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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2026

Gli Stati Uniti minacciano un attacco all’Iran, ma non sarebbe un pasto gratis

Gli Stati Uniti sono tornati a minacciare di bombardare l’Iran. Secondo molti osservatori gli attacchi potrebbero avvenire già questa settimana anche se i tempi potrebbero slittare.

“Le discussioni all’interno dell’amministrazione sono state descritte come “caotiche”, con un dibattito sulle ripercussioni in termini di ritorsioni iraniane” scrive il Middle East Eye. “Gli USA stanno valutando attacchi di precisione contro funzionari e comandanti iraniani di “alto valore” che ritengono responsabili della morte dei manifestanti, ha riferito un funzionario del Golfo a conoscenza di queste discussioni”.

Secondo un osservatore attento come Simplicius, settimane fa Trump si era tirato indietro dal colpire l’Iran perché i suoi più stretti consiglieri e gli analisti dell’intelligence lo avevano convinto che un tale attacco non avrebbe “indebolito il regime” abbastanza da rovesciare l’Ayatollah Khameni e gli altri leader chiave. Questo è dovuto principalmente al fatto che la “sollevazione” è stata un fallimento che non è decollato come previsto, nonostante le massicce interferenze e provocazioni del Mossad e della CIA.

L’amministrazione USA, nelle settimane scorse, dopo aver esortato i manifestanti a “prendere il controllo” delle istituzioni statali, è tornata sui suoi passi. La de-escalation di Trump è arrivata mentre gli stati del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Qatar e Oman, facevano pressioni contro eventuali attacchi all’Iran.

Trump ha agito con vari stop and go dell’escalation, in modo simile a come è avvenuto con il Venezuela prima di ordinare infine un attacco al paese latinoamericano che ha portato al rapimento e alla detenzione negli Stati Uniti del presidente Nicolas Maduro.

Un ex funzionario dell’intelligence statunitense ha dichiarato al Middle east Eye che, dalla sua conoscenza delle conversazioni interne all’amministrazione, Trump non ha rinunciato a spingere per un “cambio di regime” a Teheran.

Gli Stati Uniti sul teatro mediorientale si trovano ora in una posizione militare più forte di qualche settimana fa e sono in grado di lanciare un attacco all’Iran rispetto all’inizio di gennaio. Trump ha inviato un maggior numero di aerei da guerra, sistemi di difesa aerea e navi da battaglia nella regione. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato lunedì che la portaerei Abraham Lincoln si trova in Medio Oriente dopo aver navigato dal Mar Cinese Meridionale.

La Abraham Lincoln trasporta aerei da guerra F-35 e F/A-18, oltre ad aerei da guerra elettronica EA-18G Growler. È inoltre accompagnata da cacciatorpedinieri che dispongono di missili.

Gli Stati Uniti hanno schierato anche uno squadrone di F-15E presso la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania in quanto gli Stati del Golfo hanno imposto un divieto sull’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro strutture per lanciare attacchi contro l’Iran.

La Reuters, citando un alto funzionario iraniano, afferma che Teheran ha avvertito che i partner arabi degli Stati Uniti avrebbero affrontato un attacco se le basi americane nei loro paesi fossero state utilizzate per colpire l’Iran. I mass media e i commentatori mediorientali vicini a Teheran hanno amplificato pubblicamente questo avvertimento.

Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia hanno rilasciato dichiarazioni in cui si dicono contrari a un attacco statunitense contro l’Iran.

Ma a Trump piace agire in modo unilaterale e senza le dovute approvazioni. Se e quando le azioni “riescono”, come viene sostenuto che sia avvenuto in Venezuela, pochi se ne lamentano. I blitz vengono eseguiti rapidamente prima che il Congresso possa organizzare una risposta, e poi la “gloria” delle conseguenze spazza via rapidamente ogni rimostranza e mette a tacere ogni dissenso, dipingendolo come antipatriottismo.

Da questo punto di vista, il consenso interno sembra dare ragione a Trump. Un sondaggio del giornale Politico rivela che il 65 percento degli elettori di Trump sostiene che gli Stati Uniti intraprendano azioni militari almeno contro uno dei diversi paesi potenzialmente target, tra questi Iran, Groenlandia, Cuba, Colombia, Cina e Messico. E uno spicca tra tutti: l’Iran, sul quale circa il 50 percento degli elettori di Trump sostiene l’intervento militare contro quel paese.

Questo avviene però quando tutto va più o meno bene. Ma più a lungo si trascina un conflitto e più ne vengono fuori le contraddizioni, incluse le reazioni legali del Congresso o il calo di consensi nell’opinione pubblica, soprattutto se le cose dovessero andare male e gli Stati Uniti iniziassero a subire vittime o perdite di qualche tipo.

Per questo, Trump ritiene di intimidire l’Iran costringendolo alla sottomissione con un’altra rapida dimostrazione di forza militare. Ma come con ogni iniziativa del presidente USA, la facciata dell’escalation contro l’Iran appare traballante. Non dimentichiamoci che Trump ha proclamato a gran voce la vittoria in Venezuela, mettendola rapidamente sotto il tappeto, nonostante non avesse ottenuto assolutamente nulla – almeno per quanto ne sappiamo.

Sono in molti ad aver verificato che, mentre Trump si era vantato che la neo-presidente venezuelana fosse adesso una sua totale e volontaria suddita, quest’ultima stia di fatto già disobbedendo ai suoi ordini.

Delcy Rodríguez, ha dichiarato domenica di averne “avuto abbastanza” degli ordini di Washington, mentre sta lavorando per difendere il paese dopo la cattura da parte degli USA del suo legittimo presidente Nicolás Maduro e mobilitandolo per ottenerne la liberazione. Inoltre le compagnie petrolifere statunitensi hanno detto chiaramente a Trump che il petrolio o gli investimenti in Venezuela non erano economicamente vantaggiosi per loro.

Poi c’è stata la sparata di Trump sulla Groenlandia dal palcoscenico mondiale di Davos che non sembra aver portato ai risultati sperati.

