Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2026

Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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28/11/2025

USA - “Crisi Incrociate: Sconfitta Democratica, Epstein Files e il GOP sotto pressione”

Nell’episodio di questa settimana, Living in America analizza la fine del lungo government shutdown e la scelta, controversa ma deliberata, del Partito Democratico di accettare i termini della riapertura del governo senza ottenere garanzie sull’estensione dei fondi per l’ACA, l’Obamacare. Una decisione motivata dall’idea che prolungare la paralisi sarebbe stato peggiore per il Paese, anche se una parte significativa del loro elettorato non sembra condividere questa valutazione.

Mentre le istituzioni riprendono a funzionare, un’altra vicenda torna a incombere su Washington: i file del caso Epstein, ormai vicinissimi alla divulgazione completa. Una prospettiva che per mesi il Presidente della Camera Mike Johnson aveva cercato di evitare, anche a costo di mantenere il governo chiuso, temendo l’impatto potenzialmente devastante per il GOP. Tra scelte politiche difficili, tensioni interne ai partiti e la possibilità di rivelazioni esplosive, Living in America guida gli ascoltatori in un racconto lucido e diretto, svelando ciò che sta accadendo dietro le quinte della crisi istituzionale americana.

Cosa sta succedendo negli Stati Uniti? È vero che agenti federali incappucciati girano per le strade, sequestrando e rinchiudendo donne e uomini, solo perchè immigrati? Perchè il presidente Trump sta inviando la Guardia Nazionale a presidiare le città? Charlie Kirk cosa diceva, veramente? E chi lo ha ucciso? Perchè per Trump il problema è “l’estrema sinistra violenta”? Ma negli Stati Uniti, c’è un’ “estrema sinistra”? È vero, come dice Steve Bannon, che “il nazionalismo cristiano non è mai stato così forte”? E che fine hanno fatto i Democratici? È vero che Trump punta al terzo mandato? Gli Usa stanno lentamente diventando un’autarchia? Ed è vero che odia e disprezza l’Europa, ed ha voluto punirla con i dazi?

Da questa parte dell’Oceano Atlantico, forse mai come in questo momento, le idee sugli Stati Uniti sono confuse, le informazioni relativamente poche, le strumentalizzazioni invece tantissime. La Lega e Fratelli d’Italia fanno a gara a chi è più Trumpiano dell’altro, cercando di accreditarsi come sponda europea dell’Alt Right e del Maga, perdendo di vista che – per Trump – l’Europa è più una scocciatura, se non un avversario, che altro. Ma, tutto sommato, di quel che avviene oggi in America (che poi gli Stati Uniti, dell’America, sono solo un pezzo, ma tant’è) non ne sappiamo tantissimo.

E allora? Allora ce lo facciamo raccontare e – se possibile – spiegare da chi negli States ci vive e lavora da vent’anni: Silvia Minguzzi, italiana expat negli Stati Uniti, exhibition coordinator e Graphic Designer presso la CSU Libraries (Biblioteca Universitaria di Colorado State University).

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13/07/2025

Quando il sionismo è cristiano

La forza dello Stato di Israele sta in buona parte nell’appoggio dell’Occidente alle sue politiche guerrafondaie e genocide. Una narrazione ampiamente condivisa fa risalire questa circostanza al grande potere che avrebbero le lobby ebraiche in special modo negli Usa, soprattutto nella capacità di influenzare la politica estera statunitense.

Cercheremo di mostrare come questa ipotesi sia in gran parte fuorviante, e come in realtà molto più potente del “sionismo ebraico” sia il cosiddetto “sionismo cristiano”.

È vero che la comunità ebraica degli Stati Uniti è la più organizzata e la più numerosa del mondo, anche se in termini assoluti essa si aggira intorno a non più di sei o sette milioni di individui. Storicamente è considerata una riserva di voti per il partito democratico, vantando un’antica tradizione liberal e progressista. Tra i due conflitti mondiali, e forse anche all’inizio della guerra fredda, fu addirittura sottoposta ad un’attenta sorveglianza da parte dell’intelligence federale perché sospettata (non a torto) di avere simpatie per il bolscevismo sovietico.

Naturalmente dopo il 7 ottobre 2023 tutti si sono schierati dalla parte di Israele. Poi col procedere dei massacri da parte dello Stato ebraico le cose sono cambiate. Oggi si possono distinguere grosso modo tre diversi posizionamenti. Una parte della comunità, costituita soprattutto dai più giovani, condanna apertamente le politiche genocide.

Quella che invece potremmo definire una posizione mediana, pur stando dalla parte di Israele vorrebbe un cambio di governo ed una sospensione degli attacchi indiscriminati nei confronti dei palestinesi. Infine vi sono i sostenitori senza condizioni delle politiche di cancellazione etnica per la costruzione della “grande Israele”.

Sono questi ultimi che possono essere definiti senza alcun dubbio come “sionisti ebraici”. Quantificarli è estremamente difficile, ma considerando i numeri complessivi della comunità dovrebbero aggirarsi al massimo non molto oltre i 2 milioni di individui.

Il fenomeno del “sionismo cristiano” nasce invece nell’ambito delle chiese evangeliche, che costituiscono oggi un fenomeno globale fortemente sottovalutato da analisti e opinione pubblica. Gli aderenti sono valutati attualmente a livello globale in circa 660 milioni e sono in costante crescita, rappresentando una vera opportunità per la credibilità e il sostegno allo Stato di Israele.

In questa sede ci occuperemo però solo degli Usa, dove sono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di fedeli, che costituiscono in pratica (come minimo) il 25% dei cittadini aventi diritto al voto, tutti di provata fede repubblicana. Se si considera che la partecipazione elettorale negli States è molto bassa ed è invece quasi certamente più alta tra gli affiliati alle varie chiese, si può facilmente sostenere che essi costituiscono la fondamentale base elettorale repubblicana. Anzi si potrebbe addirittura ribaltare il discorso ed azzardare che il Partito Repubblicano è ormai (o sta per divenire) una espressione diretta dell’evangelismo.

Per quanto riguarda in particolare il sionismo cristiano esso è valutato tra i 20 e i 40 milioni di individui. Ma probabilmente si tratta di una sottostima considerando che ormai tutto il mondo evangelico si muove verso questa direzione. In ogni caso, anche con questi numeri abbiamo tra i 10 e i 20 sionisti cristiani per ogni sionista ebreo (naturalmente ci riferiamo sempre all’ambito Usa).

Ma in che cosa consiste esattamente il sionismo cristiano?

L’idea di partenza nasce da una lettura letterale di alcuni passi della Bibbia che fanno pensare ad un ritorno in massa degli ebrei nella “terra promessa”. Naturalmente non si tratta di un atto di pura generosità da parte dei cristiani, ma del fatto che questa idea viene associata a quella, veramente centrale in ambito evangelico, di un prossimo ritorno di Cristo nel nostro mondo.

Il discorso è complesso e ha diverse varianti, ma per quel che serve ai nostri scopi, basterà sottolineare che stavolta Cristo non verrebbe per morire in croce ma per governare il mondo almeno per i prossimi mille anni, condannando i rei e beatificando i giusti. In questa prospettiva agli Ebrei tornati ad Israele a ricostituire le condizioni originarie, viene offerta come una seconda chance. Essi potranno accogliere il Messia ritornato salvandosi, o saranno dannati per sempre. In attesa di quel giorno però il sostegno allo Stato sionista resta incondizionato.

Una curiosità che vale la pena sottolineare è che, almeno per certi versi, si può dire che il sionismo cristiano sia nato addirittura prima di quello ebraico. Quest’ultimo, come è noto, ha una precisa data d’inizio, quando il suo fondatore, il giornalista ebreo-ungherese Theodor Herzl convocò il primo congresso sionista mondiale a Basilea nel 1897. Si dà tuttavia il caso che del ritorno degli Ebrei nella terra promessa in ambito cristiano si discuteva da tempi immemorabili.

Un solo esempio (particolarmente interessante), giusto per restare nell’ambito degli Usa: nel 1844 un accademico dal nome familiare di George Bush (guarda caso progenitore degli omonimi recenti presidenti statunitensi) scrisse un libro in cui erano precisati gli aspetti salienti del moderno sionismo cristiano, destinato poi a vendere la cifra ragguardevole di un milione di copie.

Tornando al presente è veramente notevole, e diremo decisiva ai fini di quanto vogliamo dimostrare, la presenza di personaggi di spicco del sionismo cristiano in ruoli chiave delle due presidenze di Donald Trump. Rispetto al primo mandato erano (e sono) evangelici e sionisti dichiarati addirittura le due più importanti figure dell’amministrazione e massimi collaboratori del tycoon: Mike Pence, vicepresidente e Mike Pompeo, segretario di Stato.

Nell’attuale amministrazione spicca con le stesse caratteristiche Pete Hegseth segretario della difesa, oltre ad una miriade di funzionari di rango inferiore che qui tralasciamo.

La lotta per la salvezza dei palestinesi e per la sconfitta del sionismo si annuncia lunga e difficile, e per quanto abbiamo detto (se mai ce ne fosse stato bisogno) non ha nulla a che vedere con le religioni in sé, ma piuttosto con le loro derive frutto di continue manipolazioni ideologiche e politiche.

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22/07/2024

USA - Biden si ritira e lancia la Harris. Trump ancora più sicuro della vittoria

Alla fine, ieri il presidente degli Stati Uniti ha deciso di ritirarsi dalla corsa per il rinnovo del suo mandato. Dopo mesi di polemiche e figuracce pubbliche, Biden accetta di fare un passo di lato (come ormai gli andava chiedendo una parte importante del suo partito).

L’attuale inquilino della Casa Bianca ha deciso di raccomandare il nome di Kamala Harris, la sua vicepresidente. Che si è subito detta onorata e pronta a “guadagnare e vincere questa nomination”, unendo il Partito Democratico intorno a sé per sconfiggere Trump.

In meno di una giornata, i democratici hanno ricevuto ulteriori 46,7 milioni di dollari di donazioni. A significare anche il sollievo con cui questa scelta di Biden è stata accolta, anche se l’investitura della Harris non è ancora certa.

Per delle veloci primarie si sono espressi, infatti, sia Nancy Pelosi sia Barack Obama, due nomi di non poco conto. Vi sono alcuni governatori che potrebbero giocarsi con la Harris il posto di comando, e potrebbero allo stesso tempo ambire alla carica di vicepresidente.

Dall’altra parte della corsa alla presidenza, Donald Trump, in una telefonata alla CNN ha subito dichiarato che Biden “passerà alla storia come il presidente di gran lunga peggiore”. Si è pure detto convinto che la Harris sarebbe un’avversaria ancora più facile da battere.

