Dopo aver approvato due leggi sulla pena di morte in sei settimane, Israele sta investendo centinaia di milioni di dollari per tentare di giustiziare palestinesi in diretta televisiva. Il sostegno unanime a queste leggi dimostra che la società israeliana può unirsi attorno al motto “morte ai palestinesi”.
Il 30 marzo, Israele ha approvato una legge sulla pena di morte destinata esclusivamente ai palestinesi, estendendo l’applicazione della pena capitale sia nei tribunali militari che in quelli civili.
La legge è stata promossa dal ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, esponente di spicco dell’estrema destra israeliana e leader del partito Potere Ebraico. Il 17 maggio, è stata firmata dal capo del Comando Centrale israeliano, Avi Bluth, e resa applicabile anche ai palestinesi della Cisgiordania.
Ma la legge sulla pena di morte è stata solo l’inizio. Da allora, una valanga di leggi è stata approvata nell’ambito del sistema giuridico e politico israeliano, ampliando significativamente la possibilità per lo Stato di infliggere la morte ai palestinesi.
La più recente di queste leggi è stata approvata l’11 maggio e riguarda specificamente i palestinesi sospettati di un qualsiasi coinvolgimento negli eventi accaduti il 7 ottobre e nel periodo immediatamente successivo (legalmente definito come il periodo dal 7 al 10 ottobre 2023).
Questa nuova legge, considerata gemella della prima, è probabilmente ancora più radicale: si applica retroattivamente e consente condanne sulla base di prove estremamente deboli. Ciò include “prove” raccolte in condizioni di tortura, che, secondo numerose testimonianze, sono una caratteristica sistemica delle carceri israeliane, descritte da B’Tselem come “una rete di campi di tortura”.
La legge è stata approvata con un consenso di 93 a 0, abbracciando praticamente l’intero spettro politico sionista.
Standard probatori permissivi
Vale la pena soffermarsi su quanto sia permissiva la base probatoria della legge. L’ex procuratore della regione sud, Moran Gez, ha ammesso in un’intervista a Ynet del gennaio 2025 che “la difficoltà maggiore è di natura probatoria” riferendosi agli eventi del 7 ottobre, poiché “utilizzare prove per collegare uno specifico crimine a uno specifico imputato, quando si ha a che fare con decine di scene del crimine, dove sono stati arrestati centinaia di sospetti e sono stati commessi migliaia di reati, è quasi impossibile”.
Ma la nuova legge non deve necessariamente seguire nessuna di queste regole probatorie, “incluse le istruzioni relative allo studio del materiale investigativo, alla catena di custodia e alla trasmissione delle prove”, e all’accettazione di dichiarazioni scritte a confronto con le confessioni dei testimoni quando l’accusa è convinta che ciò “non comprometterà sostanzialmente l’equità del processo”.
La qualificazione di “equità” non può nemmeno celare l’ingiustizia della premessa. L’intera impostazione elimina il contesto dell’occupazione e considera qualsiasi partecipazione agli attacchi come motivata dall’odio verso gli ebrei. Questa definizione è stata già sancita l’anno scorso in una legge contro la “negazione degli eventi del massacro del 7 ottobre”, in cui qualsiasi “identificazione” con gli atti comporta 5 anni di reclusione.
Lo scopo dichiarato della legge attuale, pertanto, ribadisce e approfondisce tale inquadramento, comprendendo “il perseguimento di coloro che hanno commesso atti di terrorismo, omicidio, reati sessuali, sequestro di persona e saccheggio” perpetrati da Hamas “e dai suoi complici”.
L’inclusione del “saccheggio” nell’elenco dei crimini non è casuale. E ognuno di essi, considerato nel suo insieme, costituisce “crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, secondo il testo della legge.
Gez si era espressa in modo inequivocabile a favore dell’inclusione di qualsiasi presunto partecipante agli eventi di quel giorno, affermando che “chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre per uccidere o per saccheggiare, non importa, dovrebbe essere incluso nell’atto d’accusa e, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere condannato a morte”.
Ha poi spiegato: “Perché? A causa di coloro che non hanno ucciso ma hanno saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questo caos, le forze dell’esercito israeliano non sono riuscite ad arrivare in tempo. Vi siete presentati alla porta con un trapano e l’avete aperta per saccheggiare? Poi è entrato un terrorista e ha ucciso dei civili lì dentro”.
Rifletteteci: un popolo illegalmente occupato, che potrebbe essere stato completamente estraneo alla pianificazione e all’esecuzione dell’attacco, ma che quel giorno ha oltrepassato la recinzione per raccogliere avocado, ha partecipato a un “genocidio” contro il popolo ebraico, come gli eventi del 7 ottobre vengono comunemente descritti dai media israeliani.
La legge prevede un aspetto collettivo che consente le incriminazioni collettive. Uno dei suoi aspetti più importanti è che esclude la possibilità di liberazione di una persona in uno scambio di prigionieri se questa è “sospettata, incriminata o condannata per un reato commesso durante gli eventi del massacro del 7 ottobre“.
E che fine fanno coloro che sono “sospettati” di partecipazione? Il loro processo può essere deciso anche senza la presenza dell’imputato (in condizioni “normali”, gli imputati possono comparire alle udienze tramite videochiamata dai campi di tortura).
Quanto alla decisione di infliggere loro la pena di morte, questa può essere presa con una semplice maggioranza di due giudici su tre nominati dal Capo di Stato Maggiore delle forze armate, abolendo la precedente prassi che richiedeva l’unanimità tra i giudici.
Un’insaziabile voglia di “processi dimostrativi”
I processi stessi sono autorizzati a essere pubblici e filmati, concepiti come una sorta di spettacolo dell’orrore pubblico.
È quanto ha affermato Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, quando ha dichiarato che la legge “subordina ogni principio di giustizia penale equa a uno spettacolo punitivo e retributivo”, sostituendo un’autentica inchiesta giudiziaria con “processi farsa sanciti dallo Stato”, ha riferito a The New Arab l’avvocatessa di Adalah, Muna Haddad.
L’interesse per questo tipo di spettacolo si è intensificato nel corso degli anni. All’inizio del 2024, le principali emittenti televisive israeliane hanno trasmesso filmati provenienti dai centri di detenzione, con funzionari che si vantavano del trattamento riservato ai detenuti.
