GEORGE TOWN (ISOLE CAYMAN). Il problema delle Cayman, come sempre, è il traffico.
«Guardi a sinistra prima di attraversare» si raccomandano subito in
questo ircocervo geografico, con corpo caraibico, anima
liechtensteiniana e la guida traditrice che si addice a un territorio
d'oltremare britannico. La seconda frase più pronunciata è:
«Massimizzare i profitti per gli investitori», cui segue immancabilmente
«minimizzando le tasse». Un mantra con più corollari, che sottende però
una legge inequivoca: eludere è umano, evadere non è affatto diabolico.
Anzi, corrisponde a una tendenza naturale e globale che gli isolani si
limitano ad assecondare. E che conduce al terzo argomento ammissibile
con gli ospiti stranieri: Mitt Romney. Quelle che nella campagna
elettorale americana sono state accuse feroci («tiene dieci milioni di
dollari lì per non pagare le tasse!») contro lo sconfitto candidato
repubblicano, da queste parti diventano un punto di orgoglio. La sua
Bain Capital, che qui ha stabilito ben 137 società, è una delle varie
multinazionali che hanno fatto del mini arcipelago con pochi più
abitanti di Riccione il quinto centro finanziario del mondo.
Virtuale, beninteso. Perché come succede con i 21 trilioni di dollari
che, secondo le stime del Tax Justice Network troverebbero riparo
complessivamente nei vari paradisi fiscali, anche i quasi 2
contabilizzati in questo atollo dalle spiagge abbacinanti (le banche
italiane in totale raccolgono 1,69 trilioni di euro) qui si tuffano
soltanto e appena asciugati ripartono per destinazioni ben meno
esotiche, come le piazze affari di Londra e New York. Il motivo dello
breve sosta è tanto chiaro quanto proficuo: alle Cayman non esistono
tasse. Il governo provvede al suo bilancio con l'Iva, che va dal 22 al
27 per cento per le merci d'importazione, più i proventi dei permessi di
lavoro per gli espatriati e bolli vari. Si narra che l'esenzione
risalga al 1780, come gratitudine di Sua Maestà per il salvataggio da
parte di barchini locali degli equipaggi di dieci navi britanniche
incagliate vicino alla costa. Così, per cominciare, sia gli individui
che le aziende che ne fanno il proprio centro d'affari hanno una
preoccupazione in meno. E poi la legislazione finanziaria è tra le più
amichevoli e flessibili che si possano immaginare. Il che spiega, per
dire, perché circa 10 mila hedge funds, i due terzi di tutti i fondi
speculativi, abbiano sede qua, così come 80 mila società, tra cui 9
controllate di Citigroup, 33 di News Corporation e 692 di Enron. Che poi
ha fatto la fine che ha fatto. Proprio come Parmalat che aveva trovato
nella sponda caimanese la piattaforma ideale per la sua rutilante
giostra di fatture false. Insomma, dallo 007 che in Vivi e lascia vivere
vi scorrazza e indaga a bordo piscina, alla cronaca giudiziaria
recente, comprese le accuse a Matteo Renzi per i suoi amici finanzieri
con società costituite qui, l'associazione è pavloviana: dici Cayman,
pensi traffici torbidi. Un riflesso che il governo e gli abitanti
cercano, tanto pervicamente quanto inutilmente, di disinnescare.
I pochi che parlano, almeno. Perché o era la settimana più sfortunata
della storia del giornalismo, oppure il livello di omertà fa
concorrenza a Corleone. A una dozzina di richieste di interviste hanno
risposto in due. Uno consigliando di leggere i suoi libri («Ho un
incarico importante all'università e ci tengo»). L'altro accettando di
parlarmi solo sotto condizione di anonimato. A forza di insistere,
incontro un paio di giornalisti locali. Il primo fa notare che «gli
hedge fund da noi sono in condizione di lavorare più efficientemente. Ma
se anche risparmiano qualcosa di tasse, perlopiù reinvestono i guadagni
in America». Tutto si terrebbe, quindi. L'indomani un suo collega va
oltre: «D'altronde io non ho figli: perché dovrei contribuire
economicamente per le scuole, visto che non me ne avvantaggio?». Un
salto logico spericolato. Tipo: perché pagare per il servizio sanitario
visto che non ho ancora un tumore? George Town è un gran duty free su
cui è cresciuta una cittadina. Basta contare i negozi di diamanti e
orologi di lusso davanti al porto, desolantemente vuoti in attesa degli
attracchi degli americani in crociera. O la stridente distanza tra i due
paesi, quello dei 25 mila espatriati quasi esclusivamente impiegati
nella finanza e l'altro dei 20 mila locali, tra cui molti commessi e
camerieri. Aragoste contro Kentucky Fried Chicken.
Sarà la bassa stagione, le spiagge svuotate dallo spauracchio uragani,
ma questo sembra soprattutto un paese per vecchi. Baby boomers che si
scaldano a un sole più economico di quello della Florida. Con
quattro-cinque mega alberghi con arenile privato, che offrono tutta la
filiera della vacanza comoda, dove tra colazione e abbronzatura non c'è
soluzione di continuità, ma un semplice trasbordo di cocktail sino
all'ombrellone. E una nutrita scelta di resort color pastello che
affittano mini-appartamenti a 80 dollari per la clientela più giovane.
«Don't mess with Texas», non fate i furbi con noi, autocertifica la
maglietta di un ospite. Un altro, con mojito in mano al bar, va a
tuffarsi vestito in piscina per tornare fiero e gocciolante al suo
drink. Il massimo della vita è l'Hard Rock Cafe al porto. Più un
discreto numero di ristoranti italiani e un Havana Club per fumate
notturne a base di sigari.
Nel 2008, sull'onda dello scontento di elettori massacrati dalla crisi,
il candidato Barack Obama aveva denunciato un'anomalia: «O Ugland House
è l'edificio più grande del mondo, oppure è la frode fiscale più grande
del mondo». Si riferiva a questa palazzina di quattro piani, con i muri
color panna e il tetto verde malachite, in cui risultano domiciliate
oltre 2000 compagnie. È chiara la finzione giuridica. Le autorità
avevano risposto come d'abitudine: «Obama pensi piuttosto al Delaware,
dove a un solo indirizzo ne corrispondono oltre 200 mila». Ugland è la
sede di Maples&Calder, il più potente studio legale dell'isola. La
prima volta mi fermano alla reception («Il portavoce è in riunione»). La
seconda mi porgono l'indirizzo del sito approntato per rispondere alle
accuse. Chris Johnson, inglese trapiantato qui da una vita, si occupa di
insolvenze. Interviene quando banche o fondi vanno in malora e chi vi
ha investito chiede risarcimenti. Dice che non è più come una volta,
quando le banche non facevano domande agli stranieri che arrivavano con
valigie pieni di soldi. Poi però, memore di quell'era, spiega alcuni
metodi per far sparire denaro e farlo ricomparire in «nero»: «Giocare a
Las Vegas (chi può dire quanto avete perso?). Denunciare grosse perdite
in società aperte qua. Oppure...». Si va nel tecnico, ma il senso
generale è semplice: una volta che puoi documentare delle finte uscite,
puoi reinvestirle dove meglio credi (un caso per tutti: le fatturazioni
gonfiate di Mediatrade, per cui i giudici di Milano hanno appena
condannato Berlusconi). Che possa essere successo non lo nega neppure
Casey Gill, influente avvocato indiano che mi dà appuntamento a una
riunione del Rotary locale dove Romney è un mito. Ma dimentichiamoci il
passato: «Far crescere i soldi è un istinto umano. Noi forniamo gli
strumenti per farlo. A un livello di competenza di livello mondiale». Un
suo amico oriundo italiano, l'imprenditore edile Tony Paolini, ci mette
il carico: «Con tutti i controlli che ci sono ormai è molto più difficile aprire un conto in banca qui che a Miami!».
Sarà. Nicholas Shaxson, autore di Isole del tesoro o David Merchant,
direttore della newsletter Offshore Alert, raccontano un'altra storia.
Così come Rudolf Elmer, che lavorava nella filiale locale della svizzera
Julius Baer e ha poi girato a Wikileaks una lista di grandi evasori. Mi
consiglia di provare ad aprire un Asset protection trust, ovvero uno
strumento giuridico in cui un fiduciario gestirà i miei beni. Rendendoli
così non riconducibili a me, dunque inattaccabili dal fisco italiano.
Così mi presento alla sede centrale della Cayman National Bank. Chiedo
di aprire un conto corrente e mi rispondono che serve un domicilio
locale. E per un trust, invece? L'impiegata cambia espressione. Telefona
a una collega. Nonostante l'imminente orario di chiusura sono lieti di
attendermi. Questa filiale è a Camana Bay, il quartiere di shopping e
uffici creato dal miliardario Kenneth Dart, uno che ha rinunciato alla
cittadinanza statunitense nel '94 per scampare alle tasse. È qui che
mogli annoiate vagano in cerca di ispirazione consumistica o nella vana
speranza che l'unico multiplex dia prima o poi qualcosa di meglio
rispetto a The Apparition, The Possession o Dredd 3D.
In banca ad accogliermi, in una sala riunioni imperiale,
c'è il capo dell'ufficio trust e la sua vice. Racconto loro che ho
qualche risparmio, un milione di euro, e molta paura che l'Italia esca
dall'euro e i miei soldi si svalutino. Capiscono. Come posso difendermi?
Mi propongono una società, dove conferire i miei capitali, gestita da
un fiduciario (trustee). Lui li investirà in fondi, più o meno rischiosi
a seconda delle mie preferenze («Potrà dare indicazioni. Quel che ci
sentiamo di garantire è il 3-4 per cento all'anno»), e mi farà
versamenti con periodicità variabile. Comunque avrò una carta di credito
da usare quando voglio. Sì, ma se in Italia decidono di mettere una
patrimoniale sui depositi e vedono che il mio si è svuotato di colpo?
«Non potranno fare niente. A meno che sia denaro di sospetta provenienza
criminale. E anche in quel caso serve l'ordine di un giudice per vedere
cosa c'è dentro a un trust». Con il tempo che ci vuole, uno può
spostare tutto nell'isola accanto. «In ogni caso non intendiamo violare
alcuna legge e ci coordineremo col suo commercialista». Servono circa 12
mila dollari per aprire il trust, poi 6500 all'anno per mantenerlo. I
due non mi hanno chiesto niente: non cosa faccio, né come mi chiamo.
L'irresistibile truismo dei soldi. Prendo tempo. «Dimenticavo» aggiunge
il capo, come offerta last minute, «oltre al contante nella società può
far confluire immobili, yacht, qualsiasi suo bene». Felicemente
nullatenente, addirittura in affitto dal trustee. La mia banca mi
spiegherà che per bonifici importanti Banca d'Italia è automaticamente
allertata, però non ha il tempo di controllare tutto. Chiedo a Gian
Gaetano Bellavia, commercialista tra i più esperti di economia
criminale: «Con l'archivio unico informatico ogni bonifico è
tracciabile. Se poi il destinatario sono le Cayman si accende l'allarme
rosso. Però potrebbe aprire un conto a Lussemburgo, che è Unione
europea, e da lì farlo proseguire per le Cayman. Oppure andare a Lugano e
trovare qualche professionista compiacente che confonda le tracce degli
spostamenti di denaro».
Non sarebbe così difficile. Nel frattempo Richard Coles,
presidente di Cayman Finance, l'associazione degli operatori
finanziari, risponde alle mie domande scritte. Se tutte queste società
vogliono acquartierarsi qui, a una comoda ventina di ore d'aereo
dall'Europa, è certamente per la «qualità dei servizi» offerti.
