Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2025

La tournée dei Beatles in Italia

di Marco Codebò

Ferdinando Fasce, Beatles in Italy: 5 giorni, 3 città, 8 concerti, De Ferrari, pp. 148, eur0 14,90 stampa

Nel suo Beatles in Italy, Ferdinando Fasce compie un viaggio a ritroso nel tempo. Lo fa nel senso, ovvio, di narrare un evento del passato, la tournée dei Beatles in Italia nel giugno 1965. Ma lo fa, soprattutto, perché quel racconto è una sonda calata nel mezzo della cultura e del costume italiani degli anni Sessanta.

Nell’estate del 1965 i quattro di Liverpool sono al vertice del successo. In patria come negli Stati Uniti guidano le classifiche di vendita dei dischi e riempiono di spettatori i locali dove si esibiscono dal vivo. Il tour italiano è parte di una serie di esibizioni nell’Europa mediterranea, Francia, Italia e Spagna, che nei piani di Brian Epstein, il manager dei fab four, dovranno allargare il mercato della band oltre i confini dell’anglofonia. Ma in quel tempo il fenomeno Beatles fa sentire i suoi effetti ben al di là della sfera puramente musicale, come si può verificare dalla popolarità, in tutto il mondo, del taglio di capelli da loro adottato. Detta appunto “alla Beatles”, quell’acconciatura è simbolo sì di identificazione con la band, ma anche e soprattutto segno che “the times they are a-changin’, come l’anno prima aveva cantato Bob Dylan.

La forza iconica dei capelli “alla Beatles” e l’adorazione di cui sono oggetto da parte dei fan segnalano l’esistenza di un mondo giovanile che possiede valori suoi ed è in grado di diffonderli con strumenti sconosciuti a chi ne sta fuori. Nella puntuale sintesi di Fasce, i “Beatles partecipano del continuo, libero, giocoso sconfinamento che caratterizza con crescente intensità, in un impulso diffuso al rifiuto delle convenzioni e degli steccati, il decennio. È una circolazione senza precedenti di persone, esperienze e idee. […] È questo ciò che di più genuinamente esplosivo la band condivide con anni di grandi fermenti di liberazione e abbattimento di muri e barriere di ogni tipo” (p. 19).

Il filo conduttore di Beatles in Italy è il racconto del mancato incontro fra i quattro di Liverpool, che vivono felicemente al di là degli steccati menzionati da Fasce, e i rappresentanti “ufficiali” della cultura italiana, giornalisti, critici musicali, scrittori, che si tengono con attenzione al di qua di quelle barriere. In mezzo, un’entità ancora misteriosa, la gioventù italiana. Applicando un metodo perfezionato durante la scrittura di La musica nel tempo. Una storia dei Beatles (2018), pubblicato da Einaudi, Fasce spiega il mondo giovanile italiano della metà degli anni Sessanta attraverso una coordinata serie di dettagli materiali. Si tratta, ogni volta, di punti d’incontro tra tecnica e cultura, con quest’ultima a inverarsi tanto in oggetti di uso comune quanto in determinate pratiche sociali. In Italia, tra i primi, spiccano i juke box, “in nemmeno un decennio cresciuti da 500 a 20.000 unità”, e le radio a transistor, “nel 1965 nelle mani di tre ragazzi su cinque” (p. 27). Tra le seconde, oltre al massiccio acquisto di dischi da parte dei giovani (la metà dei 30 milioni venduti nel 1965), si segnalano tre novità emerse fra il 1962 e il 1965: l’incontrarsi dei giovani in locali a loro esclusivamente destinati, pratica a cui dà il via l’apertura a Roma del Piper, i raduni musicali organizzati da Ciao amici e, infine, l’organizzazione del Cantagiro, una gara canora a tappe in giro per la provincia italiana. Nel giugno del 1965, “il tour dei Beatles riassume in sé tutte e tre queste forme di spettacolo” (p. 36).

Fasce descrive con la massima precisione gli elementi logistici, economici e comunicativi che fanno da contesto alle esibizioni musicali dei fab four in Italia. Così, dopo aver ricordato come, a fronte delle 1.000 lire del biglietto più economico per vedere i Beatles a Milano, il reddito familiare mensile non superasse le 85.000 lire, Fasce passa a informarci dei luoghi, degli orari e dei presentatori dei vari eventi, nonché dei musicisti incaricati di scaldare l’uditorio prima dell’esibizione dei quattro di Liverpool (p. 46). Fra questi spicca per fama il ventiseienne Peppino Faiella, in arte Peppino di Capri. Ma tutto questo è solo contorno. I veri protagonisti del racconto sono i fan, tipi umani fino ad allora sconosciuti in Italia e in possesso di tratti antropologici sorprendenti, inquietanti per la stampa. Natalia Aspesi scrive di “un beatle fan milanese medio milanese maschile ‘fra i 12 e 17 anni, poco incline alla pulizia personale […] sempre ricoperto di capelli col taglio ispirato a quello dei grandi maestri di Liverpool’” (p, 55). Ma a Genova sono invece le ragazze a distinguersi, protagoniste di “una sfida al mondo adulto, e per vie più sottili e complesse, alla maschilità” (p. 98). Di questa doppia provocazione sembrano essere coscienti i poliziotti, quando “intimano ai loro vicini maschi: ‘tenetele d’occhio perché le portiamo via’” (ibidem). Il rilievo che il protagonismo dei fan assume in Beatles in Italy è confermato da una sezione del libro che potremmo intitolare “Sessant’anni dopo”. Si tratta di una serie di interviste, condotte ai giorni nostri, a spettatori e spettatrici del concerto serale genovese del 1965.

Assegnare un ruolo di primo piano alle reazioni e ai ricordi dei fan assume un’importanza cruciale in Beatles in Italy, perché permette al testo, da una parte di esplorare i comportamenti della gioventù italiana e accertarne la posizione nel già citato decennio del rifiuto di convenzioni e steccati e dall’altra di verificare l’incapacità della cultura “alta” di comprenderli. È una questione di stampa e giornalisti. Tutte le testate italiane, dalle vette del Corriere della Sera fino a un’assoluta novità come il settimanale per giovani Ciao amici, seguono la tournée dei fab four. Lo fanno dai giorni dell’attesa, verso metà giugno, fino al bilancio conclusivo del tour a fine mese, passando per la cronaca delle varie esibizioni fra il 24 e il 28. Momenti chiave nel lavoro dei giornalisti sono le conferenze stampa dei Beatles, occasioni in cui l’ironia dei quattro si incrocia con la saccenza dei reporter italiani: “si scivola sul difficile” commenta l’inviato del Corsera davanti al “chi è?” con cui John Lennon risponde al nome del poeta russo Evgenij Evtušenko (p. 52).

Le aspettative nascoste con cui la stampa italiana si era avvicinata alla tourné italiana dei Beatles emergono con chiarezza quando si tratta di tirare il bilancio, in termini di successo di pubblico, degli otto concerti: sono andati bene o male? Le risposte tendono in netta maggioranza al negativo: “Milano ha ridimensionato i Beatles”, “Bravi i Beatles al Palasport ma la folla non è impazzita”, “Palazzo dello Sport semideserto” e “Roma ha snobbato i Beatles” (pp. 85, 92, 95, 109). In realtà il bicchiere avrebbe dovuto risultare mezzo pieno. Il bilancio finale della trasferta in Italia dice che è stata venduta “la metà dei biglietti disponibili” (124). Quel che però interessa alla stampa è che fra i Beatles e la gioventù italiana ci sia stato il minor contagio possibile e che ragazze e ragazzi girino pagina il più in fretta possibile. La festa è finita insomma. Ed è importante che sia anche mezza fallita. Di qui la soddisfazione di notare “che ‘sugli spalti del Vigorelli c’erano parecchie chiazze grige’”, come si legge sul genovese Corriere Mercantile (p. 86); oppure di sapere, scrive Enzo Rava sul romano Paese Sera, che al teatro Adriano, a Roma, “la prima impressione per chi si affaccia dentro è quella di ‘un vuoto desolante’” (p. 114).

Dalle pagine dei giornali italiani del giugno 1965 emerge un’Italia adulta del tutto provinciale, tutta tesa a tener fuori lo straniero dall’immaginario della gioventù di casa. Milano ha ridotto i Beatles, si legge sul genovese Secolo XIX, “a quello che sono, un fenomeno anglosassone, una spinta all’evasione per popoli introversi e complessati quali sono appunto gli anglosassoni”. Meglio allora archiviare il più in fretta possibile la tournée. “I Beatles sono divertenti”, scrive Domenico Bartoli su Epoca, ma “i giovani devono ricordarsi che ‘lo studio è il lavoro’ dei ragazzi, ‘i quali devono imparare che senza fatica non si va avanti” (p. 126). Insomma i tempi non stanno cambiando, tutt’altro: i giovani in Italia continuano a essere dei minorenni incapaci di conoscere se stessi e il mondo, di immaginare una realtà diversa da quella dei genitori, di dedicarsi a qualcosa di differente da uno studio matto e disperatissimo. O forse non era così? Perché le reazioni degli opinionisti italiani a otto concerti frequentati in tutto da 47.000 spettatori – meno, in quel tempo, dei paganti in un incontro calcistico di cartello in serie A – segnalano una preoccupazione nascosta, capace di esprimersi solo per via di luoghi comuni, e tuttavia reale. È il disagio, appunto, che ai giornalisti viene dall’intuire che dietro alla popolarità dei Beatles c’è dell’altro: un’inafferrabile inquietudine giovanile, un malessere che fino a ieri stava là, fuori dai confini, ma che oggi, chissà, agita anche i ragazzi e le ragazze della Penisola.

