Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2024

Vita e morte di Irina Farion, la nazionalista ucraina che odiava la lingua russa

I nazionalisti, a qualsiasi latitudine, spiccano spesso per lati curiosi della propria personalità: passano tutta la vita a impartire agli altri lezioni in materie che loro stessi non hanno mai appreso e, quando le circostanze lo impongono – ne sappiamo qualcosa in Italia, in fatto di sottomissione convinta agli ordini euro-atlantisti da parte dei più agguerriti difensori della “italianità” – si dimenticano in fretta di ogni concetto di sovranità nazionale.

Ora, succede nell’Ucraina majdanista che, nel corso della perquisizione dell’appartamento di Irina Farion, la nazi-nazionalista ucraina uccisa il 20 luglio scorso da un fanatico suo pari, sia stato rinvenuto il diario dell’ex deputata della Rada, tenuto, guarda un po’, in lingua russa. I media ufficiali si sono affrettati a definire la scoperta un falso; tuttavia, alcuni ex colleghi dell’uccisa, a lei abbastanza vicini, hanno confermato l’autenticità del diario.

Tra i passaggi di rilievo, eccone uno: «Di nuovo ho parlato e ho esortato a parlare in quella lingua, che ora è qui l’unica corretta. Proprio come un’appestata, che trasmette la sua malattia alle persone sane. Non ci perdoneranno mai».

Questo scriveva nel proprio diario privato la “linguista” le cui “tesi” servivano da spunto per le sentenze della Corte suprema ucraina, tra cui quella del 2021, secondo cui non possono esistere ucraini di lingua russa e, di conseguenza, anche i nazisti e ultranazionalisti di “Azov” russofoni, secondo le “teorie” di Farion, sarebbero da considerare ucraini fasulli e “omoskalennye”, rimasti “vittime” di una secolare “forzata russificazione”.

Il lato curioso della questione è che, un paio di giorni fa, il comandante della polizia della regione di Kiev avrebbe dichiarato che l’assassino di Farion è un giovane a posto, il quale ritiene di aver agito bene, perché «non si deve dividere la società ucraina» sulla base della lingua parlata dalle diverse nazionalità.

Anche se, ufficialmente, in ucraina si parla pressoché solo l’ucraino. O, almeno, è quanto “testimonierebbe” un’indagine demoscopica, condotta dal cosiddetto Centro di indagini sociali, che sembra confezionata apposta – non è il primo caso di sondaggi condotti appositamente per confermare le tesi della junta majdanista – per onorare la memoria di Farion.

Secondo tale sondaggio, gli ucraini, come ritorsione per la guerra contro i “sanguinari moskaley”, avrebbero cominciato a parlare in “usignolo”, cioè in ucraino, mentre prima erano soliti ciarlare nella lingua dei “porci-cagneschi”, dato che erano “moskodegenerati”, come li definiva Irina Farion. Ecco che ora, invece, improvvisamente, tutti hanno iniziato a parlare ucraino.

E l’aspetto più interessante, dicono a Golos Mordora, è che in una famiglia media ucraina, ascoltando in TV i risultati di tale “sondaggio”, il marito dirà alla moglie nel più puro e corretto russo: «Senti com’è bello ora! Tutti parlano ucraino!».

Oppure si citeranno le storie dal fronte, dove i “guerrieri della luce” combattono i “sanguinari moskaley”: ma il settanta per cento di essi sono russofoni: proprio la circostanza che faceva indignare Farion. E se poi qualcuno è stato di recente in Europa, tra l’enorme numero di rifugiati ucraini: qualcuno li ha sentiti parlare in ucraino?

Ma, in fondo, anche tra coloro che sono stati intervistati nel corso del sondaggio, la maggior parte di essi, nella vita quotidiana, continua a esprimersi in russo o, al massimo nel vecchio “suržik” banderista, che poi non è altro che una volgarizzazione dialettale del russo.

Il fatto è che la sussistenza di una lingua comune, insieme naturalmente, come scriveva Iosif Stalin nel 1913, ad altre circostanze, quali comunità di territorio, di vita economica, cultura, è condizione essenziale perché si possa parlare di nazione. Essenziale dunque, per la junta nazigolpista di Kiev, convincere gli ucraini che tutti loro parlino in ucraino. E tutti gli ucraini sono convinti che tutti parlino in ucraino, nonostante che, in ambiente privato e familiare, tutti parlino in russo.

Ma l’aspetto più sconcertante per gli ucraini, è che quei nazinazionalisti à la Farion e simili, a partire dai guerrafondai della junta majdanista, ormai da molti anni non parlano né in ucraino, né in russo: devono obbligatoriamente esprimersi nel linguaggio yankee, per rispondere agli ordini dei consigliori angloamericani stanziati ai piani alti di Kiev a dirigere i passi delle loro marionette e mandare al macello la chair à canon con cui fanno la guerra al vicino orientale.

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11/11/2023

Perché è necessario difendere e rilanciare la lingua italiana

La proposta di rendere obbligatorio all’università l’insegnamento delle discipline in lingua inglese fu giustamente definita, a suo tempo, un atto di servilismo da Claudio Magris, uno dei pochi esponenti lucidi e sensibili di un mondo della cultura, qual è quello italiano, che sembra aver ormai rinunciato, in larga parte, ad esercitare una funzione, non dico di orientamento ma anche solo di vigilanza, nei confronti dell’opinione pubblica nazionale.

La proposta era l’esatto corrispettivo, in campo linguistico e culturale, della crescente alienazione di sovranità nazionale, della subordinazione economica e della tendenziale vanificazione dell’indipendenza politica, che segnano questa fase infelice della storia del Bel Paese.

Così, la condizione della nostra lingua di fronte all’avanzata di quel bulldozer della globalizzazione linguistica che è il “basic english” fa venire in mente, per analogia, la tragica sorte di quello sventurato popolano che, nel romanzo «La pelle» di Curzio Malaparte, viene travolto e schiacciato da un carro armato americano, mentre festeggia l’arrivo delle truppe alleate in una città dell’Italia centro-meridionale.

Una sorte che sembra replicarsi anche per la nostra stessa lingua, specie in un paese che, a tutti i livelli (ivi compreso quello governativo), ha battuto ogni primato di infingardaggine, oltre che di servilismo, adottando espressioni, acronimi e termini tratti di peso dalla lingua inglese e trasferiti pari pari nella nostra.

Basti pensare che, per designare l’“intelligenza artificiale” si è fatto ricorso alla stessa sigla di due lettere usata nei paesi dell’area anglosassone, cioè AI (“Artificial Intelligence”), ignorando l’esempio di altri paesi, come la Francia e la Spagna, che usano correttamente la sigla, anch’essa di due lettere, conforme alle lingue dell’area neolatina, cioè IA, laddove questo malcostume vale per una miriade di altre locuzioni prelevate dall’inglese e trapiantate in italiano (si pensi al “Jobs Act” renziano, brutale ma coerente trasposizione in chiave ‘western’ di quella che nella nostra lingua sarebbe una “legge sul lavoro”).

Ma come si spiega la progressiva colonizzazione linguistica, culturale e antropologica, che è stata progressivamente attuata nel nostro paese, così come in altri paesi non anglosassoni dell’Occidente?

A distanza di ottant’anni dal cosiddetto “discorso-manifesto di Harvard”, in cui Winston Churchill (in occasione della laurea ‘honoris causa’) spiegò, durante la seconda guerra mondiale, i piani volti all’affermazione di un imperialismo “per via linguistica”, ossia basato sulla capillare diffusione dell’inglese, non vi possono essere più dubbi sul carattere strategico di quel progetto e sulle sue conseguenze per quanto riguarda la nostra nazione: il genocidio dell’italiano.

Non è infatti esagerato affermare che, sin dal 1943, americani e inglesi puntarono alla dominazione linguistica, più che all’antica e screditata pratica dell’occupazione coloniale. Ma diamo la parola allo stesso Churchill. Proprio mentre si avvia alla conclusione del suo discorso, egli si compiace di menzionare il grande Otto von Bismarck.

Secondo il “Cancelliere di ferro” tedesco, il fattore più potente nella società umana, verso la fine del XIX secolo, fu il fatto che i popoli britannici e americani parlassero la stessa lingua. Da qui il commento del politico inglese, secondo il quale il dono di una lingua comune costituisce un’eredità inestimabile.

Il discorso di Churchill prosegue segnalando la proposta, inoltrata al governo britannico, di costituire un comitato di ministri per studiare e riferire sull’‘inglese basic’ (acronimo che equivale a ‘britannico americano scientifico internazionale commerciale’): «Eccovi il piano, composto da un totale di circa 650 nomi e 200 verbi o altre parti del discorso – non più, comunque, di quello che può essere scritto su un lato di un singolo foglio di carta».

