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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/07/2026

Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni

Tutte le contraddizioni dell’America trumpiana in una giornata sola, quella del 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza dall’Inghilterra.

Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.

Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).

Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.

Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio”.

Il riferimento indiretto è ovviamente alla Cina, potenza in continua ascesa che si mostra ormai competitiva o addirittura in vantaggio nell’evoluzione tecnologica. Ma anche a Cuba, che ha «il difetto» di rappresentare da 75 anni un’alternativa di sistema a poche miglia dalle coste statunitensi, mai piegata nonostante un bloqueo di identica durata, eccezionalmente appesantito negli ultimi tempi.

Fin qui, però, siamo nel business as usual. Tutto il sistema politico americano, e soprattutto la destra repubblicana, si è sempre distinto per l’avversione a qualsiasi forma di socialismo. Trump, in particolare, deve la sua «formazione» come businessman a Roy Cohn, avvocato nazisionista che entrò nella storia come pubblica accusa nel processo ai coniugi Rosenberg – comunisti sospettati di spionaggio a favore dell’URSS – ottenendo la condanna a morte di entrambi.

Non è un dettaglio il fatto che fossero anche loro ebrei, al pari di Cohn, a riprova che l’anticomunismo viscerale conta più della religione condivisa, in quell’universo «valoriale».

La novità sta invece nella declinazione «interna» agli Stati Uniti: “Non vogliamo comunisti nel nostro paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”.

Chi segue in modo attento ma distaccato le vicende politiche interne agli Usa – non a là Rampini, insomma – si è da qualche tempo accorto che sta crescendo in tutto il paese una opposizione esplicitamente «socialista» che sta scalzando in molti territori l’establishment «democratico».

Il caso più famoso è ovviamente quello di Zorhan Mamdani, eletto sindaco di New York, ma nelle primarie per scegliere i candidati alle prossime elezioni di midterm – a inizio novembre – si vanno imponendo anche altri «socialisti». E non solo a New York, che resta pur sempre un’«altra America» per ricchezza culturale e melting pot tutto sommato riuscito.

Pochi giorni fa un reazionario senza se e senza ma come Steve Bannon – ex stratega elettorale di Trump – intervistato da POLITICO, lanciava lo stesso «allarme rosso» segnalando che la «marea marxista» andava avanzando ormai ben al di là del ridotto newyorkese. E citava la vittoria appena ottenuta da Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni sostenuta da Bernie Sanders, che ha sconfitto un democratico in carica al Congresso da prima ancora che la stessa Kiros nascesse.

Il fattore scioccante, per Bannon, è che questo era avvenuto in una primaria a Denver, Colorado. Nel cuore di quel far west che costituisce il nocciolo duro della mitologia yankee.

I nostri lettori sanno bene che «socialista», negli Stati Uniti, è un insulto prima che un termine con cui si indica qualcosa di ben poco «alternativo». Basta essere sostenitori di un po’ di welfare là dove tutto è affidato «al mercato» e una massa crescente di persone finisce sul bordo della povertà assoluta (quella da poco sconfitta in Cina, secondo tutti gli istituti internazionali). Asili nido, buoni pasto, trasporti e mense a prezzo calmierato... 

Nulla di rivoluzionario, insomma, ma già troppo per le abitudini statunitensi.

La «pericolosità» di questo socialismo – secondo Bannon e i reazionari come lui – non sta nel fatto che sia «radicale», ma che lo sembri. Perché intercetta bisogni che nessun altro rappresenta sul piano politico. Bisogni che motivano anche una scelta di voto diversa dal solito. In fondo i Biden e gli Obama non hanno fatto qualcosa di diverso dai Bush e dallo stesso Trump, su quel piano.

Il risultato è l’emersione di una generazione di attivisti che va a coprire il territorio parlando porta-a-porta con le persone e che distrugge anche il modello classico della politica Usa: tanti soldi per condurre campagne elettorali fatte di spot e interviste televisive, gruppi di interesse consolidati e qualche «evento» aggregante per dare l’immagine di una forza «popolare». Un comizio alla Trump, insomma, ma con attori meno persuasivi.

“Stiamo affrontando una nuova politica. Stiamo vedendo morire la vecchia politica davanti a noi”, ha detto Bannon nell’intervista. “La vediamo bruciare fino a terra davanti ai nostri occhi”

Per il partito democratico – data la legge elettorale Usa, qualsiasi tentativo «alternativo» è escluso dalla competizione, a meno che non conquisti la maggioranza dentro uno dei due «poli» consolidati – si tratta di uno shock simile a quello subito dai repubblicani con l’arrivo di Trump.

Insomma, «questo è come un Tea Party, ma è un Tea Party più ideologico, e l’ideologia non è il populismo. Questo è un movimento marxista, jihadista, e non si fermeranno».

Sorvoliamo sulla serietà scientifica delle definizioni di Bannon, che sono comunque rivelatrici del funzionamento automatico della mentalità reazionaria (i marxisti come gli islamici, cioè «nemici» dei liberisti in vario modo «cristiani»). Il dato importante è la rottura generale del quadro politico statunitense.

Tra i repubblicani lo smottamento a destra è avvenuto prima, assumendo la veste retrograda del «Make America Great Again», con una agenda tutta rivolta al passato (dalla reindustrializzazione fatta pagare agli «alleati» asiatici o europei alle discriminazioni razziali e sessiste, con una risposta tutta militare alla evidente crisi di egemonia globale, ecc.).

Ma ora che tocca ai «democratici» si scopre che la stessa crisi produce anche una risposta «di sinistra» (naturalmente ricordando che si tratta pur sempre di una «sinistra con caratteristiche americane»). Nessuna «corsa al centro», ossia a destra. Perché è scomparso il terreno che garantiva la permanenza di un establishment bipartisan. Ossia l’egemonia Usa.

Dovendo trovare una soluzione ad una crisi imprevista, o comunque sempre esclusa dall’orizzonte delle possibilità, non ci sono soluzioni già pronte, soltanto da applicare. Bisogna inventarne di (relativamente) nuove in quel panorama politico.

Bisogna insomma usare la creatività e l’immaginazione, non affidarsi all’«intelligenza artificiale» (ovvero alle soluzioni già note per problemi già risolti).

Nel suo modo becero Trump ha intuito che la vera alternativa al mondo Maga non può essere la resurrezione dell’establishment bipartisan (democratici bideniani e «repubblicani perbene»), ma soltanto quella galassia multicolore che in modo certamente confuso ma generoso e potente, prova a rimettere al centro della politica Usa i problemi della collettività, invece che quelli di poche ma gigantesche «piattaforme private».

Riscoprire l’anticomunismo è il minimo della pena, dunque. Anche qui con lo sguardo rivolto al passato, più che al futuro. Una risposta «conservativa», paradossalmente, più che autenticamente «reazionaria». Che presupporrebbe invece possibilità di rilancio dell’imperialismo statunitense al momento del tutto invisibili.

Proprio dagli Usa, insomma, si vede meglio l’avanzare dell’alternativa senza più mediazioni possibili, quella tra socialismo e barbarie. Anche se quel «socialismo» lì è sicuramente «con caratteristiche americane».

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26/06/2026

Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane

Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.

A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.

Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della  sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.

Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.

In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.

Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.

Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.

La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.

L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.

Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.

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22/06/2026

Colombia - Vince l’estrema destra, il Pacto Histórico contesta il risultato

La Colombia si ritrova spaccata esattamente in due. I dati del ballottaggio presidenziale svoltosi ieri, domenica 21 giugno, ha teoricamente sancito la vittoria dell’estrema destra guidata da Abelardo de la Espriella. Avvocato milionario, fortemente sostenuto dal presidente statunitense Donald Trump avrebbe conquistato la massima carica dello suo paese per una manciata di voti, superando l’avversario e senatore del Pacto Histórico, Iván Cepeda.

I risultati, giunti al termine di uno spoglio febbrile, mostrano un distacco minimo tra i due contendenti, confermando le previsioni della vigilia che descrivevano un elettorato profondamente polarizzato e lacerato da visioni del futuro antitetiche. Come già successo in passato, il numero dei votanti è aumentato rispetto al primo turno: oltre 26,3 milioni di colombiani si sono recati alle urne su 41,4 milioni di aventi diritto.

Secondo i dati ufficiali diffusi dall’Ufficio Elettorale Nazionale (Registraduría), con il 99,99% delle schede scrutinate, lo scarto tra i due candidati è inferiore al punto percentuale, solo qualche centinaio di migliaia di voti. Una distanza minima che non ha precedenti nella storia recente della repubblica colombiana, e che legittima la richiesta di verifiche approfondite e sistematiche.

Già dopo il primo turno il presidente uscente Gustavo Petro aveva denunciato anomalie macroscopiche nel censimento elettorale, oltre che una significativa ingerenza straniera – in particolare statunitense – e una pressante campagna di disinformazione. Altri eventi hanno acceso l’attenzione sul fatto che l’elezione colombiana era una “questione internazionale”.

Il 16 giugno Marco Rubio, segretario di Stato USA, ha deciso l’arresto e l’espulsione dell’attivista e giornalista colombiano Beto Coral. Prelevato dagli agenti ICE dalla sua abitazione a Phoenix, in Arizona, ha avuto la colpa di aver sporto denuncia contro de la Espriella per una telefonata registrata senza consenso.

Il carattere politico di questa persecuzione è stato fatto chiaro dal senatore di origini colombiane Bernie Moreno, che ha detto: “non si può venire negli Stati Uniti, chiedere asilo e poi agire come un agente straniero per lo stesso governo (quello di Petro, ndr) che erode la nostra politica estera“.

Il giorno successivo, 17 giugno, 11 deputati democratici hanno inviato una lettera proprio a Rubio, al Segretario al Tesoro Scott Bessent e al Procuratore Todd Blanche esprimendo “profonda preoccupazione per la palese interferenza di alti funzionari statunitensi, incluso il Presidente Trump, nelle elezioni presidenziali colombiane“.

De la Espriella è il candidato trumpiano che rappresenta benissimo quella strategia emersa con lo scandalo Hondurasgate, secondo il quale Washington ha guidato una campagna a tappeto per abbattere tutte le esperienze progressiste e non allineate dell’America Latina. In questa campagna avrebbe trovato spazio anche Israele.

Proprio Israele è stato accusato da Petro riguardo a possibili brogli nell’appena concluso ballottaggio. L’ex presidente, che ha ricordato che non c’è un presidente, ufficialmente, fino al completamento del processo di verifica, ha denunciato irregolarità nello spoglio preliminare, relative agli indirizzi IP dei server del registro nazionale che, secondo Petro, potrebbe segnalare la manomissione del software elettorale.

“L’unica entità al mondo in grado di effettuare la presunta interferenza informatica è lo Stato di Israele“, ha affermato. Nel frattempo, il team legale di Cepeda ha annunciato il deposito formale di ricorsi volti a impugnare i verbali di oltre 33 mila seggi elettorali (sui circa 122 mila totali distribuiti nel territorio nazionale).