A leggere i giornali del tempo, nulla di particolarmente eversivo accade durante i concerti dei Beatles nel giugno 1965: solo urla di fan, danze frenetiche in mezzo al pubblico, qualche svenimento. Anche il prezzo dei biglietti non viene mai contestato, né vengono organizzati tentativi di entrare gratis. E dando un’occhiata all’universo giovanile italiano del tempo, in senso più largo, non vi si rivengono pratiche esplicite della ribellione, come le comuni dalle convivenze indecifrabili o i cortei militanti del decennio successivo. Ma in quell’estate beatlesiana, messa lì esattamente a metà strada fra Piazza Statuto (1962) e Valle Giulia (1968), qualcosa doveva bollire sotto il coperchio del conformismo. Allora, forse, il nervosismo con cui la grande stampa segue i concerti dei Beatles rivela un’inespressa percezione sia delle fratture profonde che percorrono la società italiana del tempo sia dei nuovi allineamenti lungo i quali si stanno aggregando soggetti sociali chiave. Tutti fenomeni incomprensibili per chi li guardasse da fuori, rimanesse chiuso nella sfera musicale e trattasse i Beatles come quattro musicisti puri e semplici.

Il merito di Fasce in Beatles in Italy, allora, è di averci fatti vivere quella tournée senza sciorninarci dati statistici, riflessioni sociologiche, o letture di pentagrammi, ma accompagnandoci a fare esperienza diretta dei fatti, da un albergo a un palasport, da una conferenza stampa a un concerto. Col risultato di mostrarci la maniera strana e imprevedibile con cui avanza la storia: perché Peppino di Capri condivideva il palcoscenico di John Lennon, ma i tempi stavano cambiando per davvero.

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23/07/2020

Carabinieri criminali, ma “protetti” dai media


La storia dei carabinieri di Piacenza, che avevano trasformato la stessa caserma in una centrale di spaccio e in sale di tortura, è un classico della cronaca nera italiana. Ed anche il “trattamento” che la notizia riceve da parte dei media ufficiali.

La metafora della “mela marcia” in un cesto di “mele sane” è sempre lì, a disposizione del cronista sfaticato, che neanche cerca i precedenti. Eppure sono decine, coinvolgono centinaia e forse migliaia di “mele marce”. I link in questo articolo permettono di ricordare solo i casi più rilevanti degli ultimi anni, senza alcuna ambizione di completezza.

Numeri che, a voler essere semplicemente accorti, rovesciano come un guanto una narrazione edificante stesa a copertura di un “virus criminale” di grandissima diffusione tra chi indossa una divisa (e una pistola) e solo per questo si sente investito di un’autorità sovra-umana. In senso letterale: sopra gli altri esseri umani.

L’unica principio riconosciuto, in quei corpi separati, è quello gerarchico. Per cui si deve obbedienza – o fingere di averla – nei confronti dei “superiori”. In cambio si ha “diritto sovrano” sui civili, untermenshen, senza divisa (e senza pistola).

È un diritto che viene loro riconosciuto dai superiori (e dai media, che vivono di relazioni incestuose con i “corpi separati”: le “soffiate” che vengono dalle questure e dalle caserme sono infatti il pane quotidiano della cronaca nera, ed esserne esclusi significa perdere “primizie”, lettori, copie vendute o ascolti).

L’impunità come condizione standard favorisce ogni deviazione. Dall'”eccesso di uso legittimo della forza” fino agli “interessi privati in atti d’ufficio”, alla vera e propria attività criminale in proprio. E l’impunità standard concessa a tutti i militari (forze dell’ordine ed esercito “professionista”) ha come ovvio contraltare la necessità di separare sempre “responsabilità individuali” e “bontà assoluta del corpo”. O, in questo caso, dell’Arma...

Così leggiamo o ascoltiamo ogni volta la stessa storiella, come se non fosse uguale a tutte le altre. Quelle trattate nello stesso modo e rapidamente cancellate dalla memoria pubblica. Questo commento di Turi Comito, a suo modo, centra parte del problema della “relazione incestuosa” tra corpi militari e informazione mainstream.

Buona lettura.

***** 

Il parroco, il sindaco, il maresciallo e il provincialismo

Non mi è chiaro il perché le foto dei tizi arrestati a Piacenza siano oscurate sui media né perché non se ne conoscano i nomi. Chi ha oscurato foto e nomi? La guardia di finanza che ha proceduto agli arresti? La procura che indaga? I media?

E perché? Sono minorenni? Sono testimoni di giustizia sotto protezione? Sono padri di famiglia ingiustamente incolpati che non si vuole dare in pasto alla folla pronta al linciaggio mediatico?

Com’è che quando arrestano un qualunque rubagalline le foto circolano manco fossero selfie della Ferragni agli Uffizi e adesso non conosciamo né facce né nomi degli arrestati?

Il dubbio che si fa strada è che questa cosa accada per un malinteso senso di “rispetto” per l’Arma. Come a dire che in pasto alla suburra dei social si può dare chiunque tranne il Maresciallo dei carabinieri, ché quello rappresenta l’ultima cosa buona che resta in questo paese, visto che della sacra trimurti – l’arciprete, il sindaco e il maresciallo appunto – il primo è pedofilo e il secondo è corrotto.

Non vorrei che le cose stessero così (ho diversi amici avvocati qui, saranno d’aiuto a sciogliere questo mistero, se vorranno).

Perché se questa fosse la ragione dell’oscuramento ci troveremmo di fronte, per l’ennesima volta, ad un caso classico di provincialismo mediocre, fatto da mediocri, ad uso e consumo di mediocri.

Una disgrazia, quella del provincialismo, che è lo specchio del mediocrismo di questa epoca.

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01/03/2020

Italia - Terra di frontiera, ai tempi del coronavirus


Nonostante le guerre alle porte di casa, l’informazione italica rimane fortemente “autarchica”. Quel che accade appena al di là del cortile domestico, spesso ristretto agli interessi societari dell’”editore di riferimento”, interessa solo come “colore” che non ci riguarda. Finché non ci precipita tra i piedi.

La guerra in Siria, per dirne solo una, proseguita da Erdogan, sta già producendo scontri tra profughi e polizia greca sul confine con la Turchia e preannuncia ondate tipo quella che fece rialzare muri di filo spinato lungo tutti i Balcani e fino a Trieste.

Quella in Libia, momentaneamente sottotraccia ma con identici protagonisti (Turchia, Russia, jihadisti, Unione Europea, ma senza un Assad, visto che Gheddafi è stato ucciso quasi 10 anni fa), non sta producendo gli stessi fenomeni solo perché è ancora inverno e le rotte delle migrazioni “gestite” da trafficanti professionali si sono molto allontanate dal deserto del Fezzan.

Così, con un’informazione da cortile, anche l’epidemia da coronavirus – un fenomeno decisamente globale – viene ridotta a questioncella regionale. L’unica novità starebbe nei lombardo-veneti (che portano certamente la colpa di aver votato ed eletto degli attori di serie zeta) trattati a livello internazionale quasi come i meridionali in odor di mafie alcuni decenni orsono.

Al massimo, sui media tutti uguali dell’establishment, si pubblicano stime fantasiose – come tutte le “stime”per fenomeni in corso di cui non si può conoscere l’estensione potenziale e la durata nel tempo – sui danni per il Pil 2020.

Al massimo, i partiti più grandi (Pd, Cinque Stelle e Lega) trovano un accordo silenzioso per strappare all’Unione Europea un margine di sforamento più ampio del deficit per far fronte alla spesa indispensabile per arginare il virus. Ma non riuscendo a trovare – per crassa ignoranza e statura intellettuale inesistente – un discorso pubblico all’altezza del problema che hanno di fronte, continuano a diffondere l’infodemia: panico e minimizzazione a giorni alterni, schizofrenia di massa, figure di merda come se piovesse. Non siamo ancora al “si salvi chi può”, ma ci stiamo avvicinando...

Eppure il “cigno nero” del coronavirus ha già prodotto la peggiore settimana di borsa dai tempi del crack di Lehmann Brothers. Ossia dal big bang da cui l’economia capitalistica occidentale non si è ancora ripresa dopo 12 anni.

Solo che, a differenza di allora, la “globalizzazione” ha lasciato il posto alla competizione globale.

Che significa? Che nel 2008, in tempi relativamente rapidi (seppur differenziati nei vari continenti), fu imbastita una risposta tendenzialmente unitaria a livello mondiale, con le principali banche centrali chiamate a inondare di liquidità i mercati per scongiurare il blocco delle attività (sperimentato per qualche giorno, comunque, a ridosso del crack della quarta banca d’affari del pianeta).

Oggi, tra guerre dei dazi, “prima noi” (ogni grande paese, ma anche quelli che non contano poi troppo...), “interesse nazionale”, “torniamo grandi”, ecc., non si vede all’orizzonte alcuna risposta tranquillizzante. E anche il coronavirus dà il suo contributo all’accentuazione della “competizione”, evidenziando le faglie tettoniche che si vanno scontrando sotto la superficie dell’economia mondiale. Diventando geopolitica.

Un contributo chiarificatore, come spesso accade, arriva da questo editoriale del solito Guido Salerno Aletta, pubblicato su TeleBorsa, che squaderna la portata della partita che si sta giocando già da qualche anno.

Usa, UE e Cina (per stare solo ai protagonisti economici, altrimenti bisognerebbe calcolare anche soggetti rilevantissimi come Russia e persino Turchia) sono le tre principali “piattaforme” economiche, ed anche la reazione al coronavirus avviene tenendo conto delle relazioni reciproche esistenti. Si “indurisce” nei confronti dei competitor, si “ammorbidisce” con gli alleati fedeli, viene “graduata” verso quelli incerti o da riconquistare, magari staccandolo del blocco di appartenenza.

Il vaso di coccio, anche in questo caso, risulta l’Unione Europea. La sua crisi attuale è figlia di un modello fallito – quello ordoliberista di matrice tedesca – di cui però non si vuole siglare l’atto di morte perché ha imprintato in modo inestricabile la stessa costruzione istituzionale comunitaria.

Forse è eccessivo dare già oggi la UE sull’orlo dell’esplosione, ma certo la sua incapacità di reagire ai problemi in modo “espansivo” – quando hai l’”austerità” come linee guida la tua capacità di individuare soluzioni si blocca – non depone a favore di un “futuro radioso”.