Una volta presentato il nuovo strumento di colonizzazione, descritto come “un potente fertilizzante e il fiume dell’eterna giovinezza”, Churchill così conclude: «Questi piani offrono guadagni ben migliori che portando via le terre o le province agli altri popoli, o schiacciandoli con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono gli imperi della mente».

E proprio di questi “imperi della mente” siamo oggi noi tutti gli schiavi consenzienti. Prova ne sia che diverse università italiane, prima fra tutte il Politecnico di Milano, sia pure fra contrasti e riserve, stanno svolgendo i loro corsi in inglese.

Veniamo ora ai nostri giorni. Polemizzando a suo tempo con quella genìa di neo-barbari, da lui ben definiti come “talebani dell’inglese”, che avrebbero voluto estromettere di forza l’italiano dall’uso delle università e sostituirlo con la lingua inglese nei relativi corsi di laurea, il professor Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, massima istituzione del nostro paese in campo linguistico, dopo aver plaudito alle sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato sulla obbligatorietà dell’italiano come lingua di insegnamento nell’università, ebbe a ricordare molto opportunamente l’esempio dell’Accademia di Architettura di Mendrisio.

Si tratta di un esempio che dimostra come l’italiano svolga, per l’appunto, una funzione di grande utilità in un’ottica internazionale. Marazzini citava infatti il caso estremamente istruttivo di Fulvio Irace, professore ordinario di Storia dell’architettura proprio nel Politecnico di Milano.

Irace, uno dei professori che accettarono di passare all’inglese nel Politecnico, dove insegnava, in un articolo sulla pagina della “Repubblica” spiegava che a Milano faceva lezione in inglese, ma all’Accademia di Architettura di Mendrisio, in Svizzera (centro di eccellenza rinomato a livello internazionale), gli veniva espressamente richiesto, come accade tuttora, di tenere in italiano i corsi rivolti a un pubblico internazionale.

Ovviamente i talebani dell’inglese hanno ignorato questo esempio molto significativo, dal quale si evince che l’italiano sta di casa meglio in Svizzera che in Italia.

Del resto, in Svizzera è lingua nazionale, in Italia no, poiché, come è noto, la stessa Costituzione non sancisce che esso sia la lingua nazionale della Repubblica: è già tanto se lo si accetta come lingua ufficiale.

È questo un autentico paradosso italiano, che si spiega con la campagna di ‘snazionalizzazione’ del nostro Paese posta in opera nel secondo dopoguerra in funzione antifascista.

Una campagna che oggi, facendo leva su un piano generalizzato di formazione linguistica degli immigrati, deve invertire la sua direzione e tendere, senza farsi condizionare da complessi di colpa fuori luogo o da nazionalismi di stampo esclusivistico, a preservare la diversità linguistica, in quanto bene essenziale dell’umanità, dall’avanzata del rullo compressore omologante di una globalizzazione imperialistica che parla, e mira ad imporre come lingua veicolare, unicamente il ‘basic english’.

Occorre invece pensare ad un contro-progetto di rilancio e di rafforzamento della lingua italiana, poiché solo se sapremo mantenere e sviluppare la nostra specifica e prestigiosa identità di cultura nazionale (identità che in un corretto e generalizzato uso della lingua ha il suo principale strumento) potremo contribuire, non da gregari o da satelliti ma da protagonisti e su una base di effettiva parità, alla costruzione di una cultura veramente universale, affrancata da qualsiasi forma di imperialismo culturale e linguistico.

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21/08/2020

Covid e linguaggio. Le nuove parole come ambigui strumenti del potere

Le parole sono importanti. Lo ribadisce Freud nella sua Introduzione alla psicanalisi quando afferma che “originariamente le parole erano magie e ancor oggi la parola ha conservato molto del suo antico potere magico”. Del resto, come è noto, la pratica psicanalitica si fonda essenzialmente sulla parola. La parola e il linguaggio sono anche inestricabilmente connessi alle dinamiche del potere. Le parole divengono un indiscutibile strumento di potere, un mezzo per governare le masse, soprattutto durante le dittature. Al di là delle contingenze storiche, Michel Foucault ne ha scandagliato in profondità le pratiche di imposizione e anche di interdetto, di reticenza. Perché il potere non solo impone le parole in modo roboante ma anche le vieta, le frena, le interdice. La parola del folle, ad esempio, secondo lo studioso francese, è stata oggetto di una lunga pratica di segregazione e interdizione. A partire dal XIX secolo – dice Foucault ne Le parole e le cose – il linguaggio si ripiega su di sé livellandosi ad un puro statuto d’oggetto. Questa oggettivizzazione del linguaggio ne permette la maggiore fruibilità da parte del potere.

Fin dall’inizio dell’emergenza Covid, le varie dinamiche di potere – incarnate ora dai social, ora dai più svariati media (dalle televisioni ai blog), dai virologi e dai politici – hanno imposto un nuovo tipo di linguaggio fatto di nuove parole o di parole il cui senso è stato nettamente modificato. Come un gigantesco fenomeno spettacolare, l’emergenza ha introdotto un nuovo linguaggio legato a una nuova forma di comunicazione. Giuseppe Genna, nel suo romanzo-fiume sul periodo di emergenza, “Reality. Cosa è successo”, edito recentemente da Rizzoli, afferma che “la lingua si adatta, forgia la propria insufficienza, ci propone formule che vengono abusate, si semplifica, parleremo tutti così in pochi giorni” (il riferimento è a “quarantena”, “paziente 1”, “positivo”). La semplificazione di cui parla Genna fa parte delle pratiche di reticenza utilizzate dal potere. Le “formule abusate”, ripetute come un mantra alla televisione, introducono una maggiore fruibilità del linguaggio che nasconde in sé delle oscure e pervasive pratiche di controllo per instaurare paura e sottomissione negli ascoltatori. Già Pasolini, negli anni Settanta, aveva intuito il carattere di pervasivo controllo insito nelle parole del potere diffuse dai media: se la lingua dei potenti, secondo lo scrittore, è la “lingua della menzogna”, “è attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere”.

Le nuove parole introdotte dall’emergenza Covid possono essere suddivise in tre gruppi: 1) parole già esistenti rivestite di un nuovo significato oppure direzionate verso il campo semantico del Covid; 2) parole che assumono un senso metaforico rivestito di retorica nazionalistica; 3) parole straniere o italiane appartenenti a un gergo tecnico.

Al primo gruppo appartengono, ad esempio, “tampone”, “virale”, “sintomatico”, “asintomatico”, “paziente 0”, “paziente 1”, “positivo”, “quarantena”, “autocertificazione”. Se prima dell’emergenza, alla parola “tampone” o “tamponare” l’immaginario correva subito a uno strumento medico atto a tamponare una ferita, a fermare il sangue, ora essa rimanda esclusivamente al tampone naso-faringeo per controllare la positività al Coronavirus. La parola “virale” si è spogliata di qualsiasi significato metaforico per assumere il preciso significato concreto legato alla diffusione del Coronavirus. A essa, se vogliamo, possiamo ricollegare anche il termine “virologo”, che designa uno dei personaggi più pervasivi e onnipresenti nei media (e uno dei maggiori, attuali detentori del potere biopolitico). Ugualmente, la parola “sintomatico” o “asintomatico” è stata piegata unicamente al campo semantico del Covid: se si dice “sintomatico” oggi, non possiamo riferirci ai sintomi di una generica malattia (dalla depressione alla diarrea) ma specificamente al Coronavirus. Poi ci sono i famigerati “paziente 0” e “paziente 1”, formule abusate che dal tecnicismo medico si sono trasformate in termini di uso comune e popolare. Un discorso a parte merita “positivo”: questa è una parola il cui significato è cambiato radicalmente. Oggi non possiamo più dire “sono positivo”, oppure “mi sento positivo”, nel senso che ho un approccio lieto e felice all’esistenza; ci ritroveremmo circondati di medici in tute anticontagio e sottoposti alla quarantena d’obbligo. E veniamo quindi a “quarantena”: parola antica, che rimanda a pratiche ‘classiche’ di contenimento di malattie infettive e contagiose. Nella Lombardia del Seicento descritta da Manzoni, la popolazione appestata è sottoposta a quarantena e così anche nella città di Vincennes del XVII secolo descritta da Foucault in Sorvegliare e punire. La quarantena veniva applicata anche alle navi: imbarcazioni che portavano galeotti, schiavi o altri gruppi sociali sospettati di contagio, venivano sottoposte a quarantena (anche gli immigrati italiani a New York, a inizio secolo, erano sottoposti a un rigido sistema di quarantena). La parola “autocertificazione”, dall’indicare qualsiasi tipo di autodichiarazione svolta in un ufficio pubblico, è passata ad indicare quel famigerato foglio di carta necessario per effettuare gli spostamenti.

Al secondo gruppo appartengono parole che assumono un senso metaforico rivestito di roboanti connotazioni nazionalistiche: i medici e gli infermieri sono degli “eroi” che combattono in “trincea” una “guerra” mentre tutta l’Italia è in guerra contro il virus. Inutile qui stare a ricordare che le guerre le scatenano i potenti per motivi politici ed economici e non certo i virus. Sul concetto di “eroe” meglio stendere un velo pietoso.