Secondo gli esponenti del Pacto Histórico, in queste sezioni si sarebbero verificate gravi anomalie nei flussi, discrepanze tra i registri cartacei e la trasmissione digitale dei dati, e manovre di voto coercitivo orchestrate a livello locale. De la Espriella, dopo un iniziale appello alla calma, ha abbandonato la diplomazia per lanciare avvertimenti durissimi agli avversari politici. La minaccia di far precipitare il paese, già evidentemente diviso, in una spirale di violenza è esplicita.

Ora, il conteggio ufficiale dei voti procede in una condizione di pesante militarizzazione. A Bogotà, Cali e Medellín il dispiegamento delle forze di polizia e dell’esercito è stato raddoppiato nei punti nevralgici, a protezione dei palazzi del potere e delle sedi della Registraduría. Nel centro storico della capitale, numerose attività commerciali e istituti bancari hanno iniziato fin dalle prime ore del mattino a sbarrare le vetrine con pannelli di legno compensato, nel timore di disordini.

Il passaggio di consegne formale è previsto per il prossimo 7 agosto, ma la battaglia elettorale è tutto fuorché finita. L’incognita sul fatto che tale battaglia rimarrà sul piano attuale, rimane concreta.

Aggiornamento: in Colombia sono avvenute varie manifestazioni di protesta nella notte appena passata. Hanno riguardato in particolare la città di Cali, e si sono estese anche alla capitale Bogotà. Molti manifestanti hanno dato fuoco a bandiere statunitensi, denunciando l’ingerenza di Washington negli affari interni del paese. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cariche. Secondo quando riporta l’ANSA, ci sarebbe anche un morto.

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11/06/2026

Allarme “false flag” in Colombia, mentre la disinformazione parla di sospensione di Petro

A meno di due settimane dal decisivo ballottaggio presidenziale del 21 giugno, lo scontro politico in Colombia è sempre più polarizzato, in un paese che potrebbe vivere anche momenti di pericolosa escalation interna. Lunedì il candidato del Pacto Histórico, Iván Cepeda, ha diffuso un comunicato nel quale mette in guardia da un presunto piano “false flag” pensato dal suo rivale, Abelardo de la Espriella, per influenzare i risultati delle urne.

Cepeda ha affermato che la destra starebbe preparando un falso attentato contro i suoi candidati, per manipolare l’opinione pubblica sul tema della sicurezza, che è stato al centro della campagna elettorale di de la Espriella. Il candidato della sinistra presenterà tutte le prove alla Procura Generale del paese, ma anche all’Unità Nazionale di Protezione (UNP), ribadendo che va garantita l’incolumità di tutti i partecipanti alla tornata elettorale.

Dall’altro lato della barricata, de la Espriella ha respinto sdegnosamente le accuse di Cepeda, denunciando a sua volta di essere bersaglio di costanti minacce di morte che lo costringono a tenere i propri comizi protetto da spessi pannelli blindati. Il leader dell’estrema destra ha anche commentato la fuga di notizie relativa alla sospensione che avrebbe riguardato il presidente uscente Gustavo Petro, rincarando le critiche rivolte a ques’ultimo.

Infatti, era stato fatto trapelare un documento della Commissione per le accuse della Camera dei deputati, che nella seduta di ieri avrebbe disposto la sospensione di Petro dal suo incarico presidenziale, con la motivazione che avrebbe violato i divieti costituzionali sull’attività dei funzionari pubblici, ai quali è impedito di “intervenire a favore o contro candidati durante il periodo elettorale”, si legge sull’Ansa.

La decisione avrebbe però aperto, a sua volta, un nodo di legittimità costituzionale. La misura sarebbe stata presa con un documento su cui c’era solo la firma della presidente della Commissione, Gloria Arizabaleta, mentre servirebbe un voto del Senato, dopo che l’intera Camera si è pronunciata in merito, per sospendere un presidente. Per molte voci vicine a Petro, questo sarebbe stato un vero e proprio golpe istituzionale.

Il ministro dell’Interno, Armando Benedetti, ha immediatamente contestato il provvedimento, definendolo privo di base legale, dato che la Commissione della Camera è solo un organo investigativo, senza alcuno dei poteri che si sarebbe arrogata. Subito dopo, il deputato Jorge Alejandro Ocampo Giraldo, membro della Commissione d’accusa, ha negato la presunta sospensione.

Il documento sembra esistere, ma non è mai stato depositato alla segreteria della Commissione e non c’era intenzione di discuterlo. La fuga di notizie appare più come una macchinazione attenta a dare in pasto ai media un testo che non ha superato nemmeno le fasi iniziali della procedura amministrativa che avrebbe dovuto affrontare, così da attirare di nuovo l’attenzione sulle accuse mosse a Petro dopo varie e dure dichiarazioni delle ultime settimane.

Un’opera di disinformazione pensata per mettere in cattiva luce il Pacto Histórico, che sembra seguire gli schemi già denunciati con la scoperta dell’Hondurasgate, e che quindi rimanda alle ingerenze di Washington in America Latina, nel tentativo di abbattere tutte le esperienze progressiste della regione.

Petro ha condannato l’endorsement del presidente statunitense Donald Trump a favore di de la Espriella, e in un’intervista ha accusato la Casa Bianca di essersi alleata con i narcotrafficanti per destabilizzare il paese e per dargli, in sostanza, una rappresentanza politica a Bogotà. Petro ha inoltre rivelato che Trump avrebbe violato un patto di non ingerenza negli affari colombiani, stipulato durante la visita negli States dello scorso febbraio.

Insomma, il ballottaggio del 21 giugno è diventato un vero e proprio campo di battaglia tutt’altro che secondario rispetto alle sorti di Nuestra América, soprattutto dopo che nemmeno una settimana fa la Colombia ha inviato una nave con 100 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba.

Mentre aumenta la tensione, sembra che le sorti del voto si giocheranno sul filo di pochissime preferenze, dopo che dal Pacto Histórico sono già arrivate denunce di brogli. In questo scenario, possibili contestazioni dei risultati potrebbero risolversi verso precipitazioni imprevedibili.

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01/06/2026

Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli

La polarizzazione della politica colombiana è stata sancita anche nelle urne, nel primo turno delle elezioni presidenziali svoltesi ieri. I risultati sono ancora preliminari, ma ormai piuttosto precisi, con la corsa alla successione di Gustavo Petro che si deciderà al ballottaggio del prossimo 21 giugno, e che vedrà sfidarsi l’estrema destra e il Pacto Historico, la formazione del presidente uscente.

Nessun candidato ha raggiunto la metà dei voti necessari per evitare il secondo turno, ma le preferenze si sono suddivise in maniera molto netta tra l’avvocato penalista Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha ottenuto il 43,7% dei consensi (circa 10,3 milioni di voti) e il senatore Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), che ha raggiunto il 41,1% (9,6 milioni di voti).

L’affluenza complessiva è stata di quasi 24 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto), con un aumento di quasi due milioni e mezzo di votanti rispetto al 2022. La destra conservatrice neoliberale uribista (dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez) viene subito dopo, ma senza raggiungere il 7% dei voti: la partita è stata a due già al primo turno.

Abelardo de la Espriella, soprannominato “El Tigre” dai suoi sostenitori, nei sondaggi delle ultime tre settimane è passato dal giocarsi un posto al ballottaggio con l’uribista Paloma Valencia ad essere il favorito della competizione elettorale. Outsider della politica, con una retorica ultra-nazionalista e militarista ha fatto campagna soprattutto su temi di sicurezza nazionale.

I punti chiave del suo programma ricalcano i metodi della (fallimentare, è bene ricordarlo) presidenza di estrema destra di Nayib Bukele, in El Salvador: arresti di massa e sospensione temporanea di alcuni diritti civili per imporre l’ordine nei territori piagati da organizzazioni del narcotraffico, il tutto affiancato, ovviamente, dalla costruzione di carceri di massima sicurezza a gestione privata. Dal punto di vista economico, l’idea è quella di tagliare le spese pubbliche cancellando circa 700 mila impieghi pubblici.

Dall’altro lato della barricata c’è Iván Cepeda, figlio di un leader comunista assassinato anni fa da gruppi paramilitari. Cepeda incarna la continuità con l’agenda sociale di Gustavo Petro e difende il progetto della “Paz Total”, basato sulla negoziazione e la riconciliazione con tutte le formazioni armate attive nel paese. Cepeda insiste sulla necessità di preservare la sovranità nazionale e i diritti civili, opponendosi fermamente ai piani di militarizzazione totale e alle influenze statunitensi.

Proprio questi due sono stati elementi centrali nella campagna elettorale. Trump si è messo a capo di una “alleanza internazionale” di estrema destra attraverso cui porre un’ipoteca sulle esperienze progressiste delle Americhe. E de la Espriella è ben conosciuto tra i repubblicani stelle-e-strisce, dato che dal 2018 ha donato loro ben 95 milioni di dollari, mentre oggi si dice disposto ad offrire agli USA le ricchezze dell’Amazzonia colombiana.

Dall’argentino Milei all’ecuadoriano Noboa, passando anche per ingerenze sioniste, sono stati mossi soldi e forze armate per creare un clima di emergenza e insicurezza continua in Colombia, a cui è stata aggiunta una vergognosa campagna di disinformazione contro la figura di Cepeda. Il terreno adatto per far crescere i consensi intorno a de la Espriella.

Ma a quanto denuncia il Pacto Historico, l’attività destabilizzante dell’estrema destra colombiana e dei suoi legami internazionali non si sarebbe fermata fuori dalle urne. Sia Petro che lo stesso Cepeda hanno congelato il riconoscimento dei risultati, denunciando anomalie macroscopiche nel censimento elettorale gestito dalla società privata incaricata dei servizi tecnici, attendendo i dati ufficiali delle Corti di Giustizia.

“Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante”, ha detto Petro. “Come presidente, non accetto i risultati del pre-conteggio della ditta privata dei fratelli Bautista (l’azienda che si occupa di stampare le carte di identità -ndR), perché gli algoritmi del software di conteggio nell’ultima settimana sono stati modificati in tre occasioni, aggiungendo 800.000 schede di persone che non si sono presentate nel censimento ufficiale”.

La risposta di de la Espriella non si è fatta attendere, facendo addirittura “un appello formale all’esercito affinché attivi i meccanismi costituzionali se il governo tenterà di ignorare il voto”. Un avvertimento verso il ballottaggio, che ora rappresenta il vero traguardo della vicenda elettorale colombiana.

Sebbene Paloma Valencia abbia immediatamente garantito l’appoggio a de la Espriella, bisogna ricordare che alla scorsa tornata elettorale ci furono addirittura più votanti che al primo turno, e ciò favorì il Pacto Historico che superò largamente gli 11 milioni di voti. La partita è aperta, ma la polarizzazione politica del paese assume sempre più toni guerreschi: c’è da mantenere alta l’attenzione.

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28/03/2026

La svolta dei quartieri popolari: “ora basta!”

