Elezioni di medio termine, è già battaglia legale
«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.
Labirintico sistema americano
Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.
Le trame del manipolatore
Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.
Caos legale dietro cui nascondersi
Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».
La giudice federale svela il trucco
La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.
Copione del prossimo tentativo di golpe
Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2026
Trump e la «strategia del caos»
04/08/2026
Trump, il voto e il comunismo
Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.
È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.
È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.
Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.
Cambiare le condizioni del voto
Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.
I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.
Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati.
Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.
Dare un nome al nemico
La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.
La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” – poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire.
Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.
Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.
Le piazze che cercano lo scontro
Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.
Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti.
Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato.
Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.
Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.
A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.
Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto.
Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione.
Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti.
I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.
A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio.
Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.
Dalla città militarizzata al seggio circondato
Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.
È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.
Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.
Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.
Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.
Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.
Osservare le condizioni mentre si costruiscono
Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio 2021.
La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.
La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.
Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.
Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:
Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.
“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.
Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022
Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.
Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.
Fonte
19/07/2026
Bombardare sperando che serva a qualcosa
Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo la “fine” dichiarata ad aprile – la possibilità di condurre un conflitto lontano da casa per 60 giorni. Dopo di che servirebbe un’autorizzazione del Congresso stesso, peraltro sotto stress visto che all’inizio di novembre sarà per metà rinnovato con le elezioni di medio termine.
Lo schema operativo non cambia. Gli Usa bombardano infrastrutture militari e civili, minacciano senza problemi di compiere crimini contro l’umanità (colpire gli impianti di desalinizzazione dell’acqua, per esempio), provano a ridurre il potenziale militare iraniano, nella speranza di ricontattare i termini di un Memorandum che solo dopo la firma in Svizzera, hanno compreso essere un riconoscimento della propria sconfitta.
Se così fosse, non si potrebbe che darne la colpa a Trump stesso, che manda in giro due immobiliaristi di fiducia e di famiglia – Witkoff e il genero Kushner, peraltro sionista oltranzista – chiaramente a digiuno di diplomazia internazionale e convinti, come il tycoon, che basti mostrare i muscoli per ottenere risultati.
Teheran, dopo otto giorni di risposte simmetriche, in cui ha preso di mira come sempre le basi Usa nella regione, arrivando a provocare perdite di uomini e mezzi anche in una base giordana, ha formalmente “sospeso l’attuazione dei suoi impegni previsti dal Memorandum d’intesa di Islamabad dopo che gli Stati Uniti hanno violato i propri obblighi con atti di aggressione”, come ha dichiarato il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi.
Ai bordi del campo di battaglia, però si muovono altri pezzi. L’amministrazione Trump ha comunicato a Israele che sta inviando dozzine di aerei per il rifornimento in volo, in vista di una possibile espansione delle operazioni militari contro l’Iran.
Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 30 aerei del genere all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e un numero analogo all’aeroporto di Ramon, nel sud di Israele.
Questa collocazione è preferita perché le altre basi (Giordania, Kuwait, Emirati, Bahrein, Qatar, Oman, Arabia Saudita) sono più esposte ai droni e missili iraniani. Sopra Israele invece funziona ancora almeno in parte l’Iron Dome – batterie antimissile basate sui sistemi Patriot e Thaad –, e in ogni caso bombardare una base israeliana implicherebbe immediatamente un (desiderato) ritorno di Tel Aviv nel conflitto.
Secondo i “giornalisti” più vicini al Mossad – come Barak Ravid di Axios – Trump non avrebbe ancora preso la decisione operativa per una escalation, ma intanto prepara la logistica necessaria.
Non è però una scelta che l’amministrazione Usa può fare a cuor leggero. La situazione politica interna va infatti sempre più chiaramente verso un rifiuto di questa guerra (per le ricadute economiche e l’inflazione) e del genocidio dei palestinesi, che stanno peraltro favorendo l’ascesa di candidati “socialisti e pro-pal” per le elezioni di inizio novembre. Oltre a seminare il panico nelle fila degli stessi repubblicani.
Un segnale chiarissimo arriva dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, il primo musulmano e “socialista” a ricoprire questa carica avendo ricevuto persino l’appoggio della maggioranza della comunità ebraica locale (forse la più numerosa e potente).
In una intervista ormai virale ha spiegato di star valutando, insieme al team legale, la possibilità di procedere all’arresto di Netanyahu nel caso si presenti all’assemblea delle Nazioni Unite, applicando così il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale de L’Aja.
I problemi legali sono effettivamente infiniti. In primo luogo per lo status dell’Onu, che garantisce l’immunità diplomatica ai capi di stato. In secondo luogo pesa il fatto che gli Stati Uniti – proprio come Israele, ma non sarebbe questo un ostacolo – non ha mai riconosciuto la Corte Internazionale stessa (che anzi Trump vorrebbe far sciogliere).
Sembra difficile, insomma, che un arresto simile – che farebbe la felicità di tre quarti del pianeta – possa verificarsi. Ma il solo fatto che se ne stia discutendo indica che la “relazione speciale” tra Usa e Israele va mostrando ormai la corda.
E se i “sionisti cristiani” come Trump sono comunque costretti a bilanciare giorno per giorno la propria incazzatura con i vertici di Israele – che impediscono programmaticamente qualsiasi soluzione diversa dalla guerra contro tutti in Medio Oriente – chi non si riconosce in quella gabbia va muovendo molteplici forme di campagna politica per rompere in modo sostanziale la “relazione speciale”.
E la possibilità cresce col tempo. Persino un sondaggio condotto all’interno delle comunità ebraiche degli Stati Uniti ha registrato una preferenza per Mamdani piuttosto che per Netanyahu e i criminali del suo governo.
Le difficoltà militari degli Usa – che avrebbero intrapreso questa nuova offensiva disponendo solo della metà dei missili Tomahawk posseduti fino a febbraio – si sommano così a quelle politiche.
E di certo non ha aiutato il discorso complottistico alla nazione in cui Trump ha accusato di fatto buona parte dell’intelligence statunitense di aver collaborato con la Cina per fargli perdere le elezioni del 2020.
Pensare di condurre una guerra nella speranza che serva a qualcosa, prendendo intanto a schiaffi la propria stessa intelligence, non sembra proprio un colpo di genio. Ricorda un po’ quel proverbio “lo stupido taglia il ramo su cui è seduto”, vero?
Fonte
10/07/2026
Trump, e l’ora delle “decisioni revocabili”
Una notte di calma dopo due giorni di attacchi permette di inquadrare meglio la situazione in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni di circostanza.
Di certo c’è che Israele ha colto l’occasione, dopo una confermata telefonata tra Trump e Netanyahu, per riprendere in grande stile l’offensiva in Cisgiordania – là dove Hamas non esiste neanche come scusa – per allargare al massimo le sue “conquiste coloniali” in direzione della “grande Israele”.
Tel Aviv ha una strategia, semplice e genocida. Washington no. L’intero mondo politico israeliano, tranne lodevolissime eccezioni numericamente ininfluenti, vuole lo sterminio dei palestinesi e la cacciata degli eventuali sopravvissuti. Per raggiungere l’obbiettivo, chiaramente in violazione di qualsiasi diritto internazionale, è indispensabile poter utilizzare la forza statunitense – economica, diplomatica e militare – in modo da neutralizzare al massimo gli effetti di un sempre più evidente isolamento internazionale.
Soltanto il servilismo dei paesi europei e la storica vigliaccheria dei paesi arabi del Golfo – ricchi da far schifo, ma con una popolazione ridotta all’osso che non ha alcuna ansia di mettersi l’elmetto, qualunque sia la causa – sta limitando questi effetti, grazie a un rapporto con gli Usa fin qui subordinatissimo.
L’amministrazione Trump, così come quella Biden, si è resa disponibile a concorrere a quella strategia pur avendo assai poco da guadagnarvi, se si fosse mossa in base ad un calcolo realistico di costi e benefici.
