Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo”, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.
Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.
Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il Mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.
La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.
Rotte energetiche sotto pressione
La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.
Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.
Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.
Anche i mercati dei fertilizzanti si sono adeguati grazie all’ingresso di fornitori alternativi, sebbene i prezzi rimangano elevati.
I flussi commerciali sono stati reindirizzati attraverso porti e corridoi alternativi, mentre il traffico globale di container è aumentato del 3,9% fino a luglio.
Di conseguenza, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del commercio di merci per il 2026, portandole dall’1,9% al 3,9%, con una crescita prevista al 4,1% nel 2027.
Il boom del commercio legato all’intelligenza artificiale
La forte domanda associata agli investimenti nell’Intelligenza Artificiale ha contribuito a compensare i danni causati dalla guerra in Medio Oriente.
Semiconduttori, server e altri beni che sostengono l’Intelligenza Artificiale hanno rappresentato il 47% dell’aumento del valore del commercio globale di merci durante la prima metà del 2026. Il commercio di questi prodotti è aumentato del 67% su base annua, accelerando un’espansione già evidente nei due anni precedenti.
Tuttavia, i benefici derivanti dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale e dall’espansione del commercio sono stati distribuiti in modo diseguale. Il commercio di servizi e le regioni esposte ai combattimenti hanno sofferto maggiormente.
Si prevede, ad esempio, che il commercio di servizi commerciali crescerà solo del 3,3% quest’anno, un dato nettamente inferiore alla precedente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 4,8%.
Nonostante guerre e tensioni geopolitiche, il commercio globale ha continuato a funzionare, con le catene di approvvigionamento che si sono adattate alle interruzioni e le spedizioni che si sono spostate verso rotte e fornitori alternativi.
Il commercio sopravvive alle fratture
Un nuovo modello sta emergendo man mano che l’economia mondiale si adatta alla frammentazione geopolitica. Circa un quinto del commercio globale di merci avviene tra economie geopoliticamente distanti tra loro.
I conflitti in Medio Oriente e i crescenti rischi logistici stanno rimodellando le rotte commerciali. Mentre gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono diminuiti, le relazioni commerciali con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Messico continuano ad espandersi.
La concentrazione della produzione strategica in determinati Paesi rappresenta un’ulteriore vulnerabilità. La Cina domina la fornitura di magneti per motori elettrici, i Paesi Bassi e il Giappone occupano posizioni cruciali nella produzione di apparecchiature per semiconduttori e Taiwan rimane centrale nella produzione di microprocessori avanzati.
Eppure, al di là di questa apparente resilienza, il Fondo Monetario Internazionale individua tre principali minacce per l’economia globale: gli elevati prezzi dell’energia, il crescente debito pubblico e la rapida espansione degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.
I costi energetici alimentano l’inflazione, mentre l’aumento del debito rende sempre più difficile il finanziamento. L’Intelligenza Artificiale promette notevoli incrementi di produttività, ma le sue enormi esigenze finanziarie introducono ulteriori rischi in un sistema già sotto pressione.
La politica dell’austerità
La prossima sfida non sarà semplicemente chi produce di più, ma chi riesce a produrre in modo più efficiente.
I guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale potrebbero diffondersi rapidamente, ma relativamente pochi Paesi sono in grado di beneficiarne appieno. Le disuguaglianze che ne derivano rischiano di acuire le divisioni economiche e politiche esistenti.
Nel frattempo, il boom dell’Intelligenza Artificiale sta generando pressioni inflazionistiche. Le spese in conto capitale, che raggiungono migliaia di miliardi di dollari, insieme ai costi operativi che ammontano a centinaia di miliardi, stanno mettendo a dura prova le risorse finanziarie.
Le difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, dovute alle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, potrebbero protrarsi fino al 2027. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, inoltre, manterrà i governi con un debito eccessivo, sotto crescente pressione sui bilanci.
Le economie avanzate sono tra le più esposte. Gli shock energetici e alimentari continuano a spingere l’inflazione, mentre i programmi di elettrificazione e la crescente domanda di elettricità da parte dei centri dati mettono a dura prova i sistemi energetici.
Guerre tariffarie, spese militari e indebitamento pubblico non faranno che aumentare la pressione.
La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sottolineato la necessità di disciplina monetaria e di decisioni fiscali difficili, poiché i governi si trovano ad affrontare queste pressioni.
Tra i Paesi che si trovano ad affrontare le maggiori difficoltà figurano Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.
In Francia, gli sforzi per imporre tagli alla spesa e avvicinare il deficit di bilancio al limite di Maastricht del 3% del PIL hanno incontrato una forte resistenza popolare. Il potere d’acquisto si è deteriorato, i servizi pubblici ne hanno risentito e l’austerità è diventata un terreno di scontro politico.
Anche il Giappone si trova ad affrontare difficoltà economiche, con il Primo Ministro Sanae Takaichi sotto pressione per conciliare le richieste dell’opinione pubblica con i vincoli di bilancio del Paese.
La stessa battaglia tra austerità e tenore di vita si profila all’orizzonte anche in altre economie avanzate, in particolare in Europa.
Il neoliberismo raggiunge il punto di ebollizione
Il neoliberismo è sotto pressione da anni. Ora la situazione sta per precipitare. Le economie nazionali e il sistema finanziario internazionale non possono continuare indefinitamente sulle stesse basi.
Si consideri l’enorme volume del debito. Secondo l’Istituto di Finanza Internazionale, il debito globale ha raggiunto i 365.500 miliardi di dollari (326,4 mila miliardi di euro) nella prima metà del 2026, con un aumento di oltre 10.000 miliardi di dollari (8.930 miliardi di euro).
L’aumento dei costi di finanziamento e l’enorme fabbisogno di finanziamento pubblico hanno già scosso i mercati obbligazionari.
Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha messo in guardia sui pericoli che corrono i governi la cui capacità fiscale è stata ridotta dalla debole crescita e dai ripetuti shock economici.
Quando i costi di finanziamento aumentano mentre la crescita si indebolisce, il debito diventa più difficile da gestire. I governi subiscono una pressione crescente per aumentare la spesa, anche se gli investitori richiedono rendimenti più elevati per finanziarla.
La fine del denaro facile
Le prospettive economiche del Fondo Monetario Internazionale di ottobre descrivono un’economia globale che rimane resiliente ma sempre più vulnerabile alle pressioni fiscali, al rinnovarsi delle tensioni commerciali e a un’inversione di tendenza nelle aspettative di investimento nell’Intelligenza Artificiale.
L’era del credito a basso costo sta volgendo al termine, ponendo fine a quasi due decenni di denaro facile.
Per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, i bassi tassi di interesse hanno consentito ai responsabili politici un ampio margine di manovra. Questo contesto sta scomparendo con l’aumento dei costi del servizio del debito.
Nel frattempo, le aspettative legate all’Intelligenza Artificiale continuano a spingere al rialzo i mercati azionari. I principali produttori asiatici di microprocessori e apparecchiature correlate stanno registrando una crescita straordinaria delle esportazioni.
Tuttavia, l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale è diventato eccessivo. Le valutazioni sono gonfiate dalle aspettative di utili futuri che potrebbero non concretizzarsi mai nella misura prevista dagli investitori.
La bolla dei titoli tecnologici non può espandersi all’infinito. L’unica domanda è come e quando arriverà il momento della resa dei conti.
I mercati obbligazionari sono già alle prese con pressioni strutturali intensificate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio.
Shock climatici e crisi alimentare
La crescente interazione tra i cicli climatici naturali e l’aggravarsi della crisi climatica minaccia di aggravare i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale.
Un El Niño intenso, un riscaldamento periodico delle acque dell’Oceano Pacifico che sconvolge i modelli meteorologici in tutto il Mondo, potrebbe causare siccità prolungate, piogge eccessive e gravi danni alla produzione agricola, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari e gonfiando le pressioni inflazionistiche.
I Paesi dell’America Centrale sono esposti a rischi di siccità ricorrenti, mentre le piogge monsoniche sempre più irregolari minacciano la produzione agricola in alcune zone dell’Asia.
Anche l’Europa ha subito ondate di calore intense e bassi livelli idrici, con conseguenti interruzioni della navigazione lungo importanti corsi d’acqua come il Reno e il Danubio, e una riduzione del traffico fluviale che potrebbe costare miliardi di euro.
L’impatto sui prodotti agricoli potrebbe essere considerevole, in particolare per zucchero, semi oleosi, olio di palma e riso, la cui produzione è altamente vulnerabile alla siccità e alle piogge eccessive. Per i Paesi più poveri, già alle prese con elevati costi di importazione, un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe aggravare le carenze e rendere i beni di prima necessità sempre più inaccessibili.
Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e altre istituzioni internazionali potrebbero trovarsi ad affrontare crescenti richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi che faticano a garantire un approvvigionamento alimentare adeguato.
Una tregua temporanea nelle guerre commerciali
L’indebitamento globale record e la possibilità di un altro crollo del mercato obbligazionario rimangono tra i maggiori pericoli per il sistema finanziario.
Una brusca correzione dei titoli tecnologici potrebbe aggravare il danno, innescando potenzialmente una più ampia instabilità finanziaria e persino una crisi bancaria.
Quasi nessun Paese può sfuggire agli effetti di prolungate carenze di approvvigionamento e dell’aumento dei prezzi, in particolare di energia e cibo. Con il debito globale a livelli record e i mercati finanziari sempre più vulnerabili, l’economia mondiale ha un disperato bisogno di respiro.
La guerra dei dazi tra Washington e Pechino ha subito una temporanea tregua in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sebbene ciò che seguirà rimanga incerto. Le economie avanzate europee sono già sottoposte a forti pressioni economiche, mentre i crescenti costi della crisi climatica aggravano le loro difficoltà.
