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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2025

Gaza - L’ONU approva la risoluzione statunitense. Contrari palestinesi e Israele

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione presentata dagli Stati Uniti su Gaza basata sul Piano Trump.

Il testo è stato modificato più volte durante i negoziati, ed è passato con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia. Con il piano viene autorizzata una forza militare internazionale di “stabilizzazione” per la Striscia di Gaza, che dovrebbe anche provvedere al disarmo dei combattenti di Hamas.

Le organizzazioni della resistenza palestinese – e non solo Hamas – hanno respinto la risoluzione, ribadendo la sua “pericolosità” e “il tentativo di sottomettere la Striscia di Gaza all’autorità internazionale”. Le organizzazioni palestinesi respingono qualsiasi clausola che preveda il disarmo di Gaza o che possa ledere “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”.

Ma anche Israele si è detta contraria al piano previsto dalla risoluzione approvata ieri dal Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu ha ribadito che Israele resta contrario alla nascita di uno Stato palestinese e ha promesso di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”. “Se accelerano il riconoscimento dello Stato terroristico palestinese, e l’ONU riconosce uno Stato palestinese, dovrebbero essere ordinati assassinii mirati di alti funzionari dell’Autorità Palestinese, che sono terroristi a tutti gli effetti”, ha minacciato il ministro ultrasionista Ben Gvir.

In sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia aveva presentato una bozza alternativa che cancellava dal testo ogni riferimento alla smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la cosiddetta linea gialla, non citava il Board of Peace incaricato dell’amministrazione transitoria dell’enclave – un organismo presieduto dallo stesso Trump – e trasferiva nelle mani del segretario generale dell’Onu il compito di valutare “le opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione”, togliendo così agli Stati Uniti il ruolo centrale nell’attuazione del piano. Inoltre riaffermava la necessità di procedere con il riconoscimento dello Stato palestinese. Su questa posizione si erano allineati anche paesi come Cina e Algeria.

Ma la posizione dei paesi arabi e islamici coinvolti nell’attuazione del Piano Trump – dagli Emirati al Qatar, dalla Turchia alla stessa Autorità Nazionale Palestinese – e favorevoli al piano stesso, ha convinto la Russia a ritirare la propria bozza di risoluzione e a confidare che la contrarietà di Israele al piano possa far esplodere le contraddizioni ben visibili nel piano Trump.

Israele aveva fatto un ultimo tentativo all’ONU affinché gli Stati Uniti eliminassero qualsiasi menzione dello stato palestinese, anche se solo come aspirazione nazionale.

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano infine mantenuto il passaggio sullo stato palestinese segnala che l’amministrazione Trump intende mantenere i suoi rapporti con i paesi arabi nonostante l’opposizione di Israele.

È iniziata quindi una trattativa sul testo della risoluzione, nella cui versione finale è scritto che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza potranno partecipare al Board of Peace – il cui mandato durerà fino al 31 dicembre 2027 – ma soprattutto si introduce un passaggio politico, simbolico ma assai indigeribile per Israele: “Le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato un programma di riforme e che la ricostruzione di Gaza sarà in fase avanzata”.

Sul campo, oltre l’escalation di aggressioni dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e l’emergenza umanitaria a Gaza aggravata dall’arrivo dell’inverno, resta poi ancora aperta l’emergenza dei circa duecento combattenti palestinesi nascosti nei tunnel al di là della linea gialla che segna le aree della Striscia sotto il controllo militare israeliano.

I combattenti palestinesi hanno dichiarato che non accetteranno alcuna iniziativa che li costringa ad abbandonare i loro nascondigli se non attraverso un percorso scelto da loro stessi e che gli consenta di andarsene da Gaza con dignità.

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17/11/2025

L’ONU vota la risoluzione su Gaza. Netanyahu ribadisce il no allo stato palestinese

A poche ore dal voto presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla bozza di risoluzione statunitense in merito alla forza multinazionale da schierare nella Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ribadisce: “La nostra opposizione a uno stato palestinese in qualsiasi territorio non è cambiata. Gaza sarà smilitarizzata e Hamas sarà disarmato, nel modo più facile o nel modo più difficile. Non ho bisogno di affermazioni, tweet o prediche da nessuno”.

La linea di 20 punti di Trump include un riferimento generico e condizionato allo stato palestinese, sottolineando che se l’Autorità Palestinese attuasse riforme, “le condizioni potrebbero finalmente essere in atto per un percorso credibile verso l’autodeterminazione palestinese e la statualità, che riconosciamo come l’aspirazione del popolo palestinese”.

Quel singolo passaggio ha fatto infuriare i ministri ultranazionalisti israeliani, molti dei quali si sono opposti anche al cessate il fuoco a Gaza.

I ministri di estrema destra Ben-Gvir e Smotrich hanno chiesto un immediato rifiuto pubblico di qualsiasi discorso su uno stato palestinese. Ben-Gvir ha minacciato di far crollare il governo a meno che Netanyahu non avesse smentito.

Il piano preliminare prevede uno schieramento fino a 20.000 militari delle forze internazionali per Gaza, ma non è ancora chiaro quali paesi parteciperanno. Israele ha già escluso il coinvolgimento della Turchia, e quando gli è stato chiesto quale potrebbe essere la tempistica, Netanyahu ha risposto affermando che: “Non possiamo ignorare la nostra gestione di una guerra su sette fronti ... il tempo rimasto non può essere quantificato”.

