Lunedì La Paz si è svegliata senza mezzi pubblici e con molteplici manifestazioni che hanno aggravato il blocco di veicoli e pedoni in diverse zone della città. La carenza di benzina ha ridotto anche la circolazione dei minibus e causato lunghe code alle stazioni della funivia.
La crisi ha provocato anche punti di blocco nell’area meridionale di La Paz. Su Avenida del Poeta e nel settore di Calle 8 a Calacoto, si sono viste lunghe file e proteste di automobilisti che cercavano di fare rifornimento.
Parallelamente, diverse mobilitazioni hanno marciato verso il centro della città. Una marcia è scesa da Pampahasi e Villa San Antonio, mentre un’altra colonna ha percorso Poeta Avenue dalla zona sud.
La manifestazione più grande è arrivata come di consueto da El Alto ed è avanzata verso il centro di La Paz in mezzo a una forte spiegamento di polizia. I manifestanti sono arrivati vicino al centro politico e amministrativo della sede del governo.
La mancanza di carburante, i blocchi e le proteste hanno aggravato la crisi di mobilità a La Paz, dove migliaia di cittadini hanno avuto difficoltà a muoversi in una giornata segnata da tensioni e congestione.
Il tentativo del governo boliviano di rompere la paralisi del paese attraverso un cosiddetto “corridoio umanitario” ha portato sabato a una giornata di violenza che ha aggravato la crisi istituzionale. L’operazione, condotta congiuntamente da polizia e forze militari sulla strada principale che collega La Paz con Oruro, si è conclusa con una serie di feriti, arresti e la morte di un manifestante.
Si tratta di Víctor Cruz Quispe, un giovane membro della comunità colpito da un proiettile da arma da fuoco nei pressi della città di Vilaque. Sebbene sabato sera il portavoce presidenziale, José Luis Gálvez, abbia pubblicamente negato l’esistenza di morti e assicurato che le forze dell’ordine avevano usato solo gas lacrimogeni, il rilascio di un certificato di morte presso l’Hospital de Clínicas de La Paz e le successive dichiarazioni dell’Ufficio del Procuratore Dipartimentale hanno finito per smentire la versione ufficiale.
Parallelamente allo scenario delle mobilitazione nelle strade, il partito di governo ha ottenuto un passaggio chiave per contrastare il conflitto sociale che va avanti da settimane. Il Senato ha approvato l’abrogazione della Legge 1341 sullo Stato di Emergenza. Si tratta di un regolamento approvato nel 2020 che limitava i poteri presidenziali nel decretare misure straordinarie. Con il sostegno della maggioranza e l’unica opposizione di tre parlamentari legati al vicepresidente Edmand Lara, la Camera Alta ha eliminato il precedente controllo parlamentare e l’obbligo di fissare limiti temporali su questo tipo di decreto.
Se l'abrogazione del regolamento sarà ottenuta anche alla Camera dei Deputati, il presidente Rodrigo Paz avrà la via libera per dettare lo stato d’assedio in Bolivia senza restrizioni procedurali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2026
Bolivia - Si acutizza il conflitto. Il governo punta allo stato d’emergenza
04/03/2026
I congiurati della banda Trump
«Ci troviamo in una situazione di cui il Presidente è consapevole: ci sono interessi stranieri che interferiscono nei nostri processi elettorali. Questo crea un’emergenza nazionale che il Presidente deve essere in grado di gestire».
Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.
Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.
Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.
Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.
Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.
Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.
Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.
Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».
L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.
«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.
Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?
Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.
Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.
Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.
Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.
Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.
Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.
Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?
Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.
Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.
Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.
Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.
Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale».
Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.
Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’».
Imporre. Come, se non con la forza?
Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».
Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.
Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.
Fonte
Si aprono scenari da perfetta Civil war.
Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.
Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.
Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.
Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.
Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.
Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.
Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.
Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».
L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.
«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.
Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?
Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.
Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.
Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.
Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.
Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.
Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.
Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?
Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.
Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.
Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.
Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.
Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale».
Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.
Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’».
Imporre. Come, se non con la forza?
Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».
Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.
Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.
Fonte
Si aprono scenari da perfetta Civil war.
16/05/2024
Rivolta indipendentista in Nuova Caledonia, Parigi impone il coprifuoco
Durante la notte tra lunedì e martedì, in Nuova Caledonia, gli aderenti ad alcune organizzazioni che chiedono l’indipendenza dalla Francia hanno dato vita ad una rivolta nel territorio d’oltremare di Parigi che sorge in Melanesia, a circa 1500 km ad est dell’Australia e a 17 mila km da Parigi.
«Armi di grosso calibro e fucili da caccia sono stati utilizzati per sparare contro i gendarmi» ha detto nel corso di una conferenza stampa l’Alto commissario Louis Le Franc, che rappresenta il governo di Parigi nell’arcipelago del Pacifico colonizzato a metà dell’Ottocento e che conta attualmente circa 270 mila abitanti.
I disordini maggiori si sono verificati a Noumea, il capoluogo della Nuova Caledonia, dopo che l’Assemblea nazionale di Parigi ha avviato la discussione sulla revisione costituzionale sullo status dell’arcipelago che porterebbe ad un ridimensionamento del relativo autogoverno concesso alla colonia, ovviamente contestata dal movimento indipendentista.
La revisione costituzionale, già approvata dal Senato francese, intende infatti estendere il diritto di voto ad alcune migliaia di coloni francesi giunti in Nuova Caledonia negli ultimi decenni, diminuendo così il peso elettorale della popolazione indigena Kanak, anche se dal 2018 al 2021 il fronte indipendentista ha perso due referendum convocati per decidere quale relazione avere con la Francia ed ha boicottato una terza consultazione convocata durante la pandemia.
La riforma costituzionale prevede la concessione del diritto di voto a coloro che risiedono in Nuova Caledonia da almeno dieci anni, mentre fino ad ora le liste elettorali per le elezioni “provinciali” sono rimaste bloccate a coloro che risiedono nell’arcipelago almeno dal 1988 e ai loro discendenti, sulla base di un accordo tra le organizzazioni Kanaki e il presidente francese Jacques Chirac. Gli indipendentisti ritengono che concedere il diritto di voto “locale” a coloro che si sono trasferiti nella colonia negli ultimi decenni equivalga ad aumentare il peso politico dell’opinione filofrancese.
«Siamo stati trasformati in una minoranza da una politica di insediamento che non aveva altro scopo che questo. Ampliare l’elettorato significa perpetuare questa ingiustizia» ha denunciato Jean-Pierre Djaïwé, portavoce del Partito di Liberazione Kanak nel corso di un intervento al Congresso caledoniano.
Durante la notte tra lunedì e martedì centinaia di automobili e una trentina tra aziende, negozi e fabbriche sono state date alle fiamme sia a Noumea che nelle vicine città di Dumbéa e Mont-Dore da gruppi di manifestanti, per lo più giovani, incappucciati o mascherati.
Per ripristinare l’ordine il governo francese ha schierato quattro squadroni dei gruppi d’intervento della Gendarmeria (Gign), un’unità d’élite specializzata in operazioni speciali, ed ha imposto il coprifuoco per la notte tra martedì e mercoledì. Finora nel territorio d’oltremare, ha informato il ministro dell’interno francese Gerald Darmanin, sarebbero state arrestate 130 persone solo nel capoluogo Noumea.
Secondo le autorità ci sarebbero centinaia di feriti e tre persone – tutte di etnia Kanak – sarebbero rimaste uccise negli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, affiancate da milizie volontarie costituite soprattutto dai commercianti e coloni. Anche un agente della Gendarmeria è deceduto in seguito ad un colpo di arma da fuoco alla testa.
Nell’area metropolitana del capoluogo sono stati vietati tutti gli assembramenti e in tutto l’arcipelago sono stati sospesi il porto di armi e la vendita di alcolici. Inoltre è stata decretata la chiusura delle scuole e dell’aeroporto.
Ma nuovi scontri si sono verificati anche durante l’ultima notte, insieme ai saccheggi e agli incendi. Nel penitenziario locale alcuni detenuti hanno inscenato una rivolta e gran parte della popolazione è rimasta chiusa in casa mentre il prefetto ha prorogato i divieti di assembramento e la chiusura di scuole ed aeroporto fino a domani.
Il presidente Emmanuel Macron, dopo aver convocato per stamattina una riunione ad hoc con i responsabili dell’ordine pubblico e del Consiglio di Difesa e Sicurezza nazionale, ha dichiarato lo “stato di emergenza” per contrastare una situazione definita di tipo “insurrezionale” dalle autorità locali.
Il Fronte di Liberazione Nazionale Kanak e Socialista, che gestisce l’amministrazione locale, pur condividendo le rivendicazioni dei manifestanti ha più volte invitato a protestare pacificamente e a cessare le violenze.
Una delle preoccupazioni del governo è che gli scontri vadano fuori controllo e mettano a rischio l’estrazione del nichel nelle miniere dell’arcipelago.
Fonte
«Armi di grosso calibro e fucili da caccia sono stati utilizzati per sparare contro i gendarmi» ha detto nel corso di una conferenza stampa l’Alto commissario Louis Le Franc, che rappresenta il governo di Parigi nell’arcipelago del Pacifico colonizzato a metà dell’Ottocento e che conta attualmente circa 270 mila abitanti.
I disordini maggiori si sono verificati a Noumea, il capoluogo della Nuova Caledonia, dopo che l’Assemblea nazionale di Parigi ha avviato la discussione sulla revisione costituzionale sullo status dell’arcipelago che porterebbe ad un ridimensionamento del relativo autogoverno concesso alla colonia, ovviamente contestata dal movimento indipendentista.
La revisione costituzionale, già approvata dal Senato francese, intende infatti estendere il diritto di voto ad alcune migliaia di coloni francesi giunti in Nuova Caledonia negli ultimi decenni, diminuendo così il peso elettorale della popolazione indigena Kanak, anche se dal 2018 al 2021 il fronte indipendentista ha perso due referendum convocati per decidere quale relazione avere con la Francia ed ha boicottato una terza consultazione convocata durante la pandemia.
La riforma costituzionale prevede la concessione del diritto di voto a coloro che risiedono in Nuova Caledonia da almeno dieci anni, mentre fino ad ora le liste elettorali per le elezioni “provinciali” sono rimaste bloccate a coloro che risiedono nell’arcipelago almeno dal 1988 e ai loro discendenti, sulla base di un accordo tra le organizzazioni Kanaki e il presidente francese Jacques Chirac. Gli indipendentisti ritengono che concedere il diritto di voto “locale” a coloro che si sono trasferiti nella colonia negli ultimi decenni equivalga ad aumentare il peso politico dell’opinione filofrancese.
«Siamo stati trasformati in una minoranza da una politica di insediamento che non aveva altro scopo che questo. Ampliare l’elettorato significa perpetuare questa ingiustizia» ha denunciato Jean-Pierre Djaïwé, portavoce del Partito di Liberazione Kanak nel corso di un intervento al Congresso caledoniano.
Durante la notte tra lunedì e martedì centinaia di automobili e una trentina tra aziende, negozi e fabbriche sono state date alle fiamme sia a Noumea che nelle vicine città di Dumbéa e Mont-Dore da gruppi di manifestanti, per lo più giovani, incappucciati o mascherati.
Per ripristinare l’ordine il governo francese ha schierato quattro squadroni dei gruppi d’intervento della Gendarmeria (Gign), un’unità d’élite specializzata in operazioni speciali, ed ha imposto il coprifuoco per la notte tra martedì e mercoledì. Finora nel territorio d’oltremare, ha informato il ministro dell’interno francese Gerald Darmanin, sarebbero state arrestate 130 persone solo nel capoluogo Noumea.
Secondo le autorità ci sarebbero centinaia di feriti e tre persone – tutte di etnia Kanak – sarebbero rimaste uccise negli scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, affiancate da milizie volontarie costituite soprattutto dai commercianti e coloni. Anche un agente della Gendarmeria è deceduto in seguito ad un colpo di arma da fuoco alla testa.
Nell’area metropolitana del capoluogo sono stati vietati tutti gli assembramenti e in tutto l’arcipelago sono stati sospesi il porto di armi e la vendita di alcolici. Inoltre è stata decretata la chiusura delle scuole e dell’aeroporto.
Ma nuovi scontri si sono verificati anche durante l’ultima notte, insieme ai saccheggi e agli incendi. Nel penitenziario locale alcuni detenuti hanno inscenato una rivolta e gran parte della popolazione è rimasta chiusa in casa mentre il prefetto ha prorogato i divieti di assembramento e la chiusura di scuole ed aeroporto fino a domani.
Il presidente Emmanuel Macron, dopo aver convocato per stamattina una riunione ad hoc con i responsabili dell’ordine pubblico e del Consiglio di Difesa e Sicurezza nazionale, ha dichiarato lo “stato di emergenza” per contrastare una situazione definita di tipo “insurrezionale” dalle autorità locali.
Il Fronte di Liberazione Nazionale Kanak e Socialista, che gestisce l’amministrazione locale, pur condividendo le rivendicazioni dei manifestanti ha più volte invitato a protestare pacificamente e a cessare le violenze.
Una delle preoccupazioni del governo è che gli scontri vadano fuori controllo e mettano a rischio l’estrazione del nichel nelle miniere dell’arcipelago.
Fonte
12/03/2024
DASPO tra stadio e manifestazioni, centrodestra e centrosinistra
Pochi ricordano che l’istituto del Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive causa provvedimento emesso dal questore, è uno di quelli che “ha chiesto l’Europa”.
Quello che è stato introdotto in Italia come Daspo è infatti un provvedimento, raccomandato dal consiglio d’Europa a tutti i paesi membri, pensato tra gli strumenti giuridici per il contenimento del fenomeno hooligan dopo la strage dell’Heysel del 1985. Si tratta di una misura di contenimento preventivo del comportamento personale, emessa da un atto amministrativo e non da una sentenza di tribunale, che è rimasta nell’ordinamento giuridico ed è evoluta assieme al complesso delle norme sull’ordine pubblico degli stadi, alle mutazioni delle tecnologie di sorveglianza e anche ai cambiamenti dell’opinione pubblica dedicata a questi temi. Infine, il Daspo ritorna in questo periodo al centro del dibattito politico come proposta dei sindacati di polizia al governo Meloni da mettere entro un pacchetto “ordine pubblico” dedicato alle manifestazioni e non più esclusivamente allo sport.
Il Daspo è pensato come uno strumento di emergenza – velocizzare tramite atti amministrativi l’allontanamento dallo stadio di più soggetti ritenuti pericolosi – dopo un fatto gravissimo, la strage dell’Heysel. Le stragi – ricordiamo dopo Heysel, Hillsborough del 1989 – sono scomparse ma il provvedimento è rimasto nel tempo e, come vediamo, in Italia rischia nuove applicazioni oltre il campo sportivo. Fa bene ricordare come il Daspo appartenga, assieme alla precettazione per lo sciopero dei trasporti che oggi ha ridotto di molto i margini di conflitto sociale, all’ultima stagione di governo del pentapartito a guida Andreotti, quella che si trova ad affrontare, rimanendone travolta, le mutazioni che questo paese cominciava a intravedere alla fine degli anni ’80.
Fa bene anche ricordare che l’inasprimento dell’uso del Daspo fa parte del famoso pacchetto Amato – votato da Pdci, Verdi e dal Prc bertinottiano – promosso dal governo Prodi dopo la morte dell’ispettore Raciti durante gli scontri provocati per Catania-Palermo. Alcuni dei provvedimenti Amato sono rimasti storici (l’obbligo non più solo formale di tornelli allo stadio che ha cambiato panorami e uso dei territori attorno agli impianti), altri erano surreali (come il divieto di introdurre tamburi allo stadio e il controllo di striscioni e bandiere) ma soprattutto si faceva notare il fatto come quella che allora era la sinistra sceglieva non di tutelare i diritti civili ma di consegnare una parte della vita sociale alla logica dell’emergenza. Questa logica, inasprire il quadro giuridico e i provvedimenti che hanno effetto sul campo a ogni fatto collettivo trattato come emergenza, non poteva non essere ripresa dal centrodestra e infatti prima col decreto Pisanu del 2005, ripreso e rafforzato dalle leggi Amato, e con il decreto Maroni del 2010, che a sua volta poggiava sulle leggi Amato, il Daspo ha allargato il proprio raggio d'azione e con lui le forme di contenimento preventivo dei comportamenti collettivi.
Insomma, nel corso di un quarto di secolo le manifestazioni sportive sono state consegnate alla logica dell’emergenza permanente, con la naturalizzazione dell’istituto dell’allontanamento preventivo dagli stadi che si è accompagnata all’evoluzione tecnologica delle forme di controllo. Questo, nel tempo, ha allontanato gli scontri dagli stadi, grande ferita della società dello spettacolo, ed ha aperto la stagione della conflittualità, anche con risvolti drammatici, tra tifoserie in aree e zone dedicate. Altra questione è che, da tempo, si chiede al Daspo di fare il salto di specie ovvero di passare dalla emergenza sportiva a quella politica, di diventare un “semplice” atto amministrativo per il contenimento preventivo e immediato dei manifestanti.
Qui, un paio di precedenti utili a capire il problema. Il primo è che nel nostro ordinamento esiste già un Daspo non sportivo: il “Daspo urbano” introdotto dal governo Gentiloni, non propriamente di centrodestra, nel 2017 che riguarda il tema del “decoro” ovvero la possibilità di vietare determinati luoghi per atto amministrativo a soggetti che turbano, in vario modo, quella che si pensa essere la normalità della vita cittadina. Viene così allargato, almeno formalmente, l’insieme dei soggetti ai quali applicare l’emergenza senza fine e le misure di velocizzazione del comportamento collettivo: dagli hooligans si passa alla piccola fauna del traffico urbano.
Altro aspetto interessante, specie se si guarda al futuro, è toccato dalla sentenza del TAR del Lazio del 2019 che vieta, almeno fino a oggi, il cortocircuito tra Daspo sportivo e penalizzazioni ricavate durante le manifestazioni politiche. Sia durante la gestione agli interni Minniti che in quella Salvini correva infatti l’abitudine di emettere Daspo per persone che avevano ricevuto sanzioni a causa di manifestazioni politiche (es. condanna per volto travisato) ma non avevano commesso nulla sul piano delle manifestazioni sportive. Una evidente lesione dei diritti civili, come lo è quello di accedere a manifestazioni sportive, sanata dal Tar del Lazio di qualche anno fa. C’è da chiedersi cosa accadrà del complesso dell’istituto del Daspo, se le proposte dei sindacati di polizia verranno accettate, e giuridicamente adattate, dal governo Meloni. La trasformazione delle manifestazioni in stato d’emergenza permanente, come per gli stadi da oltre trent’anni, può avere grosse conseguenze su tutta la società come è stato per la legislazione sportiva nel corso di questi anni.
Bisogna quindi ricordare un altro paio di questioni:
1) gli effetti sociali diretti della stagione delle stragi legate al calcio (’85, ’89) sono esauriti da tempo. Gli effetti sociali della legislazione di emergenza contenimento preventivo dei comportamenti di parte della società, sviluppo quasi incontenibile delle tecnologie di controllo legittimate anche dai provvedimenti di emergenza – sono in piena salute e mostrano un reale futuro.
2) tutti i provvedimenti presi, in Italia, in materia di Daspo, per quando abbiano vissuto oltre la stagione della loro gestazione, sono risposte, in ottica di addomesticamento della società, a periodi di recrudescenza, anche molto violenta, della vita da stadio. L’eventuale Daspo per i manifestanti, così come è chiesto dai sindacati di polizia, avverrebbe dopo un periodo di recrudescenza, ma del comportamento delle forze dell’ordine. Se accade si tratta di un uso della legislazione di emergenza nuovo, da capire bene.
