Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il trasferimento di bombe a Israele.
Il sondaggio ha inoltre rilevato che la maggioranza o una netta maggioranza relativa dei 3.200 intervistati nei sei stati è favorevole a “tagliare i 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati agli armamenti di Israele” e ritiene che la guerra in Iran avvantaggi Israele più degli Stati Uniti.
Come in altri sondaggi recenti, la nuova indagine, condotta tra la fine di settembre e la metà di ottobre, ha rilevato che i democratici e gli indipendenti che si identificano come tali erano significativamente più propensi a opporsi a ulteriori trasferimenti militari a Israele rispetto ai repubblicani che si identificano come tali in ogni stato, sebbene almeno un terzo dei repubblicani in tutti gli stati tranne la Carolina del Nord (26%) abbia affermato di essere favorevole al blocco delle forniture di armi a Israele.
La percentuale più alta di repubblicani che hanno assunto questa posizione si è registrata nel Maine, dove il 45% si è dichiarato contrario a ulteriori trasferimenti di questo tipo.
La senatrice uscente Susan Collins, impegnata in una serrata competizione contro un democratico che ha criticato gli aiuti militari e le vendite di armi statunitensi a Israele, ha votato contro una risoluzione per vietare il trasferimento di bombe da 1.000 e 2.000 libbre a Israele il 15 aprile, l’ultima volta che il Senato si è espresso sulla questione.
Quel voto ha segnato la prima volta in cui la maggioranza dei senatori democratici (36 su 46 membri del gruppo) ha votato contro il trasferimento di armi a Israele.
Tutti e sei gli stati oggetto del sondaggio YouGov sono considerati cruciali per le speranze dei Democratici di ottenere il controllo del Senato nelle elezioni di medio termine del 3 novembre. Dei sei seggi al Senato in palio quest’anno, solo uno è attualmente occupato da un Democratico, Jon Ossoff della Georgia.
Il sondaggio suggerisce che il sostegno a Israele e alla guerra contro l’Iran tra i repubblicani potrebbe rivelarsi uno svantaggio nelle elezioni di medio termine del mese prossimo. Come riportato da RS la scorsa settimana, alcuni candidati repubblicani al Senato negli stati chiave hanno cercato di prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran, sebbene pochi abbiano votato al Congresso per porvi fine o limitarla.
Sebbene il sondaggio non chiedesse agli intervistati quanto peso avrebbero attribuito al sostegno militare statunitense a Israele e alla guerra in Iran nel decidere come avrebbero votato alle elezioni di quest’anno, esso giunge in un momento in cui una serie di altri sondaggi ha mostrato una disapprovazione popolare senza precedenti per la condotta di Israele nella guerra di Gaza, che dura ormai da tre anni, e una persistente e forte opposizione (55%) al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.
Un paio di recenti sondaggi hanno anche indicato che gli elettori sono più preoccupati dalla guerra in Iran che dall’immigrazione o dalla criminalità, due temi su cui i repubblicani tendono a dominare.
In merito all’approvazione o alla disapprovazione delle “misure del Senato per bloccare il trasferimento di bombe a Israele”, il 65% degli intervistati nel Maine si è dichiarato favorevole, mentre solo il 22% contrario. In Georgia, la divisione è stata del 55% favorevole e del 28% contrario; in Iowa, del 56%-24%; in Carolina del Nord, del 51%-30%; in Ohio, del 57%-31%; e in Texas del 54%-30%.
Interrogati sulla “riduzione dei 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati ogni anno agli armamenti di Israele”, il 52% degli intervistati in Georgia si è dichiarato favorevole, mentre il 34% contrario. In Iowa, la ripartizione è stata del 59%-26%; nel Maine, del 57%-30%; nella Carolina del Nord, del 48%-34%; nell’Ohio, del 54%-37%; e in Texas, del 52%-34%.
Alla domanda su quale Paese tragga maggior beneficio dalla guerra contro l’Iran, il 50% degli elettori della Georgia ha indicato Israele, mentre il 28% ha indicato gli Stati Uniti; in Iowa, la ripartizione è stata del 54% per Israele e del 21% per gli Stati Uniti; nel Maine, del 59%-19%; nella Carolina del Nord, del 52%-23%; nell’Ohio, del 49%-27%; e in Texas, del 51%-25%.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/10/2026
USA - Negli Stati chiave per le elezioni di medio termine gli elettori chiedono stop alle armi per Israele
11/10/2026
Più dell’onore potè il gasolio
La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.
Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc. – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui gli Stati Uniti controllavano e dava forma al Mondo.
Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di gasolio raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’“asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.
Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto...”).
Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del Mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato). I sondaggi dicono che ormai è troppo tardi per evitare una sconfitta che lo metterebbe in minoranza, bloccandone parte delle scelte per i prossimi due anni di mandato, ma ovviamente, Trump non lascia nulla di intentato per evitare questo destino.
Venerdì il prezzo medio del gasolio era di 6,27 dollari al gallone, in calo di 10 centesimi rispetto alla settimana precedente, ma comunque 2,60 dollari in più rispetto all’anno scorso. E per l’automobilista americano questa è quasi una violazione dei suoi “diritti costituzionali”, visto che era abituato a pagarlo 3 dollari, al massimo.
La speranza di Trump (e dei suoi candidati) è quello di veder scendere quel prezzo in pochi giorni, come del resto ammette il presidente stesso in uno dei mille post su Truth: la Russia “fornirà immediatamente” il carburante “in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio”, ha scritto. E dunque “Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo intero, SCENDERANNO, IN NUMERI RECORD E RAPIDAMENTE!”. Due balle colossali in poche righe, ma questo passa il convento...
Prima domanda: quanto gasolio sarà disponibile? 4.800.000 tonnellate, che valgono ai prezzi attuali circa 4,5 miliardi. Una briciola, per il bilancio russo, ma anche una briciola per i consumi statunitensi: circa 9 giorni.
Quella briciola, però, è un respiro di sollievo per i mercati finanziari – soprattutto occidentali – già sotto stress per le incertezze sulla redditività dell’iper-indebitata “banda dell’intelligenza artificiale”. Un effetto sui prezzi alla pompa (negli Usa…) ci sarà, ma piccolo e temporaneo, se non avverrà anche qualcos’altro.
E qui arriva il licenziamento pubblico di Zelenskij, reo di non aver accettato di fermare gli attacchi sulle raffinerie russe (da cui dovrebbe arrivare il gasolio per gli Usa), come gli aveva più volte chiesto-intimato il tycoon.
“Suggerisco loro [agli ucraini, ndr] di trovare un nuovo leader che sappia negoziare”, ha detto Trump ai giornalisti sabato. “E penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Non perché questo sia scaduto da ormai due anni e mezzo, ma solo perché non sa adattarsi alle mutate esigenze dell’amministrazione americana. La sua rimozione diventa così “indispensabile” per riportare normalità sui mercati dell’energia (come se la guerra all’Iran non fosse molto più determinante, sul punto).