Più o meno nello stesso periodo, l’esercito israeliano ha portato civili in questi centri per assistere e filmare dal vivo le torture inflitte ai palestinesi, comprese torture con nudità. La morte, a quanto pare, è la naturale conseguenza di questo desiderio pubblico.
Parte di questo interesse pubblico è alimentato da un desiderio diffuso di “entrare nei libri di storia” per aver processato “i nazisti dell’era moderna”, come recentemente affermato dalla parlamentare israeliana Yulia Malinovsky del partito di opposizione Israel Beitenu.
Il leader del partito di Malinovsky, il “grande liberale” Avigdor Lieberman, in passato ha suggerito che i palestinesi che esprimono slealtà verso Israele vengano decapitati con un’ascia e che i prigionieri palestinesi vengano annegati collettivamente nel Mar Morto.
Ma ora Malinovsky ha trovato un modo illuminato per raggiungere questi obiettivi: attraverso “un procedimento giudiziario legale, filmato e trasmesso”.
L’aspetto della trasmissione non è affatto un ripensamento secondario. Il 2 giugno, la Knesset israeliana ha votato per stanziare 86 milioni di NIS (29 milioni di dollari) per le infrastrutture del tribunale nel 2026, compresi i sistemi di trasmissione, 359 milioni di NIS (121 milioni di dollari) nel 2027, 307 milioni di NIS (104,6 milioni di dollari) nel 2028 e poi 262 milioni di NIS (89 milioni di dollari) all’anno dal 2029 in poi.
Per un investimento pubblico di tale entità, i cittadini israeliani si aspettano che il loro denaro sia ben speso.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/06/2026
L’unica questione su cui gli israeliani possono unirsi: la pena di morte per i palestinesi
31/03/2026
Israele approva la pena di morte per chi lotta contro l’occupazione e il genocidio
Il provvedimento, che è passato con 62 voti favorevoli e 48 contrari, è stato promosso con forza da Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale e leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit. Lo stesso Netanyahu ha votato la legge, dopo aver spinto per alcune modifiche, in virtù delle tante critiche, senza però rendere meno criminale il provvedimento.
L’eliminazione della parola “palestinesi” e l’aver dato il potere al tribunale di convertire la morte in ergastolo non risolve minimamente le criticità, oltre al fatto che è ancora prevista la possibilità di imposizione della pena capitale anche quando non richiesta dall’accusa e senza l’unanimità dei giudici. La legge indica che la sentenza dovrà essere eseguita entro 90 giorni dal pronunciamento, ed esclude il diritto alla grazia.
Ben-Gvir, che nei giorni precedenti al voto ha ostentato spille a forma di cappio sul bavero della giacca e che dopo l’approvazione ha festeggiato con alcuni colleghi, offrendo da bere fuori dalla Knesset, sostiene che la pena capitale fungerà da deterrente contro futuri attacchi e tentativi di rapimento volti a ottenere scambi di prigionieri.
Il dettato, però, si palesa come profondamente radicato nella concezione etno-religiosa e coloniale dello stato di Israele. La norma, infatti, prevede la pena di morte per “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”.
In sostanza, la resistenza contro l’occupazione e la colonizzazione, garantita persino dall’ONU, diventa “terrorismo”. Non a caso, alcuni commentatori israeliani si sono detti preoccupati, non in tutela del popolo palestinese, ma perché il timore è che una tale misura possa provocare una nuova escalation della ribellione in Cisgiordania.
Ciò deriva dal fatto che già oggi diversi prigionieri delle carceri sioniste potrebbero finire sotto la scure della legge. Inoltre, persino alcuni vertici militari e legali israeliani hanno espresso perplessità, stando a quel che riporta Haaretz, poiché temono che la legge violi il diritto internazionale ed esponga i comandanti dell’esercito a mandati di arresto internazionali.
Esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato che le definizioni di “terrorista” contenute nel testo sono vaghe e troppo ampie, estendendo l’accusa in maniera arbitraria e, aggiungiamo noi, con un chiaro intento politico e militare. Inoltre, hanno sottolineato come la pratica dell’impiccagione (prevista nella norma) possa essere considerata una forma di tortura o trattamento inumano secondo il diritto internazionale.
Basterebbe ricordare le migliaia di giornalisti, medici, infermieri, bambini, massacrati a Gaza – tutti qualificati da Israele come “terroristi di Hamas” – per capire che la sostanza dell’accusa di “terrorismo” sta nell’essere nati palestinesi. È, insomma, un altro modo di proseguire il genocidio in una veste “legale”.
Organizzazioni per i diritti umani che operano in Israele, come Adalah, HaMoked e Physicians for Human Rights-Israel denunciano la creazione di un “sistema di punizione capitale razzializzato”. Di fronte a questo provvedimento che nulla ha a che vedere con la propaganda sulla “democrazia” israeliana, persino le potenze imperialiste europee si sono dovute esprimere.
In una dichiarazione congiunta rilasciata domenica, i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno definito la legge “de facto discriminatoria” verso i palestinesi. I quattro paesi, che lasciano correre su altre gravi violazioni, come quelle che avvengono nelle carceri israeliane o nella Cisgiordania occupata, e continuano a commerciare con uno stato genocida, hanno scelto una mossa del genere con un doppio intento.
Il primo obiettivo è quello di definire una politica estera autonoma, soprattutto in un momento in cui Tel Aviv e Washington sono impegnati in una guerra illegale sotto tutti gli aspetti, e durante la quale sono già stati commessi crimini di guerra.
Il secondo obiettivo è quello di tamponare l’opposizione antisionista, che ha portato e continua a portare in piazza migliaia di persone ogni settimana, mettendo in difficoltà l’allineamento strategico delle classi dirigenti con l’entità sionista. Una “toppa” ad uso interno, insomma, completamente inutile e tardiva nei confronti dei genocidi, pensata unicamente come belletto per non apparire manifestamente complici.
Israele non esegue una condanna a morte dal 1962, anno in cui fu giustiziato il criminale nazista Adolf Eichmann. Da allora, la pena capitale è rimasta formalmente nei codici per alcuni reati specifici (tra cui quello di genocidio) ma non è mai stata applicata. È probabile che ora la norma verrà portata davanti alla Corte Suprema, per valutarne l’incostituzionalità del provvedimento.
Il mondo che è sceso, scende e scenderà in piazza per condannare le politiche genocide di Tel Aviv ha già emesso la sua sentenza.