Il terzo gruppo comprende parole straniere e appartenenti al gergo tecnico. La parola “lockdown”, che significa “confinamento”, si è imposta a tal punto nell’uso comune e nel lessico italiano come sinonimo di “quarantena” che, recentemente, con un amico esperto di linguistica e di traduzione, si rifletteva sul fatto che ormai, scrivendola, non è più necessario metterla in corsivo, come invece si fa con le parole straniere. Ugualmente, il pericoloso ‘untore’ che correva di qua e di là a diffondere il virus, da “corridore” o “sportivo” si è trasformato in “runner”.

Non molto tempo fa avevo scritto su Codice Rosso che l’universo della scuola, nell’emergenza Covid, sta sempre più precipitando nel buco nero del linguaggio aziendalista e burocratico, in cui predominano i tecnicismi e i prestiti integrali dall’inglese (Covid, il colpo di grazia per l’aziendalizzazione della scuola. Un’analisi linguistica). Tali termini fanno parte di quella antilingua di cui parlava Italo Calvino: dove trionfa l’antilingua, nota lo scrittore, l’italiano viene ucciso. L’aziendalese e i tecnicismi si stanno diffondendo quindi, oltre che nella scuola, anche nell’universo linguistico della quotidianità. Un termine tecnico che è apparso su tutti i media e di cui manco si sapeva l’esistenza (a parte gli ‘addetti ai lavori’) è poi “triage”: secondo il dizionario, “in un ospedale, è la scelta, tra più pazienti, di quelli maggiormente bisognosi di cure”.

Insomma, l’emergenza da Covid-19 ha portato con sé anche una vera e propria emergenza linguistica: parole semplici e abusate a cui viene ribaltato il significato, parole intrise di roboante retorica nazionalista, parole che fanno precipitare il nostro universo linguistico verso i tecnicismi e verso quella antilingua aziendalistica che uccide la nostra vera lingua. Tutte parole ambigue e intrise di reticenza che, per mezzo dei media, dei social, dei nostri strumenti digitali, ci penetrano nel cervello come dagli schermi del Grande Fratello di 1984. Contro il vuoto, la piattezza, l’ambigua reticenza e la retorica imposte dal potere, sono necessarie ora più che mai parole piene di fantasia, di immaginazione, di immaginario resistente che divenga realtà.

Guy van Stratten

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23/01/2019

Su rossobruni e dintorni. Logica meccanicistica e logica dialettica

Uno dei non sporadici casi in cui la logica binaria prende il sopravvento sulla logica dialettica si riscontra nella comune tendenza a ridurre la complessa ontologia marxista a un decostruzionismo. Quando un termine viene frequentemente usato da una forza politica con connotati ideologici ben precisi, la forza avversaria tende spesso a nutrire un certo disprezzo verso di esso e a rifiutarlo in toto. Eppure il marxismo, che costituisce, tra le altre cose, una “critica dell’ideologia”, può condurre tale operazione di smascheramento della “falsa coscienza” soltanto in quanto contrappone ai processi di ideologizzazione una certa oggettività.

Il linguaggio stesso risulta sottoposto ai rapporti di forza, che agiscono non soltanto sul processo di selezione dei termini, ma anche sul loro impiego.

“Libertà”, “progresso”, “democrazia” sono lemmi che hanno conosciuto numerose varianti ideologiche, molteplici usi strumentali, tra loro persino contrapposti. Il marxismo, tuttavia, si è sempre prodigato per smascherare queste varianti e questi usi senza rifiutare i termini nel loro significato oggettivo e universale.

Oggi il termine “rosso-bruno” risulta egemonizzato dall’ideologia liberale che lo impiega per diffondere e corroborare la propria “teoria del totalitarismo”. Viene dunque perlopiù evocato allo scopo di equiparare comunisti e fascisti, a cui vengono contrapposti i liberali-moderni, sedicenti esponenti della tolleranza e della democrazia. Si tratta chiaramente di una narrazione fantasiosa. Ma l’imprescindibile smascheramento di questa fantasia non deve costituire un pretesto con cui rifiutare il termine nella sua totalità. Perché?

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso l’ideologia postmoderna ha cominciato a egemonizzare il mondo del dissenso e della cultura critica, precedentemente capitanati dal marxismo. È dunque nato un postmodernismo di sinistra che ha dato luogo a una sorta di marxismo fluido, flessibile, pronto a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori di destra come Nietzsche e Heidegger. Questa ideologia ha finito, come è stato ampiamente dimostrato, per favorire l’affermarsi di tendenze anarcocapitaliste che hanno progressivamente eroso e privato di consistenza le strutture della democrazia moderna.

L’avanzare della crisi economica su un terreno di devastazione culturale e politica ha successivamente favorito la nascita di un postmodernismo di destra: una destra fluida che guarda prevalentemente a Carl Schmitt, a Julius Evola, a Ernst Jünger, a Spengler, a Nietzsche, a Heidegger e a Giovanni Gentile, ma pronta a contaminarsi e a spalancare le porte ad autori come Gramsci e Marx. Naturalmente se nel caso dei “Nietzscheani di sinistra”, l’ideologia postmoderna si reggeva su una gigantesca distorsione del pensiero di Nietzsche, così nel caso di questi “Marxiani di destra”, l’ideologia postmoderna si regge su una gigantesca distorsione del pensiero di Marx.

In entrambi i casi tale ideologia teorizza la necessità di superare le categorie di “destra” e “sinistra”.

Il tentativo della “destra liquida” in ascesa, tuttavia, consiste nell’inglobare la critica al sistema capitalistico propria del marxismo in una critica della modernità in quanto tale (dei suoi processi economici, delle sue strutture politiche e dei suoi valori culturali); in una critica quindi che riproponga senza le intermediazioni della società civile, le tradizioni obsolete, le antiche gerarchie e un rapporto diretto tra sovrano e popolo.

Tale polpa nera dell’orizzonte eurasiatista si presenta spesso, tuttavia, sotto una scorza rossa che, oltre a svolgere una funzione protettiva finisce per sedurre anche quanti sono inclini ad entusiasmarsi non appena sentono echeggiare il nome di Gramsci o di Marx.

Indubbiamente la categoria di “rosso-bruno” appare oggi ampiamente dilatata dall’ideologia liberale, al fine di colpire anche il marxismo e qualunque tentativo di focalizzare l’attenzione sulla questione nazionale; ma non meno dilatato è il rifiuto di questa categoria. Un rifiuto che si ostina a non voler prendere le distanze dall’eurasiatismo e da quei “Marxiani di destra” impegnati a inglobare l’anticapitalismo di sinistra entro le proprie pulsioni antioccidentali e i propri istinti antimoderni, con la progressiva adesione di sempre più marxisti che ne subiscono l’attrazione narrativa.

«Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi» aveva affermato Lenin.

È certo una frase nota, ma questa sua affermazione, riflettendoci, contiene in ultima analisi una critica ai rosso-bruni del proprio tempo, a coloro cioè che sotto una scorza rossa nascondevano una certa polpa nera. Era forse anche Lenin una vittima dell’ideologia liberale?

Analogamente, nei “Quaderni del Carcere”, Antonio Gramsci inquadra in questi termini il fenomeno dell’eurasiatismo:

«Eurasiatismo. Il movimento si svolge intorno al giornale Nakanune, che tende alla revisione dell’atteggiamento assunto dagli intellettuali emigrati: è cominciato nel 1921. La prima tesi dell’eurasiatismo è che la Russia è più asiatica che occidentale. La Russia deve mettersi alla testa dell’Asia nella lotta contro il predominio europeo. La seconda tesi è che il bolscevismo è stato un avvenimento decisivo per la storia della Russia: ha «attivato» il popolo russo ed ha giovato all’autorità e all’influenza mondiale della Russia con la nuova ideologia che ha diffuso. Gli Eurasiatici non sono bolscevichi ma sono nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentale. Essi si atteggiano spesso a fascisti russi, come amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa. Sono partigiani di una dittatura e salutano l’ordine statale vigente nella Russia dei Soviet per quanto essi vagheggino di sostituire l’ideologia nazionale a quella proletaria. L’ortodossia è per loro l’espressione tipica del carattere popolare russo; essa è il cristianesimo dell’anima eurasiatica».

Gramsci che qui attacca gli «Eurasiatici» come «nemici della democrazia e del parlamentarismo occidentali» e come «amici di uno Stato forte in cui la disciplina, l’autorità, la gerarchia abbiano a dominare sulla massa», risulta anch’egli vittima dell’ideologia liberale?