Né Washington né l’Unione Europea possono permettersi facilmente un altro scontro militare di vasta portata, per quanto avventata possa rivelarsi la loro dirigenza politica.
Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno validi motivi per allentare la tensione, almeno temporaneamente. Una guerra commerciale incontrollata infliggerebbe ulteriori danni al commercio, agli investimenti tecnologici e alla stabilità finanziaria, mentre un periodo di relativa calma potrebbe dare alle loro economie in difficoltà un margine di manovra.
Il terreno scivoloso della multipolarità
È improbabile che il mondo si divida nettamente in due blocchi ostili come accadde durante la Guerra Fredda. Al contrario, sta emergendo una forma di multipolarità più fluida e pericolosa, in cui i Paesi possono cooperare militarmente con gli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina e perseguire collaborazioni energetiche con la Russia contemporaneamente.
La multipolarità è diventata una necessità, ma finché non saranno stabilite le regole e gli equilibri di potere, ogni ulteriore centro di influenza comporta un altro potenziale scontro.
Anche una soluzione temporanea in Ucraina difficilmente garantirebbe una pace duratura in Europa, dove la NATO e l’Unione Europea potrebbero cercare nuove arene di confronto con la Russia, che si tratti dei Paesi baltici, della Moldavia o di Kaliningrad.
Nessuna tregua per l’Asia occidentale
Mentre le grandi potenze cercano soluzioni temporanee altrove, l’Asia Occidentale rimane un campo di battaglia, con le sue popolazioni che pagano il prezzo più alto. La geografia dell’instabilità si estende dal Marocco all’Afghanistan, da Cipro all’Iran e dalla Turchia all’Oman, ben oltre il territorio tradizionalmente associato al cosiddetto “Progetto del Grande Medio Oriente” di Washington.
Anche il Corno d’Africa è entrato a far parte di questi calcoli, con Etiopia, Eritrea, Somalia, Puntland, Somaliland e Gibuti coinvolti nella lotta per le rotte marittime, le posizioni militari e i corridoi commerciali. L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in agosto, riflette la crescente dipendenza dagli accordi militari regionali.
Il patto è stato attivato in ottobre nel contesto del rinnovato confronto tra Arabia Saudita e Yemen, sebbene Ankara abbia escluso l’invio di truppe a sostegno di Riad, offrendo invece supporto difensivo. L’Imperialismo Occidentale si sta rivolgendo sempre più alle potenze regionali per controllare la regione e salvaguardare i propri interessi, lasciando ai suoi “gendarmi” appena nominati il compito di togliere le castagne dal fuoco.
Notti insonni nei palazzi
In tutto il Medio Oriente, si stanno elaborando piani per nuovi gasdotti, ferrovie, autostrade e corridoi commerciali per aggirare gli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandab. Persino i confini entrano a far parte dei calcoli, mentre le potenze regionali rivalutano le proprie posizioni e si preparano a ulteriori sconvolgimenti.
L’Asse della Resistenza non è stato distrutto e l’Arabia Saudita ha faticato a sottomettere le Forze Armate Yemenite allineate ad Ansarallah, nonostante anni di interventi militari.
Il Bahrein rimane vulnerabile a nuove rivolte tra la sua maggioranza Sciita, mentre il Libano si trova ad affrontare la minaccia di un’altra guerra interna. Le tensioni persistono intorno a Cipro e Israele e Turchia sono impegnate in un’aspra lotta per l’influenza in Siria, dove interessi contrastanti si intersecano sempre più con i piani per nuovi corridoi energetici.
A Damasco, il Presidente siriano autoproclamato Ahmad al-Sharaa, ex capo di Al-Qaeda noto come Abu Mohammad al-Julani, è tirato in direzioni diverse dalle potenze regionali e internazionali. Resta da vedere per quanto tempo riuscirà a rimanere al potere, destreggiandosi tra le loro esigenze contrastanti.
Nel frattempo, le monarchie del Golfo hanno investito somme ingenti nella trasformazione delle loro economie, da centri di esportazione energetica a poli di eccellenza per la tecnologia finanziaria, l’Intelligenza Artificiale, le infrastrutture dati, il settore immobiliare e il commercio internazionale.
Le loro ambizioni, sostenute da investimenti per migliaia di miliardi, si scontrano ora con le conseguenze di una guerra che ha messo a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture stesse su cui si basano i loro piani di diversificazione.
Avendo già subito perdite considerevoli, i sovrani del Golfo potrebbero dover attendere un’altra primavera per realizzare le loro ambizioni post-petrolifere. Nei loro sontuosi palazzi, i Re e gli Emiri del Golfo dormono ora nell’inquietudine, temendo una rivoluzione interna e attacchi missilistici dall’estero.
Note
* Il rentismo (o capitalismo rentista) è un sistema economico e sociale in cui il reddito principale non deriva dal lavoro produttivo, dall’innovazione o dalla creazione di beni e servizi, ma dallo sfruttamento di posizioni di vantaggio, di proprietà o di rendite finanziarie.
** Lo sterminismo (o tesi sterminazionista) è il termine storiografico utilizzato per indicare la tesi scientifica secondo cui lo Stato Nazista programmò e attuò deliberatamente lo sterminio sistematico e di massa degli ebrei (la Shoah) e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale)
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/10/2026
L’economia mondiale ha i giorni contati
18/10/2026
Dopo un'estate bollente arriva il super Nino
L’estate 2026 verrà ricordata tra le più calde mai regitsrate (per Europa e Italia un record assoluto) ed è solo il preludio ad un fenomeno meteorologico planetario (El Niño) che, secondo le previsioni degli scienziati, sarà il più intenso degli ultimi mille anni.
Si stima che provocherà gravi perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali e condizioni meteorologiche devastanti, rischiando di “spingere 50 milioni di persone verso una condizione di grave insicurezza alimentare”.
Eppure, i media mainstream continuano a non collegare questi eventi al cambiamento climatico. Il fenomeno è sempre più evidente e ormai un paradosso anche di fronte a eventi catastrofici come quelli accaduti in Nepal, o nelle nostre stesse regioni.
Nonostante i titoli sul caldo estremo, la maggior parte dei servizi giornalistici non ha fatto alcun riferimento al cambiamento climatico, né alle 57 aziende di combustibili fossili responsabili dell’80% delle emissioni globali di carbonio dal 2016 a oggi, né alle industrie che ne rendono possibile l’attività, come quella della comunicazione.
È l’opera migliore, quella più meschina e viscida, è quella realizzata dal marketing delle grandi compagnie petrolifere. Mentre i colossi del petrolio realizzavano profitti per 93 miliardi di dollari in soli tre mesi (di extra profitti non se ne parla anzi, noialtri li eleviamo a eroi) grazie alla guerra in Iran (per non parlare di ciò che accadde col gas appena si aprì il fronte ucraino) le loro agenzie continuavano ad applicare la strategia di occultamento creativo.
Le campagne pubblicitarie odierne presentano petrolio e gas come risorse indispensabili per la sicurezza energetica e la stabilità economica, proprio mentre la domanda di questi combustibili sta rallentando e solare e fotovoltaico hanno coperto insieme la quota maggiore (27%) della crescita della domanda globale di energia.
In pratica abbiamo le soluzioni necessarie, ma l’industria dei combustibili fossili alimenta paura e insicurezza per ritardare le azioni.
Al riguardo, è uscito il rapporto periodico di Clean Creatives (che contiene un database pubblico) che mappa e documenta i legami commerciali tra le grandi aziende dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e le agenzie globali di pubbliche relazioni (PR) e pubblicità.
L’obiettivo dell’iniziativa è smascherare il supporto reputazionale e di marketing che l’industria dei combustibili fossili riceve da parte del settore creativo. Secondo Clean Creatives, le compagnie petrolifere e del gas non operano da sole per ripulire la propria immagine pubblica, ma si affidano ad agenzie che creano campagne di “greenwashing” e copertura strategica.
La portata dei dati è impressionante. Il rapporto infatti, raccoglie migliaia di contratti documentati a livello globale (provenienti da registri pubblici, candidature a premi di settore e portfolio creativi) che coinvolgono centinaia di agenzie di public relations e pubblicità e decine di grandi gruppi di holding internazionali.
La piattaforma permette di cercare in modo trasparente, agenzie, clienti e singoli contratti per verificare chi lavora con i colossi dell’energia. Introduce anche dei riconoscimenti satirici (F-Badges) per evidenziare comportamenti specifici delle agenzie, come collaborazioni di lunga data, contratti multipli o la partecipazione a campagne di greenwashing premiate nei festival della creatività.
Il progetto non si limita a denunciare ma punta a spingere i professionisti della comunicazione, i leader delle agenzie e i brand famosi a rifiutare contratti con il settore fossile, invitandoli a firmare un impegno formale (The Pledge) per orientare la creatività verso un futuro sostenibile.
Il report di Clean Creatives punta il dito sia contro i grandi committenti (le aziende energetiche) sia contro le holding e le agenzie di comunicazione che gestiscono i loro contratti.
Perché mentre noi guardiamo la Marini che cade, Spalletti che litiga o un politico che mente, mentre riceviamo notizie su questi fatti senza che nessuno mai dica quali sono le cause (lo fanno volutamente), ci facciamo condizionare pure da gente che continua a spingerci verso “quella” forma di consumo e che pian piano ci spinge ai limiti fisiologici del nostro corpo.
E se una volta l’estate era gioia e divertimento, adesso è reclusione e sgomento. Pensateci.
Fonte
21/07/2026
La lotta di classe a 40 gradi!
Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Non so se ci avete fatto caso, ma sono aumentate. Ovunque e in modo persistente. Quindi prevengo le obiezioni: mio nonno diceva che nel 1938... faceva caldo. Nel mio paesello di 42 anime la sera ci mettiamo la felpina e altre amenità. Il clima è una cosa, il meteo è un’altra cosa.
«Fa caldo» è diventata una frase quasi ironica. La pronunciamo davanti a un ventilatore, in una piazza svuotata, aspettando che la sera porti un po’ di sollievo. Intanto la statistica europea registra un’altra cosa. Tra il 22 e il 28 giugno 2026, nei ventisette Paesi e territori osservati da EuroMOMO, ci sono stati 10.650 decessi oltre il livello atteso.
Più di novemila riguardavano persone dai 65 anni in su. Ho letto bene gli studi e sono dati preliminari di mortalità per TUTTE le cause, soggetti alle correzioni dovute ai ritardi di registrazione. Nessun certificato consente ancora di attribuire al caldo ciascuna morte.
La coincidenza temporale, l’età delle vittime e l’assenza di un’altra grande causa epidemiologica rendono però l’ondata di calore la spiegazione più PLAUSIBILE, secondo gli esperti di EuroMOMO.
I dati
In Francia durante l’ondata di caldo Santé publique France ha rilevato 8.973 morti, 2.025 in più rispetto alla settimana precedente. L’aumento è stato del 29,1 per cento su scala nazionale e del 62,8 per cento nell’Île-de-France. I decessi avvenuti a casa sono cresciuti del 91 per cento; nelle strutture per anziani del 37 per cento. Anche questi numeri sono provvisori e coprono circa il 60 per cento dei certificati di morte. Dicono già qualcosa di importante: per molte persone (sole o povere) la casa ha smesso di essere un riparo (Santé publique France).
In Germania, il Robert Koch-Institut ha stimato 5.120 morti associate al caldo fino alla fine di giugno, 4.310 concentrate tra il 22 e il 28. Più di quattro vittime su cinque avevano almeno 75 anni. Si tratta di una stima modellistica, costruita confrontando temperatura e andamento dei decessi, dunque appartiene a una categoria diversa dal conteggio EuroMOMO e i due numeri non vanno sommati (Robert Koch-Institut, Reuters).
In Inghilterra e Galles, un’analisi rapida della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato oltre 2.700 morti legate al caldo tra maggio e giugno, circa 2.200 durante l’episodio del 18-28 giugno. Il 60 per cento aveva più di 85 anni e il 42 per cento del totale stimato sarebbe attribuibile al calore aggiunto dal cambiamento climatico causato dalle attività umane (sostengono gli studiosi). Anche questo è un risultato modellistico, in attesa delle valutazioni ufficiali (LSHTM).
Una cosa è certa: giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai misurato nell’Europa occidentale. La temperatura media della regione ha raggiunto 20,74 °C, oltre tre gradi sopra la media del periodo 1991-2020. A scala globale è stato il secondo giugno più caldo, con una temperatura media superiore di 1,39 °C al livello preindustriale (Copernicus Climate Change Service).
Il famigerato 2003
Il confronto con il 2003 aiuta a capire quanto il clima sia cambiato nel tempo di una generazione. Quell’estate provocò oltre settantamila morti aggiuntive in Europa. Un’analisi di World Weather Attribution mostra che un caldo diurno simile a quello osservato nel giugno 2026 era circa dieci volte meno probabile nel clima del 2003; per le notti estreme, la probabilità era oltre cento volte inferiore. Con le condizioni climatiche di allora, le giornate più roventi sarebbero state in media più fresche di circa due gradi e le notti di 1,3 gradi (World Weather Attribution, studio europeo sul 2003).
Un decimale può sembrare trascurabile dentro una media annuale. Due gradi in più dentro una camera da letto, durante una notte senza recupero fisiologico, decidono quanto a lungo il cuore e i reni riescono a compensare. Il calore ostacola la dispersione della temperatura corporea, aumenta lo sforzo cardiovascolare e favorisce disidratazione, danno renale e scompensi respiratori.
L’Organizzazione mondiale della sanità lo considera la principale causa di morte tra gli eventi meteorologici estremi; tra il 2000 e il 2019 ha stimato circa 489.000 decessi annui legati al caldo nel mondo, con il 36 per cento in Europa (OMS).
Chi muore di caldo? La classe proletaria
Dire che il caldo colpisce tutti è corretto soltanto sul piano termometrico. Il corpo anziano disperde calore con maggiore difficoltà, la sete arriva tardi, i farmaci possono modificare l’equilibrio dei liquidi. Se quella persona vive sola, possiede una pensione bassa e abita all’ultimo piano di un edificio poco isolato, la condizione biologica diventa una condanna a morte.
Nel 2003, uno studio sui decessi di Bologna, Milano, Roma e Torino trovò gli aumenti maggiori tra gli ultraottantacinquenni e tra le donne. A Roma la mortalità crebbe del 17,8 per cento nelle aree a basso livello socioeconomico; a Torino l’eccesso raggiunse il 43 per cento tra le persone con istruzione più bassa (Eurosurveillance).
La ricerca più recente ha allargato la scala. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Nature Health ha analizzato la mortalità giornaliera in 654 regioni di trentadue Paesi europei tra il 2000 e il 2019. Deprivazione materiale e disuguaglianza economica risultano associate a una maggiore suscettibilità alle temperature estreme. L’età avanzata, la difficoltà di mantenere la casa a una temperatura sicura e l’accesso diseguale alla sanità modificano il rischio.
Gli autori segnalano anche una complicazione importante: alcune regioni ricche e molto urbanizzate possono avere una mortalità da caldo elevata, a causa dell’isola di calore e della densità edilizia. La povertà accresce il pericolo; da sola, non esaurisce la spiegazione (Nature Health).
Poi c’è chi durante l’allerta deve continuare a lavorare. Un muratore sopra un tetto, una bracciante nei campi, un fattorino sull’asfalto ricevono il calore dall’aria, dal sole e dallo sforzo muscolare. La libertà di fermarsi dipende dal contratto, dal salario, dalla possibilità concreta di perdere una giornata.
Il progetto italiano WORKLIMATE, basato su 2,38 milioni di “infortuni” (chiamiamoli così) registrati tra il 2014 e il 2019, attribuisce alle alte temperature oltre quattromila infortuni professionali l’anno. Edilizia e agricoltura compaiono tra i settori a maggior rischio (Climate-ADAPT). L’Organizzazione internazionale del lavoro stima, su scala mondiale, 2,41 miliardi di lavoratori esposti a calore eccessivo e quasi diciannovemila morti professionali annue attribuibili a quell’esposizione (ILO).
Resta chi vive per strada. Una revisione degli studi condotti tra il 2019 e il 2024 descrive un’esposizione prolungata, scarso accesso all’acqua, ai luoghi freschi e alle cure, insieme a patologie che il caldo aggrava. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, circostanza che dovrebbe preoccupare: le persone più esposte sono anche quelle che entrano con maggiore difficoltà nelle statistiche sanitarie (Journal of Urban Health).
Chiamarla povertà energetica significa riconoscere che l’aria condizionata ha un prezzo doppio, quello dell’apparecchio e quello della bolletta. Significa, inoltre, vedere la differenza tra chi può lasciare la città e chi rimane in un appartamento che accumula calore fino all’alba.
La climatizzazione salva indubbiamente delle vite durante le emergenze; ma una politica pubblica vagamente seria deve evitare che la protezione dipenda dal conto corrente e deve ridurre gli sprechi attraverso isolamento, ombra, alberi, ventilazione e servizi di prossimità.
Chi scalda il pianeta e chi ne muore
La disuguaglianza riappare quando si guarda alle cause. Secondo l’IPCC, il dieci per cento delle famiglie con le emissioni più alte produce tra il 34 e il 45 per cento delle emissioni globali legate ai consumi; la metà più povera dell’umanità ne produce tra il 13 e il 15 per cento. La distanza cresce ancora agli estremi: l’impronta del primo uno per cento è stata stimata 175 volte quella dell’ultimo dieci per cento (IPCC, AR6 WGIII).
Un lavoro pubblicato su Nature Sustainability calcola che nel 2019 il dieci per cento più ricco fosse responsabile del 48 per cento delle emissioni, mentre la metà più povera arrivava al 12 per cento. Per l’uno per cento al vertice, una parte decisiva proviene dagli investimenti e dal possesso di capitale (Nature Sustainability).
La crisi climatica ha dunque una contabilità rovesciata. Chi contribuisce meno dispone spesso di una casa peggiore, di meno salute accumulata e di un lavoro che impedisce di sottrarsi all’esposizione. Chi contribuisce di più può acquistare isolamento, raffrescamento, tempo libero, una seconda abitazione. Il privilegio produce emissioni e vende a sé stesso l’adattamento. Sì il clima è la nuova lotta di classe.
Il 26 giugno, mentre l’Europa entrava nella settimana dei 10.650 morti in eccesso, il presidente del Senato Ignazio La Russa dichiarava: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo».
Quel plurale mette sullo stesso piano corpi e patrimoni che sullo stesso piano non sono. Ci si abitua meglio con una casa fresca, un reddito sicuro e la facoltà di sospendere il lavoro. Altrove, l’abitudine prende la forma di una chiamata al pronto soccorso, di un turno portato a termine con quaranta gradi.
Serve una politica climatica che unisca riduzione rapida delle emissioni e protezione sociale. Allerte comprensibili, visite agli anziani soli, centri freschi accessibili anche di notte, limiti vincolanti al lavoro nelle ore estreme, riqualificazione delle case popolari, energia essenziale garantita durante le ondate di calore. Sono interventi sanitari e misure di giustizia fiscale. Il loro costo va chiesto a chi ha costruito ricchezza consumando una quota sproporzionata dell’atmosfera comune.
