Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Suicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Suicidio. Mostra tutti i post

08/10/2025

Gli sfratti uccidono un anziano a Sesto S. Giovanni

Un uomo di 71 anni si è gettato dalla finestra al sesto piano quando l’ufficiale giudiziario ha suonato al suo citofono per notificargli lo sfratto dall’appartamento in cui viveva a Sesto San Giovanni. È accaduto stamattina intorno alle 9 in via Puricelli Guerra.

Oggi era in programma l’esecuzione dello sfratto dall’appartamento dove l’anziano viveva da solo senza pagare l’affitto al proprietario da qualche mese. L’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto eseguire lo sfratto su disposizione del Tribunale civile di Monza. Era presente anche il legale dell’anziano.

L’uomo che si è tolto la vita mentre veniva sfrattato dall’appartamento si chiava Letterio Buonomo ed era originario di Messina. Prima di togliersi la vita ha lasciato un biglietto in cui esprimeva la sua disperazione: “non ce l faccio più”.

In un sistema costruito per premiare profitto e speculazione, la vita non conta nulla. Conti per il reddito e /o il patrimonio di cui disponi. E se non hai nulla puoi anche morire.

“I valori della civiltà occidentale” si misurano in euro o dollari, e guai a chi non ne ha...

Qui di seguito un comunicato dell’Asia – Usb su questa vicenda:
Oggi un uomo di 71 anni a Sesto San Giovanni si è tolto la vita mentre aspettava l’accesso dell’Ufficiale Giudiziario.

Nel nostro paese, nel 2025, si muore perché si è soli e sotto sfratto, con salari o pensioni da fame e affitti insostenibili. Si muore mentre il Governo difende il Diritto proprietario a spada tratta, azzerando qualsiasi investimento in materia ed aumentando le spese militari o per grandi opere inutili.

Si muore per mancanza di politiche abitative, di case popolari, di gestione del patrimonio (migliaia di case non assegnate, lasciate vuote e in deperimento).

Non è un paese per vecchi né un paese per poveri, ma neanche per giovani: è un paese che in 25 anni di liberalizzazione dei canoni e contenimento dei salati ha lasciato tutti indietro a favore di pochissimi, quei pochissimi hanno inventato i ladri di case.

La destra al governo ha solo dato il colpo di grazia.

Asia-Usb esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza.

Lotteremo di più, lotteremo anche per te
Fonte

08/08/2024

In approvazione il decreto Carceri, la tragedia dei suicidi in cella continuerà

Il decreto Carceri, dopo la fiducia apposta alla Camera, diventerà legge questa mattina, senza alcun dubbio. Si tratta di uno dei provvedimenti più vergognosi del governo, perché sfrutta la tragedia dei suicidi in carcere per farsi un po’ di propaganda e modificare qualche reato.

Proprio lo scorso martedì un detenuto si è tolto la vita in cella, a Biella. Era in sciopero della fame per protesta, perché voleva avvicinarsi ai suoi familiari, e la recente visita psichiatrica non aveva segnalato problemi. Non sarà certo l’aumento del numero di telefonate disponibili da 4 a 6 che potrà risolvere il problema.

Si tratta del 64esimo suicidio quest’anno, con un ritmo che di questo passo supererà il primato negativo del 2022: 85 persone che si sono tolte la vita. Ad essi ne vanno aggiunti 7 avvenuti tra le fila della polizia penitenziaria.

Ma ci sono anche altri dati che sono come un pugno allo stomaco: 1.200 tentativi di suicidio, con un netto aumento rispetto allo scorso anno. Da poco una guardia penitenziaria ha spento le fiamme sul corpo di un detenuto che ha tentato di uccidersi, con una situazione insostenibile da entrambe le parti.

Sul lato delle forze di polizia, il provvedimento appena approvato prevede l’assunzione straordinaria di 1.000 unità di personale per quest’anno, 500 per il 2025 e il 2026. A questi vanno aggiunti 20 nuovi dirigenti penitenziari, in linea anche con gli obblighi di innovazione ed efficientamento del PNRR.

Questo rappresenta di certo un leggero sollievo per le guardie dei penitenziari, sempre in ottemperanza al sostegno garantito dal governo Meloni a chi indossa una divisa (basti pensare al silenzio che ha riguardato tanti casi di abusi svoltisi negli ultimi anni). Nulla, invece, viene fatto per i carcerati.

Per dare un altro dato, nel 2023 il 57,5% degli 8.000 ricorsi presentati per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per trattamenti umani e degradanti sono stati accolti dalla magistratura di sorveglianza. In genere, questi procedimenti riguardano la mancanza dello spazio minimo vitale.

In un dossier pubblicato di recente dall’Associazione Antigone, che si occupa del sistema penitenziario italiano, viene calcolato che il tasso di affollamento delle carceri è del 130,4%. “In 56 istituti penitenziari, oltre un quarto di quelli presenti in Italia, il tasso di affollamento è superiore al 150% con punte di oltre il 200%”, tra cui Canton Mombello.

Anche gli Istituti Penali per Minorenni ormai registrano la saturazione dei posti disponibili. La soluzione di un albo di strutture per l’accoglienza e il reinserimento è stata criticata persino da Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza.

Si tratta semplicemente di spostare i detenuti da un luogo a un altro. La Pozzi ha commentato: “si vogliono forse riproporre spazi simili ai Centri di permanenza per i rimpatri degli immigrati, che sono dei veri e propri luoghi di segregazione e come tali, disumani?”

Questo è quello che porta una cultura giuridica fondata sul securitarismo e sulla punizione invece che sull’emendazione del reato. E non si può di certo pensare che la soluzione sia semplicemente fare più carceri, come se il tema fosse come spedire quanta più gente possibile dietro le sbarre.

Del resto, in carcere ci si va non perché vi è una lombrosiana predisposizione a essere dei criminali, ma perché il sistema non offre altre alternative a delinquere. Basti pensare che al 2021 solo il 38% delle persone detenute era alla prima carcerazione, il 62% invece ne aveva già un’altra alle spalle, con un tasso di recidiva altissimo.

Patrizia Gonnella, presidente di Antigone, ha dichiarato: “il sovraffollamento non è dovuto a cause naturali ma è il frutto di politiche governative. Quelle a cui abbiamo assistito nei primi due anni di governo Meloni in tal senso hanno avuto un ruolo nella crescita delle presenze in carcere con il considerevole aumento del numero di reati e un inasprimento delle pene per molte fattispecie”.

“Il sistema penale viene utilizzato a scopo di ottenere consensi nel breve periodo e la situazione potrebbe peggiorare se fosse approvato il ddl sicurezza, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati, che contiene al suo interno numerose norme di carattere penale. Tutti questi provvedimenti hanno tra loro un filo comune: colpiscono la marginalità sociale e le persone che per la loro condizione economica e sociale sono già più a rischio nel commettere reati”.

C’è poco da aggiungere. Sulla tragedia dei suicidi in carcere il governo sta facendo la sua propaganda, con qualche marchetta aggiunta.

Fonte

01/07/2024

Suicidi in carcere. Sentenze non scritte di pena di morte e gli ergastoli percepiti

“Nel mio caso non era il carcere, intesa come Istituzione Totale, era il carcere intesa come situazione esistenziale totalizzante: qualcosa che polverizzava più il futuro, che il presente. Provare a uccidermi era il mio unico atto di liberazione possibile rispetto a me stesso, ai miei errori, a tutto quello che avevo perso e che sapevo non avrei mai più ritrovato. Non era la claustrofobia della cella, ma il freddo nel guardarmi, nel giudicarmi, nell’incapacità di immaginarmi in un futuro vivibile. L’ergastolo, non come sentenza di un giudice, ma come destino che vede nella morte l’unico fine pena possibile.”

Ponticelli pallida madre: è la sintesi della vita di Angelo, dentro e fuori dalle relazioni di amore, di famiglia, di lavoro, di socialità. Dentro e fuori dal carcere, dalle comunità, dalle dipendenze. Un dentro e fuori che come un’altalena ha cancellato la progressione del tempo, arrivando a confondere ogni suo passato bruciato, con ogni orizzonte di futuro. Così questo pendolare lo ha condotto ad essere un balordo, senza esserlo. Un bastardo, pur volendo essere padre, figlio e marito esemplare. Un detenuto, un ergastolano: anche quando era a piede libero si portava questo nero nell’anima fatto di ferro e di paura.

“È come vivere la vita di un altro, ma farlo talmente tanto in fretta da non accorgersene. Fino a ritrovarsi in una cella schifosa e a non avere nessuna voglia di uscire, proprio perché la prigione è quella che hai al cervello e non solo quella delle sbarre.”

Angelo non riuscì ad uccidersi. Non ne ebbe il coraggio, meglio, non ci ha provato con grande convinzione. I tentati suicidi hanno molteplici meccanismi, assai poco sintetizzabili, ma due categorie si possono comunque tentare di tracciare: a) i falliti suicidi, b) i suicidi troppo timidi per essere realmente suicidi. Angelo, sempre secondo me, appartiene alla seconda categoria: una specie di volerlo fare per dire a sé stesso e agli altri di averci provato.

Un urlo, più che un gesto: un urlo, però, che a volte uccide lo stesso. Dopo il carcere è stato qualche anno in comunità, ma una volta fuori ha ricominciato la fetente vita di sempre. Poi il fantasma di sé stesso gli ha chiesto nuovamente il conto e, guarda caso, sempre dentro una cella buia di una prigione. “Vuoi vivere o vuoi morire? Decidi, ma senza rompere le palle al mondo”, si senti dire una mattina da una vocina acida nel suo cervellino alienato. È vivo ed è un ottimo amico.

40 suicidi in carcere quest’anno. 1 ogni 3 giorni. 85 nel 2022. 70 nel 2023. Atti di autolesionismo quotidiani. Ma anche altro: morti provocate da auto annientamento dovuto alla atarassia, quel lasciarsi andare che nessuna autopsia può diagnosticare e nessuna statistica conteggiare. Perché?

“Non ti vedi più. Questo è il problema. Il passaggio stretto della detenzione è crudele, vero, ma è la ferocia con la quale si cancella ogni avvenire possibile che ti annienta. Io, ad esempio, in carcere come in comunità stavo bene, anzi, trovavo anche equilibrio e interessi. Fuori non ho mai letto, neanche un fumetto, invece quando sono “chiuso” riesco a leggere tantissimo. Pensa che, ancora oggi, per leggere mi chiudo da qualche parte. Il mio guaio è che non riuscivo ad immaginarmi altro che quello. Quando ho provato ad uccidermi non reggevo più me stesso, non è che non reggevo il carcere. Non reggevo questa specie di mio ergastolo universale, circolare, forse frutto di una sentenza scritta anche da me, o dalla società e non da un giudice, ma comunque qualcosa che mi opprimeva, mi toglieva il respiro. Un ergastolo del cuore, del sentire, del dovere essere per forza lo sbandato violento e stupido. Non reggevo più questo orrore. La morte, il tentare di uccidersi, diventa scelta minima, quasi come comprarsi o no un gelato in casi come il mio. Diventa una delle opportunità concesse. Non sentivo di valere nulla per me e per nessuno: la cella, con i suoi riti e ritmi, ti sbatte in faccia ogni istante quanto sei meschino, fragile, inutile. La morte ti salva da te stesso, non dalla galera.”

Gli studiosi descrivono le Istituzioni Totali, chi pro o contro, sono d’accordo però nell’individuare queste “strutture” in luoghi ben precisi, con burocrazie ben definite. Una diagnosi, una sentenza, o altro che corrispondono a luoghi fisici: carcere, ospedale, manicomio, comunità e altri. Quello che stupisce, però, è che queste definizioni non spiegano i meccanismi che azionano i tanti suicidi, perché di per sé la situazione di deprivazione spiega solo una minima parte del fenomeno.

Dietro i suicidi in carcere, invece, si dovrebbe parlare di Istituzioni Totalizzanti, traslare quindi il concetto detentivo, dal luogo dove viene effettuata, alle implicazioni emotive che comporta che, in questo, non sono intrinseche nel luogo, quanto nelle elaborazioni mentali che quel luogo spinge a fare. Implicazioni che vanno ben oltre le misure restrittive della detenzione.