Soprattutto non sono un paradiso fiscale: «Investitori e clienti sono
soggetti al regime fiscale dei loro paesi e noi abbiamo sottoscritto
accordi con i membri Ocse proprio contro evasione e riciclaggio. I media
farebbero bene ad aggiornare la loro attitudine circa l'offshore». Un
italiano che avesse una società qui dovrebbe dichiarare gli introiti nel
quadro M della dichiarazione dei redditi, mi spiega il mio
commercialista, dove proprio quest'anno è stata introdotta una
patrimoniale su immobili e attività finanziarie all'estero. Dovrebbe.
Perché se è facile occultare i beni in patria, figuriamoci a sette fusi
orari di distanza. Chiedo a Cristiano Vincentini, trentenne titolare di
un frequentato ristorante nell'isola. Dopo un anno e mezzo che faceva il
cameriere, a forza di mance, si è comprato a metà con un amico un
appartamento. Poi l'ha affittato bene e dopo qualche anno ha aperto il
suo locale. Tutto legalmente esentasse. Ora ha una trentina di
dipendenti: «Quando tornerò in Italia mi tasseranno ciò che rientrerà».
Mi racconta di suoi clienti, un informatico tedesco con enormi fatturati
che, se generati in Germania, si dimezzerebbero. O di un inglese che
gestisce società per stranieri e, per evitare le imposte in patria, deve
stare attento a non risiederci più di tre mesi consecutivi. «Nei nostri
paesi» conclude il ristoratore «nessuno sarebbe riuscito a mettere in
piedi niente del genere. In Italia meno che meno».
La cuccagna d'una vita dove lordo e netto coincidono.
Tutti di colpo ricchi il doppio o almeno un terzo in più. Col solito,
fastidioso problemino: chi paga per i pronti soccorso, gli asili, i
pompieri? Un'obiezione senza mordente con Romney (definito sul New York
Times «elusore di livello olimpionico»), per il quale il welfare è una
zavorra che impigrisce. Lui giura che non ha risparmiato un dollaro di
tasse investendo qui, stuoli di esperti sostengono il contrario. Il mio
vicino di tavolo al Rotary, un avvocato dai gemelli d'oro, ben prima di
conoscere i risultati elettorali rilancia: «Nessuno ama le tasse. E
Romney, dimostrando di essere bravo a gestire i suoi affari, promette di
essere bravo a condurre anche quelli del paese». Il catastrofico
malinteso berlusconiano. Negli Stati Uniti il senatore Carl Levin non ci
casca. Per ora la sua lotta all'emorragia estera di capitali ha
riguardato i cittadini, poi sarà la volta delle compagnie. L'editoriale
dell'ultimo numero della rivista Cayman Financial Review, ubiqua nelle
sale d'aspetto come da noi Oggi, parla di «nubi che si addensano
all'orizzonte». Anche l'Europa ha fatto le prime mosse, «ma la European
Saving Tax Directive obbliga alle collaborazione fiscale sui conti degli
individui, non quelli delle aziende. Un buco grosso come una casa» fa
notare l'ennesima esperta, a patto che non la metta in difficoltà con i
suoi committenti.
«È uno scontro di civiltà» ammette un europeo trapiantato,
«da una parte i think tank più conservatori come il Cato Institute che
considerano le tasse il male assoluto. Dall'altra i pasdaran del Tax
Justice Network che danno numeri scioccanti, senza spiegare da dove
escono». È lo stesso che rammenta lo scandalo estivo della banca Hsbc,
la cui filiale messicana aveva fatto transitare fondi per oltre 2
miliardi di dollari di presunta origine narcos in 50 mila conti
intestati alle Cayman. Eppure Global Shell Games, uno studio di prossima
pubblicazione anticipato dall'Economist, sostiene che è più facile
aprire società ombra in America di quanto non lo sia nelle tradizionali
destinazioni caraibiche. Il governo di George Town lo incornicerà
senz'altro. Il loro tormentone è: «Non siamo i peggiori». Ma a chi, di
fronte all'accusa di rapina, farebbe soddisfazione dimostrare di essere
stato solo il palo? Nel recente Mapplegate, il fiasco planetario delle
mappe Apple montate sull'ultimo iPhone, un esempio molto citato
riguardava proprio la nostra isola del tesoro. Visualizzava solo
l'aeroporto: niente strade, niente indirizzi, tutto perso in una
disastrosa renderizzazione. Una metafora involontaria di un luogo dove
tante cose si muovono, ma nessuno capisce bene in che direzione e
perché. Un problema di traffico, come avvertono gli autoctoni.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2012
11/11/2012
La cecità degli USA
I cittadini statunitensi hanno scelto di continuare a mangiare la stessa
minestra, non perché abbiano rieletto Obama, ma perché sono andati a
votare. Come previsto, i due candidati delle società per azioni e della
guerra eterna hanno preso quasi tutti i voti, con i Libertari con
neanche l’1% e il Partito dei Verdi con meno di un quarto dell’1%. Anche
se non per propria colpa, i candidati minori hanno avuto quasi zero
copertura dei media e quasi zero finanziamenti, ma le loro prestazioni
così modeste saranno dipinte dai media come riflesso del valore
trascurabile delle loro idee.
Ancora una volta, il mondo ha assistito alla passione e alla fiducia che gli elettori statunitensi hanno per criminali di guerra e protettori di criminali della finanza. È considerevole la continuità del progetto statunitense di saccheggio e sterminio di massa. L’esercito statunitense ha trasformato il Golfo Persico in un vero e proprio lago di sangue, adempiendo alla Dottrina Carter. Il Democratico Carter si riferiva alla minaccia sovietica, ma era anche intenzionato a tenere gli Arabi in riga per prevenire un altro boicottaggio petrolifero che avrebbe messo in ginocchio questo paese. Basta una semplice interruzione di gas per creare il caos da noi, come ha dimostrato l’uragano Sandy. Un drogato di gas uccide e ruba per alimentare la sua dipendenza, ma andrà ancora più a ruota se la sua fornitura si dovesse esaurire. Ti sparerà prima, durante e dopo, e dirà di farlo per il tuo bene, dio e la democrazia.
Secondo quell’imbonitore di società per azioni che è il presidente degli Stati Uniti, gli USA sono sulla buona strada per raggiungere l’indipendenza energetica, anche se il prezzo del gas continua a salire e noi ricaviamo combustibile tritando rocce e fermentando granturco, entrambe proposte care e di scarsa efficienza energetica, ma non vi preoccupate, continuate a guidare i vostri SUV e a riempire le tribune del NASCAR mentre il mare vi arriva alla gola.
Mentre entriamo nella yo mama di tutte le depressioni, causata in parte dalle esternalizzazioni iniziate dal Democratico Clinton, l’attuale imbonitore di società per azioni promette anche più posti di lavoro, ma dove si potranno trovare in questo paese deliberatamente de-industrializzato? Noi non produciamo più nulla al di fuori di armi, corn-dog, bombardieri e pornografia, in modo che bulli ben dotati e pupe con il seno rifatto possano ancora stendersi al sole, pavoneggiarsi o ballare la samba per qualche anno, prima di vivere di tessere annonarie come un numero impressionante di loro concittadini. Quello o entrare nei “servizi”.
La stagione universitaria della pallacanestro aprirà con una partita su una portaerei, non sto scherzando, e una in un hangar dell’Aviazione in Germania. I cestisti indosseranno tute mimetiche disegnate dalla Nike. Il mostro azionario militarizzato è entrato in ogni ambito della nostra vita, quindi non vi sorprendete se vi doveste svegliare vicino ad un eroe traumatizzato e disabile, o morto, o a un milione di morti. A milioni di morti.
La maggior parte dei cittadini statunitensi non nota i morti, tuttavia. Non vede alcun morto, neanche quelli avvolti nella propria bandiera. Chiedete alle persone che conoscete quanti soldati statunitensi sono stati uccisi in Iraq, ad esempio, e sarei molto sorpreso se uno su dieci riuscisse a dare un numero approssimativo. Voi lo sapete? Chiedete a quelle stesse persone il numero della maglia di Kobe, il record dei New England Patriots o l’anno di nascita di Lady Gaga.
L’istruzione è la risposta, hanno sottolineato sia Obama che Romney, soprattutto l’istruzione superiore, anche se più della metà degli ultimi diplomati al college non riesce a trovare lavoro, anche se la maggioranza è gravata da devastanti debiti a lungo termine. Le nostre banche, università e governo a conduzione bancaria si sono alleati per alzare le rette a livelli insostenibili. Proprio come con lo stesso debito nazionale, stiamo massacrando i nostri giovani.
O forse l’istruzione non è la risposta. A quanto afferma il bi-titolato bibliotecario di una università del Midwest, “Non abbiamo veramente bisogno di industrie, perché ormai abbiamo un’economia basata sui servizi finanziari e sull’informazione”. Un professore della California: “Il mondo continuerà a finanziare i nostri debiti, perché è nel suo interesse farlo”. Un altro professore della stessa università: “Fascismo?! Chi parla di fascismo?!” E un laureando PhD alla UPenn, “Obama ha fatto quello che ha potuto. Ci sta provando”. Se questo è intelligente, chi ha bisogno della morte cerebrale?
A differenza dell’ultima Depressione, questa è rimasta meno visibile, finora, grazie alle tessere annonarie. Le file per il pane ora sono dentro i supermercati. Con l’indigenza lontano dagli occhi, molti statunitensi possono ancora confidare nel motivetto della ripresa, soprattutto in periodo di campagna elettorale, quando le false speranze fuoriescono dalle molte pippe mentali e dai calderoni fumanti di chi fa l’indiano. Questa mattina, molti si sono svegliati euforici per essere riusciti a raggiungere un obiettivo comune. Come ogni quattro anni, hanno detto ancora una volta “lo voglio” al loro stupratore.
Ora sono rappresentati, pensano, da qualcuno che tutela i loro interessi, ma si può dire, in tutta onestà, che gli Stati Uniti non hanno una democrazia rappresentativa. Se si vota per qualcuno per la sua retorica e le sue promesse, prontamente disattese dopo l’elezione, allora non si viene rappresentati, mi dispiace, anche se con il nostro voto gli abbiamo dato modo di continuare ad abusare di noi e del resto del mondo. Ignorando la lista degli omicidi, delle guerre non dichiarate e altre violazioni del diritto, abbiamo scelto di ingoiare per intero le sue frasi a effetto, quindi ci meritiamo tutto quello che ne deriva, anche se sfortunatamente ne soffriranno anche molte altre vittime.
La democrazia statunitense è come un ristorante con solo due piatti sul menù, e non importa quale ordiniate, asino o pachiderma, vi serviranno un pasticcio tossico e sanguinante. Insoddisfatti, dovrete aspettare altri quattro anni per ordinare di nuovo, solo per ricevere, ancora una volta, un pasticcio tossico e sanguinante. Bon appetit!
di Linh Dinh, autore di due raccolte di racconti, cinque raccolte di poesie e un romanzo, Love Like Hate. Dà conto del nostro deteriorato ambito sociale sul suo blog fotografico costantemente aggiornato, State of the Union.
Fonte
Madonna che desolazione.
Ancora una volta, il mondo ha assistito alla passione e alla fiducia che gli elettori statunitensi hanno per criminali di guerra e protettori di criminali della finanza. È considerevole la continuità del progetto statunitense di saccheggio e sterminio di massa. L’esercito statunitense ha trasformato il Golfo Persico in un vero e proprio lago di sangue, adempiendo alla Dottrina Carter. Il Democratico Carter si riferiva alla minaccia sovietica, ma era anche intenzionato a tenere gli Arabi in riga per prevenire un altro boicottaggio petrolifero che avrebbe messo in ginocchio questo paese. Basta una semplice interruzione di gas per creare il caos da noi, come ha dimostrato l’uragano Sandy. Un drogato di gas uccide e ruba per alimentare la sua dipendenza, ma andrà ancora più a ruota se la sua fornitura si dovesse esaurire. Ti sparerà prima, durante e dopo, e dirà di farlo per il tuo bene, dio e la democrazia.
