Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2026
05/05/2026
A chi serve il “Piano Casa” del governo Meloni
Nel presentare il “Piano Casa” varato lo scorso 30 aprile, la presidente del Consiglio Meloni ha voluto affermare in prima persona che la casa è un “bene primario” e che il Governo ha deciso di mettere a disposizione le risorse necessarie per garantirlo.
Dietro i roboanti annunci di 100mila nuovi alloggi a prezzi accessibili, in realtà, si celano tre punti principali:
– la mancanza di nuove risorse economiche;
– la decisione di privilegiare la fascia grigia sui ceti sociali già in crisi abitativa;
– l’apripista ai grandi e piccoli privati che lucrano sul mattone attraverso l’ingresso di fondi immobiliari esteri nella gestione del patrimonio edilizio (alla faccia del sovranismo!) e la predisposizione di un disegno di legge per sfratti e sgomberi sprint (e a sorpresa).
A chi e cosa serve, dunque, il Piano Casa del governo Meloni?
Lo diciamo subito, prima di entrare nel merito dei singoli provvedimenti: non certo a liberare quei prigionieri del mattone, i cui redditi ormai in tutta Italia sono gravati da spese per l’abitare ben oltre la soglia di sostenibilità convenzionalmente fissata al 30 percento del reddito disponibile (post-tassazione) e il cui diritto all’abitare è minato da un mercato completamente deregolamentato.
Innanzitutto, partiamo dalle risorse. A fronte di tanta enfasi retorica, il Piano Casa appena varato conferma lo stanziamento di 970 milioni di euro in quattro anni, pari a 150/200 milioni l’anno fino al 2030, in attesa di ulteriori risorse che dovrebbero provenire dalla riprogrammazione dei Fondi di Coesione Europei.
Complessivamente, parliamo di 5 miliardi di euro ipotizzati e così suddivisi: 970 milioni dal ministero infrastrutture, 1,1 miliardi dalla revisione di medio termine dei fondi di coesione da far approvare all’intesa in Conferenza Stato/Regioni e, infine, 3 miliardi dal Fondo per il clima per la riqualificazione energetica, la transizione e il contenimento dei consumi. Tutto questo in dieci anni, attraverso decreti attuativi ancora decisamente lontani. Peraltro, da quanto si legge nel DL, i 970 milioni non saranno a fondo perduto, ma soldi che i comuni dovranno rimborsare con un tasso di interesse al 2%.
Con suddetti importi, dovrebbe avvenire il presunto recupero di circa 60mila alloggi popolari (ERP) oggi non assegnabili perché inagibili. Cosa che, a detta del magnifico Salvini, dovrebbe avvenire addirittura nel giro di un anno. Contestualmente, i (pochi) stanziamenti disponibili al momento saranno orientati anche al recupero di alloggi da destinare a quella fascia grigia che, evidentemente, Meloni e compagnia considerano più solvibile e attrattiva sia dal punto di vista economico sia da quello elettorale, avendola definita da tutelare e su cui legiferare in via prioritaria. Si parla, per capirci, di nuclei familiari i cui redditi arrivano fino a 60mila euro.
Poco e niente si prevede per tutelare quel 40 percento di nuclei familiari che non superano i 15mila euro annui, e 5 milioni di persone sprofondate sotto la soglia della povertà, e che in diverse città si confrontano con canoni di locazione che si sono impennati fino a sfiorare i 20 euro medi a metro quadro. Vuol dire che, per un appartamento di 50 mq, il canone di locazione arriva a 1000 euro, senza contare le spese per le utenze, in continuo aumento a causa della guerra. Lo stesso conflitto, peraltro, sta sconvolgendo anche il mercato dei mutui, tradizionalmente considerato molto più conveniente dell’affitto per le poche persone “fortunate” di avere i requisiti per accenderne uno.
Al contrario, queste fasce sociali per il governo Meloni devono essere messe per strada ancora più rapidamente, e senza passare per le formalità che le già criticabili distinzioni in merito alla “fragilità sociale” richiedevano finora. La parte più odiosa del Piano è stata inserita in un disegno di legge, le cui tempistiche non sono ancora note. I contenuti, invece, sono ormai di pubblico dominio.
Salutato da Confedilizia con grande letizia, il DDL (nato da proposte di deputati leghisti e di Fratelli d’Italia) prevede il cosiddetto “sfratto breve” con decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso del proprietario, esecuzione senza previa notifica e una penale dell’1% del canone per ogni giorno di mancata esecuzione, chiaramente a carico dell’inquilino.
Infine, vengono sanciti una stretta ideologica sulle morosità incolpevoli (rendendo praticamente impossibile sanarle), il rafforzamento dello strumento della finita locazione per accelerare gli sfratti e una restrizione decisa su quei pochi criteri che finora rendevano rinviabile l’esecuzione (come la presenza nel nucleo di persone anziane, disabili e minori, tanto per citarne alcuni). Insomma, un vero e proprio regalo ai proprietari che smaniano per sbarazzarsi degli inquilini nel minor tempo possibile, raggranellando consenso sulla pelle di chi non ce la fa a conciliare le spese per la casa con la sopravvivenza.
Infine, arriviamo al vero cuore del Piano Casa, il più gradito a Confindustria, Confcommercio, Legacoop, Federcasa, Consap e fondi immobiliari vari (gli unici portatori di interesse ad essere stati interpellati sui contenuti del Piano, detto per inciso). Come illustrato sopra, i 970 milioni stanziati dovranno servire per 100mila alloggi da recuperare e mettere a disposizione, anche attraverso meccanismi di rigenerazione urbana e di recupero del patrimonio pubblico attualmente inutilizzato.
Chi deciderà quali progetti siano degni di essere realizzati? Un commissario di governo, dotato di un ampio pacchetto di deroghe giustificate dall’interesse strategico (il Modello Giubileo docet), che coordinerà la costituzione di un nuovo fondo immobiliare denominato “Housing Coesione”. Partecipato da Invitalia, Invimit, e finanziato con risorse di Cassa Depositi e Prestiti, vedrà come principali decisori due fondi immobiliari: il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti Mudabala Investment, e nel ruolo di general partner e strategic advisor il fondo texano Hines.
Quest’ultimo è salito agli “onori” delle cronache per le vicissitudini del suo braccio italiano, COIMA, implicato nel governo Milano, nonché per le opere realizzate in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, per il coinvolgimento nella speculazione sui Mercati Generali in predicato di essere realizzato a Roma e per la compartecipazione di capitali israeliani.
La cabina di regia dell’operazione, guidata dal commissario governativo di cui sopra, sarà composta dal commissario e da tre funzionari. La struttura, finanziata solo fino al 2028, potrà operare con lo strumento di “autorizzazione unica” che avrà valore di variante al piano regolatore in quanto di interesse strategico e godrà attraverso una semplice SCIA che avrà valore autorizzativo per l’inizio delle attività con semplificazioni urbanistiche, potrà utilizzare patrimonio pubblico e realizzare alloggi in edilizia convenzionata per il 70% del totale costruito stipulando un atto convenzionale con il Comune interessato.
In teoria, il soggetto che dovrebbe accedere a questa tipologia deve avere un ISEE superiore a 20mila euro e accettare un patto di futura vendita, il famoso ‘rent to buy’. Anche i notai sono chiamati a fare la loro parte, con un dimezzamento dei costi per la stipula di tali contratti, sempre con la giustificazione dell’interesse strategico di ciò che viene realizzato. Infine l’articolo 5 del DL prevederà una ulteriore vendita di case popolari comune ed ex-IACP senza fissare un limite; per aggiungere la beffa al danno, il ricavato delle vendite non andrà ai comuni per politiche abitative, ma ad ammortizzare i titoli di stato: insomma, a pagare gli interessi sul debito pubblico.
In definitiva, appare chiaro a chi serve il Piano Casa del Governo Meloni: a chi lucra sulla dimensione sistemica dell’emergenza abitativa, non certo a chi avrebbe bisogno di un intervento sociale deciso, di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, di norme che calmierino il mercato, di redditi e salari decenti (che di certo non verranno realizzati con l’ennesimo, propagandistico provvedimento presentato, non a caso, il 1 maggio). Di fronte a tutto questo, è necessario rinnovare la capacità di mobilitazione sociale in modo che la vicenda casa sia rappresentata al giusto livello.
Dietro la patina di un piano che, come Renzi prima di loro, hanno l’ardire di definire “Casa”, si cela la continuità con la tendenza di trattare l’emergenza abitativa come un mero problema di ordine pubblica, ad allargare il divario tra esigibilità del diritto proprietario e difesa del diritto all’abitare, e a privatizzare quel poco che resta dell’edilizia residenziale pubblica. Possiamo rompere tutto questo organizzandoci, ma dobbiamo farlo ora! Contro questa via senza ritorno, che potrebbe portare centinaia di migliaia di persone in mezzo alla strada in poco tempo.
Fonte
Dietro i roboanti annunci di 100mila nuovi alloggi a prezzi accessibili, in realtà, si celano tre punti principali:
– la mancanza di nuove risorse economiche;
– la decisione di privilegiare la fascia grigia sui ceti sociali già in crisi abitativa;
– l’apripista ai grandi e piccoli privati che lucrano sul mattone attraverso l’ingresso di fondi immobiliari esteri nella gestione del patrimonio edilizio (alla faccia del sovranismo!) e la predisposizione di un disegno di legge per sfratti e sgomberi sprint (e a sorpresa).
A chi e cosa serve, dunque, il Piano Casa del governo Meloni?
Lo diciamo subito, prima di entrare nel merito dei singoli provvedimenti: non certo a liberare quei prigionieri del mattone, i cui redditi ormai in tutta Italia sono gravati da spese per l’abitare ben oltre la soglia di sostenibilità convenzionalmente fissata al 30 percento del reddito disponibile (post-tassazione) e il cui diritto all’abitare è minato da un mercato completamente deregolamentato.
Innanzitutto, partiamo dalle risorse. A fronte di tanta enfasi retorica, il Piano Casa appena varato conferma lo stanziamento di 970 milioni di euro in quattro anni, pari a 150/200 milioni l’anno fino al 2030, in attesa di ulteriori risorse che dovrebbero provenire dalla riprogrammazione dei Fondi di Coesione Europei.
Complessivamente, parliamo di 5 miliardi di euro ipotizzati e così suddivisi: 970 milioni dal ministero infrastrutture, 1,1 miliardi dalla revisione di medio termine dei fondi di coesione da far approvare all’intesa in Conferenza Stato/Regioni e, infine, 3 miliardi dal Fondo per il clima per la riqualificazione energetica, la transizione e il contenimento dei consumi. Tutto questo in dieci anni, attraverso decreti attuativi ancora decisamente lontani. Peraltro, da quanto si legge nel DL, i 970 milioni non saranno a fondo perduto, ma soldi che i comuni dovranno rimborsare con un tasso di interesse al 2%.
Con suddetti importi, dovrebbe avvenire il presunto recupero di circa 60mila alloggi popolari (ERP) oggi non assegnabili perché inagibili. Cosa che, a detta del magnifico Salvini, dovrebbe avvenire addirittura nel giro di un anno. Contestualmente, i (pochi) stanziamenti disponibili al momento saranno orientati anche al recupero di alloggi da destinare a quella fascia grigia che, evidentemente, Meloni e compagnia considerano più solvibile e attrattiva sia dal punto di vista economico sia da quello elettorale, avendola definita da tutelare e su cui legiferare in via prioritaria. Si parla, per capirci, di nuclei familiari i cui redditi arrivano fino a 60mila euro.
Poco e niente si prevede per tutelare quel 40 percento di nuclei familiari che non superano i 15mila euro annui, e 5 milioni di persone sprofondate sotto la soglia della povertà, e che in diverse città si confrontano con canoni di locazione che si sono impennati fino a sfiorare i 20 euro medi a metro quadro. Vuol dire che, per un appartamento di 50 mq, il canone di locazione arriva a 1000 euro, senza contare le spese per le utenze, in continuo aumento a causa della guerra. Lo stesso conflitto, peraltro, sta sconvolgendo anche il mercato dei mutui, tradizionalmente considerato molto più conveniente dell’affitto per le poche persone “fortunate” di avere i requisiti per accenderne uno.
Al contrario, queste fasce sociali per il governo Meloni devono essere messe per strada ancora più rapidamente, e senza passare per le formalità che le già criticabili distinzioni in merito alla “fragilità sociale” richiedevano finora. La parte più odiosa del Piano è stata inserita in un disegno di legge, le cui tempistiche non sono ancora note. I contenuti, invece, sono ormai di pubblico dominio.
Salutato da Confedilizia con grande letizia, il DDL (nato da proposte di deputati leghisti e di Fratelli d’Italia) prevede il cosiddetto “sfratto breve” con decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso del proprietario, esecuzione senza previa notifica e una penale dell’1% del canone per ogni giorno di mancata esecuzione, chiaramente a carico dell’inquilino.
Infine, vengono sanciti una stretta ideologica sulle morosità incolpevoli (rendendo praticamente impossibile sanarle), il rafforzamento dello strumento della finita locazione per accelerare gli sfratti e una restrizione decisa su quei pochi criteri che finora rendevano rinviabile l’esecuzione (come la presenza nel nucleo di persone anziane, disabili e minori, tanto per citarne alcuni). Insomma, un vero e proprio regalo ai proprietari che smaniano per sbarazzarsi degli inquilini nel minor tempo possibile, raggranellando consenso sulla pelle di chi non ce la fa a conciliare le spese per la casa con la sopravvivenza.
Infine, arriviamo al vero cuore del Piano Casa, il più gradito a Confindustria, Confcommercio, Legacoop, Federcasa, Consap e fondi immobiliari vari (gli unici portatori di interesse ad essere stati interpellati sui contenuti del Piano, detto per inciso). Come illustrato sopra, i 970 milioni stanziati dovranno servire per 100mila alloggi da recuperare e mettere a disposizione, anche attraverso meccanismi di rigenerazione urbana e di recupero del patrimonio pubblico attualmente inutilizzato.
