sale di litio organico in una cella assemblata, che si decompone durante la formazione della cella, liberando ioni di litio ed espellendo i leganti organici sotto forma di gas. Questo processo non invasivo e rapido preserva l’integrità della cella senza necessitare di smontaggio”, hanno dichiarato i ricercatori in un abstract pubblicato sul sito di Nature.

Secondo i ricercatori, questa tecnica innovativa ha il potenziale di migliorare significativamente le prestazioni delle batterie agli ioni di litio e ridurre gli sprechi, il che è essenziale per i veicoli elettrici (EV), gli smartphone e le infrastrutture di accumulo di energia su larga scala.

Il team ha sfruttato l’intelligenza artificiale e l’elettrochimica organica per sviluppare una molecola trasportatrice di litio che può essere iniettata in batterie degradate per reintegrare gli ioni di litio persi, fornendo effettivamente un “trattamento di precisione” per aiutare le batterie a recuperare uno stato “sano” quasi pari a quello di fabbrica, ha dichiarato Gao Yue, membro del team di ricerca, citato dal rapporto CMG.

I ricercatori si aspettano che questa tecnologia possa estendere la durata delle batterie agli ioni di litio dall’attuale intervallo compreso tra 500 e 2.000 cicli a un intervallo senza precedenti tra 12.000 e 60.000 cicli, secondo un rapporto sul sito web dell’Università Fudan.

Questo è un risultato internazionalmente “senza pari” raggiunto dagli scienziati cinesi, ha affermato Gao, aggiungendo che si prevede che aprirà la strada a batterie al litio ad alte prestazioni e convenienti, affrontando il problema della durata insufficiente delle batterie nei veicoli elettrici, nell’elettronica di consumo e nell’accumulo di energia su larga scala.

Gao ha sottolineato che questa tecnologia è stata testata su una varietà di batterie e che il team sta collaborando con aziende internazionali leader nel settore delle batterie, con l’obiettivo di accelerare l’adozione della tecnologia nella vita reale.

Giovedì pomeriggio, molte azioni legate alle batterie al litio in Cina sono aumentate significativamente, con alcune che sono salite del 20%, raggiungendo i limiti giornalieri.

In precedenza, un team di ricerca dell’Istituto di Tecnologia per l’Energia da Biomassa e i Processi Biologici di Qingdao dell’Accademia Cinese delle Scienze ha fatto una scoperta nel campo delle batterie al litio allo stato solido, potenzialmente avvicinando la realtà di dispositivi elettronici più piccoli e di maggiore durata, ha riportato il CMG il 1° agosto 2024.

Questa ricerca ha fornito supporto tecnico per lo sviluppo di dispositivi di accumulo di energia ad alta densità energetica e lunga durata, offrendo fonti di alimentazione sicure e durevoli per veicoli elettrici, reti di accumulo di energia e apparecchiature per acque profonde e spazio profondo, tra gli altri, secondo il rapporto.

La Cina svolge un ruolo cruciale nella tecnologia di estrazione del litio e nella produzione di batterie al litio di alta gamma. I dati ufficiali più recenti mostrano che l’industria cinese delle batterie agli ioni di litio ha registrato una crescita robusta tra gennaio e ottobre 2024, con una produzione di batterie che ha raggiunto 890 gigawattora, con un aumento del 16% su base annua.

Fonte

12/08/2024

Serbia - Proteste di massa contro l’estrazione di litio per la Rio Tinto

Stanno resistendo alla svendita del paese: sabato, decine di migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale serba Belgrado. Gli organizzatori, varie iniziative ambientaliste e attivisti, hanno parlato di 40.000 partecipanti. Tra le altre cose, la stazione ferroviaria principale è stata occupata e alcuni i manifestanti sono stati arrestati dalla polizia. Sono state le proteste più grandi da molto tempo a questa parte.

Lo sfondo è l’estrazione pianificata di litio vicino alla città di Loznica. Lì, nella valle del fiume Jadar, si sospetta che ci siano grandi giacimenti di metallo leggero. Da decenni questo suscita i desideri della compagnia mineraria britannico-australiana Rio Tinto, ma anche dell’industria automobilistica dell’UE e dei governi di Berlino e Bruxelles che agiscono per suo conto, perché la mobilità deve essere elettrificata – a scapito dell’ambiente – cosa che non è possibile senza batterie al litio.

Al fine di mettere tutto a posto contrattualmente, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato a Belgrado il 19 luglio con i dirigenti di importanti case automobilistiche. Il progetto è redditizio anche per la Serbia, almeno secondo il Presidente Aleksandar Vučić. Verrà creata un’intera catena del valore che comprende posti di lavoro ben retribuiti, dall’estrazione mineraria alla produzione di batterie fino al riciclaggio.

Ma i cittadini non vogliono proprio credergli, soprattutto quelli che vivono nella regione dove la materia prima deve essere estratta dalla terra. Temono la distruzione irrimediabile della natura e quindi del loro sostentamento nell’area agricola.

Studi scientifici dimostrano che i manifestanti hanno ragione. Vučić e Rio Tinto ribattono con contro-studi e affermano che tutto sarà svolto secondo i più alti standard ecologici. Ma le promesse non sono servite a nulla finora. La popolazione contraria all’estrazione del litio era già scesa in piazza una volta.

Nel gennaio 2022, Vučić ha dovuto interrompere il progetto per questo motivo. All’inizio di luglio una sentenza della Corte costituzionale ha spianato nuovamente la strada, ma anche le proteste sono ricominciate.

Fonte

26/07/2024

Ucraina: le ricchezze del suo sottosuolo ripagheranno davvero i “disinteressati” aiuti europeisti?

L’argomento non è nuovo; ciclicamente torna ad affacciarsi, fondatamente, nelle cronache militar-accaparratrici del conflitto in corso sul territorio ucraino, avendo accompagnato – per chi non ha scoperto il Donbass solo il giorno della “aggressione russa” nel febbraio 2022 – l’ingordigia delle multinazionali euro-atlantiche per le fertilissime terre ucraine e per il suo ancor più prezioso sottosuolo.

Non stiamo qui a dilungarci sull’ingenuità di quanti – in buona fede, ma nella maggior parte dei casi a ragion veduta – predicano il dovere di ogni democratico di mettersi dalla parte dell’aggredito e sostenerlo con ogni mezzo, finanziario e bellico, nella sua lotta per riconquistare la “libertà”. Che i “popoli liberi” rinuncino ai loro “privilegi”, fatti di sanità e istruzione pubbliche, casa, salari e pensioni decorosi, e guardino con compassione e comprensione a chi quei “privilegi” – assenza di disoccupazione, abitazioni praticamente gratuite, sanità e istruzione gratuite di qualità superiore – dopo averli “subiti” per una settantina d’anni, ha deciso di “propria volontà” di dare un calcio, per adeguarsi ai modelli del “mondo libero”.

Rinunciando a quei “privilegi”, i popoli dell’occidente liberal-democratico, danno il proprio contributo alla lotta planetaria contro le autocrazie, oggi guerreggiata in forme cruente proprio su quelle terre del Donbass. Ciò facendo, dimostrano lo stesso amore per quel popolo aggredito che i propri governi manifestano, nella maniera più disinteressata, con l’accumulare miliardi in carri armati, missili, aerei da guerra, da destinare al più democratico governo di cui la ex RSSU si sia potuta dotare, da quando si è liberata dal giogo repressivo di quella “prigione dei popoli” che era l’Unione Sovietica: un governo tanto democratico dall’osannare gli “eroi” nazisti di ottant’anni fa e sbandierare ogni dove emblemi delle più raccapriccianti divisioni SS.

Ma, quei governi, che proclamano le proprie anime popolari e democratiche, sia che si affaccino alle sponde europee dell’Atlantico o alle rive del Baltico, fanno tutto questo consci del sacrosanto dovere di aiutare, senza, per carità, puntare su nessun tornaconto, una junta amica, impegnata in prima linea contro i totalitarismi.

Lo fanno disinteressatamente. O, non proprio.

Ulrich Blum direttore dell’Istituto tedesco del litio, tra un articolo e una lezione sulla «ricostruzione dell’Ucraina», in un’intervista a Deutsche Welle si è lasciato sfuggire che ciò che l’Occidente agogna di più in Ucraina sono i suoi giacimenti di litio, un metallo che, dice Blum, contribuirà a risolvere i problemi energetici europei. Dunque, non sia mai che la Russia si insedi in Donbass e nei territori centrali d’Ucraina, dove ci sarebbero buoni giacimenti di litio; se ciò dovesse avvenire, ha detto Blum, la situazione per l’Europa peggiorerebbe. «L’Europa potrebbe ottenere in Ucraina la maggior parte dei minerali necessari per la transizione energetica. Se riusciamo a cacciare Putin da queste aree, sarà un grande vantaggio per la transizione energetica in Europa. Ma se egli controlla anche solo il Donbass, tutto il resto è a rischio».

Dunque, c’è un interesse diretto e concreto nella lotta all’autoritarismo; un interesse spinto dal profitto. Chi l’avrebbe detto!