La temperatura si misura in gradi. La possibilità di sopravvivere, per ora, si misura in reddito.
Fonte
19/07/2026
Le guerre e la geopolitica dei climatizzatori
L’impatto delle crisi internazionali sulle catene di approvvigionamento energetico è sempre più devastante, come dimostrano prima l’invasione dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz. A soffrire, non sono solo le industrie, ma anche la nostra quotidianità, sconvolta da violentissime e lunghe ondate di calore, che mettono sotto pressione la produzione e la distribuzione di elettricità. E soprattutto i suoi prezzi.
I danni collaterali
Il 2026 è un anno cruciale, uno spartiacque indiscutibile tra due età della diplomazia e delle relazioni internazionali che sembrano quasi diametralmente opposte. Si è passati da un certo rispetto delle regole (o, almeno, dal far finta di osservarle) a un approccio di “anarchia unilaterale”, dove la massima superpotenza planetaria (gli Usa) ha scelto di seguire una strategia squisitamente nazionale, non preoccupandosi dei partner e, men che meno, dei potenziali avversari. Ciò si è tradotto in un progressivo scollamento delle alleanze e nella creazione di uno stato di acuta contrapposizione tra i principali attori politici del pianeta. Una contrapposizione che si va cronicizzando. Questa escalation ha avuto effetti immediatamente visibili (la guerra che non si chiude in Ucraina, la sanguinaria rappresaglia israeliana a Gaza, lo sconclusionato attacco all’Iran) e, purtroppo, altri ne avrà nei mesi a venire, come danni collaterali “ritardati”. Uno di questi è legato alla soddisfazione del fabbisogno energetico, divenuto sempre più alto nelle società occidentali. E non solo a livello industriale.
Dal calore alla frescura
Purtroppo, prima l’invasione russa dell’Ucraina e ora la chiusura di Hormuz, conseguenza dei bombardamenti israelo-americani su Teheran, hanno dimostrato quale sia il tallone d’Achille, in particolare, dell’Europa. Lo shock economico patito da diversi Paesi (in primis Germania e Italia) per aver dovuto rinunciare al petrolio e al gas russi a prezzo “politico”, ha subito un ulteriore contraccolpo dalla crisi iraniana. E se non si metterà mano ai ripari, la situazione nei prossimi mesi estivi potrebbe anche peggiorare, per un semplice motivo che a molti programmatori è sfuggito: il consumo medio di elettricità, è vero, s’impenna notevolmente col freddo, d’inverno, per l’esigenza di garantire il riscaldamento domestico. Ma, da un paio d’anni, la situazione è cambiata. Nel senso che le ondate di calore, sempre più violente e persistenti, obbligano la popolazione a sfruttare l’azione dei climatizzatori h24 e a tutto regime. Basta guardare le statistiche, per accorgersi che i picchi di consumo elettrico camminano a braccetto con l’anticiclone africano e assieme ai mai tanto stramaledetti black-out. Questioni che non sono poi così facili da risolvere in occasione dei “picchi”, perché anche se hai l’energia elettrica a disposizione, devi poi distribuirla. Ed è necessario avere linee moderne, capaci di sopportare “carichi” straordinari. Insomma, entriamo nel difficile e, soprattutto, in una terra incognita poco esplorata in molti Paesi europei. Cioè, quella della programmazione, che deve essere fatta (è ovvio) senza avere il fiato sul collo delle emergenze.
Natura matrigna?
Questo scenario, che farebbe preoccupare anche il più disincantato dei premier (e ce ne sono assai in Europa) è confezionato, a mezzadria, dall’uomo e dalla natura. Sul riscaldamento climatico indotto dal particolato di carbonio, ormai sono state scritte intere enciclopedie e la stessa Unione Europea, per la verità, sul tema si è dotata di leggi che possono essere considerate all’avanguardia a livello mondiale (sui famosi principi “net-zero” e “zero-carb”). Dunque, la temperatura del pianeta va difesa prima di tutto nel cervello dell’uomo. Ma, a seguire, ci sono dei fenomeni naturali con i quali bisogna convivere, veri e propri “motori meteorologici” capaci di influenzare temperature e precipitazioni in gran parte della Terra. Il più conosciuto di questi eventi si chiama “El Nino”, ed è una via di mezzo tra una leggenda e una catastrofe annunciata.
El Nino, tra storia e scienza
E siccome le cattive notizie camminano sempre in compagnia, questa volta l’Economist titola che “Il prossimo El Niño potrebbe essere il più forte mai registrato”. E aggiunge: “Questa è una cattiva notizia, per un mondo che si sta riscaldando. Centinaia di anni fa, i pescatori peruviani notarono che, ogni pochi anni, le acciughe nell’Oceano Pacifico equatoriale scomparivano. Poiché le sparizioni avvenivano intorno a Natale, diedero al fenomeno il nome di El niño Jesus, ovvero ‘Il bambino Gesù’. Oggigiorno il fenomeno, noto semplicemente come El Niño, è riconosciuto come uno schema ricorrente che altera il clima in tutto il mondo. Causa siccità in alcune zone, forti piogge in altre, ondate di calore, incendi boschivi e un generale riscaldamento del pianeta. L’11 giugno la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), un’agenzia governativa statunitense – avverte l’Economist – ha annunciato l’inizio di un nuovo El Niño. E questo potrebbe essere davvero dirompente. El Niño è causato da un cambiamento nei venti sopra il Pacifico orientale, che attira una fascia di acque superficiali più calde della media nella regione. L’intensità di un particolare El Niño si misura in base a quanto aumenta la temperatura dell’acqua. Qualsiasi aumento superiore a 2°C rispetto alla media a lungo termine è considerato forte. Le previsioni per il resto di quest’anno e i primi due mesi del 2027 suggeriscono un aumento delle temperature superficiali del mare di oltre 2,5°C, e forse anche di 3°C. Sarebbe un evento senza precedenti nei 75 anni in cui gli scienziati hanno tenuto registri. Una delle conseguenze è il riscaldamento globale. El Niño non è causato dai cambiamenti climatici, ma i due fenomeni si amplificano a vicenda.
Europa in ginocchio
L’Economist dedica un report speciale all’ondata di calore e ne sottolinea l’impatto devastante a livello sociale (e ovviamente anche economico) nel Vecchio continente. “Questa situazione non è positiva per l’Europa – scrive Oliver Morton – dove le ondate di calore rappresentano già uno dei fenomeni naturali più letali. Utilizzando un modello che descrive la relazione tra temperatura e mortalità, pubblicato da alcuni accademici nel 2023, i miei colleghi del team dati hanno elaborato delle stime approssimative sulla mortalità in centinaia di città europee durante il picco dell’ondata di calore: 12.000 decessi in tre giorni. Quel modello non tiene conto dell’umidità, il che peggiora ulteriormente la situazione. Con il caldo, gli esseri umani disperdono il calore in eccesso attraverso l’evaporazione, e l’elevata umidità rende questo processo più difficile; il sudore si accumula sulla pelle e il corpo si riscalda ulteriormente. Gli abitanti del Nord Europa non sono abituati a queste condizioni. Tra le altre cose, conducono una vita perlopiù senza aria climatizzata, soprattutto nelle loro case. Ci sono diverse ragioni tecniche e culturali alla base di ciò; molti europei attenti all’ambiente preferirebbero che venissero privilegiate altre forme di adattamento.
“Ma in un continente dove l’elettricità sta diventando più ecologica – conclude Morton – e dove le estati si fanno più calde e una parte dell’opinione pubblica è sempre più diffidente nei confronti delle politiche ecologiche, percepite come costose e limitanti anziché utili, sostenere una maggiore diffusione dell’aria condizionata – e un’elettricità più economica – rappresenta un vantaggio evidente. Non è la soluzione definitiva per salvare decine di migliaia di vite con sempre maggiore frequenza. Ma ne è una parte”.
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17/07/2026
05/07/2026
Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio”.
Il riferimento indiretto è ovviamente alla Cina, potenza in continua ascesa che si mostra ormai competitiva o addirittura in vantaggio nell’evoluzione tecnologica. Ma anche a Cuba, che ha «il difetto» di rappresentare da 75 anni un’alternativa di sistema a poche miglia dalle coste statunitensi, mai piegata nonostante un bloqueo di identica durata, eccezionalmente appesantito negli ultimi tempi.
Fin qui, però, siamo nel business as usual. Tutto il sistema politico americano, e soprattutto la destra repubblicana, si è sempre distinto per l’avversione a qualsiasi forma di socialismo. Trump, in particolare, deve la sua «formazione» come businessman a Roy Cohn, avvocato nazisionista che entrò nella storia come pubblica accusa nel processo ai coniugi Rosenberg – comunisti sospettati di spionaggio a favore dell’URSS – ottenendo la condanna a morte di entrambi.
Non è un dettaglio il fatto che fossero anche loro ebrei, al pari di Cohn, a riprova che l’anticomunismo viscerale conta più della religione condivisa, in quell’universo «valoriale».
La novità sta invece nella declinazione «interna» agli Stati Uniti: “Non vogliamo comunisti nel nostro paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”.
Chi segue in modo attento ma distaccato le vicende politiche interne agli Usa – non a là Rampini, insomma – si è da qualche tempo accorto che sta crescendo in tutto il paese una opposizione esplicitamente «socialista» che sta scalzando in molti territori l’establishment «democratico».
