Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/09/2025
Venezuela - Tutto quello che deve essere conosciuto sul blocco statunitense
Qual è stato l’incomparabile trionfo dell’audace assedio dell'“Invincibile Armata” statunitense?
Finora, la spericolata “Invincible Armada”, aumentata a nove cacciatorpediniere, un incrociatore (la USS Lake Erie con 32 anni di servizio alle spalle...), un sottomarino atomico e sciami di minacciosi cacciabombardieri, ha applicato tutta la sua incomparabile potenza di fuoco per far saltare in aria con un missile quello che il video mostra essere un peschereccio di 18 piedi con umili motori fuoribordo.
Quali prove conclusive rimangono della vittoria?
L’esplosione tempestiva ha anche disintegrato i membri dell’equipaggio e qualsiasi indicazione del presunto carico. Non c’è stato alcun avvertimento, perquisizione o atto ostile da parte delle vittime. Si tratta di omicidio con premeditazione e malizia, aggravato dalla pirateria per essere stato commesso in alto mare e al di fuori della giurisdizione delle acque territoriali.
I Caraibi sono una terra di nessuno dove navi e vite possono essere distrutte in modo irresponsabile?
No. Nel 2014, il Vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) ha proclamato l’America Latina e i Caraibi come una zona di pace basata sul rispetto dei principi e delle norme del diritto internazionale, degli strumenti internazionali di cui gli Stati membri sono parti e dei principi e delle finalità della Carta delle Nazioni Unite.
Una parata navale è utile per combattere il traffico di droga?
No. Gli stupefacenti vengono trafficati via terra, in aria e in mare attraverso un sistema complesso che comprende il finanziamento bancario, la corruzzione delle forze dell’ordine che dovrebbero combatterlo, la complicità dei governi e le onnipresenti reti di distribuzione che riforniscono i consumatori americani, che negli Stati Uniti, secondo il National Survey on Drug Use and Health, rappresentano il 24,9 per cento del totale: un cittadino su quattro.
I trafficanti di droga non sono rilevabili?
No. L’ex agente della NSA Edward Snowden, nel suo libro Permanent Surveillance (Editorial Planeta, 2019), testimonia che Ira Hunt, direttore della tecnologia della CIA, ha dichiarato apertamente che “abbiamo praticamente a portata di mano la possibilità di elaborare tutte le informazioni generate dagli esseri umani”. Sarebbe una coincidenza se gli unici esenti da questa supervisione fossero i trafficanti di droga o i loro complici nel governo e nel sistema finanziario.
Le accuse di “narco-terrorismo, traffico di armi, riciclaggio di denaro e corruzione” presentate il 26 marzo 2025 dal procuratore generale degli Stati Uniti contro il legittimo presidente del Venezuela, e la conseguente ricompensa di 50 milioni per il suo omicidio o la sua cattura, sono efficaci?
Il nuovo procuratore sembra non aver imparato che i poteri degli Stati Uniti possono essere applicati solo ai cittadini di quel paese per atti commessi nel suo territorio. Ordinare il rapimento di cittadini di altri paesi all’estero senza un giusto processo di estradizione è un tentativo di estendere i poteri degli Stati Uniti in modo illimitato a tutti i territori e gli abitanti del Globo. Né è legale per esso offrire ricompense per il rapimento o l’omicidio di persone non soggette alle sue leggi o residenti nel suo territorio: è una tangente che rende i suoi promotori colpevoli del reato di istigazione a commettere crimini.
Una invasione militare statunitense riuscirebbe a controllare il narcotraffico?
Ovunque arrivino le truppe statunitensi, la droga irrompe in massa. A Panama dal 1905; in Messico durante la spedizione punitiva di Pershing nel 1916. In Europa a causa del patto del governo USA di graziare il boss della droga Lucky Luciano nel 1942 in cambio di collaborazione per lo sbarco statunitense in Sicilia. A Cuba, la collusione della base di Guantánamo con il dittatore Batista ha protetto l’installazione della mafia di Luciano e Meyer Lansky. In Laos, Cambogia e Vietnam, la CIA ha stabilito il traffico di droga attraverso la sua compagnia aerea Air America. La stessa agenzia trafficava stupefacenti per finanziare l’affare Iran-Contra in Nicaragua. Per riassumere, i luoghi in cui sono installate le basi o le truppe statunitensi diventano enclave di traffici di droga: Afghanistan, Siria, Guatemala, Perù, Ecuador, Colombia, Panama. Gli Stati Uniti non fanno eccezione.
I bloccanti hanno un programma politico?
Sì, il documento Terra di Grazia, presentato da María Corina Machado in inglese. Comprende la privatizzazione dei Petróleos de Venezuela, l’eliminazione del sistema pensionistico e dell’istruzione gratuita, la vendita massiccia di tutte le proprietà della Repubblica e la consegna di aree con risorse naturali, economiche, di comunicazione, strategiche o turistiche a società straniere esenti dal pagamento delle tasse e conformi alle norme del lavoro.
Gli Stati Uniti intendono invadere il Venezuela per generosità?
No. Gli Stati Uniti sono il più grande consumatore di energia fossile al mondo. Importano il 40 per cento di ciò che divorano, i suoi idrocarburi da fracking sono i più costosi sul mercato. Le sue riserve, secondo Wikipedia, si esauriranno tra 15 anni e occuperanno un modestissimo undicesimo posto, mentre quelle venezuelane sono le prime del pianeta.
L’invasione sarà per stanotte?
L’invasione di Grenada richiese settemila marines; A Panama ne servivano 30mila; quello del Vietnam del Sud nel 1969 ne consumò 450 mila. Invadere e controllare un paese di oltre 30 milioni di abitanti e 915.445 chilometri quadrati richiederebbe truppe incalcolabili.
Siamo soli di fronte a un colosso dai piedi d'argilla?
Nel mondo di oggi, sta avanzando un conflitto tra l’alleanza atlantica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, rappresentata dal G7, dal G20 e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, e i paesi emergenti come Cina, Russia, Iran, Brasile e India, rappresentati nell’ASEAN, nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, nei BRICS+, Mercosur, Alba, Unasur, Celac e i Non Allineati non hanno alcun interesse affinché questo accada. Se il Venezuela cadesse, un emisfero del pianeta e le sue incomparabili ricchezze rimarrebbero sotto l’egemonia esclusiva degli Stati Uniti. Come nel 1902 e nel 1903, è molto probabile che un’abile diplomazia dell’equilibrio ci salverà ancora una volta dalla pianta insolente dello straniero.
Il blocco è un’arma immediata e infallibile?
Chiedete al Nicaragua, bloccato per 46 anni, a Cuba, bloccato per 65 anni, e alla Repubblica Popolare Cinese, bloccata per 80 anni e oggi la prima potenza mondiale.
Fonte
26/09/2025
Petro all’ONU invoca la creazione di una forza di difesa dei palestinesi, e attacca gli USA sull’America Latina
L’elemento di certo più significativo è la proposta che l’ONU crei una forza armata internazionale che protegga i palestinesi dal genocidio perpetrato da Israele. La responsabilità di Tel Aviv in questo senso è confermata da un’indagine indipendente delle stesse Nazioni Unite, che in passato non hanno mancato di approvare varie altre missioni di cosiddetto peacekeeping.
Ma in questo caso Petro si è spinto oltre, denunciando anche i meccanismi con cui spesso l’ONU è ridotto all’immobilismo. Il presidente colombiano ha criticato gli Stati Uniti, per aver posto il veto sul cessate il fuoco nella Striscia, nella votazione del 18 settembre. Dunque, ha invocato il cambiamento delle regole di questi consessi, per far fronte a squilibri non più accettabili.
Ha, però, fatto qualcosa in più. Sottolineando come l’opposizione al genocidio non si possa fermare alle sole condanne, e nemmeno alle risoluzioni di cui, purtroppo, abbiamo visto Israele fregarsene tranquillamente, Petro ha chiesto che sia l’Assemblea Generale, senza il blocco del Consiglio di Sicurezza, a votare per creare questa forza di protezione internazionale dei palestinesi.
Non si tratterebbe, dunque, di un intervento dei ‘caschi blu’, bensì “un potente esercito di paesi che non accettano il genocidio”, riporta El Pais. “La diplomazia ha già esaurito il suo ruolo nel caso di Gaza”, ha aggiunto Petro, ed è dunque ora di intervenire per fermare Israele, lì dove l’Occidente ha fallito la missione che propaganda di avere, cioè quella di tutelare diritti umani e democrazia.
Perché infatti, nella parole di Petro, c’è qualcosa di più della semplice insofferenza di fronte alla pulizia etnica che non accenna a fermarsi. C’è una presa di posizione contro il capitalismo occidentale, una presa di posizione netta contro l’ordine – o disordine – guidato dagli USA e, a seguire, dalle potenze sue ‘alleate’, o per meglio dire vassalle.
C’è la rivendicazione del ruolo che deve avere il Sud Globale di fronte all’ennesimo genocidio e all’ennesima guerra mondiale, seppur a pezzi, a cui il colonialismo e il suprematismo occidentali stanno obbligando il mondo intero ad assistere e partecipare. O a subire attacchi o, peggio, la stessa sorte di Gaza.
“Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza – ha detto Petro – potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America Latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”. Il riferimento è agli attacchi portati dagli Stati Uniti contro delle navi al largo del Venezuela, che con la scusa del narcotraffico mirano a destabilizzare il paese e l’intera regione.
A farne le spese sono stati già diversi pescatori. Washington ha escluso la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta alla droga. Ma su questo Petro è stato chiaro: “la politica antidroga [degli USA, ndr] non ha lo scopo di impedire alla cocaina di raggiungere gli Stati Uniti. Lo scopo è dominare la popolazione del Sud in generale”.
Il presidente colombiano ha individuato in fatti che sembrano così diversi e lontani un minimo comune denominatore nell’espansionismo occidentale e nell’arbitrio della NATO, che minano i reali processi democratici e favoriscono l’emergere di nuove tirannie. Mentre Petro diceva tutto ciò, la delegazione statunitense non c’era, perché aveva lasciato l’aula.
È un piano inclinato che va verso la guerra, quello del capitale occidentale, o verso la distruzione del pianeta. “Ci siamo sbagliati – ha detto Petro – le Nazioni Unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.
Quella del presidente di Bogotà non è una critica verso un governante o un’azione (per quanto possa essere terribile, come un genocidio), ma è una condanna senza appello a un intero sistema politico e di sicurezza internazionale – fallimentare – e a un modello di sviluppo che ha prodotto solo disuguaglianze, povertà e, infine, persino l’avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo.
Per concludere, e tornando alle proposte fatte per l’emergenza più immediata, ovvero lo sterminio dei palestinesi, Petro chiama i paesi che si oppongono al genocidio a intervenire concretamente. Col discorso che ha tenuto, ha però inserito questo intervento in quadro di compiti più ampio e più alto: quelli del Sud Globale di liberarsi dal giogo del capitale occidentale, e di farsi infine alternativa di giustizia e pace.
