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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2026

Trump sabota il suo accordo, ma si va avanti

Trattare con le bombe è un’arte, ma né Trump né, a maggior ragione, il genocida Netanyahu, sono degli artisti.

Neanche il tempo di far incontrare nella stessa stanza la delegazione iraniana – di altissimo livello, come vedremo – e quella statunitense che già il tycoon prendeva a minacciare la controparte in modo quasi ridicolo, nella sua sguaiataggine.

“L’Iran deve immediatamente impedire ai suoi miliziani ben pagati in Libano di causare problemi. Se non lo faranno, colpiremo di nuovo l’Iran molto duramente, proprio come abbiamo fatto la settimana scorsa, solo più duramente!!!”, ha scritto sul suo social Truth.

Non soddisfatto si è poi fatto intervistare dalla rete Fox, molto vicina al mondo Maga, per sparare bordate ancora più stupide. Parlando di Hormuz (richiuso il giorno prima perché Israele continuava a bombardare il Libano dopo la dichiarazione di cessate il fuoco): “Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Lo farò saltare in aria. Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello stretto, se necessario”. “Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese” e gli Stati Uniti potrebbero diventare “l’angelo custode dello Stretto di Hormuz e prendersi il 20% del petrolio”.

L’ideale, per arrivare ad un accordo di pace, no? Eppure avrebbe dovuto sapere che se dopo aver usato “tanta forza” l’avversario è in condizioni di andare avanti – mentre gli Usa devono fermarsi, visto il peso economico globale che ha una guerra nel Golfo Persico – minacciare un altro po’ non cambia nulla.

Inevitabile la pacata risposta diplomatica iraniana, già irritata dalle bombe di Netanyahu sul Libano: si sono alzati e usciti dalla sala, facendo notare che “In base alla clausola 2 dell’accordo, qualsiasi minaccia è considerata una palese violazione del testo”. E anche della logica di qualsiasi trattativa, che dà per scontato il ritorno al conflitto se non si raggiunge un accordo.

Il capo della delegazione Qalibaf, presidente del Parlamento, ha spiegato alla stampa mediorientale che il suo Paese “non dà alcun peso alle minacce degli americani”.

Ha poi aggiunto, chiedendosi: “Non pensano che se le loro minacce avessero avuto un qualche effetto, non si troverebbero in questa situazione di impotenza?”

A ben pensarci non si tratta di una dichiarazione soltanto propagandistica, perché tutti i commentatori al mondo hanno descritto la posizione negoziale degli Stati Uniti – dopo il fallimento della fase “bombardante” – decisamente debole. E riconosciuta peraltro dalla stessa amministrazione Usa, che ha controfirmato un “memorandum” considerato meno forte dell’accordo siglato da Obama nel 2015, senza guerra, ma poi disconosciuto dalla prima amministrazione Trump.

A spingere per la ripresa della guerra è come sempre Israele, preda ormai di un delirio che non ammette “trattative”, ma solo il “completamento del lavoro”, identificando la propria “sicurezza” come realizzabile soltanto con lo sterminio di mezzo mondo.

Nel tentativo di incentivare le sparate trumpiane, Netanyahu ha voluto dire che “Abbiamo istituito una zona di sicurezza a Gaza. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Siria. Abbiamo istituito una zona di sicurezza in Libano e la manterremo finché sarà necessario per proteggere il nostro popolo”. Tradotto: abbiamo occupato e non ce ne andremo.

In ogni caso almeno un soggetto raziocinante c’è, e pare proprio che sia l’Iran che, fatta la sua protesta formale, ha fatto sapere ai media, tramite un diplomatico, che ha chiesto di restare anonimo, che “La delegazione iraniana resta impegnata nelle discussioni e non ha comunicato ai mediatori alcuna intenzione di lasciare la trattativa”.

Ma neanche di regalare nulla.

Tra i primi temi in discussione, prima dello stop, era stato raggiunta un’intesa: la “bozza di esenzione temporanea dalle sanzioni sul petrolio e sui suoi derivati è stata finalizzata e a breve entrerà nella fase di attuazione”, secondo Hossein Ghorbanzadeh, membro della squadra negoziale iraniana citato dall’agenzia Fars.

Secondo il funzionario, “la questione del Libano è stata il punto focale principale dei negoziati odierni e ha ricevuto maggiore attenzione rispetto a qualsiasi altro tema negli incontri bilaterali, multilaterali e principali. Fino a quando non sarà risolta la questione della fine della guerra in Libano, le altre clausole del memorandum d’intesa non entreranno nella fase di attuazione”.