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19/01/2026
Čechov a Sachalin
di Marco Sommariva
È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.
Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.
Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.
Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.
Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.
Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.
Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.
Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.
Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.
Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.
Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.
E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.
Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.
Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.
Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.
Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.
Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.
Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.
Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.
A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.
La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.
Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.
Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.
Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.
Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.
Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.
Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i
giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese
Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero
senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo
natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani,
vagano per procacciarsi il cibo.
I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.
È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.
I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.
I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.
Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.
Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.
Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.
Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.
In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.
Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.
Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.
Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.
Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.
Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.
28/12/2025
Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media
Con coloniale, qui, bisogna intendere tutto il portato storico del colonialismo: le razzie, le violenze, i genocidi, il tutto tenuto insieme da una cultura suprematista che giustifica tutto e legittima ogni azione con il “destino manifesto” del popolo ebraico in Terrasanta, dicono da Tel Aviv. Non a caso, la legge fondamentale israeliana già garantisce solo agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, separando cittadini di serie A e di serie B.
Eppure, la continuano a chiamare “democrazia”, e gli eredi del colonialismo storico, le potenze occidentali, pensano quello stato in guerra continua come unico rappresentante della civiltà nel Vicino Oriente. Del resto, ne rappresenta l’ultimo baluardo della propria costruzione, fatta su milioni di corpi del Sud Globale, ne condivide l’atteggiamento verso il resto del mondo.
Questi corpi continuano ad ammassarsi. Con omicidi e le illegali colonie in Cisgiordania, vera e propria occupazione secondo il diritto internazionale. Continuano con gli attacchi perpetrati nella Striscia da quanto è scattato il “cessate il fuoco”, e con la mancata protezione dalle tempeste, dalle alluvioni e dal freddo che sta uccidendo, così come i soldati israeliani.
Contemporaneamente all’approvazione in prima lettura di una legge che prevede la pena di morte solo per i palestinesi accusati di aver condotto atti terroristici contro Israele, Tel Aviv ha dato il primo via libera anche all’estensione in maniera permanente della cosiddetta legge “Al Jazeera”, introdotta nel maggio 2024 per dare al governo il potere straordinario di chiudere i media stranieri senza mandato di alcun giudice.
Questo succedeva più di un mese fa, e non si sono sentiti i soliti stretipi mediatici tipici delle nostre latitudini, quando si parla di diritto di informazione, nonostante un provvedimento del genere rappresenti una colpo mortale all’informazione libera e indipendente. E non si sentono nemmeno ora, che la legge è stata definitivamente e velocemente approvata, estendendo i poteri censori del governo fino alla fine del 2027.
La proibizione di un’informazione libera è quello che sta poi succedendo anche all’interno di Israele. La rivista indipendente +972 Magazine ha riportato che la censura militare ha raggiunto il suo picco dell’ultimo decennio nel 2024, con una media di 21 notizie ritirate o modificate al giorno. È stato un giornalista di Haaretz, Nir Hasson, a dire che i media israeliani non si occupano della situazione umanitaria a Gaza, perché “sono parte dello sforzo bellico”.
Dal 1 gennaio del 2026, inoltre, è proprio l’attività umanitaria che, di nuovo contro ogni norma internazionale, così come era successo per le Flotille, verrà colpita pesantemente dal meccanismo genocidiario israeliano. Il nodo della questione è il nuovo criterio di registrazione imposto dal governo israeliano per le organizzazioni internazionali che operano a Gaza e in Cisgiordania.
Tutte le ONG devono ottenere l’approvazione dal Ministero della Diaspora e della lotta all’antisemitismo, un ministero esplicitamente ideologico e che affibbia l’etichetta di “antisemitismo” e “terrorismo” a chiunque esprima dissenso per le politiche israeliane.
Le nuove regole sono, in sostanza, anche un nuovo strumento di profilazione: richiedono liste dettagliate dei donatori e dati personali di tutti i dipendenti palestinesi. Ma il criterio più controverso è l’obbligo di dimostrare di non “lavorare per la delegittimazione di Israele”. Tra le 14 domande respinte delle 100 presentate, spicca Save the Children.
Mentre a quest’ultima è già stata notificata l’ingiunzione per il ritiro del personale internazionale entro 60 giorni, altre 50 organizzazioni attendono ancora una risposta. Tra queste anche Medici Senza Frontiere (MSF). I numeri del sostegno fornito sono una prova del carattere imprescindibile dei suoi servizi.
MSF ha investito a Gaza circa 100 milioni di euro, ha somministrato 45 mila vaccini, assistito 10 mila parti e aiutato nella gestione dei danni provocati alla salute mentale dalla morte e dalla distruzione prodotta dalle IDF. Ha inoltre prodotto quasi 100 milioni di litri d’acqua grazie a un desalinatore, che è piuttosto raro nella Striscia.
Tutto questo potrebbe scomparire da un giorno all’altro, perché del resto, pur nel “politicidio” della causa per l’autodeterminazione della Palestina e della resistenza contro un occupante che impone una politica di apartheid, gli aiuti umanitari hanno ancora quel “difetto” di far rimanere in vita i palestinesi. Anche se Israele sta facendo di tutto per cancellare ogni possibilità di informarsi al riguardo, vero punto debole dei crimini che ha commesso negli ultimi due anni, e che hanno prodotto una forte reazione internazionale.
Basterebbe la pena di morte “razziale” in discussione per giungere a questa conclusione, ma con l’intero quadro davanti bisogna dire che delle due l’una: o Israele non ha nulla a che vedere con la “democrazia”, neanche nel caso del simulacro vuoto che con questo termine gli occidentali designano le proprie forme di governo, o le potenze del capitalismo maturo, insieme alle loro propaggini e alleati, sono la rappresentazione plastica che esistono tranquillamente le democrazie genocidiarie.
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11/11/2025
La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere
Il disegno di legge stabilisce che i tribunali israeliani debbano imporre la pena di morte a coloro che hanno commesso un omicidio di matrice nazionalistica ai danni di un cittadino israeliano, consentendo anche ai giudici dei tribunali militari in Cisgiordania di condannare a morte i colpevoli con una maggioranza semplice, anziché con decisione unanime. La legge eliminerebbe la possibilità per i comandanti militari regionali di commutare tali condanne contro coloro che uccidono “con lo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, quindi di fatto solo agli arabi che uccidano ebrei e non a ebrei che uccidano arabi.