Trump ha affermato anche che “se [Biden] non può ricandidarsi, non può governare il nostro paese”. Diversi repubblicani hanno infatti chiesto che l’attuale presidente si dimetta, paventando addirittura l’ipotesi di impeachment.

Fuori dagli Stati Uniti, la notizia ha portato considerazioni che diremmo interlocutorie. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha detto che “mancano quattro mesi alle elezioni. È un periodo lungo nel quale molto può cambiare. È meglio seguire da vicino ciò che accadrà dopo”.

In Europa, invece, Josep Borrell, Alto rappresentante UE per gli affari esteri, ha ricordato che le relazioni con Washington saranno differenti a seconda del vincitore di novembre. Se Biden “pensa che un altro candidato possa avere più forza per vincere le elezioni per i democratici, rispettiamo la decisione”.

Quello che non cambierà saranno le mire imperialistiche euroatlantiche, che potranno muoversi su indirizzi diversi a seconda di chi vivrà alla Casa Bianca, ma rimarranno saldamente contrarie all’emergere di un mondo multipolare.

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21/07/2024

Spettri di Working Class, il classico strumento repubblicano per vincere le presidenziali

Paul Samuelson, per quanto sia stato un genio della astrazione economica e della regolazione dei mercati, ci ha lasciato modelli matematici di efficienza delle transazioni di borsa che, nella realtà, si sono paradossalmente rivelati soprattutto strumenti ideologici. Invece della regolazione promessa, infatti, hanno generato veri e propri disastri sociali, come la condizione disperata delle classi subalterne del Midwest americano, raccontata in “Hillbilly Elegy” , in italiano “Elegia americana” da J.D. Vance, oggi candidato vicepresidente a fianco di Donald Trump. Vance rappresenta più mondi: da quello originario, la classe operaia devastata dalla crisi permanente dopo il crollo del fordismo, a quello dei proletari che si arruolano per sfuggire alla miseria e vanno in Iraq, scrittore per poi rappresentare la mobilità verso l’alto del sogno americano e quindi laurea, dottorato di ricerca in giurisprudenza, consulenza a società di investimenti di rischio nel settore tecnologico, seggio vinto al senato, infine candidatura alla vicepresidenza degli Stati Uniti.

Vance, che un tempo aderiva al movimento “Never Trump”, oltre ad aver costruito con “Hillbilly Elegy” un potente dispositivo narrativo che parte dalla letteratura per arrivare a Netflix, ha così una biografia che riassume le figure necessarie per vincere le elezioni alle presidenziali: classi subalterne, ceto medio patriottico, laureati, finanza, politica. Con la ex classe operaia, unita ai suoi nemici rielaborati in modo straniante dal neoliberismo, come elemento sofferente ma popolare, caldo, genuino in grado di moltiplicare il consenso, e i voti, nel popolo.

Il paradosso qui è permanente: la teoria che prometteva di controllare le criticità del mercato ha prodotto una devastazione sociale che ora viene strumentalizzata dai “vincitori” del capitalismo deregolato per ottenere consenso politico. La narrazione di Vance, persino esagerata per quanto contiene risentimento e disillusione, non contiene infatti la richiesta di un nuovo socialismo ma è un efficace strumento di propaganda per la destra repubblicana. Se la crisi del ’29 aveva prodotto, come reazione letteraria, Steinbeck ai nostri giorni i terremoti finanziari degli anni 2000, compreso il “big one” del 2009, hanno prodotto i Vance.

Siamo di fronte a un simulacro della lotta di classe, nel quale la disperazione delle classi subalterne viene sfruttata per favorire l’ascesa al potere di una frazione di super-ricchi. Ma perché questa strategia funziona? Perché l’America profonda si riconosce in questa narrazione dopo essere stata tradita proprio dal sogno americano ?

Una risposta sta nella capacità di socializzazione, di connessione collettiva che il simulacro possiede nelle società come le nostre. Il simulacro, governa la relazione tra realtà e copia, si produce all’interno delle società altamente tecnologiche ed è esattamente la forma generativa attraverso il quale la tecnologia produce la propria particolare forma di realtà. Il simulacro della lotta di classe, sganciato dal paradigma socialista, materialistico, implementato all’interno di una più vasta cornice narrativa repubblicana e ultraliberista, viene così utilizzato come elemento di moltiplicazione dei consensi, rappresentando i valori di fondo del popolo che lavora, e infine potenziato su tutte le piattaforme mediali e social.

Baudrillard, che sosteneva una teoria socialmente implosiva del simulacro, scriveva che il simulacro non nasconde la verità semplicemente è la verità che nasconde il niente. La verità di un dispositivo di comunicazione politica, quello repubblicano, che come simulacro della lotta di classe, ha funzionato nel 2016 e, come allora, nasconde il niente di progresso e di emancipazione sociale che riuscirà a realizzare Donald Trump.

Così tra cattedrali di modelli matematici di regolazione economico-finanziaria che producono macerie e simulacro nei processi di socializzazione legati alla politica si sviluppa un nuovo capitolo nella storia sociale del capitalismo.

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08/05/2024

Dagli Stati Uniti minacce alla Corte Penale Internazionale, per conto di Israele

Dodici senatori repubblicani hanno firmato una lettera di intimidazione vera e propria all’ufficio del procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi), Karim Ahmad Khan, in cui minacciano “dure sanzioni” e di “prendere di mira” la Corte penale, nel caso quest’ultima emetta una mandato d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Le minacce contro la Corte Penale Internazionale arrivano non a caso mentre Israele sta scatenando l’offensiva militare su Rafah con il rischio di nuove stragi tra la popolazione palestinese.

La lettera, che ha per primi firmatari il senatore repubblicano dell’Arkansas Tom Cotton e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, ha i toni di un perentorio avvertimento: “Scriviamo in merito ai rapporti secondo cui la Corte penale internazionale potrebbe valutare di spiccare mandati d’arresto internazionale contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri funzionari israeliani. Tali azioni sono illegittime e prive di fondamento legale, e se intraprese condurranno a dure sanzioni nei tuoi confronti e nei confronti della tua istituzione”, afferma la lettera indirizzata a Khan, che viene accusato dai 12 senatori di voler “punire Israele per legittime azioni di autodifesa”.

Tra gli altri firmatari ci sono il leader della minoranza Mitch McConnell e i senatori Marsha Blackburn, Katie Britt, Kevin Cramer, Ted Budd, Ted Cruz, Bill Hagerty, Pete Ricketts, Marco Rubio, Rick Scott e Tim Scott.

La lettera si conclude con una aperta minaccia: “Gli Stati Uniti non tollereranno attacchi politicizzati da parte della Cpi contro i loro alleati. Prendete di mira Israele, e noi prenderemo di mira voi. Se procederete con le misure indicate nel rapporto, ci attiveremo per porre fine a ogni forma di sostegno Usa alla Cpi, sanzioneremo i vostri dipendenti e associati, e vieteremo l’ingresso negli Stati Uniti a voi e alle vostre famiglie. Siete stati avvertiti”.

I senatori statunitensi fanno finta di ignorare che gli Stati Uniti sono tra i paesi che non riconoscono la Corte Penale Internazionale.

Riportando il contenuto della missiva, il quotidiano The Hill sottolinea infatti che né gli Stati Uniti, né Israele sono membri della Corte penale internazionale, e che la Casa Bianca ha già affermato di non sostenere alcuna indagine della Corte in merito ai presunti crimini di guerra commessi da Israele nell’ambito della Guerra in corso a Gaza.

Il quotidiano ricorda però che gli Stati Uniti hanno invece sostenuto con convinzione la decisione della Corte di spiccare un mandato d’arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per i presunti crimini di guerra commessi dalle forze russe in Ucraina: lo scorso anno Biden definì il mandato d’arresto nei confronti del presidente russo “giustificato”.

Il quotidiano statunitense Politico ricorda che l‘anno scorso, i senatori Cotton, Cruz e Rubio hanno presentato un disegno di legge per sanzionare i funzionari della CPI che indagano o perseguono le truppe statunitensi e gli alleati che non riconoscono l’autorità della corte, come Israele.

La scorsa settimana, i legislatori conservatori, tra cui il presidente Mike Johnson, hanno esortato l’amministrazione Biden a chiedere che la Corte si astenga dal prendere di mira alti funzionari israeliani mentre indaga sulle accuse di crimini di guerra durante il conflitto a Gaza.

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04/05/2024

USA - I partiti della guerra, il candidato per la pace, le elezioni di novembre

Democratici e Repubblicani si stanno superando a vicenda per dimostrare chi può portarci alla Terza Guerra Mondiale più velocemente. Joe Biden e i Democratici del Congresso stanno facendo un tentativo convincente per essere i principali guerrafondai.

I Democratici del Congresso hanno appena votato unanimemente – 210 a 0 – per estendere la guerra in Ucraina con altri 61 miliardi di dollari per uccidere più russi e ucraini, e – con una maggioranza asimmetrica di 173 a 37 per altri 14 miliardi di dollari per estendere il massacro di massa dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.

Donald Trump ha affermato prima del voto che la sopravvivenza e la forza dell’Ucraina sono “importanti per noi” e che l’Europa dovrebbe pagare di più.

Il presidente repubblicano Mike Johnson ha fatto la sua parte per il bellicismo definendo la Russia, la Cina e l’Iran Asse del Male. L’insulto è arrivato giusto in tempo perché il Segretario di Stato Blinken volasse in Cina per minacciare ulteriori sanzioni statunitensi se la Cina commercia con la Russia in modi che gli Stati Uniti disapprovano.

Il più forte candidato presidenziale per la pace è Jill Stein, del Partito dei Verdi, che è sulla buona strada per apparire sulle schede elettorali in tutto il paese. Il Partito dei Verdi è a buon punto nell’ottenere il pieno accesso nazionale e sta lavorando molto duramente per portare a termine questo compito.

Cornel West, un altro appassionato candidato per la pace, è al ballottaggio in alcuni stati, ma come candidato indipendente deve affrontare spese proibitive per l’accesso al voto a causa di un sistema ingiusto truccato dai due principali partiti.

Robert F. Kennedy Jr., ahimè, è un candidato per la pace solo per quanto riguarda la guerra in Ucraina, cui dice vada posta fine attraverso la diplomazia; ma che sostiene strenuamente la guerra di Israele a Gaza piuttosto che la diplomazia, che invece sarebbe necessaria in modo urgente per porre fine alla guerra.

Su base bipartisan, la Casa Bianca e il Congresso stanno guidando il mondo verso una guerra globale. Washington non ha assolutamente alcuna strategia per far vincere la guerra all’Ucraina, ma è intenzionata ad armare l’Ucraina per uccidere il maggior numero possibile di russi, anche se la guerra uccide molti più ucraini.

