Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2026

Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica

Nella tragedia c’è sempre un angolo per la farsa. La novità di Trump è quella di aprirci anche un siparietto di melodramma: “Sono da molto tempo sulla loro [dell’Iran ndr] lista”, ha detto al New York Post. E per questo ha aggiunto di aver ordinato che, se dovesse essere ucciso, “li bombardino come mai è stato fatto prima”.

Non serve una grande memoria per ricordare che l’Iran, con tutti i suoi difetti, non ha fin qui assassinato nessun capo di stato o di governo, neppure di paesi di poco peso internazionale. Al contrario, questa è un’antica abitudine proprio degli States e di Israele (solo quest’anno: il rapimento di Nicolàs Maduro, l’uccisione di Ali Khamenei e di altri dirigenti iraniani).

E dunque appare logicamente improbabile che Teheran possa meditare l’“omicidio mirato” del presidente della principale superpotenza. Non solo perché quella prassi appare più occidentale che persiana, ma soprattutto in considerazione delle possibilità di risposta che la superpotenza avrebbe a disposizione.

Una breve analisi più attenta della notizia, oltretutto, permette di sapere che è stata pubblicata dal Wall Street Journal, il quale precisa anche la provenienza: un rapporto dei servizi segreti israeliani descritto come “un tentativo di influenzare le decisioni di Trump”. Cosa che ha fatto sorridere ironicamente persino funzionari del Pentagono e della Casa Bianca.

L’unico elemento di realtà sarebbero insomma i canti e cartelli che, durante i funerali di Khamenei, inneggiavano alla morte di Trump e degli Usa. Praticamente quello che si sente in ogni corteo del mondo, dal secondo dopoguerra... 

Come confermato da diverse fonti, Benjamin Netanyahu vorrebbe tornare ad attaccare l’Iran, mentre l’amministrazione Usa tentenna, visto che il lavoro diplomatico sul Memorandum firmato in Svizzera continua anche in questi giorni di follia guerrafondaia.

In definitiva si tratta di una vera e propria bufala di dimensioni ragguardevoli che serve comunque a rimettere in campo l’opzione “bomba atomica” (questo e non altro significa “ho ordinato che li bombardino come mai è stato fatto prima”, che riprende la vecchia minaccia “potremmo cancellare la loro civiltà in cinque minuti”).

L’uso dell’atomica sembra ormai l’unica speranza di Tel Aviv per rimuove il “problema Iran” dallo scacchiere strategico della “Grande Israele”. A quel punto ci sarebbe il “problema Turchia” – come ventilato persino da Trump durante il vertice Nato di Ankara – ma i sionisti sono abituati a macinare comunque nella direzione da loro scelta, senza badare affatto agli interessi altrui. Fossero anche quelli degli Stati Uniti.

Peraltro sanno bene che sarebbe un problema se usassero una di quelle presenti nel loro arsenale, visto che ufficialmente non esiste. E dunque la soluzione migliore sarebbe quella di obbligare l’America a farlo in prima persona. Quel che accadrebbe poi non sembra essere al centro dei loro calcoli... 

A compensare questa radicalizzazione dello scenario, dalla stessa amministrazione Usa arrivano segni di voler dare una possibilità ai negoziati con Teheran. Ma per capirlo bisogna districarsi in comunicati che mettono insieme ansia di dialogo, menzogne clamorose, propaganda mal cucinata e minacce a gogo.

Per esempio. Il solito “funzionario anonimo” incaricato di far arrivare ad Axios (ossia a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano) la voce secondo cui gli iraniani “Ci hanno detto: ‘Abbiamo sbagliato. Abbiamo commesso un errore. Continuiamo a parlare’”, ha spiegato anche che “Vogliamo che dichiarino pubblicamente che smetteranno di sparare alle navi e che riconoscano esplicitamente, o almeno implicitamente, di aver commesso un errore. Ci stiamo lavorando”.

Il tutto ovviamente “in tempi brevissimi”, magari già entro oggi. Quando, cioè, le delegazioni dei due Paesi dovrebbero incontrarsi in Oman per riprendere i colloqui sul nucleare e sulla sicurezza nel Golfo.

Il format statunitense è sempre lo stesso, insomma: bombe, dialogo, diplomazia, nuove bombe, minacce, dialogo... Fretta e autismo diplomatico, pensiero unilaterale e sottovalutazione degli avversari.

Il convitato di pietra resta però Israele, che palesemente sta facendo di tutto per impedire un qualsiasi processo di pacificazione che implicherebbe – necessariamente – la rinuncia ad ulteriore espansione territoriale e magari il ritiro da parte del Libano, nonché la sospensione del genocidio a Gaza e in Cisgiordania. Una bestemmia, per il sionismo fuori di cranio che domina da quelle parti.

L’evocazione della possibile uccisione di Trump, con conseguente uso dell’atomica contro Teheran, sembra così il nuovo delirio di onnipotenza circolante nel cenacolo dei Netanyahu e dei BenGvir.

Fossimo nei panni di Trump ci guarderemmo le spalle, anche perché il Mossad ce l’ha già in casa. Sia militarmente (prosegue la lenta fusione delle intelligence tra Washington e Israele), sia fisicamente: il genero, Jared Kushner, mandato in giro per il mondo come inviato personale insieme a Steve Witkoff, è un finanziatore di alcuni dei gruppi più estremisti dei coloni in Cisgiordania.

E si sa – per restare al melodramma inscenato dal tycoon – che non c’è peggior serpente che un proprio parente...

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22/06/2026

Trump sabota il suo accordo, ma si va avanti

Trattare con le bombe è un’arte, ma né Trump né, a maggior ragione, il genocida Netanyahu, sono degli artisti.

Neanche il tempo di far incontrare nella stessa stanza la delegazione iraniana – di altissimo livello, come vedremo – e quella statunitense che già il tycoon prendeva a minacciare la controparte in modo quasi ridicolo, nella sua sguaiataggine.

“L’Iran deve immediatamente impedire ai suoi miliziani ben pagati in Libano di causare problemi. Se non lo faranno, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa, solo più duramente!!!”, ha scritto sul suo social Truth.

Non soddisfatto si è poi fatto intervistare dalla rete Fox, molto vicina al mondo Maga, per sparare bordate ancora più stupide. Parlando di Hormuz (richiuso il giorno prima perché Israele continuava a bombardare il Libano dopo la dichiarazione di cessate il fuoco): “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Lo farò saltare in aria. Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello stretto, se necessario”. “Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese” e gli Stati Uniti potrebbero diventare “l’angelo custode dello Stretto di Hormuz e prendersi il 20% del petrolio”.

L’ideale, per arrivare ad un accordo di pace, no? Eppure avrebbe dovuto sapere che se dopo aver usato “tanta forza” l’avversario è in condizioni di andare avanti – mentre gli Usa devono fermarsi, visto il peso economico globale che ha una guerra nel Golfo Persico – minacciare un altro po’ non cambia nulla.

Inevitabile la pacata risposta diplomatica iraniana, già irritata dalle bombe di Netanyahu sul Libano: si sono alzati e usciti dalla sala, facendo notare che “In base alla clausola 2 dell’accordo, qualsiasi minaccia è considerata una palese violazione del testo”. E anche della logica di qualsiasi trattativa, che dà per scontato il ritorno al conflitto se non si raggiunge un accordo.

Il capo della delegazione Qalibaf, presidente del Parlamento, ha spiegato alla stampa mediorientale che il suo Paese “non dà alcun peso alle minacce degli americani”.

Ha poi aggiunto, chiedendosi: “Non pensano che se le loro minacce avessero avuto un qualche effetto, non si troverebbero in questa situazione di impotenza?”

A ben pensarci non si tratta di una dichiarazione soltanto propagandistica, perché tutti i commentatori al mondo hanno descritto la posizione negoziale degli Stati Uniti – dopo il fallimento della fase “bombardante” – decisamente debole. E riconosciuta peraltro dalla stessa amministrazione Usa, che ha controfirmato un “memorandum” considerato meno forte dell’accordo siglato da Obama nel 2015, senza guerra, ma poi disconosciuto dalla prima amministrazione Trump.

A spingere per la ripresa della guerra è come sempre Israele, preda ormai di un delirio che non ammette “trattative”, ma solo il “completamento del lavoro”, identificando la propria “sicurezza” come realizzabile soltanto con lo sterminio di mezzo mondo.

Nel tentativo di incentivare le sparate trumpiane, Netanyahu ha voluto dire che “Abbiamo istituito una zona di sicurezza a Gaza. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Siria. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Libano e la manterremo finché sarà necessario per proteggere il nostro popolo”. Tradotto: abbiamo occupato e non ce ne andremo.

In ogni caso almeno un soggetto raziocinante c’è, e pare proprio che sia l’Iran che, fatta la sua protesta formale, ha fatto sapere ai media, tramite un diplomatico, che ha chiesto di restare anonimo, che “La delegazione iraniana resta impegnata nelle discussioni e non ha comunicato ai mediatori alcuna intenzione di lasciare la trattativa”.

Ma neanche di regalare nulla.

Tra i primi temi in discussione, prima dello stop, era stato raggiunta un’intesa: la “bozza di esenzione temporanea dalle sanzioni sul petrolio e sui suoi derivati è stata finalizzata e a breve entrerà nella fase di attuazione”, secondo Hossein Ghorbanzadeh, membro della squadra negoziale iraniana citato dall’agenzia Fars.

Secondo il funzionario, “la questione del Libano è stata il punto focale principale dei negoziati odierni e ha ricevuto maggiore attenzione rispetto a qualsiasi altro tema negli incontri bilaterali, multilaterali e principali. Fino a quando non sarà risolta la questione della fine della guerra in Libano, le altre clausole del memorandum d’intesa non entreranno nella fase di attuazione”.

Per l’America si pone quindi la necessità di scegliere tra seguire la follia sionista, scatenando la più grave crisi economica che si sia mai vista, oppure somministrare una mega dose di valium al botolo ringhioso che ha sguinzagliato fin qui.

Per farlo non dovrebbe neanche sbraitare tanto, basterebbe chiudere – o limitare seriamente – il rubinetto delle forniture di armi. Come ricordava il vicepresidente J.D. Vance, “sono il 75% di quelle usate in questa guerra da Israele”. Se vogliono davvero arrivare almeno ad una “mezza pace”, quanto meno utile a rimandare di qualche anno altre avventure militari, non hanno in effetti molte altre soluzioni.

