Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato ieri due bozze di risoluzione relative alla guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste, c’era il progetto di risoluzione presentato dalla Russia che esortava tutte le parti a cessare immediatamente le operazioni militari in Medio Oriente e in altre regioni per evitare un’ulteriore escalation della situazione; la condanna tutti gli attacchi contro civili e infrastrutture civili; e l’invito a tutte le parti a proteggere i civili e le infrastrutture civili in conformità con i loro obblighi previsti dal diritto internazionale, incluso il diritto umanitario internazionale.
La bozza di risoluzione presentata dalla Russia ha ricevuto però solo quattro voti a favore, due contrari e nove astensioni e quindi non è stata adottata: Russia, Cina, Pakistan e Somalia hanno votato a favore, mentre Stati Uniti e Lettonia hanno votato contro.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha invece approvato la risoluzione redatta dal Bahrain che condanna l’Iran ma omette qualsiasi menzione degli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Tredici dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato a favore del documento, mentre Russia e Cina si sono astenute. Il progetto di risoluzione preparato dal Bahrain con il sostegno dei paesi del Golfo si concentra esclusivamente sull’Iran e sulle sue azioni, senza mai menzionare gli Stati Uniti o Israele nel testo.
L’agenzia russa Tass riferisce che il presidente russo Putin ha avuto una seconda conversazione telefonica in una sola settimana con il presidente iraniano Pezeshkian “per continuare la discussione sulla situazione in Medio Oriente alla luce dell’aggressione armata degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran” specifica la nota del Cremlino. La loro precedente conversazione telefonica era avvenuta il 6 marzo.
“La guerra sta finendo o sta entrando in una fase prolungata?” – si interroga sulla Ria Novosti l’esperto russo Piotr Apokov – “Nel primo caso, nella prossima settimana (massimo due), gli Stati Uniti dichiareranno vittoria, l’Iran inizierà a guarire le sue ferite e il mondo inizierà a riprendersi dallo shock. La situazione non tornerà mai a quella prebellica, e le conseguenze a lungo termine, sia geopolitiche che regionali, saranno molto gravi, senza contare il fatto che non tutte diventeranno immediatamente chiare”.
Secondo Apokov “L’unico scenario vincente per Stati Uniti e Israele è “uccidere” l’Iran. Ma è praticamente impossibile. Puoi uccidere Khamenei (e anche più di uno), puoi bombardare l’industria petrolifera e le infrastrutture iraniane, causare carestie ed epidemie. Ma tutto questo dovrà essere pagato – non con denaro, ma con l’atteggiamento dei due miliardi di persone del mondo islamico e della maggior parte della comunità mondiale. Il mondo non è in grado di fermare il massacro degli iraniani con la forza, ma sta già traendo conclusioni da ciò che sta accadendo”.
La Cina dal canto suo afferma di essere rimasta delusa e rammaricata che il progetto di risoluzione presentato dalla Russia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non sia stato adottato.
Il quotidiano China Daily riporta che il ministero degli Esteri cinese Wang Yi ha avuto in questi giorni undici colloqui telefonici con i suoi omologhi di Russia, Oman, Iran, Francia, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain, Qatar e Pakistan.
Nelle conversazioni, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha espresso la posizione della Cina basata su un appello al cessate il fuoco immediato in Medio Oriente e a sforzi verso una soluzione politica.
“La chiave per prevenire un’ulteriore escalation sta nel fatto che Stati Uniti e Israele interrompano le loro operazioni militari, la Cina ha fatto anche sapere che non approva gli attacchi ai paesi del Golfo e condanna tutti gli attacchi contro strutture civili e civili innocenti” riporta il giornale cinese Global Times.
Nei giorni scorsi l’inviato speciale cinese Zhai Jun aveva incontrato di persona i responsabili di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
Liu Zhonming, esperto dell’Istituto per il Medio Oriente cinese, ha affermato che “la tensione continua nello Stretto di Hormuz è un’arma a doppio taglio per entrambe le parti: per gli Stati Uniti è una minaccia alla sicurezza energetica e l’economia; per l’Iran, è dannoso per le sue relazioni con i paesi del Golfo”.
Liu ha aggiunto che il conflitto è in un periodo di stallo, ma “questo tipo di conflitto ad alta intensità e costi elevati è insostenibile per entrambe le parti e per i paesi della regione”.
Tang Zhichao, ricercatore di studi sul Medio Oriente presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali, sentito dal China Daily ha sottolineato che “la Cina ha evitato di schierarsi nel conflitto come hanno fatto alcuni paesi occidentali”.
Rimangono dunque ancora imperscrutabili le posizioni sulla guerra in corso di Russia e Cina, legate all’Iran da trattati bilaterali e forti interessi economici e strategici. Ci sono posizioni di principio che chiedono la fine delle ostilità e il ritorno ai negoziati, ma si intravede tra le righe la previsione che un prolungarsi della guerra sarebbe costosissimo per l’Iran ma indebolirebbe molto anche l’egemonia di Usa e Israele nella regione mediorientale. Una guerra prolungata in Medio Oriente dunque sarebbe uno svantaggio strategico per Washington e Tel Aviv da cui Cina e Russia potrebbero invece trarre vantaggio.
Viene affidato così ai media la diffusione del messaggio secondo cui ci sarebbero aiuti “non ufficiali” russi e cinesi ai sistemi di comunicazione, lancio e intercettazione iraniani. La precisione con cui i missili di Teheran hanno colpito le infrastrutture militari statunitensi e israeliani in questi giorni in tutta la regione sembrano indirettamente confermare questo messaggio.
Del resto sia la Cina che la Russia non intendono alzare la soglia dello scontro con gli Stati Uniti, ma neanche possono rinunciare ai propri interessi strategici, e la regione del Golfo è uno di questi.
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18/11/2025
Gaza - L’ONU approva la risoluzione statunitense. Contrari palestinesi e Israele
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione presentata dagli Stati Uniti su Gaza basata sul Piano Trump.
Il testo è stato modificato più volte durante i negoziati, ed è passato con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia. Con il piano viene autorizzata una forza militare internazionale di “stabilizzazione” per la Striscia di Gaza, che dovrebbe anche provvedere al disarmo dei combattenti di Hamas.
Le organizzazioni della resistenza palestinese – e non solo Hamas – hanno respinto la risoluzione, ribadendo la sua “pericolosità” e “il tentativo di sottomettere la Striscia di Gaza all’autorità internazionale”. Le organizzazioni palestinesi respingono qualsiasi clausola che preveda il disarmo di Gaza o che possa ledere “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”.
Ma anche Israele si è detta contraria al piano previsto dalla risoluzione approvata ieri dal Consiglio di Sicurezza.
Netanyahu ha ribadito che Israele resta contrario alla nascita di uno Stato palestinese e ha promesso di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”. “Se accelerano il riconoscimento dello Stato terroristico palestinese, e l’ONU riconosce uno Stato palestinese, dovrebbero essere ordinati assassinii mirati di alti funzionari dell’Autorità Palestinese, che sono terroristi a tutti gli effetti”, ha minacciato il ministro ultrasionista Ben Gvir.
In sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia aveva presentato una bozza alternativa che cancellava dal testo ogni riferimento alla smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la cosiddetta linea gialla, non citava il Board of Peace incaricato dell’amministrazione transitoria dell’enclave – un organismo presieduto dallo stesso Trump – e trasferiva nelle mani del segretario generale dell’Onu il compito di valutare “le opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione”, togliendo così agli Stati Uniti il ruolo centrale nell’attuazione del piano. Inoltre riaffermava la necessità di procedere con il riconoscimento dello Stato palestinese. Su questa posizione si erano allineati anche paesi come Cina e Algeria.
Ma la posizione dei paesi arabi e islamici coinvolti nell’attuazione del Piano Trump – dagli Emirati al Qatar, dalla Turchia alla stessa Autorità Nazionale Palestinese – e favorevoli al piano stesso, ha convinto la Russia a ritirare la propria bozza di risoluzione e a confidare che la contrarietà di Israele al piano possa far esplodere le contraddizioni ben visibili nel piano Trump.
Israele aveva fatto un ultimo tentativo all’ONU affinché gli Stati Uniti eliminassero qualsiasi menzione dello stato palestinese, anche se solo come aspirazione nazionale.
Il fatto che gli Stati Uniti abbiano infine mantenuto il passaggio sullo stato palestinese segnala che l’amministrazione Trump intende mantenere i suoi rapporti con i paesi arabi nonostante l’opposizione di Israele.
È iniziata quindi una trattativa sul testo della risoluzione, nella cui versione finale è scritto che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza potranno partecipare al Board of Peace – il cui mandato durerà fino al 31 dicembre 2027 – ma soprattutto si introduce un passaggio politico, simbolico ma assai indigeribile per Israele: “Le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato un programma di riforme e che la ricostruzione di Gaza sarà in fase avanzata”.
Sul campo, oltre l’escalation di aggressioni dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e l’emergenza umanitaria a Gaza aggravata dall’arrivo dell’inverno, resta poi ancora aperta l’emergenza dei circa duecento combattenti palestinesi nascosti nei tunnel al di là della linea gialla che segna le aree della Striscia sotto il controllo militare israeliano.
I combattenti palestinesi hanno dichiarato che non accetteranno alcuna iniziativa che li costringa ad abbandonare i loro nascondigli se non attraverso un percorso scelto da loro stessi e che gli consenta di andarsene da Gaza con dignità.
Fonte
Il testo è stato modificato più volte durante i negoziati, ed è passato con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia. Con il piano viene autorizzata una forza militare internazionale di “stabilizzazione” per la Striscia di Gaza, che dovrebbe anche provvedere al disarmo dei combattenti di Hamas.
Le organizzazioni della resistenza palestinese – e non solo Hamas – hanno respinto la risoluzione, ribadendo la sua “pericolosità” e “il tentativo di sottomettere la Striscia di Gaza all’autorità internazionale”. Le organizzazioni palestinesi respingono qualsiasi clausola che preveda il disarmo di Gaza o che possa ledere “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”.
Ma anche Israele si è detta contraria al piano previsto dalla risoluzione approvata ieri dal Consiglio di Sicurezza.
Netanyahu ha ribadito che Israele resta contrario alla nascita di uno Stato palestinese e ha promesso di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”. “Se accelerano il riconoscimento dello Stato terroristico palestinese, e l’ONU riconosce uno Stato palestinese, dovrebbero essere ordinati assassinii mirati di alti funzionari dell’Autorità Palestinese, che sono terroristi a tutti gli effetti”, ha minacciato il ministro ultrasionista Ben Gvir.
In sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia aveva presentato una bozza alternativa che cancellava dal testo ogni riferimento alla smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la cosiddetta linea gialla, non citava il Board of Peace incaricato dell’amministrazione transitoria dell’enclave – un organismo presieduto dallo stesso Trump – e trasferiva nelle mani del segretario generale dell’Onu il compito di valutare “le opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione”, togliendo così agli Stati Uniti il ruolo centrale nell’attuazione del piano. Inoltre riaffermava la necessità di procedere con il riconoscimento dello Stato palestinese. Su questa posizione si erano allineati anche paesi come Cina e Algeria.
Ma la posizione dei paesi arabi e islamici coinvolti nell’attuazione del Piano Trump – dagli Emirati al Qatar, dalla Turchia alla stessa Autorità Nazionale Palestinese – e favorevoli al piano stesso, ha convinto la Russia a ritirare la propria bozza di risoluzione e a confidare che la contrarietà di Israele al piano possa far esplodere le contraddizioni ben visibili nel piano Trump.
Israele aveva fatto un ultimo tentativo all’ONU affinché gli Stati Uniti eliminassero qualsiasi menzione dello stato palestinese, anche se solo come aspirazione nazionale.
Il fatto che gli Stati Uniti abbiano infine mantenuto il passaggio sullo stato palestinese segnala che l’amministrazione Trump intende mantenere i suoi rapporti con i paesi arabi nonostante l’opposizione di Israele.
È iniziata quindi una trattativa sul testo della risoluzione, nella cui versione finale è scritto che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza potranno partecipare al Board of Peace – il cui mandato durerà fino al 31 dicembre 2027 – ma soprattutto si introduce un passaggio politico, simbolico ma assai indigeribile per Israele: “Le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato un programma di riforme e che la ricostruzione di Gaza sarà in fase avanzata”.
Sul campo, oltre l’escalation di aggressioni dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e l’emergenza umanitaria a Gaza aggravata dall’arrivo dell’inverno, resta poi ancora aperta l’emergenza dei circa duecento combattenti palestinesi nascosti nei tunnel al di là della linea gialla che segna le aree della Striscia sotto il controllo militare israeliano.
I combattenti palestinesi hanno dichiarato che non accetteranno alcuna iniziativa che li costringa ad abbandonare i loro nascondigli se non attraverso un percorso scelto da loro stessi e che gli consenta di andarsene da Gaza con dignità.
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17/10/2025
Il Venezuela chiede all’Onu di dichiarare illegali i raid statunitensi
Il Venezuela ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che gli attacchi aerei statunitensi contro imbarcazioni al largo delle sue coste siano dichiarati illegali. In una lettera ufficiale, l’ambasciatore venezuelano all’ONU, Samuel Moncada, ha sollecitato un’inchiesta indipendente e una dichiarazione che riaffermi la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Secondo Caracas, gli attacchi hanno causato la morte di almeno 27 persone e sono stati condotti senza fornire prove di qualsiasi attività illecita, in acque internazionali. La denuncia arriva in un contesto di tensione crescente, in cui gli Stati Uniti hanno intensificato operazioni militari nel Mar dei Caraibi meridionale, giustificando l’intervento con accuse di traffico di droga e attività terroristiche legate al governo di Nicolás Maduro, senza però presentare evidenze concrete a sostegno di tali affermazioni.
Il presidente Donald Trump ha autorizzato l’uso della CIA per operazioni segrete in Venezuela, definendo il governo di Caracas un sostenitore di reti criminali transnazionali. Il Venezuela denuncia una violazione diretta della sua sovranità e sottolinea che le operazioni statunitensi non rispettano il diritto internazionale. La lettera di Moncada, indirizzata ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede un pronunciamento formale e un’inchiesta che accerti la natura illegale degli attacchi. La comunità internazionale è chiamata a intervenire per evitare ulteriori escalation e per chiarire la legittimità delle azioni militari unilaterali condotte da Washington.