La UE, ricorda Vladimir Demcenko su Komsomol’skaja Pravda, sta puntando tutto sull’energia verde, ma c’è un problema: hai voglia di turbine eoliche e pannelli solari; molti elementi devono comunque continuare a essere estratti dal terreno, come rame, alluminio, cobalto, nichel... E il litio ha la proprietà di accumulare più carica per unità di peso di qualsiasi altro elemento. In accumulatori di energia come turbine eoliche o pannelli solari può andare anche una tonnellata di litio e, nel 2021, il suo prezzo ha fatto un balzo del 400% e in futuro continuerà a crescere. Qualcuno si è poi accorto che il litio è a portata di mano, in Ucraina e dunque più buon mercato di quello trasportato da Australia o Sudamerica.

Non si è certo peritato, il molto cristiano deputato tedesco Roderich Kiesewetter, della CDU, a spiattellare papale papale che il litio in Donbas «è la ragione chiave per cui l’Ucraina riceve sostegno finanziario e militare dalla UE». La UE ha bisogno di propri giacimenti di litio e i più estesi si trovano nelle regioni di Donetsk e Lugansk. Si era già detto di come, nel 2018, la “Petro Consulting”, legata guarda caso all’ex presidente Petro Porošenko, avesse ottenuto diritti su due giacimenti, per poi cederli, quest’anno, all’australiana “European Lithium”, una società con sede in Australia; e uno di quei giacimenti è proprio a ridosso della linea del fronte.

Si era detto anche di come l’Ucraina, oltre ai giacimenti di litio, sia ricca anche di giacimenti di almeno 21 dei 30 elementi classificati dalla UE quali “materie prime critiche” per lo sviluppo dell’energia verde. Il fatto è che le avanzate russe hanno privato l’Ucraina, secondo la canadese “SecDev”, del 63% dei giacimenti di carbone, 11% di quelli di petrolio, 20% di gas naturale, 42% di metalli e 33% di metalli da terre rare. C’è in Ucraina anche un 20% delle riserve mondiali di titanio, cui sono molto interessati gli USA per i propri aerei: lo dimostra quantomeno il fatto che il titanio russo non è ancora finito sotto le sanzioni yankee.

Non parliamo poi del gas di scisto, con riserve stimate da 3 a 5 trilioni di mc, che pongono l’Ucraina al terzo posto in Europa dopo Francia e Polonia: anche questo si trova in buona parte nell’area circostante Donetsk e, a tornare indietro col pensiero, ci si ricorda che la tragedia del Donbass ha avuto in gran parte inizio proprio a causa del gas di scisto.

Armando e finanziando la juna nazigolpista di Kiev, a ovest si guarda dunque all’Ucraina come un vero e proprio Eldorado.

C’è però chi non è completamente d’accordo. A parere di Igor Juškov, del Fondo russo per la sicurezza energetica, il sottosuolo ucraino non sarebbe così ricco: carbone, titanio, questi sì; ma per il resto... L’ultima pubblicazione del Energy Institute dice che l’Ucraina non è tra i Paesi con riserve significative di litio. Più o meno la stessa cosa con il gas di scisto: la Shell ha lasciato l’area di Juzovka (l’odierna Donetsk; fu fondata nel 1870 dall’inglese John Hughes quale villaggio attorno a una fabbrica metallurgica) ufficialmente a causa del conflitto, ma si dice invece che la causa vera sia la scarsità di gas, quantomeno su scala commerciale.

A parere di Juškov, Kiev sembra molto desiderosa di convincere il mondo di possedere incalcolabili risorse: dicono «aiutateci, abbiamo litio, gas e vi ripagheremo con questi. E i politici europei cercano di giustificarsi di fronte alle proprie popolazioni coi racconti di queste ricchezze, come dire “Abbiate pazienza, il litio ucraino ripagherà tutto”». Non mi stupirei, afferma Juškov, se coloro che parlano così ci credano davvero, senza «sospettare che la ricchezza ucraina è molto probabilmente una gigantesca bolla».

Non è escluso che sia così. Intanto, però, non è affatto una bolla di sapone il prezzo che i popoli d’Europa stanno pagando con la privazione di quei famosi “privilegi”, a uso e consumo dei monopoli euro-atlantici, convinti a “fare il bene” a suon di fruste e bastoni dai più “democratici” e “anti-totalitari” governi UE.

Fonte

02/04/2024

Il “triangolo del litio”

1) Introduzione

È un fatto insolito che un documento di proposta per la transizione nel settore industriale europeo colleghi esplicitamente, nei suoi obiettivi, tecnologia, crescita, sicurezza energetica e ordine pubblico.

La pandemia, e soprattutto la guerra in Ucraina, hanno agito da acceleratori per una “transizione verde” basata sulla tecnologia che ora ha una nuova missione.

Solitamente lo definivamo come quadro generale, proposto principalmente da istituzioni del Nord del mondo, per collegare la lotta contro l’emergenza climatica e il degrado ambientale con una nuova strategia di crescita economica.

In questa fase dobbiamo aggiungere anche la dimensione della sicurezza.

Considerando tutto ciò, questa pubblicazione nasce dall’interesse per l’analisi critica di questo nuovo contesto. Di fatto, le sue ragioni affiorano dalla traiettoria dell’Observatori del Deute en la Globalització e da un gruppo di organizzazioni, collettivi e reti di ricerca di attivisti globali che esaminano i progressi della “transizione verde” a livello globale.

Tuttavia c’è da considerare che il vero elemento base è stato il lavoro sul campo svolto dall’Osservatorio nel cosiddetto “triangolo del litio”, uno dei territori strategici per la transizione.

Per affrontare questa sfida, abbiamo proposto di esaminare LA MINIERA, LA FABBRICA E IL NEGOZIO nonché le Dinamiche Globali della “transizione verde” e le sue conseguenze nel “triangolo del litio”, suddividendo il testo in tre parti con diversi approcci.

Nella prima parte esamineremo la situazione globale dell’estrazione delle risorse, dell’industrializzazione e dei mercati che richiedono “tecnologie pulite”. Questo capitolo, più analitico e descrittivo, esamina come la centralità dell’impegno tecnologico nella “transizione verde” e la sua funzione di sicurezza siano un imperativo per espandere la frontiera mineraria, l’industrializzazione e garantire i mercati di vendita. È qui che i più rilevanti attori internazionali hanno messo in campo numerosi strumenti – i piani quinquennali dall’11° al 14° della Cina, i fondi Next Generation EU, il REPowerEU, l’Inflation Reduction Act, il Critical Raw Materials Act, il Green Deal Industrial Plan, il Net Zero Industry Act e il Global Gateway, tra gli altri – per ottenere l’egemonia sulla scena internazionale con l’obiettivo di estrarre minerali e produrre e vendere tecnologia.

Nella seconda parte ci spostiamo su una situazione territoriale specifica: le alte saline andine tra Cile, Argentina e Bolivia dove si estrae, o si intende estrarre, il litio, prezioso minerale necessario per le batterie dei dispositivi elettronici mobili e dei veicoli elettrici. Qui il testo riprende voci del territorio che subiscono gli impatti dell’attività mineraria tra resistenza, inquietudine, rassegnazione, divisione, conflitto o, semplicemente, attesa di un lavoro o di un compenso che contribuisca a soddisfare i propri bisogni primari insoddisfatti.

Infine, la terza parte cerca di rispondere alle sfide dell’emergenza climatica, la perdita di biodiversità e l’esaurimento delle risorse a partire dall’accelerazione di altre transizioni. Il nostro approccio, tra il propositivo e il rivendicativo, non mette in discussione l’urgenza di agire, ma sostiene alternative che superino il tecno-ottimismo e il suo imperativo tecnologico.

Notiamo con preoccupazione che la dimensione della giustizia globale non è presente nella “transizione verde” e che la massiccia domanda di tecnologia può avere effetti devastanti sui territori del Sud del mondo.

Ci auguriamo insomma che il testo contribuisca a una migliore comprensione della disputa globale e del ruolo degli attori più rilevanti, a stabilire un maggiore legame con le altre realtà territoriali, e che continui ad aprire il dibattito su come affrontare una situazione di emergenza climatica, ambientale e sociale in modo davvero equo.

2) Pandemia e crisi energetica: accelerare la transizione securitaria e tecnologica

Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, le istituzioni pubbliche hanno iniziato a proporre numerosi strumenti, piani e strategie per intraprendere una “transizione verde”. Tra questi spicca per portata e copertura il Green New Deal, un quadro programmatico e strategico per combattere l’emergenza climatica attraverso l’intervento pubblico nell’economia (1).

Sia la pubblicazione nel febbraio 2019 del Green New Deal per gli Stati Uniti, che l’approvazione, alla fine dello stesso anno, dell’European Green Deal nell’Unione Europea, sono stati i principali riferimenti per la politica di transizione climatica ed energetica in un momento di forti mobilitazioni sociali sul clima.

La creazione di reti internazionali di attivisti come Fridays for Future, Extinction Rebellion o By2020 We Rise Up, hanno aumentato la pressione sulle istituzioni, sia in termini di contenuto delle loro rivendicazioni che per la pratica della disobbedienza civile.