Secondo quell’imbonitore di società per azioni che è il presidente degli Stati Uniti, gli USA sono sulla buona strada per raggiungere l’indipendenza energetica, anche se il prezzo del gas continua a salire e noi ricaviamo combustibile tritando rocce e fermentando granturco, entrambe proposte care e di scarsa efficienza energetica, ma non vi preoccupate, continuate a guidare i vostri SUV e a riempire le tribune del NASCAR mentre il mare vi arriva alla gola.
Mentre entriamo nella yo mama di tutte le depressioni, causata in parte dalle esternalizzazioni iniziate dal Democratico Clinton, l’attuale imbonitore di società per azioni promette anche più posti di lavoro, ma dove si potranno trovare in questo paese deliberatamente de-industrializzato? Noi non produciamo più nulla al di fuori di armi, corn-dog, bombardieri e pornografia, in modo che bulli ben dotati e pupe con il seno rifatto possano ancora stendersi al sole, pavoneggiarsi o ballare la samba per qualche anno, prima di vivere di tessere annonarie come un numero impressionante di loro concittadini. Quello o entrare nei “servizi”.
La stagione universitaria della pallacanestro aprirà con una partita su una portaerei, non sto scherzando, e una in un hangar dell’Aviazione in Germania. I cestisti indosseranno tute mimetiche disegnate dalla Nike. Il mostro azionario militarizzato è entrato in ogni ambito della nostra vita, quindi non vi sorprendete se vi doveste svegliare vicino ad un eroe traumatizzato e disabile, o morto, o a un milione di morti. A milioni di morti.
La maggior parte dei cittadini statunitensi non nota i morti, tuttavia. Non vede alcun morto, neanche quelli avvolti nella propria bandiera. Chiedete alle persone che conoscete quanti soldati statunitensi sono stati uccisi in Iraq, ad esempio, e sarei molto sorpreso se uno su dieci riuscisse a dare un numero approssimativo. Voi lo sapete? Chiedete a quelle stesse persone il numero della maglia di Kobe, il record dei New England Patriots o l’anno di nascita di Lady Gaga.
L’istruzione è la risposta, hanno sottolineato sia Obama che Romney, soprattutto l’istruzione superiore, anche se più della metà degli ultimi diplomati al college non riesce a trovare lavoro, anche se la maggioranza è gravata da devastanti debiti a lungo termine. Le nostre banche, università e governo a conduzione bancaria si sono alleati per alzare le rette a livelli insostenibili. Proprio come con lo stesso debito nazionale, stiamo massacrando i nostri giovani.
O forse l’istruzione non è la risposta. A quanto afferma il bi-titolato bibliotecario di una università del Midwest, “Non abbiamo veramente bisogno di industrie, perché ormai abbiamo un’economia basata sui servizi finanziari e sull’informazione”. Un professore della California: “Il mondo continuerà a finanziare i nostri debiti, perché è nel suo interesse farlo”. Un altro professore della stessa università: “Fascismo?! Chi parla di fascismo?!” E un laureando PhD alla UPenn, “Obama ha fatto quello che ha potuto. Ci sta provando”. Se questo è intelligente, chi ha bisogno della morte cerebrale?
A differenza dell’ultima Depressione, questa è rimasta meno visibile, finora, grazie alle tessere annonarie. Le file per il pane ora sono dentro i supermercati. Con l’indigenza lontano dagli occhi, molti statunitensi possono ancora confidare nel motivetto della ripresa, soprattutto in periodo di campagna elettorale, quando le false speranze fuoriescono dalle molte pippe mentali e dai calderoni fumanti di chi fa l’indiano. Questa mattina, molti si sono svegliati euforici per essere riusciti a raggiungere un obiettivo comune. Come ogni quattro anni, hanno detto ancora una volta “lo voglio” al loro stupratore.
Ora sono rappresentati, pensano, da qualcuno che tutela i loro interessi, ma si può dire, in tutta onestà, che gli Stati Uniti non hanno una democrazia rappresentativa. Se si vota per qualcuno per la sua retorica e le sue promesse, prontamente disattese dopo l’elezione, allora non si viene rappresentati, mi dispiace, anche se con il nostro voto gli abbiamo dato modo di continuare ad abusare di noi e del resto del mondo. Ignorando la lista degli omicidi, delle guerre non dichiarate e altre violazioni del diritto, abbiamo scelto di ingoiare per intero le sue frasi a effetto, quindi ci meritiamo tutto quello che ne deriva, anche se sfortunatamente ne soffriranno anche molte altre vittime.
La democrazia statunitense è come un ristorante con solo due piatti sul menù, e non importa quale ordiniate, asino o pachiderma, vi serviranno un pasticcio tossico e sanguinante. Insoddisfatti, dovrete aspettare altri quattro anni per ordinare di nuovo, solo per ricevere, ancora una volta, un pasticcio tossico e sanguinante. Bon appetit!
di Linh Dinh, autore di due raccolte di racconti, cinque raccolte di poesie e un romanzo, Love Like Hate. Dà conto del nostro deteriorato ambito sociale sul suo blog fotografico costantemente aggiornato, State of the Union.
Fonte
Madonna che desolazione.
08/11/2012
Obama, la rielezione di un ex-presidente
La vittoria elettorale di Barack Obama somiglia a quelle cene preparate con gli avanzi della festa del giorno prima. Qualcosa di dignitoso, magari saporito se ben ricucinato, ma che ha luogo grazie a ciò che non è stato consumato nei bagordi del giorno precedente. Speculazioni? Le cifre parlano meglio di qualsiasi considerazione. Obama, in quattro anni, ha perso quasi 20 milioni di elettori e una dozzina di punti percentuali. In questa caduta a precipizio si è fermato ad un punto percentuale di distacco dal candidato repubblicano. Quel punto utile per far scattare una larga maggioranza di grandi elettori secondo la particolare legge elettorale americana. Ma anche quel punto inutile per rovesciare la maggioranza repubblicana al congresso che finirà per condizionarlo almeno per i prossimi due anni. Insomma, Obama è stato rieletto grazie ai residui rimasti della spinta elettorale del 2008. E gli è andata bene: un columnist del Wall Street Journal notava come proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale Romney stesse cominciando davvero a riempire le piazze e a convincere gli indecisi. Sarebbe stato il colmo: farsi battere sul filo di lana da un candidato repubblicano che ripeteva gli stessi slogan di 30 anni fa, con modalità di comunicazione politica al limite del vintage, campione sopratutto di gaffe, espressione di quella che ormai in Usa è una minoranza sociale: la sovrapposizione tra bianchi della working class e della middle class impoverite e le esigenze delle maggiori espressioni del capitalismo americano e della grande finanza (non a caso Goldman Sachs è stata la prima finanziatrice di Romney).
Inoltre lo stesso Romney non aveva nemmeno mobilitato tutto l’elettorato repubblicano della disfatta del 2008. Secondo l’attuale conteggio dei voti Romney ha infatti perso circa 9 milioni di elettori, rispetto al catastrofico duo McCain-Sarah Palin. Si è trattato di una elezione che, secondo fonti informative svizzere, ha complessivamente visto una partecipazione al voto all’elezione presidenziale nettamente inferiore rispetto al 2008. In diversi Stati è stata addirittura inferiore rispetto alle elezioni del 2004, per i dati ufficiali ci vorranno settimane. C’è da chiedersi, in Usa come in Sicilia, che tipo di democrazia sia quella bombardata da spot in tv che finisce per svolgere i propri riti elettorali nella sostanziale indifferenza della maggioranza della popolazione.
La vicenda Obama è davvero curiosa: parla di qualcuno che si comporta come una anatra zoppa (in gergo, un presidente che non è nella pienezza dei poteri e costretto a trattare con le camere) già dal 2010. E lo sarà almeno per i prossimi due anni visto che dovrà trattare con il congresso, a maggioranza repubblicana, su temi delicatissimi come il tetto del debito pubblico e la proroga o meno delle agevolazioni fiscali all’economia. Mentre per i due successivi sarà quello che, sempre nel gergo della politica americana, è la tipica anatra zoppa. Ovvero il presidente che è a fine mandato, ineleggibile e quindi con minore potere politico.
Ma da quando Obama somiglia più ad un ex presidente che ad un presidente? L’anno di svolta è già il 2009, subito dopo l’elezione trionfale mentre quella sorta di ufficio stampa globale che è la comunicazione politica mainstream lo promuoveva a nobel per la pace. Obama è stato eletto nel 2008 cavalcando, in modo magistrale, la rivoluzione nella comunicazione politica espressa dallo sviluppo della rete. In quel modo ha attirato, ed attivato, miriadi di network sociali americani, innovativi, che si sentivano protagonisti di processi di mobilitazione fino a quel momento riservati alle agenzie di comunicazione e alla macchina organizzativa del partito democratico. Insomma, è stato espressione di un voto contro Wall Street, e per l’innovazione sociale, proprio all’indomani di Lehman Brothers. Nel 2009 ha formato uno staff presidenziale sostanzialmente espressione degli anni della speculazione finanziaria clintoniana (sul disastro planetario apertosi dalle clintonomics finanziarie si possono scrivere pile di volumi), è stato protagonista (attivo) dell’impasse dei G20, che ha dato la possibilità alla finanza globale di mantenere l’egemonia sui processi politici internazionali. Non ha quindi nè voluto nè potuto attivare quelle politiche di profonda riforma dell’economia Usa, e del suo sistema finanziario, necessarie al cambiamento radicale per il quale era stato eletto. Già nel 2010 quindi, con le elezioni di midterm, con la delusione degli elettori democratici i repubblicani avevano la maggioranza in uno dei due rami del parlamento. Da allora su spesa pubblica, regole per la finanza, la stessa riforma sanitaria (che non è questo grande passo in avanti) Obama è un presidente anatra zoppa condizionato dalle trattative con i repubblicani. E lo sarà, in modo diverso, fino al 2016 nonostante l’elezione plebiscitaria del 2008. Sulle modalità di comunicazione politica è presto detto. Una volta eletto, Obama doveva rendere conto ai propri finanziatori mica alla rete. E’ quindi diventato un presidente la cui comunicazione è sostanzialmente televisiva, fino a 5 differenti interviste al giorno su altrettanti canali, e comunque detenuta dalla capacità comunicativa dei grandi media. Prevedibile fin dal novembre 2008, che il comitato elettorale pro Obama si sarebbe staccato da un rapporto politico con la rete costruita dal basso, visto che i grandi finanziatori della politica americana dopo le elezioni bussano a difesa dei propri, verticali, interessi.
Obama oggi ha di fronte diverse questioni, non solo la successione di Greenspan, tra cui il tema del rinnovo delle agevolazioni fiscali all’economia che, se non risolto, vale il 4-5 per cento del Pil americano in piena frenata dell’economia globale. Inoltre, il debito americano sta raggiungendo dimensioni inimmaginabili. Non saranno anni tranquilli per l’anatra zoppa alla Casa bianca. Ma tra le tante, bisogna segnalare le dichiarazioni di Tao Xie, esperto cinese di relazioni internazionali, intervistato da Al Jazeera english. Xie ha detto che le relazioni sino-americane sono al punto più basso da diversi anni. Si capisce che i cinesi sono molto irritati dalle continue immissioni di denaro stampato dal nulla, che causa loro squilibri economico-finanziari, da parte della Federal Reserve americana. E già nel 2009, l’unico anno in cui Obama è stato veramente presidente Usa, i cinesi fecero capire al presidente americano che, detenendo ampie quote di debito Usa, erano in grado di mettere direttamente voce nella politica interna degli Stati Uniti. Alla vigilia del congresso del Pcc, e in una situazione economica cinese non esaltante, non sono questioni da poco.
Tante questioni insomma, per un ex presidente appena rieletto. Ma una su tutte: nel 2010 Obama ha provato davvero un piano gigantesco di stimolo, qualcosa di completamente diverso rispetto ai canoni del centrosinistra italiano (che è più vicino a Romney di quanto ammetta), all’economia americana. Non ha funzionato. C’è qualcosa di rotto nel capitalismo americano che non sarà certo sanato dal completamento dei riti elettorali, peraltro svoltisi nell’indifferenza della maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti.