Nonostante la gravità della richiesta, l’emissione di una dichiarazione ufficiale da parte del Consiglio appare improbabile, principalmente a causa del diritto di veto degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni membri hanno espresso preoccupazione per l’escalation. Russia e Cina hanno ribadito la necessità di rispettare la sovranità degli Stati, mentre Paesi europei come Francia, Grecia e Danimarca hanno invitato a una de-escalation immediata, richiamando l’attenzione sul rispetto del diritto internazionale e sull’urgenza di evitare un conflitto più ampio nella regione caraibica. La questione non è bilaterale ma ha ripercussioni significative sulla stabilità regionale e sulle dinamiche diplomatiche tra Stati Uniti e altri attori globali.
Caracas accusa direttamente la CIA di avere mandato libero per operazioni destinate a destabilizzare il Paese, mentre il governo insiste sulla necessità di difendere il proprio popolo e le istituzioni. Il Venezuela pone l’accento sul carattere unilaterale e illegittimo degli attacchi, evidenziando la differenza tra operazioni condotte in acque internazionali e la legittima difesa nazionale, e sottolinea l’impatto umano delle azioni militari, con la perdita di vite civili e danni alle infrastrutture marittime. La richiesta al Consiglio di Sicurezza rappresenta un tentativo di mobilitare la comunità internazionale, di ottenere una condanna formale e di chiedere garanzie sul rispetto del diritto internazionale.
Le operazioni statunitensi hanno scatenato una forte reazione diplomatica, con Caracas che ribadisce la propria disponibilità a collaborare con osservatori internazionali purché siano indipendenti e neutrali, e insiste affinché qualsiasi verifica includa un accertamento dettagliato delle responsabilità. Il governo venezuelano evidenzia come gli attacchi compromettano la sicurezza dei suoi cittadini, creando tensioni in mare e alimentando il rischio di incidenti che potrebbero travalicare le acque territoriali e avere ripercussioni politiche e umanitarie significative.
Fonte
Il presidente Donald Trump ha autorizzato l’uso della CIA per operazioni segrete in Venezuela, definendo il governo di Caracas un sostenitore di reti criminali transnazionali. Il Venezuela denuncia una violazione diretta della sua sovranità e sottolinea che le operazioni statunitensi non rispettano il diritto internazionale. La lettera di Moncada, indirizzata ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede un pronunciamento formale e un’inchiesta che accerti la natura illegale degli attacchi. La comunità internazionale è chiamata a intervenire per evitare ulteriori escalation e per chiarire la legittimità delle azioni militari unilaterali condotte da Washington.
Nonostante la gravità della richiesta, l’emissione di una dichiarazione ufficiale da parte del Consiglio appare improbabile, principalmente a causa del diritto di veto degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni membri hanno espresso preoccupazione per l’escalation. Russia e Cina hanno ribadito la necessità di rispettare la sovranità degli Stati, mentre Paesi europei come Francia, Grecia e Danimarca hanno invitato a una de-escalation immediata, richiamando l’attenzione sul rispetto del diritto internazionale e sull’urgenza di evitare un conflitto più ampio nella regione caraibica. La questione non è bilaterale ma ha ripercussioni significative sulla stabilità regionale e sulle dinamiche diplomatiche tra Stati Uniti e altri attori globali.
Caracas accusa direttamente la CIA di avere mandato libero per operazioni destinate a destabilizzare il Paese, mentre il governo insiste sulla necessità di difendere il proprio popolo e le istituzioni. Il Venezuela pone l’accento sul carattere unilaterale e illegittimo degli attacchi, evidenziando la differenza tra operazioni condotte in acque internazionali e la legittima difesa nazionale, e sottolinea l’impatto umano delle azioni militari, con la perdita di vite civili e danni alle infrastrutture marittime. La richiesta al Consiglio di Sicurezza rappresenta un tentativo di mobilitare la comunità internazionale, di ottenere una condanna formale e di chiedere garanzie sul rispetto del diritto internazionale.
Le operazioni statunitensi hanno scatenato una forte reazione diplomatica, con Caracas che ribadisce la propria disponibilità a collaborare con osservatori internazionali purché siano indipendenti e neutrali, e insiste affinché qualsiasi verifica includa un accertamento dettagliato delle responsabilità. Il governo venezuelano evidenzia come gli attacchi compromettano la sicurezza dei suoi cittadini, creando tensioni in mare e alimentando il rischio di incidenti che potrebbero travalicare le acque territoriali e avere ripercussioni politiche e umanitarie significative.
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26/09/2025
Petro all’ONU invoca la creazione di una forza di difesa dei palestinesi, e attacca gli USA sull’America Latina
Il discorso che Gustavo Petro ha tenuto all’80esima Assemblea Generale dell’ONU, lo scorso 23 settembre, non ha attirato l’attenzione che merita sui media nostrani. Ma le parole che ha pronunciato alle Nazioni Unite come presidente della Colombia – il prossimo anno ci saranno le elezioni – sono, in realtà, di una portata dirompente, sotto tanti aspetti che vale la pena accennare.
L’elemento di certo più significativo è la proposta che l’ONU crei una forza armata internazionale che protegga i palestinesi dal genocidio perpetrato da Israele. La responsabilità di Tel Aviv in questo senso è confermata da un’indagine indipendente delle stesse Nazioni Unite, che in passato non hanno mancato di approvare varie altre missioni di cosiddetto peacekeeping.
Ma in questo caso Petro si è spinto oltre, denunciando anche i meccanismi con cui spesso l’ONU è ridotto all’immobilismo. Il presidente colombiano ha criticato gli Stati Uniti, per aver posto il veto sul cessate il fuoco nella Striscia, nella votazione del 18 settembre. Dunque, ha invocato il cambiamento delle regole di questi consessi, per far fronte a squilibri non più accettabili.
Ha, però, fatto qualcosa in più. Sottolineando come l’opposizione al genocidio non si possa fermare alle sole condanne, e nemmeno alle risoluzioni di cui, purtroppo, abbiamo visto Israele fregarsene tranquillamente, Petro ha chiesto che sia l’Assemblea Generale, senza il blocco del Consiglio di Sicurezza, a votare per creare questa forza di protezione internazionale dei palestinesi.
Non si tratterebbe, dunque, di un intervento dei ‘caschi blu’, bensì “un potente esercito di paesi che non accettano il genocidio”, riporta El Pais. “La diplomazia ha già esaurito il suo ruolo nel caso di Gaza”, ha aggiunto Petro, ed è dunque ora di intervenire per fermare Israele, lì dove l’Occidente ha fallito la missione che propaganda di avere, cioè quella di tutelare diritti umani e democrazia.
Perché infatti, nella parole di Petro, c’è qualcosa di più della semplice insofferenza di fronte alla pulizia etnica che non accenna a fermarsi. C’è una presa di posizione contro il capitalismo occidentale, una presa di posizione netta contro l’ordine – o disordine – guidato dagli USA e, a seguire, dalle potenze sue ‘alleate’, o per meglio dire vassalle.
C’è la rivendicazione del ruolo che deve avere il Sud Globale di fronte all’ennesimo genocidio e all’ennesima guerra mondiale, seppur a pezzi, a cui il colonialismo e il suprematismo occidentali stanno obbligando il mondo intero ad assistere e partecipare. O a subire attacchi o, peggio, la stessa sorte di Gaza.
“Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza – ha detto Petro – potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America Latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”. Il riferimento è agli attacchi portati dagli Stati Uniti contro delle navi al largo del Venezuela, che con la scusa del narcotraffico mirano a destabilizzare il paese e l’intera regione.
