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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2026

Qualche bomba su Qeshm prima del diluvio

Mentre ancora non si erano aperte le urne per le elezioni di midterm, che i sondaggi definiscono “uno tsunami blu” (il colore del partito democatico), Trump ha ordinato un estemporaneo attacco contro l’isola di Qeshm – la più grande nello Stretto di Hormuz.

Al tempo stesso sia da Teheran che da Washington – dal lato vicepresidente J.D. Vance – si assicura che si stanno portando avanti colloqui miranti alla pace o quanto meno a una sospensione a tempo indeterminato delle ostilità.

Finora, sappiamo che ci sono state cinque esplosioni sull’isola di Qeshm in Iran. Nei precedenti round di guerra, era stata colpita più volte perché è un’isola strategica.

Curiosamente, né il Pentagono né la Repubblica Islamica confermano gli attacchi, che sono stati resi noti solo dai media, sia statunitensi che arabi. Segno, probabilmente, che si vuole mantenere aperta la strada al negoziato pure in presenza di “colpi di testa” che appaiono motivati fondamentalmente dalla pressione di Netanyahu su Trump.

Militarmente questi attacchi non sembrano avere alcun senso, e le “Guardie della Rivoluzione” hanno gioco facile nel presentare semmai i propri successi con l’abbattimento di due droni da ricognizione americani MQM-170 a sud di Qeshm, mentre i suoi sistemi di difesa aerea hanno intercettato e distrutto un drone americano MQ-9 sulla parte orientale dello Stretto di Hormuz.

Il presidente del Parlamento e fin qui capo-negoziatore, Qalibaf, senza neanche nominare gli “incidenti di Qeshm”, ha avvertito ancora una volta che “Qualsiasi errore di calcolo militare da parte degli USA scatenerebbe una risposta iraniana imprevedibile e vasta”. Senza confini geografici limitati al Golfo, insomma, a conferma che l’arsenale missilistico di Teheran si è arricchito di vettori a più lunga gittata.

Qalibaf ha, però, confermato che, pur tenendo il dito sul grilletto, il suo paese ha offerto agli USA una risposta “forte e razionale” affidandola ai mediatori qatariani che nei giorni scorsi erano a Teheran.

In qualche modo le proposte iraniane sono state esposte dal capo di stato maggiore, il generale Ali Abdollahi, come una tabella di marcia per la sicurezza duratura dell’Iran.

  • La fine delle ostilità su tutti i fronti, tra cui Libano e Gaza
  • La completa revoca delle sanzioni contro l’Iran e lo sblocco dei suoi beni
  • Riparazioni di guerra per Teheran (magari accettando che le navi in transito per Hormuz paghino un pedaggio)
  • Riconoscimento della sovranità dell’Iran sullo stretto di Hormuz
  • Una garanzia contro la futura aggressione e l’istituzione di un quadro di sicurezza regionale per l’Asia occidentale

La questione principale è la diffidenza tra le due parti. Gli iraniani dicono che due volte in precedenza gli Stati Uniti li hanno attaccato quando erano impegnati nella diplomazia. Ecco perché chiedono passi concreti, come la revoca delle sanzioni, la rimozione del blocco navale, il ritorno di asset iraniani congelati e la possibilità che l’Iran venda petrolio sul mercato globale.

Inutile far previsioni sugli sviluppi, che sembrano ormai dipendere non tanto dagli interessi strategici degli Stati Uniti nel Medio Oriente ma dalla forza residua del ricatto israeliano nei confronti di Trump (fin quando potrà mantenersi al riparo dal Congresso), con Netanyahu ormai alle corde se si concretizzerà un qualche accordo di governo tra il blocco di Eisenkot e i due partiti palestinesi-israeliani presenti nella Knesset.

Una volta fuori dal governo, infatti, diventerebbe più probabile la sua messa in stato d’accusa e forse anche di arresto, sia per le vicende di corruzione che per la gestione criminale delle informazioni ricevute prima del 7 ottobre 2023 sull’attacco di Hamas.

Anche una eventuale fuga all’estero dovrebbe a quel punto essere ragionata bene, perché non sono pochi i paesi che potrebbero accorgersi, solo a giochi fatti, che nei suoi confronti pende un mandato di cattura da parte della Corte internazionale.

Fonte

15/10/2026

Israele, per la Cia, rischia la guerra civile e il collasso

I servizi segreti statunitensi esprimono timori di disordini civili e di un collasso dello Stato in Israele in vista delle elezioni del 27 ottobre.

Israele rischia una guerra civile o il collasso dello Stato, avverte una valutazione classificata della CIA, poiché anni di Genocidio a Gaza e guerre in Libano e Iran acuiscono le fratture politiche, economiche e sociali all’interno del Paese.

Il rapporto di agosto, intitolato “Fracture From Within” (Frattura dall’Interno), è stato redatto da esperti della Red Cell della CIA, secondo quanto riferito da due fonti statunitensi. La Red Cell, l’unità responsabile delle “analisi alternative” all’interno dell’Agenzia, ha prodotto la valutazione combinando informazioni di pubblico dominio con dati dei servizi segreti statunitensi.

La valutazione sembra riferirsi solo ai cittadini ebrei di Israele e non prende in considerazione i cittadini palestinesi, che rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana e che vivono sotto varie forme di discriminazione che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno definito parte di un più ampio Sistema di Apartheid. La CIA non ha risposto a una richiesta di commento.

Gli esperti della CIA hanno evidenziato una combinazione esplosiva di pressioni convergenti in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: ​​crisi economica e spese militari alle stelle; veterani pesantemente armati di ritorno da lunghi periodi di combattimento, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici; crescente rabbia per gli uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare; intensificazione della violenza dei coloni nella Cisgiordania Occupata; e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che lottando per rimanere al potere innesca una crisi costituzionale.

Le “Unità Red” della CIA hanno il compito di sviluppare analisi e idee che mettano in discussione le ipotesi prevalenti e smascherino il pensiero di gruppo o i punti ciechi che possono radicarsi all’interno dell’apparato di spionaggio.

“Gli autori di questo documento sono esperti di Israele”, ha osservato una fonte della comunità dei servizi, “non si tratta di un’ipotesi fantasiosa: con le imminenti elezioni e le fratture in Israele, dovremmo prendere sul serio la loro conclusione che Israele è a un passo da un vero e proprio conflitto interno”.

Una delle fratture più profonde nella politica israeliana non è emersa a causa dell’opposizione ai Crimini di Guerra del Paese, bensì a causa della questione di chi è tenuto a combattere e chi ne è esentato.

Gli uomini ultraortodossi hanno storicamente beneficiato di ampie esenzioni dal servizio militare, pur continuando a ricevere sussidi statali, un accordo che è diventato sempre più controverso a seguito delle ripetute mobilitazioni delle riserve. Il loro rifiuto collettivo di prestare servizio militare non è radicato nell’opposizione alle guerre di Israele, poiché i leader ultraortodossi sostengono che il servizio militare minaccia la vita religiosa e il loro obbligo di studio della Torah.

Ma dopo anni in cui i riservisti sono stati ripetutamente richiamati dai loro lavori e dalle loro famiglie, l’esenzione è diventata una potente fonte di risentimento nella società israeliana. Le famiglie hanno anche dovuto sopportare il costo delle politiche bellicose di Israele. I prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto livelli record, con un aumento del 9,5% del costo della vita, compresi frutta e verdura fresca, negli ultimi due anni, aggravando una crisi del costo della vita già grave dopo anni di guerra.

Eppure gran parte dell’opposizione a Netanyahu non è rivolta alla brutalità di Israele contro i palestinesi, ma alla rabbia per il modo in cui l’ha gestita. I principali partiti sionisti anti-Netanyahu sono a loro volta divisi sulla dirigenza e sulla strategia di coalizione, mentre una delle principali critiche mosse a Netanyahu riguarda la sua responsabilità nel fallimento della sicurezza il 7 ottobre 2023.