Il caso più famoso è ovviamente quello di Zorhan Mamdani, eletto sindaco di New York, ma nelle primarie per scegliere i candidati alle prossime elezioni di midterm – a inizio novembre – si vanno imponendo anche altri «socialisti». E non solo a New York, che resta pur sempre un’«altra America» per ricchezza culturale e melting pot tutto sommato riuscito.
Pochi giorni fa un reazionario senza se e senza ma come Steve Bannon – ex stratega elettorale di Trump – intervistato da POLITICO, lanciava lo stesso «allarme rosso» segnalando che la «marea marxista» andava avanzando ormai ben al di là del ridotto newyorkese. E citava la vittoria appena ottenuta da Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni sostenuta da Bernie Sanders, che ha sconfitto un democratico in carica al Congresso da prima ancora che la stessa Kiros nascesse.
Il fattore scioccante, per Bannon, è che questo era avvenuto in una primaria a Denver, Colorado. Nel cuore di quel far west che costituisce il nocciolo duro della mitologia yankee.
I nostri lettori sanno bene che «socialista», negli Stati Uniti, è un insulto prima che un termine con cui si indica qualcosa di ben poco «alternativo». Basta essere sostenitori di un po’ di welfare là dove tutto è affidato «al mercato» e una massa crescente di persone finisce sul bordo della povertà assoluta (quella da poco sconfitta in Cina, secondo tutti gli istituti internazionali). Asili nido, buoni pasto, trasporti e mense a prezzo calmierato...
Nulla di rivoluzionario, insomma, ma già troppo per le abitudini statunitensi.
La «pericolosità» di questo socialismo – secondo Bannon e i reazionari come lui – non sta nel fatto che sia «radicale», ma che lo sembri. Perché intercetta bisogni che nessun altro rappresenta sul piano politico. Bisogni che motivano anche una scelta di voto diversa dal solito. In fondo i Biden e gli Obama non hanno fatto qualcosa di diverso dai Bush e dallo stesso Trump, su quel piano.
Il risultato è l’emersione di una generazione di attivisti che va a coprire il territorio parlando porta-a-porta con le persone e che distrugge anche il modello classico della politica Usa: tanti soldi per condurre campagne elettorali fatte di spot e interviste televisive, gruppi di interesse consolidati e qualche «evento» aggregante per dare l’immagine di una forza «popolare». Un comizio alla Trump, insomma, ma con attori meno persuasivi.
“Stiamo affrontando una nuova politica. Stiamo vedendo morire la vecchia politica davanti a noi”, ha detto Bannon nell’intervista. “La vediamo bruciare fino a terra davanti ai nostri occhi”.
Per il partito democratico – data la legge elettorale Usa, qualsiasi tentativo «alternativo» è escluso dalla competizione, a meno che non conquisti la maggioranza dentro uno dei due «poli» consolidati – si tratta di uno shock simile a quello subito dai repubblicani con l’arrivo di Trump.
Insomma, «questo è come un Tea Party, ma è un Tea Party più ideologico, e l’ideologia non è il populismo. Questo è un movimento marxista, jihadista, e non si fermeranno».
Sorvoliamo sulla serietà scientifica delle definizioni di Bannon, che sono comunque rivelatrici del funzionamento automatico della mentalità reazionaria (i marxisti come gli islamici, cioè «nemici» dei liberisti in vario modo «cristiani»). Il dato importante è la rottura generale del quadro politico statunitense.
Tra i repubblicani lo smottamento a destra è avvenuto prima, assumendo la veste retrograda del «Make America Great Again», con una agenda tutta rivolta al passato (dalla reindustrializzazione fatta pagare agli «alleati» asiatici o europei alle discriminazioni razziali e sessiste, con una risposta tutta militare alla evidente crisi di egemonia globale, ecc.).
Ma ora che tocca ai «democratici» si scopre che la stessa crisi produce anche una risposta «di sinistra» (naturalmente ricordando che si tratta pur sempre di una «sinistra con caratteristiche americane»). Nessuna «corsa al centro», ossia a destra. Perché è scomparso il terreno che garantiva la permanenza di un establishment bipartisan. Ossia l’egemonia Usa.
Dovendo trovare una soluzione ad una crisi imprevista, o comunque sempre esclusa dall’orizzonte delle possibilità, non ci sono soluzioni già pronte, soltanto da applicare. Bisogna inventarne di (relativamente) nuove in quel panorama politico.
Bisogna insomma usare la creatività e l’immaginazione, non affidarsi all’«intelligenza artificiale» (ovvero alle soluzioni già note per problemi già risolti).
Nel suo modo becero Trump ha intuito che la vera alternativa al mondo Maga non può essere la resurrezione dell’establishment bipartisan (democratici bideniani e «repubblicani perbene»), ma soltanto quella galassia multicolore che in modo certamente confuso ma generoso e potente, prova a rimettere al centro della politica Usa i problemi della collettività, invece che quelli di poche ma gigantesche «piattaforme private».
Riscoprire l’anticomunismo è il minimo della pena, dunque. Anche qui con lo sguardo rivolto al passato, più che al futuro. Una risposta «conservativa», paradossalmente, più che autenticamente «reazionaria». Che presupporrebbe invece possibilità di rilancio dell’imperialismo statunitense al momento del tutto invisibili.
Proprio dagli Usa, insomma, si vede meglio l’avanzare dell’alternativa senza più mediazioni possibili, quella tra socialismo e barbarie. Anche se quel «socialismo» lì è sicuramente «con caratteristiche americane».
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20/02/2026
Cambiamento climatico. Anche la UE diventa negazionista
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
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28/01/2026
Frana a Niscemi: non è una fatalità, è il modello che crolla!
Il fronte del cedimento si è allungato per chilometri, coinvolgendo la strada provinciale SP10 e isolando parti della città. Case lesionate, famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, scuole chiuse: una situazione definita “drammatica” dalle stesse autorità locali.
È evidente che questo evento non è casuale: da settimane il Sud e le isole sono nella morsa di una violentissima perturbazione, il ciclone Harry, che si stima abbia prodotto 200 milioni di euro di danni in Sardegna, 300 in Calabria e ben un miliardo e mezzo in Sicilia.
La frana di Niscemi è il punto di arrivo di settimane di inondazioni, devastazione e crolli, dovuti agli eventi estremi frutto della tropicalizzazione del clima, ma soprattutto di anni di incuria rispetto alla situazione strutturale di dissesto idrogeologico che attraversa gran parte del territorio italiano, e in particolare la Sicilia, dove ad aggravare questa condizione si aggiunge la cementificazione selvaggia portata avanti in nome del profitto.
Il rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo evidenzia come nell’ultimo anno la Sicilia sia la seconda regione del centro-Sud per suolo consumato, e quarta in tutta Italia solo dopo Emilia-Romagna, Lombardia, e Puglia. Suoli fragili, colline argillose, aree già vulnerabili vengono sottoposte a pressione continua: urbanizzazione, infrastrutture, opere considerate “strategiche”, consumo di suolo e impermeabilizzazione che aumentano il rischio di frane, alluvioni e crolli.
Per questo le responsabilità politiche a tutti i livelli di governo sono triple: per il mancato impegno nelle politiche di contrasto alla crisi climatica, per l’asservimento totale delle amministrazioni nei confronti degli speculatori e per il taglio agli investimenti sulla tutela dei territori.
La finanziaria approvata quest’anno è emblematica: meno soldi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, investimenti nella “grandi opere strategiche” (come il Ponte sullo Stretto!) e soprattutto ingenti finanziamenti alla guerra, che con le sue basi rappresenta un’altra piaga di lungo corso in Sicilia.
Le conseguenze le pagano le comunità locali, le famiglie sfollate, chi perde la casa, chi vive nell’incertezza e nella paura. La frana di Niscemi è l’ennesima dimostrazione che il dissesto non nasce in una notte: è il risultato di scelte politiche precise, di un modello di sviluppo che consuma il territorio e scarica i costi sociali e ambientali sulle classi popolari.
Con le piogge intense, ciò che cede non è solo il terreno, ma l’intero sistema economico e questo modello di gestione del territorio.
Non bastano parole di cordoglio o interventi emergenziali. Serve staccare la spina a questo sistema. Serve costruire una prospettiva di rottura, capace di mettere al centro la difesa dei territori, la sicurezza reale delle persone e un’alternativa sistemica al capitalismo della devastazione e della guerra.
È in questa prospettiva che cresce la necessità di organizzarsi. Serve costruire le EcoResistenze contro un sistema che, in nome di profitto e guerra, sta letteralmente facendo franare il futuro.
Fonte
22/01/2026
Al fianco della popolazione calabrese colpita dal ciclone. Un disastro prevedibile
Il ciclone Harry ha colpito l’intera costa ionica con forti piogge, mareggiate, lungomari distrutti, allagamenti, frane, strade spazzate via. Senza contare i danni provocati all’agricoltura, ad intere comunità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ai servizi pubblici. Come spesso capita in questi casi il prezzo più alto lo pagano i nostri territori fragili e le popolazioni.
Chiaro deve essere che quanto accaduto in questi giorni, non è né straordinario né imprevedibile, ma la conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.
È assodato che l’aumento della temperatura globale provoca il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l’innalzamento del livello del mare, che amplifica l’impatto delle onde sulle coste. La combinazione di un livello del mare più alto e tempeste più forti accelera l’erosione, riducendo la naturale protezione delle spiagge e mettendo a rischio infrastrutture, case e coste. In sintesi, il cambiamento climatico sta rendendo le mareggiate eventi più frequenti e distruttivi, trasformando quelle che un tempo erano eccezioni in eventi sempre più comuni.