Al contrario, come accusano ormai quasi tutti gli analisti anche ultra-reazionari, gli Stati Uniti hanno agito improvvisando di volta in volta, sia per quanto riguarda l’analisi obbiettiva del campo di battaglia e la comprensione dell’avversario (l’Iran e tutto il mondo sciita), sia per quanto concerne la definizione degli obbiettivi. Come se la scontata superiorità militare potesse supplire la mancanza di razionalità, bellica e geostrategica.
Ma è legge storica che una guerra ha senso – pur mettendo da parte ogni considerazione “morale” o valoriale – solo se c’è un obbiettivo chiaro. Che deciderà, dopo, se c’è stata una vittoria o una sconfitta.
Nulla di quanto dichiarato per giustificare la guerra all'Iran è stato raggiunto. Il “cambio di regime” a Teheran non solo non si è realizzato, nonostante le “uccisioni mirate” di molti leader, ma l’intero sistema istituzionale iraniano ne è uscito rafforzato, con una riduzione ai minimi termini fisiologici delle contraddizioni interne.
Il “programma nucleare” resta intatto e la sua sorte è (era?) affidata a lunghe trattative che sono ora quanto meno allontanate nel tempo dalla ripresa unilaterale degli attacchi.
La “libera navigazione nello Stretto di Hormuz” è peraltro l’aspetto quasi comico di questa assenza di strategia. Oggi sembra diventato l’alfa e l’omega della “pressione” statunitense, questionando sull’interpretazione dei punti specifici compresi nel Memorandum of Understanding firmato in Svizzera tre settimane fa.
Ma il problema dello Stretto neanche esisteva prima dell’attacco israelo-americano, quando qualsiasi nave passava senza altro problema che stare attenta ai fondali rocciosi. La questione è diventata un’arma in mano a Teheran solo dopo gli attacchi, ed ora in qualche modo l’Iran pretende di capitalizzare la nuova situazione anche per recuperare parte dei danni subiti nella guerra.
È, insomma, un problema che può essere risolto solo “trattando” sul quadro di regole che varranno in futuro, perché ogni colpo sparato intorno a Hormuz automaticamente fa fermare il traffico, calare la disponibilità di petrolio e gas per il mondo intero (circa il 20% della produzione mondiale passa di qui), salire i prezzi dell’energia e dunque l’inflazione ovunque. Anche negli Usa.
Proprio la pessima reazione dei “mercati” a questa guerra e la violenta impennata dei prezzi dei carburanti ha imposto a Trump di cercare un’intesa anche in assenza di risultati militari presentabili come “vittoria”. La guerra ha portato la popolarità di questa amministrazione al 34% in patria e ad un rapporto del resto del mondo con gli Stati Uniti come quello che si registra quando bisogna contenere un matto pericoloso per sé e soprattutto per gli altri.
Ogni bombardamento fatto per “mettere pressione” a Teheran in realtà si traduce immediatamente in maggiore pressione – interna e internazionale, economica e politica – sull’amministrazione Trump perché la faccia finita subito. Anche da parte degli “alleati” (tranne Israele, of course).
Dan Grazier, un ex ufficiale dei Marines, lo spiega da militare. All’Iran basta muovere qualche barchino veloce e un paio di droni per far fermare il traffico nello Stretto. Agli Stati Uniti serve una mobilitazione pesante di forze aeree per provare a danneggiare l’infrastruttura che rende possibile quei mini-attacchi. E senza risultati apprezzabili, visto che sono in genere nascoste sotto le montagne che si affacciano su Hormuz.
“E così, i funzionari qui a Washington dovrebbero davvero cercare di trovare un modo per porre fine ai combattimenti, perché questo tipo di guerra di tipo asimmetrico è un problema militare difficile e, francamente, è uno di quelli che gli Stati Uniti non hanno ancora capito”.
Più brutale e universale il commento dei mercati finanziari, assai meno “patriottici”... Il prezzo del greggio, per esempio, è salito meno del previsto solo grazie all’apertura delle “riserve strategiche” a disposizione di quasi ogni paese. Una misura eccezionale, per tempi eccezionali, ma che non può diventare la norma. Proprio perché sono “riserve”, immagazzinate e da compensare dopo ogni rilascio.
Quella statunitense, per esempio, durante e dopo la guerra è calata costantemente, nonostante gli Usa siano un paese produttore e quindi teoricamente al riparo da una possibile scarsità. È infatti diminuita di altri 6,2 milioni di barili nella settimana che termina il 3 luglio (prima della due giorni di bombardamenti, insomma) a 319,5 milioni di barili – il livello più basso dall’amministrazione Reagan.
Aggiungiamoci le difficoltà per i repubblicani che devono affrontare le elezioni di midterm tra soli quattro mesi, portando la “responsabilità soggettiva” (Trump è il loro presidente...) dell’aumento dei carburanti proprio durante le ferie estive, quando la popolazione finalmente si mette in viaggio.
Razionalmente, dunque, Trump dovrebbe essere il più interessato a farla finita con questa guerra, anche se il risultato non è quello di cui vantarsi. Ma, altrettanto razionalmente, è proprio l’evidente negatività del risultato conseguito a costringere lui e il suo “cerchio magico”, fatto di improvvisatori e faccendieri, a cercare “una botta di entusiasmo” con l’unico strumento rimasto loro in mano: il martello militare.
E così ritornano sempre al punto di partenza.
Qualcuno ha definito questa assenza di strategia una “instabilità controllata”, in cui si tratta e si spara, ma mai in modo ultimativo. Nel Ventennio si sarebbe detto “è l’ora delle decisioni revocabili”.
Può servire a rinviare decisioni dolorose, ma non certo a “governare il mondo”.
Fonte
07/07/2026
La guerra in Iran fa sballare tutti i calcoli di Trump
Le adunate da regime per il 4 luglio e la rivitalizzazione delle campagne anticomuniste negli USA, potrebbero non salvare Trump da una severa sconfitta nelle elezioni di medio termine a Novembre.
Un sondaggio commissionato dal Financial Times e realizzato dall’agenzia Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori registrati, vede la maggioranza degli elettori statunitensi ritenere che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto dagli Stati Uniti.
Che Trump abbia sbagliato i conti sull’Iran emerge, tra l’altro, da un’intervista rilasciata ad Axios dal presidente statunitense, nella quale ha affermato di essere “rimasto sorpreso nel vedere gli iraniani piangere al funerale della Guida Suprema Ali Khamenei”, in corso a Teheran, e ha ammesso di ritenere invece che la gente lo odiasse. “Forse sono lacrime finte”, ha farfugliato Trump.
Secondo le evidenze dell’indagine commissionata dal Financial Times, il 58% degli intervistati ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il prezzo pagato, mentre il 44% afferma che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti di Teheran, contro il 31% che pensa il contrario.
Circa i due terzi degli intervistati giudicano con scetticismo l’intesa provvisoria raggiunta tra Stati Uniti e Iran, ritenendo che avrà scarso impatto sulla stabilità del Medio Oriente o che possa addirittura aumentare il rischio di nuovi conflitti. Solo un elettore su cinque ritiene che l’accordo possa favorire la pace.
Negli scorsi giorni la Casa Bianca aveva chiesto al Congresso di approvare 67 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti per coprire i costi della guerra alimentando nuove critiche sia dall’opposizione sia da parte della sua base elettorale.
A risentirne è stato l’indice di approvazione di Trump che è sceso al 36%, due punti in meno rispetto al mese precedente, con un calo più marcato tra gli elettori indipendenti, dove il consenso è sceso al 21%.
In vista delle elezioni di metà mandato di novembre per il Congresso, i Democratici al momento appaiono in vantaggio di sei punti nelle intenzioni di voto, con il 44% delle preferenze contro il 38% dei Repubblicani.
Il sondaggio evidenzia inoltre un sostegno maggioritario alla permanenza degli Stati Uniti nella Nato. Su questo il 53% degli elettori ritiene che Washington debba restare nell’Alleanza, contro il 23% favorevole all’uscita.