La Missione permanente russa presso le Nazioni Unite ha dichiarato venerdì scorso che Mosca ha preparato una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU alternativa a quella americana sul raggiungimento di una pace sostenibile a Gaza. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbero riflettere il quadro giuridico internazionale universalmente riconosciuto e riaffermare le decisioni e i principi fondamentali, primo fra tutti la soluzione dei due Stati per la soluzione israelo-palestinese, ha affermato la missione russa all’ONU.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 7 novembre scorso ha iniziato a negoziare il testo della risoluzione presentata dagli Stati Uniti. La bozza consacrerebbe il programma “Board of Peace” di Trump, con un’autorità transitoria incaricata di supervisionare la ricostruzione post-bellica e la ripresa economica a Gaza, mentre la Striscia rimane sotto un devastante assedio israeliano.

A Gaza sta arrivando l’inverno con forti piogge e il freddo. Centinaia di migliaia di persone sono costrette nelle tende o in rifugi di fortuna e alle vittime dei bombardamenti di questi due anni si vanno ad aggiungere malattie respiratorie, ipotermie, denutrizione. Un genocidio diffuso.

Intanto nuovi dettagli sono emersi da una riunione del governo israeliano, rivelando una profonda incertezza sul futuro di Gaza, prima che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite voti la bozza di piano per il territorio palestinese assediato da Israele.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto ai ministri “di non sapere per quanto tempo sarebbe durato il cessate il fuoco” e ha sottolineato che Israele sta “lavorando per concludere la Fase A” in attesa della restituzione di tre corpi ancora detenuti da Hamas. A chiarire ulteriormente la realtà sul campo il ministro israeliano Orit Strock, ha sottolineato: “Non siamo andati in guerra solo per liberare ostaggi”.

È evidente come il governo israeliano intenda tenersi le mani libere sia su Gaza che sulla guerra sui sette fronti (i bombardamenti sul Libano stanno lì a confermarlo, ndr), e su questo non c’è alcuna tregua credibile. A meno di una crisi interna alla società e allo stato di Israele, solo una forte pressione internazionale e l’intensificazione della campagna internazionale di boicottaggio possono condizionare le scelte israeliane, sia sul campo che sul piano diplomatico.

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13/09/2025

Le Nazioni Unite approvano risoluzione sullo Stato di Palestina

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato nella giornata di ieri la “Dichiarazione di New York”, per una soluzione a due Stati per palestinesi e israeliani in Medio Oriente. Il testo è stato adottato dalle Nazioni Unite con 142 voti favorevoli, dieci contrari – tra cui Israele e gli Stati Uniti – e 12 astensioni.

Hanno votato contro – oltre a Israele e Stati Uniti, di fatto isolati – anche Ungheria, Argentina, Paraguay, Micronesia, Tonga, Nauru, Palau e Papua Nuova Guinea. L’Italia per la prima volta ha votato a favore della risoluzione dell’Assemblea generale Onu che chiede la creazione di uno Stato di Palestina.

La risoluzione, presentata da Francia e Arabia Saudita, chiede “un’azione collettiva per porre fine alla guerra a Gaza e raggiungere una soluzione giusta, pacifica e duratura del conflitto israelo-palestinese basata sull’effettiva attuazione della soluzione dei due Stati”. “Gaza è parte integrale di uno Stato palestinese e deve essere unificata con la Cisgiordania. Non dev’esserci occupazione, assedio, riduzione territoriale o spostamento forzato” è scritto in un passaggio chiave della Dichiarazione di New York.

Il documento chiede ad Hamas di consegnare le armi e liberare tutti gli ostaggi. “Nel contesto della fine della guerra a Gaza, Hamas deve porre fine al suo dominio a Gaza e consegnare le sue armi all’Autorità nazionale palestinese, con l’impegno e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”, afferma la dichiarazione.

Il voto dell’assemblea plenaria precede l’imminente vertice delle Nazioni Unite, presieduto congiuntamente da Arabia Saudita e Francia, che si terrà il prossimo 22 settembre a New York, durante il quale il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso di riconoscere formalmente lo Stato palestinese.

Il passo in avanti alle Nazioni Unite sul riconoscimento dello Stato Palestinese, arriva con ritardo e sotto l’ipoteca della annessione israeliana del territorio palestinese non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. Definire e imporre la continuità territoriale dello stato di Palestina oggi significa affrontare a tutti i livelli l’espansione delle colonie e dei coloni israeliani per costringerli ad arretrare.

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25/02/2025

L’Ucraina vicina all’accordo: oggi l’Ue sta diventando la principale minaccia alla pace mondiale

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato con dieci voti a favore, nessun voto contrario e cinque astensioni la risoluzione presentata dagli Usa sull’Ucraina, dopo che tutti gli emendamenti (sia quelli di Mosca sia quelli degli europei) erano stati bocciati per ragioni procedurali o per il veto della Russia.

Tra i paesi astenuti ci sono Francia, Gran Bretagna, Danimarca, Grecia e Slovenia. Francia e Gran Bretagna sono due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che avrebbero potuto usare il loro potere di veto ma non l’hanno fatto, visto che nella giornata di ieri erano previsti colloqui a Washington sia con Macron che con Starmer. La Russia e la Cina hanno votato a favore.

La risoluzione Usa chiede una rapida fine della guerra in Ucraina, ma non menziona “l’aggressione russa”.

Al contrario, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva in precedenza respinto una risoluzione elaborata dagli Stati Uniti, che è stata poi approvata ma dopo essere stata emendata dai paesi europei. La risoluzione affermava che il conflitto è il risultato di una “invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa”.