Una società in stato permanente di emergenza su questi temi, oltre a creare danni collettivi e personali, sfavorisce, e di molto, la capacità di presa sulla società di quello che è rimasto delle varie sinistre. Le cose possono cambiare se queste acquisiscono una cultura dei diritti civili che, nel nostro paese, appare o piuttosto scarsa o confinata in temi che non hanno a che vedere con il diritto di manifestare.
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Quello che è stato introdotto in Italia come Daspo è infatti un provvedimento, raccomandato dal consiglio d’Europa a tutti i paesi membri, pensato tra gli strumenti giuridici per il contenimento del fenomeno hooligan dopo la strage dell’Heysel del 1985. Si tratta di una misura di contenimento preventivo del comportamento personale, emessa da un atto amministrativo e non da una sentenza di tribunale, che è rimasta nell’ordinamento giuridico ed è evoluta assieme al complesso delle norme sull’ordine pubblico degli stadi, alle mutazioni delle tecnologie di sorveglianza e anche ai cambiamenti dell’opinione pubblica dedicata a questi temi. Infine, il Daspo ritorna in questo periodo al centro del dibattito politico come proposta dei sindacati di polizia al governo Meloni da mettere entro un pacchetto “ordine pubblico” dedicato alle manifestazioni e non più esclusivamente allo sport.
Il Daspo è pensato come uno strumento di emergenza – velocizzare tramite atti amministrativi l’allontanamento dallo stadio di più soggetti ritenuti pericolosi – dopo un fatto gravissimo, la strage dell’Heysel. Le stragi – ricordiamo dopo Heysel, Hillsborough del 1989 – sono scomparse ma il provvedimento è rimasto nel tempo e, come vediamo, in Italia rischia nuove applicazioni oltre il campo sportivo. Fa bene ricordare come il Daspo appartenga, assieme alla precettazione per lo sciopero dei trasporti che oggi ha ridotto di molto i margini di conflitto sociale, all’ultima stagione di governo del pentapartito a guida Andreotti, quella che si trova ad affrontare, rimanendone travolta, le mutazioni che questo paese cominciava a intravedere alla fine degli anni ’80.
Fa bene anche ricordare che l’inasprimento dell’uso del Daspo fa parte del famoso pacchetto Amato – votato da Pdci, Verdi e dal Prc bertinottiano – promosso dal governo Prodi dopo la morte dell’ispettore Raciti durante gli scontri provocati per Catania-Palermo. Alcuni dei provvedimenti Amato sono rimasti storici (l’obbligo non più solo formale di tornelli allo stadio che ha cambiato panorami e uso dei territori attorno agli impianti), altri erano surreali (come il divieto di introdurre tamburi allo stadio e il controllo di striscioni e bandiere) ma soprattutto si faceva notare il fatto come quella che allora era la sinistra sceglieva non di tutelare i diritti civili ma di consegnare una parte della vita sociale alla logica dell’emergenza. Questa logica, inasprire il quadro giuridico e i provvedimenti che hanno effetto sul campo a ogni fatto collettivo trattato come emergenza, non poteva non essere ripresa dal centrodestra e infatti prima col decreto Pisanu del 2005, ripreso e rafforzato dalle leggi Amato, e con il decreto Maroni del 2010, che a sua volta poggiava sulle leggi Amato, il Daspo ha allargato il proprio raggio d'azione e con lui le forme di contenimento preventivo dei comportamenti collettivi.
Insomma, nel corso di un quarto di secolo le manifestazioni sportive sono state consegnate alla logica dell’emergenza permanente, con la naturalizzazione dell’istituto dell’allontanamento preventivo dagli stadi che si è accompagnata all’evoluzione tecnologica delle forme di controllo. Questo, nel tempo, ha allontanato gli scontri dagli stadi, grande ferita della società dello spettacolo, ed ha aperto la stagione della conflittualità, anche con risvolti drammatici, tra tifoserie in aree e zone dedicate. Altra questione è che, da tempo, si chiede al Daspo di fare il salto di specie ovvero di passare dalla emergenza sportiva a quella politica, di diventare un “semplice” atto amministrativo per il contenimento preventivo e immediato dei manifestanti.
Qui, un paio di precedenti utili a capire il problema. Il primo è che nel nostro ordinamento esiste già un Daspo non sportivo: il “Daspo urbano” introdotto dal governo Gentiloni, non propriamente di centrodestra, nel 2017 che riguarda il tema del “decoro” ovvero la possibilità di vietare determinati luoghi per atto amministrativo a soggetti che turbano, in vario modo, quella che si pensa essere la normalità della vita cittadina. Viene così allargato, almeno formalmente, l’insieme dei soggetti ai quali applicare l’emergenza senza fine e le misure di velocizzazione del comportamento collettivo: dagli hooligans si passa alla piccola fauna del traffico urbano.
Altro aspetto interessante, specie se si guarda al futuro, è toccato dalla sentenza del TAR del Lazio del 2019 che vieta, almeno fino a oggi, il cortocircuito tra Daspo sportivo e penalizzazioni ricavate durante le manifestazioni politiche. Sia durante la gestione agli interni Minniti che in quella Salvini correva infatti l’abitudine di emettere Daspo per persone che avevano ricevuto sanzioni a causa di manifestazioni politiche (es. condanna per volto travisato) ma non avevano commesso nulla sul piano delle manifestazioni sportive. Una evidente lesione dei diritti civili, come lo è quello di accedere a manifestazioni sportive, sanata dal Tar del Lazio di qualche anno fa. C’è da chiedersi cosa accadrà del complesso dell’istituto del Daspo, se le proposte dei sindacati di polizia verranno accettate, e giuridicamente adattate, dal governo Meloni. La trasformazione delle manifestazioni in stato d’emergenza permanente, come per gli stadi da oltre trent’anni, può avere grosse conseguenze su tutta la società come è stato per la legislazione sportiva nel corso di questi anni.
Bisogna quindi ricordare un altro paio di questioni:
1) gli effetti sociali diretti della stagione delle stragi legate al calcio (’85, ’89) sono esauriti da tempo. Gli effetti sociali della legislazione di emergenza contenimento preventivo dei comportamenti di parte della società, sviluppo quasi incontenibile delle tecnologie di controllo legittimate anche dai provvedimenti di emergenza – sono in piena salute e mostrano un reale futuro.
2) tutti i provvedimenti presi, in Italia, in materia di Daspo, per quando abbiano vissuto oltre la stagione della loro gestazione, sono risposte, in ottica di addomesticamento della società, a periodi di recrudescenza, anche molto violenta, della vita da stadio. L’eventuale Daspo per i manifestanti, così come è chiesto dai sindacati di polizia, avverrebbe dopo un periodo di recrudescenza, ma del comportamento delle forze dell’ordine. Se accade si tratta di un uso della legislazione di emergenza nuovo, da capire bene.
Una società in stato permanente di emergenza su questi temi, oltre a creare danni collettivi e personali, sfavorisce, e di molto, la capacità di presa sulla società di quello che è rimasto delle varie sinistre. Le cose possono cambiare se queste acquisiscono una cultura dei diritti civili che, nel nostro paese, appare o piuttosto scarsa o confinata in temi che non hanno a che vedere con il diritto di manifestare.
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12/01/2024
Ecuador, la fine dello Stato
La violenza scatenatasi in Ecuador trova ampio risalto nelle reti informative e reazioni diffuse nelle Cancellerie latinoamericane. Tutte unanimi nel condannare la violenza delle bande narcos che seminano il terrore nel Paese, ma solo il Dipartimento di Stato USA propone la sua “assistenza” al governo dell'Ecuador.
La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
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La proposta ricorda con qualche brivido come vennero assistite Cile e Argentina, ma non è solo frutto del riflesso pavloviano dell’interventismo USA in America Latina, piuttosto cade ad hoc. In Ecuador, infatti, dall’Agosto del 2023 gli USA hanno avanzato un piano di intervento contenuto nel “Progetto di lotta alla delinquenza organizzata internazionale”.
Il progetto, firmato dai rispettivi governi su proposta degli USA ed ora al vaglio della Corte Costituzionale ecuadoregna, riassunto può ben essere definito una annessione de facto dell’Ecuador da parte degli Stati Uniti.
La proclamazione dello stato d’assedio a seguito delle violenze di questi giorni, originatesi con la fuga del leader dei Choneros dal carcere e proseguite poi con gli scontri successivi, si presentano sulla scena ecuadoriana con straordinario tempismo, come se avessero lo scopo di premere sulla Corte Costituzionale perché si faccia cieca e sorda di fronte allo stupro della Costituzione e alla fine della sovranità nazionale ed abdichi il suo ruolo e le sue funzioni direttamente alla locale ambasciata statunitense.
Gli scontri non dureranno ancora molto ma le conseguenze di questa situazione sì. L’Accordo, infatti, che si articola in tre progetti, prevede al primo posto l’appoggio USA all’Ecuador per “migliorare la sua capacità operativa al fine di mitigare, intercettare, investigare, processare e castigare i reati che hanno un grande impatto per la viabilità delle organizzazioni internazionali. Il secondo progetto riguarda “la sicurezza cittadina e l’appoggio all’ordine pubblico. Gli USA offrono appoggio, consulenza e mezzi alla polizia nazionale e alla polizia penitenziaria. Raccoglieranno dati e realizzeranno analisi per fornire al Ministero dell’Interno la formulazione ed esecuzione di un piano di modernizzazione della polizia della durata di dieci anni”.
Il terzo progetto si chiama “Rafforzamento e riforma del sistema giudiziario" ed ha come fine la capacità di "investigare, processare e condannare effettivamente ed efficacemente ai delinquenti". Gli USA rafforzeranno la capacità amministrativa e giuridica della Procura Generale dello Stato, dell’avvocatura, della Corte Nazionale di Giustizia e di altri attori delle funzioni giudiziarie, compresa la recentemente fondata Unità giudiziaria Specializzata in Corruzione e Crimine Organizzato”. Questa mostruosità politica ha prodotto una sconcezza giuridica con la firma - avvenuta il 3 Settembre 2023 - dell’Accordo tra Ecuador e Stati Uniti sulla forza”.
Tale e tanta è la libertà assoluta concessa al personale statunitense - sia esso appartenente alle forze armate USA o a società di contractor privati che per gli USA lavorano - che supera di gran lunga ogni disposizione legislativa statunitense. Il personale statunitense è libero da obblighi, responsabilità, certificazioni ed ogni tipo di imposte; può girare armato, in uniforme o in borghese; non risponde alle disposizioni stabilite dalle forze di sicurezze ecuadoriane; non risponde in nessun caso del suo operato ed è legislativamente impune; è libero di entrare, uscire, transitare e risiedere in Ecuador senza l’obbligo di comunicazione alle autorità di Quito. E’ bene specificare che nelle 5 pagine di cui si compone l’Accordo, non solo non si prevede nessuna forma di reciprocità tra i due Paesi, ma nemmeno mezzo rigo parla dei doveri statunitensi in terra ecuadoregna.
Si tratta insomma di una operazione di svendita della dignità nazionale dell’Ecuador senza precedenti: nemmeno le dittature militari insediatesi in America Latina negli anni '60-'70 sotto la direzione di Washington, avevano mai avuto il coraggio e l’assenza di pudore di mettere nero su bianco la svendita di un Paese ad uno Stato straniero.
Le violenze di questi giorni aiutano straordinariamente il progetto della destra al governo, con la diffusione del terrore generalizzato, trasversale agli schieramenti politici, che ha nello scontro tra potere costituito e contropotere criminale la sua apparenza, ma che in realtà mira ad una operazione di manipolazione politica e mediatica per attribuire al correismo una qualche forma di collateralismo con i Choneros, che invece proprio con Correa videro ridursi spazio e business.
L’orrore serve poi a tentare di stabilire una connessione tra sinistra e narcos che è ridicola solo a pensarla ma permette alla destra estrema della quale Noboa fa parte di sfruttare politicamente il clima di paura generale della popolazione. Non si parla dell'alleanza tra cartelli e destra, che portò anche all'eliminazione di un candidato in piena campagna elettorale e che ora sembra preparare alla perfezione un clima che predisponga l’opinione pubblica ad accettare lo stato d’assedio ed a reprimere la sinistra sociale e politica, assimilandola alla delinquenza e predisponendo una serie di misure destinate alla militarizzazione della società.
I consulenti USA sono stati chiari: c’è la necessità di far passare un messaggio semplice e forte. Chi si oppone all’Accordo con gli USA - come fa la sinistra - è complice dei delinquenti. Finirà che i narcos rientreranno nelle loro tane esigendo da Noboa il rispetto dei patti e con lo stesso Noboa che apparirà come “l’uomo forte” verso il quale riporre fiducia. Sparatorie e orrore sono funzionali all'obiettivo: far passare come positivo nella società ecuadoregna l’accordo con gli USA e la cessione del Paese a Washington, prima consegnandogli le sue istituzioni militari e giuridiche, poi le sue risorse energetiche e ambientali. L’Argentina, per chi non se ne fosse accorto, era solo il primo boccone.
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11/01/2024
Ecuador - Dichiaratop il conflitto armato interno
Negli ultimi due giorni il neo presidente conservatore Daniel Noboa ha dichiarato lo Stato d’Emergenza e un decreto con cui annuncia lo stato di Conflitto Armato Interno e individua come obiettivi militari una lista delle bande più grandi del paese dispiegando l’esercito sul territorio nazionale.
La decisione è stata presa in seguito a profondi episodi di violenza che vive il paese, esplosi negli ultimi giorni. Sono infatti in corso rivolte simultanee nelle varie carceri del paese in cui i narcos detenuti sono riusciti a prenderne il controllo e a tenere come ostaggi i secondini.
Rivolte dirette da due delle principali bande narcos del Paese, Choneros e Lobos, dopo che i rispettivi leader sono evasi pochi giorni fa dalle carceri in cui erano detenuti.
Detenzione che non impediva loro di continuare a gestire i propri affari e relazioni con componenti dello Stato. Negli ultimi anni le azioni con cui le diverse bande tentavano di strapparsi il controllo del carcere l’una con l’altra hanno generato centinaia di morti tra i detenuti comuni.
Alle azioni carcerarie si sommano atti di violenza in tutto il paese, con incendi di auto, sparatorie, assalti a negozi e nella giornata di ieri l’irruzione di bande armate all’interno dell’Università di Guayaquil e di uno studio televisivo in Quito mentre stava trasmettendo in diretta, prendendo come ostaggi operatori e conduttore.
Il Paese sta vivendo le ore più buie degli ultimi decenni, con uno Stato che fino ad oggi non sembra essere in grado non solo di avere il controllo ma di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini.
Una condizione di generale incertezza che nelle ultime giornate è sfociata in paura generalizzata a cui ora si somma l’esercito per le strade. Il triste record di una destra che in soli sette anni è riuscita non solo a smantellare qualsiasi parvenza di stato sociale e funzionamento delle proprie istituzioni ma ha portato il Paese ad essere il più pericoloso del continente con un tasso di omicidi e sequestri fuori controllo.
Mentre i governi neoliberali si affannavano ad accusare di narco-politica i rappresentanti progressisti, il Paese scivolava nelle mani di bande criminali con connessioni fino ai vertici più alti del governo, come dimostrarono le inchieste che videro le connessioni tra il governo Lasso e narcotrafficanti internazionali.
Il presidente Noboa, esponente di una delle famiglie più ricche del continente, ha vinto le scorse elezioni in ottobre con un 2% in più dei voti rispetto la sfidante progressista Luisa Gonzalez.
Oltre a due visioni antitetiche della gestione economica del paese i due sfidanti si erano scontrati sulle misure da adottare per affrontare il problema della sicurezza nel paese. Noboa si era infatti detto interessato ad importare il modello Bukele dal Salvador insieme a nuovi contratti con industrie israeliane del settore della sicurezza.
Oggi la situazione nel Paese sembra permettergli un maggiore slancio per realizzare le sue proposte, ergendosi come paladino del pugno duro contro la delinquenza e cercando di solidificare consensi in vista del prossimo passaggio elettorale.
Nel mezzo della crisi securitaria però il progetto politico generale di controriforma neoliberale del Presidente viene portato avanti così come l’incremento dell’influenza statunitense sul territorio: in assenza di una maggioranza sicura nell’Assemblea nazionale Noboa ha presentato una serie di riforme e leggi da approvare con un referendum.
Una pratica che la destra ecuadoriana continua a provare a mettere in pratica per scavalcare un parlamento in cui il partito progressista Revolucion Ciudadana continua ad avere un numero di rappresentati importanti e capacità di ostacolare almeno in parte i governi di destra degli ultimi anni.
Riuscì in parte al governo di Lenin Moreno nel 2018, con cui si iniziò a disintegrare gran parte dello Stato nato dalla costituzione progressista del 2008, mentre il successivo governo Lasso naufragò nel 2023 di fronte al voto popolare contrario.
Solo la settimana precedente ai fatti violenti Noboa aveva depositato la proprie domande referendarie secondo il modello, già usato dai presidenti precedenti, per cui ad alcune proposte che dovrebbero attirare il consenso della gente comune (maggiore libertà di azione per le forze dell’ordine e limitazioni alle estrazioni minerarie illegali) se ne affiancano altre tremendamente regressive.
Spiccano tra le varie:
- la riapertura dei Casinò e del gioco d’azzardo (chiusi dal progressista Correa nel 2011 per evitare il riciclaggio di denaro);
- la possibilità di stipulare contratti di lavoro ad ore (rischiando di far esplodere ancora di più il precariato e ricattabilità dei lavoratori);
- l’estradizione di detenuti negli Stati Uniti (sullo stile di paesi come la Colombia);
- l'indulto per i reati commessi da polizia ed esercito e un sistema giudiziario parallelo che giudichi i reati commessi da membri delle forze dell’ordine (una sorta di immunità e status extragiudiziale per le forze dell’ordine);
- l’ingresso del Paese negli arbitrati internazionali (decisione che vedrebbe lo stato Ecuadoriano dover pagare 9 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statunitense Texaco-Chevron per una criminale sentenza che questi stessi organismi hanno emesso nel 2019).
Fonte
La decisione è stata presa in seguito a profondi episodi di violenza che vive il paese, esplosi negli ultimi giorni. Sono infatti in corso rivolte simultanee nelle varie carceri del paese in cui i narcos detenuti sono riusciti a prenderne il controllo e a tenere come ostaggi i secondini.
Rivolte dirette da due delle principali bande narcos del Paese, Choneros e Lobos, dopo che i rispettivi leader sono evasi pochi giorni fa dalle carceri in cui erano detenuti.
Detenzione che non impediva loro di continuare a gestire i propri affari e relazioni con componenti dello Stato. Negli ultimi anni le azioni con cui le diverse bande tentavano di strapparsi il controllo del carcere l’una con l’altra hanno generato centinaia di morti tra i detenuti comuni.
Alle azioni carcerarie si sommano atti di violenza in tutto il paese, con incendi di auto, sparatorie, assalti a negozi e nella giornata di ieri l’irruzione di bande armate all’interno dell’Università di Guayaquil e di uno studio televisivo in Quito mentre stava trasmettendo in diretta, prendendo come ostaggi operatori e conduttore.
Il Paese sta vivendo le ore più buie degli ultimi decenni, con uno Stato che fino ad oggi non sembra essere in grado non solo di avere il controllo ma di garantire la sicurezza minima ai propri cittadini.
Una condizione di generale incertezza che nelle ultime giornate è sfociata in paura generalizzata a cui ora si somma l’esercito per le strade. Il triste record di una destra che in soli sette anni è riuscita non solo a smantellare qualsiasi parvenza di stato sociale e funzionamento delle proprie istituzioni ma ha portato il Paese ad essere il più pericoloso del continente con un tasso di omicidi e sequestri fuori controllo.