Fonte
24/06/2026
Gli Usa navigano in acque incognite
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)...
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
Le guerre agite in proprio, Venezuela a parte, sono state anche più disastrose. Con l’Iran, alla Casa Bianca, sperano di chiudere al più presto, mollando tutto quel che è possibile ma cercando di raccontarla come una “vittoria”.
La ragione è principalmente macroeconomica, ma in parte anche militare. Fare guerra aperta nel Golfo Persico, sia pure per poche settimane, ha messo il mondo intero a rischio scarsità di greggio e gas (la produzione di entrambi è sempre stata ai massimi possibili, e se si blocca il 20% delle forniture che transitano per Hormuz non ci sono alternative in grado di sopperire, anche dando fondo – com’è avvenuto – alle riserve strategiche).
Se ne sono accorti subito gli automobilisti americani, che hanno l’indubbio potere di votare laggiù e far pesare la propria incazzatura in modo diretto.
Il testo del memorandum firmato con Teheran è abbastanza sconfortante, per un suprematista bianco occidentale. “Riapre Hormuz”, certo, ma era sempre stato aperto, prima della guerra di cui, quindi, non si vede l’utilità.
“L’Iran accetta controlli dell’Aiea sul programma nucleare”, forse, ma dopo che la questione sarà discussa nei negoziati. Era già così con l’accordo siglato da Obama nel 2015 e poi disdetto da Trump – nel 2018 – nel corso del suo primo mandato. Ovvio che dopo, visto che era stato unilateralmente annullato, l’Iran abbia chiuso le porte dei propri laboratori agli ispettori.
Sulla questione nucleare, nell’area, c’è semmai l’elefante nella stanza rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, con Tel Aviv che non ha mai sottoscritto il trattato di non proliferazione, dunque non ha mai accettato ispezioni Aiea, nega di avere testate nucleari e contemporaneamente minaccia di usarle!
Ovvio anche qui che, se l’accordo verrà raggiunto, Teheran dovrà aprire di nuovo l’accesso ai controlli – come del resto faceva già prima – ma questo segna una sconfitta completa della “bellicosità” trumpiana nei suoi confronti (una guerra per tornare al punto di partenza di otto anni fa non può essere definita un successo). Ma proprio questo renderà nuovamente visibile – e intollerabile – la licenza di delinquere concessa a Israele dall’intero Occidente imperialista.
Al fondo di tutta la navigazione in acque pericolose c’è però l’economia. È noto che buona parte della relatività stabilità mantenuta dall’economia stelle-e-strisce durante la “campagna persiana” era fondato sul rally del mercato azionario guidato dall’intelligenza artificiale. Ma ora sta vacillando.
Le azioni delle maggiori società quotate sul Nasdaq, l’indice azionario dedicato al settore tecnologico, hanno subito un calo nell’ultimo mese, e le perdite si sono accentuate questa settimana, a causa della crescente diffidenza degli investitori verso i potenziali rischi derivanti dai massicci piani di spesa per l’intelligenza artificiale.
I paesi più ricchi di produttori di chip e attrezzature relative, come la Corea del Sud, hanno subito crolli di borsa paurosi (anche del 10% in un giorno solo).
La ragione è semplice: nel loro complesso le società che guidano la corsa dell’IA occidentale hanno programmi di investimento per oltre 700 miliardi di dollari, ma i profitti registrati nel settore sono fin qui irrilevanti a confronto dei costi. Le attese sono stratosferiche, ma si reggono su ipotesi, non su certezze.
Dunque la loro valutazione azionaria soffre ora il sospetto di essere esagerata. Anche perché i soldi per investire dovranno essere chiesti “ai mercati”, aumentando così la portata del debito complessivo.
Contemporaneamente, l’aumento notevole dell’inflazione – anche a causa della guerra, che ha fatto esplodere i prezzi energetici, che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci, al pari e forse più del lavoro umano – sta spingendo il nuovo presidente della Federal Reserve (scelto peraltro da Trump per abbassare i tassi di interesse) a prendere in esame invece un rialzo dei tassi. Il che aumenterebbe il “servizio del debito”, ossia gli interessi da pagare restando sempre in attesa dei “guadagni” che per ora non si vedono.
Per capire la portata del problema basta ricordare che ad inizio anno la notizia per cui Deepseek, società cinese, aveva elaborato un modello di IA molto più “leggero” in termini di risorse hardware richieste, ma egualmente performante, si era tramutato in panico per i produttori di chip sempre più potenti (Nvidia) e soprattutto le società IA statunitensi (ChatGpt, Gemini, Palantir, ecc.).
Tutte queste “nuvole”, che potrebbero presto prendere la consistenza di “cigni neri”, dovranno essere affrontate da un’amministrazione repubblicana profondamente divisa, con i repubblicani al Congresso costretti a votare a favore della fine della guerra con l’Iran, dunque ad approvare intanto il Memorandum of understanding. Ma contemporaneamente a pretendere informazioni chiare sullo stato delle cose, magari con un briefing dove i ministri di turno (Rubio ed Hegseth) verrebbero messi sulla graticola.
Pesa infatti l’ormai prossimo voto di midterm per rinnovare metà del Congresso, e i sondaggi – pur sempre fallibili e rovesciabili nel giro di 4 mesi – sono per il momento impietosi con il Grand Old Party.
E non aiutano le pretese della Casa Bianca di “riformare”, con la legge “Save Act”, le procedure di registrazione elettorale nonché i criteri per votare. In pratica diventerebbe obbligatoria l’esibizione di un documento d’identità e una prova di cittadinanza, imponendo al contempo nuove restrizioni al voto per corrispondenza.
Criteri in uso da decenni nel resto dell’Occidente, e che certo mettono in dubbio l’attendibilità del voto Usa passato. Ma “sconvolgenti” per il cittadino statunitense, al punto che il senatore repubblicano John Thune ha obiettato: “A volte, quando qualcosa non viene fatto da 100 anni, c’è un motivo”.
Forse peggio va in campo democratico, storica roccaforte residua dell’establishment da quando Trump ha fagocitato l’area omologa tra i repubblicani. Qui le primarie stanno devastando il campo, perché sempre più spesso vengono scelti addirittura candidati “socialisti”, sostenuti apertamente dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, nonché dal vecchio Bernie Sanders e altre neoeletti in città anche importanti.
Ieri il deputato Dan Goldman ha perso la rielezione in modo schiacciante contro l’ex revisore dei conti di New York, il progressista Brad Lander, che martedì sera tardi era in vantaggio di oltre 30 punti percentuali.
Il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo ispanico al Congresso, ha invece perso le primarie per un margine appena più ristretto contro la socialista democratica Darializa Avila Chevalier.
Nella corsa per succedere alla deputata uscente Nydia Velázquez, sempre nello Stato di New York, la socialista democratica Claire Valdez ha ottenuto una comoda vittoria con un margine a doppia cifra sul presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, storico esponente “bideniano”.
La portaerei Usa va. Ma non sa bene dove...
Fonte
05/06/2026
Per Washington è l’ora di scegliere
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
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03/06/2026
USA - Aria da midterm: Trump fa liberare una funzionaria che manomise un server delle elezioni 2020
Tina Peters, ex funzionaria elettorale della contea di Mesa, in Colorado, diventata uno dei simboli del movimento trumpiano che negava i risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2020, è stata rilasciata lunedì 1° giugno dal penitenziario statale di La Vista. La sua scarcerazione arriva dopo una pesante e prolungata campagna di pressione politica esercitata dallo stesso presidente Donald Trump sul governatore democratico dello stato, Jared Polis.
Peters, 70 anni, era stata condannata nel 2024 a nove anni di prigione per aver consentito l’accesso non autorizzato ai server della Dominion Voting Systems, permettendo inoltre la copia di dati sensibili per dimostrare i presunti brogli con cui Biden avrebbe sconfitto il tycoon.