Oggi come ieri, la critica ai rosso-bruni e agli eurasiatisti costituisce un compito fondamentale del marxismo per distinguere il significato autentico di un termine dai suoi usi strumentali. Come è il marxismo che dovrebbe rivendicare per primo il concetto di “democrazia” per non lasciare all’ideologia liberale l’egemonia su questo termine, così è il marxismo che dovrebbe criticare per primo il “rossobrunismo” per non lasciare al liberalismo l’egemonia di questa critica.

Certo, la categoria in questione appare oggi, come abbiamo osservato, indubbiamente dilatata. E tuttavia possiamo affermare che esistono diverse gradazioni di rossobrunismo: quei marxisti italiani, ad esempio, che oggi sostengono senza remore il governo Di Maio-Salvini, ritengono forse sia esso un governo di sinistra, con politiche e finalità di sinistra, o non postulano tacitamente, per giustificare un tale sostegno, quel superamento delle categorie di cui sopra oggi così reiterato dai discorsi della destra postmoderna? Non costituisce la simpatia di certi marxisti odierni per il governo attuale un più o meno profondo assorbimento del nuovo postmodernismo reazionario? Se la categoria di rossobrunismo è molto meno ampia di quanto l’ideologia liberale tende oggi a far credere, è sicuramente anche molto più variegata.

Compito del marxismo sarebbe allora quello di ristabilire non soltanto i confini di tale categoria ma anche i sui diversi cromatismi. Ad una critica liberale di questo termine occorrerebbe in sostanza contrapporre una critica marxista, come a una logica meccanicista una logica dialettica. È invece un atteggiamento tipico dell’ideologia postmoderna la tendenza a dimenticare la “pars construens” per concentrarsi unicamente sulla “pars destruens”, sia per quanto riguarda gli assetti sociali che per quanto concerne i fenomeni linguistici.

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13/10/2017

Non è per il Donbass che Bruxelles sgrida sottovoce l’Ucraina golpista

Manovre europee dirette e indirette nei confronti di Mosca. Mentre, con il perdurare e l’aggravarsi della crisi, si fa più insistente qualche voce che sollecita l’abolizione delle sanzioni contro la Russia e, dall’altra parte, l’ineffabile Federica Mogherini esulta perché Montenegro, Albania, Norvegia e Ucraina (non membri della UE, ma candidati o aspiranti tali) hanno entusiasticamente aderito alla proroga delle sanzioni UE fino al 15 marzo 2018, il Consiglio d’Europa invita Aleksandr Lukašenko al vertice del cosiddetto “Partenariato orientale”.

Come primo passo, Bruxelles ha eliminato il divieto di ingresso in Europa per quello che i media occidentali continuano a definire “ultimo dittatore d’Europa” e per altri 169 alti funzionari bielorussi. Nonostante che le solite voci baltiche gridino allo scandalo e altre temano che l’invito a Lukašenko possa compromettere la partecipazione dei “più democratici” leader di Georgia, Moldavia e Ucraina, l’ex segretario NATO, Anders Rasmussen, più praticamente, ha osservato che il dialogo con la Bielorussia è vantaggioso per la UE, perché può indebolire l’asse Mosca-Minsk.

E’ chiaro come l’interesse generale sovrasti quello dei singoli membri o di quelli che anelano a divenirlo, foss’anche la beniamina del liberalismo europeo: l’Ucraina golpista. Martedì scorso l’Assemblea parlamentare europea ha bacchettato Kiev per la questione della legge sull’obbligo della lingua ucraina a tutti i livelli di insegnamento, a partire dalla 5° classe, approvata a fine settembre “senza consultazioni coi rappresentanti delle minoranze nazionali in Ucraina” e che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno scolastico.

Il riferimento alle minoranze nazionali non è, ovviamente, ai russi del Donbass, ma quasi esclusivamente alle minoranze nazionali che vivono nelle regioni occidentali dell’Ucraina e i cui Stati nazionali, d’altronde, non hanno mai levato una voce contro la guerra nel Donbass e l’oppressione, non linguistica, ma fisica, nei confronti delle fortissima minoranza russa. Budapest e i nazionalisti del partito FIDES hanno annunciato che introdurranno sanzioni contro l’Ucraina e si opporranno alla sua “eurointegrazione”, se verrà dimostrato che la legge sulla statalizzazione della lingua ucraina viola l’Accordo di associazione alla UE e in particolare i diritti dei 150.000 ungheresi d’Ucraina.

E’ prevista proprio per oggi, di fronte all’ambasciata ucraina a Budapest, un’iniziativa sul tema “Autodeterminazione per la Transcarpazia”, al che il Ministro degli esteri golpista, Pavel Klimkin, ha scritto su twitter “Budapest appoggia il separatismo?”. Appena un paio di giorni fa, aveva fatto notizia il caso del giornalista ucraino che, a bordo di un aereo delle linee ungheresi WizzAir, in volo da Amburgo a Kiev, aveva insultato la hostess ceca che si era rifiutata di rivolgerglisi in ucraino invece che in inglese. A Kiev soffrono del “complesso da piccolo impero”, nota il sito Vzgljad, in riferimento alle reazioni ucraine sia all’iniziativa in programma a Budapest, sia alle affermazioni del presidente ceco Miloš Zeman, che invitava i golpisti a riconoscere come definitiva la perdita della Crimea.

D’altronde, è assodato che forte preoccupazione per la discriminazione linguistica nei confronti delle minoranze nazionali in Ucraina, sia manifestata non solo da Russia e Ungheria, ma anche (e, in alcuni casi, maggiormente) da Polonia, Romania, Grecia e Bulgaria. Lo scorso 3 ottobre, Budapest e Bucarest si erano accordate per un’azione comune nei confronti delle nuova legge linguistica golpista.

A sua volta, Bratislava intende seguire il percorso dei rapporti bilaterali con Kiev per venire a capo dei problemi della minoranza slovacca in Ucraina. Dopo che alcuni politici ungheresi, a causa della discriminazione linguistica, hanno rifiutato ieri di incontrarlo, Klimkin ha dichiarato che Budapest non interpreta correttamente “l’eurointegrazione dei cittadini ucraini nella UE”, dato che sta “rilasciando ad alcuni di loro passaporti ungheresi”.

Insomma, la situazione sembra giunta a un punto tale che anche alcuni esponenti politici ucraini parlano di pericolo di “disintegrazione” del paese. Ovviamente, ogni responsabilità vien fatta ricadere sui “separatisti” del Donbass che, con il loro esempio, spingerebbero prima o poi anche altre regioni a staccarsi da Kiev: la concessione dello status speciale al Donbass prevista dagli accordi di Minsk, dichiara l’osservatore militare ucraino Oleg Ždanov, significa “di fatto la federalizzazione dell’Ucraina” e ciò “porterà a una parata delle sovranità” da parte anche di altre regioni. E’ chiaro, sostiene Ždanov nello spirito golpista, che “quanto sta facendo l’Ungheria in Transcarpazia, è un attacco da parte del Cremlino e che, dopo la Novorossija, ci saranno una “Novovengrija” e una “Novoruminija” e via di seguito.

Il leader del Partito Radicale ucraino, Oleg Ljaškò ha dichiarato che “I nostri vicini, ungheresi e rumeni, insieme ai russi, si stanno comportando come sciacalli che si avventano su un leone ferito” ha detto. Le accuse lanciate “contro lo stato ucraino non sono che menzogne e banali manipolazioni. In Ucraina non c’è alcuna angheria linguistica o di altro genere nei confronti delle minoranze nazionali”, ha sentenziato Ljaškò, sicuro che cannonate, razzi, bombe contro la popolazione del Donbass e attentati contro gli esponenti di primo piano delle Repubbliche popolari non costituiscano “angherie”, perché in guerra non si va per il sottile!

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22/05/2015

Geopolitica dell’Italiano

Fra le molte sciocchezze che capita di sentire a proposito dell’Italiano, c’è quella per la quale esso sarebbe quasi una lingua morta, parlata da quattro gatti e, pertanto, destinata a scomparire ineluttabilmente nel mondo globalizzato. Ovviamente, i primi sostenitori di questa fesseria sono gli anglomani, per i quali l’inglese basta e avanza per tutti gli usi e tutte le altre lingue possono sparire.

Qualche dato può servire a formare una visione più realistica della situazione. Secondo Wikipedia l’italiano è diffuso in Argentina, Australia, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Brasile, Canada, Cile, Croazia, Egitto, Eritrea, Francia, Germania, Israele, Libia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Paraguay, Filippine, Porto Rico, Romania, San Marino, Arabia Saudita, Slovenia, Somalia, Sud Africa, Svizzera, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Uruguay, Venezuela, Stato Vaticano. Una irradiazione amplissima, che la colloca ai primi posti nel mondo.

Wikipedia colloca l’Italiano al 21° posto nella graduatoria mondiale dei parlanti, dopo cinese, spagnolo, inglese, hindi, arabo, portoghese, bengalese, russo, giapponese, tedesco, giavanese, punjab, coreano, wu, francese, telugu, turco, marhati, tamil, vietnamita.