Ma anche sull’Iran le fanfaronate di Trump rimangono ben visibili. Il motivo dell’eventuale attacco sarebbe il programma nucleare, ossia lo stesso che il presidente Usa aveva dichiarato di aver riportato “all’età della pietra” con i bombardamenti di giugno dello scorso anno sull’impianto di Fordow. Dunque o è fasullo il pericolo del programma nucleare iraniano o erano fasulli i risultati dei bombardamenti di sette mesi fa.

Infine occorre rammentare che l’Iran è un boccone troppo grosso. Nè Trump né Israele possono permettersi uno scontro prolungato, e alcuni funzionari iraniani hanno promesso proprio questo, affermando che questa volta non si tireranno indietro dallo scontro come avevano “generosamente” fatto la scorsa volta. Del resto per la leadership della Repubblica Islamica questa è una vera e propria “sfida esistenziale”.

Usa e Israele vorrebbero che un colpo chirurgico “rapido e facile” sia sufficiente per estromettere la leadership iraniana e far precipitare come un domino l’intera struttura politico-militare del paese.

Lo scenario più probabile e realistico, che Trump ha apertamente “lasciato intendere”, è il tentativo di creare un blocco navale dell’Iran, per costringerlo a interrompere le forniture energetiche alla Cina e soprattutto impedire la commercializzazione del petrolio iraniano con sistemi di pagamento alternativi al dollaro.

Quindi vorrebbe usare la pressione della Marina USA al largo dello Stretto di Hormuz per strangolare lentamente l’Iran, accentuandone il deterioramento economico e fomentando ulteriori disordini interni con un attacco militare “chirurgico” come colpo finale per terminare il lavoro.

Il problema è che l’Iran ha molte carte da giocare nel Golfo Persico e l’intensificazione degli atti di pirateria contro le navi dei paesi del Sud Globale, potrebbe alla fine costringere paesi come Cina e Russia a iniziare a formare alleanze navali più strette per proteggere i loro beni, il che eleverebbe le tensioni tra i blocchi a livelli mai visti.

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19/12/2025

Trump ordina di strozzare il Venezuela bloccando le petroliere

Martedì sera, sul social Truth, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato di aver ordinato il blocco navale di tutte le petroliere venezuelane sanzionate, da e verso il paese sudamericano. Dopo l’assalto piratesco di qualche giorno fa verso un’altra imbarcazione, che era diretta verso Cuba, il tycoon decide di fare un passo ulteriore apertamente illegale per strozzare il socialismo bolivariano di Caracas.

Illegale perché le sanzioni stelle-e-strisce sono iniziative unilaterali riconosciute dal diritto internazionale come “atti di guerra”, che mietono vittime quasi quanto un attacco militare, usati come in questo caso per imporre politiche imperiali – e un regime change – senza impegnare direttamente boots on the ground i propri militari. Ma il messaggio è diretto anche verso la Cina, principale acquirente del petrolio venezuelano, che rappresenta anche un’entrata fondamentale delle finanze pubbliche di Caracas.

La tesi senza prove portata fin qui da Washington a giustificazione dell’escalation è che il presidente venezuelano Nicolás Maduro sarebbe alla guida del “Cartel de los Soles”, organizzazione di narcotrafficanti designata come terroristica dagli States, e che tramite i proventi del petrolio la dirigenza bolivariana abbia finanziato terrorismo, traffici di droga e tratta di esseri umani. Peccato che quel cartello non esista (non è citato in nessuna indagine dell’Onu in materia) e che il Venezuela sia riconosciuto come particolarmente attivo nella repressione del traffico di stupefacenti.

Due giorni fa, però, Trump ha cambiato “giustificazione” dichiarando che il blocco nei confronti dei venezuelani continuerà “fino a quando non restituiranno agli Stati Uniti d’America tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci hanno precedentemente rubato”. Accusa sorprendente, certamente. Come può il petrolio presente in un paese sovrano essere “di proprietà” di un altro, peraltro a qualche migliaio di km di distanza?

Il riferimento è alla nazionalizzazione decisa da Hugo Chavez nel 2007, che allora revocò le concessioni accordate alle società statunitensi Chevron, ConocoPhillips ed Exxon Mobil, così come alla britannica BP, la francese Total e la norvegese Statoil, che persero il controllo sui giacimenti petroliferi in fase di sviluppo nel bacino del fiume Orinoco.

Non serve un grande avvocato internazionale per capire la differenza tra “proprietà” e “concessione”, ossia il permesso di estrarre una risorsa naturale che resta ovviamente di proprietà del paese in cui si trova... 

A tutte le società straniere operanti nel paese fu comunque offerto di partecipare a joint venture, in cui almeno il 60% delle azioni sarebbe appartenuto alla società statale PDVSA. Successivamente, alcune compagnie hanno ricevuto risarcimenti monetari da Caracas, ma altre si trovano tuttora coinvolte in cause presso organismi arbitrali internazionali.

Il ministro venezuelano degli Esteri ha condannato l’iniziativa statunitense, accusando giustamente la Casa Bianca di voler “rubare le ricchezze che appartengono alla nostra patria”. Caracas ha ribadito la propria sovranità sulle risorse naturali e ha inviato una lettera ufficiale al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per denunciare le azioni di Washington.

È quanto normalmente accade nei processi di decolonizzazione, quando paesi prima schiavizzati e derubati assumono finalmente la libertà di decidere ed utilizzare le proprie risorse per svilupparsi anziché gonfiare i profitti privati stranieri.

Susie Wiles, capo dello staff di Trump, ha anch’essa gettato la maschera, dichiarando a Vanity Fair che la campagna di attacchi alle navi che ha causato decine di morti negli ultimi mesi mira soltanto a far cadere Maduro. Wiles ha affermato che il Trump “vuole continuare a far saltare in aria le barche finché Maduro non si arrenderà” (anche se molte delle imbarcazioni, specie quelle colpite nel Pacifico, non provengono dal Venezuela).

Quelle che sono vere e proprie esecuzioni extragiudiziali vengono usate come arma di pressione sullo scenario internazionale – sarebbero peraltro di dubbia efficacia: se appartengono davvero ai narcos perché il governo locale dovrebbe sentirsi “colpito” –, mentre le forze armate statunitensi strozzano il paese impedendogli di commerciare liberamente.