Peters diffuse poi online video, foto e password dei sistemi di voto del Colorado. Alla fine, una giuria l’ha giudicata colpevole di quattro reati, tra cui il tentativo di influenzare un pubblico ufficiale, cospirazione per sostituzione di persona e violazione dei doveri d’ufficio. Ma a metà maggio, dopo aver scontato meno di un quarto della sua condanna, la sua pena è stata commutata da Polis.
Il governatore si è trovato al centro di una dura campagna di pressione pubblica e istituzionale orchestrata da Trump, che non poteva concedere la grazia presidenziale a Peters, essendo i reati per cui era stata condannata di livello statale e non federale. The Donald non lo ha solo attaccato sui media, ma lo ha anche escluso dagli incontri formali alla Casa Bianca con gli altri governatori e ha minacciato ritorsioni economiche e logistiche per lo stato che amministra.
Polis ha difeso la scelta di commutare la pena di Peters affermando che 9 anni per i suoi crimini, per quanto gravi, erano un lasso di tempo sproporzionato. La decisione di Polis ha però sollevato un’ondata di polemiche, con critiche ricevute dal Procuratore Generale del Colorado, Phil Weiser, e dai senatori Democratici John Hickenlooper e Michael Bennet, candidato a succedere Polis.
Persino la sua Segretaria di Stato, Jena Griswold, ha detto che l’atto del governatore “invia un messaggio pericoloso in merito alla responsabilità di coloro che attaccano le elezioni”. Del resto, era proprio questo l’obiettivo di Trump. Griswold ha aggiunto: “la liberazione di Peters incoraggerà anche il movimento negazionista delle elezioni; da quando le è stata concessa la grazia, ha continuato a diffondere falsità e teorie del complotto sulle elezioni”.
Infatti, immediatamente dopo il suo rilascio, Peters è apparsa in un’intervista sul podcast di Steve Bannon, dove non solo non ha mostrato alcun segno di pentimento, ma ha rilanciato nuove accuse, sostenendo che i Democratici stiano già pianificando brogli per le imminenti elezioni midterm del 2026. Peters ha concluso l’intervista dicendo di aver già inviato una lettera di ringraziamento al presidente.
Visto il livello tragico dei consensi verso Trump, è chiaro che la Casa Bianca, impegnata non solo in un cambio di atteggiamento tanto in politica estera quanto in quella interna, ma in un vero e proprio tentativo di ridisegnare pesi e contrappesi del sistema istituzionale stelle-e-strisce, sta preparando il terreno per le votazioni di metà mandato, che potrebbero segnare il fallimento del nuovo establishment che sostiene l’attuale amministrazione dopo appena due anni. O una definitiva torsione autoritaria.
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20/04/2026
Ennesima sconfitta legale del governo USA sul controllo delle liste elettorali
La sentenza rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi legali per la Casa Bianca, impegnata in una battaglia campale per centralizzare il controllo sulle liste elettorali, gestite a livello nazionale. Il DOJ ha già citato in giudizio almeno 30 Stati, sostenendo che l’acquisizione di liste elettorali non oscurate sia necessaria per garantire la sicurezza delle elezioni, contro possibili brogli.
Al momento, almeno 12 Stati hanno ceduto alle richieste, ma molti altri si sono opposti, poiché ciò rappresenterebbe una grave violazione della privacy e dell’autonomia costituzionale riconosciuta ai singoli stati nella gestione del voto. Quello del Rhode Island è il quinto caso in cui la magistratura stelle-e-strisce si esprime contro le richieste di Washington, dopo quelli della California, del Massachusetts, del Michigan e dell’Oregon.
Il giudice distrettuale Mary McElroy si è schierata con i funzionari statali e le associazioni per i diritti civili, affermando che il DOJ non possiede l’autorità per condurre quella che ha definito una fishing expedition (una spedizione di pesca) nei database statali. Gregg Amore, Segretario di Stato del Rhode Island, ha accolto con favore la decisione, lanciando un duro monito contro quelli che definisce come sconfinamenti costituzionali dell’esecutivo federale.
L’amministrazione Trump ha alzato il tiro nelle ultime settimane con diverse mosse coordinate. Il 31 marzo The Donald ha firmato un ordine esecutivo per creare un database nazionale dei cittadini, incrociando i dati sull’immigrazione ottenuti dal Dipartimento di Sicurezza (DHS) con quelli della previdenza sociale.
A ciò si accompagna la pressione sul Congresso per l’approvazione del SAVE America Act: una proposta per rendere più severi gli standard di documentazione per l’iscrizione nelle liste elettorali e per dimostrare la cittadinanza al momento del voto. Bisogna riconoscere che il sistema di voto statunitense è tutto fuorché inattaccabile (alla faccia del cuore della democrazia...), ma Trump sta evidentemente portando avanti una battaglia strumentale.
Il tycoon continua a sostenere, senza prove, che il sistema sia piagato da frodi diffuse e dal voto di non-cittadini. Tuttavia, i dati sembrano smentire l’allarme: su 60 milioni di nomi controllati dallo scorso aprile, attraverso il sistema SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) offerto dallo stesso DHS, solo lo 0,035% (21 mila persone) è risultato potenzialmente sospetto, con vari casi che sono stati poi attribuiti a mancanza di aggiornamenti o cambi di nome.
Insomma, il problema c’è, ma è marginale e non ci sono le condizioni perché possa incidere davvero sulle elezioni di metà mandato. Ma il vero obiettivo di Trump e compagnia non è “dire la verità”, quanto piuttosto costruire una narrazione che possa giustificare un intervento di Washington sulle liste elettorali in maniera preventiva, e inculcare un messaggio nell’opinione pubblica affinché, nel caso in cui alla fine i risultati non siano a proprio favore, poter denunciare l’illegittimità dei risultati.
Appare chiaro che queste manovre sono pensate come uno strumento utile per qualsiasi scenario si presenterà, e intanto servono per la ridefinizione dell’equilibrio tra i poteri statunitensi. Ma questo tipo di salti in avanti non sono facili da condurre mentre il consenso interno crolla, anche nel proprio elettorato MAGA a causa della fallimentare aggressione all’Iran. I risvolti futuri non si possono prevedere, ma quel che è certo è che l’ennesima sconfitta in tribunale polarizzerà ancora di più il panorama politico.
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21/03/2026
La “tigre di carta” e gli artigli sul mondo
Nel breve volgere di poche ore abbiamo avuto sei-paesi-sei (Francia, Germania, Olanda, Italia, Giappone e Gran Bretagna) che si sono offerti di dare una mano per riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall’Iran come misura di “guerra asimmetrica”, ma preferibilmente dopo un cessate il fuoco stabile.
I cinque europei di questa lista fanno anche parte – e importante – della Nato, che però nella giornata di ieri ha deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq (dopo 23 anni) a causa dei molteplici attacchi cui sono sottoposte a seguito della guerra nel Golfo Persico. Un segnale, diciamo, decisamente di segno opposto.
“Si tratta di un ritiro temporaneo. Sono preoccupati per la situazione”, ha fatto sapere il portavoce dell’Alleanza Alisson Hart. “Possiamo confermare che stiamo rimodellando il nostro dispiegamento nell’ambito della missione Nato in Iraq. La sicurezza del nostro personale è di primaria importanza”. E la migliore sicurezza possibile si trova nel togliersi dai piedi...
Contemporaneamente il presidente Donald Trump si è scagliato proprio contro gli alleati nella Nato – di cui gli USA sono l’elemento-guida sin dalla nascita – per il fatto che nessuno dei paesi da lui citati si sia mostrato entusiasta di contribuire a sbloccare subito lo Stretto di Hormuz, definendoli letteralmente “codardi” e minacciando “ce ne ricorderemo”.
“Senza gli Stati Uniti, la NATO è una tigre di carta!”, ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social. “Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che la battaglia è stata vinta militarmente, con pochissimi rischi per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio”. Diciamo che Trump ha scomodato Mao Zedong un po’ inconsapevolmente, confessando però, senza volerlo, un’impotenza storica che in qualche modo il Grande Timoniere aveva compreso...