Chi deciderà quali progetti siano degni di essere realizzati? Un commissario di governo, dotato di un ampio pacchetto di deroghe giustificate dall’interesse strategico (il Modello Giubileo docet), che coordinerà la costituzione di un nuovo fondo immobiliare denominato “Housing Coesione”. Partecipato da Invitalia, Invimit, e finanziato con risorse di Cassa Depositi e Prestiti, vedrà come principali decisori due fondi immobiliari: il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti Mudabala Investment, e nel ruolo di general partner e strategic advisor il fondo texano Hines.
Quest’ultimo è salito agli “onori” delle cronache per le vicissitudini del suo braccio italiano, COIMA, implicato nel governo Milano, nonché per le opere realizzate in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, per il coinvolgimento nella speculazione sui Mercati Generali in predicato di essere realizzato a Roma e per la compartecipazione di capitali israeliani.
La cabina di regia dell’operazione, guidata dal commissario governativo di cui sopra, sarà composta dal commissario e da tre funzionari. La struttura, finanziata solo fino al 2028, potrà operare con lo strumento di “autorizzazione unica” che avrà valore di variante al piano regolatore in quanto di interesse strategico e godrà attraverso una semplice SCIA che avrà valore autorizzativo per l’inizio delle attività con semplificazioni urbanistiche, potrà utilizzare patrimonio pubblico e realizzare alloggi in edilizia convenzionata per il 70% del totale costruito stipulando un atto convenzionale con il Comune interessato.
In teoria, il soggetto che dovrebbe accedere a questa tipologia deve avere un ISEE superiore a 20mila euro e accettare un patto di futura vendita, il famoso ‘rent to buy’. Anche i notai sono chiamati a fare la loro parte, con un dimezzamento dei costi per la stipula di tali contratti, sempre con la giustificazione dell’interesse strategico di ciò che viene realizzato. Infine l’articolo 5 del DL prevederà una ulteriore vendita di case popolari comune ed ex-IACP senza fissare un limite; per aggiungere la beffa al danno, il ricavato delle vendite non andrà ai comuni per politiche abitative, ma ad ammortizzare i titoli di stato: insomma, a pagare gli interessi sul debito pubblico.
In definitiva, appare chiaro a chi serve il Piano Casa del Governo Meloni: a chi lucra sulla dimensione sistemica dell’emergenza abitativa, non certo a chi avrebbe bisogno di un intervento sociale deciso, di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, di norme che calmierino il mercato, di redditi e salari decenti (che di certo non verranno realizzati con l’ennesimo, propagandistico provvedimento presentato, non a caso, il 1 maggio). Di fronte a tutto questo, è necessario rinnovare la capacità di mobilitazione sociale in modo che la vicenda casa sia rappresentata al giusto livello.
Dietro la patina di un piano che, come Renzi prima di loro, hanno l’ardire di definire “Casa”, si cela la continuità con la tendenza di trattare l’emergenza abitativa come un mero problema di ordine pubblica, ad allargare il divario tra esigibilità del diritto proprietario e difesa del diritto all’abitare, e a privatizzare quel poco che resta dell’edilizia residenziale pubblica. Possiamo rompere tutto questo organizzandoci, ma dobbiamo farlo ora! Contro questa via senza ritorno, che potrebbe portare centinaia di migliaia di persone in mezzo alla strada in poco tempo.
Fonte
13/04/2026
La risposta del governo alla crisi abitativa: case popolari ai poliziotti
Accordo tra Matteo Piantedosi e il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca: alloggi Ater destinati alle forze dell’ordine nelle periferie di Roma. Esclusi migliaia di cittadini in graduatoria.
Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.
La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.
In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.
Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.
È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.
In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.
La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.
Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.
La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.
Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.
Fonte
Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.
La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.
In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.
Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.
È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.
In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.
La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.
Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.
La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.
Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.
Fonte
21/12/2025
Sugli affitti la proprietà privata non è predominante. Lo afferma la Cassazione
Nella giornata di sabato abbiamo pubblicato un focus sulla questione abitativa del Cnel, oggi pubblichiamo una interessante segnalazione di Asia-Usb su una sentenza della Corte di Cassazione sul fatto che in materia abitativa – e in particolare sugli affitti brevi – gli interessi privati non sempre devono essere quelli predominanti. La sentenza smonta la tesi del governo secondo cui la regolamentazione degli affitti è una violazione della proprietà privata.
Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.
Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.
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La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale
La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale
La sentenza di Cassazione numero 186 del 2025 cassa l’idea del Governo Italiano: la proprietà privata può essere limitata per legge al fine di assicurarne la funzione sociale, così come chiaramente scritto nell’articolo 42 della Costituzione
Regolamentare sugli affitti brevi si può. Ma non è solo questo il punto. Difatti, quanto stabilisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 186 del 2025 ci racconta anche altro. Intanto la notizia: nello scontro Governo- Regione Toscana la Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultima. Il Testo Unico Regionale infatti dava, tra le altre cose, disposizioni su limiti e regole da adottare in sede territoriale per i comuni ad alta densità turistica in materia di locazioni brevi. Un tentativo, seppur debole a nostro avviso, di contrastare i fenomeni di turistificazione e la loro incidenza sul diritto all’abitare e alla città degli abitanti.
Una sconfitta dunque per il Presidente del Consiglio dei Ministri, firmatario del ricorso, che contro i limiti alle locazioni turistiche in civili abitazione senza il cambio di destinazione di uso in struttura ricettiva extra-alberghiera (così dice il Testo Toscano), aveva investito parte del ricorso. Secondo il ricorrente infatti questa sarebbe una ingiusta limitazione alla proprietà privata. Beh la Cassazione ha stabilito che non è così, ed ha ribadito quanto scritto in Costituzione, cioè che la proprietà privata ha dei limiti eccome, e sono riscontrabili nella sua funzione sociale. Il passaggio avviene nel sesto paragrafo ed è importante, per cui lo riportiamo quasi integralmente:
6.2.– La questione promossa in riferimento all’art. 42 Cost. non è fondata.Ed ecco che anni di propaganda dei Patrioti crollano miseramente. La proprietà privata non è sacra, è prevista e tutelata dalla legge nelle sue forme, e può essere soggetta a regole e limiti ai fini di assicurarne (il verbo è importante) la funzione sociale. Non vi è dunque alcuna legittimità nel consentire a pochi soggetti privilegiati (grandi proprietari, fondi di speculazione etc) di condizionare negativamente la vita di milioni di famiglie in affitto o costrette a pagare un mutuo. Altro che decreti sicurezza, altro che ladri di case: affitti insostenibili, umiliazione dell’Edilizia Pubblica e uso del bene Casa come mero strumento finanziario sono i veri nemici di milioni di Italiani, i quali non si sentono assolutamente rappresentati dalla narrazione condotta sulla questione abitativa fin qui da questo Governo.
Secondo il ricorrente, la scelta di non consentire la gestione non imprenditoriale delle strutture ricettive extra-alberghiere priverebbe i proprietari, «in modo del tutto sproporzionato e irragionevole», della possibilità di ricavare un reddito dal loro bene. In realtà, il ricorrente non tiene conto del fatto che l’obbligo posto dagli articoli da 42 a 45 non priva in assoluto i proprietari (che non vogliano assoggettarsi ad esso) della possibilità di locare l’immobile a fini turistici, (…). Dunque, le norme impugnate determinano un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari, seppur minore di quella paventata nel ricorso. Occorre dunque verificare la possibilità di giustificare le norme in esame ai sensi dell’art. 42, secondo comma, Cost., che consente di limitare la proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Asia-Usb si batte da decenni per la difesa e la promozione del Diritto alla Casa, richiamando allo stesso tempo questi principi in modo netto, in forte contrasto con quanto affermato negli anni dai vari Governi che si sono succeduti e soprattutto con l’idea di società proposta dalla Destra che governa il paese e che, finalmente, su questo tema è stata “cassata”.
A nostro avviso gioverebbe agli esponenti del Governo, in particolare il Presidente del Consiglio ed il Ministro delle Infrastrutture, la lettura integrale di questa Sentenza.
Fonte
20/12/2025
L’emergenza abitativa in Italia è strutturale, serve un cambio di paradigma
Nel 2024, circa il 5,1% della popolazione – più di 3 milioni di individui – viveva in condizioni di sovraccarico dei costi abitativi, ovvero spendendo oltre il 40% del proprio reddito netto per il mantenimento dell’abitazione. Sebbene in calo rispetto all’8,7% del 2019, il dato resta fortemente preoccupante.
Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).
In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.
Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.
Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese
Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.
Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.
Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.
La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.
Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.
Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.
Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.
Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.
Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.
L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.
Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.
La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa
Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.
Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.
Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.
L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane
Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.
Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.
Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.
Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico
Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.
È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.
In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.
Fonte
Secondo l’Istat le criticità maggiori si osservano tra le persone sole, in particolare quelle con meno di 65 anni, dove la percentuale raggiunge il 19,9%. Anche i nuclei monogenitoriali risultano significativamente colpiti (7,1%), sebbene si registri una diminuzione rispetto al 2019 (meno 4,8 punti percentuali).
In generale, il sovraccarico abitativo è più diffuso tra i giovani: le famiglie in cui il percettore principale di reddito ha meno di 35 anni registrano un’incidenza del 7,6%, mentre tra gli over 65 la quota scende al 4,6%. Questi dati confermano l’esistenza di una correlazione tra disagio abitativo e precarietà economica.
Attualmente (con riferimento ai dati del 2023), circa un decimo della popolazione italiana, pari a quasi 6 milioni di persone, si trova in condizioni di povertà assoluta. Il lavoro intermittente, i salari bassi e la diffusione di contratti atipici rappresentano, infatti, fattori che compromettono gravemente la possibilità di condurre una vita dignitosa, alimentando una spirale di impoverimento che investe soprattutto giovani e famiglie con figli.
Tutti i dati confermano la crisi della condizione abitativa nel paese
Nel Rapporto Caritas 2025 viene ribadito che la questione abitativa coinvolge un numero crescente di famiglie, le quali si trovano in difficoltà sia nel reperire un alloggio dignitoso, sia nel mantenerlo. Le cause della crisi abitativa sono molteplici e interconnesse: tra queste si evidenziano l’aumento dei canoni di locazione, la cronica carenza di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), la diffusione degli affitti brevi a fini turistici – particolarmente impattanti nei grandi centri urbani – e la stagnazione salariale in un contesto occupazionale sempre più frammentato e precario.
Le categorie sociali più colpite dal disagio abitativo si presentano estremamente eterogenee. Si va dai giovani adulti che faticano a emanciparsi dalla famiglia di origine, alle famiglie monoreddito, passando per cittadini stranieri, nuclei in situazione di vulnerabilità economica, persone con disabilità o con fragilità socio-sanitarie. Ciò che accomuna questi gruppi è l’impossibilità di accedere al mercato abitativo tradizionale, caratterizzato da dinamiche sempre meno inclusive.
Un importante riferimento teorico ripreso dal Rapporto Caritas 2025 è la classificazione ETHOS, elaborata dalla Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che lavorano con i senzatetto (FEANTSA). Tale modello propone una tipologia articolata delle forme di esclusione abitativa, evidenziando come il diritto alla casa debba essere interpretato secondo una triplice dimensione: fisica, sociale e giuridica. L’assenza di uno di questi elementi comporta, secondo ETHOS, una condizione di disagio abitativo rilevante.
La classificazione consente di distinguere tra quattro macro-categorie di grave esclusione abitativa, che vanno dalla mancanza totale di un tetto alla condizione di insicurezza e inadeguatezza abitativa. L’adozione di tale paradigma rappresenta oggi il principale punto di riferimento a livello europeo per l’analisi della questione abitativa in termini di diritti fondamentali e inclusione sociale.
Un importante contributo istituzionale al tema è rappresentato dalla Delibera n. 59 della Corte dei Conti, approvata il 5 dicembre 2024. La relazione, che analizza lo stato di attuazione del PNRR con dati aggiornati al 31 ottobre 2024, dedica un’intera sezione – oltre 40 pagine – al disagio abitativo e alle politiche di edilizia pubblica.
Nel documento si evidenzia come, negli ultimi decenni, in Italia si sia assistito a un progressivo arretramento delle politiche abitative. Si registra un disinvestimento sostanziale nell’edilizia sociale, accompagnato da una distribuzione disomogenea delle risorse a favore delle famiglie a basso reddito. Il Rapporto Caritas viene citato per confermare non solo la scarsità dei fondi pubblici destinati alla casa, ma anche la frammentarietà della normativa in materia.
Pur riconoscendo che il PNRR e il Piano Nazionale Complementare abbiano introdotto alcune misure significative, la Corte osserva che queste si sono concentrate prevalentemente sulla riqualificazione degli spazi esistenti e sulla manutenzione del patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP). La costruzione di nuovi alloggi è prevista in misura limitata e solo nell’ambito dell’edilizia sociale, che, seppur utile, non può sostituire la funzione strategica dell’ERP nella risposta strutturale alla domanda abitativa.
Le conclusioni della Corte sono inequivocabili: la questione abitativa, pur essendo entrata nella programmazione del PNRR, difficilmente potrà conoscere una vera inversione di tendenza se non verrà affrontata con un approccio più sistemico e incisivo.
Il 17° Rapporto sull’Abitare, pubblicato da Nomisma nel 2024 in collaborazione con CRIF e Confindustria, fornisce un ulteriore approfondimento sulle condizioni del mercato immobiliare italiano. Il report evidenzia che la domanda sostenuta nel mercato della locazione ha determinato una nuova crescita dei canoni (+3,4% nell’ultimo anno). Tuttavia, tale incremento è inevitabilmente condizionato dalla capacità di spesa delle famiglie, che negli ultimi anni è stata messa a dura prova.