Ciò ha tra l’altro portato a un rialzo dei prezzi del petrolio, mentre Chevron, che opera ancora in Venezuela con un’autorizzazione speciale, ha dichiarato che continua le sue attività senza problemi e nel rispetto delle sanzioni. È una società statunitense, che diamine!

Intanto, la misura presa dagli USA ha suscitato varie reazioni. Gli oppositori di Trump, certo in modo strumentale, denunciano che si tratta di un atto di guerra non autorizzato dal Congresso (come previsto dalla Costituzione), stigmatizzando il presidente. Ma del resto, vari esperti di diritto internazionale hanno già avvertito che un blocco navale è considerabile “legittimo” solo se effettivamente c’è una dichiarazione di stato di guerra, che sia de facto o formale.

In questo caso, però, mancano entrambe, anche se Washington può avvalersi di leggi proprie – unilaterali – che gli consentono di colpire obiettivi considerati “terroristici” in territorio straniero. Inoltre, la Camera statunitense ha respinto due risoluzioni che avrebbero impedito alla Casa Bianca di dare avvio a ostilità verso organizzazioni terroristiche e verso il Venezuela nello specifico senza l’approvazione del Congresso.

Chiaro che la definizione di “terrorista” diventa a questo punto una foglie di fico utilizzabile a piacere da chiunque abbia anche la forza di agire di conseguenza, senza che la vittima della definizione abbia fatto nulla.

La possibilità di incursioni aeree era già stata annunciata da giorni, ma il blocco navale rappresenta già un’escalation pienamente bellica che soffia sul fuoco delle tensione nel Caribe. Tensioni provocate dall’imperialismo USA che vuole imporre il proprio tallone di ferro sulle Americhe.

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04/10/2025

C’è una nuova Flottilla in rotta verso Gaza

Conclusasi con l’abbordaggio israeliano e l’arresto degli attivisti a bordo la Global Sumud Flotilla, c’è una nuova flottiglia di 11 tra barche e navi che sta facendo rotta verso Gaza.

Si tratta della Freedom Flotilla che prende il nome dalla prima missione – quella del 2010 che vide 10 attivisti turchi uccisi dai militari israeliani sulla nave Mavi Marmara – e che cercherà nuovamente di rompere il blocco navale di Israele che dal 2009 occupa le acque internazionali a ridosso delle acque territoriali palestinesi di Gaza.

L’ammiraglia è la nave Conscience, ci sono poi le navi Gassan Ghanafani e Al Awda (“Il ritorno”), e altre otto navi.

Alcune di queste navi sono partite nei giorni scorsi da Otranto, altre dalla Sicilia.

La “Conscience” è una nave che porta con sé oltre cento medici, infermieri, operatori sanitari.

“Non trasportiamo “barrette di cioccolato”, come Israele ha avuto l’arroganza di dire riguardo alle nostre missioni precedenti. Trasportiamo esseri umani. Trasportiamo umanità” scrive in una nota la Freedom Flotilla. “La Conscience non è solo una nave: è un atto di resistenza internazionale, un fronte di popoli che si solleva contro il colonialismo, lo stesso che ha piegato e insanguinato terre, culture, civiltà”.

Intanto potrebbero cominciare da oggi i rilasci degli attivisti ancora detenuti in Israele della Global Sumud Flotilla, mentre la flottiglia di una quarantina di imbarcazioni partite dalla Turchia sembra che abbia sospeso la sua navigazione verso Gaza.

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28/08/2018

Migranti in Albania, un po’ di memoria può aiutare


In questi giorni convulsi sarebbe forse il caso di rinfrescare la memoria.

Nella recente storia dell’Italia c’è un precedente, anche se formalmente non fu chiamato così: quello del “blocco navale” sulle coste dell’Adriatico per fermare i migranti provenienti dall’Albania, negli anni Novanta.

Presidente del Consiglio: Romano Prodi; Vice – presidente del Consiglio Walter Veltroni; Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, Ministro degli Esteri Lamberto Dini

L’Albania negli anni Novanta

Dopo la caduta del regime comunista, all’inizio degli anni Novanta l’Albania si ritrovò in una situazione molto complicata e difficile. Il paese era politicamente isolato, con un livello di criminalità molto elevato, povero e arretrato da un punto di vista economico. Il governo albanese cercò di porre rimedio con una serie di riforme, tra cui quella delle cosiddette “imprese piramidali” che funzionavano come delle banche ma con un tasso di interesse molto alto. Nel gennaio del 1997 la maggior parte di queste imprese fallì e un terzo delle famiglie albanesi perse i propri risparmi.

A Tirana cominciarono proteste che poi si estesero anche in altre città, durarono mesi e diventarono sempre più violente fino a quando l’allora presidente della Repubblica, Sali Berisha, dichiarò lo stato d’emergenza: solo una piccola parte del territorio albanese era rimasto sotto il controllo dello governo, mentre la maggior parte del sud e delle zone centrali (Tirana, Durazzo, Valona) erano gestite da bande armate. Fu in questa situazione – che viene storicamente ricordata come “anarchia albanese” – che cominciò a aumentare l’emigrazione verso l’Italia.

Il “blocco navale” del 1997

In quell’anno di grave crisi e disordine per l’Albania, in Italia al governo c’era il centrosinistra e il presidente del Consiglio era Romano Prodi. Il ministro degli Esteri era Lamberto Dini; alla Difesa c’era Beniamino Andreatta e agli Interni Giorgio Napolitano. Il governo italiano decise di adottare una duplice strategia: da una parte offrire accoglienza temporanea nei casi di bisogno effettivo, con l’immediato ri-accompagnamento di coloro a cui non era riconosciuto quel bisogno, dall’altra parte evitare un afflusso massiccio di migranti verso l’Italia tramite un accordo con l’Albania.