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05/09/2025
Come gli USA hanno inventato un traffico di droga per un potenziale attacco contro il Venezuela
Il Dipartimento di Stato USA, nel febbraio 2025, aveva dichiarato che il Tren de Aragua era un cartello della droga internazionale alla stregua di cartelli già riconosciuti come i messicani Los Zetas (ora Cártel del Noreste), Sinaloa e Jalisco, nonché la Mara Salvatrucha (MS-13), formatasi a Los Angeles (USA) e ora radicata in El Salvador grazie a un decennale programma di deportazioni statunitense. A differenza del Tren de Aragua, questi altri cartelli sono ben noti e la loro attività è stata ampiamente documentata dalla Drug Enforcement Agency (DEA) statunitense.
Il rapporto più recente della DEA per il 2025 conferma diversi fatti sui cartelli della droga che trafficano ingenti quantitativi di stupefacenti (dalla cocaina al fentanil) verso gli Stati Uniti. Presenta sicuramente ampie sezioni sulle gang messicane e salvadoregne, che hanno radici profonde nel traffico di droga. Dal 2019, la DEA e altre agenzie hanno monitorato il movimento di droghe letali, passate dall’essere trasportate via Caraibi e via terra attraverso il Centro America alla rotta dell’Oceano Pacifico.
Le droghe partono dai porti di Guayaquil (Perù), Esmeraldas (Ecuador) e Buenaventura (Colombia) dirette verso porti come Puerto Escondido (Messico) prima di essere introdotte nel mercato statunitense. Oltre l’80% delle droghe letali percorre questa rotta del Pacifico, secondo il World Drug Report 2025 delle Nazioni Unite, mentre solo poco più del 10% attraversa il Mar dei Caraibi. Ormai da molto tempo, la DEA ha valutato accuratamente che la maggior parte delle droghe che entrano negli Stati Uniti proviene dalle Ande, dal Centro America e dal Messico.
Quindi, cosa c’entra in tutto questo il Tren de Aragua, se è una gang carceraria nata all’interno del carcere di Tocorón nel Venezuela centrale (a circa 150 chilometri da Caracas)? La gang fu creata nel 2012 da Héctor Rushtenford “Niño” Guerrero Flores (un criminale condannato che è evaso dal carcere nel 2023 e da allora non è più stato visto).
La gang di Niño Guerrero, il Tren de Aragua, è accusata di aver approfittato dell’emigrazione dal Venezuela per costruire la sua rete negli Stati Uniti e altrove in America Latina e per espandere le sue opportunità di traffico attraverso questa rete migratoria. Tuttavia, è molto probabile che la rete vera e propria non esista, ma che ex membri del Tren de Aragua si siano consolidati come nodi per attività criminali in luoghi diversi. Guerrero è ricercato in Venezuela e ha un avviso di migrazione dal Cile, dove si ritiene si sia rifugiato tra il mezzo milione di venezuelani in questo paese del Cono Sud. Il governo degli Stati Uniti ha preso di mira il Tren de Aragua e Guerrero, offrendo una ricompensa di 12 milioni di dollari per il suo arresto. Ma Guerrero non si trova da nessuna parte.
Un Cartello Inventato
Come passa il governo degli Stati Uniti da una legittima preoccupazione per l’ingresso di droga nel paese all’invio di sette navi da guerra e un sottomarino a propulsione nucleare per accerchiare il Venezuela in un'“operazione potenziata di contrasto al narcotraffico”?
Cosa potranno mai fare queste navi da guerra, che sono appena fuori dal confine marittimo venezuelano, per catturare Guerrero, fermare il Tren de Aragua o impedire ai cartelli di trasportare droga verso gli Stati Uniti?
Guerrero molto probabilmente non è in Venezuela, la sua gang opera in tutta l’America Latina e negli Stati Uniti, e la maggior parte della droga viene trasportata attraverso l’Oceano Pacifico e non il Mar dei Caraibi. Quindi, cosa ci fanno queste navi da guerra al largo delle coste del Venezuela, anche se gli USA affermano che sono in “missione anti-cartello”?
Nell’aprile 2025, gli Stati Uniti hanno aumentato la ricompensa per l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro Moros da 25 a 50 milioni di dollari. La motivazione addotta per questo aumento è che gli USA accusano Maduro di essere il leader del Cartello dei Sol (Cartel de los Soles).
Il termine Cartel de los Soles fu usato per la prima volta nel 1993 per descrivere l’attività di alcuni alti ufficiali militari e funzionari anti-droga nel traffico di stupefacenti. Ciò molto tempo prima dell’ingresso di Hugo Chávez nel palazzo presidenziale nel 1999. Il termine fu usato a causa del simbolo solare sulle uniformi degli alti ufficiali dell’esercito venezuelano.
Non esisteva un vero e proprio cartello. Dopo la morte del presidente venezuelano Hugo Chávez nel 2013, diversi giornalisti venezuelani in esilio scrissero libri riprendendo l’osservazione di Marcano sui “soles” ma sostenendo ora che esistesse un cartello organizzato e non solo alcuni ufficiali corrotti.
Tra questi libri centrali sono “Chavismo, Narcotráfico y Militares” (2014) di Héctor Landaeta e Bumerán Chávez; “Los fraudes que llevaron al colapso de Venezuela” (2015) di Emili J. Blasco. Ma Landaeta disse al Miami Herald nel 2015 che “il Cartel de los Soles è più un fenomeno che un gruppo organizzato”.
Ciononostante, nel luglio 2025 il Dipartimento del Tesoro USA ha designato il gruppo come “Specially Designated Global Terrorist”. Tra l’ammissione di Landaeta nel 2015 e il presente, ci fu quasi il silenzio nei documenti pubblici USA riguardo all’inventato Cartel de los Soles (sebbene l’uso di una falsa accusa di narcotraffico contro Maduro fu usato da Trump nel 2020).
Non vi è alcuna indicazione di una connessione tra questo “cartello” e il Tren de Aragua, che a sua volta è più un termine generico, nulla di simile ai principali cartelli colombiani e messicani che hanno linee organizzative verticali.
L’enorme dispiegamento militare lungo le coste del Venezuela, l’aumento della taglia per l’arresto di Maduro e l’accusa che il governo venezuelano sia collegato al Tren de Aragua pongono le basi per un classico intervento militare contro il Venezuela in nome della Guerra alla Droga.
L’idea del Cartel de los Soles sta funzionando come le Armi di Distruzione di Massa in Iraq nel 2002-03, con l’amministrazione USA disperata nel trovare un casus belli (causa di guerra) che altrimenti semplicemente non esiste.
Fonte
26/08/2025
Il narcotraffico, un motore storico dell’economia statunitense
Poi mi sono ricordato del doppio standard che il governo degli Stati Uniti ha sempre mantenuto su questo tema, poiché ha mantenuto uno stretto rapporto, quasi sessuale, con il traffico di droga e i suoi profitti multimiliardari, mentre conduceva campagne mediatiche roboanti e presunte guerre presumibilmente per combatterlo.
Ricordiamo brevemente quando e come gli Stati Uniti hanno iniziato ad abbracciare con passione il narcotraffico globale (per non parlare delle esperienze intensamente intime in Vietnam, Laos, Cambogia, Colombia, Nicaragua, Afghanistan, ecc.).
I cinesi arrivarono in massa negli Stati Uniti a metà del XIX secolo. Fuggivano da guerre, carestie e malattie causate dagli interessi economici dell’Impero britannico, in particolare dalla cosiddetta Prima Guerra dell’Oppio del 1839-1842.
La Compagnia Britannica delle Indie Orientali era una compagnia semi-statale, che esercitava un immenso potere militare e amministrativo su vasti territori dell’India, allora sua colonia, ma sotto l’autorità della Corona britannica. La Compagnia aveva avviato una massiccia produzione di oppio, che introdusse in Cina, creando un mercato enorme.
Milioni di cinesi divennero dipendenti da questa droga, indebolendo l’economia e la società cinese. L’imperatore, allarmato dagli effetti devastanti dell’oppio, tentò di vietarne il commercio e il consumo alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento. Tuttavia, gli inglesi ignorarono le restrizioni e continuarono a introdurre l’oppio. Quando, nel 1839, le autorità cinesi iniziarono a confiscare le spedizioni, la regina Vittoria costrinse i cinesi, con cannonate, invasioni e morte, ad accettarne l’uso: i profitti avrebbero rafforzato l’economia britannica.
Sua Maestà lo fece in nome e in difesa di quello che già chiamavano “libero scambio”. Sconfitta e umiliata, nel 1842 la Cina fu costretta a cedere Hong Kong e ad aprire diversi dei suoi porti al commercio estero, oltre a risarcire i mercanti britannici per le presunte perdite subite durante la guerra.
Tra il 1856 e il 1860 si svolse la Seconda Guerra dell’Oppio, in cui la Cina fu nuovamente sconfitta. Ora, oltre agli inglesi, si rafforzarono anche gli scambi commerciali con i paesi occidentali, in particolare con la Francia. Il governo cinese fu costretto a continuare a tollerare il consumo di massa di oppio. Si stima che circa 40 milioni di cinesi fossero dipendenti entro la fine del XIX secolo, dando origine a una crisi sociale ed economica senza precedenti.
Nonostante i profitti, i vincitori non abbandonarono il commercio e i consumi in Cina. Nel 1865, per gestire il movimento di capitali e l’espansione internazionale degli enormi profitti derivanti da questo commercio, fu fondata a Hong Kong la Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC), oggi una multinazionale con sede a Londra.
HSBC consolidò il commercio globale di oppio: si stima che il 70% del trasporto marittimo di Hong Kong fosse legato all’oppio. HSBC contribuì a espandere l’influenza dell’Impero britannico in Asia, creando una rete bancaria e commerciale internazionale che ancora oggi influenza l’economia globale. Una parte di quegli incalcolabili profitti lasciati dalla tossicodipendenza di milioni di persone in Cina e in tutto il mondo finì in Francia. Anche gli Stati Uniti ne ricevettero la loro quota.
Cercando di affermarsi come potenza, gli USA costrinsero le autorità cinesi sconfitte a firmare il Trattato di Wanxia nel 1844 e ad aprire i loro porti al commercio senza controllo. Questo, tra le altre cose, permise la legalizzazione indiretta del commercio di oppio. Russell & Company, il principale agente commerciale americano in Cina, con sede nella provincia di Canton, l’attuale Guangzhou, svolse un ruolo significativo in questo processo. Era specializzata nel commercio di tè, seta e... oppio.
L’azienda era un attore importante nel traffico e nella vendita di oppio indiano in Cina. Organizzava e coordinava persino il traffico dalla Turchia, passando per l’India, verso la Cina. Si stima che solo tra il 1820 e il 1830, l’azienda importasse annualmente circa 1.500 casse di oppio nell’area di Canton. Una cassa, utilizzata per lo stoccaggio e il trasporto dell’oppio, poteva contenere circa 60 chili di droga. Quelle 1.500 casse valevano all’epoca fino a due milioni di dollari. Un’enorme fortuna.
Era quindi logico che Russell & Company desse pieno appoggio agli inglesi nell’avvio della guerra contro la Cina, e poi convincesse il presidente americano Franklin Pierce a fornire il suo appoggio diplomatico illimitato a inglesi e francesi durante la Seconda Guerra dell’Oppio, mentre questi ultimi esercitavano pressioni e ricatti sul governo cinese.