Politicamente, dunque, la questione diventa rilevantissima. Non siamo ancora alla sospensione dell’assistenza militare (soprattutto satellitare, in buona parte fornita dalla rete privata di Elon Musk, ossia Starlink), ma è chiaro che a questo punto la junta di Kiev, già decimata dagli scandali per la ciclopica corruzione che la caratterizza, resta appesa al solo appoggio europeo. Che sarà anche molto “volenteroso”, ma tutt’altro che efficiente, viste le innumerevoli posizioni interne alla UE (si moltiplicano le iniziative di gruppi di Stati, senza che si intravveda una strategia unitaria) e i limiti di bilancio che hanno fatto dichiarare poco accettabili le richieste ucraine di altri 70 miliardi sull’unghia.
In qualche modo questo fronte di guerra si va avviando alla conclusione, è chiaro. Ma il modo dipende da interessi miserevoli e dalla vista cortissima (quelli di Trump, dei nazisti al governo ucraino, degli squinternati “leader europei” alle prese con piazze sempre più piene ed incazzate che stanno cambiando l’agenda politica interna, fin qui affidata alle cure amorevoli dell’ultradestra padronale con la “paura del migrante”).
È quel che accade quando si accetta – come UE e come Ucraina – una guerra sul proprio territorio per compiacere il “socio di maggioranza” nella Nato. Socio lunatico, come si sa, ma soprattutto da sempre obbediente soltanto ai propri interessi, e dunque abituato a “mollare sul ciocco” tutti i propri alleati, come ben sanno in Medio Oriente.
Sul piano della “narrativa” mediatica lo sconcerto è totale. Vediamo tg e talk show che rimasticano la vecchia sceneggiatura e non sano come adattarla alla nuova fase. È comprensibile, poveretti. Avevano portato il cervello all’ammasso riducendo la complicata rete di relazioni geopolitiche alla dicotomia “aggressore-aggredito”, cancellando la storia precedente ogni evento sgradito (che fosse il majdan per l’Ucraina o l’occupazione israeliana per Gaza).
Tutto appariva semplice e chiaro: bisognava difendere i “valori europei”, la “civiltà occidentale”, “il giardino dalla giungla”, “le democrazie dalle autocrazie”, anche a costo di accettare di pagare il triplo per gas o gasolio, e tutto – di conseguenza – poteva e doveva essere giustificato. Pure il genocidio e lo sdoganamento dei neonazisti come ascetici “lettori di Kant”.
Ora devono fare i conti con scelte imperiali che rendono evidente (e ingestibile) la vera dinamica sottostante l’intero Occidente neoliberista: quella tra esecutore e mandante. E quando il mandante ti manda a quel paese, per l’esecutore sono tempi grami...
Fonte
27/09/2026
L’illusione dell’eterno primato bellico USA pesa sul voto di novembre
Per l'ex comandante NATO, l'eccessiva dispersione strategica e i limiti produttivi possono minare il consenso interno di Trump.
Dalla crisi del modello dei petrodollari nel Golfo all’inversione tattica tra droni e missili, fino alla crescente capacità industriale cinese, Mini analizza le contraddizioni di un apparato che scambia propaganda contingente con sicurezza nazionale. Nel nuovo appuntamento della serie di Krisis «Gli USA verso il voto», il punto sullo stato reale delle forze armate americane alla vigilia del midterm.
Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sostenere nel tempo le proprie ambizioni globali si sta incrinando. È questa, secondo il generale Fabio Mini, la vera vulnerabilità di Washington. Non la mancanza di arsenali o di missili strategici, ma la crescente distanza tra ciò che gli Stati Uniti pretendono di gestire e ciò che il loro sistema logistico e industriale è ancora in grado di sostenere. Una contraddizione che rischia di riflettersi anche sul fronte interno, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026.
Già comandante delle forze NATO in Kosovo, saggista e analista di strategia militare, Mini è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. In quest’intervista esamina lo stato delle forze armate statunitensi, le scelte del Pentagono e la dispersione delle risorse fra i diversi teatri di crisi. Dall’Iran al Golfo, dall’Ucraina alla Cina, il generale mette in discussione la sostenibilità della proiezione di potenza americana. E avverte: la perdita di credibilità all’estero rischia di presentare il conto anche sul consenso interno.
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Generale Mini, la nostra serie analizza le trasformazioni interne e globali in vista delle elezioni di midterm. Guardando al quadro geopolitico attuale, gli USA rimangono la prima potenza militare?
«Gli Stati Uniti sono ancora una potenza militare formidabile, che prevale su tutte le altre: non ci sono dubbi su questo. È anche vero che manca poco tempo al momento in cui la Cina si deciderà a riversare appieno il proprio potenziale sulla parte militare. Però, proprio nella prospettiva delle elezioni di medio termine, ho l’impressione che il popolo americano non sappia tutto quello che riguarda le crisi in giro per il mondo. Come sempre succede nelle elezioni, gli americani pensano al fronte interno molto più che a quello internazionale. Anzi, penso che più i vertici politici fanno i buffoni in giro per il mondo, maggiore è l’interesse e l’orgoglio nazionale che riescono a suscitare. Gli americani si sono abituati dalla Seconda Guerra Mondiale in poi a credersi l’unica potenza in grado di gestire il mondo: non di salvarlo, di gestirlo, sia nel bene sia nel male e anche nel peggio. Ebbene, proprio in previsione di queste elezioni di medio termine, questo non è più vero. È una realtà che appare chiara al resto del mondo, ma dovrebbe apparire evidente anche agli americani, così come appare a quelli intelligenti, ai professori e agli analisti molto informati ed equilibrati che sento e frequento. Costoro percepiscono come l’America si stia presentando dal punto di vista militare più debole di quanto non fosse prima. Non tanto perché manchino gli arsenali o i missili strategici: da quel punto di vista non manca niente. La questione vera è un’altra: anzitutto, questo potenziale cosa sta risolvendo e cosa sta ottenendo sul campo? In secondo luogo: per quanto tempo ancora, a questo ritmo di produzione e di consumo degli strumenti di guerra, Washington può andare avanti? Per cui penso che le elezioni di metà mandato, se poco poco potessero influire sull’ambito internazionale, influirebbero in maniera molto robusta, forte e negativa sulla percezione che gli americani hanno del proprio Paese».
Una potenza militare dipende dalla sostenibilità industriale e logistica. Considerando la capacità produttiva di munizioni, missili e sistemi complessi, quanto è solida oggi la base industriale della difesa statunitense per sostenere conflitti prolungati con così tanti fronti aperti?
«La risposta deve essere chiarissima se si esaminano gli elementi di base della potenza militare e di quella industriale. Le due cose non vanno più d’accordo, non combaciano più. Un tempo la potenza militare e industriale era al servizio della sicurezza della nazione. Adesso la potenza militare industriale è al servizio di tre o quattro operazioni contingenti che non riguardano affatto la sicurezza nazionale: riguardano aspettative di parte e scelte politiche che possiamo chiamare tranquillamente propaganda. Ma se c’è questo bisogno esasperato di fare propaganda, io mi chiedo la ragione. Vuol dire che la realtà sottostante non è quella che ci raccontano».
L’Iran è un caso emblematico. Che pericolo militare rappresenta per gli Stati Uniti?