A farne le spese sono stati già diversi pescatori. Washington ha escluso la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta alla droga. Ma su questo Petro è stato chiaro: “la politica antidroga [degli USA, ndr] non ha lo scopo di impedire alla cocaina di raggiungere gli Stati Uniti. Lo scopo è dominare la popolazione del Sud in generale”.
Il presidente colombiano ha individuato in fatti che sembrano così diversi e lontani un minimo comune denominatore nell’espansionismo occidentale e nell’arbitrio della NATO, che minano i reali processi democratici e favoriscono l’emergere di nuove tirannie. Mentre Petro diceva tutto ciò, la delegazione statunitense non c’era, perché aveva lasciato l’aula.
È un piano inclinato che va verso la guerra, quello del capitale occidentale, o verso la distruzione del pianeta. “Ci siamo sbagliati – ha detto Petro – le Nazioni Unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.
Quella del presidente di Bogotà non è una critica verso un governante o un’azione (per quanto possa essere terribile, come un genocidio), ma è una condanna senza appello a un intero sistema politico e di sicurezza internazionale – fallimentare – e a un modello di sviluppo che ha prodotto solo disuguaglianze, povertà e, infine, persino l’avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo.
Per concludere, e tornando alle proposte fatte per l’emergenza più immediata, ovvero lo sterminio dei palestinesi, Petro chiama i paesi che si oppongono al genocidio a intervenire concretamente. Col discorso che ha tenuto, ha però inserito questo intervento in quadro di compiti più ampio e più alto: quelli del Sud Globale di liberarsi dal giogo del capitale occidentale, e di farsi infine alternativa di giustizia e pace.
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L’elemento di certo più significativo è la proposta che l’ONU crei una forza armata internazionale che protegga i palestinesi dal genocidio perpetrato da Israele. La responsabilità di Tel Aviv in questo senso è confermata da un’indagine indipendente delle stesse Nazioni Unite, che in passato non hanno mancato di approvare varie altre missioni di cosiddetto peacekeeping.
Ma in questo caso Petro si è spinto oltre, denunciando anche i meccanismi con cui spesso l’ONU è ridotto all’immobilismo. Il presidente colombiano ha criticato gli Stati Uniti, per aver posto il veto sul cessate il fuoco nella Striscia, nella votazione del 18 settembre. Dunque, ha invocato il cambiamento delle regole di questi consessi, per far fronte a squilibri non più accettabili.
Ha, però, fatto qualcosa in più. Sottolineando come l’opposizione al genocidio non si possa fermare alle sole condanne, e nemmeno alle risoluzioni di cui, purtroppo, abbiamo visto Israele fregarsene tranquillamente, Petro ha chiesto che sia l’Assemblea Generale, senza il blocco del Consiglio di Sicurezza, a votare per creare questa forza di protezione internazionale dei palestinesi.
Non si tratterebbe, dunque, di un intervento dei ‘caschi blu’, bensì “un potente esercito di paesi che non accettano il genocidio”, riporta El Pais. “La diplomazia ha già esaurito il suo ruolo nel caso di Gaza”, ha aggiunto Petro, ed è dunque ora di intervenire per fermare Israele, lì dove l’Occidente ha fallito la missione che propaganda di avere, cioè quella di tutelare diritti umani e democrazia.
Perché infatti, nella parole di Petro, c’è qualcosa di più della semplice insofferenza di fronte alla pulizia etnica che non accenna a fermarsi. C’è una presa di posizione contro il capitalismo occidentale, una presa di posizione netta contro l’ordine – o disordine – guidato dagli USA e, a seguire, dalle potenze sue ‘alleate’, o per meglio dire vassalle.
C’è la rivendicazione del ruolo che deve avere il Sud Globale di fronte all’ennesimo genocidio e all’ennesima guerra mondiale, seppur a pezzi, a cui il colonialismo e il suprematismo occidentali stanno obbligando il mondo intero ad assistere e partecipare. O a subire attacchi o, peggio, la stessa sorte di Gaza.
“Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza – ha detto Petro – potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America Latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”. Il riferimento è agli attacchi portati dagli Stati Uniti contro delle navi al largo del Venezuela, che con la scusa del narcotraffico mirano a destabilizzare il paese e l’intera regione.
A farne le spese sono stati già diversi pescatori. Washington ha escluso la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta alla droga. Ma su questo Petro è stato chiaro: “la politica antidroga [degli USA, ndr] non ha lo scopo di impedire alla cocaina di raggiungere gli Stati Uniti. Lo scopo è dominare la popolazione del Sud in generale”.
Il presidente colombiano ha individuato in fatti che sembrano così diversi e lontani un minimo comune denominatore nell’espansionismo occidentale e nell’arbitrio della NATO, che minano i reali processi democratici e favoriscono l’emergere di nuove tirannie. Mentre Petro diceva tutto ciò, la delegazione statunitense non c’era, perché aveva lasciato l’aula.
È un piano inclinato che va verso la guerra, quello del capitale occidentale, o verso la distruzione del pianeta. “Ci siamo sbagliati – ha detto Petro – le Nazioni Unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.
Quella del presidente di Bogotà non è una critica verso un governante o un’azione (per quanto possa essere terribile, come un genocidio), ma è una condanna senza appello a un intero sistema politico e di sicurezza internazionale – fallimentare – e a un modello di sviluppo che ha prodotto solo disuguaglianze, povertà e, infine, persino l’avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo.
Per concludere, e tornando alle proposte fatte per l’emergenza più immediata, ovvero lo sterminio dei palestinesi, Petro chiama i paesi che si oppongono al genocidio a intervenire concretamente. Col discorso che ha tenuto, ha però inserito questo intervento in quadro di compiti più ampio e più alto: quelli del Sud Globale di liberarsi dal giogo del capitale occidentale, e di farsi infine alternativa di giustizia e pace.
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25/02/2025
L’Ucraina vicina all’accordo: oggi l’Ue sta diventando la principale minaccia alla pace mondiale
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato con dieci voti a favore, nessun voto contrario e cinque astensioni la risoluzione presentata dagli Usa sull’Ucraina, dopo che tutti gli emendamenti (sia quelli di Mosca sia quelli degli europei) erano stati bocciati per ragioni procedurali o per il veto della Russia.
Tra i paesi astenuti ci sono Francia, Gran Bretagna, Danimarca, Grecia e Slovenia. Francia e Gran Bretagna sono due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che avrebbero potuto usare il loro potere di veto ma non l’hanno fatto, visto che nella giornata di ieri erano previsti colloqui a Washington sia con Macron che con Starmer. La Russia e la Cina hanno votato a favore.
La risoluzione Usa chiede una rapida fine della guerra in Ucraina, ma non menziona “l’aggressione russa”.
Al contrario, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva in precedenza respinto una risoluzione elaborata dagli Stati Uniti, che è stata poi approvata ma dopo essere stata emendata dai paesi europei. La risoluzione affermava che il conflitto è il risultato di una “invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa”.
Gli Stati Uniti avevano originariamente presentato la risoluzione chiamata “Path to Peace” (Sentiero verso la Pace), un documento che puntava a stabilire un percorso negoziale tra Russia e Ucraina, evitando di attribuire responsabilità dirette, ma la Francia, a nome dell’Unione Europea, ha proposto due emendamenti consistenti: il primo sottolineava la necessità di una “pace giusta, duratura e complessiva tra Ucraina e Federazione Russa in linea con la Carta dell’ONU e i principi di sovranità, eguaglianza e integrità territoriale degli Stati”, mentre il secondo riaffermava “l’impegno alla sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti, ivi comprese le acque territoriali”.