Sondaggi recenti hanno mostrato che sia il blocco Netanyahu che quello anti-Netanyahu faticano a raggiungere i 61 seggi necessari per governare.

Le fonti hanno avvertito che la combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti storici. “È noto che i Freikorps tedeschi erano composti da veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico, armati e assetati di sangue”, ha affermato. “Non sto dicendo che Israele dopo Gaza sia la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, ma ci sono certamente degli aspetti che mi sembrano simili”.

Israele si trova inoltre ad affrontare un crescente isolamento all’estero, compresa un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani hanno privatamente considerato una minaccia a lungo termine. Il rapporto di agosto indicava la progressiva trasformazione di Israele in uno “Stato emarginato” come un fattore che potrebbe portare al collasso dello Stato.

Secondo un’altra valutazione della CIA, riportata da Capital & Empire a luglio, i funzionari israeliani ritengono che le basi politiche americane su cui si fonda il consenso dell’alleanza si stiano sgretolando e che la continua dipendenza da miliardi di dollari di aiuti militari diretti statunitensi potrebbe alla fine diventare politicamente insostenibile.

La loro risposta è stata quella di cercare una maggiore integrazione nell’apparato militare, di spionaggio e di difesa americano, legami che sarebbero difficili da sciogliere per i governi futuri. Entro la primavera di quest’anno, il 60% degli americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% dell’anno precedente, secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Pew.

Questo deterioramento del sostegno è sempre più visibile anche all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. “La comunità delle agenzie di sicurezza, come gli Stati Uniti, come le forze armate, come ovunque, è sempre più frustrata dal capitale reale e politico speso per sostenere Israele”, ha affermato la fonte.

“Mentre procediamo con un’ulteriore integrazione delle nostre capacità militari e industriali con quelle israeliane, c’è una profonda frustrazione nel constatare che lo stiamo facendo per un Paese che ci ha trascinato in una guerra che stiamo perdendo, un Paese che ci spia”.

Il rapporto della CIA ha anche cercato di delineare come queste pressioni potrebbero interagire se la crisi interna di Israele si aggravasse: come una singola scintilla potrebbe trasformare una frattura politica in un conflitto civile aperto e cosa ne conseguirebbe.

Tra gli scenari ipotizzati figurano il ritiro di investimenti o personale da parte di aziende straniere del settore tecnologico e dell’Intelligenza Artificiale, con conseguente ulteriore erosione di un’economia già in difficoltà, la riconsiderazione da parte dei governi regionali del valore politico e strategico di una maggiore normalizzazione delle relazioni con Israele e lo sfruttamento da parte di Hamas o Hezbollah di un periodo di debolezza interna. Secondo le fonti, il rapporto ha utilizzato specificamente il termine “conflitto civile”.

Per decenni, il potere di Israele non si è basato solo sulle armi e sul sostegno americano, ma anche sulla proiezione di una superiorità militare, di un vantaggio in termini tattici e di coesione interna che rendevano lo Stato di fatto indistruttibile.

Tuttavia, come avvertiva la valutazione, al di sotto di questa proiezione di forza schiacciante, Israele sta accumulando contraddizioni economiche, politiche e sociali che la sola potenza militare potrebbe non essere in grado di contenere.

Fonte

11/10/2026

Il grande bluff di Trump sull’Iran

di John J. Mearsheimer

L’amministrazione Trump e i suoi sostenitori, inclusa la pagina editoriale del Wall Street Journal, stanno lavorando senza sosta in questi giorni per manipolare le notizie sulla guerra con l’Iran, facendo apparire che gli Stati Uniti stiano vincendo e che Teheran farebbe meglio a sottomettersi alle richieste di Washington prima di essere distrutta, forse addirittura “annientata”.

Trump sta infatti preparando l’opzione di scatenare un attacco militare contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, qualora Teheran non si arrendesse entro quella data.

Di fatto, Trump e i suoi sostenitori stanno conducendo una “campagna di massima pressione” contro l’Iran attraverso i principali media.

Questa campagna è destinata al fallimento. Semmai, riflette la disperazione dell’amministrazione Trump. Il Presidente ha iniziato una guerra che gli Stati Uniti erano destinati a perdere, e ora c’è ben poco che possa fare per cambiare questo dato di fatto.

La campagna di propaganda di Trump ha due dimensioni: una economica e l’altra militare.

In primo luogo, l’amministrazione sostiene che l’Iran sia strangolato economicamente dal blocco navale statunitense, combinato con l’Operazione Economic Outcast (Isolamento Economico), la strategia annunciata dal Segretario del Tesoro Scott Bessent il 24 agosto 2026.

Allo stesso tempo, afferma che il petrolio sta nuovamente fuoriuscendo dal Golfo a ritmi non molto inferiori a quelli del 27 febbraio 2026. Le implicazioni sono ovvie: la punizione economica inflitta all’Iran lo costringerà presto alla capitolazione, mentre l’economia statunitense, e la comunità internazionale in generale, è sulla buona strada per la ripresa.

In secondo luogo, gli Stati Uniti stanno ora rafforzando le proprie forze militari in vista di un massiccio attacco dopo le elezioni di medio termine, quando Trump non sarà più soggetto a vincoli elettorali. Questa crescente minaccia di un devastante attacco statunitense, unita al dolore economico inflitto all’Iran, è concepita per costringere Teheran a cedere ora, prima che la sua situazione peggiori ulteriormente.

Questa strategia presenta enormi problemi. Sembra convincente quando i media tradizionali la diffondono fedelmente, ma crolla quando si esamina attentamente ciò che sta realmente accadendo.

Consideriamo la dimensione militare. I titoli dei giornali affermano che gli Stati Uniti stanno inviando 10.000 soldati aggiuntivi e una terza portaerei, la USS Theodore Roosevelt, nella Regione del Golfo Persico, creando l’impressione che l’Iran si troverà presto ad affrontare tre portaerei americane.

Inoltre, l’invio di truppe aggiuntive, che si sommano alle circa 50.000 truppe statunitensi già presenti nella regione, viene presentato come la prova che Trump sta seriamente prendendo in considerazione l’invio di truppe di terra.

La storia della portaerei, tuttavia, è ben diversa da quanto suggeriscono i titoli. La Roosevelt sarebbe stata inviata per sostituire la USS George Washington, mentre la presunta terza portaerei, la USS George H.W. Bush, ha già lasciato il Medio Oriente e si trova ora in Thailandia.

Pertanto, al momento c’è solo una portaerei nella regione. Infatti, questa è la prima volta dall’inizio della guerra che gli Stati Uniti hanno una sola portaerei in Medio Oriente, ed è difficile immaginare che ce ne saranno più di due, se non addirittura di più, dopo le elezioni di medio termine.

Il problema più grave è che la guerra con l’Iran sta mettendo a dura prova la Marina statunitense. I suoi alti ufficiali avvertono che l’attuale ritmo operativo non è sostenibile a tempo indeterminato. Le portaerei e le altre navi da guerra vengono impiegate in missioni di lunghissima durata, che causano notevoli problemi di manutenzione e prontezza operativa che dovranno essere affrontati prima o poi.

Questo problema è aggravato dal fatto che le navi statunitensi hanno perso l’accesso alle infrastrutture logistiche vicine e dipendono sempre più da una catena di approvvigionamento che risale a Diego Garcia, a circa 4.000 chilometri dal Golfo Persico.

Ma anche se fossero disponibili tre portaerei per colpire l’Iran, cosa potrebbero ottenere in una rinnovata campagna aerea che Stati Uniti e Israele non siano riusciti a realizzare insieme durante la fallimentare campagna di bombardamenti di 40 giorni tra il 28 febbraio e l’8 aprile 2026?

Alcuni potrebbero sostenere che gli Stati Uniti potrebbero finalmente distruggere le infrastrutture petrolifere iraniane. Il problema, tuttavia, è che l’Iran conserva la capacità di un secondo attacco e potrebbe reagire devastando le infrastrutture petrolifere degli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Si rabbrividisce al pensiero delle conseguenze che ciò avrebbe per l’economia internazionale.