Ci vuole un’enorme dose di immaginazione e un sacco di zeri per calcolare quanto il regno britannico abbia guadagnato dal commercio di oppio, guidato da Sua Maestà Vittoria, che divenne la prima e più grande trafficante di droga della storia umana. Una boss tra i boss.
Il commercio di oppio e il saccheggio della Cina, durante e dopo le due guerre, resero multimilionari gli azionisti della Russell & Company, cittadini americani illustri e rispettati come Warren Delano Jr., nonno del presidente Franklin D. Roosevelt. Rigonfiarono anche le casse del sistema bancario americano.
Ciò costituì anche un grande incentivo per gli Stati Uniti a confermare che scatenare guerre e saccheggiare la popolazione, con qualsiasi pretesto, era un’ottima strategia per la propria economia.
Fonte
02/08/2025
Israele e la guerra della droga in Siria
Le autorità transitorie siriane, guidate dall’ex capo di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, hanno condannato gli attacchi, che Israele ha giustificato come necessari per fermare gli scontri tra le forze siriane, le improvvisate Quwwat al-Badu (o Forze Beduine) e il gruppo druso Harakat Rijal al-Karama (Uomini della Dignità).
Nel dicembre 2024, gli Uomini della Dignità, le Sheikh al-Karama Forces e la Liwa al-Jabal (Brigata della Montagna) si unirono nella zona di As-Suwayda per formare il gruppo Ghurfat ‘Amaliyyat al-Janub (Operazioni del Sud), con l’obiettivo di difendere la regione dalle incursioni israeliane e dal nuovo governo siriano.
Tuttavia, il gruppo si è diviso all’inizio di quest’anno, indebolendo la sua capacità di respingere l’avanzata israeliana oltre l’occupazione delle alture del Golan, controllate da Israele dal 1967. Da allora, Israele ha ampliato il suo controllo verso l’area di As-Suwayda ed è stato accusato dalle forze locali di interferire nelle dispute interne per giustificare ulteriori incursioni militari.
Dal 2012, l’autorità centrale dello Stato siriano si è indebolita in una fascia che va dal confine del Golan, passando per la città di Daraa, fino ai villaggi di As-Suwayda, lungo il confine meridionale con la Giordania. Le forze militari siriane erano ancora presenti, ma la loro legittimità era al minimo storico, portando alla nascita di numerosi gruppi armati.
Nel 2013, la comunità drusa, guidata da Sheikh Wahid al-Bal’ous, formò gli Uomini della Dignità, mentre un’alleanza di combattenti capeggiata da Murhij Hussein al-Jarmani (noto come Abu Ghaith) creò l’anno successivo la Brigata della Montagna.
Questi gruppi nacquero per difendere i drusi dagli attacchi di Jabhat al-Nusra (Fronte della Vittoria), affiliato ad al-Qaeda, che si stava spostando a sud dalle montagne del Qalamoun, apparentemente con l’aiuto dei servizi segreti e delle forze militari israeliane.
Con il declino dell’esercito siriano, gli Uomini della Dignità e la Brigata della Montagna assunsero un ruolo politico e militare sempre più importante, respingendo sia al-Qaeda che l’ISIS, oltre agli attacchi israeliani.
La rete del fentanyl nel sud della Siria
Già nel 2012, quando incontrai l’esercito siriano vicino alle montagne del Qalamoun, era chiaro che il loro morale oscillava tra estrema sicurezza e totale esaurimento a causa della natura logorante della guerra. Senza il supporto aereo di USA e Israele, i ribelli – in particolare al-Qaeda – non avrebbero potuto prevalere, e questo dava all’esercito siriano la convinzione di poterli respingere.
Tuttavia, ogni avanzata richiedeva bombardamenti massicci e violenza contro obiettivi civili, erodendo la superiorità morale dell’esercito e distruggendo l’economia siriana. Con un’economia al collasso e uno Stato in declino, il morale delle truppe crollò.
Dal 2013, tutte le fazioni nel conflitto mantennero alta la combattività non con la politica o l’ideologia, ma con l’uso massiccio di anfetamine, note in Siria come Captagon e Tramadol, o, come le chiamavano i combattenti, “le pillole bianche della morte”.
Nell’area di As-Suwayda, vicino al confine giordano, iniziarono le prime produzioni su larga scala di queste pillole. Ex militari si associarono a cartelli della droga internazionali. Circolavano voci sul ruolo del generale Wafiq Nasser nella creazione di una rete di produzione e distribuzione attraverso i villaggi di As-Suwayda. Nasser collaborò con Abu Yassin Ahmad Jaafar e Jamil al-Balaas per costruire un sistema di fattorie tra Busra al-Sham e al-Qurayya, a circa venti chilometri dalla Giordania.
Insieme a Marei al-Ramthan e Raji Falhout, sfruttarono il crollo dello Stato siriano, corrompendo funzionari giordani e libanesi, e dominando il traffico di anfetamine in tutta la regione, compreso Israele, dove venivano usate a scopo ricreativo.
Le tensioni tra le milizie di autodifesa (soprattutto gli Uomini della Dignità) e i trafficanti di droga aumentarono quando i primi cercarono di impedire la vendita di anfetamine alla popolazione locale. Nel 2015, un’autobomba a As-Suwayda uccise Wahid al-Bal’ous, leader degli Uomini della Dignità. Si sospettò del governo siriano e di al-Qaeda (dopo l’arresto di un uomo di nome Wafi Abu Trabi), ma era chiaro che al-Bal’ous fosse una vittima della guerra della droga.
Tre anni dopo, gli Uomini della Dignità catturarono Abu Yassin Ahmad Jaafar, che in una confessione filmata ammise il suo ruolo nell’omicidio e di essere uno dei principali narcotrafficanti della zona. Jaafar fu poi giustiziato.
Nella confessione, Jaafar rivelò che Marei al-Ramthan aveva reclutato giovani beduini per il contrabbando di droga in Giordania. Al-Ramthan, un ex pastore entrato nel narcotraffico nel 2006, divenne il più grande trasportatore di droga del Levante. Nonostante le condanne dei tribunali giordani, non fu mai arrestato.
La guerra della droga
Con il crollo dello Stato siriano, le autorità locali divennero padrone del traffico di droga. Nel 2018, il maggiore generale Kifah al-Mulhim sostituì Nasser. Inizialmente, si sperò in una repressione delle reti narcotiche, ma gli eventi successivi delusero: nel 2021, lo Stato arrestò Raji Falhout, ma lo rilasciò poche ore dopo.
Nel luglio 2022, funzionari statali e gli Uomini della Dignità scoprirono un laboratorio di Captagon nella sua fattoria. A dicembre, al-Ramthan fu arrestato e poi rilasciato. Lo stesso anno, l’esercito siriano e la Brigata della Montagna sconfissero i gruppi armati di Falhout vicino al confine giordano.
Da gennaio a marzo 2024, l’aeronautica giordana bombardò diverse fattorie di Captagon nella campagna di As-Suwayda, uccidendo civili e spingendo gli Uomini della Dignità a chiedere la fine dei raid. L’esercito siriano rimase in silenzio.
Al-Mulhim era probabilmente coinvolto nella rete del narcotraffico o non aveva il potere per ripulire la regione. Alla fine del governo Assad, fu trasferito a Baghdad come direttore dell’Ufficio per la Sicurezza Nazionale siriano. Gli USA lo avevano sanzionato per il suo ruolo nel regime, ma dopo la caduta di Assad, le sanzioni furono revocate.
La fine del governo Assad nel dicembre 2024 fu causata da diversi fattori: la guerra israeliana in Libano (che indebolì Hezbollah), i bombardamenti sulle postazioni siriane e un’offensiva lampo delle ex forze di al-Qaeda da Idlib a Damasco. Israele, approfittando del caos, si espanse oltre il Golan occupato verso As-Suwayda, sostenendo di voler proteggere la minoranza drusa. Ma era solo un pretesto.
Nel luglio 2025, Israele colpì obiettivi governativi a Damasco, ma non le fattorie di droga, sostenendo ancora una volta di voler difendere i drusi. Tuttavia, leader drusi come Sheikh Sami Abi al-Muna respinsero questa protezione, sottolineando che il genocidio israeliano contro i palestinesi smascherava la loro ipocrisia. In realtà, gli attacchi miravano a esercitare pressioni su Ahmed al-Sharaa, presidente transitorio della Siria (già sanzionato dagli USA, ma riabilitato il 30 giugno 2025).
Al-Sharaa non ha ancora soddisfatto le richieste israeliane, come il riconoscimento ufficiale di Israele. Ha espulso leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e di Hamas e arrestato esponenti della Jihad Islamica, ma non basta. Israele continuerà a usare ogni scusa per piegare la Siria.
Non sono né la droga né i drusi a preoccupare Israele, ma il fatto che al-Sharaa non abbia rinnegato la storia filo-palestinese della Siria ai piedi del regime israeliano.
Fonte
26/01/2025
La storia dell’Operazione “X” e le oscure origini della CIA
Durante la guerra del Vietnam, la CIA strinse alleanze con tribù del Laos coinvolte nel commercio dell’oppio. Nel frattempo, la French Connection [1] contrabbandava eroina dalla Turchia agli Stati Uniti, presumibilmente grazie a legami con i servizi segreti. Queste operazioni istituzionalizzarono il traffico di droga, alimentando i cartelli globali.
La CIA estese i suoi tentacoli a livello globale: nel Triangolo d’Oro dell’Asia sud-orientale, si alleò con le tribù dedite al commercio di oppio. In Sud America proteggeva le rotte della cocaina. In Europa, organizzò le reti dell’eroina. Ogni pezzo posizionato con cura. Ogni connessione negabile. Tutto ciò padroneggiando l’arte del controllo invisibile.
La French Connection non era solo una rete di narcotrafficanti: è stata una lezione magistrale di proiezione di potenza. Mentre l’opinione pubblica vedeva in essa un’impresa criminale, la CIA vi vedeva un’arma per autofinanziarsi contro il comunismo.
Ma tutte le trame hanno dei buchi e non riescono mai a nascondere completamente le loro ombre. Come un buco nero, più grande è il segreto, più forte è la sua attrazione gravitazionale, che attrae chiunque osi osservarlo troppo da vicino. Vi entrarono tre uomini che scrutarono il vuoto: un agente della D.E.A. [2] che si rifiutò di essere accecato; un pilota che portava con sé troppi segreti; un investigatore che tirò i fili delle operazioni oscure fino a sbrogliarli.
Cosa succede a coloro che assistono alla vera natura della macchina?
Kiki Camarena era l’agente più efficace della DEA in Messico. Il suo crimine? Essersi avvicinato troppo al legame tra la CIA e il cartello di Guadalajara. Fu sistematicamente torturato per 30 ore. La sua morte venne coreografata. Il suo cadavere era destinato a essere ritrovato. Perché a volte un omicidio non è solo un omicidio, è un messaggio scritto col sangue.
“The Last Narc” sarebbe dovuto uscire il 15 maggio 2020 su Amazon prime, ma un ex agente della DEA accusò la CIA di aver fatto pressioni per cancellarlo per “motivi di sicurezza nazionale”. Nella sintesi del documentario si diceva che sarebbe stato dimostrato il ruolo della CIA dietro la morte di Camarena.