E in effetti, nonostante Trump e Netanyahu, i colloqui sono andati avanti. Un diplomatico statunitense ha spiegato ad Axios che uno dei temi discussi durante le trattative è stato “il meccanismo di de-escalation in Libano e il rispetto del cessate il fuoco”, nel contesto degli scontri tra Hezbollah e le truppe israeliane nel sud del Paese”. Sicuramente a Tel Aviv non avranno fatto salti di gioia nel venire a sapere che si sta decidendo quel che loro dovranno fare.

Meno stressante, pare, la discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz (che era sempre rimasto aperto, prima dell’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio), il meccanismo di controllo del programma nucleare, lo sblocco dei fondi sequestrati, il prolungamento delle deroghe sulla vendita di petrolio e quindi sulle sanzioni.

Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che i mediatori pakistani e qatarioti avevano “condotto importanti progressi per porre fine alla guerra in Libano”.

La dichiarazione congiunta delle due delegazioni (qui di seguito), al termine della giornata, riconosce che “sono stati compiuti progressi incoraggianti” durante le 18 ore di negoziati, nonché definita “una tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni”.

Con ciò il lavoro passa ora alle squadre di tecnici e il team negoziale “politico” di entrambe le parti rientra per ora in patria. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato stamattina che la prima vera prova degli accordi raggiunti sarà la modalità di disimpegno dal Libano.

Araghchi ha spiegato che “il divieto di esportazione di petrolio e prodotti petrolchimici è stato revocato, l’embargo è stato revocato e alcuni beni congelati sono stati sbloccati”, aggiungendo che “è stato avviato un importante piano per lo sviluppo e la ricostruzione dell’Iran”.

Il nemico della pace è noto. Spetta agli Usa farlo rientrare in gabbia. Il nodo della trattativa è soprattutto questo.

Sullo sfondo, per ora, ma non troppo, la novità politica principale: quel che dice il presidente degli Stati Uniti non conta molto, serve solo ad abbagliare i media. Vedremo nel corso delle prossime settimane se questo implica la creazione di una “rete di sicurezza” intorno a lui per limitare i danni che combina.

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05/05/2026

Cuba sotto assedio, ma non piegata: la risposta della Rivoluzione alle minacce di Trump

C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso storico del momento: oltre mezzo milione di persone riunite alla Tribuna Antimperialista José Martí, all’Avana, nel giorno dei lavoratori. Non una semplice celebrazione, ma una dimostrazione politica, consapevole, collettiva. Un popolo che si stringe attorno alla propria storia e al proprio futuro mentre si intensificano minacce e pressioni esterne, in particolare dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump e sostenuti da settori della diaspora cubana a Miami rappresentati dal segretario di Stato Marco Rubio.

La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.

Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.

Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.

Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.

L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.

Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.

La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.

Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.

Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.

Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.

In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.

Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.

È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.

Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.

Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.

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02/05/2026

La “guerra a rate”, senza inizio e senza fine

Se si sceglie un truffatore come Presidente, poi non ci si può lamentare di essere truffati tutti i giorni. Neanche se sei ancora “la prima superpotenza” (ma non più l’unica, come dal 1991 in poi...).

La nuova truffa di Trump si chiama “guerra a rate” e sembra mutuata direttamente dall’esperienza di immobiliarista.

Ieri scadevano i 60 giorni che la Costituzione statunitense concede ad un presidente per impegnarsi in una guerra anche senza il benestare del Congresso. In una repubblica democratica parlamentare è infatti il potere legislativo l’unico depositario della scelta tra guerra e pace, anche se si riconosce che un’amministrazione possa essere obbligata ad agire “con urgenza” – e la guerra si gioca quasi sempre sulla rapidità d’azione – e quindi per i primi due mesi lascia fare al Commander in chief. Poi si vota... 

Sapendo bene che il Parlamento avrebbe avuto una maggioranza contraria alla prosecuzione della guerra all’Iran, perché anche una parte del suo mondo “Maga” la ritiene sbagliata, Trump ha fatto ricorso alla sua inventiva truffaldina: siccome dal 7 aprile i bombardamenti sono stati sospesi, e l’Iran ha rispettato il cessate il fuoco, allora le ostilità... sono finite!

“Il 7 aprile 2026, ho ordinato un cessate il fuoco di due settimane. Il cessate il fuoco è stato successivamente prorogato. Non ci sono stati scambi di colpi tra le forze statunitensi e l’Iran dal 7 aprile 2026”, ha scritto Trump venerdì allo Speaker della Camera Mike Johnson. “Le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate”.

Contemporaneamente, siccome la “non guerra” non ha prodotto – né poteva farlo – un accordo di pace, si è dichiarato pronto a riprendere la guerra in qualsiasi momento. Ma, ai fini della “compatibilità” con i poteri che la Costituzione gli concede, quella sarà “un’altra guerra”, non la continuazione di quella ancora in corso.

Con questo criterio nessuna guerra del passato o del presente è mai durata anni, e magari invece della Seconda guerra mondiale ne avremmo viste alcune centinaia nell’arco di quasi sei anni (se si possono spezzare a piacimento i tempi, si può farlo anche con i teatri di guerra, no?).

I “cessate il fuoco”, o anche le pause inevitabili nei combattimenti, le avrebbero spezzettate in infiniti conflitti “giuridicamente differenti”, anche se combattuti tra le stesse formazioni, sullo stesso terreno, con gli stessi obiettivi (quando ci sono o sono confessabili).

Come una partita di baseball, football o pallacanestro, insomma. Dove l’unica continuità tra le varie fasi di gioco è data dal punteggio e dagli incidenti che mettono fuori alcuni giocatori.

La “guerra a rate”, chiamando il time out quando finiscono le scorte di missili o i tuoi uomini si ammutinano (il caso della portaerei Gerald Ford, costretta al rito dal fronte, oppure il misterioso incendio che ha distrutto l’altra notte il cacciatorpediniere Higgins, della flotta asiatica, a migliaia di chilometri da Hormuz).

Papa Francesco l’aveva definita “a pezzetti”, ma almeno ci si muoveva ancora in una logica conosciuta: un teatro di guerra dopo l’altro, ma ognuno con la sua unità di tempo.

L’idea di Trump non è stata ovviamente condivisa dai “democratici” – quelli che le guerre le fanno lo stesso, “per portare la democrazia”, ovviamente – ma è stata sufficiente a smorzare il risentimento peloso della pattuglia di repubblicani pronta a votare “no” alla continuazione di “questa” guerra.

Sembra un colpo di genio, ma è un trucchetto da azzeccagarbugli che può funzionare soltanto con degli amici un po’ scettici su quel che stai facendo. Prescinde completamente, per esempio, sia da quello che farà il “nemico a rate” – che potrebbe scegliere una diversa tempistica o un altro teatro – sia da quello che faranno gli altri attori importanti nel resto del Pianeta. E che manifestamente stanno dando segnali di insofferenza.

Pensare di poter “governare il mondo” in base a queste trovate non fa ridere neanche noi, figuriamoci gli scacchisti della geopolitica che stanno a Mosca e Pechino.

Non paga di queste furbizie, l’amministrazione Trump ha rimesso gli occhi su Cuba, “promettendo” di “prenderla” non appena “finito il lavoro con l’Iran” (anche se non si è capito se negli “intervalli” tra un’azione e l’altra oppure se alla fine della “partita”).

Non è finita. Ce n’è stato anche per la derelitta “Europa”, che verrà investita da nuovi dazi sulle automobili pari al 25%, mentre vengono ritirati – con qualche incertezza sui tempi, dipende dagli sviluppi delle altre partite – 5.000 soldati Usa dalla Germania e si sta studiando come chiudere le basi in Spagna e Italia.

Da Bruxelles giurano che “difenderanno i propri interessi” (sulla automobili, soprattutto). Se e quando riusciranno ad averne una visione d’insieme (Volskswagen, Renault e Fiat non ne hanno di propriamente coincidenti, per esempio).

Stanno saltando uno dopo l’altro parecchi pilastri del vecchio ordine euro-occidentale. E quelli sulla guerra sono ovviamente i più “destabilizzanti” per un edificio che non regge più… E ci vuole un attimo perché la “guerra a rate”, non avendo un chiaro inizio e un obbiettivo altrettanto chiaro per metterle fine, scivoli verso quella “infinita”.

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30/03/2026

Cuba è la prossima? Non sottovalutiamo la minaccia

Trump ha ribadito che Cuba verrà invasa. Durante un discorso per la Future Investment Initiative a Miami, in un clima putrido e favorevole a questo tipo di dichiarazioni, dopo aver ricordato l’azione chirurgica contro il Venezuela e l’aggressione all’Iran, ha annunciato: “A volte bisogna usare la forza e Cuba è la prossima”.

Potrebbe sembrare un’altra delle sue spacconate, ma io non lo credo. Sono giorni che è disperato per mostrare risultati in Medio Oriente e non ci riesce. È arrivato al punto di dare luce verde per attaccare la centrale nucleare iraniana di Bushehr e, dopo una terza raffica che ha colpito le sue strutture, ha ottenuto solo una maggiore determinazione di quel popolo a difendere la propria sovranità.

I capricci portano Trump dall’incoerenza alle bugie grossolane, cui tutti ridono e pochi credono. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una spada di Damocle sulla sua presidenza, perché ha su di sé il peso delle pressioni internazionali; dei conglomerati energetici e del Partito Democratico, che minaccia di spazzare via alle elezioni di metà mandato di novembre.

Quest’ultimo caso è grave: il suo indice di gradimento tra gli elettori è sceso al di sotto di quello che aveva Biden alla fine del suo mandato e un cambiamento nel rapporto di forze alla Camera dei Rappresentanti potrebbe portarlo all'impeachment.

All’interno del suo partito crescono le contraddizioni. Diversi repubblicani hanno abbandonato oggi una riunione a porte chiuse nei Comitati per i Servizi Armati del Congresso con funzionari del Pentagono.

Erano venuti per persuadere circa la necessità di liberare i 200 miliardi di dollari aggiuntivi richiesti dalla Casa Bianca per la guerra in Medio Oriente. “Siamo stati ingannati. Permettetemi di ripetere: non sosterrò le truppe a terra in Iran, ancora di più dopo questo incontro. [...] più a lungo dura questa guerra, più velocemente perderà il sostegno del Congresso e del popolo americano”, ha annunciato Nancy Mace sul suo account X. Ryan Mackenzie, da parte sua, ha avvertito che non vogliono “restare impigliati in un’altra guerra infinita” e spera che l’invio di truppe sia una posizione per ottenere un accordo migliore con Teheran. “Vogliamo saperne di più su cosa sta succedendo, quali sono le opzioni e perché vengono prese in considerazione. E non stiamo ricevendo abbastanza risposte a queste domande. Vogliamo solo che ci dicano qual è il piano...”, ha dichiarato alla fine dell’audizione Mike Rogers, presidente del Comitato per i Servizi Armati della Camera, uno di quelli che hanno sostenuto l’Operazione Epic Fury.