Oltre a tutto ciò, gli Stati Uniti si trovano ad affrontare una grave carenza di armamenti ad alta tecnologia, che è uno dei motivi principali per cui hanno interrotto la campagna di bombardamenti di 40 giorni e nelle ultime settimane hanno evitato di impegnarsi in scambi di bombardamenti reciproci con l’Iran.

Si potrebbe pensare che la carenza di munizioni critiche, sia per colpire l’Iran che per difendersi da una rappresaglia iraniana, limiterebbe la portata e l’intensità di qualsiasi rinnovata campagna di bombardamenti strategici, riducendone di conseguenza le probabilità di successo.

Per quanto riguarda le forze di terra, il semplice conteggio del personale militare statunitense in Medio Oriente è fuorviante quando si valuta la possibilità di un dispiegamento di truppe sul terreno. Ciò che conta di più in una guerra di terra è il numero di soldati effettivamente impiegati nelle formazioni di combattimento terrestre.

Stimo che, dei circa 50.000 militari statunitensi già di stanza nella Regione, circa 5.000 appartengano a tali formazioni: circa 2.200 tra Marines e marinai dell’11ª MEU, 2.000 soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata e forse altri 800 militari dell’Esercito in Kuwait associati alla Forza Speciale Spartan.

Dei circa 10.000 militari aggiuntivi attualmente in fase di invio nella Regione, altri 2.200 appartengono alla 13ª MEU. La maggior parte dei rimanenti sono marinai assegnati alla portaerei Theodore Roosevelt e alle sue navi di supporto.

Pertanto, considerando gli attuali piani di dispiegamento, stimo che entro la fine di novembre gli Stati Uniti avranno poco meno di 7.500 effettivi in ​​formazioni di combattimento terrestre nella Regione del Golfo: circa 4.400 nelle due unità di spedizione marittime e 2.800 militari dell’Esercito.

È impensabile che una forza terrestre così esigua possa rappresentare un’opzione valida contro un Paese con la popolazione e la geografia dell’Iran. Anche triplicando tale numero, arrivando a circa 23.000 unità, il che è altamente improbabile, il problema non cambierebbe sostanzialmente.

Il Generale in pensione dell’Esercito Barry McCaffrey stima che per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz sarebbero necessari circa 150.000 soldati e dai tre ai sei mesi di combattimenti. Per fare un paragone, la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022 con circa 190.000 militari, e tale forza si è rivelata insufficiente a mantenere gran parte del territorio inizialmente conquistato.

L’Iran ha più del doppio della popolazione che l’Ucraina aveva all’inizio dell’invasione russa, e la sua geografia è considerevolmente più impervia per un esercito invasore.

In parole povere, gli Stati Uniti non hanno messo insieme nulla che assomigli minimamente alle forze di terra necessarie per un’invasione su larga scala dell’Iran. Anzi, dal punto di vista di Teheran, una decisione americana di lanciare un’offensiva di questo tipo con forze anche solo lontanamente simili a quelle attualmente disponibili offrirebbe all’Iran l’opportunità di combattere gli Stati Uniti in circostanze eccezionalmente favorevoli.

A rischio di essere ripetitivi, sono necessari altri due punti. Primo, data l’impopolarità della guerra contro l’Iran presso l’opinione pubblica americana, ci sarebbe quasi certamente un’enorme protesta se un gran numero di soldati statunitensi iniziasse a tornare a casa nelle bare.

Secondo, come dovrebbero sbarcare i Marines, che si trovano a bordo di navi d’assalto anfibie, sul territorio iraniano se la minaccia missilistica e dei droni provenienti dall’Iran costringe la Marina statunitense a tenere queste grandi e vulnerabili navi lontane dalle coste iraniane?

Passiamo ora alla dimensione economica. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti stiano arrecando gravi danni all’economia iraniana e infliggendo enormi sofferenze al popolo iraniano. Ma questo è vero da molto tempo. La questione cruciale è se tale punizione possa costringere l’Iran ad arrendersi alle richieste americane.

Non ci sono prove che l’Iran stia cedendo alle pressioni americane, e ci sono tre ragioni per dubitarne.

In primo luogo, è estremamente difficile trovare nella storia un caso in cui un blocco economico, da solo, abbia portato alla resa lo Stato bersaglio.

In secondo luogo, l’Iran considera Stati Uniti e Israele una minaccia esistenziale, il che non sorprende, visto il linguaggio genocida usato da Trump quando ha parlato dell’Iran, e gli Stati che ritengono la propria sopravvivenza in pericolo sono eccezionalmente difficili da costringere alla resa.

In terzo luogo, l’Iran ha una formidabile opzione di inasprimento se le difficoltà economiche dovessero diventare insostenibili: può attaccare le infrastrutture petrolifere e gasiere degli Stati del Golfo e di Israele, così come i loro impianti di desalinizzazione, estremamente vulnerabili.

In breve, è difficile immaginare che la sola pressione economica possa costringere l’Iran ad accettare le condizioni di Trump. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui gli Stati Uniti stanno nuovamente parlando di ricorrere alla forza militare. Ma, come ho sostenuto in precedenza, tale opzione offre poche probabilità di produrre un risultato favorevole.

Infine, non c’è dubbio che oggi dal Golfo fuoriesca più petrolio rispetto a inizio settembre. Sia l’Iran che gli Houthi si stanno impegnando a fondo per invertire questa tendenza. L’Iran attacca quotidianamente petroliere scortate dagli Stati Uniti, mentre gli Houthi prendono di mira infrastrutture petrolifere vitali in Arabia Saudita.

Inoltre, nonostante l’aumento del flusso di petrolio dal Golfo, i prezzi della benzina rimangono molto alti e una serie di altri problemi economici non mostrano segni di miglioramento a breve termine, tra cui gli alti prezzi del gasolio, l’inflazione persistente, i tassi ipotecari elevati e i rendimenti obbligazionari pericolosamente alti in gran parte dell’Occidente.

Tutto ciò significa che l’amministrazione Trump ha forti incentivi economici a porre fine a questa guerra il prima possibile. Anzi, non sarebbe affatto sorprendente se tra Trump e i suoi consiglieri si diffondesse un crescente senso di disperazione a porte chiuse.

Questo, ovviamente, contribuisce a spiegare perché l’amministrazione Trump e i suoi alleati stiano conducendo una campagna mediatica volta a convincere l’Iran che i suoi giorni sono contati e che farebbe meglio a cedere alle richieste americane prima che sia troppo tardi.

I fatti, tuttavia, raccontano una storia diversa. Il successo di questa strategia dipende quindi dalla capacità di Trump di ingannare gli iraniani, convincendoli che Godzilla si sta avvicinando pericolosamente. Ma ci sono pochi motivi per pensare che Teheran si lascerà raggirare.

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05/09/2026

Israele è pronto a completare il genocidio. Si attendono gli USA e le elezioni

Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo”.

Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale alla sua attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.

L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.

I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.

Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.

Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.

Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.

Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.

Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.

L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.

La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.

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12/08/2026

Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta

Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.

«Guerra a bassa intensità»

Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.

Diplomazia o perdita di tempo?

Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.

Fallite le “zone-pilota”

Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.

Fonte

06/08/2026

Insensibili al crescente numero di morti a Gaza

Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.

Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.

Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.

Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.

È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.

Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.

Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.

Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.

Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.

Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.

Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.

Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.

Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.

Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.

Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.

Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.

Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.

Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.

Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.

Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.

Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.

I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.

L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.

Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.

Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.

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27/07/2026

La mitragliera Usa a corto di munizioni

Non tutti erano convinti, solo tre giorni fa, che la strategia statunitense nel condurre la guerra contro l’Iran – tutta incentrata sulla superiorità aerea, evitando così rischi e perdite di una “discesa sulla terra” – stesse incontrando i propri limiti.