Dall’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina, ho chiesto una pace negoziata, sottolineando la neutralità ucraina e la fine dell’allargamento della NATO, che è fortemente e comprensibilmente osteggiato dalla Russia come una minaccia esistenziale.

Eppure Biden e il Congresso continuano a insistere sull’allargamento della NATO all’Ucraina e quindi su una guerra più lunga ed intensa. Il risultato? L’Ucraina ha subito centinaia di migliaia di vittime e continue perdite territoriali.

Allo stesso tempo, Biden sta ora armando Israele per commettere crimini di guerra inconcepibili, con un ulteriore sostegno in arrivo in questi giorni. La complicità degli Stati Uniti nel massacro degli abitanti di Gaza da parte di Israele è fortemente respinta dal popolo americano, in particolare dai giovani, eppure Biden e il Congresso non stanno ascoltando il popolo.

Il governo del Sudafrica, con una denuncia alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), ha affermato con forza che Israele sta commettendo un genocidio. Eppure, quando gli studenti americani dicono la stessa cosa, vengono arrestati.

In effetti, la Corte Internazionale di Giustizia ha giudicato rapidamente che le azioni di Israele potrebbero violare la Convenzione sul genocidio del 1948, e sta lavorando in attesa di una sentenza definitiva, che richiederà più tempo.

Se tutto questo non bastasse, gli Stati Uniti continuano a intensificare le loro numerose provocazioni nei confronti della Cina. Gli Stati Uniti stanno imponendo nuove misure commerciali unilaterali, finanziarie e tecnologiche per ostacolare l’economia cinese.

Queste misure violano gli impegni americani ai sensi delle regole del commercio internazionale, eppure gli Stati Uniti le impongono sfacciatamente in ogni caso. Con un’altra azione paranoica e vendicativa, il Congresso ha anche votato oggi che TikTok deve essere venduto dai suoi proprietari cinesi a un proprietario statunitense.

Gli Stati Uniti hanno anche la faccia tosta di attaccare la Cina per la sua “sovracapacità” nella produzione manifatturiera. Il termine “sovracapacità” in realtà significa solo che la Cina produce grandi volumi di prodotti manifatturieri di alta qualità a prezzi molto bassi. I processi di produzione dei veicoli elettrici in Cina, ad esempio, sono sorprendentemente efficienti.

Più di recente, Biden ha inviato truppe statunitensi nell’isola di Kinmen, un’isola di Taiwan, in violazione della politica di “una sola Cina” che è alla base delle relazioni degli Stati Uniti con Pechino, e quindi della pace. Gli Stati Uniti hanno anche gratuitamente aumentato la retorica anti-cinese insieme ai leader di Giappone e Corea del Sud.

L’antagonismo dell’amministrazione Biden nei confronti dell’Iran è altrettanto implacabile e ipocrita. Il 1° aprile, Israele ha bombardato un complesso diplomatico iraniano, in una grave violazione del diritto internazionale.

Tuttavia, invece di condannare le azioni di Israele, gli Stati Uniti hanno bloccato le critiche a Israele nel Consiglio di sicurezza dell’ONU il giorno successivo. Quando l’Iran ha contrattaccato il 14 aprile, gli Stati Uniti ha aspramente criticato l’Iran e anche imposto nuove sanzioni. Washington fa di tutto per affermare questi due pesi e due misure.

Quindi, sommiamo tutto per quanto riguarda il presunto “asse del male”. Gli Stati Uniti rifiutano i negoziati con la Russia perché gli Stati Uniti vogliono usare la guerra in Ucraina per indebolire la Russia, anche se la guerra distrugge l’Ucraina.

Gli Stati Uniti si rifiutano di intraprendere qualsiasi azione per frenare il massacro di massa di Israele a Gaza.

Gli Stati Uniti provocano palesemente la Cina in molteplici modi.

Gli Stati Uniti puniscono l’Iran per l’escalation iniziata da Israele.

Non c’è un asse del male. Piuttosto, gli Stati Uniti hanno spinto la Russia, la Cina e l’Iran sempre più strettamente insieme di fronte all’implacabile e fuorviante militarismo statunitense.

Gli americani sono profondamente scontenti di tutto questo bellicismo. Solo il 33 per cento degli americani approva la politica estera di Biden. Biden è un neoconservatore da tutta la vita, che ha sostenuto l’espansione della NATO, le avventure militari e le operazioni di cambio di regime per decenni. Inoltre, non è in grado di guidare il paese per altri quattro anni e non dovrebbe in ogni caso ricandidarsi.

Nel frattempo, Trump, in qualità di presidente, ha armato l’Ucraina, ha disatteso l’accordo di Minsk II che avrebbe disinnescato la crisi e ha fatto di tutto per inimicarsi e abbandonare la diplomazia, sia con la Cina che con l’Iran.

Il mondo è più vicino che mai all’Armageddon nucleare, Mancano solo 90 secondi a mezzanotte secondo l’Orologio dell’Apocalisse del Bulletin of Atomic Scientists.

I due principali partiti americani non offrono agli americani alcuna voce in capitolo sulle questioni di vita e di morte della guerra e della pace. Entrambi sono partiti di guerra. Entrambi continuano a spalare più soldi e munizioni per cercare di nascondere i propri sconsiderati errori di calcolo del passato.

Entrambi i partiti servono anche gli stessi finanziatori: Wall Street, il complesso militare-industriale e i mega-ricchi, che finanziano i due partiti per fornire tagli alle tasse e ai sussidi per i ricchi, e l’allargamento della NATO e i contratti di armi per le industrie militari.

Pace e giustizia economica vanno quindi di pari passo.

La vera speranza per la sanità mentale della politica estera e per un’economia equa è la candidata principale per la pace, Jill Stein. Il lavoro principale per gli attivisti per la pace nelle prossime settimane è quello di garantire che la Stein arrivi effettivamente al ballottaggio in ogni stato a novembre, nonostante gli sfacciati tentativi dei due maggiori partiti di tenere fuori dal ballottaggio il Partito dei Verdi e i candidati pacifisti.

Mentre gli americani, in un numero record, chiedono una scelta politica al di fuori dei partiti della guerra falliti e di Wall Street, e soluzioni diplomatiche alle guerre che imperversano in tutto il mondo, un’ondata di elettori per la pace potrebbe benissimo manifestarsi a novembre. Se Stein è sulla scheda elettorale in tutta la nazione, gli elettori avranno questa scelta.

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30/04/2024

USA - I “Democratici” come i “Repubblicani” chiedono lo sgombero della Columbia University

Sono 21 i congressisti del Partito Democratico che hanno scritto al consiglio di amministrazione della Columbia University chiedendo lo sgombero definitivo della tendopoli degli studenti pro-palestinesi sul campus dell’ateneo.

Finora erano stati i congressisti repubblicani a far pressione sui dirigenti dell’università per porre fine alla protesta studentesca.

Una conferma in più dell’influenza del tutto trasversale della lobby sionista sui luoghi decisionali negli Stati Uniti.

“È ora che l’università agisca con decisione e assicuri la sicurezza di tutti gli studenti sgomberando l’accampamento. Il tempo dei negoziati è scaduto”, hanno scritto i deputati “democratici”: “La responsabilità ultima spetta al Consiglio di Amministrazione. Chi non se la sente, si deve dimettere”.

Hanno firmato la lettera, tra gli altri, i congressisti Josh Gottheimer e Dan Goldman, l’ex leader della maggioranza Dem alla camera Steny Hoyer e i colleghi Adam Schiff, Dean Phillips, Debbie Wasserman Schultz e Ritchie Torres.

La scorsa settimana, con il leader della maggioranza repubblicana alla Camera Mike Johnson in prima fila, numerosi deputati repubblicani avevano chiesto le dimissioni della preside dell’ateneo Minouche Shafik che, pur avendo chiamato la polizia nel campus, era stata giudicata troppo debole per gestire la situazione.

La Columbia University ha intanto annunciato di aver cominciato a sospendere gli studenti che hanno deciso di non sgomberare l’area nonostante la scadenza dell’ultimatum. Chi è sospeso non potrà partecipare al semestre o, se è all’ultimo anno, laurearsi.

Il Washington Post riferisce intanto che almeno 900 persone sono state arrestate negli Stati Uniti dall’inizio dell’ondata di proteste universitarie pro-Palestina. Il quotidiano definisce gli arresti “la più massiccia risposta di polizia all’attivismo nei campus universitari da anni a questa parte”, ma avverte anche che gli arresti potrebbero innescare nei prossimi mesi numerose battaglie legali nei confronti delle forze dell’ordine e delle amministrazioni universitarie, che hanno chiesto il loro intervento.

Le manifestazioni che da settimane animano i campus sull’intero territorio degli Stati Uniti sono state perlopiù caratterizzate da occupazioni e sit-in pacifici, ma sono talvolta degenerate in tafferugli tra i manifestanti che chiedono la fine delle ostilità a Gaza e i contromanifestanti pro-Israele.

Manifestanti e polizia si sono duramente affrontati lunedì all’Università di Austin, Texas, in uno scontro che ha portato a decine di arresti.

Al campus di Austin, un avvocato ha detto che almeno 40 manifestanti sono stati arrestati lunedì con l’accusa di violazione di domicilio, alcuni dei quali da agenti in tenuta antisommossa che hanno circondato circa 100 manifestanti seduti, trascinandoli o portandoli fuori uno per uno tra le urla. Un altro gruppo di manifestanti ha intrappolato la polizia e un furgone pieno di arrestati tra gli edifici, creando una massa di corpi e spingendo gli agenti a usare spray al peperoncino e dispositivi flash-bang per sgomberare la folla.

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20/12/2023

USA - Trump escluso dalle primarie in Colorado. Si infiamma la corsa alla Casa Bianca

Lo stato di salute della superpotenza che ha dominato gli ultimi 30 anni non è affatto buono.

La Corte Suprema del Colorado ha escluso Donald Trump dalla corsa presidenziale nel 2024 per quanto riguarda il proprio Stato, dichiarandolo ineleggibile per la Casa Bianca, a causa del suo coinvolgimento nell’”insurrezione” del 6 gennaio 2021, quando centinaia di suoi sostenitori assaltarono il Congresso.

Dal punto di vista formale, cioè legale, la decisione non fa probabilmente una grinza. Come molte altre iniziative giudiziarie che lo hanno “preso in considerazione”. Ma è prevedibile che anche questa volta il tycoon truffatore proverà a rovesciare il tavolo gridando al complotto dell’establishment nei suoi confronti.

Ed è anche evidente che questa volta il grado di conflittualità interna agli Usa può salire di livello. Impedire la sua partecipazione alle primarie di uno Stato – sui 50 totali – è un atto immediatamente concreto, che può cambiare tutta la corsa alla Casa Bianca (si voterà il primo martedì del prossimo novembre).