Ma lo fa su criteri “ufficiali”, cioè sommando i parlanti di madre lingua a quelli di seconda lingua dei residenti di ciascun paese, per cui l’inglese è al terzo posto ed il francese al 15°, il che non appare molto realistico. La graduatoria di Wiki non tiene conto:

a- dei discendenti di immigrati che hanno conservato l’uso della lingua e che spesso non sono censiti;

b- dei flussi di migranti che apprendono la lingua nel paese di immigrazione e che spessissimo non sono censiti;

c- dei parlanti di “professione” spesso non considerati: ad esempio, nella finanza quasi tutti gli operatori, in qualsiasi parte del mondo,  comunicano in inglese. Molti operatori culturali parlano inglese o francese anche se appartenenti ad altri paesi. La Chiesa Cattolica ha come sua lingua ufficiale l’italiano, conosciuto da molti religiosi e da tutti i vescovi che lo usano nelle loro comunicazioni ecc;

d-  quanti apprendono una lingua per motivi di studio e che la classifica di Wiki non prende in considerazione (ovviamente è molto più facile che ci siano studenti arabi, indiani, cinesi ecc. in una università europea o americana, di quanti ce ne siano di europei in università indiane, cinesi o arabe; così come è più facile che ci siano studiosi della letteratura inglese, francese, italiana in Cina o in Bangladesh di quanti studino quelle letterature in Inghilterra, Francia o Italia);

e- di quanti apprendono la lingua come turisti, ed è ovvio che ci siano più turisti asiatici in Europa che europei in Asia;

Peraltro, la graduatoria su dati ufficiali può risultare insidiosa anche per altre ragioni: l’indonesiano è la lingua ufficiale dell’Indonesia, con i suoi 300 milioni di abitanti, ma in effetti è la prima lingua solo di un quinto della popolazione, ed è la seconda di una ulteriore parte che non copre più della metà degli abitanti; l’arabo scritto è lo stesso in ogni paese arabo, ma quello parlato cambia da paese a paese e non è affatto sicuro che un parlante marocchino riesca ad intendersi con uno yemenita.

Tenendo conto di queste variabili, la graduatoria cambia sensibilmente. In occasione degli “stati generali della Lingua Italiana” (svoltisi a Firenze nello scorso ottobre), abbiamo saputo che: ci sono 4,5 milioni di italiani all’estero (senza contare i trasferimenti temporanei come gli Erasmus), nella sola città di Barcellona c’è una comunità di italiani di quasi 50.000 persone. Inoltre abbiamo saputo nella stessa occasione che l’italiano è l’ottava lingua usata nel web, che gli italodiscendenti sono circa 80 milioni (per dimensioni è la seconda diaspora al mondo dopo quella cinese) e che il bacino degli italofoni è di 250 milioni di persone, al nono posto nella graduatoria mondiale (dopo inglese, francese, spagnolo, portoghese, hindi, cinese, arabo, russo). Può sorprendere non trovare il tedesco, che, in effetti è di pochissimo meno parlato dell’Italiano – praticamente alla pari –, ma occorre tener presente che, anche se tedeschi, austriaci e svizzeri tedeschi, insieme alla minoranze tedesche disseminate in Europa, ammontano complessivamente al doppio degli abitanti dell’Italia, però i germano discendenti (nipoti di emigrati) sono molti meno degli italo discendenti. Anche il Giapponese parte da una base nazionale più consistente di quella italiana, ma ha una diaspora linguistica molto meno ampia dell’italiano.

Dunque, almeno su una cosa possiamo stare tranquilli: l’italiano non è una lingua morta ed è fra le principali dieci lingue parlate nel mondo.

Certo, se continua come sta andando, fra un po’ ci saranno più italo parlanti all’estero che in Italia, dove la lingua più diffusa sarà una sorta di basic english con forti innesti padani, ma, almeno per ora, sembra che questo disastro non sia prossimo.

Vice versa, studiando bene questi dati, si capisce che l’italiano è una lingua con un forte potenziale geopolitico sia per l’ampiezza dei paesi in cui è diffuso, sia per il numero di parlanti o di persone che lo usano nel web. Se l’Italia vorrà pesare qualcosa nel mondo globalizzato, non è grazie alla finanza o al suo peso militare che ci riuscirà. Il suo strumento di influenza principale non potrà essere che la sua cultura, che significa arte, musica, letteratura, gastronomia ecc. ecc. E questo sarà una risorsa fondamentale anche per il rilancio delle esportazioni italiane. Vorrei ricordare che, quando l’italian style significava qualcosa, l’Olivetti lettera 32 era esposta al museo di arte moderna nella fifth avenue di New York e l’Olivetti rappresentava circa l’8% del mercato mondiale di settore. Un caso?

Ma il bagaglio storico della cultura italiana non è separabile dalla sua lingua (sarebbe l’unico caso al mondo di un patrimonio culturale servito in una lingua diversa dalla propria) e, dunque, un rilancio di questo paese non è separabile dalla difesa della sua lingua.

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13/05/2015

La guerra al congiuntivo

Martedì 5 maggio, il cappuccino mi è andato di traverso. Ero intento alla quotidiana lettura dei giornali, quando, giunto alla pagina culturale di Repubblica (ho detto la pagina culturale!) ho notato la pubblicità di un libro delle edizioni “Raffaello Cortina”: “Pensate anche voi che più si conoscono gli uomini più si amano i cani?”

“Amano” c’è scritto proprio “Amano” al posto di “Amino”, come la dipendenza da un verbo di pensiero imporrebbe. Per lo sciagurato redattore che ha compilato la manchette il congiuntivo è una malattia degli occhi che si cura con il collirio.

La Cortina è una delle nostre case editrici più raffinate, pubblica libri straordinari, bellissimi; non è ammissibile che una casa editrice così faccia uno svarione del genere e nella manchette pubblicitaria sulla pagina culturale del quotidiano più diffuso.

La cosa non può passare liscia: il dott. Raffaello Cortina convochi nel suo studio il responsabile di questa bruttura, lo fissi con gelido disprezzo, in silenzio, ne afferri saldamente la testa per i capelli e ne batta l’inutile cranio contro uno stipite. Non con odio o ira, ma con calma, metodo e ritmo. Quindi, con apposita pinzetta, ne strappi i peli del naso e lo colpisca ai malleoli. Ed altrettanto faccia il direttore di Repubblica con il responsabile della pagina culturale che non ha vigilato.

Ormai si legge tranquillamente sul Web che il congiuntivo tende a sparire dall’italiano, perché ritenuto un modo “ridondante”. Per cui non vale più la pena di distinguere fra il modo della certezza e quello della probabilità, dell’ipotesi, dell’incertezza, della possibilità.

Meglio tutto all’indicativo. E perché non usare per tutto il solo infinito? “Tu fare schifo” “io volere mangiare” “Bersani essere cagasotto” e così via, abolendo anche l’artico che è di una ridondanza spaventosa. E perché non passare direttamente al linguaggio dei gesti?

Ma le origini di questa guerra al congiuntivo risalgono addietro nel tempo, almeno alla fine dei sessanta, ricordo che un giorno sentii distintamente, da un juke box, tal Piero Focaccia che cantava:

“Lo so sono audace
ma il rischio mi piace,
mi faccia felice
e fuggisca con me.”

Quel “fuggisca” era già un proditorio assalto all’idioma nazionale, ma, pur sempre il tanghero, nelle latebre del suo pensiero, prendeva in considerazione l’idea che la “bella straniera” potesse mandarlo per piste e, dunque, adottava una forma approssimativa di periodo ipotetico.

Poi venne Celentato (il Torquemada della lingua italiana) che cantò:

“Io non vorrei che tu,
a mezzanotte e tre,
stai già pensando a un altro uomo”

Ora: risulta evidente il carattere deliberato dello sfregio linguistico perpetrato, perché non c’è alcuna ragione metrica per mutare il naturale “stia” nel perentorio “stai”, indicativo della certezza. Ed uno si chiede: <>

Ma le cose sono definitivamente degenerate con l’anglomania dilagante, per la quale ormai si fanno lezioni in inglese e ci si sente tanto “globalizzati”. Come è noto, la lingua inglese non ha una modalità distinta per il congiuntivo, ma usa l’infinito senza to in funzione del periodo ipotetico. E la cosa non è affatto un innocente vezzo linguistico, ma tradisce un preciso retroterra psicologico. In questa ostilità al modo verbale della possibilità, dell’incertezza, del dubbio si coglie l’insopportabilità di ogni resistenza alla propria volontà di potenza. Il padrone non ama il congiuntivo, perché preferisce esprimersi all’indicativo e, meglio ancora, all’imperativo.
E’ così che inizia il conflitto di civiltà: si inizia con un  congiuntivo che scivola nell’indicativo, e si arriva ai droni, alle bombe intelligenti, a Guantanamo.

Ed allora che si fa? Vi faccio una proposta: fondiamo il Fronte Nazionale di Resistenza del Congiuntivo ed iniziamo con adeguate forme di lotta. Che ne dite?