Se quelli in senso lato “politici” sono infatti connaturati a questo tipo di strategia (bombardando si può distruggere molto, ma non si costruisce un “regime amico”, se mancano le sue basi all’interno del paese attaccato), il raggiungimento dei limiti propriamente militari sembravano solo una speranza degli “anti-americani militanti”.

Anche la decisione di Trump, venerdì, di sospendere le operazioni dopo 13 giorni consecutivi veniva in quel caso letta come “una pausa per dare spazio ai tentativi dei negoziatori” – Pakistan e Qatar – dentro un continuum ormai consolidato di “pressione” militare per raggiungere obiettivi migliori al tavolo delle trattative.

Poi arriva il New York Times a rivelare che al Pentagono hanno rifatto i conti, scoprendo che le scorte di Patriot ed altri missili antimissile – il cuore della difesa aerea contemporanea di alto livello – si stavano riducendo al livello di guardia. Perché l’Iran non possiede certamente un’aviazione competitiva, ma dispone di missili e droni in quantità insospettata. E anche di buona qualità, nonostante la loro produzione sia notevolmente meno costosa dei mezzi che dovrebbero contrastarli.

Perciò il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, “ha avvertito in privato il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori per la difesa aerea potrebbe ostacolare la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione”. 

Poi anche il sito Axios, col solito (ex?) agente del Mossad, Barak Ravid, certifica che “il comandante militare statunitense di più alto grado in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, ha raccomandato di interrompere la campagna di bombardamenti intorno allo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”. 

Praticamente, è stato bombardato tutto il bombardabile intorno a Hormuz, ma gli effetti sono stati molto inferiori alle attese (gran parte della capacità militare, industriale e logistica iraniana è sottoterra; anzi sotto decine – o più – metri di roccia).

Aggiungiamo – perché è comprovato sia da rivelazioni giornalistiche che da ammissioni del Pentagono – che la rete dei radar Usa sparsi per il Golfo e aree limitrofe è stata pesantemente danneggiata dai ripetuti ed intensi attacchi di Teheran, diminuendo di parecchio la “capacità di tracciamento” degli attacchi in corso, e che per ogni missile e drone abbattuto se ne vanno da due a sei missili intercettori; che gli ultimi modelli iraniani, come i Kheibar Shekan, hanno la testata “guidabile” anche dopo essersi separata dal vettore – complicando così di molto il calcolo delle possibili traiettorie e aumentando la loro imprevedibilità –, nonché l’alto costo di produzione dei Patriot e la lentezza del loro processo produttivo, ed ecco che l’impensabile – l’America che resta a corto, o quasi, di munizioni – diventa un fatto concreto.

Intendiamoci. C’è molto “quasi”, in questa scarsità. Se l’Iran fosse l’unico fronte di guerra in cui gli Usa sono impegnati, probabilmente ci sarebbe ancora un margine ampio, tale da consentire magari anche la tanto sperata (da Tel Aviv, soprattutto) “escalation”.

Ma l’Ucraina è un pozzo senza fondo di richieste per mezzi dello stesso tipo, anzi se possibile anche più avanzati, perché tra missili balistici e ipersonici russi la difesa antiaerea è ormai un colabrodo.

Per gli Usa, però, in una prospettiva di medio termine, il fronte del Pacifico è anche più importante, e restare “a corto di munizioni” davanti alla Cina e/o alla Russia (per non dire della Corea del Nord) non è un rischio da correre.

Ne sembrano profondamente consapevoli proprio a Kiev, che hanno preso di mira nel Mar Caspio – secondo la loro rivendicazione – “una nave russa che portava armi in Iran”. Si è rivelata invece una nave iraniana e Teheran ha immediatamente convocato i rappresentanti diplomatici della junta neonazista, prospettando conseguenze spiacevoli perché un attacco ingiustificabile come questo “non resterà senza risposta”.

Le minacce reciproche stanno in questi giorni sostituendo lo scambio di missili e bombe, in attesa della visita di Netanyahu a Washington, domani (forse anche per evitare New York, dove Mamdani continua a prospettare il suo eventuale arresto), da cui potrebbe venir fuori qualcosa di più chiaro e indubbiamente preoccupante.

“Credo che se gli americani cadranno ancora una volta nella trappola degli sionisti, o si allineeranno a loro, e insisteranno nel continuare la guerra, in particolare con i raid aerei, geograficamente questa si espanderà ulteriormente”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia alla televisione di stato.

E uno spazio è stato riservato anche ai britannici, che dovrebbero ospitare l’ennesima convention di “volenterosi” teoricamente pronti a immolarsi per Hormuz... “dopo che i combattimenti saranno finiti”. “Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato aeroporti britannici per attaccare l’Iran. Qualsiasi Paese, che si tratti del Regno Unito, dei Paesi del Golfo Persico o di altri, sarà il nostro obiettivo legittimo se sosterrà gli Stati Uniti nella guerra”, ha dichiarato infatti il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Mohebi.

L’allargamento della guerra, insomma – vista la somma di mosse russe, ucraine, europee, ecc. – è una prospettiva meno irrealistica di quanto si pensi. A meno che gli Usa, dopo aver giocato come un elefante in cristalleria (fare guerra nel Golfo persico, come si è visto, mette in crisi tutta l’economia mondiale), non reagiscano in modo finalmente razionale alle proprie stesse difficoltà – “scarsità di munizioni” – riattivando la trattativa che potrebbe portare a un accordo per loro comunque sfavorevole.

Nel frattempo una petroliera che si era fidata della “copertura” statunitense è finita in fiamme nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani non hanno neanche dovuto sparare un drone o un missile. È finita da sola su una mina posata in un tratto “sconsigliato”. Prima dell’attacco israelo-americano non sarebbe successo...

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Offensiva sionista in Cisgiordania, la pulizia etnica si inasprisce

La spirale di violenza sionista che sta attraversando la Cisgiordania occupata viene raccontata come un’esplosione improvvisa che segue gli scontri di Nablus (se non addirittura come la “legittima difesa” di Israele nei confronti dei palestinesi che hanno la colpa di non farsi ammazzare quando e come pare ai coloni). Ma si tratta in realtà di una offensiva pianificata, nella cornice della pulizia etnica e in funzione della mobilitazione del movimento dei coloni in vista delle elezioni.

Ripercorriamo velocemente gli eventi da venerdì scorso. Durante un raid di coloni a un villaggio vicino Nablus, un palestinese ha sottratto l’arma a un colono e, nel difendersi dall’attacco, avrebbe ucciso l’occupante, mentre un soldato israeliano colpito è deceduto dopo poche ore per le ferite riportate.

Perché le incursioni che provengono dagli insediamenti illegali sono sempre accompagnati dall’IDF: sono, cioè, parte della strategia militare israeliana nella West Bank. Bisogna inoltre sottolineare che il villaggio di Tal, sottoposto all’attacco di venerdì, si trova nella “Zona A” della Cisgiordania, ed è perciò sotto il pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Un’invasione vera e propria, un’aggressione con un aggredito incolpato di difendersi... ma questa volta non abbiamo sentito queste formule da parte di giornali e politici occidentali. Così come non è stato detto nulla sulla vera e propria esecuzione di quattro palestinesi da parte di militari israeliani, giunti sul posto del conflitto a fuoco, testimoniata da video inequivocabili.

Nelle successive 48 ore, inoltre, una sequenza di incursioni, spedizioni punitive e operazioni militari su vasta scala ha trasformato la regione a nord di Gerusalemme in un teatro di guerriglia e devastazione, con al centro i governatorati di Nablus e Jenin. Nel corso del fine settimana, una drammatica ondata di rappresaglie si è abbattuta su oltre dieci villaggi e comunità palestinesi.

Secondo quel che si legge su varie testate internazionali, a Qusra, Urif, Sarta, Immatin, Far’ata, Umriha e nella regione meridionale di Masafer Yatta, squadre di coloni a volto coperto hanno appiccato il fuoco ad abitazioni, automobili e terreni agricoli. A Qusra e in un altro centro vicino, due moschee sono state date alle fiamme e profanate con scritte minatorie.

Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che gli esponenti del movimento dei coloni avrebbero ignorato gli appelli diretti dei vertici militari dell’IDF a fermare gli assalti per evitare un’ulteriore escalation. Ma è chiaramente un gioco delle parti tra due facce dello stesso progetto di pulizia etnica, dato che nella mattinata di sabato l’esercito israeliano ha lanciato a sua volta una vasta operazione nella West Bank.

Le truppe hanno circondato e chiuso all’interno di checkpoint Ramallah e Nablus, limitando fortemente i movimenti della popolazione. I militari hanno fatto irruzione in vari villaggi della zona circostante, conducendo perquisizioni casa per casa, interrogatori sommari e fermi di massa. I militari sono entrati anche nell’ospedale di Nablus, dove il personale medico è stato minacciato e due persone sono state portate via.

Dalle informazioni diffuse, sarebbero oltre 80 i palestinesi arrestati. Solo l’ultimo tassello di un’escalation strutturale della pulizia etnica in Cisgiordania, che è andata di pari passo col genocidio a Gaza: gli attacchi nel 2026 sono aumentati del 63%, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 405 a 660 episodi.

Ricordiamo che, dall’ottobre 2023, sono quasi 1.200 i palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata, tra cui 250 bambini. Nel 2026, per ora, le vittime dei coloni sono state 21. E l’impennata di violenze è evidentemente legata alle elezioni generali previste per l’autunno 2026. Il movimento dei coloni è stato esortato a mobilitare la società israeliana per rafforzare la coalizione attualmente al governo.

Ovviamente, a fare le spese di questa mobilitazione sono i palestinesi, che diventano il “trofeo” del colonialismo sionista, e convincere l’elettorato che la pulizia etnica può essere portata a termine. Se ogni tanto qualche colono o soldato viene ucciso dalla resistenza dei palestinesi, tanto meglio: diventa la scusante per ribadire la necessità di cancellarli tutti dalla loro terra.

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26/07/2026

Quattro palestinesi uccisi dai militari israeliani in Cisgiordania

Dopo un raid dei coloni illegali nel villaggio palestinese di Tell, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha giustiziato quattro palestinesi, sparando ripetutamente a corta distanza. Altri quattro sono gravemente feriti.

Secondo una prima ricostruzione, coloni armati del vicino insediamento illegale di Havat Gilad hanno invaso il villaggio. Gli abitanti hanno tentato di bloccarli e durante lo scontro un palestinese ha sottratto l’arma a uno dei coloni, quindi ha sparato uccidendolo. Un altro israeliano, un soldato, è stato ferito ed è morto qualche ora dopo.

Un video mostra i militari, giunti sul posto, giustiziare alcuni abitanti palestinesi, sparando loro ripetutamente a corta distanza. Tra le vittime, due fratelli. Altri quattro palestinesi sono stati feriti.

Mentre i soldati hanno evacuato i coloni feriti, non hanno permesso di soccorrere i palestinesi. Il villaggio è stato chiuso e l’esercito sta conducendo raid nelle case degli abitanti. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto il pugno di ferro contro i palestinesi: “Non possiamo accettare il fatto che i nostri nemici stiano alzando la testa nelle ultime settimane contro i pionieri degli insediamenti e le fattorie. Chiedo che l’esercito compia un’azione forte contro il villaggio omicida e i suoi dintorni e ripristini il controllo israeliano e la deterrenza”. Il ministro suprematista ultranazionalista continua: “Gli eroici lavoratori agricoli e i pionieri degli insediamenti [i coloni, nda] sono il muro protettivo dello Stato di Israele. Continueremo a rafforzarli e onorarli per la loro ferma posizione per la nostra esistenza nella Terra di Israele contro il terrorismo arabo”.

Secondo la versione dell’esercito, i fatti sarebbero avvenuti mentre i coloni israeliani “passeggiavano” nel villaggio palestinese. I coloni, soprattutto negli ultimi mesi, stanno attaccando con violenza i palestinesi della Cisgiordania occupata, aggredendo famiglie con donne e bambini, appiccando incendi alle terre e alle proprietà, rubando greggi. Il ministro Smotrich ha guidato l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di centinaia di nuovi avamposti illegali, con finanziamento di miliardi di dollari.

Mentre il ministro Itamar Ben Gvir propone il “metodo Gaza” anche per i villaggi palestinesi in Cisgiordania, il premier Netanyahu, il ministro della difesa Katz e il capo di stato maggiore Zamir preparano la vendetta dell’esercito e danno mandato alla costruzione di nuovi insediamenti illegali nell’area limitrofa al villaggio di Tell. Intanto i coloni fanno la loro parte, con raid diffusi in diverse zone della Cisgiordania occupata.

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25/07/2026

Minacce e richieste d’aiuto, ma intanto si ricandida

Non fidatevi mai di quello che l’America dice, guardate sempre a quello che fa. Con Trump, naturalmente, questo antico consiglio è diventato una premessa minima per provare a capirci qualcosa.

Ufficialmente gli Stati Uniti “non hanno bisogno di nessuno” per costringere l’Iran ad obbedire per quanto riguarda Hormuz o qualsiasi altra questione.

Praticamente stanno organizzando insieme al solito cagnolino scodinzolante – la Gran Bretagna ora affidata a quel bluff di Andy Burnham, l’ultimo sottoprodotto del Labour blairiano – l’ennesima “coalizione di volenterosi” disposti a lanciarsi nell’avventura di “riaprire lo Stretto di Hormuz a tutti i costi”, mentre già le navi saudite trovano difficoltà a passare anche da quello di Bab El Mandeb (sul fronte degli Houti yemeniti).

Eccesso di sicurezza verbale e difficoltà operative vanno insomma appaiati.

La fonte è sempre il sito Axios, che dispone di un ex ufficiale dell’Unità 8200 (l’intelligence dell’esercito israeliano) per diffondere notizie vere, manipolate o false a proposito dei conflitti in Medio Oriente.

La prima riunione della nuova coalizione dovrebbe avvenire e Londra la prossima settimana, perché gli Stati Uniti vorrebbero che i loro alleati inviino nella regione risorse navali per lo sminamento, unità militari e droni per “contribuire a garantire la sicurezza delle rotte marittime”. Rotte che, specie ad Hormuz, erano sicurissime e gratuite prima che Usa e Israele, cinque mesi fa, attaccassero l’Iran.

Anche dalle parti dei “volenterosi” disposti a farsi avanti c’è la consapevolezza che gli yankee stiano affidando loro una patata che non riescono più a gestire da soli. “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”, avrebbe detto un diplomatico europeo coperto dall’anonimato.

Il passaggio dalle parole ai fatti non è però altrettanto semplice. Anche i volenterosi più assatanati, infatti, si rendono conto che intervenire militarmente nel bel mezzo di conflitto in atto significa entrare in guerra contro l’Iran. E, indirettamente, col resto del mondo che in vario modo sostiene Teheran in questo sforzo.

Non a caso la sospensione dei combattimenti – ossia degli attacchi statunitensi, cui l’Iran risponde sistematicamente “occhio per occhio” ma senza cercare un’escalation – è sempre stata invocata come la premessa necessaria per un intervento nello Stretto, che peraltro non trova affatto d’accordo il “padrone di casa”.

Un serpente che si morde la coda. Washington sta minacciando un incremento degli attacchi e cerca di coinvolgere gli europei che invece si attiverebbero solo a tregua raggiunta.

Più lineare invece l’indirizzo trumpiano sul fronte interno. All’annuale cena con i corrispondenti esteri ha di fatto annunciato l’intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2028, bruciando in un colpo solo le ambizioni silenti di “Narco” Rubio e J.D. Vance, ma soprattutto aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti, visto che la Costituzione Usa sembra vietare questa possibilità.

L’unica eccezione è infatti quella di Franklyn Delano Roosevelt, presidente per ben quattro volte consecutive, ma solo grazie allo “stato di eccezione” prodotto dal coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.