Sarà il caso di studiare meglio, e soprattutto interpretare nel lavoro politico e sociale, l’importante cambiamento messo in luce – e subito silenziato – dall’analisi del voto referendario.

Stiamo parlando del rovesciamento avvenuto tra voto nei quartieri “bene” e quelli popolari. Da quasi un trentennio, sotto la spinta di politiche liberiste gestite da forze che si dicevano di “centrosinistra” – democristiani ed ex Pci, sostanzialmente – lo spettro delle “riforme” aveva assunto i contorni macabri della perdita di diritti, prestazioni sociali, servizi, che andavano a ridurre salari immobilizzati dall’“austerità” del “ce lo chiede l’Europa”.

Non che i governi berlusconiani abbiano fatto politiche diverse – anzi! – ma la riduzione delle differenze tra “progressisti” e reazionari al solo “conflitto di interessi”, bon ton colloquiale, diritti civili a costo zero (per minoranze effettivamente discriminate), e altri temi tutto sommato “aerei”, avevano prodotto una presa sociale della destra sui settori popolari grazie ad un eloquio “populista” ben rappresentato prima dalla Lega prima, poi dai berlusconiani, per un attimo dai “grillini” e infine dai fascisti ora al governo.

Di fatto i quartieri e le fasce sociali autodefinitesi “progressiste” erano quelle benestanti, acculturate, “ceto medio riflessivo”, creando così il topos della “sinistra ztl”, comunemente chiamata “radical chic”.

Era del resto l’espressione politica di interessi di classe medio-alti, che chiedevano totale libertà d’azione e un quadro di diritti civili/culturali coerente con la medietà europea.

Ai “poveri” – a cominciare dai lavoratori – non restava che affidarsi alle vane promesse di una destra articolata e in grado di presentarsi come una possibile soluzione diversa.

Quasi quattro anni di governo Meloni, di sforzi belluini per i “conti in ordine” come da diktat di Bruxelles, e soprattutto di guerra, con il genocidio di Gaza assurto a reale orizzonte collettivo del laissez faire capitalista, ha generato prima le grandi mobilitazioni dell’autunno, poi – alla prima occasione utile – una bastonata sui denti al governo in carica.

Per universale consenso, infatti, del “merito” della riforma della giustizia non importava niente a nessuno, tranne ai diretti interessati (imprenditori, finanzieri, intermediari d’affari e politici di carriera). Ma era diventato importante far sentire un “basta” furibondo, una centralità dei bisogni di massa, che nessun partito oggi in Parlamento è in grado di rappresentare, ma è la base su cui le soggettività antagoniste attive possono e debbono fondare la ricostruzione di un sistema di organizzazione e anche di rappresentanza politica.

Senza nessuna fregola elettoralistica a breve termine, ma con la determinazione ferrea di costituire un blocco sociale per cambiare tutto. Sul serio.

La lucida notazione di un fine economista marxista come Emiliano Brancaccio, che qui vi proponiamo, è solo il prima stimolante invito ad una riflessione che va sviluppata nel vivo del corpo sociale, non solo o non principalmente a tavolino.

Buona lettura.

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La vittoria referendaria presenta il conto alle opposizioni

Emiliano Brancaccio – il manifesto

È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del NO al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il “sì” ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare».

Il “sì” è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla Costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del NO hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.

All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.

Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.

Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.

In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.

Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.

Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.

In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.

Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la Costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.

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25/03/2026

“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società

È stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario.

E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.

Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.

È il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. È il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.

Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.

Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.

Sbagliava dunque chi nei mesi scorsi ha cercato di depoliticizzare il referendum, temendo la sconfitta, e ora insiste nello stesso atteggiamento suicida tappandosi la bocca sulla richiesta di dimissioni alla Meloni.

Era fin troppo evidente che il tema dell’ordinamento giudiziario non aveva le caratteristiche, “nel merito”, per animare una battaglia di chiarezza di cui, al contrario, c’era estrema necessità di fronte alle scelte antipopolari, liberticide e guerrafondaie dell’esecutivo.

Il basso profilo scelto dalle forze dell’opposizione parlamentare vedeva infatti i pronostici dare in vantaggio il SI sostenuto dalla destra, ma anche da un pezzo dello stesso “campo largo”.

Bene hanno fatto invece le forze che hanno dato vita al “NO sociale”, che ha politicizzato e articolato – socialmente, appunto – la battaglia referendaria, arricchendola di contenuti e indicando sin da subito la sua alterità al governo.

È stata infatti la politicizzazione e la polarizzazione che hanno spinto ad un aumento dell’affluenza alle urne – in controtendenza rispetto alla crescita sistematica dell’astensionismo – facendo materializzare un palese e crescente ripudio verso il governo Meloni che da mesi andava maturando nel paese.

Alla luce del risultato referendario ci sentiamo di dire che quella che si apre è la fase del coraggio e della coerenza politica.

La pavidità dei leader del centro-sinistra, o dello stesso Landini, che li spinge a non chiedere le dimissioni del governo alla luce del risultato referendario, è emblematica dell’inadeguatezza del “campo largo” a rappresentare la necessità di cambiamenti sostanziali, sia in materia di giustizia sociale e libertà politiche, sia in politica internazionale, cominciando dunque a “sganciare” il paese da tutti quegli automatismi e obbedienze che ci stanno trascinando nella recessione economica e nelle avventure belliche in Europa e in Medio Oriente.

E quando sono le nuove generazioni a dare indicazione in questa direzione, il senso di autoconservazione del ceto politico – di destra o di “sinistra” – rischia di produrre danni seri.

È tempo che emerga e si materializza una ipotesi di alternativa politica e sociale al cupo quadro dell’esistente.

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24/03/2026

Francia - Le elezioni comunali accentuano la polarizzazione politica e sociale del paese

Domenica il ballottaggio delle comunali in Francia ha dato un verdetto contrastante per le principali forze politiche del Paese.

Secondo il Ministero degli Interni, la partecipazione a questo secondo turno delle elezioni comunali si è attestata al 48,1% alle ore 17:00, più alta rispetto alle elezioni del 2020, ai tempi del Covid, anche se l’affluenza alle urne è rimasta al di sotto dei livelli pre-pandemia.

La Francia in queste elezioni si è differenziata geograficamente e politicamente.

Le grandi città come Parigi, Lione, Marsiglia sono rimaste in mano alla sinistra moderata, con sindaci socialisti ed ecologisti che hanno vinto con margini rassicuranti. La seconda è quella delle banlieues e delle città medie, dove l’elettorato popolare ha scelto due direzioni opposte e inconciliabili: o La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, o il Rassemblement National di Marine Le Pen.

Mélenchon ha conquistato le periferie urbane: le banlieues con alta concentrazione di cittadini di origine africana e nordafricana, i giovani precari, i dipendenti pubblici dei servizi sociali.

Anche in queste elezioni comunali La France Insoumise ha confermato il suo radicamento nei suoi bastioni storici: Saint-Denis, Roubaix, Vénissieux, Creil, La Courneuve. Si tratta di centri urbani popolari, multietnici, con alti tassi di disoccupazione.

Il Rassemblement National della Le Pen ha invece conquistato i ceti sociali tradizionali delle città medie e piccole, operai, impiegati, abitanti delle periferie non metropolitane, persone spesso marginalizzate, che detestano i musulmani e il multiculturalismo. Il RN ha vinto o avanzato significativamente in decine di città medie.

La polarizzazione politica e sociale appare evidente. I due partiti che rappresentano l’estrema sinistra e l’estrema destra si contendono un elettorato basato sui settori popolari, mentre i ceti medio-alti ondeggiano tra i socialisti e i liberali.

I sindaci del Partito Socialista che hanno vinto a Parigi, Lione o Marsiglia hanno tutti tenuto fuori da ogni alleanza il partito di Mélenchon.

Ai primi di marzo, una settimana primo del primo turno delle comunali, il Partito Socialista aveva condannato “senza riserve” quella che ha definito una moltiplicazione di “caricature complottiste e dichiarazioni antisemite intollerabili” da parte di Mélenchon. Il leader della France Insoumise ha risposto denunciando queste come “intollerabili accuse” e una “desolidarizzazione dalla lotta antifascista che riprende gli attacchi dell’estrema destra”.

A pesare nella campagna di demonizzazione di Melenchon e La France Insoumise c’era stata a febbraio la morte di un militante neofascista a Lione negli scontri seguiti all’aggressione dei neofascisti contro una conferenza di France Insoumise. Tra gli antifascisti accusati, alcuni erano legati a Raphaël Arnault, deputato de La France Insoumise nel 2024. Mélenchon era stato tirato in ballo e accusato direttamente.

In questo clima i primi risultati dei ballottaggi tenutisi ieri hanno mostrato che i candidati dell’estrema destra hanno perso a Parigi e in diverse grandi città del sud, tra cui Marsiglia, la seconda città più grande di Francia. Ciononostante, l’esito conferma il Rassemblement National come una forza politica con cui fare i conti a 13 mesi dalle presidenziali.

Uno dei protagonisti più influenti di queste elezioni non era presente sulla scheda elettorale. Si tratta del miliardario Pierre-Édouard Stérin che ha investito molti soldi in operazioni tese a rafforzare la deriva a destra della Francia.

Il Partito Socialista ha conquistato Parigi con Emmanuel Grégoire che ha sconfitto la rivale di centro-destra Rachida Dati, mantenendo l’amministrazione comunale parigina sotto il controllo del centro-sinistra.

A Marsiglia, il sindaco socialista in carica Benoît Payan è stato rieletto dopo che l’estrema destra aveva sperato di conquistare la seconda città più grande della Francia.

A Lione, invece, il sindaco verde Grégory Doucet l’ha spuntata dopo una campagna elettorale testa a testa contro il suo rivale di centro-destra.

Per la destra il leader del Rassemblement National, Jordan Bardella ha parlato della “più grande avanzata a livello locale del partito” che conferma la sua forza nella città meridionale di Perpignan e conquista nuovi comuni minori.

Ma il Rassemblement National ha perso in molti grandi centri urbani che sperava di conquistare, in particolare Marsiglia, Tolone e Nîmes.

L’eccezione è stata Nizza, dove Éric Ciotti diventa sindaco, consegnando di fatto alla destra il controllo della quinta città più grande della Francia.

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31/08/2025

L’UE non ha un ruolo perché ha scelto un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi

di Alessandro Volpi

L’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto è stato, come di consueto, oggetto di infiniti elogi, dai “progressista di sinistra” alla Nicola Zingaretti fino ai liberal di destra. In realtà un latore forse meno encomiastico farebbe emergere almeno due elementi discutibili.