Contesti sociali di appartenenza, traumi fatti o subiti, alienazioni perpetue, dipendenze croniche, mancanza di stimoli e prospettive professionali, stigma e tantissime criticità che provocano i suicidi tra le mura carcerarie, vero, ma si riferiscono direttamente a contesti che non sono in quei luoghi, che sono nel ricordo o nell’orizzonte di un futuro che si percepisce impossibile o di un passato indigeribile. Angelo, ad esempio, sovrapponeva le condizioni estreme della vita carceraria, con il suo “fuori” altrettanto estremo. Era, a suo dire, l’oscillazione devastante tra questi due dentro che lo stava portando al creatore.

Mentre spesso l’attenzione dei media si concentra sulle condizioni carcerarie che, per quanto orribili, da sole non spiegano questa mattanza, anche perché spesso si ci uccide a inizio o a fine pena e, ancora, durante detenzioni non lunghissime. L’ergastolo percepito da Angelo è fatto di entrambe queste detenzioni e, per quanto orribile dirlo, è una sensazione che scaturisce dalle sentenze non scritte di inutilità e marginalità perpetua che la società emette e che, in qualche modo, il carcere tira fuori.

Non è un caso, quindi, che si eseguono queste condanne a morte non scritte, perlopiù nei giorni comandati: ad agosto, come nelle festività. Non perché con il caldo manca l’aria condizionata o a Natale il banchetto di famiglia, quanto perché sono giorni in cui il cervello del condannato si sposta in altri luoghi, quelli della memoria e dei bilanci: sono questi due macigni che spingono al gesto estremo.

Poi è anche vero che la brutalità della vita detentiva fa deflagrare ogni malessere ma, di fondo, agisce su psiche turbate, dove le torsioni della prigionia scavano solchi che solo un diritto reale alla tenerezza, oltre che ad un reinserimento sociale, può lenire.

Una volta Angelo mi disse che da quel buio una mano lo aveva afferrato per i capelli e tirato fuori. La cosa mi fece scoppiare a ridere: Angelo è calvo. Però, stabilito di voler vivere, dovette chiudere con entrambe le detenzioni e uscito da Poggioreale cambiò tutto, anche rispetto alla detenzione del suo fuori. Casa, abbigliamento, giri sociali, abitudini, numero del telefono, rapporti con la famiglia: uno tsunami identitario forzato, forse frutto di disciplina, ma che fino ora gli ha salvato la vita.

Del resto il detenuto 7047 delle galere fasciste, Antonio Gramsci, per salvarsi dalle trasformazioni molecolari che la vita detentiva gli imponeva, si diede una disciplina ferrea. Quel “per sempre”, che si impose scrivendolo in tedesco, che indicava un’attenzione intellettuale verso il suo Io di fuori, il suo Io identitario, senza cadere nelle trappole delle maschere dell’imprigionato, della ossessione verso sé. Gli stessi “Quaderni” sono frutto di questa auto disciplina da contrappore alla disciplina fascista: una Resistenza.

Così negli ergastoli “percepiti” della modernità turbocapitalista bisogna dare come implicite le pene accessorie non scritte che traslano il carcere, da luogo fisico, a luogo dello spirito: dove l’annientamento non è dato dalla detenzione brutale, ma dalle implicazioni che questa imprime a fuoco nei cervelli dei più fragili e nei disfunzionali. Una torsione che, molto aldilà dei reati commessi e dalle sentenze da scontare, può trasformarsi in ergastoli o in pene di morte.

Non resta che opporsi, anche per chi detenuto non è, con una disciplina che rimandi ad altri valori e a futuri possibili. Immagini, forse, ma uniche forme per preservare la Dignità di chi è caduto nelle tante detenzioni della società del consumismo. Resistenza Umana, da contrappore alla tenaglia dei due nero, quello specifico della detenzione e quello sfumato della super alienazione, che vede nella segregazione lo strumento principe per trasformare l’Uomo in altro.

“Comprendere la mia malattia. Accettarla. Mi ha dato la possibilità di creare uno spazio dove non mi sento giudicato. Così ho trovato degli interessi che, ancora oggi, mi isolano dai contesti di degrado nei quali sono cresciuto. Ma devo ricordarmi che sono gli unici che ho e che questa forma di nuova detenzione, che mi auto impongo, mi rende diverso dagli altri.

Oggi posso trascorrere intere domeniche a leggere. Posso giustificarmi del fatto che non vedo mio fratello da anni, perché è ancora dentro i casini e non vuole uscirne. Una specie di egoismo, ma forse è l’unica difesa che ho da quel nero che, storto o morto, ho dentro di me. Arrivare sul confine tra la vita e la non vita ti dà una forza magica: sono l’Angelo che rubava nelle chiese le elemosine nelle cassette dei santi, ma sono anche l’Angelo che oggi è a servizio degli amici e si sta riallacciando gradatamente al genere Umano. Sono entrambe queste cose e guardarmi dall’alto, da quel confine assurdo della voglia di farla finita, mi ricorda chi sono e cosa devo fare per non tornare ad esserlo.

Il carcere, almeno nei miei sprofondi, entra poco: è una piccola parte, nemmeno la peggiore, delle mie prigioni. Però è quella che ha messo a nudo la mia fragilità, spingendomi ai tentati suicidi. Si ci ammazza in carcere perché ci sta un preciso momento in cui si vede con nitidezza quanto si è scesi nella fogna e quanto non ci sia una strada per uscirne. È quello il botto del buio pesto, quello in cui una piccolissima cosa, che sia una scorreggia di un compagno o uno scarafaggio che si aggira sul pavimento che fa esplodere tutto. La rabbia che ti fa bruciare è improvvisa e persino il dolore di tagliarsi o conficcarsi uno stuzzicadenti nella mano ti distrae da quel nero dentro che è talmente solido da ingoiare ogni luce.”

Forse è questo l’errore delle analisi sui suicidi in carcere. Si discute tra la definizione di “dentro” e si contrappone a quella del “fuori”, mentre in realtà molte di queste esistenze oscillano tra due dentro. La Pubblica Opinione si indigna sulle condizioni inumane del dentro stigmatizzando carenza di strutture, sovrappopolamento, carenza di personale eccetera eccetera, mentre spesso è l’assenza di un fuori che spinge all’auto annientamento e al suicidio.

Quel “fuori che aspetta” come elemento principale di sogni, di bisogni, di speranze che nelle vite perdute si liquefano progressivamente in una grammatica dove sparisce il tempo. Passato, Presente, Futuro triturati in un nero che non lascia spazio all’amore.

Quando il detenuto Angelo ha percepito il fermarsi del tempo, del suo tempo, ha anche decretato la sua fine. Il suicidio, secondo me, è il fisiologico esercitare l’ultimo dei propri diritti, quando tutti gli altri sono stati offuscati e non il gesto estremo di non reggere alla detenzione, ma quello di rivendicare una libertà. L’unica libertà possibile. “Ci vuole umiltà e non orgoglio” scriveva Pavese, ma nel caso dei suicidi in carcere ci sta la combinazione di questi due fattori.

“Aprire tutte le prigioni dell’essere affinché l’umanità abbia tutti gli avveniri possibili”

Rubo la citazione di Gaston Bachelard, da “Il bosco di bistorco” il primo libro edito da Sensibili alle Foglie, la cooperativa editoriale messa su, proprio dentro un carcere, da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino: esperienza che va letta proprio in chiave di Resistenza di un Io identitario rispetto alla decomposizione di ogni Io carcerario.

Ma come hai resistito?

“Difficile da spiegare. Penso che sia la capacità, del detenuto o sofferente che sia, di mantenere un filo di comunicazione con sé stesso. Senza recidere quelle specificità proprie che ti mantengono Uomo, quando tutto ti spinge a diventare bestia. Una luce, uno spazio mentale, una piccolissima cosa nella quale si mantiene un margine di Dignità. Quando questo filo sottilissimo si rompe, si entra in una spirale dove alla devastazione delle Istituzioni e della propria stessa vita, si aggiunge un non so ché di cronico, di eterno, di irreversibile che rende la sopravvivenza stessa impossibile.

Gli altri, forse anche in buona fede, tentano invece di legittimare questa discesa verso una omologazione tra la figura del carcerato e il carcere stesso. Una sovrapposizione che cancella ogni speranza, che annega quel che resta di te in una vergogna sorda, invalidante. Il suicidio diventa quindi non l’atto finale di una scelta, ma la conseguenza di una incapacità a reggere l’ergastolo nel cuore e non tanto la detenzione che si sta scontando. Ma il carcere è questo: annientare, non rieducare. Nascondere, non punire. Come ti spieghi, ad esempio, che hanno proibito farina e lievito a Cospito? Come ti spieghi che gli hanno già proibito musica e foto di famiglia?

È la scelta, non tanto del sistema Carcere, quanto della società intera di annullare, piegare, scomporre ogni residuo di Umanità in chi cade, quanto in chi sbaglia. Riuscire a resistere a questi pesi non è dato dalla forza, anzi, ma dalla leggerezza. Essere farfalla, non leone. Poi ci sta, almeno nel mio caso, la creatività: il perdersi dietro un passatempo anche ore, abitudine che rende ogni tipo di detenzione superabile. Non è il solito “adda passà a nuttata”, anzi è volerla vivere, in qualche modo, fino in fondo. Decidere di essere libero. Di essere, contemporaneamente, attore e spettatore della propria tragedia. Io mi sono salvato così: una lettera d’amore a donne che non conoscevo, una poesia che non sapevo decifrare, un sogno che sapevo di non poter vivere. Ma quando si sceglie di continuare a stare al mondo, nonostante ci si senta un numero grigio e si sia palesato dentro l’idea di darsi la morte, bisogna inondare di colori la propria esistenza. Di avveniri possibili, esattamente come dici tu.”

Fonte

13/03/2024

Di Aaron Bushnell si è parlato troppo poco

"Darsi fuoco per Gaza. Aaron Bushnell e il fanatismo religioso, tra devozione e manipolazione", è il titolo di un commento apparso su Huffington Post e dedicato alla recente auto-immolazione del militare statunitense davanti ai cancelli dell’ambasciata israeliana a Washington.

Poche righe sono accessibili ai non abbonati alla testata online, ma il lead sembra offrire la chiave di lettura del profilo, in seguito proposto, di Aaron Bushnell. Vi si legge, infatti, che il venticinquenne autore del drammatico gesto è colui che “ha riportato l’attenzione sulle complessità e i pericoli del fanatismo religioso e soprattutto sulle sue conseguenze” essendo lo stesso “nato e cresciuto all’interno del movimento cristiano estremista Comunità di Gesù, un’organizzazione più volte accusata di essere una setta abusiva”.

Quell’introduzione non ha stimolato in chi scrive l’esborso monetario per la sottoscrizione di un abbonamento al sito dell’organo di informazione online. Il sospetto concreto è che i contenuti poi espressi nell’articolo non dovessero troppo allontanarsi dalla sua impostazione iniziale. Senza eccesso d’immaginazione, è lecito supporre che sarebbero risultati contigui all’orientamento in gran parte sostenuto da Repubblica, principale quotidiano del gruppo GEDI, che certo non lesina spazi e benevolenza verso le posizioni dello stato di Israele.

La cosa però conferma la sintomatica reazione mainstream successiva all’atto auto-immolatorio del giovane originario del Massachusetts, in servizio nei reparti informatici dell’Air Force dal 2020. All’enormità del gesto trasmesso in diretta sulla piattaforma streaming Twitch è corrisposto l’asimmetrico scarso spazio riservato dall’universo mediatico. E pur quando, nella gran parte dei casi, attenzione sia stata rivolta all’analisi dell’accaduto, essa ha inteso screditare qualsiasi accezione politica del gesto.

Lo si è fatto indicando il quadro patologico e il calco psichiatrico impresso dalla soppressione omicida della propria vita, la deformazione derivante da un passato oscuro di fanatismo coltivato dall’autore del gesto, la pericolosità incarnata da questo giovane influencer del male crudele. Come se fosse improvvisamente divenuto fiction il cruento panorama, ora non più inimmaginabile, offerto dalla diffusione globale in tempo reale dei quotidiani massacri compiuti da Israele nella Striscia di Gaza contro civili indifesi, dilaniati, mutilati, squartati.