Nello stesso anno, in America Latina, hanno avuto luogo proteste e rivolte popolari, iniziate in Cile che poi si sono riprodotte in Bolivia, Ecuador e Colombia, espressioni di quello che oggi è riconosciuto come l’anno dell’esplosione sociale, le cui radici affondano nei gravi problemi di violenza sistemica e di ingiustizia sociale e ambientale, conseguenza dello sfruttamento sistematico dei beni comuni, degli ecosistemi e dei territori.

Un anno più tardi arrivava la pandemia.

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), preoccupata dai livelli allarmanti di diffusione e gravità del COVID-19, emise una pubblica dichiarazione di pandemia (2). Solo due mesi dopo, istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e la Commissione Europea iniziavano a diffondere la necessità di un Green Recovery (3) e di un Build Back Better (BBB) (I).

L’obiettivo era, in altre parole, quello di superare gli impatti negativi del COVID-19 sull’economia rafforzando la “transizione verde”.

È stato questo il primo acceleratore della transizione: la ripresa economica dalla pandemia, di cui uno degli attori più importanti è l’Unione Europea e i suoi fondi NextGenerationEU (4) (di seguito NGEU), ad oggi un potenziale di 806 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti per gli Stati membri che dovrebbero servire alla ripresa e alla trasformazione dell’economia europea mettendola sulla strada dell’European Green Deal.

Nello specifico, il 37% dei fondi doveva essere destinato a progetti (II) e riforme che contribuissero agli obiettivi climatici dell’Unione, il 20% alla digitalizzazione, il 10% alla biodiversità, e tutti erano regolati dal principio di “assenza di danni significativi”, ossia i progetti e le riforme approvati non potevano sostenere o svolgere attività economiche che avessero causato danni significativi a qualsiasi obiettivo ambientale. (5)

Seguendo la linea temporale, il 25 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina.

Nel mezzo di un panico diffuso in Europa per il prezzo e la continuità dell’approvvigionamento energetico, la guerra ha agito come un secondo acceleratore della “transizione verde”, riformulandone le priorità.

Lo stesso REPowerEU (6), il piano per porre fine alle dipendenze energetiche dalla Federazione Russa, riconosce che “la rapida e progressiva eliminazione delle importazioni di combustibili fossili dalla Russia influenzerà la traiettoria della transizione” e potrebbe comportare investimenti mirati verso infrastrutture per il gas e per il petrolio, e per l’uso di carbone e nucleare al di là di quanto previsto (III).

Nella stessa ottica, la riunione dei ministri dell’energia, clima e ambiente del G7 (IV), tenutasi a Sapporo (Giappone) nell’aprile 2023, ha avuto come obiettivo quello di approfondire i temi della sicurezza energetica e della transizione verso l’“energia pulita” (V).

I due giorni di incontri hanno incluso discussioni su materie prime critiche, efficienza energetica, energie rinnovabili, gas naturale, idrogeno, emissioni di carbonio, trasporto stradale e decarbonizzazione delle industrie pesanti. Nel documento finale si legge: “Riaffermiamo il nostro impegno ad accelerare la transizione dell’energia pulita verso le emissioni zero netto (...) e riconosciamo l’importanza di promuovere un’efficiente diversificazione delle fonti di approvvigionamento per migliorare la sicurezza energetica e l’accessibilità economica dell’energia” (7).

Alla fine, il consenso verso la narrazione dei principali attori internazionali cerca di ottenere legittimità dai cittadini del Nord globale attraverso campagne come “You are the EU”, promossa all’inizio del 2023 dalla Commissione Europea.

Il loro intento è quello di coniugare i valori europei di “democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza e solidarietà” con l’indipendenza energetica e “l’energia, pulita e rinnovabile, prodotta in Europa” (8), riaffermando il legame tra transizione, sicurezza e tecnologie, in una sorta di nazionalismo energetico e tecnologico che rende imperativo un impegno accelerato e massiccio verso le “tecnologie pulite”.

3) La miniera, la fabbrica e il negozio

3.1 Catene globali di approvvigionamento e valore

La situazione descritta nel capitolo precedente, con una “transizione verde” vincolata alla sicurezza energetica che spinge verso una massiccia domanda di tecnologia, mette alla prova gli attori più rilevanti sulla scena internazionale. Tuttavia, se analizziamo la situazione globale delle filiere delle principali “tecnologie pulite”, possiamo notare quattro posizioni di partenza chiaramente differenziate: dominante, avvantaggiata, importatrice e subordinata.

Da un lato c’è la Cina che detiene una posizione dominante, con una presenza sufficientemente egemonica nelle diverse fasi della catena di approvvigionamento tale da esercitare un elevato grado di controllo e influenza. Nel 2019 la Cina è stata, a livello globale, responsabile del 69% dell’estrazione di cobalto, del 64% di grafite e del 60% di terre rare.

Nelle operazioni di lavorazione dei materiali ha raggiunto il 35% per quanto riguarda il nichel, il 65% per il cobalto, l’87% per le terre rare e il 58% per il litio. Le imprese cinesi hanno inoltre effettuato investimenti significativi in aree di risorse minerarie come l’Australia, il Cile, la Repubblica Democratica del Congo e l’Indonesia. (9)

È stata la Cina, nel 2021, a guidare la fornitura globale di “tecnologia pulita”. Il 65% delle batterie per veicoli elettrici, circa il 60% dei pannelli fotovoltaici e delle turbine eoliche e il 40% degli elettrolizzatori sono stati prodotti in territorio cinese. (10)

Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti che si trovano in una posizione avvantaggiata perché hanno la capacità installata per realizzare la maggior parte delle attività di filiera all’interno dei propri confini: hanno risorse energetiche, minerarie, industriali e domanda interna.

Nel 2020 sono stati il secondo maggior estrattore di terre rare e il sesto per riserve (11), e hanno una filiera ben sviluppata per la mobilità elettrica (saldo commerciale positivo del 3% nel 2021), ma meno per eolico (-38%) e fotovoltaico (-65%), per i quali dipendono dalle importazioni. (12)

Ciò che invece caratterizza maggiormente l’Unione Europea è il suo ruolo di importatrice a causa dell’elevata dipendenza energetica, mineraria e industriale dall’estero, che è in parte il risultato della politica di espansione e delocalizzazione delle multinazionali europee.

Nel 2021 l’UE aveva una dipendenza energetica del 55% e del 54% per i minerali metallici (13). L’UE è un importatore netto di “tecnologie pulite”, ad eccezione dei componenti delle turbine eoliche. Circa un quarto delle automobili e delle batterie elettriche, e quasi tutti i moduli solari fotovoltaici e le celle a combustibile, sono importati dalla Cina, sebbene i veicoli elettrici siano prodotti anche da aziende europee e statunitensi in territorio cinese (14).

Per ultimi ci sono i numerosi paesi del Sud globale, inseriti nelle catene di approvvigionamento globali in forma subordinata attraverso l’estrazione e l’esportazione di beni naturali.

Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, il Perù, il Ghana e l’Indonesia hanno una matrice di esportazione primaria e sono principalmente impegnati nell’estrazione di minerali e nella loro vendita con una raffinazione/trasformazione di base o, in termini economici, a basso valore aggiunto.

Altri paesi, come il Cile, la Bolivia, l’Argentina o il Brasile, hanno diversi progetti di industrializzazione, ma si sono scontrati con barriere interne che vanno dalla loro stessa Costituzione, come nel caso del Cile, a crisi interne, o a governi progressisti privi di una chiara volontà di abbandonare l’estrattivismo, o semplicemente a governi reazionari negazionisti.

Comunque, la maggior parte di questi paesi hanno un denominatore comune: sono sottomessi al debito estero o a trattati commerciali e di investimento che funzionano come strumenti per sostenere la loro subordinazione.

Per entrare in dettaglio nelle posizioni dominanti, avvantaggiate, importatrici e subordinate, nelle seguenti sottosezioni analizzeremo la posizione di questi attori nelle fasi di estrazione, produzione e commercializzazione: la miniera, la fabbrica e il commercio.

Chiarire concetti: estrazione, riserve e risorse. Elementi, metalli, minerali, materie prime e materiali.

L’estrazione si riferisce alle fasi iniziali più elementari dell’attività mineraria, spesso indicate come produzione. Riteniamo che non esista detta produzione perché l’attività consiste nell’estrazione di minerali depositati in natura.

Le riserve sono le materie prime di cui è legalmente, economicamente e tecnicamente possibile l’estrazione. Le riserve variano nel tempo.

Le risorse sono invece il risultato di processi di esplorazione e sono valutate tramite modelli geoscientifici. Anche le risorse variano nel tempo e, quando è possibile estrarle, diventano riserve.

Gli elementi sono il tipo di materia costituita da atomi con lo stesso numero atomico e sono classificati nella tavola periodica.

I metalli sono elementi chimici che sono buoni conduttori di elettricità e calore.

I minerali sono sostanze inorganiche di origine naturale, con una composizione chimica definita e una certa struttura cristallina.

La materia prima è il materiale estratto dalla natura, di origine minerale, vegetale o organica che, attraverso una serie di trasformazioni artigianali o industriali, viene trasformato in prodotti di consumo intermedi o finali.