«Dal punto di vista della sicurezza militare internazionale e territoriale, l’Iran non rappresenta alcun rischio per gli Stati Uniti. Quello che presenta è un enorme rischio di immagine e un grande problema sul fronte interno. Nel senso che molta gente si chiede: come mai non riusciamo ad avere la meglio su questo avversario? Si capisce che non si riesca a far fuori la Russia, dove peraltro non si è ancora capito Donald Trump da che parte voglia realmente stare. Ma l’opinione pubblica non capisce come si debba sottostare ai diktat del sistema degli Ayatollah. Ciò vuol dire che qualcosa non è tanto migliorato nel sistema iraniano, quanto piuttosto peggiorato nella parte occidentale, e non solo in America. Sono in molti a lamentarsi del fatto che gli Stati Uniti si siano auto-coinvolti senza sapere dove andare a finire e senza avere predisposto niente per il post Iran. E tra questi ci sono proprio i Paesi arabi, che si stanno ponendo le stesse domande. A me sembra sconcertante la superficialità delle risposte che vengono date. Ogni giorno c’è il presidente Trump che dice una cosa o il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ne dice un’altra, peggiorando continuamente la situazione. Non è così che si conduce una nazione, tanto meno quando sta andando verso le elezioni».
I Paesi del Golfo iniziano a chiedersi se gli Stati Uniti siano ancora in grado di difenderli, mettendo in discussione lo storico patto dei petrodollari: in estrema sintesi, petrolio commerciato in dollari in cambio di sicurezza. Nel momento in cui le basi USA vengono colpite pesantemente, l’intero impianto non rischia di crollare?
«Penso proprio di sì. Soprattutto i Paesi arabi, i maggiori produttori ed esportatori di greggio, si chiedono dove siano andati a finire i dollari del petrolio. Una parte consistente di quei proventi doveva ritornare a loro sotto forma di sicurezza. E gli Stati Uniti facevano affari due volte: prima incassavano la fedeltà monetaria e poi vendevano le armi, imponendo un doppio balzello a cui i governi arabi sottostavano proprio in vista della protezione. Ebbene, nel momento in cui si è presentato un minimo di variabilità e di indecisione nell’ambito della situazione mediorientale, si è appurato che quella sicurezza non esiste. Le basi statunitensi in parecchi Paesi del Golfo sono state colpite, e anche pesantemente. Al di là del fatto che non si conosca bene il numero delle vittime, la vittima principale è proprio il prestigio degli Stati Uniti. Ed è un prestigio colpito a morte. Escludo categoricamente che nel giro di poco tempo possano risollevarlo e imporlo a livello globale come prima. Che vi sia una nuova amministrazione o che rimanga la stessa, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pensare a come collaborare in giro per il mondo per ridurre i rischi alla propria sicurezza, mentre oggi stanno facendo esattamente il contrario. E stiamo parlando proprio a titolo accademico qui».
Dopotutto, uscire dalla mentalità imperiale non è facile.
«Soprattutto quando si esce perdendo. Un impero che valga veramente quello che fa è un impero che magari si trasforma, aprendosi verso la democrazia, verso un’altra forma di governo o verso un altro sistema di alleanze. Ma un sistema che perde prestigio, perde rilevanza e subisce l’iniziativa altrui finisce per andare incontro ad avventure disastrose. Ci siamo chiesti come mai gli Stati Uniti si siano cacciati in questo tipo di vicende con Israele? Israele è un Paese dal valore sostanziale limitato: poca popolazione, scarso potenziale economico autonomo. Ha un potenziale tecnologico, ma la tecnologia sta nella testa: quello che serve davvero sul terreno sono i soldi e i materiali pesanti. E dove li prende? Gli Stati Uniti non possono fidarsi di Israele all’infinito né possono continuare a sostenerlo all’infinito, anche perché questo Israele, per come si sta comportando adesso, non aiuta assolutamente né la propria causa né la sicurezza degli Stati Uniti».
Trump si è fidato ciecamente delle previsioni di Benjamin Netanyahu sulla caduta del regime degli Ayatollah?
«È sconcertante, ma secondo me è esattamente quello che è accaduto. E non è soltanto una questione che riguarda Trump o Netanyahu. Ci sono apparati statali vincolati da sempre, per i quali l’ammissione di non disporre di una determinata capacità strategica equivale a una sconfitta che non si possono permettere. Se Netanyahu è dovuto andare di persona a Washington, è stato perché Trump cominciava ad avere dubbi sui propri apparati, non sugli iraniani. E Netanyahu glielo ha confermato, dicendogli: “Qui non siamo due Paesi separati, siamo un Paese solo e abbiamo soltanto gli Stati Uniti che ci possono tirare fuori oppure ficcare dentro del tutto”. Ed è esattamente ciò che è successo».
Il Segretario alla Difesa Hegseth ha impresso una forte impronta ideologica, dall’enfasi sulla mascolinità combattente ai nuovi criteri di reclutamento. Come cambia il rapporto tra potere politico e vertici militari professionali negli USA?
«È già cambiato molto. Dobbiamo guardare ai piccoli segnali concreti piuttosto che ai grandi proclami. Una portaerei è stata costretta a rientrare alla base. Quando è rientrata, si è scoperto che era in giro da qualcosa come due anni, con militari interamente professionali che non hanno avuto un minuto di sosta. E per fare cosa? Se una portaerei sta fuori due o persino 10 anni combattendo attivamente, la missione ha un senso. Ma in questo caso sono rimasti fuori due anni senza combattere davvero nulla, sparando ordigni a vuoto senza conseguire risultati, ancorati in una postazione per poi essere schierati altrove. La Gerald Ford ha fatto il giro di tutti i teatri internazionali: è stata nel Baltico, poi l’hanno spostata vicino alla Groenlandia, poi nell’Adriatico e poi ancora in altre acque. La stessa cosa è avvenuta per la Abraham Lincoln. Si dice che gli Stati Uniti abbiano 14 grandi portaerei, ma facciamo i conti reali: la metà o persino il 70% della flotta è costantemente ferma nei bacini di carenaggio per interventi di manutenzione che comportano come minimo sei mesi di stop per ciascuna nave. Le poche unità disponibili sono ripartite tra i vari comandi unificati. Che adesso si chiamino comandi combattenti e che al Pentagono abbiano cambiato il linguaggio, poco importa. Le azioni restano le stesse, e non è che prima i vertici fossero tutti bravi e tecnici mentre oggi sono diventati sciagurati. Erano sciagurati prima e lo sono ancora oggi, ovvero colpiti da sciagure che si sono tirati addosso da soli. Ciascun comando combattente ha la propria area di responsabilità e deve garantire un margine di gestione del rischio prefissato, per esempio dell’80%, per risolvere anche un conflitto regionale minore. Quando un comandante di teatro chiede e ottiene una portaerei in più, la sottrae a un altro scacchiere, nel quale l’esposizione al rischio sale. Quello che gli Stati Uniti non si sono ancora messi in testa è che il mondo che pretendono di controllare è un mondo di conflitti diffusi. Non esiste una parte in pace e un’altra in guerra, i conflitti sono dappertutto. Il grande travisamento di Trump è stato pensare che, essendoci attori più deboli, si potesse approfittare della loro fragilità per pretendere concessioni, che si tratti del Venezuela, del Canada, della Groenlandia o dello stretto di Hormuz... Ma non funziona così: la Casa Bianca non dispone della forza necessaria per garantire sicurezza e pace, al punto che persino all’interno dell’America non c’è pace, e i cittadini se ne stanno rendendo conto».