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12/03/2015

Lingua veicolare: dove sta scritto che debba essere per forza l’inglese?

Nel mondo della globalizzazione è inevitabile che si affermi una lingua “veicolare” che permetta di interagire: tanto per dirne una, cosa sarebbe internet senza l’inglese? Dunque, è pacifico che si debba andare ad una lingua di comunicazione, anche se questo non significa affatto che le altre debbano scomparire o diventare lingue di serie B. Il pluralismo culturale resta una fonte di arricchimento insostituibile ed irrinunciabile.

Ed allora, lingua comune sia, ma non è poi così scontato che debba essere l’inglese. Intanto alcuni dati non saranno inutili e li riprendiamo da una fonte insospettabile di anti anglismo, il libro di Huntington sul conflitto di civiltà, per il quale, nel 1992, i parlanti la lingua inglese erano il 7,6%  della popolazione mondiale, mentre il cinese mandarino era parlato dal 15,2% e lo spagnolo dal 6,1%. Una stima decisamente avara che considera solo Usa, Uk, Canadà e Australia e che non tiene conto della tradizionale diffusione dell’inglese tanto nei paesi del nord Europa quanto in quelli ex coloniali come India e Sudafrica. Poi va detto che l’inglese è la lingua più studiata nel mondo. In totale, la stima più realistica è quella di un 20-22% della popolazione mondiale in grado di parlare e comprendere sufficientemente la lingua inglese.

Il numero potrà sembrare basso, dato che la sola India ha circa il 18% della popolazione mondiale, ma bisogna considerare che una larga fetta degli indiani (regioni rurali interne, sottoproletariato urbano ecc.) non parlano affatto inglese ed un’altra parte rilevante parla un inglese molto approssimativo ed elementare, al di sotto del limite di sufficienza. E lo stesso si può dire di paesi come il Sudafrica, il Kenia o Mnmar.

Quanto agli studenti che apprendono l’inglese a scuola, va detto che in maggioranza poi ne conservano solo tracce del tutto insufficienti e, comunque, non sono in grado di utilizzare un dizionario monolingue.

Dunque, nel complesso, circa l’80% della popolazione mondiale non conosce affatto l’inglese o ne ha rudimenti assai scarsi. Anche scendendo al di sotto della soglia di sufficienza e considerando quanti hanno conoscenze utili ad avere una conversazione elementare, non andiamo molto oltre un terzo della popolazione mondiale e, quindi, la grande maggioranza della popolazione mondiale (non meno dei 2/3) ignora del tutto l’idioma di Shakespeare.

Per quanto il quinto considerato è sicuramente la parte più dinamica e “globalizzata” (che viaggia, studia, si connette a internet, segue la stampa e la Tv ecc.), siamo ancora abbastanza lontani da quello che potrebbe essere la lingua comune mondiale.

A questo bisogna aggiungere altre considerazioni. Parlare di inglese come di una lingua unica è un po’ fuorviante, in realtà inglese originario, inglese americano e inglese indiano hanno non irrilevanti differenze tanto per la pronuncia quanto per la costruzione lessicale e grammaticale. L’inglese originario è una lingua molto ricca di espressioni idiomatiche che non sono sempre presenti, ad esempio, nell’inglese-americano che, però, ne ha di proprie. Certo, un inglese ed uno statunitense si capiscono, ma i due idiomi vanno divaricando e l’inglese americano tende a prevalere. D’altra parte, la maggior parte di quanti conoscono l’inglese non come lingua materna, ma per averlo studiato, spesso ignorano quelle espressioni idiomatiche ed hanno un lessico piuttosto ridotto.

Dunque, per una ragione e o per l’altra, una larga fetta di quel 20-22% di cui dicevamo, parla una sorta di “basic english” che assolve a funzioni di livello non eccelso. Inoltre, inizia a profilarsi un fenomeno tipico, quello delle “lingue miste” (lo spanglish nel sud degli Usa e il chinglish in alcune zone costiere della Cina) che hanno un effetto contraddittorio, perché, da un lato, gettano un ponte fra la lingua franca e quella locale, favorendone la penetrazione, ma dall’altro creano sorta di enclavi linguistiche meno in grado di comunicare con il resto del Mondo, e dunque, finiscono per erodere la diffusione della lingua veicolare.

Ci sono, poi, considerazioni di ordine politico che meritano d’esser fatte: il successo dell’inglese è legato alla sua doppia funzione imperiale, prima con l’Inghilterra e dopo, ed ancor di più, con gli Usa. Il massimo di espansione dell’anglofonia è coinciso con il momento felice del mono-polarismo americano, ma siamo sicuri che il futuro conserva questo ruolo imperiale agli Usa? Il servilismo delle classi dirigenti europee (Francia a parte) dà per scontato che la partita sia chiusa e che l’inglese abbia vinto definitivamente, ma questa è la resa dell’Europa, non del resto del Mondo.

C’è un altro fenomeno che merita di essere notato: cinese a parte, la seconda lingua parlata al Mondo è lo spagnolo, con il 6,5% di parlanti nativi (un po’ di più se a Spagna e America latina ispanofona, aggiungiamo le Filippine), dunque, una percentuale non molto inferiore a quella stimata da Huntington per i parlanti originari di lingua inglese. Vero è che lo spagnolo non ha una India ed è studiato meno dell’inglese, per cui, fatte le stesso considerazioni di prima per l’inglese, il totale di quanti conoscono quella lingua come prima o come seconda, raggiunge a mala pena il 13%, però occorre considerare che il tasso di fertilità dei latinos è nettamente superiore a quello dei nord americani (e non parliamo degli inglesi, canadesi o australiani). In secondo luogo, la forte immigrazione dei sud americani negli Usa sta cambiando la geografia linguistica deli States: già da un ventennio, in molti stati del sud, gli avvisi al pubblico sono trilingui (inglese, spagnolo e spanglish). Infine occorre mettere in conto che, per le stesse ragioni politiche che hanno sin qui assistito l’inglese, in alcuni contesti, lo spagnolo incontra meno resistenze dell’inglese e penetra più facilmente.

In particolare, già da anni si studia la possibilità di un graduale passaggio del Brasile dal portoghese allo spagnolo, anche perché, in questo modo, esso potrebbe più efficacemente aspirare alla leadership continentale. E questo fatto da solo regalerebbe allo spagnolo un altro 4,5% di parlanti sul piano mondiale. Dunque, i giochi non sono per nulla fatti e, in un futuro non lontanissimo, potremmo anche assistere ad una gara fra inglese e spagnolo, mentre, nonostante la grande quantità di parlanti originari, ben maggiore di inglese e spagnolo messi insieme, appare meno probabile un testa a testa fra inglese e cinese mandarino (la maggioranza dei parlanti usa lingue fonetiche e non ideografiche).

Ma è proprio detto che si debba accettare come lingua veicolare mondiale una lingua nazionale? E’ un po’ come avere una moneta nazionale come moneta di riferimento internazionale: significa assegnare a qualcuno un vantaggio su tutti gli altri. In una visione non gerarchica dell’ordine mondiale (o il meno gerarchica possibile) questa primazia non si giustifica ed assegnare questo vantaggio può produrre più attriti di quanto non si immagini.

Dunque, ci sono alternative alla scelta di una lingua nazionale in funzione di lingua veicolare. Una prima alternativa è quella di una lingua artificiale come le “lingue ausiliarie internazionali” che sorsero nel XIX secolo (volapuk, esperanto ecc.) ma bisogna dire che si è strattato di esperimenti che non hanno avuto mai grande fortuna. Costruire un lessico con prestiti linguistici dalle lingue nazionali produce una lingua che ha seri problemi fonetici, ed ancora maggiori di natura grammaticale e sintattica, scarsa armonia ed ovviamente non ha alle spalle una letteratura ed una cultura. Se volete un esempio, basti leggere il padre nostro in esperanto:

« Patro nia, Kiu estas en la ĉielo,
sanktigata estu Via nomo.
Venu Via regno,
fariĝu Via volo,
kiel en la ĉielo tiel ankaŭ sur la tero.
Nian panon ĉiutagan donu al ni hodiaŭ
kaj pardonu al ni niajn ŝuldojn,
kiel ankaŭ ni pardonas al niaj ŝuldantoj.
Kaj ne konduku nin en tenton,
sed liberigu nin de la malbono.
(Ĉar Via estas la regno kaj la potenco
kaj la gloro eterne.)
Amen »

Non mi pare un grande risultato. Le lingue cd ausiliarie sono state prodotti di laboratorio sterili come certi ibridi animali. E si trattava di lingue artificiali costruite tutte su lingue europee, immaginiamo che problemi potrebbero esserci con una lingua artificiale che mescoli anche lingue idiografiche come il cinese, sillabiche come l’indi o il giapponese ecc. Credo non si metterebbe insieme neppure l’alfabeto. Quindi direi che possiamo lasciar perdere questa ipotesi.