Gli Stati Uniti avevano originariamente presentato la risoluzione chiamata “Path to Peace” (Sentiero verso la Pace), un documento che puntava a stabilire un percorso negoziale tra Russia e Ucraina, evitando di attribuire responsabilità dirette, ma la Francia, a nome dell’Unione Europea, ha proposto due emendamenti consistenti: il primo sottolineava la necessità di una “pace giusta, duratura e complessiva tra Ucraina e Federazione Russa in linea con la Carta dell’ONU e i principi di sovranità, eguaglianza e integrità territoriale degli Stati”, mentre il secondo riaffermava “l’impegno alla sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti, ivi comprese le acque territoriali”.

L’Assemblea Generale ha votato a favore degli emendamenti europei con risultati decisamente contrastanti: 78 voti a favore, 16 contrari e 67 astensioni per il primo emendamento; 60 voti favorevoli, 18 contrari e 81 astensioni per il secondo.

Il testo finale della risoluzione USA, emendato, è stato approvato con 93 voti a favore, 73 astensioni e 8 contrari, tra questi Russia, Corea del Nord, Bielorussia e Sudan. A sorpresa, anche gli Stati Uniti si sono astenuti sulla mozione che avevano presentato ma che era stata emendata. Stando a quanto dichiarato dall’ambasciatrice statunitense all’ONU, gli USA sono contrari a un approccio che potesse secondo loro, “perpetuare la guerra delle parole”, hanno preferito non sostenere un testo che si allontanava dalla loro proposta iniziale.

La risoluzione approvata all’Assemblea Generale è sostanzialmente diversa da quella approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ed ha evidenziato sia la frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei sia una profonda polarizzazione nel diverso posizionamento dei vari paesi a livello mondiale sulle prospettive di pace in Ucraina.

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12/05/2024

ONU: “I Palestinesi hanno diritto alla loro autodeterminazione”

Il testo integrale della risoluzione approvata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite con 143 voti a favore, 9 contrari e 27 astenuti (tra cui l’Italia).

A votare contro sono stati gli USA, Israele, Ungheria, Repubblica Ceca, Argentina, Palau, Nauru, Micronesia, Papua Nuova Guinea.

L’Italia si è astenuta insieme ad Albania, Bulgaria, Austria, Canada, Croazia, Fiji, Finlandia, Georgia, Germania, Lettonia, Lituania, Isole Marshall, Olanda, Macedonia del Nord, Moldavia, Paraguay, Romania, Vanuatu, Malawi, Principato di Monaco, Ucraina, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera.

*****

L’Assemblea Generale,

Guidati dagli scopi e dai principi della Carta delle Nazioni Unite, e sottolineando a questo riguardo il principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli,

Ricordando le sue risoluzioni pertinenti, comprese le sue risoluzioni riguardanti la questione della Palestina, inclusa, tra l’altro , la risoluzione ES-10/22 del 12 dicembre 2023,

Ricordando le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, Ricordando la sua risoluzione 2625 (XXV) del 24 ottobre 1970, con la quale affermava, tra l’altro , il dovere di ogni Stato di promuovere, attraverso un’azione congiunta e separata, la realizzazione del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli, Sottolineando l’importanza di mantenere e rafforzare la pace internazionale fondata sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani fondamentali,

Riaffermando la sua risoluzione 3236 (XXIX) del 22 novembre 1974 e tutte le risoluzioni pertinenti, inclusa la risoluzione 78/192, che riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto al proprio Stato indipendente di Palestina,

Riaffermando il principio, in linea con la Carta, dell’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza,

Sottolineando la necessità del rispetto e della preservazione dell’unità territoriale, della contiguità e dell’integrità di tutto il territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est,

Riaffermando le sue risoluzioni 43/176 del 15 dicembre 1988 e 77/25 del 30 novembre 2022 e tutte le risoluzioni pertinenti riguardanti la soluzione pacifica della questione palestinese, che, tra l’altro , sottolineano la necessità del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, la realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese, in primo luogo il diritto all’autodeterminazione, compreso il diritto ad uno Stato indipendente, la completa cessazione di tutte le attività di insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati, compresa la parte orientale Gerusalemme,

Riaffermando il suo fermo sostegno, in conformità con il diritto internazionale, per una pace giusta, duratura e globale in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, inclusa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza del 23 dicembre 2016, i termini dell’accordo di Madrid riferimento, compreso il principio “terra in cambio di pace”, l’Iniziativa di pace araba e la soluzione a due Stati di Israele e Palestina, che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini riconosciuti, basati sui confini precedenti al 1967,

Ricordando le sue risoluzioni pertinenti sullo status della Palestina nell’Assemblea Generale, comprese le risoluzioni 3210 (XXIX) del 14 ottobre 1974 e 3237 (XXIX) del 22 novembre 1974, risoluzione 43/177 del 15 dicembre 1988, risoluzione 52/250 del 7 luglio 1998, delibera 67/19 del 29 novembre 2012 e delibera 73/5 del 16 ottobre 2018,

Rilevando che lo Stato di Palestina è parte di numerosi strumenti conclusi sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ha aderito a numerose agenzie e organismi specializzati delle Nazioni Unite come membro a pieno titolo, Consapevole che lo Stato di Palestina è membro a pieno titolo della Lega degli Stati Arabi, del Movimento dei Paesi Non Allineati, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, del Gruppo degli Stati dell’Asia-Pacifico e del Gruppo dei 77 e della Cina,