Sulla morte di Aaron Bushnell si è instaurato un corpus divulgativo compatto, finalizzato a neutralizzare il messaggio di denuncia della vergogna e di collettiva connivenza con il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza.

Preme dunque la ricerca di un significato altro rispetto a quanto così consistentemente diffuso.

“Il mio nome è Aaron Bushnell. Sono un membro in servizio attivo dell’aeronautica americana e non sarò più complice del genocidio. Sto per intraprendere un atto di protesta estremo, ma rispetto a ciò che le persone hanno vissuto in Palestina per mano dei loro colonizzatori, non è affatto un atto estremo. Questo è ciò che la nostra classe dirigente ha deciso essere il nuovo normale”.

Bushnell annuncia con precisione il suo intento mentre un’inquadratura laterale lo riprende diretto al luogo dove poi concluderà la sua vita. Indossa l’uniforme militare (quindi, non incappucciato appartenente a qualche setta o congrega).

Mentre cammina con passo regolare, informa lo spettatore della sua risolutezza nel portare a compimento l’estremo proposito: tutt’altro, dunque, rispetto a crisi isterica o trance mistico-divinatoria. Quello che di lì a poco si consumerà, sarà dunque il punto culminante di una durissima protesta (non un macabro rito propiziatorio).

Con calma, Bushnell sistema poi il dispositivo che continua a riprendere la scena, compie ancora qualche passo allontanandosi da esso, quindi posizionandosi in maniera ben centrata rispetto all’obiettivo che lo filma, inizia a versarsi benzina da una borraccia cospargendo prima il capo, quindi il corpo. Indossa poi, con sarcastica solennità, il berretto coordinato con la divisa, estrae uno zippo e, azionando ripetutamente l’accendino, provoca infine la scintilla che avvia le fiamme.

È l’apice della protesta condotta nel fuoco che inizia ad avvolgerlo: quel Free Palestine! urlato più volte prima che il giovane cadesse al suolo esanime e annerito non si era mai sentito così veemente nel grido di un cittadino del nord del mondo. Ridicola, nauseante la scena col corpo a terra controllato dalla pistola puntata su di lui da un addetto dell’ambasciata durante il tentativo di estinguere le fiamme da parte di alcuni accorsi. Bushnell morirà di lì a poco.

Darsi alle fiamme comporta una morte particolarmente orrenda: non è rapida, istantanea. Appare particolarmente disumana con le tracce di resti non più identificabili, carbonizzati. È soprattutto violenta. Di una violenza politica che si colloca ben al di sopra della semplificazione ipocrita che tale gesto addita quale apice di fanatismo o disgustoso esempio da stigmatizzare e occultare a giovani indifesi.

Della natura vitale e politica di un sacrificio v’è spiegazione solida nella risposta che lo scrittore e intellettuale Ghassan Kanafani propose a un giornalista qualche tempo prima di rimanere vittima dell’attentato del Mossad che lo uccise a Beirut.

“Certamente la morte significa tanto. L’importante è sapere perché il proprio sacrificio, nel contesto dell’azione rivoluzionaria, è espressione della più alta comprensione della vita e della lotta per rendere degna la vita di un essere umano. L’amore per la vita di una persona diventa amore per la vita delle moltitudini di cui si compone il suo popolo e rifiuto del fatto che la loro vita continui a essere piena di miseria, sofferenza e difficoltà. Perciò, la sua comprensione della vita diventa virtù sociale, in grado di convincere il combattente militante che il suo sacrificio è riscatto della vita del suo popolo. Questa è la massima espressione dell’attaccamento alla vita”.

L’auto-immolazione di Aaron Bushnell è atto politico e come tale è da interpretarsi. Si tratta di una violenza simbolica eseguita sul proprio corpo, non su quello altrui. Non è né un suicidio nichilista, né assimilabile a quello dell’attentatore che, oltre se stesso, uccide altri.

Sgombriamo il campo dallo stigma sommario di chi ha voluto individuare sola ripugnanza del gesto perché, in quanto tale, compromettente gli assetti narrativi, borghesi e paternalisti, messi a punto e consolidati dal sistema. E puntiamo dunque dritti alla ricerca del rilevante atto politico di questo pubblico sacrificio di sé così maldestramente oscurato dai media e ben distinto dal comune senso di condanna emergente invece nell’opinione pubblica quando a suicidarsi è un attentatore.

Sondare la sfera in cui matura la significatività politica del drammatico gesto di Bushnell è atto a lui dovuto. Ed è dovuto per l’agghiacciante, sorprendente, decisione contenente fino all’agonia il sonoro urlo, il più politico possibile, di “Palestina libera” in evidente contrasto col silenzio assordante del nord globale, adeguato, muto sfondo d’accompagnamento all’assassinio quotidiano di un popolo vittima di un’azione genocida.

“Desidero che i miei resti vengano cremati. Non desidero che le mie ceneri vengano disperse o che i miei resti vengano sepolti, perché il mio corpo non appartiene a nessun posto in questo mondo. Se arriverà il momento in cui i palestinesi riprenderanno il controllo della loro terra, e se le popolazioni native di quella terra fossero aperte a questa possibilità, mi piacerebbe che le mie ceneri fossero disperse in una Palestina libera”.

Sono le ultime volontà di Bushnell. Come si può negare volontà politica al gesto che si dà in un quadro biopolitico con l’espressione di una violenza che si oppone a quella del sovrano disciplinante? È lo stesso informatico dell’aviazione statunitense a denunciare lucidamente la responsabilità del governo nella normalizzazione della violenza, tant’è che già nel dicembre scorso vi era stato analogo tentativo di auto-immolazione da parte di una donna in protesta nei pressi del consolato israeliano di Atlanta.

L’auto-immolazione di Aaron Bushnell sfida radicalmente l’autorità assoluta del sistema in cui lui stesso opera, compiendo l’atto estremo e forse più potente nelle mani del singolo resistente alla concezione imperialista occidentale. E ciò avviene proprio nel momento in cui il biopotere di sistema si esprime con la peggior ferocia necropolitica dispiegando a livello globale tutto il suo apparato di guerra.

Una ferocia che si traduce aggressiva e sanguinaria nel tentativo estremo di difesa della sua egemonia, della sua rendita sui vari piani di conquista geografica, militare, logistica, dello sfruttamento di uomini e risorse, finanziaria, antropologica e sociale.

E dunque cosa è più simbolico per Bushnell del proprio corpo che acquisisce autorevolezza di agenzia politica capovolgendo il rapporto che l’homo sacer ha con la legge? Si badi, ciò che conta per Bushnell (e che elude in pieno lo spiccio giudizio del moralista leguleio) non è l’essere “politico” nel momento in cui decide di eseguire la propria auto-immolazione.

Ciò che conta sono le interpretazioni successive alla sua auto-immolazione. Dunque, Bushnell è consapevole del fatto che, per raggiungere quel fine politico, il suo gesto non può che essere performativo. Per dirla con Judith Butler il corpo non è semplice materia ma incessante materializzazione di possibilità e l’atto del soldato di un esercito vergognoso richiede perciò la presenza di pubblico allo scopo di propagare potenza politica.

Nel caso di Bushnell, vi è poi il dettaglio scientifico dell’inequivocabile, integrando anche, nel punctum immagine dell’uomo che muore tra le fiamme, l’elemento di struttura capitalista e istituzionale rappresentato dallo sfondo dell’ambasciata israeliana davanti alla quale si compie il suo sacrificio.

Se vogliono avere effetto politico duraturo, è presumibile che le auto-immolazioni non si abbiano in un luogo isolato, ma compiute di fronte a spettatori. L’immagine di Bushnell avvolto dalle fiamme mentre urla più volte Free Palestine! devolve dunque il suo vettore politico alla narrazione che debba farsi a partire da essa.

La scaturente lotta politica sull’interpretazione dell’immagine è dunque fuori dal controllo di chi si immola: è il suo lascito. Privo di significato politico, quell’atto sarebbe ciò che in tanti preferiscono ravvisare a tutela della propria posizione di rendita, di uno status quo per impedire il conseguente rinculo di biopotere. Ed è per questo che troppo poco si è detto su Bushnell.

Quel poco frettolosamente diretto a identificare il gesto alla stregua del suicidio egoista, del frutto di una malattia mentale, dell’atto del fanatico, dell’esempio deprecabile da oscurare per la sua pornografia.

Non è obiettivo di queste riflessioni trasferire la rilevanza politica del gesto nella creazione dell’icona eroica e necropolitica che mancava. Quella, semmai, è servita a potenti e cortigiani per ridurla a una scoria antisemita, del fanatismo.

Bushnell ha compiutamente collocato il suo gesto nel solco di verità troppo a lungo taciute in un occidente poco o per nulla consapevole del sacrificio secolare e insanguinato dei palestinesi. In senso politico aderendo a ciò che Michael Biggs ascrive all’auto-immolazione nel suo effetto generativo a impegnarsi di più nella causa da parte di tutti. Il bios rilanciato, vitale proprio come nella suggestione di Kanafani dove sacrificio è riscatto.

Fonte

28/02/2024

“Non voglio essere complice di un genocidio”. Morto il militare Usa che si è dato fuoco

È morto in ospedale Aaron Bushnell, il militare in servizio attivo dell’aeronautica degli Stati Uniti che domenica 25 febbraio si è dato fuoco davanti all’ambasciata d’Israele a Washington per protestare contro il genocidio a Gaza.

In un video ottenuto dall’emittente televisiva statunitense CNN, il militare afferma di chiamarsi Aaron Bushnell, e di non voler più “essere complice di un genocidio”.

Prima di darsi fuoco, l’uomo ha affermato che la sofferenza che sta per avvertire “è minima rispetto a quella dei palestinesi”. Nel video si vede il militare in divisa poggiare la videocamera al suolo, cospargersi di un liquido infiammabile e darsi fuoco. Prima di collassare, l’uomo ha gridato più volte “Palestina libera”. Gli agenti di polizia sono intervenuti poco dopo con degli estintori per estinguere le fiamme ma non è servito.

Domenica la portavoce della Forza aerea Usa, Rose Riley, aveva confermato alla CNN che “un aviere in servizio attivo è stato coinvolto nell’incidente di oggi”.

È la stessa CNN a ricordare che un episodio simile si è verificato nel mese di dicembre, quando un uomo si è dato fuoco all’esterno del consolato israeliano ad Atlanta in quello che la polizia locale ha definito “un atto estremo di protesta politica”.

La protesta estrema dell’aviere Bushnell in servizio attivo nell’aeronautica militare Usa arriva “mentre aumentano i membri dell’amministrazione Biden che hanno espresso la loro frustrazione per come gli Stati Uniti hanno gestito la loro risposta all’operazione militare di Israele a Gaza” scrive il giornale statunitense Politico.

“Non posso rimanere in silenzio mentre questa amministrazione chiude un occhio sulle atrocità“, ha scritto un alto funzionario dell’amministrazione in una lettera di dimissioni a gennaio.

Difficile affermare se la drammatica foto di Aaron Bushnell che si dà fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington diventerà iconica come quella del bonzo vietnamita che fece altrettanto per protestare contro la guerra in Vietnam.

Gli apparati ideologici israeliani faranno di tutto – negli Usa e fuori – per impedirlo, ma rimane il fatto che questo gesto estremo è avvenuto nella capitale degli Stati Uniti e davanti l’ambasciata di Israele.

La Casa Bianca ha continuato a sostenere militarmente e politicamente Israele durante la guerra, limitandosi a chiedere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di fare qualcosa di più per proteggere i civili palestinesi.

Il recente ed ennesimo veto posto dagli Stati Uniti in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro la risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco a Gaza aveva scatenato un’ondata di indignazione verso l’amministrazione Biden, probabilmente molto più estesa e profonda di quanto la politica ufficiale della Casa Bianca è riuscita a immaginare.

Fonte

17/01/2024

Il primo dovere di un giornalista

Avvertenza: questo pezzo è sconsigliato ai fruitori di politicamente corretto. Come usa fare sui social, mi scuso se impegno i neuroni dello stimato pubblico per più di dieci secondi.