Fermamente convinto – forse – di essere comunque un “vincente” che può imporre la propria volontà a tutti, Trump è però costretto a scoprire che qualsiasi cosa faccia o dica produce risultati che gli si ritorcono immediatamente contro. Perché agire unilateralmente in un mondo complesso significa mettere in moto ad ogni passo una catena di effetti in gran parte incontrollabile persino quando sono – ognuno singolarmente – prevedibili.
Ad esempio, il prezzo del petrolio e del gas. Scatenando una guerra nell’area più ricca di idrocarburi si doveva sapere che la prima conseguenza sarebbe stata il rialzo drastico dei prezzi. Ma poiché anche gli Usa sono un paese produttore, per quanto ormai solo con giacimenti di scisto molto costosi da sfruttare (costo di produzione intorno ai 50-60 dollari al barile), il problema è stato visto come una mezza soluzione: “ci faremo un sacco di soldi!”
In teoria sì, ma solo come produttore. Siccome però sei il presidente di un paese con quasi 350 milioni di abitanti, con un territorio estesissimo e grandi distanze da coprire anche solo per andare al lavoro, quell’“extraprofitto” di quasi il 30% come produttore significa immediatamente anche una corrispondente spesa supplementare per i cittadini-consumatori. Che dovrebbero votarti tra pochi mesi nelle elezioni di midterm.
È finita? No, naturalmente. Si potrebbe pensare che comunque saranno rimaste contente almeno le compagnie petrolifere statunitensi, premiate da un insperato aumento dei prezzi. E invece no, neanche loro.
Proprio la necessità di tranquillizzare i cittadini-consumatori statunitensi e i mercati di tutto il mondo, ha spinto Trump ad assicurare che la guerra finirà comunque presto, e “quando tutto questo sarà finito, i prezzi del petrolio crolleranno molto, molto rapidamente”.
Ma questo messaggio contrasta frontalmente con l’altro che lo stesso Trump aveva ripetuto all’inizio del nuovo mandato: “Drill, drill, drill”. Ossia “Trivellate! Aprire nuovi pozzi di estrazione”. Ma trivellare significa fare investimenti, ossia perdere soldi nell’immediato. E oggi i petrolieri gli fanno notare che «Il Segretario del Tesoro Scott Bessent afferma che i prezzi del petrolio caleranno tra qualche mese. Ci vogliono diversi mesi per allestire una piattaforma di perforazione e iniziare a trivellare da zero. Perché dovrei espandere la mia campagna di trivellazione ora, se i prezzi crolleranno?».
It’s the economy, stupid!
La frustrazione dell’impero è palpabile e rischia di scaricarsi in una nuova tappa dell’escalation, invece che – come auspicato ormai anche dalla maggioranza straripante del Mondo e della stessa America – nella ricerca di una via d’uscita possibilmente rapida.
Si sommano le notizie circa l’invio di qualche migliaio di marines, probabilmente per assaltare l’isola di Kharg, terminale petrolifero del 90% della produzione iraniana. Non sarebbe un’impresa impossibile, militarmente, ma sarebbe una bomba atomica in un mercato del greggio già disastrato (persino Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency, ha definito questa guerra come «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia»).
Non ci sarebbe neanche il dubbio su come reagirebbe l’Iran, che appare tutt’altro che svuotato di energie, droni e missili.
Ma non basta ancora. Rompendo forse definitivamente gli equilibrismi obbligati tra l’adesione alla Nato e le nostalgie dell’impero ottomano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha schierato la Turchia e il suo esercito – il secondo per dimensioni nell’Alleanza atlantica, ed anche il secondo più abituato a combattere – in una nuova e imprevista configurazione strategica, di cui nessuno aveva avuto pienamente sentore.
Parlando nella sua città natale, Rize, sulla costa del Mar Nero, nel venerdì di chiusura del Ramadan, ha detto quel che sembrava indicibile al di fuori delle formazioni islamiste più radicali: “Questo Israele sionista ha ucciso centinaia e migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa Egli, ‘il dominatore’ (Al-Kahrar), schiacciare e distruggere Israele”.
Gli unici musulmani sunniti fin qui apertamente schierati contro Israele erano i palestinesi, ma più per la politica genocida dell’occupazione che non per scelta “religiosa” (erano il popolo arabo più laico e tollerante, prima della Nakba). L’“asse della Resistenza” unisce da anni soltanto gli sciiti (maggioritari in Iran, in gran parte dell’Iraq, nello Yemen, ma con forti comunità anche nei paesi del Golfo, oltre che in Siria e Libano).
Ma qui abbiamo ora un paese della Nato, piazzato in Medio Oriente, che invoca il fulmine divino sul pilastro sionista dell’Occidente nella regione. Se vi sembra un particolare irrilevante...
A quanto pare la politica terroristica di Israele sta facendo maturare l’ostilità radicale anche tra i sunniti che governano (nei popoli era già straripante, come ha potuto verificare ogni turista), ponendo le basi per una prima impensabile sintonia tra i musulmani. Sono due miliardi, il 25% della popolazione mondiale. Qualcuno – ad esempio il Pakistan – persino con l’atomica.
Le contraddizioni dell’imperialismo brillano negli sfrondoni di Trump, ma non c’è nulla da ridere. Al bivio tra escalation e via d’uscita si gioca la storia del mondo. E della sopravvivenza dell’umanità.
Fonte
11/03/2026
USA - Trump cerca di mettere le mani sulle liste degli elettori in vista delle elezioni di mid term
Il disegno di legge è già passato alla Camera in febbraio, ma al Senato ha bisogno di una maggioranza di 60 voti, mentre per ora i numeri stanno a 53 contro 47 dell’opposizione. The Donald sta facendo pressioni perché si utilizzi un meccanismo parlamentare particolare, il Filibuster Talking, che permetterebbe una maggioranza di 51 voti per approvare la norma. Ma ci sono varie resistenze, considerando inoltre che potrebbe occupare un tempo sostanziale delle attività del Senato.
Del resto, la riforma che sta spingendo Trump rappresenta un intervento sostanziale sulla prassi elettorale degli States. I vari stati dell’Unione hanno procedure differenziate per il riconoscimento degli elettori al momento del voto, i quali sono inoltri tenuti a registrarsi nelle liste elettorali per poter esercitare il proprio diritto.
La nuova legge significherebbe il dover portare una serie di prove di cittadinanza che potrebbero scoraggiare ampie fasce di elettori dal recarsi presso le urne, in particolare i cittadini statunitensi che hanno però già osservato le tecniche e la brutalità della profilazione razziale operata dall’ICE. Finire sotto i loro riflettori è qualcosa che si vuole comprensibilmente evitare.
Oltre a questo, significa un’ingerenza pesante del governo federale in un campo che è tradizionalmente di competenza dei singoli stati. E infatti, durante “l’assedio” di Minneapolis condotto attraverso l’ICE, una delle richieste della Casa Bianca per richiamare gli agenti federali era di fornire le liste degli elettori dello stato tradizionalmente democratico. Il Dipartimento di Giustizia ha esercitato simili pressioni su quasi tutti gli stati.
Con il nuovo disegno di legge, gli stati sono costretti a confrontare le proprie liste elettorali con un database federale, per identificare eventuali elettori non cittadini. Questo darebbe a Washington un’importante leva sulla definizione delle liste legittime di elettori. Sebbene il voto dei non cittadini sia ovviamente già illegale e statisticamente rarissimo, Trump continua a sostenere che questo sia un problema prioritario.
A gennaio, l’FBI ha sequestrato i verbali e le schede elettorali della contea di Fulton, in Georgia, relativi alle presidenziali del 2020. Il tycoon ha sempre dichiarato che lo stato gli è stato “rubato” all’epoca, ma questa mossa ha avuto probabilmente la funzione di esaltare e ricompattare il proprio elettorato più che quella di trovare le prove mai esibite del broglio denunciato.