Inoltre, la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge che consentirà al governo di chiudere una testata giornalistica straniera senza la necessità di ottenere l’autorizzazione di un tribunale.
Il provvedimento mira a trasformare in legge permanente la cosiddetta “legge al Jazeera”, finora in vigore come ordine temporaneo che permetteva la chiusura di media stranieri operanti in Israele.
Il testo è passato con 50 voti a favore e 41 contrari, nonostante le obiezioni sollevate dai consulenti legali del parlamento. Intervenendo in Aula, il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi, del Likud, ha spiegato che l’ordine temporaneo è scaduto e che, per questo motivo, la nuova normativa deve essere approvata rapidamente.
L’apartheid dunque si manifesta anche nella discriminazione razziale nell’applicazione della pena di morte e, contemporaneamente, viene anche minacciata la libertà di informazione per i corrispondenti e le testate giornalistiche straniere che operano in Israele.
I sostenitori di Israele come “unica democrazia in Medio Oriente” dovranno guardarsi allo specchio e procedere di conseguenza.
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01/10/2025
Israele - La Knesset è pronta a introdurre la pena di morte per i cosiddetti ‘terroristi’
Ad oggi, la pena di morte è prevista dalla legislazione israeliana solo in casi molto particolari e, ironicamente, per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità: ovvero, quello che perpetra giornalmente Tel Aviv. Con la nuova legge, essa sarebbe estesa ai responsabili della morte di un israeliano per motivi legati a questioni nazionalistiche.
Per la precisione, il testo di legge fa riferimento a un omicidio “motivato da razzismo o ostilità verso il pubblico, e compiuto con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”. Una dicitura che verrebbe in sostanza sovrapposta all’accusa di ‘terrorismo’, ovvero di aver lottato contro l’occupazione e l’apartheid israeliana. Questo è reso ancora più chiaro da una postilla della norma: la legge, infatti, non varrà nel caso sia un israeliano a uccidere un palestinese.
Questa è la natura di quella che i complici del genocidio chiamano “l’unica democrazia del Medio Oriente”, che del resto ha già messo per iscritto in una delle sue leggi costituzionali che Israele è uno stato etnico-religioso, e in cui l’autodeterminazione è concessa solo agli ebrei israeliani. E questo nel 2018, ben prima del 7 ottobre.
Questo disegno di legge per allargare l’uso della pena di morte è stato fortemente voluto dal ministro della Sicurezza Nazionale, Ben Gvir. All’interno della Commissione parlamentare ha ricevuto 4 voti positivi contro uno solo negativo. Ma non perché ci sia davvero contrarietà a una legge dal contenuto raccapricciante. Gilad Kariv, unico a votare contro il disegno di legge, ha urlato agli altri parlamentari le ragioni della sua contrarietà: “vergognatevi, ci sono degli ostaggi!”
La preoccupazione, insomma, è solo che l’evidente escalation di violenza che un provvedimento del genere porterà possa portare a reazioni da parte dei combattenti palestinesi nei confronti dei prigionieri israeliani. Del resto, anche Gal Hirsch, il responsabile indicato da Netanyahu per la ‘questione ostaggi’, si è opposto al passaggio in aula di tale legge perché, a suo avviso, potrebbe avere un impatto negativo sugli sforzi per liberarli.
Persino il consulente legale della Commissione, Iddo Ben Yitzhak, aveva affermato che qualsiasi votazione sul disegno di legge tenutasi durante la pausa della Knesset è invalida perché la discussione precedente alla votazione non ha potuto includere il contributo dei rappresentanti delle agenzie di sicurezza e non ha avuto un dibattito sostanziale sulle disposizioni del disegno di legge.
Per Ben Gvir, al contrario, la norma “consentirà di riportare a casa gli ostaggi” e dimostrerà alla resistenza palestinese che “c’è un prezzo da pagare per quello che hanno fatto” il 7 ottobre 2023. Persino Riccardo Noury, responsabile di Amnesty International Italia, ha fatto notare che “affermare che la pena di morte per terrorismo contribuirebbe al ritorno in libertà degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas è paradossale, e infatti le loro famiglie si sono schierate contro”.
Il Comitato pubblico contro la tortura in Israele, una ONG israeliana per i diritti umani, ha sostenuto che questa norma innescherebbe solo un nuovo ciclo di violenze. Anche la Società dei Prigionieri Palestinesi si è espressa in merito, denunciando che Israele cerca di “dare copertura legale a un crimine che pratica da decenni attraverso gli abusi sistematici contro i detenuti palestinesi”.
Quella di Ben Gvir è una visione non solo vendicativa, ma si associa a una evidente volontà di punire un popolo intero per aver resistito alla volontà di portare a termine il genocidio. Il ministro si era vantato delle condizioni degradanti in cui sono i detenuti considerati quali ‘terroristi’, e tuttavia si è lamentato di non aver potuto ulteriormente peggiorare la situazione perché “non è giusto, non è appropriato, perché ciò farebbe infuriare i terroristi e potrebbe provocare un’intifada”.
Ben Gvir sarebbe probabilmente contento se i palestinesi continuassero la propria resistenza, perché così avrebbe la scusa per realizzare la totale pulizia etnica di quel popolo. Ma il nodo centrale rimane quello sottolineato dalla Società dei Prigionieri Palestinesi: i detenuti che sono imprigionati e sottoposti a condizioni disumane, fino alla morte.
Persino l’Alta Corte di Giustizia di Israele ha stabilito che nel sistema penitenziario del paese i prigionieri palestinesi non venivano nutriti adeguatamente. Per Ben Gvir, questa decisione non ha fatto altro che aiutare Hamas e, a suo avviso, ha dato la spinta all’attacco a un bus a Gerusalemme, dove sono morte 6 persone.
Inoltre, rimangono i dubbi di molti esperti per la facilità con cui tale legge potrebbe essere applicata verso tanti altri prigionieri. Bisogna ricordare che negli ultimi due anni Israele è tornato ad applicare la Legge sui combattenti illegali, che permette di arrestare chiunque sia sospettato di essere coinvolto in attività ostili contro Israele o di porre una minaccia alla sicurezza dello stato, senza limiti di tempo o obbligo di fornire prove o circostanziare le accuse.
A inizio settembre, Local Call, +972 Magazine e il britannico The Guardian hanno rivelato come, dai dati dell’intelligence israeliana, sia emerso che solo un quarto delle persone detenute sotto la Legge dei combattenti illegali sarebbe sospettata di affiliazione ad Hamas o a un movimento vicino: 1.450 individui sui 6 mila.