L’inflazione ha eroso il reddito disponibile, rendendo sempre più difficile per le famiglie italiane – in particolare per quelle unipersonali e numerose – far fronte ai costi abitativi. Tre famiglie su cinque dichiarano che il proprio reddito è insufficiente o appena adeguato a coprire le spese primarie. Di conseguenza, l’acquisto della casa diventa un obiettivo sempre più irraggiungibile, e anche il mantenimento della locazione rappresenta un impegno economico gravoso.
Il quadro tracciato da Nomisma è coerente con quanto riportato dalle fonti precedenti: la casa si configura come un bene “impossibile” per una quota crescente della popolazione, e il disagio abitativo, in assenza di interventi pubblici efficaci, rischia di cronicizzarsi.
La riduzione dei fondi statali per il sostegno alla condizione abitativa
Fondo per la morosità incolpevole, istituito con l’art. 6, comma 5, del decreto-legge n. 102 del 2013. Il fondo, destinato agli inquilini impossibilitati a pagare l’affitto per cause indipendenti dalla propria volontà, ha ricevuto risorse pari a 9,5 milioni di euro nel 2020 e 50 milioni nel 2021. Tuttavia, a partire dal 2022, non ha più beneficiato di stanziamenti nel bilancio statale, fino al rifinanziamento previsto dalla legge di bilancio 2025 (L. n. 207/2024), che ha destinato 10 milioni per il 2025 e 20 milioni per il 2026.
Fondo per il contrasto al disagio abitativo, istituito dalla legge di bilancio 2024. Tale fondo prevede una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028 e contempla l’adozione di un Piano Nazionale – denominato “Piano Casa Italia” – volto alla sperimentazione di modelli innovativi di edilizia residenziale pubblica, da attuarsi mediante un decreto ministeriale adottato in accordo con la Conferenza Unificata.
Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito con l’art. 11 della legge 431/1998. Per gli anni 2020–2022, il fondo ha beneficiato di significativi incrementi: da 50 milioni iniziali si è passati a 160 milioni (2020–2021) e 180 milioni (2022), per un totale di oltre 4 miliardi di euro spesi dalla sua istituzione. Tuttavia, a partire dal 2023, anche questo fondo è stato escluso dal bilancio statale, generando un evidente vuoto nella continuità degli interventi.
L’emergenza abitativa nelle aree metropolitane
Da un lato, si assiste allo spopolamento progressivo dei piccoli centri, in particolare delle aree montane e rurali; dall’altro, si registra un forte incremento della pressione abitativa nelle grandi metropoli, dove si concentrano le opportunità occupazionali, educative e sanitarie.
Questa polarizzazione ha prodotto un’emergenza abitativa che si è aggravata nel tempo anche a causa di precise scelte politiche. Dopo il grande piano casa Fanfani degli anni ’50 e ’60, l’Italia ha abbandonato una visione strategica sull’edilizia pubblica, privilegiando la liberalizzazione del mercato e la privatizzazione del patrimonio. L’abrogazione dell’equo canone, l’indebolimento degli enti previdenziali pubblici – che storicamente svolgevano una funzione calmieratrice – e l’incentivazione della rendita immobiliare privata hanno determinato un progressivo smantellamento della funzione pubblica dell’abitare.
Oggi, oltre 650.000 famiglie risultano in graduatoria per un alloggio popolare, mentre si contano circa 2,5 milioni di sfratti negli ultimi vent’anni. Le città sono sempre più trasformate in poli attrattivi per il turismo, con un’offerta residenziale ridotta e rincarata, costringendo i residenti in condizioni economiche svantaggiate a spostarsi in periferie sempre più marginalizzate.
Non c’è soluzione alla crisi abitativa senza l’intervento pubblico
Il quadro che emerge da questa analisi è chiaro: il diritto all’abitare in Italia è sotto pressione, minacciato da anni di disinvestimento pubblico, da politiche frammentarie e da un mercato sempre più escludente. La crisi abitativa non è soltanto una questione di povertà, ma un indicatore della fragilità del patto sociale e della debolezza dell’intervento pubblico in settori essenziali.
È necessario avviare una nuova stagione di politiche strutturali per l’abitare, capaci di ricostruire una visione organica del rapporto tra cittadino e territorio. Tra le priorità si impongono:
- un piano nazionale pluriennale per l’ampliamento dell’ERP;
- una riforma della legge sugli affitti che leghi il canone alla capacità economica dell’inquilino;
- la riattivazione di strumenti finanziari permanenti come un fondo Gescal moderno;
- una regolamentazione degli affitti brevi nelle aree urbane in tensione abitativa;
- una strategia di rigenerazione urbana che coniughi riuso, sostenibilità e accessibilità.
In assenza di un impegno sistemico e continuativo, il disagio abitativo rischia di trasformarsi in un fattore strutturale di esclusione sociale. Garantire a tutte e tutti il diritto a una casa adeguata, accessibile e sicura è condizione necessaria per il rafforzamento della democrazia e della coesione nazionale. Come ammonito anche dalle Nazioni Unite, non si tratta più di una questione tecnica o amministrativa, ma di un diritto umano fondamentale.
Fonte
18/11/2025
Qualità della vita in Italia: una classifica molto da rivedere
Nell’Indagine annuale sulla qualità della vita nelle province italiane, realizzata da ItaliaOggi e Ital Communications, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma, nell’edizione del 2025 si conferma Milano come capofila. In fondo alla classifica si confermano Caltanissetta (107esima), preceduta da Crotone (106esima), che scende di cinque posizioni in un anno e Reggio Calabria (105esima).
Lo studio si basa su nove parametri: affari e lavoro, ambiente, istruzione e formazione, popolazione, reati e sicurezza, reddito e ricchezza, sicurezza sociale, sistema salute, turismo intrattenimento e cultura. Manca invece un parametro decisivo come quello della condizione abitativa che in molti casi fa la differenza e che l’indagine lega solo ai valori immobiliari in relazione alla ricchezza patrimoniale. Il rapporto pubblicato da Italia Oggi segue di poco tempo quello pubblicato da Il Sole 24 Ore sempre sulla qualità della vita nelle province italiane.
Le 107 province italiane sono state aggregate e valutate in 5 cluster (Mediterraneo, Francigena, Adriatico, Padania, Metropoli), definendo una fotografia più articolata delle specificità territoriali che caratterizzano il nostro paese.
Secondo il rapporto la qualità della vita nel 2025 è risultata buona o accettabile in 60 province su 107, poco più della metà. Si tratta di un valore inferiore a quello registrato negli ultimi anni e quindi indicativo di un peggioramento. L’indagine conferma anche per il 2025 la frattura esistente tra il Centro-Nord e l’Italia meridionale e insulare. Nelle regioni del Mezzogiorno, permangono significative aree a forte disagio sociale.
Gli indicatori della dimensione “Affari e lavoro” riportano informazioni sul mercato occupazionale, sulle imprese, sull’importo dei protesti per abitante e sulla incidenza di startup e Pmi innovative. Bolzano si classifica al primo posto come nelle tre passate edizioni, seguita da Firenze (che si trova al quarto posto) e che scala ben 16 posizioni rispetto allo scorso anno. A seguire Prato, Padova e Trento. In coda alla classifica troviamo esclusivamente province dell’Italia meridionale e insulare: Agrigento, Siracusa e Napoli.
La dimensione dell’ambiente è articolata in due sottodimensioni: quella associata alla qualità della vita comprende indicatori di impatto ambientale, mentre nella sottodimensione positiva figurano anche variabili il cui andamento può essere messo in relazione con le azioni degli amministratori locali. Anche in questo caso è Bolzano ad aprire la classifica della qualità ambientale, seguita da Bologna, Bergamo e Reggio Emilia.
L’analisi dei risultati rilevati in questa e nelle passate edizioni denota una sostanziale stabilità del quadro relativo alla sicurezza. Infatti, anche quest’anno le province in cui la sicurezza è risultata buona o accettabile ammontano a 65, dato in linea con quello delle ultime sette edizioni dell’indagine, un risultato quindi stabile nel tempo e molto positivo. In coda troviamo Roma, Trieste, Firenze e, ultima, Milano, confermando così i dati emersi anche dallo studio effettuato da Il Sole 24 Ore sulla qualità della vita nella città.
Per il 2025, nella dimensione della sicurezza sociale sono stati sostituiti 5 dei 12 indicatori in cui si articola. È subentrato il dato relativo ai Neet (percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati né in percorsi di istruzione o formazione, né nel mondo del lavoro). Al posto dei 4 indicatori rimossi troviamo: omicidi stradali ogni 100 incidenti stradali, morti per abuso di alcol per 100 mila abitanti, morti per abuso di sostanze stupefacenti per 100 mila abitanti e, infine, indice di affollamento carcerario. La provincia che quest’anno apre la classifica è Ascoli Piceno, seguita da Lodi, Prato, Siena e Ragusa, mentre chiude quella del Sud Sardegna.
Sono sei gli indicatori della dimensione Istruzione e formazione: tasso di partecipazione alla scuola dell’infanzia, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 39 anni con laurea o altri titoli, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni coinvolte in attività di formazione permanente e la percentuale di studenti in possesso di adeguate competenze numeriche e alfabetiche.
Apre la classifica Bologna, confermando il piazzamento delle passate due edizioni dell’indagine. A seguire Milano, due province del Nord-Est, Udine e Trieste, e Ascoli Piceno in rappresentanza dell’Italia centrale. Chiudono Caltanissetta e, ultima, ancora una volta, Crotone. La struttura di questa dimensione di analisi è stata profondamente modificata nel 2022, con l’eliminazione della densità demografica; la sostituzione del numero medio di componenti del nucleo familiare con il numero medio di figli per donna; l’inserimento di 5 nuovi indicatori.
A partire dal 2025, accanto alle sottodimensioni dei posti letto in reparti specialistici e della dotazione di grandi apparecchiature diagnostiche, è stata inserita la sottodimensione degli indicatori di attività ospedaliera, che tenta di catturare l’impatto della mobilità ospedaliera extraregionale sul sistema ospedaliero provinciale e la sua attrattività (quello che viene cinicamente definito come il “turismo sanitario”). Ancona apre la classifica, migliorando il terzo posto già conseguito lo scorso anno, seguita da Catanzaro, Siena, Pisa e Verona. Chiude la classifica la provincia del Sud Sardegna, che peggiora di una posizione.
A partire dalla presente edizione dell’indagine, la ricchezza patrimoniale pro capite è stata sostituita dai valori immobiliari (sottodimensione positiva), ed è stato inserito un nuovo significativo indicatore, rappresentato dal costo al mq per l’affitto di un immobile residenziale. Ed è in base a questa distorsione che è Milano ad aprire la classifica confermando i risultati ottenuti nelle cinque passate edizioni. Ma ricchezza patrimoniale sulla base dei valori immobiliari e qualità della vita fanno letteralmente a pugni, a Milano più che in altre città.
Una conferma che l’idea di qualità della vita che hanno molti centri di ricerca che lavorano su commissione dei poteri forti non corrisponde affatto alle condizioni di vita delle classi popolari, al contrario.
Fonte
Lo studio si basa su nove parametri: affari e lavoro, ambiente, istruzione e formazione, popolazione, reati e sicurezza, reddito e ricchezza, sicurezza sociale, sistema salute, turismo intrattenimento e cultura. Manca invece un parametro decisivo come quello della condizione abitativa che in molti casi fa la differenza e che l’indagine lega solo ai valori immobiliari in relazione alla ricchezza patrimoniale. Il rapporto pubblicato da Italia Oggi segue di poco tempo quello pubblicato da Il Sole 24 Ore sempre sulla qualità della vita nelle province italiane.
Le 107 province italiane sono state aggregate e valutate in 5 cluster (Mediterraneo, Francigena, Adriatico, Padania, Metropoli), definendo una fotografia più articolata delle specificità territoriali che caratterizzano il nostro paese.
Secondo il rapporto la qualità della vita nel 2025 è risultata buona o accettabile in 60 province su 107, poco più della metà. Si tratta di un valore inferiore a quello registrato negli ultimi anni e quindi indicativo di un peggioramento. L’indagine conferma anche per il 2025 la frattura esistente tra il Centro-Nord e l’Italia meridionale e insulare. Nelle regioni del Mezzogiorno, permangono significative aree a forte disagio sociale.
Gli indicatori della dimensione “Affari e lavoro” riportano informazioni sul mercato occupazionale, sulle imprese, sull’importo dei protesti per abitante e sulla incidenza di startup e Pmi innovative. Bolzano si classifica al primo posto come nelle tre passate edizioni, seguita da Firenze (che si trova al quarto posto) e che scala ben 16 posizioni rispetto allo scorso anno. A seguire Prato, Padova e Trento. In coda alla classifica troviamo esclusivamente province dell’Italia meridionale e insulare: Agrigento, Siracusa e Napoli.
La dimensione dell’ambiente è articolata in due sottodimensioni: quella associata alla qualità della vita comprende indicatori di impatto ambientale, mentre nella sottodimensione positiva figurano anche variabili il cui andamento può essere messo in relazione con le azioni degli amministratori locali. Anche in questo caso è Bolzano ad aprire la classifica della qualità ambientale, seguita da Bologna, Bergamo e Reggio Emilia.
L’analisi dei risultati rilevati in questa e nelle passate edizioni denota una sostanziale stabilità del quadro relativo alla sicurezza. Infatti, anche quest’anno le province in cui la sicurezza è risultata buona o accettabile ammontano a 65, dato in linea con quello delle ultime sette edizioni dell’indagine, un risultato quindi stabile nel tempo e molto positivo. In coda troviamo Roma, Trieste, Firenze e, ultima, Milano, confermando così i dati emersi anche dallo studio effettuato da Il Sole 24 Ore sulla qualità della vita nella città.
Per il 2025, nella dimensione della sicurezza sociale sono stati sostituiti 5 dei 12 indicatori in cui si articola. È subentrato il dato relativo ai Neet (percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati né in percorsi di istruzione o formazione, né nel mondo del lavoro). Al posto dei 4 indicatori rimossi troviamo: omicidi stradali ogni 100 incidenti stradali, morti per abuso di alcol per 100 mila abitanti, morti per abuso di sostanze stupefacenti per 100 mila abitanti e, infine, indice di affollamento carcerario. La provincia che quest’anno apre la classifica è Ascoli Piceno, seguita da Lodi, Prato, Siena e Ragusa, mentre chiude quella del Sud Sardegna.