Difatti, il post sul SAVE America Act arriva in un momento critico della seconda amministrazione Trump. Il banditismo imperialista nei confronti del Venezuela prima e dell’Iran poi ha incontrato pane per i suoi denti a Teheran, e la Casa Bianca non può dichiarare guerra al mondo intero per evitare che si parli degli Epstein files, in cui il miliardario di New York è largamente presente.
Le elezioni di metà mandato non si prospettano come vittoriose per l’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma da mesi l’appuntamento del prossimo novembre è indicato come un momento dirimente nel tentativo di ridefinire l’equilibrio dei poteri nell’assetto istituzionale stelle-e-strisce. Il tentativo di mettere le mani sulle liste degli elettori è parte di questo “dirottamento” del processo elettorale.
L’idea di una stretta autoritaria nella già disfunzionale e plutocratica democrazia statunitense aleggia in settori repubblicani da tempo, e ora che l’establishment MAGA ha fatto passi significativi verso il riposizionamento generale del paese, non si può permettere di perdere il controllo del paese. I tempi sono quelli della guerra, e come riflesso automatico anche la dialettica politica interna deve essere limitata al minimo.
Il SAVE America Act, in sostanza, è la mossa da “poliziotto buono” della Casa Bianca. L’ipotesi di fare il “poliziotto cattivo” e rompere la cornice costituzionale, fare un vero e proprio colpo di stato (dopo l’assalto a Capitol Hill del 2021) non è così assurda. Il fronte interno ha però mostrato di non essere passivo di fronte a una deriva di questo tipo. La partita è aperta, e si gioca forse più sull’andamento dei conflitti aperti da Trump, e sulle sue beghe giudiziarie, che sul terreno delle politiche domestiche.
Fonte
06/03/2026
Come uscire dalla guerra? Usa in cerca di vie di fuga...
Eravamo andati a dormire con nelle orecchie la pretesa di Trump di “essere coinvolto nella scelta del successore di Khamenei”, perché la scelta di Mojtaba – figlio secondogenito della fu Guida Suprema – era per lui “inaccettabile”. Come per tutto ciò che il tycoon dice, è obbligatorio ricordare i princìpi in base a cui si muove: – negare sempre, anche l’evidenza; – non ammettere mai una sconfitta; – attaccare sempre, trasformando (a parole) un intoppo in un successo.
In una guerra, specie se iniziata senza un obbiettivo strategico e politico chiaro, di intoppi ce ne sono parecchi ogni giorno. E così assistiamo a una lista infinita di “esternazioni” che si accavallano, si negano reciprocamente, danno l’idea del caos che sicuramente c’è, ma non proprio come viene descritto.
Dunque è completamente inutile mettersi a spiegare che la pretesa di scegliere il successore del “papa sciita” – il vertice di una religione che, come quasi tutti, qui nell’Occidente, conosce forse solo per sentito dire – è semplicemente ridicola, oltre che impossibile.
La domanda è: perché dice una stronzata così grossa? Guardando alla guerra e alle sue possibili soluzioni, invece, risulta abbastanza evidente che – non essendoci, come detto, un obbiettivo chiaro – stia cercando di predisporre una serie di “punti di caduta” che gli permettano di “dichiarare la vittoria” appena possibile.
Non un “piano”, ma diverse “vie d’uscita” mediaticamente spendibili. Una guida suprema diversa dal figlio di Khamenei – non importa se magari ancora più intrattabile per gli Usa – potrebbe essere una buona scusa per fermare l’offensiva prima che entri crisi. C’è ovviamente un “se” piuttosto grande: Mojtaba è già stato indicato come successore, dunque Trump deve sperare che il Mossad – come del resto anticipato da Katz, ministro della difesa israeliano – riesca ad eliminarlo costringendo così il “consiglio degli esperti” a scegliere qualcun altro. Chiunque esso sia.
Cercare una via d’uscita a chiacchiere è sempre indizio di una difficoltà. Quella più chiara, precisata anche in termini quantitativi dagli esperti militari, riguarda la ridotta disponibilità di missili anti-missile (Patriots, Thaad, ecc.) negli arsenali Usa.
Ci viene spiegato che quasi tutti sono già stati usati per la guerra in Ucraina e nella “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, sempre contro l’Iran. E che le industrie statunitense ne producono circa 6/7 al mese. Mentre le fabbriche iraniane sfornano almeno un centinaio di missili balistici nello stesso lasso di tempo.
Ulteriore complicazione. Per abbattere un missile in arrivo servono almeno tre intercettori, sempre che la velocità di arrivo non si avvicini al supersonico. Ma l’Iran non lancia soltanto missili, ma anche droni, di cui ha grande disponibilità. In più i missili intercettori statunitensi costano tra i 2 e i 3 milioni l’uno, mentre missili e droni di Teheran sono decisamente economici (i droni Shahed circa 10.000 dollari a pezzo).
Al dunque, il rischio di restare senza copertura antimissile per le basi Usa nell’area e soprattutto per l’Iron Dome israeliano, è fortissimo e soprattutto a breve scadenza. Una volta esaurite le scorte, droni e missili pioverebbero sugli obbiettivi rendendo insopportabile il costo materiale ed umano del conflitto anche per gli aggressori. Persino Israele dovrebbe per un attimo uscire dal sogno tossico del dominio su base biblica...
Dunque, serve qualcosa per dichiarare “vittoria” prima di allora. Lo schieramento di truppe sul terreno, come “svolta”, appare e scompare alla velocità della luce. Sì alla mattina, forse al pomeriggio, mai nella tarda serata. Stamattina siamo al “sarebbe una perdita di tempo”, con buona pace di parte di alcune (non tutte) le fazioni curdo-irachene che si ipotizzava fossero disponibili.
Del resto, sempre gli analisti militari ricordano che per la guerra a Saddam fu necessario mettere sul terreno 500.000 uomini, perdendone poi un numero tale da rendere la “missione” tutt’altro che un successo. Anzi...
Per l’Iran, che è un paese molto più grande, più popoloso, con una grande e solida storia nazionale alle spalle e milizie composte da milioni di uomini, lo sforzo dovrebbe essere anche più ampio. Servono tempi lunghi per portarli fino al teatro di guerra, non ce ne sono abbastanza al momento disponibili (bisognerebbe arruolarne altri, formarli, addestrarli, ecc.)... E soprattutto il risultato resterebbe lo stesso altamente incerto.
Sommando queste e altre notizie – come l’attacco con droni alla portaerei Lincoln, che se confermato sarebbe un colpo alla pretesa di “invulnerabilità” che accompagna la imprese militari israelo-americane – si capisce che per il tycoon c’è la necessità urgente di trovare una via d’uscita facile e spendibile.
I problemi gli si stanno accumulando sul tavolo, anche sul piano interno. Ogni elezioni locale si tramuta per lui in una sconfitta sanguinosa, al punto che le elezioni di midterm (a inizio novembre) sembrano già ora una possibile Caporetto. Persino il Texas è diventato uno swinging state...
Le sue politiche contro l’immigrazione sono state così violente da provocare reazioni popolari inattese, e non solo nel “democratico” Minnesota. Al punto che ieri, Trump ha dovuto annunciare il licenziamento in tronco della sua “ministra degli interni”, quella sociopatica di Kristy Noem diventata famosa per l’ICE, le foto provocatorie e pure per aver sparato al suo cane perché “inutile”.
Ma quando devi cominciare a mettere toppe da tutte le parti, vuol dire che la struttura dell’edificio sta tremolando...
Puoi ancora parlare vantando successi stratosferici, ma non appena l’occhio cade su qualche dettaglio reale, si vede che stai raccontando palle. E in un guerra questo è di solito fatale...
In aggiornamento
L’Iran colpisce la portaerei statunitense Abraham Lincoln
Il quartier generale centrale iraniano Khatam Al-Anbiya ha dichiarato che la portaerei statunitense Abraham Lincoln è stata colpita dai droni del paese.