Il primo. Draghi sostiene che Trump e l’attuale situazione dimostrano che non basta all’Europa essere una potenza economica per avere un ruolo internazionale vero. Ora, a questo riguardo, verrebbe da obiettare proprio citando il noto “Piano Draghi” che l’Europa ha smesso da tempo di essere una potenza economica. I flussi finanziari europei, a partire dal risparmio, vanno nelle Borse americane e gli effetti della globalizzazione hanno trasferito i sistemi produttivi fuori dal continente spostandoli in Cina e nel cosiddetto “Sud globale”, dove ora albergano le potenze economiche. Il neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa il ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente appunto dalle Borse Usa in termini finanziari e dal mercato estero per le proprie sempre più povere produzioni.

Quindi dov’è la potenza economica europea? I consumi sono diminuiti, gli investimenti anche e la concentrazione della ricchezza è esplosa. A reggere rimane solo il risparmio –costantemente drenato verso gli Stati Uniti – che è stato accumulato negli anni in cui non si era ancora affermato il modello neoliberale draghiano. Peraltro l’ex presidente della Banca centrale europea sembra trascurare che oggi come non mai sono centrali le risorse naturali: energia, materie prime, beni agricoli, terre rare di cui l’Europa è sprovvista. Forse, allora, l’irrilevanza europea dipende proprio dal fatto che non si è più una potenza economica per effetto dell’ubriacatura globalista.

Il secondo elemento assai poco comprensibile della mitizzata riflessione di Draghi è legata alla ricetta. Che cosa dovrebbe fare l’Europa per tornare ad avere un ruolo internazionale? Trasformarsi in maniera miracolistica in una realtà più unitaria e comunitaria dopo che per trent’anni le politiche europee hanno coltivato l’impossibilità di arrivare a una struttura realmente federativa? L’allargamento a Est, l’ignavia colpevole nella dissoluzione jugoslava, la totale subordinazione alla Germania, il massacro della Grecia, la costruzione dell’austerità a vantaggio esclusivo di Paesi “frugali” che erano e sono paradisi fiscali possono essere rimossi in nome di un’Europa unita reiterando il modello che ha prodotto il disastro e trovando solo nella guerra alla Russia il collante interno?

L’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto, pervicacemente, un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi. Le note dell’ex presidente della Bce espresse a Rimini hanno trovato un seguito nell’intervento dell’attuale presidente dell’istituto di Francoforte per la quale l’impoverimento dei lavoratori diventa un dato positivo. Christine Lagarde è arrivata al simposio di Jackson Hole e, con un sorriso smagliante, ha dichiarato che nell’eurozona l’inflazione è calata senza generare troppi effetti negativi sul Pil dei vari Paesi europei.

Ora, a parte il fatto che il Pil europeo è decisamente stagnante, sono proprio i tre fattori indicati da Lagarde come punti di forza dell’economia dell’area euro a lasciare molto perplessi. Ad “alleviare” gli effetti delle politiche monetarie restrittive, adottate contro l’inflazione, sono stati un andamento dei salari non adeguato all’inflazione, la riduzione delle ore di lavoro e dalla permanenza al lavoro di lavoratori e lavoratrici pensionabili che, insieme alla manodopera immigrata, hanno calmierato il costo del lavoro. In sintesi le politiche restrittive della Bce contro l’inflazione sono state pagate dalla forza lavoro decisamente impoverita. Un bel modello davvero.

Dopo il rilancio del neoliberalismo di Draghi è arrivata la benedizione dello sfruttamento da parte di Christine Lagarde. Questa Europa è una realtà alla rovescia: per combattere l’inflazione che colpisce i redditi più bassi si riducono le retribuzioni in modo da non intaccare i profitti, tradotti in dividendi, che sorreggono il Pil. Quello dei ricchi.

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26/06/2025

New York - Cuomo cede a Mamdani, l’outsider antisionista in corsa per la carica di sindaco

Un risultato elettorale che segna una svolta politica di eccezionale importanza per la città di New York. Nella notte, Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato e figura centrale del Partito Democratico newyorkese, ha ammesso la sconfitta alle primarie per la candidatura a sindaco, cedendo il passo a Zohran Mamdani, giovane deputato e membro dei Democratic Socialists of America. Una sorpresa clamorosa: Cuomo, fino a poche settimane fa favorito in quasi tutti i sondaggi, ha riconosciuto il vantaggio del suo avversario di oltre sette punti percentuali, con il 91% dei voti scrutinati.

“Stasera era la serata del deputato Mamdani”, ha dichiarato Cuomo ai suoi sostenitori. Tecnicamente, la corsa non è ancora chiusa. Il sistema elettorale di New York, basato sul voto a scelta multipla, prevede un conteggio progressivo in cui le preferenze degli elettori per i candidati eliminati vengono redistribuite. Ma con il terzo classificato, il revisore dei conti Brad Lander – ebreo progressista vicino a Mamdani – è molto probabile che la gran parte dei suoi voti residui vadano proprio a quest’ultimo, rendendo la rimonta di Cuomo praticamente impossibile.

Il risultato assume un significato politico più ampio per almeno due motivi. Il primo è l’identità politica di Mamdani: 33 anni, musulmano, figlio d’arte (sua madre è l’attrice indiana Mira Nair), attivista dichiaratamente antisionista, vicino ai movimenti per i diritti dei palestinesi, sostenitore del boicottaggio contro Israele e critico feroce del sionismo. Non ha mai nascosto di considerare la causa palestinese come centrale per il suo impegno pubblico, arrivando a promettere, nel corso della campagna, che se Benjamin Netanyahu dovesse mettere piede a New York, ne ordinerebbe l’arresto sulla base del mandato della Corte Penale Internazionale. Un gesto ovviamente simbolico – la CPI non ha giurisdizione negli Stati Uniti – ma che ha infiammato il dibattito.

Cuomo, consapevole della sensibilità del tema, aveva puntato con decisione sul voto ebraico, frequentando sinagoghe, partecipando ad eventi della comunità e facendo leva sulla sua lunga storia di sostegno a Israele. Eppure, una parte importante dell’elettorato progressista ebraico, soprattutto tra i giovani, si è schierata su Mamdani, anche grazie al supporto di gruppi come Jewish Voice for Peace, Jews for Economic and Racial Justice e del braccio elettorale Jewish Vote. Un elemento chiave è stato anche il sostegno “a sinistra” di Lander, che pur definendosi sionista, ha deciso di appoggiare Mamdani, evidenziando la crescente spaccatura interna all’elettorato ebraico progressista.

Il secondo motivo per cui questa sconfitta scuote le fondamenta della politica newyorkese è il cambio di paradigma che rappresenta. Mamdani ha vinto con una campagna centrata su temi radicali: trasporti gratuiti, supermercati pubblici, blocco degli affitti, riforma radicale della polizia, giustizia economica e razziale. Ha utilizzato in modo abile i social network, mobilitato i giovani e intercettato un malcontento diffuso, specialmente nei quartieri a basso reddito. Le sue proposte considerate da molti impraticabili invece si sono dimostrare efficaci nel delineare una visione alternativa e coerente.

Mamdani, salvo sorprese clamorose, si prepara a diventare il primo sindaco musulmano della città. Un traguardo storico, ma anche l’inizio di una probabile stagione di tensioni politiche e sociali. Con la comunità ebraica divisa, la sinistra rafforzata e un’opinione pubblica polarizzata, il volto di New York potrebbe cambiare radicalmente.

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12/07/2024

La scomparsa dell'elettore mediano

“...Tria ha detto che ‘i mercati sono saggi’. Io non credo che siano ‘saggi’. Per me vale quanto detto dal premio Nobel James Tobin: l’orizzonte temporale massimo dei mercati sono i prossimi dieci minuti.. Però una cosa che ha detto Tria è vera. I mercati non badano tanto ai programmi elettorali perché sanno che quei programmi vengono poi sistematicamente disattesi. Con un effetto, però, che consiste nella secca smentita del teorema dell’elettore mediano, ossia nell’attuale tendenza dell’elettorato verso l’astensione oppure verso gli “estremi” degli schieramenti politici...” (Emiliano Brancaccio su SKY TG24 del 5 luglio 2024).


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16/05/2024

Slovacchia - L'attentato a Fico è figlio anche dell'odierna narrativa liberale

di Francesco Dall'Aglio

Da un lato, eviterei di dare troppa importanza politica all'attentato subito da Fico. L'attentatore, al di là della su affiliazione politica, è una persona abbastanza marginale e certo non è stato "pagato dalla CIA".

Dall'altro, è innegabile che una certa retorica giacobina, con il Bene, la Giustizia, il Progresso e la Ragione in lotta mortale contro le tenebre della Tirannia e dell'Ancien Régime, non può portare e non porterà a nulla di positivo.

Intanto, a Tbilisi sono sbarcati i Ministri degli Esteri di Estonia e Lituania, ed eccoli qui che manifestano contro il governo georgiano. Tutto in regola.

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Sull'attentato a Fico, quanto ha scritto Dall'Aglio è particolarmente sensato. L'oltranzismo retorico liberale si presta a inquadrare anche l'aggressione a Rubio e più in generale, il clima di violenza montante in Occidente, che è determinato dal modo con cui il capitale tenta di rallentare la propria crisi.

Peraltro, la situazione è verosimile che andrà a peggiorare quando si "raffredderanno" i fronti di guerra in Ucraina e Palestina. In quel momento, è possibile che parte dei nazisti ucraini e dei sionisti congedati dalla prima linea, ce li ritroveremo nelle nostre strade e in larga parte fuori dal controllo di chi li ha costruiti e mossi per il proprio interesse.

Purtroppo non si tratta di nulla di nuovo, lo stesso copione è stato già seguito con il fondamentalismo islamico, a partire dall'intervento sovietico in Afghanistan arrivando all'ISIS.

09/05/2024

Elezioni indiane, Bharat a senso unico

Un esponente locale del partito Samajwadi durante un comizio che prepara il turno elettorale nell’Uttar Pradesh ha la malaugurata idea di ricordare agli elettori di fede islamica (in quello Stato ce ne sono oltre quaranta milioni) di fare una “jihad elettorale” per scacciare il Bharatiya Janata Party dal governo.

Apriti cielo! Al presidente Modi non pare vero. Il suo staff coglie l’occasione e rilancia l’offensiva, per ora verbale ma che monta nella voglia di menar le mani. Dice il premier che quel voto è “pericoloso per la democrazia del Paese” come chi lo propone. La teoria coniata da tempo della corrosione interna della società hindu da parte dei musulmani, più prolifici di quest’ultimi, se non parla esplicitamente di sostituzione etnico-religiosa si collega all’altro cavallo di battaglia anti musulmano: il presunto progetto che conduce giovani islamici a corteggiare ragazze hindu per sposarle e convertirle ad Allah. Anche qui compare il termine jihad, per la precisione “Love jihad”.