Epic Fury, pensata per colpire la fornitura di petrolio alla Cina – l’Iran è il suo quarto fornitore – e alzare la posta in gioco per Israele nella regione, nel frattempo ha permesso a Trump di distogliere l’attenzione dal caso Epstein, ma a questo punto è diventato un boomerang.

Nella mia modesta opinione, Trump ha davanti a sé due scenari:
1) continuare a intensificare la guerra a fronte alla resistenza iraniana che minaccia di far crollare lo schema di sicurezza stabilito dalle passate amministrazioni statunitensi in Medio Oriente per garantire il controllo egemonico delle sue riserve petrolifere – Trump ha promesso nella sua campagna di non impegnarsi in una guerra senza termini, ma anche se nessuno lo ricorda più, gli effetti avversi lo mostrano vulnerabile e ridicolizzato –;
2) dichiarare una vittoria che non ha ottenuto nel teatro delle operazioni militari e cercare un nuovo capro espiatorio più “debole”, che lo riporti all’ovile dei “vincitori” (cioè, nel suo cinico calcolo: Cuba). Sebbene in sostanza sia una misura genocida, il blocco del carburante mira a ridurre al minimo le capacità combattive delle nostre Forze Armate Rivoluzionarie e i loro analisti attardati potrebbero supporre che i loro obiettivi siano vicini ad essere raggiunti.

L’ho ripetuto: tutto indica che alla nostra generazione spetterà difendere la Rivoluzione con le armi nel Centenario di Fidel.

Non avremmo mai immaginato che ciò fosse possibile, ma la maggior parte dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie; l’immensa maggioranza dei cubani – donne, uomini, anziani e persino bambini – non eluderanno il loro dovere verso la patria.

Invito coloro che hanno la responsabilità della gestione delle questioni ideologiche nel Partito, nel Governo e nelle istituzioni educative e culturali a raddoppiare gli sforzi con la massima marxiana che ha acceso i cuori il 24 gennaio 1880 a New York, quando molti si mostravano stanchi dopo dieci anni di lotta stroncati dalla Pace di Zanjón: “La libertà costa molto cara, ed è necessario o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidere di comprarla al suo prezzo. [...] I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue”.

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07/03/2026

Zelenskij minaccia di assassinare Orbán

Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato.

Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord Stream – che ha privato tutta Europa del gas russo, infinitamente più economico del gnl Usa – è stata sopportata in silenzio come un prezzo collaterale dell’appoggio totale a Kiev.

Zelenskij e la banda di nazisti che controlla l’Ucraina, dopo oltre un decennio in cui si sono permessi qualsiasi nefandezza (ricordiamo l’incendio, gli omicidi e gli stupri nella Casa dei Sindacati di Odessa, durante Euro Majdan, 2014), si devono però essere convinti di poter fare come Israele. Con chiunque.

Così il cocainomane capo di Kiev se n’è uscito con una battuta suicida contro il suo arcinemico nella UE, l’ungherese Viktor Orbàn. Fascista quanto lui, certo, ma nazionalista di un altro paese e con qualche questioncella in sospeso. Sia per il passato che per il presente (storie di oleodotti interrotti da Kiev che lasciano Budapest al freddo).

Giovedì Zelenskij ha infatti accennato alla possibilità di fornire l’indirizzo di una “certa persona” – ampiamente interpretato come un riferimento a Orbán – alle truppe ucraine per un colloquio diretto “nella loro lingua“. Per chi ha familiarità con i film sulla mafia non serve traduzione: “ti faccio sparare o saltare in aria con lo Sbu” (il servizio segreto ucraino delegato a queste “imprese”).

Possibilità reale, persino quasi facile per chi ha affinato certe “qualità”, anche se un capo di stato diffidente e fascista come Orbàn qualche protezione ce l’ha di sicuro. Però bisogna essere cretini, oppure convinti di avere le forze di Netanyahu o Trump, per dirlo così apertamente.

A quel punto, dopo le ovvie proteste ungheresi (“come si può pensare di far entrare nella UE una bestia simile?”), anche Bruxelles ha dovuto rimbrottare bonariamente l’ultra-assistito ducetto di Kiev.

“In relazione specifica ai commenti fatti dal presidente Zelenskyy, siamo molto chiari come Commissione Europea: quel tipo di linguaggio non è accettabile. Non ci devono essere minacce contro gli Stati membri dell’UE”, ha dichiarato venerdì ai giornalisti Olof Gill, vicesegretario portavoce capo della Commissione, in una rara condanna del leader di Kiev. In pratica un “Così non si fa, siamo soliti usare le posate a tavola, da queste parti”.

Le tensioni tra Ucraina e Ungheria sono aumentate nelle ultime settimane, poiché Budapest continua a porre il veto a un pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro per Kiev. La principale lamentela di Orbán rimane l’interruzione del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba di epoca sovietica, che Budapest ritiene sia stata deliberatamente interrotta da Kiev. L’Ucraina nega l’accusa, sostenendo che la conduttura è stata gravemente danneggiata da “un attacco di droni russi” a gennaio.

Sapete quella vecchia favola dei russi così cretini da bombardarsi da soli infrastrutture che hanno costruito loro per guadagnare dal commercio? Sì, è una favola vecchia e riciclata, già usata pari pari al tempo dell’attentato al Nord Stream... Poi la magistratura tedesca ha emesso mandati di cattura per agenti ucraini (e uno lo ha trovato in Italia)... 

Ma i rapporti tra i due paesi, peraltro confinanti, sembrano ormai surriscaldati. Venerdì l’Ucraina ha accusato l’Ungheria di aver rapito sette dipendenti della banca statale Oschadbank e di aver sequestrato milioni in contanti e oro, mentre giovedì Orbán aveva giurato sui social media di voler “spezzare con la forza il blocco petrolifero ucraino”.

Dopo le minacce e i rimbrotti UE (l’unico alleato che gli sia rimasto, anche se ridicolo) Zelenskij si è detto pronto a riparare e riavviare l’oleodotto entro un mese se l’UE ne farà richiesta ufficiale, ma solo se Orbán prometterà di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro da parte della UE, fermo per il suo veto.

Nei prossimi giorni non mancheranno altri episodi di questa saga poco appassionante, ma certo indicativa di quante e quali idiozie siano state fatte in questi anni dai guerrafondai europei... Che ora cominciano a ricadere sulle loro teste.

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28/02/2026

Guerra all’Iran “per la democrazia”? Guardate com’è andata in Iraq

Chiunque sia così sciocco da credere che gli Stati Uniti vogliano portare la democrazia in Iran dovrebbe dare un’occhiata a ciò che stanno facendo attualmente per sabotare la democrazia in Iraq.

Il presidente Trump ha minacciato in modo aggressivo di tagliare le entrate petrolifere dell’Iraq se questo consentirà il ritorno in carica dell’ex primo ministro Nouri al-Maliki, che l’amministrazione Trump considera troppo favorevole all’Iran.

E le minacce sembrano funzionare, come riporta Jason Ditz di Antiwar: “La candidatura dell’ex e forse futuro primo ministro iracheno Nouri al-Maliki è sempre più in dubbio questo fine settimana, con le notizie secondo cui la richiesta del presidente Trump di non consentirgli di tornare in carica aumenta la possibilità che il blocco del Coordination Framework possa ritirarlo dalla sua scelta per la carica di primo ministro”

Le elezioni irachene dell’anno scorso si sono concluse con il solito parlamento profondamente diviso, sebbene il quarto posto del Partito dello Stato di Diritto con il 6% dei voti sia stato generalmente considerato sufficiente per dare a Maliki la leadership della coalizione, dato che l’attuale Primo Ministro Mohammed al-Sudani non ha intenzione di tornare.

“Alla fine del mese scorso, Trump ha chiesto a Maliki di dimettersi dalla nomination, ma lui all’epoca ha rifiutato, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenersi fuori dagli affari interni dell’Iraq. Maliki era già stato Primo Ministro iracheno dal 2006 al 2014”

Ditz spiega che Trump è in grado di influenzare la politica irachena con minacce credibili grazie al controllo imposto dagli Stati Uniti sull’economia del Paese in seguito all’invasione dell’Iraq:  “Alla base di tutto questo c’è il fatto che, dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, il Paese è stato ristrutturato in modo tale che tutti i proventi petroliferi iracheni fossero pagati in dollari statunitensi tramite la Federal Reserve Bank di New York. Poiché tali entrate rappresentano quasi la totalità del bilancio pubblico iracheno, ciò significa che gli Stati Uniti possono virtualmente sequestrare il tesoro iracheno in qualsiasi momento e mandare il Paese in bancarotta con un preavviso minimo”

Ecco come si presenta in pratica la “democrazia” imposta dagli Stati Uniti: dare a una nazione la libertà di fare ciò che Washington le dice di fare ed eleggere i leader che Washington le consente di eleggere.

Ricorderete forse che la narrativa usata per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein da parte della coalizione statunitense nel 2003 era l’urgente necessità di portare libertà e democrazia al popolo iracheno. Gli Stati Uniti chiamarono letteralmente l’invasione “Operazione Iraqi Freedom”. Uccisero un milione di persone, gettarono la regione nel caos e nell’instabilità per anni e fecero sì che il popolo iracheno rimanesse per sempre sotto lo stivale dell’impero statunitense.

Non c’è scusa per un adulto che creda che l’impero statunitense voglia portare la democrazia in Iran. Gli Stati Uniti sostengono costantemente dittature e monarchie in Medio Oriente proprio perché non vogliono che la volontà popolare determini le azioni e le politiche dei governi di quelle nazioni. Gli stati veramente democratici della regione vedrebbero i cittadini usare il proprio voto per eleggere leader ostili a Israele e agli Stati Uniti, che stabiliscono politiche sui combustibili fossili che promuovono gli interessi del proprio popolo piuttosto che quelli dell’impero occidentale.

Ecco perché il Medio Oriente è pieno di monarchie ricche, estremamente amichevoli con gli Stati Uniti e i loro alleati. Ciò non è avvenuto per caso: l’Occidente è stato intimamente coinvolto nella manipolazione aggressiva degli affari mediorientali per generazioni. Questo include l’Iran; la CIA organizzò un colpo di stato nel 1953 per sostituire il suo governo democraticamente eletto con una monarchia allineata agli Stati Uniti, che fu poi rovesciata dalla Rivoluzione iraniana del 1979. 