Parliamo di Sant’Angelo Lodigiano. Giovanna Pedretti, ristoratrice, si uccide nel fiume Lambro dopo avere pubblicato una recensione con suo commento a un cliente indignato per avere cenato accanto a un gay e a un portatore di handicap.

Il botta e risposta, interamente a firma della signora Pedretti, procura gloria social-mediatica alla ristoratrice che difende i gay e i portatori di handicap e si guadagna così una convocazione dei carabinieri, partiti in caccia del recensore infame.

In caserma le cose iniziano a guastarsi. Durante il terzo grado, la signora non riesce a fornire elementi sull’identità del cliente e passa dalla parte del torto, anche perché c’è chi si prende la briga di smascherare il botta e risposta con un’operazione che in lingua globale si chiama debunking.

Il ritrovamento del corpo di Giovanna Pedretti nel fiume Lambro rovescia il vento social contro la coppia di debunkers Biagiarelli-Lucarelli, il che farebbe pensare a una sorta di contrappasso dantesco o, più terra terra, ai pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati.

A valle del Lambro di inchiostro impegnato sulla vicenda, viene da dire che tutto questo poteva essere evitato applicando le antiche, ciniche, sane regole del giornalismo.

Quello che accade in una pizzeria di Sant’Angelo Lodigiano, o di Molfetta, o di Caianiello, è oggetto di cronaca nazionale dalla strage in su.

Se il primo che usa la parola gay o persino frocio su quell’immensa parete di cesso pubblico chiamata social finisce sul Tg nazionale di una rete Rai, il giornalista ha rinunciato al suo dovere principale. Che non è quello di verificare la veridicità di una notizia, quello viene dopo. Il dovere principale è di giudicare se la notizia, vera o falsa si vedrà in seguito, è di pubblico interesse.

Esempio. Se a un quidam e populo parte un colpo di calibro 22 a Capodanno e c’è un ferito molto lieve in quel di Rosazza, 97 abitanti in provincia di Biella, esce un pezzo in cronaca locale. Forse.

Se il quidam e populo risulta essere un deputato del partito di maggioranza relativa, cambia tutto e si è visto con l’onorevole Emanuele Pozzolo di FdI.

È così semplice? Sì.

La differenza tra il giornalista e il non giornalista è nella responsabilità, si suppone acquisita con pratica e studi, di definire il pubblico interesse. Quindi, di selezionare quello che va pubblicato e quello che non va pubblicato. È un potere enorme? Lo è. È eccessivo? Probabilmente. Ma l’alternativa è la spazzatura indifferenziata che sta sommergendo l’informazione.

Un cronista può sbagliare, come sbagliano un medico, un giudice, un idraulico. Può sbagliare con conseguenze gravi ed è giusto che paghi.

Ma se rinuncia al suo dovere primario, non può fare il giornalista.

Fonte

15/04/2023

Tunisia - Scontri tra popolazione e polizia dopo il clamoroso suicidio di un calciatore

Per molti aspetti la vicenda ricorda quella di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante che il 17 dicembre del 2010 si diede fuoco per protesta e innescò la “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia. In questo l’autore della clamorosa e letale protesta è però una personalità famosa: il calciatore professionista Nizar Issaoui, di 35 anni.

L’agenzia Nova riferisce di duri scontri tra polizia e dimostranti scoppiati nella notte di giovedì nella città di Hafouz, nella parte centrale della Tunisia, dopo la morte del calciatore Nizar Issaoui, deceduto per le gravi ustioni riportate dopo che si era dato fuoco per protesta contro le accuse di terrorismo che gli sono state contestate.

A riferirlo è l’emittente radiofonica privata tunisina “Mosaique FM”, spiegando che i manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze di sicurezza che hanno risposto con gas lacrimogeni.

Nizar Issaoui, classe 1985, era una punta centrale con 14 reti all’attivo nel Championnat de Ligue Professionelle, il massimo livello del campionato tunisino di calcio, vestendo, tra le altre, le maglie dell’Us Monastir, de La Palme Sportive Tozeur e della EGS Gafsa.

Il calciatore si era auto-immolato in diretta Facebook lunedì sera, 10 aprile, davanti al distretto di polizia di Hafouz, dove si era recato per denunciare un aumento fraudolento dei prezzi della frutta, ma era finito per essere stato accusato di presunto coinvolgimento in un atto terroristico non meglio precisato.

“Volevo attirare l’attenzione della polizia sulla violazione di un commerciante, che vendeva banane per dieci dinari al chilogrammo. Ma sono stato punito, mi hanno accusato di terrorismo e mi hanno coinvolto in un caso con cui non avevo niente a che fare”, affermava il calciatore nel video su Facebook, mentre diverse persone, tra cui anche familiari, provano a dissuaderlo.

Nella notte di giovedì, i manifestanti di Hafouz, città di origine del calciatore deceduto, hanno lanciato pietre contro le unità di sicurezza che hanno risposto con gas lacrimogeni. Il fratello dell’atleta, riporta “Mosaique FM”, ha accusato gli agenti di polizia di aver spruzzato un “gas paralizzante” sul calciatore, circostanza che avrebbe portato a ustioni ancora più gravi.

L’episodio ha avuto luogo mentre la Tunisia deve far fronte alla peggiore crisi economica e finanziaria dopo la rivoluzione del 2011.

L’economia tunisina è stata infatti gravemente colpita dalla guerra in Ucraina, che ha ampliato il disavanzo delle partite correnti, dal rallentamento indotto dal coronavirus, dall’elevato debito e dal deterioramento delle finanze. Il tasso d’inflazione in Tunisia è salito al 10,4 per cento a febbraio 2023, rispetto al 10,2 per cento nel gennaio 2023, in base agli ultimi dati pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica.

Parallelamente, a febbraio scorso, il presidente della Repubblica Kais Saied aveva condotto una vasta campagna di arresti di politici, uomini d’affari e giornalisti accusati di aver “cospirato contro la sicurezza dello Stato” dall’interno e dall’esterno del Paese. Oltre a esponenti e leader politici islamisti, aveva colpito l’arresto proprio di Noureddine Boutar, il direttore di “Mosaique FM”, la radio indipendente più ascoltata del paese.

Fonte

21/08/2022

Guerra in Ucraina - Attentato mortale a Mosca

La guerra sul campo in Ucraina si allarga alla “guerra sporca” nelle retrovie attraverso il terrorismo. Una bomba collocata sull’automobile ha ucciso alla periferia di Mosca Darya Dugina, 30 anni, commentatrice politica e figlia di Oleksandr Dugin il controverso ideologo del neonazionalismo russo. Dugin è stato definito dai media occidentali come uno degli ispiratori della politica estera di Vladimir Putin, mentre la stampa russa lo considera da tempo una figura ormai marginale per le sue opinioni “ritenute troppo radicali anche dai nazionalisti”.

L’esplosione mortale è avvenuta verso le 21:45 locali nei pressi del villaggio di Velyki Vyazomi, a circa 20 chilometri a ovest di Mosca.

Al momento, l’ipotesi più probabile è che si sia trattato di un attentato: secondo alcune fonti lo stesso Dugin avrebbe dovuto trovarsi in auto con la figlia, commentatrice televisiva, ma alla fine aveva deciso di viaggiare su un’altra vettura. Padre e figlia avevano da poco preso parte a un evento culturale e avrebbero deciso solo all’ultimo momento di non salire a bordo della stessa automobile.

Peter Lundstrem, un partecipante al festival della Tradizione, in un’intervista a Izvestia ha suggerito che coloro che hanno fatto esplodere l’auto in cui viaggiava Daria Dugin potrebbero aver preparato un attentato alla vita di suo padre. Ha spiegato che Dugin avrebbe dovuto viaggiare nell’auto esplosa, ma ha deciso di salire su un’altra auto. Le autorità giudiziarie, riporta l’agenzia russa Sputnik, hanno aperto l’indagine per omicidio.

Diversi esponenti politici russi e delle Repubbliche del Donbass accusano il governo ucraino di aver commissionato l’omicidio di Darya Dugina. Il leader della Repubblica di Donetsk, nel Donbass, Denis Pushilin, ha apertamente accusato l’Ucraina: “Vigliacchi infami! I terroristi del regime ucraino, nel tentativo di eliminare Aleksandr Dugin hanno fatto saltare in aria sua figlia. Era una vera ragazza russa!”, ha scritto su Telegram.

Darya Dugina, come suo padre, era oggetto di sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro Usa come direttrice del sito United World International (Uwi), accusato di disinformazione.

Sergei Aleksandrov, un amico della defunta, ha dichiarato alla Izvestia che la donna aveva ricevuto minacce in precedenza ed ha indicato come principali nemici di Darya Dugina “i rappresentanti della lobby liberale, la lobby anti-russa”.

*****

Sul fronte della guerra sporca si segnala che a Kirovograd, il capo del dipartimento SBU (il servizio segreto ucraino,ndr) per la regione di Kirovograd, il tenente colonnello Alexander Nakonechny, si è suicidato. L’ufficiale di carriera del controspionaggio nella tarda serata di ieri, secondo i media ucraini, si è fatto saltare le cervella con la sua arma d’ordinanza.

Si apprende intanto che due soldati albanesi sono rimasti feriti in uno scontro con due cittadini con passaporti russi e uno ucraino che hanno tentato di entrare in una struttura militare a Gramsh nell’Albania centrale, ha affermato domenica il ministero della Difesa albanese in una nota. “Tre cittadini con passaporto russo e ucraino hanno cercato di entrare nella fabbrica”, si legge nella nota.

“I soldati che stavano a guardia dell’impianto hanno reagito immediatamente, ma durante i loro sforzi per fermare i tre cittadini stranieri, due dei nostri soldati sono rimasti feriti”, ha aggiunto. Tutti e tre i cittadini stranieri sono stati posti agli arresti.

Le autorità hanno detto che la polizia militare, insieme alle agenzie di intelligence e antiterrorismo, si è precipitata sul posto per indagare sull’incidente.

Fonte

07/10/2021

Marx può aspettare. Di Marco Bellocchio

Recensione a cura di Sergio Dalmasso

Marco Bellocchio è stato, a metà anni ’60, con il primo Bernardo Bertolucci e le prime opere dei fratelli Taviani, il regista più politico della nuova generazione di cineasti che interpretava (come il free cinema inglese e in modo più “politico” della nouvelle vague francese) aspirazioni, rabbie, contestazioni, anticonformismi, spinte proprie di quel decennio.

I pugni in tasca (1965) dramma psicologico, dissacrazione della borghese vita di provincia e della famiglia, lo pone all’attenzione internazionale. Seguono La Cina è vicina (1967), documentari politici, legati alla sua militanza nell’Unione dei comunisti, film che svolgono un discorso complessivo sulle istituzioni (ancora la famiglia, la stampa, l’esercito, i manicomi...). L’incontro con il discusso psicanalista Massimo Fagioli produce numerose opere in cui l’introspezione psicologica prevale, anche a scapito della qualità. Ancora L’ora di religione (2002), Vincere! (2009) sulla vicenda di Ida Dalser e del figlio avuto da Mussolini, l’attenzione al tema dell’eutanasia che parte dal caso di Eluana Englaro, sino a Il traditore (2019) su Tommaso Buscetta (splendida l’interpretazione di Pierfrancesco Favino).

È recente, al festival di Cannes, l’assegnazione della Palma d’oro alla carriera che ha coinciso con la presentazione di Marx può aspettare, un documentario “familiare” che fa luce su tante sue opere.

Quanto resta della famiglia Bellocchio si incontra nel dicembre 2016. A distanza di tanti anni, riemerge il dramma familiare di cui mai si era parlato apertamente: il suicidio di Camillo, fratello gemello di Marco, il 27 dicembre 1968. Le interviste che compongono il film, le fotografie, le immagini “autobiografiche” di numerosi film permettono una confessione collettiva, il riemergere di quanto è stato rimosso per decenni.

Ricompaiono la figura della madre, cattolicissima, ossessionata dalla religione e dal timore dell’Inferno (chiari i riferimenti ne I pugni in tasca e ne L’ora di religione) e del fratello Paolo schizofrenico (il bestemmiatore violento de L'ora di religione), vi è la figura della figlia sordomuta che partecipa alla confessione collettiva, ritorna il ricordo del padre, scomparso prematuramente.