Inoltre lo stesso Romney non aveva nemmeno mobilitato tutto l’elettorato repubblicano della disfatta del 2008. Secondo l’attuale conteggio dei voti Romney ha infatti perso circa 9 milioni di elettori, rispetto al catastrofico duo McCain-Sarah Palin. Si è trattato di una elezione che, secondo fonti informative svizzere, ha complessivamente visto una partecipazione al voto all’elezione presidenziale nettamente inferiore rispetto al 2008. In diversi Stati è stata addirittura inferiore rispetto alle elezioni del 2004, per i dati ufficiali ci vorranno settimane. C’è da chiedersi, in Usa come in Sicilia, che tipo di democrazia sia quella bombardata da spot in tv che finisce per svolgere i propri riti elettorali nella sostanziale indifferenza della maggioranza della popolazione.
La vicenda Obama è davvero curiosa: parla di qualcuno che si comporta come una anatra zoppa (in gergo, un presidente che non è nella pienezza dei poteri e costretto a trattare con le camere) già dal 2010. E lo sarà almeno per i prossimi due anni visto che dovrà trattare con il congresso, a maggioranza repubblicana, su temi delicatissimi come il tetto del debito pubblico e la proroga o meno delle agevolazioni fiscali all’economia. Mentre per i due successivi sarà quello che, sempre nel gergo della politica americana, è la tipica anatra zoppa. Ovvero il presidente che è a fine mandato, ineleggibile e quindi con minore potere politico.
Ma da quando Obama somiglia più ad un ex presidente che ad un presidente? L’anno di svolta è già il 2009, subito dopo l’elezione trionfale mentre quella sorta di ufficio stampa globale che è la comunicazione politica mainstream lo promuoveva a nobel per la pace. Obama è stato eletto nel 2008 cavalcando, in modo magistrale, la rivoluzione nella comunicazione politica espressa dallo sviluppo della rete. In quel modo ha attirato, ed attivato, miriadi di network sociali americani, innovativi, che si sentivano protagonisti di processi di mobilitazione fino a quel momento riservati alle agenzie di comunicazione e alla macchina organizzativa del partito democratico. Insomma, è stato espressione di un voto contro Wall Street, e per l’innovazione sociale, proprio all’indomani di Lehman Brothers. Nel 2009 ha formato uno staff presidenziale sostanzialmente espressione degli anni della speculazione finanziaria clintoniana (sul disastro planetario apertosi dalle clintonomics finanziarie si possono scrivere pile di volumi), è stato protagonista (attivo) dell’impasse dei G20, che ha dato la possibilità alla finanza globale di mantenere l’egemonia sui processi politici internazionali. Non ha quindi nè voluto nè potuto attivare quelle politiche di profonda riforma dell’economia Usa, e del suo sistema finanziario, necessarie al cambiamento radicale per il quale era stato eletto. Già nel 2010 quindi, con le elezioni di midterm, con la delusione degli elettori democratici i repubblicani avevano la maggioranza in uno dei due rami del parlamento. Da allora su spesa pubblica, regole per la finanza, la stessa riforma sanitaria (che non è questo grande passo in avanti) Obama è un presidente anatra zoppa condizionato dalle trattative con i repubblicani. E lo sarà, in modo diverso, fino al 2016 nonostante l’elezione plebiscitaria del 2008. Sulle modalità di comunicazione politica è presto detto. Una volta eletto, Obama doveva rendere conto ai propri finanziatori mica alla rete. E’ quindi diventato un presidente la cui comunicazione è sostanzialmente televisiva, fino a 5 differenti interviste al giorno su altrettanti canali, e comunque detenuta dalla capacità comunicativa dei grandi media. Prevedibile fin dal novembre 2008, che il comitato elettorale pro Obama si sarebbe staccato da un rapporto politico con la rete costruita dal basso, visto che i grandi finanziatori della politica americana dopo le elezioni bussano a difesa dei propri, verticali, interessi.
Obama oggi ha di fronte diverse questioni, non solo la successione di Greenspan, tra cui il tema del rinnovo delle agevolazioni fiscali all’economia che, se non risolto, vale il 4-5 per cento del Pil americano in piena frenata dell’economia globale. Inoltre, il debito americano sta raggiungendo dimensioni inimmaginabili. Non saranno anni tranquilli per l’anatra zoppa alla Casa bianca. Ma tra le tante, bisogna segnalare le dichiarazioni di Tao Xie, esperto cinese di relazioni internazionali, intervistato da Al Jazeera english. Xie ha detto che le relazioni sino-americane sono al punto più basso da diversi anni. Si capisce che i cinesi sono molto irritati dalle continue immissioni di denaro stampato dal nulla, che causa loro squilibri economico-finanziari, da parte della Federal Reserve americana. E già nel 2009, l’unico anno in cui Obama è stato veramente presidente Usa, i cinesi fecero capire al presidente americano che, detenendo ampie quote di debito Usa, erano in grado di mettere direttamente voce nella politica interna degli Stati Uniti. Alla vigilia del congresso del Pcc, e in una situazione economica cinese non esaltante, non sono questioni da poco.
Tante questioni insomma, per un ex presidente appena rieletto. Ma una su tutte: nel 2010 Obama ha provato davvero un piano gigantesco di stimolo, qualcosa di completamente diverso rispetto ai canoni del centrosinistra italiano (che è più vicino a Romney di quanto ammetta), all’economia americana. Non ha funzionato. C’è qualcosa di rotto nel capitalismo americano che non sarà certo sanato dal completamento dei riti elettorali, peraltro svoltisi nell’indifferenza della maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti.
07/11/2012
Il secondo tragico Obama
Doveva essere il presidente del cambiamento, il fautore di quello "yes we can" strillato a squarciagola da un oceano di americani impoveriti dalla crisi e bastonati nel proprio orgoglio patrio da una guerre al terrore di cui non si vedono ne i risultati ne la fine.
Doveva essere il presidente dei diritti civili, quello che avrebbe riportato gli USA ad essere la terra della libertà (ogni riferimento al Patriot Act e Guantanamo è puramente voluto) almeno a livello mediatico.
Doveva essere il presidente che avrebbe fatto vedere i sorci verdi agli speculatori di ogni risma, che avrebbe impedito con ogni mezzo che la crisi la pagassero i cittadini americani (quelli della tanto amata middle class).
Doveva essere il presidente della pace che avrebbe definitamente archiviato la belligeranza esasperata del pistolero texano, gli hanno pure regalato un Nobel sulla fiducia per questo.
E invece?
E invece il nulla o, se si preferisce, la più grande presa per il culo politica di questo decennio.
Nel suo primo mandato i poveri (quelli che non smettono insieme il pranzo con la cena) sono saliti a 50 milioni, i diritti civili sono finiti immediatamente in un cassetto (Patriot Act e Guantanamo stanno esattamente dove li aveva lasciati Bush), la guerra al terrore ha cambiato passo divenendo meno mediatica (con l'abbandono frettoloso del teatro più spinoso l'Iraq) ma più destabilizzante, l'acume geopolitico di Obama (o l'interesse di chi gli sta dietro) ci ha infatti regalato l'implosione dell'intero bacino sud orientale del Mediterraneo.
Quanto alla crisi, i pescecani di Wall Street sono tutti al loro posto, mentre la middle class si connota sempre più chiaramente come il proletariato del nuovo millennio.
A fronte di 4 anni di pacchi di questo livello, non riesco nemmeno lontanamente a immedesimarmi nel rinnovato entusiasmo con cui è stato salutato oggi il secondo mandato di Obama e la solita solfa del "meno peggio" rispetto ad un impresentabile Romney (ci fosse uno che mai si chieda per quale motivo gli sfidanti politici sono sempre così male assortiti) proprio non riesce a dare un senso a quella che il 99% della popolazione planetaria dovrebbe riconoscere per quello che realmente è una sconfitta obbligata.
Doveva essere il presidente dei diritti civili, quello che avrebbe riportato gli USA ad essere la terra della libertà (ogni riferimento al Patriot Act e Guantanamo è puramente voluto) almeno a livello mediatico.
Doveva essere il presidente che avrebbe fatto vedere i sorci verdi agli speculatori di ogni risma, che avrebbe impedito con ogni mezzo che la crisi la pagassero i cittadini americani (quelli della tanto amata middle class).
Doveva essere il presidente della pace che avrebbe definitamente archiviato la belligeranza esasperata del pistolero texano, gli hanno pure regalato un Nobel sulla fiducia per questo.
E invece?
E invece il nulla o, se si preferisce, la più grande presa per il culo politica di questo decennio.
Nel suo primo mandato i poveri (quelli che non smettono insieme il pranzo con la cena) sono saliti a 50 milioni, i diritti civili sono finiti immediatamente in un cassetto (Patriot Act e Guantanamo stanno esattamente dove li aveva lasciati Bush), la guerra al terrore ha cambiato passo divenendo meno mediatica (con l'abbandono frettoloso del teatro più spinoso l'Iraq) ma più destabilizzante, l'acume geopolitico di Obama (o l'interesse di chi gli sta dietro) ci ha infatti regalato l'implosione dell'intero bacino sud orientale del Mediterraneo.
Quanto alla crisi, i pescecani di Wall Street sono tutti al loro posto, mentre la middle class si connota sempre più chiaramente come il proletariato del nuovo millennio.
A fronte di 4 anni di pacchi di questo livello, non riesco nemmeno lontanamente a immedesimarmi nel rinnovato entusiasmo con cui è stato salutato oggi il secondo mandato di Obama e la solita solfa del "meno peggio" rispetto ad un impresentabile Romney (ci fosse uno che mai si chieda per quale motivo gli sfidanti politici sono sempre così male assortiti) proprio non riesce a dare un senso a quella che il 99% della popolazione planetaria dovrebbe riconoscere per quello che realmente è una sconfitta obbligata.
04/11/2012
L'altra metà del botto: gli Usa del dopo elezioni
Il vero malato del mondo sono gli Usa. Fin qui si sono salvati
scaricando sul resto del mondo tutte le proprie crisi. Come? Stampando
dollari. Ma ogni gioco ha un fischio di chiusura.
Questo articolo da Il Sole 24 Ore chiarisce almeno alcuni dei problemi che dobranno afforntare gli Stati Uniti nei prossimi due-tre anni. Seppure immersi nella brodaglia elettorale, sono punti importanti: a partire dall'impossibilità di proseguire con il semplice "stampaggio di moneta".
Se i conti Usa li paga l'Europa
di Carlo Bastasin
I sondaggi ci raccontano che non c'è mai stata un'elezione presidenziale americana dall'esito più incerto. Ieri la media delle rilevazioni segnava un vantaggio per il presidente Obama di solo lo 0,1%. Un divario tanto sottile da essere inutile per qualsiasi previsione. Così a Washington l'attenzione si è spostata sui sondaggi non delle intenzioni di voto (chi vuoi votare?), ma delle aspettative sul vincitore (chi vincerà secondo te?). In questo caso la differenza tra Obama e Romney è stranamente enorme, ben 20 punti. I sostenitori di Obama ne sono rincuorati perché in passato i sondaggi sulle intenzioni di voto hanno individuato il vincitore solo nel 69% dei casi, mentre quelli sul vincitore atteso lo hanno indovinato nell'81% dei casi.
