La recente vicenda del ministro Crosetto – bloccato a Dubai durante l’attacco all’Iran – ha assunto tratti grotteschi, giustamente in molti gli hanno chiesto conto sia di quella leggerezza, sia di che cosa stesse a fare a Dubai.
Tutte domande legittime, eppure è ancora più interessante capire cosa abbia fatto il Ministro della Difesa Crosetto appena tornato al proprio lavoro istituzionale: è volato in Serbia per incontrare il Presidente Vucic e il Ministro della Difesa Gasic.
Vedere un Ministro della Difesa italiano svolgere una visita in Serbia, fa sempre un certo effetto, i bombardamenti del 1999 sono lontani, ma non così tanto. Ad ogni modo, non si tratta di un caso isolato, dal 2018 era successo già altre quattro volte che ci fosse una visita di ministri della Difesa italiani a Belgrado.
Stando alle dichiarazioni ufficiali comunicate dal Ministero della Difesa italiano, gli incontri sono stati finalizzati anche al “confronto sul rafforzamento della cooperazione bilaterale, in particolare nel settore della difesa, quale strumento concreto per consolidare fiducia reciproca e dialogo politico”. Una formula estremamente vaga, come si confà a certi contesti, che quindi non aiuta a capire il senso della missione.
Ad ogni modo, noi sappiamo bene che Crosetto è uomo dell’apparato militare-industriale, esperto in commercio di armamenti e molto sensibile alla difesa d’Israele. Una difesa che necessita di moltissime armi, anche di quelle italiane. Formalmente, dopo il massacro di Gaza, sulla spinta delle mobilitazioni di piazza, l’Italia non ha fatto nuove forniture di armamenti ad Israele.
Effettivamente parrebbe che non siano stati sottoscritti nuovi contratti, nonostante che in quella direzione spingessero enormi pressioni politiche e interessi commerciali. Pertanto, è necessario vigilare che – sotto la pressione politica esercitata da Israele o dai suoi amici, e con la simultanea spinta degli interessi commerciali dell’apparato militare-industriale – a qualcuno non venga l’idea di mandare di nascosto armi a Netanyahu. Una simile operazione potrebbe avvenire solo tramite triangolazioni attraverso altri paesi, perché un invio diretto dall’Italia a Israele potrebbe esser facilmente scoperto. Lungi dal sostenere che ciò stia succedendo, si vuole solo cercare di capire e vigilare affinché ciò non accada.
Per questo bisogna chiedere a Crosetto che cosa sia andato a fare a Belgrado.
Infatti, Belgrado è un’importante hub da cui partono gli armamenti destinati ad Israele. Belgrado e Tel Aviv, poco più di un anno fa (nel pieno della mattanza di Gaza) firmarono un accordo stratosferico da 1,6 miliardi di dollari per le forniture militari. Per un paese piccolo come la Serbia, la cifra è assurda, si pensi che rappresenta più della metà del budget annuale per la difesa. Quindi, non è verosimile che a Israele vengano mandate solo armi di produzione nazionale. Più plausibile invece che la Serbia prenda armi da altri paesi per poi mandarle in Israele.
Armi dalla Serbia ad Israele ne sono già state inviate. Probabilmente l’ultima consegna è avvenuta lo scorso 2 marzo (ad attacco contro l’Iran già in corso) quando un cargo Boeing 747 della compagnia israeliana Challenge Airlines ha effettuato un volo da Belgrado a Tel Aviv. Si noti che lo stesso aereo (identificato come 4x-ICK), stando ai dati reperibili su flightradar24.com, il giorno prima era atterrato a Ramstein in Germania, dove c’è l’importante base militare statunitense.
Quindi, c’è da domandarsi se la Serbia a Israele gli venda solo armi di produzione nazionale, o se le prenda da qualcun altro per poi farle arrivare a Tel Aviv. Una triangolazione comoda sia per chi è palesemente coinvolto nell’affare, ma anche per chi non volesse farsi notare mentre indirettamente manda armi a Netanyahu.
Pertanto è legittimo chiedere al ministro Crosetto se l’Italia fornisca armi alla Serbia e se possa essere coinvolta in una qualche triangolazione verso Israele.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2025
Serbia - Il crollo del sistema rappresentativo e la strada verso la dittatura
L’attuale crisi politica in Serbia è probabilmente, a causa dell’enorme massa di persone coinvolte e della determinazione a portare avanti la lotta, uno degli eventi più notevoli nella storia politica de Paese. Tuttavia, dal punto di vista della governance, si tratta di una semplice ripetizione dei problemi che hanno afflitto la politica della Serbia da quando è riemersa come Principato indipendente, e poi Regno nella prima metà del XIX secolo.
La Serbia è, come l’Argentina e la Russia, per usare l’espressione coniata da V. S. Naipaul, un paese dalla storia circolare: gli stessi eventi con personalità diverse si ripetono in modo permanente, e apparentemente per sempre. (Ho scritto della storia circolare della Russia qui).
In effetti, la Serbia è stata governata nel 1825 e nel 1925 esattamente nello stesso modo di oggi: un leader autoritario che utilizza strumenti quasi democratici o consultivi, presiede un sistema clientelare che propaga la corruzione a tutti i livelli come un modo per garantire un sostegno politico sufficiente. Due elementi sono fondamentali: il governo autoritario e la corruzione diffusa.
In questo particolare contesto, l’attuale protesta guidata dagli studenti sembra, con la sua richiesta di responsabilità giudiziaria nei confronti dei colpevoli di corruzione di massa e di lavori pubblici scadenti che hanno portato alla morte di 15 persone a novembre, essere del tutto giusta. E in effetti come un movimento spontaneo che è iniziato tra i giovani universitari, lo era. Ma una volta che la protesta è diventata più massiccia, coinvolgendo ampi segmenti della borghesia urbana e persino alcuni agricoltori e sindacati, i problemi sono emersi.
Il movimento si rese presto conto che avrebbe potuto avere successo solo se fosse stato completamente apolitico, cioè senza legami con alcun gruppo o partito politico e al di fuori del sistema rappresentativo.
Per quanto il regime di Vučić sia antipatico a molte persone, esso ottiene comunque la maggioranza o quasi in tutte le elezioni: Vučić ha vinto le elezioni presidenziali del 2022, in gran parte libere, con il 61% contro il 18% del suo rivale più vicino, e il suo partito ha ottenuto il 48% del voto popolare alle elezioni parlamentari del 2023.
I partiti di opposizione sono frammentati dall’ideologia e dalle incessanti lotte per la leadership.
C’è quindi una forte antipatia, o addirittura odio, per l’attuale regime, ma tale antipatia non può essere espressa politicamente perché i partiti di opposizione sono quasi altrettanto antipatici. Le ragioni della loro irrilevanza sono molte, ma non bisogna ignorare che quando, nelle loro prime incarnazioni, erano al potere, gestivano più o meno lo stesso sistema clientelare e soffrivano di corruzione.
Il regime di Vučić ha semplicemente esacerbato questi difetti. In breve, il sistema multipartitico crolla e almeno il 40 per cento della popolazione non ha nessuno che la rappresenti (l’affluenza alle urne nelle ultime due elezioni è stata inferiore al 60 per cento).
Il movimento studentesco ha deciso così di giocare la carta dell’antipolitica. Ha vietato le bandiere o le insegne di qualsiasi partito politico, o l’uso di bandiere straniere (prendendo di mira la bandiera dell’UE che è ampiamente impopolare in Serbia) e ha evitato qualsiasi organizzazione formale.
Il movimento ha bloccato il sistema scolastico negli ultimi tre mesi, gli studenti hanno occupato le università, i ragazzi delle scuole superiori hanno fatto lunghe marce in tutto il paese per diffondere il loro messaggio, e le decisioni sul da farsi, si sostiene, sono prese dai “plenum” degli studenti e dal voto diretto (anche se nessuno sembra sapere come si svolgerà questo voto né se è unanime o meno).
Il movimento (a cui manca persino un nome) comunica emettendo dichiarazioni o pronunciamenti che sembrano provenire dall’alto dell’Olimpo e che per di più non vengono firmati. I suoi sostenitori intellettuali hanno avanzato l’idea di una democrazia popolare (diretta) libera dai partiti politici. L’aspetto antipolitico del movimento è stato elogiato da filosofi ed esperti come Slavoj Zizek e Yanis Varoufakis.
Ma mentre lavorare al di fuori della politica è la ragione del successo del movimento, questo ha un effetto fondamentalmente destabilizzante quando si traduce in politica reale.
Con l’attuale massa amorfa che manca persino di una leadership visibile, i movimenti non hanno strumenti per coinvolgere i governi e lo stesso Vučić. Il movimento, nella segretezza in cui opera, assomiglia più ai Khmer rossi che alla Solidarnosc polacca. Solidarnosc ha creato immediatamente le strutture di leadership e ha avviato i negoziati con il governo.
La decisione di non entrare nella politica e di non trasformarsi in un’organizzazione formale o in un partito politico è sia una benedizione che una maledizione. È una benedizione perché solo così il movimento può andare avanti. È una maledizione perché non può mai formulare le sue richieste in un linguaggio politico comprensibile e migliorare o cambiare il sistema politico.
Per quest’ultimo, ha bisogno di scendere dalle sue vette olimpiche, trasformarsi in un’organizzazione gerarchica con una leadership nota (nessun leader è emerso in quasi quattro mesi!), convertire il suo linguaggio attuale in un linguaggio politico e aspettarsi, o sperare, di rappresentare politicamente ampi segmenti della popolazione scontenta. Ma una volta che lo fa, scende al livello dei partiti politici, che, come già notato, riscuotono ampia diffidenza tra la popolazione.
Inoltre, man mano che il movimento si muove nel mondo della politica, il fatto che al suo interno contenga tutti i tipi di sostenitori, dall’estrema destra nazionalista ai Verdi, ai socialdemocratici e ai liberali filo-europei, diventerà manifesto e una tale coalizione eterogenea sarà ingestibile e si dissiperà rapidamente.
Il movimento deve quindi continuare a giocare allo stesso gioco senza che se ne veda la fine. A un certo punto questa situazione diventerà insostenibile e il regime di Vučić dovrà diventare più repressivo e muoversi verso una dittatura aperta.
Questo è esattamente ciò che accadde nel 1929 quando re Alessandro I bandì ogni attività politica e impose la dittatura personale.
Il movimento apolitico su larga scala porta in ultima analisi a due risultati: dittatura o caos. Poiché il caos non può durare, produce in ogni caso la dittatura. A lungo termine, alcuni dei lati positivi del movimento probabilmente rimarranno (nel modo in cui i movimenti studenteschi del 1968 hanno trasformato i costumi sociali), ma a breve e medio termine i suoi risultati politici saranno l’esatto opposto di ciò che spera di ottenere.
Fonte
La Serbia è, come l’Argentina e la Russia, per usare l’espressione coniata da V. S. Naipaul, un paese dalla storia circolare: gli stessi eventi con personalità diverse si ripetono in modo permanente, e apparentemente per sempre. (Ho scritto della storia circolare della Russia qui).
In effetti, la Serbia è stata governata nel 1825 e nel 1925 esattamente nello stesso modo di oggi: un leader autoritario che utilizza strumenti quasi democratici o consultivi, presiede un sistema clientelare che propaga la corruzione a tutti i livelli come un modo per garantire un sostegno politico sufficiente. Due elementi sono fondamentali: il governo autoritario e la corruzione diffusa.
In questo particolare contesto, l’attuale protesta guidata dagli studenti sembra, con la sua richiesta di responsabilità giudiziaria nei confronti dei colpevoli di corruzione di massa e di lavori pubblici scadenti che hanno portato alla morte di 15 persone a novembre, essere del tutto giusta. E in effetti come un movimento spontaneo che è iniziato tra i giovani universitari, lo era. Ma una volta che la protesta è diventata più massiccia, coinvolgendo ampi segmenti della borghesia urbana e persino alcuni agricoltori e sindacati, i problemi sono emersi.
Il movimento si rese presto conto che avrebbe potuto avere successo solo se fosse stato completamente apolitico, cioè senza legami con alcun gruppo o partito politico e al di fuori del sistema rappresentativo.
Per quanto il regime di Vučić sia antipatico a molte persone, esso ottiene comunque la maggioranza o quasi in tutte le elezioni: Vučić ha vinto le elezioni presidenziali del 2022, in gran parte libere, con il 61% contro il 18% del suo rivale più vicino, e il suo partito ha ottenuto il 48% del voto popolare alle elezioni parlamentari del 2023.
I partiti di opposizione sono frammentati dall’ideologia e dalle incessanti lotte per la leadership.
C’è quindi una forte antipatia, o addirittura odio, per l’attuale regime, ma tale antipatia non può essere espressa politicamente perché i partiti di opposizione sono quasi altrettanto antipatici. Le ragioni della loro irrilevanza sono molte, ma non bisogna ignorare che quando, nelle loro prime incarnazioni, erano al potere, gestivano più o meno lo stesso sistema clientelare e soffrivano di corruzione.
Il regime di Vučić ha semplicemente esacerbato questi difetti. In breve, il sistema multipartitico crolla e almeno il 40 per cento della popolazione non ha nessuno che la rappresenti (l’affluenza alle urne nelle ultime due elezioni è stata inferiore al 60 per cento).
Il movimento studentesco ha deciso così di giocare la carta dell’antipolitica. Ha vietato le bandiere o le insegne di qualsiasi partito politico, o l’uso di bandiere straniere (prendendo di mira la bandiera dell’UE che è ampiamente impopolare in Serbia) e ha evitato qualsiasi organizzazione formale.
Il movimento ha bloccato il sistema scolastico negli ultimi tre mesi, gli studenti hanno occupato le università, i ragazzi delle scuole superiori hanno fatto lunghe marce in tutto il paese per diffondere il loro messaggio, e le decisioni sul da farsi, si sostiene, sono prese dai “plenum” degli studenti e dal voto diretto (anche se nessuno sembra sapere come si svolgerà questo voto né se è unanime o meno).
Il movimento (a cui manca persino un nome) comunica emettendo dichiarazioni o pronunciamenti che sembrano provenire dall’alto dell’Olimpo e che per di più non vengono firmati. I suoi sostenitori intellettuali hanno avanzato l’idea di una democrazia popolare (diretta) libera dai partiti politici. L’aspetto antipolitico del movimento è stato elogiato da filosofi ed esperti come Slavoj Zizek e Yanis Varoufakis.
Ma mentre lavorare al di fuori della politica è la ragione del successo del movimento, questo ha un effetto fondamentalmente destabilizzante quando si traduce in politica reale.
Con l’attuale massa amorfa che manca persino di una leadership visibile, i movimenti non hanno strumenti per coinvolgere i governi e lo stesso Vučić. Il movimento, nella segretezza in cui opera, assomiglia più ai Khmer rossi che alla Solidarnosc polacca. Solidarnosc ha creato immediatamente le strutture di leadership e ha avviato i negoziati con il governo.