Il senso di colpa aleggia su tutti, per avere sottovalutato il dramma del fratello, la profondità del suo malessere. Su Piergiorgio, allora impegnato nella prestigiosa attività politico-culturale dei “Quaderni piacentini”, su Marco regista di successo che non comprende come il confronto con il gemello, privo di un ruolo, possa avere pesato drammaticamente su di lui. Fra i sospesi, il non avere risposto ad una lettera in cui Camillo gli diceva di voler fare del cinema. La disattenzione dei due fratelli, la scarsa stima per chi non aveva avuto successo, i risultati del regista e il prestigio intellettuale di Piergiorgio, possono avere contribuito alla scelta del suicidio? Il titolo del film nasce da una risposta di Camillo a Marco che gli proponeva, in pieno ’68, la militanza politica rivoluzionaria e l’immersione nei problemi collettivi anche come risoluzione del disagio personale. Marx – appunto – può aspettare. Pesano maggiormente, sino all’annullamento, le contraddizioni individuali e personali. Il senso di colpa aleggia in modo diverso sul fratello Alberto, per anni sindacalista (ancora qualche riferimento ne La Cina è vicina) e nella sorella Letizia che spera in una vita dopo la morte per potere reincontrare la famiglia.

Confessa il regista: mi sono accorto che era l’ultima occasione per fare i conti con qualcosa che era stato nascosto. Ora mi sento liberato, non assolto.

Con questo film, Bellocchio abbandona le metafore, i riferimenti del cinema di finzione (si pensi al suicidio del fratello al centro del discutibile Gli occhi, la bocca). La confessione è totale, profonda anche se razionalizzata, possibile nell’incontro collettivo in cui si ragiona su Quel manicomio che era la nostra casa, dove ognuno ragionava per se stesso.

Fonte

02/10/2021

USA - Il costo umano del militarismo

I suicidi fra le truppe statunitensi sono aumentati del 15% nel 2020 rispetto all’anno precedente, una tendenza preoccupante che ha costretto il Pentagono a moltiplicare le iniziative per combattere il fenomeno. Nel 2020 580 soldati sono morti per suicidio rispetto ai 504 del 2019, secondo i dati del Congresso e del Dipartimento della Difesa. Nel 2018, ci sono stati 543 morti suicidi tra le truppe. Nei rapporti non ci sono spiegazioni sui motivi del calo avvenuto nel 2019 e poi seguito da un aumento notevole nel 2020.

La maggior parte dei militari che si sono tolti la vita sono giovani arruolati da poco. L’ esercito ha registrato il picco di suicidi in particolare fra i suoi soldati stanziati nelle basi dell’Alaska. In quei luoghi il freddo raggiunge temperature di meno 60 gradi, a cui si aggiungono il ritmo serrato dell’addestramento, l’isolamento geografico e sociale, il costo della vita alto, l’abuso di alcol e i disturbi del sonno causati dalla luce che passa dalle 4 ore al giorno in dicembre fino alle 21 ore di giugno. Tutti fattori che hanno creato problemi per la salute mentale negli elementi più giovani fra i militari.

Una ricerca del 2019 condotta nella base di Fort Wainwright, sotto il comando dell’Us Army Garrison Alaska, ha rilevato che il 10,8% dei militari aveva manifestato idee di suicidio. I soldati hanno anche espresso preoccupazione per il cibo fornito e il problema (che riguarda un terzo del campione) della mancanza di soldi per comprare alimenti di qualità. Un altro elemento denunciato concerne la distanza e i costi per le famiglie che vogliono raggiungere i ragazzi in servizio, visite quasi del tutto azzerate durante la pandemia da covid. Il generale dell’esercito Mark Milley ha dichiarato, testimoniando dinanzi alla Commissione della Camera che si occupa delle forze armate, che di sicuro il ritmo dell’addestramento ha influenzato il tasso di suicidi tra le truppe. L’esercito ha speso più di 200 milioni di dollari negli ultimi anni per migliorare la qualità della vita e prevenire il suicidio nelle sue basi in Alaska.

Nel rapporto del 2019 i funzionari dell’esercito hanno prescritto una serie di rimedi che vanno dalle tende oscurate per garantire un sonno migliore all’incremento dei consulenti per la salute mentale. Tuttavia nell’esercito c’è chi considerata ancora una debolezza la ricerca di aiuto per problemi psichici.

Dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 l’esercito ha regolarmente schierato soldati dell’Alaska nelle guerre in Medioriente. Chissà se questo c’entra: probabilmente i generali diranno di no (ma loro mica vanno a combattere).

Fonte

22/09/2020

Sulla morte di Paul Lafargue e Laura Marx

Il festival del cinema di Venezia si è appena concluso e nessun premio è stato attribuito al film di Susanna Nicchiarelli dedicato a Eleanor Marx, morta suicida per amore nel 1898. È probabile che, al di là dei meriti o dei demeriti della regista, nessuno abbia voglia di occuparsi del comunismo, a meno che non ne denunci i misfatti, come il film Cari compagni di Andrei Konchalovsky. Nell’Italia dei cori fascisti allo stadio e del mausoleo di Affile a Graziani, non si può parlare di Marx se non con un certo imbarazzo, come se fosse un freak, uno spostato, un alieno. Ed ecco allora che parlando del film fioccano i titoli ad effetto come: «Miss Marx una donna succube» (Il secolo); «Una vita vissuta al limite» (F. Gallo, Ansa); «La sua vita fu assurda e tragica» (S. Nicchiarelli, nel sito ufficiale della Mostra del Cinema); «Pre-punk infelice... Di sicuro, non deve essere stato facile per “Tussy” vivere all’ombra di quel cognome ingombrante, finendo un po’ per morirne» (M. Anselmi, Cinemonitor). Simili battute non sono certo una sorpresa; in realtà l’onda lunga di un generale senso di fastidio dell’homo liberisticus verso un sempre più imbalsamato Marx, fonte di sciagure per l’umanità e sciagura egli stesso, che si è guadagnato una nicchia al Museo delle Cere accanto ad altri protagonisti della storia di fine Ottocento, come Jack lo Squartatore e Landru. Un atteggiamento mirabilmente riassunto in un articolo apparso sulla Repubblica del 14/6/2014 e firmato dall’autorevole Siegmund Ginzberg, che dopo aver ricordato il suicidio dell’altra figlia di Marx (Laura) e aver osservato che «i grandi padri spesso sono ingombranti» si conclude con le parole: «Il Capitale di Marx era, a modo suo, un romanzo. La struggente telenovela su Eleanor tocca tasti ancora più universalmente umani».

Eppure nonostante queste conclusioni, destinate a divenire un luogo comune sempre più stancamente ripetuto, Ginzberg non poteva fare a meno di ricordare un’elementare verità che fa a pugni con l’idea del “padre ingombrante” e della “telenovela”. Lasciamogli la parola: «Eleanor... aveva convissuto per quasi vent’anni con Edward Aveling, mantenendo la sua vita dispendiosa e tollerando le sue continue scappatelle. Lui era già sposato, ma non le aveva mai detto che la prima moglie era deceduta da tempo e lui aveva incassato e sperperato l’eredità. Solo il giorno prima del suicidio lui le aveva confermato quello che già tutti gli altri sapevano, che si era risposato un’altra volta ancora, in segreto, con un’attricetta. Lei finalmente lo aveva diseredato in extremis, ma il codicillo era stato fatto sparire. Si disse dallo stesso Aveling, che aveva frugato tra le sue carte in presenza del cadavere. Anzi, corse voce che addirittura fosse stato lui ad assassinarla».

Uno storico serio, anzi qualunque persona seria, dovrebbe verificare simili insinuazioni: se sono vere o quanto meno se ci portano a dubitare delle versioni ufficiali, allora è veramente scorretto e poco intelligente crogiolarsi nel ripetere luoghi comuni e mistificazioni di segno del tutto opposto. Se una persona è stata assassinata o se è stata indotta al suicidio in modo subdolo, non può essere stata turbata dal nome “imponente” di suo padre e neppure vittima di quella che è stata chiamata «la maledizione delle figlie di Marx».

La stessa mancanza di serietà e superficialità hanno dimostrato e dimostrano ancora oggi coloro che si sono occupati del presunto suicidio dell’altra figlia di Marx, Laura, che avrebbe terminato volontariamente la sua esistenza nella notte fra il 25 e il 26 novembre 1911, obbedendo a un mitico e mai documentato “patto suicidario”, stretto con il marito Paul Lafargue. L’argomento ha fatto versare fiumi di inchiostro ed è stato rievocato da grandi personaggi politici (come Jan Jaurés, Karl Kautsky, addirittura Lenin, presenti ai funerali della coppia) e da tanti altri scrittori, e storici.

La vicenda, riassunta da un grande studioso e uomo politico come Maurice Dommanget è la seguente:
«Paul Lafargue si diede la morte, trascinando con sè Laura, sua compagna, nella notte del 26 novembre 1911... Entrambi, dopo aver passato la giornata del sabato a Parigi, avevano raggiunto la loro abitazione di Draveil. Rientrando, avevano chiacchierato col giardiniere, Ernest Doucet, e con altri membri della sua famiglia. Lafargue parlò allegramente della giornata trascorsa. Laura e lui, che erano stati al cinema, si mostrarono – è stato scritto – “pieni di familiare allegria.” Eppure sapevano che ben presto avrebbero posto fine alla loro esistenza. Una serenità che lascia senza parole. Il mattino dopo, verso le dieci, Doucet si preoccupò non vedendo nessuno alzato anche perché i due coniugi avevano mantenuto abitudini mattiniere. Salì alle loro stanze, bussò e, non ottenendo risposta, aprì la porta. Lafargue era sdraiato sul letto, completamente vestito, senza vita, in camera sua. Nella camera vicina Laura, seduta in poltrona, era morta anche lei. Nessun disordine nei locali: tutto era a posto, come al solito... Su un tavolo, non lontano dai cadaveri, fu trovata una lettera al nipote, il dottor Edgar Longuet, e un foglio contenente le disposizioni testamentarie. C’era anche un certificato per il giardiniere, con la data del 28 settembre, e una lettera allo stesso, datata 18 ottobre, cioè rispettivamente due mesi e circa tre settimane prima del suicidio... II testamento è così redatto:

Sano di corpo e di mente, mi uccido prima che la vecchiaia impietosa, che mi tolse a uno a uno i piaceri e le gioie dell’esistenza e che mi spogliò delle risorse fisiche e intellettuali, non paralizzi la mia energia e non spezzi la mia volontà facendomi divenire un peso per me stesso e per gli altri. Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settanta anni; ho fissato la stagione dell’anno per il mio distacco dalla vita e ho preparato il sistema per mettere in pratica la mia decisione: una iniezione ipodermica di acido cianidrico. Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà.

Viva il Comunismo.

Viva il Socialismo Internazionale!
»[1].
Lo choc per l’incredibile notizia sconvolse tutti coloro che erano vicini a Lafargue, fossero amici o avversari politici. Non tutti approvarono il suo gesto e qualcuno, come Jules Guesde, molto vicino politicamente a Lafargue, parlò di “diserzione”: tuttavia la maggioranza dei commentatori furono travolti dall’emozione e molti, a cominciare da Karl Kautsky, espressero ammirazione per l’eroismo e la dignità stoica di questo suicidio, portato a termine «nel pieno del vigore», «prima del declino»[2].

Tuttavia qualcuno espresse dubbi e perplessità. Uno fu Alexandre Zevaès, che conobbe bene i Lafargue. Come ha scritto Dommanget: «le sue affermazioni eccessive, esagerate, l’odio per Lafargue che traspare ad ogni frase, fanno dubitare delle sue parole. E tuttavia si è costretti ad accogliere alcuni suoi punti di vista… Ricordando Laura, la figlia prediletta di Marx, donna ammirevole sotto tutti gli aspetti, Zevaes scrive: “Nulla di ciò che sappiamo del dramma del 26 novembre 1911 autorizza a credere che si sia suicidata”... Ed effettivamente non resta nessuna traccia scritta di lei, nessuna carta, nessuna annotazione, nessuna disposizione testamentaria. Nelle ultime lettere di Lafargue nulla lascia presagire il funesto progetto e di conseguenza nulla lascia intravedere la partecipazione di Laura. Ed anzi – cosa di estrema importanza e che sinora e sfuggita all’attenzione – nel suo saluto Lafargue parla in prima persona e le spiegazioni che dà si riferiscono a lui solo. Non vi si fa parola di Laura».