In questo terremoto crescente la povera Italietta, con una classe imprenditoriale in fuga e un ceto politico al di sotto di ogni possibile valutazione, fatto di facce strappate ai reality, appare chiaramente come terra di conquista, più che di confine.

***** 

Coronavirus, l’Italia torna terra di frontiera

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Anche l'emergenza per la epidemia di coronavirus va inquadrata nel contesto del grande conflitto geopolitico che oppone gli Usa alla Cina.

L’Europa, o meglio quel che ne resta dopo la Brexit, sta per implodere: abbandonata la sua matrice filo-Atlantica che ne caratterizzava la nascita e l’evoluzione in funzione antisovietica, cerca di darsi un ruolo globale.

L’asse franco-tedesco cerca di inglobare l’Italia, tenendola a bada sotto il profilo dei conti pubblici e delle sue relazioni dirette, da una parte con Cina e dall’altra con gli Usa: senza l’Italia, l’Europa si sfalda.

Troppo debole per stare da sola, l’Italia ha bisogno di un contesto di alleanze: tutti la vogliono, per un motivo o per l’altro.

Questo è il cuore del problema: né gli Usa, né la Russia, né tantomeno la Gran Bretagna hanno interesse a che l’Italia si trasformi definitivamente in una semplice colonia franco-tedesca: sanno che, senza l’Italia, l’Unione Europa non può aspirare ad alcun ruolo globale.

Qui non si fa né dietrologia, né complottismo, ma ci si limita ad osservare che anche l’emergenza sanitaria per l’epidemia del coronavirus ha implicazioni geopolitiche.

Il fatto che l’Italia venga accusata in questi giorni di essere una sorta di “untore” sistemico, visto che sarebbero i viaggiatori provenienti dall’Italia a diffondere il virus, si presta ad una lettura chiara: siamo già stati isolati da una serie di Paesi extraeuropei, che mettono in quarantena chi arriva dall’Italia.

Siamo di fronte ad un segnale chiaro, politico, strategico: l’Italia rappresenta un fattore di rischio. Formalmente, sotto il profilo sanitario, per via della diffusione dell’epidemia, ma sostanzialmente sotto il profilo geopolitico.

Tacciono, finora, le autorità europee: sanno che, se per ragioni sanitarie dichiarassero la chiusura delle frontiere con l’Italia, decreterebbero nello stesso momento la fine dell’Unione che si fonda sulla libera circolazione di persone, merci e capitali.

La Cina, indispettita per la cessazione dei voli diretti da parte dell’Italia, tace. Ma constata che il nostro Paese l’ha ormai sostituita come veicolo della diffusione della epidemia: pur senza volerlo, ha proiettato su di noi la sua ombra negativa. Curiosamente, si sta pure immaginando un “ceppo italiano” per il virus, in modo da farne dimenticare l’origine cinese: un paradosso solo apparente, in questo conflitto geopolitico.

Solo il Vaticano tifa per una collocazione filo-cinese da parte dell’Italia: da sempre, dai tempi di Matteo Ricci, l’ambizione dei Gesuiti è stata quella di inglobare il Celeste Impero nel Regno di Cristo. Ora, con Papa Francesco, siamo di fronte ad una occasione storica, irripetibile.

Siamo divisi, terra di frontiera, come nel ’43: allora il discrimine era tra filoamericani e filosovietici. Ora, il gioco si è fatto più articolato: c’è chi punta ad annullare l’Italia all’interno del progetto europeo, che non è ormai altro che l’asse franco-tedesco; e c’è invece chi pensa che ci possa essere spazio al di fuori dell’Unione Europea, pur senza avere il coraggio di esporsi in ordine all’adesione alla nuova compagine occidentale, che sostituisce la Nato con l’Anglosfera.

È un assetto, quest’ultimo, che mette insieme tutto il vecchio Impero Britannico, compresi gli Usa che ne furono a lungo una piccola colonia, che comprende il Canada e l’Australia, passando dall’India, fino alla Nuova Zelanda.

L’Italia ne sarebbe il pilastro, piantato nel Mediterraneo, come accade da un paio di secoli: dalla presenza inglese in Sicilia per bloccare l’avanzata napoleonica, ai tempi di Cavour e della guerra di Crimea combattuta a fianco dell’Inghilterra, alla Riunificazione dell’Italia con Garibaldi e Mazzini che erano di casa a Londra, all’accordo stipulato lì da Giolitti nel 1915 che portò all’abbandono della alleanza con l’Austria e la Germania, fino allo sbarco in Sicilia del ’43.

Tutto torna, con una regolarità impressionante, in tempi di crisi geopolitiche.

Pilastro dell’Anglosfera, colonia franco-tedesca o ponte verso la Cina?

Coronavirus, l’Italia torna terra di frontiera.

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16/02/2020

La “modiglianimania” come regresso culturale

La mostra “Modigliani e l’avventura di Montparnasse” che, ormai, sta per chiudere i battenti, ha provocato una vera e propria “modiglianimania” in città. Dovunque ci si giri, in qualunque negozio si entri, dal tabaccaio alla ferramenta, dal bar alla libreria, si assiste a una proliferazione di immagini e gadget dedicati a Modigliani (per gli appassionati di arte culinaria e degli imperversanti chef, addirittura un ‘tortello’!). A tal punto che un amico, grande appassionato ed esperto di arte contemporanea, mi ha detto, dopo aver visto l’ennesimo allestimento dedicato all’artista in una libreria: “e pensare che prima Modigliani mi piaceva...”.

Qui non si vuole certo criticare la mostra in sé (a nostro avviso, comunque, troppo ‘pompata’ per essere un allestimento che ha già girato, negli anni passati, diverse città italiane ed europee) né, ci mancherebbe altro, la grandezza artistica di Modigliani. Anzi, ce ne fossero di mostre di questo tipo. Intendiamo invece farci delle domande sulle modalità con le quali essa è stata presentata dall’amministrazione e dagli organi di stampa locali. Il grande spessore culturale di questo “evento unico e irripetibile”, probabilmente, risiederebbe soprattutto nel fatto che Modigliani è nato a Livorno. Si tratta quindi di un artista ‘locale’ anche se, neanche ventenne, nel 1902 egli si spostò prima a Firenze e poi a Venezia (poco attratto, probabilmente, dalla vita culturale labronica), per poi trasferirsi definitivamente a Parigi. La grandezza dell’evento sarebbe quindi legata alla sua dimensione locale. Ma di che stupirsi? Se a Livorno si vuole riempire la sala dove viene presentato un libro, fatta una conferenza, organizzato un qualsiasi evento culturale, basta che tale evento sia in qualche modo legato alla città. Altrimenti, il vuoto totale. Il pubblico, neanche a farlo apposta, abbocca subito all’amo della livornesità, di Livorno come “isola felice”, come patria di artisti incompresi, come simbolo della veracità e della schiettezza e di altre baggianate simili. E così, anche questa mostra ha conosciuto un vero e proprio record di presenze, a tal punto che visitarla è stato quasi imbarazzante, tra code e affollamenti negli (eccessivamente) stretti corridoi, con i visitatori che sostavano lungamente davanti ai quadri per sciropparsi l’intera pappardella spadellata dall’audioguida. La pompa magna con cui è stata presentata la mostra e la “modiglianimania” che l'ha accompagnata, probabilmente, risiede nella stessa logica con la quale il quotidiano locale scrive “morto” a caratteri cubitali in prima pagina o sulla locandina esposta alle edicole per accaparrarsi il più vasto pubblico possibile. In questo senso, è stato fatto centro.

Insomma, c’è il sospetto che questo evento abbia provocato un vero e proprio regresso culturale per la città di Livorno. Esso, anziché sprovincializzarla culturalmente, l'ha provincializzata ancora di più, la ha legata alle dinamiche della livornesità, del colore locale, della cultura furbescamente legata al territorio. C’è anche il sospetto che, dopo la chiusura della mostra e la dissoluzione della “modiglianimania”, l’arte e la figura di Modigliani cadano di nuovo nell’oblio (come prima della mostra e degli eventi ad essa correlati).

Ci auspichiamo proprio di no. E ci auspichiamo anche che vengano organizzate altre mostre di altri grandi artisti non per forza legati al territorio livornese. Questa sarebbe veramente la prova del nove per la cultura locale: organizzare mostre ed eventi senza un legame diretto con il territorio non per svalorizzarlo, intendiamoci, ma per attuare un’operazione di sprovincializzazione culturale. Sarebbe il segnale che il regresso si è fermato.

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23/01/2020

Citarsi addosso: Anvur cerca di smentire e invece dà la conferma

Il miracolo scientifico italiano è solo un’illusione, dovuta a doping citazionale, così avevamo scritto in un articolo apparso lo scorso ottobre su Times Higher Education. Eugenio Bruno, sul Sole 24 Ore, dà voce alle obiezioni dell’Anvur, la nostra Agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Desta perplessità un’agenzia di valutazione che stila un documento tecnico e lo sottopone a un quotidiano invece che alla comunità scientifica. Non solo: Anvur non si rende nemmeno conto che la figura inviata al Sole è in realtà un’ulteriore prova che dimostra quanto illusorio sia stato il miracolo italiano, a fronte di massicci tagli di risorse e di personale, quelli sì del tutto reali. Il dibattito sul “paradosso italiano” (meno finanziamenti ma boom di citazioni) è esploso in seguito alla pubblicazione lo scorso settembre di un nostro articolo su PLOS ONE. Il significato del nostro articolo è stato generalmente ben compreso all’estero, dove i commenti si sono concentrati sugli effetti distorsivi dei criteri di valutazione numerici in un ambito così delicato come quello della ricerca scientifica.  Esemplare il commento di Le Monde che ha puntato il dito non tanto sui ricercatori italiani, ma sull’asineria governamentale (“ânerie gouvernementale”) di chi ha concepito e varato regole destinate inevitabilmente a incentivare comportamenti opportunistici. Scelte sbagliate, quelle italiane, che sono frutto di provincialismo e di ritardi scientifico-culturali che, duole dirlo, traspaiono anche dagli argomenti, tecnicamente inadeguati, usati dall’Anvur.