L’Assemblea Generale ha votato a favore degli emendamenti europei con risultati decisamente contrastanti: 78 voti a favore, 16 contrari e 67 astensioni per il primo emendamento; 60 voti favorevoli, 18 contrari e 81 astensioni per il secondo.
Il testo finale della risoluzione USA, emendato, è stato approvato con 93 voti a favore, 73 astensioni e 8 contrari, tra questi Russia, Corea del Nord, Bielorussia e Sudan. A sorpresa, anche gli Stati Uniti si sono astenuti sulla mozione che avevano presentato ma che era stata emendata. Stando a quanto dichiarato dall’ambasciatrice statunitense all’ONU, gli USA sono contrari a un approccio che potesse secondo loro, “perpetuare la guerra delle parole”, hanno preferito non sostenere un testo che si allontanava dalla loro proposta iniziale.
La risoluzione approvata all’Assemblea Generale è sostanzialmente diversa da quella approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ed ha evidenziato sia la frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei sia una profonda polarizzazione nel diverso posizionamento dei vari paesi a livello mondiale sulle prospettive di pace in Ucraina.
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Tra i paesi astenuti ci sono Francia, Gran Bretagna, Danimarca, Grecia e Slovenia. Francia e Gran Bretagna sono due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che avrebbero potuto usare il loro potere di veto ma non l’hanno fatto, visto che nella giornata di ieri erano previsti colloqui a Washington sia con Macron che con Starmer. La Russia e la Cina hanno votato a favore.
La risoluzione Usa chiede una rapida fine della guerra in Ucraina, ma non menziona “l’aggressione russa”.
Al contrario, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva in precedenza respinto una risoluzione elaborata dagli Stati Uniti, che è stata poi approvata ma dopo essere stata emendata dai paesi europei. La risoluzione affermava che il conflitto è il risultato di una “invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa”.
Gli Stati Uniti avevano originariamente presentato la risoluzione chiamata “Path to Peace” (Sentiero verso la Pace), un documento che puntava a stabilire un percorso negoziale tra Russia e Ucraina, evitando di attribuire responsabilità dirette, ma la Francia, a nome dell’Unione Europea, ha proposto due emendamenti consistenti: il primo sottolineava la necessità di una “pace giusta, duratura e complessiva tra Ucraina e Federazione Russa in linea con la Carta dell’ONU e i principi di sovranità, eguaglianza e integrità territoriale degli Stati”, mentre il secondo riaffermava “l’impegno alla sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti, ivi comprese le acque territoriali”.
L’Assemblea Generale ha votato a favore degli emendamenti europei con risultati decisamente contrastanti: 78 voti a favore, 16 contrari e 67 astensioni per il primo emendamento; 60 voti favorevoli, 18 contrari e 81 astensioni per il secondo.
Il testo finale della risoluzione USA, emendato, è stato approvato con 93 voti a favore, 73 astensioni e 8 contrari, tra questi Russia, Corea del Nord, Bielorussia e Sudan. A sorpresa, anche gli Stati Uniti si sono astenuti sulla mozione che avevano presentato ma che era stata emendata. Stando a quanto dichiarato dall’ambasciatrice statunitense all’ONU, gli USA sono contrari a un approccio che potesse secondo loro, “perpetuare la guerra delle parole”, hanno preferito non sostenere un testo che si allontanava dalla loro proposta iniziale.
La risoluzione approvata all’Assemblea Generale è sostanzialmente diversa da quella approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ed ha evidenziato sia la frattura tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei sia una profonda polarizzazione nel diverso posizionamento dei vari paesi a livello mondiale sulle prospettive di pace in Ucraina.
Fonte
24/02/2025
Scontro all’Onu sulle risoluzioni relative alla guerra in Ucraina
Nel terzo anniversario dell’intervento militare russo, gli Stati Uniti hanno proposto una risoluzione alle Nazioni Unite sul conflitto in Ucraina che omette ogni menzione sull’integrità territoriale di Kiev. Al contrario la bozza di risoluzione preparata da Ucraina e paesi europei fa un preciso riferimento alla responsabilità della Russia per l’invasione e alla “integrità territoriale di Kiev”.
Nonostante la contrarietà di Kiev e degli alleati europei, gli Stati Uniti sono determinati a far mettere ai voti oggi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la risoluzione che chiede una “rapida fine” del conflitto in Ucraina senza alcun riferimento alla integrità territoriale del Paese.
Molti occhi sono puntati per capire quanto sarà compatto il fronte europeo di fronte alla posizione statunitense.
L’‘Ucraina ed altri Stati sottoporranno al voto dell’Assemblea Generale un progetto di risoluzione che riconosce che è “urgente” porre fine alla guerra “quest’anno”, e ribadisce le precedenti richieste dell’Assemblea: “immediato ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino e cessazione delle ostilità condotte dalla Russia”.
Invece di limitarsi all’astensione su questo testo, gli Stati Uniti, a sorpresa, hanno presentato venerdì scorso un testo diverso e concorrente con quello presentato da Ucraina ed europei. Il testo è molto breve e “chiede con urgenza che il conflitto venga risolto il prima possibile e invoca una pace duratura tra Kiev e Mosca”, senza alcun riferimento alla integrità territoriale dell’Ucraina. Ovviamente positiva la reazione della Russia a questa risoluzione.
La Cina, che è il presidente di turno del Consiglio di sicurezza, ha confermato che gli Stati Uniti presenteranno il testo al Consiglio nel pomeriggio di oggi. E qui gli europei non potranno fare a meno di scegliere.
Per essere adottata, una risoluzione deve raccogliere i voti di almeno nove dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza, ma senza il veto di uno dei cinque membri permanenti. La sola astensione dei membri europei del Consiglio (Francia, Gran Bretagna, Danimarca, Grecia, Slovenia) non sarebbe quindi sufficiente per respingerla. L’unica altra opzione è se Francia e Gran Bretagna usassero, per la prima volta, il loro diritto di veto. Una opzione rognosa visto che sia Macron che Starmer proprio questa settimana sono attesi a Washington.
Fonte
Nonostante la contrarietà di Kiev e degli alleati europei, gli Stati Uniti sono determinati a far mettere ai voti oggi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la risoluzione che chiede una “rapida fine” del conflitto in Ucraina senza alcun riferimento alla integrità territoriale del Paese.
Molti occhi sono puntati per capire quanto sarà compatto il fronte europeo di fronte alla posizione statunitense.
L’‘Ucraina ed altri Stati sottoporranno al voto dell’Assemblea Generale un progetto di risoluzione che riconosce che è “urgente” porre fine alla guerra “quest’anno”, e ribadisce le precedenti richieste dell’Assemblea: “immediato ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino e cessazione delle ostilità condotte dalla Russia”.
Invece di limitarsi all’astensione su questo testo, gli Stati Uniti, a sorpresa, hanno presentato venerdì scorso un testo diverso e concorrente con quello presentato da Ucraina ed europei. Il testo è molto breve e “chiede con urgenza che il conflitto venga risolto il prima possibile e invoca una pace duratura tra Kiev e Mosca”, senza alcun riferimento alla integrità territoriale dell’Ucraina. Ovviamente positiva la reazione della Russia a questa risoluzione.