Secondo gli ex agenti della DEA, ciò sarebbe dovuto alla “scoperta” del suo intervento nel traffico di cocaina attraverso il Messico utilizzando l’organizzazione dei boss di Sinaloa a Guadalajara guidato da Miguel Ángel Félix Gallardo, Ernesto Fonseca Carrillo e Rafael Caro Quintero.
E la cosa più grave è che, attraverso questa strada, trafficavano armi verso il Messico per inviarle ai guerriglieri Contras in territorio nicaraguense. Queste informazioni furono nascoste nel processo contro il colonnello Oliver North per il caso Iran-Contra, ma da allora sono diventate un elemento chiave per districare il groviglio di interessi dietro l’ascesa e la caduta della prima grande rete di narcotrafficanti con sede nella capitale Jalisco ed il gioco geopolitico delle agenzie nordamericane nel paese.
Queste operazioni sono state rese pubbliche per la prima volta nel libro “Los Señores del Narco”, della giornalista Anabel Hernández; ed è stato meglio documentato dal giornalista J. Jesús Esquivel nel suo libro “La CIA, Camarena y Caro Quintero: La historia secreta”.
Barry Seal non era un pilota qualunque. Era l’uomo che volò sia per Pablo Escobar che per la CIA. L’unica persona che sapeva come funzionavano entrambi i lati della macchina. Un pericoloso testimone che avrebbe potuto svelare tutto. La sua ricompensa? Un assassinio in pieno giorno. Un’esecuzione pubblica mascherata da attentato al cartello.
Sante Bario era il principale investigatore della DEA: trovò i documenti, rintracciò il denaro e riuscì a dimostrare che l’impero ombra della CIA era reale. Poi arrivò la sua assurda morte in custodia. Causa ufficiale: “strangolamento con un panino al burro di arachidi”. All’interno della DEA, divenne un avvertimento: fermati, o sarai il prossimo.
Quando le agenzie di intelligence collaborano con i cartelli, le conseguenze sono catastrofiche: le nazioni vengono destabilizzate, i governi corrotti e le comunità distrutte. Svelare queste verità è fondamentale per chiedere conto al potere. Per ulteriori approfondimenti guarda questo video in cui trovi la storia completa dell’Operazione “X”.
Note
[1] French Connection è un termine per descrivere l’insieme di tutti i gangster corso-marsigliesi che hanno preso parte alle esportazioni di eroina da Marsiglia fino al Nordamerica a partire dagli anni quaranta e deve il suo nome ad una famosa indagine della Squadra Narcotici della Polizia di New York portata a termine nel 1962 che sfociò nel sequestro record di 52 kg di eroina.
[2] La Drug Enforcement Administration (DEA), traducibile liberamente come Organo per l’applicazione delle politiche sulle droghe, ufficialmente, è un’agenzia federale antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America creata durante la presidenza di Richard Nixon che, con la scusa della “guerra alle droghe”, aumentò il budget e creò leggi che consentono l’attività di questa agenzia al di fuori dei limiti del proprio stato. L’esempio più noto di questa manovra fu l’intervento attuato in Colombia a metà degli anni Ottanta con l'obiettivo ufficiale di combattere i grandi cartelli del narcotraffico, ma che, come si è potuto constatare anni più tardi, servì solo per militarizzare pesantemente la regione, con le inevitabili implicazioni che ciò produsse, creando una situazione di guerra civile permanente. Migliaia di omicidi, regioni in rivolta, culture devastate, disfacimento sociale.
Fonte
24/07/2024
Scampia, la morte dei dannati
Oggi parlare di Scampia fa molto “sinistra arcobaleno”. Fa molto comitato di quartiere o impegno civico. È trendy.
Nella Napoli Gran Turismo – tutta baretti, spritz, gastronomia e B&B – Scampia è diventata la meta da raggiungere per visitatori in cerca del brivido.
Una Coney Island deserta, dove troneggia un Luna Park ormai senza luci. Una Shutter Island abitata da orribili fantasmi del recente passato.
Oggi tutti vogliono “riqualificare” Scampia. Tutti vogliono trasformare il luogo dell’ignominia urbana in una struggente fotografia in bianco e nero dal fascino desolante.
Dove il degrado si possa riconvertire nell’ennesimo ritratto olografico di una città maledetta e anarchica. Un ritratto da vendere per ricavare l’ inesorabile “dose” di profitto. Gomorra e i Mare Fuori ce lo hanno dimostrato.
Peccato che le Vele erano e restano un cesso a cielo aperto. Una discarica umana e sociale scientemente allestita da piani regolatori puntualmente disattesi.
E divenuti, malgrado le originarie buone intenzioni, recinti dove il centro metropolitano ha rinchiuso quelle vite la cui sola presenza costituisce un insulto per la borghesia cittadina.
Immondizia da spazzar via dal salotto buono.
Progetti varati con la Legge 167 del 1962 e da cui nacquero disastri residenziali come appunto i casermoni della omonima 167 o dello Zen di Palermo.
Per decenni, alle Vele, il consesso civile costituito dalle persone perbene neanche si accostava. Mentre i fighetti dell’aristocrazia partenopea di Posillipo, di Chiaia, del Vomero, di Via dei Mille, ci andavano con la loro spavalda stupidità mista a sacro terrore per acquistare pochi grammi di coca. Sentendosi “guappi” per questo.
Ma a Scampia, dagli anni ’80 e fino a metà degli anni 2000, si moriva. Si moriva per overdose da eroina tutte le sere. Nei budelli di cemento che si aprivano sotto le Vele in tanti ci trascinavamo strafatti, inebetiti e felici dopo una pera.
Lì i pusher ti offrivano “una spada gratis” per farti fare il “provino” e capire se la roba era buona e tagliata al punto giusto. E se ci rimanevi, beh, semplicemente ti spostavano.
Scampia era il feudo di boss come Paolo Di Lauro, alias Ciruzzo ‘o Milionario. Come Gennaro Licciardi, detto ‘A Scigna. O dei “girati” della Vanella-Grassi.
A Scampia si moriva per la guerra di camorra tra clan. La Polizia neanche ci metteva piede. Figurarsi se apriva bocca.
Si limitava a fare qualche blitz/show o a sostare con una macchina fuori ai viali dello spaccio. Fermando di solito noi tossici, da cui pretendevano di sapere da chi avessimo acquistato la roba.
Ho preso tante botte e mi sono fatto tante celle in commissariato o a Poggioreale per non aver mai detto nulla, ovviamente.
Gli sbirri mangiavano, intascavano e chiudevano gli occhi. A cominciare dagli “eroici” Falchi dei film, ma senza onore e senza gloria.
Scampia era il più grande discount della droga d’Europa. Venivano tossici e spacciatori al dettaglio dalla Germania, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Svizzera.
Ci ho incontrato anche il grande Abel Ferrara una sera.
A Scampia una giovanissima vedetta – ragazzi che tenevano d’occhio la strada per dare la voce (l’allarme) qualora arrivasse la Polizia – guadagnava quanto un operaio in un mese.
Ho visto vendere duecento dosi di eroina e cocaina in mezz’ora intascando 3.000€. Come spieghi ad un ragazzo che in mezz’ora fa tanti soldi che deve andare a farsi il mazzo in fabbrica? È una partita persa. A Scampia una vita valeva 500€. Il prezzo di un omicidio.
Si moriva, a Scampia. Per droga, certo. E per camorra. Ma soprattutto di strafottenza. Di indifferenza. Di moralismo.
Dello schifo di una borghesia che ha sempre preferito ignorare quel girone dantesco, lasciando che i dannati si suicidassero o si facessero fuori tra loro. Come ai Quartieri, alla Sanità, a Forcella, a Rione Traiano, al Rione De Gasperi di Ponticelli.
A meno che qualcuno di quei dannati non venisse a far danni nella cristalliera della città. E allora i benpensanti s’indignavano. Oceani di retorica e di analisi sociologiche inondavano i giornali. E i politici cominciavano a rimbalzarsi le responsabilità.
Qualcuno ha provato a fare seriamente qualcosa. Ma a rischio della propria vita. Qualcuno ha provato a cambiare le dinamiche anche attraverso la cultura e il cinema. Ma è stato fagocitato dalla bocca avida del mercato e dello spettacolo. Saviano invece ha speculato e si è arricchito.
Eppure in questi ultimi dieci anni la città è cambiata. L’ha cambiata il turismo. L’ha cambiata la sete di profitto della borghesia parassitaria. L’hanno cambiata le regole della comunità europea. E Scampia è cambiata insieme a lei.
Anzi, è scomparsa dai radar. Non faceva più notizia. Non stuzzicava più la morbosità necrofila della gens italica.
L’altro ieri però è successo qualcosa. Nella Vela Azzurra ha ceduto un ballatoio. Due persone sono morte e tredici sono rimaste ferite. Qualcuno dice che non ha retto al peso.
Su quei ballatoi ci mettevamo in fila in cento per acquistare il nostro pane quotidiano. Il nostro sugar brown. La nostra dama bianca.
I sogni in una siringa a riscatto del dolore. La morte dietro l’angolo ad attendere famelica. Per un’overdose o un ballatoio cadente.
Ieri Repubblica scriveva: “Scampia, crolla ballatoio della Vela: due morti e 13 feriti, sette sono bambini”. Oppure: “Crollo di Scampia: solidarietà sotto i gazebo della Protezione civile”.
Soltanto dieci anni fa, il quotidiano organo del Pd e della sinistra liberal così titolava: “Scantinati come discariche: la vergogna di Scampia. Alla Vela Azzurra le proteste sono gestite dalla camorra”. Oggi il clima è cambiato e i servi fanno il loro mestiere!
I clan, cui lo stato ha appaltato per decenni il controllo di un territorio esplosivo per disagi, degrado e marginalità, si sono fatti una guerra fratricida e si sono distrutti a vicenda. I boss sono in galera o pentiti. I ceti dominanti vogliono arraffare e intascare il possibile.
Ma come una nemesi che piomba sulle loro mani lorde di complicità e di sangue, cade un ballatoio. E Scampia, malgrado la sede dell’Università inaugurata da Manfredi – il sindaco più inutile che questa città abbia annoverato – è tornata ad essere un problema.
Le annose questioni legate agli abusi edilizi e allo scempio abitativo tornano a far paura. Come lo spettro del padre di Amleto tornano ad aggirarsi sui tetti delle Vele i cadaveri dei tanti morti di eroina e di camorra.
Si moriva a Scampia negli anni ’80. Si muore oggi, a Scampia. E a morire sono sempre i dannati.
Fonte
22/02/2024
Kick out the jams, moterfuckers! Wayne Kramer (1948 – 2024)
di Sandro Moiso
«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!».
Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di
compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del
perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure
dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a
tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni
momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici
(televisivi o in presenza poco importa)?
Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per l’etichetta discografica Elektra. I cinque di Detroit (Motor City) ovvero Rob Tyner (voce, 1944-1991), Fred “Sonic” Smith (chitarra, 1949-1994), Wayne Kramer (chitarra, 30 aprile 1948 – 2 febbraio 2024), Michael Davis (basso, 1943-2012) e Dennis Thompson (batteria, 1948), attualmente unico sopravvissuto del gruppo, si erano conosciuti intorno alla metà degli anni ’60 quando erano ancora studenti delle scuole superiori a Lincoln Park, una cittadina della contea di Wayne, nella regione metropolitana di Detroit.