La decisione di non entrare nella politica e di non trasformarsi in un’organizzazione formale o in un partito politico è sia una benedizione che una maledizione. È una benedizione perché solo così il movimento può andare avanti. È una maledizione perché non può mai formulare le sue richieste in un linguaggio politico comprensibile e migliorare o cambiare il sistema politico.
Per quest’ultimo, ha bisogno di scendere dalle sue vette olimpiche, trasformarsi in un’organizzazione gerarchica con una leadership nota (nessun leader è emerso in quasi quattro mesi!), convertire il suo linguaggio attuale in un linguaggio politico e aspettarsi, o sperare, di rappresentare politicamente ampi segmenti della popolazione scontenta. Ma una volta che lo fa, scende al livello dei partiti politici, che, come già notato, riscuotono ampia diffidenza tra la popolazione.
Inoltre, man mano che il movimento si muove nel mondo della politica, il fatto che al suo interno contenga tutti i tipi di sostenitori, dall’estrema destra nazionalista ai Verdi, ai socialdemocratici e ai liberali filo-europei, diventerà manifesto e una tale coalizione eterogenea sarà ingestibile e si dissiperà rapidamente.
Il movimento deve quindi continuare a giocare allo stesso gioco senza che se ne veda la fine. A un certo punto questa situazione diventerà insostenibile e il regime di Vučić dovrà diventare più repressivo e muoversi verso una dittatura aperta.
Questo è esattamente ciò che accadde nel 1929 quando re Alessandro I bandì ogni attività politica e impose la dittatura personale.
Il movimento apolitico su larga scala porta in ultima analisi a due risultati: dittatura o caos. Poiché il caos non può durare, produce in ogni caso la dittatura. A lungo termine, alcuni dei lati positivi del movimento probabilmente rimarranno (nel modo in cui i movimenti studenteschi del 1968 hanno trasformato i costumi sociali), ma a breve e medio termine i suoi risultati politici saranno l’esatto opposto di ciò che spera di ottenere.
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12/08/2024
Serbia - Proteste di massa contro l’estrazione di litio per la Rio Tinto
Stanno resistendo alla svendita del paese: sabato, decine di migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale serba Belgrado. Gli organizzatori, varie iniziative ambientaliste e attivisti, hanno parlato di 40.000 partecipanti. Tra le altre cose, la stazione ferroviaria principale è stata occupata e alcuni i manifestanti sono stati arrestati dalla polizia. Sono state le proteste più grandi da molto tempo a questa parte.
Lo sfondo è l’estrazione pianificata di litio vicino alla città di Loznica. Lì, nella valle del fiume Jadar, si sospetta che ci siano grandi giacimenti di metallo leggero. Da decenni questo suscita i desideri della compagnia mineraria britannico-australiana Rio Tinto, ma anche dell’industria automobilistica dell’UE e dei governi di Berlino e Bruxelles che agiscono per suo conto, perché la mobilità deve essere elettrificata – a scapito dell’ambiente – cosa che non è possibile senza batterie al litio.
Al fine di mettere tutto a posto contrattualmente, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato a Belgrado il 19 luglio con i dirigenti di importanti case automobilistiche. Il progetto è redditizio anche per la Serbia, almeno secondo il Presidente Aleksandar Vučić. Verrà creata un’intera catena del valore che comprende posti di lavoro ben retribuiti, dall’estrazione mineraria alla produzione di batterie fino al riciclaggio.
Ma i cittadini non vogliono proprio credergli, soprattutto quelli che vivono nella regione dove la materia prima deve essere estratta dalla terra. Temono la distruzione irrimediabile della natura e quindi del loro sostentamento nell’area agricola.
Studi scientifici dimostrano che i manifestanti hanno ragione. Vučić e Rio Tinto ribattono con contro-studi e affermano che tutto sarà svolto secondo i più alti standard ecologici. Ma le promesse non sono servite a nulla finora. La popolazione contraria all’estrazione del litio era già scesa in piazza una volta.
Nel gennaio 2022, Vučić ha dovuto interrompere il progetto per questo motivo. All’inizio di luglio una sentenza della Corte costituzionale ha spianato nuovamente la strada, ma anche le proteste sono ricominciate.
Fonte
Lo sfondo è l’estrazione pianificata di litio vicino alla città di Loznica. Lì, nella valle del fiume Jadar, si sospetta che ci siano grandi giacimenti di metallo leggero. Da decenni questo suscita i desideri della compagnia mineraria britannico-australiana Rio Tinto, ma anche dell’industria automobilistica dell’UE e dei governi di Berlino e Bruxelles che agiscono per suo conto, perché la mobilità deve essere elettrificata – a scapito dell’ambiente – cosa che non è possibile senza batterie al litio.
Al fine di mettere tutto a posto contrattualmente, il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato a Belgrado il 19 luglio con i dirigenti di importanti case automobilistiche. Il progetto è redditizio anche per la Serbia, almeno secondo il Presidente Aleksandar Vučić. Verrà creata un’intera catena del valore che comprende posti di lavoro ben retribuiti, dall’estrazione mineraria alla produzione di batterie fino al riciclaggio.
Ma i cittadini non vogliono proprio credergli, soprattutto quelli che vivono nella regione dove la materia prima deve essere estratta dalla terra. Temono la distruzione irrimediabile della natura e quindi del loro sostentamento nell’area agricola.
Studi scientifici dimostrano che i manifestanti hanno ragione. Vučić e Rio Tinto ribattono con contro-studi e affermano che tutto sarà svolto secondo i più alti standard ecologici. Ma le promesse non sono servite a nulla finora. La popolazione contraria all’estrazione del litio era già scesa in piazza una volta.
Nel gennaio 2022, Vučić ha dovuto interrompere il progetto per questo motivo. All’inizio di luglio una sentenza della Corte costituzionale ha spianato nuovamente la strada, ma anche le proteste sono ricominciate.
Fonte
26/12/2023
Serbia - Dopo le elezioni la Nato prova il “Maidan”
Il 17 dicembre si sono svolte in Serbia le elezioni parlamentari e locali. Secondo i dati della Commissione elettorale repubblicana del paese, la coalizione del Partito progressista serbo (SPP), al governo, con la lista “Aleksandar Vucic – La Serbia non deve fermarsi”, ha vinto le elezioni per il Parlamento della Repubblica avendo ottenuto il 48.02 % dei voti.
La coalizione dell’opposizione filo occidentale “Serbia contro la violenza” ha ottenuto il 24.23 %. Al terzo posto si colloca il Partito Socialista Serbo (già in alleanza e nel governo Vucic) con il 6,74 %. Segue NADA/ Alternativa Democratica Nazionale, altra forza di opposizione conservatrice, monarchica ed europeista, con il 5.18 %.
La vera sorpresa è stata la lista “NOI. La voce del popolo” guidata dallo stimato dottor Branimir Nestorovic con il 4.82 %, una nuova formazione che si colloca criticamente su alcuni aspetti, ma rifiuta fermamente ingerenze e pressioni per la svendita del paese a interessi stranieri e difende la sovranità nazionale. Oltre alle liste delle minoranze nazionali.
Oltre alle elezioni anticipate del parlamento nazionale, si sono svolte anche elezioni comunali in 65 città e regioni, tra cui Belgrado e la regione autonoma della Vojvodina . Al voto hanno partecipato 6.500.666 elettori registrati, quasi il 60% degli aventi diritto. Quasi ovunque i risultati hanno rispecchiato le elezioni nazionali.
Il 1° novembre il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva annunciato lo scioglimento dell’Assemblea nazionale della Serbia e fissato elezioni parlamentari anticipate, sotto la spinta dell’opposizione legata all’occidente, che pensava ad un crollo delle forze di governo.
Molto importanti e significativi sono stati i risultati degli elettori del Kosovo, che è il cuore di tutte le problematiche statali e di politica internazionale della Serbia in questa fase. Una questione che riguarda il futuro e il destino della stessa Repubblica Serba.
La lista “Aleksandar Vucic – La Serbia non deve fermarsi” ha ottenuto il 71,56% dei voti dei serbi del Kosovo, nel 2022 aveva ottenuto il 64,04. Il secondo partito più grande tra i serbi in Kosovo, in termini di voti, è il Partito socialista serbo, che ha raccolto il 9,42% dei voti. L’Assemblea nazionale (Dveri e Oathkeepers) ha ottenuto il 2,69%, mentre la coalizione NADA, composta dal Partito della Nuova Democrazia serba e dal Movimento per la restaurazione del Regno di Serbia, ha ottenuto 3,78 voti.
La coalizione “Serbia contro la violenza” ha ottenuto il 4,36%, mentre la lista “Noi – la voce del popolo“, guidata dal dottor Nestorovic, ha ricevuto il 2,42%, ovvero 579 voti dai serbi del Kosovo. Tutte le altre liste hanno ottenuto meno dell’1% dei voti.
Maidan serbo
Subito dopo la netta sconfitta che, matematicamente, non lascia margini di dubbi, ecco che si è scatenato nella capitale, in perfetto modello Maidan, pianificato, preparato e organizzato, il tentativo violento e fascista di rovesciare gli esiti elettorali e portare la Serbia in una sorta di guerra civile e nelle braccia accoglienti di USA, UE e NATO, che senza ombre di dubbi, attraverso le loro intelligence radicate nel paese, le ambasciate e i media a loro asserviti, sono i veri burattinai.
Già lo scorso anno avevo denunciato con tanto di foto, i rapporti tra i leader dell’opposizione a colloquio con capizona locali della CIA. Non una opposizione critica ma patriottica e nazionale, presente anche nelle elezioni, con buoni risultati, ma quella finanziata, diretta e coordinata, anche in modo spudorato, dalle forze straniere e occidentali.
Con il solito schema delle “rivoluzioni colorate” natoidi, accusando di brogli, di falsificazioni e chiedendo l’annullamento delle elezioni, portano in piazza alcune migliaia di manifestanti e scatenano violenze, assalti, devastazioni, cercando vittime per poi rovesciare l’assetto istituzionale e nel caos e nella violenza cercare di assumere il controllo del paese. Ma stavolta non ci stanno riuscendo.
Il presidente legittimo della Serbia Vucic, nella notte ha parlato al paese, con un discorso netto e duro, dove ha rassicurato i cittadini serbi che “ non devono preoccuparsi perché a Belgrado non è in corso alcuna rivoluzione popolare e che lo Stato arresterà e consegnerà alla giustizia tutti i rivoltosi davanti all’Assemblea cittadina…Le scene sono drammatiche… ma non c’è nessuna rivoluzione in corso e niente di tutto questo funzionerà per loro. Stiamo cercando di non ferire nessuno dei manifestanti casuali con una reazione violenta“.
Ha aggiunto che “…da tutte le parti della Serbia, anche dal Kosovo, sono arrivate “migliaia di chiamate” di cittadini che vogliono venire a Belgrado e difenderla, ma ho detto loro di non farlo perché il Paese è forte per reagire. … Coloro che avevano giurato di lottare contro la violenza hanno dimostrato che la violenza è il loro unico modo di combattere e che vogliono distruggere le nostre città…”.
Vučić ha anche denunciato che “…tali avvenimenti provengono da un “fattore esterno”…Grazie a qualche intelligence straniera che ci aveva avvertito di cosa stava succedendo e hanno fornito informazioni al riguardo ai nostri servizi… Infatti, “stranamente”, in altre città hanno cominciato a festeggiare e a parlare della “rivoluzione vittoriosa che è in corso a Belgrado.
Il che dimostra che gli eventi di stasera nella capitale della Serbia non sono solo il prodotto di azioni e stupidità interna, ma circostanze geopolitiche molto più gravi in cui si cerca di far crollare l’indipendenza e la sovranità della Serbia. Ma queste forze sappiano che preserveremo la libertà della Serbia, perché è il nostro valore più alto.
Preserveremo l’indipendenza e la sovranità della Serbia. Difenderemo la Serbia, chiedo solo ai cittadini di preservare la pace. Non si ripeterà il 2000…State calmi, il Paese è sicuro e noi non permetteremo che lo distruggano. Preserveremo la nostra patria, lunga vita alla Serbia, lunga vita alla libertà…”, ha concluso Vucic.
Il milionario Dragan Đilas, già sindaco di Belgrado, è stato smascherato dall’FSB russo. Il Presidente serbo A. Vučić ha denunciato il suo ruolo, rivelando che i servizi russi hanno fornito precise informazioni a quelli serbi sulla preparazione degli incidenti a Belgrado già prima degli esiti elettorali, e ha annunciato che nelle prossime settimane, rivelerà i dettagli sull’ingerenza di uno stato straniero e dei suoi Servizi, nel processo elettorale in Serbia prima e dopo le elezioni nel paese.
Dragan Đilas, noto come una colonna interna dell’eurofanatismo in Serbia, è tra i protagonisti e capi delle manifestazioni violente nella capitale.
Anche la prima ministra della Serbia Ana Brnabić, ha rivelato che i servizi di sicurezza russi hanno fornito a Belgrado informazioni sulla preparazione degli scontri nella capitale, allo stesso tempo ha sottolineato che “agli occidentali non piaceranno le conseguenze…Posso solo dire grazie alla Russia, probabilmente non sarò popolare tra gli occidentali, ma soprattutto stasera sento che è importante difendere la Serbia e ringraziare i servizi di sicurezza russi che avevano queste informazioni e che le hanno condivise. con noi..”, ha detto la Brnabić alla TV Pink.
Ciò che sta accadendo a Belgrado presenta la metodologia di quella che di solito viene chiamata rivoluzione colorata o “Maidan”. Rifiuto dell’opposizione di accettare i risultati elettorali con uno sciopero della fame dimostrativo, proteste costantemente rinnovate con blocchi stradali, assedi e attacchi alla commissione elettorale con l’ostruzione ai suoi dipendenti.
Immediato sostegno ai manifestanti da parte delle ONG occidentali e atteggiamento compiacente da parte dei governi occidentali. Slogan in inglese per i telespettatori della BBC, della CNN, ecc.
Marcata campagna di propaganda contro la “dittatura” del potere, che è “controllato dalla Russia”. Abbiamo visto tutto questo più di una volta. L’attuale situazione serba è come uno standard. La prima ministra della Repubblica, Anna Brnabic, lo afferma direttamente: “Hanno pianificato un Maidan a Belgrado per arrivare al potere attraverso una “rivoluzione colorata”, ma non funzionerà…”.
Alcuni analisti hanno comunque sottolineato un aspetto che potrebbe non essere determinante, ma gravare nelle dinamiche conflittuali di questo Maidan serbo. Ed è la presenza di molte migliaia di cittadini russi ed ucraini, scappati da Mosca o dalla guerra, con forti sentimenti russofobi e filo occidentali.