Avendo esaminato il rapporto speciale del Consiglio di Sicurezza all’Assemblea Generale (A/78/856), Sottolineando la propria convinzione che lo Stato di Palestina è pienamente qualificato per diventare membro delle Nazioni Unite in conformità con l’Articolo 4 della Carta,

Prendendo atto delle diffuse affermazioni di sostegno dei Membri delle Nazioni Unite all’ammissione dello Stato di Palestina come membro delle Nazioni Unite,

Esprimendo profondo rammarico e preoccupazione per il fatto che, il 18 aprile 2024, un voto negativo di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza abbia impedito l’adozione del progetto di risoluzione sostenuto da dodici membri del Consiglio che raccomandava l’ammissione dello Stato di Palestina a membro degli Stati Uniti Nazioni,

Ricordando che l’adesione alle Nazioni Unite è aperta a tutti gli Stati amanti della pace che accettano gli obblighi contenuti nella Carta e, a giudizio dell’Organizzazione, sono in grado e disposti ad adempiere a tali obblighi Determina che lo Stato di Palestina è qualificato per diventare membro delle Nazioni Unite in conformità con l’articolo 4 della Carta e dovrebbe quindi essere ammesso come membro delle Nazioni Unite;

Raccomanda pertanto al Consiglio di Sicurezza di riconsiderare favorevolmente la questione, alla luce di questa determinazione e del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 28 maggio 1948, e in stretta conformità con l’articolo 4 della Carta delle Nazioni Unite;

Decide, in via eccezionale e senza creare precedenti, di adottare le modalità stabilite nell’allegato alla presente risoluzione per la partecipazione dello Stato di Palestina alle sessioni e ai lavori dell’Assemblea Generale e alle conferenze internazionali convocate sotto gli auspici dell’Assemblea o di altri organi delle Nazioni Unite, nonché nelle conferenze delle Nazioni Unite; Chiede al Consiglio Economico e Sociale, nella misura in cui i diritti in questione potrebbero essere esercitati da un non membro del Consiglio, e ad altri organi, agenzie specializzate, organizzazioni ed entità competenti all’interno del sistema delle Nazioni Unite di applicare le modalità sopra menzionate;

Riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto al proprio Stato indipendente di Palestina; sottolinea che il rispetto e il rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale costituiscono una pietra angolare della pace e della sicurezza nella regione;

Chiede sforzi rinnovati e coordinati da parte della comunità internazionale volti a raggiungere senza indugio la fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967 e una soluzione giusta, duratura e pacifica della questione palestinese e del conflitto israelo-palestinese, in conformità con il diritto internazionale , le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, compresa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza, il mandato di Madrid, compreso il principio “terra in cambio di pace”, e l’Iniziativa di pace araba e riaffermando a questo riguardo il suo fermo sostegno alla soluzione a due Stati del Israele e Palestina, che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini riconosciuti, basati sui confini precedenti al 1967;

Chiede al Segretario Generale di adottare le misure necessarie per attuare la presente risoluzione;

Decide di aggiornare temporaneamente la decima sessione straordinaria d’emergenza e di autorizzare il Presidente dell’Assemblea Generale nella sua sessione più recente a riprendere la riunione su richiesta degli Stati membri. Gli ulteriori diritti e privilegi di partecipazione dello Stato di Palestina saranno attuati attraverso le seguenti modalità a partire dalla 79a sessione dell’Assemblea Generale, senza pregiudizio dei suoi diritti e privilegi esistenti:

(a) Il diritto di essere seduti tra gli Stati membri in ordine alfabetico;

(b) Il diritto di iscrizione nell’elenco degli oratori su punti all’ordine del giorno diversi dalle questioni palestinesi e mediorientali nell’ordine in cui indica il suo desiderio di parlare;

(c) Il diritto di rilasciare dichiarazioni a nome di un gruppo, anche tra rappresentanti di grandi gruppi; (d) Il diritto di presentare proposte ed emendamenti e di introdurli, anche oralmente, anche a nome di un gruppo; (e) Il diritto di co-sponsorizzare proposte ed emendamenti, anche per conto di un gruppo;

f) il diritto di rendere dichiarazioni di voto a nome degli Stati membri di un gruppo;

(g) Il diritto di replica sulle posizioni di un gruppo;

(h) Il diritto di sollevare mozioni procedurali, comprese mozioni d’ordine e richieste di mettere in votazione proposte, compreso il diritto di contestare la decisione del presidente, anche a nome di un gruppo;

(i) Il diritto di proporre punti da inserire nell’ordine del giorno provvisorio delle sessioni ordinarie o straordinarie e il diritto di richiedere l’inclusione di punti supplementari o aggiuntivi nell’ordine del giorno delle sessioni ordinarie o straordinarie;

(j) Il diritto dei membri della delegazione dello Stato di Palestina ad essere eletti come funzionari nella Commissione plenaria e principale dell’Assemblea Generale;

(k) Il diritto alla piena ed effettiva partecipazione alle conferenze delle Nazioni Unite e alle conferenze e agli incontri internazionali convocati sotto gli auspici dell’Assemblea Generale o, come appropriato, sotto gli auspici di altri organi delle Nazioni Unite, in linea con la sua partecipazione all’Assemblea Generale Forum politico di alto livello.

(l) Lo Stato di Palestina, nella sua qualità di Stato osservatore, non ha il diritto di voto nell’Assemblea Generale o di presentare la propria candidatura agli organi delle Nazioni Unite.