La Cina, che è il presidente di turno del Consiglio di sicurezza, ha confermato che gli Stati Uniti presenteranno il testo al Consiglio nel pomeriggio di oggi. E qui gli europei non potranno fare a meno di scegliere.
Per essere adottata, una risoluzione deve raccogliere i voti di almeno nove dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza, ma senza il veto di uno dei cinque membri permanenti. La sola astensione dei membri europei del Consiglio (Francia, Gran Bretagna, Danimarca, Grecia, Slovenia) non sarebbe quindi sufficiente per respingerla. L’unica altra opzione è se Francia e Gran Bretagna usassero, per la prima volta, il loro diritto di veto. Una opzione rognosa visto che sia Macron che Starmer proprio questa settimana sono attesi a Washington.
Fonte
01/06/2023
Il Fronte ucraino di Bernard-Henri Lévy
La trovata non è nuova: privare la Russia del seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, o perlomeno toglierle il diritto di veto, è un’idea che fa gola a molti e più di una volta qualche buontempone l’ha buttata sul tavolo delle serate in famiglia.
Anche le cosiddette “pezze d’appoggio”, per dare a intendere che la cosa non esca per caso dalla bocca, tra un sospiro e l’altro, ma sia stata “ponderata” con ragionamenti – pur se affrontati nella pausa pranzo – vengono più meno riproposte col solito ritornello.
Nei giorni scorsi è toccato al filo-sionista e filo-nazigolpista francese (in precedenza, non si era fatto mancare nemmeno l’appoggio ai contras anti-sandinisti) Bernard-Henri Lévy (BHL) il quale, per distinguersi in qualche modo dalla penombra dei “vecchi filosofi”, sulle colonne del The Wall Street Journal ha addirittura proposto di togliere quel seggio alla Russia e darlo all’Ucraina.
Bernard Henry detiene il simpatico record di aver ricevuto in varie conferenze pubbliche ben sette torte in faccia. Quasi un riconoscimento universale...
I “prolegomeni” a tale metafisica, come detto, ricalcano dissertazioni in circolazione da tempo: Mosca non avrebbe potuto pretendere il passaggio automatico dall’URSS alla Russia del seggio al Consiglio di Sicurezza. «Il seggio permanente della Russia e il diritto di veto non hanno base legale», ha teorizzato dopo profonda meditazione l’ereditiere milionario.
Per cui, sarebbe tempo di allineare i seggi all’afflato democratico che deve uniformare i membri permanenti, eliminandone i soggetti “totalitari” e promuovendo quelli “democratici”. Intanto, si comincia col far fuori la Russia e promuovendo l’Ucraina; più avanti, non è escluso che la “sintesi filosofica” tocchi anche alla Cina per Taiwan.
E anche la seconda parte, quella “construens”, della discettazione neo-filosofica arriva di sana pianta da esternazioni che, a memoria nostra, risalgono quantomeno (ma, più addietro nel tempo, non azzardiamo) al primo presidente golpista dell’Ucraina majdanista, Petro Porošenko.
Dunque, come si suffraga il passaggio di quel seggio da Mosca a Kiev? BHL abbandona per un momento il proprio campo, per addentrarsi in una materia che, a quanto pare, non gli è propriamente confacente: Kiev avrebbe diritto a quel seggio perché fu il 1° Fronte ucraino a dare un contributo significativo alla disfatta dei nazisti nel 1945 e a liberare Auschwitz.
Ora, già dire che il contributo significativo (se proprio lo si vuol ridurre a “contributo”, senza attribuirgli il giusto ruolo di fattore pressoché unico e determinante) alla disfatta dei nazisti sia venuto da est solo nel 1945, significa azzerare quattro anni di storia durante i quali l’Armata Rossa, da sola, fu costretta a resistere all’aggressione nazista e riuscì, tappa dopo tappa, a ricacciare gli invasori (tedeschi, rumeni, italiani, finlandesi, ecc., oltre a volontari un po’ da tutta Europa) al di là delle frontiere sovietiche.
Per poi continuare verso ovest, liberando i paesi invasi dagli hitleriani, scoprendo l’orrore di Auschwitz e liberandone i sopravvissuti, mentre ancora nell’agosto del 1943, dopo gli scontri decisivi di Stalingrado e di Kursk, Londra e Washington non solo erano lontane dal voler aprire il secondo fronte, ma discutevano addirittura della possibilità di convincere gli hitleriani a facilitare l’entrata delle truppe anglo-americane in territorio tedesco «per respingere i russi».
Del resto – è cosa sconosciuta solo ai “nuovi filosofi” – che ancora agli inizi ’45 Allen Dulles si incontrasse in Svizzera col generale Karl Wolf, per discutere di una pace separata alle spalle dell’URSS e di come le forze di sicurezza naziste avrebbero potuto contribuire a “mantenere l’ordine” in Germania a guerra finita. Cosa che, dopo tutto, per quanto riguarda la RFT, si è avverata.
Ma, su questo, non si pretende che lo spirito “anti-totalitario”, avvezzo a volare alle altezze della speculazione neo-filosofica, afferri il reale stato dei fatti. Il ridicolo è ripetere le baggianate che, sinora, si pensavano proprie solo di alcuni avvinazzati, per quanto elevati a cariche pubbliche, ucraini.
Tocca quindi ricordare a BHL che il nome attribuito ai “Fronti” nel corso della Guerra patriottica dell’Unione Sovietica non aveva a che fare con la “nazionalità” delle Divisioni, o delle Armate (un “Fronte” equivaleva a quello che i tedeschi chiamavano Gruppo di Armate) dell’Armata Rossa, ma si riferiva all’area in cui avanzava nel dato periodo il fronte di guerra.
Tant’è che, prima di prendere il nome di ‘1° Fronte ucraino’, il medesimo Gruppo di Armate si chiamava ‘Fronte di Voronež’ che – per dire – nel 1942, assieme ai Fronti di Sudovest, del Don e di Stalingrado, si contrapponeva al Gruppo di Armate “Süd” hitleriano e che, prima ancora di esser definito Fronte di Voronež, era chiamato ‘Fronte di Brjansk’. Oppure, il ‘2° Fronte ucraino’, chiamato in precedenza ‘Fronte della steppa’.
Ora, non si pretende che taluni pensatori, usi come sono a librarsi ad altezze ultraterrene, trovino il tempo di porsi una domanda di una semplicità per loro offensiva; e infatti la poniamo noi, la domanda, per quanto sciocca.
Si è mai sentito parlare, a proposito della guerra in Unione Sovietica, di un ‘Fronte siberiano’, o di un ‘Fronte kazakho’, mentre hanno avuto un ruolo determinante nel respingere l’aggressione nazista, ad esempio, il ‘Fronte di Kalinin’, o il ‘Fronte di Volkhov’?
Se veramente i due Fronti ucraini avessero ricevuto il nome per il fatto che gli uomini che componevano le rispettive Divisioni e Armate fossero stati esclusivamente ucraini (si può dire la stessa cosa anche per i tre Fronti bielorussi, o i Fronti baltici) allora perché tutte le Divisioni affluite dalla Siberia non ebbero l’onore di denominarsi “Fronte della Siberia”?