Mentre tutte le inchieste giudiziarie precedenti gettavano un’ombra sulla statura “morale” di The Donald, questa può bucare le ruote della sua macchina elettorale, obbligando i repubblicano a scegliersi un altro candidato. Inevitabilmente meno forte e conosciuto.

Trump ha annunciato subito di voler ricorrere alla Corte Suprema federale. Che, è bene ricordare, è di orientamento fortemente conservatore, grazie anche alle nomine fatte dallo stesso Trump quando era in carica (i membri della Corte Suprema sono a vita e sostituiti dal presidente solo dopo la morte).

La domanda cui i giudici supremi dovranno è se Trump è legittimato a candidarsi per ricoprire il ruolo di presidente degli Stati Uniti. Il pronunciamento varrà ovviamente non solo per il Colorado, ma per tutti gli altri Stati.

Per capire la portata della decisione nel Colorado: è la prima volta che negli Stati Uniti si esclude un candidato in base alla sezione 3 del 14esimo emendamento, secondo cui chiunque sia coinvolto in un’”insurrezione contro la Costituzione”, dopo aver giurato fedeltà a essa, non può diventare presidente.

Ma non è stata neanche questa una sentenza davvero convincente: la Corte Suprema statale ha infatti deciso con una votazione di 4 a 3. Il che lascia ampi margini di critica ai complottisti trumpiani, sempre sensibili a spiegazioni dietrologiche circa i problemi del loro idolo.

Casi simili erano stati del resto rigettati in Minnesota e New Hampshire. In Michigan un giudice ha invece stabilito che la questione era politica e non spettava a lui decidere, mentre secondo una corte d’appello Trump non andava tolto dalla corsa.

Come si vede, il quadro giuridico è tutt’altro che univoco. E inevitabilmente la partita si giocherà anche questa volta sul piano politico, con una radicalizzazione dello scontro che può avere esiti al momento poco prevedibili.

Che buona parte del mondo debba ancora essere “governato” da una potenza così in crisi di identità non è sicuramente “rassicurante”. Specie se spostiamo lo sguardo sui tanti fronti di guerra che gli Usa hanno aperto sotto la claudicante presidenza di Joe Biden.

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USA - Una risoluzione bipartisan al Congresso chiede di lasciar cadere le accuse contro Assange

Una risoluzione bipartisan del Congresso chiede alle autorità statunitensi di revocare tutte le accuse contro Assange, perché il suo era giornalismo e non spionaggio.

Il deputato repubblicano Paul Gosar ha presentato una risoluzione in cui si afferma che “le attività giornalistiche regolari” sono protette dal Primo Emendamento e che il governo degli Stati Uniti dovrebbe porre fine al procedimento giudiziario contro il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di aver pubblicato documenti militari statunitensi classificati.

La risoluzione bipartisan presentata mercoledì è stata co-sponsorizzata dai rappresentanti James McGovern, D-Mass.; Thomas Massie, R-Ky.; Marjorie Taylor Greene, R-Ga.; Anna Paulina Luna, R-Fla.; Eric Burlison, R-Mo.; Jeff Duncan, R-S.C.; Ilhan Omar, D-Minn., e Clay Higgins, R-La.

“Considerando che le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

Assange sta affrontando 17 capi d’accusa per presunta ricezione, possesso e comunicazione di informazioni classificate al pubblico ai sensi dell’Espionage Act e un’accusa di cospirazione per commettere intrusioni informatiche.

Le accuse sono state mosse dall’amministrazione Trump in relazione alla pubblicazione nel 2010 dei cablogrammi che l’analista dell’intelligence dell’esercito americano Chelsea Manning ha fatto trapelare a Wikileaks in dettaglio sui crimini di guerra commessi dal governo degli Stati Uniti a Guantánamo Bay, a Cuba, nel campo di detenzione, in Iraq e in Afghanistan. I materiali hanno anche esposto casi di tortura e rendition da parte della CIA.

Nella risoluzione si legge che Assange, un cittadino australiano, è stato accusato dal governo degli Stati Uniti per la presunta cospirazione per commettere intrusioni informatiche con l’accusa di aver aiutato Manning ad accedere ai computer del Dipartimento della Difesa senza autorizzazione, anche se Manning “aveva già accesso al computer menzionato, la presunta violazione dei computer del Dipartimento della Difesa era impossibile e non c’era alcuna prova che il signor Assange avesse avuto alcun contatto” (con Manning).

“Considerando che, nel 2010, WikiLeaks, un’organizzazione mediatica fondata da Julian Assange, ha pubblicato una cache di centinaia di migliaia di informazioni, tra cui documenti di valutazione dei detenuti di Guantánamo Bay, cablogrammi del Dipartimento di Stato, file sulle regole di ingaggio e altri rapporti militari degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

“Considerando che la divulgazione di queste informazioni ha promosso la trasparenza pubblica attraverso l’esposizione dell’assunzione di prostitute bambine da parte degli appaltatori del Dipartimento della Difesa, gli incidenti di fuoco amico, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili e l’uso della guerra psicologica da parte degli Stati Uniti“.

Assange è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra da quando è stato rimosso dall’ambasciata ecuadoriana l’11 aprile 2019, per aver “violato le condizioni della cauzione”.

Aveva chiesto asilo all’ambasciata dal 2012 per evitare di essere mandato in Svezia con l’accusa di aver violentato due donne, perché la Svezia non avrebbe fornito garanzie che lo avrebbe protetto dall’estradizione negli Stati Uniti. Le indagini sulle accuse di violenza sessuale sono state infine archiviate.

Se venisse estradato negli Stati Uniti dopo aver esaurito tutti i suoi appelli legali, Assange affronterebbe il processo ad Alexandria, in Virginia, e potrebbe essere condannato fino a 175 anni in un carcere di massima sicurezza americano.

La risoluzione arriva dopo molti altri sforzi bipartisan quest’anno da parte dei legislatori negli Stati Uniti e nel paese natale di Assange, l’Australia, che chiedono agli Stati Uniti di ritirare le accuse e porre fine alle loro richieste di estradizione.

Il mese scorso, infatti, più di una dozzina di legislatori statunitensi hanno sottoscritto una lettera firmata da McGovern e Massie, che è stata inviata al presidente Biden esortandolo a porre fine all’accusa contro Assange.

A settembre, una delegazione di legislatori australiani ha visitato Washington, D.C., per incontrare funzionari statunitensi e sostenere la libertà di Assange.

In occasione del quarto anniversario dell’arresto di Assange ad aprile, la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, ha inviato una lettera al Dipartimento di Giustizia firmata da alcuni membri della Camera chiedendo di ritirare le accuse.

Nel 2020, una risoluzione simile è stata presentata da Massie e dall’ex deputata Tulsi Gabbard, che era una democratica mentre era in carica, che ha difeso la stampa libera e ha chiesto il ritiro delle accuse contro Assange. Massie ha anche precedentemente sponsorizzato una legislazione bipartisan per riformare l’Espionage Act e proteggere informatori e giornalisti.

Nessun editore era stato incriminato ai sensi dell’Espionage Act fino ad Assange, che molti sostenitori della libertà di stampa descrivono come un pericoloso precedente destinato a criminalizzare il giornalismo.

I pubblici ministeri statunitensi e i critici di Assange hanno sostenuto che la pubblicazione di materiale classificato da parte di WikiLeaks ha messo a rischio la vita degli alleati degli Stati Uniti, ma non ci sono prove che la pubblicazione dei documenti abbia messo in pericolo qualcuno.

“Considerando che il successo dell’incriminazione del signor Assange ai sensi dell’Espionage Act creerebbe un precedente che consentirebbe agli Stati Uniti di perseguire e imprigionare i giornalisti per attività protette dal Primo Emendamento, tra cui l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, cosa che si verifica regolarmente“, si legge nella risoluzione di mercoledì.

“Considerando che la libertà di stampa sancita dal Primo Emendamento è essenziale per promuovere la trasparenza pubblica ed è una salvaguardia cruciale per la nostra Repubblica“.

“Considerando che numerosi difensori e organizzazioni per i diritti umani, la libertà di stampa e i diritti alla privacy hanno rivelato il loro sincero e fermo sostegno al signor Assange“, ha aggiunto la risoluzione.

Inoltre, i redattori e gli editori di questi organi di stampa statunitensi ed europei che hanno lavorato con Assange alla pubblicazione di estratti da oltre 250.000 documenti ottenuti nella fuga di notizie di Cablegate – The Guardian, The New York Times, Le Monde, Der Spiegel e El País – hanno scritto una lettera aperta l’anno scorso chiedendo agli Stati Uniti di ritirare le accuse contro Assange.

L’amministrazione Obama ha deciso di non incriminare Assange nel 2013 per la pubblicazione dei cablogrammi riservati da parte di WikiLeaks nel 2010 perché avrebbe dovuto incriminare anche i giornalisti delle principali testate giornalistiche che hanno pubblicato gli stessi materiali.

L’ex presidente Obama ha anche commutato la condanna a 35 anni di Manning per violazioni dell’Espionage Act e altri reati a sette anni nel gennaio 2017, e Manning, che era in carcere dal 2010, è stato rilasciato più tardi nello stesso anno.

Ma il Dipartimento di Giustizia dell’ex presidente Trump si è successivamente mosso per incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act, e l’amministrazione Biden ha continuato a perseguire il suo processo.

Durante l’amministrazione Trump, la CIA avrebbe avuto in programma di uccidere Assange per la pubblicazione di strumenti di hacking sensibili dell’agenzia noti come “Vault 7”, che secondo l’agenzia rappresentavano “la più grande perdita di dati nella storia della CIA“, ha riferito Yahoo nel 2021.

L’agenzia è stata accusata di aver discusso “ai più alti livelli” dell’amministrazione sui piani per assassinare Assange a Londra e ha seguito gli ordini dell’allora direttore della CIA Mike Pompeo di redigere “schizzi” e “opzioni” di uccisione.

La CIA aveva anche avanzato piani per rapire Assange e aveva preso la decisione politica di incriminarlo, secondo il rapporto.

WikiLeaks ha anche pubblicato comunicazioni interne nel 2016 tra il Comitato Nazionale Democratico e la campagna della candidata presidenziale Hillary Clinton che hanno rivelato i tentativi del DNC di sostenere Clinton nelle primarie democratiche di quell’anno.

La risoluzione di Gosar afferma che “le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, che “la libertà di stampa del Primo Emendamento promuove la trasparenza pubblica ed è cruciale per la Repubblica Americana“, che “il governo federale dovrebbe far cadere tutte le accuse e i tentativi di estradizione di Julian Assange” e che “il governo federale consente a Julian Assange di tornare a casa la sua nativa Australia, se lo desidera“.