Il piano non è quello di portare la democrazia in Iran, e c’è un argomento convincente che sostiene che non sia nemmeno quello di preservare l’Iran come stato unito. Influenti falchi iraniani hanno recentemente promosso la balcanizzazione come strategia preferita, con i propagandisti di guerra che ora promuovono l’idea che un Iran frammentato lungo linee etniche potrebbe essere nel migliore interesse di tutti.

Questa strategia creerebbe conflitti insondabili e un caos orribilmente mortale, ma consentirebbe di rovesciare il governo iraniano senza doversi prendere la briga di sostituirlo con un nuovo governo. Possono semplicemente distruggere l’Iran per eliminare una potenza regionale disobbediente e lasciare che i pezzi cadano dove vogliono, senza il timore che una futura rivoluzione sostituisca il loro regime fantoccio in un grande stato unito.

Gli Stati Uniti non cercano la democrazia, cercano il dominio planetario. È questo l’obiettivo di tutte le loro mosse, e all’impero non importa quante persone debbano perire lungo il cammino per arrivarci.

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23/02/2026

Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso

Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.

Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui sul nucleare.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.

Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.

Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.

“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.

I funzionari statunitensi affermano poi che l’attuale sforzo diplomatico “è probabilmente l’ultima possibilità che il presidente Donald Trump darà all’Iran prima di lanciare una vasta operazione militare” tra Stati Uniti e Israele che potrebbe colpire direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei.

Sabato Witkoff aveva detto a Fox News che l’Iran potrebbe teoricamente essere a circa una settimana dalla possibilità di arricchire il proprio uranio esistente a livelli adatti per un’arma. “Probabilmente sono a una settimana dall’avere materiale per bombe di grado industriale. E questo è davvero pericoloso. Quindi non possono averlo”, ha dichiarato l’inviato di Trump a Fox News

Certo, se dovessimo giudicare dal volume mediatico di annunci bellicisti dovremmo ammettere che un attacco militare contro Teheran sembra ormai imminente. Difficile escludere però che questo bombardamento mediatico non sia anche parte di una guerra psicologica per ottenere i risultati voluti senza precipitare nell’escalation.

Sono note le preoccupazioni di tutti i paesi dell’area – tranne di Israele che invece spinge per la guerra all’Iran – nel voler scongiurare tale scenario, ma ci sono anche un paio di “dettagli” che potrebbero incidere sui tempi e i modi dell’attacco.

Negli Stati Uniti, per un Trump con seri e crescenti problemi interni, rimane poi l’incognita del voto del Congresso. Il Presidente infatti non ha il potere di dichiarare guerra ma deve esserne autorizzato. Ha già forzato la mano sul Venezuela e il Congresso non ha gradito. Poi è arrivata anche la Corte Suprema ad affermare che gli ordini esecutivi del presidente non possono scavalcare il Congresso, neanche sui dazi.

Per bypassare questa incognita Trump, dopo una serie di attacchi sull’Iran, potrebbero cercare di provocare una reazione iraniana e di conseguenza danni e vittime ad una nave o una base militare statunitense nell’area per cercare di strappare l’autorizzazione del Congresso.

I poteri di un presidente USA sono infatti limitati nel tempo per un coinvolgimento militare. La War Power Revolution del 1973 prevede che il Presidente possa schierare truppe e autorizzare un attacco, ma queste devono essere ritirate entro 60 giorni, a meno che non abbia ottenuto il voto e il via libera dal Congresso.

In tal caso gli USA dovrebbero dare vita ad una campagna di bombardamenti aerei e missilistici sull’Iran e tentare di fiaccarne la resistenza in tempi stretti, non oltre i sessanta giorni, come avvenne con la Serbia nel 1999.

Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che la portaerei Gerald Ford è ancora in navigazione verso l’area di crisi. È entrata nel Mediterraneo ma deve collocarsi in zona operativa. E perché è importante la portaerei Ford? Secondo il Military Times, la USS Gerald Ford è la nave strategica che ha partecipato al raid a sorpresa degli Stati Uniti in Venezuela a gennaio e che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.

Il che fa ritenere che tra gli aerei a bordo della portaerei Ford, ci siano quelli che hanno compiuto gli attacchi elettronici e informatici Shock and Doo in Venezuela, neutralizzando le difese aeree e aprendo la strada alla cattura di Maduro. Una volta che la Ford sarà in zona operativa, gli USA saranno in grado di colpire pesantemente l’Iran da molti punti di vista.

Resta l’incognita della capacità e della direzione della reazione militare iraniana. Interessante in tal senso il commento dell’agenzia mediatica statunitense Global Beacon, secondo cui “Mentre gli Stati Uniti hanno tecnologia, potenza aerea e portata globale schiacciante, l’Iran non è fatto per una lotta alla pari. È progettato per rendere ogni conflitto estremamente duro, costoso e rischioso per l’America”.

E poi ci sarebbero le reazioni di paesi molto “sensibili” all’Iran come Russia e Cina. Se l’America Latina può essere ritenuta – e ceduta – come area di influenza degli Stati Uniti e della nuova dottrina “Donroe” o l’Ucraina costretta a capitolare con la Russia, il Medio Oriente e le sue risorse sono ancora un’area contesa e contendibile in un mondo in cui la competizione sta prevalendo prepotentemente sulla concertazione.

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08/02/2026

Primo round di dialogo tra USA e Iran, ma Washington prepara la guerra

In un clima di estrema tensione, tra minacce di bombardamenti e la pressione di marina e aviazione statunitense che si stanno ammassando a ridosso del Golfo Persico, venerdì 6 febbraio, in Oman, è ripreso il dialogo tra Washington e Teheran. Come già in passato, anche questa volta il confronto avviene con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi che fa da “spola” tra le due parti.

Dialoghi, dunque, resi ancora più complessi da questo meccanismo, con delegazioni che vedono una presenza “strana” per il quadro di scambi diplomatici di questo tipo. Nella delegazione statunitense, infatti, c’è Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ma anche il generale Brad Cooper, comandante delle forze USA in Medio Oriente.

È un messaggio molto chiaro: una nuova iniziativa militare è sul tavolo come strumento di “risoluzione” dei punti di frizione. Anche se non bisogna dimenticare che la guerra dei 12 giorni ha fatto impiegare una gran quantità di materiale bellico che richiede tempo per essere sostituito, e gli alleati regionali statunitensi sopporterebbero male un’escalation, promessa dai vertici di Teheran nel caso di attacco.

Ma l’opzione rimane, anche se il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro “un buon inizio” per cercare una qualche intesa, non sappiamo bene su quali nodi. Tutto ciò che si sa è che dalle trattative sarebbero stati esclusi sia il programma missilistico iraniano sia la questione dei legami tra Teheran e altri attori regionali, quali Hezbollah, Houthi, e così via.

Rimane, ovviamente, la questione centrale del nucleare, su cui l’Iran si era già detto disponibile a trattare prima di essere colpito dal duo Israele-USA la scorsa estate. Ma senza rinunciare al diritto di sviluppare il proprio nucleare civile, e dunque di avere uranio arricchito. Il come rimane in discussione, ma è difficile pensare che Teheran rinunci a una certa autonomia di approvvigionamento su questo lato.

Araghchi ha affermato ad Al Jazeera: “il livello di arricchimento dell’uranio dipende dalle nostre esigenze. L’uranio arricchito non lascerà il territorio iraniano”. Stando a quel che riporta il New York Times, sul tavolo delle trattative sarebbe stato consigliato da paesi vicini all’Iran di portare un limite del 3%.

Secondo la CNN, la delegazione iraniana avrebbe presentato una proposta a quella statunitense. Il fatto che i delegati siano tornati ciascuno nel proprio paese significa che c’è qualcosa da riferire, e ricevere un nuovo mandato prima di continuare le trattative. Ma andare oltre questa consapevolezza significherebbe speculare sul nulla.

Trump, ad ogni modo, non rinuncia alla propria strategia di “massima pressione” sull’Iran: in pratica in concomitanza con i colloqui in Oman, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che permette di imporre dazi fino al 25% del valore delle merci importate da paesi che commerciano con la Repubblica Islamica, e in particolare acquistano il suo petrolio. Poco dopo, Washington ha inoltre varato sanzioni contro 15 entità collegate alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana.

Non a caso, Araghchi ha detto che sono “pronti a ogni scenario”. Se fosse quello bellico, bisogna aspettarsi una nuova conflagrazione del Vicino Oriente per le mire imperialistiche statunitensi, che si appoggiano sull’espansionismo israeliano.

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30/01/2026

Trump e il mondo: quando la politica si trasforma in una prova di forza e di psicologia

Fin dal suo ingresso sulla scena politica internazionale, Donald Trump non si è comportato come un presidente americano tradizionale, facilmente contenibile entro le regole consolidate delle relazioni internazionali. Non ha mai guardato al mondo come a un sistema governato da leggi, istituzioni ed equilibri, bensì come a uno spazio aperto di confronto, pressione e accordi diretti. In questo contesto, non c’è spazio per la neutralità, né un reale valore per il linguaggio diplomatico se non produce un guadagno chiaro, rapido e registrabile nel suo bilancio personale.

Nei suoi incontri pubblici e nei discorsi rivolti ai leader mondiali – in particolare al Forum Economico Mondiale di Davos del 21 gennaio 2026 – Trump è apparso duro, conflittuale e talvolta persino offensivo. Non ha esitato a rimproverare leader europei, a ridimensionare il ruolo dell’Unione Europea e a trattare il Vecchio Continente come un’entità stanca, incapace di proteggersi senza l’ombrello americano.

Ha rifiutato di ascoltare lunghe discussioni sul diritto internazionale, sulla sovranità degli Stati o sull’ordine globale basato sulle regole, ritenendo tale linguaggio morale incompatibile con la logica della forza e limitante per la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà e tutelare i propri interessi.

La stessa posizione è stata ribadita nel discorso di lancio di quello che è stato definito il “Consiglio per la Pace”, il 22 gennaio 2026, a margine del forum.

Tuttavia, questa immagine, per quanto netta, non restituisce l’intero quadro. Lo stesso uomo che ha adottato un linguaggio duro verso l’Europa ha mostrato cordialità evidente e rispetto calibrato nei confronti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, così come del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Questa discrepanza non può essere spiegata come semplice volatilità umorale, ma riflette piuttosto un modello politico e psicologico coerente, definibile come una sorta di “diplomazia trumpiana inversa”.

Il cuore di questo modello consiste nel rovesciamento dell’ordine tradizionale degli strumenti: non si parte da una domanda o da una trattativa, ma dall’annuncio preventivo del risultato. Trump parla di ciò che deve accadere come se fosse già deciso, collocando l’interlocutore di fronte a una pressione psicologica e politica intensa.