Sembra un paradosso, eppure la politica indiana è sempre più costellata di tali insinuazioni che raggiungono il parossismo con conseguenti escandescenze delle due comunità, scontri sanguinari in vari casi letali. Il ceto politico di governo cavalca questo tema per accentuare l’emarginazione della pur corposa minoranza islamica che coi suoi duecento milioni di cittadini costituisce poco meno d’un sesto dell’intera popolazione indiana. Finora anche parecchi musulmani hanno scelto di sostenere Modi percepito come uomo del popolo e impegnato a favore della gente. Comunque l’accentuazione delle posizioni su menzionate inizia ad allontanare il voto musulmano dal Bjp, un consenso che regge per l’idiosincrasia di tanti emarginati di ogni confessione nei confronti dello storico Partito del Congresso considerato statalista, familista e corrotto. Questo gruppo, di fatto l’avversario del Bjp più in vista, rimane il nemico da battere e gli strali di Modi e dei suoi soci contro Raul Gandhi si susseguono in ogni manifestazione.

Il Congresso - dice il partito hindu - dietro il progetto del ritorno a un’India unitaria e solidale cela il disegno di nazionalizzare ogni cosa finanche il banchetto di vendita nel mercatino, le singole casupole in cui sopravvivono milioni di famiglie d’ogni religione, il moto-carrettino con cui si va a lavorare, la bici usata per spostarsi dall’indianino povero. La loro vittoria sarebbe un passo indietro nella storia e nell’economia, fa intendere il Bjp, proponendo l’ennesima sparata. Ma di esagerazioni ed esasperazioni sono pieni gli incontri pubblici e i dibattiti televisivi con un’accentuazione dei toni meschina e preoccupante perché montata dagli stessi politici, anche da coloro che ricoprono incarichi istituzionali.

Ciò che gli odierni commentatori elettorali non ammettono è quando certe drammatizzazioni vengono diffuse da figure che dovrebbero avere il buon gusto di non esporsi perché rappresentano l’intera nazione, e Modi è in cima alla lista. Però il desiderio è di polarizzare il clima politico, raccogliere i sostenitori non in base al programma, ma in contrapposizione e in odio agli altri: tutti gli avversari del Bjp, tutti i non hindu e i contestatori dell’hindutva e gli stranieri, porta l’elettorato del Bharat a considerarsi la sola immagine del Paese che deve sbarazzarsi di quel che ha inquinato le radici, dall’era Moghul all’epoca coloniale, e indicare la via alla quale ogni indiano deve conformarsi. Società monocorde di certezze assolute, dunque, che non ammette diversità e pluralismi, ambiente soffocante che non vuole confronti né alternative. Le urne si muovono a milioni verso quest’orizzonte.

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09/10/2023

[Contributo al dibattito] - L'insurrezione palestinese vista da Al Jazeera

C’è un altro punto di vista sulla guerra che merita di essere esplorato. Quello della rete Al Jazeera. Non tanto per capire le ragioni della guerra, quanto per capire le ragioni degli altri. Una giornata davanti allo schermo non serve solo a vedere Al Jazeera in sé ma anche Al Jazeera in me, cioé a cogliere le analogie tra la narrativa degli eventi adottata dalla rete filo-palestinese con quella delle nostre tv, sempre più filo israeliane.

Sul telefonino, Youtube ci avverte subito con un alert intermittente: “Al Jazeera è supportata in tutto o in parte da finanziamenti pubblici Qatariani”, se ci clicchi sopra, Google spiega che lo fa per tutti. Sarà. Effettivamente la tv di Doha (nata nel 1996, genera a fine 2016 il canale in inglese poi denominato ‘Al Jazeera Intl’), deve ringraziare l’Emiro Tamim bin Hamad al-Thanii se può impiegare 3mila persone in 95 paesi raggiungendo 430 milioni di case, più telefonini e pc.

Piccolo preambolo sull’editore: il Qatar è vicino ad Hamas ed è il rivale [sarebbe più corretto competitore -ndR] locale dell’Arabia Saudita, in avvicinamento a Israele come gli Emirati Arabi. Trump mise all’angolo il Qatar con un embargo adottato per far contenti i sauditi. Così Doha si è avvicinata ancora di più all’Iran con il quale condivide il più grande giacimento di gas del mondo. L’Iran è il grande sostenitore in Libano di Hezbollah e in Palestina di Hamas e del gruppo PIJ, Palestinian Islamic Jihad. In sostanza il ‘padrone’ di Al Jazeera è amico dei palestinesi e degli iraniani cioè degli arci-nemici di Israele, a sua volta di fatto ormai alleato dei sauditi in un triangolo che vede al vertice gli Stati Uniti.

La copertura della guerra Hamas-Israele risponde in pieno al posizionamento dell’editore di Al Jazeera. Basta ascoltare il commento a caldo dell’ospite americano di origini palestinesi, il giornalista Ali Abunimah, fondatore del blog Electronic Intifada, per capire l’aria che tira. Per lui Israele sta portando avanti politiche di apartheid e genocidio e “i crimini non sono solo sua responsabilità ma anche di Joe Biden e degli europei che sostengono il Governo”. Ali Abunimah, domenica sera, mentre scorrono le immagini dei rapimenti e delle uccisioni, commenta “questo è il risultato di garantire impunità a un regime che non ha rispetto dei diritti dei palestinesi (...) dobbiamo dire chiaramente che Israele e i suoi sostenitori sono i soli responsabili di quello che sta accadendo. Stanno raccogliendo quello che hanno seminato”. Il conduttore lo ringrazia di avere condiviso il suo punto di vista con i telespettatori. Poi c’è Youmna El Said, la giovane inviata famosa per il razzo che ha colpito un palazzo alle sue spalle domenica in diretta durante il collegamento.

Non è la prima volta che le accade. In rete è possibile trovare un altro video postato dalla tv pubblica turca, TRT World, del maggio 2021, in cui la freelance che opera a Gaza, sempre con il caschetto in testa, prega i telespettatori a mani giunte e con voce commossa: “Per favore io voglio mandare un messaggio al mondo. Prima di giudicarci e di dire che noi siamo terroristi accertatevi di vedere la realtà da tutti i lati. Non ascoltate solo i media occidentali ma entrambe le parti. Non credete ai messaggi degli israeliani senza vedere la nostra parte” proprio in quel momento saltava in aria con fragore un palazzo alle sue spalle. El Said gridava: “Vedete quel palazzo che è stato totalmente distrutto da un raid aereo è un palazzo di 14 piani la Al Shoroq Tower”. Due anni e mezzo dopo quell’invito a guardare l’altra parte della storia Houmna Elsaid si collega più volte per Al Jazeera da una delle 44 scuole trasformate in rifugi per ospitare 22mila civili. Circondata da uno sciame di ragazzini che ridono e giocano intorno alla telecamera, felici sotto le bombe con una palla in mano, racconta che le mamme hanno ricevuto sul telefonino il messaggio degli israeliani. Intimava di lasciare le loro case immediatamente prima dell’attacco. I bambini non hanno preso nulla. Dice: “C’è grande paura perché qui di fronte c’è una Stazione di Polizia. La gente è terrorizzata che possa essere un obiettivo delle Forze israeliane”. Il conduttore la saluta pieno di compassione.

Tocca all’ex ambasciatore neò Regno Unito Husam Zomlot. Il conduttore parte neutro (“Condividi quello che ha fatto Hamas?”) il diplomatico no: “Non è la domanda giusta” e inizia a parlare delle cause profonde della crisi palestinese, un mantra su Al Jazeera. Poi il conduttore fa finalmente la ‘domanda giusta’. Chiede se il numero dei morti israeliani aiuterà gli attori internazionali a capire che è giunto il momento di cambiare atteggiamento e fare le mosse giuste. Ecco così i 700 morti diventano nella risposta “un’opportunità per tutti di capire che i palestinesi hanno diritto di combattere e lo faranno e l’occupazione deve finire e deve esserci lo stato palestinese con Gerusalemme capitale”.

Arriva il professore dell’università del Cairo e il conduttore chiede un commento sul fatto del giorno, l’uccisione di due israeliani ad Alessandria: “Perché i militari egiziani sparano sui turisti israeliani?”. Il senso della risposta è “Perché non si vede la soluzione di questo conflitto in Palestina da 75 anni”.

Parte il collegamento con l’altro inviato a Gaza, Tareq Abu Azzoum. Il giovane collega con il giubbotto e l’elmetto parte con “i crimini degli israeliani contro i palestinesi” e racconta il destino di una famiglia palestinese cancellata da un missile degli israeliani, erano in 22, di cui sette bambini. A un certo punto arriva un ospite dell’altra parte: il parlamentare israeliano Danny Danon. Il conduttore gli chiede subito delle vittime da entrambe le parti. Lui reagisce così: “Non puoi dire ‘da entrambe le parti’, stiamo ancora contando i morti di un attacco barbaro non provocato di Hamas. Hanno rapito un bambino di due anni!”. Il conduttore lo ferma: “Tu dici attacco non provocato ma non sarà il caso di considerare le cause e gli effetti dell’occupazione che dura da 75 anni?”. Il parlamentre ribatte: “Noi abbiamo lasciato Gaza 18 anni fa completamente. Non c’è più una comunità ebraica in Gaza e guarda cosa è accaduto. Hamas controlla Gaza!”. Il conduttore lo interrompe ancora: “Ma sono completamente bloccati”. Il parlamentare ribatte: “Perché non parlano dell’Egitto, con il quale confinano, ma se la prendono solo con Israele? Perché non c’è logica. Hamas, come l’ISIS, vuole solo colpire noi” e conclude “la mia opinione è che dobbiamo sradicare Hamas così i soldi che arabi ed europei danno ai Palestinesi non andranno più a costruire tunnel e comprare armi”. Il conduttore vira sulle colpe dell’intelligence e sui problemi militari di Israele ma è l’unico dibattito nel quale si accende un po’ la discussione. A parte il membro della Knesset e un’analista israeliano, Presidente del think tank Mitvim, Nimrod Goren (anche lui rimbrottato dal conduttore quando parla di attacco non provocato) gli analisti sono tutti dalla parte dei palestinesi.

L’inviata da Ramallah, Nida Ibrahim, si collega da una manifestazione pro Hamas e sembra uno dei manifestanti quando elenca i torti subiti dalla popolazione: gli occupanti israeliani hanno isolato ogni città palestinese dall’altra. Firma il pezzo con il suo nome e quello della rete poi il luogo: “Ramallah, Occupied West Bank”.

C’è spazio per una docuserie sugli accordi di Oslo tra Rabin e Arafat sotto l’egida Usa di Clinton 30 anni fa. Poi c’è un estratto del discorso di Papa Francesco all’Angelus seguito da una carrellata di immagini di manifestazioni festanti per le morti israeliane. Si parte da Istanbul con le bandiere di Hamas, ancora più numerosa la folla festante a San’a’, capitale dello Yemen, poi il Kuwait e infine Teheran con la corrispondente Dorsa Jabbari che mostra le manifestazioni di giubilo e racconta il comunicato di supporto della Guida Suprema, Ali Khamenei. In serata poi ci sarà un servizio dagli Stati Uniti con le manifestazioni pro palestinesi.