Eppure nemmeno le centinaia di migliaia di soldati provenienti dalle Repubbliche centro-asiatiche ebbero tale onore, mentre, ragionando alla maniera dei campioni della nouvelle philosophie, si dovrebbe credere che piccoli (secondo il metro di paragone dell’allora URSS) centri quali Kalinin o Volkov, in cui vivevano, secondo il censimento del 1939, rispettivamente oltre 200.000 e 30.000 persone – donne, bambini e anziani compresi – avrebbero ricevuto la denominazione per il fatto di esser formati da soldati di Kalinin e Volkhov.
Ma basta...
Il fatto è però, come evidenzia Vladimir Kornilov su Ria Novosti, che la questione posta – in maniera “filosofica” – da BHL merita di esser presa sul serio. Ovviamente, per tutt’altre ragioni. Ragioni che, per comodità, possono esser riassunte con quanto affermato dal Ministro degli esteri russo Sergej Lavròv.
Osservando come la distribuzione di seggi e voti al Consiglio di sicurezza rifletta tutt’oggi la disposizione dei centri e forze mondiali al 1945, Lavròv ha detto che tale distribuzione non corrisponde più al peso sociale, economico e politico assunto dal Sud del mondo nell’odierna realtà multipolare; così che, al Consiglio di sicurezza, continua a dominare una spropositata rappresentanza occidentale.
Si tenga conto quindi di certe uscite “neo-filosofiche”, senza dimenticare però che la bocca da cui escono appartiene a qualcuno che, come disse il dantesco fra’ Catalano, è «bugiardo e padre di menzogna».
Fonte
Anche le cosiddette “pezze d’appoggio”, per dare a intendere che la cosa non esca per caso dalla bocca, tra un sospiro e l’altro, ma sia stata “ponderata” con ragionamenti – pur se affrontati nella pausa pranzo – vengono più meno riproposte col solito ritornello.
Nei giorni scorsi è toccato al filo-sionista e filo-nazigolpista francese (in precedenza, non si era fatto mancare nemmeno l’appoggio ai contras anti-sandinisti) Bernard-Henri Lévy (BHL) il quale, per distinguersi in qualche modo dalla penombra dei “vecchi filosofi”, sulle colonne del The Wall Street Journal ha addirittura proposto di togliere quel seggio alla Russia e darlo all’Ucraina.
Bernard Henry detiene il simpatico record di aver ricevuto in varie conferenze pubbliche ben sette torte in faccia. Quasi un riconoscimento universale...
I “prolegomeni” a tale metafisica, come detto, ricalcano dissertazioni in circolazione da tempo: Mosca non avrebbe potuto pretendere il passaggio automatico dall’URSS alla Russia del seggio al Consiglio di Sicurezza. «Il seggio permanente della Russia e il diritto di veto non hanno base legale», ha teorizzato dopo profonda meditazione l’ereditiere milionario.
Per cui, sarebbe tempo di allineare i seggi all’afflato democratico che deve uniformare i membri permanenti, eliminandone i soggetti “totalitari” e promuovendo quelli “democratici”. Intanto, si comincia col far fuori la Russia e promuovendo l’Ucraina; più avanti, non è escluso che la “sintesi filosofica” tocchi anche alla Cina per Taiwan.
E anche la seconda parte, quella “construens”, della discettazione neo-filosofica arriva di sana pianta da esternazioni che, a memoria nostra, risalgono quantomeno (ma, più addietro nel tempo, non azzardiamo) al primo presidente golpista dell’Ucraina majdanista, Petro Porošenko.
Dunque, come si suffraga il passaggio di quel seggio da Mosca a Kiev? BHL abbandona per un momento il proprio campo, per addentrarsi in una materia che, a quanto pare, non gli è propriamente confacente: Kiev avrebbe diritto a quel seggio perché fu il 1° Fronte ucraino a dare un contributo significativo alla disfatta dei nazisti nel 1945 e a liberare Auschwitz.
Ora, già dire che il contributo significativo (se proprio lo si vuol ridurre a “contributo”, senza attribuirgli il giusto ruolo di fattore pressoché unico e determinante) alla disfatta dei nazisti sia venuto da est solo nel 1945, significa azzerare quattro anni di storia durante i quali l’Armata Rossa, da sola, fu costretta a resistere all’aggressione nazista e riuscì, tappa dopo tappa, a ricacciare gli invasori (tedeschi, rumeni, italiani, finlandesi, ecc., oltre a volontari un po’ da tutta Europa) al di là delle frontiere sovietiche.
Per poi continuare verso ovest, liberando i paesi invasi dagli hitleriani, scoprendo l’orrore di Auschwitz e liberandone i sopravvissuti, mentre ancora nell’agosto del 1943, dopo gli scontri decisivi di Stalingrado e di Kursk, Londra e Washington non solo erano lontane dal voler aprire il secondo fronte, ma discutevano addirittura della possibilità di convincere gli hitleriani a facilitare l’entrata delle truppe anglo-americane in territorio tedesco «per respingere i russi».
Del resto – è cosa sconosciuta solo ai “nuovi filosofi” – che ancora agli inizi ’45 Allen Dulles si incontrasse in Svizzera col generale Karl Wolf, per discutere di una pace separata alle spalle dell’URSS e di come le forze di sicurezza naziste avrebbero potuto contribuire a “mantenere l’ordine” in Germania a guerra finita. Cosa che, dopo tutto, per quanto riguarda la RFT, si è avverata.
Ma, su questo, non si pretende che lo spirito “anti-totalitario”, avvezzo a volare alle altezze della speculazione neo-filosofica, afferri il reale stato dei fatti. Il ridicolo è ripetere le baggianate che, sinora, si pensavano proprie solo di alcuni avvinazzati, per quanto elevati a cariche pubbliche, ucraini.
Tocca quindi ricordare a BHL che il nome attribuito ai “Fronti” nel corso della Guerra patriottica dell’Unione Sovietica non aveva a che fare con la “nazionalità” delle Divisioni, o delle Armate (un “Fronte” equivaleva a quello che i tedeschi chiamavano Gruppo di Armate) dell’Armata Rossa, ma si riferiva all’area in cui avanzava nel dato periodo il fronte di guerra.
Tant’è che, prima di prendere il nome di ‘1° Fronte ucraino’, il medesimo Gruppo di Armate si chiamava ‘Fronte di Voronež’ che – per dire – nel 1942, assieme ai Fronti di Sudovest, del Don e di Stalingrado, si contrapponeva al Gruppo di Armate “Süd” hitleriano e che, prima ancora di esser definito Fronte di Voronež, era chiamato ‘Fronte di Brjansk’. Oppure, il ‘2° Fronte ucraino’, chiamato in precedenza ‘Fronte della steppa’.
Ora, non si pretende che taluni pensatori, usi come sono a librarsi ad altezze ultraterrene, trovino il tempo di porsi una domanda di una semplicità per loro offensiva; e infatti la poniamo noi, la domanda, per quanto sciocca.
Si è mai sentito parlare, a proposito della guerra in Unione Sovietica, di un ‘Fronte siberiano’, o di un ‘Fronte kazakho’, mentre hanno avuto un ruolo determinante nel respingere l’aggressione nazista, ad esempio, il ‘Fronte di Kalinin’, o il ‘Fronte di Volkhov’?