E per l’Europa quali sono le conseguenze?
«In Europa non c’è pace. Noi europei ci stiamo preparando per una presunta guerra del 2030, ma nella realtà del 2030 ci siamo già adesso. Siamo ancora miracolati per il solo fatto che questa situazione non sia precipitata già nel 2025. Quando arriverà la fine del 2026, se noi europei non cambieremo strada e linea a prescindere da Washington, ci troveremo invischiati in una guerra che non potremo nemmeno combattere, figuriamoci vincere o perdere. Non ci sono le condizioni materiali minime per combatterla sul nostro continente: ci sono soltanto chiacchiere».
Tra fronte ucraino e Medio Oriente, la Casa Bianca si trova a gestire una complessa dispersione di risorse. In vista del voto di midterm, quale teatro rischia di pesare di più sul consenso interno?
«Penso che dal punto di vista del fronte interno l’Ucraina sia ormai archiviata. Tutti aspettano che siano gli europei a farsi carico della situazione, mentre sembra che gli americani se ne siano tirati fuori. E gli unici perdenti siamo proprio noi europei: abbiamo già perso tutto quello che potevamo perdere, viviamo di debiti, finanziamo aiuti con denaro che non abbiamo e inviamo armi e munizioni che scarseggiano, facendo sì che l’Ucraina resista in una lunga agonia soltanto per darci l’illusione che ci stiamo preparando a una guerra che ci porterebbe completamente fuori strada. Al tempo stesso, l’opinione pubblica americana non ha ancora compreso che la crisi di Hormuz o il conflitto con l’Iran non hanno tutte quelle prospettive favorevoli che vengono propagandate. Ma il vero scontro che incombe è quello asiatico. Se esiste una gerarchia d’importanza tra i vertici militari, il primo in assoluto è il comandante dell’Indo-Pacifico: vale più dello stesso presidente degli Stati Uniti. Se il comandante dell’Indo-Pacifico dice una cosa, è bene che alla Casa Bianca stiano a sentirlo, perché altrimenti i guai saranno immani e assoluti. È inutile continuare a minacciare danni spaventosi o uso di una forza mai vista: gli americani finora non hanno visto niente dalla Russia, non hanno visto niente in Ucraina o in Europa. E continuano a non vedere niente in Asia. Se proseguono su questa linea, l’eventuale guerra del 2030 non sarà in Europa ma in Asia, e si risolverà tutta a vantaggio della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord».
La Cina è già una superpotenza economica. Sta diventando anche una superpotenza militare?
«Vent’anni fa avevo ipotizzato che a Pechino sarebbero serviti almeno due decenni per raggiungere determinati traguardi. Mi sbagliavo: la loro avanzata tecnologica è avvenuta molto prima. E perché ho sbagliato la stima? Perché si è consentito che gli Stati Uniti continuassero a recitare il ruolo di dominus globale senza considerare che questa nuova entità stava minando alla base il dominio americano. La Cina ha sempre assegnato alla sicurezza e alla difesa nazionale la quarta priorità su quattro nei suoi piani di sviluppo, lasciando i primi tre posti all’agricoltura, alla tecnologia e all’industria civile, che beneficiano dei finanziamenti maggiori. Ebbene, pur mantenendo la difesa al quarto posto, la Cina è arrivata al punto di avere un apparato industriale che sta già lavorando per raggiungere nel 2029-2030 il primato assoluto sugli Stati Uniti ed essere la prima potenza mondiale entro il 2045. Oggi l’industria cinese è in grado di produrre decine di migliaia di missili a medio e lungo raggio al mese, a getto continuo. La Russia in Ucraina ogni notte ne lancia una frazione di quelli che produce. Dipendesse soltanto da questo, la guerra in Ucraina potrebbe andare avanti per anni. E se la guerra si allargasse a tutta l’Europa e la Cina intervenisse davvero, la guerra durerebbe una settimana. In conclusione, se Pechino deciderà di far salire la difesa di un solo gradino nelle sue priorità, esprimerà una capacità industriale che non ci sogniamo nemmeno, e che nemmeno gli Stati Uniti possono sognarsi».
È anche una questione di inversione tattica e di sostenibilità dei costi di produzione.
«Il rapporto tradizionale tra l’arma strategica e quella tattica si è completamente invertito. Oggi sono i droni a predominare e a dominare il campo di battaglia, colpendo pesantemente anche le retrovie. Sul versante missilistico, invece, la Russia conserva una capacità enorme nei confronti di tutti i Paesi europei e dell’intera NATO. Al contempo, Volodymyr Zelensky continua a pretendere batterie Patriot perché ha il cielo completamente scoperto dalla minaccia aerea russa incombente. Se li vuole, ha le sue ragioni. Ma gli Stati Uniti, nel corso di quest’anno, raggiungeranno una capacità produttiva massima di circa 600 missili Patriot all’anno. Se escludiamo il comando aerospaziale dello spazio esterno, gli Stati Uniti devono garantire sei teatri operativi nel mondo. Dividendo 600 missili per sei teatri, si ottengono 100 intercettori per comando. Ma se arriva un attacco di saturazione di 600 o 700 droni, quei 100 missili vengono consumati tutti in una sola notte. E per fare cosa? Per abbattere un drone da 5 mila dollari si finiscono per impiegare due missili Patriot che costano 2 milioni di dollari ciascuno. Una volta esaurite le scorte, non c’è la capacità industriale di riprodurli tempestivamente. Il problema è la base industriale ed è, direi, anche la tenuta morale. Quando una leadership comincia a credere ciecamente alla propria propaganda bellica, va contro ogni razionalità e non c’è più nulla che possa salvarla».
Il fattore militare, dunque, si configura come il vero convitato di pietra alle elezioni di midterm?
«È un convitato di pietra che pesa tantissimo, esattamente quanto pesano le pietre. Gli americani hanno sempre creduto che la potenza militare garantisse tutta la sicurezza e il benessere, assicurando non solo il primato mondiale, ma la prosperità quotidiana della popolazione. Ho l’impressione che questa certezza a novembre non ci sarà già più. Trump non potrà più proclamare tanto facilmente che gli Stati Uniti sono e resteranno la prima potenza militare del pianeta. E anche i cittadini più concentrati sui problemi domestici comprenderanno che le risorse hanno un limite. A Washington rimangono appena 41 giorni di riserve strategiche di petrolio, una carenza che non si vedeva da 50 anni. Se dovranno intaccare quelle riserve, i primi a soffrirne non saranno di certo i militari, che continueranno ad avere tutto il carburante necessario senza curarsi della provenienza o dei costi. A pagare il prezzo saranno gli americani comuni, in un Paese dove la forte dipendenza dall’automobile rende ogni aumento del costo dell’energia particolarmente pesante».
Quali prospettive si aprono per la Casa Bianca all’indomani del voto?
«Ho un timore preciso per queste elezioni di medio termine: se Trump prende una stangata, come molti credono avverrà, avrà davanti a sé due sole opzioni. Rinsavire o continuare a fare il matto. Rinsavire significherebbe prendere atto della realtà e cambiare completamente linea politica. Continuare a fare il matto vorrebbe dire infischiarsene del fatto che il Congresso ha una maggioranza diversa e arrivare a compiere cose mai viste prima. Cioè stupidaggini immense».