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27/03/2024

Gaza - Israele imbufalita per il voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Trattative ferme

Ieri il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato per la prima volta una risoluzione per chiedere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza.

Il testo, sostenuto da 14 Paesi tra cui Cina e Russia, è passato dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di astenersi, e di non esercitare il diritto di veto. La risoluzione chiede un cessate il fuoco immediato durante il Ramadan e la liberazione di tutti gli ostaggi ancora a Gaza.

Il movimento palestinese Hamas ha dichiarato di aver accolto con favore la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco a Gaza e di essere pronto a uno scambio immediato di prigionieri con Israele.

Imbufalito invece il premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha deciso di non inviare una delegazione a Washington come previsto, dopo che gli Stati Uniti non hanno posto il veto sulla risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Il ministro degli Esteri Israel Katz afferma che la decisione degli Stati Uniti di sospendere il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un immediato cessate il fuoco a Gaza finirà per danneggiare Israele nei colloqui per liberare i suoi ostaggi detenuti da Hamas.

Parlando alla radio dell’esercito, Katz traccia una linea diretta tra il rifiuto da parte di Hamas delle condizioni israeliane per una tregua e un accordo sugli ostaggi in cambio di prigionieri e la decisione degli Stati Uniti di consentire l’approvazione della misura, che definisce “un errore morale ed etico”.

Il segretario di stato Antony Blinken ha parlato di Rafah e degli aiuti umanitari a Gaza con il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, riferisce il Dipartimento di Stato.

Il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si recherà oggi a Teheran per tenere colloqui con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran, Hossein Amirabdollahian, sulla guerra in corso nella Striscia di Gaza. Lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana “Mehr”, aggiungendo che il leader di Hamas terrà anche un incontro con la stampa durante la sua visita nella capitale iraniana.

Le trattative sullo scambio di prigionieri si sono fermate

“Il movimento Hamas ha informato poco fa i mediatori che il movimento si attiene alla sua posizione e visione presentata il 14 marzo perché l’occupante non ha risposto a nessuna delle richieste fondamentali del nostro popolo e della nostra resistenza: un cessate il fuoco completo, il ritiro dalla Striscia di Gaza, il ritorno degli sfollati e un vero scambio di prigionieri” scrive l’organizzazione su Telegram. “Il movimento ribadisce che Netanyahu e il suo governo estremista hanno la piena responsabilità di aver vanificato tutti gli sforzi negoziali e di aver ostacolato il raggiungimento di un accordo fino ad oggi”.

Israele ha continuamente respinto le richieste avanzate da Hamas per un ritiro militare completo e un cessate il fuoco permanente, mentre il movimento palestinese ha condizionato qualsiasi ulteriore rilascio di ostaggi all’impegno israeliano a porre fine alla guerra. Israele ha respinto questa richiesta come delirante e ha insistito sul fatto che la sua campagna militare per distruggere le capacità militari e di governo di Hamas riprenderà una volta che qualsiasi accordo di tregua sugli ostaggi sarà attuato.

Alle prime ore di questa mattina, alcuni testimoni hanno riferito di attacchi israeliani nei pressi di Rafah, dove sono ammassati 1,5 milioni di palestinesi, la maggior parte dei quali sfollati a causa dei bombardamenti israeliani nel resto della Striscia di Gaza.

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20/12/2023

USA - Una risoluzione bipartisan al Congresso chiede di lasciar cadere le accuse contro Assange

Una risoluzione bipartisan del Congresso chiede alle autorità statunitensi di revocare tutte le accuse contro Assange, perché il suo era giornalismo e non spionaggio.

Il deputato repubblicano Paul Gosar ha presentato una risoluzione in cui si afferma che “le attività giornalistiche regolari” sono protette dal Primo Emendamento e che il governo degli Stati Uniti dovrebbe porre fine al procedimento giudiziario contro il fondatore di Wikileaks Julian Assange, accusato di aver pubblicato documenti militari statunitensi classificati.

La risoluzione bipartisan presentata mercoledì è stata co-sponsorizzata dai rappresentanti James McGovern, D-Mass.; Thomas Massie, R-Ky.; Marjorie Taylor Greene, R-Ga.; Anna Paulina Luna, R-Fla.; Eric Burlison, R-Mo.; Jeff Duncan, R-S.C.; Ilhan Omar, D-Minn., e Clay Higgins, R-La.

“Considerando che le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

Assange sta affrontando 17 capi d’accusa per presunta ricezione, possesso e comunicazione di informazioni classificate al pubblico ai sensi dell’Espionage Act e un’accusa di cospirazione per commettere intrusioni informatiche.

Le accuse sono state mosse dall’amministrazione Trump in relazione alla pubblicazione nel 2010 dei cablogrammi che l’analista dell’intelligence dell’esercito americano Chelsea Manning ha fatto trapelare a Wikileaks in dettaglio sui crimini di guerra commessi dal governo degli Stati Uniti a Guantánamo Bay, a Cuba, nel campo di detenzione, in Iraq e in Afghanistan. I materiali hanno anche esposto casi di tortura e rendition da parte della CIA.

Nella risoluzione si legge che Assange, un cittadino australiano, è stato accusato dal governo degli Stati Uniti per la presunta cospirazione per commettere intrusioni informatiche con l’accusa di aver aiutato Manning ad accedere ai computer del Dipartimento della Difesa senza autorizzazione, anche se Manning “aveva già accesso al computer menzionato, la presunta violazione dei computer del Dipartimento della Difesa era impossibile e non c’era alcuna prova che il signor Assange avesse avuto alcun contatto” (con Manning).