Usare la guerra all’Iran (una scelta unilaterale Usa) come un equivalente del 1941 è azzardato quanto basta, specie per un presidente che a gennaio – quando entreranno al Congresso i nuovi senatori e deputati eletti con il voto di inizio novembre (metà del totale) – potrebbe ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare e sotto minaccia di impeachment, proprio come Richard “Dirty” Nixon, che peraltro poteva almeno vantare il merito di aver messo fine alla guerra in Vietnam.

In estrema sintesi, ogni mossa di questa amministrazione – tanto sul fronte interno che su quello internazionale – appare rivolta a demolire regole e istituzioni che fin qui avevano permesso, nel male più che nel bene, agli Usa di governare il mondo dopo la caduta dell’URSS 

Se non hai una visione strutturalmente solida puoi anche pensare che surfare sul caos sia un’idea migliore che negoziare nuovi accordi stabili col resto del mondo (a cominciare ovviamente dalle altre superpotenze), ovviamente facendo molte concessioni.

Ma il caos ha pur sempre il piccolo difetto di nutrire una miriade di variabili imprevedibili, ognuna delle quali – per vie altrettanto incalcolabili della famosa farfalla che, battendo le ali, genera un uragano altrove – può diventare l’inizio della fine. E l’Iran ha dimostrato di avere una consistenza decisamente superiore a quella delle farfalle...

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19/07/2026

Bombardare sperando che serva a qualcosa

Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala.

Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo la “fine” dichiarata ad aprile – la possibilità di condurre un conflitto lontano da casa per 60 giorni. Dopo di che servirebbe un’autorizzazione del Congresso stesso, peraltro sotto stress visto che all’inizio di novembre sarà per metà rinnovato con le elezioni di medio termine.

Lo schema operativo non cambia. Gli Usa bombardano infrastrutture militari e civili, minacciano senza problemi di compiere crimini contro l’umanità (colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, per esempio), provano a ridurre il potenziale militare iraniano, nella speranza di ricontattare i termini di un Memorandum che solo dopo la firma in Svizzera, hanno compreso essere un riconoscimento della propria sconfitta.

Se così fosse, non si potrebbe che darne la colpa a Trump stesso, che manda in giro due immobiliaristi di fiducia e di famiglia – Witkoff e il genero Kushner, peraltro sionista oltranzista – chiaramente a digiuno di diplomazia internazionale e convinti, come il tycoon, che basti mostrare i muscoli per ottenere risultati.

Teheran, dopo otto giorni di risposte simmetriche, in cui ha preso di mira come sempre le basi Usa nella regione, arrivando a provocare perdite di uomini e mezzi anche in una base giordana, ha formalmente “sospeso l’attuazione dei suoi impegni previsti dal Memorandum d’intesa di Islamabad dopo che gli Stati Uniti hanno violato i propri obblighi con atti di aggressione”, come ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.

Ai bordi del campo di battaglia, però si muovono altri pezzi. L’amministrazione Trump ha comunicato a Israele che sta inviando dozzine di aerei per il rifornimento in volo, in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l’Iran.

Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 30 aerei del genere all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e un numero analogo all’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele.

Questa collocazione è preferita perché le altre basi (Giordania, Kuwait, Emirati, Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita) sono più esposte ai droni e missili iraniani. Sopra Israele invece funziona ancora almeno in parte l’Iron Dome – batterie antimissile basate sui sistemi Patriot e Thaad –, e in ogni caso bombardare una base israeliana implicherebbe immediatamente un (desiderato) ritorno di Tel Aviv nel conflitto.

Secondo i “giornalisti” più vicini al Mossad – come Barak Ravid di Axios – Trump non avrebbe ancora preso la decisione operativa per una escalation, ma intanto prepara la logistica necessaria.

Non è però una scelta che l’amministrazione Usa può fare a cuor leggero. La situazione politica interna va infatti sempre più chiaramente verso un rifiuto di questa guerra (per le ricadute economiche e l’inflazione) e del genocidio dei palestinesi, che stanno peraltro favorendo l’ascesa di candidati “socialisti e pro-pal” per le elezioni di inizio novembre. Oltre a seminare il panico nelle fila degli stessi repubblicani.

Un segnale chiarissimo arriva dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, il primo musulmano e “socialista” a ricoprire questa carica avendo ricevuto persino l’appoggio della maggioranza della comunità ebraica locale (forse la più numerosa e potente).

In una intervista ormai virale ha spiegato di star valutando, insieme al team legale, la possibilità di procedere all’arresto di Netanyahu nel caso si presenti all’assemblea delle Nazioni Unite, applicando così il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja.

I problemi legali sono effettivamente infiniti. In primo luogo per lo status dell’Onu, che garantisce l’immunità diplomatica ai capi di stato. In secondo luogo pesa il fatto che gli Stati Uniti – proprio come Israele, ma non sarebbe questo un ostacolo – non ha mai riconosciuto la Corte Internazionale stessa (che anzi Trump vorrebbe far sciogliere).

Sembra difficile, insomma, che un arresto simile – che farebbe la felicità di tre quarti del pianeta – possa verificarsi. Ma il solo fatto che se ne stia discutendo indica che la “relazione speciale” tra Usa e Israele va mostrando ormai la corda.

E se i “sionisti cristiani” come Trump sono comunque costretti a bilanciare giorno per giorno la propria incazzatura con i vertici di Israele – che impediscono programmaticamente qualsiasi soluzione diversa dalla guerra contro tutti in Medio Oriente – chi non si riconosce in quella gabbia va muovendo molteplici forme di campagna politica per rompere in modo sostanziale la “relazione speciale”.

E la possibilità cresce col tempo. Persino un sondaggio condotto all’interno delle comunità ebraiche degli Stati Uniti ha registrato una preferenza per Mamdani piuttosto che per Netanyahu e i criminali del suo governo.

Le difficoltà militari degli Usa – che avrebbero intrapreso questa nuova offensiva disponendo solo della metà dei missili Tomahawk posseduti fino a febbraio – si sommano così a quelle politiche.

E di certo non ha aiutato il discorso complottistico alla nazione in cui Trump ha accusato di fatto buona parte dell’intelligence statunitense di aver collaborato con la Cina per fargli perdere le elezioni del 2020.

Pensare di condurre una guerra nella speranza che serva a qualcosa, prendendo intanto a schiaffi la propria stessa intelligence, non sembra proprio un colpo di genio. Ricorda un po’ quel proverbio “lo stupido taglia il ramo su cui è seduto”, vero?

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08/07/2026

Un altro giro di guerra, alla cieca

Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.

È difficile, infatti, individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.

La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.

Washington ha accusato l’Iran per quella azione, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.

In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Tutti gli attacchi di ritorsione sarebbero andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre la capacità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.

Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Teheran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.

Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che, infatti, nelle stesse ore ha ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.

Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.

David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente alla National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del MoU sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.

L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che “La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili”. Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.

Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.

Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Teheran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).

Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori da ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.

Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.

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07/07/2026

La fine della “relazione speciale” tra Israele e Usa

È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele.

Ci è voluto molto tempo, ma la “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele ha finalmente iniziato a volgere al termine.

Tutto ebbe inizio con Henry S. Truman negli anni ’40. Egli sostenne l’insediamento illimitato di sionisti in Palestina. Ignorò il parere dei politici esperti del Dipartimento di Stato e proclamò il riconoscimento di Israele da parte degli Stati Uniti nel 1948.

Questo avvenne in seguito alla manipolazione del voto sulla spartizione. Senza le intimidazioni esercitate dagli Stati Uniti sugli stati più vulnerabili un anno prima, la legge non sarebbe mai stata approvata.

All’inizio del 1948, gli Stati Uniti avevano fatto marcia indietro rispetto all’impegno di dividere la Palestina in due stati. La ragione era la rapida diffusione del sangue nel territorio ancora occupato dai britannici. La nuova politica prevedeva di porre la Palestina sotto tutela delle Nazioni Unite, almeno temporaneamente.