Secondo Dommanget anche Lenin nutrì qualche dubbio: «Lenin aveva un grande rispetto per Lafargue pur mantenendo sempre un atteggiamento critico nei confronti dei leader del socialismo francese. Egli doveva così, prendendo la parola ai funerali dei Lafargue a nome del Partito operaio socialdemocratico di Russia, fare il loro elogio... Si astenne dal condannare il suicidio, sebbene non fosse d’accordo, secondo la testimonianza di Serafina Gopner, allora aderente al gruppo bolscevico di Parigi[3]... Il discorso di Lenin alle esequie non era improvvisato e questo spiega la traduzione che Ines Armand ne ha potuto fare. In questa traduzione l’uso del termine “morte” invece di “suicidio” lascia perplessi. Se tale traduzione è rigorosamente fedele, la cosa ha la sua importanza: essa postulerebbe in Lenin la persuasione che non ci fosse stato suicidio da parte di Laura»[4]. Anche altri espressero le stesse perplessità nel corso del tempo. Il poeta Louis Aragon, per esempio scrisse: «Voi trovate questa morte bellissima, straordinaria e bla, bla, bla. Io la trovo semplicemente riprovevole. Perché la figlia di Marx avrebbe dovuto fare una cosa simile?»[5].

Si potrebbe pensare che si tratti solo di reazioni stizzose e polemiche: ma in realtà la scomparsa di Laura pone oggettivamente un problema che solo recentemente si è avuto il coraggio di affrontare apertamente in termini storici. Ha scritto a riguardo Jacques Macé: «La questione più grave concerne la morte di Laura... perché la donna non ha lasciato alcun documento che testimoni la sua adesione al progetto dello sposo e questo strano silenzio ha creato intorno alla fine dei Lafargue un disagio che non è mai stato dissipato»[6].

Se riusciamo a superare le reazioni polemiche e le emozioni scomposte e ci atteniamo, saldamente, alla storia dobbiamo ammettere che non è questo l’unico problema sul tappeto. Il compito dello storico è oggi enormemente agevolato dal riordino e dalla catalogazione delle fonti d’archivio che riguardano Paul Lafargue e dall’inventario ragionato di Pierre Boichu e Jean-Numa Ducange[7] e questo ci permette di porci nuove domande. La prima e fondamentale è la seguente: nel ricchissimo archivio di Edgar Longuet, nipote ed erede di Paul Lafargue, non figura l’originale della famosa lettera-testamento il cui testo abbiamo riportato in precedenza.

La lettera era diretta proprio a lui ma fra le sue carte l’originale non si trova: eppure fra le stesse carte figura una copia dattiloscritta della stessa lettera che testimonia il fatto che Longuet teneva molto, ovviamente, a questo documento, al punto da farsene una copia[8]. Il fatto è veramente singolare anche perché la lettera fu riprodotta sui giornali subito dopo il suicidio e in seguito venne commentata e citata da tutti coloro che si occuparono dell’argomento, senza che ne fosse mai pubblicata una solo foto. Possibile che l’originale sia scomparso? E guarda caso non solo l’originale della lettera ma anche di tutte le altre carte ritrovate accanto al letto di morte di Lafargue, come la lettera di benservito al giardiniere, che conteneva anche disposizioni testamentarie e fu riprodotta a sua volta nei giornali; l’abbozzo di telegramma a Edgar Longuet firmato a nome del giardiniere, egualmente riprodotto sui giornali. Non è strano?

Esistono anche altre stranezze. I primi testimoni – nell’inchiesta giudiziaria che stabilì le cause del decesso – dichiararono che la povera Laura Marx era stesa a terra sulla soglia della sua toilette[9] e non seduta su una poltrona come poi dichiarò ufficialmente Longuet e ripeterono i giornali. Inoltre, come scrisse il corrispondente del Petit Parisien, Laura era praticamente in mutande, come se fosse stata sorpresa all’improvviso nell’intimità mentre suo marito fu trovato vestito di tutto punto. Questi particolari che sembrano insignificanti, presi uno per uno, acquistano invece un particolare risalto se si mettono insieme e se si ricorda che l’inchiesta giudiziaria stabilì che la donna era morta prima del marito[10]. Se accettiamo questa conclusione e ripensiamo alle osservazioni che abbiamo esposto, dobbiamo concludere che la donna è morta durante la notte, quando era appena rincasata e stava per spogliarsi per dormire; mentre l’uomo si è ucciso alle 6 della mattina, in base alla testimonianza della cuoca che sentì a quell’ora qualcuno che chiudeva le persiane. Se le cose stanno così allora come si può escludere che sia avvenuto quello che Macé ha chiamato un “omicidio-suicidio”? E come si può escludere che siano fenomeni casuali la falsa notizia diramata dagli eredi di Lafargue che Laura fosse seduta composta su una poltrona, invece che discinta a terra nel bagno e la scomparsa delle lettere originali, che impedisce ogni confronto con altri documenti autografi di Lafargue? È davvero così strano pensare che si sia voluto tutelare la memoria del grande combattente socialista, che uccide la moglie e poi si suicida, “inventando” un patto suicidario che non è mai esistito, per mascherare la squallida realtà di un omicidio-suicidio come ricorre tanto spesso nelle cronache? Le motivazioni dell’episodio, non mancherebbero, persino “nobili”. Ha scritto a questo riguardo Macé: «Non potrebbe essere possibile che Paul abbia ucciso Laura per proteggerla da se stessa?.. Testimonianze dirette degli abitanti di Draveil (i discendenti dei vicini dei Lafargue e la nipote del giardiniere) sono concordi nel certificare che negli ultimi anni della vita si abbandonava senza ritegno all’alcool, provocando incidenti domestici. Un atteggiamento confermato da un rapporto di un ispettore polizia, che sorvegliava di nascosto la coppia. Disperato per questa situazione Paul non potrebbe aver pensato che Laura sarebbe stata incapace di provvedere a sé stessa se egli fosse morto...?»[11].

Ipotesi per ipotesi è anche possibile, in via del tutto accademica, formularne anche un’altra. Macé ha fatto notare[12] che il giorno della morte dei Lafargue è lo stesso giorno in cui Clemenceau ammise apertamente una colpa gravissima: in una lettera a Le temps, l’ex primo ministro rivelò infatti di avere pagato una spia e un provocatore, Luc Métivier, che aveva avuto un ruolo di primo piano nel giugno del 1908, durante i violenti scioperi di Draveil, la cittadina nella quale abitavano i Lafargue, nei quali erano stati uccisi degli operai.

Il vecchio Lafargue aveva tuonato come un giovane leone contro la furia selvaggia dei soldati sulle colonne dell’Humanité del 6 giugno di quell’anno e aveva sostenuto che si trattava di un’infame “macchinazione” ordita dal Sottoprefetto. La vicenda ebbe molti strascichi, con una serie di arresti, di lotte, di scioperi che si protrassero a lungo. Alla fine i socialisti scoprirono con prove inoppugnabili che i tumulti, ideati dall’alto, erano stati provocati da infiltrati della polizia, fra i quali c’era Métivier. Lo scandalo andò avanti per anni e alla fine, Clemenceau, ormai decaduto dalla sua carica, ammise la propria responsabilità. Tuttavia quell’ammissione tardiva non fu così innocente come sembra: assumendosi la colpa, Clemenceau copriva evidentemente i suoi complici che avrebbero potuto rivelare troppe cose, coloro che avevano tramato alle spalle di tutti, orchestrando la “macchinazione” di cui aveva parlato Lafargue. L’intervento di Clemenceau doveva essere l’ultima parola sull’argomento: nessuno avrebbe avuto il coraggio e la forza per attaccarlo direttamente, come nessuno ebbe il coraggio e la forza di attaccare direttamente Mussolini quando affermò, in modo provocatorio che se il delitto Matteotti era stato un delitto politico lui ne era il mandante.

Ebbene cosa ci sarebbe di strano se il giorno stesso in cui Clemenceau mise la parola fine su quell’argomento qualcun altro abbia deciso di mettere la parola fine agli interventi di Lafargue sullo stesso tema, visto che poteva aver raccolto informazioni riservate, prove in oppugnabili come avevano fatto i suoi compagni con Métivier. Forse Lafargue sapeva troppe cose...

Non sarebbe stato difficile toglierlo di mezzo: come hanno mostrato molti storici[13], Lafargue era sorvegliato dalla mattina alla sera da diversi informatori della polizia, che conoscevano ogni dettaglio della sua vita, inviando relazioni giorno per giorno su tutto quel che faceva. I colleghi di coloro che avevano fabbricato le false lettere che avevano inchiodato Dreyfus non avrebbero avuto difficoltà a fabbricarne altre, che poi sarebbero provvidenzialmente sparite, dopo avere tratto in inganno, sull’onda dell’emozione, parenti ed amici.

Vogliamo allora sostenere che il presunto suicidio di Lafargue sia stato un omicidio politico? Non possiamo dirlo con sicurezza. Credo però sia giusto in casi simili sollevare dubbi che, allo stato attuale delle ricerche, non possono essere ancora risolti ma ci aiutano a riflettere. Quello che abbiamo scritto porta solo nella regione del dubbio e dell’incertezza: e tuttavia quanto è più umano, profondo e dignitoso accettare l’angoscia del dubbio piuttosto che sbandierare le false sicurezze di slogan vuoti che manifestano solo la nostra mediocrità. Come quello che chi nasce da un padre dal nome “ingombrante” non possa che sentirsi indegno di questo nome e finire male.

NOTE

1 M. Dommanget, Présentation de Le Droit à la paresse, Paris, Maspero, 1969, pp. 108-11. Dommanget riassume l’articolo di B. Mayéras, “L’Humanité” 28 novembre 1911, pag 1. Cfr anche L. Derfler, Paul Lafargue and the Flowering of French Socialism, 1882-191, Cambridge Mass., Harvard Un. Press, 2009, pp. 288-301.

2 M. Sembat “L’Humanité,” 29 novembre 1911, p. 1.

3 “Infatti, in un’intervista specificamente dedicata al suicidio dopo le esequie, formulò così la sua opinione: “Un socialista non appartiene a sé stesso, ma al partito. Se può in qualche modo essere ancora utile alla classe operaia, per esempio con lo stendere se non altro un articolo o un proclama, non ha il diritto di suicidarsi”. Lenin aggiunse anche che il caso di Lafargue era ancora più grave se si tiene conto del fatto che i partiti operai sono molto più poveri di scrittori dei partiti borghesi.”(M. Dommanget, Présentation, p. 111).

4 M. Dommanget, Présentation, p. 111.

5 L. Aragon, Les cloches de Bâle [1934], III, 2, Paris, Gallimard, 1972, p. 330.

6 J. Macé, Paul et Laura Lafargue, un couple mythique, Communication au colloque “Paul Lafargue, 1842-1911”, tenu au Conseil général de l’Essonne à Evry le 3 décembre 2011, vedi https://jacqmace.wixsite.com/histoires/lafargue.

7 P Boichu-J. N. Ducange, Une singulière histoire d’archives socialistes du Parti communiste français. Le fonds Paul Lafargue 300 J 1-12, 3 MI 32/1-3 . 1830-1965, Bobigny, Conseil général de la Seine-Saint-Denis, 2013.

8 Ibid., p. 56.

9 J. Macé, Paul et Laura Lafargue: Du droit à la paresse au droit de choisir sa mort, Paris, L’Hrmattan, 2001, p. 9.

10 J. Macé, Paul et Lara Lafargue: une couple [p. 5]: “Selon l’enquête, Paul Lafargue avait fait une injection mortelle d’acide cyanhydrique à son épouse puis s’était lui-même suicidé par le même moyen.”.

11 J. Macé, Paul et Lara Lafargue: une couple [p. 6].

12 Ibid., p [p. 5].

13 Archives de la préfecture de police de Paris, Paris, Dossiers de surveillance de l’activité de Paul Lafargue, cote BA 1135. Cfr . C. Diaz, Jaurès et les indics, Paris, Duverner, 2012.