A quel punto, il dibattito non riguarda più l’accettazione o il rifiuto, ma la gestione delle perdite e la riformulazione degli esiti in modo da salvaguardare il minimo possibile di interessi.

Il secondo elemento di questo approccio è l’escalation prima del dialogo. Minacce, sanzioni e linguaggio aggressivo non sono strumenti contingenti, bensì una fase iniziale deliberata. Quando la pressione raggiunge il suo apice, si apre lo spazio negoziale da una posizione di evidente superiorità. In questo senso, Trump non considera la negoziazione come uno scambio equilibrato, ma come un meccanismo per estorcere il consenso dopo aver logorato l’altra parte sul piano politico e psicologico.

Il terzo elemento riguarda la sua visione degli Stati come entità gestite secondo la logica delle imprese. In questa prospettiva, confini, storia, simboli o discorsi giuridici non hanno valore intrinseco se non si traducono in numeri, accordi e ritorni immediati. La politica non è la gestione di interessi intrecciati, ma un calcolo di profitti e perdite, in cui chi detiene le leve della forza impone le proprie condizioni.

Il quarto elemento è la sua evidente avversione per la diplomazia istituzionale. Trump non ha mai mostrato una reale fiducia nel Dipartimento di Stato o nei canali tradizionali, preferendo affidarsi a una cerchia ristretta di emissari personali, perlopiù provenienti da ambienti economici o dal suo entourage più vicino.

Questo approccio ha sottratto dossier cruciali ai quadri istituzionali, trasformandoli in percorsi di negoziazione personalizzati, dove la fiducia e la lealtà contano più dell’esperienza protocollare.

Tra le figure più rilevanti figurano Tom Barrack, inviato speciale per Siria e Libano, Jared Kushner e Steve Witkoff per i dossier di Gaza e Ucraina, oltre a Massad Boulos come consigliere presidenziale per gli affari arabi e mediorientali.

Il quinto elemento – forse il più pericoloso – è l’uso dei media e dei social network, in particolare della piattaforma Truth Social, come arma politica. Trump negozia in pubblico, minaccia apertamente e mette in difficoltà i suoi avversari davanti alle rispettive opinioni pubbliche. Questo stile non è casuale, ma uno strumento di pressione psicologica volto a restringere le opzioni dell’altra parte e a spingerla al ritiro o all’accettazione per timore dell’escalation pubblica. In questa logica si può richiamare l’approccio negoziale di William Ury, fondato sull’ottenere un “sì” dall’avversario senza offrire un reale contropartita.

A Davos, questa impostazione si è manifestata con estrema chiarezza. Trump ha parlato di Groenlandia, NATO e Consiglio per la Pace come se si rivolgesse a consigli di amministrazione e non a Stati sovrani. Si è presentato come un leader che non ammette contestazioni, respingendo ogni riferimento europeo alla legittimità internazionale, considerata un discorso teorico privo di spazio in un mondo governato dalla forza.

Il tono è cambiato, invece, nel dialogo con il presidente egiziano. Qui Trump ha adottato un linguaggio basato sull’elogio e sul riconoscimento del ruolo, mostrando disponibilità a intervenire in dossier estremamente sensibili, primo fra tutti quello della diga del Nilo.

Non si è trattato di una semplice cortesia protocollare, ma del riconoscimento implicito del ruolo del Cairo come attore centrale nelle equazioni di stabilità regionale, in particolare nel dossier di Gaza.

Sebbene l’Egitto abbia respinto con fermezza proposte statunitensi e israeliane relative allo sfollamento della popolazione palestinese, tale rifiuto è stato formulato con calma e misura, evitando di provocare l’istinto competitivo di Trump e presentando l’alternativa egiziana in modo tale da poter essere venduta come un suo successo personale.

Da qui emerge una domanda cruciale: cosa potrebbe chiedere Trump all’Egitto in cambio del suo coinvolgimento nella risoluzione della crisi della diga verso i palestinesi?

Nel contesto turco, Trump ha adottato un linguaggio meno aspro nei confronti del presidente Erdoğan, consapevole del ruolo di Ankara nel dossier di Gaza, sia nella pressione su Hamas – in particolare per l’accettazione dell’iniziativa trumpiana e la consegna degli ostaggi e delle salme – sia nei percorsi di disarmo, integrazione parziale e trasformazione politica.

A ciò si aggiunge il ruolo centrale della Turchia nel dossier siriano, dove gli sviluppi sul campo non sono stati isolati da intese più ampie discusse in capitali influenti come Parigi ed Erbil. L’impossibilità di eliminare completamente le Forze Democratiche Siriane (SDF) ha spinto le parti verso soluzioni di compromesso, nelle quali Ankara si è concentrata sull’impedire qualsiasi continuità territoriale che potesse condurre a un’entità curda con sbocco sul Mediterraneo.

L’obiettivo non era annientare la presenza curda, ma contenerla geograficamente, privarla delle sue ambizioni espansive e confinarla in uno spazio chiuso, privo di profondità strategica e di accesso marittimo.

In conclusione, il comportamento di Trump non può essere interpretato come semplice caos o avventatezza politica. Ci troviamo di fronte a un modello di leadership fondato sulla shock therapy, sulla messa alla prova degli avversari e sull’uso della dimensione psicologica – in particolare il bisogno di riconoscimento e di successo – come strumento politico.

Chi comprende queste regole e le affronta con calma e pragmatismo può influenzare il processo decisionale. Chi invece risponde con slogan o gesti teatrali, spesso paga il prezzo di una cattiva valutazione.

Nel mondo di Trump, non basta possedere l’argomentazione morale o giuridica: ciò che conta davvero è convincerlo che il risultato finale venga attribuito a lui personalmente.

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29/01/2026

Gli Stati Uniti minacciano un attacco all’Iran, ma non sarebbe un pasto gratis

Gli Stati Uniti sono tornati a minacciare di bombardare l’Iran. Secondo molti osservatori gli attacchi potrebbero avvenire già questa settimana anche se i tempi potrebbero slittare.

“Le discussioni all’interno dell’amministrazione sono state descritte come “caotiche”, con un dibattito sulle ripercussioni in termini di ritorsioni iraniane” scrive il Middle East Eye. “Gli USA stanno valutando attacchi di precisione contro funzionari e comandanti iraniani di “alto valore” che ritengono responsabili della morte dei manifestanti, ha riferito un funzionario del Golfo a conoscenza di queste discussioni”.

Secondo un osservatore attento come Simplicius, settimane fa Trump si era tirato indietro dal colpire l’Iran perché i suoi più stretti consiglieri e gli analisti dell’intelligence lo avevano convinto che un tale attacco non avrebbe “indebolito il regime” abbastanza da rovesciare l’Ayatollah Khameni e gli altri leader chiave. Questo è dovuto principalmente al fatto che la “sollevazione” è stata un fallimento che non è decollato come previsto, nonostante le massicce interferenze e provocazioni del Mossad e della CIA.

L’amministrazione USA, nelle settimane scorse, dopo aver esortato i manifestanti a “prendere il controllo” delle istituzioni statali, è tornata sui suoi passi. La de-escalation di Trump è arrivata mentre gli stati del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Qatar e Oman, facevano pressioni contro eventuali attacchi all’Iran.

Trump ha agito con vari stop and go dell’escalation, in modo simile a come è avvenuto con il Venezuela prima di ordinare infine un attacco al paese latinoamericano che ha portato al rapimento e alla detenzione negli Stati Uniti del presidente Nicolas Maduro.

Un ex funzionario dell’intelligence statunitense ha dichiarato al Middle east Eye che, dalla sua conoscenza delle conversazioni interne all’amministrazione, Trump non ha rinunciato a spingere per un “cambio di regime” a Teheran.

Gli Stati Uniti sul teatro mediorientale si trovano ora in una posizione militare più forte di qualche settimana fa e sono in grado di lanciare un attacco all’Iran rispetto all’inizio di gennaio. Trump ha inviato un maggior numero di aerei da guerra, sistemi di difesa aerea e navi da battaglia nella regione. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato lunedì che la portaerei Abraham Lincoln si trova in Medio Oriente dopo aver navigato dal Mar Cinese Meridionale.

La Abraham Lincoln trasporta aerei da guerra F-35 e F/A-18, oltre ad aerei da guerra elettronica EA-18G Growler. È inoltre accompagnata da cacciatorpedinieri che dispongono di missili.

Gli Stati Uniti hanno schierato anche uno squadrone di F-15E presso la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania in quanto gli Stati del Golfo hanno imposto un divieto sull’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro strutture per lanciare attacchi contro l’Iran.

La Reuters, citando un alto funzionario iraniano, afferma che Teheran ha avvertito che i partner arabi degli Stati Uniti avrebbero affrontato un attacco se le basi americane nei loro paesi fossero state utilizzate per colpire l’Iran. I mass media e i commentatori mediorientali vicini a Teheran hanno amplificato pubblicamente questo avvertimento.

Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia hanno rilasciato dichiarazioni in cui si dicono contrari a un attacco statunitense contro l’Iran.

Ma a Trump piace agire in modo unilaterale e senza le dovute approvazioni. Se e quando le azioni “riescono”, come viene sostenuto che sia avvenuto in Venezuela, pochi se ne lamentano. I blitz vengono eseguiti rapidamente prima che il Congresso possa organizzare una risposta, e poi la “gloria” delle conseguenze spazza via rapidamente ogni rimostranza e mette a tacere ogni dissenso, dipingendolo come antipatriottismo.

Da questo punto di vista, il consenso interno sembra dare ragione a Trump. Un sondaggio del giornale Politico rivela che il 65 percento degli elettori di Trump sostiene che gli Stati Uniti intraprendano azioni militari almeno contro uno dei diversi paesi potenzialmente target, tra questi Iran, Groenlandia, Cuba, Colombia, Cina e Messico. E uno spicca tra tutti: l’Iran, sul quale circa il 50 percento degli elettori di Trump sostiene l’intervento militare contro quel paese.

Questo avviene però quando tutto va più o meno bene. Ma più a lungo si trascina un conflitto e più ne vengono fuori le contraddizioni, incluse le reazioni legali del Congresso o il calo di consensi nell’opinione pubblica, soprattutto se le cose dovessero andare male e gli Stati Uniti iniziassero a subire vittime o perdite di qualche tipo.

Per questo, Trump ritiene di intimidire l’Iran costringendolo alla sottomissione con un’altra rapida dimostrazione di forza militare. Ma come con ogni iniziativa del presidente USA, la facciata dell’escalation contro l’Iran appare traballante. Non dimentichiamoci che Trump ha proclamato a gran voce la vittoria in Venezuela, mettendola rapidamente sotto il tappeto, nonostante non avesse ottenuto assolutamente nulla – almeno per quanto ne sappiamo.