I materiali sono elementi o composti chimici, sostanze o miscele di sostanze che costituiscono la materia. Nel presente rapporto questo termine viene utilizzato per indicare elementi, composti o rocce di origine naturale estratti dall’attività umana per essere sfruttati.

3.2. La miniera: estrarre gli ingredienti delle “tecnologie pulite”

La prima e fondamentale fase per la produzione delle cosiddette “tecnologie pulite” consiste nel garantire la loro base materiale, ossia gli elementi necessari per la loro produzione. Stiamo parlando di minerali come rame, litio, nichel, manganese, cobalto, grafite, silicio, terre rare, platino, cromo, zinco e materiali sfusi come acciaio, cemento, plastica e alluminio (15).
Figura 1

Elaborazione degli autori sulla base della Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU (analisi della catena di approvvigionamento e della previsione della domanda di materiali in tecnologie e settori strategici nell’UE).

NOTA: I materiali sono stati suddivisi in due categorie: strategici e critici. Per l’UE, la criticità dei materiali si misura in base alla loro importanza per l’economia e al rischio nelle catene di approvvigionamento (16).

I materiali strategici, invece, sono fondamentali per le tecnologie importanti per la “transizione verde e digitale” dell’Europa, per la difesa e per il settore aerospaziale e possono anche essere soggetti a rischi futuri nella catena di approvvigionamento (17).

Nella tabella, i metalli del gruppo del platino (rutenio, palladio, osmio, iridio, rodio e platino) sono raggruppati insieme. Le terre rare hanno tre sottogruppi: quelle utilizzate per i magneti permanenti, come il neodimio e il disprosio, le terre rare pesanti e quelle leggere.

Nella Figura 1 si può notare come rame e alluminio siano necessari per tutte le tecnologie. Altri materiali sono presenti in 6 tecnologie su 7: il nichel in tutte tranne che nei motori di trazione, mentre boro e silicio non sono presenti nelle batterie agli ioni di litio. Le terre rare per i magneti e il manganese sono presenti in 5 delle 7 tecnologie. (18)

Di seguito sono riportati altri studi che valutano anche l’intensità di utilizzo dei materiali per ciascuna tecnologia (Fig. 2).

Figura 2

È importante sottolineare che ogni tecnologia ha delle sotto-tecnologie (VI) che, a seconda del loro sviluppo, finiscono per determinare la maggiore o minore intensità di un materiale o di un altro.

In ogni caso, la Figura 3 ribadisce l’elevata importanza del rame e dell’alluminio praticamente per tutte le tecnologie, così come delle terre rare e dello zinco per l’energia eolica, del nichel per l’idrogeno, e del cobalto, del nichel, del litio e anche delle terre rare per i veicoli elettrici e le batterie.

Figura 3

Proseguendo su questa linea di valutazione dell’intensità mineraria delle tecnologie e della proiezione della loro domanda futura, analizziamo ora il rapporto su Il ruolo dei minerali critici nella transizione verso l’energia pulita dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Per gli scenari ambientali e climatici più ambiziosi, la domanda totale di materiali per le “tecnologie pulite” dovrebbe quadruplicare tra il 2020 e il 2040.

Nello stesso periodo, settori come i veicoli elettrici e le batterie dovrebbero aumentare la loro domanda di 30 volte (19).

Il dettaglio della Figura 3 mostra come lo scenario SDS richieda più materiali rispetto allo STEPS; ovvero, nel quadro della “transizione verde” dell’IEA che promuove lo sviluppo tecnologico senza mettere in discussione il modello economico, una maggiore ambizione climatica richiede un maggiore sfruttamento dei minerali.

SDS significa moltiplicare la domanda di litio per le tecnologie citate per 42, di grafite per 25, di cobalto per 21, di nichel per 19, di manganese per 8 e di terre rare per oltre 7, in soli due decenni (20).

Prendendo come riferimento ambedue gli scenari SDS e STEPS, anche la pubblicazione Metalli per l’energia pulita: modi per risolvere la sfida delle materie prime in Europa, dell’Università di KU Leuven su richiesta di Eurometaux 21, quantifica la differenza tra gli scenari.

Lo SDS, che corrisponde a un’ambizione climatica più elevata secondo l’IEA, rappresenta un’estrazione di 30 megatonnellate all’anno di materiali in più rispetto allo STEPS. Oltre il 50% del fabbisogno totale sarebbe costituito da alluminio, seguito da rame, nichel e zinco.

Le quantità assolute non riflettono l’importanza di minerali come il cobalto o le terre rare per i magneti che, pur essendo estratti in quantità minori, hanno un impatto climatico maggiore per tonnellata nella loro estrazione e raffinazione. (VII).

(2. Continua)

*****

I) A differenza del Build Back Better dell’amministrazione Joe Biden, il governo americano guidato da Donald Trump non ha scommesso su una ripresa verde. Per saperne di più consultare qui.

II) L’elenco dei progetti finanziati tramite NGEU è guidato da grandi aziende europee ed è destinato principalmente ai settori della mobilità elettrica, dell’idrogeno verde e delle energie rinnovabili.

III) Oltre alla contraddizione percepibile di mantenere un discorso di lotta all’emergenza climatica e al finanziamento e all’uso dei combustibili fossili, REPowerEU è riuscita a reindirizzare 225.000 milioni di euro dal Recovery and Resilience Fund, la parte effettiva del NGEU, verso progetti e riforme, consentendo un processo di deroga al principio di non arrecare danni significativi alle infrastrutture e agli impianti energetici che necessitano di soddisfare le immediate esigenze di sicurezza dell’approvvigionamento: Per maggiori informazioni.

IV) I paesi del G7 sono Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Per vedere il Comunicato dei Ministri del Clima, dell’Energia e dell’Ambiente di aprile 2023 vedere qui.

V) Per l’Agenzia Internazionale dell’Energia, organizzazione OCSE creata dopo la crisi petrolifera del 1973 e punto di riferimento per le istituzioni internazionali, l’energia pulita o tecnologie pulite sono il solare fotovoltaico e termico, gli elettrolizzatori e le celle a combustibile, l’energia eolica onshore e offshore, il biogas/biometano sostenibile, le batterie e stoccaggio, cattura e stoccaggio del carbonio, pompe di calore ed energia geotermica e tecnologie di rete. In questo gruppo vengono considerate anche le tecnologie sostenibili dei combustibili alternativi, le tecnologie avanzate per produrre energia da processi nucleari con residui minimi nel ciclo del combustibile, piccoli reattori modulari e i migliori combustibili correlati. In questo testo faremo riferimento principalmente all’eolico, al fotovoltaico e alla mobilità elettrica e, in alcuni casi, alle celle a combustibile, agli elettrolizzatori e alle pompe di calore.

VI) Le batterie più comunemente utilizzate nei veicoli elettrici sono agli ioni di litio. All’interno di questa categoria possiamo trovare batterie al litio-ossido di cobalto (LCO), al nichel-cobalto-ossido di alluminio (NCA) e alle batterie al nichel-manganese-cobalto (NMC). Gli NMC si dividono a loro volta in base alle proporzioni di manganese, cobalto e nichel nella chimica del catodo. Esistono anche altre composizioni di batterie al litio che non contengono cobalto come ossido di litio manganese (LMO) e litio ferro fosfato (LFP). Per ulteriori informazioni, vedere: Martín Lallana, Jorge Torrubia e Alicia Valero (2023). Minerali per la transizione energetica e digitale in Spagna: stato dell’arte, revisione delle politiche pubbliche e delle alternative. CIRCE – Universidad de Zaragoza, encargado por Amigos de la Tierra España. Disponibile qui.

VII) La produzione di una tonnellata di solfato di cobalto o di ossido di neodimio emette rispettivamente 16,73 tonnellate e 65,80 tonnellate di CO2 equivalente. Per maggiori informazioni.

Note

1) Pérez, Alfons (2021). Pactos verdes en tiempos de pandemias. El futuro se disputa ahora. Observatori del Deute en la Globalització, Libros en Acción e Icaria editorial. Disponibile qui.

2) Organización Mundial de la Salud (27/04/2020). COVID-19: cronología de la actuación de la OMS. Disponibile qui

3) OECD. Focus on Green Recovery. Disponibile qui.

4) Scherer, Nicola; González, Erika y Blázquez, Nuria (2021). Guía Next Generation EU: más sombras que luces. Ecologistas en Acción, Observatorio de Multinacionales en América Latina y Observatorio de la Deuda en la Globalización. Disponibile qui

5) Comisión Europea (30/08/2021). Do No Significant Harm. Disponibile qui.

6) Observatorio de la Deuda en la Globalización (28/07/2022). Crisis energética en Europa, ¿qué podemos esperar?. Disponibile qui.

7) G7 Climate, Energy and Environment Ministers (16/04/2023). G7 Climate, Energy and Environment Ministers’ Communiqué [Comunicato]. Disponibile qui.

8) Unión Europea. You are Europe [Web].

9) International Energy Agency. (Maggio 2021). The Role of Critical World Energy Outlook Special Report Minerals in Clean Energy Transitions [Report]. Disponibile qui.

10) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives [Report]. Disponibile qui.

11) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.

12) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives… op.cit.