Una differenza tanto ampia tra i due sondaggi suggerisce che gli elettori americani tengano separati opinioni e senso di realtà; scelta e necessità. Esprimono la loro delusione per una presidenza un po' indolente, ma non riescono a convincersi che l'alternativa offerta da Mitt Romney sia realistica. Questa è d'altronde la raffigurazione stessa della campagna elettorale: Romney ha scandagliato l'immaginario degli americani appellandosi alle loro convenzioni ideali, la libera iniziativa e l'unicità americana, mentre Obama ha difeso il suo pragmatismo con toni introspettivi e spesso poco ispirati, puntando a dipingere l'avversario come inadeguato a gestire la realtà. Ritorcendo cioè su Romney il pegno che egli stesso, eletto sull'onda di slogan emotivi "speranza" e "cambiamento" - buoni sentimenti, ma non per forza solide strategie -, ha dovuto pagare alla realtà non appena entrato quattro anni fa nel labirinto della Beltway, la cinica cittadella politica americana.
A ridosso del voto, il realismo tende a prevalere sull'ideologia, così come avviene quando un uragano devastante dimostra l'utilità di uno Stato presente ed efficiente e mette in secondo piano la retorica sul leviatano che divora le tasse. Infatti negli ultimi giorni i sondaggi hanno registrato un marginale ritorno di consensi per il presidente in carica. La logica della campagna elettorale però non è cambiata e in questa contrapposizione tra retorica e realismo rientra il riferimento di Romney a un destino fiscale "italiano" per gli Stati Uniti. Un riferimento che non va affatto sottovalutato.
Come succede spesso nelle campagne elettorali, l'osservazione di Romney è l'altra metà di una mezza verità. È vero che il futuro fiscale americano assomiglia a quello del Sud Europa. Gli Usa sono su una traiettoria fiscale insostenibile dovuta a un divario strutturale tra tasse e politiche di spesa. Questo divario peggiorerà con l'invecchiamento della popolazione.
Il Congressional Budget Office prevede che il debito netto salga al 200% del Pil entro il 2037 e da lì segua un percorso esplosivo. La natura strutturale dei disavanzi fiscali è grave perché anche quando l'economia si riavvicinerà alla piena occupazione il deficit costringerà gli Usa a cercare prestiti all'estero. Una volta che il debito estero drena il reddito trasferendolo ai creditori stranieri, l'economia rallenta e il Paese finisce in una trappola di bilancia dei pagamenti del tipo di quella europea. Prevedere una crisi fiscale è difficile, ma nei quattro anni della crisi europea, a Washington l'allarme rosso su un destino "greco" per gli Usa è suonato più volte. Qui finisce la mezza verità. Il resto è molto meno intuitivo.
L'emergenza fiscale tocca due totem politici: le tasse per i repubblicani e il welfare per i democratici. Lo scorso anno, sicurezza sociale e sanità hanno contato per metà della spesa primaria federale. Il loro incremento è continuo, mentre le entrate fiscali da 50 anni sono costanti tra il 17% e il 19% del Pil. Solo tra il '97 e il 2001 le entrate erano state superiori grazie alle tasse sui nuovi ricchi del boom tecnologico. Greenspan aveva gonfiato l'economia con beneficio del bilancio pubblico, poi i tagli fiscali di Bush e le spese militari hanno creato nuovi squilibri degenerati con lo scoppio della bolla finanziaria.
Sia Romney sia Obama sanno che la situazione è insostenibile, ma non hanno incentivi ad accordarsi. Romney può cavalcare l'ideologia repubblicana: vuole i tagli alle tasse per i ricchi e gli aumenti della spesa militare, con un impatto sul deficit di 7mila miliardi in dieci anni. Obama può accusare i repubblicani di aver sabotato ogni accordo negli ultimi quattro anni. Entrambi i candidati in realtà si sono seduti sulle loro mani da oltre un anno. Aspettano l'esito del voto per negoziare da posizioni che sperano di maggior forza.
Chiunque vinca, il 2013 sarà l'anno cruciale per il futuro fiscale americano. Il voto di martedì ci dirà quali saranno i nuovi rapporti di forza a Washington, ma senza un rapido accordo, le agenzie di rating potrebbero declassare ulteriormente il debito Usa. La capacità americana di fornire al resto del mondo titoli sicuri in cui investire non terrebbe più il passo con la crescita dell'economia globale. Il ruolo di valuta di riserva dovrebbe essere coperto anche da altre valute. L'unicità americana, il privilegio esorbitante di battere moneta per il mondo, potrebbe finire di colpo. In parte questo dipende dal destino dell'euro. E questo a sua volta dipende dal destino italiano. Il riferimento un po' sprezzante al Sud Europa nasconde dunque una delle partite economiche più importanti dei prossimi anni.
Fonte
Questo articolo da Il Sole 24 Ore chiarisce almeno alcuni dei problemi che dobranno afforntare gli Stati Uniti nei prossimi due-tre anni. Seppure immersi nella brodaglia elettorale, sono punti importanti: a partire dall'impossibilità di proseguire con il semplice "stampaggio di moneta".
Se i conti Usa li paga l'Europa
di Carlo Bastasin
I sondaggi ci raccontano che non c'è mai stata un'elezione presidenziale americana dall'esito più incerto. Ieri la media delle rilevazioni segnava un vantaggio per il presidente Obama di solo lo 0,1%. Un divario tanto sottile da essere inutile per qualsiasi previsione. Così a Washington l'attenzione si è spostata sui sondaggi non delle intenzioni di voto (chi vuoi votare?), ma delle aspettative sul vincitore (chi vincerà secondo te?). In questo caso la differenza tra Obama e Romney è stranamente enorme, ben 20 punti. I sostenitori di Obama ne sono rincuorati perché in passato i sondaggi sulle intenzioni di voto hanno individuato il vincitore solo nel 69% dei casi, mentre quelli sul vincitore atteso lo hanno indovinato nell'81% dei casi.
Una differenza tanto ampia tra i due sondaggi suggerisce che gli elettori americani tengano separati opinioni e senso di realtà; scelta e necessità. Esprimono la loro delusione per una presidenza un po' indolente, ma non riescono a convincersi che l'alternativa offerta da Mitt Romney sia realistica. Questa è d'altronde la raffigurazione stessa della campagna elettorale: Romney ha scandagliato l'immaginario degli americani appellandosi alle loro convenzioni ideali, la libera iniziativa e l'unicità americana, mentre Obama ha difeso il suo pragmatismo con toni introspettivi e spesso poco ispirati, puntando a dipingere l'avversario come inadeguato a gestire la realtà. Ritorcendo cioè su Romney il pegno che egli stesso, eletto sull'onda di slogan emotivi "speranza" e "cambiamento" - buoni sentimenti, ma non per forza solide strategie -, ha dovuto pagare alla realtà non appena entrato quattro anni fa nel labirinto della Beltway, la cinica cittadella politica americana.
A ridosso del voto, il realismo tende a prevalere sull'ideologia, così come avviene quando un uragano devastante dimostra l'utilità di uno Stato presente ed efficiente e mette in secondo piano la retorica sul leviatano che divora le tasse. Infatti negli ultimi giorni i sondaggi hanno registrato un marginale ritorno di consensi per il presidente in carica. La logica della campagna elettorale però non è cambiata e in questa contrapposizione tra retorica e realismo rientra il riferimento di Romney a un destino fiscale "italiano" per gli Stati Uniti. Un riferimento che non va affatto sottovalutato.
Come succede spesso nelle campagne elettorali, l'osservazione di Romney è l'altra metà di una mezza verità. È vero che il futuro fiscale americano assomiglia a quello del Sud Europa. Gli Usa sono su una traiettoria fiscale insostenibile dovuta a un divario strutturale tra tasse e politiche di spesa. Questo divario peggiorerà con l'invecchiamento della popolazione.
Il Congressional Budget Office prevede che il debito netto salga al 200% del Pil entro il 2037 e da lì segua un percorso esplosivo. La natura strutturale dei disavanzi fiscali è grave perché anche quando l'economia si riavvicinerà alla piena occupazione il deficit costringerà gli Usa a cercare prestiti all'estero. Una volta che il debito estero drena il reddito trasferendolo ai creditori stranieri, l'economia rallenta e il Paese finisce in una trappola di bilancia dei pagamenti del tipo di quella europea. Prevedere una crisi fiscale è difficile, ma nei quattro anni della crisi europea, a Washington l'allarme rosso su un destino "greco" per gli Usa è suonato più volte. Qui finisce la mezza verità. Il resto è molto meno intuitivo.
L'emergenza fiscale tocca due totem politici: le tasse per i repubblicani e il welfare per i democratici. Lo scorso anno, sicurezza sociale e sanità hanno contato per metà della spesa primaria federale. Il loro incremento è continuo, mentre le entrate fiscali da 50 anni sono costanti tra il 17% e il 19% del Pil. Solo tra il '97 e il 2001 le entrate erano state superiori grazie alle tasse sui nuovi ricchi del boom tecnologico. Greenspan aveva gonfiato l'economia con beneficio del bilancio pubblico, poi i tagli fiscali di Bush e le spese militari hanno creato nuovi squilibri degenerati con lo scoppio della bolla finanziaria.
Sia Romney sia Obama sanno che la situazione è insostenibile, ma non hanno incentivi ad accordarsi. Romney può cavalcare l'ideologia repubblicana: vuole i tagli alle tasse per i ricchi e gli aumenti della spesa militare, con un impatto sul deficit di 7mila miliardi in dieci anni. Obama può accusare i repubblicani di aver sabotato ogni accordo negli ultimi quattro anni. Entrambi i candidati in realtà si sono seduti sulle loro mani da oltre un anno. Aspettano l'esito del voto per negoziare da posizioni che sperano di maggior forza.
Chiunque vinca, il 2013 sarà l'anno cruciale per il futuro fiscale americano. Il voto di martedì ci dirà quali saranno i nuovi rapporti di forza a Washington, ma senza un rapido accordo, le agenzie di rating potrebbero declassare ulteriormente il debito Usa. La capacità americana di fornire al resto del mondo titoli sicuri in cui investire non terrebbe più il passo con la crescita dell'economia globale. Il ruolo di valuta di riserva dovrebbe essere coperto anche da altre valute. L'unicità americana, il privilegio esorbitante di battere moneta per il mondo, potrebbe finire di colpo. In parte questo dipende dal destino dell'euro. E questo a sua volta dipende dal destino italiano. Il riferimento un po' sprezzante al Sud Europa nasconde dunque una delle partite economiche più importanti dei prossimi anni.
Fonte
29/10/2012
Frankenstorm, la tempesta perfetta su chi se ne frega
Gli americani hanno la passione per le catastrofi, si capisce da Hollywood. Le creano e ritornano loro addosso, ma non si chiedono perché accada. E infatti Obama e Romney non hanno trovato tempo di parlarne in campagna elettorale.
Questo report dell'Ansa è informativo e ironico quanto basta per restituirci un affresco vivido del pasticcio culturale che blocca ogni possibilità di contrastare gli affetti delle proprie scelte industriali.
Ci voleva l'uragano Sandy per rilanciare nella campagna elettorale americana l'argomento dei cambiamenti climatici: «Sono rimasto sorpreso che non se ne sia parlato nei duelli (tv con Mitt Romaney), anche perché su questo tema non ci siamo mossi con la velocità dovuta», ha ammesso il presidente Barack Obama.
Ma Sandy ora punta verso gli Usa e fa così paura che è stato soprannominato "Frankenstorm", per la sua "mostruosa" potenza distruttiva e perché, guarda caso alla vigilia di Halloween, rischia di diventare un "assemblaggi" di due vortici diversi, uno tropicale e uno artico. Insomma, una "tempesta perfetta". E così, nelle domande degli ascoltatori di Mtv, rivolte oggi in diretta tv al presidente americano, la questione è stata sollevata più volte.
Obama ha ribadito di credere «a quegli scienziati secondo cui stiamo emettendo troppe emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera e che tutto questo sta danneggiando il pianeta». I media americani continuano intanto a dare aggiornamenti sulle devastazioni lasciate da Sandy dietro di sé nei Caraibi - decine di morti e danni pesantissimi - e sulla sua direzione e velocità .