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Il miracolo scientifico italiano è solo un’illusione, dovuta a doping citazionale, così abbiamo scritto in un articolo recentemente apparso su Times Higher Education [1]. Eugenio Bruno, nel suo articolo dello scorso 21 ottobre [2], dà voce alle obiezioni dell’Anvur, la nostra Agenzia nazionale di valutazione della ricerca. Eppure, la tesi del doping trova conferma proprio nel grafico, di fonte Anvur, che accompagna l’articolo di Bruno. Infatti, nella figura, che è tracciata al netto delle autocitazioni, non si vede traccia dell’impetuosa crescita scientifica italiana che tanto aveva impressionato gli estensori di un rapporto commissionato dal governo britannico [3]. Il sorpasso dell’Italia ai danni del Regno Unito appariva imminente e inevitabile se, come avevano fatto gli esperti di Elsevier, si esaminava il grafico senza depurarlo dalle autocitazioni.


Il dibattito sul “paradosso italiano”, iniziato nel 2018 con la pubblicazione di articoli [4-5] che avevano evidenziato un aumento delle autocitazioni italiane in alcuni settori scientifici, è esploso in seguito alla pubblicazione lo scorso settembre di un nostro articolo [6] su PLOS ONE, rivista scientifica sì autorevole, ma non “di area medica” come scrive Bruno. In quella sede abbiamo mostrato attraverso una comparazione internazionale che, a partire dagli anni 2010, il comportamento dei ricercatori italiani ha subito un brusco cambiamento.

I ricercatori italiani, infatti, hanno cominciato ad autocitarsi maggiormente rispetto ai loro colleghi stranieri, cosicché l’Italia ha cominciato a guadagnare posizioni nella classifica citazionale delle nazioni. Lungi dal muovere accuse ai ricercatori italiani, il nostro articolo rintraccia l’origine di questo cambiamento nell’adattamento dei ricercatori ai criteri di valutazione bibliometrici promossi da Anvur. Essendo divenuto indispensabile avere un certo numero di citazioni per far carriera, i ricercatori si sono adattati, autocitandosi o scambiandosi citazioni. La notizia del doping citazionale italiano ha fatto rapidamente il giro del mondo ed è stata ripresa non solo dai quotidiani nazionali [7-9], incluso il Sole 24 Ore [10], ma anche da importanti riviste scientifiche internazionali, quali Nature [11], Science [12] e Physics Today [13].

Il significato del nostro articolo è stato generalmente ben compreso all’estero, dove i commenti si sono concentrati sugli effetti distorsivi dei criteri di valutazione numerici in un ambito così delicato come quello della ricerca scientifica. Più complessa è stata invece l’accoglienza in Italia, dove è stato spesso frainteso, leggendolo, a torto, come un atto di accusa verso comportamenti scorretti dei singoli scienziati e dei gruppi di ricerca. Esemplare il commento di Le Monde [14] che ha puntato il dito non tanto sui ricercatori italiani, ma sull’asineria governamentale (“ânerie gouvernementale”) di chi ha concepito e varato regole destinate inevitabilmente a incentivare comportamenti opportunistici.

Scelte sbagliate, quelle italiane, che sono frutto di provincialismo e di ritardi scientifico-culturali che, duole dirlo, traspaiono anche dagli argomenti usati dall’Anvur. L’obiezione tecnica mossa al nostro indicatore di Inwardness, per esempio, fa leva sulla definizione di autocitazione da noi usata che però, guarda caso, è la stessa definizione usata per il calcolo del Field Weighted Citation Index (FWCI) mostrato nel grafico proposto da Anvur. Miccoli e Rumiati obiettano che l’Inwardness cresce anche nelle altre nazioni, ma come abbiamo spiegato su PLOS ONE, l’anomalia italiana non è tanto la crescita quanto la forte accelerazione della crescita in concomitanza con l’introduzione dei criteri bibliometrici citazionali. Sorprendente anche il commento sui ricercatori che operano nelle scienze umane e sociali. L’Anvur dovrebbe essere la prima a sapere che gran parte dei loro lavori non sono censiti nei database bibliometrici internazionali, ragion per cui il loro caso non è pertinente al dibattito sul doping citazionale. Desta infine perplessità un’agenzia di valutazione che stila un documento tecnico e lo sottopone a un quotidiano invece che alla comunità scientifica.

Dieci anni di riflessioni sui limiti e sui danni delle misurazioni numeriche – la San Francisco Declaration on Research Assessment [15], il Metric Tide britannico [16], il Manifesto di Leiden [17] sull’uso responsabile della bibliometria – sembrano passati invano per i vertici dell’agenzia di valutazione. Non solo: mentre si ostinano a minimizzare, forniscono, seppur inconsapevolmente, altre prove che evidenziano quanto illusorio sia stato il miracolo italiano, a fronte di massicci tagli di risorse e di personale, quelli sì del tutto reali. È ora di riaprire gli occhi e rimboccarsi le maniche.

[Questo post esce in ritardo rispetto agli eventi cui si riferisce. Fu inviato a suo tempo a IlSole24Ore. A seguito di reiterate


Note:

[1] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Italy’s miracle is an illusion, Times Higher Education, https://digital.timeshighereducation.com/THE101019-N34ncq/html5/index.html

[2] E. Bruno, Autocitarsi non è un vizio italiano, Sole 24 Ore, 21 ottobre 2019, https://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-10-18/anvur-134947.php?uuid=ACqCb7s

[3] BIS, U. K. International Comparative Performance of the UK Research Base–2016. 2016, https://www.elsevier.com/research-intelligence/research-initiatives/beis2016

[4] F. Scarpa, V. Bianco, and L. A. Tagliafico, The Impact of the National Assessment Exercises on Self-Citation Rate and Publication Venue: An Empirical Investigation on the Engineering Academic Sector in Italy, Scientometrics 117, no. 2 (November 2018): 997–1022, https://doi.org/10.1007/s11192-018-2913-5

[5] M, Cattaneo M, Meoli M, Malighetti P. Self-citations as strategic response to the use of metrics for career decisions. Research Policy. 2019; 48(2):478–491. https://doi.org/10.1016/j.respol.2017.12.004

[6] A. Baccini, G. De Nicolao, E. Petrovich, Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis, PLOS ONE, 09.11.2019, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212

[7] G. Stella I prof si citano da soli. Il Corriere della Sera,

https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_11/i-professori-si-citano-soli-cosi-si-gonfia-ricerca-c471954a-d4cf-11e9-8dcf-5bb1c565a76e.shtml

[8] M. Esposito, Le autocitazioni dei prof italiani per scalare le classifiche, Il Mattino, https://www.cnr.it/rassegnastampa/19-09/190912/ADVNUX.tif

[9] V.Della Sala, Ricerca, le troppe autocitazioni gonfiano i risultati top dell’Italia, il Fatto Quotidiano, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/12/ricerca-le-troppe-autocitazioni-gonfiano-i-risultati-top-dellitalia/5447777/

[10] Alberto Magnani, Auto-citazioni, il «doping» della ricerca italiana, Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/boom-auto-citazioni-studio-denuncia-doping-ricerca-italiana-ACnIPdj

[11] Richard Van Noorden Italy’s rise in research impact pinned on ‘citation doping’, Nature News, https://www.nature.com/articles/d41586-019-02725-y?fbclid=IwAR3cfJMU0gH0-JMqg6HMTuXdNH-QGGucJCyLKBoUbWz23izj2Tz8WC5LEBM

[12] G. Guglielmi,Clubby and ‘disturbing’ citation behavior by researchers in Italy has surged, Science Mag, https://www.sciencemag.org/news/2019/09/clubby-and-disturbing-citation-behavior-researchers-italy-has-surged

[13] D. Singh Chawla, Researchers in Italy are increasingly citing researchers in Italy, Physics Today, https://physicstoday.scitation.org/do/10.1063/PT.6.2.20190919a/full/

[14] S. Huet, Recherche scientifique : le faux miracle italien, Le Monde, https://www.lemonde.fr/blog/huet/2019/09/25/recherche-scientifique-le-faux-miracle-italien/

[15] San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA), https://sfdora.org/

[16] The Metric Tide, https://responsiblemetrics.org/the-metric-tide/

[17] Leiden Manifesto for Research Metrics, http://www.leidenmanifesto.org/

27/11/2017

Grande è la confusione sotto il cielo

Ho sempre sospettato che la trasmissione Report sia stata tra le cause più decisive della mia emigrazione in Austria, quando ancora amavo viaggiare. E che continui ad esserlo per tanti giovani. Perché è irresistibile: dopo pochi minuti di Report devi odiare l'Italia. E il bello è che non sai neanche perché. Tra inquadrature sghembe, interviste mezze rubate, primi piani di citofoni e porte vetrate, telecamere che riprendono altre telecamere e riferimenti di cronaca buttati nel montaggio in ordine rigorosamente random, ciò che resta nel telespettatore dopo i titoli di coda non è la trama di un malaffare ma un magma di impulsi dove attechisce una sola certezza: di essere stati usati, turlupinati, spolpati. Resta l'eco delle migliaia e milioni di euro che si intuiscono sottratti al proprio bisogno. E una rabbia tanto più forte perché sfocata, generalmente indirizzata a maneggi così immondi da sfuggire alla schietta intelligenza degli onesti.

