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25/12/2024

È il mercato, bellezza. La diaspora degli abitanti delle Vele …

A Scampia si sta consumando un esodo silenzioso.

Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.

Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.

Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.

Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.

In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).

L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.

La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.

Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.

Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.

Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.

Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.

Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.

Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.

In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.

Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.

Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”
.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei»
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Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.

Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.

«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…»
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«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?»
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Fonte

24/07/2024

Scampia, la morte dei dannati

di Vincenzo Morvillo

Oggi parlare di Scampia fa molto “sinistra arcobaleno”. Fa molto comitato di quartiere o impegno civico. È trendy.

Nella Napoli Gran Turismo – tutta baretti, spritz, gastronomia e B&B – Scampia è diventata la meta da raggiungere per visitatori in cerca del brivido.

Una Coney Island deserta, dove troneggia un Luna Park ormai senza luci. Una Shutter Island abitata da orribili fantasmi del recente passato.

Oggi tutti vogliono “riqualificare” Scampia. Tutti vogliono trasformare il luogo dell’ignominia urbana in una struggente fotografia in bianco e nero dal fascino desolante.

Dove il degrado si possa riconvertire nell’ennesimo ritratto olografico di una città maledetta e anarchica. Un ritratto da vendere per ricavare l’ inesorabile “dose” di profitto. Gomorra e i Mare Fuori ce lo hanno dimostrato.

Peccato che le Vele erano e restano un cesso a cielo aperto. Una discarica umana e sociale scientemente allestita da piani regolatori puntualmente disattesi.

E divenuti, malgrado le originarie buone intenzioni, recinti dove il centro metropolitano ha rinchiuso quelle vite la cui sola presenza costituisce un insulto per la borghesia cittadina.

Immondizia da spazzar via dal salotto buono.

Progetti varati con la Legge 167 del 1962 e da cui nacquero disastri residenziali come appunto i casermoni della omonima 167 o dello Zen di Palermo.

Per decenni, alle Vele, il consesso civile costituito dalle persone perbene neanche si accostava. Mentre i fighetti dell’aristocrazia partenopea di Posillipo, di Chiaia, del Vomero, di Via dei Mille, ci andavano con la loro spavalda stupidità mista a sacro terrore per acquistare pochi grammi di coca. Sentendosi “guappi” per questo.

Ma a Scampia, dagli anni ’80 e fino a metà degli anni 2000, si moriva. Si moriva per overdose da eroina tutte le sere. Nei budelli di cemento che si aprivano sotto le Vele in tanti ci trascinavamo strafatti, inebetiti e felici dopo una pera.

Lì i pusher ti offrivano “una spada gratis” per farti fare il “provino” e capire se la roba era buona e tagliata al punto giusto. E se ci rimanevi, beh, semplicemente ti spostavano.

Scampia era il feudo di boss come Paolo Di Lauro, alias Ciruzzo ‘o Milionario. Come Gennaro Licciardi, detto ‘A Scigna. O dei “girati” della Vanella-Grassi.

A Scampia si moriva per la guerra di camorra tra clan. La Polizia neanche ci metteva piede. Figurarsi se apriva bocca.

Si limitava a fare qualche blitz/show o a sostare con una macchina fuori ai viali dello spaccio. Fermando di solito noi tossici, da cui pretendevano di sapere da chi avessimo acquistato la roba.

Ho preso tante botte e mi sono fatto tante celle in commissariato o a Poggioreale per non aver mai detto nulla, ovviamente.

Gli sbirri mangiavano, intascavano e chiudevano gli occhi. A cominciare dagli “eroici” Falchi dei film, ma senza onore e senza gloria.

Scampia era il più grande discount della droga d’Europa. Venivano tossici e spacciatori al dettaglio dalla Germania, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Svizzera.

Ci ho incontrato anche il grande Abel Ferrara una sera.

A Scampia una giovanissima vedetta – ragazzi che tenevano d’occhio la strada per dare la voce (l’allarme) qualora arrivasse la Polizia – guadagnava quanto un operaio in un mese.

Ho visto vendere duecento dosi di eroina e cocaina in mezz’ora intascando 3.000€. Come spieghi ad un ragazzo che in mezz’ora fa tanti soldi che deve andare a farsi il mazzo in fabbrica? È una partita persa. A Scampia una vita valeva 500€. Il prezzo di un omicidio.

Si moriva, a Scampia. Per droga, certo. E per camorra. Ma soprattutto di strafottenza. Di indifferenza. Di moralismo.

Dello schifo di una borghesia che ha sempre preferito ignorare quel girone dantesco, lasciando che i dannati si suicidassero o si facessero fuori tra loro. Come ai Quartieri, alla Sanità, a Forcella, a Rione Traiano, al Rione De Gasperi di Ponticelli.

A meno che qualcuno di quei dannati non venisse a far danni nella cristalliera della città. E allora i benpensanti s’indignavano. Oceani di retorica e di analisi sociologiche inondavano i giornali. E i politici cominciavano a rimbalzarsi le responsabilità.

Qualcuno ha provato a fare seriamente qualcosa. Ma a rischio della propria vita. Qualcuno ha provato a cambiare le dinamiche anche attraverso la cultura e il cinema. Ma è stato fagocitato dalla bocca avida del mercato e dello spettacolo. Saviano invece ha speculato e si è arricchito.

Eppure in questi ultimi dieci anni la città è cambiata. L’ha cambiata il turismo. L’ha cambiata la sete di profitto della borghesia parassitaria. L’hanno cambiata le regole della comunità europea. E Scampia è cambiata insieme a lei.

Anzi, è scomparsa dai radar. Non faceva più notizia. Non stuzzicava più la morbosità necrofila della gens italica.

L’altro ieri però è successo qualcosa. Nella Vela Azzurra ha ceduto un ballatoio. Due persone sono morte e tredici sono rimaste ferite. Qualcuno dice che non ha retto al peso.

Su quei ballatoi ci mettevamo in fila in cento per acquistare il nostro pane quotidiano. Il nostro sugar brown. La nostra dama bianca.

I sogni in una siringa a riscatto del dolore. La morte dietro l’angolo ad attendere famelica. Per un’overdose o un ballatoio cadente.

Ieri Repubblica scriveva: “Scampia, crolla ballatoio della Vela: due morti e 13 feriti, sette sono bambini”. Oppure: “Crollo di Scampia: solidarietà sotto i gazebo della Protezione civile”.

Soltanto dieci anni fa, il quotidiano organo del Pd e della sinistra liberal così titolava: “Scantinati come discariche: la vergogna di Scampia. Alla Vela Azzurra le proteste sono gestite dalla camorra”. Oggi il clima è cambiato e i servi fanno il loro mestiere!

I clan, cui lo stato ha appaltato per decenni il controllo di un territorio esplosivo per disagi, degrado e marginalità, si sono fatti una guerra fratricida e si sono distrutti a vicenda. I boss sono in galera o pentiti. I ceti dominanti vogliono arraffare e intascare il possibile.

Ma come una nemesi che piomba sulle loro mani lorde di complicità e di sangue, cade un ballatoio. E Scampia, malgrado la sede dell’Università inaugurata da Manfredi – il sindaco più inutile che questa città abbia annoverato – è tornata ad essere un problema.

Le annose questioni legate agli abusi edilizi e allo scempio abitativo tornano a far paura. Come lo spettro del padre di Amleto tornano ad aggirarsi sui tetti delle Vele i cadaveri dei tanti morti di eroina e di camorra.

Si moriva a Scampia negli anni ’80. Si muore oggi, a Scampia. E a morire sono sempre i dannati.

Fonte