“In questa occasione non possiamo non sottolineare il fatto che lo sfruttamento intensivo della natura, la dipendenza dai combustibili fossili, il degrado ambientale non sono stati causati dagli esseri umani in generale, ma da un determinato sistema di organizzazione della società che chiamiamo capitalismo” spiega Potere al Popolo in comunicato.
Non va dimenticato che in Calabria, ad esempio, le alluvioni non si contano più, rammentiamo quelle degli anni ’50, degli anni ’70, per arrivare ai giorni nostri, del camping “le Giare” di Soverato, con i suoi 13 morti.
E come sempre capita in Italia, i morti servono solamente per la retorica e per gli impegni solenni che non verranno mai mantenuti. Il sacrificio, il dolore di quanti li hanno amati serve solamente per quell’attimo, esso sì, veramente fuggente. Poi, il giorno dopo ritorna tutto come prima, aspettando la prossima alluvione, la prossima strage carica di morte.
Tante stragi, Soverato, Sarno, Crotone, Cavallerizzo, Vibo, Giampilieri, le alluvioni del 2009 (gennaio e settembre), Reggio Calabria.
Il degrado ambientale nella nostra regione regna sovrano. Lo verifichiamo quotidianamente quanto fragile è divenuta questa nostra terra per responsabilità della quasi totalità della classe politica che ha proposto e continua a proporre ed a praticare scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo Stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti e l’inesistenza di qualsiasi politica che salvaguardi le aree interne, i suoi boschi, che consenta il reinsediamento degli uomini, per evitare anche gli incendi estivi e per impedire che le nostre montagne diventino, come sta avvenendo, terreno esclusivo delle multinazionali delle energie rinnovabili che le stanno invadendo con tantissime pale eoliche.
“Le scelte politiche neoliberiste operate dalle giunte regionali della Calabria, fatta qualche eccezione come la legge Quadro regionale paesaggistica (QTRP) del 2010, sono riconducibili al modo di produzione capitalistico che di fatto distrugge il pianeta ed è per questo che bisogna distruggere il capitalismo”.
Fondamentale è uscire dalla logica dell’emergenza per passare a quella della prevenzione destinando risorse per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio.
Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha quantificato in circa 26 miliardi le risorse per realizzare questi interventi sull’intero territorio nazionale, sperando che nel frattempo non si verifichino ulteriori interventi dannosi per il territorio.
La “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere, in un paese come l’Italia, la priorità assoluta per l’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica.
Il Governo lo scorso anno ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, dimenticando però di metterci i soldi. Infatti, lo ha finanziato retroattivamente per il triennio 2022-2024 per soli 5 milioni di euro l’anno! Per intenderci: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Nemmeno con il PNRR si è previsto uno stanziamento adeguato. Infatti, dei circa 2 miliardi e mezzo stanziati inizialmente (pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), a marzo, nel Decreto di revisione del PNRR, il Governo ha fatto sparire, con una sorta di gioco di prestigio, buona parte di tali risorse, che si sono sostanzialmente dimezzate.
Però l’Europa destina 800 miliardi di euro, ai quali l’Italia contribuisce con 80 miliardi, al riarmo.
Fonte
18/01/2026
L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre
Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.
Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.
I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.
Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.
Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.
Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.
Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.
Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.
Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.
Fonte
14/11/2025
Cop30, tra le proteste indigene
Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.
Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.
L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.
In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.
Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.
Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).
A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.
Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.
Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.
Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.
Fonte
15/10/2025
I paesi ricchi speculano sui debiti ‘green’ dei paesi in via di sviluppo
Lo si è visto bene con il dibattito sui motori a combustione interna nella UE, ma una decina di giorni fa è uscito anche un interessante rapporto firmato da Oxfam e da CARE Climate Justice Centre che mostra chiaramente il greenwashing del Nord Globale ai danni del Sud Globale. A partire dai finanziamenti che dovrebbero essere pensati per combattere il cambiamento climatico.
Il Climate Finance Shadow Report 2025 è una lunga analisi, il cui contenuto è però riassunto con pochi dati decisamente esplicativi dalle organizzazioni che ne hanno curato la stesura: il 65% dei finanziamenti per la lotta alla crisi climatica che arrivano ai paesi considerati in via di sviluppo (da cui è esclusa la Cina) è erogata sotto forma di prestiti. Questi stati, per ogni 5 dollari che ricevono, ne restituiscono 7.
Proprio il Dragone viene più volto accusato di aver incatenato molti paesi poveri nella ‘trappola del debito’. E oltre al fatto che molte voci autorevoli hanno dimostrato che si tratta di una manipolazione della propaganda occidentale, ci sono rapporti come questo che esplicitano come siano i paesi più ricchi (più di tutti responsabili del cambiamento climatico, o meglio lo sono le loro multinazionali) a legare quelli più poveri in trappole pensate per guadagnare sulle difficoltà ambientali del Sud Globale.
Sono proprio queste aree a subire i peggiori effetti di siccità, inondazioni, e così via. “Questa forma di speculazione sulla crisi – si legge sul sito del CARE – da parte dei paesi ricchi sta aggravando il peso del debito e ostacolando l’azione per il clima. Ad aggravare questo fallimento, i tagli drastici agli aiuti esteri minacciano di ridurre ulteriormente i finanziamenti per il clima”.
Nafkote Dabi, responsabile delle politiche climatiche di Oxfam, ha dichiarato: “i paesi ricchi stanno trattando la crisi climatica come un’opportunità di business, non come un obbligo morale. Stanno prestando denaro alle stesse persone che hanno storicamente danneggiato. Questa è una forma di speculazione sulla crisi”.
Nel rapporto si legge che nel 2022, anno su cui si concentra in larga parte lo studio, i paesi ricchi hanno affermato di aver mobilitato per il clima 116 miliardi di dollari, ma il valore reale è quantificabile in un range tra i 28 e i 35 miliardi, meno di un terzo di quanto promesso. Inoltre, quasi due terzi dei finanziamenti sono stati erogati sotto forma di prestiti, spesso a tassi di interesse standard senza agevolazioni.
Sempre nel 2022, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto 62 miliardi di dollari in prestiti per il clima. Nel rapporto viene stimato che tali prestiti porteranno a rimborsi fino a 88 miliardi di dollari, con un profitto del 42% per i creditori. Tra i peggiori paesi in quanto a prestiti sul totale dei finanziamenti tra il 2021 e il 2022 ci sono Francia, Austria, Giappone e anche Italia.
Gli obiettivi fissati alla COP29 di Baku non sono minimamente adeguati a combattere la crisi climatica, e il modo in cui questo obiettivo viene perseguito dal Nord Globale non fa che aggravare la situazione, ed erodere la fiducia in una soluzione concordata a livello globale.
Quando, fra circa un mese, si aprirà la COP30 in Brasile, le sfide saranno ancora più dure del passato.
Fonte
16/12/2024
Il cambiamento climatico è una questione di classe/1
Coloro che sfruttano il lavoro altrui per profitto, sfruttano anche le preziose risorse della terra per lo stesso motivo.
Se protesti per salvare il pianeta, unisciti a un picchetto e viceversa.
La lotta non cambia – è la lotta di classe, e questa volta dobbiamo vincere.
Grazie Sarah e John”.
Ken Loach
Alla fine, il cambiamento climatico ha un impatto su tutti. Raggiungerà anche coloro che stanno rastrellando fortune distruggendo il Pianeta: persone che possono comprare la loro via d’uscita da disagi temporanei. Il cambiamento climatico impatta sulla totalità del mondo naturale. Allora perché sostenere che si tratta di una questione di classe?
Questo piccolo libro si propone di rispondere a questa domanda. Esamina anche il motivo per cui questo è importante e cosa significa che possiamo agire per evitare la minaccia che incombe su tutti noi. Il cambiamento climatico è il nostro pericolo più grande e più imminente, ma la nostra crisi mondiale va oltre. Trattando il Pianeta come una risorsa illimitata, la nostra società moderna sta distruggendo l’ambiente ovunque. Anche questa è una questione di classe, e fa parte di questa discussione.
Iniziamo con ciò che possiamo vedere intorno a noi.
Non è solo perché l’uno per cento produce la maggior parte dell’anidride carbonica, anche se è così...
Sappiamo che l’anidride carbonica nell’aria lascia passare la luce del sole, ma intrappola il calore emesso dalla terra riscaldata. Già nel diciannovesimo secolo, si cominciava a riconoscere che l’aumento dell’anidride carbonica prodotta dalla rivoluzione industriale poteva aumentare il calore intrappolato e rendere il nostro Pianeta più caldo.
L’anidride carbonica viene prodotta quando bruciamo carburante per riscaldare le nostre case o guidiamo automobili o pilotiamo aerei. Viene prodotta anche quando l’energia viene utilizzata per produrre e trasportare le cose. Anche le cose che vengono vendute per risparmiare energia possono aver già utilizzato molta energia e generato molta anidride carbonica durante la loro produzione.
La maggior parte delle cose che acquistiamo sono realizzate con materiali che saranno riciclati solo in parte. Saranno gettate via come se quei materiali fossero sostituibili, ma non possiamo continuare a farlo per sempre.
Non possiamo continuare a seppellire e bruciare miliardi di bidoni della spazzatura pieni di roba ogni settimana. Le persone più ricche hanno case più grandi e più auto. Prendono più voli e hanno più beni e buttano via più cose. La loro ricchezza si basa su imprese e investimenti che producono anidride carbonica e stimolano il consumismo. Più le persone sono ricche, più anidride carbonica tendono a produrre, più risorse usano, più investono in combustibili fossili e più contribuiscono alla crisi ambientale.
O perché quelli che stanno in fondo sentono per primi gli effetti, anche se è vero...