Fonte
05/09/2026
Israele è pronto a completare il genocidio. Si attendono gli USA e le elezioni
Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo”.
Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale alla sua attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.
L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.
I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.
Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.
Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.
Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.
Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.
Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.
L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.
La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.
Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.
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30/08/2026
Trump e la «strategia del caos»
Elezioni di medio termine, è già battaglia legale
«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.
Labirintico sistema americano
Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.
Le trame del manipolatore
Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.
Caos legale dietro cui nascondersi
Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».
La giudice federale svela il trucco
La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.
Copione del prossimo tentativo di golpe
Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.
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04/08/2026
Trump, il voto e il comunismo
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.
Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati.
Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.
Dare un nome al nemico
La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.
La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” – poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire.
Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.
Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.
Le piazze che cercano lo scontro
Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.
Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti.
Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato.
Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.
Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.
A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.
Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto.
Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione.
Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti.
I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.
A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio.
Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.
Dalla città militarizzata al seggio circondato
Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.
È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.
Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.
Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.
Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.
Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.
Osservare le condizioni mentre si costruiscono
Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio 2021.
La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.
La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.
Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.
Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:
Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.
“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.
Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022
Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.
Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.
Fonte
19/07/2026
Bombardare sperando che serva a qualcosa
Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo la “fine” dichiarata ad aprile – la possibilità di condurre un conflitto lontano da casa per 60 giorni. Dopo di che servirebbe un’autorizzazione del Congresso stesso, peraltro sotto stress visto che all’inizio di novembre sarà per metà rinnovato con le elezioni di medio termine.
Lo schema operativo non cambia. Gli Usa bombardano infrastrutture militari e civili, minacciano senza problemi di compiere crimini contro l’umanità (colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, per esempio), provano a ridurre il potenziale militare iraniano, nella speranza di ricontattare i termini di un Memorandum che solo dopo la firma in Svizzera, hanno compreso essere un riconoscimento della propria sconfitta.
Se così fosse, non si potrebbe che darne la colpa a Trump stesso, che manda in giro due immobiliaristi di fiducia e di famiglia – Witkoff e il genero Kushner, peraltro sionista oltranzista – chiaramente a digiuno di diplomazia internazionale e convinti, come il tycoon, che basti mostrare i muscoli per ottenere risultati.
Teheran, dopo otto giorni di risposte simmetriche, in cui ha preso di mira come sempre le basi Usa nella regione, arrivando a provocare perdite di uomini e mezzi anche in una base giordana, ha formalmente “sospeso l’attuazione dei suoi impegni previsti dal Memorandum d’intesa di Islamabad dopo che gli Stati Uniti hanno violato i propri obblighi con atti di aggressione”, come ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.
Ai bordi del campo di battaglia, però si muovono altri pezzi. L’amministrazione Trump ha comunicato a Israele che sta inviando dozzine di aerei per il rifornimento in volo, in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l’Iran.
Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 30 aerei del genere all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e un numero analogo all’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele.
Questa collocazione è preferita perché le altre basi (Giordania, Kuwait, Emirati, Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita) sono più esposte ai droni e missili iraniani. Sopra Israele invece funziona ancora almeno in parte l’Iron Dome – batterie antimissile basate sui sistemi Patriot e Thaad –, e in ogni caso bombardare una base israeliana implicherebbe immediatamente un (desiderato) ritorno di Tel Aviv nel conflitto.
Secondo i “giornalisti” più vicini al Mossad – come Barak Ravid di Axios – Trump non avrebbe ancora preso la decisione operativa per una escalation, ma intanto prepara la logistica necessaria.
Non è però una scelta che l’amministrazione Usa può fare a cuor leggero. La situazione politica interna va infatti sempre più chiaramente verso un rifiuto di questa guerra (per le ricadute economiche e l’inflazione) e del genocidio dei palestinesi, che stanno peraltro favorendo l’ascesa di candidati “socialisti e pro-pal” per le elezioni di inizio novembre. Oltre a seminare il panico nelle fila degli stessi repubblicani.
Un segnale chiarissimo arriva dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, il primo musulmano e “socialista” a ricoprire questa carica avendo ricevuto persino l’appoggio della maggioranza della comunità ebraica locale (forse la più numerosa e potente).
In una intervista ormai virale ha spiegato di star valutando, insieme al team legale, la possibilità di procedere all’arresto di Netanyahu nel caso si presenti all’assemblea delle Nazioni Unite, applicando così il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja.
I problemi legali sono effettivamente infiniti. In primo luogo per lo status dell’Onu, che garantisce l’immunità diplomatica ai capi di stato. In secondo luogo pesa il fatto che gli Stati Uniti – proprio come Israele, ma non sarebbe questo un ostacolo – non ha mai riconosciuto la Corte Internazionale stessa (che anzi Trump vorrebbe far sciogliere).
Sembra difficile, insomma, che un arresto simile – che farebbe la felicità di tre quarti del pianeta – possa verificarsi. Ma il solo fatto che se ne stia discutendo indica che la “relazione speciale” tra Usa e Israele va mostrando ormai la corda.
E se i “sionisti cristiani” come Trump sono comunque costretti a bilanciare giorno per giorno la propria incazzatura con i vertici di Israele – che impediscono programmaticamente qualsiasi soluzione diversa dalla guerra contro tutti in Medio Oriente – chi non si riconosce in quella gabbia va muovendo molteplici forme di campagna politica per rompere in modo sostanziale la “relazione speciale”.
E la possibilità cresce col tempo. Persino un sondaggio condotto all’interno delle comunità ebraiche degli Stati Uniti ha registrato una preferenza per Mamdani piuttosto che per Netanyahu e i criminali del suo governo.
Le difficoltà militari degli Usa – che avrebbero intrapreso questa nuova offensiva disponendo solo della metà dei missili Tomahawk posseduti fino a febbraio – si sommano così a quelle politiche.
E di certo non ha aiutato il discorso complottistico alla nazione in cui Trump ha accusato di fatto buona parte dell’intelligence statunitense di aver collaborato con la Cina per fargli perdere le elezioni del 2020.
Pensare di condurre una guerra nella speranza che serva a qualcosa, prendendo intanto a schiaffi la propria stessa intelligence, non sembra proprio un colpo di genio. Ricorda un po’ quel proverbio “lo stupido taglia il ramo su cui è seduto”, vero?
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10/07/2026
Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnarvi, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
Al contrario, come accusano ormai quasi tutti gli analisti anche ultra-reazionari, gli Stati Uniti hanno agito improvvisando di volta in volta, sia per quanto riguarda l’analisi obbiettiva del campo di battaglia e la comprensione dell’avversario (l’Iran e tutto il mondo sciita), sia per quanto concerne la definizione degli obbiettivi. Come se la scontata superiorità militare potesse supplire la mancanza di razionalità, bellica e geostrategica.
Ma è legge storica che una guerra ha senso – pur mettendo da parte ogni considerazione “morale” o valoriale – solo se c’è un obbiettivo chiaro. Che deciderà, dopo, se c’è stata una vittoria o una sconfitta.