Il poco rispetto per i diritti umani e per procedimenti trasparenti, oltre alla facilità con cui le accuse vengono ampliate e manipolate, solleva preoccupazione anche per questi detenuti. E tutto ciò rende chiaro, una volta di più, che i sionisti stanno portando avanti un genocidio con tutti gli strumenti possibili.
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01/07/2024
Suicidi in carcere. Sentenze non scritte di pena di morte e gli ergastoli percepiti
Ponticelli pallida madre: è la sintesi della vita di Angelo, dentro e fuori dalle relazioni di amore, di famiglia, di lavoro, di socialità. Dentro e fuori dal carcere, dalle comunità, dalle dipendenze. Un dentro e fuori che come un’altalena ha cancellato la progressione del tempo, arrivando a confondere ogni suo passato bruciato, con ogni orizzonte di futuro. Così questo pendolare lo ha condotto ad essere un balordo, senza esserlo. Un bastardo, pur volendo essere padre, figlio e marito esemplare. Un detenuto, un ergastolano: anche quando era a piede libero si portava questo nero nell’anima fatto di ferro e di paura.
“È come vivere la vita di un altro, ma farlo talmente tanto in fretta da non accorgersene. Fino a ritrovarsi in una cella schifosa e a non avere nessuna voglia di uscire, proprio perché la prigione è quella che hai al cervello e non solo quella delle sbarre.”
Angelo non riuscì ad uccidersi. Non ne ebbe il coraggio, meglio, non ci ha provato con grande convinzione. I tentati suicidi hanno molteplici meccanismi, assai poco sintetizzabili, ma due categorie si possono comunque tentare di tracciare: a) i falliti suicidi, b) i suicidi troppo timidi per essere realmente suicidi. Angelo, sempre secondo me, appartiene alla seconda categoria: una specie di volerlo fare per dire a sé stesso e agli altri di averci provato.
Un urlo, più che un gesto: un urlo, però, che a volte uccide lo stesso. Dopo il carcere è stato qualche anno in comunità, ma una volta fuori ha ricominciato la fetente vita di sempre. Poi il fantasma di sé stesso gli ha chiesto nuovamente il conto e, guarda caso, sempre dentro una cella buia di una prigione. “Vuoi vivere o vuoi morire? Decidi, ma senza rompere le palle al mondo”, si senti dire una mattina da una vocina acida nel suo cervellino alienato. È vivo ed è un ottimo amico.
40 suicidi in carcere quest’anno. 1 ogni 3 giorni. 85 nel 2022. 70 nel 2023. Atti di autolesionismo quotidiani. Ma anche altro: morti provocate da auto annientamento dovuto alla atarassia, quel lasciarsi andare che nessuna autopsia può diagnosticare e nessuna statistica conteggiare. Perché?
“Non ti vedi più. Questo è il problema. Il passaggio stretto della detenzione è crudele, vero, ma è la ferocia con la quale si cancella ogni avvenire possibile che ti annienta. Io, ad esempio, in carcere come in comunità stavo bene, anzi, trovavo anche equilibrio e interessi. Fuori non ho mai letto, neanche un fumetto, invece quando sono “chiuso” riesco a leggere tantissimo. Pensa che, ancora oggi, per leggere mi chiudo da qualche parte. Il mio guaio è che non riuscivo ad immaginarmi altro che quello. Quando ho provato ad uccidermi non reggevo più me stesso, non è che non reggevo il carcere. Non reggevo questa specie di mio ergastolo universale, circolare, forse frutto di una sentenza scritta anche da me, o dalla società e non da un giudice, ma comunque qualcosa che mi opprimeva, mi toglieva il respiro. Un ergastolo del cuore, del sentire, del dovere essere per forza lo sbandato violento e stupido. Non reggevo più questo orrore. La morte, il tentare di uccidersi, diventa scelta minima, quasi come comprarsi o no un gelato in casi come il mio. Diventa una delle opportunità concesse. Non sentivo di valere nulla per me e per nessuno: la cella, con i suoi riti e ritmi, ti sbatte in faccia ogni istante quanto sei meschino, fragile, inutile. La morte ti salva da te stesso, non dalla galera.”
Gli studiosi descrivono le Istituzioni Totali, chi pro o contro, sono d’accordo però nell’individuare queste “strutture” in luoghi ben precisi, con burocrazie ben definite. Una diagnosi, una sentenza, o altro che corrispondono a luoghi fisici: carcere, ospedale, manicomio, comunità e altri. Quello che stupisce, però, è che queste definizioni non spiegano i meccanismi che azionano i tanti suicidi, perché di per sé la situazione di deprivazione spiega solo una minima parte del fenomeno.
Dietro i suicidi in carcere, invece, si dovrebbe parlare di Istituzioni Totalizzanti, traslare quindi il concetto detentivo, dal luogo dove viene effettuata, alle implicazioni emotive che comporta che, in questo, non sono intrinseche nel luogo, quanto nelle elaborazioni mentali che quel luogo spinge a fare. Implicazioni che vanno ben oltre le misure restrittive della detenzione.
Contesti sociali di appartenenza, traumi fatti o subiti, alienazioni perpetue, dipendenze croniche, mancanza di stimoli e prospettive professionali, stigma e tantissime criticità che provocano i suicidi tra le mura carcerarie, vero, ma si riferiscono direttamente a contesti che non sono in quei luoghi, che sono nel ricordo o nell’orizzonte di un futuro che si percepisce impossibile o di un passato indigeribile. Angelo, ad esempio, sovrapponeva le condizioni estreme della vita carceraria, con il suo “fuori” altrettanto estremo. Era, a suo dire, l’oscillazione devastante tra questi due dentro che lo stava portando al creatore.
Mentre spesso l’attenzione dei media si concentra sulle condizioni carcerarie che, per quanto orribili, da sole non spiegano questa mattanza, anche perché spesso si ci uccide a inizio o a fine pena e, ancora, durante detenzioni non lunghissime. L’ergastolo percepito da Angelo è fatto di entrambe queste detenzioni e, per quanto orribile dirlo, è una sensazione che scaturisce dalle sentenze non scritte di inutilità e marginalità perpetua che la società emette e che, in qualche modo, il carcere tira fuori.