13) Eurostat. Energy statistics – an overview. Recuperato il 9 giugno 2023, da qui.

14) International Energy Agency (2023). Clean Energy Supply Chains. Energy Technology Perspectives [Web]. Disponibile qui.

15) International Energy Agency (2023). Mining and Materials Production [Web]. Disponibile qui.

16) Comisión Europea. Materias primas críticas. Recuperato il 9 giugno del 2023 da qui.

17) Comisión Europea. Critical Raw Materials: ensuring secure and sustainable supply chains for EU’s green and digital future [comunicato stampa].

18) Oficina de Publicaciones de la Unión Europea. Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU [Report].

19) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.

20) Ibid.

21) KU Leuven (Abril 2022) Metals for Clean Energy: Pathways to solving Europe’s raw materials challenge Eurometaux. Encargado por Eurometaux. Da qui.

Fonte

21/08/2023

Argentina - Un clima antipopolare si fa largo nel Paese. Una testimonianza

È l’alba di una notte elettorale breve: già dalla tarda serata del giorno prima è stato chiaro che il vincitore delle PASO (le Primarie Aperte, Simultanee e Obbligatorie argentine) non è la destra tradizionale di Juntos por el Cambio ma un nuovo schieramento di estrema destra antisistema, La Libertad Avanza, guidato dal leader e autocrate Javier Milei.

Una mattina fosca per chi vede addensarsi l’ombra di un liberalismo selvaggio che ricorda non solo l’esperienza devastante del Brasile bolsonariano, ma anche alcune delle pagine più oscure della storia argentina, dalla dittatura al menemismo.

Ma non è una bella mattina nemmeno per Gerardo Morales, segretario della Union Civica Radical, il più antico partito della destra argentina e una delle due anime della coalizione sconfitta, Juntos por el Cambio.

Morales è una figura di primo piano della politica nazionale, oltre che il caudillo indiscusso della provincia di Jujuy, che governa dal 2015 e dove per la prima volta si è visto scivolare tra le dita la supremazia alle urne.

Sarà perché da qualche mese Morales è l’oggetto di una furibonda contestazione, da quando è stata promulgata una nuova costituzione provinciale che consolida il controllo del caudillo sul suo feudo e preoccupa prima di tutto le comunità indigene, che vedono minacciate le proprie autonomie territoriali.

Per rendersi conto di quanto sia stretto il controllo di Morales sulla sua provincia, basti pensare che vi ha introdotto una giustizia parallela che si sovrappone a quella nazionale e ha già processato vari dei suoi oppositori politici, e che ha accorpato la gestione finanziaria dei fondi destinati alla regione in un fondo unico amministrato nientemeno che dal fratello.

Ma questa volta le comunità indigene sono decise a non piegarsi. Dopo settimane di duri scontri nella capitale provinciale, gli oppositori di Morales hanno deciso una serie di blocchi stradali che hanno paralizzato per quasi due mesi le principali arterie di Jujuy.

La protesta sembra aver minato non solo la solidità del potere del governatore, ma anche la sua posizione di fronte alla parte più oltranzista del suo elettorato, che lo ha abbandonato alle elezioni.

Forse proprio per questo, alle prime luci del giorno, la polizia attacca in forze uno dei picchietti che interrompono il traffico all’altezza di Purmamarca. Sono centinaia, tra agenti della polizia provinciale e infanteria.

Sfollano brutalmente i manifestanti, che sono riuniti in assemblea, strattonano le anziane delle comunità che rifiutano di andarsene, sparano proiettili di gomma e arrestano due rappresentanti della protesta.

È solo l’ultimo di una lunga serie di abusi da parte della polizia, che da mesi a questa parte vessa gli oppositori di Morales con arresti e pesanti sanzioni amministrative.

Che cosa c’è in gioco? Soltanto il controllo di una provincia che ormai assomiglia a una dittatura dentro lo Stato nazionale?

Basta leggere gli slogan dei manifestanti per rendersi conto che c’è qualcosa di più: “L’acqua è vita“, “No al litio, sì all’acqua“, “Litio oggi, fame domani“.

Ebbene sì, tra le poste in gioco della nuova costituzione di Morales ci sono alcuni tra i più importanti giacimenti di litio del mondo, che una classe politica collusa con gli interessi delle grandi multinazionali sembra ansiosa di svendere in barba al rispetto dei territori, che rischiano di trasformarsi in deserti nel giro i poco tempo, e senza vantaggi economici sostanziali per le popolazioni.

Ancora una volta, dietro il caudillo di turno, sono i poteri neocolonialisti ed estrattivisti a dettare legge.

Di seguito, una testimonianza raccolta da Purmamarca.


Fonte

01/04/2023

Il Messico indica il proprio percorso verso la sovranità energetica

Cinquecentomila persone si sono mobilitate nella grande piazza dello Zocalo a Città del Messico lo scorso 18 marzo per celebrare gli 85 anni dall’esproprio del petrolio da parte dell’ex presidente messicano Lázaro Cárdenas.

La mobilitazione è stata indetta dal presidente Andrés Manuel López Obrador, noto anche come AMLO, che ha collegato la mossa di Cárdenas di 85 anni fa agli attuali sforzi della sua amministrazione per costruire l’indipendenza energetica del paese.

Il decreto di esproprio del petrolio emanato da Cárdenas nel 1938 ordinò l’esproprio dei giacimenti petroliferi, dei macchinari, delle installazioni, degli edifici, delle raffinerie, delle stazioni di distribuzione, degli oleodotti e di altri beni materiali di 17 compagnie straniere e delle loro filiali che avevano il controllo dell’industria petrolifera. In questo modo le risorse petrolifere e l’industria messicana sarebbero andate a beneficio della popolazione e avrebbero rafforzato l’economia nazionale.

La mobilitazione del 18 marzo segna anche un mese da quando AMLO ha decretato la nazionalizzazione del litio del paese, approvata nell’aprile 2022 dal Congresso messicano. Il litio è classificato come “minerale critico” ed è utilizzato per la produzione di batterie elettriche ricaricabili impiegate in una serie di dispositivi elettronici come auto elettriche, computer e telefoni cellulari.

Rivolgendosi alla folla il 18 marzo, AMLO ha respinto con forza le minacce rivolte al Paese dai politici statunitensi. Ha detto: “Ricordiamo a questi politici ipocriti e irresponsabili che il Messico è un Paese indipendente e libero, non una colonia o un protettorato degli Stati Uniti. Possono minacciarci di commettere qualsiasi oltraggio, ma non permetteremo mai e poi mai che violino la nostra sovranità e calpestino la dignità della nostra patria”.

Fonte

24/02/2023

Messico - Il presidente López Obrador nazionalizza il litio

Il Presidente Andrés Manuel López Obrador ha firmato il decreto che dichiara il litio proprietà della nazione e il suo sfruttamento sarà di esclusiva competenza del governo messicano.

Il decreto stabilisce che 234.850 ettari saranno considerati riserve di litio nello Stato di Sonora, nel Messico settentrionale.

In questo modo, il Ministero dell’Energia viene incaricato di svolgere un lavoro di follow-up per l’estrazione di questo minerale, che è essenziale per le auto elettriche, in quanto è la base per la produzione delle batterie che le alimentano.

Il presidente messicano ha dichiarato che “quello che stiamo facendo ora, tenendo conto delle proporzioni e in un altro momento, è nazionalizzare il litio in modo che non possa essere sfruttato dagli stranieri, né dalla Russia, né dalla Cina, né dagli Stati Uniti“.

“Il petrolio e il litio appartengono alla nazione, appartengono al popolo messicano, a voi, a tutti coloro che vivono in questa regione di Sonora, a tutti i messicani“, ha detto López Obrador.

Da Bacadéhuachi, sulle montagne di Sonora, nel nord del Messico, López Obrador ha firmato il decreto e ha ribadito che il litio sarà un minerale strategico per il futuro della tecnologia nel mondo, e ha quindi deciso che il suo sfruttamento sarà di competenza esclusiva dello Stato.

Fonte

02/01/2023

Zimbabwe - Vietate tutte le esportazioni di litio

Lo Zimbabwe ha vietato tutte le esportazioni di litio dopo che il governo ha dichiarato che stava perdendo 1,7 miliardi di euro esportandolo come minerale grezzo anziché trasformarlo in batterie all’interno del paese.

Il litio è prezioso come componente delle batterie elettroniche, principalmente per automobili, telefoni cellulari e computer, tanto che è chiamato “oro bianco”. Il prezzo è salito del 1.100% solo negli ultimi due anni.

Lo Zimbabwe ha la più grande quantità di questo minerale in Africa e ne ha abbastanza per soddisfare un quinto del fabbisogno mondiale, afferma il governo.

Sebbene sia sulla buona strada per diventare uno dei maggiori esportatori di litio al mondo, il governo afferma che dovrebbe avviare la propria industria delle batterie piuttosto che consentire alle società straniere di dominare la produzione di batterie.

Se avrà successo, questa politica segnerà un cambiamento epocale per l’economia dello Zimbabwe. Come molti altri stati africani ricchi di minerali, lo Zimbabwe ha permesso per decenni che i suoi minerali grezzi fossero estratti dalle multinazionali senza sviluppare industrie locali che potessero lavorarli e creare molti posti di lavoro.