Perché Report è purtroppo anche un esercizio di stile. Pur restando uno dei pochi tentativi seri e ben finanziati di giornalismo d'inchiesta in Italia, i suoi spunti e materiali anche preziosi, anche coraggiosi, annegano in una tecnica «shock and awe» che indigna e disorienta prima di informare. Oltre a ciò, non sembra intravedersi una chiara linea editoriale. Il prodotto richiama politicamente il grillismo delle origini e la collegata retorica dell'onestà già analizzata in questo blog, dove i colpi spesso ben assestati al privilegio, alla prevaricazione e alla furberia dei potenti mancano puntualmente di gettar luce sulle possibili cause sistemiche di quei fenomeni. In Report il sistema delle regole e degli obiettivi politici è anzi raramente il problema: alla peggio è perfettibile, ma i suoi fallimenti sono tutti da addebitare all'indegnità di chi vi si deve attenere. Sicché la ricerca di senso dello spettatore non può che incanalarsi nell'autocondanna di un popolo incapace di avverare le opportunità di modelli politici ed economici altrimenti votati al successo. Un'autocondanna che in Report si fa sovente anche esplicita divagando sui modelli virtuosi de «gli altri paesi» dove invece, a presunta parità di premesse, «le cose funzionano».

Ho smesso di guardare Report - e la televisione in genere - anni fa, ma ne ricevo regolarmente le newsletter. L'ultima è relativa alla puntata che andrà in onda lunedì 27 novembre sul tema dell'integrazione europea, il cui intento non velatamente propagandistico è già stato ben denunciato da Marcello Foa. Quel breve comunicato email con il riassunto dei servizi merita una lettura analitica per misurare lo stato del dibattito europeista anche tra i giornalisti accreditati come indipendenti. Ciò che in esso colpisce non è tanto la persistenza di posizioni e formule ormai irripetibili persino tra le frange più accorte del mainstream, ma la grave incoerenza interna delle tesi esposte o implicate. Da quelle contraddizioni emerge lampante l'impasse di chi ha investito aspettative e carriere nel progetto paneuropeo e ne è quindi oggi prigioniero, incapace di districarsene e condannato ad accettarne l'illogicità affinché la logica non ne faccia strame.

(clicca sull'immagine per aumentare le dimensioni)
In sintesi:
  • la classe dirigente tedesca impone l'austerità brutta, non rispetta le regole, disunisce il continente, sfrutta i suoi lavoratori e tratta i paesi del Sud come già in tempi innominabili («l'occupazione tedesca»);
  • anzi no, l'austerità è bella e necessaria, ma noi ci ostiniamo a spendere soldi pubblici;
  • l'Unione Europea è più indisciplinata e maneggiona di noi.
Quindi? Quindi bisogna farsi governare dall'Unione Europea (sì, quell'Unione) dove «vince la linea» della Germania (sì, quella Germania) per risolvere i nostri problemi.

È grande la confusione sotto il cielo. Speriamo porti bene.

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03/11/2017

Mélenchon: “Senza alternativa netta alla Ue, la sinistra muore”


Tra le poche buone trasformazioni innescate dalla “stretta” neoliberista – dopo la vittoria di Macron in Francia e il rigurgito di franchismo in Spagna – c’è sicuramente l’aver acceso i riflettori sull’irriformabilità della stessa Ue. Probabilmente – è una battuta, non mettetevi a commentarla... – in queste ore anche Carles Puigdemont ha capito che servirebbe una “rottura” piuttosto che un “aggiustamento” nella struttura sovranazionale che governa di fatto in 27 paesi (e con maggiore forza nella zona euro).

Nella sinistra italiana – tanto “radicale” che “antagonista” – questa consapevolezza stenta ancora a farsi strada, anche se trova resistenze meno feroci di qualche mese fa. Gli sbandamenti assurdi che abbiamo registrato sulla vicenda catalana, però, fanno pensare che i danni siano prodotto dall’egemonia del “pensiero unico” siano stati assai più gravi di quanto ci si potesse immaginare.

Quasi inutile, o comunque molto difficile, affrontare questa deriva dall’interno. Un punto di vista estero – in un paese provinciale come il nostro – può aiutare a inquadrare meglio il problema.

Il giornalaccio di casa Scalfari, oggi, presenta tra le altre cose un'interessante intervista a Jean-Luc Mélenchon, il “populista rosso” francese, ex troskista ed ex dirigente del Partito Socialista, che inventandosi il movimento France Insoummise ha conquistato alle presidenziali ben 10 milioni di voti (che hanno prodotto solo 17 deputati “grazie” a una legge elettorale forse peggiore del renziano “italicum”).

Neanche in Francia le cose vanno benissimo per questo tipo di sinistra, spiega. Colpa di una passività popolare che non si scuote davvero neppure davanti alle peggiori “riforme” che Macron e il grande capitale stanno mettendo in campo. In ogni caso la resistenza è minore del necessario.

Però una cosa è cercare di smuovere questa resistenza partendo da 10 milioni di voti, un’altra è doverla costruire pressoché da zero – come in Italia – partendo da un consenso infinitesimale.

Qual’è, dunque, il segreto di France Insoummise rispetto alle molte e afone sinistre italiche?

Lo spiega Mélenchon con pochissime parole: “Gli amici italiani devono esprimere un’alternativa netta alla Ue e alla road map della Commissione Europea. Se non lo faranno, continueranno a girare a vuoto appesi al guinzaglio del partito democratico”.

Anche l’argomento-chiave che porta a girare a vuoto è piuttosto vecchiotto. L’intervistatrice gli chiede infatti: “gli elettori di sinistra saranno costretti a scegliere se dare un voto al Pd di Matteo Renzi o scegiere una delle formazioni alternative, rischiando di far vincere il centrodestra...”. Il vecchio volpone tracia seccamente: “E’ un ritornello che conosco bene. Se si entra nella logica del voto utile, si è condannati alla morte politica”.

Se non volete capire dandoci ascolto, state almeno a sentire quel che ci dicono da fuori...

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26/10/2017

La fogna della politica statunitense, tra Hillary e Trump

A forza di restare schifati davanti all’osceno spettacolo della “politica” italiana, nel corso dei decenni si è fatta strada una “narrazione” edificante sulle consuetudini di altri paesi occidentali. In testa a tutti, naturalmente, c’è “il tempio della democrazia liberale”, ovvero gli Stati Uniti.

La perfezioni di quel sistema sarebbe stata di recente “turbata” dall’irruzione di un animale selvatico di nome Trump, addirittura sostenuto dai trinariciuti di Mosca – non più comunisti, ma comunque russi – soltanto per far fuori la liberal Hillary Clinton e dunque impedire l’elezione della prima donna alla poltrona più importante del pianeta.

E’ una narrazione attendibile? I giornali italiani che l’hanno imposta giurano di sì, i fatti dicono l’esatto opposto.

Il New York Times, potente network che aveva sostenuto senza riserve la Clinton e la tesi della “manina russa” dietro l’avanzata del tamarro col parrucchino, ha rivelato ieri – probabilmente soffrendo, ma con un briciolo di onestà giornalistica – che quella tesi e relativi dossier sono stati pagati dal Comitato Nazionale del Partito Democratico, anzi direttamente con i fondi della campagna elettorale di Hillary.

“Un portavoce di uno studio legale ha dichiarato martedì che aveva assunto investigatori di Washington per raccogliere informazioni dannose su Mr. Trump su numerosi argomenti – inclusi possibili legami con la Russia – per la campagna Clinton e il D.N.C”.

Ossia proprio quello che Trumo e i suoi sostenitori avevano denunciato per mesi, pur non potendo mai esibire prove.

Ora si sa che “le informazioni contenute nel dossier sono state compilate da una ex spia britannica che era stata contratta dalla società di ricerca Fusion GPS di Washington”. Più precisamente, “La lettera presentata in tribunale afferma che Fusion GPS ha iniziato a lavorare per lo studio legale Perkins Coie nell’aprile del 2016“. Ed è ufficiale che “Lo studio Perkins Coie è stato pagato 12,4 milioni di dollari per rappresentare la campagna Clinton e il Democratic National Committee durante la campagna del 2016”.

“Al momento in cui i democratici iniziarono a pagare per la ricerca, Trump era in procinto di ottenere la nomina presidenziale repubblicana e gli alleati della Clinton si stavano affrettando a capire come correre contro un candidato che aveva già subito gli attacchi da rivali repubblicani per le sue posizioni politiche spiazzanti, il suo personaggio e il suo record di business”.

La spia inglese si chiama Christopher Steele, ex agente con vasta esperienza in Russia, per condurre ricerche su eventuali connessioni tra il signor Trump, le sue imprese, la squadra di campagna e la Russia.

“Il sig. Steele ha prodotto una serie di memo che hanno affermato un’ampia cospirazione tra la campagna Trump e il governo russo per influenzare le elezioni del 2016 a favore di Trump. I memo contenevano anche relazioni non confermate degli incontri tra Trump e prostitute russe, mentre le offerte immobiliari erano state presentate come tangenti”.

L’articolo è ovviamente molto lungo e dettagliato (Clinton Campaign and Democratic Party Helped Pay for Russia Trump Dossier) e ci si può fare una autentica cultura su come siano andate le cose durante la campagna elettorale per le presidenziali. Invece di lavorare a programmi di riforma, investimento, strategie e visioni per il governo del mondo, il comitato e la stessa Clinton si preoccupavano soltanto di comprare dossier anche falsi per sputtanare Trump e rimontare nei sondaggi.

Questo vuol dire che invece Trump è un onesto imprenditore che si è “buttato in politica” animato dalle migliori intenzioni?

Niente affatto. Trump è fatto della stessa pasta di Hillary Clinton e ha usato, o cercato di usare, esattamente gli stessi mezzi.

Julian Assange ha confermato ieri sera con un tweet che una società di raccolta dati impegnata nella campagna per l’elezione di Donald Trump contattò Wikileaks (la società fondata da Assange che pubblica mail e informazioni tenute segrete), ma che quest’ultima respinse le avances. Il fondatore di Wikileaks non ha però specificato i contenuti di tale “approccio”, dopo che il sito d’informazione The Daily Beast aveva parlato di un contatto con Assange da parte dell’amministratore delegato della società Cambridge Analytica, Alexander Nix, riguardo alla diffusione delle famose e-mail di Hillary Clinton.