Mentre i governi neoliberali si affannavano ad accusare di narco-politica i rappresentanti progressisti, il Paese scivolava nelle mani di bande criminali con connessioni fino ai vertici più alti del governo, come dimostrarono le inchieste che videro le connessioni tra il governo Lasso e narcotrafficanti internazionali.
Il presidente Noboa, esponente di una delle famiglie più ricche del continente, ha vinto le scorse elezioni in ottobre con un 2% in più dei voti rispetto la sfidante progressista Luisa Gonzalez.
Oltre a due visioni antitetiche della gestione economica del paese i due sfidanti si erano scontrati sulle misure da adottare per affrontare il problema della sicurezza nel paese. Noboa si era infatti detto interessato ad importare il modello Bukele dal Salvador insieme a nuovi contratti con industrie israeliane del settore della sicurezza.
Oggi la situazione nel Paese sembra permettergli un maggiore slancio per realizzare le sue proposte, ergendosi come paladino del pugno duro contro la delinquenza e cercando di solidificare consensi in vista del prossimo passaggio elettorale.
Nel mezzo della crisi securitaria però il progetto politico generale di controriforma neoliberale del Presidente viene portato avanti così come l’incremento dell’influenza statunitense sul territorio: in assenza di una maggioranza sicura nell’Assemblea nazionale Noboa ha presentato una serie di riforme e leggi da approvare con un referendum.
Una pratica che la destra ecuadoriana continua a provare a mettere in pratica per scavalcare un parlamento in cui il partito progressista Revolucion Ciudadana continua ad avere un numero di rappresentati importanti e capacità di ostacolare almeno in parte i governi di destra degli ultimi anni.
Riuscì in parte al governo di Lenin Moreno nel 2018, con cui si iniziò a disintegrare gran parte dello Stato nato dalla costituzione progressista del 2008, mentre il successivo governo Lasso naufragò nel 2023 di fronte al voto popolare contrario.
Solo la settimana precedente ai fatti violenti Noboa aveva depositato la proprie domande referendarie secondo il modello, già usato dai presidenti precedenti, per cui ad alcune proposte che dovrebbero attirare il consenso della gente comune (maggiore libertà di azione per le forze dell’ordine e limitazioni alle estrazioni minerarie illegali) se ne affiancano altre tremendamente regressive.
Spiccano tra le varie:
- la riapertura dei Casinò e del gioco d’azzardo (chiusi dal progressista Correa nel 2011 per evitare il riciclaggio di denaro);
- la possibilità di stipulare contratti di lavoro ad ore (rischiando di far esplodere ancora di più il precariato e ricattabilità dei lavoratori);
- l’estradizione di detenuti negli Stati Uniti (sullo stile di paesi come la Colombia);
- l'indulto per i reati commessi da polizia ed esercito e un sistema giudiziario parallelo che giudichi i reati commessi da membri delle forze dell’ordine (una sorta di immunità e status extragiudiziale per le forze dell’ordine);
- l’ingresso del Paese negli arbitrati internazionali (decisione che vedrebbe lo stato Ecuadoriano dover pagare 9 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statunitense Texaco-Chevron per una criminale sentenza che questi stessi organismi hanno emesso nel 2019).
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10/01/2024
Ecuador - Un'ondata di violenza scuote il paese mentre si affaccia l'ingerenza USA
“Stato di emergenza” dichiarato a seguito dell’esplosione di un “conflitto armato interno”, che ha portato a un’ondata di violenza senza precedenti legata al traffico di droga e all’inefficienza dello Stato.
Queste sono le motivazioni riportate dagli analisti locali su quanto sta accadendo in questi giorni in Ecuador, Sudamerica nordoccidentale.
Le violenze in diverse città del paese, come Guayaquil, Quito, Cuenca, Riobamba e Latacunga, hanno spinto il presidente della Repubblica Daniel Noboa a ordinare alle forze armate di intervenire nelle strade.
Il caso più eclatante è stato l’irruzione di un gruppo di criminali incappucciati, probabilmente nell’emittente televisiva TC Televisión a Guayaquil, dove hanno preso in ostaggio il personale durante una diretta.
Il giovane presidente, salito al potere da meno di due mesi, si trova ad affrontare la prima crisi interna. Proprio la campagna elettorale aveva avuto come punto cardine la promessa di reprimere i gruppi di narcotrafficanti, bollando una ventina di queste organizzazioni come “terroristiche”.
“Il capo dell’esecutivo ha descritto l’attacco come una ritorsione per le sue azioni volte a riprendere il controllo delle carceri e ha avvertito che non avrebbe negoziato con i terroristi”, riporta l’agenzia di stampa Prensa Latina.
L’Ecuador ha chiuso il 2023 come il Paese più violento dell’America Latina, con oltre 7.800 morti violente, una cifra senza precedenti che contrasta con la diminuzione del crimine registrata fino al 2017.
In continuità con l’anno precedente, l’8 gennaio in Ecuador si sono sollevati i detenuti in alcuni centri penitenziari del Paese, intimando al presidente ecuadoriano di non intervenire militarmente nelle carceri perché, in caso contrario, ci sarebbe stata una carneficina.
E in effetti, le immagini giunte fino a noi tramite le reti social mostrano bande di uomini incappucciati che brandiscono coltelli e machete alle spalle delle guardie carcerarie, prese in ostaggio.
In questo quadro, durante la sollevazione è evaso Adolfo Macías, noto come “Fito”, leader del principale gruppo criminale del paese.
Tutto ciò è il risultato della marginalizzazione di ampie fette del tessuto sociale, che nel tempo ha lasciato strada aperta ai gruppi criminali.
“La violenza sistematica in questo Paese sudamericano è il prodotto di un processo di smantellamento deliberato dello Stato di diritto, frutto delle politiche attuate dagli ultimi tre governi del Paese”, afferma Jorge Paladines, professore dell’Università Centrale dell’Ecuador.
La militarizzazione delle strade per la risoluzione dei problemi sociali, in aumento anche dalle nostre parti (anche se per ora in funzione di deterrenza e non in maniera attiva), semplicemente non funziona.
“La militarizzazione delle strade è insufficiente, è necessario ripulire le istituzioni perché all’interno dello Stato c’è un varco attraverso il quale le informazioni entrano ed escono per le bande criminali”, dichiara Luis Córdova, anch’egli accademico dell’Università Centrale.
“È essenziale un approccio di politica pubblica, non un Piano Phoenix, come quello proposto da Noboa, i cui obiettivi, mezzi e portata non sono chiari”, ha aggiunto.
Ancora più pesanti sono le parole dell’ex viceministro degli Esteri ecuadoriano, Kintto Lucas: “il caos è preordinato, elaborato dall’intelligence per giustificare e vincere una consultazione che consolida un modello neoliberale nella sfera economica, fascista nella sfera politica, contrario all’integrazione e sottomesso nella sfera internazionale”.
Non è un caso, riporta Prensa Latina, che l’ambasciatore statunitense, Michel Fitzpatrick, è stato visto entrare nel Palazzo Carondelet, sede dell’esecutivo, poco prima dell’inizio della riunione del gabinetto di sicurezza di ieri, il giorno dopo l’inizio della sommossa.
Da Washington intanto l’assistente segretario del Dipartimento di Stato Usa per gli affari dell’emisfero occidentale, Brian Nichols, ha dichiarato di essere “pronto a fornire assistenza al governo ecuadoriano”.
Una mano tesa che è più di un campanello d’allarme per il futuro del popolo ecuadoriano e per la “stabilità” dell’intera regione.
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Queste sono le motivazioni riportate dagli analisti locali su quanto sta accadendo in questi giorni in Ecuador, Sudamerica nordoccidentale.
Le violenze in diverse città del paese, come Guayaquil, Quito, Cuenca, Riobamba e Latacunga, hanno spinto il presidente della Repubblica Daniel Noboa a ordinare alle forze armate di intervenire nelle strade.
Il caso più eclatante è stato l’irruzione di un gruppo di criminali incappucciati, probabilmente nell’emittente televisiva TC Televisión a Guayaquil, dove hanno preso in ostaggio il personale durante una diretta.
Il giovane presidente, salito al potere da meno di due mesi, si trova ad affrontare la prima crisi interna. Proprio la campagna elettorale aveva avuto come punto cardine la promessa di reprimere i gruppi di narcotrafficanti, bollando una ventina di queste organizzazioni come “terroristiche”.
“Il capo dell’esecutivo ha descritto l’attacco come una ritorsione per le sue azioni volte a riprendere il controllo delle carceri e ha avvertito che non avrebbe negoziato con i terroristi”, riporta l’agenzia di stampa Prensa Latina.
L’Ecuador ha chiuso il 2023 come il Paese più violento dell’America Latina, con oltre 7.800 morti violente, una cifra senza precedenti che contrasta con la diminuzione del crimine registrata fino al 2017.
In continuità con l’anno precedente, l’8 gennaio in Ecuador si sono sollevati i detenuti in alcuni centri penitenziari del Paese, intimando al presidente ecuadoriano di non intervenire militarmente nelle carceri perché, in caso contrario, ci sarebbe stata una carneficina.
E in effetti, le immagini giunte fino a noi tramite le reti social mostrano bande di uomini incappucciati che brandiscono coltelli e machete alle spalle delle guardie carcerarie, prese in ostaggio.
In questo quadro, durante la sollevazione è evaso Adolfo Macías, noto come “Fito”, leader del principale gruppo criminale del paese.
Tutto ciò è il risultato della marginalizzazione di ampie fette del tessuto sociale, che nel tempo ha lasciato strada aperta ai gruppi criminali.
“La violenza sistematica in questo Paese sudamericano è il prodotto di un processo di smantellamento deliberato dello Stato di diritto, frutto delle politiche attuate dagli ultimi tre governi del Paese”, afferma Jorge Paladines, professore dell’Università Centrale dell’Ecuador.
La militarizzazione delle strade per la risoluzione dei problemi sociali, in aumento anche dalle nostre parti (anche se per ora in funzione di deterrenza e non in maniera attiva), semplicemente non funziona.
“La militarizzazione delle strade è insufficiente, è necessario ripulire le istituzioni perché all’interno dello Stato c’è un varco attraverso il quale le informazioni entrano ed escono per le bande criminali”, dichiara Luis Córdova, anch’egli accademico dell’Università Centrale.
“È essenziale un approccio di politica pubblica, non un Piano Phoenix, come quello proposto da Noboa, i cui obiettivi, mezzi e portata non sono chiari”, ha aggiunto.
Ancora più pesanti sono le parole dell’ex viceministro degli Esteri ecuadoriano, Kintto Lucas: “il caos è preordinato, elaborato dall’intelligence per giustificare e vincere una consultazione che consolida un modello neoliberale nella sfera economica, fascista nella sfera politica, contrario all’integrazione e sottomesso nella sfera internazionale”.
Non è un caso, riporta Prensa Latina, che l’ambasciatore statunitense, Michel Fitzpatrick, è stato visto entrare nel Palazzo Carondelet, sede dell’esecutivo, poco prima dell’inizio della riunione del gabinetto di sicurezza di ieri, il giorno dopo l’inizio della sommossa.
Da Washington intanto l’assistente segretario del Dipartimento di Stato Usa per gli affari dell’emisfero occidentale, Brian Nichols, ha dichiarato di essere “pronto a fornire assistenza al governo ecuadoriano”.
Una mano tesa che è più di un campanello d’allarme per il futuro del popolo ecuadoriano e per la “stabilità” dell’intera regione.
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16/04/2023
Il governo Meloni si accanisce contro i migranti. Via la protezione speciale
È evidente che contro gli immigrati ci troviamo di fronte ad un combinato disposto tra lo “stato d’emergenza” dichiarato dal governo per sei mesi e il progetto di cancellare la protezione speciale nella concessione dei permessi di soggiorno.
In pratica è un enorme semaforo verde alle espulsioni. La maggioranza di governo appare per ora compatta nella decisione di cancellare la cosiddetta ‘protezione speciale’ per i migranti e rifugiati arrivati in Italia.
L’emendamento di maggioranza “recepisce quelli della Lega che danno una stretta alla protezione speciale introdotta dal ministro Lamorgese e dalla sinistra nel 2020 – rivendicano fonti della Lega che è la responsabile del nuovo provvedimento con il quale, di fatto, si ritorna ai decreti Salvini“,
Lo scopo dell’emendamento depositato dalla Lega nel decreto-legge “Cutro” è infatti quello di restringere le maglie del permesso temporaneo. La stretta prevede un giro di vite anche sui motivi di salute che stringevano le maglie delle espulsioni.
Alle parole “gravi condizioni psicofisiche o derivanti da gravi patologie” – attualmente in vigore nel decreto legislativo del 1998 – si sostituiscono infatti le parole “condizioni di salute derivanti da patologie di particolare gravità, non adeguatamente curabili nel paese di origine”. Se dunque la patologia di cui è affetto un migrante è curabile dal paese da cui proviene, questo non diventa più un ostacolo all’espulsione.
La proposta di modifica prevede inoltre che quei migranti che non possono essere espulsi non potranno più beneficiare di permessi di soggiorno convertibili in permessi di soggiorno per motivi di lavoro.
Fonti della maggioranza assicurano che il sub-emendamento tiene conto dei rilievi sollevati dal Quirinale nei giorni caldi del dl Cutro. E che l’abolizione della protezione speciale è portata avanti nel rispetto delle convenzioni internazionali, tanto che, viene fatto notare, è venuta meno la battaglia, caldeggiata dalla Lega, per sopprimere il riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere tra i motivi di persecuzione per i quali non si può disporre l’espulsione o il respingimento, come previsto in passato dai decreti Salvini.
Il cittadino straniero al quale viene riconosciuta la ‘protezione internazionale’ ha diritto ad un permesso di soggiorno per asilo politico o per protezione sussidiaria, entrambi della durata di cinque anni, rinnovabile, che consente di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa.
La ‘protezione speciale’ è invece un permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo per il quale non sussistono i presupposti per riconoscere la protezione internazionale, ma nei cui confronti la Commissione Territoriale ritenga sussistenti altri pregiudizi in capo al soggetto meritevoli di tutela, in caso di rimpatrio dello stesso nel paese. Questo tipo di protezione è contemplata dai punti 1 e 1.1. del primo comma dell’art. 19 del Testo Unico Immigrazione.
Tale articolo protegge la persona dall’espulsione o dal respingimento verso uno Stato in cui possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di orientamento sessuale, di identità di genere di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione.
Il permesso di soggiorno per protezione speciale è stato introdotto dalla legge 132/2018 e i presupposti per il suo rilascio sono stati poi ampliati dal Dl 130/2020, convertito nella legge 173/2022 che ha riformulato l’art. 19 del Testo Unico Immigrazione (TUI), ampliando le ipotesi di divieto di espulsione.
La protezione speciale viene concessa quando, al ricorrere di determinati presupposti, non è possibile l’allontanamento dello straniero dal territorio nazionale.
Lo stop alla protezione speciale, era già stata avanzata in mattinata dal ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Ieri – ha detto il ministro – “è stato depositato un sub-emendamento della maggioranza in commissione Affari costituzionali che restringe fortemente le maglie” della protezione speciale.
“È uno degli aspetti su cui abbiamo più lungamente discusso tra governo e maggioranza. Questa protezione speciale – ha evidenziato – è di fatto un grimaldello che permette a moltissime persone di rimanere in Italia pur non avendone diritto. Questa fattispecie si aggiunge alle norme che già il governo ha adottato, e il sub-emendamento di maggioranza prova che su questo tema non c’è nessuna divisione: andremo uniti in commissione lunedì e poi in Aula la prossima settimana”.
Contro il micidiale combinato disposto tra Stato d’emergenza e reintroduzione de facto dei decreti Salvini, il 28 aprile è stata chiamata una manifestazione nazionale a Roma da una coalizione di forze che va dal Movimento Migranti e Rifugiati all’USB.
Fonte
In pratica è un enorme semaforo verde alle espulsioni. La maggioranza di governo appare per ora compatta nella decisione di cancellare la cosiddetta ‘protezione speciale’ per i migranti e rifugiati arrivati in Italia.
L’emendamento di maggioranza “recepisce quelli della Lega che danno una stretta alla protezione speciale introdotta dal ministro Lamorgese e dalla sinistra nel 2020 – rivendicano fonti della Lega che è la responsabile del nuovo provvedimento con il quale, di fatto, si ritorna ai decreti Salvini“,
Lo scopo dell’emendamento depositato dalla Lega nel decreto-legge “Cutro” è infatti quello di restringere le maglie del permesso temporaneo. La stretta prevede un giro di vite anche sui motivi di salute che stringevano le maglie delle espulsioni.
Alle parole “gravi condizioni psicofisiche o derivanti da gravi patologie” – attualmente in vigore nel decreto legislativo del 1998 – si sostituiscono infatti le parole “condizioni di salute derivanti da patologie di particolare gravità, non adeguatamente curabili nel paese di origine”. Se dunque la patologia di cui è affetto un migrante è curabile dal paese da cui proviene, questo non diventa più un ostacolo all’espulsione.
La proposta di modifica prevede inoltre che quei migranti che non possono essere espulsi non potranno più beneficiare di permessi di soggiorno convertibili in permessi di soggiorno per motivi di lavoro.
Fonti della maggioranza assicurano che il sub-emendamento tiene conto dei rilievi sollevati dal Quirinale nei giorni caldi del dl Cutro. E che l’abolizione della protezione speciale è portata avanti nel rispetto delle convenzioni internazionali, tanto che, viene fatto notare, è venuta meno la battaglia, caldeggiata dalla Lega, per sopprimere il riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere tra i motivi di persecuzione per i quali non si può disporre l’espulsione o il respingimento, come previsto in passato dai decreti Salvini.
Il cittadino straniero al quale viene riconosciuta la ‘protezione internazionale’ ha diritto ad un permesso di soggiorno per asilo politico o per protezione sussidiaria, entrambi della durata di cinque anni, rinnovabile, che consente di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa.
La ‘protezione speciale’ è invece un permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo per il quale non sussistono i presupposti per riconoscere la protezione internazionale, ma nei cui confronti la Commissione Territoriale ritenga sussistenti altri pregiudizi in capo al soggetto meritevoli di tutela, in caso di rimpatrio dello stesso nel paese. Questo tipo di protezione è contemplata dai punti 1 e 1.1. del primo comma dell’art. 19 del Testo Unico Immigrazione.
Tale articolo protegge la persona dall’espulsione o dal respingimento verso uno Stato in cui possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di orientamento sessuale, di identità di genere di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione.
Il permesso di soggiorno per protezione speciale è stato introdotto dalla legge 132/2018 e i presupposti per il suo rilascio sono stati poi ampliati dal Dl 130/2020, convertito nella legge 173/2022 che ha riformulato l’art. 19 del Testo Unico Immigrazione (TUI), ampliando le ipotesi di divieto di espulsione.
La protezione speciale viene concessa quando, al ricorrere di determinati presupposti, non è possibile l’allontanamento dello straniero dal territorio nazionale.
Lo stop alla protezione speciale, era già stata avanzata in mattinata dal ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Ieri – ha detto il ministro – “è stato depositato un sub-emendamento della maggioranza in commissione Affari costituzionali che restringe fortemente le maglie” della protezione speciale.
“È uno degli aspetti su cui abbiamo più lungamente discusso tra governo e maggioranza. Questa protezione speciale – ha evidenziato – è di fatto un grimaldello che permette a moltissime persone di rimanere in Italia pur non avendone diritto. Questa fattispecie si aggiunge alle norme che già il governo ha adottato, e il sub-emendamento di maggioranza prova che su questo tema non c’è nessuna divisione: andremo uniti in commissione lunedì e poi in Aula la prossima settimana”.