Sono sei gli indicatori della dimensione Istruzione e formazione: tasso di partecipazione alla scuola dell’infanzia, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 39 anni con laurea o altri titoli, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni coinvolte in attività di formazione permanente e la percentuale di studenti in possesso di adeguate competenze numeriche e alfabetiche.
Apre la classifica Bologna, confermando il piazzamento delle passate due edizioni dell’indagine. A seguire Milano, due province del Nord-Est, Udine e Trieste, e Ascoli Piceno in rappresentanza dell’Italia centrale. Chiudono Caltanissetta e, ultima, ancora una volta, Crotone. La struttura di questa dimensione di analisi è stata profondamente modificata nel 2022, con l’eliminazione della densità demografica; la sostituzione del numero medio di componenti del nucleo familiare con il numero medio di figli per donna; l’inserimento di 5 nuovi indicatori.
A partire dal 2025, accanto alle sottodimensioni dei posti letto in reparti specialistici e della dotazione di grandi apparecchiature diagnostiche, è stata inserita la sottodimensione degli indicatori di attività ospedaliera, che tenta di catturare l’impatto della mobilità ospedaliera extraregionale sul sistema ospedaliero provinciale e la sua attrattività (quello che viene cinicamente definito come il “turismo sanitario”). Ancona apre la classifica, migliorando il terzo posto già conseguito lo scorso anno, seguita da Catanzaro, Siena, Pisa e Verona. Chiude la classifica la provincia del Sud Sardegna, che peggiora di una posizione.
A partire dalla presente edizione dell’indagine, la ricchezza patrimoniale pro capite è stata sostituita dai valori immobiliari (sottodimensione positiva), ed è stato inserito un nuovo significativo indicatore, rappresentato dal costo al mq per l’affitto di un immobile residenziale. Ed è in base a questa distorsione che è Milano ad aprire la classifica confermando i risultati ottenuti nelle cinque passate edizioni. Ma ricchezza patrimoniale sulla base dei valori immobiliari e qualità della vita fanno letteralmente a pugni, a Milano più che in altre città.
Una conferma che l’idea di qualità della vita che hanno molti centri di ricerca che lavorano su commissione dei poteri forti non corrisponde affatto alle condizioni di vita delle classi popolari, al contrario.
Fonte
25/10/2025
L’emergenza abitativa esplode. Una proposta di legge per mettere in campo soluzioni
Ultimamente siamo sommersi da numeri riguardanti l’emergenza abitativa e da ipotesi, proposte, cifre che arrivano da più parti. Istituti di ricerca, organizzazioni datoriali e sindacali, forze politiche e amministratori locali stanno sciorinando dati e progetti per analizzare ed affrontare specifici aspetti dell’ormai inafferrabile accesso alla casa, da ciò che riguarda chi lavora nel pubblico impiego alle giovani generazioni, passando per la spesso nominata (a sproposito) fascia grigia.
È ormai cosa notoria che le spese della casa erodano fino al 60 percento del reddito dei singoli nuclei familiari (quando la soglia di insostenibilità è fissata al 30 percento), e che il 10% dei nuclei familiari residenti in Italia è a rischio di sfratto e di finire in strada senza soluzioni. Inoltre, è proprio di pochi giorni fa la pubblicazione, da parte del Ministero dell’Interno, dei drammatici (e intempestivi) dati sugli sfratti richiesti ed eseguiti nell’anno 2024.
La tendenza è quella al costante incremento: a fronte di 81.054 richieste di sfratto, oltre 20mila sono state eseguite. È opportuno sottolineare che oltre l’80 percento di questi sfratti è per morosità incolpevole; inoltre, dalla Lombardia alla Calabria le richieste di esecuzione rispetto all’anno precedente (2023) con la forza pubblica sono aumentate dal 50 a oltre il 60 percento, mentre tra le singole città spiccano (in negativo) gli incrementi di esecuzioni forzose a Milano (+1100,75% rispetto al 2023), Nuoro (+145,45%) e Cosenza (+105,88%).
Roma detiene poi il poco invidiabile primato di provincia con il maggior numero di sfratti in termini assoluti, laddove a fronte di 5286 sentenze di sfratto emesse (6.101 nel Lazio) le richieste di esecuzione sono state ben 4.041 (nel Lazio 5.349) di queste 1.724 (nel Lazio 2204) sono state “soddisfatte”. Ciò vuol dire che più di 2000 nuclei familiari sono stati messi in strada senza soluzione solo nella nostra regione. Se a questo aggiungiamo 26mila senza fissa dimora, perlopiù quarantenni, segnalati dalla Caritas di Roma, ci possiamo rendere conto di come il disagio abitativo sia visibile ad occhio nudo. Anche perché, come ci dicono altri dati di pochi giorni fa, in Italia 5,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta.
Questi e altri drammatici dati enunciano che ognuno di questi pezzi della crisi abitativa, per essere affrontato adeguatamente, richiede l’investimento di miliardi di euro di risorse statali, regionali, e comunali. Sollecitazioni che arrivano da più parti e da soggetti diversi, comprese ANCE, Confindustria e Legacoop. La richiesta, rivolta anche all’Unione Europea, è di procurare le risorse necessarie per incrementare l’offerta di alloggi accessibili. Nessuno dei soggetti economici citati propone però di farlo regolamentando i canoni di locazione, ponendo freno alla diffusione selvaggia degli alloggi e immobili a uso turistico, interrompendo la dismissione del patrimonio pubblico in nome del debito pubblico, tassando e riutilizzando il vuoto, come parrebbe invece logico.
Nonostante nella sola Italia ci siano oltre 9,5 milioni di case vuote e incalcolabili edifici pubblici lasciati in malora, amministratori e costruttori (autoproclamati “trasformatori urbani”) invocano risorse e norme ancora più rilassate per costruire ancora più case e gestire il fabbisogno abitativo attraverso la partnership pubblico-privato. Si capisce dunque bene quale sia l’intento: finita la sbornia di risorse iniettate dal Next Generation EU e altre misure nazionali, l’emergenza casa è la nuova gallina dalle uova d’oro per rilanciare il settore delle costruzioni e la filiera del cemento in crisi visto che le persone, in tutta Europa, non riescono a permettersi una casa o non vogliono indebitarsi a vita per acquistarne una.
Nel frattempo, le cifre a nove zeri chieste dai costruttori e dagli amministratori in cerca di risorse a Bruxelles fanno amaramente sorridere chiunque abbia invece contezza delle reali risorse sul piatto per le politiche abitative. Queste ultime, ormai da anni, sono affrontate prettamente sul piano locale (a discrezione, dunque, della sensibilità delle singole amministrazioni) con mezzi spesso spuntati ed esigui, visto il tracollo sistematico delle risorse stanziate a livello nazionale per le politiche abitative, e il contestuale definanziamento anche di quei pochi e insufficienti strumenti rimasti a disposizione (come il fondo per le morosità incolpevoli).
La stessa sorte tocca a tutte le risorse di welfare (reddito, salute, istruzione, trasporti) mentre si continua ad aumentare, in Europa e nei singoli Paesi, la percentuale di PIL dedicata alle spese militari per ottemperare alle richieste della NATO e favorire la filiera bellica transnazionale che trae senza vergogna profitto dalle guerre e dai genocidi in corso. Per fare un esempio su tutti: il consenso bipartisan allo stanziamento di un miliardo e mezzo di euro per adeguare il nostro Genio Militare alle richieste di armi e tecnologia previste dal Global Combat Air Program, dove la Leonardo fa da capofila di una cordata internazionale.
Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza immediata: chi abita le città e tutti i territori interessati dalla crisi abitativa deve alzare la voce e cominciare a farsi sentire per unirsi e lanciare una campagna capace di affrontare la crisi (e non emergenza!) abitativa fermando chi sogna di sfruttare e mettere a valore ogni centimetro, urbano e non, con o senza il consenso di chi quei luoghi li vive.
Facciamolo partendo da una proposta di legge, costruita nel tempo e con l’apporto di soggetti diversi, che afferma un principio molto semplice: di fronte all’intersezionalità della crisi abitativa, l’affitto deve essere calmierato, il vuoto tassato e l’uso turistico regolamentato. Non c’è più tempo, la crisi abitativa esplode!
Su questo appello chiamiamo la città all’assemblea che si terrà giovedì 30 ottobre alle ore 18,00 al Centro sociale Intifada in via di Casalbruciato 15.
Fonte
È ormai cosa notoria che le spese della casa erodano fino al 60 percento del reddito dei singoli nuclei familiari (quando la soglia di insostenibilità è fissata al 30 percento), e che il 10% dei nuclei familiari residenti in Italia è a rischio di sfratto e di finire in strada senza soluzioni. Inoltre, è proprio di pochi giorni fa la pubblicazione, da parte del Ministero dell’Interno, dei drammatici (e intempestivi) dati sugli sfratti richiesti ed eseguiti nell’anno 2024.
La tendenza è quella al costante incremento: a fronte di 81.054 richieste di sfratto, oltre 20mila sono state eseguite. È opportuno sottolineare che oltre l’80 percento di questi sfratti è per morosità incolpevole; inoltre, dalla Lombardia alla Calabria le richieste di esecuzione rispetto all’anno precedente (2023) con la forza pubblica sono aumentate dal 50 a oltre il 60 percento, mentre tra le singole città spiccano (in negativo) gli incrementi di esecuzioni forzose a Milano (+1100,75% rispetto al 2023), Nuoro (+145,45%) e Cosenza (+105,88%).
Roma detiene poi il poco invidiabile primato di provincia con il maggior numero di sfratti in termini assoluti, laddove a fronte di 5286 sentenze di sfratto emesse (6.101 nel Lazio) le richieste di esecuzione sono state ben 4.041 (nel Lazio 5.349) di queste 1.724 (nel Lazio 2204) sono state “soddisfatte”. Ciò vuol dire che più di 2000 nuclei familiari sono stati messi in strada senza soluzione solo nella nostra regione. Se a questo aggiungiamo 26mila senza fissa dimora, perlopiù quarantenni, segnalati dalla Caritas di Roma, ci possiamo rendere conto di come il disagio abitativo sia visibile ad occhio nudo. Anche perché, come ci dicono altri dati di pochi giorni fa, in Italia 5,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta.
Questi e altri drammatici dati enunciano che ognuno di questi pezzi della crisi abitativa, per essere affrontato adeguatamente, richiede l’investimento di miliardi di euro di risorse statali, regionali, e comunali. Sollecitazioni che arrivano da più parti e da soggetti diversi, comprese ANCE, Confindustria e Legacoop. La richiesta, rivolta anche all’Unione Europea, è di procurare le risorse necessarie per incrementare l’offerta di alloggi accessibili. Nessuno dei soggetti economici citati propone però di farlo regolamentando i canoni di locazione, ponendo freno alla diffusione selvaggia degli alloggi e immobili a uso turistico, interrompendo la dismissione del patrimonio pubblico in nome del debito pubblico, tassando e riutilizzando il vuoto, come parrebbe invece logico.
Nonostante nella sola Italia ci siano oltre 9,5 milioni di case vuote e incalcolabili edifici pubblici lasciati in malora, amministratori e costruttori (autoproclamati “trasformatori urbani”) invocano risorse e norme ancora più rilassate per costruire ancora più case e gestire il fabbisogno abitativo attraverso la partnership pubblico-privato. Si capisce dunque bene quale sia l’intento: finita la sbornia di risorse iniettate dal Next Generation EU e altre misure nazionali, l’emergenza casa è la nuova gallina dalle uova d’oro per rilanciare il settore delle costruzioni e la filiera del cemento in crisi visto che le persone, in tutta Europa, non riescono a permettersi una casa o non vogliono indebitarsi a vita per acquistarne una.
Nel frattempo, le cifre a nove zeri chieste dai costruttori e dagli amministratori in cerca di risorse a Bruxelles fanno amaramente sorridere chiunque abbia invece contezza delle reali risorse sul piatto per le politiche abitative. Queste ultime, ormai da anni, sono affrontate prettamente sul piano locale (a discrezione, dunque, della sensibilità delle singole amministrazioni) con mezzi spesso spuntati ed esigui, visto il tracollo sistematico delle risorse stanziate a livello nazionale per le politiche abitative, e il contestuale definanziamento anche di quei pochi e insufficienti strumenti rimasti a disposizione (come il fondo per le morosità incolpevoli).
La stessa sorte tocca a tutte le risorse di welfare (reddito, salute, istruzione, trasporti) mentre si continua ad aumentare, in Europa e nei singoli Paesi, la percentuale di PIL dedicata alle spese militari per ottemperare alle richieste della NATO e favorire la filiera bellica transnazionale che trae senza vergogna profitto dalle guerre e dai genocidi in corso. Per fare un esempio su tutti: il consenso bipartisan allo stanziamento di un miliardo e mezzo di euro per adeguare il nostro Genio Militare alle richieste di armi e tecnologia previste dal Global Combat Air Program, dove la Leonardo fa da capofila di una cordata internazionale.
Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza immediata: chi abita le città e tutti i territori interessati dalla crisi abitativa deve alzare la voce e cominciare a farsi sentire per unirsi e lanciare una campagna capace di affrontare la crisi (e non emergenza!) abitativa fermando chi sogna di sfruttare e mettere a valore ogni centimetro, urbano e non, con o senza il consenso di chi quei luoghi li vive.
Facciamolo partendo da una proposta di legge, costruita nel tempo e con l’apporto di soggetti diversi, che afferma un principio molto semplice: di fronte all’intersezionalità della crisi abitativa, l’affitto deve essere calmierato, il vuoto tassato e l’uso turistico regolamentato. Non c’è più tempo, la crisi abitativa esplode!