Ne esiste un’altra: usare una lingua morta, debitamente aggiornata nel lessico e semplificata nella parte grammaticale e sintattica, riducendo al minimo eccezioni ed articolazioni. L’esperimento è già stato fatto e con successo in Israele, che ha richiamato in vita l’antico ebraico debitamente trattato. Anche l’arabo parlato (non quello scritto che è intangibile essendo lingua sacra), in fondo, è una lingua antica che si modifica e si aggiorna costantemente nel parlato.

Dunque, un’ operazione non impossibile che risolverebbe il problema del vantaggio ad una lingua nazionale (anche se, sicuramente, alcune, per la maggiore vicinanza morta a quella prescelta, avrebbero un residuo di vantaggio).  Personalmente ritengo che la scelta più opportuna sarebbe il latino, in primo luogo per la larga diffusione scolastica di cui gode, perché ha una letteratura importante, perché quasi tutte le lingue europee (quantomeno dell’Europa centrale ed occidentale) hanno attinto ad essa, perché è legata ad un passato storico studiato in gran parte del mondo. Ma soprattutto per un’altra ragione specifica.

Recentemente ho spiegato a dei miei studenti questa mia idea sul latino ed hanno riso, ma non hanno più riso quando gli ho letto questo articolo de “La Repubblica” (22 dicembre 2014): “Perché il latino è la lingua ideale per comunicare su twitter”. Infatti il latino è una lingua sintetica e non analitica e, grazie ad artifici retorici come la callida iunctura (il “nesso furbo”), l’ordo verborum (l’ordinamento delle parole), costrutti sintattici come l’ablativo assoluto ed espedienti stilistici come il verbo sottinteso, ha caratteristiche di asciuttezza e concisione sin qui insuperate, che la rendono adattissima ad usi molto concentrati come twitter o gli sms. Perché non discuterne?

Certo c’è sempre un vizio un po’ eurocentrico, ma sarà sempre meglio che parlare la lingua dell’Impero vivente.

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03/03/2015

L’italiano e la lingua veicolare

L’umanità ha sempre cercato di darsi linguaggi transnazionali per la comunicazione producendo lingue franche, ibride, veicolari che hanno dato vita, di volta in volta, a fenomeni socio linguistici molto diversi fra loro.

Nell’Europa medievale e rinascimentale il latino era la lingua, oltre che della Chiesa, dei dotti, mentre nei porti del Mediterraneo fra il XV ed il XVIII secolo era diffuso un linguaggio che mescolava italiano, francese, spagnolo, ebraico ed arabo, la colonizzazione impose le “lingue imperiali”, ma produsse anche ibridi come le “lingue creole”, poi i flussi migrativi del XIX secolo crearono lingue “miste” fra quelle dei paesi d’origine e quelle dei paesi di immigrazione, talvolta le lingue miste dei migranti si contaminarono con le lingue furbesche della malavita o degli attori o dei venditori ambulanti zingari, o anche con la “lingua del ghetto”.

Ovviamente, ogni linguaggio rispondeva ad esigenze funzionali di determinati soggetti ed aveva proprie caratteristiche espressive: ad esempio, la lingua latina dei dotti rispondeva ad esigenze culturali ed è sempre stata lingua scritta, vice versa, la lingua ibrida utilizzata nei porti o dalle ciurme rispondeva ad esigenze pratiche di comunicazione immediata e ben di rado era scritta, come la lingua “mista” degli emigrati che apparteneva a soggetti sociali poveri e difficilmente era scritta.

Oppure, le lingue furbesche o di nomadi (di malavitosi, zingari, ebrei) avevano lo scopo di creare canali comunicativi attraverso i confini, ma, nello stesso tempo, di escludere chi non appartenesse alla comunità.

Dunque, l’uso di un determinato codice comunicativo è sempre finalizzato a qualcosa ed ha sempre conseguenze sociali. Nel caso delle lingue imperiali esso ha deliberati scopi di potere. Come insegna Braudel, dall’Impero vengono sempre lingua, moneta e diritto, e l’esercizio del potere linguistico è il primo atto con il quale l’Impero riduce l’altro a sé e conforma l’ambiente. Essa si presenta come lingua veicolare, perché più diffusa, ma non per questo cessa di avere funzioni di potere e di stabilire gerarchie fra le diverse nazioni. La diffusione della lingua facilita, ovviamente, la diffusione del suo bagaglio culturale (letteratura, opere scientifiche, canzoni, giornali ed in tempi più recenti, radio, televisione, cinema) con evidenti conseguenze tanto sul piano economico quanto su quello dell’egemonia culturale. La diffusione della lingua è il principale strumento di soft power di un paese ed ha inevitabili riflessi sui rapporti fra le industrie culturali dei diversi paesi. E’ evidente che una casa editrice che possa avere diffusione in un mercato eteroglotto senza problemi di traduzione è fortemente avvantaggiata su una che, invece, non ha questa possibilità se non traducendo i suoi libri. E così un film che può essere diffuso senza le spese di doppiaggio permette alla sua casa produttrice maggiori profitti, una televisione ascoltata anche in paesi di lingua diversa avrà maggiori introiti pubblicitari ed influenza informativa ecc ecc.

Veniamo al tempo presente. Sino agli anni cinquanta le lingue “imperiali” prevalenti erano due: il francese, egemone nella diplomazia, nella politica e nella cultura, mentre l’inglese lo era nel mondo della finanza, dell’economia e dei trasporti (soprattutto sul mare). Con il definitivo riconoscimento degli Usa come superpotenza guida del blocco occidentale, l’inglese si è affermato come lingua dominante anche nella politica e nella cultura. Il crollo dell’Urss e l’affermazione degli Usa come unica superpotenza mondiale ha moltiplicato questa tendenza dando luogo ad una egemonia culturale mondiale senza precedenti e l’inglese si è affermato come “lingua del Mondo”. Per la prima volta, l’umanità ha una “lingua mondiale” ed il fatto sembra generalmente accettato – apparentemente – senza resistenze e come se si trattasse di una cosa del tutto ovvia ed innocua, ma, come dice Roberto Mulinacci (“Limes” quaderno speciale “Lingua è potere” p.11): “Nonostante la retorica assolutoria che la circonda nella percezione comune, la lingua non è mai innocente ed anche una banale scelta di registro, come per esempio quella fra una nuova parola inglese ed il suo corrispondente italiano... sottintende sempre un conflitto di modelli culturali. Implica un’egemonia (o comunque una aspirazione ad essa) e quindi anche una sudditanza, indipendentemente dal fatto di essere disponibili oppure no ad accettarla.”

Dunque, che fare? Ovviamente ogni forma di autarchia culturale sarebbe solo uno sciocco provincialismo, la caricatura delle campagne fasciste per cui non si dovevano usare parole straniere, con il risultato che un piatto come i “tournedos sanglante” nei menù diventavano imbarazzanti “voltaschiena al sangue”. Per cui evitiamo goffaggini del genere. Ma un conto è incorporare nella lingua espressioni straniere (in italiano che ne sono tantissime di cui non si ricorda neppure l’origine eteroglotta: album, tram, camion, fiches, autobus, fucsia, savarin, babà, collier, poker, guerriglia, revolver, eclatante...), un altro è abusare di questa possibilità. I prestiti linguistici vanno benissimo quando non ci sia un equivalente italiano o quando l’equivalente sia inadeguato, arcaico, poco efficace: “camion” va benissimo al posto del disusato “autocarro”, “mascara” viene dall’italiano “machera” e ci è tornato indietro dall’inglese quando il chimico Williams usò il termine per il noto cosmetico, “Stock” è molto più adeguato di “riserve di magazzino” ed anche “asset” è molto più preciso di “patrimonio” e così via. Ma i prestiti linguistici sono inutili e ridondanti quando ci sia un perfetto corrispondente nella propria lingua, anzi, paradossalmente, finiscono per diventare elementi di un gergo differenziale sub culturale o un esibizionismo snob (che, ricordiamolo, viene da “sine nobilitate”).

Spesso sento i miei studenti (soprattutto i frequentatori di centri sociali) parlare in uno slang incomprensibile con una parola su tre in inglese ed un’altra nel gergale. Perché mai dire riot se ci sono i normalissimi italiani “Sommossa”, “rivolta”, “ribellione”. Forse fa più “figo”?