Contro il micidiale combinato disposto tra Stato d’emergenza e reintroduzione de facto dei decreti Salvini, il 28 aprile è stata chiamata una manifestazione nazionale a Roma da una coalizione di forze che va dal Movimento Migranti e Rifugiati all’USB.
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12/04/2023
Sui migranti il governo ricorre allo stato d’emergenza
Su proposta del ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale a seguito dell’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo. Lo stato di emergenza, sostenuto da un primo finanziamento di 5 milioni di euro, avrà la durata di sei mesi. La decisione è stata presa in occasione del Consiglio dei Ministri che si è svolto ieri.
Lo stato d’emergenza consente all’esecutivo di affrontare con mezzi e poteri straordinari le calamità, le crisi umanitarie gli eventi naturali come terremoti o alluvioni. In questo caso si tratta di un atto amministrativo regolato dal codice di Protezione civile, deliberato dal Consiglio dei ministri di fronte all’eccezionale incremento dei flussi di migranti attraverso le rotte del Mediterraneo.
Al momento in Italia sono in vigore circa una ventina di provvedimenti di questo tipo, dall’emergenza dei profughi dell’Ucraina a diversi casi di alluvione, provvedimenti spesso decisi anche dopo la richiesta del presidente di una Regione o di una Provincia autonoma interessata. L’unico precedente in materia di migranti risale al 2011 con il governo Berlusconi, con misure straordinarie che prevedevano un piano di equa distribuzione nelle regioni dei profughi provenienti dalla Libia bombardata dalla Nato e in preda alla guerra civile.
Con la dichiarazione dello stato d’emergenza può essere nominato un commissario cui spetta il compito di realizzare gli interventi previsti dalla dichiarazione: il superamento dell’emergenza, la riduzione del rischio residuo, il ripristino dei servizi essenziali e l’assistenza alla popolazione. In questo caso si delinea quindi un nuovo assetto temporaneo di poteri, con deliberazioni non soggette al controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti. Tra i possibili candidati, si fa il nome dell’attuale capo del dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Viminale, il prefetto Valerio Valenti.
L’Osservatorio Repressione sottolinea come “lo stato emergenziale può essere usato per mettere in atto espulsioni facili, magari senza considerare bene lo status legale o la situazione umana di chi è arrivato in Italia fuggendo da situazioni di guerra, fame, persecuzione, grave degrado umano o civile”. Inoltre verranno aumentati e rafforzati i centri di permanenza per i rimpatri (CPR), cioè i centri di detenzione per le persone che non hanno un permesso di soggiorno valido per rimanere in Italia. I CPR sono criticati da anni dalle associazioni che si occupano di diritti umani per le condizioni disumane e degradanti in cui vengono ospitati i detenuti: già a marzo il governo aveva fatto sapere di volerne costruire uno in ogni regione (oggi sono una decina).
Anche l’organizzazione cattolica Migrantes avanza le sue riserve sul fatto che lo stato emergenziale potrà essere usato per velocizzare i respingimenti e “potrebbe essere usato per mettere in atto espulsioni facili, magari senza considerare bene lo status legale o la situazione umana di chi è arrivato in Italia fuggendo da situazioni di guerra, fame, persecuzione, grave degrado umano o civile”.
Fonte
Lo stato d’emergenza consente all’esecutivo di affrontare con mezzi e poteri straordinari le calamità, le crisi umanitarie gli eventi naturali come terremoti o alluvioni. In questo caso si tratta di un atto amministrativo regolato dal codice di Protezione civile, deliberato dal Consiglio dei ministri di fronte all’eccezionale incremento dei flussi di migranti attraverso le rotte del Mediterraneo.
Al momento in Italia sono in vigore circa una ventina di provvedimenti di questo tipo, dall’emergenza dei profughi dell’Ucraina a diversi casi di alluvione, provvedimenti spesso decisi anche dopo la richiesta del presidente di una Regione o di una Provincia autonoma interessata. L’unico precedente in materia di migranti risale al 2011 con il governo Berlusconi, con misure straordinarie che prevedevano un piano di equa distribuzione nelle regioni dei profughi provenienti dalla Libia bombardata dalla Nato e in preda alla guerra civile.
Con la dichiarazione dello stato d’emergenza può essere nominato un commissario cui spetta il compito di realizzare gli interventi previsti dalla dichiarazione: il superamento dell’emergenza, la riduzione del rischio residuo, il ripristino dei servizi essenziali e l’assistenza alla popolazione. In questo caso si delinea quindi un nuovo assetto temporaneo di poteri, con deliberazioni non soggette al controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti. Tra i possibili candidati, si fa il nome dell’attuale capo del dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Viminale, il prefetto Valerio Valenti.
L’Osservatorio Repressione sottolinea come “lo stato emergenziale può essere usato per mettere in atto espulsioni facili, magari senza considerare bene lo status legale o la situazione umana di chi è arrivato in Italia fuggendo da situazioni di guerra, fame, persecuzione, grave degrado umano o civile”. Inoltre verranno aumentati e rafforzati i centri di permanenza per i rimpatri (CPR), cioè i centri di detenzione per le persone che non hanno un permesso di soggiorno valido per rimanere in Italia. I CPR sono criticati da anni dalle associazioni che si occupano di diritti umani per le condizioni disumane e degradanti in cui vengono ospitati i detenuti: già a marzo il governo aveva fatto sapere di volerne costruire uno in ogni regione (oggi sono una decina).
Anche l’organizzazione cattolica Migrantes avanza le sue riserve sul fatto che lo stato emergenziale potrà essere usato per velocizzare i respingimenti e “potrebbe essere usato per mettere in atto espulsioni facili, magari senza considerare bene lo status legale o la situazione umana di chi è arrivato in Italia fuggendo da situazioni di guerra, fame, persecuzione, grave degrado umano o civile”.
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03/04/2022
A che punto siamo con la pandemia di Covid 19? Mica tanto bene
Con la fine dello stato d’emergenza Covid, l’Italia formalmente si avvia al “ritorno alla normalità”, ma sarebbe meglio parlare di convivenza con il virus, che invece continua a circolare ampiamente e con contagi in risalita. Gli effetti letali della pandemia sono diminuiti rispetto alla mattanza di questi due anni (160.000 morti), ma ci sentiamo di dire che la “fregola” con cui il governo ha dichiarato la fine dell’emergenza pandemica potrebbe non trovare motivazioni nei dati reali.
Nell’ultima settimana, secondo le rilevazioni della Fondazione Gimbe, ci sono stati 500 mila nuovi casi anche se la curva non sale più. In 7 giorni sono aumentati i ricoveri (+8,6%) e le terapie intensive (+7%). Arranca invece la campagna vaccinale: in un mese i cicli completi sono rimasti fermi da 83,3% a 83,9% e le terze dosi da 80,4% a 83,2%. Insomma la fine dello stato di emergenza è stata decretata sotto il segno di una elevata circolazione virale.
Dal monitoraggio settimanale emerge che è aumentata l’occupazione dei posti letto Covid negli ospedali (+771) ed anche nelle terapie intensive (+32) dove si era assistito ad una diminuzione; i decessi invece sono stati 953.
E da ieri non solo sono venute meno molte delle restrizioni adottate nei mesi scorsi, ma sparirà anche il sistema a colori delle regioni (la bestia nera dei governatori, ndr), non si parlerà più di zona bianca, gialla, arancione e rossa.
Con la fine dello stato di emergenza decade anche il Comitato tecnico scientifico e la struttura commissariale comandata dal generale Figliuolo, che verrà sostituita da una nuova unità specifica dedicata alla campagna vaccinale.
Insomma l’impressione che si ricava è che il governo abbia sposato da tempo la logica dell’”effetto gregge” (stigmatizzato quando evocato da Boris Johnson, a inizio pandemia, in assenza dei vaccini) e della piena convivenza con il virus. L’importante, ed è stato così fin dall’inizio, è che non si fermasse mai la produzione e la circolazione delle merci.
Ma il diavolo, anzi il virus, ci ha messo lo zampino ed ora ci troviamo a fare i conti con una nuova variante Omicron, che ha maggiore diffusività ma ridotta letalità per via della estesa vaccinazione. C’è sicuramente una barriera immunizzante più forte, ma una così estesa circolazione virale inevitabilmente facilita il raggiungimento dei soggetti più fragili.
Infine, se si parla già di quarta dose di vaccino, e la circolazione del virus pare aumentare invece che diminuire, qualche domanda – e qualche cautela – andrebbero ancora poste prima di dichiarare che siamo tornati alla normalità.
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04/03/2022
Mario Draghi al servizio dei padroni della guerra
Ieri 233 morti per Covid. Nessuno ne parla più. #Draghi va in un teatro di #Firenze a dire – tra gli applausi pilotati di una claque trasversale – che l’emergenza è finita. È falso.
Ma ora il vero affare è la guerra ed il proconsole dell’Unione Europea e della Troika, ha già promulgato il nuovo stato di emergenza fino al 31 dicembre 2022.
Si, perché si prepara a fronteggiare la rabbia e le prossime rivolte di un popolo – quello italiano – ridotto alla fame ed alla disperazione da una gestione caotica della pandemia, dalle sue politiche economiche e sociali che prendono, ancora una volta, dai più deboli per dare ai ricchi e da una spesa militare record.
Un bilancio del ministero della Difesa che sfiora, ormai, la cifra stratosferica, di 26 miliardi di euro ed un aumento di 1,35 miliardi nel 2022, cui si aggiungono altri 200 milioni per armi e militari da mandare sul fronte in Ucraina in spregio all’art. 11 della Costituzione ed alla possibilità che il nostro paese contribuisca ad aprire uno spiraglio per una vera conferenza di pace, avendoci reso Draghi di fatto “paese belligerante".
La consegna della #NATO e della #UE è quella di soffiare sul fuoco del conflitto perché più lunga sarà la guerra, più cospicui saranno profitti e dividendi dei produttori di armamenti.
A questi signori, delle centinaia di migliaia di profughi in fuga, dei civili che muoiono sotto le bombe e della devastazione che produce la guerra nulla importa. Business is business.
Fonte
Ma ora il vero affare è la guerra ed il proconsole dell’Unione Europea e della Troika, ha già promulgato il nuovo stato di emergenza fino al 31 dicembre 2022.
Si, perché si prepara a fronteggiare la rabbia e le prossime rivolte di un popolo – quello italiano – ridotto alla fame ed alla disperazione da una gestione caotica della pandemia, dalle sue politiche economiche e sociali che prendono, ancora una volta, dai più deboli per dare ai ricchi e da una spesa militare record.
Un bilancio del ministero della Difesa che sfiora, ormai, la cifra stratosferica, di 26 miliardi di euro ed un aumento di 1,35 miliardi nel 2022, cui si aggiungono altri 200 milioni per armi e militari da mandare sul fronte in Ucraina in spregio all’art. 11 della Costituzione ed alla possibilità che il nostro paese contribuisca ad aprire uno spiraglio per una vera conferenza di pace, avendoci reso Draghi di fatto “paese belligerante".
La consegna della #NATO e della #UE è quella di soffiare sul fuoco del conflitto perché più lunga sarà la guerra, più cospicui saranno profitti e dividendi dei produttori di armamenti.
A questi signori, delle centinaia di migliaia di profughi in fuga, dei civili che muoiono sotto le bombe e della devastazione che produce la guerra nulla importa. Business is business.
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01/03/2022
Il governo decreta 3 mesi di stato di emergenza per partecipare al potenziamento dei dispositivi Nato
Risorse per 174,4 milioni per partecipare al potenziamento dei dispositivi Nato a fronte dell’attacco russo all’Ucraina. Lo prevede una bozza del decreto legge con disposizioni urgenti sulla crisi ucraina approvato oggi dal Consiglio dei ministri.
«È autorizzata, fino al 30 settembre 2022 – si legge nel documento – la partecipazione di personale militare alle iniziative della Nato per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf).
È autorizzata, per l’anno 2022, la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della Nato: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza».
Per la task force Vjtf «è autorizzata la spesa di 86.081.634 euro per l’anno 2022”, per gli altri dispositivi sono previsti “67.366.416 euro per l’anno 2022 e 21.000.000 per l’anno 2023».
Arrivano anche 11 milioni di euro per potenziare la protezione degli uffici italiani all’estero e del relativo personale. La Farnesina è autorizzata a provvedere con questi fondi alle spese per il vitto e per l’alloggio del personale e dei cittadini che, per ragioni di sicurezza, saranno alloggiati in locali indicati dai diplomatici. Degli 11 milioni di euro, un milione finanzierà l’invio di dieci carabinieri a tutela degli uffici all’estero maggiormente esposti e del relativo personale in servizio.
Questo decreto non proroga lo stato di emergenza Covid, il quale scadrà il 31 marzo. Se a fine marzo l’Italia potrà dire addio alle norme anti-Covid, ciò non comporterà la fine del nuovo stato di emergenza per la situazione in Ucraina, per la quale l’Italia prevede il dispiegamento delle proprie forze militari.
Fonte
«È autorizzata, fino al 30 settembre 2022 – si legge nel documento – la partecipazione di personale militare alle iniziative della Nato per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf).
È autorizzata, per l’anno 2022, la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della Nato: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza».
Per la task force Vjtf «è autorizzata la spesa di 86.081.634 euro per l’anno 2022”, per gli altri dispositivi sono previsti “67.366.416 euro per l’anno 2022 e 21.000.000 per l’anno 2023».
Arrivano anche 11 milioni di euro per potenziare la protezione degli uffici italiani all’estero e del relativo personale. La Farnesina è autorizzata a provvedere con questi fondi alle spese per il vitto e per l’alloggio del personale e dei cittadini che, per ragioni di sicurezza, saranno alloggiati in locali indicati dai diplomatici. Degli 11 milioni di euro, un milione finanzierà l’invio di dieci carabinieri a tutela degli uffici all’estero maggiormente esposti e del relativo personale in servizio.
Questo decreto non proroga lo stato di emergenza Covid, il quale scadrà il 31 marzo. Se a fine marzo l’Italia potrà dire addio alle norme anti-Covid, ciò non comporterà la fine del nuovo stato di emergenza per la situazione in Ucraina, per la quale l’Italia prevede il dispiegamento delle proprie forze militari.
Fonte
15/12/2021
Prorogato ancora lo stato d’emergenza. Pessimo segnale
Lo “stato di emergenza” per la pandemia di Covid è stato prorogato dal governo fino al 31 marzo del 2022. Lo prevede la bozza di decreto approvata ieri dal Consiglio dei ministri. Mario Draghi lo ha reso un ossimoro con le parole pronunciate poco dopo in Parlamento, secondo le quali “dobbiamo difendere la nostra normalità con le unghie e con i denti”. Uno stato d’emergenza per difendere la normalità è decisamente un tema da “approfondire”.
Si tratta di 11 articoli che prorogano tutte le misure legate all’emergenza. Il decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
Nell’art.1 del testo è scritto che: “Nell’esercizio dei poteri derivanti dalla dichiarazione dello stato di emergenza” il Capo del Dipartimento della protezione civile e il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto della pandemia adottano “anche ordinanze finalizzate alla programmazione della prosecuzione in via ordinaria delle attività necessarie al contrasto e al contenimento del fenomeno epidemiologico da Covid-19“.
Il provvedimento secondo il governo viene ritenuto necessario a causa dell’evolversi della situazione epidemiologica. “L’attuale contesto di rischio impone la prosecuzione delle iniziative di carattere straordinario e urgente intraprese al fine di fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività“.
Si ritiene dunque che “la predetta situazione emergenziale persiste e che pertanto ricorrono i presupposti per la proroga dello stato emergenza dichiarato con le delibere del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, del 29 luglio 2020, del 7 ottobre 2020, del 13 gennaio 2021 e del 21 aprile 2021, e prorogato con l’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 settembre 2021, n. 126“.
Nel decreto si sottolinea “la straordinaria necessità e urgenza di adeguare i termini relativi al quadro delle vigenti misure di contenimento della diffusione del predetto virus“. Da qui “la necessità di provvedere alla proroga e alla definizione di termini di prossima scadenza connessi all’emergenza epidemiologica da Covid-19“.
Dunque fino alla fine di marzo saremo ancora in emergenza, con tutto ciò che ne consegue sia sul piano delle misure restrittive e organizzative già adottate, sia per ulteriori misure che potrebbero essere adottate. Intanto ieri, per la terza volta in pochi giorni, è stata superata la soglia dei 100 decessi in un giorno.
I peana dei mass media pubblici e privati evitano accuratamente ogni rilievo critico alla decisione del governo. In fondo lo “stato d’emergenza” serve anche a disciplinare opinioni e comportamenti.
Nessuno ha il coraggio di ammettere che siamo ormai da due anni in stato d’emergenza, e lo saremo ancora, perché i due governi in carica (Conte II e Draghi) si sono rifiutati di fare quello che andava fatto (isolare i focolai, avviare il tracciamento di massa). Ossia perché i due governi che si sono succeduti hanno guardato più al Pil che alla protezione della salute pubblica.
Lo “stato d’emergenza” viene prorogato, avvicinandosi sempre più alla soglia dello “stato di eccezione”, perché alla fine è prevalsa l’idea di dover convivere con il virus sperando che una massiccia campagna vaccinale (ma senza obbligo; un assurdo anche logico) potesse funzionare come barriera.
Ma i dati ci dicono che questo ha funzionato solo parzialmente, sia in Italia che in Europa e negli Usa. Ed ancora ci si ostina a tenere fuori dalla disponibilità i vaccini non made in Usa (vedi quello cubano o quelli cinesi e il russo) e a tenere escluse dalla vaccinazione le popolazioni dei paesi più poveri, dove la circolazione senza ostacoli del virus produce sistematicamente nuove varianti e contagi.
Infine, e non certo per importanza, poiché i guai arrivano sempre a grappoli, all’orizzonte si staglia adesso una nuova, possibile e minacciosa emergenza: quella informatica.
Il 9 dicembre scorso è stata rivelata l’esistenza di una vulnerabilità in Log4j. Viene battezzata Log4Shell. Per un paio di giorni la notizia è rimasta confinata solo tra gli esperti di sicurezza informatica e dei siti di settore. A rivelarlo è l’Agi, secondo cui non sono a rischio solo le aziende, ma server e programmi di gruppi finanziari, stati, istituzioni nazionali. E tutti concordano sul fatto che si tratta di una delle più gravi vulnerabilità scoperte negli ultimi anni.
Il 9 dicembre dei ricercatori hanno scoperto che un tag usato per i sistemi Java conteneva una vulnerabilità che consente ad eventuali aggressori di eseguire del codice da remoto su un computer di destinazione. Potevano quindi rubare dati, istallare malware, prendere il controllo dell’intero sistema.
Cosa avviene generalmente quando si scoprono queste vulnerabilità?
Alcuni esperti sentiti da Agi hanno spiegato che nella community degli sviluppatori generalmente si opta per rendere pubblica, o semi-pubblica, la vulnerabilità stessa. Una questione etica, ma anche pratica: prima si sa, prima si può fare in modo che tutti trovino una soluzione.
Ma d’altra parte succede che l’informazione arriva anche ad attori malevoli: hacker, migliaia di hacker che da allora hanno cominciato a cercare questa vulnerabilità nei software di istituzioni, organizzazioni, aziende.
Secondo la Check Point, una azienda di sicurezza informatica israeliana, c’è stata una escalation di attacchi in questi giorni. Il 10 dicembre sono stati registrati qualche migliaio di tentativi di attacco informatico; l’11 dicembre sono diventati 40.000; il 12 dicembre 200.000; il 13 dicembre sono già saliti a 840.000.
Lo “stato di emergenza”, in questo caso andrebbe incontro a serissimi problemi. Anzi, proprio un blackout informatico di grandi dimensioni potrebbe renderlo inapplicabile.