Sono in molti ad aver verificato che, mentre Trump si era vantato che la neo-presidente venezuelana fosse adesso una sua totale e volontaria suddita, quest’ultima stia di fatto già disobbedendo ai suoi ordini.

Delcy Rodríguez, ha dichiarato domenica di averne “avuto abbastanza” degli ordini di Washington, mentre sta lavorando per difendere il paese dopo la cattura da parte degli USA del suo legittimo presidente Nicolás Maduro e mobilitandolo per ottenerne la liberazione. Inoltre le compagnie petrolifere statunitensi hanno detto chiaramente a Trump che il petrolio o gli investimenti in Venezuela non erano economicamente vantaggiosi per loro.

Poi c’è stata la sparata di Trump sulla Groenlandia dal palcoscenico mondiale di Davos che non sembra aver portato ai risultati sperati.

Ma anche sull’Iran le fanfaronate di Trump rimangono ben visibili. Il motivo dell’eventuale attacco sarebbe il programma nucleare, ossia lo stesso che il presidente Usa aveva dichiarato di aver riportato “all’età della pietra” con i bombardamenti di giugno dello scorso anno sull’impianto di Fordow. Dunque o è fasullo il pericolo del programma nucleare iraniano o erano fasulli i risultati dei bombardamenti di sette mesi fa.

Infine occorre rammentare che l’Iran è un boccone troppo grosso. Nè Trump né Israele possono permettersi uno scontro prolungato, e alcuni funzionari iraniani hanno promesso proprio questo, affermando che questa volta non si tireranno indietro dallo scontro come avevano “generosamente” fatto la scorsa volta. Del resto per la leadership della Repubblica Islamica questa è una vera e propria “sfida esistenziale”.

Usa e Israele vorrebbero che un colpo chirurgico “rapido e facile” sia sufficiente per estromettere la leadership iraniana e far precipitare come un domino l’intera struttura politico-militare del paese.

Lo scenario più probabile e realistico, che Trump ha apertamente “lasciato intendere”, è il tentativo di creare un blocco navale dell’Iran, per costringerlo a interrompere le forniture energetiche alla Cina e soprattutto impedire la commercializzazione del petrolio iraniano con sistemi di pagamento alternativi al dollaro.

Quindi vorrebbe usare la pressione della Marina USA al largo dello Stretto di Hormuz per strangolare lentamente l’Iran, accentuandone il deterioramento economico e fomentando ulteriori disordini interni con un attacco militare “chirurgico” come colpo finale per terminare il lavoro.

Il problema è che l’Iran ha molte carte da giocare nel Golfo Persico e l’intensificazione degli atti di pirateria contro le navi dei paesi del Sud Globale, potrebbe alla fine costringere paesi come Cina e Russia a iniziare a formare alleanze navali più strette per proteggere i loro beni, il che eleverebbe le tensioni tra i blocchi a livelli mai visti.

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14/01/2026

“L’intervento straniero che gli iraniani vogliono è la revoca delle sanzioni”

Le proteste in Iran sono diventate sempre più violente, ma la maggior parte degli iraniani non vede gli Stati Uniti e Israele come i loro salvatori.

Le proteste in Iran, ormai giunte alla terza settimana consecutiva, derivano da una forte pressione economica e dalla frustrazione verso il governo, ma dato che gli iraniani hanno sentito l’ira di Israele e hanno anche visto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto recentemente in Venezuela, le loro richieste non sono di intervento straniero, ha spiegato lunedì una lista di esperti.

Sebbene possano esserci alcune voci dissonanti, la maggior parte degli iraniani vorrebbe che la comunità internazionale aiuti a revocare le gravi sanzioni statunitensi e a iniziare una nuova strada, hanno detto gli studiosi in un panel ospitato dal Quincy Institute for Responsible Statecraft.

“Penso che la stragrande maggioranza degli iraniani accoglierebbe con favore un accordo che sollevi l’ombra della guerra e inviti alla rimozione delle sanzioni”, ha detto Mohammad Ali Shabani, direttore del magazine Amwaj, aggiungendo che la maggior parte degli iraniani accetta che la Repubblica Islamica non sarà lì per sempre. “E in effetti, quello che abbiamo visto negli ultimi 20 anni è che la sua sopravvivenza è quasi prolungata dalle sanzioni”, ha detto Shabani.

Shabani ha indicato la classe media iraniana come potenziale motore di cambiamento politico nel paese. Ma le sanzioni statunitensi degli ultimi due decenni hanno “svuotato” la classe media e, di conseguenza, un cambiamento politico organico.

Ellie Geranmayeh, senior policy fellow e vice responsabile del programma Medio Oriente e Nord Africa presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, ha condiviso un sentimento simile riguardo al cambiamento politico interno.

“Penso che troppo spesso in Occidente dimentichiamo che la società civile iraniana esiste, e che queste persone non hanno necessariamente invocato interventi stranieri tramite attacchi militari, né hanno chiesto una svolta alla violenza da parte dei manifestanti”, ha detto Geranmayeh.

“Quella coalizione esiste. C’è un braccio politico in tutto ciò. C’è una società civile, una parte dei diritti umani. E quindi queste sono alcune delle persone su cui dovremmo concentrarci e osservare come si stanno organizzando sul campo in condizioni estremamente severe e repressive”

Ha aggiunto che spesso, anche invisibili all’Occidente, sono “doni al popolo” da parte del governo iraniano che seguono grandi sconvolgimenti.

Dopo il Movimento Verde del 2009, Teheran ha dimostrato una certa flessibilità permettendo all’ex presidente Hassan Rouhani di candidarsi in una campagna riformista, ha sostenuto Geranmayeh. “Nel 2019, con le proteste prevalentemente economiche, sono comunque riusciti a rispondere usando le casse e le spese del sistema per continuare a fornire sovvenzioni ai più poveri. Nel 2022, con le proteste Women, Life, Freedom, si è innescato un processo di cambiamento e flessibilità sulle questioni sociali relative all’obbligo dell’hijab”.

Oggi, però, le uscite sono molto più limitate. “Il sistema potrebbe aver raggiunto un limite in ciò che può fare sotto l’attuale guida suprema”, afferma Geranmayeh.

Detto ciò, nonostante la dimensione record delle proteste, difficilmente si concluderanno con un rovesciamento totale del governo, perché attualmente non hanno un leader, ha detto alla commissione Vali Nasr, professoressa di affari internazionali e studi sul Medio Oriente presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

“In realtà sono un’esplosione genuina di rabbia popolare ma senza leadership, direzione e organizzazione, tali proteste – non solo in Iran ma altrove nel mondo – sono molto difficili da sostenere”, ha detto la docente.

Le notizie secondo cui il figlio esiliato dello scià, Reza Pahlavi, stia dirigendo le proteste sono infondate, ha aggiunto Nasr. “Non ha iniziato queste proteste. Non ha stabilito loro l’agenda. In realtà è arrivato tardi”

Quindi, i Pahlavi mantengono qualche ruolo in Iran?

I manifestanti che chiedono il ritorno dello scià “indicano il voler dare una lezione a Khamenei”, afferma Shabani. “Questa è una mia valutazione personale e non interpreto i desideri di 90 milioni di persone. Penso che la domanda numero uno a cui le persone debbano rispondere, quando considerano il suo ruolo, sia: dove sono le persone all’interno dell’Iran? Perché stanno chiedendo a un tizio che non è in Iran da 47 anni, seduto in Virginia, un cambiamento all’interno dell’Iran?” ha chiesto.

Shabani ha poi sollevato il caso del leader politico riformista Mostafa Tajzadeh, che è nel carcere di Evin dal 2022, come esempio di persone all’interno dell’Iran capaci di guidare l’opposizione, a differenza di Pahlavi, che è relativamente estraneo all’Iran.

“E tra l’altro, indovina chi ha fatto esplodere Evin nel giugno 2025, uccidendo 70 persone? Israele. Quindi queste persone stanno letteralmente vedendo la loro vita minacciata sia dall’Iran che da Israele”

Stati Uniti e Israele

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiarito che sta esaminando opzioni militari per l’Iran alla luce delle proteste, soprattutto dopo quello che ha definito un bombardamento “molto riuscito” e senza precedenti contro i siti nucleari iraniani a giugno.

Israele non ha mai nascosto il fatto che vuole far crollare completamente l’Iran e avere l’aiuto degli Stati Uniti in questo sforzo.

“Penso che ci sia il pericolo che Trump decida di colpire in modo da mandare un segnale forte che ha agito, e che non è come l’ex presidente Barack Obama, che fissa linee rosse e non agisce oltre”, ha detto Geranmayeh. “Ma c’è un reale pericolo che poi ci sia un seguito da parte di Israele e attacchi che poi appesantiscano sempre di più gli Stati Uniti”, ha aggiunto.

Trump potrebbe accontentarsi di un Iran economicamente aperto agli Stati Uniti e di un Iran integrato nel mondo arabo che porti stabilità nella regione, ha sostenuto Geranmayeh, rendendo l’obiettivo finale di Washington molto diverso da quello di Israele.

Per quanto riguarda le affermazioni di Trump secondo cui gli importa della vita dei manifestanti e che per questo sta considerando un intervento militare, Nasr ha sostenuto che le forze di sicurezza iraniane probabilmente hanno represso “molto più aggressivamente e brutalmente” dopo quella dichiarazione per “finire in fretta”.

Nasr afferma che gli iraniani si rendono conto che l’amministrazione Trump è tentata dal cambio di regime, e questa volta l’Iran non ha la forza regionale che aveva prima – né un programma nucleare che gli Stati Uniti sono interessati a negoziare – per dissuadere gli USA da azioni audaci.

“Questa volta, gli Stati Uniti hanno pensato che l’Iran sia debole e che abbia le spalle al muro, e il presidente Trump si sente a suo agio nel minacciare un intervento”

Ma ogni volta che c’è una minaccia esterna durante questo tipo di disordini in Iran, il regime cambia effettivamente torna “verso le sue impostazioni di fabbrica” dando potere ai conservatori del paese, ha detto Shabani al panel.

“Se liquidi i disordini in Iran come un complotto estero, penso che sia solo un argomento della Repubblica Islamica. Ma poi, se si ignora questo dopo una guerra devastante, con un’amministrazione USA che cerca così apertamente e esplicitamente di minare lo stato iraniano, e con Netanyahu che dice apertamente di voler liberarsi dell’intera opinione pubblica, se poi si esce e dici, beh, aspetta, non può esserci alcuna interferenza straniera – voglio dire, è piuttosto ingenuo”, spiega Shabani.