Fonte

24/01/2020

Maledetti padroni!

Simone si è ucciso impiccandosi ad un albero.

Simone Sinigaglia è un operaio di quarant’anni licenziato dalla sua azienda nel Veneto perché considerato un “furbetto della 104”. La legge che concede permessi dal lavoro per assistere parenti malati, permessi che le imprese in questa società di merda considerano una specie di furto a danno dei propri profitti.

Nelle fabbriche oggi anche a causa del Jobsact c’è un regime da galera, dove ogni violazione dei diritti personali è oramai permessa nel nome del guadagno. Così le direzioni aziendali spendono soldi pure in investigatori privati che indagano sui lavoratori per trovare l’occasione per farli licenziare.

Ufficialmente ci si preoccupa per la privacy in maniera spesso ossessiva, ma quando il padrone assolda spioni che rovistano nella vita dei suoi dipendenti, beh questo è “libero mercato”.

Si cerca di trovare il momento in cui il lavoratore lascia la persona che sta aiutando, magari per andare a fare la spesa, fare un piccolo servizio, sistemare un piccolo guaio. Ecco allora che lo spione aziendale cronometra, fotografa registra. Perché per il padrone l’assistenza è come la catena di montaggio ove, se ci si stacca un secondo, lui multa. In questo caso se non si sta sempre vicino al parente malato lui licenzia. E le foto con orari misurati al secondo sono la prova.

Così è stato licenziato Augustin Breda dalla Electrolux, sempre in Veneto. Augustin è un sindacalista conosciuto e amato, ha ricevuto una grande solidarietà, ha retto il colpo, ha fatto causa al padrone e ha vinto. Il giudice ha giustamente riconosciuto che assistere una persona cara non ha gli stessi tempi e modalità della produzione di merci. Augustin è tornato in fabbrica accolto dalla festa degli operai.

Ma Simone Sinigaglia di fronte al licenziamento evidentemente si è sentito perso. Anche lui probabilmente avrebbe vinto la causa contro il padrone, ma non ha avuto la forza di arrivarci e si è impiccato.

Ora quei maledetti padroni spioni hanno la certezza che quel lavoratore non aggraverà più i loro costi con i suoi fastidiosi permessi.

Fonte

10/08/2019

Il suicidio politico del M5S

Tanto tuonò che piovve. Dopo aver logorato da dentro e da fuori il suo governo, Salvini ha rotto gli argini ed è andato alla carica aprendo la crisi.

Che l’obiettivo dichiarato sia quello di mettere a capitale i sondaggi puntando ad un risultato elettorale che gli consegni il paese, non è un mistero per nessuno. Che l’operazione gli riesca non è affatto scontato.

Ma nello scenario di crisi e nuove elezioni che si profila all’orizzonte, due sono le cose che vogliamo sottolineare con forza.

La prima è chiarire sin da subito che non accetteremo il ricatto del voto utile e del meno peggio. Il Pd è da mesi che sta lavorando per sfruttare questo ingannevole contrapposizione con la Lega. Lo ha fatto per anni con il pericolo di Berlusconi ed ha materializzato alternanze peggiori di quelle che invocava a battere. Salvo poi, specialmente sotto la “gestione Renzi”, fare accordi proprio con il Caimano e agire di conserva con la Lega. Non solo. Una onesta disamina delle questioni principali del paese – dal salario minimo alle grandi opere come Tav e Tap, dall’autonomia regionale differenziata alla politica di subalternità a Ue e Nato – vedono una sistematica convergenza tra Lega e Pd. Le uniche (molto parziali) dissonanze sono sulla gestione delle politiche migratorie, ma solo perché al ministero degli Interni ci sta Salvini e non più Minniti (in quel caso non si sentì nessun grido d’orrore per i lager in Libia). E allora dove sarebbe l’alternativa?

La seconda è un redde rationem con il M5S. Raramente abbiamo visto un movimento politico con la maggioranza dei parlamentari riuscire “a portare l’acqua con le orecchie” ad un soggetto politico differente e “vecchio” come la Lega. L’unico paragone possibile è con “antichi” leader di centro-sinistra come Rutelli, D’Alema e Veltroni nei confronti di Berlusconi; giustamente strapazzati proprio per questo dalla satira.

Ora come allora si cercano le responsabilità al di fuori e non dentro il M5S. Si enfatizzano le cose portate a casa con l’azione di governo (poche e molto depotenziate, rispetto alle promesse), mentre si occultano le occasioni perse e i regali fatti al competitore. Una rimozione e un rifiuto di mettere in discussione una strategia, o un modo d’essere.

L’unica parziale attenuante è che il depotenziamento del M5S è stato sin da subito l’obiettivo dichiarato e convergente sia della destra che del Pd, del Quirinale come della Commissione europea. Un accanimento superiore di quello contro la Lega e Salvini che in fondo è uomo subalterno agli interessi del capitale.

L’anomalia prodotta, facendo saltare il bipolarismo maggioritario, non era ulteriormente tollerabile dai poteri forti, tant’è che ZingaRenzi si è affrettato a rispolverare la jattura della “vocazione maggioritaria del Pd”, mentre Salvini evoca “i pieni poteri” e la logica dell’uomo forte al comando. Due scenari parimenti graditi alle classi dominanti, che da tempo hanno dichiarato la fine della democrazia rappresentativa e la primazia della governance autoritaria.

Ma niente e nessuno può assolvere il M5S e la sua leadership dalle proprie responsabilità.

Il successo può dare alla testa, soprattutto se viene ottenuto troppo facilmente. Un gruppo dirigente con ambizioni di governo non può nascere dalla rete e dal dilettantismo politico, non regge al confronto con i fatti né con competitori, magari per niente onesti, ma sicuramente più esperti.

I rospi ingoiati coscientemente dal M5S (con le rare eccezioni di pochi parlamentari che hanno avuto il coraggio di opporsi), ci hanno ricordato molto da vicino quelli ingoiati dagli onorevoli dei partiti di sinistra dentro i vari governi Prodi.

Sono stati tutti rospi velenosi che allora hanno ucciso l’organismo che li aveva ingoiati pur di tenere in piedi un governo e “impedire che tornasse Berlusconi”; fino al ridicolo di lasciare da soli due senatori della sinistra a votare contro le missioni di guerra e vedere il governo comunque cadere poco dopo sui guai giudiziari della consorte di Clemente Mastella.

Il sì alla Tap, il suicidio politico sulla Tav, la mancata revoca delle concessioni private sulle autostrade, l’approvazione di ben due Decreti sicurezza liberticidi, sono rospi velenosi ormai ingoiati e che saranno letali per i Cinque Stelle.

A poco serviranno un reddito di cittadinanza ancora lontano dall’essere una misura sociale strutturale o la stucchevole litania sulla “riduzione dei parlamentari”. Una idiozia vera e propria. Se c’era (e c’è) un problema di costi della politica, sarebbe stato più semplice e rapido ridurre le retribuzioni, non i numeri della rappresentanza democratica nelle istituzioni (ossia con una legge ordinaria, non con una modifica costituzionale che richiede almeno quattro passaggi e infatti non arriverà al traguardo).

Resta dunque aperto e irrisolto il problema di un’alternativa radicale e credibile al “bipolarismo fittizio” che sostanzia la governance neoliberista nell’Occidente capitalistico; e soprattutto in questo paese, dove mai come oggi questo obbiettivo appare lontanissimo.

Una stagione e una cultura politica di una dilettantesca lotta contro la “casta” (sbagliando troppo spesso bersaglio) sono finite, ma i luoghi comuni che ha prodotto, ancora aleggiano nell’aria e continuano a ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci. Prima ce ne liberiamo, prima arriveremo a costruire qualcosa che rompa la gabbia e funzioni davvero nella lotta politica.

Per quanto ci riguarda ci stiamo provando, seriamente.

Fonte

20/04/2019

L’urlo

di Diego Leandro Genna


Tutto qui è una prigione.

Il cielo è sporco, è grigio cemento e bianco calce, è un muro, è un cielo solido, chiuso.

Tutto qui è una prigione.

La lentezza delle nuvole. La nebbia che cancella. La pioggia. Il vento senza forma.

Il tempo qui è una prigione.

Le giornate sempre uguali, senza niente da fare e nessun posto dove andare.

Tempo sospeso in un‘attesa assillante. Secondi, minuti, ore. Giorni perduti a fissare il nulla e lunghe notti incolmabili, sotto frammenti di lune tristi.

Tutto qui è una prigione.

Le strade dritte, infinite, la campagna lugubre e i campi incolti, le dune monotone, smunte, che il sole macchia con i suoi tramonti.

La terra qui è una prigione.

I pascoli deserti e la muta pianura.

Le colline svuotate dai metalli e riempite con il sangue.

Le nostre terre e il nostro sangue.

Black Hills. Badlands.

Prigioni.

Questo silenzio e questo vuoto sono una prigione.

Lo spazio qui è una prigione.

Questa cosa che ci ostiniamo a chiamare “casa” è una prigione. Una scatola di legno, gesso e lamiere in cui viviamo, stretti, schiacciati l’uno sull’altro, in nove.

La neve è una prigione.

Il freddo impassibile è una prigione.

Tutto qui è prigione.

La vita stessa è una prigione e io non riesco più a subirne il peso, a sopportare la sua gravità, no, non ne posso più, è troppo, guardo fuori dalla finestra e vedo sempre lo stesso paesaggio di povertà assoluta, di degrado, abbandono e desolazione, un paesaggio raggrinzito, in cui la fine sembra scritta su ogni cosa, con caratteri indelebili.

Questa fine, questo niente che ci circonda è una prigione.

Guardo fuori la finestra ed è come osservare un quadro, una fotografia, come leggere una poesia, l’elogio del dolore.

I cumuli di neve sporca. Il reticolo di recinzioni metalliche. Il passeggino abbandonato sull’erba, senza una ruota. Il cane legato alla catena, che abbaia tutto il giorno. Il pick-up arrugginito, che cade a pezzi. Il ventre vuoto di una lavatrice e altri piccoli elettrodomestici accatastati. Il sedile sradicato da un furgone, buttato contro un muro, la gomma piuma giallo-urina che spunta dalle ferite. Cerchioni deformi, pneumatici induriti, fossili di arnesi che affiorano dalla terra. I bimbi che si prendono a calci, che scacciano i cani randagi, che girano intorno a sé stessi in biciclette troppo piccole o troppo grandi. Il campo di basket d’asfalto, con un solo canestro, crivellato da ciuffi di erba bruna, grigia e nera. Il cimitero, i fiori finti, le croci di legno fatte a mano, dipinte di bianco, scrostate dal tempo. Quella grossa bombola del gas sepolta dalle sterpaglie.

Le case intorno alla mia, tutte uguali, pallide, decrepite, alcune con porte e finestre sbarrate. Le scritte sui muri con lo spray. Bottiglie di plastica, pezzi di legno, sterpaglie e ciarpame, ovunque.

Questo è quello che vedo dal mio tugurio.

E in lontananza le sagome di alberi scheletrici tra cumuli di terra e rifiuti.

Uno scenario oppresso dal silenzio. L’aria che pesa come una lastra di ghiaccio, graffiata solo dal fruscio del vento e incrinata dai versi sfacciati di uccelli scuri. La nebbia immobile.

Per le strade sempre le stesse facce, maschere inespressive, senza sentimenti, spente, corrose dal freddo e dall’alcol.

Come si fa a vivere così?

No. Non ce la faccio.

Non posso più vedere mio nonno in quello scantinato senza finestre, seduto sul letto, il cappello da baseball in testa, tutto il giorno con la lattina di birra in mano e la sigaretta nell’altra, a rimbambirsi di serie televisive. Non posso più vedere mia madre che si trucca in quel modo, che beve anche lei dalla mattina alla sera ed è costretta a fare quei lavoretti per comprarci cibo in scatola e bevande gassate. Sono stanco di uscire la notte, con il freddo, per andare a pisciare in quella fetida latrina. Sono stanco di non fare niente. Non posso più vedere i miei fratelli e le mie sorelle crescere nella sporcizia, giocare con i rifiuti, con i rottami.