Davis e Thompson erano subentrati nel 1965, al posto del bassista Pat Burrows e del batterista Bob Gaspar che avevano lasciato il gruppo quando Fred Smith (futuro marito di Patti Smith) e Wayne Kramer avevano iniziato a sperimentare muri di feedback e rumore bianco con le loro chitarre, ispirandosi entrambi al free jazz di Archie Shepp, Sun Ra e John Coltrane ancor più che a Jimi Hendrix.
Rob Tyner era entrato prima come manager, con il suo vero nome di Rob Derminer, dei Bounty Hunters, il gruppo originario formato da Wayne Kramer con Fred Smith al basso, Leo Le Duc alla batteria e Billy Vargo come seconda chitarra, ma poi aveva cambiato il suo nome diventandone di fatto il frontman e cantante. Ma, in realtà, lui e Wayne si erano conosciuti quando erano ancora ragazzini, entrambi provenienti, come poi tutti gli altri membri, da famiglie operaie di quella che all’epoca era considerata la capitale mondiale della produzione automobilistica.
Wayne se ne era andato di casa a diciassette anni, in un ambiente in cui tutti, comunque, si conoscevano sia per condizione di classe che per provenienza geografica, poiché gran parte di quegli operai, bianchi e neri, erano giunti a Detroit dal Sud degli Stati Uniti dopo la guerra, perché avevano sentito dire che lì avrebbero trovato lavoro.
Erano, in qualche modo, dei reietti quegli eredi della classe operaia, e sapevano di esserlo, come migliaia di altri ragazzi della loro stessa età che vivevano nei sobborghi cittadini a quell’epoca. Che alle spalle non avevano l’estate dell’amore di San Francisco, ma dello stesso anno, il 1967, la più grande rivolta urbana di quel decennio. Durante la quale la Guardia Nazionale, per sedare i disordini, aveva dovuto impiegare anche l’aviazione.
Questo elemento, insieme all’ascolto del jazz d’avanguardia, fu sicuramente alla base del disastro sonoro che uscì dalle due chitarre di Kramer e Smith che, di fatto, costituirono sia il tappeto di distorsioni su cui si svilupparono le loro canzoni che il proto-punk cui, nel giro di pochissimo tempo, si ispirarono altri gruppi della stessa area metropolitana: gli Stooges di James Newell Osterberg Jr. (1947, in arte Iggy Pop), gli Up, i Grand Funk Railroad (originari di Flint, a nord-ovest di Detroit), la James Gang oppure Alice Cooper, in un elenco che per motivi di spazio rimane qui incompleto.
Dal punto di vista musicale, in una città in cui il proletariato bianco si frammischiava al proletariato afro-americano, grande era stata anche l’influenza del blues e del rhythm’n’blues di cui, precedentemente, si erano appropriati altri gruppi seminali quali i Woolies (resi celebri da una più che travolgente versione di Who Do You Love di Bo Diddley), i Rationals di Scott Morgan (che raggiunsero il successo grazie a una versione proto-garage di Respect di Otis Redding) e, soprattutto, Mitch Ryder con i suoi Detroit Wheels, autentico padrino di tutta la musica bianca e arrabbiata che sarebbe venuta a partire dalla fine degli anni Sessanta dall’area di Detroit. Ma, nella sostanza, la novità dirompente rappresentata dagli MC5 fu quella di costituire la prima rock’n’roll band apertamente politicizzata. Nelle parole rilasciate dallo stesso Wayne Kramer in un’intervista a Pat Wadsley, Tre anni di galera e quindici di Rock, negli anni Ottanta:
C’erano anche i Fugs, ma erano più underground, mentre noi combinavamo la retorica politica con il rock’n’roll […] Il rock è stato sempre qualcosa di politico: lo era Chuck Berry, lo erano i Doors. Il rock’n’roll ha sempre rappresentato la ribellione dei giovani contro il potere.
All’inizio tutte le nostre idee erano ad un livello molto semplice e grezzo. Eravamo ragazzotti che venivano dalla strada e sapevamo solo che potevano fregarci se solo avessero voluto, in qualsiasi momento.
Da questo primitivo sentimento di oppressione sociale derivano sicuramente le parole urlate da Rob Tyner all’inizio di Motor City Is Burning, nel primo e più riuscito album del gruppo:
“Fratelli e sorelle, voglio dirvi una cosa! Sento un sacco di chiacchiere da un sacco di stronzi seduti su un sacco di soldi dicendomi che sono l’alta società. Ma voglio che voi sappiate una cosa, se me lo chiedete: questa è l’alta società! Questa è l’alta società!“
Così mentre, da un lato, ogni loro concerto era definibile come “una forza catastrofica della natura che la band era a malapena in grado di controllare”, dall’altro, i giornali conservatori definivano le loro esibizioni “orgasmi collettivi, ubriacature selvagge, valanghe di suono scaricate alla rinfusa sul pubblico, traboccanti di oscenità e slogan” . Sesso, droga, protesta e rock’n’roll riuscivano dunque a colpire nel segno. Ma fu l’incontro con John Sinclair, il teorico e attivista delle White Panthers a definire meglio l’attitudine di Kramer e compagni:
Quando arrivò John non fece altro che dire le stesse cose in termini politici e noi fummo d’accordo. Pensammo che aveva proprio ragione. Era un poeta, un critico e un organizzatore. Era l’unico che riuscisse a comunicare con noi, a trasformare un gruppo di maniaci del rumore in un complesso musicale che potesse esibirsi e continuare a far funzionare il tutto nel tempo1.
Nato a Flint, nel 1941, John Sinclair fu tra gli organizzatori del giornale underground di Detroit, “Fifth Estate”, alla fine degli anni ’60; contribuì alla formazione della Detroit Artists Workshop Press; lavorò come giornalista jazz per “Down Beat”dal 1964 al 1965, essendo un esplicito sostenitore del nuovo movimento del Free Jazz e fu uno dei “Nuovi Poeti” presenti alla seminale Berkeley Poetry Conference nel luglio 1965. Nell’aprile del 1967 fondò l’“Ann Arbor Sun”, un giornale underground, mentre dal 1966 al 1969 è stato il manager degli MC 5. Sotto la sua guida la band abbracciò la politica rivoluzionaria della controcultura del White Panther Party, fondato in risposta all’appello delle Pantere Nere affinché i bianchi sostenessero il loro movimento.
Durante questo periodo, Sinclair, teorico dell’“amore armato”, fece in modo che la band fosse ingaggiata regolarmente al Grande Ballroom di Detroit, dove in seguito fu registrato dal vivo, il 30 e 31 ottobre 1968, il loro primo album, Kick Out the Jams. Stava gestendo gli MC5 al momento del loro concerto gratuito fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica del 1968 a Chicago, quando la band fu l’unico gruppo ad esibirsi prima che la polizia interrompesse la massiccia manifestazione contro la guerra in Vietnam. Lui e la band si separarono nel 1969. Nel 2006, Sinclair si è riunito però ancora all’ex-bassista degli MC5 Michael Davis per lanciare la Music Is Revolution Foundation.
Dopo una serie di condanne per possesso di marijuana, Sinclair fu condannato a dieci anni di carcere nel 1969 dopo aver offerto due joint a un’agente della narcotici sotto copertura. La severità della sua condanna scatenò diverse proteste pubbliche che culminarono nel John Sinclair Freedom Rally alla Crisler Arena dell’Università del Michigan ad Ann Arbor nel dicembre 1971. Tre giorni dopo la manifestazione, Sinclair fu rilasciato dal carcere quando la Corte Suprema del Michigan stabilì che le leggi statali sulla marijuana erano incostituzionali.
Nel 1972 Sinclair fu accusato di cospirazione per distruggere proprietà governative insieme a Larry Plamondon e John Forrest, ma in appello la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una decisione storica, vietando l’uso da parte del governo degli Stati Uniti della sorveglianza elettronica domestica senza un mandato, liberando ancora una volta Sinclair e i suoi coimputati2. Sui motivi della rottura con Sinclair, Wayne Kramer si sarebbe in seguito espresso così:
Si arrivò alla rottura con John e con tutto il partito delle White Panther. Forse accadde perché in quel periodo John stava per essere condannato ad una pena detentiva e quando capisci che stai per andare in prigione cominci a diventare nervosissimo. Di solito te la prendi con tutti quelli che hai intorno oppure giuri di smetterla. John invece, per reazione, divenne ancor di più un militante convinto. A quel tempo non sapevo ancora cosa vuol dire avere davanti la prospettiva di andare in galera, lo imparai solo più tardi, così non potevo capire la sua esplosione di militanza [In precedenza] tutto era iniziato come una specie di club atletico-sociale, poi decidemmo di metterci a fare sul serio. Le Black Panthers erano tipi duri? Anche le White Panthers dovevano esserlo. Le Black Panthers avevano armi? Anche noi allora e se loro sparavano anche noi dovevamo sparare. Ci esaltavamo con la retorica del momento, ma quando decidemmo alla fine di non avere più niente a che fare con loro, capimmo che il nostro attivismo era consistito nel suonare e pagare i conti delle attività di quel partito da operetta 3.
La fine degli MC5 sarebbe arrivata nel 1971, quando la band perse il contratto discografico con l’Atlantic, che aveva sostituito quello con la Elektra, e non riusciva più a suonare. Fino a quando Mick Farren (1943-2013), capo della sezione inglese delle White Panthers e cantante della band proto-punk inglese dei Deviants (tre album tra il 1967 e il 1969) riuscì a organizzare un loro tour europeo in concomitanza con un festival musicale. Ancora dai ricordi di Kramer:
Non ci pagarono, ma ci diedero i biglietti per il viaggio, così cercammo di farci ingaggiare per qualche altro concerto in Inghilterra. Partimmo per Londra dove rimanemmo per circa un anno. Era l’ultimo viaggio all’estero degli MC5, sapevamo che non saremmo rimasti insieme ancora per molto. Ci fu poi quella tournée, la migliore che avessimo mai avuto, Avrebbe dovuto durare sei settimane, dieci giorni in Scandinavia poi l’Inghilterra, la Francia, con apparizioni alla televisione e alla radio, per finire con due settimane in Italia. Avremmo potuto separarci con stile alla fine della stessa, avendo qualche migliaio di dollari in tasca per incominciare qualcosa di nuovo, ma quando stavamo per partire arrivò la moglie del cantante: disse che non avrebbe lasciato venire suo marito. Risposi che ero pienamente d’accordo con lei sul fatto che suo marito non avrebbe dovuto cantare in un complesso, per il semplice fatto che non ne era all’altezza. A spassarsela fra un concerto e l’altro era bravissimo, ma solo a far quello. Pensavo però che avendo firmato un contratto avrebbe dovuto rispettarlo, se non altro perché se non fosse venuto avrebbe messo in difficoltà tutti noi. Finimmo però per partire senza di lui.