Al tempo stesso, molti giornali hanno notato che, ironia della sorte, i cambiamenti climatici sono di fatto un tema rimasto fuori dalla campagna elettorale, ma ora l'uragano potrebbe anche influenzare le elezioni. Sandy, o meglio Frankenstorm, potrebbe in effetti abbattersi sugli stati in bilico della East Coast, dove i due candidati sono impegnati a recuperare i voti degli ultimi indecisi.
Romney, ha già cancellato un comizio previsto domenica in Virginia. E Obama potrebbe dover cambiare la sua agenda: come responsabile della sicurezza nazionale, rischia di dover tornare alla Casa Bianca per dirigere i soccorsi. E la minaccia incombe anche sullo stato di New York, per il quale il governatore Andrew Cuomo ha dichiarato in serata lo stato di allerta, mentre il sindaco della Grande Mela, Michael Bloomberg, ha avvertito i concittadini che la tempesta dovrebbe cominciare a farsi sentire sulla città da domenica sera.
Intanto, la stampa nota con sarcasmo che, anche dopo un ennesimo anno di temperature record, siccità e scioglimento dei ghiacci artici, né Obama né Romney hanno mai citato il surriscaldamento della terra nei dibattiti-sfida in tv. In questo modo «hanno fatto la storia», scrive ironico in un blog sull'Huffington Post l'ambientalista Tim Profeta. È infatti la prima volta dal 1988 che l'effetto serra non viene citato e discusso in un dibattito presidenziale. E il New York Times si domanda come mai nessuno dei due candidati abbia sentito l'urgenza di rispondere a domande fondamentali quali: devono gli Stati Uniti tagliare le emissioni di gas responsabili dell'effetto serra? Dovrebbe l'energia pulita essere sovvenzionata? Dovrebbe il Paese investire pi dollari nella ricerca per l'energia pulita?
Lo stesso giornale si risponde che in realtà «la lista delle ragioni (di questo silenzio) è lunga». E ne cita alcune, come la necessaria trasformazione del sistema americano di produzione e consumo dell'energia, che almeno a medio termine causerebbe un aumento dei prezzi. Oltre al fatto che i due modi più efficaci per ridurre l'inquinamento - tassarlo o regolarlo - sono di fatto un argomento "politicamente tossico", quando i problemi dell'economia sono al centro di tutto."Politico" a sua volta volta riferisce che molti ambientalisti hanno lanciato l'allarme. «Considerato che i cambiamenti climatici potrebbero essere la sfida maggiore a cui dovremmo far fronte nei prossimi decenni, il silenzio è un vero disservizio per il Paese», ha scritto Michael Mann, ricercatore di meteorologia della Penn State University.
È stato creato anche un sito web, "climatesilence.org". Tra l'altro vi si può leggere che «l'incapacità» di Obama e Romney «di collegare i punti e fare un pò di matematica mette a rischio la Nazione e impedisce lo sviluppo di un piano nazionale e globale per rispondere alla sfida più urgente della nostra epoca».
Fonte
Questo report dell'Ansa è informativo e ironico quanto basta per restituirci un affresco vivido del pasticcio culturale che blocca ogni possibilità di contrastare gli affetti delle proprie scelte industriali.
Ci voleva l'uragano Sandy per rilanciare nella campagna elettorale americana l'argomento dei cambiamenti climatici: «Sono rimasto sorpreso che non se ne sia parlato nei duelli (tv con Mitt Romaney), anche perché su questo tema non ci siamo mossi con la velocità dovuta», ha ammesso il presidente Barack Obama.
Ma Sandy ora punta verso gli Usa e fa così paura che è stato soprannominato "Frankenstorm", per la sua "mostruosa" potenza distruttiva e perché, guarda caso alla vigilia di Halloween, rischia di diventare un "assemblaggi" di due vortici diversi, uno tropicale e uno artico. Insomma, una "tempesta perfetta". E così, nelle domande degli ascoltatori di Mtv, rivolte oggi in diretta tv al presidente americano, la questione è stata sollevata più volte.
Obama ha ribadito di credere «a quegli scienziati secondo cui stiamo emettendo troppe emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera e che tutto questo sta danneggiando il pianeta». I media americani continuano intanto a dare aggiornamenti sulle devastazioni lasciate da Sandy dietro di sé nei Caraibi - decine di morti e danni pesantissimi - e sulla sua direzione e velocità .
Al tempo stesso, molti giornali hanno notato che, ironia della sorte, i cambiamenti climatici sono di fatto un tema rimasto fuori dalla campagna elettorale, ma ora l'uragano potrebbe anche influenzare le elezioni. Sandy, o meglio Frankenstorm, potrebbe in effetti abbattersi sugli stati in bilico della East Coast, dove i due candidati sono impegnati a recuperare i voti degli ultimi indecisi.
Romney, ha già cancellato un comizio previsto domenica in Virginia. E Obama potrebbe dover cambiare la sua agenda: come responsabile della sicurezza nazionale, rischia di dover tornare alla Casa Bianca per dirigere i soccorsi. E la minaccia incombe anche sullo stato di New York, per il quale il governatore Andrew Cuomo ha dichiarato in serata lo stato di allerta, mentre il sindaco della Grande Mela, Michael Bloomberg, ha avvertito i concittadini che la tempesta dovrebbe cominciare a farsi sentire sulla città da domenica sera.
Intanto, la stampa nota con sarcasmo che, anche dopo un ennesimo anno di temperature record, siccità e scioglimento dei ghiacci artici, né Obama né Romney hanno mai citato il surriscaldamento della terra nei dibattiti-sfida in tv. In questo modo «hanno fatto la storia», scrive ironico in un blog sull'Huffington Post l'ambientalista Tim Profeta. È infatti la prima volta dal 1988 che l'effetto serra non viene citato e discusso in un dibattito presidenziale. E il New York Times si domanda come mai nessuno dei due candidati abbia sentito l'urgenza di rispondere a domande fondamentali quali: devono gli Stati Uniti tagliare le emissioni di gas responsabili dell'effetto serra? Dovrebbe l'energia pulita essere sovvenzionata? Dovrebbe il Paese investire pi dollari nella ricerca per l'energia pulita?
Lo stesso giornale si risponde che in realtà «la lista delle ragioni (di questo silenzio) è lunga». E ne cita alcune, come la necessaria trasformazione del sistema americano di produzione e consumo dell'energia, che almeno a medio termine causerebbe un aumento dei prezzi. Oltre al fatto che i due modi più efficaci per ridurre l'inquinamento - tassarlo o regolarlo - sono di fatto un argomento "politicamente tossico", quando i problemi dell'economia sono al centro di tutto."Politico" a sua volta volta riferisce che molti ambientalisti hanno lanciato l'allarme. «Considerato che i cambiamenti climatici potrebbero essere la sfida maggiore a cui dovremmo far fronte nei prossimi decenni, il silenzio è un vero disservizio per il Paese», ha scritto Michael Mann, ricercatore di meteorologia della Penn State University.
È stato creato anche un sito web, "climatesilence.org". Tra l'altro vi si può leggere che «l'incapacità» di Obama e Romney «di collegare i punti e fare un pò di matematica mette a rischio la Nazione e impedisce lo sviluppo di un piano nazionale e globale per rispondere alla sfida più urgente della nostra epoca».
Fonte
15/10/2012
L'opportunismo di Mitt Romney
Mitt Romney è pro o contro l’aborto? E’ nemico o amico della Cina? Dipende. Su due dei temi più caldi della campagna elettorale, lo sfidante di Barack Obama
ha collezionato una spettacolare serie di giravolte e bugie, in un
pauroso crescendo di opportunismo politico e conflitti d’interessi.
Ripercorrendo i suoi 20 anni di carriera politica, si scopre che
sull’interruzione di gravidanza ha cambiato idea almeno dieci volte.
L’ultima mercoledì quando, dopo gli ultimi cinque trascorsi a
professarsi pro-life, ha assicurato al Des Moines Register di “non voler
modificare” la legge che negli Usa garantisce la
libertà di scelta. I suoi avversari lo tacciano di malafede e abitudine
alla menzogna. Come nel caso dei suoi rapporti con la Cina: Romney ha
più volte accusato Pechino “di rubare posti di lavoro agli Usa”. Però
investe i suoi soldi in aziende cinesi.
Momento politico, luogo, interlocutore. Sono le tre variabili in base alle quali Romney ha cambiato negli anni sponda ideologica sull’aborto. Il magazine Slate ha ricostruito le giravolte principali. Anno 1982: Romney è un giovane vescovo mormone di Belmont, Massachusetts, e vicepresidente di Bain Capital. Un giorno fa visita in ospedale a Sandy Catalano, fedele con una gravidanza a rischio decisa ad abortire: “Mi aspettavo un rimprovero – raccontò la donna al Los Angeles Times – invece mi ha capita e confortata”. Nel 1983 ha già cambiato idea. Altra visita in ospedale: Carrel Hilton Sheldon, madre di 5 figli, ancora incinta, vuole interrompere la gravidanza. “Come tuo vescovo – le dice Romney, scrive Ron Scott nella biografia Mitt Romney: An Inside Look at the Man and His Politics – sono preoccupato per la creatura che hai in grembo e che si batte per vivere su questa Terra”. Passano 10 anni. Nel 1993 Romney si candida al Senato e abbraccia la libertà di scelta. Solo per un motivo: Dick Wirthlin, il suo sondaggista di fiducia, lo avverte che se si fosse schierato contro l’aborto in Massachusetts nella sfida con Ted Kennedy non avrebbe avuto alcuna chance. Mitt è convinto, a ottobre vola a Salt Lake City per incontrare i leader della sua chiesa e convincere anche loro: “Per principio sono contrario – li arringa – ma se mi volete vedere in Senato, dobbiamo schierarci per la scelta”.
Un anno dopo, il 12 giugno ’94, ad una raccolta fondi per Planned Parenthood, associazione pro choice, dona pubblicamente 150 dollari, salvo poi alzare le mani e rinnegare l’assegno nel 2007: “Fu mia moglie Ann a firmarlo, non io”. Tra il 1999 e il 2001, Romney è il Ceo dei Giochi Olimpici invernali di Salt Lake City. Se nella sua Boston l’opinione pubblica era a favore dell’aborto, nello Utah la maggioranza schiacciante della popolazione è contraria. Così Mitt cambia idea: “L’aborto è la scelta sbagliata”, sentenzia al quotidiano Salt Lake Tribune il 14 febbraio 1999. Il trampolino olimpico funziona, nel 2002 Mitt è in pista per un posto al Congresso. Altro giro, altra corsa: si torna in Massachusetts e Romney è di nuovo un pro-choice. Si professa tale in ogni dove, tv, radio, comizi. “Io proteggerò il diritto alla scelta – scrive al gruppo di pressione Naral Pro-Choice America – le donne dovrebbero poter decidere in base alle loro convinzioni, non a quelle del governo”. Ma il 9 novembre 2004 Romney si risveglia anti-abortista. In pieno dibattito sulle staminali. “Un giorno il rettore e il capo dei ricercatori di Harvard sono entrati nel mio ufficio – racconta a Redstate nel settembre 2006 – e mi hanno spiegato che lo studio delle staminali è immorale perché vengono sacrificati embrioni di 14 giorni. Da allora mi considero un pro-life”.
Da lì in poi la sua posizione si stabilizza, a parte un paio di tentennamenti nel 2007 e nel 2011. Fino a mercoledì scorso in Iowa: “Non c’è un progetto legislativo sull’aborto nella mia agenda”, ha giurato al comitato editoriale del Des Moines Register. Parola di Romney. Un opportunismo evidente anche in ciò che il candidato repubblicano dice della Cina e ciò che fa nella realtà. In campagna elettorale taccia Obama di debolezza e accusa Pechino di pratiche commerciali scorrette: “Favorisce le sue esportazioni tenendo basso il valore dello yuan”. Non solo: “Come ha fatto Pechino a portarci via molti posti di lavoro? – ha chiesto di recente -. Con l’inganno, ecco come”. Eppure, scrive il New York Times, nel 2010 il governatore del Massachusetts ha pensato bene di investire attraverso la chiacchieratissima Bain Capital 2,25 milioni di dollari in almeno 8 aziende cinesi: tra queste la Asimco Technologies, compagnia che realizza componenti per auto e che nel 2007 ha abbandonato il Michigan per andare a produrre in Cina. Lasciando 500 americani senza lavoro.