Il 19 marzo del 1997 venne adottato un decreto legge che regolamentava i respingimenti; il 25 marzo venne firmato un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi. L’accordo parlava ufficialmente di un «efficace pattugliamento» delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare «opera di convincimento» nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica però fu un vero e proprio “blocco navale”, criticato apertamente dall’ONU.

L’accordo prevedeva un controllo nelle acque territoriali albanesi affidato al 28° Gruppo Navale italiano, che operava regolarmente armato e pronto a rispondere al fuoco se provocato (aveva a disposizione anche un contingente di terra per il controllo dell’area portuale, del porto e del lungomare sul quale si trovavano le aree di partenza dei cosiddetti “scafisti”); una seconda fascia, costituita da navi d’altura, aveva il compito di sorvegliare lo spazio marittimo tra Albania e Italia per intercettare le barche con i migranti; la terza fascia doveva recepire la situazione trasmessa dalle unità d’altura e agire per contenere l’entrata nelle acque territoriali italiane.

Cosa avvenne il 28 marzo del 1997

Pochi giorni dopo la promulgazione degli accordi una motovedetta albanese carica di donne e bambini, la Katër i Radës, fu speronata nel canale d’Otranto dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana che ne contrastava il tentativo di approdo sulla costa italiana. Si rovesciò in pochi minuti: morirono 81 persone, ne sopravvissero 32.

Quel giorno a svolgere le operazioni di pattugliamento nel canale d’Otranto c’erano cinque navi della marina Italiana: le fregate Zeffiro, Aliseo, Sagittario, il pattugliatore Artigliere e la corvetta Sibilla. Le prime quattro avevano il compito di perlustrare le acque internazionali vicino alle coste albanesi. La corvetta Sibilla, invece, aveva compiti e funzioni difensive diverse: collocarsi al confine tra le acque italiane e quelle internazionali, controllando la seconda linea.

La Katër i Radës era stata rubata al porto di Saranda da un gruppo che gestiva il traffico di migranti. Nel pomeriggio del 28 marzo, intorno alle 15, partì da Valona carica di circa 120 persone, tra uomini, donne e anche molti bambini, molte più di quante ne potesse contenere. Alle 17.15 fu avvistata dalla fregata Zeffiro impegnata nell’operazione del blocco navale. La Zeffiro intimò alla Katër i Radës di invertire la rotta ma la nave albanese proseguì. Quindici minuti più tardi della nave iniziò a occuparsi la corvetta Sibilla, più piccola ed agile, che iniziò a effettuare le manovre di allontanamento, avvicinandosi in cerchi sempre più stretti alla Katër i Radës. Alle 18.57 avvenne l’urto. La Sibilla colpì la piccola nave (il ponte era lungo circa 20 metri) due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua e una seconda capovolgendola. Alle 19.03 la nave affondò.

La sentenza di primo grado, che risale al 2005, ma anche quella di secondo grado, del 2011, stabilirono che la colpa era condivisa tra i comandanti delle due imbarcazioni: il comandante della Katër i Radës venne condannato a quattro anni di carcere, poi ridotti in appello a tre anni e dieci mesi; Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, venne condannato a tre anni, poi ridotti a due anni e quattro mesi. Il relitto della nave albanese, recuperato, è diventato un monumento a Otranto.

La situazione in Albania non migliorò, il governo locale chiese l’intervento di una forza militare internazionale: arrivò con l’operazione Alba, promossa dall’Italia e autorizzata dall’ONU. Il blocco navale permise di intercettare decine di imbarcazioni, ma non fermò i viaggi dei migranti: soltanto il 5 maggio a Bari sbarcarono 1.500 migranti. In Albania si tennero delle nuove elezioni a giugno; l’Italia in agosto ritirò il suo contingente militare e si impegnò poi ad addestrare le forze militari e la polizia albanese, mentre la situazione tornò molto lentamente a una specie di normalità.

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03/02/2017

Muroammare

Tutti a condannare Trump che vuole allungare il muro con il Messico (l'aveva inaugurato Bill Clinton, l'aveva esteso George W. Bush, non l'aveva ridotto Obama), e intanto innalzano una barriera navale per rinforzare il muro naturale rappresentato dal mare che divide Europa e Africa.

Nella giornata di ieri l'Unione Europea e l'Italia hanno scelto Fayez Al Serraj, per quanto poco conti all'interno della Libia attuale, come muro contro i disperati che salgono dall'Africa subsahariana. Il modello è quello della Turchia di Erdogan, il contratto – per così dire – prevede blocco delle partenze dei barconi in cambio di soldi. E in effetti Al Serraj ne ha subito approfittato per ricordare che, fin qui, gliene sono arrivati troppo pochi.

Il presidente del Consiglio italiano Gentiloni è stato incaricato di rappresentare il resto della Ue, di modo che risultasse comunque una iniziativa italiana, ma con la copertura politica comunitaria. Un modo come un altro per dire che “l'Europa non è contro l'immigrazione” in quanto tale, ma solo contro quella “clandestina”. E in qualche misura stupisce la velocità con cui i media “democratici”, a cominciare naturalmente da Repubblica, si sono adattati in un attimo al linguaggio di Salvini e Le Pen (per esempio: “Il documento, composto da otto articoli, prevede, da parte del nostro Paese l'impegno a sostenere e finanziare programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell'immigrazione illegale in diversi settori e a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'irregolarità. Dal canto suo, la Libia si impegna ad arginare i flussi clandestini”).

Lo stesso linguaggio era stato del resto fatto proprio senza problemi dal cattolico ex sessantottino a Palazzo Chigi: “Deve essere chiaro che il memorandum che abbiamo firmato riguarda il nostro impegno per rafforzare le istituzioni libiche nel contrasto all'immigrazione clandestina. Parliamo ad esempio di polizia di frontiera, questo è solo un pezzo del progetto che dobbiamo sviluppare”.

I complici europei erano intanto riuniti a Malta (altra isola-paese interessata in prima linea dal fenomeno migratorio), ed hanno chiamato al telefono Gentiloni per congratularsi con lui per l'accordo.