Non potranno diventare i capi del “Maidan” a causa della loro scarsa conoscenza della lingua serba, ma possono fornire la scintilla che può portare ad una catena di violenza e di caos. Proprio il ruolo che l’opposizione serba sembra essere chiamata a svolgere.
Va sottolineato che la decisione di indire una votazione anticipata non era stata dettata da una situazione politica di crisi del Paese, infatti le ultime elezioni parlamentari si erano svolte nella primavera del 2022, insieme alle elezioni presidenziali. Vučić era stato rieletto al primo turno per un secondo mandato, ottenendo un numero record di voti, e il suo Partito progressista serbo (SPP), insieme al Partito Socialista Serbo e altre forze minori, avevano formato il governo del paese.
Nonostante questo, stante la delicata situazione relativa alla questione Kosovo, Vučic e il governo serbo, continuamente pressati, minacciati, ricattati sia dalle forze interne di opposizione legate all’occidente, che dai paesi occidentali, hanno deciso di soddisfare le richieste e di misurare il seguito del governo tra la popolazione con un nuovo voto. E’ evidente che un passo politico del genere viene fatto solo se si è sicuri in una vittoria.
Nella campagna elettorale, l’opposizione legata alle forze straniere, ha incentrato tutto contro la figura del presidente, con attacchi continui, anche personali e di dileggio.
Mentre, secondo gli esperti, nella vittoria del partito al potere hanno giocato un ruolo importante la politica serba nei confronti di Mosca e l’equilibrata politica estera di neutralità di Belgrado, questo ha influenzato i risultati elettorali. E’ risaputo che oltre il 75% dei serbi sostiene la Russia, per motivi politici ma anche storici e di radici comuni, culturali e spirituali.
Ricordiamo che l’opposizione aveva detto prima delle elezioni del 2022, che Vucic avrebbe introdotto sanzioni contro Mosca subito dopo la fine delle votazioni. È passato più di un anno e mezzo e questo ancora non è successo e gli elettori lo hanno rilevato, nonostante le quotidiane pressioni e ricatti.
In realtà all’occidente interessava solo raggiungere un numero sufficiente di deputati in grado di garantire poi una approvazione parlamentare per far riconoscere il Kosovo come stato indipendente. Infatti il riconoscimento del Kosovo, oltre alle sanzioni anti russe, sono la condizione principale per l’adesione della Serbia alla Ue e alla NATO. Per ora gli è andata male.
Fonte
La coalizione dell’opposizione filo occidentale “Serbia contro la violenza” ha ottenuto il 24.23 %. Al terzo posto si colloca il Partito Socialista Serbo (già in alleanza e nel governo Vucic) con il 6,74 %. Segue NADA/ Alternativa Democratica Nazionale, altra forza di opposizione conservatrice, monarchica ed europeista, con il 5.18 %.
La vera sorpresa è stata la lista “NOI. La voce del popolo” guidata dallo stimato dottor Branimir Nestorovic con il 4.82 %, una nuova formazione che si colloca criticamente su alcuni aspetti, ma rifiuta fermamente ingerenze e pressioni per la svendita del paese a interessi stranieri e difende la sovranità nazionale. Oltre alle liste delle minoranze nazionali.
Oltre alle elezioni anticipate del parlamento nazionale, si sono svolte anche elezioni comunali in 65 città e regioni, tra cui Belgrado e la regione autonoma della Vojvodina . Al voto hanno partecipato 6.500.666 elettori registrati, quasi il 60% degli aventi diritto. Quasi ovunque i risultati hanno rispecchiato le elezioni nazionali.
Il 1° novembre il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva annunciato lo scioglimento dell’Assemblea nazionale della Serbia e fissato elezioni parlamentari anticipate, sotto la spinta dell’opposizione legata all’occidente, che pensava ad un crollo delle forze di governo.
Molto importanti e significativi sono stati i risultati degli elettori del Kosovo, che è il cuore di tutte le problematiche statali e di politica internazionale della Serbia in questa fase. Una questione che riguarda il futuro e il destino della stessa Repubblica Serba.
La lista “Aleksandar Vucic – La Serbia non deve fermarsi” ha ottenuto il 71,56% dei voti dei serbi del Kosovo, nel 2022 aveva ottenuto il 64,04. Il secondo partito più grande tra i serbi in Kosovo, in termini di voti, è il Partito socialista serbo, che ha raccolto il 9,42% dei voti. L’Assemblea nazionale (Dveri e Oathkeepers) ha ottenuto il 2,69%, mentre la coalizione NADA, composta dal Partito della Nuova Democrazia serba e dal Movimento per la restaurazione del Regno di Serbia, ha ottenuto 3,78 voti.
La coalizione “Serbia contro la violenza” ha ottenuto il 4,36%, mentre la lista “Noi – la voce del popolo“, guidata dal dottor Nestorovic, ha ricevuto il 2,42%, ovvero 579 voti dai serbi del Kosovo. Tutte le altre liste hanno ottenuto meno dell’1% dei voti.
Maidan serbo
Subito dopo la netta sconfitta che, matematicamente, non lascia margini di dubbi, ecco che si è scatenato nella capitale, in perfetto modello Maidan, pianificato, preparato e organizzato, il tentativo violento e fascista di rovesciare gli esiti elettorali e portare la Serbia in una sorta di guerra civile e nelle braccia accoglienti di USA, UE e NATO, che senza ombre di dubbi, attraverso le loro intelligence radicate nel paese, le ambasciate e i media a loro asserviti, sono i veri burattinai.
Già lo scorso anno avevo denunciato con tanto di foto, i rapporti tra i leader dell’opposizione a colloquio con capizona locali della CIA. Non una opposizione critica ma patriottica e nazionale, presente anche nelle elezioni, con buoni risultati, ma quella finanziata, diretta e coordinata, anche in modo spudorato, dalle forze straniere e occidentali.
Con il solito schema delle “rivoluzioni colorate” natoidi, accusando di brogli, di falsificazioni e chiedendo l’annullamento delle elezioni, portano in piazza alcune migliaia di manifestanti e scatenano violenze, assalti, devastazioni, cercando vittime per poi rovesciare l’assetto istituzionale e nel caos e nella violenza cercare di assumere il controllo del paese. Ma stavolta non ci stanno riuscendo.
Il presidente legittimo della Serbia Vucic, nella notte ha parlato al paese, con un discorso netto e duro, dove ha rassicurato i cittadini serbi che “ non devono preoccuparsi perché a Belgrado non è in corso alcuna rivoluzione popolare e che lo Stato arresterà e consegnerà alla giustizia tutti i rivoltosi davanti all’Assemblea cittadina…Le scene sono drammatiche… ma non c’è nessuna rivoluzione in corso e niente di tutto questo funzionerà per loro. Stiamo cercando di non ferire nessuno dei manifestanti casuali con una reazione violenta“.
Ha aggiunto che “…da tutte le parti della Serbia, anche dal Kosovo, sono arrivate “migliaia di chiamate” di cittadini che vogliono venire a Belgrado e difenderla, ma ho detto loro di non farlo perché il Paese è forte per reagire. … Coloro che avevano giurato di lottare contro la violenza hanno dimostrato che la violenza è il loro unico modo di combattere e che vogliono distruggere le nostre città…”.
Vučić ha anche denunciato che “…tali avvenimenti provengono da un “fattore esterno”…Grazie a qualche intelligence straniera che ci aveva avvertito di cosa stava succedendo e hanno fornito informazioni al riguardo ai nostri servizi… Infatti, “stranamente”, in altre città hanno cominciato a festeggiare e a parlare della “rivoluzione vittoriosa che è in corso a Belgrado.
Il che dimostra che gli eventi di stasera nella capitale della Serbia non sono solo il prodotto di azioni e stupidità interna, ma circostanze geopolitiche molto più gravi in cui si cerca di far crollare l’indipendenza e la sovranità della Serbia. Ma queste forze sappiano che preserveremo la libertà della Serbia, perché è il nostro valore più alto.
Preserveremo l’indipendenza e la sovranità della Serbia. Difenderemo la Serbia, chiedo solo ai cittadini di preservare la pace. Non si ripeterà il 2000…State calmi, il Paese è sicuro e noi non permetteremo che lo distruggano. Preserveremo la nostra patria, lunga vita alla Serbia, lunga vita alla libertà…”, ha concluso Vucic.
Il milionario Dragan Đilas, già sindaco di Belgrado, è stato smascherato dall’FSB russo. Il Presidente serbo A. Vučić ha denunciato il suo ruolo, rivelando che i servizi russi hanno fornito precise informazioni a quelli serbi sulla preparazione degli incidenti a Belgrado già prima degli esiti elettorali, e ha annunciato che nelle prossime settimane, rivelerà i dettagli sull’ingerenza di uno stato straniero e dei suoi Servizi, nel processo elettorale in Serbia prima e dopo le elezioni nel paese.
Dragan Đilas, noto come una colonna interna dell’eurofanatismo in Serbia, è tra i protagonisti e capi delle manifestazioni violente nella capitale.
Anche la prima ministra della Serbia Ana Brnabić, ha rivelato che i servizi di sicurezza russi hanno fornito a Belgrado informazioni sulla preparazione degli scontri nella capitale, allo stesso tempo ha sottolineato che “agli occidentali non piaceranno le conseguenze…Posso solo dire grazie alla Russia, probabilmente non sarò popolare tra gli occidentali, ma soprattutto stasera sento che è importante difendere la Serbia e ringraziare i servizi di sicurezza russi che avevano queste informazioni e che le hanno condivise. con noi..”, ha detto la Brnabić alla TV Pink.
Ciò che sta accadendo a Belgrado presenta la metodologia di quella che di solito viene chiamata rivoluzione colorata o “Maidan”. Rifiuto dell’opposizione di accettare i risultati elettorali con uno sciopero della fame dimostrativo, proteste costantemente rinnovate con blocchi stradali, assedi e attacchi alla commissione elettorale con l’ostruzione ai suoi dipendenti.
Immediato sostegno ai manifestanti da parte delle ONG occidentali e atteggiamento compiacente da parte dei governi occidentali. Slogan in inglese per i telespettatori della BBC, della CNN, ecc.
Marcata campagna di propaganda contro la “dittatura” del potere, che è “controllato dalla Russia”. Abbiamo visto tutto questo più di una volta. L’attuale situazione serba è come uno standard. La prima ministra della Repubblica, Anna Brnabic, lo afferma direttamente: “Hanno pianificato un Maidan a Belgrado per arrivare al potere attraverso una “rivoluzione colorata”, ma non funzionerà…”.
Alcuni analisti hanno comunque sottolineato un aspetto che potrebbe non essere determinante, ma gravare nelle dinamiche conflittuali di questo Maidan serbo. Ed è la presenza di molte migliaia di cittadini russi ed ucraini, scappati da Mosca o dalla guerra, con forti sentimenti russofobi e filo occidentali.
Non potranno diventare i capi del “Maidan” a causa della loro scarsa conoscenza della lingua serba, ma possono fornire la scintilla che può portare ad una catena di violenza e di caos. Proprio il ruolo che l’opposizione serba sembra essere chiamata a svolgere.
Va sottolineato che la decisione di indire una votazione anticipata non era stata dettata da una situazione politica di crisi del Paese, infatti le ultime elezioni parlamentari si erano svolte nella primavera del 2022, insieme alle elezioni presidenziali. Vučić era stato rieletto al primo turno per un secondo mandato, ottenendo un numero record di voti, e il suo Partito progressista serbo (SPP), insieme al Partito Socialista Serbo e altre forze minori, avevano formato il governo del paese.
Nonostante questo, stante la delicata situazione relativa alla questione Kosovo, Vučic e il governo serbo, continuamente pressati, minacciati, ricattati sia dalle forze interne di opposizione legate all’occidente, che dai paesi occidentali, hanno deciso di soddisfare le richieste e di misurare il seguito del governo tra la popolazione con un nuovo voto. E’ evidente che un passo politico del genere viene fatto solo se si è sicuri in una vittoria.
Nella campagna elettorale, l’opposizione legata alle forze straniere, ha incentrato tutto contro la figura del presidente, con attacchi continui, anche personali e di dileggio.
Mentre, secondo gli esperti, nella vittoria del partito al potere hanno giocato un ruolo importante la politica serba nei confronti di Mosca e l’equilibrata politica estera di neutralità di Belgrado, questo ha influenzato i risultati elettorali. E’ risaputo che oltre il 75% dei serbi sostiene la Russia, per motivi politici ma anche storici e di radici comuni, culturali e spirituali.
Ricordiamo che l’opposizione aveva detto prima delle elezioni del 2022, che Vucic avrebbe introdotto sanzioni contro Mosca subito dopo la fine delle votazioni. È passato più di un anno e mezzo e questo ancora non è successo e gli elettori lo hanno rilevato, nonostante le quotidiane pressioni e ricatti.
In realtà all’occidente interessava solo raggiungere un numero sufficiente di deputati in grado di garantire poi una approvazione parlamentare per far riconoscere il Kosovo come stato indipendente. Infatti il riconoscimento del Kosovo, oltre alle sanzioni anti russe, sono la condizione principale per l’adesione della Serbia alla Ue e alla NATO. Per ora gli è andata male.
Fonte
04/06/2023
Kosovo - La tensione resta alta
In tutto il nord del Kosovo a maggioranza serba, le scuole sono rimaste chiuse, mentre per via delle proteste popolari sono inaccessibili i servizi comunali, con conseguenze che si fanno sempre più pesanti sul normale ritmo della vita pubblica e sociale.
Dopo i violenti scontri del 29 maggio a Zvecan, le sedi municipali sono state isolate da barriere metalliche e recinzioni di filo spinato. A Leposavic il nuovo sindaco Ljuljzim Hetemi, di etnia albanese, è da giorni barricato all’interno del municipio dal quale non esce per motivi di sicurezza.
Questa è una delle conseguenze del boicottaggio da parte serba delle elezioni locali nel nord del Kosovo, dove meno del 4 per cento degli aventi diritto al voto si è recato alle urne lo scorso aprile, ma soprattutto della forzatura da parte delle autorità di Pristina di imporre l’insediamento di quattro sindaci albanesi votati solo dal 3,5% degli aventi diritto, con l’ausilio delle forze speciali di polizia.
I manifestanti serbi si sono radunati davanti ai municipi di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok per protestare contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese e per chiedere il ritiro dal nord della regione delle unità di polizia kosovara.
La polizia rimane schierata all’interno degli edifici comunali, mentre all’esterno resta massiccio il presidio da parte delle truppe di KFOR, la missione nato in Kosovo.
I militari Nato presidiano anche altre zone sensibili, comprese diverse strade di accesso ai comuni teatro delle manifestazioni, nelle quali si chiede anche il rilascio dei due serbi che restano in carcere dopo gli arresti seguiti ai disordini di Zvecan, il cui bilancio è stato di una trentina di soldati della KFOR feriti (11 italiani e 19 ungheresi) e una cinquantina di manifestanti.