Questa era la politica ufficiale fino al maggio del 1948, quando Truman dichiarò unilateralmente il riconoscimento di Israele con una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca. Anche se la notizia si diffuse nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la delegazione statunitense non era ancora stata informata ufficialmente.

Qualcuno fu inviato all’ufficio del Segretario Generale per scoprire cosa stesse succedendo, e il nastro con l’annuncio del riconoscimento fu trovato accartocciato e gettato nel cestino della carta straccia.

Nella delegazione statunitense scoppiò la furia per questo tradimento. Una persona era talmente infuriata che dovette essere trattenuta a stento dalla sedia.

Il capo della delegazione, Warren Austin, uscì e tornò al suo hotel (il Waldorf Astoria), lasciando al suo vice il compito di farsi avanti e confermare la notizia.

Truman aveva sferrato un colpo a tradimento ai suoi stessi alti funzionari per compiacere i sionisti e ottenere il loro sostegno nelle imminenti elezioni, ma il suo avversario, Thomas Dewey, era altrettanto fermo nel suo sostegno a uno stato ebraico in Palestina e non ci sono prove che il “voto ebraico” abbia influenzato in alcun modo la risicata vittoria di Truman.

Succeduto a Truman nel 1953, Eisenhower si lamentò dei suoi problemi con i sionisti. Ogni volta che diceva o faceva qualcosa che non gradivano, la Casa Bianca veniva sommersa da lettere e telefonate di protesta.

Ingannato da Gran Bretagna, Francia e Israele nel 1956, costrinse i partner occidentali nell'“aggressione tripartita” contro l’Egitto a porre fine alla guerra poco più di una settimana dopo il suo inizio.

Sotto la pressione degli Stati Uniti, Israele si ritirò anche dal Sinai, distruggendo tutto ciò che incontrava sul suo cammino, ma si rifiutò di lasciare Gaza, che Ben-Gurion rivendicava come territorio israeliano.

Cedette solo quando Eisenhower minacciò di lasciare che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva la fine di ogni forma di assistenza politica, economica e militare a Israele, venisse approvata senza l’intervento degli Stati Uniti.

A quel punto gli israeliani avevano già massacrato centinaia di palestinesi a Gaza, tra cui 111 in un’unica occasione, nel campo profughi di Rafah.

John Kennedy vinse le elezioni presidenziali del 1960 con un forte sostegno da parte della comunità ebraica. Durante la presidenza Truman, i sionisti avevano già un loro uomo di fiducia all’interno della Casa Bianca, David Niles, e Kennedy dovette accettarne un altro, Meyer Feldman, autorizzato a monitorare tutto il traffico di comunicazioni tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato relativo al Medio Oriente.

Kennedy lo considerava un “male necessario” e un debito politico da saldare.

Voleva che Dimona fosse aperta alle ispezioni esterne. Kennedy sapeva – come confidò a un amico – che gli israeliani erano “figli di puttana che mi mentono continuamente sulle loro capacità nucleari”.

Nel 1963, li costrinse ad accettare un’ispezione statunitense al reattore di Dimona. Questa ebbe luogo finalmente nel 1964, dopo l’assassinio di Kennedy. Nella narrazione di Seymour Hersh in “L’opzione Sansone” (1991), Dimona era stata trasformata per l’occasione in un villaggio Potëmkin nucleare, con una finta sala di controllo costantemente monitorata per far sembrare che funzionasse realmente solo per scopi pacifici.

Agli americani non fu permesso di avvicinarsi al nucleo nucleare “per motivi di sicurezza”. Il portavoce della lobby sionista, Abe Feinberg, un’altra spina nel fianco per Kennedy, oltre a Feldman, commentò che “faceva parte del mio lavoro avvertire (gli israeliani) che Kennedy insisteva su questa [ispezione] in modo che gli dessero un incarico fasullo”.

Nonostante l’inganno, Israele ha comunque ottenuto i missili Hawk che desiderava. Gli Stati Uniti avevano aumentato il livello degli aiuti economici a Israele, gli avevano fornito garanzie di sicurezza, avevano sostenuto le sue rivendicazioni di controllo delle risorse idriche, ma, secondo Robert Komer, un alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, “in cambio non abbiamo ottenuto nulla per i nostri sforzi... Il punteggio è 4-0”.

Il successore di Kennedy, Lyndon Johnson, si propose di dimostrare di essere il miglior amico di Israele, fornendogli tutto ciò che desiderava, inclusi carri armati e aerei da guerra statunitensi, senza che Israele dovesse dare nulla in cambio, nonostante la forte posizione negoziale della sua amministrazione.

Il compromesso avrebbe dovuto essere la ratifica da parte di Israele del Trattato di non proliferazione nucleare e l’apertura dell’impianto di Dimona a una reale ispezione esterna.

Gli israeliani continuavano a mentire sistematicamente sui loro obiettivi, ma l’intelligence era convinta che si stessero muovendo verso lo sviluppo di armi nucleari. Al tempo della guerra del 1967, ne avevano già una completamente assemblata o erano in grado di assemblarla rapidamente.

Come Truman prima di lui, Johnson ingannò i suoi stessi alti funzionari.

In un incontro privato alla Casa Bianca, disse all’ambasciatore israeliano, Yitzhak Rabin, che Israele avrebbe ottenuto le armi che desiderava senza dover firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).

Forte di questa rassicurazione, Rabin si rifiutò di cedere nei “negoziati” con i funzionari del Dipartimento di Stato. Ancora nel maggio del 1967, a Johnson veniva detto che Israele produceva plutonio a sufficienza per costruire due armi nucleari, ma egli diede comunque a Israele ciò che chiedeva – carri armati e aerei da guerra – senza pretendere nulla in cambio.

Il 6 giugno scoppiò la guerra, per la quale Johnson aveva dato il via libera, e due giorni dopo l’attacco aereo e navale israeliano contro la USS Liberty, ufficialmente classificata come “nave da ricerca tecnica” ma più comunemente nota come “nave spia” in grado di monitorare i movimenti sul campo di battaglia.

L’attacco durò ore. La nave fu colpita a morte, ma riuscì comunque a rimanere a galla: 34 marinai persero la vita e 170 rimasero feriti.

Israele sapeva che la Liberty era una nave americana, e Johnson sapeva che era sotto attacco, ma impedì agli aerei da guerra statunitensi di intervenire in sua difesa, basandosi sulla menzogna che l’attacco fosse stato un “errore”.

Si descriveva come il miglior amico che Israele avesse mai avuto e lo dimostrò con la sua complicità nell’attacco alla Liberty. Voleva che la nave venisse affondata, senza superstiti che potessero raccontare l’accaduto.

Si è trattato di un tradimento della peggior specie, ai massimi livelli del governo. Non esiste alcun precedente nella storia degli Stati Uniti per un crimine simile.

Il normale iter processuale prevederebbe l’arresto, il processo e – secondo la legge statunitense per un reato così efferato – l’esecuzione, ma Johnson l’ha fatta franca.

Il secondo miglior amico di Israele era Richard Nixon. In privato, si riferiva agli ebrei come “ebrei”; in pubblico, era un amico di Israele persino migliore di Johnson.

Continuò a diffondere la menzogna su Dimona. In base alla politica condivisa con Israele di “opacità”, affermò che gli Stati Uniti non sapevano realmente se Israele possedesse armi nucleari o meno, quando in realtà sapevano benissimo che le aveva. Il flusso di armi verso Israele continuò senza sosta.

La “relazione speciale” continuò, pur con alcune oscillazioni. Carter e Clinton cercarono di coinvolgere Israele in un “processo di pace” che consentisse a Israele di consolidare il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata, a costo dello smantellamento degli insediamenti nel Sinai.

Il successivo ritiro da Gaza non rappresentò mai un vero e proprio ritiro né la fine dell’occupazione, ma solo la sua continuazione a distanza, con regolari massacri commessi con il pretesto di “falciare l’erba”.

L’avversione per l’influenza di Israele sulla politica estera statunitense si è concretizzata nello scambio di battute tra Obama e il presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011.