Anche la contabilità delle vittime per Al Jazeera deve partire da lontano. La grafica non mostra solo le vittime del 2023 (700 israeliani e 400 palestinesi) ma quelle del 2008-2009 (1.400 palestinesi contro 13 israeliani); del 2014 (2.100 palestinesi e 73 israeliani); del 2021 (250 contro 13) e così via. Alla fine il conteggio dell’intero periodo escluso l’ultimo attacco, per Al Jazeera, è di 6407 palestinesi morti contro 208 israeliani.

Al di là dei numeri sono le immagini e i racconti a rendere umane le vittime e immorale l’azione di chi le ha uccise. Quando la conduttrice si collega con Refaat Alareer, uno scrittore che vive a Gaza, lui racconta la notte di domenica sotto le bombe. Ricorda che le bombe israeliane cadranno a Gaza dove vive un milione di bambini, il 50 per cento della popolazione di 2,2 milioni. Fa l’esempio di una famiglia sterminata la prima notte di guerra dai razzi israeliani: “erano 18 e tra questi c’erano 9 bambini, tre generazioni sono state annientate da una sola bomba di fabbricazione americana”. Racconta la vita della popolazione senza elettricità, senza acqua, già poverissima, senza cibo per l’indomani. Il telespettatore è portato a empatizzare con le vittime dell’attacco israeliano non con le vittime di Hamas.

La prospettiva di Al Jazeera è sempre ribaltata rispetto alla nostra. Il servizio sulle elezioni in Baviera è centrato, come accade anche in Italia, sul tema dominante della campagna elettorale, l’immigrazione. C’è un operaio tedesco che si lamenta perché il Governo fa troppo per i nuovi arrivati e nulla per lui. Ma Al Jazeera mostra le abitazioni create dal Governo per i rifugiati come un segno di civiltà e offre ai tanti immigrati impauriti per l’ascesa dell’estrema destra la possibilità di far sentire il loro punto di vista sulle elezioni politiche imminenti.

Lo stesso ribaltamento si avverte per la guerra Israele-Hamas. Il corrispondente da Londra, Harry Fawcett, sposta l’attenzione dalle vittime di Hamas alla copertura mediatica sulle vittime medesime in Europa. Spiega che gli europei, danno ampio spazio al possibile sequestro di un britannico o all’uccisione di una ragazza tedesca. Sta parlando della 22enne Shanie Louk. Fawcett ricorda che compare nei video scioccanti di Hamas sui social ma non mostra le immagini, effettivamente troppo brutali, del trattamento subito da questa ragazza di padre israeliano e madre tedesca. I miliziani di Hamas l’hanno rapita mentre ballava, uccisa e mostrata seminuda come un trofeo su un pick-up per le strade di Gaza. Prima della foto del rave party di sabato al confine con Gaza aveva postato su Instagram una foto della sua vacanza sul Lago d’Iseo. A Sala Marasino aveva fotografato un tramonto e aveva postato il messaggio “Bella Italy”, con le faccette e i cuori. Su Al Jazeera non c’è tempo per raccontarlo. Soprattutto non c’è l’empatia riservata alle famiglie palestinesi di Gaza.

La tecnica di narrazione televisiva in fondo è simile a quella dei media mainstream occidentali a parti invertite. Lo spiega bene, proprio intervistato lunedì da Al Jazeera, Jan Egeland, del Norwegian Refugee Commetteee. Lo intervistano perché il suo ente norvegese è impegnato in Cisgiordania ad aiutare la popolazione. Ma quando il conduttore gli chiede perché i leader occidentali non parlano mai delle radici profonde, Egeland risponde con una riflessione che somiglia a una lezione di giornalismo: “Noi che siamo operatori umanitari, neutrali, sul campo, al centro di questo fuoco incrociato, vediamo quel che sta accadendo: ci sono due racconti polarizziti. Da una parte si vedono solo le moschee attaccate mentre in Occidente si vedono solo i civili e i bambini israeliani attaccati dagli uomini di Hamas armati. Queste sono le due immagini opposte. Entrambi i racconti deumanizzano i protagonisti”. Forse non è un caso. Perché poi è più facile uccidere i ‘nemici deumanizzati’ senza provare rimorso.

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15/02/2023

Israele - USA ed europei si smarcano da Netanyahu

La commissione Giustizia del parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato in prima lettura il disegno di legge che impedisce all’Alta corte di interferire sulle leggi fondamentali dello Stato. Se approvata in via definitiva, la norma indebolirà il sistema giudiziario di Israele e viene duramente contestata dalle opposizioni al governo di destra di Netanyahu.

Il disegno di legge, scritto dal presidente della commissione Simcha Rothman, impedisce alla Corte suprema di bloccare le leggi che modificano le leggi fondamentali di Israele. Occorre infatti rammentare che Israele non dispone di una Costituzione ma solo di una serie di leggi fondamentali.

Subito dopo il voto, le opposizioni hanno protestano vivacemente all’interno della Knesset con alcuni parlamentari che sono stati trascinati via dai funzionari della sicurezza interna.

Nel paese decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in diverse città. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano Times of Israel, almeno 60 mila persone hanno manifestato contro il piano di riforma del sistema giudiziario fuori dall’edificio della Knesset a Gerusalemme.

Domenica sera, il presidente di Israele, Isaac Herzog, era intervenuto invitando al dialogo e al compromesso. “Siamo a pochi istanti da uno schianto, forse anche violento”, ha affermato nel corso di una conferenza stampa.

Ma poco dopo il presidente della Commissione Costituzione, legge e giustizia Simcha Rothman, del partito Sionismo Religioso, aveva respinto l’appello di Herzog a rinviare l’avvio delle votazioni sui disegni di legge definendolo “una richiesta dell’opposizione” e un “tentativo di indebolire il governo”.

Intanto i servizi di sicurezza interni israeliani (il famigerato Shin Bet) si è attivato per cooperare strettamente con la polizia per monitorare “attivisti e anarchici di estrema sinistra” (anche in Israele hanno l’identica sindrome del governo Meloni, ndr) onde prevenire “attacchi contro le istituzioni governative” durante le proteste a livello nazionale e ha espresso preoccupazione per il fatto che gli attivisti di destra possano partecipare alle proteste per affrontare e tentare di danneggiare i manifestanti contro il governo Netnayahu.

Il clima per Israele sta cambiando non solo all’interno ma anche nelle sue relazioni estere.

In una dichiarazione pubblica, i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti si oppongono “con forza” al piano del governo di Israele per la costruzione di circa 10 mila unità di insediamento coloniale e l’avvio della normalizzazione di altre nove colonie già giudicate illegali in base al diritto dello Stato ebraico.

È quanto si legge nella dichiarazione comune dei ministri degli Esteri dei cinque Paesi, – Antonio Tajani, Catherine Colonna, Annalena Baerbock, James Cleverly e Antony Blinken – che si dicono “profondamente turbati” dall’iniziativa del capo del governo israeliano, Benjamin Netanyahu.

Per i firmatari del documento, “queste azioni unilaterali serviranno soltanto a esacerbare le tensioni tra israeliani e palestinesi e a minare gli sforzi per raggiungere una soluzione negoziata dei due Stati”. I ministri degli Esteri dei cinque Paesi aggiungono di continuare a sostenere “una pace generale, giusta e duratura in Medio Oriente, che deve essere ottenuta mediante negoziati diretti tra le parti”.

Per quanto sia ancora intrisa di ipocrisia, la nota sottoscritta dai ministri degli Esteri di cinque paesi “alleati di ferro” di Israele segnala che le forzature imposte da Netanyahu sia all’interno del paese che contro i palestinesi non rendono affatto sereni i suoi partner.

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12/02/2023

Israele come gli Usa: timori per una guerra civile

Più di 80.000 manifestanti si sono radunati nelle strade di tutto Israele sabato sera per “denunciare i piani per indebolire la magistratura del paese”, scrive oggi il giornale israeliano Haaretz. I manifestanti chiedono le dimissioni di Netanyahu e in alcuni casi l’intervento dei governi occidentali su quello israeliano per farlo recedere dai suoi propositi.

Gli Stati sorti sul colonialismo d’insediamento, come sono Stati Uniti e Israele, combattono spesso con gli stessi fantasmi interni. Una volta “risolti” i problemi con le popolazioni native (lì i pellerossa, in Israele i palestinesi), le società coloniali vedono crescere la polarizzazione politica in un contesto di violenza fisiologica al modello coloniale.

Negli Usa il problema della liquidazione politica e materiale dei nativi è stato affrontato sanguinosamente nell’Ottocento. Israele invece deve ancora fare i conti con la Resistenza e la volontà di esistenza del popolo palestinese.

Ma sia gli Stati Uniti che Israele hanno visto precipitare vorticosamente le relazioni interne alle loro società, in cui solo piccole minoranze hanno mostrato nel tempo sensibilità sia per la democrazia che per la sorte delle popolazione native soppresse o ancora oppresse dal loro modello coloniale.

Intorno all’ascesa di Trump e nel violento scontro derivato dal rifiuto dei risultati elettorali che lo hanno rimosso dalla casa Bianca, negli Usa si è cominciato a parlare spesso di rischio di guerra civile. Il peggioramento della situazione economica, la polarizzazione politica e sociale e la totale delegittimazione dell’altro schieramento, hanno via via seminato nella società il demone dello scontro civile anche violento.

Da tempo lo stesso processo è in corso anche in Israele, dove la popolazione è stata chiamata alle elezioni ben cinque volte in soli tre anni, e dove oggi ha prevalso il “ritorno di Netanyahu” con un governo formato dalle componenti più estremiste del sionismo. Un pericolo per i palestinesi sicuramente, ma anche per l’idea di Israele come “unica democrazia” in Medio Oriente.

I partiti dei coloni e gli ultrasionisti al governo con Netanayahu non sono dissimili dall’estremismo politico e dal suprematismo conosciuti nel mondo occidentale. Inoltre la visione religiosa del sionismo politico rende questi gruppi niente affatto dissimili dagli jihadisti dell’Isis o di al-Qaida, sono solo di una religione diversa.

Si comprende dunque come il durissimo scontro politico interno in corso in Israele su alcune riforme costituzionali, contenga una carica di contrapposizione violenta che, se scatenata contro i palestinesi, non provoca troppi mal di pancia nella politica e nella società israeliana, ma se indirizzata o evocata contro altri pezzi della medesima società alimenta allarmi fin troppo dichiarati.

“Gli israeliani, come paese unito, hanno sconfitto ogni attacco e minaccia che hanno dovuto affrontare. Ma da qualche parte lungo il percorso, a causa di colpe sia a sinistra che a destra, hanno perso la loro unità contro la minaccia palestinese” scrive emblematicamente Fred Maroun, editorialista del Times of Israel“Per se stessi e per la pace, devono sconfiggere la minaccia palestinese così come hanno sconfitto le altre, ma possono farlo solo se ritrovano la loro unità”.

Un sondaggio condotto dal Jewish People Policy Institute tra la popolazione israeliana ha rivelato che una percentuale significativa di israeliani teme un deterioramento nella violenza. Un terzo degli intervistati ritiene che esista una possibilità “alta o abbastanza alta” che la battaglia sulle riforme giudiziarie degeneri in violenza e disordini civili di massa.