Alla fine la crisi raggiungerà anche i ricchi, ma per ora possono comprarsi un po’ di protezione. Possono permettersi case lontane dalle pianure alluvionali più pericolose e installare sistemi di raffreddamento che consumano energia. Possono scegliere di non lavorare in condizioni di caldo estremo. Quando i cambiamenti climatici riducono le scorte di cibo, possono pagare un extra per assicurarsi di ottenere ancora ciò che desiderano.
Più le persone sono povere, più è probabile che subiscano gravi conseguenze in caso di calamità o che siano escluse dalle forniture essenziali in tempi di scarsità.
O perché le élite usano la loro crisi come scusa per spremere gli altri...
Oltre a questo, coloro che sono al potere stanno usando la crisi per sfruttare ulteriormente le persone che hanno meno responsabilità nelle cause della crisi stessa. Proprio come hanno usato il crollo economico del 2008. Esigono sacrifici da parte di coloro che hanno meno da dare.
Nei paesi occidentali, la politica degli ultimi quarantacinque anni è stata volta a invertire le conquiste fatte dai lavoratori nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Ha avuto lo scopo di garantire che la maggior parte della ricchezza creata andasse a beneficio di coloro che sono già ricchi; che i servizi conquistati a fatica venissero svenduti a società private che sfruttano i loro utenti; e che la capacità di protestare contro queste cose diventasse sempre più limitata.
Le potenze occidentali hanno usato il loro dominio economico per imporre politiche simili al Sud del Mondo. Ogni disastro è stato usato come un’opportunità per i ricchi di riprendersi maggiori risorse mondiali, e il collasso ambientale non fa eccezione.
C’è sempre una pressione per preservare le gerarchie esistenti e per estrarre di più dai lavoratori. I politici sostengono di poter combattere il cambiamento climatico senza disturbare il modo in cui funziona la nostra società attuale. Le loro politiche spesso finiscono per penalizzare i meno abbienti, pur avendo scarso impatto sulla produzione di anidride carbonica. Alcune addirittura ne causano un aumento.
I responsabili politici affermano di poter convincere le persone a produrre meno anidride carbonica utilizzando le tasse per aumentare i costi energetici. Ma le persone ricche, che sono i maggiori produttori, possono permettersi di pagare di più, e i risparmi energetici ottenuti sono molto lontani da ciò che è necessario. Nel frattempo, l’aumento dei costi colpisce tutti e può fare la differenza tra una famiglia a basso reddito che riesce a gestirli e una famiglia che si indebita a spirale.
In Francia, l’aumento dell’imposta sul carburante, introdotta come “politica verde”, ha innescato massicce manifestazioni popolari nel movimento che è diventato noto come gilets jaunes, dal nome dei gilet gialli indossati dai manifestanti. Piuttosto che affrontare l’introduzione di sistemi di risparmio energetico in modo logico ed efficiente, questa politica le tratta come un’altra opportunità di business.
I sussidi per l'efficientamento energetico delle case hanno sfamato gli azionisti di una nuova generazione di aziende private. Laddove le società sono state adeguatamente regolamentate, hanno anche beneficiato i proprietari di case, ma gli affittuari continuano a pagare i costi aggiuntivi della vita in case inefficienti dal punto di vista energetico.
Il mancato rispetto dei moderni standard di isolamento termico è stato usato come scusa per demolire le case popolari e vendere il terreno a costruttori privati, anche se la demolizione e la ricostruzione sono un processo ad alta intensità energetica.
La classe operaia è la meno responsabile della catastrofe ambientale e la più colpita, e le cosiddette politiche ambientali spesso aumentano la disuguaglianza. Le politiche che rendono la vita più difficile per la classe operaia sono giustamente contestate. Ma le politiche ambientali non devono essere così, anzi, devono essere proprio il contrario.
O perché i paesi che inquinano di meno soffriranno di più...
Cose simili stanno accadendo su scala internazionale. I paesi ricchi e “sviluppati” hanno già prodotto molto più della loro giusta quota di anidride carbonica; mentre i paesi poveri delle ex colonia sono i meno protetti dall’innalzamento del livello del mare e dalle condizioni meteorologiche estreme che il cambiamento climatico sta rendendo sempre più comuni.
Decenni di saccheggi, insieme alle privatizzazioni imposte dalla Banca Mondiale, li hanno lasciati senza le infrastrutture necessarie per la vita quotidiana, per non parlare di far fronte a disastri di massa. Questi paesi più poveri sono stati a lungo sfruttati per le loro risorse dai paesi più ricchi e dalle multinazionali.
Il cambiamento climatico offre nuove opportunità di sfruttamento. Comporta nuove richieste di minerali rari per alimentare le nuove tecnologie verdi (come il litio per le batterie) e la pressione delle imprese dei paesi più ricchi che vogliono delocalizzare le loro industrie inquinanti.
I paesi più ricchi possono quindi sembrare in grado di raggiungere i loro obiettivi ecologici e le imprese possono evitare le rigide normative ambientali. All’interno dei paesi più poveri, sono ancora una volta quelli che hanno meno ad essere più esposti agli impatti del cambiamento climatico e allo sfruttamento effettuato in nome della lotta al cambiamento climatico.
...Ma perché il sistema che sfrutta il pianeta fino alla distruzione è lo stesso che dipende dallo sfruttamento di classe: il sistema che vede tutto in termini di profitto – che è esattamente ciò che è il capitalismo.
La ragione della discrepanza tra responsabilità e sofferenza è la stessa per il cambiamento climatico e per la più ampia crisi ambientale come per tutti gli aspetti della crescente e brutale disuguaglianza nel Mondo. È il risultato del capitalismo: della priorità del capitalismo per il profitto e del suo bisogno di una crescita economica costante.
La concorrenza di mercato significa che nessuna impresa può permettersi di accontentarsi di ciò che ha, poiché rischia di essere superata dai suoi concorrenti. Deve trovare nuovi mercati e creare nuova domanda. Deve convincerci ad acquistare prodotti e servizi di cui non abbiamo bisogno né che vogliamo veramente, a scapito di sempre maggiori risorse del Mondo.
Tutto è considerato una potenziale fonte di profitto. Il capitalismo sfrutta la natura nello stesso modo in cui il capitalismo sfrutta la classe operaia. Il modo in cui entrambi vengono trattati dipende solo dal loro potenziale di fare soldi. Quando tutto è lasciato al mercato, cioè alle imprese private, l’economia non funziona al servizio della società.
Piuttosto, la società lavora per l’economia, e quell’economia è bloccata in una rapace espansione divoratrice di mondi. Se ci chiedessero di inventare un sistema per soddisfare i bisogni umani, saremmo giustamente diffidenti nei confronti di qualsiasi proposta che metta la priorità non sul bisogno, ma sul profitto privato. E rifiuteremmo categoricamente qualsiasi proposta che dipenda dal consumo illimitato della nostra limitata eredità comune.
Nel frattempo, il costante bisogno del capitalismo di più materie prime e più mercati aiuta a spingere i paesi verso la guerra, dove la classe operaia è usata come carne da cannone e l’ambiente è considerato altrettanto superfluo.
Le regole – create dall’uomo – del sistema capitalista sono generalmente indicate come se fossero leggi immutabili della natura: come se non avessimo altra scelta che organizzare la società per mettere il profitto prima di tutto. Potremmo pensare che sarebbe meglio concentrarsi sui bisogni e sul benessere umano e sul vivere in sintonia con il nostro ambiente naturale, ma ci viene detto che non è così che funziona il mondo.
Ci viene detto che le persone sono egoiste per natura e che è solo attraverso la competizione egoistica che la società si sviluppa. Tuttavia, se fossimo davvero le creature egoiste dipinte dagli economisti, la società umana non sarebbe mai decollata. La forza dell’umanità viene dalla nostra capacità di organizzarci e di aiutarci a vicenda. Ci viene detto che pianificare qualsiasi forma di società diversa da quella capitalista non è realistico, come se continuare con un sistema che sta rendendo il nostro Pianeta invivibile fosse una cosa “realistica” da fare.
Mentre i cambiamenti necessari per riportare il nostro mondo fuori dal precipizio sono gli stessi che porrebbero fine a questo sfruttamento di classe: un’economia popolare dalla gente e per la gente – che è ciò che il socialismo dovrebbe essere.
La cosa assurda è che sappiamo che è perfettamente possibile per l’umanità vivere – e vivere bene – senza che questo costi alla Terra. Conosciamo i cambiamenti che devono essere apportati al modo in cui la nostra società è organizzata e sappiamo come utilizzare i finanziamenti pubblici per fornire beni e servizi pubblici e un lavoro veramente utile.
Sappiamo che se le risorse fossero condivise equamente e utilizzate razionalmente, ce ne sarebbero abbastanza per tutti. I cambiamenti richiesti sono grandi, ma sono necessari per la sopravvivenza. Possono anche portare a uno stile di vita molto più felice e meno stressante. Tuttavia, questi cambiamenti minacciano le gerarchie esistenti e sono contrastati da coloro che sono al potere.
Un modo in cui le élite convincono il resto di noi a sostenere i loro interessi – i loro interessi a brevissimo termine in questo caso – è quello di renderci timorosi del cambiamento. Ci viene detto che perderemo la nostra libertà e il nostro modo di vivere. Non dovremmo mettere in discussione quali libertà siano minacciate – la libertà di rendere il Mondo inabitabile, per esempio, o la libertà di sfruttare gli altri.
Né ci si aspetta che ci si chieda se uno stile di vita che genera enormi disuguaglianze e che vede la maggior parte delle persone trascorrere la maggior parte delle ore di veglia legate a un lavoro noioso e insicuro sia uno stile di vita che dovrebbe essere preservato immutato.