Del resto, proprio da Malta, il presidente del Consiglio Europeo – il polacco Tusk, per ironia della sorte, si chiama anche lui Donald... – intratteneva ministri e giornalisti conversando amabilmente sul tema: “È tempo di chiudere la rotta dalla Libia all’Italia, posso assicurare che possiamo riuscirci, quello che serve è la piena determinazione a farlo”. Naturalmente si sbarra il mare per “aiutare” chi vorrebbe arrivare qui: “Lo dobbiamo prima di tutto a chi soffre e rischia la vita, ma lo dobbiamo anche agli italiani e a tutti gli europei”. Il flusso di migranti, anche per lui, “non è sostenibile”.

I numeri sono ragguardevoli, ma decisamente tutt'altro che insostenibili. Nel 2016 hanno infatti attraversato il Canale di Sicilia 181mila migranti, con un aumento degli sbarchi del 18% rispetto al 2015. Il 90% dei barconi è partito proprio dalla Libia, lungo una rotta che dal 2010 ad oggi ha visto morire in mare 13 mila persone.

Il “piano” europeo avrà effetto immediato, perché si vuole realizzare questo muro a mare prima di primavera, quando le condizioni meteorologiche diventeranno meno proibitive per i viaggi dei disperati.

Due differenti versioni dello stesso “piano”. Il primo tentativo sarà quello di presidiare direttamente i porti libici di partenza, di modo che i barconi non prendano il mare. L'ostacolo è rappresentato però da milizie e trafficanti (congiuntamente), che potrebbero utilizzare porticcioli di fortuna, non censiti dalle mappe e facilmente sostituibili con altri. La “versione B” prevede dunque l'utilizzo di navi da guerra di diversi paesi europei, ma soprattutto italiane, per formare una line of protection al largo delle coste. O più volgarmente un blocco navale impegnato nei “respingimenti in mare” da sempre voluti da personaggi tipo Santanchè o Salvini.

Ma l'ipocrisia politically correct resta dominante della “comunicazione”. Quindi si dice che la prima fila delle navi dovrà essere composta da vascelli libici, che però lamentano scarsità di mezzi e personale addestrato (ripetiamo che Al Serraj controlla a mala pena il suo palazzo a Tripoli, mentre parlamento e ministeri sono spesso sotto controllo dal suo rivale territoriale, l'ex primo ministro Khalifa Ghwell). Dunque toccherà alle navi europee tamponare gli inevitabili buchi che si apriranno nella prima linea libica.

Anche perché la maggior parte della costa è sotto il controllo delle truppe del generale Haftar, che comanda da Tobruk la Cirenaica e sta conquistando diverse posizioni in mano all'Isis o altre milizie jihadiste. Dunque è possibilissimo che la rotta degli scafisti si sposti dai terminali attuali ad altri ancora da preparare.

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Migranti: accordo Italia-Libia, il testo del memorandum

Memorandum d'intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana Il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia e il Governo della Repubblica Italiana qui di seguito denominate 'Le Parti' sono determinati a lavorare per affrontare tutte le sfide che si ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nei due paesi, e nella regione del Mediterraneo in generale.

Nella consapevolezza della sensibilità dell'attuale fase di transizione in Libia, e della necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla riconciliazione nazionale, in vista di una stabilizzazione che permetta l’edificazione di uno Stato civile e democratico.

Nel riconoscere che il comune patrimonio storico e culturale e il forte legame di amicizia tra i due popoli costituiscono la base per affrontare i problemi derivanti dai continui ed elevati flussi di migranti clandestini.

Riaffermando i principi di sovranità, indipendenza, integrità territoriale e unità nazionale della Libia, nonché di non ingerenza negli affari interni.

Al fine di attuare gli accordi sottoscritti tra le Parti in merito, tra cui il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato a Bengasi il 30/08/2008, ed in particolare l'articolo 19 dello stesso Trattato, la Dichiarazione di Tripoli del 21 gennaio 2012 e altri accordi e memorandum sottoscritti in materia.

Le Parti hanno preso atto dell’impegno che l’Italia ha posto per rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d'importanza prioritaria per le rotte migratorie, che ha portato all’istituzione del “Fondo per l’Africa”.

Tenendo conto delle iniziative che sono state messe in atto dalla parte italiana in attuazione degli accordi e dei memorandum di intesa bilaterali precedenti, nonché il sostegno assicurato alla rivoluzione del 17 febbraio.

Al fine di raggiungere soluzioni relative ad alcune questioni che influiscono negativamente sulle Parti, tra cui il fenomeno dell'immigrazione clandestina e il suo impatto, la lotta contro il terrorismo, la tratta degli esseri umani e il contrabbando di carburante.

Riaffermando la ferma determinazione di cooperare per individuare soluzioni urgenti alla questione dei migranti clandestini che attraversano la Libia per recarsi in Europa via mare, attraverso la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine, lavorando al tempo stesso affinché i paesi di origine accettino i propri cittadini ovvero sottoscrivendo con questi paesi accordi in merito.

Riconoscendo che le misure e le iniziative intraprese per risolvere la situazione dei migranti illegali ai sensi di questo Memorandum, non devono intaccare in alcun modo il tessuto sociale libico o minacciare l’equilibrio demografico del Paese o la situazione economica e le condizioni di sicurezza dei cittadini libici.

Sottolineando l'importanza del controllo e della sicurezza dei confini libici, terrestri e marittimi, per garantire la riduzione dei flussi migratori illegali, la lotta contro il traffico di esseri umani e il contrabbando di carburante, e sottolineando altresì l’importanza di usufruire dell’esperienza delle istituzioni coinvolte nella lotta contro l'immigrazione clandestina e il controllo dei confini.

Tenuto conto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario e dagli accordi che vincolano le Parti, tra cui l’adesione dell’Italia all’Unione Europea, nell’ambito degli ordinamenti vigenti nei due Paesi, le due parti confermano il desiderio di cooperare per attuare le disposizioni e gli obiettivi di questo Memorandum, e concordano quanto segue:

Articolo 1
Le Parti si impegnano a:

A) avviare iniziative di cooperazione in conformità con i programmi e le attività adottati dal Consiglio Presidenziale e dal Governo di Accordo Nazionale dello Stato della Libia, con riferimento al sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti, in sintonia con quanto previsto dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione sottoscritto tra i due paesi, e dagli accordi e memorandum d'intesa sottoscritti dalle Parti.