Nulla di quanto dichiarato per giustificare la guerra all'Iran è stato raggiunto. Il “cambio di regime” a Teheran non solo non si è realizzato, nonostante le “uccisioni mirate” di molti leader, ma l’intero sistema istituzionale iraniano ne è uscito rafforzato, con una riduzione ai minimi termini fisiologici delle contraddizioni interne.
Il “programma nucleare” resta intatto e la sua sorte è (era?) affidata a lunghe trattative che sono ora quanto meno allontanate nel tempo dalla ripresa unilaterale degli attacchi.
La “libera navigazione nello Stretto di Hormuz” è peraltro l’aspetto quasi comico di questa assenza di strategia. Oggi sembra diventato l’alfa e l’omega della “pressione” statunitense, questionando sull’interpretazione dei punti specifici compresi nel Memorandum of Understanding firmato in Svizzera tre settimane fa.
Ma il problema dello Stretto neanche esisteva prima dell’attacco israelo-americano, quando qualsiasi nave passava senza altro problema che stare attenta ai fondali rocciosi. La questione è diventata un’arma in mano a Teheran solo dopo gli attacchi, ed ora in qualche modo l’Iran pretende di capitalizzare la nuova situazione anche per recuperare parte dei danni subiti nella guerra.
È, insomma, un problema che può essere risolto solo “trattando” sul quadro di regole che varranno in futuro, perché ogni colpo sparato intorno a Hormuz automaticamente fa fermare il traffico, calare la disponibilità di petrolio e gas per il mondo intero (circa il 20% della produzione mondiale passa di qui), salire i prezzi dell’energia e dunque l’inflazione ovunque. Anche negli Usa.
Proprio la pessima reazione dei “mercati” a questa guerra e la violenta impennata dei prezzi dei carburanti ha imposto a Trump di cercare un’intesa anche in assenza di risultati militari presentabili come “vittoria”. La guerra ha portato la popolarità di questa amministrazione al 34% in patria e ad un rapporto del resto del mondo con gli Stati Uniti come quello che si registra quando bisogna contenere un matto pericoloso per sé e soprattutto per gli altri.
Ogni bombardamento fatto per “mettere pressione” a Teheran in realtà si traduce immediatamente in maggiore pressione – interna e internazionale, economica e politica – sull’amministrazione Trump perché la faccia finita subito. Anche da parte degli “alleati” (tranne Israele, of course).
Dan Grazier, un ex ufficiale dei Marines, lo spiega da militare. All’Iran basta muovere qualche barchino veloce e un paio di droni per far fermare il traffico nello Stretto. Agli Stati Uniti serve una mobilitazione pesante di forze aeree per provare a danneggiare l’infrastruttura che rende possibile quei mini-attacchi. E senza risultati apprezzabili, visto che sono in genere nascoste sotto le montagne che si affacciano su Hormuz.
“E così, i funzionari qui a Washington dovrebbero davvero cercare di trovare un modo per porre fine ai combattimenti, perché questo tipo di guerra di tipo asimmetrico è un problema militare difficile e, francamente, è uno di quelli che gli Stati Uniti non hanno ancora capito”.
Più brutale e universale il commento dei mercati finanziari, assai meno “patriottici”... Il prezzo del greggio, per esempio, è salito meno del previsto solo grazie all’apertura delle “riserve strategiche” a disposizione di quasi ogni paese. Una misura eccezionale, per tempi eccezionali, ma che non può diventare la norma. Proprio perché sono “riserve”, immagazzinate e da compensare dopo ogni rilascio.
Quella statunitense, per esempio, durante e dopo la guerra è calata costantemente, nonostante gli Usa siano un paese produttore e quindi teoricamente al riparo da una possibile scarsità. È infatti diminuita di altri 6,2 milioni di barili nella settimana che termina il 3 luglio (prima della due giorni di bombardamenti, insomma) a 319,5 milioni di barili – il livello più basso dall’amministrazione Reagan.
Aggiungiamoci le difficoltà per i repubblicani che devono affrontare le elezioni di midterm tra soli quattro mesi, portando la “responsabilità soggettiva” (Trump è il loro presidente...) dell’aumento dei carburanti proprio durante le ferie estive, quando la popolazione finalmente si mette in viaggio.
Razionalmente, dunque, Trump dovrebbe essere il più interessato a farla finita con questa guerra, anche se il risultato non è quello di cui vantarsi. Ma, altrettanto razionalmente, è proprio l’evidente negatività del risultato conseguito a costringere lui e il suo “cerchio magico”, fatto di improvvisatori e faccendieri, a cercare “una botta di entusiasmo” con l’unico strumento rimasto loro in mano: il martello militare.
E così ritornano sempre al punto di partenza.
Qualcuno ha definito questa assenza di strategia una “instabilità controllata”, in cui si tratta e si spara, ma mai in modo ultimativo. Nel Ventennio si sarebbe detto “è l’ora delle decisioni revocabili”.
Può servire a rinviare decisioni dolorose, ma non certo a “governare il mondo”.
Fonte
07/07/2026
La guerra in Iran fa sballare tutti i calcoli di Trump
Le adunate da regime per il 4 luglio e la rivitalizzazione delle campagne anticomuniste negli USA, potrebbero non salvare Trump da una severa sconfitta nelle elezioni di medio termine a Novembre.
Un sondaggio commissionato dal Financial Times e realizzato dall’agenzia Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori registrati, vede la maggioranza degli elettori statunitensi ritenere che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto dagli Stati Uniti.
Che Trump abbia sbagliato i conti sull’Iran emerge, tra l’altro, da un’intervista rilasciata ad Axios dal presidente statunitense, nella quale ha affermato di essere “rimasto sorpreso nel vedere gli iraniani piangere al funerale della Guida Suprema Ali Khamenei”, in corso a Teheran, e ha ammesso di ritenere invece che la gente lo odiasse. “Forse sono lacrime finte”, ha farfugliato Trump.
Secondo le evidenze dell’indagine commissionata dal Financial Times, il 58% degli intervistati ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il prezzo pagato, mentre il 44% afferma che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti di Teheran, contro il 31% che pensa il contrario.
Circa i due terzi degli intervistati giudicano con scetticismo l’intesa provvisoria raggiunta tra Stati Uniti e Iran, ritenendo che avrà scarso impatto sulla stabilità del Medio Oriente o che possa addirittura aumentare il rischio di nuovi conflitti. Solo un elettore su cinque ritiene che l’accordo possa favorire la pace.
Negli scorsi giorni la Casa Bianca aveva chiesto al Congresso di approvare 67 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti per coprire i costi della guerra alimentando nuove critiche sia dall’opposizione sia da parte della sua base elettorale.
A risentirne è stato l’indice di approvazione di Trump che è sceso al 36%, due punti in meno rispetto al mese precedente, con un calo più marcato tra gli elettori indipendenti, dove il consenso è sceso al 21%.
In vista delle elezioni di metà mandato di novembre per il Congresso, i Democratici al momento appaiono in vantaggio di sei punti nelle intenzioni di voto, con il 44% delle preferenze contro il 38% dei Repubblicani.
Il sondaggio evidenzia inoltre un sostegno maggioritario alla permanenza degli Stati Uniti nella Nato. Su questo il 53% degli elettori ritiene che Washington debba restare nell’Alleanza, contro il 23% favorevole all’uscita.