Io e Fred facemmo a turno i cantanti, senza sapere neanche la metà delle parole delle canzoni o cantandole nella tonalità sbagliata. Fu un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita: si arrivava in un posto, c’era il finanziatore con la moglie, si mangiava qualcosa, si beveva, dicevamo le solite cose. «Come siamo contenti di essere qui» eccetera eccetera. Poi salivamo sul palco, facevamo uno spettacolo pietoso e quando tornavamo nei camerini se ne erano andati tutti, non riuscivamo a trovare nessuno per farci pagare. Gli italiani, visto come andavano le cose, cancellarono i nostri spettacoli: «Paghiamo per cinque e ne vengono soltanto quattro. Potete scordarvelo». Questo capitava mentre Sinclair era in prigione.4.
Una descrizione impietosa della fine di una leggenda, com’è giusto che sia, ma i travagli per Kramer erano ancora soltanto agli inizi. Tornato a Detroit, Kramer avrebbe iniziato a collaborare con il suo idolo Mitch Ryder, ma anche quest’ultimo avrebbe ben presto iniziato a dare segni di follia con comportamenti anomali e pericolosi, per sé e per gli altri che lo circondavano. Come ancora racconta Wayne: « Era diventato pazzo perché aveva venduto più di dieci milioni di dischi senza mai riuscire a vedere un centesimo, per cui non si fidava più di nessuno. Alla fine aveva dato fuori di brutto ».
Così Kramer, dopo aver girovagato tra complessini nemmeno degni di esser ricordati, musiche pubblicitarie e infimi club, avrebbe finito con l’approdare, grazie anche alle proprie dipendenze, ai giri più che loschi legati al commercio e allo spaccio di droga. Eroina e cocaina. Come ricordava ancora nell’intervista già citata:
Mi arrestarono diverse volte in quel periodo per delle scemenze, non voglio neanche parlarne, non è interessante. Ritengo, adesso che ho avuto un po’ di tempo per pensarci su, di essere arrivato a immischiarmi in quel tipo di traffici anche perché ne ero attratto, mi sembrava di essere un ribelle [...] Ma il fatto è che se non riesci nella musica perdi tempo e denaro, ma se sbagli in quel tipo di affari vai in galera o ci rimetti la pelle [...] così un affare oggi, un affare domani mi ritrovai davanti ad un giudice per aver cercato di vendere cocaina a due agenti federali [...] Il giudice disse: « Per il suo caso, signor Kramer, la legge prevede tre anni di reclusione». Prima mi aveva detto un massimo di cinque, per cui ero contento e mi dicevo: « Va bé, me li farò», ma in quello si alza un impiegato del tribunale e dice: « Vostro onore, c’è un errore, la legge prevede cinque anni di carcere ». E il giudice: « Insomma, tre o cinque che siano... Faremo una via di mezzo, gliene darò quattro » […] Lo sceriffo mi mise una mano sulla spalla e alle sei di quella sera ero chiuso in prigione.
Dopo gli anni di galera iniziò la lenta, faticosa risalita. Prima con l’esperienza, ancora una volta fallimentare, con i Gang War messi insieme ad un altro noto tossico e loser, Johnny Thunders, poi via via con dischi solisti o con compagni più affidabili. Dieci in tutto tra la fine degli anni Ottanta e il 2004, non molto. Eppure, eppure...
Wayne ha dimostrato, insieme a Fred “Sonic” Smith e agli altri suoi compagni di un effimero, violento, selvaggio e spericolato viaggio che la “musica giovanile” può essere ben altro da ciò che, oggi, gruppi tardo-glam o finti rapper e veri trapper vogliono proporre come novità musicali e artistiche. Lanciando, contro di loro e i vari promotori del business dello spettacolo, quell’indomito e sempre attuale grido di rabbia e disprezzo: Kick Out the Jams, Motherfuckers!!
05/08/2023
Un mondo ridotto all’osso
di Sandro Moiso
Peter Farris, Il diavolo in persona, Enne Enne Editore, Milano 2023, pp. 263, 19 euro
Una giovanissima prostituta che sa e ricorda troppo, un sindaco laido e corrotto, un ex-mercenario della Blackwater (qui Blackwelder) spietato ed efficiente, un commerciante di carne umana e di giovanissime ragazze, un vecchio solitario dal passato oscuro e violento e l’ombra, ormai onnipresente in ogni narrazione della società americana, dei narcos sono alla base del southern noir di Petere Farris appena dato alle stampe da NN Editore.
Gli si aggiunga una natura rigogliosa e a tratti impenetrabile, una miseria diffusa che contrasta con il potere e la ricchezza di chi sta in cima alla catena alimentare sociale, un capitalismo finanziario che, negli ultimi decenni, ha trovato nell’affare delle droghe un valido strumento per contenere e rinviare gli effetti di ciò che l’analisi economica marxiana individua come “caduta tendenziale del saggio di profitto” e si avrà, a grandi linee, la dimensione narrativa dell’ultimo romanzo di un autore che, nato nel 1979, è già stato acclamato come nuovo talento del genere noir sia in patria che all’estero. Con il romanzo presentato in Italia e pubblicato in Francia nel 2022, infatti, ha vinto il Prix 813 ed è stato finalista al Grand Prix de Litérature Policière e la Prix SNCF du Polar. Oltre a questi riconoscimenti “The Devil Himself” (titolo originale) è stato proclamato miglior romanzo straniero al Beaune International Film festival.
Anche se, talvolta, tali premi e riconoscimenti sono “spinti” dai giochi e accordi tra case editrici, c’è da dire che l’opera “al nero” di Farris non delude mai in alcun momento le aspettative del lettore, trasmettendogli l’immagine di una città del Sud di cui “Sua Eccellenza il Sindaco” sa che:
era un luogo spezzato, e i guadagni illeciti non finivano mai. Il deficit di bilancio era enorme, il sistema fognario sull’orlo del collasso. La disoccupazione era alle stelle, la rete dei trasporti in rovina, la criminalità in aumento e la contea in guerra. In più c’erano gli attriti tra l’amministrazione statale quella della città, un miliardo e più di dollari di mancati finanziamenti per i fondi pensionistici. Accuse di concussione, per cui il suo capo dell’ufficio approvvigionamento aveva appena patteggiato. La polizia locale aveva sparato ad una donna di novant’anni durante un blitz antidroga nella casa sbagliata. Perfino il tempo faceva schifo.
Ma il suo compito era trasformare il caos in speranza. Mettere una faccia contenta su quella che sapeva essere l’insidioso inizio di un collasso totale.
Sirene. Fumo. Fame. Spari. Il mondo ridotto all’osso1.
Come sempre accade, però, in questi casi il lettore si rende rapidamente conto che tale condizione raffigura non soltanto l’immaginaria contea di Trickum in Georgia ma, come quella altrettanto immaginaria di Yoknapatawpha in cui William Faulkner ambientò la maggior parte dei suoi romanzi e racconti, un po’ tutta quell’America povera, bianca, corrotta fino in fondo all’anima nella quale è difficile salvarsi. Se non attraverso autentici bagni di sangue e in cui, alla fine, nessuno è veramente buono, a meno che non si accontenti di recitare soltanto la parte della vittima sacrificale.
La citazione biblica serve a giustificare la vendetta o la semplice furia; la legge copre il marciume e se ne fa complice; i contadini sono orgogliosi delle loro misere proprietà e di un lavoro che richiede investimenti maggiori dei rendimenti che se ne potranno trarre ma, allo stesso tempo, non vedono l’ora di liberarsene per un po’ di quattrini, mentre il progresso si rivela non essere altro che la marcia verso la catastrofe sociale, economica e morale.
Oltre all’ombra di un Faulkner in chiave minore, aleggiano sulle vicende narrate anche quelle del cinema di Clint Eastwood e Don Siegel, della scrittura di Daniel Woodrell e Cormac McCarthy e dell’etica di John Dutton, il protagonista della serie televisiva Yellowstone, interpretato da Kevin Costner: Se volete il progresso non votate per me (Stagione 4). Tutte rappresentate e riassunte nella figura di Leonard Moye, il vecchio, spietato e solitario “diavolo” che, solo, può contrapporsi al Male, al Vizio e all’Ingiustizia. Dopo aver sfatto la propria vita e quelle di coloro che gli stavano più vicini.
Ma, come sottolinea la traduttrice del romanzo, nel noir di Peter Farris sono il paesaggio e/o la natura a costituire «la figura più dettagliata, quella dalla personalità più forte e invadente. Nulla, in questo romanzo è determinante quanto la terra, che non solo è oggetto delle mire criminali dei villain ma è complice dei protagonisti in molti modi: nasconde, inghiotte, divora, magari sotto forma di un alligatore che arriva a far giustizia»2.
Un paesaggio crudele e assurdo in cui anche la tecnologia sembra avere poca cittadinanza poiché, come afferma ancora Valentina Daniele, «la modernità non svolge alcun ruolo in questa storia». Se non forse, e indirettamente, mettendo a confronto il vecchio modo di produzione artigianale e illegale di alcolici e whiskey delle distillerie clandestine nelle grotte naturali della regione del Piedmont con quello più moderno, ma comunque altrettanto sotterraneo e illegale, delle raffinerie di cocaina messe in piedi dall’industria delle droghe.
Note
P. Farris, Il diavolo in persona, Enne Enne Editore, Milano 2023, pp. 52-53
V. Daniele, Nota della traduttrice in P. Farris, op.cit., p. 261
03/07/2023
“Questo mondo non mi renderà cattivo”: riflessioni sulla nuova serie di Zerocalcare
Lo scorso 9 giugno ha debuttato, in streaming online, la nuova serie TV di animazione in sei episodi scritta e diretta da Zerocalcare “Questo mondo non mi renderà cattivo“. La pubblicazione della serie arriva dopo il successo riscosso da “Strappare lungo i bordi“, edita nel novembre 2021.
La storia è ambientata in un imprecisato quartiere della periferia est di Roma, dove è stato di recente aperto un centro di accoglienza per richiedenti asilo in cui sono ospitati circa 30 profughi, dopo che questi immigrati erano stati espulsi dal quartiere di “Tor Sta Ceppa“. L’apertura del centro provoca l’immediata reazione di una non meglio riconoscibile organizzazione di estrema destra (i cui militanti sono descritti genericamente come “nazisti”), la quale, tentando di cavalcare il malcontento della popolazione, anche tramite atti intimidatori, ottiene che il municipio locale si riunisca in una seduta straordinaria pubblica per votare la chiusura definitiva del centro di accoglienza.
Il protagonista, impersonato dallo stesso Zerocalcare, vive con insofferenza la propaganda fascista nel quartiere e il recente ritorno di un suo amico d’infanzia, Cesare.
Prima di entrare nel merito di quanto narrato dalla serie, è però importante chiarire da quali fatti Zerocalcare ha tratto ispirazione e quali analogie vi sono con la realtà che ogni giorno viene vissuta dai proletari nei quartieri popolari.
Da quali fatti è tratta la serie?
I fatti che la serie narra traggono ispirazione da alcuni episodi realmente avvenuti nella città di Roma negli scorsi anni. In particolare, la trama della serie ricalca in maniera precisa ed accurata, a meno di alcune variazioni introdotte per rendere la storia originale e maggiormente fluida, i fatti di Tiburtino III del 2017.