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13/12/2023

Zelenski a Washington raccatta le briciole e “pacche sulle spalle”

Il presidente ucraino era arrivato a Washington con la richiesta di sbloccare 60 miliardi di dollari in aiuti militari ed economici per Kiev. Ma la Casa Bianca ha stanziato solo 200 milioni di dollari (di cui 110 già previsti) in fondi per il prelievo per l’Ucraina. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha risposto così alle incessanti richieste di Zelensky durante la sua visita a Washington.

“Le preoccupazioni per la mancata continuazione del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina stanno crescendo dopo mesi di scontri interni al Congresso Usa sulla spesa pubblica, compresi gli aiuti militari per l’Ucraina” scrive il giornale ucraino Kyev Indipendent.

I repubblicani statunitensi hanno infatti bloccato il disegno di legge sul finanziamento con un voto ristretto il 6 dicembre, insistendo sul fatto che qualsiasi ulteriore aiuto per l’Ucraina o Israele deve includere cambiamenti significativi alla politica di confine e immigrazione degli Stati Uniti.

“Senza finanziamenti supplementari, stiamo rapidamente finendo la nostra capacità di aiutare l’Ucraina a rispondere alle urgenti richieste operative che ha”, ha detto Biden. “Putin punta sul fatto che gli Stati Uniti non riescano a fornire risultati all’Ucraina. Dobbiamo, dobbiamo, dobbiamo dimostrargli che si sbaglia”.

Il pacchetto di aiuti annunciato da Biden, probabilmente sarà uno degli ultimi fino a quando il Congresso non approverà ulteriori finanziamenti. I prelievi consentono alla Casa Bianca di utilizzare le scorte del Dipartimento della Difesa per fornire aiuti militari in situazioni di crisi.

Relativamente ad un eventuale finanziamento all’Ucraina entro l’anno, il decano dei senatori repubblicani Mc Donnell ha affermato che “Non sarà facile. Abbiamo molto lavoro da fare a gennaio. E se fosse possibile approvarlo prima, sarei favorevole”, ha detto McConnell ai giornalisti. “Ma non possiamo farlo senza il pieno impegno della Casa Bianca e, in ultima analisi, della persona che può convertire qualcosa in legge”.

Secondo il giornale statunitense Politico, queste osservazioni “escludono essenzialmente la prospettiva di ulteriori aiuti per l’Ucraina questo mese, nonostante gli avvertimenti dell’amministrazione Biden per il quale il Congresso doveva agire quest’anno per evitare battute d’arresto significative per lo sforzo bellico di Zelenskyy contro la Russia”.

In un commento l’agenzia russa Ria Novosti avanza l’ipotesi che che l’incontro tra i due leader “abbia avuto motivazioni più profonde, personali”. Il fatto è che a Washington “molti stanno davvero pensando di sostituire Zelensky con una figura più gestibile. La stessa cosa la pensano anche a Londra promuovendo regolarmente Zaluzhnyi”. Secondo la Ria Novosti “Joe Biden si trova esattamente nella stessa situazione. Anche lui ha un’elezione alle porte, ed è estremamente impopolare”.

Sui contrasti interni al regime di Kiev, l’agenzia Interfax Ukraine riporta che il nuovo ministro della Difesa ucraino Rustem Umerov ha affermato che la questione delle possibili dimissioni del comandante in capo delle forze armate ucraine (AFU) Valeriy Zaluzhny e del comandante delle forze congiunte dell’AFU Serhiy Nayev non è all’ordine del giorno. “Non abbiamo un problema del genere all’ordine del giorno. So che è stato sollevato dentro e fuori il paese”. Ma si capisce ormai ovunque come l’aria che tira a Kiev non sia del tutto salubre per la attuale leadership.

Inoltre le ultime informazioni sul campo segnalano una progressione delle forze russe nella regione est e a sud nel settore di Zaporizhzhia. Secondo alcune fonti, inoltre, sono a rischio anche le posizioni ucraine attorno alla località di Marinka, nell’oblast orientale di Donetsk.

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13/09/2023

USA - Impeachment per Biden, la corsa per le presidenziali a colpi di giustizia

Ieri Kevin McCarthy, speaker della Camera statunitense, ha annunciato l’avvio delle procedure per aprire un’indagine per impeachment contro Biden. Le accuse riguardano ostruzione, corruzione e abuso di potere, e si concentrano in particolare sui benefici che il presidente avrebbe ottenuto dagli affari del figlio Hunter.

McCarthy, repubblicano strettamente legato a Trump, aveva seguito il tycoon nel difficile passaggio delle scorse presidenziali (pur condannando poi l’attacco al Campidoglio) e da lui era venuto infine il via libera per l’elezione alla terza carica del paese. Ora «restituisce il favore» in una lotta sempre più serrata per la Casa Bianca.

Egli ha infatti affermato che Biden “ha mentito al popolo americano sugli affari esteri della propria famiglia”, in riferimento ad alcuni accordi stipulati dal figlio Hunter con governi stranieri, tra cui Cina e Ucraina. Vi sono inoltre accuse per cui il Dipartimento di Giustizia avrebbe ostacolato le indagini in questa direzione.

Non ci sono prove dirette del coinvolgimento del presidente statunitense in attività illecite, ma l’obiettivo di McCarthy è proprio quello di usare l’impeachment per imporre a Biden di rispondere a domande finora eluse. E ovviamente quello di mettere sotto pressione il presidente uscente.

Uno dei portavoce della Casa Bianca, Ian Sams, ha commentato dicendo che i precedenti 9 mesi di indagini hanno dimostrato l’estraneità di Biden ai fatti contestati e al processo del figlio. In un post su X (il fu Twitter) ha scritto che si tratta di “estremismo politico nella sua forma peggiore”, richiamando in questo modo anche i fatti di Capitol Hill.

Ma anche i democratici sanno che si tratta di un gioco delle parti, anche se certamente più turbolento di quello che siamo abituati a vedere quando si parla di Washington, a dimostrazione della grave crisi politica del paese.

Un imputato per lato, Trump e Biden, anche se è da vedere se si arriverà a una qualche sentenza concreta.

La decisione di McCarthy serve inoltre, e forse ancor più che per la corsa presidenziale, a ricucire gli strappi interni ai repubblicani. Lo speaker era sotto scacco da mesi da parte della corrente più reazionaria del partito, guidata dal rappresentante trumpiano della Florida Matt Gaetz, che però ci ha tenuto a sottolineare come l’impeachment sia solo “un piccolo passo”.

Difatti, a McCarthy rimane il nodo della scadenza del 30 settembre per il finanziamento del governo rispettando le promesse fatte all’House Freedom Caucus (l’ala più conservatrice dei repubblicani) per la sua elezione. Se dovesse affidarsi ad alcuni democratici, Gaetz ha già fatto intendere che non avrebbero problemi a rimuoverlo dalla sua posizione.

Probabilmente ad ora non ci sono nemmeno i numeri per porre davvero sotto stato d’accusa Biden. Intanto però il “piccolo passo” ha permesso di allungare ombre su sue relazioni con il grande nemico cinese e con un’Ucraina verso cui il sostegno comincia a vacillare, soprattutto nell’elettorato a cui «l’elefantino» si rivolge.

La corsa alle presidenziali sta entrando nel vivo, con un establishment a stelle e strisce sempre più lacerato. E soprattutto lontano da un sentimento popolare acceso innanzitutto dalla retorica trumpiana, che ormai va ben oltre le capacità di controllo del tycoon.

Sarà una fase da seguire con attenzione per le ripercussioni mondiali della morente egemonia USA.

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31/03/2023

USA - Fiato sospeso per l’arresto di Trump

Donald Trump dovrebbe consegnarsi alle autorità giudiziarie martedì prossimo 4 aprile. Un gran giurì del tribunale di New York ha votato per l’incriminazione dell’ex presidente Usa per aver comprato nel 2016 il silenzio dell’attrice porno Stormy Daniels affinché mantenesse segreta una loro relazione.

Il Time riferisce che i funzionari dell’intelligence hanno registrato un aumento della retorica violenta dopo che la notizia del possibile atto d’accusa si è diffusa il 18 marzo, con la maggior parte delle minacce rivolte alle forze dell’ordine, ai giudici e ai funzionari governativi di New York.

Diverse agenzie della sicurezza hanno discusso potenziali piani di sicurezza per le vicinanze del tribunale penale di Manhattan. Il dipartimento di polizia di New York ha comunicato ai suoi 36.000 agenti di essere mobilitati e pronti a rispondere a qualsiasi potenziale protesta o disordini

Trump è il primo presidente o ex presidente della storia americana a essere incriminato. Nei suoi confronti pendono oltre trenta capi di accusa per frode aziendale. L’ufficio del procuratore ha contattato i legali di Trump per la consegna dell’ex presidente, che dovrà presentarsi in tribunale a Manhattan, presumibilmente all’inizio della prossima settimana, affinché un giudice gli comunichi l’accusa, e sarà posto agli arresti per un breve periodo, per sottoporsi a procedure quali la foto segnaletica e la rilevazione delle impronte digitali. Dovrà quindi dichiararsi colpevole o non colpevole.

Ma l’ex presidente Usa, non intende arrendersi e ha mobilitato sia gli alleati chiave al Congresso, che i suoi sostenitori nell’America profonda alla ricerca di sostegno.

Trump avrebbe già parlato con alcuni leader del partito alla Camera e con i membri della commissione che intende mettere sotto inchiesta il procuratore distrettuale Alvin Bragg, ovvero il titolare dell’indagine che ha portato all’incriminazione di Trump.

Il governatore della Florida, Ron De Santis, ritenuto il principale competitore repubblicano di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, stavolta si è subito schierato a sostegno del suo rivale, annunciando che non concederà l’estradizione per trasferirlo a New York: “La Florida non risponderà alla richiesta di estradizione”. “La strumentalizzazione del sistema giudiziario per far avanzare un’agenda politica – ha commentato De Santis su Twitter – capovolge lo stato di diritto ed è anti-americana“.

Dal canto suo Trump sta mobilitando anche la sua base sociale attraverso un appello diffuso via mail. “Il deep state – scrive Trump nella email – userà qualsiasi cosa avrà a disposizione per chiudere il movimento che tu hai messo al primo posto“. “Noi – si legge ancora nel messaggio di Trump – stiamo vivendo il capitolo più buio della storia americana. Da quando ho cominciato a correre per la carica di presidente da completo outsider politico, la corrotta classe al potere ha cercato di chiudere il movimento America First”.