Il Ministero delle miniere e dello sviluppo minerario dello Zimbabwe ha affermato che reprimerà anche i minatori artigianali che estraggono il litio e contrabbandano il minerale attraverso i confini.

Fonte

19/04/2022

Messico - AMLO accelera sulla nazionalizzazione del litio

Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador (Amlo) è pronto a inviare al Congresso un disegno di legge, la prossima settimana, per dichiarare il litio un “minerale strategico” e riservando l’esplorazione e l’estrazione futura al governo, se i legislatori non riescono ad approvare la riforma costituzionale da lui proposta che rafforza il controllo statale del mercato dell’elettricità.

La camera bassa del paese è pronta a votare domenica su una revisione costituzionale dell’energia che include la nazionalizzazione del litio e garantisce alla società statale Comisión Federal de Electricidad, o CFE, il 54% del mercato.

I partiti dell’opposizione, i cui voti sono necessari per farlo passare, hanno annunciato che non la sosterranno, dato che l’iniziativa ha generato un contraccolpo internazionale, in particolare dagli Stati Uniti (ma no?).

L’inviato americano per il clima, John Kerry, e l’ambasciatore Usa in Messico, Ken Salazar, hanno entrambi espresso preoccupazione per la proposta di riforma energetica, conosciuta con le sue iniziali spagnole LIE.

“Le misure ora davanti alla legislatura messicana hanno un impatto sulla competitività nordamericana, e quindi speriamo che il quadro giuridico che emerge sostenga la creazione di una centrale energetica pulita nordamericana”, ha detto Salazar la scorsa settimana, dopo che la Corte Suprema del Messico ha stabilito che i princìpi-chiave della legislazione approvata nel 2021 per revisionare la LIE non violano la Costituzione.

La CFE del Messico usa combustibili fossili per generare gran parte della sua elettricità.

In un discorso giunto nel centesimo giorno del suo quarto anno in carica, pronunciato la sera di martedì, il presidente López Obrador ha descritto i suoi detrattori come conservatori più interessati a proteggere le imprese che i consumatori.

“Presto, molto presto, sapremo chi è chi... Penso che lo sapremo domenica”, ha detto.

“Se non otterremo i due terzi dei voti ... invierò immediatamente, il giorno dopo, questo lunedì, un’iniziativa al Congresso per modificare la legge mineraria”, ha aggiunto.

Gli sforzi del Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA) di López Obrador per rafforzare la CFE sono stati bloccati in tribunale perché sembravano violare un requisito costituzionale per la “libera concorrenza” nel settore.

Le osservazioni di López Obrador seguono avvertimenti simili pubblicati dalla stampa locale e internazionale, in cui il presidente ha suggerito che non permetterà ulteriori ritardi nell’approvazione della riforma.

Potere del litio

Ci sono attualmente 17 concessioni di litio attive in Messico, comprese diverse nel nord del paese detenute da Bacanora Lithium. L’azienda, di proprietà della cinese Genfeng Lithium, sta sviluppando il gigantesco progetto Sonora, che dovrebbe produrre 35.000 tonnellate di metallo all’anno a partire dal 2023.

La maggior parte dell’attuale produzione mondiale di litio è bloccata in accordi a lungo termine, mentre i fabbricanti di prodotti chimici a valle – i produttori di batterie e di veicoli elettrici – cercano freneticamente di assicurarsi la fornitura futura.

Le riserve messicane del ricercatissimo metallo, se estratte, potrebbero posizionare il paese tra i primi produttori mondiali, secondo i dati dell’US Geological Survey.

In termini di riserve, la Bolivia è al primo posto con 21 milioni di tonnellate, seguita dall’Argentina (19 milioni di tonnellate) e dal Cile (9,8 milioni). Il Messico possiede 1,7 milioni di tonnellate di riserve di litio.

Fonte

21/01/2022

Serbia - Annullata la concessione alla multinazionale Rio Tinto

Adesso è ufficiale. Il governo della Serbia ha abrogato il decreto sul Piano territoriale per la realizzazione del progetto di sfruttamento e lavorazione della jadarite della multinazionale anglo-australiana Rio Tinto.

A riferirne è l’agenzia “Beta”, secondo cui la premier serba Ana Brnabic ha precisato che l’esecutivo ha annullato tutti gli atti amministrativi relativi al progetto portato avanti dal gruppo anglo-australiano Rio Tinto e dalla sua controllata Rio Sava Exploration.

“Tutti i permessi sono stati annullati e non abbiamo mai avuto contratti”, ha detto la premier al termine della seduta. Brnabic ha aggiunto che è stato abolito il gruppo di lavoro per l’attuazione del progetto Jadar. In questo modo, ha detto ancora Brnabic, sono state soddisfatte tutte le richieste delle proteste popolare dei mesi scorsi ed è stato “messo un punto a Rio Tinto in Serbia”.

Nei giorni scorsi la stessa premier Brnabic aveva detto che la Serbia “deve essere pronta a combattere” se la società Rio Tinto deciderà di citarla in giudizio. Brnabic aveva spiegato che l’attuale governo ha ereditato questa situazione dagli esecutivi precedenti, perché il gruppo è stato portato in Serbia nel 2003.

La Rio Tinto, secondo Brnabic, aveva ricevuto un permesso per effettuare delle esplorazioni nel 2004. Il permesso era stato prorogato nel 2006, quando era stata modificata la legge mineraria del 1995. La modifica aveva introdotto il principio di continuità, per cui chi aveva ricevuto il diritto di condurre esplorazioni aveva anche il diritto esclusivo allo sfruttamento.

La multinazionale mineraria anglo-australiana Rio Tinto nei giorni scorsi aveva fatto intanto sapere di star “valutando” un rinvio delle scadenze del progetto di sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi di Sabac.

Come motivazione ufficiale Rio Tinto indica i ritardi nell’approvazione della licenza di esplorazione, un prerequisito per ottenere la valutazione di impatto ambientale (Via) e per avviare il processo di consultazione necessario prima dell’avvio dei lavori effettivi.

Da novembre sono cresciute le proteste popolari in tutta la Serbia contro il possibile investimento della multinazionale Rio Tinto nell’area della valle di Jadar. Lo scorso 3 gennaio il presidente serbo aveva dichiarato che non sarà effettuata l’estrazione del litio, progettata da Rio Tinto, fino a quando non saranno fatti ulteriori studi.

Non è affatto impossibile escludere che la revoca della concessione alla multinazionale anglo-australiana sia in qualche modo anche una ritorsione contro il governo australiano che ha impedito al campione di tennis Djokovic di entrare nel paese per partecipare ad un prestigioso torneo internazionale.

Così come l’esclusione di Djokovic dal torneo può essere stata causata anche dalla controversia mineraria con la multinazionale.

La vicenda del campione era diventata un affaire politico a tutto tondo, soprattutto in Serbia dove l’opinione pubblica ha vissuto come una vendetta lo stop dell’Australia al tennista serbo, che sui social aveva appoggiato le manifestazioni popolari contro la Rio Tinto.

I giudici australiani hanno affermato che la decisione presa dal ministro dell’immigrazione Alex Hawke di espellere il campione serbo non è stata irrazionale, in quanto era legata al fatto che il campione serbo non vaccinato poteva rappresentare un rischio per la salute e l’ordine pubblico.

Nella stessa sentenza si afferma però che la presenza di Djokovic in Australia avrebbe potuto incoraggiare proteste anti-vax, ed anche influenzare le persone che avevano dei dubbi sul vaccino.

Fonte

15/01/2022

La vicenda Djokovic riporta a galla lo scontro con la “Rio Tinto” in Serbia

Il braccio di ferro tra il governo australiano e il campione del tennis, il serbo Djokovic, sta diventando un affaire internazionale che riporta a galla lo scontro sulla concessione – in Serbia – di miniere del preziosissimo litio alla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, presente in molti paesi del mondo.

Ad aprire il fuoco è stato il quotidiano serbo “Republika”, che chiama in causa il governo australiano di Scott Morrison, ma in modo più preciso il suo segretario John Kunkel.

Republika ricorda che Kunkel dal 2016 al 2018 ha lavorato per la Rio Tinto come capo del dipartimento per la cooperazione con il governo australiano per poi passare nel 2018 all’ufficio del primo ministro.

“Ecco perché ci sono sempre più commenti secondo cui Djokovic è solo un danno collaterale del conflitto di interessi di questi due personaggi”, prosegue il giornale serbo, fino a parlare di una “vendetta” trasversale nei confronti del governo serbo, che intenderebbe fermare il progetto di sfruttamento minerario della multinazionale.

Djokovic, sui propri canali social, aveva pubblicato le immagini delle proteste popolari e ambientaliste contro la Rio Tinto, verso la quale viene rilevato il marcia indietro della premier Ana Brnabic e del presidente della Repubblica, Aleksandar Vucic, nelle trattative con il gruppo minerario.

Il 7 gennaio la premier Brnabic aveva affermato che “il governo è vicino” alla decisione di annullare tutti gli accordi presi in precedenza con Rio Tinto.