B) la parte italiana fornisce sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell'immigrazione illegale, in settori diversi, quali le energie rinnovabili, le infrastrutture, la sanità, i trasporti, lo sviluppo delle risorse umane, l'insegnamento, la formazione del personale e la ricerca scientifica.

C) la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell'Interno.

Articolo 2
Le Parti si impegnano altresì a intraprendere azioni nei seguenti settori:

1) completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, secondo quanto previsto dall'articolo 19 del Trattato summenzionato.

2) adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza summenzionati già attivi nel rispetto delle norme pertinenti, usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e di finanziamenti dell'Unione Europea. La parte italiana contribuisce, attraverso la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza, a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei migranti illegali, per il trattamento delle malattie trasmissibili e croniche gravi.

3) la formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza summenzionati per far fronte alle condizioni dei migranti illegali, sostenendo i centri di ricerca libici che operano in questo settore, in modo che possano contribuire all’individuazione dei metodi più adeguati per affrontare il fenomeno dell'immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani.

4) Le Parti collaborano per proporre, entro tre mesi dalla firma di questo memorandum, una visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell'immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine dell’immigrazione nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, innalzare il livello dei settori di servizi migliorando così il tenore di vita e le condizioni sanitarie, e contribuire alla riduzione della povertà e della disoccupazione.

5) sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia nel campo delle migrazioni a proseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei propri paesi d'origine, compreso il rientro volontario. 6) avvio di programmi di sviluppo, attraverso iniziative di job creation adeguate, nelle regioni libiche colpite dai fenomeni dell’immigrazione illegale, traffico di esseri umani e contrabbando, in funzione di “sostituzione del reddito”.

Articolo 3
Al fine di conseguire gli obiettivi di cui al presente Memorandum, le parti si impegnano a istituire un comitato misto composto da un numero di membri uguale tra le parti, per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti.

Articolo 4
La parte italiana provvede al finanziamento delle iniziative menzionate in questo Memorandum o di quelle proposte dal comitato misto indicato nell'articolo precedente senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato italiano rispetto agli stanziamenti già previsti, nonché avvalendosi di fondi disponibili dall'Unione Europea, nel rispetto delle leggi in vigore nei due paesi.

Articolo 5
Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.

Articolo 6
Le controversie tra le Parti relative all’interpretazione o all’applicazione del presente Memorandum saranno trattate amichevolmente per via diplomatica.

Articolo 7
Il presente Memorandum d’intesa può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità.

Articolo 8
Il presente Memorandum entra in vigore al momento della firma. Ha validità triennale e sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due Parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità.

Elaborato e sottoscritto a Roma il 2 febbraio 2017 in due copie originali, ciascuna in lingua araba e italiana, tutti i testi facenti egualmente fede.

Per il Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia Fayez Mustafa Serraj
Presidente del Consiglio Presidenziale per il Governo della Repubblica Italiana Paolo Gentiloni Presidente del Consiglio dei Ministri

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26/01/2017

Trump e Mogherini. Stessa faccia, stessa razza, stessi muri

Il neopresidente statunitense Donald Trump ordinerà oggi l'estensione del "muro" al confine con il Messico già edificato a suo tempo da Bill Clinton. La promessa elettorale e la prima torsione restrittiva della politica sull'immigrazione prendono così corpo. La prima dichiarazione d'intenti di Trump sul muro al confine con il Messico risale al giugno 2015. "Quando il Messico manda la sua gente negli Usa, non si tratta dell'invio dei migliori. Mandano persone che hanno un sacco di problemi. Stanno portando droga. Stanno portando crimine. Sono stupratori", ebbe a dire Trump solleticando la pancia profonda dei Wasp statunitensi (bianchi, anglosassoni, protestanti). "Costruirò un grande, grande muro al nostro confine Sud e lo farò pagare al Messico. Segnate le mie parole".

Il confine tra il Messico e gli Stati Uniti è lungo circa 3200 chilometri (in larga parte coincidenti con il fiume Rio Grande) e coinvolge gli stati della California, Arizona, New Mexico e Texas. Al confine tra i due Paesi esiste già un muro recintato di circa 1100 chilometri. Secondo Trump, in ogni caso, il muro dovrebbe coprire circa 1600 chilometri del confine, 500 in più di quelli attuali. Il resto della frontiera si regge su ostacoli naturali come il Rio Grande.

A febbraio dello scorso anno, Trump aveva dichiarato di essere in grado di completare la costruzione del muro con 8 miliardi di dollari. Ma quella di Trump è tra le stime di spesa più basse. Le altre sono tutte di gran lunga superiori. Il muro recintato già esistente è costato circa 2,4 miliardi di dollari. La costruzione del resto secondo alcune stime costerebbe tra i 15 e i 25 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda i costi Trump, avrebbe indicato una soluzione piuttosto tarocca: farlo pagare al Messico. Tale opzione è stata vigorosamente esclusa dal presidente messicano Pena Nieto. A inizio gennaio il presidente Usa ha annunciato che il progetto di costruzione sarebbe inizialmente pagato dagli Usa in base a un disegno di legge di spesa approvato dal Congresso e che il Messico alla fine rimborserà gli Stati Uniti. Ma su questa soluzione, come abbiamo visto, restano fortissime incognite.

Ma se Trump punta ad allungare il muro sulla terraferma per bloccare i flussi di immigrati dall'America Centrale e Latina, in Europa c'è chi lavora per costruire un muro sull'acqua per fermare i flussi che provengono dall'Africa.

E' questo il senso del Muro sul Mediterraneo che la responsabile della sicurezza europea, Federica Mogherini, ha proposto alla Commissione Europa di Bruxelles, attraverso una sorta di blocco navale delle coste della Libia realizzato dalle flotte militari dei paesi dell'Unione Europea a supporto del blocco sulla terraferma che dovrebbe essere gestito dalle autorità libiche (viene da chiedersi quali, vista la situazione di caos e divisione sul campo). La proposta verrà vagliata al vertice dei capi di stato europei del prossimo 3 febbraio.