“Considerando che, nel 2010, WikiLeaks, un’organizzazione mediatica fondata da Julian Assange, ha pubblicato una cache di centinaia di migliaia di informazioni, tra cui documenti di valutazione dei detenuti di Guantánamo Bay, cablogrammi del Dipartimento di Stato, file sulle regole di ingaggio e altri rapporti militari degli Stati Uniti“, si legge nella risoluzione.

“Considerando che la divulgazione di queste informazioni ha promosso la trasparenza pubblica attraverso l’esposizione dell’assunzione di prostitute bambine da parte degli appaltatori del Dipartimento della Difesa, gli incidenti di fuoco amico, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili e l’uso della guerra psicologica da parte degli Stati Uniti“.

Assange è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra da quando è stato rimosso dall’ambasciata ecuadoriana l’11 aprile 2019, per aver “violato le condizioni della cauzione”.

Aveva chiesto asilo all’ambasciata dal 2012 per evitare di essere mandato in Svezia con l’accusa di aver violentato due donne, perché la Svezia non avrebbe fornito garanzie che lo avrebbe protetto dall’estradizione negli Stati Uniti. Le indagini sulle accuse di violenza sessuale sono state infine archiviate.

Se venisse estradato negli Stati Uniti dopo aver esaurito tutti i suoi appelli legali, Assange affronterebbe il processo ad Alexandria, in Virginia, e potrebbe essere condannato fino a 175 anni in un carcere di massima sicurezza americano.

La risoluzione arriva dopo molti altri sforzi bipartisan quest’anno da parte dei legislatori negli Stati Uniti e nel paese natale di Assange, l’Australia, che chiedono agli Stati Uniti di ritirare le accuse e porre fine alle loro richieste di estradizione.

Il mese scorso, infatti, più di una dozzina di legislatori statunitensi hanno sottoscritto una lettera firmata da McGovern e Massie, che è stata inviata al presidente Biden esortandolo a porre fine all’accusa contro Assange.

A settembre, una delegazione di legislatori australiani ha visitato Washington, D.C., per incontrare funzionari statunitensi e sostenere la libertà di Assange.

In occasione del quarto anniversario dell’arresto di Assange ad aprile, la deputata Rashida Tlaib, democratica del Michigan, ha inviato una lettera al Dipartimento di Giustizia firmata da alcuni membri della Camera chiedendo di ritirare le accuse.

Nel 2020, una risoluzione simile è stata presentata da Massie e dall’ex deputata Tulsi Gabbard, che era una democratica mentre era in carica, che ha difeso la stampa libera e ha chiesto il ritiro delle accuse contro Assange. Massie ha anche precedentemente sponsorizzato una legislazione bipartisan per riformare l’Espionage Act e proteggere informatori e giornalisti.

Nessun editore era stato incriminato ai sensi dell’Espionage Act fino ad Assange, che molti sostenitori della libertà di stampa descrivono come un pericoloso precedente destinato a criminalizzare il giornalismo.

I pubblici ministeri statunitensi e i critici di Assange hanno sostenuto che la pubblicazione di materiale classificato da parte di WikiLeaks ha messo a rischio la vita degli alleati degli Stati Uniti, ma non ci sono prove che la pubblicazione dei documenti abbia messo in pericolo qualcuno.

“Considerando che il successo dell’incriminazione del signor Assange ai sensi dell’Espionage Act creerebbe un precedente che consentirebbe agli Stati Uniti di perseguire e imprigionare i giornalisti per attività protette dal Primo Emendamento, tra cui l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, cosa che si verifica regolarmente“, si legge nella risoluzione di mercoledì.

“Considerando che la libertà di stampa sancita dal Primo Emendamento è essenziale per promuovere la trasparenza pubblica ed è una salvaguardia cruciale per la nostra Repubblica“.

“Considerando che numerosi difensori e organizzazioni per i diritti umani, la libertà di stampa e i diritti alla privacy hanno rivelato il loro sincero e fermo sostegno al signor Assange“, ha aggiunto la risoluzione.

Inoltre, i redattori e gli editori di questi organi di stampa statunitensi ed europei che hanno lavorato con Assange alla pubblicazione di estratti da oltre 250.000 documenti ottenuti nella fuga di notizie di Cablegate – The Guardian, The New York Times, Le Monde, Der Spiegel e El País – hanno scritto una lettera aperta l’anno scorso chiedendo agli Stati Uniti di ritirare le accuse contro Assange.

L’amministrazione Obama ha deciso di non incriminare Assange nel 2013 per la pubblicazione dei cablogrammi riservati da parte di WikiLeaks nel 2010 perché avrebbe dovuto incriminare anche i giornalisti delle principali testate giornalistiche che hanno pubblicato gli stessi materiali.

L’ex presidente Obama ha anche commutato la condanna a 35 anni di Manning per violazioni dell’Espionage Act e altri reati a sette anni nel gennaio 2017, e Manning, che era in carcere dal 2010, è stato rilasciato più tardi nello stesso anno.

Ma il Dipartimento di Giustizia dell’ex presidente Trump si è successivamente mosso per incriminare Assange ai sensi dell’Espionage Act, e l’amministrazione Biden ha continuato a perseguire il suo processo.