Non è un caso, quindi, che si eseguono queste condanne a morte non scritte, perlopiù nei giorni comandati: ad agosto, come nelle festività. Non perché con il caldo manca l’aria condizionata o a Natale il banchetto di famiglia, quanto perché sono giorni in cui il cervello del condannato si sposta in altri luoghi, quelli della memoria e dei bilanci: sono questi due macigni che spingono al gesto estremo.
Poi è anche vero che la brutalità della vita detentiva fa deflagrare ogni malessere ma, di fondo, agisce su psiche turbate, dove le torsioni della prigionia scavano solchi che solo un diritto reale alla tenerezza, oltre che ad un reinserimento sociale, può lenire.
Una volta Angelo mi disse che da quel buio una mano lo aveva afferrato per i capelli e tirato fuori. La cosa mi fece scoppiare a ridere: Angelo è calvo. Però, stabilito di voler vivere, dovette chiudere con entrambe le detenzioni e uscito da Poggioreale cambiò tutto, anche rispetto alla detenzione del suo fuori. Casa, abbigliamento, giri sociali, abitudini, numero del telefono, rapporti con la famiglia: uno tsunami identitario forzato, forse frutto di disciplina, ma che fino ora gli ha salvato la vita.
Del resto il detenuto 7047 delle galere fasciste, Antonio Gramsci, per salvarsi dalle trasformazioni molecolari che la vita detentiva gli imponeva, si diede una disciplina ferrea. Quel “per sempre”, che si impose scrivendolo in tedesco, che indicava un’attenzione intellettuale verso il suo Io di fuori, il suo Io identitario, senza cadere nelle trappole delle maschere dell’imprigionato, della ossessione verso sé. Gli stessi “Quaderni” sono frutto di questa auto disciplina da contrappore alla disciplina fascista: una Resistenza.
Così negli ergastoli “percepiti” della modernità turbocapitalista bisogna dare come implicite le pene accessorie non scritte che traslano il carcere, da luogo fisico, a luogo dello spirito: dove l’annientamento non è dato dalla detenzione brutale, ma dalle implicazioni che questa imprime a fuoco nei cervelli dei più fragili e nei disfunzionali. Una torsione che, molto aldilà dei reati commessi e dalle sentenze da scontare, può trasformarsi in ergastoli o in pene di morte.
Non resta che opporsi, anche per chi detenuto non è, con una disciplina che rimandi ad altri valori e a futuri possibili. Immagini, forse, ma uniche forme per preservare la Dignità di chi è caduto nelle tante detenzioni della società del consumismo. Resistenza Umana, da contrappore alla tenaglia dei due nero, quello specifico della detenzione e quello sfumato della super alienazione, che vede nella segregazione lo strumento principe per trasformare l’Uomo in altro.
“Comprendere la mia malattia. Accettarla. Mi ha dato la possibilità di creare uno spazio dove non mi sento giudicato. Così ho trovato degli interessi che, ancora oggi, mi isolano dai contesti di degrado nei quali sono cresciuto. Ma devo ricordarmi che sono gli unici che ho e che questa forma di nuova detenzione, che mi auto impongo, mi rende diverso dagli altri.
Oggi posso trascorrere intere domeniche a leggere. Posso giustificarmi del fatto che non vedo mio fratello da anni, perché è ancora dentro i casini e non vuole uscirne. Una specie di egoismo, ma forse è l’unica difesa che ho da quel nero che, storto o morto, ho dentro di me. Arrivare sul confine tra la vita e la non vita ti dà una forza magica: sono l’Angelo che rubava nelle chiese le elemosine nelle cassette dei santi, ma sono anche l’Angelo che oggi è a servizio degli amici e si sta riallacciando gradatamente al genere Umano. Sono entrambe queste cose e guardarmi dall’alto, da quel confine assurdo della voglia di farla finita, mi ricorda chi sono e cosa devo fare per non tornare ad esserlo.
Il carcere, almeno nei miei sprofondi, entra poco: è una piccola parte, nemmeno la peggiore, delle mie prigioni. Però è quella che ha messo a nudo la mia fragilità, spingendomi ai tentati suicidi. Si ci ammazza in carcere perché ci sta un preciso momento in cui si vede con nitidezza quanto si è scesi nella fogna e quanto non ci sia una strada per uscirne. È quello il botto del buio pesto, quello in cui una piccolissima cosa, che sia una scorreggia di un compagno o uno scarafaggio che si aggira sul pavimento che fa esplodere tutto. La rabbia che ti fa bruciare è improvvisa e persino il dolore di tagliarsi o conficcarsi uno stuzzicadenti nella mano ti distrae da quel nero dentro che è talmente solido da ingoiare ogni luce.”
Forse è questo l’errore delle analisi sui suicidi in carcere. Si discute tra la definizione di “dentro” e si contrappone a quella del “fuori”, mentre in realtà molte di queste esistenze oscillano tra due dentro. La Pubblica Opinione si indigna sulle condizioni inumane del dentro stigmatizzando carenza di strutture, sovrappopolamento, carenza di personale eccetera eccetera, mentre spesso è l’assenza di un fuori che spinge all’auto annientamento e al suicidio.
Quel “fuori che aspetta” come elemento principale di sogni, di bisogni, di speranze che nelle vite perdute si liquefano progressivamente in una grammatica dove sparisce il tempo. Passato, Presente, Futuro triturati in un nero che non lascia spazio all’amore.
Quando il detenuto Angelo ha percepito il fermarsi del tempo, del suo tempo, ha anche decretato la sua fine. Il suicidio, secondo me, è il fisiologico esercitare l’ultimo dei propri diritti, quando tutti gli altri sono stati offuscati e non il gesto estremo di non reggere alla detenzione, ma quello di rivendicare una libertà. L’unica libertà possibile. “Ci vuole umiltà e non orgoglio” scriveva Pavese, ma nel caso dei suicidi in carcere ci sta la combinazione di questi due fattori.
“Aprire tutte le prigioni dell’essere affinché l’umanità abbia tutti gli avveniri possibili”
Rubo la citazione di Gaston Bachelard, da “Il bosco di bistorco” il primo libro edito da Sensibili alle Foglie, la cooperativa editoriale messa su, proprio dentro un carcere, da Renato Curcio, Stefano Petrelli e Nicola Valentino: esperienza che va letta proprio in chiave di Resistenza di un Io identitario rispetto alla decomposizione di ogni Io carcerario.