Per l’America si pone quindi la necessità di scegliere tra seguire la follia sionista, scatenando la più grave crisi economica che si sia mai vista, oppure somministrare una mega dose di valium al botolo ringhioso che ha sguinzagliato fin qui.

Per farlo non dovrebbe neanche sbraitare tanto, basterebbe chiudere – o limitare seriamente – il rubinetto delle forniture di armi. Come ricordava il vicepresidente J.D. Vance, “sono il 75% di quelle usate in questa guerra da Israele”. Se vogliono davvero arrivare almeno ad una “mezza pace”, quanto meno utile a rimandare di qualche anno altre avventure militari, non hanno in effetti molte altre soluzioni.

E in effetti, nonostante Trump e Netanyahu, i colloqui sono andati avanti. Un diplomatico statunitense ha spiegato ad Axios che uno dei temi discussi durante le trattative è stato “il meccanismo di de-escalation in Libano e il rispetto del cessate il fuoco”, nel contesto degli scontri tra Hezbollah e le truppe israeliane nel sud del Paese”. Sicuramente a Tel Aviv non avranno fatto salti di gioia nel venire a sapere che si sta decidendo quel che loro dovranno fare.

Meno stressante, pare, la discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz (che era sempre rimasto aperto, prima dell’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio), il meccanismo di controllo del programma nucleare, lo sblocco dei fondi sequestrati, il prolungamento delle deroghe sulla vendita di petrolio e quindi sulle sanzioni.

Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto su X che i mediatori pakistani e qatarioti avevano “condotto importanti progressi per porre fine alla guerra in Libano”.

La dichiarazione congiunta delle due delegazioni (qui di seguito), al termine della giornata, riconosce che “sono stati compiuti progressi incoraggianti” durante le 18 ore di negoziati, nonché definita “una tabella di marcia per raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni”.

Con ciò il lavoro passa ora alle squadre di tecnici e il team negoziale “politico” di entrambe le parti rientra per ora in patria. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato stamattina che la prima vera prova degli accordi raggiunti sarà la modalità di disimpegno dal Libano.

Araghchi ha spiegato che “il divieto di esportazione di petrolio e prodotti petrolchimici è stato revocato, l’embargo è stato revocato e alcuni beni congelati sono stati sbloccati”, aggiungendo che “è stato avviato un importante piano per lo sviluppo e la ricostruzione dell’Iran”.

Il nemico della pace è noto. Spetta agli Usa farlo rientrare in gabbia. Il nodo della trattativa è soprattutto questo.

Sullo sfondo, per ora, ma non troppo, la novità politica principale: quel che dice il presidente degli Stati Uniti non conta molto, serve solo ad abbagliare i media. Vedremo nel corso delle prossime settimane se questo implica la creazione di una “rete di sicurezza” intorno a lui per limitare i danni che combina.

Fonte

26/05/2026

Attacco Usa, da fuori di testa

“Stiamo sparando, ma con moderazione. Quindi non è una violazione del cessate il fuoco”. Lo stato zero dell’attendibilità degli Stati Uniti è certificato da questa breve sintesi, peraltro espressa da un portavoce ufficiale dell’esercito Usa.

Ancora una volta (ed è la quarta), nel mentre i negoziati con l’Iran “fanno progressi” – come dichiarato dal segretario di Stato “Narco” Rubio, dallo stesso Trump e dai mediatori – gli Stati Uniti hanno attaccato postazioni di Teheran nel Golfo Persico.

Bersagli dell’attacco un sito per il lancio di missili e imbarcazioni iraniane che, secondo gli yankee, cercavano di collocare mine. Da qui l’altra stupefacente affermazione per cui questa sarebbe un’azione “di autodifesa” (a 9.000 km da casa!).

Con la solita faccia tosta dei portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha dichiarato: “Oggi, le forze statunitensi hanno effettuato attacchi difensivi nel sud dell’Iran per proteggere le nostre forze dalle minacce poste dalle forze iraniane. Continueremo a difendere le truppe pur se con moderazione durante il cessate il fuoco”.

In effetti, sembra il “comma 22” (“chiunque sia pazzo può chiedere di essere esentato dall’andare in guerra, ma chi chiede di essere esentato non è pazzo”) che ha fatto la fortuna di un grande gruppo di attori hollywoodiani, 50 anni fa.