Conclusione obbligata. Non veniteci più a raccontare che “in America le cose funzionano secondo le regole”. Anche lì “la politica” ha smesso da tempo di essere una sfera relativamente autonoma, capace di progettare lo sviluppo di un paese o un continente. Anche lì, è direttamente il capitale multinazionale – le grandissime società industriali o finanziarie – a dettare l’agenda delle “riforme”. E “il politico” che serve – quello che vince il casting elettorale – è quello che la racconta meglio. Tanto non dovrà decidere davvero quasi nulla...

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17/10/2017

A Vienna la fanno profumata

Si ritorna a parlare della classifica Transparency International sulla corruzione nel mondo, dove l'Italia si collocherebbe terza in Europa dopo Bulgaria e Grecia. Trattandosi come è noto di corruzione percepita, lo strumento è semmai utile per misurare l'autostima dei popoli più che la diffusione del reato: sicché è già tanto se non ci troviamo in prima posizione. In attesa che escano le nuove pagelle mi piace offrire un contributo pedante al dibattito, di cui propongo nel seguito una prima puntata sulla situazione - quella vera - di un Paese a me molto caro: l'Austria.

***

Qualche mese si fa si apprendeva che nel villaggio di St. Wolfgang, in Alta Austria, la quasi totalità degli immobili non sarebbe in regola con i permessi edilizi, per un totale di 974 infrazioni su 1067 unità: il novantuno per cento. Una vicenda di abusivismo che come già le mazzette di Peter Hartz, lo scandalo delle centraline Volkswagen e altri più o meno noti casi di corruzione (qui un promemoria, qui un commento) hanno fatto vacillare per qualche minuto la credenza tutta italiana in un mondo tedesco baciato dal successo perché ligio alle regole.

Per restare in Austria, è leggendaria la vicenda dell'ospedale generale di Vienna (AKH) il cui costo è lievitato di 45 volte nel corso di una pluridecennale storia di tangenti, costi gonfiati, errori, malaffare e ritardi che lo hanno reso il nosocomio più costoso d'Europa, se non forse del mondo. Quando fu inaugurato nel 1994, con trent'anni di ritardo, per la sua costruzione erano stati spesi 3,12 miliardi di euro. Negli anni Novanta si ricordano i casi di altre grandi opere: l'ampliamento della metropolitana viennese, la costruzione dell'aeroporto di Schwechat e la realizzazione dell'autostrada A11 dei monti Karawanken, i cui costi lievitavano di centinaia di milioni di euro per i cartelli illegali delle aziende coinvolte e la collusione dei funzionari. Più recentemente, nel 2012, il nuovo terminale Skylink dell'aeroporto viennese è stato consegnato con quattro anni di ritardo, a quasi il triplo del costo preventivato e con un contorno di procedimenti penali per frode, appropriazione indebita, corruzione, malagestione e irregolarità di esecuzione. Nella relazione di collaudo si elencavano 3000 difetti costruttivi, di cui un centinaio «potenzialmente letali».

Nel 2010 Mark Pieth, capo del Working Group on Bribery in International Business Transactions dell'OSCE, definiva l'Austria «un'oasi di corruzione». Un anno dopo l'edizione internazionale dello Spiegel aggiornava i lettori sugli ultimi scandali viennesi definendo la capitale austriaca «un intrico di malaffare». Nel frattempo un gruppo di artisti locali trovava il modo di monetizzare l'andazzo dando vita a un Istituto di corruzione applicata (Institut für angewandte Korruption), con tour guidati nei santuari della corruzione viennese, seminari e un libro per diventare «più belli, più ricchi e più intelligenti» con le mazzette.

I casi più gravi esplodono nel nuovo millennio, come il mega-scandalo Telekom Austria, una saga inaugurata nel 2000 con sei filoni processuali a carico di politici e appaltatori di centrodestra che per anni hanno utilizzato l'azienda per beneficiare sé e i clientes. I reati vanno dalla turbativa d'asta alla manipolazione di titoli, dal finanziamento illecito ai partiti alle sponsorizzazioni non autorizzate, dalle fusioni societarie in perdita alla corruzione pubblica e privata. O come l'acquisto dei caccia Eurofighter per i quali politici e alti ufficiali intascavano dal produttore tangenti per un totale record: quasi 100 milioni di euro. Nell'affare BUWOG l'ex ministro dell'Economia Karl-Heinz Grasser (FPÖ) percepiva provvigioni illegali per centinaia di migliaia di euro sulla privatizzazione degli alloggi popolari di Vienna. Nel 2013 Ernst Strasser, già ministro degli Interni (ÖVP) e poi eurodeputato, finiva in carcere per essersi venduto come lobbista presso il Parlamento europeo. In casa SPÖ l'ex cancelliere Werner Faymann si faceva pagare dalle ferrovie e dalle autostrade dello Stato la campagna elettorale mentre era ministro dei Trasporti. Sotto il governatorato di Jörg Haider il Land della Carinzia acquistava dal sindacato nazionale tre villaggi turistici affacciati su altrettanti laghi al prezzo monstre di 42 milioni di euro (furono rivenduti pochi anni dopo a un terzo del valore), di cui oltre 700 mila euro finiti nelle casse del partito.

Non mancano gli scandali bancari. Nel crack della BAWAG (Bank für Arbeit und Wirtschaft), forziere della socialdemocrazia austriaca e roccaforte del suo centrosinistra, in pochi anni un ristretto gruppo di dirigenti bruciava quasi un miliardo e mezzo di depositi in operazioni ad alto rischio presso società di comodo ai Caraibi e prestiti insolvibili a speculatori amici, occultando le perdite ai correntisti, agli organi di controllo e all'azionista unico: quello stesso sindacato ÖGB che dovrà in seguito vendere i tre laghi carinziani, con annesse tangenti, per cercare di coprire il buco.

Ancora più tragico e rocambolesco il fallimento di Hypo Bank Alpe Adria. Nei primi anni 2000 l'istituto si lancia in speculazioni ad altissimo rischio vantando la garanzia del socio pubblico di maggioranza, il Land della Carinzia. Le cose vanno male e con la crisi perde tutto. Nel 2009 interviene il Ministero, la banca è nazionalizzata e diventa una bad bank. Il Land, a cui spetta l'onere di ripianare debiti per miliardi di euro, evita la certezza del fallimento grazie a un accordo in extremis con i creditori e a un ulteriore intervento dello Stato, che i carinziani dovranno rimborsare scontando mezzo secolo di lacrime e sangue. Il disastro Hypo Bank è costellato da un lunghissimo catalogo di reati con numerose inchieste ancora in corso: finanziamenti illeciti ai partiti, false comunicazioni, bilanci truccati, conti segreti, riciclaggio e tangenti, ma anche affari con mafie e trafficanti d'armi balcanici.

I casi qui accennati sono i più illustri, quelli la cui enormità ha reso inevitabile l'intervento della magistratura e una certa risonanza mediatica. Ma nella sostanza esemplificano, sia pure ai massimi livelli, uno stile di clientele, favoritismi e disinvoltura istituzionale che secondo alcuni non rappresenterebbe l'eccezione, anzi. Scrive Robert Brettschneider in Tu felix Austria (2012):
Ritengo che lo scandalo AKH [l'ospedale, ndP] sia sintomatico della situazione in Austria. È una storia di corruzione, economia di relazione e occultamento: cose assolutamente normali e socialmente accettabili da queste parti. Se non fosse che le dimensioni di questo progetto sono diventate così mastodontiche da far sì che anche le tangenti che quasi obbligatoriamente lo accompagnarono abbiano superato largamente la "misura tradizionale".
La «normalità» e la «accettabilità sociale» di un fenomeno hanno a che fare con la sua percezione, sicché forniscono anche una chiave di lettura della più blasonata classifica della corruzione mondiale. Qui l'Austria, quella sopra descritta, si colloca al diciassettesimo posto tra i virtuosi del mondo. Nella civiltà dell'immagine conta, appunto, l'immagine che si ha di sé.

***

Quindi? Contrordine? Non facciamocome? Elaboriamo il lutto? No. Perché come spesso accade, il problema non sta nella risposta ma nella domanda, nella proposizione stessa del problema. Se in questa puntata ci siamo presi la pena di stare al gioco triste della Schadenfreude per dare una sfoltita al senso di inferiorità nazionale, nella prossima cercheremo più pedantemente di indovinare la radice ideologica di queste competizioni senza frontiere che tanto piacciono a chi odia il proprio Paese.

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06/03/2015

Contro l’anti-italianismo

Non credo che ci sia un altro paese al Mondo che, parlando della riforma delle proprie istituzioni, pensi di adottare il modello elettorale “alla francese” o alla “spagnola”, il presidenzialismo “all’americana” o il cancellierato alla “tedesca”, e (perché no?!) il sultanato alla “turca” con il “voto trasferibile danese”. E non credo che esista un popolo così compiaciuto di parlar male di sé stesso.

Gianni Agnelli, una volta, disse che gli italiani non erano un popolo di “santi, di poeti, di eroi e di navigatori” ma di “stronzi, assenteisti ed evasori fiscali”. Evasione fiscale che egli ovviamente riprovava. Poi, poco dopo la sua morte, si scoprì che aveva occultato all’estero 1 miliardo di Euro nel conto della “fondazione Dicembre”, ovviamente sottraendoli al fisco.

L’anti-italianismo, da almeno un trentennio, è di gran moda: molti pensano che essere anti italiani sia un modo per mostrarsi più “europei”, “internazionalisti”, “globalizzati”. Come dire: “globalizzati all’italiana”, con una furbata.

Gli italiani non parlano dell’evasione fiscale o della Mafia come di piaghe nazionali da curare, patologie sociali da risolvere, ne parlano solo per sentirsi migliori degli altri: “Italiani sono sempre gli altri”.

Questo è certamente un paese insoddisfatto di sé (riprenderemo il discorso delle origini storiche di questo sentire comune) ed, alla retorica del popolo di santi ecc. è succeduta quella del popolo di mafiosi, corrotti ed evasori che, forse è meno tronfia, ma sempre retorica è. E la retorica è spesso un modo per mentirsi.