Siamo così di fronte ad un altro aspetto della crisi sistemica in cui si sta rivoltando l’Occidente neoliberista, senza neanche provare a trovare una via d’uscita. Che del resto, se si deve lasciar campo libero all’impresa privata in qualsiasi caso – anche nel pieno di una pandemia globale – si sta rivelando fattualmente impossibile.
Fonte
Si tratta di 11 articoli che prorogano tutte le misure legate all’emergenza. Il decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
Nell’art.1 del testo è scritto che: “Nell’esercizio dei poteri derivanti dalla dichiarazione dello stato di emergenza” il Capo del Dipartimento della protezione civile e il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto della pandemia adottano “anche ordinanze finalizzate alla programmazione della prosecuzione in via ordinaria delle attività necessarie al contrasto e al contenimento del fenomeno epidemiologico da Covid-19“.
Il provvedimento secondo il governo viene ritenuto necessario a causa dell’evolversi della situazione epidemiologica. “L’attuale contesto di rischio impone la prosecuzione delle iniziative di carattere straordinario e urgente intraprese al fine di fronteggiare adeguatamente possibili situazioni di pregiudizio per la collettività“.
Si ritiene dunque che “la predetta situazione emergenziale persiste e che pertanto ricorrono i presupposti per la proroga dello stato emergenza dichiarato con le delibere del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, del 29 luglio 2020, del 7 ottobre 2020, del 13 gennaio 2021 e del 21 aprile 2021, e prorogato con l’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 23 luglio 2021, n. 105, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 settembre 2021, n. 126“.
Nel decreto si sottolinea “la straordinaria necessità e urgenza di adeguare i termini relativi al quadro delle vigenti misure di contenimento della diffusione del predetto virus“. Da qui “la necessità di provvedere alla proroga e alla definizione di termini di prossima scadenza connessi all’emergenza epidemiologica da Covid-19“.
Dunque fino alla fine di marzo saremo ancora in emergenza, con tutto ciò che ne consegue sia sul piano delle misure restrittive e organizzative già adottate, sia per ulteriori misure che potrebbero essere adottate. Intanto ieri, per la terza volta in pochi giorni, è stata superata la soglia dei 100 decessi in un giorno.
I peana dei mass media pubblici e privati evitano accuratamente ogni rilievo critico alla decisione del governo. In fondo lo “stato d’emergenza” serve anche a disciplinare opinioni e comportamenti.
Nessuno ha il coraggio di ammettere che siamo ormai da due anni in stato d’emergenza, e lo saremo ancora, perché i due governi in carica (Conte II e Draghi) si sono rifiutati di fare quello che andava fatto (isolare i focolai, avviare il tracciamento di massa). Ossia perché i due governi che si sono succeduti hanno guardato più al Pil che alla protezione della salute pubblica.
Lo “stato d’emergenza” viene prorogato, avvicinandosi sempre più alla soglia dello “stato di eccezione”, perché alla fine è prevalsa l’idea di dover convivere con il virus sperando che una massiccia campagna vaccinale (ma senza obbligo; un assurdo anche logico) potesse funzionare come barriera.
Ma i dati ci dicono che questo ha funzionato solo parzialmente, sia in Italia che in Europa e negli Usa. Ed ancora ci si ostina a tenere fuori dalla disponibilità i vaccini non made in Usa (vedi quello cubano o quelli cinesi e il russo) e a tenere escluse dalla vaccinazione le popolazioni dei paesi più poveri, dove la circolazione senza ostacoli del virus produce sistematicamente nuove varianti e contagi.
Infine, e non certo per importanza, poiché i guai arrivano sempre a grappoli, all’orizzonte si staglia adesso una nuova, possibile e minacciosa emergenza: quella informatica.
Il 9 dicembre scorso è stata rivelata l’esistenza di una vulnerabilità in Log4j. Viene battezzata Log4Shell. Per un paio di giorni la notizia è rimasta confinata solo tra gli esperti di sicurezza informatica e dei siti di settore. A rivelarlo è l’Agi, secondo cui non sono a rischio solo le aziende, ma server e programmi di gruppi finanziari, stati, istituzioni nazionali. E tutti concordano sul fatto che si tratta di una delle più gravi vulnerabilità scoperte negli ultimi anni.
Il 9 dicembre dei ricercatori hanno scoperto che un tag usato per i sistemi Java conteneva una vulnerabilità che consente ad eventuali aggressori di eseguire del codice da remoto su un computer di destinazione. Potevano quindi rubare dati, istallare malware, prendere il controllo dell’intero sistema.
Cosa avviene generalmente quando si scoprono queste vulnerabilità?
Alcuni esperti sentiti da Agi hanno spiegato che nella community degli sviluppatori generalmente si opta per rendere pubblica, o semi-pubblica, la vulnerabilità stessa. Una questione etica, ma anche pratica: prima si sa, prima si può fare in modo che tutti trovino una soluzione.
Ma d’altra parte succede che l’informazione arriva anche ad attori malevoli: hacker, migliaia di hacker che da allora hanno cominciato a cercare questa vulnerabilità nei software di istituzioni, organizzazioni, aziende.
Secondo la Check Point, una azienda di sicurezza informatica israeliana, c’è stata una escalation di attacchi in questi giorni. Il 10 dicembre sono stati registrati qualche migliaio di tentativi di attacco informatico; l’11 dicembre sono diventati 40.000; il 12 dicembre 200.000; il 13 dicembre sono già saliti a 840.000.
Lo “stato di emergenza”, in questo caso andrebbe incontro a serissimi problemi. Anzi, proprio un blackout informatico di grandi dimensioni potrebbe renderlo inapplicabile.
Siamo così di fronte ad un altro aspetto della crisi sistemica in cui si sta rivoltando l’Occidente neoliberista, senza neanche provare a trovare una via d’uscita. Che del resto, se si deve lasciar campo libero all’impresa privata in qualsiasi caso – anche nel pieno di una pandemia globale – si sta rivelando fattualmente impossibile.
Fonte
14/12/2021
[Contributo al dibattito] - La notte della Repubblica
di Giovanni Iozzoli
A che punto della notte siamo? Nell’oscurità più nera e fredda, che precede l’alba livida? O solo nel mezzo di un buio fitto, denso, che pare eterno: il buio come nuovo presente, nuova forma delle cose.
Sono quasi due anni che questo paese vive dentro uno stato d’emergenza formalmente dichiarato e le forze di governo stanno dibattendo sull’eventualità di una ulteriore proroga – dibattito che si intreccia con quello sulla elezione del nuovo presidente della repubblica. Lo stato d’emergenza è il liquido amniotico dentro cui qualsiasi governo ama sguazzare; in quella beatifica condizione il consenso parlamentare si addensa compatto intorno agli esecutivi; si possono finalmente bypassare leggi, procedure e persino principi costituzionali, mediante semplici strumenti amministrativi. Tutto può essere deciso, tutto può essere ratificato senza lungaggini, seccature e inutili finzioni di dibattito. Chi aveva mai sentito parlare dei DPCM, prima di Conte? Eppure mediante questo tipo di atti si sono proclamati mesi di coprifuoco, come in tempo di guerra. Per non parlare di appalti e affidamenti di servizi – che in epoca di PNRR rappresentano l’unica e ultima ragion d’essere degli ectoplasmi affaristici che i tg ancora definiscono “partiti”. Lo stato d’emergenza poi – ça va sans dire – è l’ideale modello di gestione di ogni conflitto sociale o opposizione reale: manganelli mediatici e manganelli reali diventano dispositivi legittimi, coerenti e funzionali, contro cui pochissimi osano protestare.
Sabato 11 dicembre – alla vigilia dell’anniversario di piazza Fontana – Milano ha celebrato il suo primo week end senza manifestazioni in centro; bottegai e cultori accaniti dello shopping, il giorno dopo hanno esultato a mezzo stampa: per 20 settimane di fila avevano dovuto subire l’invasione di torme indocili, spesso giovanili e periferiche, poco coordinate ma creative e parecchio tenaci. I sabati milanesi hanno sorpreso tutti, osservatori e questurini, per tre mesi buoni. I no Green Pass arrivavano a frotte, all’improvviso, invadendo gli spazi sacri del commercio, le agorà dell’apericena e della boutique, come a mettere in discussione la finta normalizzazione inscenata dai media. I giornali, il giorno dopo, hanno attribuito lo sgonfiamento della protesta “all’azione tempestiva delle forze di polizia che la settimana prima avevano spento sul nascere ogni focolaio di manifestazione, identificando decine di persone e comminando denunce e sanzioni”. Se qualche smemorato non ha capito cosa significhi vivere nello stato d’emergenza, ritagli queste due righe e se le attacchi alla tastiera del suo pc: stavolta non sono gli sbirri robocop dei cattivoni Putin o Erdogan a “spegnere sul nascere i focolai”; stavolta avviene tutto sotto i nostri occhi, su circolare del Ministro Lamorgese e pubblico plauso mediatico.
Giovedì 16 dicembre la CGIL ha proclamato uno sciopero generale, che avviene nella modalità più tardiva, contorta e implausibile, della storia sindacale italiana. Uno sciopero senza piattaforma, alla vigilia delle festività natalizie, in cui il segretario della CGIL, più che un leader sindacale in lotta, somiglia a un pugile suonato, che per le troppe botte prese dimentica l’angolo di ring dove andare a sedersi. Attraverso le interviste, il povero Landini prova a surrogare la mancanza di uno straccio di dibattito interno alla sua Confederazione. E più parla più si incarta, il segretario – ora aprendo ora chiudendo a Draghi, che come un basilisco sembra ipnotizzarlo – demoralizzando e confondendo quelli che gli scioperi li devono concretamente organizzare nelle fabbriche.
Giovedì si sciopererà provando ad esibire un certificato di esistenza in vita. Si sciopererà alla disperata, senza progetto, senza la benché minima velleità di impiantare una campagna di lungo periodo sui due o tre temi sui quali sarebbe urgente e necessario. Si sciopererà dopo essersi autocastrati, con tutte le complicate trafile e proibizioni che impediranno a milioni di lavoratori giudicati essenziali (che smettono di essere essenziali il giorno 10 di ogni mese, a guardare la loro busta paga), di esercitare il loro diritto costituzionale all’astensione dal lavoro. Si sciopererà mentre i dati, impietosi, confermano il disastro in termini di distribuzione della ricchezza e di forza salariale e contrattuale delle classi lavoratrici italiane, epilogo di un ciclo lunghissimo di concertazione, sfociato nella stagione della disintermediazione finale.
Nessuno ai piani alti ha più bisogno di “grandi sindacati nazionali” – neanche nella versione più moderata e responsabile: non c’è nessun patto sociale dietro l’angolo, nessuna contrattazione sociale o politica dei redditi da inventare; il salario, la giornata lavorativa, il rapporto produzione/riproduzione, tutto è ormai irrimediabilmente destrutturato. Anche la reazione all’annuncio dello sciopero, è stata tutt’altro che veemente: volete scioperare? Fate pure, chi se ne frega, ormai i buoi sono usciti dalla stalla e la rappresentatività sociale vi è scappata tra le dita.
In CGIL sanno che la realtà è questa, non stanno a raccontarsi frottole o rievocare mitologie. Lo scopo di tutto è la sopravvivenza, giorno per giorno, senza respiro o lettura di lungo periodo della società italiana. L’unico obiettivo praticabile è tirare su la saracinesca ogni mattina e giustificare l’esistenza di questo complicato baraccone, agli occhi dei sempre più disillusi finanziatori. Se lo sciopero serve a guadagnare un po’ di tempo e un brandello di credibilità, allora si sciopera e si sposta la notte un po' più in là. Rientrare ai tavoli di sottogoverno è sempre possibile, specie se non li hai mai davvero rotti. Tanto è già tutto deciso e un qualche strapuntino consultivo, si trova sempre, per i vecchi amici.
Alla fine però gli scioperi è meglio farli: tutti, sempre. Perché lo sciopero appartiene ai lavoratori, non a chi lo proclama. E sempre, nella storia, la classe operaia ha utilizzato quello che ha trovato – gli strumenti e gli spazi disponibili, anche quelli improbabili o scalcagnati o sconfitti. I lavoratori non hanno problemi di tessere o affiliazioni, usano quello che c’è. E se esiste una sola speranza che i malesseri incistati nel corpo sociale si incontrino e si parlino, ebbene questo può avvenire solo dentro la cornice di uno sciopero generale. Gli scioperi si fanno: di base e non di base, e ci si sta dentro e si prova a scorgere le scintille potenziali che, anche sotto le polveri bagnate, possono diventare incendio e luce.
Alla CGIL saranno preclusi i tradizionali cortei in centro, nelle diverse città in cui concentrerà le sue iniziative – esattamente com’è stato per i movimenti del sabato pomeriggio. Perché è chiaro che le direttive del Viminale non guardano in faccia a nessuno, sono pacificatrici ed emergenziali a prescindere. La domanda che invece potremmo porci è: sociologicamente, le due piazze – quelle anti GP e quelle sindacali – avranno punti di sovrapposizione o di intersezione? O fingiamo che siano due mondi incomunicanti, come se la società fosse un dispositivo a compartimenti stagni? È una domanda complicata, che richiederebbe più piani di ragionamento; per rispondere ci vorrebbe la famosa “ricerca sul campo”, quella che in pochissimi, in questi mesi, hanno cercato di fare (vedi Andrea Olivieri con i suoi preziosi reportage da Trieste), perché costa fatica, produce dubbi e impone un continuo rimettersi in gioco.
Altra domanda che bisognerebbe porsi è: stante la sconfitta del movimento no-green pass, nonostante una durata e una estensione sociale non irrisoria, di quel magma popolare cosa resterà nei prossimi mesi? Rifluirà nei mille rivoli dell’individualismo liquido, della disperazione metropolitana, nelle insignificanti sette millenaristiche? La difficoltà delle analisi politiche, non riguardano solo la fotografia del presente. Nelle settimane successive all’8 dicembre del 2014, in pochi si presero la briga di capire che fine avessero fatto i “forconi” sedicenti antisistema: eppure non erano scomparsi, avevano assunto un dinamismo carsico, comparendo e scomparendo, nelle viscere della crisi italiana, fino a contribuire al trionfo “populista” del 2018, inaspettato nelle dimensioni e negli esiti.
Quello che è certo è che in moltissimi territori si sono addensate isole chiuse di livore, paranoia e motivata indignazione; sono vere comunità in nuce, aggregatesi più che su una visione di qualche genere, sulla base di un rifiuto – anche qua sistemico, non più riconducibile alle sole scelte individuali, con numeri amplificati dall’uso delle reti, in cui piazze reali e virtuali si inseguono e si legittimano a vicenda. In piccole città come Modena o Reggio, questi segmenti sociali hanno coinvolto migliaia di persone, spesso interi nuclei familiari. La totale incapacità di darsi e dare un senso, un progetto, una direzione di marcia ed un’autorevolezza non complottista o disperante a questa movimentazione, non deve portare a sottostimarla. Va indagata, per non trovarci nella condizione di assistere all’emersione di nuovi attori politico-sociali che si agglutinano e si propongono come novità accattivante e “anti-politica”, magari offrendo prospettiva e rappresentanza anche dentro i bacini storici dei movimenti (vedi il rapporto maturato negli anni scorsi tra 5 Stelle e la Val di Susa).
I movimenti no green pass sono una cosa troppo incasinata, inafferrabile e contraddittoria, al momento, per tradursi in un qualche progetto politico futuro. Ma, forse, con questa modalità compulsiva, isterica e iperspontanea delle dinamiche sociali, dovremo imparare a misurarci, più che tapparci in casa sperando che passi presto. Forse questa sarà la forma schizoide dei nuovi conflitti (per chi ha buona memoria e qualche copia di Metropoli in soffitta, se ne dibatteva già quarant’anni fa, quando eravamo meno choosy, più vivi, arditi e curiosi). Del resto anche i gilet gialli – espressione politicamente ben più matura e corposa – non sembra abbiano partorito grandi prospettive politiche; e il loro esordio, per chi lo ricorda, fu anche bollato da una sinistra eternamente diffidente, come ambiguo e pericoloso: è stato solo grazie ad una battaglia politica interna combattuta da avanguardie coraggiose – compreso l’incontro di piazza con la CGT, mediato dai delegati di fabbrica – a permettere una evoluzione compiutamente antiliberista dei GJ, depurando il movimento dalle scorie destrorse e dandogli il profilo che oggi viene riconosciuto a quell’esperienza.
Quindi, queste isole livorose nate dal contrasto al GP come finiranno? Si sfrangeranno e si spacchetteranno ulteriormente al seguito di improbabili profeti da tastiera, per i quali l’eterno reset capitalistico è più o meno un complotto? Gonfieranno i gruppuscoli di micro destra che hanno trovato campo libero, in quelle piazze? Proviamo a interrogarci. Alla fine quel magma sociale sta esprimendo una criticità forte verso l’ordine presente delle cose, seppur nella modalità confusissima dei tempi presenti; è in massima parte formato e agitato da ceti piccolo borghesi urbani spaventati, impoveriti dalla crisi e atterriti dalle ombre fosche e potenti del comando, con il quale hanno impattato per la prima volta nella loro vita. In questi mesi, a partire dal trattamento sanitario obbligatorio surrettiziamente imposto e dallo sfregio alla Costituzione, hanno maturato una confusa attitudine alla messa in discussione di equilibri generali che sentono ingiusti e pericolosi. Si pongono domande sull’economia mondo, sulle spirali di crisi in cui sentono di essere avvolti; dal vaccino passano a interrogarsi sui costi del caro energia, sulle delocalizzazioni, sui posti di lavoro che per molti quaranta/cinquantenni scompariranno nei prossimi due o tre anni; e cercano risposte in luoghi improbabili, sbattendo come pesci da una chat all’altra, da una piazza all’altra, in mancanza di interlocutori autorevoli e credibili.
E le migliaia di persone che invece scenderanno in piazza con la CGIL il 16 dicembre, che figura sociale incarnano? Saranno meno confusi, con riferimenti più saldi, parole d’ordine più chiare e interessi più delineati, rispetto a quelli delle “altre piazze”? O si tratta del medesimo esercito di naufraghi che, affondate le navi della modernità – partiti, sindacati, patti sociali – annaspano nelle acque limacciose, cercando un relitto, un approdo, uno scoglio a cui attaccarsi? Quelle piazze le consideriamo irriducibili le une alle altre, solo perché così è più facile per noi orientarci?
Intanto ricordiamoci che siamo tutti dentro un maledetto stato di emergenza – la vera notte della Repubblica – e che tra un po’ di anni forse dovremo rendere conto alle generazioni future, del silenzio complice e della cristiana rassegnazione, con cui stiamo accettando tutto questo come condizione naturale e necessaria.
Fonte
A che punto della notte siamo? Nell’oscurità più nera e fredda, che precede l’alba livida? O solo nel mezzo di un buio fitto, denso, che pare eterno: il buio come nuovo presente, nuova forma delle cose.
Sono quasi due anni che questo paese vive dentro uno stato d’emergenza formalmente dichiarato e le forze di governo stanno dibattendo sull’eventualità di una ulteriore proroga – dibattito che si intreccia con quello sulla elezione del nuovo presidente della repubblica. Lo stato d’emergenza è il liquido amniotico dentro cui qualsiasi governo ama sguazzare; in quella beatifica condizione il consenso parlamentare si addensa compatto intorno agli esecutivi; si possono finalmente bypassare leggi, procedure e persino principi costituzionali, mediante semplici strumenti amministrativi. Tutto può essere deciso, tutto può essere ratificato senza lungaggini, seccature e inutili finzioni di dibattito. Chi aveva mai sentito parlare dei DPCM, prima di Conte? Eppure mediante questo tipo di atti si sono proclamati mesi di coprifuoco, come in tempo di guerra. Per non parlare di appalti e affidamenti di servizi – che in epoca di PNRR rappresentano l’unica e ultima ragion d’essere degli ectoplasmi affaristici che i tg ancora definiscono “partiti”. Lo stato d’emergenza poi – ça va sans dire – è l’ideale modello di gestione di ogni conflitto sociale o opposizione reale: manganelli mediatici e manganelli reali diventano dispositivi legittimi, coerenti e funzionali, contro cui pochissimi osano protestare.