Non posso più accettare una vita così piatta, vuota, un letargo in cui si è spento ogni sogno.

Non riesco più a mandare giù questo schifo, digerire marciume e sforzarsi per cagare speranza.

Già la speranza! Il balsamo del tempo, questa cosa preconfezionata, falsa, il prodotto d’illusioni centenarie, di bugie, tradimenti, la speranza che possa cambiare qualcosa, tornare come prima, come... Quando? Dove?

La verità è che non sappiamo più chi siamo. La verità è che non sappiamo più chi essere. Che cosa scegliere e in cosa sperare.

La verità è che la speranza è essa stessa una prigione.

Noi che non sapevamo nemmeno cosa fosse un muro, un edificio, noi che vivevamo liberi nella Natura, che ascoltavamo il cielo e adoravamo la terra, i fiumi, le montagne... Hanno costruito questa prigione apposta per noi, per le nostre anime, una prigione nuova, diversa, la peggiore che potessero inventare: una prigione senza mura. Una prigione di oblio.

Penso ai miei antenati, che hanno lottato, hanno perso, si sono arresi. Penso al massacro, a quello che hanno subito, al genocidio. Penso all’estinzione. La nostra estinzione.

Sento le urla di battaglia, poi le grida di dolore, il lamento e infine, adesso, soltanto il silenzio. Perforante. Avvilente. Un silenzio che annulla. Vuoto e dispersivo.

La mia tribù... Già! Era scritto nel nostro nome, Lakota, Oglala, “coloro che si disperdono”.

Siamo animali morenti, agonizzanti, stiamo marcendo sul ciglio della Storia. Siamo rifiuti dell’umanità, siamo carcasse, siamo carogne in putrefazione di un mondo che per noi è morto più di un secolo fa. Siamo morti viventi.

Quando nasciamo siamo già morti, siamo ante-nati di noi stessi, figli di un ricordo, nipoti di un monumento ai caduti, le vittime, il massacro. Siamo eredi di una sconfitta, di un tradimento. Siamo i resti marci di un’atroce mietitura. E siamo qui, in questa prigione. E nei libri, in tanti libri che nessuno di noi leggerà mai. In prigione dentro la carta, in una memoria di fredde parole, imprigionati nel tempo e nello spazio.

Sì, perché ci hanno preso ogni cosa e soprattutto ci hanno preso il tempo e lo spazio.

Ci hanno preso tutto.

Potevo sfogare la mia rabbia, il mio rancore e la mia disperazione in altri modi, con la violenza, con l’alcool, con la droga, come fanno tutti, uccidermi lentamente, giorno per giorno, distruggere il mio copro e la mia mente, prendermela con gli altri, diventare un criminale, oppure starmene a vegetare, continuando a guardare lo spettacolo della morte che si rinnova, immobile, dietro questa finestra sul nulla. E osservare in silenzio gli ultimi rantoli della bestia, in gabbia, prima della fine totale, prima della completa estinzione.

Potevo prendermela con il mio corpo, con queste gambe che a malapena mi reggono in piedi e queste mani piene di noia, con questi occhi asciutti, secchi, senza lacrime da versare.

Potrei continuare a vivere in questa galera di dolore che è il mio corpo, e aspettarne in silenzio l’inevitabile decomposizione.

L’intima biologica prigione.

Sì, perché anche il corpo è una prigione, e per questo ho deciso di abbandonarlo. Per sempre.

Sarò un vigliacco, non sarò un guerriero, non come diceva Toro Seduto con le sue famose parole... Le ricordo a memoria: “il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri. È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto ai bambini, il futuro dell’umanità.”.

No, non sarò niente di tutto questo. Non sarò un guerriero. Non lo sarò mai. Perché qui non c’è futuro. Si son presi anche quello, soprattutto quello!

E non c’è neanche un granello di umanità. Nemmeno per sbaglio.

L’indifferenza, ecco cosa c’è!

Il mondo che va avanti, con le sue guerre, con i poveri sempre più poveri, con la distruzione della natura. Indifferenza totale e spregiudicata.

Anche l’indifferenza è una prigione.

Ed io sarò solo un altro caso da aggiungere alla lista, un numero che irrobustirà il penoso primato di questa riserva.

La maggiore densità di casi nel mondo occidentale...

Sarò un emerito nessuno, un’unità anonima, la singola parte di una cifra nella triste statistica.

Non certo un martire, no, non combatterò, non servirebbe a nulla, non sarò un guerriero, non lotterò per evadere da questa prigione, per distruggerla, per liberare o riscattare la mia tribù, non farò la guerra a niente e non prenderò la vita di nessuno. Prenderò solo la mia.

Potrei fregarmene, continuare a sopravvivere, bevendo come gli altri, scegliermi una donna e magari mettere al mondo un bimbo inzuppato di alcool, malato di quella maledetta cosa, com’è che si chiama? Sindrome fetale alcolica. Come hanno fatto i miei genitori. Come fanno tutti qui.

Sì, potrei fare dei figli, dare loro un bel nome inglese o un nome cristiano. Mal nutrirli e poi mandarli a scuola in quelle città di confine, un figlio o una figlia, che in quella scuola sarebbero presi in giro per la lingua che parlano, per i loro vestiti, i capelli lunghi, il colore della loro pelle, i loro occhi. Verrebbero picchiati, sottomessi, violentati, forse uccisi. In ogni caso li vedrei crescere come me, con enormi problemi emotivi, disfunzioni fisiche e malessere cronico. Il fardello di essere nativi.

Potrei farlo?

Generare altri disadattati, emarginati, esclusi, squilibrati e disconnessi da ogni realtà.

Senza speranze. Senza futuro. Senza identità.

Potrei farlo?

No, io non farò nulla di tutto questo.

Meglio morire subito.

Adesso.

Pine Ridge Indian Reservation
South Dakota
United States of America

Ieri, oggi, e forse anche domani.

Fonte

07/01/2019

Al dio sconosciuto. Il fuoco e i migranti perduti

Oggi farò una rivoluzione da solo. Benvenuti coloro che mi seguiranno. Mi immolerò nel fuoco. Se qualcuno troverà lavoro allora il mio gesto non sarà stato inutile. Da otto anni ci hanno fatto promesse menzognere. Io non appartengo a nessun partito politico. Voi dimenticate i senza lavoro e assumete chi già possiede il necessario. Qui c’è gente che non ha nulla. Nel Paese ci sono regioni relegate ai margini. C’è gente che vive ma che in realtà è già morta. Perché dovrei attendere fino a gennaio, febbraio oppure fino a marzo?

Smettiamola per una buona volta. Fossimo seri non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare di questi tempi e non è certo andasse meglio in quelli trascorsi. Festeggiare un anno che passa o un Natale che viene senza di noi non ha senso. Meglio scendere alla prima fermata del treno che non va da nessuna parte. All’insaputa dei potenti e dei distratti l’unico anniversario che dovremmo festeggiare è già passato e pochi se ne sono accorti. Poi, senza preavviso, accade quello che non dovrebbe mai succedere in questo mondo.

Il testamento che il giornalista tunisino Abderrazak Zorgui ha lasciato scritto prima di immolarsi nel fuoco lo ricorda. Le parole sopra riportate ne sono un estratto.

Il senso del nome del giornalista, Abderrazak, significa ‘servitore di Colui che provvede’ e il suo ultimo scritto è un grido buttato nel fuoco a Kasserine in Tunisia. L’ultima rivolta nello stesso Paese era nata in circostanze simili. Le rivoluzioni tradite si trasformano presto in cimiteri di cenere e sabbia. In quest’ultima si pensa che i morti negli anni passati siano stati senza numero. Il progetto ‘Missing Migrants’ (Migranti Perduti) attesta la morte nel continente africano, nei vari transiti e frontiere, di 6 mila 615 migranti. Per l’anno scorso, nel nostro continente, si sono contati mille 386 decessi e questo fa dell’Africa il continente più mortale per i migranti. Immolati alla sabbia, ai sassi, alle malattie e soprattutto alle politiche.

Finiamola se ancora siamo in tempo. Fossimo in ascolto della sofferenza del mondo avremmo da tempo cambiato il tipo di festa. I morti nel mare dell’anno appena trascorso sono stati stimati ad almeno 2 mila e 260. Questo assicura al Mediterraneo il triste primato di essere il mare più mortale del mondo. Più morti dell’anno precedente malgrado ci siano state meno traversate del mare. Conseguenza delle scelte politiche dell’Europa dove si pagano gli aguzzini perché in Libia facciano bene il lavoro a loro richiesto. Arrestare, detenere, vendere, torturare e infine buttare a mare prima che sia troppo tardi. Non lo si voleva sapere perchè solo si vede ciò che importa vedere. Esattamente come i campi di concentramento nazisti o la ‘soluzione finale’ degli ebrei col genocidio annunciato. Chi sapeva non parlava.

Come per non lasciare dubbi in proposito, ancora l’Europa, ha stanziato qualcosa come 41,7 milioni di euro allo stato del Niger a fine dicembre 2018. Il tema del controllo migratorio e della sicurezza alle frontiere è al cuore delle prerogative europee. Gli altri interessi sono subalterni al principale citato. Consolidare lo Stato, riforme, politiche dell’educazione e la sicurezza alimentare completano il panorama dei progetti da finanziare in fretta. Detto versamento completa quanto già effettuato a suo tempo che porta ad un totale di 92, 7 i milioni di euro sbloccati. Ormai più nessuno oserebbe negare che le migrazioni siano il business più redditizio del Paese in questione.

La vera festa, superstite del naufragio, comincerà il giorno nel quale si apriranno gli occhi dei ciechi, le orecchie dei sordi e il Dio che provvede troverà dei bambini con cui giocare.

Niamey, gennaio 2019

Fonte

11/11/2018

M5S, anatomia di un fallimento

#Roma. Se anche la #Raggi ieri non è stata condannata, a parer mio, ciò non scongiura affatto lo scenario prossimo venturo, che si annuncia molto simile a quello che vide Veltroni lasciare la poltrona di primo cittadino di Roma dopo 7 anni, nel febbraio del 2008, al quale poi successe Gianni Alemanno, che riempì di fascisti tutte le istituzioni della capitale, compresi quelli direttamente collegati al duo Buzzi-Carminati.

Ecco, dopo quel fantastico capolavoro di Walter Veltroni che, 10 anni fa, da segretario del PD al 33,5%, riuscì a consegnare prima Roma e subito dopo il paese alle destre, prepariamoci ad assistere, quanto prima, ad un passaggio analogo.

Anche se il giudice si è pronunciato con un’assoluzione, niente e nulla potrà esorcizzare un’esperienza di giunta disastrosa, la cui cifra principale è stata la chiusura autoreferenziale nei palazzi del potere; la delega in bianco alla burocrazia alemanniana (Raffaele Marra compreso); l’asservimento ai nuovi palazzinari; il caos amministrativo; l’aumento del degrado diffuso; l’abbandono delle periferie (che avevano votato in massa 5S) e l’accanimento contro poveri e migranti.

Sicché la destra, quella peggiore, è pronta a riprendersi la capitale e poi il paese, dopo le elezioni Europee, quando Salvini darà il ben servito a quell’equilibrista di #DiMaio che, fin qui, gli ha fatto da perfetto zerbino.

Un capolavoro assoluto di idiozia politica ed un fallimento annunciato sin da quando venne sottoscritto un “contratto di governo” tra gli ormai ex “cittadini” e la Lega di #Salvini.

Un documento demenziale in cui c’è tutto ed il suo contrario: redistribuzione in basso ma anche la famigerata flat tax per i ricchi; investimenti per la “crescita”, sì, ma in regime di austerity e saldamente dentro i vincoli UE.

Un insulto all’intelligenza, un accrocchio senza alcuna logica.

E poi con chi? Con la Lega. Quella stessa che nonostante il restyling nazionalista e razzista di Salvini, aveva furoreggiato per più di due decenni al governo di Stato e Regioni con politiche regressive di privatizzazione selvaggia, sempre saldamente al centro di tutte le vicende di malaffare, corruzione ed oscure relazioni sia con settori della criminalità organizzata sia con disinvolti imprenditori che hanno lungamente saccheggiato le risorse pubbliche.

Fonte