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29/01/2026

Gli Stati Uniti minacciano un attacco all’Iran, ma non sarebbe un pasto gratis

Gli Stati Uniti sono tornati a minacciare di bombardare l’Iran. Secondo molti osservatori gli attacchi potrebbero avvenire già questa settimana anche se i tempi potrebbero slittare.

“Le discussioni all’interno dell’amministrazione sono state descritte come “caotiche”, con un dibattito sulle ripercussioni in termini di ritorsioni iraniane” scrive il Middle East Eye. “Gli USA stanno valutando attacchi di precisione contro funzionari e comandanti iraniani di “alto valore” che ritengono responsabili della morte dei manifestanti, ha riferito un funzionario del Golfo a conoscenza di queste discussioni”.

Secondo un osservatore attento come Simplicius, settimane fa Trump si era tirato indietro dal colpire l’Iran perché i suoi più stretti consiglieri e gli analisti dell’intelligence lo avevano convinto che un tale attacco non avrebbe “indebolito il regime” abbastanza da rovesciare l’Ayatollah Khameni e gli altri leader chiave. Questo è dovuto principalmente al fatto che la “sollevazione” è stata un fallimento che non è decollato come previsto, nonostante le massicce interferenze e provocazioni del Mossad e della CIA.

L’amministrazione USA, nelle settimane scorse, dopo aver esortato i manifestanti a “prendere il controllo” delle istituzioni statali, è tornata sui suoi passi. La de-escalation di Trump è arrivata mentre gli stati del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Qatar e Oman, facevano pressioni contro eventuali attacchi all’Iran.

Trump ha agito con vari stop and go dell’escalation, in modo simile a come è avvenuto con il Venezuela prima di ordinare infine un attacco al paese latinoamericano che ha portato al rapimento e alla detenzione negli Stati Uniti del presidente Nicolas Maduro.

Un ex funzionario dell’intelligence statunitense ha dichiarato al Middle east Eye che, dalla sua conoscenza delle conversazioni interne all’amministrazione, Trump non ha rinunciato a spingere per un “cambio di regime” a Teheran.

Gli Stati Uniti sul teatro mediorientale si trovano ora in una posizione militare più forte di qualche settimana fa e sono in grado di lanciare un attacco all’Iran rispetto all’inizio di gennaio. Trump ha inviato un maggior numero di aerei da guerra, sistemi di difesa aerea e navi da battaglia nella regione. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato lunedì che la portaerei Abraham Lincoln si trova in Medio Oriente dopo aver navigato dal Mar Cinese Meridionale.

La Abraham Lincoln trasporta aerei da guerra F-35 e F/A-18, oltre ad aerei da guerra elettronica EA-18G Growler. È inoltre accompagnata da cacciatorpedinieri che dispongono di missili.

Gli Stati Uniti hanno schierato anche uno squadrone di F-15E presso la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania in quanto gli Stati del Golfo hanno imposto un divieto sull’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro strutture per lanciare attacchi contro l’Iran.

La Reuters, citando un alto funzionario iraniano, afferma che Teheran ha avvertito che i partner arabi degli Stati Uniti avrebbero affrontato un attacco se le basi americane nei loro paesi fossero state utilizzate per colpire l’Iran. I mass media e i commentatori mediorientali vicini a Teheran hanno amplificato pubblicamente questo avvertimento.

Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia hanno rilasciato dichiarazioni in cui si dicono contrari a un attacco statunitense contro l’Iran.

Ma a Trump piace agire in modo unilaterale e senza le dovute approvazioni. Se e quando le azioni “riescono”, come viene sostenuto che sia avvenuto in Venezuela, pochi se ne lamentano. I blitz vengono eseguiti rapidamente prima che il Congresso possa organizzare una risposta, e poi la “gloria” delle conseguenze spazza via rapidamente ogni rimostranza e mette a tacere ogni dissenso, dipingendolo come antipatriottismo.