In modo forse prevedibile, questa paura è più diffusa tra coloro che si oppongono alle riforme costituzionali del governo Netanyahu (44%) piuttosto che tra coloro che le sostengono (27%), probabilmente perché il senso di allarme e paura è più forte nell’opposizione che nei partiti di destra al governo.

Questi preoccupanti risultati possono essere spiegati dal fatto che tra tutti coloro che sono a conoscenza delle riforme in questione, la maggior parte vi si oppone (44%) contro il 41% che le sostiene. Inoltre, più di un terzo degli israeliani (37%) ritiene che il governo non abbia un mandato per varare un pacchetto di riforme di così vasta portata senza un ampio consenso della popolazione.

La pensa così anche una percentuale degli elettori di destra (31%), sebbene una quota simile ritenga invece che il governo abbia una base di legittimità per portare avanti le riforme anche se estremamente controverse e divisive.

Metà dell’opinione pubblica israeliana ritiene che oppositori e fautori delle riforme dovrebbero sedersi e parlare allo scopo di raggiungere punti di accordo. Il 58% dei contrari alle riforme è di questo avviso, ma anche il 43% dei sostenitori delle riforme si dichiara favorevole al dialogo.

Il sondaggio ha anche chiesto chi, secondo gli israeliani, dovrebbe svolgere un ruolo centrale nello sforzo di imporre un compromesso alle due parti che si scontrano sulla “rivoluzione costituzionale”.

Anche qui i risultati sono interessanti: se un terzo degli intervistati ritiene che è la Knesset che dovrebbe e presumibilmente potrebbe farlo, oltre un terzo ritiene che il soggetto più appropriato per guidare lo sforzo sia il presidente d’Israele Isaac Herzog, mentre il 39% ritiene che i più adatti al compito sarebbero esperti accademici e giuristi.

Le cinque tornate elettorali a cui gli israeliani sono stati sottoposti negli ultimi tre anni hanno intensificato e acuito la discordia interna alla società israeliana fino a livelli senza precedenti, se non nello scontro sul processo di pace con i palestinesi che portò all’omicidio di Rabin nel 1995.

Le controriforme giudiziarie promosse dal governo Netanyahu, mirano a cambiare il quadro costituzionale e la struttura di governo del paese – e con essa il carattere stesso dello Stato di Israele – ma vengono portate avanti nel contesto di una società già molto polarizzata.

Il ricorso da parte del governo ai suoi poteri nella massima misura possibile per introdurre cambiamenti così drammatici, in mezzo a profonde controversie, secondo le forze dell’opposizione israeliana mette in pericolo la tenuta e l’esistenza di Israele così come l’abbiamo conosciuta e di come è stata spacciata a livello internazionale.

I risultati del sondaggio del JPPI confermano i risultati di analoghi sondaggi. Secondo una ricerca pubblicata dall’Israel Democracy Institute, il 64% dell’opinione pubblica israeliana “è favorevole al dialogo tra i diversi schieramenti politici riguardo alle modifiche legislative proposte, allo scopo di arrivare a un compromesso”.

Ma da un lato, ci sono i sostenitori del “non si cede di un centimetro contro la riforma giudiziaria”, che appaiono spaventati per le sorti della democrazia in Israele e non sono disposti ad accettare il minimo compromesso.

Dall’altro, c’è un governo eletto di cui alcuni membri sono determinati a dare fondo a tutti i mezzi a loro disposizione pur di attuare le riforme che hanno in mente, e non sono disposti ad ascoltare obiezioni né a tentare di trovare un equilibrio tra le diverse posizioni. E molti temono la spirale negativa e che la violenza travolga il paese.

Di fronte alle proposte di mediazione con Netanyahu avanzate dagli ex primi ministri Gantz e Lapid, oggi all’opposizione, il Jerusalem Post riporta le dichiarazioni di Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu (partito di destra, ma di opposizione a Netanyahu, ndr), secondo cui “Non si può arrivare a nessun compromesso sulla riforma giudiziaria. Se dici che il governo vuole portarci a una dittatura al 100%, quindi che compromesso vuoi: una dittatura al 50%?!”.

Anche la leader dell’indebolito Partito Laburista, Merav Michaeli, ha criticato le proposte di compromesso affermando che: “Non ci sono compromessi sulla democrazia e non ci sono trattative con un imputato. Mi inquietano i messaggi che arrivano da Gantz e Lapid: questo è esattamente ciò a cui si oppongono i nostri manifestanti”.

Ovviamente tali preoccupazioni, al momento, non riguardano neanche lontanamente i rapporti di oppressione coloniale e di apartheid contro la popolazione palestinese, ma anche questo potrebbe essere un errore fatale per Israele.

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07/01/2023

USA - L’incubo della guerra civile nella percezione della società

Un sondaggio condotto a ottobre dal Rooney Center for the Study of American Democracy dell’Università di Notre Dame ha rivelato la consistenza delle serie preoccupazioni per lo stato della democrazia americana.

Poco più della metà degli elettori repubblicani (51,5%), più di un terzo dei democratici (35,1%) e quasi un quarto degli indipendenti (23%) ritengono che gli Stati Uniti siano sull’orlo di una nuova guerra civile.

“È davvero così brutto come sembra? La risposta è sì”, ha detto Matthew Hall, direttore del Rooney Center.

Il sondaggio è stato condotto dal 20 al 26 ottobre, quindi prima delle elezioni di Mid Term, utilizzando un campione scientifico rappresentativo della popolazione americana.

Il sondaggio, che ha incluso 1.500 adulti dai 18 anni in su, ha anche esaminato l’impatto delle audizioni pubbliche del Comitato della Camera sull’attacco del 6 gennaio 2021 al Campidoglio. Mentre più di due terzi dei democratici e più di un terzo dei repubblicani hanno affermato di aver prestato attenzione alle audizioni, solo il 32% dei democratici, l’11% dei repubblicani e l’8% degli indipendenti affermano che le audizioni hanno cambiato il loro modo di pensare sulla rivolta.

Molti repubblicani rimangono scettici sui risultati delle elezioni presidenziali del 2020 e delle prossime elezioni e mettono in dubbio la stabilità del sistema di governo statunitense. Quasi la metà degli intervistati repubblicani ritiene che “Joe Biden e i Democratici abbiano rubato le elezioni presidenziali del 2020” e poco più della metà concorda sul fatto che ci sarà una notevole quantità di frodi elettorali in tutto il paese nelle elezioni di medio termine.

In particolare, il 22% dei democratici e il 44% dei repubblicani intervistati concordano anche sul fatto che il “vero stile di vita americano” sta scomparendo così velocemente che “potremmo dover usare la forza per salvarlo“.

Poco più della metà dei repubblicani (51,5%), più di un terzo dei democratici (35,1%) e quasi un quarto degli indipendenti (23%) ritengono che gli Stati Uniti siano sull’orlo di una nuova guerra civile.

“Questi numeri sono incredibilmente alti“, ha detto Hall. “Sebbene altre domande del sondaggio abbiano mostrato che pochissimi partecipanti hanno dichiarato di essere disposti a impegnarsi nella violenza politica o a sostenerne l’uso, sembra che tutti se lo aspettino. È una giustapposizione interessante, anche se preoccupante.”

Un altro sondaggio condotto a settembre, in questo caso dal Center for Politics, ha rivelato che l’80% degli elettori di Biden e l’84% degli elettori di Trump considerano i funzionari eletti dell’altro partito come “un pericolo chiaro e presente per la democrazia americana“.

Ha anche riferito che il 41% degli elettori di Biden e il 52% degli elettori di Trump sono favorevoli a che gli stati rossi o blu (democratici e repubblicani) si separino dall’Unione per formare il proprio stato separato, con il 30% dei repubblicani e l’11% dei democratici pronti a ricorrere alla violenza per salvare il paese.

L’editorialista del Los Angeles Times, Nicholas Goldberg, ha scritto a dicembre che non ritiene che gli Stati Uniti siano a rischio di guerra civile, ma tre quarti del suo articolo sono sembrati più un esorcismo che una analisi, tant’è che nella conclusione scrive:

“Negli anni a venire, gli Stati Uniti potrebbero calmarsi e tornare al vecchio status quo, o forse le Cassandre hanno ragione e dovremo affrontare una vera e propria guerra civile o una prolungata insurrezione di guerriglia o una guerra civile ‘fredda’, caratterizzata, come alcuni hanno speculato, per faziosità, diffidenza e paralisi”.

Dal canto suo il New York Times ha ospitato una tavola rotonda tra vari autori di reportage, servizi e articoli sul tema del rischio guerra civile dal titolo: “L’America sta andando verso una nuova guerra civile?”

L’editorialista di Politico, Rich Lowry, ha messo le mani avanti contro tale rischio, ma per non cadere indietro ha sottolineato come “non c’è dubbio che la nostra politica è in perenne stato febbrile; che un ex presidente degli Stati Uniti nega ancora oggi la legittimità della sua sconfitta nelle elezioni del 2020 e ha fatto di quella tesi un pilastro centrale del suo ancora potente movimento politico; e che la fiducia nelle nostre istituzioni è a un livello basso”, scrive Lowry aggiungendo che “è del tutto possibile che sperimenteremo più violenza politica, e sarebbe una tragedia. Ma difficilmente sarebbe senza precedenti nella nostra vita nazionale e non costituirebbe nulla di lontanamente simile a una guerra civile”.

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30/12/2022

L’Italia alle prese con una brusca polarizzazione sociale verso il basso

L’Ipsos e l’area studi della Lega delle Cooperative hanno presentato il rapporto “FragilItalia. L’ascensore sociale bloccato“.

Dai dati emerge un Italia come un paese segnato da fratture sociali sempre più profonde – per più di 6 italiani su 10 sono quella tra ricchi e poveri e quella tra onesti e disonesti – dove ben il 66% percepisce di essere collocato nella parte inferiore della piramide sociale e individua la netta percezione di un blocco sostanziale “dell’ascensore sociale”, con meno di 4 italiani su 10 che ritengono che i propri figli possano aspirare ad una posizione sociale migliore della propria.

Il Report “FragilItalia L’ascensore sociale bloccato”, è stato elaborato in base ai risultati di un sondaggio condotto su un campione rappresentativo della popolazione, per testarne le opinioni.

Le fratture sociali più forti – si legge nel rapporto – vedono a pari merito quelle tra ricchi e poveri e tra onesti e furbetti (61%, ma, rispettivamente, 66% e 67% nel ceto popolare), seguite, al terzo posto, da quella tra il popolo e le elìte (56%, 64% tra gli over 65) e al quarto e quinto posto, ancora a pari merito, quelle tra italiani e immigrati e tra lavoro stabile e lavoro flessibile (46%).

C’è poi la percezione della propria collocazione nella “piramide sociale” del paese in base al reddito e alle condizioni di vita.