“Bisogna vedere solo quale è lo scotto e quale il prezzo da pagare per la rescissione degli accordi”, ha detto la premier aggiungendo che di questo avrebbe discusso con il capo dello Stato. Lo stesso Vucic, pochi giorni dopo aveva affermato “di avere l’impressione” che il governo deciderà di fermare le trattative con la multinazionale dopo aver agito invece per agevolarle.

La proposta avanzata a fine novembre di una modifica alla legge sull’esproprio, che eliminava di fatto alcune barriere legislative a tutela dei proprietari di terreni, era stata vissuta dalla popolazione come una norma a favore di Rio Tinto, per consentire un più rapido avvio dello sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di litio nella valle di Jadar, nei pressi della città di Sabac.

L’altra rogna è che le modifiche avanzate dal governo contemplavano anche l’abolizione del quorum per la validità del referendum contro la concessione mineraria e l’introduzione di una tassa da pagare per i cittadini che aderivano alla raccolta delle firme per le iniziative civiche.

In molti hanno collegato questa misura ai cedimenti verso la Rio Tinto, perché nei mesi precedenti era stata avanzata l’ipotesi di svolgere un referendum per l’approvazione dell’investimento anglo-australiano.

A novembre sono partite le proteste popolari e ambientaliste e ancora sono in corso. Le manifestazioni hanno trovato il sostegno del campione di tennis Novak Djokovic.

“Aria pulita, acqua e cibo sono la chiave della salute. Senza questo, ogni parola sulla ‘salute’ è superflua”, aveva scritto Djokovic postando sui social una foto delle proteste contro la Rio Tinto a Belgrado, e forse quei post non sono stati molto graditi dal consiglio d’amministrazione delle multinazionale anglo-australiana.

La Rio Tinto non gode di buona fama in materia di violazioni dei diritti umani e del lavoro e devastazioni ambientali perpetrate da Rio Tinto in tutto il mondo e nel corso di decenni.

“Dalla Papua Nuova Guinea alla Namibia, dalla penisola superiore del Michigan negli Stati Uniti al Madagascar, e dal Camerun all’Indonesia, Rio Tinto ha un lungo e vergognoso primato”, è scritto in un apposito dossier curato dal sindacato internazionale dei minatori.

Nel 2019 una manifestazione contro le violazione dei diritti dei lavoratori si tenne sotto la sede della Rio Tinto a Londra.

La legge sull’esproprio dei terreni a Sabac non è stata firmata dal capo dello Stato e alla fine è stata ritirata con grande “scorno” della Rio Tinto. Ma la mobilitazione non accenna a rientrare ed ha annunciato nuovi blocchi stradali in tutto il Paese, promettendo di non fermarsi fino a che non ci sarà la rinuncia ufficiale all’investimento Rio Tinto.

Tutto questo mentre il tennista serbo si apprestava a varcare il confine in un aeroporto australiano.

Fonte

30/07/2020

Il “green capitalism” è criminale come lo “smoker capitalism”

Elon Musk, imprenditore multimiliardario e cofondatore della casa automobilistica Tesla, sta facendo parlare di sé per le sue sprezzanti affermazioni riguardo al golpe boliviano, avvenuto lo scorso novembre, ai danni del Governo presieduto da Evo Morales.

In un suo tweet, Musk si era dichiarato contrario a un’eventuale approvazione di un nuovo pacchetto di incentivi economici per il coronavirus da parte del Governo degli Stati Uniti, dicendo che non era “nel miglior interesse del popolo“.

Un altro utente di Twitter ha risposto che a non essere nel miglior interesse del popolo è il colpo di Stato contro Evo Morales che gli USA hanno sostenuto per permettere all’imprenditore di ottenere il litio boliviano.

La risposta di Musk è stata molto chiara: “Colpiremo chiunque vogliamo! Accettalo.”


La dichiarazione dell’imprenditore non stupisce, considerando che stiamo parlando di un uomo la cui famiglia ha accumulato ricchezze in Sudafrica durante l’Apartheid (il padre di Musk era proprietario di una miniera di smeraldi).

Inoltre, Musk ha recentemente citato in giudizio una Contea statunitense per avergli impedito di continuare a produrre durante la pandemia; e ha tenuto aperti i suoi stabilimenti produttivi nonostante le ordinanze restrittive, costringendo i suoi operai a correre il rischio di farsi multare – oltre che ammalare – per non perdere il posto di lavoro, recandosi in fabbrica contro ogni divieto.

Un’infamia che ha sicuramente contribuito, in questi mesi, a fargli scalare la classifica di Forbes fino a diventare il quinto uomo più ricco del Pianeta, con un patrimonio netto di 74 miliardi di dollari.

A seguito del suo tweet, si è aperto nuovamente il dibattito sul Golpe boliviano e sulle sue cause. In Italia, così come nel resto del Mondo, l’arrivo del nuovo governo presieduto dalla autoproclamata Jeanine Áñez, fu giustificato alludendo a dei presunti brogli elettorali.

La Repubblica, ad esempio, all’indomani del colpo di Stato – nella notizia scientemente occultata a pagina 15 – ha eufemisticamente affermato che i militari avessero “chiesto ufficialmente” a Morales di dimettersi, nel rispetto dei cittadini e della Costituzione.

Per chi volesse approfondire le dinamiche del golpe, rimandiamo a un nostro articolo di novembre, nel quale già ipotizzavamo che nelle risorse naturali del Paese potessero risiedere le vere ragioni di quanto accaduto.

Il Washington Post ha pubblicato una dettagliata ricostruzione che nega l’esistenza di elementi credibili che provino la frode elettorale.

Nonostante l’improntitudine di cui Musk ha dato sfoggio nel suo tweet, non si può – almeno per ora – provare che il colpo di Stato sia stato ordinato da lui in persona. Tuttavia, possiamo affermare che le dimissioni di Evo sono perfettamente compatibili con i suoi interessi, e con quelli di moltissime altre multinazionali che finora sono state impossibilitate a mettere le mani sulle risorse del Paese.

Ricordiamo che il litio è il componente principale della tipologia di batterie ricaricabili attualmente più utilizzata e, per dare un’idea dell’importanza strategica del suolo boliviano, bisogna prendere in considerazione che il 50% dei depositi di litio conosciuti nel mondo si trova nel “Triangolo del Litio”, che si estende tra Argentina, Bolivia e Cile.

In particolare, i deserti di alta montagna della Bolivia – il Salar de Uyuni – hanno un’estensione quasi pari all’Abruzzo, e costituiscono le più grandi riserve di litio finora conosciute.

Morales aveva chiarito che la Bolivia non avrebbe ceduto queste preziose risorse alle multinazionali. I guadagni derivanti dall’attività mineraria erano utilizzati per finanziare i programmi sociali necessari per il Paese, e quindi condivisi con il popolo boliviano.

Queste politiche non erano abbastanza favorevoli alle imprese multinazionali, specie statunitensi, che furono “costrette” a dirigersi in Argentina.

Inutile dire che, a seguito del golpe, il nuovo governo boliviano ha aperto agli investimenti delle multinazionali nel Paese.

Pochi mesi fa, in vista di un incontro tra Elon Musk e Jair Bolsonaro, il candidato alla vicepresidenza e compagno di corsa di Añez, Samuel Doria Medina, ha invitato l’industriale a considerare la possibilità di costruire un nuovo stabilimento nel Salar de Uyuni.

Cade insomma miseramente ogni pretesa “novità” nelle pieghe del cosiddetto “capitalismo verde”. Del resto, la Bolivia possiede discrete riserve anche di gas e petrolio, che erano stati fin qui la ragione principale dell'”interessamento” criminale dell’imperialismo multinazionale. I presunti “verdi” portano solo un motivo in più per l’antica prassi golpista nel “cortile di casa”...

Fin qui, però, questi personaggi e la promessa di un “futuro green” erano stati il perno di una “narrazione innovativa”, in cui ambiente e risorse oil free potevano facilmente affascinare buona parte dei consumatori occidentali più sensibili ai temi ambientali.

Sarà il caso di ricominciare a guardare alle imprese multinazionali per quel che sono – un tumore criminale contro l’umanità – e non per quel che producono. In fondo, non ci fanno troppo caso neanche loro – burro, cannoni o auto elettriche – purché ci si ricavi profitto.

La salvezza del pianeta è affar nostro, non di certa gente...

Fonte

15/11/2019

Bolivia e minerali. Ragioni per un colpo di Stato


Ciò che dovrebbe essere una benedizione per qualsiasi paese in Bolivia è una maledizione. Ciò è stato espresso dallo scrittore boliviano Augusto Céspedes in un libro memorabile chiamato “Metal del Diablo”, in cui si riferisce alle miniere di stagno boliviane che sono sempre state la causa dell’avidità dei vari imperi che hanno devastato l’America Latina.

Dapprima fu l’impero inglese e poi quello statunitense che riuscì a impossessarsi di quel metallo diabolico che Céspedes chiama in questo modo a causa delle disgrazie che la sua proprietà ha portato al popolo boliviano e che non è mai stato uno strumento di liberazione per quel popolo.

La storia della Bolivia ruota sempre attorno alla proprietà delle miniere di stagno, che è stata sempre nelle mani dell’indio Antenor Patiño in prima linea di esportazione di quel paese e causa di instabilità politica permanente.