Da questo punto di vista, il consenso interno sembra dare ragione a Trump. Un sondaggio del giornale Politico rivela che il 65 percento degli elettori di Trump sostiene che gli Stati Uniti intraprendano azioni militari almeno contro uno dei diversi paesi potenzialmente target, tra questi Iran, Groenlandia, Cuba, Colombia, Cina e Messico. E uno spicca tra tutti: l’Iran, sul quale circa il 50 percento degli elettori di Trump sostiene l’intervento militare contro quel paese.

Questo avviene però quando tutto va più o meno bene. Ma più a lungo si trascina un conflitto e più ne vengono fuori le contraddizioni, incluse le reazioni legali del Congresso o il calo di consensi nell’opinione pubblica, soprattutto se le cose dovessero andare male e gli Stati Uniti iniziassero a subire vittime o perdite di qualche tipo.

Per questo, Trump ritiene di intimidire l’Iran costringendolo alla sottomissione con un’altra rapida dimostrazione di forza militare. Ma come con ogni iniziativa del presidente USA, la facciata dell’escalation contro l’Iran appare traballante. Non dimentichiamoci che Trump ha proclamato a gran voce la vittoria in Venezuela, mettendola rapidamente sotto il tappeto, nonostante non avesse ottenuto assolutamente nulla – almeno per quanto ne sappiamo.

Sono in molti ad aver verificato che, mentre Trump si era vantato che la neo-presidente venezuelana fosse adesso una sua totale e volontaria suddita, quest’ultima stia di fatto già disobbedendo ai suoi ordini.

Delcy Rodríguez, ha dichiarato domenica di averne “avuto abbastanza” degli ordini di Washington, mentre sta lavorando per difendere il paese dopo la cattura da parte degli USA del suo legittimo presidente Nicolás Maduro e mobilitandolo per ottenerne la liberazione. Inoltre le compagnie petrolifere statunitensi hanno detto chiaramente a Trump che il petrolio o gli investimenti in Venezuela non erano economicamente vantaggiosi per loro.

Poi c’è stata la sparata di Trump sulla Groenlandia dal palcoscenico mondiale di Davos che non sembra aver portato ai risultati sperati.

Ma anche sull’Iran le fanfaronate di Trump rimangono ben visibili. Il motivo dell’eventuale attacco sarebbe il programma nucleare, ossia lo stesso che il presidente Usa aveva dichiarato di aver riportato “all’età della pietra” con i bombardamenti di giugno dello scorso anno sull’impianto di Fordow. Dunque o è fasullo il pericolo del programma nucleare iraniano o erano fasulli i risultati dei bombardamenti di sette mesi fa.

Infine occorre rammentare che l’Iran è un boccone troppo grosso. Nè Trump né Israele possono permettersi uno scontro prolungato, e alcuni funzionari iraniani hanno promesso proprio questo, affermando che questa volta non si tireranno indietro dallo scontro come avevano “generosamente” fatto la scorsa volta. Del resto per la leadership della Repubblica Islamica questa è una vera e propria “sfida esistenziale”.

Usa e Israele vorrebbero che un colpo chirurgico “rapido e facile” sia sufficiente per estromettere la leadership iraniana e far precipitare come un domino l’intera struttura politico-militare del paese.

Lo scenario più probabile e realistico, che Trump ha apertamente “lasciato intendere”, è il tentativo di creare un blocco navale dell’Iran, per costringerlo a interrompere le forniture energetiche alla Cina e soprattutto impedire la commercializzazione del petrolio iraniano con sistemi di pagamento alternativi al dollaro.

Quindi vorrebbe usare la pressione della Marina USA al largo dello Stretto di Hormuz per strangolare lentamente l’Iran, accentuandone il deterioramento economico e fomentando ulteriori disordini interni con un attacco militare “chirurgico” come colpo finale per terminare il lavoro.

Il problema è che l’Iran ha molte carte da giocare nel Golfo Persico e l’intensificazione degli atti di pirateria contro le navi dei paesi del Sud Globale, potrebbe alla fine costringere paesi come Cina e Russia a iniziare a formare alleanze navali più strette per proteggere i loro beni, il che eleverebbe le tensioni tra i blocchi a livelli mai visti.

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