Qui quasi un terzo (il 27%) ritiene di appartenere al ceto medio e solo il 6% alla classe ricca; di contro, ben il 66% degli intervistati ritiene di appartenere alla parte inferiore della scala sociale. In particolare, il 39% al ceto medio “in declino” (inteso come persone la cui posizione sociale è in discesa, titolari di un reddito che non permette lussi); il 15% al ceto fragile (chi arriva a fine mese con difficoltà) e l’11% alla lower class (chi ha meno del necessario o si sente povero).

Emerge dunque un quadro di fortissima polarizzazione sociale verso il basso, confermato anche dalle relative dinamiche avvertite dalla popolazione negli ultimi anni.

Solo il 5% degli intervistati ritiene che la propria posizione sia migliorata e per il 31% è rimasta uguale ad un livello medio o alto; per il 38% è rimasta uguale ad un livello basso o popolare; per il restante 26% è invece peggiorata (per il 19% peggiorata, per il 7% molto peggiorata). Una tendenza che si proietta anche nel prossimo futuro e condiziona le aspettative di una posizione sociale migliore per i figli, con differenze in relazione al ceto di appartenenza.

Tra gli appartenenti al ceto medio, il 35% pensa che i figli potranno migliorare la posizione rispetto alla famiglia di provenienza; il 53% che la manterranno invariata; il 12% che scenderanno più in basso nella scala sociale. Nei ceti popolari, il 37% esprime aspettative di miglioramento per i figli e il 40% pensa che potranno mantenere la stessa posizione. Ma il 23% (quasi il doppio rispetto agli appartenenti al ceto medio) ritiene che la peggioreranno rispetto alla famiglia di provenienza.

Sulle motivazioni alla base del peggioramento delle condizioni sociali, per gli italiani ai primi due posti figurano i salari troppo bassi (indicati dal 55%, e 59% nel ceto medio-basso) e la precarizzazione del lavoro (49%), seguiti dalle tasse eccessive (42%) e dalla corruzione (42%). Al quinto e al sesto posto, a pari merito (con il 27%) l’incapacità dei partiti di difendere le persone economicamente più fragili e l’aumento dei divari negli stipendi tra manager e lavoratori.

A completare la rilevazione, è stato chiesto quali sono gli elementi che possono consentire il riscatto sociale e quali, al contrario quelli che lo affossano. Riguardo ai primi (il riscatto) il 48% ha indicato la capacità di fare sacrifici; il 45% la capacità di risparmiare; il 37% il lavorare tanto; il 34% l’aver studiato; il 33% il sostegno della famiglia di origine. Rispetto ai secondi (gli ostacoli al riscatto), al primo posto risultano le tasse (42%), seguite dalla furbizia e disonestà degli altri (35%), la precarietà e la paura di rischiare (entrambe al 26%), la sfortuna (il 20%) e l’accontentarsi del poco che basta (19%).

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20/01/2021

USA - Inaugurazione della presidenza o giorno del giudizio?

Fra una manciata di ore si compirà l’atto finale: Joe “Sleepy” Biden giurerà fedeltà al suo popolo e alla sua nazione in una capitale blindata dalla Guardia Nazionale.

Proseguono le indagini e gli arresti in un clima di diffidenza ed incertezza politica, mentre Trump vola in Florida snobbando il rivale, e lasciando fra le macerie un paese difficile da ricostruire.

Un’inchiesta federale potrebbe contribuire ad un inasprimento della crisi all’interno del Partito Repubblicano.

Nel frattempo, la falce della grande mietitrice recide migliaia di vite al giorno, andando ad ingrossare i numeri della pandemia da Covid-19 (oltre 400.000, ad oggi).

Ci siamo. Gli occhi del mondo sono di nuovo tutti puntati oltreoceano, verso il cosiddetto “Nuovo Mondo”. Ma se il giorno dell’Epifania, il giorno dell’assalto alla sede del Congresso USA, tutti – più o meno ipocritamente – inorridivano davanti ad una azione/reazione praticamente annunciata, oggi, verosimilmente, dovrebbe essere il Giorno della pacificazione. Il giorno in cui il Grande Paese formalizzerà la svolta che, simbolicamente, dovrebbe rappresentare l’inizio di una ricostruzione.

Dovrebbe... il condizionale è d’obbligo.

L’America, la “culla della democrazia”, si è scoperta come una nazione instabile oltre misura ed estremamente debole. Sarà un’impresa veramente improba tentare di ricostruire la frattura oramai incistatasi nel suo popolo, quel melting pot che ancora non è riuscito a trovare la sua unitarietà, dopo più di due secoli di indipendenza dal giogo della “pomposa ed arrogante” monarchia britannica.

La capitale del paese, a due settimane dall’assalto a Capitol Hill, è ancora blindata e sta ospitando 25.000 uomini della Guardia Nazionale che da giorni, ormai, dormono nella sede del Congresso.

Per le vie di Washington si respira un’aria da “effetto Sadat”, come lo chiamano gli americani: checkpoint agli ingressi della città, pattugliamento delle vie per paura di attentati imminenti, fermi continui per controllo documenti, il tutto in un clima sicuramente non disteso ed in un’atmosfera sospesa.

La potenza da tutti additata e riconosciuta come “arbitro” del mondo dimostra invece, in questi giorni, una debolezza ed una incertezza che provengono da un sentimento che i pionieri conoscevano bene, ma che i moderni americani hanno ormai dimenticato: la paura di essere attaccati, la paura dell’ignoto.

Continuano le indagini sull’assalto al Congresso, e tra le organizzazioni “sotto osservazione” ci sono una serie di gruppi appartenenti all’area delle milizie armate alt-right, gli Oath Keepers, i Three Percenters (che prendono il nome dalla percentuale di popolazione che partecipò alla guerra contro il “cugino” britannico, appunto il 3%), ma soprattutto una vecchia conoscenza – oramai – come The Proud Boys, il cui leader, Tarrio, rilascia interviste a raffica, fra proclami di guerra ed appoggio incondizionato al suo mentore Donald Trump e comunicati più rassicuranti.

Una studentessa è stata arrestata per aver trafugato il pc di Nancy Pelosi e per aver tentato di venderlo ai servizi russi. Diversi fermi sono stati effettuati in un numero imprecisato di stati dove si sono svolte, durante il week end, manifestazioni pro-Trump. Pacifiche, ma armate.

La notizia più sostanziosa però, trapelata da fonti attendibili, sta nell’audio di un video girato durante l’assalto: le frasi che si scambiano gli assalitori dimostrano senza ombra di dubbio che i “patriots” avevano almeno una talpa che li ha favoriti all’interno di Capitol Hill, fornendogli indicazioni sulle “vie di fuga” che avrebbero seguito i parlamentari e l’ubicazione delle loro stanze, accompagnandoli addirittura il giorno prima in un sopralluogo.

Le intenzioni, secondo fonti dell’FBI, erano quelle di rapire probabilmente il vice presidente Mike Pence, considerato dai “trumpisti” un traditore e forse anche altri parlamentari. Al momento si sa che sono indagati tre parlamentari del GOP (repubblicani) e che il partito sta riflettendo sulla loro espulsione se verranno riconosciuti colpevoli.

Questo è un punto cruciale che dovrebbe far riflettere: il tycoon newyorkese uscente ha intenzionalmente indebolito il partito repubblicano, spaccandolo così come ha fatto con il proprio paese, sapendo che nel paese da tempo serpeggiano sentimenti di rancore e rivolta nei confronti delle istituzioni federali. E che tutto questo lo avrebbe portato ad avere un seguito significativo.

Per ora ha annunciato che non parteciperà alla cerimonia del giuramento di Biden, come fece il democratico Andrew Johnson che snobbò Ulysses S. Grant nel 1869, ed è in partenza per la Florida. Il saluto ufficiale l’ha lasciato fare alla moglie, Ivana.

Ultimo suo atto: è pronto a concedere la grazia e a commutare la pena ad una lunga lista di persone. Secondo la CNN, tra coloro ai quali verrà concesso il “perdono” giudiziario, ci sono diversi colletti bianchi condannati per reati vari, rapper di alto profilo, vecchi amici e alleati, ma non persone come Steve Bannon o Rudolph Giuliani. E non ci sarà lo stesso tycoon.

Il compito che attende Sleepy Joe, comunque non è da poco, perché la difficoltà estrema a mettere in pratica buona parte del suo ambizioso programma elettorale potrebbe favorire l’esplosione delle eterne contraddizioni interne alla potenza capitalistica occidentale, soprattutto in un paese diviso ed in piena crisi pandemica.

In 100 giorni, o poco più, il neo presidente prevede di vaccinare un terzo della popolazione, di rientrare nei Trattati di Parigi sul clima, di riformare il sistema di accoglienza, le leggi e le politiche sull’immigrazione, cancellando anche l’infame muslim ban, di prorogare (badate bene: prorogare, non cancellare) la restituzione dei prestiti accesi dagli studenti per la propria formazione, visto che in America, se vuoi formarti ad un certo livello, devi purtroppo indebitarti, accedendo a prestiti a tassi improponibili. Molto popolare dovrebbe invece risultare l’idea di “premiare” ogni cittadino – con i requisiti richiesti – con un assegno di 1400 dollari direttamente sul conto corrente.

Ma alla faccia dei numeri, un sondaggio, redatto dalla CBS YouGov mostra un paese alquanto singolare: per gli americani la minaccia più grande all’american way of life, tanto caro a The Donald e ai suoi patriots, non proviene dall’esterno (solo per l’8%), né lo sono i disastri naturali o i virus (17%), né le forze economiche (per il 20%). Il più forte pericolo percepito dall’americano medio, la vera minaccia, è “l’altro” (in inglese nel sondaggio statistico è proprio scritto “other people in America”).

Il 51% della popolazione pensa che la violenza politica crescerà, nel prossimo futuro, solo il 18% pensa il contrario.

Il 49% della popolazione pensa che Biden prenderà le giuste decisioni per il paese, mentre il 50%, no. La percentuale per Trump era molto più bassa, 38% mentre per Barack Obama era il 61%. Percentuali che fanno riflettere. Non sarà una passeggiata di salute.

È vero che 6 americani su 10 ritengono che Biden sia stato eletto legittimamente (poco più della metà in fondo), ma, per tornare alla riflessione sui partiti e sulla loro forza, per 7 repubblicani su 10 le elezioni sono state verosimilmente irregolari.

Joe “Sleepy” Biden ha intitolato la giornata dell’Inaugurazione, poco realisticamente “American United”.

Oggi assisteremo ad un’inaugurazione sotto l’ombra dell’incertezza, del timore, e con lo spettro della violenza sullo sfondo, oltre che nell'”allestimento”.

C’è già stata, nella storia americana, una cerimonia di inaugurazione che si è svolta negli stessi timori, con i medesimi stati d’animo, al cospetto di un paese altrettanto diviso: era l’11 febbraio 1861 ed il presidente eletto fu Abramo Lincoln.

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