Molte delle cose che apprezziamo di più – stare con la famiglia e gli amici, fare e godere della musica o dell’arte, ballare, giocare e guardare lo sport, esplorare il mondo naturale che ci circonda – non hanno bisogno di utilizzare grandi quantità di energia preziosa, né di consumare risorse insostituibili e limitate. Ma siamo sempre limitati nel nostro godimento di queste cose perché siamo costretti a passare così tanto della nostra vita sul tapis roulant capitalista.
Usiamo energia e risorse per produrre sempre più cose che aggiungono molto poco al benessere umano, e usiamo il nostro ingegno per convincere gli altri che queste cose sono la chiave per la loro felicità futura. Questo è ciò che il sistema capitalista ci richiede.
Non dobbiamo mai essere contenti di quello che abbiamo, altrimenti non ne compreremmo di più. Lavoriamo per molte ore, spesso in lavori che possiamo percepire come intrinsecamente inutili, e poi spendiamo i nostri salari duramente guadagnati in cose che potrebbero farci risparmiare un po’ di tempo o che sembrano sostituire un po’ della gioia perduta. Siamo intrappolati su un tapis roulant progettato per privarci sia del tempo che della voglia di pensare oltre le aspettative capitaliste.
La maggior parte dei lavori non contribuisce molto all’umanità, ma i lavoratori che svolgono quei lavori dipendono da loro per vivere. Non possono permettersi di vedere scomparire i loro mezzi di sostentamento. I capitalisti sfruttano la paura della disoccupazione come fanno sempre. Usano questa paura per rendere le persone resistenti a qualsiasi cambiamento che vedrebbe questi lavori scomparire.
Tuttavia, un sistema sociale sostenibile richiede anche lavoro, solo un lavoro diverso. Un tale sistema può pagare le persone per fare il lavoro che la loro comunità ritiene importante, e può garantire, attraverso una distribuzione più equa delle risorse, che tutti abbiano abbastanza per vivere e abbastanza tempo per godersi la vita.
La proprietà pubblica delle risorse diventa ancora più importante con la crescita dell’Intelligenza Artificiale. L’IA ha il potenziale per generare grandi risparmi nella quantità di lavoro umano necessaria per sostenere le società. Nelle mani pubbliche, può consentire a tutti di trarne beneficio. Se lasciata ai mercati capitalistici, produrrà solo una maggiore disuguaglianza. Gli investimenti pubblici nelle energie alternative possono garantire che queste siano sviluppate nel modo più vantaggioso per la società, piuttosto che per il massimo profitto privato.
Il capitalismo ci insegna anche a credere che la crescita economica infinita sia essenziale per il nostro benessere. Solo quando guardiamo fuori senza i paraocchi capitalisti, possiamo vedere una chiara via d’uscita da questo percorso verso la distruzione.
Se le organizzazioni pubbliche e comunali, a tutti i livelli, sono in grado di provvedere ai nostri bisogni primari, allora non dobbiamo più fare affidamento sul mercato, con il suo appetito insaziabile. In ogni occasione in cui chiediamo la spesa pubblica per il bene pubblico, ci viene detto che i soldi non sono disponibili.
Allo stesso tempo, siamo circondati dalla ricchezza – dai prodotti di generazioni di lavoro – e disponiamo di nuove tecnologie che consentono al lavoro di raggiungere una produttività sempre maggiore. Se solo ci fosse un modo per indirizzare quella ricchezza dove è più necessaria... Ma, naturalmente, c’è.
I governi – nazionali e regionali – hanno gli strumenti: è solo che il capitalismo esige che non li usino. Le autorità pubbliche, a tutti i livelli, hanno la capacità di investire in cambiamenti che consentano uno stile di vita più sostenibile, come ad esempio un trasporto pubblico completo e a prezzi accessibili. Possono farlo in modo simile a come l’economia britannica martoriata dalla guerra ha costruito il servizio sanitario nazionale.
E i governi possono progettare sistemi di tassazione che impediscano che la ricchezza venga accumulata dai ricchi e che ne consentano l’uso a beneficio di tutti. Le tasse sul patrimonio, così come le imposte sul reddito, possono accedere alla ricchezza che è stata accumulata, così come alla ricchezza che viene creata oggi.
Quando le autorità pubbliche investono in questo modo, il denaro non scompare, ma viene utilizzato per costruire la nostra ricchezza comune. Ciò può fornire una fonte di entrate per maggiori investimenti pubblici o può consentire la fornitura di beni e servizi pubblici.
I beni e i servizi, gratuiti o sovvenzionati, contribuiscono a una società più equa. Possono portarci un passo avanti verso un’economia basata maggiormente sui bisogni e incentrata sulla comunità. Siamo stati condizionati dal capitalismo a rifiutare l’aumento delle tasse e della spesa pubblica, ma se vogliamo un mondo razionale, con un controllo democratico sull’economia, questi sono strumenti vitali.
Questo non è un argomento a favore del ritorno a burocrazie centralizzate e insensibili, come quelle dell’Europa orientale o quelle che gestivano i programmi di edilizia popolare della socialdemocrazia del dopoguerra. Il controllo democratico richiede che le persone abbiano l’opportunità di essere coinvolte nella gestione della propria vita e nel prendere le decisioni che le riguardano. Significa prendere decisioni al livello più locale possibile.
Il capitalismo ci ha persuaso che la proprietà e il controllo pubblico dovrebbero essere l’ultima risorsa temporanea quando una parte dell’economia capitalista ha fallito.
Ma, se vogliamo un uso sostenibile ed equo delle risorse, il nostro obiettivo dovrebbe essere un’economia di proprietà e gestione pubblica. Ciò non riguarderebbe le piccole imprese, ma solo i servizi vitali e le grandi imprese che sono arrivate a dettare legge nella nostra economia e stanno sacrificando il futuro dell’umanità per il loro profitto a breve termine.
Gli imprenditori protesteranno che gli investimenti pubblici forniscono una concorrenza sleale, rendendo la loro attività meno redditizia. Se queste imprese stanno fornendo un ruolo necessario e non possono sopravvivere, anche loro possono essere assunte in proprietà e controllo pubblico. La perdita di posti di lavoro nel settore privato potrebbe essere più che compensata da posti di lavoro più sicuri nel settore pubblico.
Il successo della propaganda contro il cambiamento ha permesso ai “pragmatici” di dichiarare impossibile il cambiamento sociale a causa della mancanza di sostegno pubblico. Al contrario, sostengono che tutto ciò che è necessario per fermare il cambiamento climatico è una soluzione tecnologica. Le nuove tecnologie hanno un ruolo importante. L’energia eolica, solare e le pompe di calore possono dare un contributo vitale alla riduzione delle emissioni di carbonio.
Ma, da sole, le nuove tecnologie incentrate sull’energia verde non saranno sufficienti. Esse non impediranno il consumo sempre crescente delle risorse mondiali, alcune consumano ancora più risorse, compresi i metalli rari. Alcune tecnologie rischiano di generare nuovi problemi, potenzialmente enormi, sconosciuti. E, senza cambiamenti sociali, ogni aumento dell’energia rinnovabile tende ad essere utilizzato per giustificare un maggiore consumo di energia.
Se una frazione degli sforzi spesi a inseguire il miraggio della panacea tecnologica fosse reindirizzata alla riorganizzazione della società, le nostre prospettive future sarebbero molto più luminose. Mentre i politici e gli uomini d’affari guardano verso la tecnologia per salvare il capitalismo, gli scienziati stanno riconoscendo sempre più che è solo ponendo fine al capitalismo che l’umanità può salvare sé stessa.
E cosa può far sì che ciò accada se non il potere della classe operaia?
Quando la classe operaia agisce insieme, abbiamo il potere di affrontare gli interessi acquisiti che ci stanno mandando tutti velocemente all’Inferno. In effetti, questa è la nostra unica speranza. Le conquiste del passato non sono state il prodotto della generosità delle élite. Sono state vinte dopo lunghe campagne in cui le persone si sono unite in modo che fosse impossibile resistergli.
In questa lotta per la sopravvivenza dell’umanità, abbiamo visto una coraggiosa resistenza da parte dei popoli indigeni la cui esistenza è stata minacciata, abbiamo visto gli scienziati del clima gettare la museruola della “neutralità” politica e abbiamo visto milioni di studenti chiedere un futuro, ma senza la classe operaia, questa lotta per la sopravvivenza non ha il peso e la forza per fare la differenza.
La sopravvivenza richiede un cambiamento rivoluzionario dell’economia, e la spina dorsale dell’economia sono i suoi lavoratori. Quando i lavoratori agiscono insieme, compreso il ritiro pianificato e strategico del loro lavoro, hanno il potere di rendere impossibile la continuazione delle pratiche esistenti: il potere di forzare il cambiamento. Hanno anche conoscenze e abilità che possono essere trasformate nella creazione di un modo diverso di fare le cose.*
Quattro decenni di neoliberismo hanno ristretto gli orizzonti del lavoro organizzato.
I sindacati sono vincolati dalla legge e i leader sindacali hanno interiorizzato le restrizioni [che gli vietano] di andare oltre le questioni immediate nel singolo luogo di lavoro. Ma la situazione può cambiare, come è stato fatto in passato.
L’urgenza della nostra attuale situazione dovrebbe alimentare le forze del cambiamento, che non verranno da dichiarazioni di obiettivi che inducono al sonno, ma dalla pressione dei lavoratori in massa. Il potere del lavoro organizzato può costringere a cambiamenti sia l’industria che il governo. Anche al di fuori del luogo di lavoro, quando le comunità della classe operaia si riuniscono, possono salvare aspetti della loro vita dal colosso capitalista e dimostrare, su scala comunitaria, che sono possibili altri approcci migliori all’organizzazione sociale.
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