“La portaerei Abraham Lincoln, che si era avvicinata a 340 chilometri dai confini marittimi dell’Iran nel Mar dell’Oman nel tentativo di gestire lo stretto di Hormuz, è stata colpita da droni della Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana”, ha detto il portavoce del quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya.
Il portavoce ha aggiunto che la nave è rapidamente fuggita con i suoi cacciatorpediniere, e ora è a migliaia di chilometri dalla regione. Stavolta il Pentagono non ha smentito la notizia.
(Dall’agenzia iraniana Tasnim)
L’Iran afferma che più di 3.600 siti civili sono stati danneggiati negli attacchi USA-Israele
Più di 3.600 siti civili sono stati danneggiati in attacchi che l'Iran attribuisce agli Stati Uniti e a Israele, secondo le cifre diffuse dalla Mezzaluna Rossa iraniana, citate dal governo iraniano su X.
Secondo quanto riferito, il capo della Mezzaluna Rossa iraniana ha detto che finora sono state prese di mira 3.643 località civili, tra cui 3.090 case, 528 centri commerciali, 13 strutture mediche e nove centri di mezzaluna rossa.
Il funzionario ha detto che diversi importanti ospedali sono stati danneggiati, tra cui Khatam Hospital, Gandhi Hospital e altri centri di riabilitazione e benessere.
Le autorità iraniane hanno detto che alcuni pazienti sono rimasti feriti quando le strutture ospedaliere sono crollate durante i bombardamenti, mentre strutture come il Valiasr Burn Hospital erano state rese inutilizzabili.
La Mezzaluna Rossa iraniana ha detto che i rapporti che documentano il danno erano stati presentati al Comitato internazionale della Croce Rossa e ad altri organismi internazionali per potenziali azioni legali.
Fonte
04/03/2026
I congiurati della banda Trump
Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.
Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.
Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.
Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.
Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.
Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.
Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.
Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».
L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.
«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.
Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?
Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.
Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.
Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.
Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.
Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.
Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.
Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?
Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.
Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.
Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.
Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.
Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale».
Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.
Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’».
Imporre. Come, se non con la forza?
Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».
Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.
Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.
Fonte
Si aprono scenari da perfetta Civil war.
30/01/2026
USA - Perché il Minnesota è diventato il laboratorio del metodo trumpiano di governo
Da una parte l’evidente incapacità di svolgere le proprie funzioni senza seminare morti e feriti da parte di sgherri senza quel minimo di intelligenza/conoscenza da capire cosa si possa fare e cosa no, dall’altra le mobilitazioni popolari e la capacità di adattarsi da parte delle reti nate per opporsi all’ICE. Questo è valso per Minneapolis, ma in piazza sono scese centinaia di migliaia di persone in tutto il paese.
Questi elementi hanno costretto la Casa Bianca non a fare un passo indietro, ma sicuramente a tirare il freno, e anche a scoprire le carte: Pam Bondi, a capo del Dipartimento di Giustizia, ha inviato una lettera al governatore Tim Walz, lo scorso sabato, mettendo in chiaro i termini del ritiro dell’operazione “Metro Surge”, che ha portato 3mila agenti federali nell’area metropolitana di Minneapolis-Saint Paul.
Il primo nodo è la revoca dello status di “sanctuary city”, ovvero le giurisdizioni che limitano la collaborazione delle autorità locali nell’applicare le leggi federali sull’immigrazione. Non significa che lì tali leggi non valgono, ma che “le forze dell’ordine statali applicano le leggi statali”, come ha detto Walz.
È una scelta che riguarda molte città e interi stati: non è, insomma, un elemento “eccezionale” di Minneapolis. Tuttavia, Trump ha invocato la “supremacy clause”, che impone la supremazia delle norme federali sull’azione delle amministrazioni locali. Di conseguenza, sia Walz sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sono stati messi sotto indagine dal Dipartimento di Giustizia per “ostruzione” degli agenti ICE.
Il secondo nodo è quello della fornitura a Washington delle liste di coloro che stanno ricevendo sussidi assistenziali pubblici. Il motivo è nell’attacco mosso alle comunità di immigrati sulla base di uno scandalo emerso anni fa intorno a un’organizzazione no-profit dal nome Feeding Our Future. Nonostante sia ormai chiusa da quattro anni circa, è diventato il cavallo di battaglia della destra più retriva.
In poche parole, un programma per l’acquisto di pasti per le famiglie povere ha riempito le tasche di chi era dietro questa organizzazione, ma il cibo che si dichiarava di distribuire semplicemente non esisteva. Le indagini hanno rivelato casi simili anche per vari servizi di psicoterapia e formazione professionale, per un totale di oltre un miliardo di dollari.
Degli 87 incriminati per frode, oltre sessanta sono già stati condannati: si parla, in sostanza, di un capitolo fraudolento che è però vicino a chiudersi. Ma il tema è che 78 di questi imputati sono somali. In Minnesota vive la più grande comunità somala degli States: oltre 80 mila persone di cui comunque oltre la metà è nata negli USA, mentre l’87% dei restanti ha già ottenuto la cittadinanza statunitense.
Ma l’occasione era troppo ghiotta per chi costruisce il proprio “capitale politico” sull’ipoteca del melting pot, un tempo vanto del paese. E così, il 13 gennaio, il governo ha deciso di revocare lo status TPS (Temporary Protected Status) esteso a tanti somali dopo lo scoppio della guerra civile nel paese africano, nel 1991. In questo modo, 4 mila somali regolarmente residenti si sono trasformati da un giorno all’altro in soggetti a rischio espulsione. Prede per i “cacciatori” dell’ICE...
È però la terza richiesta di Bondi a rivelare il vero obiettivo di Washington: “consentire alla divisione per i Diritti civili del dipartimento di Giustizia di accedere alle liste elettorali per confermare che le pratiche di registrazione degli elettori siano conformi alla legge federale”. Per quanto lo si voglia giustificare con la verifica che non ci siano brogli legati proprio all’iscrizione degli immigrati, il nodo è chiaro: le elezioni di mid term.
L’amministrazione Trump ha lanciato quella che ha definito “la più vasta operazione anti-immigrazione di sempre” non per combattere “la criminalità” (basta guardare la facilità con cui gli sgherri dell’ICE arrestano persone sulla base di colore della pelle e accento, a prescindere dal loro status giuridico), ma per far fronte alla perdita di consenso che potrebbe fargli perdere anche la maggioranza al Congresso, il prossimo novembre.
In questa prospettiva, il Minnesota si presenta come lo stato ideale per fare da laboratorio a un metodo di governo da sperimentare in vista di questo passaggio fondamentale. La comunità somala è la più grande del paese, come detto, ma oltre tre quarti della popolazione dello stato è bianca.
A livello politico, il Minnesota è un fortino dei democratici in maniera ininterrotta dal 1976. Il governatore Walz era stato indicato da Kamala Harris come suo vicepresidente, e ha annunciato che non si ricandiderà alle imminenti elezioni statali. Nel 2019, Ilhan Omar, nata a Mogadiscio e rifugiatasi negli States, è stata eletta alla Camera: è stata una delle prime due deputate musulmane del Congresso.
Da anni sotto attacco diretto e personale da parte di Trump, il clima di odio creato intorno alla sua persona ha portato all’aggressione con una sostanza non identificata proprio un paio di giorni fa, durante un incontro pubblico. Il tycoon ha addirittura insinuato che la deputata abbia inscenato l’accaduto, per sfruttare il momentum politico.
Il Minnesota è anche lo stato di George Floyd. L’omicidio avvenuto il 25 maggio 2020 scatenò il movimento Black Lives Matter, che infiammò gli USA negli ultimi mesi del primo mandato di Trump. Inoltre, portò a una dura critica della polizia, fino a promuovere il taglio dei fondi ad essa dedicati. Da allora a oggi, il numero di poliziotti di Minneapolis è diminuito da oltre 900 a circa 600.