Non mi stanno simpatici gli anti-italiani, soprattutto quando sono italiani più “italiani” degli altri. Certo – non lo nego –  c’è una italianità deteriore, fatta di derogatoria morale, di mancanza di orgoglio e dignità, di spirito servile, di furbizia non intelligente. Tutto questo è vero ma l’italianità (per fortuna!) non è solo questo. E non è solo retorica ricordare le nostre tradizioni artistiche, letterarie, scientifiche, ecc.: abbiamo anche precedenti economici di tutto rispetto: siamo un paese di assenteisti? Siamo anche il paese del “miracolo economico” degli anni cinquanta-sessanta. Abbiamo una economia scompensata, dualistica, porosa? Si, ma, a dispetto di tutto questo, in un momento, siamo stati la quinta economia del Mondo. Non abbiamo i mezzi di Hollywood e di tanti altri, ma quanto ad oscar cinematografici siamo secondo solo agli americani. Non abbiamo i mezzi delle università inglesi e francesi, ma il medagliere dei Nobel è ricco. Siamo degli sciagurati che trattano malissimo un patrimonio artistico senza precedenti, ma nonostante tutto, continuiamo a dare al mondo capolavori di grande qualità. Questo è sempre stato e resta un paese di grandi artigiani e dire questo non deve servire ad alimentare ridicoli sensi di superiorità, ma prendere atto delle risorse che storicamente questo paese ha per tornare a crescere.

Ovviamente occorre emendare le non poche patologie sociali che ci affliggono, ma parlare di mafia, corruzione, evasione ecc. deve servire a curare queste piaghe, non a piangerci addosso.

E poi diciamoci che mafiosi, evasori e corrotti non sono la vergogna di questo paese perché ci sono i politici, i manager, i finanzieri, i giornalisti, i docenti universitari ed, in testa a tutti, i magistrati che sono una vergogna ben peggiore. La palla al piede di questo paese sono le sue pessime classi dirigenti, immobili da secoli. Il ricambio delle classi dirigenti avviene per solo tre motivi: la morte, i matrimoni e la lotteria.

Questo è il paese delle diecimila famiglie nelle quali si decide chi sarà il direttore dell’ospedale, chi il deputato, chi il direttore del giornale o il prefetto. Dallo stagnare delle classi dirigenti, che passano come salamandre attraverso il fuoco di guerre e crisi, sempre uguali a sé stesse, dipendono i troppi mali del nostro paese che tendono a cronicizzarsi.

Non sono i luoghi comuni dell’anti italianismo che miglioreranno questo paese, al contrario abbiamo bisogno di uno scatto di orgoglio e, comunque, almeno impariamo a dirci “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono!”.

Fonte

Dedicato a tutti i fottuti provinciali per cui "eh ma in Inghilterra, Francia, USA o Germania si che le cose le sanno fare...".

03/03/2015

L’italiano e la lingua veicolare

L’umanità ha sempre cercato di darsi linguaggi transnazionali per la comunicazione producendo lingue franche, ibride, veicolari che hanno dato vita, di volta in volta, a fenomeni socio linguistici molto diversi fra loro.

Nell’Europa medievale e rinascimentale il latino era la lingua, oltre che della Chiesa, dei dotti, mentre nei porti del Mediterraneo fra il XV ed il XVIII secolo era diffuso un linguaggio che mescolava italiano, francese, spagnolo, ebraico ed arabo, la colonizzazione impose le “lingue imperiali”, ma produsse anche ibridi come le “lingue creole”, poi i flussi migrativi del XIX secolo crearono lingue “miste” fra quelle dei paesi d’origine e quelle dei paesi di immigrazione, talvolta le lingue miste dei migranti si contaminarono con le lingue furbesche della malavita o degli attori o dei venditori ambulanti zingari, o anche con la “lingua del ghetto”.

Ovviamente, ogni linguaggio rispondeva ad esigenze funzionali di determinati soggetti ed aveva proprie caratteristiche espressive: ad esempio, la lingua latina dei dotti rispondeva ad esigenze culturali ed è sempre stata lingua scritta, vice versa, la lingua ibrida utilizzata nei porti o dalle ciurme rispondeva ad esigenze pratiche di comunicazione immediata e ben di rado era scritta, come la lingua “mista” degli emigrati che apparteneva a soggetti sociali poveri e difficilmente era scritta.

Oppure, le lingue furbesche o di nomadi (di malavitosi, zingari, ebrei) avevano lo scopo di creare canali comunicativi attraverso i confini, ma, nello stesso tempo, di escludere chi non appartenesse alla comunità.

Dunque, l’uso di un determinato codice comunicativo è sempre finalizzato a qualcosa ed ha sempre conseguenze sociali. Nel caso delle lingue imperiali esso ha deliberati scopi di potere. Come insegna Braudel, dall’Impero vengono sempre lingua, moneta e diritto, e l’esercizio del potere linguistico è il primo atto con il quale l’Impero riduce l’altro a sé e conforma l’ambiente. Essa si presenta come lingua veicolare, perché più diffusa, ma non per questo cessa di avere funzioni di potere e di stabilire gerarchie fra le diverse nazioni. La diffusione della lingua facilita, ovviamente, la diffusione del suo bagaglio culturale (letteratura, opere scientifiche, canzoni, giornali ed in tempi più recenti, radio, televisione, cinema) con evidenti conseguenze tanto sul piano economico quanto su quello dell’egemonia culturale. La diffusione della lingua è il principale strumento di soft power di un paese ed ha inevitabili riflessi sui rapporti fra le industrie culturali dei diversi paesi. E’ evidente che una casa editrice che possa avere diffusione in un mercato eteroglotto senza problemi di traduzione è fortemente avvantaggiata su una che, invece, non ha questa possibilità se non traducendo i suoi libri. E così un film che può essere diffuso senza le spese di doppiaggio permette alla sua casa produttrice maggiori profitti, una televisione ascoltata anche in paesi di lingua diversa avrà maggiori introiti pubblicitari ed influenza informativa ecc ecc.

Veniamo al tempo presente. Sino agli anni cinquanta le lingue “imperiali” prevalenti erano due: il francese, egemone nella diplomazia, nella politica e nella cultura, mentre l’inglese lo era nel mondo della finanza, dell’economia e dei trasporti (soprattutto sul mare). Con il definitivo riconoscimento degli Usa come superpotenza guida del blocco occidentale, l’inglese si è affermato come lingua dominante anche nella politica e nella cultura. Il crollo dell’Urss e l’affermazione degli Usa come unica superpotenza mondiale ha moltiplicato questa tendenza dando luogo ad una egemonia culturale mondiale senza precedenti e l’inglese si è affermato come “lingua del Mondo”. Per la prima volta, l’umanità ha una “lingua mondiale” ed il fatto sembra generalmente accettato – apparentemente – senza resistenze e come se si trattasse di una cosa del tutto ovvia ed innocua, ma, come dice Roberto Mulinacci (“Limes” quaderno speciale “Lingua è potere” p.11): “Nonostante la retorica assolutoria che la circonda nella percezione comune, la lingua non è mai innocente ed anche una banale scelta di registro, come per esempio quella fra una nuova parola inglese ed il suo corrispondente italiano... sottintende sempre un conflitto di modelli culturali. Implica un’egemonia (o comunque una aspirazione ad essa) e quindi anche una sudditanza, indipendentemente dal fatto di essere disponibili oppure no ad accettarla.”

Dunque, che fare? Ovviamente ogni forma di autarchia culturale sarebbe solo uno sciocco provincialismo, la caricatura delle campagne fasciste per cui non si dovevano usare parole straniere, con il risultato che un piatto come i “tournedos sanglante” nei menù diventavano imbarazzanti “voltaschiena al sangue”. Per cui evitiamo goffaggini del genere. Ma un conto è incorporare nella lingua espressioni straniere (in italiano che ne sono tantissime di cui non si ricorda neppure l’origine eteroglotta: album, tram, camion, fiches, autobus, fucsia, savarin, babà, collier, poker, guerriglia, revolver, eclatante...), un altro è abusare di questa possibilità. I prestiti linguistici vanno benissimo quando non ci sia un equivalente italiano o quando l’equivalente sia inadeguato, arcaico, poco efficace: “camion” va benissimo al posto del disusato “autocarro”, “mascara” viene dall’italiano “machera” e ci è tornato indietro dall’inglese quando il chimico Williams usò il termine per il noto cosmetico, “Stock” è molto più adeguato di “riserve di magazzino” ed anche “asset” è molto più preciso di “patrimonio” e così via. Ma i prestiti linguistici sono inutili e ridondanti quando ci sia un perfetto corrispondente nella propria lingua, anzi, paradossalmente, finiscono per diventare elementi di un gergo differenziale sub culturale o un esibizionismo snob (che, ricordiamolo, viene da “sine nobilitate”).

Spesso sento i miei studenti (soprattutto i frequentatori di centri sociali) parlare in uno slang incomprensibile con una parola su tre in inglese ed un’altra nel gergale. Perché mai dire riot se ci sono i normalissimi italiani “Sommossa”, “rivolta”, “ribellione”. Forse fa più “figo”?