Su questo appello chiamiamo la città all’assemblea che si terrà giovedì 30 ottobre alle ore 18,00 al Centro sociale Intifada in via di Casalbruciato 15.
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20/10/2025
La repubblica degli sfratti a getto continuo
Come c’era da aspettarsi, in assenza di politiche abitative degne di questo nome da parte del Governo e delle Regioni, i numeri dell’annuale aggiornamento dei dati sugli sfratti (richiesti, emessi, eseguiti con intervento dell’Ufficiale Giudiziario, ossia della forza pubblica) rimangono massicci e costanti.
Nel 2024, secondo la tabella ministeriale, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto cui sono seguite ben 40.158 richieste di esecuzione (+1.000 circa) e ben 21.337 sono gli sfratti eseguiti.
Nei territori a dominare sono le grandi regioni, ma per numero di sfratti richiesti ed eseguiti la Lombardia non ha eguali: quasi 25.000 i primi e quasi 5.000 i secondi. Uno sfratto ogni 5 in Italia avviene in Lombardia, la regione più ricca, a riprova del fatto che la questione abitativa è il terreno principale in cui si manifestano le diseguaglianze economiche e sociali. A livello dei dati provinciali la capitale degli sfratti rimane Roma in termini assoluti, ma è Torino la provincia con più sfratti rispetto al numero di abitanti.
Come sempre a rilevare e confermare alcune tendenze sono i motivi di sfratto. Ovviamente la morosità rimane il motivo principale delle esecuzioni, ma è costante l’aumento della motivazione della finita locazione a sostegno della tendenza dei canoni ad aumentare per effetto delle opportunità illimitate consentite dalla norma vigente (L. 431/98) al “sacro diritto proprietario”.
Asia-Usb esprime ferma e rinnovata preoccupazione per la questione abitativa italiana, vera e propria piaga sociale che comincia a produrre eventi di cronaca estremi. Denunciamo le politiche intraprese dal Governo che, oltre a cancellare gli aiuti economici a chi è in difficoltà e rendere ancor più deregolamentato il mercato delle locazioni, non ha fatto nulla per calmierare gli affitti, aumentare la disponibilità di alloggi pubblici, contrastare la sovrapproduzione di alloggi utile ai meccanismi di speculazione parassitaria e consumo di suolo.
Le nostre proposte per ribaltare la situazione ed uscire dalla logica emergenziale rimangono:
– aumentare lo stock di Edilizia Pubblica Residenziale di almeno un milione di unita (+ 1.000.000 di case popolari);
– emanare una nuova legge sui canoni (Calmierazione, proporzionalità sui redditi delle famiglie, esigibilità del diritto all’abitare).
Fonte
Nel 2024, secondo la tabella ministeriale, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto cui sono seguite ben 40.158 richieste di esecuzione (+1.000 circa) e ben 21.337 sono gli sfratti eseguiti.
Nei territori a dominare sono le grandi regioni, ma per numero di sfratti richiesti ed eseguiti la Lombardia non ha eguali: quasi 25.000 i primi e quasi 5.000 i secondi. Uno sfratto ogni 5 in Italia avviene in Lombardia, la regione più ricca, a riprova del fatto che la questione abitativa è il terreno principale in cui si manifestano le diseguaglianze economiche e sociali. A livello dei dati provinciali la capitale degli sfratti rimane Roma in termini assoluti, ma è Torino la provincia con più sfratti rispetto al numero di abitanti.
Come sempre a rilevare e confermare alcune tendenze sono i motivi di sfratto. Ovviamente la morosità rimane il motivo principale delle esecuzioni, ma è costante l’aumento della motivazione della finita locazione a sostegno della tendenza dei canoni ad aumentare per effetto delle opportunità illimitate consentite dalla norma vigente (L. 431/98) al “sacro diritto proprietario”.
Asia-Usb esprime ferma e rinnovata preoccupazione per la questione abitativa italiana, vera e propria piaga sociale che comincia a produrre eventi di cronaca estremi. Denunciamo le politiche intraprese dal Governo che, oltre a cancellare gli aiuti economici a chi è in difficoltà e rendere ancor più deregolamentato il mercato delle locazioni, non ha fatto nulla per calmierare gli affitti, aumentare la disponibilità di alloggi pubblici, contrastare la sovrapproduzione di alloggi utile ai meccanismi di speculazione parassitaria e consumo di suolo.
Le nostre proposte per ribaltare la situazione ed uscire dalla logica emergenziale rimangono:
– aumentare lo stock di Edilizia Pubblica Residenziale di almeno un milione di unita (+ 1.000.000 di case popolari);
– emanare una nuova legge sui canoni (Calmierazione, proporzionalità sui redditi delle famiglie, esigibilità del diritto all’abitare).
Fonte
08/10/2025
Gli sfratti uccidono un anziano a Sesto S. Giovanni
Un uomo di 71 anni si è gettato dalla finestra al sesto piano quando l’ufficiale giudiziario ha suonato al suo citofono per notificargli lo sfratto dall’appartamento in cui viveva a Sesto San Giovanni. È accaduto stamattina intorno alle 9 in via Puricelli Guerra.
Oggi era in programma l’esecuzione dello sfratto dall’appartamento dove l’anziano viveva da solo senza pagare l’affitto al proprietario da qualche mese. L’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto eseguire lo sfratto su disposizione del Tribunale civile di Monza. Era presente anche il legale dell’anziano.
L’uomo che si è tolto la vita mentre veniva sfrattato dall’appartamento si chiava Letterio Buonomo ed era originario di Messina. Prima di togliersi la vita ha lasciato un biglietto in cui esprimeva la sua disperazione: “non ce l faccio più”.
In un sistema costruito per premiare profitto e speculazione, la vita non conta nulla. Conti per il reddito e /o il patrimonio di cui disponi. E se non hai nulla puoi anche morire.
“I valori della civiltà occidentale” si misurano in euro o dollari, e guai a chi non ne ha...
Qui di seguito un comunicato dell’Asia – Usb su questa vicenda:
Oggi era in programma l’esecuzione dello sfratto dall’appartamento dove l’anziano viveva da solo senza pagare l’affitto al proprietario da qualche mese. L’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto eseguire lo sfratto su disposizione del Tribunale civile di Monza. Era presente anche il legale dell’anziano.
L’uomo che si è tolto la vita mentre veniva sfrattato dall’appartamento si chiava Letterio Buonomo ed era originario di Messina. Prima di togliersi la vita ha lasciato un biglietto in cui esprimeva la sua disperazione: “non ce l faccio più”.
In un sistema costruito per premiare profitto e speculazione, la vita non conta nulla. Conti per il reddito e /o il patrimonio di cui disponi. E se non hai nulla puoi anche morire.
“I valori della civiltà occidentale” si misurano in euro o dollari, e guai a chi non ne ha...
Qui di seguito un comunicato dell’Asia – Usb su questa vicenda:
Oggi un uomo di 71 anni a Sesto San Giovanni si è tolto la vita mentre aspettava l’accesso dell’Ufficiale Giudiziario.Fonte
Nel nostro paese, nel 2025, si muore perché si è soli e sotto sfratto, con salari o pensioni da fame e affitti insostenibili. Si muore mentre il Governo difende il Diritto proprietario a spada tratta, azzerando qualsiasi investimento in materia ed aumentando le spese militari o per grandi opere inutili.
Si muore per mancanza di politiche abitative, di case popolari, di gestione del patrimonio (migliaia di case non assegnate, lasciate vuote e in deperimento).
Non è un paese per vecchi né un paese per poveri, ma neanche per giovani: è un paese che in 25 anni di liberalizzazione dei canoni e contenimento dei salati ha lasciato tutti indietro a favore di pochissimi, quei pochissimi hanno inventato i ladri di case.
La destra al governo ha solo dato il colpo di grazia.
Asia-Usb esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza.
Lotteremo di più, lotteremo anche per te
08/04/2025
Spagna - Uno straordinario segnale di lotta sulla questione abitativa
“Questo 5 aprile abbiamo fatto di nuovo la storia. Siamo scesi in piazza in centinaia di migliaia di persone in più di 40 città con un messaggio forte ai rentier colpevoli (coloro che vivono della rendita immobiliare, in questo caso, ndr) e ai governi responsabili, ecco il potere degli inquilini”. Sabato scorso in tutta la Spagna decine di migliaia di persone sono scese in piazza a manifestare contro quella che ormai è una insopportabile emergenza abitativa.
Il movimento per il diritto alla casa in Spagna è estremamente chiaro su questo: i politici hanno esaurito il tempo. Migliaia di persone sono scese in piazza sabato scorso per “porre fine al business dell’edilizia” e chiedere un calo immediato degli affitti.
Continua infatti a crescere la protesta in Spagna per il problema degli alloggi, con il boom degli affitti che sta colpendo in particolare Madrid e Barcellona ma non solo. I prezzi degli affitti sono aumentati a causa dei contratti a breve termine offerti principalmente ai turisti. Movimenti di quartiere, sindacati degli inquilini e piattaforme sociali si sono uniti per chiedere soluzioni immediate alla crisi abitativa in Spagna.
“La paura ha cambiato faccia: non chiederemo altri cambiamenti, siamo organizzati e abbiamo un piano contro il rentierismo”, dicono gli organizzatori delle proteste. Le principali richieste del movimento sono: - l’abbassamento immediato dei prezzi degli affitti, chiedendo una riduzione fino al 50%;
- il recupero di “tutte le case vuote”, l’illegalizzazione delle società di sfratti;
- il divieto di sfratto per le famiglie vulnerabili;
- lo stop alla proliferazione incontrollata di appartamenti turistici.
Le mobilitazioni contro il caro affitti e l’emergenza abitativa erano esplose nell’aprile 2023 nelle Isole Canarie prese d’assalto dal turismo di massa, ma già c’erano stati segnali di protesta in diverse città spagnole dove i residenti erano scesi in piazza per chiedere un modello di turismo “sostenibile” e denunciare la mancanza di soluzioni abitative. “La casa è diventata un lusso alla portata di pochissime famiglie”, denunciano i movimenti degli inquilini.
La protesta si era estesa da Malaga con lo slogan “Malaga per vivere, non per sopravvivere”, seguita da Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, tra le altre città.
La situazione abitativa in Spagna ha raggiunto livelli critici. Secondo i sindacati degli inquilini, “gli affitti hanno registrato aumenti allarmanti, con un incremento di oltre il 18% negli ultimi due anni. I salari, nel frattempo, rimangono stagnanti”.
In alcune zone, come Ibiza, i movimenti sociali denunciano che “i prezzi degli affitti in molti casi superano il 100% del salario abituale”, mentre in altre, come Cáceres, “gli affitti sono aumentati lo scorso anno del 17% in città e del 27% a livello provinciale”.
I movimenti degli inquilini indicano esplicitamente il modello turistico incontrollato e la speculazione immobiliare come causa della crisi. “Il modello di città è mercificato, espellendo gli abitati dei quartieri, perché l’industria del turismo sfrutta i nostri quartieri”, denuncia la piattaforma ‘València no està en Venda’
In regioni insulari come le Canarie e le Baleari, la situazione è particolarmente grave a causa dei limiti geografici e della pressione turistica. “Ci troviamo di fronte a un’emergenza abitativa senza precedenti: sfratti, affitti inaccessibili e speculazione edilizia, mentre la popolazione non può accedere a questo diritto fondamentale”, denunciano i movimenti di lotta per la casa spagnoli.
Un segnale da cui c’è moltissimo da apprendere e replicare in un paese come l’Italia devastato dalla speculazione sugli affitti e dalla rendita immobiliare.
Fonte
Il movimento per il diritto alla casa in Spagna è estremamente chiaro su questo: i politici hanno esaurito il tempo. Migliaia di persone sono scese in piazza sabato scorso per “porre fine al business dell’edilizia” e chiedere un calo immediato degli affitti.
Continua infatti a crescere la protesta in Spagna per il problema degli alloggi, con il boom degli affitti che sta colpendo in particolare Madrid e Barcellona ma non solo. I prezzi degli affitti sono aumentati a causa dei contratti a breve termine offerti principalmente ai turisti. Movimenti di quartiere, sindacati degli inquilini e piattaforme sociali si sono uniti per chiedere soluzioni immediate alla crisi abitativa in Spagna.
“La paura ha cambiato faccia: non chiederemo altri cambiamenti, siamo organizzati e abbiamo un piano contro il rentierismo”, dicono gli organizzatori delle proteste. Le principali richieste del movimento sono: - l’abbassamento immediato dei prezzi degli affitti, chiedendo una riduzione fino al 50%;
- il recupero di “tutte le case vuote”, l’illegalizzazione delle società di sfratti;
- il divieto di sfratto per le famiglie vulnerabili;
- lo stop alla proliferazione incontrollata di appartamenti turistici.
Le mobilitazioni contro il caro affitti e l’emergenza abitativa erano esplose nell’aprile 2023 nelle Isole Canarie prese d’assalto dal turismo di massa, ma già c’erano stati segnali di protesta in diverse città spagnole dove i residenti erano scesi in piazza per chiedere un modello di turismo “sostenibile” e denunciare la mancanza di soluzioni abitative. “La casa è diventata un lusso alla portata di pochissime famiglie”, denunciano i movimenti degli inquilini.
La protesta si era estesa da Malaga con lo slogan “Malaga per vivere, non per sopravvivere”, seguita da Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, tra le altre città.
La situazione abitativa in Spagna ha raggiunto livelli critici. Secondo i sindacati degli inquilini, “gli affitti hanno registrato aumenti allarmanti, con un incremento di oltre il 18% negli ultimi due anni. I salari, nel frattempo, rimangono stagnanti”.
In alcune zone, come Ibiza, i movimenti sociali denunciano che “i prezzi degli affitti in molti casi superano il 100% del salario abituale”, mentre in altre, come Cáceres, “gli affitti sono aumentati lo scorso anno del 17% in città e del 27% a livello provinciale”.