Dunque, va bene accogliere i prestiti linguistici cum grano salis ed, ovviamente, va bene studiare l’inglese, anzi è giusto farne una conoscenza diffusa sin dalle elementari (ma io ci aggiungerei, già dalla media, una seconda lingua), ma per fare questo è necessario insegnare le materie come le scienze ai bambini in lingua inglese. Il fatto è che in Italia il fenomeno sta raggiungendo livelli parossistici. Ricordo una riunione di consiglio di facoltà di alcuni anni fa che raggiunse vette surreali ineguagliate: all’inizio della seduta di consiglio le docenti di inglese chiesero di avere una unità in più per l’insegnamento della lingua, perché non ce la facevano più con il carico didattico e le aule erano gremite all’inverosimile, a votare a favore di questa richiesta restammo in meno di venti mentre una selva di mani plebiscitò il no. Era scontato: i docenti di lingue nella mia facoltà sono quattro gatti di nessun potere e la risorsa venne destinata ad un gruppo ben più numeroso ed influente. Dopo un’oretta, si discute, nell’entusiasmo generale, dei corsi da tenere integralmente in inglese. Quindi, mezzi per studiare l’inglese no, perché il gruppo dei docenti non “pesa abbastanza”, però fare lezione in inglese a studenti che non si sa quanto siano in grado di seguirla, si. Poi, riuscite ad immaginare una cosa più insensata di un docente italiano che parla a degli studenti italiani in inglese? E perché? Ma, mi spiegò qualcuno, convinto di rivelarmi una cosa dell’altro mondo, ci sono gli studenti stranieri. Ragione di più per parlare in italiano per la diffusione della nostra lingua. In fondo se lo studente straniero avesse voluto  un corso in inglese avrebbe potuto scegliere di iscriversi in una università inglese, se, invece, ha scelto l’Italia qualche ragione ci sarà. L’uso dell’inglese nei corsi servirebbe ad “internazionalizzare” la nostra università e qualcuno già parla di punteggi preferenziali per le pubblicazioni in inglese. Come dire che la lingua italiana esce dalle istituzioni di alta cultura del suo paese e diventa la “lingua del mercato”. A questo punto, perché non trasmissioni televisive e radiofoniche o quotidiani in inglese? Sarebbero più internazionali.

Siamo arrivati a farci sbeffeggiare dal “Telegraph” per lo slogan in inglese della campagna di reclutamento della Marina Militare che, ci è stato fatto notare, denota un uso “sbagliato e provinciale” della lingua inglese, con relativo consiglio di usare l’idioma nazionale.

In realtà, l’anglomania è solo la spia dell’abituale servilismo conformista e provinciale delle nostre classi dirigenti, ad iniziare dai docenti universitari.

Sarebbe insensato fare a gara con l’inglese come lingua più diffusa nel mondo (figuriamoci!) e nessuno lo propone. Ma questo non significa che si debba rinunciare alla difesa del nostro spazio linguistico. Si può benissimo non essere i primi, ma i sedicesimi (anche se, a quanto pare, l’italiano lo studiano molti altri e lasciamo perdere se l’italiano è la quarta lingua studiata o la sesta), ma perché si debba deliberatamente scegliere di diventare trentesimi qualcuno me lo deve spiegare.

Visto che, poi, il patrimonio culturale italiano non è esattamente l’ultimo del Mondo. Peraltro, l’italiano ha un suo spazio che va ben oltre quello dei confini nazionali. Non sto qui a ripetere le cose già dette in un altro pezzo (Chiesa, melodramma, immigrati italofoni ecc.) ma segnalo che l’italiano è abbastanza diffuso nella fascia costiera dell’ex Jugoslavia, in Albania, Grecia, Eritrea, Somalia, con minoranze non trascurabili in Svizzera, Etiopia, Libia, Algeria, Usa, Australia. A Barcellona esiste una radio in italiano e la comunità dei nostri connazionali ammonta a circa 50.000 persone.

Insomma, del problema della lingua veicolare torneremo a parlare per chiederci se sia poi così scontato che essa debba essere l’inglese, ma qui vorrei porre la questione della difesa della lingua italiana. Una decina di anni fa ci fu la proposta di inserire in Costituzione l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Non se ne fece nulla per l’opposizione della Lega e di Rifondazione comunista, uniti se non altro dalla profonda ignoranza e cecità culturale (ne avesse fatta una buona il gruppo parlamentare di Rifondazione!). Forse sarebbe il caso di tornare alla carica.

Intanto segnalo la petizione “Dillo in Italiano” di Anna Maria Testa su Change org che ha già raccolto 60.000 firme e che invito a sottoscrivere e diffondere.

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11/02/2015

L’Italiano è la quarta lingua studiata nel mondo: gli unici a sorprendersi sono gli italiani

Un paio di settimane fa, la stampa italiana dava, con un certo stupore, la notizia che l’Italiano è la quarta lingua studiata nel mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese, non riuscendo a spiegarsene il perchè.

Le prime tre sono abbastanza logiche: l’inglese è la lingua di un miliardo e mezzo di persone (mettendo nel conto anche gli indiani) ed è la principale (ma non l’unica) lingua franca del Mondo. Lo spagnolo è la lingua di mezzo miliardo di parlanti ed è in rapida espansione negli Usa; quanto al cinese, non solo è la prima lingua di un miliardo e mezzo di parlanti, ma è la lingua del principale paese emergente (forse è meglio dire ”Emerso”) e seconda potenza mondiale. Sin qui tutto spiegabile.

Invece, inspiegabile è che sia quarta l’Italiano, lingua di poco più di sessanta milioni di parlanti (forse settanta se ci mettiamo dentro eritrei, albanesi, somali che lo conoscono e un po’ di italiani all’estero), di un paese relativamente piccolo ed in decisa decadenza, ignorato dalle grandi potenze e ridicolizzato dai suoi piccoli politici passati e presenti.

Precede lingue come il francese, il tedesco, il russo, il portoghese, il giapponese, come si spiega? Il guaio è che i giornalisti italiani sono molto ignoranti e, quel che è peggio, non fanno nessuna ricerca prima di scrivere.

Allora vediamo qualcosa che può spiegare questo strano fenomeno. Prima di tutto, si dimentica che l’italiano è la lingua franca di uno dei principali soggetti geopolitici mondiali: la Chiesa Cattolica. La lingua ufficiale della Chiesa, come si sa, è il latino, ma quella in uso fra i prelati (e spesso anche i semplici preti) di nazioni diverse è soprattutto l’Italiano che è parlato correntemente in Vaticano ed usata prevalentemente dal Papa, vescovo di Roma, anche se non si tratta più di un italiano da quasi quaranta anni. Ed anche in ordini religiosi con i salesiani o i gesuiti, la lingua corrente è l’italiano.

Poi c’è da considerare che l’Italia è uno dei paesi che ha avuto una cospicua emigrazione nell’ultimo secolo: circa 40 milioni di persone sparse soprattutto in Argentina, Usa, Canada, Australia, Germania, Francia e Belgio e non pochi figli e nipoti si sono mantenuti bilingui. Fra l’altro (la cosa non ci inorgoglisce ma deve essere registrata su un piano avalutativo) l’Italiano è spesso usato fra gli uomini di Cosa Nostra o fra gli ‘ndranghetisti sparsi per il mondo e altre organizzazioni criminali come i colombiani. E anche questo è un fenomeno sociale.

C’è poi l’importanza dell’Italiano sul piano culturale ed anche qui si sono dimenticate troppe cose. In primo luogo si dimentica che l’italiano è la lingua principale del melodramma e nel mondo ci sono tanti melomani che apprezzano molto la nostra musica lirica, basti pensare al successo mondiale avuto da Pavarotti dagli anni ottanta in poi.

Poi la letteratura italiana è sicuramente una delle primissime a livello mondiale; non mi interessa stabilire se sia la prima in assoluto (anche se non mi stupirebbe affatto constatarlo), mi basta sottolineare come essa abbia uno sviluppo continuo nel tempo da XIII secolo in poi, con capolavori di livello mondiale, in tutti i secoli. Quello che non mi pare si possa dire allo stesso livello delle letterature di Inghilterra, Francia, Germania, Spagna e Russia che presentano maggiore discontinuità.

Chi voglia avere una idea del “peso” della letteratura italiana, può consultare la monumentale collana di testi della Ricciardi, ma ripeto che non ha senso stare a stabilire se si tratti della prima in assoluto, basti considerare che certamente è fra le primissime. E non sorprende che ci siano autori italiani (da Petrarca a Gramsci o Leopardi) più amati e letti all’estero che in Italia. Ma qui c’è il ruolo della scuola, il cui principale scopo è far odiare agli studenti tutto quello che fa loro studiare*.

Del peso dell’arte italiana, in particolare del Rinascimento, ma non solo, non è il caso di dire e questo spiega (altra cosa non sufficientemente considerata) che l’Italia sia una delle principali mete turistiche nel Mondo.

E, infine (anche la cultura “materiale”, ha il suo peso) tanto la gastronomia quanto la moda nel Mondo parlano spesso italiano.

Che morale possiamo ricavare da questa terribile sproporzione fra l’apprezzamento che la cultura e la lingua italiana riscuotono nel mondo e la pochezza dell’autostima degli italiani? Semplicemente che gli italiani del tempo presente sono impari rispetto al patrimonio culturale che li sovrasta*. Peccato.

Fonte

* Vangelo cazzo, scritto con grande amarezza per altro.