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18/01/2026

L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre

Il 2026 si è aperto sotto la coltre delle emissioni dell’1% più riccco del Pianeta, in un’evidente distribuzione delle responsabilità della crisi climatica che è profondamente legata alle disuguaglianze sociali. Secondo gli ultimi dati diffusi da Oxfam, nei primi 10 giorni di gennaio questa ristretta élite mondiale ha già emesso la quantità di CO2 che gli “è consentita” per tutto il 2026, se si vuole mantenere l’aumento delle temperature entro la soglia critica di 1,5 gradi.

Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.

Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.

I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.

Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.

Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.

Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.

Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.

Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.

Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.

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