Dentro il Partito Repubblicano crescono le prese di posizione che a sostegno dell’ex presidente. Il senatore Lindsey Graham, uno dei leader del Partito Repubblicano, ha duramente contestato le accuse contro Trump. “Questo – ha dichiarato in un’intervista a Fox News – è letteralmente un vodoo legale. Questa è una persecuzione politica, questa è la combinazione di odio politico e persecuzione selettiva”. Un’analoga reazione arriva anche dall’ex vice presidente degli Stati Uniti e probabile candidato alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali del 2024, Mike Pence, che ha definito l’incriminazione dell’ex presidente, Donald Trump, una “persecuzione politica”. “Penso che la stragrande maggioranza del popolo americano la vedrà in questo modo”, ha aggiunto l’ex vice di Trump in un’intervista alla Cnn.

“Arrivando in un momento di profonde divisioni politiche, è probabile che le accuse rafforzino piuttosto che rimodellare le prospettive di scontro tra coloro che ritengono che la resa dei conti giudiziaria fosse attesa da tempo e coloro che ritengono che Trump sia preso di mira per scopi politici da un procuratore democratico” scrive l’Associated Press.

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04/02/2023

Se ogni protesta diventa “terrorismo” negli USA

Si può essere accusati di terrorismo per aver lanciato bottiglie o rotto la vetrina di una banca? Può succedere ad Atlanta, dove lo stato della Georgia ha mosso gravi accuse di terrorismo interno a undici persone che manifestano da dicembre contro la costruzione di un imponente complesso di polizia noto come Cop City.

Il governatore Brian Kemp ha giustificato la severa punizione su Twitter, dicendo: «La violenza e la distruzione illegale di proprietà non sono atti di protesta. Sono crimini che non saranno tollerati in Georgia e saranno perseguiti a fondo». Giovedì scorso, Kemp ha firmato un decreto che proclama lo stato di emergenza e autorizza il dispiegamento di un migliaio di truppe della Guardia nazionale per arrestare i manifestanti che si oppongono a Cop City. Lo stato di emergenza durerà due settimane, fino al 9 febbraio.

Il concetto di «perseguire del tutto» sostenuto da Kemp è cambiato dal 2020. Durante le proteste per l’assassinio di George Floyd che hanno riempito le strade del centro di Atlanta, la maggior parte dei manifestanti arrestati è stata portata nella prigione della città per reati che includevano condotta disordinata, furto con scasso e danni alla proprietà.

Ora, due anni dopo, le autorità georgiane stanno trasformando i reati contro il patrimonio e il vandalismo relativamente minore da parte di manifestanti contro Cop City come atti di terrorismo. Se condannati, gli attivisti rischiano fino a trentacinque anni di carcere, che nello stato della Georgia è una pena simile all’omicidio di secondo grado. Come siamo arrivati fin a questo punto?

Tensioni ad Atlanta

Mentre camminavo ad Atlanta sabato sera, mi sono fermato alla vista di un Humvee in stile militare, marchiato Stato della Georgia, che mi sfrecciava davanti. Un uomo vestito con un’uniforme scura era appollaiato sul portellone del veicolo, con le mani che stringevano un fucile d’assalto mentre fissava il traffico.

Era diretto in centro – e velocemente – per rispondere a un corteo contro la costruzione di Cop City, che precede il centro di addestramento della polizia di ottantacinque acri da 90 milioni di dollari nella foresta appena a sud di Atlanta, e contro la recente uccisione da parte della polizia dell’attivista ventiseienne Manuel Esteban Paez Terán.

Nel giro di un’ora, sei manifestanti sono stati fermati e arrestati con l’accusa di aver dato fuoco a un’auto della polizia e aver rotto le finestre dell’edificio della Atlanta Police Foundation e di una banca Wells Fargo. Ognuno di loro ora deve affrontare quattro capi di imputazione: terrorismo interno, incendio doloso di primo grado, danneggiamento e interferenza con la proprietà del governo. A quattro di loro il giudice ha negato la libertà su cauzione.

Quelle accuse non erano un’anomalia: a dicembre, le autorità della Georgia hanno arrestato altri cinque attivisti per aver lanciato sassi e bottiglie contro veicoli di emergenza vicino al sito di Cop City e sono stati inquisiti in forme analoghe.

Il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti è l’agenzia che tradizionalmente formula accuse relative al terrorismo, ma trentaquattro stati dopo l’11 settembre hanno promulgato leggi che trasformano gli atti di terrorismo e/o il fornire supporto ai terroristi anche in reati statali.

L’attuale legge sul terrorismo della Georgia è stata adottata nel 2017 con il sostegno bipartisan in seguito alla sparatoria di massa di Dylann Roof in una chiesa nera nella Carolina del Sud che ha provocato la morte di nove parrocchiani. Ha creato un nuovo dipartimento statale per la sicurezza interna e ha definito il reato di terrorismo interno come la commissione di qualsiasi crimine inteso a «intimidire la popolazione civile» o «alterare, cambiare o influenzare con la forza la politica del governo».

Quella definizione generica implica che il lancio di sassi contro le auto della polizia potrebbe qualificarsi come terrorismo. Così potrebbe essere anche «occupare una casa su un albero indossando una maschera antigas e indumenti mimetici» durante una protesta contro Cop City, ha osservato l’Atlanta Journal-Constitution.

«Lo statuto stabilisce limitazioni eccessivamente ampie e di vasta portata che limitano il dissenso pubblico contro il governo e criminalizzano i trasgressori con sanzioni severe ed eccessive», spiega Chris Bruce, direttore delle politiche dell’American civil liberties union of Georgia.

Potrebbe anche avere un effetto dissuasivo sul diritto al dissenso protetto dal Primo Emendamento. «Il termine ‘terrorismo interno’ incredibilmente spaventoso, dovrebbe incutere paura», sostiene Timothy Murphy, uno degli attivisti arrestati e accusati di terrorismo interno il mese scorso.

Un problema bipartisan

Il problema con leggi sul terrorismo interno come queste è che Repubblicani e Democratici, a turno, cercano di criminalizzare la disobbedienza civile a seconda di chi è in strada. Durante le proteste per l’omicidio di George Floyd, molti Democratici hanno combattuto le autorità che hanno spinto per un giro di vite contro il dissenso, in particolare l’allora presidente Donald Trump che ha minacciato un’azione militare contro coloro che protestavano contro gli abusi della polizia.

Ma dopo gli eventi del 6 gennaio e le manifestazioni anti-vaccino, sono stati i Democratici a spingere per espandere la portata del «terrorismo interno» e a infliggere punizioni più severe.

Nel 2021, quando il presidente Joe Biden ha svelato la sua strategia per combattere il terrorismo interno, ha osservato che la definizione includeva coloro che «sembrano avere lo scopo di intimidire o costringere una popolazione civile», linguaggio molto vago.

I Democratici hanno anche spinto per il Domestic terrorism prevention Act del 2022, che avrebbe ampliato le indagini sul terrorismo interno e creato nuovi dipartimenti all’interno dell’Fbi, nel Dipartimento di giustizia e nella sicurezza nazionale, ma quel disegno di legge è stato respinto dal Senato repubblicano.

Data la storia recente, non c’è da meravigliarsi che tutti i Democratici che non siano Rashida Tlaib e Cori Bush siano rimasti in silenzio sulle proteste contro Cop City, inclusi i senatori della Georgia Jon Ossoff e Raphael Warnock.

È ironico anche che gli arresti di Cop City siano stati effettuati solo una settimana dopo che Joe Biden è venuto ad Atlanta per onorare Martin Luther King Jr e ha affermato (falsamente) di aver contribuito a organizzare una marcia per desegregare una città del Delaware. Nel 1960, Martin Luther King fu arrestato per aver partecipato a un sit-in al banco del pranzo ad Atlanta e condannato a quattro mesi in un campo di lavoro.

In termini di organizzazione complessiva e strategia di movimento, le proteste contro Cop City sono per molti versi ben lontane dal movimento per i diritti civili degli anni Sessanta. Ma vale ancora la pena chiedersi: se Martin Luther King fosse arrestato oggi ad Atlanta durante una manifestazione politica, verrebbe accusato di terrorismo interno? E quelli che oggi lo commemorano rimarrebbero in silenzio?

da Fonte

09/11/2022

USA - Le elezioni di medio termine restituiscono un paese al limite della paralisi

La “democrazia americana” continua la sua corsa verso lo stato comatoso, ma rinvia la dichiarazione di fallimento.

Le elezioni di midterm hanno segnato una vittoria di Trump, ma non nella misura che il tycoon si aspettava e i “democratici” temevano. Era uno dei tre “scenari” che ieri avevamo indicato come probabili, e bisogna dire che per l’efficacia operativa della presidenza della prima superpotenza mondiale è anche lo scenario peggiore.

Non essendoci un chiaro vincitore e una chiaro “mandato popolare” tutto dovrà essere contrattato e mediato dentro un processo farraginoso, ricattatorio, pachidermico e sempre in ritardo sugli eventi. Sia sul piano dell’economia (l’inflazione sta mangiando i redditi delle classi popolari ed erodendo quelli del “ceto medio”), sia su quello internazionale (vacilla il sostegno all’Ucraina, già scricchiolante).

I repubblicani, come atteso, strappano la conquista della Camera ma non sembra ci sia stata stata un‘”onda rossa” (il paradossale colore dei conservatori yankee), anche se “duelli”, stante il sistema assolutamente maggioritario, sono ancora aperti.

I repubblicani hanno – con i dati delle sette di mattina, ora italiana – conquistato cinque seggi che erano dei democratici alla Camera. Ma il controllo del Senato resta in bilico e probabilmente bisognerà attendere il ballottaggio del 6 dicembre in Georgia , dove i due candidati sono separati da una manciata di voti. Per ora 47 seggi al Senato sono andati ai democratici, 46 ai repubblicani. Sette sono ancora in bilico.

La marea conservatrice ha invece sommerso la Florida, dove il governatore Desantis – l’uomo nuovo del Gop – potrebbe a questo punto sfidare l’ex presidente Donald Trump nella “corsa” alla nomination repubblicana per il 2024.

Ma in casa ultra-conservatrice i rapporti non sono idilliaci. Trump lo ha già avvertito con la sua proverbiale “eleganza”: “Non candidarti, so molte cose poco lusinghiere su di te“.

Ha tenuto, sebbene traballando moto, il “fortino democratico” per eccellenza, New York. Per la carica di governatore dello Stato ha vinto Kathy Hochul, governatrice uscente, mentre la procura generale dello Stato sembra destinata a rimanere guidata da Letitia James, ‘bestia nera’ dell’ex presidente Donald Trump.

Specie per questa poltrona – Hochul, sebbene appartenente alla “destra interna” ai democratici, è stata molto combattiva a difesa del diritto all’aborto, proclamando New York “Stato rifugio” per tutte quelle donne che desiderano abortire e vivono negli Stati repubblicani in cui tale diritto è stato proibito – la sfida era non solo altamente simbolica, ma anche con effetti molto “pratici”.