Lunedì è prevista la visita nella regione degli inviati speciali Ue e Usa Miroslav Lajcak e Gabriel Escobar che si recheranno sia a Belgrado che a Pristina.
La Ue soprattutto vorrebbe disinnescare quello che si teme possa diventare un nuovo pericoloso conflitto nei Balcani, che in Europa andrebbe ad aggiungersi ma anche a saldarsi con quello in corso in Ucraina.
I presidenti di Kosovo e Serbia hanno avuto giovedì dei colloqui per risolvere la crisi politica. Vjosa Osmani del Kosovo e Aleksandar Vucic della Serbia si sono incontrati brevemente alla presenza del presidente francese Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del capo della politica estera della Ue Borrell a margine del vertice in Moldavia della Comunità Politica Europea.
Parlando dopo l’incontro con Vucic, Osmani ha accusato il leader serbo di “piagnucolare e lamentarsi e... non dire la verità“. Ma ha detto che il Kosovo potrebbe tenere nuove elezioni nel nord con la partecipazione serba se fossero indette legalmente.
Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha detto all’agenzia Tanjug che Belgrado è pronta a scendere a compromessi, vuole pace e colloqui per ridurre la tensione nel nord del Kosovo, ma bisogna vedere cosa otterranno i serbi in Kosovo. “Non sono per niente ottimista, ci aspettano giorni difficili. Siamo pronti a parlare e ad allentare la tensione“, ha detto Vučić .
Secondo Maja Piscevic, ricercatrice per il centro Europa del Atlantic Council, “Ciò che è diverso questa volta è la serie di errori di calcolo politici che il governo di Pristina sembra aver fatto sulle posizioni dei suoi alleati statunitensi ed europei. Dopo aver investito un capitale politico significativo nel dialogo Belgrado-Pristina guidato dall’Unione Uuropea (UE) per normalizzare le relazioni tra le due parti, Washington e i suoi alleati da Bruxelles a Parigi e Berlino hanno avvertito Pristina di non aggravare ulteriormente la situazione“, sottolinea Maja Piscevic.
Ma la decisione del governo di raddoppiare l’applicazione dell’esito delle elezioni locali di aprile, boicottate dalla maggioranza serba e a cui ha partecipato meno del 3,5% della popolazione del nord del Kosovo, “ha gettato benzina sul fuoco”.
La NATO intanto ha deciso di schierare altri 700 militari aggiuntive in Kosovo in risposta alla crisi e il segretario generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg, ha dichiarato giovedì di essere pronto a inviarne altri. I nuovi soldati della Nato in Kosovo provengono dalla Turchia.
Fonte
Dopo i violenti scontri del 29 maggio a Zvecan, le sedi municipali sono state isolate da barriere metalliche e recinzioni di filo spinato. A Leposavic il nuovo sindaco Ljuljzim Hetemi, di etnia albanese, è da giorni barricato all’interno del municipio dal quale non esce per motivi di sicurezza.
Questa è una delle conseguenze del boicottaggio da parte serba delle elezioni locali nel nord del Kosovo, dove meno del 4 per cento degli aventi diritto al voto si è recato alle urne lo scorso aprile, ma soprattutto della forzatura da parte delle autorità di Pristina di imporre l’insediamento di quattro sindaci albanesi votati solo dal 3,5% degli aventi diritto, con l’ausilio delle forze speciali di polizia.
I manifestanti serbi si sono radunati davanti ai municipi di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok per protestare contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese e per chiedere il ritiro dal nord della regione delle unità di polizia kosovara.
La polizia rimane schierata all’interno degli edifici comunali, mentre all’esterno resta massiccio il presidio da parte delle truppe di KFOR, la missione nato in Kosovo.
I militari Nato presidiano anche altre zone sensibili, comprese diverse strade di accesso ai comuni teatro delle manifestazioni, nelle quali si chiede anche il rilascio dei due serbi che restano in carcere dopo gli arresti seguiti ai disordini di Zvecan, il cui bilancio è stato di una trentina di soldati della KFOR feriti (11 italiani e 19 ungheresi) e una cinquantina di manifestanti.
Lunedì è prevista la visita nella regione degli inviati speciali Ue e Usa Miroslav Lajcak e Gabriel Escobar che si recheranno sia a Belgrado che a Pristina.
La Ue soprattutto vorrebbe disinnescare quello che si teme possa diventare un nuovo pericoloso conflitto nei Balcani, che in Europa andrebbe ad aggiungersi ma anche a saldarsi con quello in corso in Ucraina.
I presidenti di Kosovo e Serbia hanno avuto giovedì dei colloqui per risolvere la crisi politica. Vjosa Osmani del Kosovo e Aleksandar Vucic della Serbia si sono incontrati brevemente alla presenza del presidente francese Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del capo della politica estera della Ue Borrell a margine del vertice in Moldavia della Comunità Politica Europea.
Parlando dopo l’incontro con Vucic, Osmani ha accusato il leader serbo di “piagnucolare e lamentarsi e... non dire la verità“. Ma ha detto che il Kosovo potrebbe tenere nuove elezioni nel nord con la partecipazione serba se fossero indette legalmente.
Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha detto all’agenzia Tanjug che Belgrado è pronta a scendere a compromessi, vuole pace e colloqui per ridurre la tensione nel nord del Kosovo, ma bisogna vedere cosa otterranno i serbi in Kosovo. “Non sono per niente ottimista, ci aspettano giorni difficili. Siamo pronti a parlare e ad allentare la tensione“, ha detto Vučić .
Secondo Maja Piscevic, ricercatrice per il centro Europa del Atlantic Council, “Ciò che è diverso questa volta è la serie di errori di calcolo politici che il governo di Pristina sembra aver fatto sulle posizioni dei suoi alleati statunitensi ed europei. Dopo aver investito un capitale politico significativo nel dialogo Belgrado-Pristina guidato dall’Unione Uuropea (UE) per normalizzare le relazioni tra le due parti, Washington e i suoi alleati da Bruxelles a Parigi e Berlino hanno avvertito Pristina di non aggravare ulteriormente la situazione“, sottolinea Maja Piscevic.
Ma la decisione del governo di raddoppiare l’applicazione dell’esito delle elezioni locali di aprile, boicottate dalla maggioranza serba e a cui ha partecipato meno del 3,5% della popolazione del nord del Kosovo, “ha gettato benzina sul fuoco”.
La NATO intanto ha deciso di schierare altri 700 militari aggiuntive in Kosovo in risposta alla crisi e il segretario generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg, ha dichiarato giovedì di essere pronto a inviarne altri. I nuovi soldati della Nato in Kosovo provengono dalla Turchia.
Fonte
29/05/2023
Kosovo - Scontri tra serbi e polizia. Belgrado mobilita l’esercito
Il presidente della Serbia Aleksandar Vucic ha posto l’esercito del paese in stato di massima allerta e ha ordinato a diverse unità delle forze armate di avvicinarsi al confine con il Kosovo, dopo che manifestanti e polizia si sono scontrati a Zvecan, una città a maggioranza serba nella parte settentrionale di quella che Belgrado considera una sua provincia, non riconoscendone l’indipendenza decretata da Pristina nel 2008 dopo l’intervento militare della Nato nel 1999.
Il ministro della difesa della Serbia Milos Vucevic, confermando l’ordine del presidente, ha definito “drammatica” la situazione in Kosovo.
La polizia kosovara ha sparato gas lacrimogeni nella città di Zvecan, nel distretto di Mitrovica, per disperdere una folla davanti alla sede del comune. I manifestanti, che hanno reagito all’atto di forza lanciando pietre e incendiando alcuni mezzi delle forze dell’ordine, stavano cercando di impedire a un sindaco di etnia albanese appena eletto di entrare nel suo ufficio a seguito di un’elezione che i serbi del Kosovo hanno boicottato.
Il boicottaggio serbo delle elezioni
Più di 50.000 serbi che vivono in quattro comuni del nord del Kosovo, tra cui Zvecan, hanno disertato le urne il 23 aprile scorso per protestare contro il fatto che le loro richieste di maggiore autonomia non erano state soddisfatte.
Nei quattro comuni a maggioranza serba l’affluenza elettorale è stata soltanto del 3,47% e la popolazione ha affermato che non collaborerà con i nuovi sindaci – tutti di partiti di etnia albanese – perché non li rappresentano.
Se gli albanesi costituiscono quasi il 90% della popolazione totale del Kosovo, i serbi rappresentano di gran lunga la maggioranza nella regione settentrionale.
Blerim Vela, capo dello staff del presidente del Kosovo Vjosa Osmani, ha accusato “le strutture illegali e criminali della Serbia” di aver provocato l’escalation contro le forze dell’ordine.
Un giornalista dell’agenzia Reuters ha riferito che diversi veicoli della missione di mantenimento della pace della NATO in Kosovo sono stati avvistati nelle vicinanze del luogo degli scontri.
Da parte sua Jeffrey Hovenier, ambasciatore degli Stati Uniti a Pristina, ha condannato l’azione della polizia di Pristina. «Gli Stati Uniti condannano l’azione in corso da parte delle autorità kosovare per accedere agli edifici municipali nel nord del Kosovo. Le misure violente di oggi dovrebbero essere immediatamente interrotte» ha scritto su Twitter.
Chris Murphy, un senatore democratico degli Stati Uniti e membro del Comitato per le relazioni estere che ha recentemente visitato il Kosovo, ha affermato: «Come amico del Kosovo sono stato colto totalmente di sorpresa e lui (Kurti) dovrebbe porre immediatamente fine a questa provocazione».
Il piano sostenuto da Stati Uniti e Unione Europea, concordato verbalmente dai governi del Kosovo e della Serbia lo scorso marzo, mirava a disinnescare le tensioni concedendo ai serbi locali maggiore autonomia. La comunità serba da tempo chiede l’istituzione di un’associazione di comuni serbi in Kosovo, per coordinare il lavoro su istruzione, sanità, pianificazione territoriale e sviluppo economico a livello locale. Pristina però rifiuta temendo che la federazione dei comuni possa trasformarsi in una sorta di enclave serba completamente autonoma.
L’istituzione dell’associazione era stata originariamente inserita nell’accordo Pristina-Belgrado del 2013, ma è stata successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale del Kosovo.
Secondo diversi media, Vucic ha chiesto alle truppe dell’Alleanza Atlantica ancora presenti in Kosovo di proteggere i serbi kosovari dalla polizia, mentre quest’ultima ha fatto sapere di avere incrementato il numero di agenti sul posto «per aiutare i sindaci dei comuni settentrionali di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok a esercitare il loro diritto» a insediarsi. Diversi video pubblicati sui social media mostrano, oltre alle immagini degli scontri, anche le colonne di blindati delle forze speciali kosovare muovere verso i comuni interessati.
Kosovo: droni turchi e manovre militari Nato
Intanto nei giorni scorsi le forze di sicurezza del Kosovo hanno ricevuto cinque droni da bombardamento Bayraktar TB2 turchi, a sette mesi dalla firma di un accordo militare con Ankra da parte del ministro della Difesa di Pristina Armend Mehaj.
I droni sono arrivati proprio all’inizio della grande esercitazione militare internazionale denominata Defender Europe 2023, guidata dalle forze armate degli Stati Uniti (che hanno mobilitato 7 mila militari) e alla quale stanno partecipando anche 1300 soldati di Pristina, insieme ai colleghi provenienti da Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Moldavia, Montenegro, Paesi Bassi, Macedonia del Nord, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito.
Le imponenti manovre si stanno svolgendo dal 21 maggio proprio in territorio kosovaro – Pristina è attualmente candidata ad entrare nella Nato – e termineranno il prossimo 5 giugno. In particolare le zone interessate sono l’aeroporto di Gjakova e la località di Boka.
Fonte
Il ministro della difesa della Serbia Milos Vucevic, confermando l’ordine del presidente, ha definito “drammatica” la situazione in Kosovo.
La polizia kosovara ha sparato gas lacrimogeni nella città di Zvecan, nel distretto di Mitrovica, per disperdere una folla davanti alla sede del comune. I manifestanti, che hanno reagito all’atto di forza lanciando pietre e incendiando alcuni mezzi delle forze dell’ordine, stavano cercando di impedire a un sindaco di etnia albanese appena eletto di entrare nel suo ufficio a seguito di un’elezione che i serbi del Kosovo hanno boicottato.
Il boicottaggio serbo delle elezioni
Più di 50.000 serbi che vivono in quattro comuni del nord del Kosovo, tra cui Zvecan, hanno disertato le urne il 23 aprile scorso per protestare contro il fatto che le loro richieste di maggiore autonomia non erano state soddisfatte.
Nei quattro comuni a maggioranza serba l’affluenza elettorale è stata soltanto del 3,47% e la popolazione ha affermato che non collaborerà con i nuovi sindaci – tutti di partiti di etnia albanese – perché non li rappresentano.
Se gli albanesi costituiscono quasi il 90% della popolazione totale del Kosovo, i serbi rappresentano di gran lunga la maggioranza nella regione settentrionale.
Blerim Vela, capo dello staff del presidente del Kosovo Vjosa Osmani, ha accusato “le strutture illegali e criminali della Serbia” di aver provocato l’escalation contro le forze dell’ordine.
Un giornalista dell’agenzia Reuters ha riferito che diversi veicoli della missione di mantenimento della pace della NATO in Kosovo sono stati avvistati nelle vicinanze del luogo degli scontri.
Da parte sua Jeffrey Hovenier, ambasciatore degli Stati Uniti a Pristina, ha condannato l’azione della polizia di Pristina. «Gli Stati Uniti condannano l’azione in corso da parte delle autorità kosovare per accedere agli edifici municipali nel nord del Kosovo. Le misure violente di oggi dovrebbero essere immediatamente interrotte» ha scritto su Twitter.
Chris Murphy, un senatore democratico degli Stati Uniti e membro del Comitato per le relazioni estere che ha recentemente visitato il Kosovo, ha affermato: «Come amico del Kosovo sono stato colto totalmente di sorpresa e lui (Kurti) dovrebbe porre immediatamente fine a questa provocazione».
Il piano sostenuto da Stati Uniti e Unione Europea, concordato verbalmente dai governi del Kosovo e della Serbia lo scorso marzo, mirava a disinnescare le tensioni concedendo ai serbi locali maggiore autonomia. La comunità serba da tempo chiede l’istituzione di un’associazione di comuni serbi in Kosovo, per coordinare il lavoro su istruzione, sanità, pianificazione territoriale e sviluppo economico a livello locale. Pristina però rifiuta temendo che la federazione dei comuni possa trasformarsi in una sorta di enclave serba completamente autonoma.
L’istituzione dell’associazione era stata originariamente inserita nell’accordo Pristina-Belgrado del 2013, ma è stata successivamente dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale del Kosovo.