Nel settembre di quell’anno poche decine di profughi erano alloggiate presso un centro di accoglienza situato nel quartiere popolare di Roma Est, quando il partito di estrema destra CasaPound Italia inscenò una serie di proteste, spacciate pubblicamente per spontanee e organizzate da residenti, ma in realtà dettate dalla dirigenza del partito. Tramite azioni nei confronti del consiglio municipale e intimidazioni verso gli ospiti del centro di accoglienza, i fascisti riuscirono ad estorcere una convocazione del consiglio presso un centro anziani del quartiere, con ordine del giorno l’espulsione degli immigrati.
Al momento delle votazioni un nutrito gruppo di antifascisti, tra cui i comunisti, che giocarono un importante ruolo nell’organizzare la risposta ai fascisti e alla loro propaganda, si presentò per contrastare il tentativo di ingerenza. In quell’occasione le forze dell’ordine scortarono all’interno dell’edificio i fascisti, i quali tuttavia denunciarono il ferimento di un militante di CPI a loro detta per mano dei manifestanti antifascisti, a cui la polizia aveva negato la stessa possibilità di partecipare al consiglio municipale, che aveva garantito ai fascisti. In realtà alcuni video delle tensioni dimostrarono che il militante ferito era stato colpito da un altro membro di CPI. La seduta straordinaria del consiglio fu infine annullata.
Nei giorni seguenti, per le strade di Tiburtino III si snodò un grande corteo per rispondere alla propaganda razzista e con cui il quartiere prese definitivamente le distanze dalle azioni dei fascisti.
La lettura dei prossimi paragrafi è sconsigliata a chi non voglia ricevere anticipazioni sugli episodi della serie!
La droga e l’emarginazione
Tornando alla serie, il rapporto tra Zero e Cesare, assente per diversi anni dalla sua vita in quanto in terapia presso un centro di recupero per tossicodipendenti a seguito di problemi legati al consumo di eroina, risulta un filo conduttore della serie. Il protagonista tenta di aiutare l’amico accogliendolo nuovamente nel suo quartiere, rendendosi conto di non essere in grado di farlo uscire dall’emarginazione.
Quello della droga è un tema centrale nei quartieri popolari delle nostre città, e la serie mette in luce come esso rappresenti per molti proletari la causa dell’isolamento che Cesare vive sulla sua pelle. È profondo il legame tra la società capitalistica e il consumo massivo di droga, che fa la sua comparsa nella storia nella forma attuale della tossicodipendenza proprio con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico.
Il fatto che la tossicodipendenza sia un fenomeno legato alle differenze di classe strutturali al sistema è testimoniato da una parte dal peso del mercato della droga nell’economia capitalistica (in Italia si stima che esso garantisca a chi lo gestisce entrate corrispondenti all’incirca all’1% del PIL nazionale), dall’altra dal fatto che l’abuso di sostanze stupefacenti cresce di pari passo con l’ingiustizia sociale, affliggendo quindi in prevalenza chi subisce disoccupazione, precarietà, incertezza sul proprio futuro, in quanto alla base della dipendenza vi è la ricerca di un’evasione individuale dall’insoddisfazione verso la realtà in cui si vive.
Proprio per contrastare l’emarginazione e la rassegnazione, di cui la droga è al contempo causa ed effetto, emerge l’importanza di contrapporre la lotta contro un sistema che fornisce terreno fertile al proliferare della droga proprio negando l’accesso alla cultura, allo sport, alle attività ricreative a larga parte della popolazione, ed in misura tanto maggiore agli strati popolari.
Precarietà, disoccupazione, razzismo e guerra tra poveri
Emblematica nella storia è la presa di posizione di Sarah, che, pur convinta antifascista, subisce sulla propria pelle tutte le contraddizioni della vita nella periferia, e, mossa dal timore della perdita del lavoro da insegnante, ottenuto dopo anni di disoccupazione, precarietà e sfruttamento a seguito della fine dei suoi studi, si lascia convincere che la presenza degli immigrati possa mettere a rischio la permanenza della scuola dove insegna.
La paura di piombare nella disoccupazione e nella povertà è un tema assolutamente reale e accompagna le vite di milioni di giovani e proletari che, in un sistema per sua natura non in grado di garantire casa, lavoro e diritti agli strati popolari, si vedono privati di una vita dignitosa e di un benessere che al contrario sarebbe possibile garantire a chiunque in una società non fondata su sfruttamento e profitto.
Su queste paure le organizzazioni di estrema destra fondano la loro vile e illusoria propaganda. Quella di soffiare sul malumore dei residenti dei quartieri popolari attraverso parole d’ordine razziste è infatti una strategia comunemente sostenuta dalle formazioni neofasciste. Fomentare la “guerra tra poveri” rappresenta l’evidenza lampante di come anche oggi il fascismo sia del tutto funzionale a ostacolare l’unità nella lotta di chi, come i lavoratori italiani e quelli immigrati, rappresenta la classe che, unica, possa portare al reale superamento di una società fondata su sfruttamento, ingiustizia e sopraffazione. Del resto gli slogan che i militanti neonazisti intonano nella serie (“diritto alla casa, diritto al lavoro: non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro“), ispirato alle reali rivendicazioni di questo tipo di organizzazioni, danno perfettamente l’idea del ruolo del fascismo nel sostenere i peggiori interessi padronali a scapito degli strati popolari, sempre più privati di diritti e condizioni di vita dignitose. D’altro canto sarà la stessa serie, negli eventi successivi, a svelare la falsità di questa retorica.
La critica alla politica istituzionale
La descrizione degli schieramenti politici nel consiglio municipale, presentati durante la votazione a cui assistono Zero e gli antifascisti del quartiere e che vedrà passare la mozione sostenuta dai fascisti, rappresenta un’aperta critica alla politica istituzionale, ai partiti borghesi e agli interessi sostenuti da queste forze.
La scena della votazione, resa in maniera allegorica con l’identificazione degli schieramenti (centro-destra, centro-sinistra e un gruppo che richiama il M5S e la sua retorica) nelle varie specie animali, mostra infatti un riferimento per niente velato ai reali partiti della politica borghese, criticando il ruolo che ciascuno di essi gioca nel garantire terreno fertile alla retorica dell’estrema destra, ciascuno per diverse finalità, ma tutte riconducibili ad interessi estranei ai lavoratori e ai residenti dei quartieri popolari.
Gli esponenti di questi partiti sono mostrati come estranei ad ogni tipo di istanza sostenuta dagli abitanti del quartiere (emblematico l’esempio della consigliera del centro-sinistra che, ai tempi della scuola, si schierava contro le occupazioni promosse dai suoi compagni studenti), ipocriti nel sostenere una “democrazia” che lascia spazi alla violenza razzista, dediti al mero perseguimento del proprio tornaconto personale e politico, finendo per consegnare il destino del quartiere nelle mani dei fascisti, facendosi beffe dei residenti e del destino degli immigrati ospiti del centro d’accoglienza.
L’ipocrisia di polizia e media
L’autore, nel rappresentare i tafferugli tra i militanti di estrema destra e gli antifascisti, esprime una critica all’operato delle forze dell’ordine, che in un primo momento permettono ai due schieramenti di scontrarsi, disinteressandosi della tutela dei molti giovani scesi in piazza e tollerando le violenze dei fascisti. A tal proposito è emblematica la scena in cui la celere, che non interveniva quando Cesare viene linciato dai suoi stessi camerati, carica al contrario i manifestanti antifascisti, diversi dei quali vengono arrestati e condotti in commissariato, insieme allo stesso Cesare. Una volta rilasciati, Zero e i suoi amici subiscono le intimidazioni di un agente del commissariato, il quale minaccia il gruppo di amici, chiedendo di confessare chi fosse l’aggressore di un giovane militante di estrema destra rimasto ferito negli scontri, altrimenti sarebbero stati tutti denunciati, condotti a processo e avrebbero visto pregiudicate le proprie vite lavorative a causa delle ritorsioni legali.
Ironico come, quando si scopre che il ragazzo ferito proveniva da una famiglia estremamente facoltosa e potente, gli agenti si attivino con solerzia nell’assecondare le richieste di ricchi padroni, minacciando al contrario, in maniera del tutto classista, l’impossibilità di trovare lavoro con la logica dei “carichi pendenti” chi ovviamente di lavorare ha bisogno (non quindi dei ricchi borghesi).
Anche in questo caso le analogie con i fatti di Tiburtino III sono notevoli. Seppur in quel caso la polizia fosse già presente in forze sul luogo del consiglio municipale, anche allora la celere contrastò il presidio antirazzista, impedendo l’ingresso alla seduta a chiunque non fosse un militante fascista. Purtroppo invece sono molti i casi di violenze da parte delle forze dell’ordine contro manifestanti, perlopiù lavoratori in lotta o studenti, scesi in piazza in maniera pacifica e oggetto di soprusi solo perché contrari al governo e alle sue politiche. Chi lotta ogni giorno sa bene quindi quanto il comportamento della polizia nella serie sia realistico e si riferisca alla realtà delle cose.
Mentre accadono i fatti, i giornalisti (rappresentati come sciacalli) speculano sulle scene di violenza per dipingere nei loro articoli le periferie come luoghi abbandonati al degrado e all’inciviltà. Anche questo rappresenta al meglio quanto accade ogni giorno. Spesso è proprio la stampa a sovraesporre la propaganda dell’estrema destra, fornendogli visibilità, attribuendo ai quartieri popolari in cui i fascisti intervengono una connotazione politica che non rappresenta affatto chi vive nelle periferie e legittimando le peggiori pulsioni che il sistema produce.
La necessità della lotta per i diritti sociali
L’intervento di Domenica, una vecchia bidella in pensione della scuola, smaschera la propaganda xenofoba, parlando alla piazza del fatto che in realtà la scuola perdeva iscritti già da diversi anni a causa dell’abbandono della struttura, che per mancanza di finanziamenti cadeva ormai a pezzi, e per l’assenza di mezzi pubblici che consentissero ai genitori di portarvi i propri figli.
Anche in questo caso si ripresenta con forza il punto centrale, ossia l’illusorietà delle parole d’ordine di chi semina divisioni e dissidi tra gli sfruttati della nostra società. Se oggi mancano le case, le scuole, gli ospedali, i servizi per i quartieri popolari, le colpe non vanno di certo attribuite ai più svantaggiati, rei di “avere troppi diritti”. Al contrario è solo l’unità tra gli oppressi di questo sistema, attraverso la lotta di classe per conquistare benessere e diritti realmente universali e pertanto garantiti a tutti, ad essere ciò che può produrre un miglioramento nelle condizioni di vita di quanti vivono le contraddizioni del capitalismo.
Considerazioni finali
“Questo mondo non mi renderà cattivo” rappresenta senz’altro un passo avanti dell’opera di Zerocalcare rispetto alla precedente serie del 2021, in quanto affronta un numero decisamente maggiore di problematiche sociali che ogni giorno sono vissute dai proletari, oltre a introdurre esplicitamente delle tematiche politiche nette e riconoscibili, seppur non volendo a tal proposito costituire un manifesto e mantenendo un taglio godibile, divertente e ricco di riferimenti alla cultura giovanile.
Il merito di introdurre su media di diffusione di massa temi fondamentali come quelli della droga, del razzismo, dalla disoccupazione narrati dal punto di vista di giovani degli strati popolari è innegabile.