Ci sono anche altre sfumature da considerare.

L’incendio di venerdì a 25 moschee e 20 banche da parte dei manifestanti, come riportato dalle autorità iraniane, potrebbe mettere frammentare le mobilitazioni.

Mentre centinaia di manifestanti sono stati uccisi, il governo ha anche dichiarato che almeno 100 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi. I funerali di entrambe le parti sono stati trasmessi dalla televisione statale.

“Immaginate quella protesta negli Stati Uniti che uccide 100 agenti di polizia. È piuttosto violento, vero? Quindi questa è una nuova dinamica”, sottolinea Shabani. “È un confronto a due vie. La gente sta reagendo. Quindi, quando le persone vedono questa distruzione, persone che non sono necessariamente sostenitori della Repubblica Islamica, ma che temono l’instabilità, che potrebbe essere uno scenario plausibile, soprattutto dopo aver visto Siria, Iraq, Afghanistan... non vogliono una situazione di completo collasso e instabilità della sicurezza”

‘Attacchi aerei, una delle tante opzioni’

Almeno 192 persone sono state uccise nelle più grandi proteste contro il governo iraniano da oltre tre anni, secondo Iran Human Rights, un’organizzazione non governativa con sede in Norvegia.

Secondo la Human Rights Activist News Agency con sede negli Stati Uniti, 544 persone sono state uccise durante le manifestazioni degli ultimi 15 giorni.

La guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, sembra aver risposto alle minacce di Trump in un post sui social media lunedì.

Scrivendo in farsi e dirigendosi a Trump ha affermato: “Che quel che siede lì con arroganza e orgoglio, giudicando il mondo intero, sappia anche che i tiranni e gli arroganti di questo mondo, come il Faraone, Nimrod, Reza Shah, Mohammad Reza Shah e simili, furono rovesciati quando erano all’apice del loro orgoglio. Anche lui sarà rovesciato”

Con l’aumento delle tensioni politiche, l’Iran è entrato nel suo quarto giorno di quasi totale blackout di internet. Il monitor Internet NetBlocks ha dichiarato che il paese rimaneva in un “blackout nazionale di internet”, con una connettività limitata e instabile.

Araqchi ha detto che il servizio internet sarà ripristinato in coordinamento con le autorità di sicurezza.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha espresso preoccupazione per le segnalazioni di “violenza e uso eccessivo della forza” in Iran e ha invitato le autorità a “esercitare la massima moderazione e astenersi dall’uso inutile o sproporzionato della forza”. Ha inoltre pregato Teheran affinché ripristinasse l’accesso a internet.

A Washington, lunedì, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha confermato che Trump ha parlato con il magnate tecnologico Elon Musk per discutere l’accesso ai suoi satelliti Starlink in Iran, ma non ha approfondito ulteriormente. Ha detto che l’intervento militare statunitense in Iran è ancora in fase di considerazione.

“Penso che una cosa in cui il presidente Trump sia molto bravo è sempre tenere tutte le sue opzioni sul tavolo, e i raid aerei sarebbero una delle tante, moltissime opzioni che il comandante in capo ha”,ha detto Leavitt ai giornalisti.

“La diplomazia è sempre la prima opzione per il presidente. Vi ha detto ieri sera che ciò che sentite pubblicamente dal regime iraniano è molto diverso dai messaggi che l’amministrazione riceve privatamente, e penso che il presidente abbia interesse a esplorare quei messaggi”, ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca.

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08/01/2026

La Colombia si è mobilitata contro le minacce statunitensi

Migliaia di cittadini si sono mobilitati ieri in Colombia in difesa della sovranità nazionale e della democrazia, in risposta all’appello lanciato dal presidente Gustavo Petro di fronte alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La mobilitazione si è concentrata principalmente nella Plaza de Bolívar a Bogotá, ma si è svolta anche in città come Cali, Medellín e Cúcuta, dove i manifestanti hanno espresso il rifiuto dell’ingerenza straniera e sostegno al governo nazionale.

Fin dalle prime ore del mattino, Plaza de Bolívar si è riempita di bandiere colombiane, striscioni e slogan patriottici.

Alla mobilitazione hanno partecipato sindacati, movimenti sociali e organizzazioni della società civile, a testimonianza del sostegno all’appello presidenziale. Tra gli slogan più visibili vi erano messaggi come “Rispetto per la Colombia”, “Petro non è un trafficante di droga” e “Grazie Petro”.

Significativamente a Cúcuta, una città al confine con il Venezuela, la giornata ha assunto un valore altamente simbolico. I manifestanti colombiani hanno marciato verso il Ponte Internazionale Simón Bolívar, dove hanno incontrato quelli venezuelani.

In un atto di fratellanza, entrambi i gruppi hanno cucito insieme le bandiere di Colombia e Venezuela e cantato i rispettivi inni nazionali, in un gesto di unità latinoamericana.

“Siamo una sola bandiera, siamo colombiani, siamo venezuelani, siamo latinoamericani. Chiediamo sovranità e libertà. Non possiamo permettere pressioni da parte del governo degli Stati Uniti”, hanno detto i manifestanti.

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06/01/2026

Gustavo Petro e l’autodeterminazione dell’America Latina

È arrivata la risposta del Presidente della Colombia Gustavo Petro alle minacce di invasione Usa e alle accuse deliranti di essere un “narcotrafficante” da parte di Donald Trump e del suo governo. Importante anche le parole spese il giorno prima in difesa di Maduro e del Venezuela bolivariano.

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“Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.

Mi accusate falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Ma io non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio.

È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.

Il Presidente della Colombia è il comandante supremo delle forze militari e di polizia colombiane per ordine costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha elaborato dopo aver deposto le armi durante l’insurrezione.

Nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo forgiato un patto: la nuova Costituzione della Colombia, che mirava a costruire uno Stato sociale governato dallo Stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.

Ebbene, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, e sempre sotto la protezione della Costituzione, ho ordinato il più grande sequestro di cocaina nella storia del mondo. Ho avviato un importante programma di sostituzione volontaria delle colture da parte dei coltivatori di coca. Il processo ha interessato 30.000 ettari di coca ed è la mia massima priorità come politica pubblica.

Tutto il popolo venezuelano, colombiano e latinoamericano deve scendere in piazza.

Se bombardano i contadini, migliaia di guerriglieri si solleveranno sulle montagne.

E se arrestassero il presidente che gran parte del mio popolo ama e rispetta, scatenerebbero la rabbia del popolo.

Da questo momento in poi, ogni soldato in Colombia ha ricevuto un ordine: qualsiasi comandante delle forze armate che preferisca la bandiera statunitense a quella colombiana verrà immediatamente rimosso dall’istituzione per ordine della truppa e mio.

La Costituzione impone alle forze armate di difendere la sovranità popolare.

Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un’arma dopo l’accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio.

Non sono un figlio illegittimo, né un trafficante di droga.

Ho una fiducia enorme nel mio popolo, ed è per questo che gli ho chiesto di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo.

Mi fido del popolo e della storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.

Quindi sappia che ha di fronte un comandante del popolo. Libera la Colombia per sempre.

Invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate, perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese, vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida”.

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Non so se Maduro sia buono o cattivo, o addirittura se sia un narcotrafficante; negli archivi della giustizia colombiana, dopo mezzo secolo di rapporti con i più grandi cartelli della cocaina, i nomi di Nicolás Maduro e Cilia Flores non compaiono. Coloro che si sono fatti avanti con le accuse sono dirigenti dell’opposizione venezuelana, niente di più, che cercano di indebolire il voto popolare.

Il potere giudiziario in Colombia non mi appartiene; è indipendente da me ed è in gran parte controllato dalla mia opposizione.

Per saperne di più sulla mafia e sul traffico di cocaina, basta consultare i registri giudiziari colombiani.

Ecco perché respingo fermamente le dichiarazioni di ignoranza di Trump; il mio nome non compare in nessun verbale di tribunale per narcotraffico, passato o presente, da 50 anni. Smetta di calunniarmi, signor Trump. Non è così che si minaccia un presidente latinoamericano salito al potere attraverso la lotta armata e, in seguito, grazie alla lotta per la pace del popolo colombiano.

Appartenevo all’organizzazione clandestina che lottava per la democrazia in Colombia contro la dittatura civile dello “Stato d’Assedio”, l’organizzazione che nel 1974, molto prima di Chávez, realizzò l’operazione per sollevare di nuovo la spada di Bolívar, la spada che aveva detto che non avrebbe mai rinfoderato finché non fosse finita l’ingiustizia nella Gran Colombia. Appartenevo all’M-19, che firmò la prima pace nell’America Latina contemporanea.

Non conosce la storia colombiana, ed è per questo che fallisce quando ci critica. Dovrebbe semplicemente incontrare i suoi esperti investigatori antidroga in Colombia, che ho assistito nelle mie ricerche come senatore della sinistra colombiana e del suo popolo, che ha subito un genocidio per mano dei narcotrafficanti e dei loro alleati politici, che sono anche alleati dell’estrema destra americana.

Abbiamo perso decine di migliaia di compagni nella lotta armata e popolare per la democrazia e non vi abbiamo chiesto invasioni; abbiamo resistito e vinto attraverso la pace.

Non ho mai bruciato una bandiera americana perché ho letto la storia della classe operaia americana e delle lotte popolari attraverso i libri di Zinn in spagnolo. Ed è per questo che onoro la classe operaia americana, i neri e gli indigeni e i giovani soldati che, con i sovietici, sconfissero Hitler.

Ed è per questo che ho osato parlare in una strada di New York, di fronte al palazzo delle Nazioni Unite, sotto la protezione della legge statunitense, che garantisce la libertà di parola ai partecipanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ho parlato contro il genocidio a Gaza. Quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarvi a fare la pace a Gaza! I palestinesi lì mi amano, e forse invece di andare a catturare un presidente latinoamericano con riserve petrolifere limitate – perché avete bloccato l’approvvigionamento di petrolio, condannato la gente alla fame e innescato l’esodo che ha raggiunto il vostro Paese – vi avrei accompagnato a catturare Netanyahu, il leader genocida.

Per quello che ho detto, avete avuto l’audacia di punire la mia opinione, le mie parole contro il genocidio palestinese. La vostra punizione è quella di accusarmi falsamente di essere un narcotrafficante e di possedere fabbriche di cocaina. Non possiedo un’auto, né proprietà all’estero; continuo a pagare il mutuo con il mio stipendio. È ingiusto, e io combatto contro l’ingiustizia.

Sono amico di molte persone negli Stati Uniti che mi fermano per strada e mi abbracciano.