Secondo diversi media, Vucic ha chiesto alle truppe dell’Alleanza Atlantica ancora presenti in Kosovo di proteggere i serbi kosovari dalla polizia, mentre quest’ultima ha fatto sapere di avere incrementato il numero di agenti sul posto «per aiutare i sindaci dei comuni settentrionali di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok a esercitare il loro diritto» a insediarsi. Diversi video pubblicati sui social media mostrano, oltre alle immagini degli scontri, anche le colonne di blindati delle forze speciali kosovare muovere verso i comuni interessati.
Kosovo: droni turchi e manovre militari Nato
Intanto nei giorni scorsi le forze di sicurezza del Kosovo hanno ricevuto cinque droni da bombardamento Bayraktar TB2 turchi, a sette mesi dalla firma di un accordo militare con Ankra da parte del ministro della Difesa di Pristina Armend Mehaj.
I droni sono arrivati proprio all’inizio della grande esercitazione militare internazionale denominata Defender Europe 2023, guidata dalle forze armate degli Stati Uniti (che hanno mobilitato 7 mila militari) e alla quale stanno partecipando anche 1300 soldati di Pristina, insieme ai colleghi provenienti da Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Francia, Georgia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Moldavia, Montenegro, Paesi Bassi, Macedonia del Nord, Polonia, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito.
Le imponenti manovre si stanno svolgendo dal 21 maggio proprio in territorio kosovaro – Pristina è attualmente candidata ad entrare nella Nato – e termineranno il prossimo 5 giugno. In particolare le zone interessate sono l’aeroporto di Gjakova e la località di Boka.
Fonte
30/11/2021
Belgrado-Mosca: non solo gas a prezzi stracciati
L’accordo per le forniture del gas russo alla Serbia, che doveva scadere il prossimo 31 dicembre, è stato prorogato di altri sei mesi: quelli invernali, i più critici, e al prezzo d’eccezione di 270 dollari per 1.000 mc di gas.
Questo, quando il prezzo medio praticato nelle transazioni internazionali si avvicina ai 1.000 euro (varia da 650 a 1.200 euro; fa eccezione la Bielorussia, cui Mosca applica un prezzo di favore di 127 dollari).
Duecentosettanta dollari è il prezzo che Vladimir Putin ha accordato a Aleksandar Vučić a conclusione dell’incontro a Soči, lo scorso 25 novembre. Pare che nel pacchetto dell’accordo rientri anche una partita di lanciarazzi anticarro “Kornet”, ma Vučić assicura che Belgrado ha deciso di acquistarli indipendentemente dall’accordo sul gas.
Il tutto, condito con l’augurio del presidente russo al presidente serbo di essere riconfermato nella carica, alle presidenziali dell’aprile 2022.
Viste le difficoltà del paese, Vučić cercava di spuntare un prezzo di 500 dollari (le trattative erano iniziate un mese fa partendo da 790 dollari) almeno fino alla primavera prossima, mentre si è visto non solo accordare, ma quasi dimezzare il costo, portando a casa un risparmio complessivo di circa 1 miliardo di euro.
Senza entrare nei dettagli dell’accordo e del come tale prezzo del gas sia legato a quello del petrolio, è il caso però di fare alcune considerazioni di contorno.
Una, riguarda il via dato lo scorso 1 gennaio ai 400 km del tratto serbo del “Balkanskij potok” (Balcan stream), una delle due diramazioni del “Turkish stream” che, dalla Turchia, arriva in Bulgaria, Serbia e Ungheria, con una portata di circa 14 miliardi mc l’anno. Serve anch’esso, in qualche misura, ad aggirare in parte il “passante” ucraino e, soprattutto, a compensare un po’ la sospensione dell’avvio del “North stream 2” verso la Germania.
Ma, oltre a questo, come è che Mosca applica un prezzo così vantaggioso a un paese in continua altalena tra est e ovest e, soprattutto, augura la rielezione a un Presidente che, in patria, è inviso non solo alle élite liberali pro-occidentali, ma anche all’opposizione nazionalista-patriottica, che guarda proprio a Mosca quale baluardo per la difesa dalle influenze occidentali, e accusa Vučić di svendere gli interessi serbi a UE e USA sulla questione di Kosovo e Metohija?
Si tratta solo della tradizionale “fratellanza slava e ortodossa”, di cui pure, oggi, è difficile scorgere significativi momenti?
Sembrano passati i tempi in cui, come una trentina d’anni fa, partivano dalla Russia migliaia di volontari per andare a difendere i “Fratelli serbi”.
Non si può però dimenticare che Vučić, pur avvezzo a passare spesso “da una sedia all’altra”, con l’accordo sul gas sta andando contro alle principali pretese (alcune delle quali da lui stesso sottoscritte: ad esempio, proprio quelle riguardanti l’energia e le armi russe) di Washington e Bruxelles.
Per dire: l’accordo di “Normalizzazione economica” firmato a settembre 2020, a Washington, tra Belgrado e Priština, con la mediazione di Donald Trump, prevedeva, tra l’altro, la realizzazione di un’autostrada e collegamenti ferroviari diretti tra le città, l’adesione del Kosovo alla “mini-Schengen” del 2019 tra Serbia, Albania e Macedonia del Nord, l’impegno della Serbia a spostare la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ecc.
Ma, soprattutto, Belgrado si impegnava a non “cadere nella dipendenza energetica dalla Russia e tecnologica dalla Cina” e a consentire l’apertura di una rappresentanza della International Development Finance Corporation in Serbia.
Non si può dimenticare che Bruxelles e Washington, se non lesinano gli sforzi per far breccia tra quella stragrande maggioranza di serbi che guardano a Mosca (come diceva già Dostoevskij, ci sono due “Serbie”, una degli strati superiori, anti-russa, e una Serbia popolare, che considera i russi salvatori e fratelli), poi però non possono rinunciare agli obiettivi più direttamente “operativi” e strategici. E, in questi, la questione kosovara è più che mai all’ordine del giorno.
Se Vučić freme per aderire alla UE, da Bruxelles gli oppongono che prima di tutto debba rinunciare a considerare Kosovo e Metohija quale regione autonoma serba – quale in effetti è, anche in base alla risoluzione 1244 ONU, che parla dell’integrità territoriale della Serbia.
Ma, d’altra parte, a ovest si deve fare il possibile perché Belgrado non si avvicini troppo a Mosca e Pechino. E cosa si fa? Non bastasse “Camp Bondsteel” in Kosovo – la cui realizzazione iniziò subito dopo la fine dei bombardamenti del 1999 e che era allora considerata la più grande base yankee dalla guerra in VietNam – che consente agli USA di controllare il corridoio Nord-Sud, cioè il commercio tra Europa, Turchia, Medio Oriente e Asia minore, ora, con l’evidente via libera di Washington, poco distante dalla parte serba di Mitrovitsa, ecco che Priština realizza la più grande base dell’esercito kosovaro, destinata a ospitare “specialisti” anglo-americani e apparecchiature per contromisure elettroniche.
Di più: già dal 2017, il Pentagono sta mettendo a punto un nuovo servizio di supporto tecnico di intelligence per le forze yankee nei Balcani ed Europa orientale; a partire da Germania, Italia e Kosovo, tali “specialisti” operano in Polonia, Romania, Bulgaria, Paesi baltici e Kosovo, appunto.
Sembra più che naturale che a Mosca, se si scorge la minima possibilità di inserirsi con maggior peso in un’area in cui USA e UE non nascondono di volerla fare da padroni, colga l’occasione.
In questo caso, forse puntando anche proprio a quel 85% di popolazione serba che guarda a Mosca e che, confermando un instabile Vučić nella carica, gli sia “riconoscente” per aver assicurato un inverno al caldo e lo spinga quindi a spostare un po’ il timone verso nordest e, pur nella sua smania di essere ammesso al tavolo europeista, a dimostrarsi più deciso nei confronti dell’ovest.
Non come, ad esempio, un paio di mesi fa, quando era scoppiata l’ennesima crisi di “confine” tra Belgrado e Priština, congelata con la “mediazione" di NATO e KFOR. In quell’occasione, come accaduto anche in precedenza, forze speciali kosovare avevano occupato l’intera area settentrionale di Kosovo e Metohija, contravvenendo agli accordi di Bruxelles del 2013, che prevedevano la creazione in Kosovo di una Comunità dei comuni serbi, quale organismo di autogoverno dei serbi che vivono in questa provincia autonoma della Serbia.
Commentando quegli avvenimenti, il nazionalista serbo Mlađan Đorđević, originario del Kosovo, aveva scritto che «la Serbia negli ultimi otto anni ha dato ai separatisti praticamente tutto ciò che poteva – ha accettato di trasferire loro il proprio sistema giudiziario, sistemi di sicurezza, approvvigionamento energetico, telecomunicazioni, ecc. – senza ricevere in cambio nemmeno un ente non governativo, quale in sostanza sarebbe la Comunità dei Comuni serbi».
Firmando gli accordi di Bruxelles, affermava Đorđević, Vučić ha «ufficialmente distrutto tutti gli elementi dello stato serbo in Kosovo e Metohija: sono stati sciolti difesa civile, amministrazione statale, ufficio del pubblico ministero e magistratura», costretti a prestare giuramento «davanti alla “costituzione” e ai simboli del cosiddetto Kosovo».
Poi, quasi in contemporanea con le uscite del primo ministro albanese Edi Rama, che ribadiva l’intenzione di unire il Kosovo all’Albania, nuovi scontri si erano verificati in ottobre a Mitrovitsa settentrionale (la parte della città a maggioranza serba, sede di tutte le istituzioni serbe in Kosovo, riconosciute da Belgrado ma non da Priština) e a Zvečan, quando la polizia kosovara aveva lanciato lacrimogeni e bombe assordanti contro residenti serbi di Mitrovitsa nord, riunitisi per protestare contro un’operazione condotta dalla polizia kosovara.
Anche in quell’occasione, Vučić si era limitato a ordinare alle forze armate di innalzare il livello di allerta, ma non aveva agito in alcun modo. Di nuovo nei giorni scorsi, si sono ripetute provocazioni contro esponenti serbi nei pressi di Gjilan, nel sud del Kosovo.
Ancora Mlađan Đorđević, dopo Vučić si era incontrato in estate col Primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, per continuare, sotto egida UE, i negoziati per la firma del cosiddetto “accordo giuridicamente vincolante”, in base al quale Belgrado riconosce di fatto l’indipendenza del Kosovo e gli assegna un seggio all’ONU, constatava come continuino ad aumentare in Kosovo gli attacchi alla comunità serba, con bastonature, molestie, con politici e organizzazioni albanesi che minacciano in ogni modo i serbi per costringerli ad andarsene.
Tutto questo, scriveva Đorđević «ricorda il pogrom del marzo 2004, quando folle organizzate di albanesi kosovari attaccarono gli insediamenti serbi in Kosovo e Metohija, espulsero migliaia di serbi, ne uccisero 11, bruciando case, chiese e monasteri. Oggi, l’escalation di violenza contro i serbi in Kosovo e Metohija coincide con l’ascesa al potere di Albin Kurti, leader del movimento “Autodeterminazione”, presentato da Berlino come progressista e di sinistra, in realtà ultranazionalista, che sostiene la creazione di una “Grande Albania”».
Ora, è più che dubbio che le stesse Bruxelles e Washington diano il via libera a Tirana. Ma, in ogni caso, in questo quadro complessivo di rapporti tra Belgrado, Priština e l’“Occidente collettivo”, il “regalo” fatto da Putin a Vučić non ha nulla di sorprendente.
Fonte
Questo, quando il prezzo medio praticato nelle transazioni internazionali si avvicina ai 1.000 euro (varia da 650 a 1.200 euro; fa eccezione la Bielorussia, cui Mosca applica un prezzo di favore di 127 dollari).
Duecentosettanta dollari è il prezzo che Vladimir Putin ha accordato a Aleksandar Vučić a conclusione dell’incontro a Soči, lo scorso 25 novembre. Pare che nel pacchetto dell’accordo rientri anche una partita di lanciarazzi anticarro “Kornet”, ma Vučić assicura che Belgrado ha deciso di acquistarli indipendentemente dall’accordo sul gas.
Il tutto, condito con l’augurio del presidente russo al presidente serbo di essere riconfermato nella carica, alle presidenziali dell’aprile 2022.
Viste le difficoltà del paese, Vučić cercava di spuntare un prezzo di 500 dollari (le trattative erano iniziate un mese fa partendo da 790 dollari) almeno fino alla primavera prossima, mentre si è visto non solo accordare, ma quasi dimezzare il costo, portando a casa un risparmio complessivo di circa 1 miliardo di euro.
Senza entrare nei dettagli dell’accordo e del come tale prezzo del gas sia legato a quello del petrolio, è il caso però di fare alcune considerazioni di contorno.
Una, riguarda il via dato lo scorso 1 gennaio ai 400 km del tratto serbo del “Balkanskij potok” (Balcan stream), una delle due diramazioni del “Turkish stream” che, dalla Turchia, arriva in Bulgaria, Serbia e Ungheria, con una portata di circa 14 miliardi mc l’anno. Serve anch’esso, in qualche misura, ad aggirare in parte il “passante” ucraino e, soprattutto, a compensare un po’ la sospensione dell’avvio del “North stream 2” verso la Germania.
Ma, oltre a questo, come è che Mosca applica un prezzo così vantaggioso a un paese in continua altalena tra est e ovest e, soprattutto, augura la rielezione a un Presidente che, in patria, è inviso non solo alle élite liberali pro-occidentali, ma anche all’opposizione nazionalista-patriottica, che guarda proprio a Mosca quale baluardo per la difesa dalle influenze occidentali, e accusa Vučić di svendere gli interessi serbi a UE e USA sulla questione di Kosovo e Metohija?
Si tratta solo della tradizionale “fratellanza slava e ortodossa”, di cui pure, oggi, è difficile scorgere significativi momenti?
Sembrano passati i tempi in cui, come una trentina d’anni fa, partivano dalla Russia migliaia di volontari per andare a difendere i “Fratelli serbi”.
Non si può però dimenticare che Vučić, pur avvezzo a passare spesso “da una sedia all’altra”, con l’accordo sul gas sta andando contro alle principali pretese (alcune delle quali da lui stesso sottoscritte: ad esempio, proprio quelle riguardanti l’energia e le armi russe) di Washington e Bruxelles.
Per dire: l’accordo di “Normalizzazione economica” firmato a settembre 2020, a Washington, tra Belgrado e Priština, con la mediazione di Donald Trump, prevedeva, tra l’altro, la realizzazione di un’autostrada e collegamenti ferroviari diretti tra le città, l’adesione del Kosovo alla “mini-Schengen” del 2019 tra Serbia, Albania e Macedonia del Nord, l’impegno della Serbia a spostare la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, ecc.
Ma, soprattutto, Belgrado si impegnava a non “cadere nella dipendenza energetica dalla Russia e tecnologica dalla Cina” e a consentire l’apertura di una rappresentanza della International Development Finance Corporation in Serbia.