Ma come hai resistito?
“Difficile da spiegare. Penso che sia la capacità, del detenuto o sofferente che sia, di mantenere un filo di comunicazione con sé stesso. Senza recidere quelle specificità proprie che ti mantengono Uomo, quando tutto ti spinge a diventare bestia. Una luce, uno spazio mentale, una piccolissima cosa nella quale si mantiene un margine di Dignità. Quando questo filo sottilissimo si rompe, si entra in una spirale dove alla devastazione delle Istituzioni e della propria stessa vita, si aggiunge un non so ché di cronico, di eterno, di irreversibile che rende la sopravvivenza stessa impossibile.
Gli altri, forse anche in buona fede, tentano invece di legittimare questa discesa verso una omologazione tra la figura del carcerato e il carcere stesso. Una sovrapposizione che cancella ogni speranza, che annega quel che resta di te in una vergogna sorda, invalidante. Il suicidio diventa quindi non l’atto finale di una scelta, ma la conseguenza di una incapacità a reggere l’ergastolo nel cuore e non tanto la detenzione che si sta scontando. Ma il carcere è questo: annientare, non rieducare. Nascondere, non punire. Come ti spieghi, ad esempio, che hanno proibito farina e lievito a Cospito? Come ti spieghi che gli hanno già proibito musica e foto di famiglia?
È la scelta, non tanto del sistema Carcere, quanto della società intera di annullare, piegare, scomporre ogni residuo di Umanità in chi cade, quanto in chi sbaglia. Riuscire a resistere a questi pesi non è dato dalla forza, anzi, ma dalla leggerezza. Essere farfalla, non leone. Poi ci sta, almeno nel mio caso, la creatività: il perdersi dietro un passatempo anche ore, abitudine che rende ogni tipo di detenzione superabile. Non è il solito “adda passà a nuttata”, anzi è volerla vivere, in qualche modo, fino in fondo. Decidere di essere libero. Di essere, contemporaneamente, attore e spettatore della propria tragedia. Io mi sono salvato così: una lettera d’amore a donne che non conoscevo, una poesia che non sapevo decifrare, un sogno che sapevo di non poter vivere. Ma quando si sceglie di continuare a stare al mondo, nonostante ci si senta un numero grigio e si sia palesato dentro l’idea di darsi la morte, bisogna inondare di colori la propria esistenza. Di avveniri possibili, esattamente come dici tu.”
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03/03/2023
Israele reintroduce la pena di morte, ma solo per i palestinesi
Lo stesso giorno Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale del nuovo governo Netanyahu da qualche mese alla guida di Israele, ha ottenuto il via libera per una delle sue promesse elettorali, ovvero l’introduzione della pena di morte per i palestinesi definiti “terroristi”.
Il 1 marzo, il parlamento israeliano ha approvato in prima lettura e a larga maggioranza questo disegno di legge fortemente voluto da Otzma Yehudit, partito di ultradestra a cui appartiene Ben Gvir. Addirittura il partito di opposizione Yisrael Beytenu ha votato favorevole, nonostante persino la procuratrice generale Gali Baharav-Miara abbia dichiarato la norma “incostituzionale”, tanto più nel riferimento ai territori occupati.
La definizione di terrorista data è questa: chi “intenzionalmente o meno causa la morte di un cittadino israeliano quando l’atto è compiuto per motivi razzisti o di odio e con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella propria patria”. Una dicitura con una forte connotazione nazionalistica e apertamente razzista.
Il dettato porta con sé delle pesanti contraddizioni, dato che il 20% circa di chi ha la cittadinanza israeliana è palestinese. Ma persino il Jerusalem Post ha indicato che è decisamente improbabile che un ebreo possa essere condannato a morte. Ora, comunque, il testo arriverà in Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset.
Intanto, esperti ONU hanno condannato la legge in quanto regressiva e Amnesty International ha sottolineato il carattere di apartheid di un tale provvedimento. Tutto questo mentre centinaia di manifestanti sono scese in piazza a Tel Aviv, insieme ad alcuni partiti di opposizione, contro la nuova riforma della magistratura e la polizia, intervenuta con idranti e granate stordenti, ha ferito 11 persone.
Probabilmente anche per distogliere l’attenzione da altre misure come quelle sulla giustizia, si sta alimentando un clima davvero teso e delicato in Palestina e nei territori occupati della Cisgiordania. L’altissimo livello di tensione rende necessario mantenere alta l’attenzione sui fatti che avvengono in quelle zone, e sostenere in ogni forma possibile la resistenza del popolo palestinese nella sua lotta per esistere.
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11/06/2022
Guerra in Ucraina. L’Africa chiede lo sminamento dei porti. Sentenza capitale per tre mercenari a Donetsk. A Kyev arriva l’artiglieria
Il presidente senegalese e presidente di turno dell’Unione Africana, Macky Sall, ha chiesto lo sminamento del porto ucraino di Odessa per consentire l’export dei cereali e ha aggiunto di aver ricevuto rassicurazioni dal presidente russo Putin, che i russi non ne approfitteranno per sbarcare nella regione di Odessa.
Se le esportazioni di grano non riprenderanno, l’Africa “sarà in una situazione di carestia molto grave che potrebbe destabilizzare il continente”, ha detto in un’intervista ai media francesi France 24 e RFI. Il continente africano è fortemente dipendente dalle importazioni di grano ucraine e russe e dai loro fertilizzanti, essenziali per la sua agricoltura.
“Se i fertilizzanti non arrivano quando è inverno (la stagione delle piogge) nella maggior parte dei Paesi africani, significa che non ci sarà raccolto”.
La scorsa settimana il presidente dell’Unione Africana ha incontrato a Mosca Putin. “Fino a quando non avrò dimostrazione del contrario, non ho elementi per contraddire le assicurazioni di Mosca che non cercherà di bloccare il grano ucraino se le acque saranno ripulite dalle mine”.
“Gliel’ho anche detto: gli ucraini dicono che se rimuovono le mine, loro (i russi) entreranno nel porto. Lui assicura che, no, non entreranno, ed è un impegno che ha preso”, ha aggiunto. “Ora dobbiamo lavorare all’eliminazione delle mine, alla partecipazione dell’Onu e di tutte le parti interessate, per iniziare a portare fuori il grano ucraino”.