Ma per gli Usa comincia un biennio davvero complicato, con una spaccatura netta sia livello popolare che parlamentare.

Sono diventati infatti 75, per ora, i nuovi congressisti repubblicani che non hanno riconosciuto la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020. Ma potrebbero aumentare col prosieguo dello spoglio.

I fedelissimi di Donald Trump hanno vinto le loro battaglie elettorali in molti Stati, dal Kentucky alla Florida, dall’Indiana al North Carolina, e sono attualmente in vantaggio in almeno un’altra trentina di confronti.

L’”anatra zoppa” Joe Biden dovrà inventarsi qualcosa, per restare al suo posto senza far tracimare oltre l’ondata reazionaria che sta squassando gli Stati Uniti all’apice della loro crisi come “gendarme del mondo”.

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02/11/2022

L’Ucraina teme il “raffreddamento” del sostegno USA

Il ministro degli Esteri ucraino Oleh Nikolenko ha criticato il deputato repubblicano statunitense Paul Gosar per aver paragonato gli ucraini alla carne da cannone. Gosar aveva affermato che: “Il mondo ha visto abbastanza morte e distruzione tra Russia e Ucraina. I paesi occidentali sembrano sprezzanti nell’usare gli ucraini come carne da cannone e sono disinteressati alla riduzione dell’escalation“.

L’agenzia Interfax Ucraina riporta la nota polemica di Nikolenko verso il deputato statuninese: “Confrontare gli ucraini con la carne da cannone del membro del Congresso degli Stati Uniti Paul Gosar è assolutamente inaccettabile”, ha scritto sulla sua pagina Facebook.

L’alto funzionario ucraino ha poi dato fiato alle preoccupazioni che da tempo stanno circolando nei vertici di Kiev sull’esito delle prossime elezioni di medio termine negli Stati Uniti: “Le imminenti elezioni non dovrebbero trasformare i politici in populisti fuori dal contatto con la realtà” e allo stesso tempo, ha sottolineato che: “Siamo convinti che le dichiarazioni dei singoli membri del Congresso non influiranno sul proseguimento del sostegno bipartisan all’Ucraina da parte degli Stati Uniti”.

Secondo un sondaggio condotto dal Washington Post, ad una settimana dal voto di metà mandato, i repubblicani sono in vantaggio di due punti sui democratici. Il 46% degli elettori che si sono registrati per votare darà il proprio voto al partito repubblicano, il 44% invece voterà per i democratici.

Seppure il margine sia ristretto, rappresenta un segnale di cambiamento: in un sondaggio simile, realizzato ad agosto dal Wall Street Journal, i democratici risultavano avanti di tre punti.

Se tra i Democratici statunitensi sembra rientrato l’incidente della lettera di trenta congressisti che chiedevano di frenare l’oltranzismo di Biden, pubblicata dal Washington Post e poi ritirata, nel fianco destro del panorama politico Usa, l’umore non è meno contraddittorio. Finora nessuno ha dichiarato apertamente la necessità di negoziare con la Russia – non per niente i Repubblicani hanno fama di “falchi” – ma si avvertono i segnali per una revisione della strategia.

Il repubblicano Kevin McCarthy, che diventerà il nuovo presidente della Camera dei Rappresentanti se i repubblicani vinceranno le elezioni di medio termine, ha minacciato di limitare l’assistenza militare all’Ucraina. In precedenza, questa idea era stata espressa anche dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal conduttore di Fox News Tucker Carlson, due personaggi che mantengono una certa influenza nei circoli conservatori e repubblicani.

Qualche giorno poi fa aveva fatto scalpore una dichiarazione di una icona dei circoli conservatori Usa come Pat Buchanan (consigliere di Nixon, Ford e Reagan, ndr) secondo cui: “L’America non ha mai avuto un interesse vitale in chi governa a Kiev” aggiungendo poi che: “Per noi, la preoccupazione cruciale in questa guerra Ucraina-Russia non è chi finisca per avere il controllo della Crimea e del Donbass, ma che gli Stati Uniti non vengano risucchiati in una guerra con la Russia che potrebbe degenerare in una guerra mondiale e in una guerra nucleare... Chi controlla la Crimea e il Donbass, nella storia delle relazioni USA-Russia, non è mai stato un problema per giustificare una guerra tra di noi”.

Sul piano dell’opinione pubblica poi è salita al 20% la quota degli americani – intervistati dal Pew Research Center – che ritiene che gli Stati Uniti stiano dando troppo aiuto all’Ucraina. A marzo e maggio scorso erano rispettivamente, il sette e il dodici per cento.

Lo scetticismo verso il coinvolgimento degli USA nella guerra in Ucraina sta ovviamente crescendo in misura maggiore tra i repubblicani, dove il 32% dei loro sostenitori ritiene che si stia facendo troppo per l’Ucraina, mentre è solo dell’11% tra gli elettori democratici. È scesa poi dal 55% di maggio al 38% di oggi la quota di adulti statunitensi che sono estremamente o molto preoccupati per una sconfitta ucraina.

Circa un quarto (26%) afferma di non essere troppo preoccupato o per nulla preoccupato per la vittoria della Russia sull’Ucraina, rispetto al 16% di inizio anno. Un ulteriore 34% è alquanto preoccupato per questo, rispetto al 28% che lo ha affermato a maggio.

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22/10/2022

USA - Sulla guerra in Ucraina cresce lo scontro interno

Il presidente americano Joe Biden, ospite in un evento, ha criticato i repubblicani Usa per aver ventilato l’idea di imporre paletti agli aiuti economici e militari per l’Ucraina. “Hanno detto che se vincono le elezioni di metà mandato probabilmente non continueranno a finanziare Kiev. Non hanno alcun senso della politica estera e non capiscono che quello che fa l’America determina quella che fa il resto del mondo”, ha affermato Biden evocando ancora l’idea di una supremazia statunitense sul mondo che sta subendo molte smentite.

Alla vigilia delle elezioni di medio termine un numero crescente di congressisti ed esponenti repubblicani si oppongono ormai apertamente all’autorizzazione di miliardi di dollari in armi e aiuti all’Ucraina. Ed anche i sondaggi vedono aumentare l’opposizione dell’opinione pubblica Usa al coinvolgimento nella guerra.

Già a maggio 57 repubblicani della Camera avevano votato contro un pacchetto di aiuti da 40 miliardi di dollari. Al Senato, invece, erano stati 11 i senatori dissidenti dopo che Mitch McConnell, il leader repubblicano al Senato, aveva dichiarato il suo aperto appoggio al piano di finanziamento della resistenza ucraina. Ma questi numeri e questa opposizione è via via cresciuta proporzionalmente agli impegni militari ed economici dell’amministrazione Biden nella guerra contro la Russia.

Ma l’avvicinarsi delle elezioni di mid term e le difficoltà dell’amministrazione Biden, hanno fatto fiutare il sangue ai conservatori Usa. Il leader dei repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy, ha avvertito che se conquisteranno la maggioranza alle elezioni di novembre, non ci saranno “assegni in bianco” all’Ucraina, esprimendo pubblicamente il crescente scetticismo del suo partito sul sostegno finanziario e militare a Kiev. McCarthy, molto vicino all’ex presidente Donald Trump, è in lizza per diventare speaker della Camera se i repubblicani avranno la maggioranza (il è ruolo attualmente ricoperto dalla democratica Nancy Pelosi, ndr).

Trump è intervenuto nel dibattito condannando l’ultimo pacchetto di aiuti Usa all’Ucraina: “I democratici stanno inviando altri 40 miliardi di dollari all’Ucraina, mentre i genitori americani faticano persino a sfamare i propri figli”. Intervenendo ad un comizio a Minden, nel Nevada, a sostegno di candidati repubblicani alle prossime elezioni ha affermato che: “Dobbiamo chiedere negoziati immediati per una conclusione pacifica della guerra in Ucraina o finiremo nella terza guerra mondiale e non rimarrà niente del nostro pianeta”, ha dichiarato Trump, sottolineando che in Ucraina ci sono centinaia di migliaia di potenziali morti. “Non capiscono davvero che hanno a che fare con la potenza del nucleare. Non hanno idea di che cosa stiano facendo”.

Secondo i più recenti sondaggi d’opinione la maggior parte della popolazione statunitense considera l’Ucraina un paese lontano e assolutamente non vitale per la nazione, con una situazione economica che volge al negativo, l’opinione pubblica statunitense non sembra sostenere, come in passato, un coinvolgimento in una guerra di cui non vede i vantaggi ma solo gli svantaggi. Una ricerca condotta dall’università di Harvard tra i giovani statunitensi rivela come la maggioranza di essi ritengano che i soldi e il tempo che il governo utilizza per finanziare la guerre debbano essere invece usati per concentrarsi sui diritti civili e sociali.

Secondo un sondaggio del Pew Research Center tra 10.588 adulti statunitensi, condotto dal 13 al 18 settembre, la quota di soggetti che sono estremamente o molto preoccupati per una sconfitta ucraina è scesa di 17 punti percentuali da maggio, passando dal 55% di allora al 38% di oggi. Circa un quarto (26%) afferma di non essere troppo preoccupato o per nulla preoccupato per la vittoria della Russia sull’Ucraina, rispetto al 16% di inizio anno. Un ulteriore 34% è alquanto preoccupato per questo, rispetto al 28% che lo ha affermato a maggio,

Sul fronte del Partito Democratico è stato addirittura l’ex presidente Barak Obama a dare voce ai dubbi sulla linea tenuta dagli Usa nella guerra in Ucraina: “Dobbiamo dire onestamente all’Ucraina cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare. Gli Stati Uniti, la NATO e altri dovrebbero determinare in modo indipendente dei limiti, sulla base della possibilità che il conflitto tra Russia e Ucraina finisca col degenerare in un’escalation tra la Russia, gli Stati Uniti e la NATO”. Si è trattato di un intervento pesante, che mette in discussione la linea dei falchi dell’amministrazione Usa sulla gestione della guerra ucraina.

Ma anche la giovane congressista democratica Ocasio Cortez è stata duramente contestata da alcuni giovani pacifisti in una conferenza per il suo sostegno agli aiuti militari Usa all’Ucraina.

Del resto è apparso evidente che l’amministrazione Biden contasse su una offensiva militare ucraina che sul campo ottenesse risultati da poter utilizzare come giustificazione al proprio interventismo militare. Ma i fatti, come noto e nonostante la manipolazione massmediatica, sono andati e stanno andando diversamente. Ragione per cui Biden e il partito della guerra arrivano alle elezioni di medio termine con molti soldi spesi, con molte armi inviate all’Ucraina ma con scarsi risultati e nessun idea sul come mettere fine alla guerra con la Russia.