Non si può dimenticare che Bruxelles e Washington, se non lesinano gli sforzi per far breccia tra quella stragrande maggioranza di serbi che guardano a Mosca (come diceva già Dostoevskij, ci sono due “Serbie”, una degli strati superiori, anti-russa, e una Serbia popolare, che considera i russi salvatori e fratelli), poi però non possono rinunciare agli obiettivi più direttamente “operativi” e strategici. E, in questi, la questione kosovara è più che mai all’ordine del giorno.
Se Vučić freme per aderire alla UE, da Bruxelles gli oppongono che prima di tutto debba rinunciare a considerare Kosovo e Metohija quale regione autonoma serba – quale in effetti è, anche in base alla risoluzione 1244 ONU, che parla dell’integrità territoriale della Serbia.
Ma, d’altra parte, a ovest si deve fare il possibile perché Belgrado non si avvicini troppo a Mosca e Pechino. E cosa si fa? Non bastasse “Camp Bondsteel” in Kosovo – la cui realizzazione iniziò subito dopo la fine dei bombardamenti del 1999 e che era allora considerata la più grande base yankee dalla guerra in VietNam – che consente agli USA di controllare il corridoio Nord-Sud, cioè il commercio tra Europa, Turchia, Medio Oriente e Asia minore, ora, con l’evidente via libera di Washington, poco distante dalla parte serba di Mitrovitsa, ecco che Priština realizza la più grande base dell’esercito kosovaro, destinata a ospitare “specialisti” anglo-americani e apparecchiature per contromisure elettroniche.
Di più: già dal 2017, il Pentagono sta mettendo a punto un nuovo servizio di supporto tecnico di intelligence per le forze yankee nei Balcani ed Europa orientale; a partire da Germania, Italia e Kosovo, tali “specialisti” operano in Polonia, Romania, Bulgaria, Paesi baltici e Kosovo, appunto.
Sembra più che naturale che a Mosca, se si scorge la minima possibilità di inserirsi con maggior peso in un’area in cui USA e UE non nascondono di volerla fare da padroni, colga l’occasione.
In questo caso, forse puntando anche proprio a quel 85% di popolazione serba che guarda a Mosca e che, confermando un instabile Vučić nella carica, gli sia “riconoscente” per aver assicurato un inverno al caldo e lo spinga quindi a spostare un po’ il timone verso nordest e, pur nella sua smania di essere ammesso al tavolo europeista, a dimostrarsi più deciso nei confronti dell’ovest.
Non come, ad esempio, un paio di mesi fa, quando era scoppiata l’ennesima crisi di “confine” tra Belgrado e Priština, congelata con la “mediazione" di NATO e KFOR. In quell’occasione, come accaduto anche in precedenza, forze speciali kosovare avevano occupato l’intera area settentrionale di Kosovo e Metohija, contravvenendo agli accordi di Bruxelles del 2013, che prevedevano la creazione in Kosovo di una Comunità dei comuni serbi, quale organismo di autogoverno dei serbi che vivono in questa provincia autonoma della Serbia.
Commentando quegli avvenimenti, il nazionalista serbo Mlađan Đorđević, originario del Kosovo, aveva scritto che «la Serbia negli ultimi otto anni ha dato ai separatisti praticamente tutto ciò che poteva – ha accettato di trasferire loro il proprio sistema giudiziario, sistemi di sicurezza, approvvigionamento energetico, telecomunicazioni, ecc. – senza ricevere in cambio nemmeno un ente non governativo, quale in sostanza sarebbe la Comunità dei Comuni serbi».
Firmando gli accordi di Bruxelles, affermava Đorđević, Vučić ha «ufficialmente distrutto tutti gli elementi dello stato serbo in Kosovo e Metohija: sono stati sciolti difesa civile, amministrazione statale, ufficio del pubblico ministero e magistratura», costretti a prestare giuramento «davanti alla “costituzione” e ai simboli del cosiddetto Kosovo».
Poi, quasi in contemporanea con le uscite del primo ministro albanese Edi Rama, che ribadiva l’intenzione di unire il Kosovo all’Albania, nuovi scontri si erano verificati in ottobre a Mitrovitsa settentrionale (la parte della città a maggioranza serba, sede di tutte le istituzioni serbe in Kosovo, riconosciute da Belgrado ma non da Priština) e a Zvečan, quando la polizia kosovara aveva lanciato lacrimogeni e bombe assordanti contro residenti serbi di Mitrovitsa nord, riunitisi per protestare contro un’operazione condotta dalla polizia kosovara.
Anche in quell’occasione, Vučić si era limitato a ordinare alle forze armate di innalzare il livello di allerta, ma non aveva agito in alcun modo. Di nuovo nei giorni scorsi, si sono ripetute provocazioni contro esponenti serbi nei pressi di Gjilan, nel sud del Kosovo.
Ancora Mlađan Đorđević, dopo Vučić si era incontrato in estate col Primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, per continuare, sotto egida UE, i negoziati per la firma del cosiddetto “accordo giuridicamente vincolante”, in base al quale Belgrado riconosce di fatto l’indipendenza del Kosovo e gli assegna un seggio all’ONU, constatava come continuino ad aumentare in Kosovo gli attacchi alla comunità serba, con bastonature, molestie, con politici e organizzazioni albanesi che minacciano in ogni modo i serbi per costringerli ad andarsene.
Tutto questo, scriveva Đorđević «ricorda il pogrom del marzo 2004, quando folle organizzate di albanesi kosovari attaccarono gli insediamenti serbi in Kosovo e Metohija, espulsero migliaia di serbi, ne uccisero 11, bruciando case, chiese e monasteri. Oggi, l’escalation di violenza contro i serbi in Kosovo e Metohija coincide con l’ascesa al potere di Albin Kurti, leader del movimento “Autodeterminazione”, presentato da Berlino come progressista e di sinistra, in realtà ultranazionalista, che sostiene la creazione di una “Grande Albania”».
Ora, è più che dubbio che le stesse Bruxelles e Washington diano il via libera a Tirana. Ma, in ogni caso, in questo quadro complessivo di rapporti tra Belgrado, Priština e l’“Occidente collettivo”, il “regalo” fatto da Putin a Vučić non ha nulla di sorprendente.
Fonte
30/07/2021
Il separatismo kosovaro e la penetrazione turca nei Balcani
La Russia può tornare in Kosovo per impedire nuovi pogrom di serbi, titolava qualche giorno fa la giornalista serba Tat’jana Stojanovič sulla russa REX, aggiungendo che la leadership del «Kosovo separatista non è granché interessata al dialogo con Belgrado, dato che ha già ottenuto dalla dirigenza serba tutto quanto poteva esigere».
La Stojanovič scrive ora che i discorsi del Presidente serbo Aleksandar Vučič sul “Mondo serbo” non sono altro che un paravento per consegnare il Kosovo, e sembrano fatti apposta per esser rigettati, tanto che il leader dei musulmani bosniaci, Bakir Izetbegovič, vede nell’idea lanciata dal Ministro degli interni serbo, Aleksandar Vulin, di un “Mondo serbo” capeggiato da Vučič, l’intenzione serba di «nuove aggressioni».
Oltretutto, a parere dell’ex deputato serbo Đorđe Vukadinović, l’idea di un “Mondo serbo” viene lanciata a puro scopo propagandistico, senza nessuna seria intenzione di realizzarla, così che hanno buon gioco i leader regionali, come Izetbegovič o Milo Đukanovič, a «chiamare alla lotta contro le aspirazioni grandi-serbe. Consapevolmente o meno, Vučič ha passato la palla a tutte le forze antiserbe della regione che ora lotteranno contro un preteso “fantasma del nazionalismo serbo”».
Di fatto, dice Vukadinović, tali esternazioni non sono che «un alibi per coprire la politica capitolazionista delle attuali autorità serbe di fronte al Kosovo e Metohija».
Anche il prof. Dejan Mirovič, dell’Università di Mitrovitsa, giudica tale idea «propagandistico-caricaturale», affinché i serbi si dimentichino della firma di Vučič agli accordi di Bruxelles, a quelli di Washington, con il cerchio che ora si chiude con i colloqui col Primo ministro separatista Albin Kurti.
Tra l’altro, dice Mirovič, «Vučič parla della Republika Srpska, del Montenegro, ma evita di citare il Kosovo. La Republika Srpska fa parte dello stato di Bosnia e Erzegovina, riconosciuto a livello internazionale. Il Montenegro è membro riconosciuto delle Nazioni Unite e anche membro della NATO. Invece, il Kosovo e Metohija, in conformità alla Risoluzione 1244 ONU, che garantisce i confini serbi, fa parte della Serbia. Il revisionismo storico-giuridico nei Balcani esiste solo quando si tratta di Kosovo e Metohija. Nessuno contesta l’Accordo di Dayton, nessuno contesta l’indipendenza del Montenegro e la sua appartenenza all’ONU, così come l’indipendenza di Bosnia e Erzegovina. Di contro, tanto l’Occidente quanto Vučič contestano importanza e validità della Risoluzione 1244, difesa solo da Russia e Cina.».
Così, in Kosovo si sta di nuovo avvolgendo la spirale di violenza contro i serbi, ma sembra che questo non impensierisca il Presidente Aleksandar Vučić, scrive su REX il nazionalista serbo Mlađan Đorđević, originario del Kosovo.
La scorsa settimana, Vučić si è incontrato col Primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, per continuare, sotto egida UE, i negoziati per semplificare la firma del cosiddetto accordo giuridicamente vincolante, in base al quale Belgrado riconosce di fatto l’indipendenza del Kosovo e gli assegna un seggio all’ONU.
Intanto però, racconta Đorđević, leader di Pokret Oslobođenje (Movimento Liberazione) aumentano in Kosovo gli attacchi alla comunità serba, con bastonature, molestie, con politici e organizzazioni albanesi che incitano i serbi ad andarsene e con minacce persino ai religiosi ortodossi.
Tutto questo ricorda il pogrom del marzo 2004, afferma Đorđević, quando folle organizzate di albanesi kosovari attaccarono gli insediamenti serbi in Kosovo e Metohija, espulsero migliaia di serbi, ne uccisero 11, bruciando case, chiese e monasteri.
Oggi, continua Đorđević, «l‘escalation di violenza contro i serbi in Kosovo e Metohija coincide con l’ascesa al potere di Albin Kurti, leader del movimento “Autodeterminazione”, presentato da Berlino come progressista e di sinistra, in realtà ultranazionalista, che sostiene la creazione di una “Grande Albania”».
È chiaro quale sia «l’agenda di Kurti: un Kosovo etnicamente puro», dice Đorđević; ma non è chiaro «perché Vučič taccia, non condanni gli attacchi, non protesti con le forze internazionali sul territorio del Kosovo e Metohija, non minacci di por fine ai negoziati».
Mentre i serbi vengono minacciati, picchiati e arrestati, la “Lista serba”, praticamente un ramo del Partito progressista serbo di Vučič in Kosovo, non fiata.
Sembra che «il programma di pulizia etnica del Kosovo e Metohija non sia solo un piano degli albanesi, ma anche di Vučič, che vuol convincere i serbi che noi non abbiamo più nulla in Kosovo e dobbiamo arrenderci. Poi potrà firmare l’accordo con cui la Serbia riconoscerà di fatto questo stato illegale e gli aprirà la strada per ottenere un seggio all’ONU. Oltre l’80% dei serbi si oppone a tale accordo; ma Vučič non presta attenzione all’opinione dei cittadini; sta solo portando avanti il piano propostogli dagli sponsor della NATO».
Tanto più che, negli ultimi nove anni, Belgrado ha dotato il Kosovo di tutti gli attributi statali: polizia, dogana, tribunali, telecomunicazioni e centrali elettriche, eliminando invece tutte le istituzioni serbe. A questo punto, Kurti «ha solo bisogno di un’altra firma di Vučič, che sarà raggiunta per lui da Washington, Berlino o Bruxelles».
Ci sono tre passi, dice Đorđević, che Vučič non farà mai, ma che potrebbero migliorare radicalmente la posizione dei serbi in Kosovo. «Il primo è la cessazione di ogni contatto con gli albanesi fino a quando non sarà garantita la sicurezza dei serbi. Il secondo è il ritorno di forze di sicurezza serbe in Kosovo e Metohija, in base alla risoluzione 1244. Il terzo è una richiesta ufficiale perché la Russia venga coinvolta nel processo negoziale e in seguito, insieme alla Cina, blocchi ogni tentativo del Kosovo di diventare membro dell’ONU.
Ciò richiederà innanzitutto l’abolizione di tutti gli accordi illegali firmati dal 2013 a oggi e, successivamente, sarà necessario negoziare esclusivamente nell’ambito della risoluzione 1244, che garantisce la sovranità della Serbia sul Kosovo con ampia autonomia per gli albanesi. Tuttavia, l’attuale regime di Belgrado non farà nulla del genere, dato che la sua agenda è quella dei centri di potere occidentali».
In effetti, dopo l’incontro del 8 luglio, Vučič e Kurti si sono riuniti di nuovo a Bruxelles il 19 luglio, ma, stando a quanto dichiarato dal rappresentante UE per il dialogo Belgrado-Priština, Miroslav Lajčak, ci sono stati «pochissimi progressi».
Kurti capisce che il tempo per la “grande vittoria” dei separatisti albanesi a Bruxelles è finito, afferma il politologo serbo Stevan Gajič: «l’occasione fu persa nel 2018, quando era in discussione la variante della cosiddetta demarcazione del Kosovo. Possiamo dire che Alexandar Vučič, Hashim Thaci ed Edi Rama costituissero una sorta di “partenariato”: si accusavano e si attaccavano a vicenda, lasciando all’avversario l’opportunità di esibire la retorica nazionalista di fronte al pubblico di casa. In quel periodo, gli albanesi kosovari avrebbero avuto la possibilità di ottenere un accordo con Belgrado, ma, proprio grazie a Kurti, che esercitò pressioni su Thaci, ciò non avvenne, e grazie a Dio».
Gajič rileva come oggi Russia e Cina stiano sostenendo una soluzione sul Kosovo e Metohija conforme alla Risoluzione 1244 e come, tra l’altro, la Russia si trovi in «una posizione più vantaggiosa, dal momento che il gasdotto “Turkish stream” è finalmente prolungato dal confine bulgaro-serbo a quello serbo-ungherese e ora Russia e Cina, in qualità di stati che stanno rafforzando la presenza nei Balcani, hanno tutto il diritto di formulare i loro interessi in modo più chiaro».
Ricordando come Albin Kurti non volesse assumersi a Bruxelles l’impegno a reprimere le provocazioni contro la popolazione serba del Kosovo e Metohija, Mosca «potrebbe fare un passo, anche molto prudente e, dato il ventennale mancato rispetto della Risoluzione 1244, riportare il proprio contingente in Kosovo».