Sabato 11 dicembre – alla vigilia dell’anniversario di piazza Fontana – Milano ha celebrato il suo primo week end senza manifestazioni in centro; bottegai e cultori accaniti dello shopping, il giorno dopo hanno esultato a mezzo stampa: per 20 settimane di fila avevano dovuto subire l’invasione di torme indocili, spesso giovanili e periferiche, poco coordinate ma creative e parecchio tenaci. I sabati milanesi hanno sorpreso tutti, osservatori e questurini, per tre mesi buoni. I no Green Pass arrivavano a frotte, all’improvviso, invadendo gli spazi sacri del commercio, le agorà dell’apericena e della boutique, come a mettere in discussione la finta normalizzazione inscenata dai media. I giornali, il giorno dopo, hanno attribuito lo sgonfiamento della protesta “all’azione tempestiva delle forze di polizia che la settimana prima avevano spento sul nascere ogni focolaio di manifestazione, identificando decine di persone e comminando denunce e sanzioni”. Se qualche smemorato non ha capito cosa significhi vivere nello stato d’emergenza, ritagli queste due righe e se le attacchi alla tastiera del suo pc: stavolta non sono gli sbirri robocop dei cattivoni Putin o Erdogan a “spegnere sul nascere i focolai”; stavolta avviene tutto sotto i nostri occhi, su circolare del Ministro Lamorgese e pubblico plauso mediatico.
Giovedì 16 dicembre la CGIL ha proclamato uno sciopero generale, che avviene nella modalità più tardiva, contorta e implausibile, della storia sindacale italiana. Uno sciopero senza piattaforma, alla vigilia delle festività natalizie, in cui il segretario della CGIL, più che un leader sindacale in lotta, somiglia a un pugile suonato, che per le troppe botte prese dimentica l’angolo di ring dove andare a sedersi. Attraverso le interviste, il povero Landini prova a surrogare la mancanza di uno straccio di dibattito interno alla sua Confederazione. E più parla più si incarta, il segretario – ora aprendo ora chiudendo a Draghi, che come un basilisco sembra ipnotizzarlo – demoralizzando e confondendo quelli che gli scioperi li devono concretamente organizzare nelle fabbriche.
Giovedì si sciopererà provando ad esibire un certificato di esistenza in vita. Si sciopererà alla disperata, senza progetto, senza la benché minima velleità di impiantare una campagna di lungo periodo sui due o tre temi sui quali sarebbe urgente e necessario. Si sciopererà dopo essersi autocastrati, con tutte le complicate trafile e proibizioni che impediranno a milioni di lavoratori giudicati essenziali (che smettono di essere essenziali il giorno 10 di ogni mese, a guardare la loro busta paga), di esercitare il loro diritto costituzionale all’astensione dal lavoro. Si sciopererà mentre i dati, impietosi, confermano il disastro in termini di distribuzione della ricchezza e di forza salariale e contrattuale delle classi lavoratrici italiane, epilogo di un ciclo lunghissimo di concertazione, sfociato nella stagione della disintermediazione finale.
Nessuno ai piani alti ha più bisogno di “grandi sindacati nazionali” – neanche nella versione più moderata e responsabile: non c’è nessun patto sociale dietro l’angolo, nessuna contrattazione sociale o politica dei redditi da inventare; il salario, la giornata lavorativa, il rapporto produzione/riproduzione, tutto è ormai irrimediabilmente destrutturato. Anche la reazione all’annuncio dello sciopero, è stata tutt’altro che veemente: volete scioperare? Fate pure, chi se ne frega, ormai i buoi sono usciti dalla stalla e la rappresentatività sociale vi è scappata tra le dita.
In CGIL sanno che la realtà è questa, non stanno a raccontarsi frottole o rievocare mitologie. Lo scopo di tutto è la sopravvivenza, giorno per giorno, senza respiro o lettura di lungo periodo della società italiana. L’unico obiettivo praticabile è tirare su la saracinesca ogni mattina e giustificare l’esistenza di questo complicato baraccone, agli occhi dei sempre più disillusi finanziatori. Se lo sciopero serve a guadagnare un po’ di tempo e un brandello di credibilità, allora si sciopera e si sposta la notte un po' più in là. Rientrare ai tavoli di sottogoverno è sempre possibile, specie se non li hai mai davvero rotti. Tanto è già tutto deciso e un qualche strapuntino consultivo, si trova sempre, per i vecchi amici.
Alla fine però gli scioperi è meglio farli: tutti, sempre. Perché lo sciopero appartiene ai lavoratori, non a chi lo proclama. E sempre, nella storia, la classe operaia ha utilizzato quello che ha trovato – gli strumenti e gli spazi disponibili, anche quelli improbabili o scalcagnati o sconfitti. I lavoratori non hanno problemi di tessere o affiliazioni, usano quello che c’è. E se esiste una sola speranza che i malesseri incistati nel corpo sociale si incontrino e si parlino, ebbene questo può avvenire solo dentro la cornice di uno sciopero generale. Gli scioperi si fanno: di base e non di base, e ci si sta dentro e si prova a scorgere le scintille potenziali che, anche sotto le polveri bagnate, possono diventare incendio e luce.
Alla CGIL saranno preclusi i tradizionali cortei in centro, nelle diverse città in cui concentrerà le sue iniziative – esattamente com’è stato per i movimenti del sabato pomeriggio. Perché è chiaro che le direttive del Viminale non guardano in faccia a nessuno, sono pacificatrici ed emergenziali a prescindere. La domanda che invece potremmo porci è: sociologicamente, le due piazze – quelle anti GP e quelle sindacali – avranno punti di sovrapposizione o di intersezione? O fingiamo che siano due mondi incomunicanti, come se la società fosse un dispositivo a compartimenti stagni? È una domanda complicata, che richiederebbe più piani di ragionamento; per rispondere ci vorrebbe la famosa “ricerca sul campo”, quella che in pochissimi, in questi mesi, hanno cercato di fare (vedi Andrea Olivieri con i suoi preziosi reportage da Trieste), perché costa fatica, produce dubbi e impone un continuo rimettersi in gioco.
Altra domanda che bisognerebbe porsi è: stante la sconfitta del movimento no-green pass, nonostante una durata e una estensione sociale non irrisoria, di quel magma popolare cosa resterà nei prossimi mesi? Rifluirà nei mille rivoli dell’individualismo liquido, della disperazione metropolitana, nelle insignificanti sette millenaristiche? La difficoltà delle analisi politiche, non riguardano solo la fotografia del presente. Nelle settimane successive all’8 dicembre del 2014, in pochi si presero la briga di capire che fine avessero fatto i “forconi” sedicenti antisistema: eppure non erano scomparsi, avevano assunto un dinamismo carsico, comparendo e scomparendo, nelle viscere della crisi italiana, fino a contribuire al trionfo “populista” del 2018, inaspettato nelle dimensioni e negli esiti.
Quello che è certo è che in moltissimi territori si sono addensate isole chiuse di livore, paranoia e motivata indignazione; sono vere comunità in nuce, aggregatesi più che su una visione di qualche genere, sulla base di un rifiuto – anche qua sistemico, non più riconducibile alle sole scelte individuali, con numeri amplificati dall’uso delle reti, in cui piazze reali e virtuali si inseguono e si legittimano a vicenda. In piccole città come Modena o Reggio, questi segmenti sociali hanno coinvolto migliaia di persone, spesso interi nuclei familiari. La totale incapacità di darsi e dare un senso, un progetto, una direzione di marcia ed un’autorevolezza non complottista o disperante a questa movimentazione, non deve portare a sottostimarla. Va indagata, per non trovarci nella condizione di assistere all’emersione di nuovi attori politico-sociali che si agglutinano e si propongono come novità accattivante e “anti-politica”, magari offrendo prospettiva e rappresentanza anche dentro i bacini storici dei movimenti (vedi il rapporto maturato negli anni scorsi tra 5 Stelle e la Val di Susa).
I movimenti no green pass sono una cosa troppo incasinata, inafferrabile e contraddittoria, al momento, per tradursi in un qualche progetto politico futuro. Ma, forse, con questa modalità compulsiva, isterica e iperspontanea delle dinamiche sociali, dovremo imparare a misurarci, più che tapparci in casa sperando che passi presto. Forse questa sarà la forma schizoide dei nuovi conflitti (per chi ha buona memoria e qualche copia di Metropoli in soffitta, se ne dibatteva già quarant’anni fa, quando eravamo meno choosy, più vivi, arditi e curiosi). Del resto anche i gilet gialli – espressione politicamente ben più matura e corposa – non sembra abbiano partorito grandi prospettive politiche; e il loro esordio, per chi lo ricorda, fu anche bollato da una sinistra eternamente diffidente, come ambiguo e pericoloso: è stato solo grazie ad una battaglia politica interna combattuta da avanguardie coraggiose – compreso l’incontro di piazza con la CGT, mediato dai delegati di fabbrica – a permettere una evoluzione compiutamente antiliberista dei GJ, depurando il movimento dalle scorie destrorse e dandogli il profilo che oggi viene riconosciuto a quell’esperienza.
Quindi, queste isole livorose nate dal contrasto al GP come finiranno? Si sfrangeranno e si spacchetteranno ulteriormente al seguito di improbabili profeti da tastiera, per i quali l’eterno reset capitalistico è più o meno un complotto? Gonfieranno i gruppuscoli di micro destra che hanno trovato campo libero, in quelle piazze? Proviamo a interrogarci. Alla fine quel magma sociale sta esprimendo una criticità forte verso l’ordine presente delle cose, seppur nella modalità confusissima dei tempi presenti; è in massima parte formato e agitato da ceti piccolo borghesi urbani spaventati, impoveriti dalla crisi e atterriti dalle ombre fosche e potenti del comando, con il quale hanno impattato per la prima volta nella loro vita. In questi mesi, a partire dal trattamento sanitario obbligatorio surrettiziamente imposto e dallo sfregio alla Costituzione, hanno maturato una confusa attitudine alla messa in discussione di equilibri generali che sentono ingiusti e pericolosi. Si pongono domande sull’economia mondo, sulle spirali di crisi in cui sentono di essere avvolti; dal vaccino passano a interrogarsi sui costi del caro energia, sulle delocalizzazioni, sui posti di lavoro che per molti quaranta/cinquantenni scompariranno nei prossimi due o tre anni; e cercano risposte in luoghi improbabili, sbattendo come pesci da una chat all’altra, da una piazza all’altra, in mancanza di interlocutori autorevoli e credibili.
E le migliaia di persone che invece scenderanno in piazza con la CGIL il 16 dicembre, che figura sociale incarnano? Saranno meno confusi, con riferimenti più saldi, parole d’ordine più chiare e interessi più delineati, rispetto a quelli delle “altre piazze”? O si tratta del medesimo esercito di naufraghi che, affondate le navi della modernità – partiti, sindacati, patti sociali – annaspano nelle acque limacciose, cercando un relitto, un approdo, uno scoglio a cui attaccarsi? Quelle piazze le consideriamo irriducibili le une alle altre, solo perché così è più facile per noi orientarci?
Intanto ricordiamoci che siamo tutti dentro un maledetto stato di emergenza – la vera notte della Repubblica – e che tra un po’ di anni forse dovremo rendere conto alle generazioni future, del silenzio complice e della cristiana rassegnazione, con cui stiamo accettando tutto questo come condizione naturale e necessaria.
Fonte
12/07/2021
L’elicottero e l’immaginario di guerra
L’elicottero che, puntualmente, ogni sabato notte sorvola Livorno ci rimanda inequivocabilmente a un immaginario di guerra. Oltre che alla guerra in senso stretto, il nostro immaginario corre immediatamente agli scenari bellici del Vietnam, solcati da elicotteri da combattimento e rappresentati da film ormai classici come Il Cacciatore (1978) di Michael Cimino, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, Rambo 2. La Vendetta (1985) di George Pan Cosmatos, Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick. Cacce nella giungla, vittime designate braccate, l’elicottero che, come un falco, piomba sul nemico da annientare, indifeso come un topolino. L’elicottero accompagnato dall’inquietante e assordante suono delle pale del rotore e dalla sua luce blu che fende la notte cittadina ci può far pensare anche a film che mostrano inseguimenti, fuggitivi braccati, fughe nella notte, e allora il nostro immaginario va a Fuga da Alcatraz (1979) di Don Siegel e a 1997 Fuga da New York (1981) di John Carpenter. In quest’ultimo film, il rumore degli elicotteri è unito a un insieme di note basse in un sonoro che contribuisce a creare un’atmosfera ansiogena e angosciante.
Per provare tali emozioni inquietanti non occorre più vedere il Vietnam cinematografico di questi film, non occorre più assistere a rocambolesche fughe da carceri di massima sicurezza o dalla città di New York trasformata in enorme penitenziario: basta farsi una passeggiata per Livorno il sabato sera. Come ho già avuto modo di scrivere su “Codice Rosso”, l’emergenza Covid ha scatenato una serie di provvedimenti atti a ricreare uno stato di guerra: il coprifuoco, la presenza di soldati armati nelle strade, l’uso di droni, la presenza pervasiva di mezzi delle forze dell’ordine che intimavano, per mezzo di megafoni, ai cittadini di non uscire di casa, l’ossessiva campagna mediatica per imporre la mascherina all’aperto, come se le strade fossero solcate da terribili gas tossici scatenati da una catastrofe chimica. L’elicottero è quello che mancava. Ma attenzione, non crediamo che – come tutti i provvedimenti sopra ricordati – il controllo della movida serale da un elicottero abbia una funzione pratica per limitare il contenimento del Covid. Come il coprifuoco, la mascherina all’aperto, ecc., esso ha una funzione soprattutto psicologica. Serve a comunicarci: dovete stare attenti e dovete avere paura, perché non c’è niente da scherzare, siamo in guerra con il virus. E allora, come si vede, niente di nuovo sotto il sole: ancora quella assurda retorica del “siamo in guerra” sbandierata dai media già da marzo dello scorso anno. Inutile che la destra (la Lega e Fratelli d’Italia) contesti le varie restrizioni in nome della libertà: ma quale libertà vorrebbero loro, che sono stati i primi a patrocinare queste misure, a partire dalla risposta militare alle manifestazioni di Genova, nel 2001, fino all’operazione “Strade sicure” del 2008, che prevedeva la presenza dell’esercito nelle strade, e ai controlli urbani contro qualsiasi personaggio non inquadrato in una ‘normalità’ sociale (i blocchi sulle panchine per evitare che fungano da giacigli per gli homeless, ad esempio, è una di queste). È sbagliato slegare i provvedimenti anti-Covid da provvedimenti di disciplinamento sociale preesistenti all’emergenza. Non dobbiamo perciò ascoltare le proteste contro le restrizioni fatte dalla destra, proteste che agiscono solo in nome del Capitale e della sua difesa. Ciò non vuol dire, certo, che dobbiamo starcene zitti: io penso che vadano contestate, sì, ma nell’ottica di continuità con il controllo e la militarizzazione della vita quotidiana preesistente all’emergenza. Quindi contro quella stessa destra che, in fin dei conti, le ha promosse e patrocinate.
Perciò, dobbiamo stare in guardia e tenere bene aperti occhi e cervello, perché la presenza ossessiva dell’elicottero serve solo a farci sentire colpevoli: colpevole non è un governo che distrugge la sanità pubblica, che non offre cure sanitarie adeguate, che non aggiorna un piano pandemico, che annienta la scuola e la cultura, ma siamo noi cittadini, e soprattutto i giovani, pericolosi “untori” del virus. Non è un caso che l’elicottero sorvegli soprattutto la movida dei più giovani (additati fin dall’inizio dell’emergenza come i più colpevoli), i quali si sono visti negate per mesi tutte le loro attività, dallo sport alla scuola. Perciò ci dovevamo chiudere in casa, non ci si poteva allontanare più di duecento metri dalla nostra abitazione, non ci si poteva assembrare (!), non potevamo incontrare amici e parenti, si poteva uscire solo con un’autocertificazione, umiliandoci di fronte a polizia e militari. E ora il coprifuoco e l’elicottero. Quest’ultimo, col suo suono ossessivo e angosciante, ci fa gravare addosso una mostruosa macchina bellica, ci fa sentire colpevoli in uno scenario di guerra. Cacce, inseguimenti, rumori di elicotteri che ci angosciano, restrizioni, divieti, libertà di circolazione sul territorio negata, documenti da compilare per uscire di casa ma, sia chiaro, tutto per il nostro bene.
Fonte
Per provare tali emozioni inquietanti non occorre più vedere il Vietnam cinematografico di questi film, non occorre più assistere a rocambolesche fughe da carceri di massima sicurezza o dalla città di New York trasformata in enorme penitenziario: basta farsi una passeggiata per Livorno il sabato sera. Come ho già avuto modo di scrivere su “Codice Rosso”, l’emergenza Covid ha scatenato una serie di provvedimenti atti a ricreare uno stato di guerra: il coprifuoco, la presenza di soldati armati nelle strade, l’uso di droni, la presenza pervasiva di mezzi delle forze dell’ordine che intimavano, per mezzo di megafoni, ai cittadini di non uscire di casa, l’ossessiva campagna mediatica per imporre la mascherina all’aperto, come se le strade fossero solcate da terribili gas tossici scatenati da una catastrofe chimica. L’elicottero è quello che mancava. Ma attenzione, non crediamo che – come tutti i provvedimenti sopra ricordati – il controllo della movida serale da un elicottero abbia una funzione pratica per limitare il contenimento del Covid. Come il coprifuoco, la mascherina all’aperto, ecc., esso ha una funzione soprattutto psicologica. Serve a comunicarci: dovete stare attenti e dovete avere paura, perché non c’è niente da scherzare, siamo in guerra con il virus. E allora, come si vede, niente di nuovo sotto il sole: ancora quella assurda retorica del “siamo in guerra” sbandierata dai media già da marzo dello scorso anno. Inutile che la destra (la Lega e Fratelli d’Italia) contesti le varie restrizioni in nome della libertà: ma quale libertà vorrebbero loro, che sono stati i primi a patrocinare queste misure, a partire dalla risposta militare alle manifestazioni di Genova, nel 2001, fino all’operazione “Strade sicure” del 2008, che prevedeva la presenza dell’esercito nelle strade, e ai controlli urbani contro qualsiasi personaggio non inquadrato in una ‘normalità’ sociale (i blocchi sulle panchine per evitare che fungano da giacigli per gli homeless, ad esempio, è una di queste). È sbagliato slegare i provvedimenti anti-Covid da provvedimenti di disciplinamento sociale preesistenti all’emergenza. Non dobbiamo perciò ascoltare le proteste contro le restrizioni fatte dalla destra, proteste che agiscono solo in nome del Capitale e della sua difesa. Ciò non vuol dire, certo, che dobbiamo starcene zitti: io penso che vadano contestate, sì, ma nell’ottica di continuità con il controllo e la militarizzazione della vita quotidiana preesistente all’emergenza. Quindi contro quella stessa destra che, in fin dei conti, le ha promosse e patrocinate.