Dunque, va bene accogliere i prestiti linguistici cum grano salis ed, ovviamente, va bene studiare l’inglese, anzi è giusto farne una conoscenza diffusa sin dalle elementari (ma io ci aggiungerei, già dalla media, una seconda lingua), ma per fare questo è necessario insegnare le materie come le scienze ai bambini in lingua inglese. Il fatto è che in Italia il fenomeno sta raggiungendo livelli parossistici. Ricordo una riunione di consiglio di facoltà di alcuni anni fa che raggiunse vette surreali ineguagliate: all’inizio della seduta di consiglio le docenti di inglese chiesero di avere una unità in più per l’insegnamento della lingua, perché non ce la facevano più con il carico didattico e le aule erano gremite all’inverosimile, a votare a favore di questa richiesta restammo in meno di venti mentre una selva di mani plebiscitò il no. Era scontato: i docenti di lingue nella mia facoltà sono quattro gatti di nessun potere e la risorsa venne destinata ad un gruppo ben più numeroso ed influente. Dopo un’oretta, si discute, nell’entusiasmo generale, dei corsi da tenere integralmente in inglese. Quindi, mezzi per studiare l’inglese no, perché il gruppo dei docenti non “pesa abbastanza”, però fare lezione in inglese a studenti che non si sa quanto siano in grado di seguirla, si. Poi, riuscite ad immaginare una cosa più insensata di un docente italiano che parla a degli studenti italiani in inglese? E perché? Ma, mi spiegò qualcuno, convinto di rivelarmi una cosa dell’altro mondo, ci sono gli studenti stranieri. Ragione di più per parlare in italiano per la diffusione della nostra lingua. In fondo se lo studente straniero avesse voluto  un corso in inglese avrebbe potuto scegliere di iscriversi in una università inglese, se, invece, ha scelto l’Italia qualche ragione ci sarà. L’uso dell’inglese nei corsi servirebbe ad “internazionalizzare” la nostra università e qualcuno già parla di punteggi preferenziali per le pubblicazioni in inglese. Come dire che la lingua italiana esce dalle istituzioni di alta cultura del suo paese e diventa la “lingua del mercato”. A questo punto, perché non trasmissioni televisive e radiofoniche o quotidiani in inglese? Sarebbero più internazionali.

Siamo arrivati a farci sbeffeggiare dal “Telegraph” per lo slogan in inglese della campagna di reclutamento della Marina Militare che, ci è stato fatto notare, denota un uso “sbagliato e provinciale” della lingua inglese, con relativo consiglio di usare l’idioma nazionale.

In realtà, l’anglomania è solo la spia dell’abituale servilismo conformista e provinciale delle nostre classi dirigenti, ad iniziare dai docenti universitari.

Sarebbe insensato fare a gara con l’inglese come lingua più diffusa nel mondo (figuriamoci!) e nessuno lo propone. Ma questo non significa che si debba rinunciare alla difesa del nostro spazio linguistico. Si può benissimo non essere i primi, ma i sedicesimi (anche se, a quanto pare, l’italiano lo studiano molti altri e lasciamo perdere se l’italiano è la quarta lingua studiata o la sesta), ma perché si debba deliberatamente scegliere di diventare trentesimi qualcuno me lo deve spiegare.

Visto che, poi, il patrimonio culturale italiano non è esattamente l’ultimo del Mondo. Peraltro, l’italiano ha un suo spazio che va ben oltre quello dei confini nazionali. Non sto qui a ripetere le cose già dette in un altro pezzo (Chiesa, melodramma, immigrati italofoni ecc.) ma segnalo che l’italiano è abbastanza diffuso nella fascia costiera dell’ex Jugoslavia, in Albania, Grecia, Eritrea, Somalia, con minoranze non trascurabili in Svizzera, Etiopia, Libia, Algeria, Usa, Australia. A Barcellona esiste una radio in italiano e la comunità dei nostri connazionali ammonta a circa 50.000 persone.

Insomma, del problema della lingua veicolare torneremo a parlare per chiederci se sia poi così scontato che essa debba essere l’inglese, ma qui vorrei porre la questione della difesa della lingua italiana. Una decina di anni fa ci fu la proposta di inserire in Costituzione l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica. Non se ne fece nulla per l’opposizione della Lega e di Rifondazione comunista, uniti se non altro dalla profonda ignoranza e cecità culturale (ne avesse fatta una buona il gruppo parlamentare di Rifondazione!). Forse sarebbe il caso di tornare alla carica.

Intanto segnalo la petizione “Dillo in Italiano” di Anna Maria Testa su Change org che ha già raccolto 60.000 firme e che invito a sottoscrivere e diffondere.

Fonte

04/09/2012

Repubblicani d'America, tra balle e classismo sfrenato

Per la serie "i sogni infranti del provincialismo italiano" quello secondo cui all'estero è tutta una figata soprattutto se per estero s'intende il mondo anglosassone e teutonico, oggi apro le danze con un paio di pezzi che fanno ironia e sviscerano il becero classismo su cui si auto consuma la società americana.

Il fiorista di Mitt Romney

"Dodici milioni di nuovi posti di lavoro" se sarò eletto. Lo ha detto Mitt Romney alla Convention repubblicana. Mi ricorda qualcuno che però si era tenuto più basso. Mitt ha chiesto agli americani di unirsi a lui per un futuro migliore (e chi ne vorrebbe uno peggiore?). "Ora è il momento di alzarsi in piedi e dire "Io sono Americano. Io sono l'artefice del mio destino. E noi meritiamo di meglio! I miei bambini meritano di meglio! La mia famiglia merita di meglio! La mia nazione merita di meglio!". Mitt ha esaltato le virtù della famiglia. Del vice presidente Paul Ryan ha sottolineato la totale mancanza di imbarazzo nel mostrare al mondo l'amore che prova per sua mamma ("his mom"). Dei suoi genitori ("Mom and Dad") ha ricordato i 64 anni trascorsi insieme e ha voluto rivelare il segreto di questa unione: il fiorista! "Bisogna chiedere al fiorista vicino a casa nostra, perché ogni giorno papà dava alla mamma una rosa, che poneva sul suo comodino". Dollaro, Patria e Famiglia. Mitt, fondatore del fondo di private equity Bain Capital, ha però voluto rimarcare una fondamentale differenza rispetto al suo vice "Paul, preferisco la playlist sul mio iPod alla tua". Non ti allargare Paul...
Questo è il discorso di chi si appresta a sfidare Obama con buone probabilità di vittoria e a governare la Nazione più potente del mondo. Dodici milioni di posti di lavoro sono una promessa impegnativa. Mitt non ha specificato cosa dovrebbero fare questi lavoratori oltre a portare una rosa alla moglie. Girare patatine fritte alla Mc Donalds? Costruire armi per le aziende che si riuniscono nella National Rifle Association? Fabbricare milioni di nuove automobili, camion, treni, barche e motociclette? Cosa dovranno fare tutti insieme questi nuovi dodici milioni di lavoratori? Arruolarsi nei marines e partire per una delle centinaia di basi americane sparse per il pianeta? Lavoro, lavoro, lavoro. Crescita, crescita, crescita... finché gli Stati Uniti potranno stampare nuovi dollari
Ps: il vero simbolo del sogno americano è il fiorista della famiglia Romney.


Con Romney e Ryan i Repubblicani sognano l’Ancien Régime

Candidano il moderato Mitt Romney, ma il cuore del partito repubblicano statunitense batte per l’estremista Paul Ryan, candidato alla vicepresidenza e unico in grado di scaldare i cuori in uno dei partiti conservatori più di destra al mondo. Romney ha un programma reaganiano classico, che in sé basterebbe a caratterizzarlo come tecnocrate che vuole applicare le stesse ricette che hanno avvitato l’Occidente nella crisi generata negli ultimi trent’anni dalla straordinaria avidità delle proprie classe dirigenti. Per il continuo slittamento a destra di queste Romney è però appena un uomo dello schermo. Serve per provare a vincere le elezioni ma quel tocco di odio sociale, capace di emozionare i militanti, lo mette il suo vice che incarna la vera anima del partito e compie un passo avanti nel rompere due secoli di costruzione di una società di massa che chiamiamo democrazia.
Compito dello Stato per il ryanismo non è perequare le differenze; sarebbe il socialismo, del quale accusano Barack Obama per la sua riforma sanitaria. Compito dello Stato non è neanche più ritirarsi e limitarsi a vigilare sul libero dispiegarsi degli spiriti animali del capitalismo, che sarebbero i soli a permettere la creazione della ricchezza. Tale impostazione è troppo progressista per i Paul Ryan, un Sarah Palin con cervello e pertanto più pericoloso. Compito dello Stato per la destra repubblicana al tempo dei tea party, che si spinge oltre e più a destra del bushismo e del neoconservatorismo, è garantire e ricompensare i cittadini migliori (ovvero quelli più ricchi), nei quali si ripone l’essenza stessa di una nazione di ottimati.
Gli altri, le altre classi sociali, le minoranze etniche sempre meno minoranze, gli immigrati che mandano avanti il paese, gli anziani senza protezione, i malati e gli svantaggiati di qualunque risma sono tali per un disegno divino che guarda caso mette questi ultimi al margine e i ricchi alla destra del padre. Nel momento nel quale gli altri si pongono come soggetti politici e portatori di diritti sono solo sanguisughe non in grado di badare a se stessi. Come tali devono perire in una sorta di eugenetica sociale perché ogni redistribuzione è moralmente sbagliata prima che tecnocraticamente non conveniente.
Siamo oltre il fondamentalismo protestante che nel decennio scorso infiniti lutti addusse agli Stati Uniti e al resto del mondo delirando su una millenarista concezione del mondo che vedeva le classi dirigenti degli Stati Uniti al di sopra di tutto.  Siamo alla codificazione dell’egoismo sociale come nuove tavole della legge a fondamento di una società che, anche se incapace di ribellarsi davvero, fa paura nella sua diversità a quelle classi dirigenti che pensano di aver il diritto divino di governare il mondo in una sorta di nuovo Ancien Régime.
Non si parla di politica estera a Tampa. Troppo poco c’è da rivendicare dei disastri di George Bush che Barack Obama ha potuto appena rettificare. Non puntano, almeno apparentemente, al diritto a dominare il mondo rivendicato dai Donald Rumsfeld e dagli ideologi neoconservatori ancora fino a un lustro fa. Preferiscono parlare di loro stessi, del loro essere ben nati e del loro presunto diritto a non spartire la roba che il loro dio egoista ha deciso di assegnargli per l’eternità. Per i prossimi due mesi sarà costantemente proposto un doppio discorso, radicale per i militanti, moderato/tecnocratico per le tivù e per l’occhio del mondo. Ma pochi possono ingannarsi su cosa davvero sognano i repubblicani statunitensi.


A confronto di gente del genere un Putin qualsiasi (tanto per tirare in ballo un leader molto deprecato a ovest), con tutta la sua spregiudicatezza e dispotismo, pare uno statista d'altri tempi.