Durante l’amministrazione Trump, la CIA avrebbe avuto in programma di uccidere Assange per la pubblicazione di strumenti di hacking sensibili dell’agenzia noti come “Vault 7”, che secondo l’agenzia rappresentavano “la più grande perdita di dati nella storia della CIA“, ha riferito Yahoo nel 2021.

L’agenzia è stata accusata di aver discusso “ai più alti livelli” dell’amministrazione sui piani per assassinare Assange a Londra e ha seguito gli ordini dell’allora direttore della CIA Mike Pompeo di redigere “schizzi” e “opzioni” di uccisione.

La CIA aveva anche avanzato piani per rapire Assange e aveva preso la decisione politica di incriminarlo, secondo il rapporto.

WikiLeaks ha anche pubblicato comunicazioni interne nel 2016 tra il Comitato Nazionale Democratico e la campagna della candidata presidenziale Hillary Clinton che hanno rivelato i tentativi del DNC di sostenere Clinton nelle primarie democratiche di quell’anno.

La risoluzione di Gosar afferma che “le normali attività giornalistiche, compreso l’ottenimento e la pubblicazione di informazioni, sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti“, che “la libertà di stampa del Primo Emendamento promuove la trasparenza pubblica ed è cruciale per la Repubblica Americana“, che “il governo federale dovrebbe far cadere tutte le accuse e i tentativi di estradizione di Julian Assange” e che “il governo federale consente a Julian Assange di tornare a casa la sua nativa Australia, se lo desidera“.

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17/12/2023

Gaza - Si torna a negoziare per scambio prigionieri. Bulldozer israeliani contro gli sfollati

Il capo del Mossad, David Barnea, avrebbe ricevuto il via libera dal governo Netanyahu per riavviare i colloqui coi mediatori del Qatar sullo scambio di prigionieri.

Barnea tonerà in Europa nei prossimi giorni per incontrare il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, per la seconda volta in poco meno di sette giorni. Il loro ultimo faccia-a-faccia nel fine settimana a Oslo è stato definito “positivo”. Secondo quanto riportano i media israeliani e l’agenzia Reuters, Israele e Hamas sono aperti a un nuovo accordo di cessate il fuoco che includerebbe il rilascio degli ostaggi, ma permangono degli ostacoli.

Fonti egiziane hanno spiegato che Hamas insiste per decidere unilateralmente sulla liberazione dei prossimi ostaggi e vuole il ritiro delle truppe israeliane su linee predefinite. Secondo le fonti, Israele ha rifiutato quest’ultima condizione e ha chiesto di vedere l’elenco degli ostaggi prima di determinare data e durata del cessate il fuoco.

Israele manda i bulldozer contro le tende degli sfollati nel nord di Gaza. Ci sarebbero 20 morti

I bulldozer israeliani hanno fatto irruzione nel cortile dell’ospedale Kamal Adwan del Nord di Gaza, sotto assedio da otto giorni. Sono state spianate le tende in cui erano rifugiati feriti, pazienti e sfollati. Un video in circolazione mostra immagini devastanti.

“Un massacro terrificante e scene indicibili. Ciò che l’occupazione israeliana ha fatto all’ospedale Kamal Adwan è un crimine orribile contro i cittadini e il personale medico”, ha detto il corrispondente di Al Jazeera Arabic Anas al-Sharif in un post su X.

“Decine di sfollati, malati e feriti sono stati sepolti vivi”. Circa 20 persone sono state trovate morte e sepolte sotto le macerie. Secondo testimoni e secondo il Ministero della Sanità, gran parte della struttura ospedaliera è stata distrutta con l’uso dei bulldozer.


Il prezzo di sangue a Gaza

Secondo il Palestine Cronichle “Il fatto che Israele, che ha rifiutato l’estensione del cessate il fuoco, che termina il 1° dicembre, sia la parte che sta spingendo per un cessate il fuoco è un riflesso delle pesanti perdite militari israeliane sul terreno a Gaza”.

Questa mattina le autorità militari israeliane hanno annunciato la morte di quattro militari impegnati nell’operazione contro i combattenti palestinesi nella Striscia di Gaza. Sale così a 126 il numero dei soldati israeliani caduti.

Le forze di occupazione israeliane hanno rinnovato questa mattina i bombardamenti sul complesso medico Shifa a Gaza City. Decine di palestinesi sono stati uccisi in un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya, nel nord di Gaza. Violenti scontri sono stati segnalati a Khan Yunis, in coincidenza con pesanti bombardamenti di artiglieria su tutte le aree della città.

Cisgiordania

Cinque palestinesi sono stati uccisi in attacchi aerei nel campo di Nur Shams, vicino alla città di Tulkarem, in Cisgiordania. Lo riferisce l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”.

Una donna israeliana è stata ferita da colpi d’arma da fuoco in un attacco in Cisgiordania. I palestinesi hanno aperto il fuoco contro due veicoli israeliani nei pressi di Ramallah. La donna ha riportato ferite da arma da fuoco alla spalla, un uomo e un bambino che erano con lei nella sua auto, sono rimasti feriti.

Nuova risoluzione dell’Onu oggi in discussione a New York

Una nuova bozza di risoluzione, sarà votata oggi alle Nazioni Unite. Chiede una “cessazione urgente e sostenibile delle ostilità per consentire un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli nella Striscia di Gaza” e il “rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi”.

Come la precedente risoluzione, su cui gli Stati Uniti hanno posto il veto, chiedeva un cessate il fuoco portato al voto del Consiglio di Sicurezza il 9 dicembre, anche la nuova bozza di testo non nomina esplicitamente Hamas, ma condanna vagamente “tutti gli attacchi indiscriminati contro i civili”.