Insomma se l'obiettivo è quello di bloccare i flussi di profughi, rifugiati, migranti, un muro è un muro. Lo si può costruire sulla terraferma con cemento e filo spinato o lo si può costruire nel mare con il blocco navale di flotte militari e chiudendo gli occhi, le orecchie e la bocca su quanto avviene nelle spiagge di partenza. Non si tratta solo dell'ipocrisia di chi critica Trump ma agisce o è costretto a fare le sue stesse scelte. E' che il grottesco Trump e la gelida Mogherini hanno la stessa faccia e sono della stessa razza. Sono esponenti delle classi dominanti.

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24/04/2015

Il blocco navale è irrealizzabile e illegale

Che cosa fare per evitare una nuova strage di migranti nelle acque del Mediterraneo: mentre l’Europa decide di potenziare l’operazione già in corso, “Triton”, il dibattito ruota intorno ad alcune parole ripetute da diversi esponenti politici, in particolare il blocco navale.

Ma il blocco è un’operazione militare dai contorni molto precisi, dicono gli esperti, e al momento non c’è possibilità che venga messa in atto. Il diritto internazionale parla chiaro: senza un esplicito assenso della Libia e delle Nazioni Unite, mettere in pratica un blocco navale lungo le sue coste è un atto di guerra.

Certo non aiuta il fatto che in Libia, al momento, ci siano due governi diversi e in lotta: uno dei due, quello di Tripoli – non riconosciuto da gran parte dei paesi occidentali – ha già detto che non accetterà raid aerei contro le imbarcazioni dei trafficanti sulle sue coste, figurarsi uno schieramento di navi militari autorizzate ad usare la forza a poche miglia dalla riva.

Se poi guardiamo alla storia recente delle politiche messe in atto dal governo italiano (e non solo) in termini di azioni marittime, ci sono pochi precedenti confortanti: misure come il respingimento forzato sono risultate – e in altre parti del mondo risultano – in gravi violazioni dei diritti umani e condanne degli organismi internazionali, senza contare le tante tragedie che hanno causato in modo diretto o indiretto.

Che cosa si è deciso a Bruxelles

L’Europa non ha ancora deciso un chiaro cambiamento di politiche nel Mediterraneo. Giovedì 23 aprile si è tenuta a Bruxelles una riunione speciale del Consiglio europeo, l’organo che riunisce i capi di Stato e di governo dell’Unione, per discutere le misure da prendere per contrastare il traffico illegale dei migranti attraverso il Mediterraneo ed evitare una nuova tragedia come quella del 19 aprile scorso, in cui oltre 700 persone sono morte nel Canale di Sicilia.

Secondo quanto dichiarato dal presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, l’intesa di massima tra i 28 Paesi dell’Ue è stata raggiunta su alcuni punti fondamentali. Tra questi, gli stati europei hanno dato mandato all’Alta rappresentante per la politica estera Federica Mogherini di proporre azioni per «catturare e distruggere» le imbarcazioni utilizzate dai trafficanti «prima che queste vengano usate».

A Bruxelles si è deciso soprattutto di «triplicare le risorse» destinate all’operazione “Triton”, partita il 1° novembre dello scorso anno con mezzi fortemente ridotti rispetto alla precedente “Mare Nostrum”: attualmente “Triton” costa circa 2,9 milioni di euro al mese, contro i 9,5 di “Mare Nostrum”, e l’aumento riporterebbe quindi l’operazione attuale più o meno agli stessi livelli di finanziamento. I Paesi europei, ha detto Tusk, hanno promesso «molti più vascelli, aerei ed esperti».

Infine, si è deciso un programma pilota per il reinsediamento di alcune migliaia di richiedenti asilo (si parla di 5 mila posti per la prima fase) nei Paesi europei, che parteciperanno però «su base volontaria» (e il Regno Unito, in cui sono prossime le elezioni, si è ad esempio già chiamato fuori).

“Triton” è un’operazione di pattugliamento, che rimane a un raggio di 30 miglia nautiche dalle coste italiane. Non è un’operazione che blocca attivamente gli sbarchi e non ha i mezzi per soccorrere in modo efficace tutte le imbarcazioni in difficoltà tra Italia e Libia. Negli ultimi giorni, molti esponenti politici italiani hanno parlato anche di un altro tipo di azione che invece è presentata come risolutiva: il blocco navale.

Perché si parla di blocco navale

Il giorno prima della riunione di Bruxelles, la Camera dei deputati italiana ha approvato una risoluzione di maggioranza e un’altra presentata da Forza Italia. Le risoluzioni parlamentari hanno solo un generico valore d’indirizzo e non obbligano il governo, ma ha fatto notizia che in quella di Forza Italia si facesse riferimento agli articoli 41 e 42 dello Statuto delle Nazioni Unite, in cui si nominano, tra diverse misure possibili per contrastare «minacce alla pace», anche l’interruzione delle comunicazioni e i blocchi navali.

Nelle ore successive, diversi esponenti di Forza Italia – ad esempio Giovanni Toti e Mariastella Gelmini – hanno espresso il loro sostegno al blocco navale. Un’apertura a questa soluzione c’è stata anche da parte del presidente della commissione Esteri del Senato Pierferdinando Casini e del sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, che però ha specificato che dovrebbe essere effettuato dalle autorità locali e dalle organizzazioni internazionali.

Ma il più grande sponsor della misura è probabilmente il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, che negli ultimi giorni ha più volte detto che si tratta, a suo dire, dell’unica soluzione possibile al problema degli sbarchi.

Che cos’è il blocco navale?

L’ammiraglio Fabio Caffio, tra i massimi esperti delle questioni di diritto marittimo in Italia, è molto netto: «Credo che ci sia un equivoco terminologico che magari giova a qualcuno. Credo che nessuno si riferisca a un “blocco in mare” intendendo un respingimento coattivo, forzato. Nessuno che abbia un minimo di cognizione del diritto si può immaginare qualcosa del genere». Per questo, prosegue Caffio, «il blocco in mare è irrealizzabile e illegale».