È bene, dunque, unire i puntini di tutti questi elementi. Il Minnesota già nel 2020 ha rappresentato un’area di rivalsa sul problema strutturale e irrisolto del razzismo negli Stati Uniti, su cui i MAGA hanno costruito le loro fortune. Inoltre, questo ha portato a un ridimensionamento delle forze di polizia, con un duro colpo per tutti coloro che, come un Salvini nostrano, sono sempre “dalla parte della divisa”, anche quando questa si presenta come una squadraccia fascista fuori di cranio.
Un tale ridimensionamento ha inoltre permesso alla destra conservatrice di dipingere la città come un territorio fuori controllo, facendo leva sull’enorme scandalo di Feeding Our Future per rafforzare questa narrazione. Questo ha visto un preponderante coinvolgimento di figure di origine somala (nonostante il numero irrisorio rispetto alla totalità della comunità residente). Il modello dell'“immigrato che deruba gli Stati Uniti” è stato dato in pasto a un elettorato che non vedeva l’ora di “avere le prove” dei propri sospetti.
In questo modo, è stato preparato il terreno, nell’opinione pubblica, per un’imponente dispiegamento di agenti anti-immigrazione in uno stato per lo più “bianco”, e in cui anche la stragrande maggioranza dei somali è fatta di cittadini statunitensi. Allo stesso tempo, attraverso la modifica dello status di protezione, è stata creata una “riserva” di somali, grande all’incirca il doppio delle forze federali inviate, che da un giorno all’altro è passata dall’essere legalmente residente a oggetto di espulsione dal paese.
Un obiettivo – non l’unico, ovviamente, ma sicuramente il principale negli intenti politici – costruito per via amministrativa, controllabile da una forza massiccia ma non immersa in un contesto demografico largamente multietnico, in una di quelle che non è certo tra le metropoli strelle-e-strisce più grandi. Insomma, un bersaglio perfetto per un’operazione di polizia che doveva avere, in realtà, obiettivi prettamente politici.
E con questi, non va intesa semplicemente la strumentalizzazione di tematiche migratorie, giudiziarie e di sicurezza per mettere in cattiva luce uno dei più saldi governi “democratici” (che, è bene ricordarlo, sono stati promotori di deportazioni di fatto pari a quelle di Trump, ma senza le fanfare). Il tema che preoccupa la Casa Bianca, come detto, è quello delle elezioni mid term.
Ottenere le liste elettorali di una roccaforte democratica, gettando ombre sul ruolo degli immigrati per possibili brogli elettorali, è il quadro perfetto per addossare alla controparte politica (tra le cui fila un’esponente di punta è appunto somala) la responsabilità del rinvio, se non persino dell’eventuale annullamento della tornata elettorale.
Ad ogni modo darebbe maggiori strumenti per contestare i risultati, come fatto ai tempi dell’elezione di Biden: manipolare l’afflusso di votanti, facilitare la creazione di disordini ai seggi, rendere non certificabili i numeri delle urne, magari addirittura arrivando all’extrema ratio di sospendere le elezioni durante il loro svolgimento, se il sentore è quello di una sonora sconfitta in arrivo.
Ma anche in questo caso, bisogna provare ad analizzare ciò che potrebbe accadere il giorno dopo una scelta del genere, sforzandosi di ragionare su quali scenari si aprono negli States, visti i profondi riflessi che potranno avere per il mondo intero. Pensando al livello di scontro già raggiunto nel paese, è facile immaginare che la rottura con la legalità costituzionale, comunque mascherata, darà vita ad una nuova esplosione di mobilitazioni.
La risposta, Trump, ce l’ha pronta da tempo, e l’ha persino già evocata in riferimento alle proteste di Minneapolis: l’Insurrection Act. Una norma vecchia di 200 anni, usata 30 volte nella storia stelle-e-strisce, che permette di dispiegare l’esercito per imporre il rispetto della legge federale. Un provvedimento, inoltre, che affida poteri straordinari al presidente.
Potremmo dire: due piccioni con una fava. Bisogna però fare uno sforzo ulteriore per andare oltre alla semplicistica narrazione del pazzo che vuole diventare un sovrano assoluto. Perché anche la sfida aperta da The Donald sullo status di “sanctuary city” di Minneapolis non è solo una sfida a un’amministrazione democratica, ma è una sfida a una condizione legittimata negli emendamenti costituzionali.
È stato già detto ed è stata avvalorata da molte dichiarazioni l’ipotesi di una rottura costituzionale con le prossime elezioni mid term. A una tale rottura non può che seguire una ridefinizione dell’assetto di potere. Vari settori repubblicani (non, dunque, UN pazzo), alcuni tra quelli più reazionari, tempo fa avevano promosso il rafforzamento del ruolo del presidente, e una contemporanea compressione dei diritti civili e in particolare di quelli dei migranti.
Questa agenda politica l’avevano messa per iscritto: le 900 pagine del Project25 redatte dalla Heritage Foundation. Anche se Trump non ha mai pubblicamente aderito a queste linee, le idee perorate in quel testo sono perfettamente in linea con il suo agire politico, e con la ridefinizione dell’assetto costituzionale che sembra promuovere in maniera solo fintamente reattiva nel braccio di ferro degli eventi USA.
Non si tratta insomma di un “colpo di testa” da matto. Abbiamo visto come, anche tra le sue fila, ci siano state maretta e defezioni, e come anche il Congresso abbia votato per impedire qualsiasi ulteriore azione militare senza il suo consenso, dopo il rapimento di Maduro.
Per condurre una politica estera spregiudicata come quella delineata da Trump nell’ultimo anno serve velocità nel prendere le decisioni e un fronte interno incapace di opporre un dissenso efficace, vuoi per i meccanismi farraginosi della “democrazia” o per la diretta repressione.
Se la crisi economica ed egemonica statunitense ha prodotto Trump come tentativo reazionario di aggrapparsi al proprio ruolo di prima potenza mondiale, risulta logico pensare alle sue politiche come all’espressione assertiva – per dirla eufemisticamente – di questa forma particolare di deriva bellicista, incentrata sulle Americhe e non sulla NATO, con le altre potenze occidentali che devono investire negli USA e pagare l’industria delle armi stelle-e-strisce se non vogliono essere strozzate.
Questo tipo di scommesse politiche (come sono tutte le guerre, nelle loro varie forme) devono essere vinte anzitutto sul fronte interno, per avere la possibilità di risultare vincenti anche su campi di battaglia lontani. E le “noie” e “apparenze” della democrazia aiutano poco una bestia ferita che, persa la presa sul mondo, scalcia e azzanna per rimanere il “re della giungla” (altro che il “giardino” di Borrell!).
Certo, le variabili di questa scommessa sono anche altre (la bolla finanziaria e lo scontro con la FED, ad esempio), e lo abbiamo scritto: “l’America che si è affidata a Trump appare un gigante miope che avanza a tentoni, spostando cose e rompendo paesi, equilibri, consuetudini e regole... ma senza più un obiettivo condivisibile anche per buona parte del resto del mondo”.
Ovviamente, le organizzazioni politiche – o le redazioni dei giornali – non prevedono il futuro, ma possono ipotizzare gli scenari e preparare gli strumenti necessari a navigarli. Ragionare sui sintomi di quel che succede negli USA, e quali possano essere gli sviluppi, è oggi centrale per chi, nonostante tutto, deve ancora affrontare la NATO come principale vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di alternativa.
Un ultimo appunto.
L’amministrazione Trump ha anche sollevato, senza prove, l’accusa per cui parte dei fondi sottratti nello scandalo della Feeding Our Future sia andata a finanziare Al-Shabaab, quella che è sostanzialmente la cellula di al-Qaeda in Somalia. Contro i gruppi terroristici islamici della Somalia, Washington ha ultimamente condotto vari attacchi.
Ma la cancellazione dello status di protezione per tanti somali, rinnovato proprio in virtù della guerra civile, può in un qualche modo essere preludio a un cambio di approccio? Può rappresentare anche uno strumento di pressione sulla questione del Somaliland, che tanto sta a cuore a Israele? Come detto, gli scenari statunitensi hanno un riverbero che va ben oltre l’emisfero occidentale.
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