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24/06/2026
Gli Usa navigano in acque incognite
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)...
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
Le guerre agite in proprio, Venezuela a parte, sono state anche più disastrose. Con l’Iran, alla Casa Bianca, sperano di chiudere al più presto, mollando tutto quel che è possibile ma cercando di raccontarla come una “vittoria”.
La ragione è principalmente macroeconomica, ma in parte anche militare. Fare guerra aperta nel Golfo Persico, sia pure per poche settimane, ha messo il mondo intero a rischio scarsità di greggio e gas (la produzione di entrambi è sempre stata ai massimi possibili, e se si blocca il 20% delle forniture che transitano per Hormuz non ci sono alternative in grado di sopperire, anche dando fondo – com’è avvenuto – alle riserve strategiche).
Se ne sono accorti subito gli automobilisti americani, che hanno l’indubbio potere di votare laggiù e far pesare la propria incazzatura in modo diretto.
Il testo del memorandum firmato con Teheran è abbastanza sconfortante, per un suprematista bianco occidentale. “Riapre Hormuz”, certo, ma era sempre stato aperto, prima della guerra di cui, quindi, non si vede l’utilità.
“L’Iran accetta controlli dell’Aiea sul programma nucleare”, forse, ma dopo che la questione sarà discussa nei negoziati. Era già così con l’accordo siglato da Obama nel 2015 e poi disdetto da Trump – nel 2018 – nel corso del suo primo mandato. Ovvio che dopo, visto che era stato unilateralmente annullato, l’Iran abbia chiuso le porte dei propri laboratori agli ispettori.
Sulla questione nucleare, nell’area, c’è semmai l’elefante nella stanza rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, con Tel Aviv che non ha mai sottoscritto il trattato di non proliferazione, dunque non ha mai accettato ispezioni Aiea, nega di avere testate nucleari e contemporaneamente minaccia di usarle!
Ovvio anche qui che, se l’accordo verrà raggiunto, Teheran dovrà aprire di nuovo l’accesso ai controlli – come del resto faceva già prima – ma questo segna una sconfitta completa della “bellicosità” trumpiana nei suoi confronti (una guerra per tornare al punto di partenza di otto anni fa non può essere definita un successo). Ma proprio questo renderà nuovamente visibile – e intollerabile – la licenza di delinquere concessa a Israele dall’intero Occidente imperialista.
Al fondo di tutta la navigazione in acque pericolose c’è però l’economia. È noto che buona parte della relatività stabilità mantenuta dall’economia stelle-e-strisce durante la “campagna persiana” era fondato sul rally del mercato azionario guidato dall’intelligenza artificiale. Ma ora sta vacillando.
Le azioni delle maggiori società quotate sul Nasdaq, l’indice azionario dedicato al settore tecnologico, hanno subito un calo nell’ultimo mese, e le perdite si sono accentuate questa settimana, a causa della crescente diffidenza degli investitori verso i potenziali rischi derivanti dai massicci piani di spesa per l’intelligenza artificiale.
I paesi più ricchi di produttori di chip e attrezzature relative, come la Corea del Sud, hanno subito crolli di borsa paurosi (anche del 10% in un giorno solo).
La ragione è semplice: nel loro complesso le società che guidano la corsa dell’IA occidentale hanno programmi di investimento per oltre 700 miliardi di dollari, ma i profitti registrati nel settore sono fin qui irrilevanti a confronto dei costi. Le attese sono stratosferiche, ma si reggono su ipotesi, non su certezze.
Dunque la loro valutazione azionaria soffre ora il sospetto di essere esagerata. Anche perché i soldi per investire dovranno essere chiesti “ai mercati”, aumentando così la portata del debito complessivo.
Contemporaneamente, l’aumento notevole dell’inflazione – anche a causa della guerra, che ha fatto esplodere i prezzi energetici, che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci, al pari e forse più del lavoro umano – sta spingendo il nuovo presidente della Federal Reserve (scelto peraltro da Trump per abbassare i tassi di interesse) a prendere in esame invece un rialzo dei tassi. Il che aumenterebbe il “servizio del debito”, ossia gli interessi da pagare restando sempre in attesa dei “guadagni” che per ora non si vedono.
Per capire la portata del problema basta ricordare che ad inizio anno la notizia per cui Deepseek, società cinese, aveva elaborato un modello di IA molto più “leggero” in termini di risorse hardware richieste, ma egualmente performante, si era tramutato in panico per i produttori di chip sempre più potenti (Nvidia) e soprattutto le società IA statunitensi (ChatGpt, Gemini, Palantir, ecc.).
Tutte queste “nuvole”, che potrebbero presto prendere la consistenza di “cigni neri”, dovranno essere affrontate da un’amministrazione repubblicana profondamente divisa, con i repubblicani al Congresso costretti a votare a favore della fine della guerra con l’Iran, dunque ad approvare intanto il Memorandum of understanding. Ma contemporaneamente a pretendere informazioni chiare sullo stato delle cose, magari con un briefing dove i ministri di turno (Rubio ed Hegseth) verrebbero messi sulla graticola.
Pesa infatti l’ormai prossimo voto di midterm per rinnovare metà del Congresso, e i sondaggi – pur sempre fallibili e rovesciabili nel giro di 4 mesi – sono per il momento impietosi con il Grand Old Party.
E non aiutano le pretese della Casa Bianca di “riformare”, con la legge “Save Act”, le procedure di registrazione elettorale nonché i criteri per votare. In pratica diventerebbe obbligatoria l’esibizione di un documento d’identità e una prova di cittadinanza, imponendo al contempo nuove restrizioni al voto per corrispondenza.
Criteri in uso da decenni nel resto dell’Occidente, e che certo mettono in dubbio l’attendibilità del voto Usa passato. Ma “sconvolgenti” per il cittadino statunitense, al punto che il senatore repubblicano John Thune ha obiettato: “A volte, quando qualcosa non viene fatto da 100 anni, c’è un motivo”.
Forse peggio va in campo democratico, storica roccaforte residua dell’establishment da quando Trump ha fagocitato l’area omologa tra i repubblicani. Qui le primarie stanno devastando il campo, perché sempre più spesso vengono scelti addirittura candidati “socialisti”, sostenuti apertamente dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, nonché dal vecchio Bernie Sanders e altre neoeletti in città anche importanti.
Ieri il deputato Dan Goldman ha perso la rielezione in modo schiacciante contro l’ex revisore dei conti di New York, il progressista Brad Lander, che martedì sera tardi era in vantaggio di oltre 30 punti percentuali.
Il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo ispanico al Congresso, ha invece perso le primarie per un margine appena più ristretto contro la socialista democratica Darializa Avila Chevalier.
Nella corsa per succedere alla deputata uscente Nydia Velázquez, sempre nello Stato di New York, la socialista democratica Claire Valdez ha ottenuto una comoda vittoria con un margine a doppia cifra sul presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, storico esponente “bideniano”.
La portaerei Usa va. Ma non sa bene dove...