Se veramente i due Fronti ucraini avessero ricevuto il nome per il fatto che gli uomini che componevano le rispettive Divisioni e Armate fossero stati esclusivamente ucraini (si può dire la stessa cosa anche per i tre Fronti bielorussi, o i Fronti baltici) allora perché tutte le Divisioni affluite dalla Siberia non ebbero l’onore di denominarsi “Fronte della Siberia”?
Eppure nemmeno le centinaia di migliaia di soldati provenienti dalle Repubbliche centro-asiatiche ebbero tale onore, mentre, ragionando alla maniera dei campioni della nouvelle philosophie, si dovrebbe credere che piccoli (secondo il metro di paragone dell’allora URSS) centri quali Kalinin o Volkov, in cui vivevano, secondo il censimento del 1939, rispettivamente oltre 200.000 e 30.000 persone – donne, bambini e anziani compresi – avrebbero ricevuto la denominazione per il fatto di esser formati da soldati di Kalinin e Volkhov.
Ma basta...
Il fatto è però, come evidenzia Vladimir Kornilov su Ria Novosti, che la questione posta – in maniera “filosofica” – da BHL merita di esser presa sul serio. Ovviamente, per tutt’altre ragioni. Ragioni che, per comodità, possono esser riassunte con quanto affermato dal Ministro degli esteri russo Sergej Lavròv.
Osservando come la distribuzione di seggi e voti al Consiglio di sicurezza rifletta tutt’oggi la disposizione dei centri e forze mondiali al 1945, Lavròv ha detto che tale distribuzione non corrisponde più al peso sociale, economico e politico assunto dal Sud del mondo nell’odierna realtà multipolare; così che, al Consiglio di sicurezza, continua a dominare una spropositata rappresentanza occidentale.
Si tenga conto quindi di certe uscite “neo-filosofiche”, senza dimenticare però che la bocca da cui escono appartiene a qualcuno che, come disse il dantesco fra’ Catalano, è «bugiardo e padre di menzogna».
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01/12/2018
La Germania chiede alla Francia di cedere alla Ue il seggio nel Consiglio di Sicurezza
I francesi sicuramente vivono una situazione meno disperata dei greci e forse anche di altri, sebbene la mobilitazione dei “gilet gialli” delle settimane scorse dimostri quale fuoco covi sotto la cenere. Ad ogni modo, la Francia è forse quella che, in termini di peso politico ed economico relativo, ha perso di più con l’euro a favore della Germania. E pensare che l’euro doveva essere, secondo le intenzioni delle élites francesi, la cintura di contenimento dell’egemonia continentale della Germania riunita e in questo modo ormai molto più forte di Francia, Regno Unito e Italia.
Eppure molti pensano che l’Europa sia governata da un asse franco-tedesco. Cosa che certo l’élite statale ed economica francese vorrebbe. Invece, l’asse franco-tedesco è così forte che, è notizia di ieri, la Germania ha chiesto alla Francia di rinunciare al seggio permanente all’Onu a favore della Ue. Questa proposta dimostra che o il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz, latore della proposta, ha avuto recentemente un problema con qualche sostanza psicotropa o che si tratti di una provocazione per far arrabbiare i francesi.
Praticamente sarebbe la rinuncia della Francia all’importante diritto di veto in Consiglio di sicurezza, che è uno dei pochi elementi di superiorità, oltre all’arma nucleare (e a un qualche residuo di capacità di proiezione militare all’estero), che la Francia si può giocare in un rapporto di forza con la Germania. Se poi ci fosse qualcuno che pensasse a questa proposta come a una mossa finalmente europeista, dovrebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna base per una politica estera europea. Ne sa qualcosa l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, signora Mogherini, politica già di belle speranze, ma scomparsa dai radar mediatici e politici da anni. Nei fatti sarebbe proprio la Germania a esercitare una egemonia su come sarebbe usato quel potere di veto, associando così a una potenza economica notevolissima anche un potere politico, che fino ad ora le mancava.
Insomma la Germania comincerebbe a superare l’esclusione dal novero degli stati che decidono, dovuta agli esiti della Seconda guerra mondiale e al peso morale del nazismo e ricomincerebbe a essere una potenza globale a tutti gli effetti. Una condizione che, nel passato, ha portato a due disastri mondiali. Negli ultimi anni la Germania ha dimostrato di essere capace di fare grandi danni, destabilizzando gli equilibri, non solo europei, anche solamente da potenza economica, con i suoi enormi surplus nello scambio estero.
Nel frattempo la Francia deve subire una serie di umiliazioni e di perdite di potere, cercando di rifarsi in Africa, con una politica coloniale sempre più marcata e militarmente aggressiva, e in Europa di rivalersi sull’Italia, dando ai leghisti di casa nostra la scusa buona per atteggiarsi a difensori della patria e “buttarla in caciara” su tutta una serie di questioni, immigrazione compresa. Insomma, altro che cooperazione europea. Piuttosto un altro degli effetti degenerativi dell’euro e dei trattati europei. E pensare che c’è ancora chi pensa che l’integrazione europea ostacoli la rinascita del nazionalismo.
Fonte
Eppure molti pensano che l’Europa sia governata da un asse franco-tedesco. Cosa che certo l’élite statale ed economica francese vorrebbe. Invece, l’asse franco-tedesco è così forte che, è notizia di ieri, la Germania ha chiesto alla Francia di rinunciare al seggio permanente all’Onu a favore della Ue. Questa proposta dimostra che o il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz, latore della proposta, ha avuto recentemente un problema con qualche sostanza psicotropa o che si tratti di una provocazione per far arrabbiare i francesi.
Praticamente sarebbe la rinuncia della Francia all’importante diritto di veto in Consiglio di sicurezza, che è uno dei pochi elementi di superiorità, oltre all’arma nucleare (e a un qualche residuo di capacità di proiezione militare all’estero), che la Francia si può giocare in un rapporto di forza con la Germania. Se poi ci fosse qualcuno che pensasse a questa proposta come a una mossa finalmente europeista, dovrebbe riflettere sul fatto che non esiste alcuna base per una politica estera europea. Ne sa qualcosa l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, signora Mogherini, politica già di belle speranze, ma scomparsa dai radar mediatici e politici da anni. Nei fatti sarebbe proprio la Germania a esercitare una egemonia su come sarebbe usato quel potere di veto, associando così a una potenza economica notevolissima anche un potere politico, che fino ad ora le mancava.
Insomma la Germania comincerebbe a superare l’esclusione dal novero degli stati che decidono, dovuta agli esiti della Seconda guerra mondiale e al peso morale del nazismo e ricomincerebbe a essere una potenza globale a tutti gli effetti. Una condizione che, nel passato, ha portato a due disastri mondiali. Negli ultimi anni la Germania ha dimostrato di essere capace di fare grandi danni, destabilizzando gli equilibri, non solo europei, anche solamente da potenza economica, con i suoi enormi surplus nello scambio estero.
Nel frattempo la Francia deve subire una serie di umiliazioni e di perdite di potere, cercando di rifarsi in Africa, con una politica coloniale sempre più marcata e militarmente aggressiva, e in Europa di rivalersi sull’Italia, dando ai leghisti di casa nostra la scusa buona per atteggiarsi a difensori della patria e “buttarla in caciara” su tutta una serie di questioni, immigrazione compresa. Insomma, altro che cooperazione europea. Piuttosto un altro degli effetti degenerativi dell’euro e dei trattati europei. E pensare che c’è ancora chi pensa che l’integrazione europea ostacoli la rinascita del nazionalismo.
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