Durante il diciannovesimo e in gran parte del ventesimo secolo (fino al 1952), lo stagno era nelle mani delle compagnie minerarie che collaborarono con Patiño per il suo sfruttamento ed esportazione e l’importanza di quel metallo è dovuta al fatto che miscelato con il rame produce un metallo duro come il bronzo, che ha infinite applicazioni nell’industria moderna.

Ma la rivoluzione popolare del 1952 per mano del Movimento nazionalista rivoluzionario guidato da Victor Paz Estenssoro, pose fine a quella situazione nazionalizzando lo stagno che sarebbe passato allo Stato creando per esso una società statale che sarebbe stata responsabile del suo sfruttamento e commercializzazione. Così è stato con l’arrivo al potere di Paaz Estenssoro in gran parte grazie all’aiuto del presidente argentino Juan Domingo Perón,

Lo stagno boliviano fin tanto che fu in mani private venne sempre gestito da quello che veniva chiamato “il filo di latta”, ovvero, un miserabile conglomerato formato da esportatori di metalli, e dalla famiglia di Antenor Patiño e poi Simón Patiño, entrambi coyas indios, che in seguito fondarono una banca in Svezia e che oggi possiede una delle più grandi fortune del mondo.

Per comprendere meglio la situazione della Bolivia e del suo stagno è necessario sapere che l’esportazione di questa materia prima è stata fatta sulla materia grezza, vale a dire che il minerale è stato venduto all’estero in quanto ha lasciato le miniere, senza purificazione e quindi senza valore aggiunto e dunque a basso prezzo.

L’arrivo del Movimento nazionalista rivoluzionario (MNR) al governo boliviano ha significato un cambiamento importante per il paese poiché per la prima volta lo stagno è stata venduto in barre o piastre, vale a dire con un valore aggiunto, che è stato ottenuto attraverso un altoforno di proprietà dello Stato boliviano.

Negli anni seguenti la Bolivia fu soggetta a successivi colpi di stato da parte dell’esercito alleato dell’oligarchia, che iniziarono con quello messo in atto dal generale Barrientos Ortuño e che terminò con l’arrivo di Evo Morales al governo dopo la dittatura del generale Banzer.

La Bolivia ha uno dei sottosuoli più ricchi del mondo dove c’è petrolio, gas, oro, argento e ultimamente litio. Il più grande deposito di litio al mondo si trova in Bolivia, in un’enorme riserva che copre Bolivia, Cile e Argentina. La maggior parte del litio in questa riserva è nel territorio boliviano e rappresenta da solo il 70% del litio totale nel mondo ed è ora sfruttato da una società tedesco-boliviana che produce batterie per auto.

Su tutto quel tesoro che si trova nel territorio boliviano, l’impero yankee ha messo gli occhi e anche le mani e la politica del presidente Morales non gli è mai piaciuta e tenta ora con tutti i tipi di mezzi di porre fine al suo governo.

Al momento la Bolivia viene attaccata in modo feroce da un’opposizione molto simile a quella che ha rovesciato Salvador Allende in Cile nel lontano 1973, e usando gli stessi metodi di una volta.

L’“opposizione” scende in piazza denunciando una presunta frode nell’ultima rielezione di Evo Morales commettendo tutti i tipi di eccessi violenti e organizzando rivolte nelle strade, con attacchi alla maggioranza degli indiani Quechua e Aymara che formano ciò che nella nuova Costituzione Boliviana è chiamato “Stato plurinazionale”.

Il popolo boliviano, e in particolare la classe operaia, i minatori, i contadini e gli artigiani che costituiscono quasi il 90% della popolazione non avevano mai goduto di uno stato sociale come quello che hanno raggiunto durante i tre mandati del presidente Evo Morales e questo è qualcosa che la vecchia oligarchia non vuole né è disposta ad accettare.

Se il governo democratico della Bolivia non applica misure per spezzare la schiena della vecchia oligarchia privandola dei suoi beni, dovrà affrontare situazioni come questa molte altre volte.

L’esperienza cilena dovrebbe servire a non ripeterla.

Fonte

31/01/2013

Gli Usa preparano l'intervento militare in Bolivia

Minacce Usa alla Bolivia rivoluzionaria. E in nome della "green economy". Un articolo rivelatore uscito su Wall Street Italia, branca italiana del network di Murdoch.

Il Litio sarà fondamentale per il futuro, la battaglia per controllarlo sta per iniziare. Il paese diventerà presto un pilastro fondamentale della green economy. Rischio di un nuovo scenario libico.

Il presidente boliviano Evo Morales ha gridato: "Viva la Coca, morte agli Yankee", perché è riuscito a farsi riconoscere dall’ONU la depenalizzazione della masticazione delle foglie di coca, che fino ad adesso erano considerate al pari dell’alcaloide estratto, chiamato comunemente cocaina. Quindi le coltivazioni di coca presenti in Bolivia, già permesse e incoraggiate dal governo boliviano, acquistano uno stato di legalità internazionale. Su 183 membri dell’assemblea delle Nazioni Unite sarebbero serviti 65 voti contrari per porre il veto alla richiesta del governo di La Paz, invece i no sono stati solo 15: Italia, Israele, Irlanda, Portogallo, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Russia, Messico, Giappone, essenzialmente i paesi che subiscono le maggiori importazioni di cocaina.

In Sudamerica la masticazione di foglie di coca sta prendendo piede anche in Perù, Argentina, Cile e Brasile e ora il governo di Morales è pronto ad una nuova battaglia: ricevere dall’ONU il permesso di esportare legalmente le foglie di coca. E’ un mercato importante per il povero paese sudamericano, che rappresenta già ora una fetta consistente del PIL Nazionale e se riusciranno ad esportare le loro foglie energizzanti in tutto il mondo, questo mercato diventerebbe una miniera d’oro.

Ma la Bolivia non è solo coca. Recenti ricerche hanno stabilito che sono probabilmente presenti le riserve di Litio più importanti del pianeta. E vogliamo ricordare che il Litio è un minerale fondamentale nella produzione delle batterie e quindi di importanza vitale per l’industria delle auto elettriche e per l’industria dei computer.

Il governo boliviano già ha iniziato ad estrarre questo minerale e ha già studiato un piano di estrazione centennale che potrebbe portare dal 2015 il paese ad essere un pilastro fondamentale della green economy.

Gli Stati Uniti, ovviamente, non vedono di buon occhio che queste risorse siano in mano ad un paese ostile come la Bolivia che inoltre continua a sfidarli sulla coca. Recentemente è stato scoperto come un team di ricercatori americani entrati con visto turistico e con l’intento ufficiale di studiare gli effetti delle alte quote sul corpo umano, siano in realtà uomini del Pentagono impiegati in operazioni di intelligence sul territorio boliviano.

Tutto questo, che sarebbe dovuto rimanere segreto, è stato invece scoperto dalle autorità boliviane che hanno tuonato dicendo che questa era un’operazione non autorizzata, che violava i rapporti tra i due paesi ed era chiaramente un’atto aggressivo teso alla preparazione di un intervento militare.

Il governo boliviano ha inoltre reagito dicendo che porrà sotto sorveglianza le attività dell’ambasciatore statunitense e di tutte le organizzazioni non governative. Probabilmente il piano di Washington, più che essere diretto verso un’intervento militare è teso a destabilizzare la politica interna del paese, finanziando i partiti ostili al regime di Morales e incrementando il clima di ostilità sia verso il governo e sia tra l’etnie autoctone e le minoranze bianche.

E’ possibile che il piano dell’intelligence americana vada nella direzione di riproporre lo scenario libico anche in Bolivia, così da capovolgere il governo sfruttando storiche contrapposizioni interne e magari intervenendo alla fine, appoggiando i ribelli come è successo contro Gheddafi, o come ha fatto al contrario, appoggiando il governo, la Francia in Mali. Una volta rovesciato il governo grazie ad una guerra interna, Washington appoggerà poi un governo amico che gli farà sfruttare agevolmente le riserve di Litio.

Ovviamente se questa ipotesi troverà conferma in futuro, per gli USA sarà facile fare anche una campagna mediatica interna contro il governo boliviano equiparandolo ad uno stato narcotrafficante e quindi pericoloso per tutti noi. L’unico rischio di questa strategia è il riproporsi del fallimentare scenario siriano*, dove la guerra civile interna inizia ma la resistenza del governo e l’appoggio esterno, che nel nostro caso potrebbe arrivare dal Venezuela, da Cuba e anche dal Perù (che recentemente è governato da un governo ostile agli States), porterebbe soltanto ad una situazione di doloroso stallo.

Concludendo, sicuramente gli Stati Uniti non staranno a guardare un Sudamerica che si sta gradualmente liberando dal giogo occidentale e le recenti scoperte possono veramente presupporre il crescere dell’instabilità di quell’area. Il Litio sarà fondamentale per il futuro, la battaglia per controllarlo sta per iniziare.

da Wall Street Italia

Fonte

* eh certo, perchè lo scenario libico, invece, è stato un corollario di successi... sì vede che sì tratta di un articolo di parte.