Il testo afferma anche il sostegno a una soluzione a due Stati nella regione e “sottolinea l’importanza di unificare la Striscia di Gaza con la Cisgiordania sotto l’Autorità palestinese”.

La scorsa settimana, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a stragrande maggioranza una risoluzione non vincolante che chiede un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza e il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi. I 193 membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato in modo schiacciante per un cessate il fuoco, con 153 a favore, superando i circa 140 paesi che hanno regolarmente sostenuto risoluzioni che condannano la Russia per la sua invasione dell’Ucraina.

L’imminente risoluzione del Consiglio di Sicurezza è stata presentata dai paesi arabi che sono usciti dal voto dell’Assemblea Generale di martedì scorso sostenuti da un ampio sostegno internazionale, anche se il destino dell’ultimo testo rimane incerto.

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13/12/2023

Gaza - L’Onu vota risoluzione per il cessate il fuoco. L’Italia si astiene.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione che sollecita una cessazione immediata delle ostilità nella Striscia di Gaza.

La risoluzione è stata sostenuta da 153 Paesi, che hanno assunto una posizione opposta a quella assunta dagli Stati Uniti, contrari a un cessate il fuoco. Contro la risoluzione hanno votato solo dieci Paesi, mentre 23 si sono astenuti. Tra i dieci paesi che hanno votato contro sono Stati Uniti, Israele, Austria, Micronesia, Tonga, Nauru, Paraguay, Papua. L’Italia si è astenuta come la Germania, mentre la Francia ha votato a favore.

Il voto dell’Assemblea Generale, significativo sul piano politico, contrariamente alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, non è vincolante. Emblematica la bocciatura dei due emendamenti proposti dall’Austria e da Washington, che non hanno raggiunto la maggioranza richiesta di due terzi.

La scorsa settimana, al Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti hanno opposto praticamente da soli il veto a una risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza, che era stata approvata dalla maggioranza dei 15 membri del consesso.

La breve risoluzione approvata ieri dall’Assemblea generale chiede un cessate il fuoco, il rispetto da parte di tutte le parti del diritto internazionale e l’accesso umanitario agli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, nonché il loro rilascio “immediato e incondizionato”.

Israele allaga i tunnel di Gaza. Biden balbetta

I militari israeliani hanno iniziato ad allagare parte della rete di gallerie a Gaza, utilizzando acqua marina. Lo riferisce l’emittente televisiva “Cnn”, secondo cui Israele ha informato gli Usa dell’avvio di tali operazioni. Anche in questa occasione il presidente Biden ha balbettato: “Per quanto riguarda l’allagamento dei tunnel, non sono nelle condizioni… Beh, ci sono affermazioni secondo cui sono piuttosto sicuri che non ci siano ostaggi in nessuno di questi tunnel, ma non lo so per certo”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca, aggiungendo: “Non so dirlo, ma in ogni caso ogni morte civile è assolutamente una tragedia”.

Le immagini satellitari analizzate da varie testate giornalistiche, tra cui NBC News, hanno mostrato enormi condutture d’acqua che iniziano nel Mar Mediterraneo e terminano in varie parti della costa della Striscia di Gaza.

La notizia dell’allagamento dei tunnel ha destato preoccupazione tra i familiari per la sorte degli oltre 100 ostaggi israeliani probabilmente nascosti proprio nella vasta rete di gallerie scavata per anni nel territorio dell’enclave palestinese. Una conferma in più che la sorte degli ostaggi non rientra tra le priorità dell’operazione militare israeliana a Gaza.

Il direttore di Palestine Chronicle, Ramzy Baroud, ha commentato come “l’allagamento di alcuni dei tunnel è di per sé, per quanto crudele, un atto di disperazione, semplicemente perché si basa sull’errata comprensione che le reti di tunnel siano collegate in modo tale che l’allagamento di un tunnel a Beit Layha, nel nord, ne inonderebbe in qualche modo un altro a Rafah. nel sud”.

“Affinché Israele riesca ad allagare i tunnel, dovrebbe prima stabilire il pieno controllo su Gaza, identificare la posizione di tutti i tunnel e iniziare il processo di pompaggio lento dell’acqua di mare, che richiederebbe mesi”, ha detto Baroud, “un tempo che Israele non ha considerando le sue pesanti perdite dovute alla dura resistenza a Gaza”.

I combattimenti in corso a Gaza. In una imboscata uccisi nove soldati e un alto ufficiale israeliano

Le Brigate Qassam, il braccio militare del movimento Hamas, confermano di aver colpito un carro armato israeliano nell’area di Ma’an, a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e di essersi scontrate con i militari israeliani a ovest del campo profughi di Jabalya, a Birket Abu Rashid e ad Al Qarara a est di Khan Younis. Alcuni blindati israeliani sarebbero stati colpiti nel quartiere di Shuja’iya. Anche le Brigate Al Quds, braccio militare della Jihad Islamica, affermano di essere impegnate nei combattimenti.

Il Times of Israel riferisce che in una imboscata dei combattenti palestinesi a Shuja’iya sono stati uccisi dieci militari israeliani della Brigata Golani, tra cui un alto ufficiale: il colonnello Itzhak Ben Basat, 44 anni, capo della squadra del comandante della brigata Golani.

Secondo Al Jazeera 38 soldati israeliani sono stati trasferiti per essere curati dopo essere stati feriti nelle battaglie di Gaza nelle ultime 24 ore.

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