L’azione, oltretutto, è avvenuta mentre il ministro degli esteri Araghci e il presidente del parlamento Ghalibaf – i due incaricati delle trattative – si trovavano in Qatar per approfondire i termini della futura riapertura dello Stretto di Hormuz. Sollevando insomma l’incertezza su possibili “estensioni” delle operazioni militari di Usa e Israele direttamente contro la delegazione trattante.

Sullo sfondo – per modo di dire – resta la spinta guerrafondaia di Israele, totalmente contraria a qualsiasi trattativa (la fine dell’invasione del Libano è il primo punto dell’eventuale accordo in discussione).

Le agenzie mediorientali in questi giorni stanno riferendo che diversi attacchi con droni contro gli Emirati Arabi Uniti erano stati in realtà condotti da Israele come parte di un’operazione di “false flag”. Lo scopo, trasparente, era quello di provocare una reazione emiratina tale da bloccare l’evoluzione della trattativa mediata dal Pakistan.

Alla base c’è ovviamente la preoccupazione di Netanyahu, che avrebbe esortato Trump a lanciare un’altra serie di attacchi contro l’Iran.

Non troppo ironicamente, l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che «durante lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti, diversi mediatori, così come funzionari americani coinvolti nei colloqui, hanno inviato un messaggio alla parte iraniana affinché non prestasse attenzione ai post pubblicati dal Presidente Trump». Andare in giro per il mondo a fare “gli egemoni che dettano legge”, a questo punto, diventa un tantino problematico...

Quella che vediamo all’opera è una logica bambinesca, o da cowboy, che di fronte all’evidente sconfitta – nessun obbiettivo è stato raggiunto – prova ad uscire dalla guerra tirando colpi a casaccio pur di poter rivendicare una “vittoria” che giustifichi la ritirata.

Una logica bambinesca che non tiene per niente conto, come normalmente fanno militari e diplomatici professionali, della possibile reazione dell’avversario. Il quale, avendo mantenuto quasi intatte le sue energie, può permettersi di dire senza apparire per nulla “sbrasone” che “Se verremo attaccati, i nostri attacchi saranno più duri, più intensi e più potenti. La nostra risposta andrà oltre la regione. L’obiettivo è già stato individuato ed è pronto. La risposta a qualsiasi nuova aggressione sarà diversa. Se impediranno le nostre esportazioni, l’Iran impedirà al petrolio di lasciare la regione”.

Se ciò avvenisse, chiaramente, la parola tornerebbe alle armi. Dunque bisogna sperare che a Teheran siano più responsabili e lungimiranti della controparte. Alla faccia dei leccapiedi di casa nostra, questa è la situazione. Ed è tutto dire...

Fonte

22/05/2026

Voci di accordo Usa-Iran

La bozza finale di un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan, dovrebbe essere annunciata entro poche ore, hanno riferito venerdì fonti di Al Arabiya.

I suoi punti chiave sono stati ottenuti in esclusiva dalla rete e includono quanto segue:

- Cessate il fuoco immediato, completo e incondizionato su tutti i fronti, compresi terra, mare e aria

- Impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, civili o economiche

- Fine delle operazioni militari e interruzione della guerra mediatica

- Impegni a rispettare la sovranità, l’integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni

- Garanzie di libertà di navigazione nel Golfo Arabico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman

- Meccanismo congiunto per monitorare l’attuazione e risolvere le controversie

- I negoziati sulle questioni in sospeso inizieranno entro sette giorni

- Graduale revoca delle sanzioni statunitensi in cambio dell’impegno dell’Iran ai termini dell’accordo

- La bozza dell’accordo riafferma il rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite

- L’accordo entrerà in vigore immediatamente una volta annunciato ufficialmente da entrambe le parti

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato giovedì ai giornalisti che c’erano stati “segnali positivi” nei colloqui, ma non ci potrebbe essere alcuna soluzione se Teheran imponesse un sistema di pedaggio nello stretto, che di fatto ha chiuso alla maggior parte del traffico marittimo dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio.

“Ci sono segnali positivi”, ha detto Rubio. “Non voglio essere eccessivamente ottimista… Quindi, vediamo cosa succederà nei prossimi giorni.”

Un’importante fonte iraniana ha dichiarato giovedì a Reuters che le divergenze si erano ridotte, sebbene l’arricchimento dell’uranio e lo stretto rimanessero tra i punti critici.

Fonte