Ecco perché rispetto la storia nata dalla collaborazione tra Washington e Bolívar: si facevano regali a vicenda, erano più liberatori che schiavisti.

Ho imparato a non essere uno schiavo e rifiuto le vostre dichiarazioni che ci assegnano unilateralmente al vostro dominio. Noi latinoamericani siamo repubblicani e indipendenti, e molti di noi sono rivoluzionari. Non pensate che l’America Latina sia solo un covo di criminali che avvelenano il suo popolo. Rispettateci e leggete la nostra storia, che risale a 30.000 anni fa in tutte le Americhe. Leggo la vostra storia per capirvi. Non vedete narcotrafficanti dove ci sono solo autentici guerrieri per la Democrazia e la Libertà.

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05/01/2026

Crescono di intensità le minacce di Israele contro l’Iran

Benjamin Netanyahu e il suo ufficio hanno rilasciato una serie di dichiarazioni e indiscrezioni intenzionali che vorrebbero suggerire che l’Iran stia ricostruendo le sue capacità militari e conducendo manovre di lancio di missili balistici, il che potrebbe essere il preludio a un attacco di rappresaglia contro Israele.

Funzionari israeliani hanno avvertito l’amministrazione Trump del “pericolo” del riarmo iraniano e dei movimenti, dei preparativi e delle esercitazioni di addestramento iraniani osservati, volti a sorprendere Israele con intensi attacchi missilistici.

In una conferenza stampa con le sue controparti cipriota e greca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto alle notizie circolanti, provenienti dal suo ufficio, sulle tensioni con l’Iran derivanti da una “dimostrazione di forza”, minacce e dall’aumento del ritmo di produzione e test dei missili. 

Netanyahu ha affermato: “Sappiamo che l’Iran ha condotto manovre di recente. Stiamo monitorando la situazione e prendendo i preparativi necessari. Voglio chiarire all’Iran che qualsiasi azione incontrerà una risposta molto dura”. Ha aggiunto: “Abbiamo ottenuto risultati significativi nell’Operazione ‘Leone’ (la guerra contro l’Iran). Le nostre richieste all’Iran riguardo al livello di arricchimento e ad altre attività, tra cui la cessazione della guerra dei suoi alleati contro di noi, rimangono invariate. Questo non è cambiato, e so che nemmeno la posizione americana è cambiata”.

La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata all’autocelebrazione di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come la Turchia e l’Iran.

Netanyahu non si è limitato a lanciare minacce all’Iran; le ha accompagnate con ciò che affermava di sapere sulla posizione americana. Questa ondata di avvertimenti sulla minaccia iraniana e gli accenni di prontezza ad attaccare l’Iran arrivano in preparazione dell’incontro Trump-Netanyahu in Florida alla fine di quest’anno (2025 -ndr). Netanyahu e il suo entourage non hanno affrontato la questione nucleare iraniana, e le indiscrezioni indicano che l’Iran non sta compiendo sforzi intensi per riparare gli impianti nucleari danneggiati dagli attacchi aerei israeliani e americani.

La maggior parte degli sforzi si concentra invece sulla riattivazione delle linee di produzione e dei siti di lancio di missili. I funzionari israeliani considerano questa una grave minaccia per Israele, soprattutto se grandi quantità di missili venissero lanciate simultaneamente, il che metterebbe a dura prova le capacità di difesa missilistica di Israele.

Da parte sua, l’Iran ha smentito le notizie “fabbricate” sui preparativi per un attacco a Israele, con alcuni giornali iraniani che si sono spinti fino a definirla una guerra psicologica derivante dalla “crisi dell’entità”.

I funzionari iraniani hanno sottolineato che i missili balistici sono una “linea rossa” e non un oggetto di negoziazione, e che sono principalmente destinati a scopi difensivi e a scoraggiare chiunque contempli o intenda attaccare l’Iran.

Sembra che l’Iran non abbia fretta di ripristinare le sue capacità nucleari, semplicemente perché teme che queste capacità possano essere prese di mira in un nuovo attacco israelo-americano, senza che l’esercito o la Guardia Rivoluzionaria dispongano delle capacità necessarie per proteggere gli impianti nucleari con difese aeree efficaci in grado di intercettare gli aerei attaccanti. In realtà, Israele teme non solo i missili balistici, ma forse ancor di più i missili antiaerei che limiterebbero la sua “libertà” di volo sullo spazio aereo iraniano.

A livello di coordinamento militare diretto, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale Brad Cooper, ha visitato Israele questa settimana e ha incontrato il Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir.

Secondo quanto riportato dalla stampa, Zamir ha informato il suo ospite americano sulle informazioni di intelligence riguardanti sviluppi “pericolosi” in Iran. Tuttavia, le agenzie di intelligence statunitensi hanno riferito di non avere informazioni o indicazioni di un imminente attacco iraniano.

In aggiunta al coro di minacce, il Capo di Stato Maggiore israeliano ha dichiarato pubblicamente, riguardo all’Iran, che “Israele colpirà quando necessario”.

Il coordinamento militare tra Stati Uniti e Israele è in costante aumento e comprende tutte le questioni delicate e controverse a Gaza, in Libano, in Siria e in Iran.

Alcune personalità israeliane hanno espresso scetticismo sulla serietà delle informazioni di intelligence riguardanti i movimenti militari iraniani e hanno messo in guardia da un “errore di calcolo” che potrebbe portare a uno scontro involontario.

Analisti israeliani autorevoli hanno affermato che l’Iran non ha alcun interesse a uno scontro prima di aver completato il rafforzamento della propria forza e delle proprie capacità. Questo è esattamente ciò che Israele non vuole, poiché cerca di indurre gli Stati Uniti a prendere di mira l’Iran prima che abbia le capacità per contrastare gli attacchi alle sue strutture, ai suoi siti e ai mezzi per difendere il suo programma missilistico e nucleare. L’ondata di minacce israeliane contro l’Iran sembra essere una campagna artificiosa, costruita su informazioni fabbricate e con l’ulteriore obiettivo di sottoporre l’Iran a una costante minaccia israeliana.

Ciò non significa che Israele abbia cessato di prepararsi ad attaccare l’Iran; piuttosto, l’attuale tempistica serve a numerosi scopi, la maggior parte dei quali non dichiarati. Gli obiettivi di Israele nel creare tensione e suonare i tamburi di guerra possono essere riassunti come segue. 

In primo luogo, un messaggio all’Iran attraverso la riaffermazione del principio di deterrenza nella strategia di sicurezza nazionale di Israele, e un avvertimento all’intera regione che lo Stato sionista non si accontenta più di frenare le intenzioni attraverso la deterrenza, ma sta prendendo di mira le capacità per distruggerle sulla base del principio di deterrenza. È come se Israele dicesse all’Iran: state sprecando le vostre energie; Israele distruggerà ciò che producete e le armi, le attrezzature e i rifornimenti che acquisite.

Questa è una minaccia diretta, esplicita e chiara che non richiede alcuna interpretazione, soprattutto dopo il significativo cambiamento nel concetto di sicurezza nazionale israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Secondo questa logica, Israele lancerà un’aggressione contro l’Iran a un certo punto, ma non lo farà senza la partecipazione americana. La raffica di minacce israeliane è una tempesta prematura.

In secondo luogo, questo è un messaggio all’amministrazione americana, che esagera la gravità delle manovre iraniane per facilitare la presentazione dell’elenco di richieste che Netanyahu sta portando con sé in America. Israele si sta preparando a firmare un nuovo accordo di aiuti americani e richiede ulteriore supporto. 

In secondo luogo Netanyahu vuole anche che gli Stati Uniti espandano il proprio ruolo nella difesa di Israele dispiegando più batterie missilistiche e intensificando la cooperazione in materia di sicurezza e intelligence in preparazione di una futura guerra con l’Iran. Netanyahu vuole anche intensificare immediatamente la cooperazione e il coordinamento tra le agenzie di sicurezza e militari israeliane e americane per preparare un piano militare congiunto.

In terzo luogo, un messaggio all’opinione pubblica israeliana: lo stato di guerra rimane in vigore e Netanyahu lo sta gestendo con una competenza senza pari rispetto ai suoi rivali alle prossime elezioni israeliane. Inoltre, Netanyahu sta cercando di distogliere l’attenzione dalla decisione di istituire una “commissione speciale d’inchiesta”, i cui membri di fatto nomina e i cui poteri e compiti definisce. La maggioranza degli israeliani si oppone a questa commissione e la considera una ricetta per assolvere Netanyahu dalla responsabilità per gli eventi del 7 ottobre. Invece di preoccuparsi di questo, l’opinione pubblica si è concentrata sui pericoli dei missili iraniani.

In quarto luogo, Netanyahu teme che i negoziati tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo sulla questione nucleare e revocare le sanzioni possano portare a un accordo che non gli piace, soprattutto perché Trump sostiene giorno e notte di aver completamente eliminato il programma nucleare iraniano e che non esiste più un problema nucleare iraniano, rendendo così superflue le sanzioni.

Netanyahu sta cercando di inserire la questione missilistica in ogni potenziale negoziato, una ricetta garantita per il loro fallimento. Per “riscaldare” Trump contro l’Iran, Israele sta enfatizzando il sostegno iraniano al Venezuela e il sostegno cinese al programma missilistico dell’esercito iraniano e della Guardia Rivoluzionaria.

La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata dall’esagerato senso di autostima di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come Turchia e Iran. Lo stato sionista cerca di creare una realtà mediorientale in cui sia l’unica superpotenza regionale: possedere esclusivamente armi nucleari, senza che nessun’altra potenza sia autorizzata ad acquisirle; mantenere la superiorità militare, senza che nessun’altra nazione possa avvicinarsi; e ottenere il controllo completo dello spazio aereo della regione.

È da questa prospettiva che Israele ha lanciato la sua guerra contro l’Iran, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi rivale regionale.

Tuttavia, l’Iran è una nazione grande e storicamente significativa e non accetterà i diktat israeliani. Un futuro scontro iraniano-israeliano appare quasi inevitabile, poiché l’Iran non abbandonerà il suo programma missilistico e le sue capacità nucleari, e Israele non accetterà una simile mossa.

La domanda cruciale è: qual è la posizione degli arabi in tutto questo? Il mondo arabo deve proporre una soluzione che implichi la liberazione della regione dalle armi di distruzione di massa, a partire dall’arsenale nucleare israeliano e estendendosi ai progetti che potrebbero potenzialmente produrre armi nucleari in Iran e altrove.

Oggi questo può sembrare impossibile, ma una campagna di disarmo nucleare deve iniziare immediatamente. Questo sarebbe un contributo arabo per frenare l’aggressione incontrollata di Israele.

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