I movimenti degli inquilini indicano esplicitamente il modello turistico incontrollato e la speculazione immobiliare come causa della crisi. “Il modello di città è mercificato, espellendo gli abitati dei quartieri, perché l’industria del turismo sfrutta i nostri quartieri”, denuncia la piattaforma ‘València no està en Venda’
In regioni insulari come le Canarie e le Baleari, la situazione è particolarmente grave a causa dei limiti geografici e della pressione turistica. “Ci troviamo di fronte a un’emergenza abitativa senza precedenti: sfratti, affitti inaccessibili e speculazione edilizia, mentre la popolazione non può accedere a questo diritto fondamentale”, denunciano i movimenti di lotta per la casa spagnoli.
Un segnale da cui c’è moltissimo da apprendere e replicare in un paese come l’Italia devastato dalla speculazione sugli affitti e dalla rendita immobiliare.
Fonte
25/12/2024
È il mercato, bellezza. La diaspora degli abitanti delle Vele …
A Scampia si sta consumando un esodo silenzioso.
Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.
Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.
Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.
Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.
In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).
L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.
La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.
Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.
Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.
Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.
Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.
Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.
Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.
In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.
Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.
Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei».
Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.
Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.
«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…».
«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?».
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Anche l’ultima delle tre Vele rimaste in piedi è ormai quasi vuota. Una volta erogato il contributo di “autonoma sistemazione” a chi lascia gli appartamenti, il comune di Napoli si è lavato le mani di tutto il resto. Il crollo del 23 luglio scorso nella Vela Celeste ha accelerato e stravolto le tabelle di marcia fissate con il programma Restart Scampia.
Nella Celeste gli abitanti non sono mai più rientrati. Da settembre gli inquilini delle Vele Gialla e Rossa hanno ricevuto un preavviso che annunciava la comunicazione, nelle settimane successive, dello sgombero ad horas. Così si è completata la diaspora.
Non appena le persone lasciano l’abitazione, gli operai procedono a murarla.
Da quel momento in poi, e se gli abitanti risultano presenti nel censimento realizzato dal Comune nel 2023, si attiva il sussidio – dai quattrocento ai novecento euro, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, della presenza di anziani e disabili. Un sussidio che verrà erogato fino a che “le esigenze abitative siano state soddisfatte in modo stabile”.
In ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2025 e comunque non spetterà più “qualora l’esigenza abitativa sia stata temporaneamente soddisfatta a titolo gratuito da una pubblica amministrazione”. Per il sussidio sono state stanziate risorse per circa tre milioni di euro (917 mila per il 2024 e poco più di due milioni per il 2025).
L’apertura di un cantiere per la costruzione degli alloggi che sostituiranno le Vele è stata annunciata a inizio novembre. Il sindaco ha dichiarato che entro il 2026 saranno completati i primi duecentocinquanta appartamenti.
La data di ultimazione dei lavori è prevista per il 2027. Sono scadenze che suscitano non pochi timori tra gli ex abitanti delle Vele, dal momento che l’erogazione del contributo di autonoma sistemazione terminerebbe molto prima.
Il presidente dell’ottava Municipalità, Nicola Nardella, ha dichiarato però che nessuno deve allarmarsi, perché un decreto del governo garantirebbe la continuità del finanziamento fino a che l’ultimo alloggio di nuova costruzione non sia stato consegnato.
Lo stesso Nardella ha affermato che la situazione di emergenza abitativa causata dallo sgombero delle tre Vele riguarda 543 nuclei familiari, ovvero circa mille e settecento persone. Di quale sarà il loro destino, però, nessuno sembra preoccuparsi.
Gli assistenti sociali sono comparsi al fianco della polizia municipale solo per intimare agli irriducibili di sgomberare, ma nessun piano di reale supporto è stato progettato, e tanto meno realizzato, per accompagnare un esodo di simili proporzioni.
Ancora Nardella – in questi mesi onnipresente sui media locali – a fine novembre si è preso la briga di farsi intervistare dal tg regionale unicamente per lanciare velate minacce contro una quindicina di famiglie che ancora si attardavano a lasciare la Vela Gialla. “Bisogna uscire e bisogna farlo in maniera rapidissima...”, ha intimato dal teleschermo.
Del fatto che gli ex abitanti delle Vele non riescano a trovare chi affitti loro un appartamento, nessuna istituzione sembra volersi fare carico. Al mercato non si comanda.
Nelle aree limitrofe a Scampia – corso Secondigliano, Melito, Miano – i proprietari stanno ponendo condizioni capestro, al di fuori della portata di molte famiglie – due buste paga, tre mensilità anticipate – quando non apertamente provocatorie, come il divieto di portare con sé animali domestici e addirittura più di un certo numero di bambini.
In tanti si stanno arrangiando da familiari e parenti, ma per quanto ancora potranno farlo? Qualcuno ha trovato casa verso Giugliano, oppure direttamente dalle parti di Castel Volturno, a chilometri di distanza dai luoghi di lavoro, dalle relazioni familiari e amicali.
Più della metà degli sgomberati sono minori. Dalle scuole di Scampia, a partire da settembre, è cominciata una continua migrazione di allievi. Tutto questo – la difficoltà a trovare una sistemazione, lo sradicamento forzato, il percorso scolastico interrotto di centinaia di bambini – non è oggetto di alcun accompagnamento. Il sussidio in tasca, e poi ognuno per sé.
Fatima, vent’anni, abitava nella Vela Gialla con la madre e il fratello. «A settembre sono arrivati i vigili – racconta –. “Iniziate a prepararvi, perché da un momento all’altro vi portiamo un’altra carta di sfratto immediato. Questa seconda carta ci è arrivata a fine ottobre. Ce ne siamo andati da casa un venerdì mattina. Gli operai dovevano murarla, ma avevano altre case da chiudere al piano di sotto. L’hanno murata il martedì successivo, ma era già entrato qualcuno a prendersi quel che restava... Abitavamo lì dal 2007».
«Il sussidio è arrivato qualche giorno dopo – continua Fatima –. Ottocento euro per tre persone: mia mamma, che è invalida, mio fratello di ventisette anni che fa il barbiere e io che faccio la parrucchiera. Stiamo cercando una sistemazione, ma qui in zona non si trova niente. Per il momento ci appoggiamo dai miei zii a Miano, che hanno già quattro figli.
Un giorno ci siamo fatti tutti i vicoli intorno al mercatino di Secondigliano per chiedere se ci fossero case in affitto. Una signora ci ha detto: “Andatevene, per la gente delle Vele le case non ci stanno”.
Alle agenzie diciamo che siamo di Mugnano, di Giugliano. Poi ci chiedono le buste paga, ma chi ce le ha? Io lavoro a nero, e pure mio fratello. Anche le mie amiche stanno avendo difficoltà. La mia vicina ha cinque figli, qui non ha trovato niente, se n’è dovuta andare a Castel Volturno.
Pensa che a un’amica di mia mamma hanno chiesto: “Signora, quanti figli avete?” Lei ha tre figli. “Ci dispiace, ne accettiamo solo due”. “E quest’altro che ne faccio, lo devo buttare?”, gli ha detto lei».
Gli abitanti delle Vele sono sempre stati trattati come umanità di scarto. Abbandonati per decenni dentro edifici inabitabili – l’ultimo censimento del 2016 lo metteva nero su bianco, ma non accadde niente –, in quelle mura è comunque trascorsa la loro vita, e per quanto abbiano lottato per decenni per vederle andare giù, adesso staccarsene non è facile, soprattutto in vista di destinazioni incerte e comunque precarie.
Elvira Quagliarella insegna da quarant’anni a Scampia. La sua scuola si chiama Virgilio IV, un istituto che comprende scuola dell’infanzia, primaria e secondaria. In questi mesi ha provato a darsi da fare per alleviare la situazione critica di molte famiglie dei suoi alunni, ma ha dovuto constatare che le dimensioni dell’esodo in corso sopravanzano di molto la buona volontà dei singoli individui.
«L’amministrazione locale – racconta Elvira – aveva proposto a ciascun nucleo un sussidio mensile, oppure la scelta di abitare in albergo. Quasi tutti hanno scelto il sussidio perché negli alberghi sarebbero stati costretti a lasciare la camera ogni mattina per rientrare nel tardo pomeriggio. Per nuclei familiari che hanno spesso almeno tre-quattro bambini era improponibile.
Così da settembre hanno cominciato a cercare casa. Ma è successo che nessun proprietario, né a Scampia, né a Napoli centro, né in provincia, si è mostrato disposto ad affittare loro la propria abitazione. Si sono visti chiudere le porte in faccia da tutti…
Io ho provato a smuovere le mie conoscenze, mi sono rivolta a vari gruppi ecclesiastici conosciuti grazie a un progetto fatto a scuola: prelati, sacerdoti e altra gente del settore, chiedevo se avessero abitazioni da affittare, ma sempre pagando; tutti mi hanno risposto che non era nelle loro possibilità...
Allora ho interpellato un gruppo WhatsApp di circa cento persone; ho spiegato la situazione, ho chiesto aiuto, nessuno mi ha risposto, tranne uno che mi ha parlato di una casa a Bagnoli a mille duecento euro al mese...
Ho chiesto anche ad altri gruppi e associazioni che fanno volontariato nella zona di Giugliano, Qualiano, Lago Patria; anche lì mi hanno promesso di interessarsi ma non è successo nulla.
L’unico che si sta occupando di queste famiglie è padre Alessandro, il parroco della zona, che ha aperto uno sportello di ascolto e supporto, provando a fornire delle garanzie ai proprietari, ma anche lì con scarsi risultati.
Alla fine, la maggior parte di queste famiglie sono state costrette a orientarsi verso la zona di Castel Volturno, Baia Verde, Villaggio Coppola. Lì è terra di nessuno, e molte villette e abitazioni sono gestite in modo equivoco.
La conseguenza è che moltissimi bambini sono stati costretti ad abbandonare la scuola. Io insegno in una quarta elementare, ma sono la responsabile dell’inclusione per tutto l’istituto, e conosco tantissime situazioni del genere: si tratta di un esodo enorme…».
«Alcune famiglie sono state anche truffate – continua Elvira –, hanno versato tre mensilità anticipate e sono state derubate. Qualcuno è riuscito a trovare casa a Giugliano, o dalle parti di via Stadera. Ma anche questi hanno dovuto lasciare la scuola.
Al momento, almeno il sessanta per cento dei bambini dell’istituto ha cambiato scuola o non sta frequentando, perché dalla periferia di Giugliano o di Marano è difficile raggiungere Scampia.
La preside, grazie ad alcune donazioni, ha noleggiato un pulmino da ventotto posti, ma i punti di raccolta sono troppo distanti dalle abitazioni di questi bambini. L’autista ne carica solo quattro o cinque ogni mattina... Molti si sono appoggiati dai parenti, e intanto continuano a cercare. Per quanto precarie, per loro quelle case erano un punto fermo.
C’è gente che viveva lì da trent’anni, avevano la loro storia, le loro amicizie. Le stesse donne, che spesso devono fronteggiare situazioni drammatiche, riuscivano a fare gruppo. I bambini non ne parliamo, hanno perso la scuola, gli amichetti...
Ad agosto il Comune si è preoccupato di garantire gli autobus per accompagnare queste famiglie al mare. La maggior parte non ne ha usufruito, perché dopo il crollo non avevano nemmeno gli indumenti da mettere addosso, non c’era la testa per andare al mare; quindi questi pullman hanno viaggiato vuoti, addirittura fino alla fine di settembre, quando le scuole erano iniziate da un pezzo; poi si sono fermati, ma a quel punto perché non usarli per andare a prendere questi bambini sradicati, sparpagliati ovunque, e accompagnarli a scuola la mattina?».
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14/11/2024
Casa. Quella “sporca” questione che nessuno vuole affrontare
La questione abitativa nel nostro paese sta assumendo caratteri sempre più rilevanti e non si può parlare di essa riferendosi solo ad un suo aspetto, ma va analizzata (e possibilmente affrontata) nel suo insieme.
Il sistema duale sbilanciato
Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.
Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).
Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.
Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.
La funzione pubblica tradita
A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).
Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.
È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.
Narrazione mainstream
Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.
Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.
Fiscalità ingiusta
Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.
In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.
Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.
A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.
Lo strapotere proprietario
Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.
In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.
Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.
Un cambio di prospettiva
Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.
Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.
Fonte
Il sistema duale sbilanciato
Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.
Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).
Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.
Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.
La funzione pubblica tradita
A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).
Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.
È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.
Narrazione mainstream
Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.
Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.
Fiscalità ingiusta
Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.
In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.
Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.
A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.
Lo strapotere proprietario
Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.
In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.
Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.
Un cambio di prospettiva
Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.
Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.
Fonte
04/09/2024
Rinunciare al lavoro stabile nel Nord perchè gli affitti si mangiano lo stipendio
È di questi giorni la notizia che un quinto dei docenti siciliani entrati in ruolo, ma con assegnazioni nel nord Italia, hanno rinunciato all’incarico nonostante questo significasse perdere un contratto a tempo indeterminato e continuare a fare supplenze.
La ragione è semplice ma dolorosa: gli alti affitti a Milano e nelle città del Nord (ma ormai anche a Roma) si fregano gran parte dello stipendio e rendono quindi impossibile uno standard di vita dignitoso. Ma si potrebbe anche vedere in altro modo: le retribuzioni dei docenti e dei dipendenti pubblici sono talmente basse che rendono impossibile pagarsi l’affitto di una casa a Milano e nelle città del Nord.
Risultato: è più praticabile vivere di supplenze a casa propria che diventare di ruolo ma in città dove i prezzi degli affitti sono praticamente impazziti dalla fine della pandemia.
Una indagine del Formez, in riferimento ai dati del 2022, rileva come il tasso di copertura dei posti messi a bando dalla Pubblica Amministrazione nel Nord Italia raggiungeva appena il 75% del totale, con dati completamente opposti nel Meridione e nelle regioni del Centro Italia, dove la percentuale arriva al 150%.
Il problema è serio. Si era presentato prima episodicamente poi via via sempre più clamorosamente, tanto che se ne è accorta anche la Confindustria, la quale ha ventilato la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti.