Non si resero conto che il microfono tra di loro era ancora acceso quando parlarono della loro antipatia per Netanyahu.

Sarkozy: “Non lo sopporto. È un bugiardo”.

Obama: “Siete stanchi di lui. E io? Io devo avere a che fare con lui ogni giorno”.

In pubblico, la “relazione speciale” era ancora tale, ma cominciavano a manifestarsi delle crepe. Un amico speciale non ucciderebbe cittadini statunitensi (a parte l’equipaggio della Liberty assassinato, Rachel Corrie a Rafah nel 2003 e poi Furkan Dogan nell’attacco alla Mavi Marmara nel 2010), né ruberebbe plutonio e segreti, come fece l’agente del Mossad Jonathan Pollard.

Tutte cose che, in fondo, fanno i nemici.

Nel 2007, John Mearsheimer e Stephen Walt pubblicarono The Israeli Lobby, il primo studio critico completo sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il fatto stesso che potesse essere pubblicato, e per di più a New York da Farrar, Straus and Giroux, era già un segno dei tempi che cambiavano.

La conclusione fondamentale degli autori era che non dovesse esserci alcuna relazione speciale, che Israele dovesse essere trattato come qualsiasi altro paese. Moralmente e legalmente, tale relazione era dannosa per gli Stati Uniti.

Il messaggio fece breccia, nonostante gli attacchi calunniosi contro Walt e Mearsheimer da parte della lobby israeliana e dei suoi esponenti più estremisti.

Passiamo quindi a Trump. Se Johnson e Nixon si presentavano come i migliori amici di Israele, Trump si è prefissato l’obiettivo di dimostrare di esserlo lui stesso. Ha concesso a Israele tutto ciò che desiderava, compreso il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme Est. Ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, come richiesto da Israele. Ha tagliato i finanziamenti all’Autorità Palestinese e ha ritirato i fondi all’UNRWA.

Era pienamente complice del genocidio di Gaza, a prescindere dal numero di palestinesi massacrati. Il suo “piano di pace” è stato elaborato da immobiliaristi. Una replica di Miami sarebbe stata costruita sulle rovine della Palestina e del suo popolo.

Dopo aver perpetrato impunemente un genocidio a Gaza, Israele ha esteso la sua influenza in Cisgiordania e l’ha introdotta in Libano con i bombardamenti di massa su Beirut e gli attacchi con i cercapersone, su cui Netanyahu ha ironizzato regalando a Trump una replica dorata.

Deciso a eliminare in un colpo solo tutti i suoi nemici in Medio Oriente, Israele si è rivolto all’Iran e ha raggirato Trump inducendolo a scatenare due guerre.

Quando la prima è stata lanciata nel giugno 2025, il bombardamento degli ospedali e il massacro di decine di migliaia di civili a Gaza avevano suscitato sdegno in tutto il mondo. Nulla di più disumano si era visto nella storia moderna e persino negli Stati Uniti il ​​sostegno a Israele è crollato.

Non essendo riuscito a vincere la prima guerra contro l’Iran, Trump ne lanciò una seconda. Anche questa fallì. Alla ricerca di una via d’uscita, l’unico accordo che Trump riuscì a ottenere prevedeva la fine degli attacchi israeliani contro il Libano, ma Israele continuava a massacrare civili ogni giorno in Libano, a Gaza e in Cisgiordania. La firma dell'“accordo” andò comunque a buon fine, anche se Israele lo stava distruggendo sul campo.

La rabbia di Trump era palese e genuina. Voleva andarsene e Israele glielo impediva. È stato un gesto minimo, ma almeno ha detto che bombardare interi palazzi a Beirut per colpire una sola persona era stato “eccessivo”.

Vance ha ricordato a Israele che, se aveva il “diritto” di difendersi “a qualunque costo”, lo avevano anche gli altri. “Se fossi nel governo israeliano”, ha affermato, “probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto al mondo” (gli Stati Uniti).

Ormai tutti i segreti erano stati svelati. Uno di questi riguardava la violenza sessuale menzionata nel rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale legata ai conflitti, pubblicato nel maggio 2026. Il rapporto citava specificamente le “forze di difesa” israeliane, i servizi penitenziari e la famigerata polizia di frontiera.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva già etichettato queste entità come “credibilmente sospettate di aver commesso o di essere responsabili di modelli di stupro o altri atti di violenza sessuale”.

L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite ha urlato con rabbia incontrollata contro Vanessa Frazier, rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati, quando quest’ultima ha sollevato la questione. I recenti stupri a bordo della flottiglia sono un altro tassello di questo stesso quadro.

Tutto il denaro depositato nei conti di investimento di Miriam Adelson non salverà Israele ora. Israele si sta comportando in modo oltraggioso, e forse ne è anche consapevole, ma la pura verità è che si è attirato tutto questo sulle spalle da solo.

Alla fine ha morso la mano britannica che lo nutriva e ora sta mordendo quella americana. Come sempre, è la vittima, non le sue vittime.

Moralmente, legalmente e agli occhi del mondo, non ha più nulla su cui contare, né la menzogna del piccolo stato assediato che ha funzionato per così tanto tempo, né tantomeno il sostegno pubblico negli Stati Uniti. Le simpatie americane ora sono con i palestinesi e questo non cambierà nonostante gli sforzi dei fautori americani del “prima Israele” per arginare l’avanzata.

Una volta liberati dai vincoli con Israele, gli Stati Uniti si renderanno conto che avrebbero potuto avere un buon rapporto con l’Iran fin dall’inizio.

Si renderanno anche conto che il problema non è mai stato l’Iran, ma Israele.

Gli Stati Uniti sono ora impegnati con l’Iran nello sforzo di porre fine alla guerra, ma attraverso omicidi e violenze in Libano, Israele sta facendo tutto il possibile per sabotare i negoziati.

Come Eisenhower nel 1957, Trump potrebbe staccare la spina a Israele bloccando gli aiuti e gettando la questione in pasto ai lupi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Inutile dirlo, Trump non è Eisenhower. Non sta minacciando Israele, ma Hezbollah e l’Iran. “Se chiudete lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese” è stato il messaggio che ha inviato all’Iran, mentre ai negoziatori in Svizzera è stato detto che “non riusciranno nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”.

In seguito a questa minaccia di assassinio, i negoziatori abbandonarono le trattative, mentre, in risposta agli attacchi israeliani in Libano, il loro governo chiuse lo Stretto di Hormuz.

Ora la palla è di nuovo nel campo di Trump. Ha detto a Israele di ridurre l’intensità dei suoi attacchi, ma se continueranno, l’Iran prima o poi reagirà. È solo questione di tempo. Trump permetterà a Israele di trascinare gli Stati Uniti nel vortice di un’altra guerra su vasta scala con l’Iran, oppure gli dirà “questa volta ve la dovete cavare da soli”?

È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele. L’ultimo sondaggio di Nate Silver mostra che il 56% è contrario alla guerra. L’ultimo sondaggio di CBS News mostra che il 78% degli americani vuole che la guerra finisca subito.

Trump è il loro presidente o quello di Israele? Qualunque cosa decida, il fallimento nel distruggere il governo iraniano è un evento epocale nella storia mondiale, ma altrettanto epocale è la fine della “relazione speciale”.

Al momento, forse è solo l’inizio della fine. Le radici impiegheranno tempo ad appassire e morire, nonostante le continue annaffiature con il denaro di Miriam Adelson, ma non ci sarà ripresa: non si potrà tornare indietro a com’era questa relazione contorta solo pochi anni fa.

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Uomini e no

Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.

Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.

Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)

I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.

Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.

Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.

Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.

Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.

Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.

Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.

Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.

Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.

Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.

IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.

«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.

Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.

Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.

Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.

C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.

Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.

Teniamoci stretti.

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05/07/2026

Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia

In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista”. 

Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.

Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.

Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.

Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.

In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.

Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?

Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?

Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.

Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.

NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.

Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.

Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.

Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.

Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.

Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?

Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?

Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?

Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?

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