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20/10/2022

Ucraina, Israele e i droni iraniani

Il possibile utilizzo di droni “kamikaze” iraniani da parte delle forze armate russe in Ucraina sta creando in questi giorni parecchi grattacapi dal punto di vista militare al regime di Kiev, nonché infiammando un acceso dibattito circa la partecipazione indiretta di Teheran al conflitto, con riflessi anche sullo scontro tra la Repubblica Islamica e Israele. I governi di Russia e Iran hanno smentito ufficialmente la notizia, ma entrambi potrebbero ragionevolmente preferire tener nascosto il grado di collaborazione militare reciproca. Resta il fatto che l’eventuale assistenza iraniana in termini di fornitura di “veicoli senza pilota” non implica per forza di cose difficoltà insormontabili per Mosca a tenere il passo della guerra in atto.

La questione dei droni iraniani forniti alla Russia era emersa già qualche mese fa sotto forma di accusa da parte del governo USA. Anche in quell’occasione i diretti interessati avevano debitamente smentito. Questa settimana, il dipartimento di Stato americano è tornato a denunciare l’impiego da parte russa in Ucraina di questi velivoli, responsabili in particolare dei bombardamenti dei giorni scorsi contro obiettivi nella capitale, Kiev.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanani, ha ribadito che il suo paese “non ha fornito armi a nessuna delle due parti in guerra”. Anche il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha respinto l’ipotesi avanzata da Washington, ma la sua risposta è apparsa più ambigua. Peskov ha spiegato di non avere informazioni in proposito. A suo dire, tutti gli armamenti usati in Ucraina sono russi, per poi chiudere il suo intervento rimandando ogni altra domanda al ministero della Difesa.

Immagini e filmati diffusi in questi giorni sembrano confermare la presenza di droni iraniani nei cieli ucraini. Alcuni esperti militari hanno fatto notare tuttavia come il drone Geran-2 di fabbricazione russa e quello iraniano noto come Shahed-136 siano simili al punto da poter essere facilmente scambiati. A proposito della somiglianza tra i velivoli senza pilota, stimolante è stato il commento dell’ex analista della CIA, Larry Johnson, sul suo blog. Secondo quest’ultimo, il Geran-2 russo condivide parecchi elementi con il drone RQ-170 americano, pur essendo il primo di dimensioni più ridotte.

Uno di questi velivoli USA, ricorda Johnson, era stato abbattuto e recuperato praticamente intatto dalle forze armate iraniane nel 2011, per passare poi attraverso un “aggressivo processo di ‘reverse engineering’” nel tentativo di costruirne una copia. Il sospetto è dunque duplice, cioè che, in primo luogo, la collaborazione tecnologica e militare di Mosca e Teheran sia più stretta di quanto si conosca a livello ufficiale e, ironicamente, che i due paesi stiano di fatto utilizzando tecnologia americana per bombardare l’Ucraina. Questa possibilità contribuirebbe dunque in qualche modo a spiegare la reticenza di Russia e Teheran sul “mistero” dei droni nei cieli ucraini.

Il dubbio di Israele

La questione non ha a che fare solo con le vicende belliche nel paese dell’ex URSS, ma ha anche implicazioni diplomatiche di una certa portata. Per cominciare, il regime di Zelensky ha minacciato di interrompere i rapporti diplomatici con la Repubblica Islamica per via della fornitura di droni alla Russia. Più interessante è però la posizione in cui si viene a trovare lo stato ebraico. Alcuni ambienti di potere israeliani fremono per abbandonare ogni scrupolo e allinearsi alle posizioni NATO sul conflitto in Ucraina, accogliendo le richieste di inviare armi a Kiev.

Il governo di Israele ha finora tenuto una posizione piuttosto cauta sulla crisi russo-ucraina, principalmente per salvaguardare i tradizionali buoni rapporti con Mosca, utili in questi anni soprattutto per muoversi quasi del tutto liberamente in Siria. L’Ucraina, da parte sua, sta cercando di sfruttare precisamente le relazioni russo-israeliane per esercitare pressioni su Tel Aviv e ottenere le armi richieste, a cominciare da quelle di difesa anti-aerea.

Nel fine settimana, un membro del governo israeliano, il ministro degli affari per la “diaspora” Nachman Sahi, era uscito allo scoperto invitando il gabinetto del primo ministro Yair Lapid ad abbandonare le incertezze e prendere apertamente le parti del regime di Kiev. Dentro al governo di Israele sembrano esserci profonde divisioni sull’argomento, ma martedì il ministro della Giustizia, Gideon Saar, in un’intervista radiofonica riportata dal quotidiano Haaretz ha escluso un cambiamento di posizione da parte israeliana. L’appoggio all’Ucraina “non include [l’invio di] armamenti o equipaggiamenti militari”. Lunedì, addirittura, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, avrebbe anche rifiutato di rispondere a una richiesta di colloquio telefonico della sua controparte ucraina, Alexey Reznikov, mentre mercoledì ha ribadito la posizione di Saar nel corso di un incontro con gli ambasciatori UE in Israele.

Il disagio israeliano è comunque destinato ad aumentare e non solo perché il sostegno all’Ucraina si traduce di fatto nel sostegno a un regime infestato da elementi apertamente neo-nazisti. Il ministro degli Esteri di Kiev, Dmitry Kuleba, prevede infatti di chiedere “in via ufficiale” a Israele sistemi di difesa anti-missile. Il riferimento va immediatamente al famigerato “Irone Dome” israeliano, ma in questo caso la richiesta ucraina potrebbe essere più un fattore di imbarazzo politico che di effettiva utilità militare, nella speranza di sganciare Tel Aviv da Mosca, dal momento che questo sistema di difesa aerea è progettato per abbattere gli ordigni relativamente rudimentali della resistenza palestinese e potrebbe servire a poco o nulla contro i sofisticati missili russi.

L’ex presidente e attuale numero due del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, Dmitry Medvedev, ha avvertito recentemente che l’invio di armi a Kiev comporterebbe la “distruzione delle relazioni diplomatiche” tra Russia e Israele. Il tono della minaccia è particolarmente grave se si pensa al livello di intesa tra i due paesi, soprattutto durante i recenti governi guidati da Netanyahu. Le imminenti elezioni anticipate in Israele aggiungeranno infine un ulteriore elemento di interesse alla questione, visto che lo stesso Netanyahu, notoriamente in ottimi rapporti con Putin, potrebbe tornare a occupare la carica di primo ministro.

Cambio della guardia a Washington?

Pochi giorni dopo quella in programma in Israele, si terrà negli Stati Uniti una altrettanto delicata elezione che potrebbe avere anch’essa qualche influenza sull’andamento della guerra in Ucraina. Il probabile ritorno sotto il controllo del Partito Repubblicano della Camera dei Rappresentanti e del Senato di Washington renderebbe secondo alcuni meno automatico lo stanziamento di fondi e di aiuti militari al regime di Zelensky.

L’effettiva intenzione dei repubblicani di ridimensionare l’impegno a favore del buco nero ucraino sarà comunque tutta da verificare. D’altra parte, l’offensiva anti-russa è, salvo rare eccezioni, un affare bipartisan a Washington e gli appelli, per ora sporadici, dei repubblicani alla prudenza soprattutto finanziaria potrebbero essere solo un’arma elettorale per intercettare consensi tra gli americani maggiormente colpiti dall’inflazione e dalle altre conseguenze della partecipazione di fatto degli Stati Uniti alla guerra in Ucraina.

Anche negli USA circolano ad ogni modo malumori sull’andamento del conflitto. Trump, la cui influenza sul Partito Repubblicano resta enorme, ha espresso più volte in vari recenti comizi la necessità di cercare un via d’uscita diplomatica alla crisi. Martedì, poi, il leader di minoranza alla Camera, Kevin McCarthy, ha parlato di possibili cambiamenti dopo il voto di novembre. Il numero uno dei repubblicani alla camera bassa del Congresso di Washington ha anticipato che, se il suo partito dovesse riconquistare la maggioranza, gli “assegni in bianco” firmati finora a favore dell’Ucraina potrebbero trovare difficoltà a essere approvati, dovendo gli Stati Uniti fare i conti con una recessione sempre più pesante.

L’amministrazione Biden e il Congresso hanno stanziato più di 67 miliardi di dollari per l’Ucraina dall’inizio delle operazioni russe, una cifra cioè superiore all’intero bilancio militare di Mosca per tutto l’anno 2021. Secondo il sito Punchbowl News, che ha raccolto le appena citate dichiarazioni di Kevin McCarthy, se i repubblicani dovessero tornare a controllare la maggioranza alla Camera e al Senato, la Casa Bianca e i leader democratici potrebbero forzare l’approvazione di un nuovo mega-pacchetto di aiuti valido per un anno intero a favore dell’Ucraina prima dell’insediamento del nuovo Congresso ai primi di gennaio.

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24/09/2022

USA - L’esito delle elezioni di novembre potrebbe ridurre il sostegno all’Ucraina

Una vittoria repubblicana alle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti potrebbe smorzare il sostegno di Washington all’Ucraina, ha affermato il senatore Chris Murphy in una intervista al Washington Post.

“Se i repubblicani controllano la Camera dei rappresentanti o il Senato, penso che ci sia una possibilità che interrompano qualsiasi supporto aggiuntivo“, ha detto l’esponente politico democratico del Connecticut.

Murphy ha spiegato che nell’élite americana ci sono oppositori alle forniture di assistenza militare a Kiev, sebbene l’attuale governo sostenga l’Ucraina.

Nell’intervista si rileva che è più probabile che i repubblicani sostengano l’idea della Casa Bianca di aggiungere 12 miliardi di dollari alla risoluzione di finanziamento del governo entro settembre. Tuttavia, se i repubblicani vincono le elezioni alla camera bassa del Congresso, e ancor di più al Senato, tutto può cambiare.

“Penso che ci sia un rischio reale che con la risoluzione in corso sia l’ultima volta che finanziamo l’Ucraina“, ha ammesso Murphy.

Il senatore ha aggiunto che un tale sviluppo dell’evento sarebbe un disastro per Kiev e colpirebbe la capacità delle forze armate ucraine di combattere.

Washington e gli alleati della NATO continuano a pompare armi all’Ucraina. Mosca ha ripetutamente affermato che la fornitura di armi occidentali non fa che prolungare il conflitto e il loro trasporto sul fronte ucraino le rende un obiettivo legittimo.

Occorre però rammentare che è stato lo stesso Congresso ad aumentare l’importo degli aiuti militari all’Ucraina a quasi 40 miliardi di dollari dai 33 miliardi originariamente richiesti da Biden.

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