Perciò, dobbiamo stare in guardia e tenere bene aperti occhi e cervello, perché la presenza ossessiva dell’elicottero serve solo a farci sentire colpevoli: colpevole non è un governo che distrugge la sanità pubblica, che non offre cure sanitarie adeguate, che non aggiorna un piano pandemico, che annienta la scuola e la cultura, ma siamo noi cittadini, e soprattutto i giovani, pericolosi “untori” del virus. Non è un caso che l’elicottero sorvegli soprattutto la movida dei più giovani (additati fin dall’inizio dell’emergenza come i più colpevoli), i quali si sono visti negate per mesi tutte le loro attività, dallo sport alla scuola. Perciò ci dovevamo chiudere in casa, non ci si poteva allontanare più di duecento metri dalla nostra abitazione, non ci si poteva assembrare (!), non potevamo incontrare amici e parenti, si poteva uscire solo con un’autocertificazione, umiliandoci di fronte a polizia e militari. E ora il coprifuoco e l’elicottero. Quest’ultimo, col suo suono ossessivo e angosciante, ci fa gravare addosso una mostruosa macchina bellica, ci fa sentire colpevoli in uno scenario di guerra. Cacce, inseguimenti, rumori di elicotteri che ci angosciano, restrizioni, divieti, libertà di circolazione sul territorio negata, documenti da compilare per uscire di casa ma, sia chiaro, tutto per il nostro bene.
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15/10/2020
Francia - Torna lo Stato d’emergenza, coprifuoco a Parigi e in altre città
Ieri sera (14 ottobre), il Presidente francese Emmanuel Macron è tornato in televisione per fare il punto sulla situazione dell’epidemia in Francia, dopo il suo ultimo intervento lo scorso 27 maggio, in un’intervista più simile ad un monologo e trasmessa da TF1 e France2.
Ma prima ancora che il Presidente prendesse la parola, è stata diffusa dalle agenzia di stampa la decisione di resuscitare – con un decreto – lo Stato d’emergenza sanitaria, terminato il 10 luglio e che tornerà in in vigore da sabato 17 ottobre sull’intero territorio nazionale.
Lo Stato d’emergenza sanitaria, presentato ed adottato dal Parlamento a fine marzo, costituisce un quadro giuridico ad hoc per consentire una serie di misure da adottare “in caso di disastro sanitario, compresa un’epidemia che minacci, per la sua natura e la sua gravità, la salute della popolazione”.
Questo autorizza il Primo Ministro “a emanare, con decreto preso sulla relazione del Ministro della Salute, misure generali che limitino la libertà di circolazione, la libertà d’impresa e la libertà di riunione e che consentano la requisizione di tutti i beni e servizi necessari”.
Tali misure devono essere “proporzionate ai rischi connessi e adeguate alle circostanze del momento e del luogo”. Tuttavia, come scrivevamo mesi fa, sotto il velo della lotta all’epidemia di Coronavirus, lo Stato d’emergenza sanitaria nascondeva pericolose insidie per i diritti dei lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro settimanale in alcuni settori alla riduzione dei congedi retribuiti.
Di fronte a quella che è a tutti gli effetti una seconda ondata di Coronavirus – così come annunciata da diversi studi e virologi già alla fine del lockdown primaverile – il discorso del Presidente Macron è stato caratterizzato dalla sua solita ipocrisia, dal completo distacco dalla realtà sociale e dall’incapacità di dare risposte politiche concrete.
Secondo i dati della Santé publique France, da inizio settimana si sono registrati già 44.000 casi positivi, con 600 nuovi pazienti affetti da Covid-19 ricoverati in rianimazione. Nei reparti di terapia intensiva, sono attualmente (14 ottobre) ricoverati 1.673 pazienti su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili.
Nella settimana dal 5 all’11 ottobre, i positivi erano stati 121.078 su un totale di 994.786 test virologici (PCR) realizzati, con tasso di positività di circa il 12%, in aumento rispetto al 9% della settimana precedente (79.266 positivi su 866.342 test effettuati).
Giudicando come “sproporzionata” una nuova chiusura totale, il Presidente Macron ha annunciato l’entrata in vigore di un coprifuoco dalle ore 21 della sera fino alle ore 6 della mattina in Ile-de-France (la regione di Parigi) e in altre otto città (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Montpellier, Rouen, Saint-Etienne e Tolosa).
Il governo ha deciso di decretare questo coprifuoco per una durata di quattro settimane a decorrere da questo sabato (17 ottobre), ma già con l’intenzione di prolungarlo fino al 1° dicembre – ha affermato Macron – e con la possibilità che venga esteso a nuove “zone di allerta massima”.
L’ordinamento giuridico francese prevede la possibilità di instaurare un coprifuoco in caso di “disordini dell’ordine pubblico” – come al tempo delle grandi rivolte del 2005 in diversi quartieri popolari – o di emergenza sanitaria. In quest’ultimo caso, si tratta di una misura già adottata in diverse città, specialmente nel sud della Francia, tramite decreti municipali o di prefetti al tempo della prima ondata di contagio.
Nelle città e nei comuni sottoposti a questo nuovo coprifuoco, cinema, teatri, ristoranti e altre attività commerciali chiuderanno alle ore 21. Tuttavia, saranno possibili eccezioni “per tutti coloro che tornano dal lavoro dopo le 21 o che lavorano di notte” o “per tutti coloro che hanno un’emergenza sanitaria”.
Come ha ribadito Macron, “non ci sarà nessun divieto di movimento, ma una rigida limitazione” nell’orario del coprifuoco, rinviando alla conferenza stampa di oggi (giovedì) da parte del Primo Ministro Jean Castex per tutti i dettagli su queste autorizzazioni.
Il mancato rispetto del coprifuoco verrà punito con una multa di 135 euro, la stessa cifra prevista per il non utilizzo della mascherina, con controlli accentuati da parte delle forze dell’ordine. Come durante il periodo di confinamento, il rischio di abusi e multe discrezionali da parte della polizia, in particolare nei quartieri popolari e nelle banlieues, è tangibile, in linea con la visione di controllo sociale e repressivo di questo governo.
Circa la metà dei clusters attivi, ovvero quelli riconosciuti come veri e propri focolai di contaminazione per l’elevata circolazione del virus, riguardano scuole, università e luoghi di lavoro. Tuttavia, il governo francese e il Presidente Macron decidono di adottare una misura del tutto inefficace nel contrastare la propagazione dei contagi.
Questo “coprifuoco notturno anti-Covid” dovrebbe – secondo Macron – far sì che “i 20.000 nuovi casi al giorno di oggi scendano a 3.000-5.000 casi giornalieri” e che i pazienti affetti da Covid-19 rappresentino solo “dal 10% al 15% dei posti di rianimazione rispetto al 32% di oggi”.
Nathan Peiffer-Smadja, infettivologo dell’ospedale Bichat di Parigi, ha reagito all’annuncio del coprifuoco da parte di Macron dicendo di aver “paura che questo non sia una misura radicale per modificare la curva epidemica” perché, oltre a bar e ristoranti, “ci sono altri luoghi dove la trasmissione è importante e rimarrà attiva”, come i clusters che esistono in “molte fabbriche, università e scuole”.
Pertanto, stiamo parlando di un’assurdità (per non essere più espliciti...). Imporre un coprifuoco notturno quando di giorno ci si può continuare ad ammassare tranquillamente sui mezzi pubblici per andare a lavorare, in luoghi in cui il distanziamento è praticamente impossibile, o a scuola e in università, dove persistono situazioni di classi/aule-pollaio.
Il messaggio di Macron è in sostanza simile al modo di dire francese “metro, boulot, dodo”, ovvero “metro, lavoro, piumone”, che fa riferimento ad una routine dove, oltre al lavoro e all’isolamento individuale, non è previsto altro spazio di socialità e convivialità.
Si sta passando da quella formula abusata per cui bisogna abituarsi a “convivere con il virus” ad ormai dover solo “lavorare con il virus”. Anche qui a dettare legge è il MEDEF, l’organizzazione padronale francese, verso la quale Macron si è dimostrato più volte accondiscendente e servile, tanto negli interessi sociali quanto in quelli economici.
“Più impegnato ad offrire pezzi della nostra industria ai suoi amici che a pianificare di testare, tracciare, isolare e sostenere il personale sanitario ‘a qualunque costo’, Macron limita le poche ore di libertà che i francesi hanno a disposizione. Il virus scompare al mattino”, ha commentato il deputato e coordinatore de La France insoumise Adrien Quatennens.
Inoltre, anche il Presidente Macron si allinea all’insensata “regola dei 6” convitati per gli aperitivi, le cene o le serate private in casa. La logica è più che chiara: colpevolizzare il comportamento dei singoli individui, pur di non riconoscere quelle che sono le gravi mancanze e i fallimenti nella gestione politica dell’attuale epidemia da parte del governo.
Infatti, nonostante le previsioni di una seconda ondata di contagi e gli allarmi sulla situazione negli ospedali da parte del personale, sia in primavera che dalla fine di agosto, il governo francese non ha fatto nulla di concreto per impedire un nuovo collasso della sanità pubblica.
Tant’è che, nel suo discorso di ieri sera, il Presidente Macron non ha fatto neanche un minimo accenno alle risorse supplementari richieste dal personale sanitario per fronteggiare lo stato di pressione dei pronto-soccorsi e delle terapie intensive.
Nonostante ciò, il Presidente Macron è stato costretto ad ammettere che “i nostri servizi ospedalieri sono in un’emergenza più preoccupante” che in primavera, “il nostro personale sanitario è molto affaticato”, ma che “non abbiamo riserve nascoste” nei reparti di terapia intensiva.
Gli errori di previsione, preparazione e di gestione della prima ondata di Coronavirus non sono serviti minimamente da lezione.
Non una parola sull’annuncio del ministro della Sanità, Olivier Véran, di predisporre un pacchetto di 50 milioni di euro destinato all’apertura di 4.000 posti letto negli ospedali “da dicembre e anche prima se necessario”. Posti letto che però non riguardano esclusivamente le unità di terapia intensiva che, secondo le previsioni della Santé publique France, rischiano di arrivare a saturazione all’inizio di novembre in diverse regioni.
In Ile-de-France, dove il tasso di occupazione dei posti letto in rianimazione ha già superato il 40%, il rischio è che questo limite venga raggiunto entro la fine del mese.
A dicembre potrebbe essere decisamente troppo tardi, sempre se la promessa di Véran si dovesse poi concretizzare realmente. Infatti, già a luglio il ministro aveva annunciato la possibilità di rendere disponibili in autunno fino a 12.000 posti letto in rianimazione. Ad oggi, nulla di tutto questo è stato implementato negli ospedali, dove il personale sanitario continua a denunciare la mancanza di risorse, attrezzature ed effettivi, lanciando l’ennesimo allarme che rischia di rimanere inascoltato.
Immancabile poi, come sempre nei suoi discorsi, l’ipocrisia classista che caratterizza Macron sin dal suo insediamento all’Eliseo e che ha raggiunto elevate vette durante il periodo di confinamento. Fiumi di lacrime di coccodrillo quando afferma che “i più precari sono le prime vittime”, ignorando che le sue politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e di smantellamento dello Stato sociale hanno contribuito in maniera determinante all’incremento del numero di poveri, tanto che oggi più di 9,3 milioni di persone vivono in condizioni di povertà relativa.
Ieri sera, Macron ha annunciato un aiuto eccezionale di 150 euro per le fasce più fragili e precarie, ovvero i beneficiari del Revenu de Solidarité Active (RSA, reddito minimo percepito in cambio dell’obbligo di cercare un lavoro o di seguire un progetto professionale formativo) e dell’Aide Personnalisée au Logement (APL, aiuto finanziario per ridurre l’importo dell’affitto in base alla situazione economica).
Praticamente briciole per quei settori popolari precarizzati ed impoveriti dalla crisi sociale scatenatasi già durante la prima ondata; per giunta una misura una tantum visto che, come ha detto Macron, “preferisco questo aiuto eccezionale e massiccio piuttosto che una trasformazione dei minimi sociali”.
Anche nel piano economico “France relance” – dall’importo complessivo mostruoso di 100 miliardi di euro – per i settori più poveri e precari non sono previsti che 800 milioni, ovvero meno dell’1%, mentre più di 20 miliardi sono stanziati per aiuti alle imprese e riduzione delle imposte sulla produzione.
Non c’è da stupirsi che Macron sia considerato da sempre il “Presidente dei ricchi” e, di recente, soprattutto degli ultra-ricchi. Infatti, come emerge da un rapporto del Comitato di valutazione delle riforme fiscali, sotto l’egida dell’istituzione France Stratégie, vicina al Primo Ministro, l’abolizione della Impôt Sur la Fortune (ISF, patrimoniale francese) e l’instaurazione di una flat tax del 30% sui rendimenti da capitale finanziario hanno fatto aumentare i redditi della sottilissima fascia dello 0,1% dei più ricchi in Francia, grazie soprattutto alla crescita dei dividendi, passati da 14,3 miliardi nel 2017 a 23,2 miliardi nel 2018.
In conclusione del suo discorso, Macron ha affermato che “siamo una Nazione di cittadini solidali; non possiamo andare avanti se tutti non fanno il loro compito, non mettono la loro parte”. Peccato che la sua tanto amata e fedele “teoria dello sgocciolamento” sta dimostrando che chi sta in alto prende tutto e che neanche più le briciole cadono verso il basso.
Fonte
Ma prima ancora che il Presidente prendesse la parola, è stata diffusa dalle agenzia di stampa la decisione di resuscitare – con un decreto – lo Stato d’emergenza sanitaria, terminato il 10 luglio e che tornerà in in vigore da sabato 17 ottobre sull’intero territorio nazionale.
Lo Stato d’emergenza sanitaria, presentato ed adottato dal Parlamento a fine marzo, costituisce un quadro giuridico ad hoc per consentire una serie di misure da adottare “in caso di disastro sanitario, compresa un’epidemia che minacci, per la sua natura e la sua gravità, la salute della popolazione”.
Questo autorizza il Primo Ministro “a emanare, con decreto preso sulla relazione del Ministro della Salute, misure generali che limitino la libertà di circolazione, la libertà d’impresa e la libertà di riunione e che consentano la requisizione di tutti i beni e servizi necessari”.
Tali misure devono essere “proporzionate ai rischi connessi e adeguate alle circostanze del momento e del luogo”. Tuttavia, come scrivevamo mesi fa, sotto il velo della lotta all’epidemia di Coronavirus, lo Stato d’emergenza sanitaria nascondeva pericolose insidie per i diritti dei lavoratori: dall’aumento dell’orario di lavoro settimanale in alcuni settori alla riduzione dei congedi retribuiti.
Di fronte a quella che è a tutti gli effetti una seconda ondata di Coronavirus – così come annunciata da diversi studi e virologi già alla fine del lockdown primaverile – il discorso del Presidente Macron è stato caratterizzato dalla sua solita ipocrisia, dal completo distacco dalla realtà sociale e dall’incapacità di dare risposte politiche concrete.
Secondo i dati della Santé publique France, da inizio settimana si sono registrati già 44.000 casi positivi, con 600 nuovi pazienti affetti da Covid-19 ricoverati in rianimazione. Nei reparti di terapia intensiva, sono attualmente (14 ottobre) ricoverati 1.673 pazienti su un totale di circa 5.000 posti letto disponibili.
Nella settimana dal 5 all’11 ottobre, i positivi erano stati 121.078 su un totale di 994.786 test virologici (PCR) realizzati, con tasso di positività di circa il 12%, in aumento rispetto al 9% della settimana precedente (79.266 positivi su 866.342 test effettuati).
Giudicando come “sproporzionata” una nuova chiusura totale, il Presidente Macron ha annunciato l’entrata in vigore di un coprifuoco dalle ore 21 della sera fino alle ore 6 della mattina in Ile-de-France (la regione di Parigi) e in altre otto città (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Montpellier, Rouen, Saint-Etienne e Tolosa).
Il governo ha deciso di decretare questo coprifuoco per una durata di quattro settimane a decorrere da questo sabato (17 ottobre), ma già con l’intenzione di prolungarlo fino al 1° dicembre – ha affermato Macron – e con la possibilità che venga esteso a nuove “zone di allerta massima”.
L’ordinamento giuridico francese prevede la possibilità di instaurare un coprifuoco in caso di “disordini dell’ordine pubblico” – come al tempo delle grandi rivolte del 2005 in diversi quartieri popolari – o di emergenza sanitaria. In quest’ultimo caso, si tratta di una misura già adottata in diverse città, specialmente nel sud della Francia, tramite decreti municipali o di prefetti al tempo della prima ondata di contagio.
Nelle città e nei comuni sottoposti a questo nuovo coprifuoco, cinema, teatri, ristoranti e altre attività commerciali chiuderanno alle ore 21. Tuttavia, saranno possibili eccezioni “per tutti coloro che tornano dal lavoro dopo le 21 o che lavorano di notte” o “per tutti coloro che hanno un’emergenza sanitaria”.
Come ha ribadito Macron, “non ci sarà nessun divieto di movimento, ma una rigida limitazione” nell’orario del coprifuoco, rinviando alla conferenza stampa di oggi (giovedì) da parte del Primo Ministro Jean Castex per tutti i dettagli su queste autorizzazioni.
Il mancato rispetto del coprifuoco verrà punito con una multa di 135 euro, la stessa cifra prevista per il non utilizzo della mascherina, con controlli accentuati da parte delle forze dell’ordine. Come durante il periodo di confinamento, il rischio di abusi e multe discrezionali da parte della polizia, in particolare nei quartieri popolari e nelle banlieues, è tangibile, in linea con la visione di controllo sociale e repressivo di questo governo.
Circa la metà dei clusters attivi, ovvero quelli riconosciuti come veri e propri focolai di contaminazione per l’elevata circolazione del virus, riguardano scuole, università e luoghi di lavoro. Tuttavia, il governo francese e il Presidente Macron decidono di adottare una misura del tutto inefficace nel contrastare la propagazione dei contagi.
Questo “coprifuoco notturno anti-Covid” dovrebbe – secondo Macron – far sì che “i 20.000 nuovi casi al giorno di oggi scendano a 3.000-5.000 casi giornalieri” e che i pazienti affetti da Covid-19 rappresentino solo “dal 10% al 15% dei posti di rianimazione rispetto al 32% di oggi”.
Nathan Peiffer-Smadja, infettivologo dell’ospedale Bichat di Parigi, ha reagito all’annuncio del coprifuoco da parte di Macron dicendo di aver “paura che questo non sia una misura radicale per modificare la curva epidemica” perché, oltre a bar e ristoranti, “ci sono altri luoghi dove la trasmissione è importante e rimarrà attiva”, come i clusters che esistono in “molte fabbriche, università e scuole”.
Pertanto, stiamo parlando di un’assurdità (per non essere più espliciti...). Imporre un coprifuoco notturno quando di giorno ci si può continuare ad ammassare tranquillamente sui mezzi pubblici per andare a lavorare, in luoghi in cui il distanziamento è praticamente impossibile, o a scuola e in università, dove persistono situazioni di classi/aule-pollaio.
Il messaggio di Macron è in sostanza simile al modo di dire francese “metro, boulot, dodo”, ovvero “metro, lavoro, piumone”, che fa riferimento ad una routine dove, oltre al lavoro e all’isolamento individuale, non è previsto altro spazio di socialità e convivialità.
Si sta passando da quella formula abusata per cui bisogna abituarsi a “convivere con il virus” ad ormai dover solo “lavorare con il virus”. Anche qui a dettare legge è il MEDEF, l’organizzazione padronale francese, verso la quale Macron si è dimostrato più volte accondiscendente e servile, tanto negli interessi sociali quanto in quelli economici.
“Più impegnato ad offrire pezzi della nostra industria ai suoi amici che a pianificare di testare, tracciare, isolare e sostenere il personale sanitario ‘a qualunque costo’, Macron limita le poche ore di libertà che i francesi hanno a disposizione. Il virus scompare al mattino”, ha commentato il deputato e coordinatore de La France insoumise Adrien Quatennens.