Fonte
Leader davvero di statura quelli che si contendo no lo scranno dell'unica superpotenza (solo miliare) rimasta sul pianeta.
Momento politico, luogo, interlocutore. Sono le tre variabili in base alle quali Romney ha cambiato negli anni sponda ideologica sull’aborto. Il magazine Slate ha ricostruito le giravolte principali. Anno 1982: Romney è un giovane vescovo mormone di Belmont, Massachusetts, e vicepresidente di Bain Capital. Un giorno fa visita in ospedale a Sandy Catalano, fedele con una gravidanza a rischio decisa ad abortire: “Mi aspettavo un rimprovero – raccontò la donna al Los Angeles Times – invece mi ha capita e confortata”. Nel 1983 ha già cambiato idea. Altra visita in ospedale: Carrel Hilton Sheldon, madre di 5 figli, ancora incinta, vuole interrompere la gravidanza. “Come tuo vescovo – le dice Romney, scrive Ron Scott nella biografia Mitt Romney: An Inside Look at the Man and His Politics – sono preoccupato per la creatura che hai in grembo e che si batte per vivere su questa Terra”. Passano 10 anni. Nel 1993 Romney si candida al Senato e abbraccia la libertà di scelta. Solo per un motivo: Dick Wirthlin, il suo sondaggista di fiducia, lo avverte che se si fosse schierato contro l’aborto in Massachusetts nella sfida con Ted Kennedy non avrebbe avuto alcuna chance. Mitt è convinto, a ottobre vola a Salt Lake City per incontrare i leader della sua chiesa e convincere anche loro: “Per principio sono contrario – li arringa – ma se mi volete vedere in Senato, dobbiamo schierarci per la scelta”.
Un anno dopo, il 12 giugno ’94, ad una raccolta fondi per Planned Parenthood, associazione pro choice, dona pubblicamente 150 dollari, salvo poi alzare le mani e rinnegare l’assegno nel 2007: “Fu mia moglie Ann a firmarlo, non io”. Tra il 1999 e il 2001, Romney è il Ceo dei Giochi Olimpici invernali di Salt Lake City. Se nella sua Boston l’opinione pubblica era a favore dell’aborto, nello Utah la maggioranza schiacciante della popolazione è contraria. Così Mitt cambia idea: “L’aborto è la scelta sbagliata”, sentenzia al quotidiano Salt Lake Tribune il 14 febbraio 1999. Il trampolino olimpico funziona, nel 2002 Mitt è in pista per un posto al Congresso. Altro giro, altra corsa: si torna in Massachusetts e Romney è di nuovo un pro-choice. Si professa tale in ogni dove, tv, radio, comizi. “Io proteggerò il diritto alla scelta – scrive al gruppo di pressione Naral Pro-Choice America – le donne dovrebbero poter decidere in base alle loro convinzioni, non a quelle del governo”. Ma il 9 novembre 2004 Romney si risveglia anti-abortista. In pieno dibattito sulle staminali. “Un giorno il rettore e il capo dei ricercatori di Harvard sono entrati nel mio ufficio – racconta a Redstate nel settembre 2006 – e mi hanno spiegato che lo studio delle staminali è immorale perché vengono sacrificati embrioni di 14 giorni. Da allora mi considero un pro-life”.
Da lì in poi la sua posizione si stabilizza, a parte un paio di tentennamenti nel 2007 e nel 2011. Fino a mercoledì scorso in Iowa: “Non c’è un progetto legislativo sull’aborto nella mia agenda”, ha giurato al comitato editoriale del Des Moines Register. Parola di Romney. Un opportunismo evidente anche in ciò che il candidato repubblicano dice della Cina e ciò che fa nella realtà. In campagna elettorale taccia Obama di debolezza e accusa Pechino di pratiche commerciali scorrette: “Favorisce le sue esportazioni tenendo basso il valore dello yuan”. Non solo: “Come ha fatto Pechino a portarci via molti posti di lavoro? – ha chiesto di recente -. Con l’inganno, ecco come”. Eppure, scrive il New York Times, nel 2010 il governatore del Massachusetts ha pensato bene di investire attraverso la chiacchieratissima Bain Capital 2,25 milioni di dollari in almeno 8 aziende cinesi: tra queste la Asimco Technologies, compagnia che realizza componenti per auto e che nel 2007 ha abbandonato il Michigan per andare a produrre in Cina. Lasciando 500 americani senza lavoro.
Fonte
Leader davvero di statura quelli che si contendo no lo scranno dell'unica superpotenza (solo miliare) rimasta sul pianeta.
10/10/2012
Oltre Obama e Romney
Non ci sono solo Obama e Romney. Ci sono
altri 24 candidati alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti
del prossimo 6 novembre. Le loro possibilità di vittoria sono meno di
zero, la partita ovviamente si giocherà tra i due principali
contendenti. Anche perché il sistema elettorale americano è stato
pensato e costruito per ostacolare in tutte le maniere l'affermazione
di un "terzo" candidato oltre a quelli dei due partiti che si
alternano al potere.
Innanzitutto non è vero che chi prende più voti diventa presidente.
Ne sa qualcosa Al Gore che nel 2000 prese più voti di George W. Bush e
risultò sconfitto. L'elezione è indiretta, si eleggono 538 grandi
elettori che esprimeranno a maggioranza (il quorum è 270) il presidente.
Se si vince di un solo voto in uno stato si prendono tutti i grandi
elettori di quello stato che sono stati precedentemente selezionati dai
candidati. Le commissioni elettorali dei singoli stati generalmente
chiudono un occhio, o entrambi, sulla validità delle firme necessarie
alla presentazione per i due partiti maggiori e usano la lente di
ingrandimento per tutti gli altri candidati. Le decine, se non centinaia
di cause civili e penali intentate dai candidati discriminati contro
le commissioni elettorali generalmente si concludono ad elezione
avvenuta. L'accesso ai grandi media diventa
praticamente impossibile ai candidati "terzi". In breve una democrazia
talmente selettiva da diventare statica e autoreferenziale, che
riconosce se stessa solo in base all'esclusione ed alla discriminazione
- alla repressione nel caso dei movimenti sociali - dei soggetti
politici che potenzialmente potrebbero introdurre anche solo dei
piccoli cambiamenti.
Ma chi sono e cosa rappresentano questi candidati? Tralasciamo il folklore
di gran parte di loro, veri e propri personaggi di una commedia
improbabile, che predicano la maledizione divina prossima ventura, la
centralità della rivendicazione di confezionarsi i vestiti con marijauna
sintetica e lo scioglimento della National Security Agency, cosa di
per se buona e giusta ma con una motivazione degna di un film horror:
tutte le notti la NSA spargerebbe polvere d'amianto nelle case con lo
scopo di sterminare i patriottici cittadini americani.
Poi ci sono i rappresentanti di piccoli e storici partiti della sinistra americana come il Partito socialista degli Stati Uniti,
presente a queste elezioni presidenziali in soli 8 stati su 50, che si
batte per un welfare gratuito ed esteso a tutti, la tassazione
progressiva dei grandi patrimoni, i diritti dei lavoratori. Il Socialist Workers Party,
presente in 4 stati, residuo della vecchia organizzazione trotskista
ed ormai simulacro di un comunismo nostalgico e congelato. Il Partito della Pace e della Libertà,
presente solo in California, in Colorado e in Florida testimone
invecchiato della grande stagione della controcultura della West Coast
degli anni ' 60. Fin qui sembrerebbe, più o meno, il solito scenario
delle elezioni presidenziali americane con due candidati in corsa, un
pacchetto di candidati inverosimili e un contorno a sinistra e destra
di piccolissimi partiti che non vanno oltre la propaganda.
Ma dopo la debacle di Obama
nel primo dibattito televisivo con Romney l'attenzione dei grandi media
e dei due partiti maggiori si è fatta più viva verso il Libertarian Party (qui più che libertario forse la traduzione più corretta è partito libertariano) e il Green Party,
il partito Verde, dati dai sondaggi rispettivamente tra il 5 e il 6%
il primo e tra il 2 e il 3% il secondo. I repubblicani sono preoccupati
di uno smottamento percentuale non insignificante verso il puro e duro
darwinismo sociale dei cosiddetti "libertari", i democratici temono
che la percentuale dei Verdi possa influire negli stati in bilico tra
Obama e Romney. I cosiddetti "libertari" rappresentano un sentimento diffuso tra la destra antistatalista e antigovernativa americana.
L'abolizione dei sindacati è combinata con la legalizzazione della
marijuana, l'uscita degli Stati Uniti dall'Onu, dalla Nato, dal Wto e
l'abolizione della Federal Reserve va di pari passo con il
riconoscimento dei matrimoni gay, lo schieramento dell'esercito
americano ai confini del Messico per impedire l'immigrazione con chiari
intenti razzisti fa il paio con la battaglia contro qualsiasi controllo
di Internet da parte di governi o multinazionali. Visto dall'Europa
sembrerebbe il partito dei paradossi, visto da qui invece coglie in
pieno una concezione dell'individuo - più libero se non tiene conto
delle istanze collettive e se meno governato - presente in strati non
indifferenti della popolazione.
Lo slogan della campagna di Jill Stein, candidata verde,"Un'altra America è possibile, un altro partito è necessario"
riecheggia il movimento altermondialista e cerca di parlare
direttamente ai settori moderati del movimento Occupy. Il programma è di
stampo neokeynesiano e prevede un massiccio intervento statale per la
riconversione "verde" dell'economia che di per sé produrrebbe in pochi
anni 25 milioni di posti di lavoro senza mettere in discussione alla
radice il modo di produzione capitalistico. Tutta la colpa della crisi e
delle ingiustizie è addebitata agli squali di Wall Street che
agirebbero senza regole ed avrebbero instaurato una sorta di "dittatura
finanziaria". Insomma basterebbe smascherare i complotti di natura
finanziaria per sconfiggere l'1 % a vantaggio del 99%.
Se a New York, Filadelfia e in parte Chicago questi discorsi hanno una certa presa in alcuni settori del movimento Occupy,
sulla West Coast - tra Oakland, Portland e Seattle - non trovano
udienza non tanto e non solo per un radicalismo intrinseco di quelle
esperienze di movimento ma per una composizione politica e un impianto
sociale che fa della sperimentazione delle forme autorganizzate e dei luoghi del conflitto
il tema centrale della propria soggettività. Una combinazione tra
composizione del movimento e radicamento sociale tale da risultare
incompatibile, nei fatti, con la solita concezione che mette al centro
la rappresentazione politico-istituzionale del conflitto sociale a
discapito di un percorso di politicizzazione non confinato in una
griglia già predisposta dalla somma aritmetica delle resistenze al
neoliberismo e alle politiche di austerità. In questo non c'è nessuna
"lezione americana" da trarre ed applicare in Italia. Però più che
domandarsi continuamente perché non ci sia un movimento Occupy in Italia
nonostante il governo Monti sarebbe forse il caso di mettere
radicalmente in discussione le forme di rappresentanza politica,
sindacale e di movimento che si danno oggi in Italia ed iniziare a
ripensarle.
04/09/2012
Repubblicani d'America, tra balle e classismo sfrenato
Per la serie "i sogni infranti del provincialismo italiano" quello secondo cui all'estero è tutta una figata soprattutto se per estero s'intende il mondo anglosassone e teutonico, oggi apro le danze con un paio di pezzi che fanno ironia e sviscerano il becero classismo su cui si auto consuma la società americana.