Nel suo Glossario di diritto del mare, del 2007, Caffio spiega quali sono i termini della questione. Il blocco navale è «una classica misura di guerra volta a impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante». I precisi termini della sua applicazione sono definiti dalla consuetudine, visto che in materia non ci sono trattati internazionali, ma si tratta in sostanza di una grande forza aerea e navale che opera a ridosso del Paese che subisce il blocco e che è pronta – anche con la forza – a impedire ogni arrivo o partenza dalle coste, attaccando ad esempio i mercantili che provano a forzarlo.

Il blocco deve essere formalmente dichiarato e notificato agli Stati coinvolti, riguarda le navi di qualsiasi nazionalità e tipo, compresi i mercantili, con l’unica eccezione dei beni di prima necessità e degli aiuti umanitari.

Lo Statuto delle Nazioni Unite citato nella risoluzione di Forza Italia, inoltre, stabilisce che può essere utilizzato solo nei casi di legittima difesa e in una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu del 1974 è compreso tra gli «atti di aggressione».

I blocchi negli ultimi anni

Un blocco navale vero e proprio è stato avviato anche molto di recente e il caso dà l’idea di quali siano i contesti in cui viene messo in pratica. All’interno dell’intervento militare in Yemen coordinato con diversi altri paesi arabi e sostenuto dagli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha annunciato il 30 marzo scorso un blocco navale delle coste del Paese vicino, cinque giorni dopo l’inizio di una campagna di bombardamenti contro i ribelli Houthi.

Dopo quattro settimane di attacchi aerei l’operazione è stata dichiarata conclusa il 21 aprile, ma il blocco navale continua. Nonostante gli Stati Uniti abbiano sette navi militari nella zona, non partecipano al blocco.

Un altro blocco navale è stato messo in pratica nel marzo 2011, durante l’operazione Nato “Unified Protector” contro il regime di Gheddafi: oltre alla pioggia di missili Tomahawk su obiettivi libici e agli attacchi aerei, le navi militari hanno bloccato le navi rimanendo in acque internazionali.

Altri esempi recenti sono quelli di Israele: alle coste e ai porti del Libano nel luglio-settembre 2006, e da anni alla Striscia di Gaza, al largo della quale la marina israeliana blocca tutte le imbarcazioni – comprese quelle da pesca – se si spingono oltre le 6 miglia marittime dalla costa.

L’operazione di Israele è stata ripetutamente condannata dalle associazioni per i diritti umani, in particolare dopo che commando israeliani salirono a bordo della nave Mavi Marmara, di proprietà di una Ong turca e diretta verso la Striscia di Gaza, e uccisero nove attivisti che si opponevano all’attracco forzato nel porto israeliano di Ashdod per un’ispezione.

Il precedente italiano del 1997

Si parlò di blocco navale contro la Serbia anche nel 1999, durante l’operazione Nato in Kosovo, ma non se ne fece nulla per l’opposizione di Russia e Francia. E il Mediterraneo aveva visto un esempio di blocco – anche se sui generis – pochi anni prima, in un precedente poco fortunato citato a volte anche in queste ore.

Il 25 marzo 1997 il governo italiano di Romano Prodi e quello albanese di Sali Berisha strinsero un accordo a Roma con il quale l’Italia si impegnava – su formale richiesta albanese, il che non lo rende un blocco navale in senso proprio – a impiegare uomini e mezzi a ridosso delle coste albanesi e nelle acque internazionali del canale di Otranto per fermare l’afflusso di migranti verso le coste italiane.

L’operazione scattò già al momento della firma, senza aspettare i protocolli di applicazione (che sarebbero arrivati il 2 aprile); solo due giorni dopo, la motovedetta albanese Katër i Radës, carica di migranti, venne speronata in acque internazionali dalla nave italiana Sibilla: morirono 108 persone. Gli sbarchi, di fatto, non si fermarono, e l’operazione della Marina militare italiana proseguì ancora per qualche mese.

L’accordo con Gheddafi

Al di là dei blocchi navali in senso stretto e della loro fattibilità reale, c’è un altro precedente assai poco onorevole per l’Italia: nel 2009, il governo Berlusconi strinse un accordo con la Libia di Muammar Gheddafi per mettere in atto respingimenti forzati in mare.

A partire dal maggio di quell’anno, le barche vennero trainate di nuovo nei porti libici da cui erano partite dalle unità italiane, senza procedere a nessuna identificazione o valutazione di situazioni che avevano bisogno di assistenza. Non è molto diverso da quanto fa l’Australia dalla fine del 2013 con le barche che provano a raggiungere le sue coste settentrionali – un altro “modello” citato in questi giorni – anche se i flussi migratori sono molto meno ingenti e la situazione non piace ai vicini verso cui vengono trainate le navi né alle Nazioni Unite (senza contare il fatto che l’Australia spende per l’operazione il quadruplo di “Mare Nostrum”).

Quando venne stretto l’accordo con Gheddafi, l’allora ministro degli Interni Roberto Maroni, oggi governatore della Lombardia, parlò di «risultato storico» nel contrasto all’immigrazione clandestina. Le Nazioni Unite protestarono subito contro l’accordo, e presto emersero racconti drammatici – tra torture e maltrattamenti – delle condizioni in cui i libici tenevano i migranti riportati indietro, oltre 500 nel solo primo mese di respingimenti forzati.

Nel 2012, la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato all’unanimità l’Italia per quella politica: violava il principio internazionale del non respingimento dei migranti e li portava, disse la Corte, in un paese che non garantiva il rispetto dei diritti umani (e che non ha mai ratificato le convenzioni internazionali sui migranti).

In attesa di sapere quali saranno le azioni proposte da Mogherini per distruggere i barconi là dove stanno – in territorio libico, con tutti i problemi giuridici che questo comporta – il dibattito politico italiano gira intorno a soluzioni che, nella storia recente, hanno una lunga serie di precedenti poco edificanti.

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