Certo, come sottolinea il sindacato Usb in una nota, la Confindustria si guarda bene dall’evidenziare la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni, però individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono su salari indecentemente bassi da troppi anni.
“Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord” scrive Usb che sulla questione ha dato il via ad una vera e propria inchiesta. A questo link è possibile partecipare all’inchiesta.
Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all’inchiesta di USB sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno.
L’USB da un lato sta richiedendo, da tempo e in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Dall’altro intende continuare a dare battaglia sulle retribuzioni nei tavoli di rinnovo dei contratti, chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
La liberalizzazione totale degli affitti e la primazìa della rendita immobiliare si conferma così essere una maledizione e un serio ostacolo alla mobilità sociale e allo sviluppo del paese. Sulla materia abitativa occorre mettere mano con lo spadone e non con incentivi alla speculazione – piccola e grande – come indicano le misure adottate anche da questo governo, come del resto hanno fatto anche quelli precedenti da decenni.
Fonte
La ragione è semplice ma dolorosa: gli alti affitti a Milano e nelle città del Nord (ma ormai anche a Roma) si fregano gran parte dello stipendio e rendono quindi impossibile uno standard di vita dignitoso. Ma si potrebbe anche vedere in altro modo: le retribuzioni dei docenti e dei dipendenti pubblici sono talmente basse che rendono impossibile pagarsi l’affitto di una casa a Milano e nelle città del Nord.
Risultato: è più praticabile vivere di supplenze a casa propria che diventare di ruolo ma in città dove i prezzi degli affitti sono praticamente impazziti dalla fine della pandemia.
Una indagine del Formez, in riferimento ai dati del 2022, rileva come il tasso di copertura dei posti messi a bando dalla Pubblica Amministrazione nel Nord Italia raggiungeva appena il 75% del totale, con dati completamente opposti nel Meridione e nelle regioni del Centro Italia, dove la percentuale arriva al 150%.
Il problema è serio. Si era presentato prima episodicamente poi via via sempre più clamorosamente, tanto che se ne è accorta anche la Confindustria, la quale ha ventilato la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti.
Certo, come sottolinea il sindacato Usb in una nota, la Confindustria si guarda bene dall’evidenziare la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni, però individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono su salari indecentemente bassi da troppi anni.
“Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord” scrive Usb che sulla questione ha dato il via ad una vera e propria inchiesta. A questo link è possibile partecipare all’inchiesta.
Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all’inchiesta di USB sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno.
L’USB da un lato sta richiedendo, da tempo e in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Dall’altro intende continuare a dare battaglia sulle retribuzioni nei tavoli di rinnovo dei contratti, chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
La liberalizzazione totale degli affitti e la primazìa della rendita immobiliare si conferma così essere una maledizione e un serio ostacolo alla mobilità sociale e allo sviluppo del paese. Sulla materia abitativa occorre mettere mano con lo spadone e non con incentivi alla speculazione – piccola e grande – come indicano le misure adottate anche da questo governo, come del resto hanno fatto anche quelli precedenti da decenni.
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02/09/2024
Questione abitativa neo assunti: se lo dice perfino Confindustria, c’è un problema di costo della vita. L’inchiesta di USB Pubblico Impiego
Anche Confindustria se n’è accorta: c’è un problema di costo della vita in questo Paese.
Chiaramente, l’organismo di governo dei padroni si guarda bene dal menzionare la questione salariale come nodo fondamentale, ma la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti da un lato ammette ciò che Eurostat ha ampiamente certificato, cioè la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni; dall’altro individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono sui miseri salari.
Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord. Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all'inchiesta di USB Pubblico Impiego sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno. A questo link è possibile partecipare all'inchiesta.
USB PI nell’ambito della denuncia sulla drammatica situazione salariale in cui versano le lavoratrici ed i lavoratori pubblici da tempo sta richiedendo, in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Aumentare i salari è la priorità e USB PI continuerà a dare battaglia sui tavoli di rinnovo dei contratti chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
USB Pubblico Impiego
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Chiaramente, l’organismo di governo dei padroni si guarda bene dal menzionare la questione salariale come nodo fondamentale, ma la richiesta di misure di contenimento per gli affitti dei nuovi assunti da un lato ammette ciò che Eurostat ha ampiamente certificato, cioè la diminuzione costante del potere d’acquisto dei salari in Italia negli ultimi vent’anni; dall’altro individua nella questione abitativa una delle voci che maggiormente incidono sui miseri salari.
Nel Pubblico Impiego il tema è già esploso in quanto il problema degli affitti è una concausa delle numerosissime rinunce da parte dei vincitori di concorso che stanno generando una cronica carenza di personale in particolare nelle amministrazioni del centro nord. Le centinaia di risposte che arrivano dai neoassunti all'inchiesta di USB Pubblico Impiego sulla questione abitativa, stanno confermando la gravità di questo fenomeno. A questo link è possibile partecipare all'inchiesta.
USB PI nell’ambito della denuncia sulla drammatica situazione salariale in cui versano le lavoratrici ed i lavoratori pubblici da tempo sta richiedendo, in splendida solitudine, misure di sostegno proponendo un sostegno all’affitto dedicato ai nuovi assunti fuori sede attraverso il fondo credito e un piano di edilizia pubblica agevolata.
Aumentare i salari è la priorità e USB PI continuerà a dare battaglia sui tavoli di rinnovo dei contratti chiedendo più risorse e misure da mettere in campo rispetto alla questione abitativa dei nuovi assunti che non possono non tenere conto della generalità del problema che investe tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, compresi i dipendenti pubblici.
USB Pubblico Impiego
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23/06/2024
“Rivendico di aver partecipato alle lotte per la casa e ne sostengo il movimento”
“Sì, lo confesso! Sono stata una militante del movimento di lotta per la casa che negli anni ha dato battaglia sul tema del diritto all’abitare, a Milano e in tutta Italia” scrive Ilaria Salis, per 13 mesi in carcere a Budapest per antifascismo ed ora eletta come europarlamentare.
In un post Ilaria Salis replica per le rime alla campagna diffamatoria della stampa di destra e dei parlamentari neofascisti. Cosa aggiungere? Ben detto e ben fatto Ilaria Salis!!
Riprendiamo e pubblichiamo qui di seguito il suo post:
In un post Ilaria Salis replica per le rime alla campagna diffamatoria della stampa di destra e dei parlamentari neofascisti. Cosa aggiungere? Ben detto e ben fatto Ilaria Salis!!
Riprendiamo e pubblichiamo qui di seguito il suo post:
“Se qualcuno pensava di fare chissà quale scoop scavando nel mio passato, è solo perché è sideralmente lontano dalla realtà sociale di tale movimento, che si compone di decine di migliaia di abitanti delle case popolari e attivisti, i quali, per aver affermato il semplice principio di avere un tetto sulla testa, sono incappati in qualche denuncia.Fonte
Sarebbe auspicabile che l’informazione, piuttosto che gettare fango sul mio conto, si dedicasse al contesto di grave povertà e precarietà abitativa nel quale si ritrovano ampie fasce di popolazione.
Le pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, il blocco degli sfratti, la resistenza agli sgomberi, gli sportelli di ascolto e la lotta per la sanatoria rappresentano un’alternativa reale e immediata all’isolamento sociale e alla guerra tra poveri, strumentalizzate tanto dalle forze politiche razziste quanto dal racket.
Dare una risposta concreta al bisogno dell’abitare significa non solo trovare qui e ora una soluzione, benché precaria e provvisoria, ad una questione lasciata irrisolta dalla politica istituzionale, ma anche indicare una prospettiva politica di trasformazione delle condizioni materiali di vita nel segno della giustizia sociale.
È con grande orgoglio, dunque, che rivendico di aver fatto parte di questo movimento e di continuare a sostenerlo!
Voglio anche fare chiarezza sulla mia situazione.
Come è stato ampiamente sbandierato sui media di destra, Aler reclama un credito di 90.000 euro nei miei confronti come “indennità” per la presunta occupazione di una casa in via Giosuè Borsi a Milano, basandosi esclusivamente sul fatto che nel 2008 sono stata trovata al suo interno. Sebbene nei successivi sedici anni (!) non siano mai stati svolti ulteriori controlli per verificare la mia permanenza, né sia mai stato avviato alcun procedimento civile o penale a mio carico rispetto a quella casa, Aler contabilizza tale credito e non si fa scrupolo a renderlo pubblico tramite la stampa il giorno prima delle elezioni.
Un gran numero di individui e famiglie, spesso prive dei mezzi necessari per reagire adeguatamente, sono tormentate da richieste infondate di questo genere. Il totale dei crediti contabilizzati da Aler ammonta infatti ad oltre 176 milioni di euro! La pratica di richiedere esose “indennità di occupazione” agli inquilini, basata su presupposti a dir poco incerti, è una strategia utilizzata sistematicamente per spaventare gli occupanti e tentare di fare cassa.
Mentre molte, troppe persone non vedono garantito il proprio diritto all’abitare e non hanno alternative dignitose se non occupare – in una della città con gli affitti più cari, ricordiamolo sempre -, l’ente che dovrebbe tutelare questo diritto sembra essere più interessato a criminalizzare il movimento di lotta per la casa e gli inquilini piuttosto che a trovare soluzioni concrete.
Nei prossimi giorni condividerò alcuni dati e spunti di riflessione sulla questione abitativa a Milano e in Italia.
Ringrazio Libero & co. per avermi servito questo assist per riportare l’attenzione mediatica su un tema che mi sta molto a cuore, perché così cruciale per le classi popolari e i giovani.
MAI PIÙ GENTE SENZA CASA, MAI PIÙ CASE SENZA GENTE!
16/05/2023
La rendita immobiliare è la maledizione di questo paese
Pubblichiamo la prefazione al libro “Prigionieri del mattone” (Armadillo editore) di prossima uscita.
*****
La contraddizione della questione abitativa continua a pesare come un macigno sulla realtà in cui viviamo, e non solo per milioni di famiglie indebitate dai mutui, sottoposte o minacciate di sfratto, strozzate da affitti impossibili.
Una questione abitativa irrisolta è un macigno piantato a ostacolare anche lo sviluppo, la mobilità sociale e il progredire del nostro paese.
Il pensiero liberale è uso denunciare i “lacci e lacciuoli” che ostacolano la flessibilità selvaggia nel lavoro e nei salari, ma tace sistematicamente su una vera e propria “garrota” che strangola una gran parte della società in cui viviamo e della maggioranza dei settori sociali che la compongono.
Il problema è che questa garrota incombe ed agisce nello stesso modo da tempo, se senza che – se non per brevi periodi – si sia riusciti a scardinarla impedendogli di fare danni, enormi.
“Quel che oggi s’intende per crisi degli alloggi non è che un particolare acutizzarsi delle già cattive condizioni abitative dei lavoratori, provocato dall’improvviso afflusso demografico verso le grandi città: un enorme aumento dei canoni d’affitto, un ancor più pronunciato pigiarsi di inquilini in ogni singolo caseggiato, e per taluni l’impossibilità di trovare un alloggio qualsiasi. E questa penuria di abitazioni fa parlare tanto di sé per la sola ragione che non è limitata alla classe operaia, ma colpisce altresì la piccola borghesia”.
Sulle pagine del giornale Volkstaat, ben 150 anni fa, Engels in una serie di articoli ha affrontato “La questione delle abitazioni” con parole e descrizioni del problema che sembrano scritte oggi. Ciò sta a significare che la questione abitativa è rimasta in campo ed intatta come lacerante contraddizione di classe – soprattutto nelle grandi aree metropolitane – come già veniva rilevato due secoli indietro.
Già questo dovrebbe dare la dimensione del problema e l’urgenza delle soluzioni, né più né meno come quelle richieste per mettere fine allo sfruttamento del lavoro e dei bassi salari. Anzi vi si intreccia profondamente ma proprio la questione abitativa mette in evidenza uno degli aspetti più insopportabili e distruttivi del modello capitalista: la rendita.
Un industriale produce merci, un commerciante vende beni o servizi, un operaio, un impiegato vendono la propria capacità lavorativa. Nei decenni passati si è parlato dell’Italia come di un paese fondato su un “Patto tra produttori” a cui tutti contribuivano dando qualcosa, magari in modo disuguale. Ma la proprietà immobiliare, grande o piccola che sia, che cosa mette nel “patto tra produttori”? Niente. Affitta o vende un bene – le abitazioni – che non ha prodotto ma molto spesso ha solo ereditato oppure acquisito per via finanziaria.
Il valore di questo bene aumenta senza che i suoi proprietari facciano nulla, solo in base ai parametri del mercato o alle torsioni imposte – spesso con la corruzione – sulle scelte urbanistiche di una città. È rendita pura non ricchezza sociale. È speculazione non sviluppo economico. La rendita immobiliare – così come quella fondiaria ad essa strettamente collegata – non produce infatti ricchezza e soprattutto non la distribuisce, ma la concentra in modo crescente, disuguale e insopportabile.
Questo libro offre una delle analisi più complete e spietate della contraddizione abitativa nel nostro paese. Lo fa sotto molti punti di vista e consente, finalmente, di rimettere la “questione abitativa” non solo al centro del conflitto sociale e sindacale ma anche di un programma di trasformazione e avanzamento complessivo del paese, perché di questo si tratta.
La questione abitativa pesa da decenni come un macigno sullo sviluppo sociale del nostro paese.
Fino agli anni Ottanta potevamo parlare dei danni provocati dalla rendita fondiaria sulla vita delle famiglie bisognose di casa e sulle scelte urbanistiche nelle città.
Dalla fine degli anni Novanta – e in particolare dopo la crisi della Net Economy nel 2001 negli Usa – la casa e le città sono diventate oggetto di scorribande e investimenti malsani di capitali finanziari che fuggivano dalla caduta della bolla speculativa cresciuta intorno ai titoli tecnologici all’inizio di questo secolo. Tanto è vero che solo sei anni dopo, la nuova bolla finanziaria è scoppiata proprio sui mutui subprime per l’acquisto di abitazioni disseminati dalle banche per investire la loro liquidità in eccesso.