Il giudizio sulla serie non può pertanto che essere positivo, e la visione consigliata, specialmente a chi vive sulla propria pelle tutte le contraddizioni e le difficoltà che ogni giorno lavoratori, studenti degli strati popolari, disoccupati e pensionati riscontrano nei quartieri popolari delle nostre città.
28/06/2023
Mercato delle droghe. Quello che la Meloni non ha urlato
Innanzitutto occorre sapere che quello delle droghe in Italia è un mercato che “tira”, con un giro d’affari di decine di miliardi di euro: oltre 22,5 miliardi secondo uno studio dell’università di Tor Vergata. Si scende a 12,7 miliardi nelle rilevazioni dell’Istat, di cui circa la metà attribuibili al consumo di cocaina.
La platea di consumatori di droghe rilevata è stimata a 6,2 milioni, Di questi 4,5 milioni risultano consumatori di cannabis, 1,1 milioni di cocaina e 530mila di oppio e derivati, eroina compresa; ma in circolazione da tempo c’è anche il micidiale crack, economico e devastante.
Infine c’è l’allarme sulla diffusione di nuove sostanze, molte sconosciute e pericolose per la salute.
Se è la cannabis la droga più diffusa (il 32% dei 15-64enni l’hanno provata almeno una volta, poco più di 12,5 milioni di persone), al secondo posto c’è la cocaina: per la quale si stimano 3 milioni di italiani che l’hanno usata almeno una volta.
Si calcola che le attività criminali connesse alla droga hanno rappresentato il 60% delle attività illegali stimate dalla contabilità nazionale e hanno pesato per quasi un punto percentuale sul Pil.
Se nel 2020 i sequestri di cocaina erano stati di 13.595 kg, nel 2021 erano saliti a 20.075. Eppure nello stesso periodo si registrano assai più consistenti sequestri di Marjuana dai 19.930 kg del 2020 al doppio nel 2021 ossia 46.853kg.
Anche nel caso dell’hascish si è passati dai 9.758 kg del 2020 ai ben 20.859 kg del 2021, quasi a indicare che i sequestri di droghe leggere siano stati perseguiti con maggiore determinazione di quelli di droghe pesanti. I sequestri di eroina sono rimasti praticamente uguali: 513 kg nel 2020, 567 nel 2021.
Per la Meloni e la destra “le droghe sono tutte uguali” e la strada da perseguire è soltanto quella repressiva, che si abbatte sia sugli spacciatori che sui consumatori.
I risultati di questa logica ci dicono che negli ultimi vent’anni circa un detenuto su tre che entra in carcere lo fa per violazione dell’articolo 73 del Dpr 309/1990, il Testo Unico sulla droga.
Il trend riflette gli effetti della legge Fini-Giovanardi, solo parzialmente corretta della sentenza della Consulta 32/2014, che ha bocciato la legge nella parte in cui non distingue tra droghe leggere e droghe pesanti.
Oggi sono perseguite penalmente in ogni circostanza l’eroina, i derivati della Cannabis (hascish, marijuana), la cocaina, gli allucinogeni, l’extasi e alcuni prodotti analoghi.
L’articolo 73 del Testo Unico del 1990 prevede fino a 20 anni di reclusione per chi “coltiva, fabbrica, estrae, raffina, offre o mette in vendita, cede o riceve a qualsiasi titolo, distribuisce, commercia, acquista, trasporta, esporta, importa, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo o comunque illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope”.
Ciò vale non solo per gli spacciatori ma, in teoria, anche per chi acquistasse droga per un familiare o un amico tossicodipendente. Le stesse pene, inoltre, si applicano per le sostanze per cui è consentito l’uso terapeutico qualora vengano utilizzate per altri scopi, indipendentemente dal fatto che siano state reperite utilizzando una ricetta medica.
Tuttavia l’articolo 75 introduce una eccezione per chi illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope per uso personale. In questo caso sono previste solo sanzioni amministrative (es. la sospensione della patente di guida o del passaporto).
Confessando che non abbiamo mai nutrito molta simpatia né per gli ‘sconvoltoni’ né per gli ‘sconvoltini’ – oltre che inimicizia totale per ogni tipo di spacciatori – occorre ammettere che l’eventuale legalizzazione della sola cannabis, strapperebbe ai mercanti di droga un mercato di 4,5 milioni di consumatori e magari ridurrebbe anche il numero di detenuti in carceri talmente sovraffollate da scoppiare. Inoltre manderebbe un segnale vero di controtendenza.
Da quanto dimostrato dai risultati sul campo, l’impostazione meramente repressiva non riesce – e non riuscirà mai – a debellare né il lucrosissimo mercato criminale delle droghe né le tossicodipendenze, un po’ come avvenuto con la ludopatia.
In questo caso la legalizzazione ha arricchito sicuramente lo Stato e i padroni delle sale giochi, sicuramente non ha arricchito le tasche e le relazioni sociali dei ludopati.
Ma non sarà proprio per questo che tale “devianza” (nell’accezione meloniana) sia stata legalizzata ed altre no?
Fonte
05/06/2023
Tre militari israeliani perdono la vita in uno scontro a fuoco nel deserto del Negev
Ieri un agente della polizia egiziana ha ucciso tre membri delle forze di difesa israeliane (Idf) nel deserto del Negev, nel sud di Israele, vicino al confine con l’Egitto, durante uno scontro a fuoco, secondo quanto hanno confermato le Idf, le quali sostengono che l’agente egiziano si è infiltrato in Israele in precedenza, uccidendo due militari, un uomo e una donna, che si trovavano in una postazione di osservazione.
Successivamente, il poliziotto egiziano e i militari israeliani hanno ingaggiato uno scontro a fuoco, conclusosi con l’uccisione dell’agente e di un altro componente delle Idf. Da parte sua, il ministero della Difesa egiziano ha confermato l’uccisione di un membro delle proprie forze di sicurezza in uno scontro a fuoco al confine tra Egitto e Israele.
Il portavoce del ministero della Difesa egiziano, Gharib Abdel Hafez, ha scritto su Facebook: “Un membro delle forze di sicurezza che inseguiva i narcotrafficanti ha attraversato un posto di blocco, a cui ha fatto seguito uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza israeliane che ha provocato tre morti da parte israeliana e la morte del membro delle forze di sicurezza egiziane”.
Il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è detto “profondamente addolorato per la morte di tre militari a seguito dell’incidente di sicurezza al confine egiziano. Le truppe delle Idf hanno condotto le loro missioni con grande diligenza, ma il risultato è stato disastroso”.
Gallant ha aggiunto di aver condotto una valutazione della situazione con i vertici militari. Intanto le autorità israeliane hanno rivelato l’identità di due dei tre militari uccisi. Si tratta del sergente Ohad Dahan, 20 anni, e della sergente Lia Ben-Nun, 19 anni.
Lo scontro a fuoco che ha provocato la morte dei tre militari israeliani è iniziato poche ore dopo che le forze di sicurezza hanno sventato un tentativo di traffico di droga del valore di 1,5 milioni di shekel (circa 370 mila euro) e le Idf stanno indagando per verificare una connessione tra i fatti.
Il confine tra Israele ed Egitto è in gran parte pacifico, tuttavia, ci sono frequenti tentativi di contrabbando di droga oltre l’alta recinzione israeliana. Negli ultimi anni ci sono stati diversi episodi di sparatorie tra contrabbandieri e militari delle Idf.
L’esercito egiziano spara spesso anche ai trafficanti di droga, così come ai gruppi jihadisti nel deserto del Sinai settentrionale, a volte provocando incendi accidentali oltre confine.
Fonte
20/08/2022
Colombia - Petro si sgancia da Washington
In un lungo servizio, l’agenzia Nova rammenta che “Con 200 anni di relazioni diplomatiche alle spalle, Bogotà è da tempo considerata da Washington capitale di riferimento nel Sud America su temi chiave come la lotta al traffico di droga, sviluppata anche grazie alla collaborazione strategica con il Comando sud (United States Southern Command). Inoltre, per anni, i due Paesi hanno fatto fronte unico opposto non solo a Cuba, ma anche agli altri governi ‘neo socialisti’ della regione, come Nicaragua e, soprattutto, il Venezuela”.
Ma, secondo il reportage di Nova, i passi mossi da Petro, in poco meno di due settimane di presidenza, spingono la Colombia su uno scenario diverso. “Il Paese riallaccia i rapporti diplomatici con Nicolas Maduro, disconoscendo nei fatti il leader oppositore ancora formalmente interlocutore Usa, ma – soprattutto – dando a Caracas modo di allentare ulteriormente l’isolamento politico e commerciale creato anche dalle sanzioni del Tesoro Usa”.
Inoltre Petro ha inviato una propria delegazione all’Avana per riallacciare i negoziati con l’Esercito di liberazione nazionale (ELN), la formazione guerrigliera più potente dopo la dissoluzione formale delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). L’ELN come gesto di buona volontà ha liberato 6 tra militari e poliziotti che teneva prigionieri.
Al tempo stesso, il governo ha dato il via a una rivoluzione nel sistema della difesa e della sicurezza: al ministero della Difesa va un magistrato divenuto celebre per le inchieste che hanno svelato le trame tra le Forze Armate, la guerriglia ideologica, i gruppi paramilitari e le bande criminali.
Un cambio pagina che si è tradotto da subito in un profondo rimpasto dei vertici militari, accendendo la curiosità sul futuro della cooperazione sulla Difesa con gli Usa.
Le decisioni presidenziali hanno portato a una nuova leadership delle Forze Armate composta dai generali Luis Carlos Córdoba Avendaño, Luis Mauricio Ospina, Helder Fernán Giraldo Bonilla, dal viceammiraglio José Joaquín Amézquita García e dal generale Henry Armando Sanabria Cely, nella polizia.
Resumen Latinoamericano afferma che con questa misura, il presidente ha escluso 55 generali dalla nuova leadership militare e di polizia. Si tratta della più grande ristrutturazione dello stato maggiore nella storia recente del Paese. Si vuole un corpo di ufficiali che non sia macchiato dal sangue degli umili massacrati e che non sia un gruppo di ladri.
L’intervento di Petro sui vertici militari è stato rapido. Per avere un’idea, Duque ha impiegato quattro mesi per applicare i suoi aggiustamenti militari per infiltrare le unità neonaziste uribiste nel dicembre 2018, mentre Petro ha deciso di fare questo intervento il sesto giorno della sua amministrazione.
Nella storia della Colombia non c’è mai stata una pulizia così massiccia di generali come quella che Petro ha fatto ieri con il suo ministro della Difesa.
Infine c’è la promessa di Petro di voler riscrivere il tema del contrasto ai narcotrafficanti, abbandonando la strategia “fallimentare” della “guerra alla droga” imposta dagli Usa. Un approccio inaugurato in Colombia a inizio anni ’70 con il contributo determinante degli Stati Uniti, che “ha rafforzato le mafie e indebolito gli Stati, ha portato gli Stati a commettere reati e ha fatto evaporare l’orizzonte della democrazia“.
“Vogliamo aspettare che un altro milione di latinoamericani venga assassinato o che arrivino a 200mila all’anno i morti per overdose negli Usa?”, ha detto Petro. La proposta è quella di cambiare la visione del consumo degli stupefacenti, passando da una visione di “lotta” a una di “prevenzione”.
Fonti: agenzia Nova, Resumen Latinoamericano
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