Inoltre, anche il Presidente Macron si allinea all’insensata “regola dei 6” convitati per gli aperitivi, le cene o le serate private in casa. La logica è più che chiara: colpevolizzare il comportamento dei singoli individui, pur di non riconoscere quelle che sono le gravi mancanze e i fallimenti nella gestione politica dell’attuale epidemia da parte del governo.
Infatti, nonostante le previsioni di una seconda ondata di contagi e gli allarmi sulla situazione negli ospedali da parte del personale, sia in primavera che dalla fine di agosto, il governo francese non ha fatto nulla di concreto per impedire un nuovo collasso della sanità pubblica.
Tant’è che, nel suo discorso di ieri sera, il Presidente Macron non ha fatto neanche un minimo accenno alle risorse supplementari richieste dal personale sanitario per fronteggiare lo stato di pressione dei pronto-soccorsi e delle terapie intensive.
Nonostante ciò, il Presidente Macron è stato costretto ad ammettere che “i nostri servizi ospedalieri sono in un’emergenza più preoccupante” che in primavera, “il nostro personale sanitario è molto affaticato”, ma che “non abbiamo riserve nascoste” nei reparti di terapia intensiva.
Gli errori di previsione, preparazione e di gestione della prima ondata di Coronavirus non sono serviti minimamente da lezione.
Non una parola sull’annuncio del ministro della Sanità, Olivier Véran, di predisporre un pacchetto di 50 milioni di euro destinato all’apertura di 4.000 posti letto negli ospedali “da dicembre e anche prima se necessario”. Posti letto che però non riguardano esclusivamente le unità di terapia intensiva che, secondo le previsioni della Santé publique France, rischiano di arrivare a saturazione all’inizio di novembre in diverse regioni.
In Ile-de-France, dove il tasso di occupazione dei posti letto in rianimazione ha già superato il 40%, il rischio è che questo limite venga raggiunto entro la fine del mese.
A dicembre potrebbe essere decisamente troppo tardi, sempre se la promessa di Véran si dovesse poi concretizzare realmente. Infatti, già a luglio il ministro aveva annunciato la possibilità di rendere disponibili in autunno fino a 12.000 posti letto in rianimazione. Ad oggi, nulla di tutto questo è stato implementato negli ospedali, dove il personale sanitario continua a denunciare la mancanza di risorse, attrezzature ed effettivi, lanciando l’ennesimo allarme che rischia di rimanere inascoltato.
Immancabile poi, come sempre nei suoi discorsi, l’ipocrisia classista che caratterizza Macron sin dal suo insediamento all’Eliseo e che ha raggiunto elevate vette durante il periodo di confinamento. Fiumi di lacrime di coccodrillo quando afferma che “i più precari sono le prime vittime”, ignorando che le sue politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e di smantellamento dello Stato sociale hanno contribuito in maniera determinante all’incremento del numero di poveri, tanto che oggi più di 9,3 milioni di persone vivono in condizioni di povertà relativa.
Ieri sera, Macron ha annunciato un aiuto eccezionale di 150 euro per le fasce più fragili e precarie, ovvero i beneficiari del Revenu de Solidarité Active (RSA, reddito minimo percepito in cambio dell’obbligo di cercare un lavoro o di seguire un progetto professionale formativo) e dell’Aide Personnalisée au Logement (APL, aiuto finanziario per ridurre l’importo dell’affitto in base alla situazione economica).
Praticamente briciole per quei settori popolari precarizzati ed impoveriti dalla crisi sociale scatenatasi già durante la prima ondata; per giunta una misura una tantum visto che, come ha detto Macron, “preferisco questo aiuto eccezionale e massiccio piuttosto che una trasformazione dei minimi sociali”.
Anche nel piano economico “France relance” – dall’importo complessivo mostruoso di 100 miliardi di euro – per i settori più poveri e precari non sono previsti che 800 milioni, ovvero meno dell’1%, mentre più di 20 miliardi sono stanziati per aiuti alle imprese e riduzione delle imposte sulla produzione.
Non c’è da stupirsi che Macron sia considerato da sempre il “Presidente dei ricchi” e, di recente, soprattutto degli ultra-ricchi. Infatti, come emerge da un rapporto del Comitato di valutazione delle riforme fiscali, sotto l’egida dell’istituzione France Stratégie, vicina al Primo Ministro, l’abolizione della Impôt Sur la Fortune (ISF, patrimoniale francese) e l’instaurazione di una flat tax del 30% sui rendimenti da capitale finanziario hanno fatto aumentare i redditi della sottilissima fascia dello 0,1% dei più ricchi in Francia, grazie soprattutto alla crescita dei dividendi, passati da 14,3 miliardi nel 2017 a 23,2 miliardi nel 2018.
In conclusione del suo discorso, Macron ha affermato che “siamo una Nazione di cittadini solidali; non possiamo andare avanti se tutti non fanno il loro compito, non mettono la loro parte”. Peccato che la sua tanto amata e fedele “teoria dello sgocciolamento” sta dimostrando che chi sta in alto prende tutto e che neanche più le briciole cadono verso il basso.
Fonte
21/08/2020
Covid e linguaggio. Le nuove parole come ambigui strumenti del potere
Le parole sono importanti. Lo ribadisce Freud nella sua Introduzione alla psicanalisi
quando afferma che “originariamente le parole erano magie e ancor oggi
la parola ha conservato molto del suo antico potere magico”. Del resto,
come è noto, la pratica psicanalitica si fonda essenzialmente sulla
parola. La parola e il linguaggio sono anche inestricabilmente connessi alle dinamiche del potere.
Le parole divengono un indiscutibile strumento di potere, un mezzo per
governare le masse, soprattutto durante le dittature. Al di là delle
contingenze storiche, Michel Foucault ne ha
scandagliato in profondità le pratiche di imposizione e anche di
interdetto, di reticenza. Perché il potere non solo impone le parole in
modo roboante ma anche le vieta, le frena, le interdice. La parola del
folle, ad esempio, secondo lo studioso francese, è stata oggetto di una
lunga pratica di segregazione e interdizione. A partire dal XIX secolo – dice Foucault ne Le parole e le cose – il linguaggio si ripiega su di sé livellandosi ad un puro statuto d’oggetto. Questa oggettivizzazione del linguaggio ne permette la maggiore fruibilità da parte del potere.
Fin dall’inizio dell’emergenza Covid, le varie dinamiche di potere – incarnate ora dai social, ora dai più svariati media (dalle televisioni ai blog), dai virologi e dai politici – hanno imposto un nuovo tipo di linguaggio fatto di nuove parole o di parole il cui senso è stato nettamente modificato. Come un gigantesco fenomeno spettacolare, l’emergenza ha introdotto un nuovo linguaggio legato a una nuova forma di comunicazione. Giuseppe Genna, nel suo romanzo-fiume sul periodo di emergenza, “Reality. Cosa è successo”, edito recentemente da Rizzoli, afferma che “la lingua si adatta, forgia la propria insufficienza, ci propone formule che vengono abusate, si semplifica, parleremo tutti così in pochi giorni” (il riferimento è a “quarantena”, “paziente 1”, “positivo”). La semplificazione di cui parla Genna fa parte delle pratiche di reticenza utilizzate dal potere. Le “formule abusate”, ripetute come un mantra alla televisione, introducono una maggiore fruibilità del linguaggio che nasconde in sé delle oscure e pervasive pratiche di controllo per instaurare paura e sottomissione negli ascoltatori. Già Pasolini, negli anni Settanta, aveva intuito il carattere di pervasivo controllo insito nelle parole del potere diffuse dai media: se la lingua dei potenti, secondo lo scrittore, è la “lingua della menzogna”, “è attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere”.
Le nuove parole introdotte dall’emergenza Covid possono essere suddivise in tre gruppi: 1) parole già esistenti rivestite di un nuovo significato oppure direzionate verso il campo semantico del Covid; 2) parole che assumono un senso metaforico rivestito di retorica nazionalistica; 3) parole straniere o italiane appartenenti a un gergo tecnico.
Al primo gruppo appartengono, ad esempio, “tampone”, “virale”, “sintomatico”, “asintomatico”, “paziente 0”, “paziente 1”, “positivo”, “quarantena”, “autocertificazione”. Se prima dell’emergenza, alla parola “tampone” o “tamponare” l’immaginario correva subito a uno strumento medico atto a tamponare una ferita, a fermare il sangue, ora essa rimanda esclusivamente al tampone naso-faringeo per controllare la positività al Coronavirus. La parola “virale” si è spogliata di qualsiasi significato metaforico per assumere il preciso significato concreto legato alla diffusione del Coronavirus. A essa, se vogliamo, possiamo ricollegare anche il termine “virologo”, che designa uno dei personaggi più pervasivi e onnipresenti nei media (e uno dei maggiori, attuali detentori del potere biopolitico). Ugualmente, la parola “sintomatico” o “asintomatico” è stata piegata unicamente al campo semantico del Covid: se si dice “sintomatico” oggi, non possiamo riferirci ai sintomi di una generica malattia (dalla depressione alla diarrea) ma specificamente al Coronavirus. Poi ci sono i famigerati “paziente 0” e “paziente 1”, formule abusate che dal tecnicismo medico si sono trasformate in termini di uso comune e popolare. Un discorso a parte merita “positivo”: questa è una parola il cui significato è cambiato radicalmente. Oggi non possiamo più dire “sono positivo”, oppure “mi sento positivo”, nel senso che ho un approccio lieto e felice all’esistenza; ci ritroveremmo circondati di medici in tute anticontagio e sottoposti alla quarantena d’obbligo. E veniamo quindi a “quarantena”: parola antica, che rimanda a pratiche ‘classiche’ di contenimento di malattie infettive e contagiose. Nella Lombardia del Seicento descritta da Manzoni, la popolazione appestata è sottoposta a quarantena e così anche nella città di Vincennes del XVII secolo descritta da Foucault in Sorvegliare e punire. La quarantena veniva applicata anche alle navi: imbarcazioni che portavano galeotti, schiavi o altri gruppi sociali sospettati di contagio, venivano sottoposte a quarantena (anche gli immigrati italiani a New York, a inizio secolo, erano sottoposti a un rigido sistema di quarantena). La parola “autocertificazione”, dall’indicare qualsiasi tipo di autodichiarazione svolta in un ufficio pubblico, è passata ad indicare quel famigerato foglio di carta necessario per effettuare gli spostamenti.
Al secondo gruppo appartengono parole che assumono un senso metaforico rivestito di roboanti connotazioni nazionalistiche: i medici e gli infermieri sono degli “eroi” che combattono in “trincea” una “guerra” mentre tutta l’Italia è in guerra contro il virus. Inutile qui stare a ricordare che le guerre le scatenano i potenti per motivi politici ed economici e non certo i virus. Sul concetto di “eroe” meglio stendere un velo pietoso.
Il terzo gruppo comprende parole straniere e appartenenti al gergo tecnico. La parola “lockdown”, che significa “confinamento”, si è imposta a tal punto nell’uso comune e nel lessico italiano come sinonimo di “quarantena” che, recentemente, con un amico esperto di linguistica e di traduzione, si rifletteva sul fatto che ormai, scrivendola, non è più necessario metterla in corsivo, come invece si fa con le parole straniere. Ugualmente, il pericoloso ‘untore’ che correva di qua e di là a diffondere il virus, da “corridore” o “sportivo” si è trasformato in “runner”.
Non molto tempo fa avevo scritto su Codice Rosso che l’universo della scuola, nell’emergenza Covid, sta sempre più precipitando nel buco nero del linguaggio aziendalista e burocratico, in cui predominano i tecnicismi e i prestiti integrali dall’inglese (Covid, il colpo di grazia per l’aziendalizzazione della scuola. Un’analisi linguistica). Tali termini fanno parte di quella antilingua di cui parlava Italo Calvino: dove trionfa l’antilingua, nota lo scrittore, l’italiano viene ucciso. L’aziendalese e i tecnicismi si stanno diffondendo quindi, oltre che nella scuola, anche nell’universo linguistico della quotidianità. Un termine tecnico che è apparso su tutti i media e di cui manco si sapeva l’esistenza (a parte gli ‘addetti ai lavori’) è poi “triage”: secondo il dizionario, “in un ospedale, è la scelta, tra più pazienti, di quelli maggiormente bisognosi di cure”.
Insomma, l’emergenza da Covid-19 ha portato con sé anche una vera e propria emergenza linguistica: parole semplici e abusate a cui viene ribaltato il significato, parole intrise di roboante retorica nazionalista, parole che fanno precipitare il nostro universo linguistico verso i tecnicismi e verso quella antilingua aziendalistica che uccide la nostra vera lingua. Tutte parole ambigue e intrise di reticenza che, per mezzo dei media, dei social, dei nostri strumenti digitali, ci penetrano nel cervello come dagli schermi del Grande Fratello di 1984. Contro il vuoto, la piattezza, l’ambigua reticenza e la retorica imposte dal potere, sono necessarie ora più che mai parole piene di fantasia, di immaginazione, di immaginario resistente che divenga realtà.
Guy van Stratten
Fonte
Fin dall’inizio dell’emergenza Covid, le varie dinamiche di potere – incarnate ora dai social, ora dai più svariati media (dalle televisioni ai blog), dai virologi e dai politici – hanno imposto un nuovo tipo di linguaggio fatto di nuove parole o di parole il cui senso è stato nettamente modificato. Come un gigantesco fenomeno spettacolare, l’emergenza ha introdotto un nuovo linguaggio legato a una nuova forma di comunicazione. Giuseppe Genna, nel suo romanzo-fiume sul periodo di emergenza, “Reality. Cosa è successo”, edito recentemente da Rizzoli, afferma che “la lingua si adatta, forgia la propria insufficienza, ci propone formule che vengono abusate, si semplifica, parleremo tutti così in pochi giorni” (il riferimento è a “quarantena”, “paziente 1”, “positivo”). La semplificazione di cui parla Genna fa parte delle pratiche di reticenza utilizzate dal potere. Le “formule abusate”, ripetute come un mantra alla televisione, introducono una maggiore fruibilità del linguaggio che nasconde in sé delle oscure e pervasive pratiche di controllo per instaurare paura e sottomissione negli ascoltatori. Già Pasolini, negli anni Settanta, aveva intuito il carattere di pervasivo controllo insito nelle parole del potere diffuse dai media: se la lingua dei potenti, secondo lo scrittore, è la “lingua della menzogna”, “è attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere”.
Le nuove parole introdotte dall’emergenza Covid possono essere suddivise in tre gruppi: 1) parole già esistenti rivestite di un nuovo significato oppure direzionate verso il campo semantico del Covid; 2) parole che assumono un senso metaforico rivestito di retorica nazionalistica; 3) parole straniere o italiane appartenenti a un gergo tecnico.
Al primo gruppo appartengono, ad esempio, “tampone”, “virale”, “sintomatico”, “asintomatico”, “paziente 0”, “paziente 1”, “positivo”, “quarantena”, “autocertificazione”. Se prima dell’emergenza, alla parola “tampone” o “tamponare” l’immaginario correva subito a uno strumento medico atto a tamponare una ferita, a fermare il sangue, ora essa rimanda esclusivamente al tampone naso-faringeo per controllare la positività al Coronavirus. La parola “virale” si è spogliata di qualsiasi significato metaforico per assumere il preciso significato concreto legato alla diffusione del Coronavirus. A essa, se vogliamo, possiamo ricollegare anche il termine “virologo”, che designa uno dei personaggi più pervasivi e onnipresenti nei media (e uno dei maggiori, attuali detentori del potere biopolitico). Ugualmente, la parola “sintomatico” o “asintomatico” è stata piegata unicamente al campo semantico del Covid: se si dice “sintomatico” oggi, non possiamo riferirci ai sintomi di una generica malattia (dalla depressione alla diarrea) ma specificamente al Coronavirus. Poi ci sono i famigerati “paziente 0” e “paziente 1”, formule abusate che dal tecnicismo medico si sono trasformate in termini di uso comune e popolare. Un discorso a parte merita “positivo”: questa è una parola il cui significato è cambiato radicalmente. Oggi non possiamo più dire “sono positivo”, oppure “mi sento positivo”, nel senso che ho un approccio lieto e felice all’esistenza; ci ritroveremmo circondati di medici in tute anticontagio e sottoposti alla quarantena d’obbligo. E veniamo quindi a “quarantena”: parola antica, che rimanda a pratiche ‘classiche’ di contenimento di malattie infettive e contagiose. Nella Lombardia del Seicento descritta da Manzoni, la popolazione appestata è sottoposta a quarantena e così anche nella città di Vincennes del XVII secolo descritta da Foucault in Sorvegliare e punire. La quarantena veniva applicata anche alle navi: imbarcazioni che portavano galeotti, schiavi o altri gruppi sociali sospettati di contagio, venivano sottoposte a quarantena (anche gli immigrati italiani a New York, a inizio secolo, erano sottoposti a un rigido sistema di quarantena). La parola “autocertificazione”, dall’indicare qualsiasi tipo di autodichiarazione svolta in un ufficio pubblico, è passata ad indicare quel famigerato foglio di carta necessario per effettuare gli spostamenti.
Al secondo gruppo appartengono parole che assumono un senso metaforico rivestito di roboanti connotazioni nazionalistiche: i medici e gli infermieri sono degli “eroi” che combattono in “trincea” una “guerra” mentre tutta l’Italia è in guerra contro il virus. Inutile qui stare a ricordare che le guerre le scatenano i potenti per motivi politici ed economici e non certo i virus. Sul concetto di “eroe” meglio stendere un velo pietoso.
Il terzo gruppo comprende parole straniere e appartenenti al gergo tecnico. La parola “lockdown”, che significa “confinamento”, si è imposta a tal punto nell’uso comune e nel lessico italiano come sinonimo di “quarantena” che, recentemente, con un amico esperto di linguistica e di traduzione, si rifletteva sul fatto che ormai, scrivendola, non è più necessario metterla in corsivo, come invece si fa con le parole straniere. Ugualmente, il pericoloso ‘untore’ che correva di qua e di là a diffondere il virus, da “corridore” o “sportivo” si è trasformato in “runner”.
Non molto tempo fa avevo scritto su Codice Rosso che l’universo della scuola, nell’emergenza Covid, sta sempre più precipitando nel buco nero del linguaggio aziendalista e burocratico, in cui predominano i tecnicismi e i prestiti integrali dall’inglese (Covid, il colpo di grazia per l’aziendalizzazione della scuola. Un’analisi linguistica). Tali termini fanno parte di quella antilingua di cui parlava Italo Calvino: dove trionfa l’antilingua, nota lo scrittore, l’italiano viene ucciso. L’aziendalese e i tecnicismi si stanno diffondendo quindi, oltre che nella scuola, anche nell’universo linguistico della quotidianità. Un termine tecnico che è apparso su tutti i media e di cui manco si sapeva l’esistenza (a parte gli ‘addetti ai lavori’) è poi “triage”: secondo il dizionario, “in un ospedale, è la scelta, tra più pazienti, di quelli maggiormente bisognosi di cure”.
Insomma, l’emergenza da Covid-19 ha portato con sé anche una vera e propria emergenza linguistica: parole semplici e abusate a cui viene ribaltato il significato, parole intrise di roboante retorica nazionalista, parole che fanno precipitare il nostro universo linguistico verso i tecnicismi e verso quella antilingua aziendalistica che uccide la nostra vera lingua. Tutte parole ambigue e intrise di reticenza che, per mezzo dei media, dei social, dei nostri strumenti digitali, ci penetrano nel cervello come dagli schermi del Grande Fratello di 1984. Contro il vuoto, la piattezza, l’ambigua reticenza e la retorica imposte dal potere, sono necessarie ora più che mai parole piene di fantasia, di immaginazione, di immaginario resistente che divenga realtà.
Guy van Stratten
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