Ma sul terreno della speculazione finanziaria, quello che accadeva negli Stati Uniti ha avuto ripercussioni immediate anche in Europa e in Italia.
Come documenta il libro, in molte città italiane ed europee sono state costruite più abitazioni di quanti siano gli abitanti e, nonostante una domanda di case a prezzi accessibili (per l’acquisto o in affitto) le abitazioni continuavano a costare molto, troppo sia per viverci in affitto che per comprarle. E spesso queste nuove case sono rimaste vuote, invendute, le famose “case abitate dal vento”.
Le società di costruzioni edificano interi complessi non con la preoccupazione di venderli, o meno ancora di affittarli, ma solo per avere un bene di valore da mettere a garanzia per ottenere altri finanziamenti dalle banche da investire a loro volta in attività finanziarie e non in attività industriali, edilizie o in nuovi investimenti.
Parallelamente assistiamo negli ultimi anni ad una escalation di sfratti, sgomberi, di famiglie messe in mezzo alla strada perché non più in grado di pagare l’affitto o le rate del mutuo oppure di famiglie giovani o famiglie già sfrattate che non riescono a trovare una abitazione con prezzi accessibili ai bassi redditi da lavoro che oggi il mercato mette a disposizione.
Non solo. Quando trova una abitazione i suoi costi (affitto o rate del mutuo) sono talmente alti da mangiarsi gran parte del reddito da lavoro (o da pensione), sottraendo così risorse economiche agli altri capitoli di una vita sociale degna e pienamente compiuta.
Quella orrenda contraddizione di “case senza gente e gente senza casa” perseguita e ipoteca da decenni il mancato sviluppo sociale del nostro paese, che in molti settori – e quello abitativo è tra questi – è diventato un vero e proprio “regresso sociale”.
Tra le ragioni di questo regresso sociale, il libro individua e analizza bene quella che è stata la maggiore delle mistificazioni: la casa di proprietà.
La scarsità o il costo esagerato di case in affitto, ha visto milioni di famiglie italiane costrette a indebitarsi per anni con i mutui. Questo non ha portato solo a distorsioni economiche (la metà della ricchezza privata delle famiglie italiane è infatti immobiliare, quindi rendita e non ricchezza) ma anche a devastanti cambiamenti di condizione e mentalità.
Se più del 70% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà e la rendita immobiliare delle famiglie ammonta a quasi 6mila miliardi di euro, possiamo dire che l’Italia da paese fondato sul “Patto tra produttori” è diventato un paese fondato su un “ Patto tra proprietari”, né più né meno come gli Stati Uniti, ma con una mobilità sociale assai inferiore.
Questo cambiamento nel patto costitutivo sociale – da produttori a proprietari – che in qualche modo era alla base del patto costituzionale (Repubblica fondata sul lavoro e non sulla rendita), ha prodotto danni a cascata e su molti aspetti.
In primo luogo la mentalità “proprietaria”, alimentando una illusione di indipendenza (“padroni a casa nostra”), crea in realtà una nuova forma di subalternità e una cultura dell’individualismo che spezza il senso collettivo alla base dei cambiamenti sociali.
In secondo luogo, il combinato disposto tra alti costi degli affitti e dei mutui e bassi redditi da lavoro/precarietà lavorativa, non solo aumenta a dismisura la fascia di disagio sociale intorno alla questione abitativa, ma ostacola e ritarda l’autonomizzazione dei giovani dalle famiglie di nascita, la creazione di nuovi nuclei familiari, lo stesso incremento demografico del Paese. In pratica è un ostacolo al progresso complessivo e alle aspettative sul futuro della società stessa.
Si può ben parlare di un “micidiale combinato disposto” perché le scelte dei governi degli ultimi trenta anni sulla questione abitativa, sono alla base dell’emergenza permanente, delle strozzature e delle accresciute disuguaglianze che ne sono derivate.
La decisione di non costruire più case popolari o di edilizia sociale, aver eliminato la tassa di scopo sulla casa (la Gescal) inglobandola nella fornace della fiscalità generale, la totale liberalizzazione del regime degli affitti, l’aver affidato ai privati (e alla speculazione di costruttori e cooperative) l’edilizia agevolata e convenzionata sulle aree della 167, il via libera agli sfratti senza passaggi da casa a casa, l’aver consentito un regime fiscale agevolato alla rendita immobiliare, ha non solo trasformato l’emergenza abitativa in una costante che si riproduce continuamente – nelle aree metropolitane ma non solo – ma ha contribuito anche, come abbiamo visto, a quel complessivo regresso sociale del nostro paese.
Dalla fine degli anni Sessanta, i movimenti di lotta per la casa sono stati una istanza che ha affiancato il movimento operaio sui luoghi di lavoro. Sia nella loro forma spontanea (i comitati di lotta per la casa) che in quella sindacale vera e propria (come l’Asia-Usb ed altri), i movimenti sociali sulla questione abitativa, con ondate e fasi diverse, hanno scandito la storia sociale del paese e di molte città.
Dalle occupazioni di case portate avanti dai baraccati fino agli anni ’70 (determinati dalla immigrazione interna dal Meridione verso Roma o le città del Nord), si è passati alle occupazioni degli anni ’80 che vedevano come protagoniste le famiglie sfrattate e giovani coppie, fino alle nuove ondate di occupazioni abitative portate avanti nel nuovo secolo dai nuovi immigrati, questa volta non più provenienti dal Meridione ma da altri paesi.
Ma la lotta per il diritto alla casa si è estesa molto al di là delle sole occupazioni abitative. Non casualmente oggi viene definito come “Diritto all’abitare”, esprimendo con esso una visione più complessiva della questione abitativa.
Agli occupanti di case e agli inquilini delle case popolari (per lo più proletari) si sono via via aggiunti gli inquilini delle case degli enti previdenziali privatizzate e dismesse nel quadro della “finanza creativa” dei governi di Maastricht, coinvolgendo così anche settori di ceti medi che mai avrebbero immaginato di finire nel calvario dell’emergenza abitativa.
Infine sono arrivati anche altri segmenti di ceto medio come gli inquilini e i proprietari truffati da cooperative e società private con i cosiddetti Piani di Zona costruiti sulle aree 167, costretti a pagare affitti o prezzi d’acquisto superiori a quelli legali che rischiano, nonostante affitti pagati o rate di mutuo in regola, di vedersi sfrattare dalle loro case.
Oggi possiamo e dobbiamo affermare che la lotta e i movimenti per il diritto all’abitare agiscono su una contraddizione divenuta dirimente come quella tra salari e profitti. Anzi prendono di petto il terzo fattore che lo stesso Marx evidenziava come soggetto della lotta tra interessi di classe diversi: la rendita.
E quest’ultima è decisamente la peggiore delle maledizioni che il sistema capitalista ha innestato nella e sulla società. È peggiore del profitto perché slegata sia dall’attività di impresa che dal lavoro salariato, è parassitismo allo stadio superiore e spesso cresce e sopravvive proprio uccidendo i primi due.
Sulla questione abitativa la rendita, dopo i tentativi di limitarla e regolamentarla messi in piedi nel dopoguerra e nella fase costituzionale del paese, dagli anni Novanta in poi ha potuto approfittarsi della deregulation più totale per espandersi e determinare le priorità sociali del paese.
I danni derivanti da queste scelte iperliberiste, tutte ben denunciate, documentate e argomentate in questo libro, sono sotto gli occhi di tutti, incluse le leggi introdotte dai governi più recenti per criminalizzare e reprimere quei movimenti per il diritto all’abitare che questa maledizione la denunciano e la contrastano da anni, tutti i giorni.
Fonte
19/04/2023
Cresce l’incubo degli sfratti per migliaia di famiglie
Nelle aree metropolitane l’emergenza sfratti ha subito un’ulteriore impennata. Ma sia le Regioni che i Comuni si guardano bene dal mettere in campo provvedimenti strutturali sull’emergenza abitativa, resa più drammatica dal crollo dei redditi, dall’aumento degli affitti e dalla scarsità di alloggi di edilizia popolare.
In venti anni, dal 2002 al 2021 in tutta Italia sono stati eseguiti con l’ufficiale giudiziario 519.243 sfratti, secondo i dati del ministero dell’Interno. Il doppio, 1.091.065, quelli emessi: 29.068 (2,66%) per necessità del locatore, 150.687 (13,81%) per finita locazione e la stragrande maggioranza, 911.310 (83,52%), per morosità e altro. Le richieste di esecuzione, in 20 anni, superano quota 2 milioni.
“Siamo il Paese in Europa che ha la percentuale più bassa di case pubbliche e nelle grandi aree urbane persiste l’emergenza abitativa“, dice Michelangelo Giglio di Asia Usb, il sindacato inquilini e abitanti.
La crisi avanza e le persone vengono mandate via di casa: 33.208 sono state nel 2021 le richieste di esecuzione presentate su tutto il territorio nazionale, +45,39% rispetto all’anno precedente. 9.537 sono stati gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario, +80,97% rispetto al 2020 quando erano stati 5.270 – in virtù della sospensione degli sfratti con l’emergenza Covid. L’anno in cui sono stati eseguiti più sfratti in assoluto, 36.340, è stato il 2014.
Negli ultimi 5 anni sono stati eseguiti 7.412 sfratti a Roma, 9.513 in tutto il Lazio. Nella capitale “al momento ci sono più di 5 mila sfratti in esecuzione per morosità incolpevole“, spiega Maria Vittoria Molinari, anche lei sindacalista Asia Usb. “Nonostante il comune abbia stanziato fondi per nuovi alloggi popolari, è necessario del tempo per attuare il piano casa. Ad oggi, se una famiglia viene sfrattata, non ha soluzione.
Ma se Roma piange per gli sfratti anche Milano non ride. Dal 2017 al 2021 Milano ha assistito a 5.835 sfratti, mentre quasi 20 mila ce ne sono stati in tutta la Lombardia. Nel capoluogo lombardo c’è un’emergenza affitti gravissima“, le famiglie di lavoratori e lavoratrici fanno fatica a trovare una casa perché i redditi sono considerati insufficienti da chi affitta.
Interi nuclei famigliari vengono sfrattati oppure non possono permettersi un affitto, e vivono in condizioni di sovraffollamento, in alloggi precari e condizioni igieniche difficili. Secondo i dati del ministero dell’Interno per il 2021 sono stati emessi a Milano e provincia 1706 provvedimenti, la maggior parte per finita locazione. A questi si aggiungono i pignoramenti immobiliari che il Sicet stima in circa mille all’anno. Pignoramenti che rischiano di subire un’impennata con il rialzo dei tassi dei mutui e delle spese condominiali.
Anche in un’altra area metropolitana come Napoli ci sono 10mila sfratti esecutivi programmati solo a Napoli città, un fenomeno dovuto dall’aumento dei costi di affitto e delle spese per l’energia che fanno si che molte persone, soprattutto quelle con redditi bassi, non riescano più a far fronte ad affitti, spese condominiali e mutui.
Fonte
In venti anni, dal 2002 al 2021 in tutta Italia sono stati eseguiti con l’ufficiale giudiziario 519.243 sfratti, secondo i dati del ministero dell’Interno. Il doppio, 1.091.065, quelli emessi: 29.068 (2,66%) per necessità del locatore, 150.687 (13,81%) per finita locazione e la stragrande maggioranza, 911.310 (83,52%), per morosità e altro. Le richieste di esecuzione, in 20 anni, superano quota 2 milioni.
“Siamo il Paese in Europa che ha la percentuale più bassa di case pubbliche e nelle grandi aree urbane persiste l’emergenza abitativa“, dice Michelangelo Giglio di Asia Usb, il sindacato inquilini e abitanti.
La crisi avanza e le persone vengono mandate via di casa: 33.208 sono state nel 2021 le richieste di esecuzione presentate su tutto il territorio nazionale, +45,39% rispetto all’anno precedente. 9.537 sono stati gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario, +80,97% rispetto al 2020 quando erano stati 5.270 – in virtù della sospensione degli sfratti con l’emergenza Covid. L’anno in cui sono stati eseguiti più sfratti in assoluto, 36.340, è stato il 2014.
Negli ultimi 5 anni sono stati eseguiti 7.412 sfratti a Roma, 9.513 in tutto il Lazio. Nella capitale “al momento ci sono più di 5 mila sfratti in esecuzione per morosità incolpevole“, spiega Maria Vittoria Molinari, anche lei sindacalista Asia Usb. “Nonostante il comune abbia stanziato fondi per nuovi alloggi popolari, è necessario del tempo per attuare il piano casa. Ad oggi, se una famiglia viene sfrattata, non ha soluzione.
Ma se Roma piange per gli sfratti anche Milano non ride. Dal 2017 al 2021 Milano ha assistito a 5.835 sfratti, mentre quasi 20 mila ce ne sono stati in tutta la Lombardia. Nel capoluogo lombardo c’è un’emergenza affitti gravissima“, le famiglie di lavoratori e lavoratrici fanno fatica a trovare una casa perché i redditi sono considerati insufficienti da chi affitta.
Interi nuclei famigliari vengono sfrattati oppure non possono permettersi un affitto, e vivono in condizioni di sovraffollamento, in alloggi precari e condizioni igieniche difficili. Secondo i dati del ministero dell’Interno per il 2021 sono stati emessi a Milano e provincia 1706 provvedimenti, la maggior parte per finita locazione. A questi si aggiungono i pignoramenti immobiliari che il Sicet stima in circa mille all’anno. Pignoramenti che rischiano di subire un’impennata con il rialzo dei tassi dei mutui e delle spese condominiali.
Anche in un’altra area metropolitana come Napoli ci sono 10mila sfratti esecutivi programmati solo a Napoli città, un fenomeno dovuto dall’aumento dei costi di affitto e delle spese per l’energia che fanno si che molte persone, soprattutto quelle con redditi bassi, non riescano più a far fronte ad affitti, spese condominiali e mutui.
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