A sentire Albin Kurti, afferma Đorđević, «Vučič dovrebbe fare una cosa sola: riconoscere l’indipendenza del Kosovo o fornirgli un posto nell’ONU. Gli albanesi non vogliono essere d’accordo su nulla finché Vučič non soddisferà questa condizione»; Kurti dimentica però che questo passo non può essere compiuto senza il consenso di Mosca.
In sostanza, conclude Đorđević, noi riteniamo che Vučič abbia «tradito gli interessi nazionali e violato ripetutamente la Costituzione e per questo dovrebbe andare sotto processo. Quando ci sarà un cambio di potere, il primo passo sarà quello di cancellare tutti gli accordi firmati da Vučič con i criminali di guerra – Hashim Thaci e Ramush Haradin».
È ancora Tat’jana Stojanovič ad allargare la prospettiva del confronto serbo-kosovaro alle ambizioni neo-ottomane, in base alle quali possono spiegarsi anche le parole di Recep Erdogan, secondo cui la Turchia «sta operando per accrescere il numero di paesi che riconoscono il Kosovo». Naturalmente, affermano i redattori del canale-telegram “Balkan Gossip”, citati dalla Stojanovič, ciò avviene nell’ottica dell’ideologia del panturkismo, o di un “neo-ottomanesimo”, nel cui quadro i Balcani costituiscono per Ankara una sfera di influenza del tutto naturale.
Oggi la Turchia tende a espandere la propria influenza nei Balcani anche attraverso le organizzazioni umanitarie. Quasi il 20% del budget della TIKA (Turkish Cooperation and Coordination Agency) va ai Balcani occidentali; la Fondazione “Yunus Emre” promuove la lingua turca che, ad esempio, in Kosovo fa già concorrenza all’inglese.
La Fondazione Maarif è ampiamente rappresentata anche nello spazio dell’ex Jugoslavia, mentre la “Diyanet” (Diyanet Işleri Başkanlığı) opera nei Balcani con la cosiddetta “diplomazia religiosa”, finanziando la costruzione di moschee, attività editoriali, letteratura islamica in bosniaco, bulgaro e albanese.
Per quanto riguarda la memoria del dominio ottomano, sostengono al“Balkan Gossip”, i turchi usano efficacemente i moderni strumenti di soft power nella lotta contro “pregiudizi secolari”, per migliorare l’immagine della Turchia agli occhi della popolazione locale e riscrivere alcune pagine di storia.
Oltretutto, a dispetto dei vecchi diffusi sentimenti anti-turchi in Serbia, Erdogan è riuscito a costruire un modello pragmatico di cooperazione anche con Belgrado: tra tutti i paesi della regione, la Serbia è oggi il maggior partner commerciale per Ankara e un posto particolare occupano ovviamente gli appalti militari, specie coi droni “Bayraktar”.
Di contro, Aleksandar Vučič ha reagito negativamente alla recente dichiarazione di Erdogan, che ha promesso di lavorare insieme all’Amministrazione USA per il riconoscimento internazionale del Kosovo: non per nulla, la Turchia è stata una delle prime a riconoscere l’indipendenza dell’autoproclamata repubblica.
Per quanto riguarda il ruolo di Ankara nei confronti della popolazione musulmana del distretto serbo di Raška, definito la “piccola Turchia nel sud della Serbia”, pochi mesi fa la Turchia è diventata il primo Paese ad aprire un consolato a Novi Pazar, nella vecchia regione del Sandzak (Sangiaccato).
La sua fedeltà alla Turchia è dovuta agli stretti legami storici e culturali, ma è anche rafforzata dal lavoro di TIKA e dell’Ufficio della diaspora (YTB) nella regione. I turchi stanno aprendo centri medici, ristrutturano scuole nei villaggi, ripristinano ponti e strade: tre anni fa, Erdogan è stato persino dichiarato cittadino onorario di Novi Pazar, e i residenti lo hanno acclamato “Sultan Erdogan!”
L’influenza turca è forte anche in Bosnia e Erzegovina, tanto che per l’ex Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, ideologo del concetto di neo-ottomanesimo, Bosnia e Erzegovina costituirebbero una «questione di vita o di morte» per la penetrazione turca nei Balcani, di nuovo con la cooperazione religiosa e culturale, con festival dedicati al derviscio turco che avrebbe convertito i bosniaci all’Islam, con le attività della TIKA, con il lavoro delle Onlus turche, con gli stretti contatti col leader del Partito di Azione Democratica, Bakir Izetbegovič.
Sul piano militare, prodotti del complesso militare-industriale turco stanno conquistando il mercato balcanico, in particolare quello albanese, del Kosovo, ma anche di Bulgaria, Montenegro, Macedonia del Nord.
A proposito dei rapporti tra Mosca e Ankara, secondo“Balkan gossip” Russia e Turchia hanno approcci diversi ai Balcani. Per la Turchia, si tratta di una regione prioritaria dal punto di vista geografico, storico, culturale, politico ed economico.
«Mosca fa più affidamento sulle relazioni tradizionalmente strette con la Serbia, date da cultura e religione comuni, mentre Ankara non perde di vista nessun Paese della regione e opera in più ambiti. Su una serie di questioni, i due paesi hanno posizioni diametralmente opposte; ma nei Balcani sono anche capaci di un dialogo costruttivo, come dimostra, ad esempio, l’attuazione del “Turkish stream”».
Ricapitolando, in effetti, da tempo i media russi storcono il naso di fronte ad alcune mosse di Vučič e ai suoi abboccamenti euro-atlantici. Evidentemente, a dispetto dei “timori” di Bruxelles e Washington sulla pericolosità della “penetrazione geopolitica russa” portata via gasdotti, il “Turkish stream” non sembra operare tanto bene.
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La Stojanovič scrive ora che i discorsi del Presidente serbo Aleksandar Vučič sul “Mondo serbo” non sono altro che un paravento per consegnare il Kosovo, e sembrano fatti apposta per esser rigettati, tanto che il leader dei musulmani bosniaci, Bakir Izetbegovič, vede nell’idea lanciata dal Ministro degli interni serbo, Aleksandar Vulin, di un “Mondo serbo” capeggiato da Vučič, l’intenzione serba di «nuove aggressioni».
Oltretutto, a parere dell’ex deputato serbo Đorđe Vukadinović, l’idea di un “Mondo serbo” viene lanciata a puro scopo propagandistico, senza nessuna seria intenzione di realizzarla, così che hanno buon gioco i leader regionali, come Izetbegovič o Milo Đukanovič, a «chiamare alla lotta contro le aspirazioni grandi-serbe. Consapevolmente o meno, Vučič ha passato la palla a tutte le forze antiserbe della regione che ora lotteranno contro un preteso “fantasma del nazionalismo serbo”».
Di fatto, dice Vukadinović, tali esternazioni non sono che «un alibi per coprire la politica capitolazionista delle attuali autorità serbe di fronte al Kosovo e Metohija».
Anche il prof. Dejan Mirovič, dell’Università di Mitrovitsa, giudica tale idea «propagandistico-caricaturale», affinché i serbi si dimentichino della firma di Vučič agli accordi di Bruxelles, a quelli di Washington, con il cerchio che ora si chiude con i colloqui col Primo ministro separatista Albin Kurti.
Tra l’altro, dice Mirovič, «Vučič parla della Republika Srpska, del Montenegro, ma evita di citare il Kosovo. La Republika Srpska fa parte dello stato di Bosnia e Erzegovina, riconosciuto a livello internazionale. Il Montenegro è membro riconosciuto delle Nazioni Unite e anche membro della NATO. Invece, il Kosovo e Metohija, in conformità alla Risoluzione 1244 ONU, che garantisce i confini serbi, fa parte della Serbia. Il revisionismo storico-giuridico nei Balcani esiste solo quando si tratta di Kosovo e Metohija. Nessuno contesta l’Accordo di Dayton, nessuno contesta l’indipendenza del Montenegro e la sua appartenenza all’ONU, così come l’indipendenza di Bosnia e Erzegovina. Di contro, tanto l’Occidente quanto Vučič contestano importanza e validità della Risoluzione 1244, difesa solo da Russia e Cina.».
Così, in Kosovo si sta di nuovo avvolgendo la spirale di violenza contro i serbi, ma sembra che questo non impensierisca il Presidente Aleksandar Vučić, scrive su REX il nazionalista serbo Mlađan Đorđević, originario del Kosovo.
La scorsa settimana, Vučić si è incontrato col Primo ministro del Kosovo, Albin Kurti, per continuare, sotto egida UE, i negoziati per semplificare la firma del cosiddetto accordo giuridicamente vincolante, in base al quale Belgrado riconosce di fatto l’indipendenza del Kosovo e gli assegna un seggio all’ONU.
Intanto però, racconta Đorđević, leader di Pokret Oslobođenje (Movimento Liberazione) aumentano in Kosovo gli attacchi alla comunità serba, con bastonature, molestie, con politici e organizzazioni albanesi che incitano i serbi ad andarsene e con minacce persino ai religiosi ortodossi.
Tutto questo ricorda il pogrom del marzo 2004, afferma Đorđević, quando folle organizzate di albanesi kosovari attaccarono gli insediamenti serbi in Kosovo e Metohija, espulsero migliaia di serbi, ne uccisero 11, bruciando case, chiese e monasteri.
Oggi, continua Đorđević, «l‘escalation di violenza contro i serbi in Kosovo e Metohija coincide con l’ascesa al potere di Albin Kurti, leader del movimento “Autodeterminazione”, presentato da Berlino come progressista e di sinistra, in realtà ultranazionalista, che sostiene la creazione di una “Grande Albania”».
È chiaro quale sia «l’agenda di Kurti: un Kosovo etnicamente puro», dice Đorđević; ma non è chiaro «perché Vučič taccia, non condanni gli attacchi, non protesti con le forze internazionali sul territorio del Kosovo e Metohija, non minacci di por fine ai negoziati».
Mentre i serbi vengono minacciati, picchiati e arrestati, la “Lista serba”, praticamente un ramo del Partito progressista serbo di Vučič in Kosovo, non fiata.
Sembra che «il programma di pulizia etnica del Kosovo e Metohija non sia solo un piano degli albanesi, ma anche di Vučič, che vuol convincere i serbi che noi non abbiamo più nulla in Kosovo e dobbiamo arrenderci. Poi potrà firmare l’accordo con cui la Serbia riconoscerà di fatto questo stato illegale e gli aprirà la strada per ottenere un seggio all’ONU. Oltre l’80% dei serbi si oppone a tale accordo; ma Vučič non presta attenzione all’opinione dei cittadini; sta solo portando avanti il piano propostogli dagli sponsor della NATO».
Tanto più che, negli ultimi nove anni, Belgrado ha dotato il Kosovo di tutti gli attributi statali: polizia, dogana, tribunali, telecomunicazioni e centrali elettriche, eliminando invece tutte le istituzioni serbe. A questo punto, Kurti «ha solo bisogno di un’altra firma di Vučič, che sarà raggiunta per lui da Washington, Berlino o Bruxelles».
Ci sono tre passi, dice Đorđević, che Vučič non farà mai, ma che potrebbero migliorare radicalmente la posizione dei serbi in Kosovo. «Il primo è la cessazione di ogni contatto con gli albanesi fino a quando non sarà garantita la sicurezza dei serbi. Il secondo è il ritorno di forze di sicurezza serbe in Kosovo e Metohija, in base alla risoluzione 1244. Il terzo è una richiesta ufficiale perché la Russia venga coinvolta nel processo negoziale e in seguito, insieme alla Cina, blocchi ogni tentativo del Kosovo di diventare membro dell’ONU.
Ciò richiederà innanzitutto l’abolizione di tutti gli accordi illegali firmati dal 2013 a oggi e, successivamente, sarà necessario negoziare esclusivamente nell’ambito della risoluzione 1244, che garantisce la sovranità della Serbia sul Kosovo con ampia autonomia per gli albanesi. Tuttavia, l’attuale regime di Belgrado non farà nulla del genere, dato che la sua agenda è quella dei centri di potere occidentali».
In effetti, dopo l’incontro del 8 luglio, Vučič e Kurti si sono riuniti di nuovo a Bruxelles il 19 luglio, ma, stando a quanto dichiarato dal rappresentante UE per il dialogo Belgrado-Priština, Miroslav Lajčak, ci sono stati «pochissimi progressi».
Kurti capisce che il tempo per la “grande vittoria” dei separatisti albanesi a Bruxelles è finito, afferma il politologo serbo Stevan Gajič: «l’occasione fu persa nel 2018, quando era in discussione la variante della cosiddetta demarcazione del Kosovo. Possiamo dire che Alexandar Vučič, Hashim Thaci ed Edi Rama costituissero una sorta di “partenariato”: si accusavano e si attaccavano a vicenda, lasciando all’avversario l’opportunità di esibire la retorica nazionalista di fronte al pubblico di casa. In quel periodo, gli albanesi kosovari avrebbero avuto la possibilità di ottenere un accordo con Belgrado, ma, proprio grazie a Kurti, che esercitò pressioni su Thaci, ciò non avvenne, e grazie a Dio».
Gajič rileva come oggi Russia e Cina stiano sostenendo una soluzione sul Kosovo e Metohija conforme alla Risoluzione 1244 e come, tra l’altro, la Russia si trovi in «una posizione più vantaggiosa, dal momento che il gasdotto “Turkish stream” è finalmente prolungato dal confine bulgaro-serbo a quello serbo-ungherese e ora Russia e Cina, in qualità di stati che stanno rafforzando la presenza nei Balcani, hanno tutto il diritto di formulare i loro interessi in modo più chiaro».
Ricordando come Albin Kurti non volesse assumersi a Bruxelles l’impegno a reprimere le provocazioni contro la popolazione serba del Kosovo e Metohija, Mosca «potrebbe fare un passo, anche molto prudente e, dato il ventennale mancato rispetto della Risoluzione 1244, riportare il proprio contingente in Kosovo».
A sentire Albin Kurti, afferma Đorđević, «Vučič dovrebbe fare una cosa sola: riconoscere l’indipendenza del Kosovo o fornirgli un posto nell’ONU. Gli albanesi non vogliono essere d’accordo su nulla finché Vučič non soddisferà questa condizione»; Kurti dimentica però che questo passo non può essere compiuto senza il consenso di Mosca.
In sostanza, conclude Đorđević, noi riteniamo che Vučič abbia «tradito gli interessi nazionali e violato ripetutamente la Costituzione e per questo dovrebbe andare sotto processo. Quando ci sarà un cambio di potere, il primo passo sarà quello di cancellare tutti gli accordi firmati da Vučič con i criminali di guerra – Hashim Thaci e Ramush Haradin».