Il fiorista di Mitt Romney
"Dodici milioni di nuovi posti di lavoro" se sarò eletto. Lo ha detto Mitt Romney alla Convention repubblicana. Mi ricorda qualcuno che però si era tenuto più basso. Mitt ha chiesto agli americani di unirsi a lui per un futuro migliore (e chi ne vorrebbe uno peggiore?). "Ora è il momento di alzarsi in piedi e dire "Io sono Americano. Io sono l'artefice del mio destino. E noi meritiamo di meglio! I miei bambini meritano di meglio! La mia famiglia merita di meglio! La mia nazione merita di meglio!". Mitt ha esaltato le virtù della famiglia. Del vice presidente Paul Ryan ha sottolineato la totale mancanza di imbarazzo nel mostrare al mondo l'amore che prova per sua mamma ("his mom"). Dei suoi genitori ("Mom and Dad") ha ricordato i 64 anni trascorsi insieme e ha voluto rivelare il segreto di questa unione: il fiorista! "Bisogna chiedere al fiorista vicino a casa nostra, perché ogni giorno papà dava alla mamma una rosa, che poneva sul suo comodino". Dollaro, Patria e Famiglia. Mitt, fondatore del fondo di private equity Bain Capital, ha però voluto rimarcare una fondamentale differenza rispetto al suo vice "Paul, preferisco la playlist sul mio iPod alla tua". Non ti allargare Paul...
Questo è il discorso di chi si appresta a sfidare Obama con buone probabilità di vittoria e a governare la Nazione più potente del mondo. Dodici milioni di posti di lavoro sono una promessa impegnativa. Mitt non ha specificato cosa dovrebbero fare questi lavoratori oltre a portare una rosa alla moglie. Girare patatine fritte alla Mc Donalds? Costruire armi per le aziende che si riuniscono nella National Rifle Association? Fabbricare milioni di nuove automobili, camion, treni, barche e motociclette? Cosa dovranno fare tutti insieme questi nuovi dodici milioni di lavoratori? Arruolarsi nei marines e partire per una delle centinaia di basi americane sparse per il pianeta? Lavoro, lavoro, lavoro. Crescita, crescita, crescita... finché gli Stati Uniti potranno stampare nuovi dollari
Ps: il vero simbolo del sogno americano è il fiorista della famiglia Romney.
Con Romney e Ryan i Repubblicani sognano l’Ancien Régime
Candidano il moderato Mitt Romney, ma il cuore del partito repubblicano statunitense batte per l’estremista Paul Ryan, candidato alla vicepresidenza e unico in grado di scaldare i cuori in uno dei partiti conservatori più di destra al mondo. Romney ha un programma reaganiano classico, che in sé basterebbe a caratterizzarlo come tecnocrate che vuole applicare le stesse ricette che hanno avvitato l’Occidente nella crisi generata negli ultimi trent’anni dalla straordinaria avidità delle proprie classe dirigenti. Per il continuo slittamento a destra di queste Romney è però appena un uomo dello schermo. Serve per provare a vincere le elezioni ma quel tocco di odio sociale, capace di emozionare i militanti, lo mette il suo vice che incarna la vera anima del partito e compie un passo avanti nel rompere due secoli di costruzione di una società di massa che chiamiamo democrazia.
Compito dello Stato per il ryanismo non è perequare le differenze; sarebbe il socialismo, del quale accusano Barack Obama per la sua riforma sanitaria. Compito dello Stato non è neanche più ritirarsi e limitarsi a vigilare sul libero dispiegarsi degli spiriti animali del capitalismo, che sarebbero i soli a permettere la creazione della ricchezza. Tale impostazione è troppo progressista per i Paul Ryan, un Sarah Palin con cervello e pertanto più pericoloso. Compito dello Stato per la destra repubblicana al tempo dei tea party, che si spinge oltre e più a destra del bushismo e del neoconservatorismo, è garantire e ricompensare i cittadini migliori (ovvero quelli più ricchi), nei quali si ripone l’essenza stessa di una nazione di ottimati.
Gli altri, le altre classi sociali, le minoranze etniche sempre meno minoranze, gli immigrati che mandano avanti il paese, gli anziani senza protezione, i malati e gli svantaggiati di qualunque risma sono tali per un disegno divino che guarda caso mette questi ultimi al margine e i ricchi alla destra del padre. Nel momento nel quale gli altri si pongono come soggetti politici e portatori di diritti sono solo sanguisughe non in grado di badare a se stessi. Come tali devono perire in una sorta di eugenetica sociale perché ogni redistribuzione è moralmente sbagliata prima che tecnocraticamente non conveniente.
Siamo oltre il fondamentalismo protestante che nel decennio scorso infiniti lutti addusse agli Stati Uniti e al resto del mondo delirando su una millenarista concezione del mondo che vedeva le classi dirigenti degli Stati Uniti al di sopra di tutto. Siamo alla codificazione dell’egoismo sociale come nuove tavole della legge a fondamento di una società che, anche se incapace di ribellarsi davvero, fa paura nella sua diversità a quelle classi dirigenti che pensano di aver il diritto divino di governare il mondo in una sorta di nuovo Ancien Régime.
Non si parla di politica estera a Tampa. Troppo poco c’è da rivendicare dei disastri di George Bush che Barack Obama ha potuto appena rettificare. Non puntano, almeno apparentemente, al diritto a dominare il mondo rivendicato dai Donald Rumsfeld e dagli ideologi neoconservatori ancora fino a un lustro fa. Preferiscono parlare di loro stessi, del loro essere ben nati e del loro presunto diritto a non spartire la roba che il loro dio egoista ha deciso di assegnargli per l’eternità. Per i prossimi due mesi sarà costantemente proposto un doppio discorso, radicale per i militanti, moderato/tecnocratico per le tivù e per l’occhio del mondo. Ma pochi possono ingannarsi su cosa davvero sognano i repubblicani statunitensi.
A confronto di gente del genere un Putin qualsiasi (tanto per tirare in ballo un leader molto deprecato a ovest), con tutta la sua spregiudicatezza e dispotismo, pare uno statista d'altri tempi.
Il fiorista di Mitt Romney
"Dodici milioni di nuovi posti di lavoro" se sarò eletto. Lo ha detto Mitt Romney alla Convention repubblicana. Mi ricorda qualcuno che però si era tenuto più basso. Mitt ha chiesto agli americani di unirsi a lui per un futuro migliore (e chi ne vorrebbe uno peggiore?). "Ora è il momento di alzarsi in piedi e dire "Io sono Americano. Io sono l'artefice del mio destino. E noi meritiamo di meglio! I miei bambini meritano di meglio! La mia famiglia merita di meglio! La mia nazione merita di meglio!". Mitt ha esaltato le virtù della famiglia. Del vice presidente Paul Ryan ha sottolineato la totale mancanza di imbarazzo nel mostrare al mondo l'amore che prova per sua mamma ("his mom"). Dei suoi genitori ("Mom and Dad") ha ricordato i 64 anni trascorsi insieme e ha voluto rivelare il segreto di questa unione: il fiorista! "Bisogna chiedere al fiorista vicino a casa nostra, perché ogni giorno papà dava alla mamma una rosa, che poneva sul suo comodino". Dollaro, Patria e Famiglia. Mitt, fondatore del fondo di private equity Bain Capital, ha però voluto rimarcare una fondamentale differenza rispetto al suo vice "Paul, preferisco la playlist sul mio iPod alla tua". Non ti allargare Paul...
Questo è il discorso di chi si appresta a sfidare Obama con buone probabilità di vittoria e a governare la Nazione più potente del mondo. Dodici milioni di posti di lavoro sono una promessa impegnativa. Mitt non ha specificato cosa dovrebbero fare questi lavoratori oltre a portare una rosa alla moglie. Girare patatine fritte alla Mc Donalds? Costruire armi per le aziende che si riuniscono nella National Rifle Association? Fabbricare milioni di nuove automobili, camion, treni, barche e motociclette? Cosa dovranno fare tutti insieme questi nuovi dodici milioni di lavoratori? Arruolarsi nei marines e partire per una delle centinaia di basi americane sparse per il pianeta? Lavoro, lavoro, lavoro. Crescita, crescita, crescita... finché gli Stati Uniti potranno stampare nuovi dollari
Ps: il vero simbolo del sogno americano è il fiorista della famiglia Romney.
Con Romney e Ryan i Repubblicani sognano l’Ancien Régime
Candidano il moderato Mitt Romney, ma il cuore del partito repubblicano statunitense batte per l’estremista Paul Ryan, candidato alla vicepresidenza e unico in grado di scaldare i cuori in uno dei partiti conservatori più di destra al mondo. Romney ha un programma reaganiano classico, che in sé basterebbe a caratterizzarlo come tecnocrate che vuole applicare le stesse ricette che hanno avvitato l’Occidente nella crisi generata negli ultimi trent’anni dalla straordinaria avidità delle proprie classe dirigenti. Per il continuo slittamento a destra di queste Romney è però appena un uomo dello schermo. Serve per provare a vincere le elezioni ma quel tocco di odio sociale, capace di emozionare i militanti, lo mette il suo vice che incarna la vera anima del partito e compie un passo avanti nel rompere due secoli di costruzione di una società di massa che chiamiamo democrazia.
Compito dello Stato per il ryanismo non è perequare le differenze; sarebbe il socialismo, del quale accusano Barack Obama per la sua riforma sanitaria. Compito dello Stato non è neanche più ritirarsi e limitarsi a vigilare sul libero dispiegarsi degli spiriti animali del capitalismo, che sarebbero i soli a permettere la creazione della ricchezza. Tale impostazione è troppo progressista per i Paul Ryan, un Sarah Palin con cervello e pertanto più pericoloso. Compito dello Stato per la destra repubblicana al tempo dei tea party, che si spinge oltre e più a destra del bushismo e del neoconservatorismo, è garantire e ricompensare i cittadini migliori (ovvero quelli più ricchi), nei quali si ripone l’essenza stessa di una nazione di ottimati.
Gli altri, le altre classi sociali, le minoranze etniche sempre meno minoranze, gli immigrati che mandano avanti il paese, gli anziani senza protezione, i malati e gli svantaggiati di qualunque risma sono tali per un disegno divino che guarda caso mette questi ultimi al margine e i ricchi alla destra del padre. Nel momento nel quale gli altri si pongono come soggetti politici e portatori di diritti sono solo sanguisughe non in grado di badare a se stessi. Come tali devono perire in una sorta di eugenetica sociale perché ogni redistribuzione è moralmente sbagliata prima che tecnocraticamente non conveniente.
Siamo oltre il fondamentalismo protestante che nel decennio scorso infiniti lutti addusse agli Stati Uniti e al resto del mondo delirando su una millenarista concezione del mondo che vedeva le classi dirigenti degli Stati Uniti al di sopra di tutto. Siamo alla codificazione dell’egoismo sociale come nuove tavole della legge a fondamento di una società che, anche se incapace di ribellarsi davvero, fa paura nella sua diversità a quelle classi dirigenti che pensano di aver il diritto divino di governare il mondo in una sorta di nuovo Ancien Régime.
Non si parla di politica estera a Tampa. Troppo poco c’è da rivendicare dei disastri di George Bush che Barack Obama ha potuto appena rettificare. Non puntano, almeno apparentemente, al diritto a dominare il mondo rivendicato dai Donald Rumsfeld e dagli ideologi neoconservatori ancora fino a un lustro fa. Preferiscono parlare di loro stessi, del loro essere ben nati e del loro presunto diritto a non spartire la roba che il loro dio egoista ha deciso di assegnargli per l’eternità. Per i prossimi due mesi sarà costantemente proposto un doppio discorso, radicale per i militanti, moderato/tecnocratico per le tivù e per l’occhio del mondo. Ma pochi possono ingannarsi su cosa davvero sognano i repubblicani statunitensi.
A confronto di gente del genere un Putin qualsiasi (tanto per tirare in ballo un leader molto deprecato a ovest), con tutta la sua spregiudicatezza e dispotismo, pare uno statista d'altri tempi.
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