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05/06/2026
Per Washington è l’ora di scegliere
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
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03/06/2026
USA - Aria da midterm: Trump fa liberare una funzionaria che manomise un server delle elezioni 2020
Tina Peters, ex funzionaria elettorale della contea di Mesa, in Colorado, diventata uno dei simboli del movimento trumpiano che negava i risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2020, è stata rilasciata lunedì 1° giugno dal penitenziario statale di La Vista. La sua scarcerazione arriva dopo una pesante e prolungata campagna di pressione politica esercitata dallo stesso presidente Donald Trump sul governatore democratico dello stato, Jared Polis.
Peters, 70 anni, era stata condannata nel 2024 a nove anni di prigione per aver consentito l’accesso non autorizzato ai server della Dominion Voting Systems, permettendo inoltre la copia di dati sensibili per dimostrare i presunti brogli con cui Biden avrebbe sconfitto il tycoon.
Peters diffuse poi online video, foto e password dei sistemi di voto del Colorado. Alla fine, una giuria l’ha giudicata colpevole di quattro reati, tra cui il tentativo di influenzare un pubblico ufficiale, cospirazione per sostituzione di persona e violazione dei doveri d’ufficio. Ma a metà maggio, dopo aver scontato meno di un quarto della sua condanna, la sua pena è stata commutata da Polis.
Il governatore si è trovato al centro di una dura campagna di pressione pubblica e istituzionale orchestrata da Trump, che non poteva concedere la grazia presidenziale a Peters, essendo i reati per cui era stata condannata di livello statale e non federale. The Donald non lo ha solo attaccato sui media, ma lo ha anche escluso dagli incontri formali alla Casa Bianca con gli altri governatori e ha minacciato ritorsioni economiche e logistiche per lo stato che amministra.
Polis ha difeso la scelta di commutare la pena di Peters affermando che 9 anni per i suoi crimini, per quanto gravi, erano un lasso di tempo sproporzionato. La decisione di Polis ha però sollevato un’ondata di polemiche, con critiche ricevute dal Procuratore Generale del Colorado, Phil Weiser, e dai senatori Democratici John Hickenlooper e Michael Bennet, candidato a succedere Polis.
Persino la sua Segretaria di Stato, Jena Griswold, ha detto che l’atto del governatore “invia un messaggio pericoloso in merito alla responsabilità di coloro che attaccano le elezioni”. Del resto, era proprio questo l’obiettivo di Trump. Griswold ha aggiunto: “la liberazione di Peters incoraggerà anche il movimento negazionista delle elezioni; da quando le è stata concessa la grazia, ha continuato a diffondere falsità e teorie del complotto sulle elezioni”.
Infatti, immediatamente dopo il suo rilascio, Peters è apparsa in un’intervista sul podcast di Steve Bannon, dove non solo non ha mostrato alcun segno di pentimento, ma ha rilanciato nuove accuse, sostenendo che i Democratici stiano già pianificando brogli per le imminenti elezioni midterm del 2026. Peters ha concluso l’intervista dicendo di aver già inviato una lettera di ringraziamento al presidente.
Visto il livello tragico dei consensi verso Trump, è chiaro che la Casa Bianca, impegnata non solo in un cambio di atteggiamento tanto in politica estera quanto in quella interna, ma in un vero e proprio tentativo di ridisegnare pesi e contrappesi del sistema istituzionale stelle-e-strisce, sta preparando il terreno per le votazioni di metà mandato, che potrebbero segnare il fallimento del nuovo establishment che sostiene l’attuale amministrazione dopo appena due anni. O una definitiva torsione autoritaria.
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20/04/2026
Ennesima sconfitta legale del governo USA sul controllo delle liste elettorali
La sentenza rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi legali per la Casa Bianca, impegnata in una battaglia campale per centralizzare il controllo sulle liste elettorali, gestite a livello nazionale. Il DOJ ha già citato in giudizio almeno 30 Stati, sostenendo che l’acquisizione di liste elettorali non oscurate sia necessaria per garantire la sicurezza delle elezioni, contro possibili brogli.
Al momento, almeno 12 Stati hanno ceduto alle richieste, ma molti altri si sono opposti, poiché ciò rappresenterebbe una grave violazione della privacy e dell’autonomia costituzionale riconosciuta ai singoli stati nella gestione del voto. Quello del Rhode Island è il quinto caso in cui la magistratura stelle-e-strisce si esprime contro le richieste di Washington, dopo quelli della California, del Massachusetts, del Michigan e dell’Oregon.
Il giudice distrettuale Mary McElroy si è schierata con i funzionari statali e le associazioni per i diritti civili, affermando che il DOJ non possiede l’autorità per condurre quella che ha definito una fishing expedition (una spedizione di pesca) nei database statali. Gregg Amore, Segretario di Stato del Rhode Island, ha accolto con favore la decisione, lanciando un duro monito contro quelli che definisce come sconfinamenti costituzionali dell’esecutivo federale.
L’amministrazione Trump ha alzato il tiro nelle ultime settimane con diverse mosse coordinate. Il 31 marzo The Donald ha firmato un ordine esecutivo per creare un database nazionale dei cittadini, incrociando i dati sull’immigrazione ottenuti dal Dipartimento di Sicurezza (DHS) con quelli della previdenza sociale.
A ciò si accompagna la pressione sul Congresso per l’approvazione del SAVE America Act: una proposta per rendere più severi gli standard di documentazione per l’iscrizione nelle liste elettorali e per dimostrare la cittadinanza al momento del voto. Bisogna riconoscere che il sistema di voto statunitense è tutto fuorché inattaccabile (alla faccia del cuore della democrazia...), ma Trump sta evidentemente portando avanti una battaglia strumentale.
Il tycoon continua a sostenere, senza prove, che il sistema sia piagato da frodi diffuse e dal voto di non-cittadini. Tuttavia, i dati sembrano smentire l’allarme: su 60 milioni di nomi controllati dallo scorso aprile, attraverso il sistema SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) offerto dallo stesso DHS, solo lo 0,035% (21 mila persone) è risultato potenzialmente sospetto, con vari casi che sono stati poi attribuiti a mancanza di aggiornamenti o cambi di nome.
Insomma, il problema c’è, ma è marginale e non ci sono le condizioni perché possa incidere davvero sulle elezioni di metà mandato. Ma il vero obiettivo di Trump e compagnia non è “dire la verità”, quanto piuttosto costruire una narrazione che possa giustificare un intervento di Washington sulle liste elettorali in maniera preventiva, e inculcare un messaggio nell’opinione pubblica affinché, nel caso in cui alla fine i risultati non siano a proprio favore, poter denunciare l’illegittimità dei risultati.
Appare chiaro che queste manovre sono pensate come uno strumento utile per qualsiasi scenario si presenterà, e intanto servono per la ridefinizione dell’equilibrio tra i poteri statunitensi. Ma questo tipo di salti in avanti non sono facili da condurre mentre il consenso interno crolla, anche nel proprio elettorato MAGA a causa della fallimentare aggressione all’Iran. I risvolti futuri non si possono prevedere, ma quel che è certo è che l’ennesima sconfitta in tribunale polarizzerà ancora di più il panorama politico.
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21/03/2026
La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo
Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.
I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.
“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...
Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.
“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...
Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.
Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”
In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.
È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.
Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente”.
Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».
It’s the economy, stupid!
La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.
Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).
Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.
Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.
Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.
Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).
Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante...
A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.
Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.
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