È ancora Tat’jana Stojanovič ad allargare la prospettiva del confronto serbo-kosovaro alle ambizioni neo-ottomane, in base alle quali possono spiegarsi anche le parole di Recep Erdogan, secondo cui la Turchia «sta operando per accrescere il numero di paesi che riconoscono il Kosovo». Naturalmente, affermano i redattori del canale-telegram “Balkan Gossip”, citati dalla Stojanovič, ciò avviene nell’ottica dell’ideologia del panturkismo, o di un “neo-ottomanesimo”, nel cui quadro i Balcani costituiscono per Ankara una sfera di influenza del tutto naturale.
Oggi la Turchia tende a espandere la propria influenza nei Balcani anche attraverso le organizzazioni umanitarie. Quasi il 20% del budget della TIKA (Turkish Cooperation and Coordination Agency) va ai Balcani occidentali; la Fondazione “Yunus Emre” promuove la lingua turca che, ad esempio, in Kosovo fa già concorrenza all’inglese.
La Fondazione Maarif è ampiamente rappresentata anche nello spazio dell’ex Jugoslavia, mentre la “Diyanet” (Diyanet Işleri Başkanlığı) opera nei Balcani con la cosiddetta “diplomazia religiosa”, finanziando la costruzione di moschee, attività editoriali, letteratura islamica in bosniaco, bulgaro e albanese.
Per quanto riguarda la memoria del dominio ottomano, sostengono al“Balkan Gossip”, i turchi usano efficacemente i moderni strumenti di soft power nella lotta contro “pregiudizi secolari”, per migliorare l’immagine della Turchia agli occhi della popolazione locale e riscrivere alcune pagine di storia.
Oltretutto, a dispetto dei vecchi diffusi sentimenti anti-turchi in Serbia, Erdogan è riuscito a costruire un modello pragmatico di cooperazione anche con Belgrado: tra tutti i paesi della regione, la Serbia è oggi il maggior partner commerciale per Ankara e un posto particolare occupano ovviamente gli appalti militari, specie coi droni “Bayraktar”.
Di contro, Aleksandar Vučič ha reagito negativamente alla recente dichiarazione di Erdogan, che ha promesso di lavorare insieme all’Amministrazione USA per il riconoscimento internazionale del Kosovo: non per nulla, la Turchia è stata una delle prime a riconoscere l’indipendenza dell’autoproclamata repubblica.
Per quanto riguarda il ruolo di Ankara nei confronti della popolazione musulmana del distretto serbo di Raška, definito la “piccola Turchia nel sud della Serbia”, pochi mesi fa la Turchia è diventata il primo Paese ad aprire un consolato a Novi Pazar, nella vecchia regione del Sandzak (Sangiaccato).
La sua fedeltà alla Turchia è dovuta agli stretti legami storici e culturali, ma è anche rafforzata dal lavoro di TIKA e dell’Ufficio della diaspora (YTB) nella regione. I turchi stanno aprendo centri medici, ristrutturano scuole nei villaggi, ripristinano ponti e strade: tre anni fa, Erdogan è stato persino dichiarato cittadino onorario di Novi Pazar, e i residenti lo hanno acclamato “Sultan Erdogan!”
L’influenza turca è forte anche in Bosnia e Erzegovina, tanto che per l’ex Primo ministro turco Ahmet Davutoğlu, ideologo del concetto di neo-ottomanesimo, Bosnia e Erzegovina costituirebbero una «questione di vita o di morte» per la penetrazione turca nei Balcani, di nuovo con la cooperazione religiosa e culturale, con festival dedicati al derviscio turco che avrebbe convertito i bosniaci all’Islam, con le attività della TIKA, con il lavoro delle Onlus turche, con gli stretti contatti col leader del Partito di Azione Democratica, Bakir Izetbegovič.
Sul piano militare, prodotti del complesso militare-industriale turco stanno conquistando il mercato balcanico, in particolare quello albanese, del Kosovo, ma anche di Bulgaria, Montenegro, Macedonia del Nord.
A proposito dei rapporti tra Mosca e Ankara, secondo“Balkan gossip” Russia e Turchia hanno approcci diversi ai Balcani. Per la Turchia, si tratta di una regione prioritaria dal punto di vista geografico, storico, culturale, politico ed economico.
«Mosca fa più affidamento sulle relazioni tradizionalmente strette con la Serbia, date da cultura e religione comuni, mentre Ankara non perde di vista nessun Paese della regione e opera in più ambiti. Su una serie di questioni, i due paesi hanno posizioni diametralmente opposte; ma nei Balcani sono anche capaci di un dialogo costruttivo, come dimostra, ad esempio, l’attuazione del “Turkish stream”».
Ricapitolando, in effetti, da tempo i media russi storcono il naso di fronte ad alcune mosse di Vučič e ai suoi abboccamenti euro-atlantici. Evidentemente, a dispetto dei “timori” di Bruxelles e Washington sulla pericolosità della “penetrazione geopolitica russa” portata via gasdotti, il “Turkish stream” non sembra operare tanto bene.
Fonte
03/10/2018
Serbia-Kosovo: Vucic chiede il sostegno di Mosca
Nell’incontro di ieri a Mosca con Vladimir Putin, il presidente serbo Aleksandr Vucic ha discusso con ogni evidenza, oltre ai temi della collaborazione economica, anche dei rapporti di Belgrado con il Kosovo, che continuano a inasprirsi.
Sabato scorso, Vucic aveva messo in assetto di guerra l’esercito e le truppe speciali del Ministero degli interni, in relazione all’arrivo di reparti speciali kosovari, sotto la supervisione di elicotteri e droni NATO-KFOR, nell’area del bacino che serve la centrale idroelettrica “Gazivode”, parte del sistema idroelettrico serbo, e attorno al centro di Zubin-Potok, abitato da una maggioranza serba nel nord del territorio kosovaro. I reparti di Priština dovevano assicurare la protezione del presidente Hashim Thaci, durante la sua veleggiata in barca sul bacino. Nondimeno, Belgrado l’ha considerata una provocazione bella e buona.
Denunciando l’intervento dei reparti speciali di Priština, Vucic aveva sottolineato come questi si fossero mossi con l’aperto beneplacito della NATO, ignorando gli elementari diritti della popolazione serba: “Ancora una volta, nessuno ha chiesto il parere dei serbi. Per loro, i serbi non esistono; o, quantomeno, loro vorrebbero così”, aveva dichiarato Vucic. Nonostante la linea filo-atlantica e proUE della Serbia, Vucic aveva immediatamente espresso la volontà di incontrarsi al più presto con Vladimir Putin, per chiedere il sostegno di Mosca, “in tutte le sedi internazionali”, sulla questione kosovara. Ed ecco che già ieri era a Mosca, anche se il portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, ha tenuto a sottolineare che l’incontro era programmato da mesi.
Vucic ha denunciato “l’ipocrisia dei funzionari UE” sulla questione del Kosovo. Dopo che la responsabile UE per i media, Maija Kotsiancic aveva chiesto moderazione alle parti, Vucic aveva replicato: “Ditemi, signori di Bruxelles, perché dovremmo ancora moderarci? O non siete piuttosto voi che dovete astenervi dall’ipocrisia, se potete”. Dopo aver “espresso sorpresa” per la violazione da parte kosovara di “tutti gli accordi raggiunti”, Vucic ha inviato una protesta al segretario generale della NATO Jens Stoltenberg “in relazione agli atti insolenti di Hashim Thaci e della leadership di Priština”. Proprio in relazione alle mosse della NATO, dopo la mobilitazione kosovara, gruppi di popolazione serba, servendosi di camion piazzati sul percorso, avevano bloccato l’afflusso di truppe NATO verso nord e il confine serbo, sulla direttrice Mitrovitsa-Ribaric.
L’occidente non permetterà al Cremlino di sostenere la Serbia, titolava ieri Aleksej Polubota su Svobodnaja Pressa. Il politologo Aleksandr Šatilov ritiene che, al di là di qualche dichiarazione di appoggio a Belgrado, anche eventuali forniture militari russe potrebbero ben poco aumentare la capacità serba di contrapporsi alla NATO; oltretutto, afferma Šatilov, dopo l’aggressione NATO del 1999, Belgrado stessa difficilmente si deciderebbe a ricorrere alla forza contro Priština, anche nel caso di altre provocazioni come quella recente: troppo forte la vocazione filo-NATO e filo-UE di Vucic. Dopo Miloševic, nessun leader serbo si è preso cura, se non a parole, dei serbi del Kosovo e la NATO, continua Šatilov, ha più volte fatto intendere a Belgrado che sarà punita, nel caso tenti di difendere i propri connazionali con la forza. Anche l’ipotesi di fornire S-300 e S-400 a Belgrado, sicuramente sarebbe osteggiata dallo stesso Montenegro, un tempo unito alla Serbia e oggi membro della NATO.
Oltretutto, osserva il politologo Mikhail Aleksandrov, la leadership serba, compreso Miloševic, non è mai stata ferma nell’ipotesi di stabilire un’alleanza militare con Mosca o di entrare nell’Unione Euroasiatica: in caso contrario, avrebbero potuto forse evitarsi i bombardamenti NATO e la separazione del Montenegro e Mosca avrebbe dislocato in Serbia una forte base militare. Oggi, conclude Aleksandrov, un’alleanza militare con Belgrado potrebbe non essere così vantaggiosa per Mosca, dato l’accerchiamento NATO della Serbia. Al massimo, nel caso la NATO si avventuri in azioni nel nord del Kosovo, si potrebbe difendere il territorio serbo coi missili “Kalibr”, dislocati a bordo delle navi sul mar Nero, che coprono l’intero territorio europeo. Ma, ancora una volta: si deciderà Vucic a proporre un’alleanza militare a Mosca?
Al momento, sembra che la tensione si sia “allentata”, pur se il problema dei rapporti Belgrado-Priština è più che mai attuale e l’aperto sostegno UE e NATO alla “indipendenza” del Kosovo, insieme alla presenza permanente, qui, di truppe atlantiche, continua a testimoniare, non fosse altro, del doppio standard adottato da Bruxelles nelle questioni di “indipendenza referendaria”.
Tra gli altri paesi che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, oltre ovviamente alla Serbia, ci sono Russia, Cina, Israele, Iran, Spagna, Grecia.
Fonte
Sabato scorso, Vucic aveva messo in assetto di guerra l’esercito e le truppe speciali del Ministero degli interni, in relazione all’arrivo di reparti speciali kosovari, sotto la supervisione di elicotteri e droni NATO-KFOR, nell’area del bacino che serve la centrale idroelettrica “Gazivode”, parte del sistema idroelettrico serbo, e attorno al centro di Zubin-Potok, abitato da una maggioranza serba nel nord del territorio kosovaro. I reparti di Priština dovevano assicurare la protezione del presidente Hashim Thaci, durante la sua veleggiata in barca sul bacino. Nondimeno, Belgrado l’ha considerata una provocazione bella e buona.
Denunciando l’intervento dei reparti speciali di Priština, Vucic aveva sottolineato come questi si fossero mossi con l’aperto beneplacito della NATO, ignorando gli elementari diritti della popolazione serba: “Ancora una volta, nessuno ha chiesto il parere dei serbi. Per loro, i serbi non esistono; o, quantomeno, loro vorrebbero così”, aveva dichiarato Vucic. Nonostante la linea filo-atlantica e proUE della Serbia, Vucic aveva immediatamente espresso la volontà di incontrarsi al più presto con Vladimir Putin, per chiedere il sostegno di Mosca, “in tutte le sedi internazionali”, sulla questione kosovara. Ed ecco che già ieri era a Mosca, anche se il portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, ha tenuto a sottolineare che l’incontro era programmato da mesi.
Vucic ha denunciato “l’ipocrisia dei funzionari UE” sulla questione del Kosovo. Dopo che la responsabile UE per i media, Maija Kotsiancic aveva chiesto moderazione alle parti, Vucic aveva replicato: “Ditemi, signori di Bruxelles, perché dovremmo ancora moderarci? O non siete piuttosto voi che dovete astenervi dall’ipocrisia, se potete”. Dopo aver “espresso sorpresa” per la violazione da parte kosovara di “tutti gli accordi raggiunti”, Vucic ha inviato una protesta al segretario generale della NATO Jens Stoltenberg “in relazione agli atti insolenti di Hashim Thaci e della leadership di Priština”. Proprio in relazione alle mosse della NATO, dopo la mobilitazione kosovara, gruppi di popolazione serba, servendosi di camion piazzati sul percorso, avevano bloccato l’afflusso di truppe NATO verso nord e il confine serbo, sulla direttrice Mitrovitsa-Ribaric.
L’occidente non permetterà al Cremlino di sostenere la Serbia, titolava ieri Aleksej Polubota su Svobodnaja Pressa. Il politologo Aleksandr Šatilov ritiene che, al di là di qualche dichiarazione di appoggio a Belgrado, anche eventuali forniture militari russe potrebbero ben poco aumentare la capacità serba di contrapporsi alla NATO; oltretutto, afferma Šatilov, dopo l’aggressione NATO del 1999, Belgrado stessa difficilmente si deciderebbe a ricorrere alla forza contro Priština, anche nel caso di altre provocazioni come quella recente: troppo forte la vocazione filo-NATO e filo-UE di Vucic. Dopo Miloševic, nessun leader serbo si è preso cura, se non a parole, dei serbi del Kosovo e la NATO, continua Šatilov, ha più volte fatto intendere a Belgrado che sarà punita, nel caso tenti di difendere i propri connazionali con la forza. Anche l’ipotesi di fornire S-300 e S-400 a Belgrado, sicuramente sarebbe osteggiata dallo stesso Montenegro, un tempo unito alla Serbia e oggi membro della NATO.
Oltretutto, osserva il politologo Mikhail Aleksandrov, la leadership serba, compreso Miloševic, non è mai stata ferma nell’ipotesi di stabilire un’alleanza militare con Mosca o di entrare nell’Unione Euroasiatica: in caso contrario, avrebbero potuto forse evitarsi i bombardamenti NATO e la separazione del Montenegro e Mosca avrebbe dislocato in Serbia una forte base militare. Oggi, conclude Aleksandrov, un’alleanza militare con Belgrado potrebbe non essere così vantaggiosa per Mosca, dato l’accerchiamento NATO della Serbia. Al massimo, nel caso la NATO si avventuri in azioni nel nord del Kosovo, si potrebbe difendere il territorio serbo coi missili “Kalibr”, dislocati a bordo delle navi sul mar Nero, che coprono l’intero territorio europeo. Ma, ancora una volta: si deciderà Vucic a proporre un’alleanza militare a Mosca?
Al momento, sembra che la tensione si sia “allentata”, pur se il problema dei rapporti Belgrado-Priština è più che mai attuale e l’aperto sostegno UE e NATO alla “indipendenza” del Kosovo, insieme alla presenza permanente, qui, di truppe atlantiche, continua a testimoniare, non fosse altro, del doppio standard adottato da Bruxelles nelle questioni di “indipendenza referendaria”.
Tra gli altri paesi che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, oltre ovviamente alla Serbia, ci sono Russia, Cina, Israele, Iran, Spagna, Grecia.
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