A Donetsk sentenza capitale per tre mercenari stranieri
La corte suprema della Repubblica Popolare del Donetsk ha condannato a morte i mercenari britannici Aiden Aslin e Shaun Pinner, e Saaudun Brahim, marocchino, catturati al fronte mentre combattevano con l’esercito ucraino. L’agenzia Donetsk news riferisce che i tre mercenari sono stati accusati in base a quattro articoli del Codice penale della Repubblica Popolare del Donetsk: commissione di reati da parte di un gruppo di persone, colpo di stato violento e mantenimento del potere con la forza, mercenarismo e addestramento per attività terroristiche. I mercenari si sono dichiarati colpevoli delle accuse.
Il tribunale ha emesso le sentenze di morte in modo cumulativo. “Il verdetto di colpevolezza si basa sulle prove fornite dall’accusa, senza contare che gli imputati si sono dichiarati colpevoli per tutti i capi d’accusa. Le prove dimostrano che le accuse non si basano esclusivamente sulla loro confessione”.
“Nell’emettere il verdetto, la corte è stata guidata non solo dalle norme e dalla condotta prescritte, ma anche dal principio chiave inviolabile della giustizia. È questo principio che ha permesso alla corte di prendere questa decisione difficile e piuttosto dura sulla pena capitale per gli imputati”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente del tribunale Alexander Nikulin.
I mercenari britannici e quello marocchino hanno il diritto di chiedere la grazia.
Il governo di Boris Johnson si è detto “profondamente preoccupato” per la condanna a morte inflitta da una corte del Donetsk ai due mercenari britannici e a un commilitone marocchino. “Abbiamo ripetutamente detto che sono prigionieri di guerra, che non vanno strumentalizzati a scopi politici e che hanno diritto all’immunità in base alla Convenzione di Ginevra”, ha commentato un portavoce di Downing Street.
Poche settimane fa un tribunale ucraino, anche qui con un processo-lampo, ha condannato all’ergastolo un soldato russo catturato al fronte. Altri due soldati russi catturati sono stati condannati a 11 anni di carcere.
Ucraina in difficoltà sul fronte militare. Arriva l’artiglieria dall’estero
Le truppe russe hanno guadagnato terreno nei pressi di Komyshuvakha, un villaggio vicino alla città di Popasna nell’Oblast di Luhansk, e del villaggio di Roty nell’Oblast di Donetsk, ha dichiarato lo Stato Maggiore ucraino. Le forze armate russe stanno ancora assaltando Severodonetsk per ottenere il pieno controllo della città, ma senza successo, ha aggiunto lo Stato Maggiore ucraino citato da Kyev Indipendent.
Le unità della Repubblica popolare di Donetsk (DPR), nell’Est dell’Ucraina, si stanno avvicinando a Sloviansk, ha annunciato il quartier generale della Difesa territoriale della DPR, sul proprio canale Telegram, rilanciato dall’agenzia Ria Novosti. “Stiamo avanzando in direzione Sloviansk”, si legge nel messaggio, in cui le milizie dei separatisti filo-russi rivendicano di aver liberato con l’aiuto delle forze armate russe 235 insediamenti nella Repubblica del Donetsk.
“È una guerra di artiglieria ora e in questi termini la stiamo perdendo”, “Tutto dipende da quello che l’Occidente ci dà”, è quanto affermato da Vadym Skibitsky, vicecapo dell’intelligence ucraina in una intervista al The Guardian. “L’Ucraina ha un pezzo di artiglieria ogni 10-15 pezzi di quella russa. I nostri partner occidentali ci hanno dato circa il 10% di quello che hanno”, ha aggiunto, precisando che le forze di Kiev usano 5-6 mila colpi di artiglieria al giorno.
“Abbiamo quasi esaurito tutte le nostre munizioni – ha confessato Skibitsky – e ora stiamo usando proiettili standard Nato calibro 155. Anche l’Europa fornisce proiettili di calibro inferiore, ma man mano che li esaurisce, la quantità sta diminuendo”.
Mykhailo Podoliak, aiutante del capo di gabinetto del presidente Zelenski, ha dichiarato alla BBC che l’Ucraina sta perdendo tra i 100 e i 200 soldati al giorno. Qualche giorno fa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aveva dichiarato che la situazione nell’est del Paese era “molto grave” e che, secondo lui, l’esercito ucraino perde tra i 60 e i 100 soldati ogni giorno al fronte, senza contare i feriti.
Per Podoliak una delle ragioni principali dell’elevato numero di vittime tra i soldati ucraini è la mancanza di parità tra le capacità militari ucraine e russe. Tale parità potrebbe essere raggiunta se l’Ucraina ricevesse centinaia di sistemi di artiglieria dall’Occidente.
Il 9 giugno, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato una foto di un obice M777 da 155 millimetri mentre viene caricato su un aereo in rotta verso l’Ucraina. Il giorno prima, il Ministero della Difesa norvegese ha annunciato di aver consegnato all’Ucraina 22 unità di artiglieria semovente M109. L’obice semovente AHS Krab progettato in Polonia è il quinto tipo di artiglieria da 155 mm che l’Ucraina ha ricevuto dai suoi alleati, ha riferito il Ministro della Difesa Oleksiy Reznikov.
Mosca risponderà immediatamente se la Russia verrà attaccata con sistemi d’arma a lungo raggio, ha dichiarato giovedì al canale televisivo Rossiya-24 il capo della delegazione russa ai negoziati sulla sicurezza militare e il controllo degli armamenti a Vienna, Konstantin Gavrilov.
“Abbiamo posto l’accento in particolare sulla consegna all’Ucraina di obici a lungo raggio e di HIMARS MLRS che minacciano non solo il Donbass ma anche la Russia. Abbiamo esposto chiaramente la posizione della Russia: se la Federazione Russa viene attaccata con questi sistemi a lungo raggio, la risposta contro i centri decisionali sarà immediata”, ha sottolineato Gavrilov.
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24/05/2020
Il primo condannato a morte su ZOOM
Non è la prima volta che una sentenza viene pronunciata o annullata in tele-conferenza. Abbiamo visto fino alla nausea la riproduzione della scena in cui l’avvocato chiama il governatore per bloccare la sentenza, mentre il condannato giace sulla lettino o è costretto sulla sedia elettrica.
Non ci sarebbe granché da stupirsi, se non fosse che Zoom lo usiamo tutti i giorni, insieme ai nostri figli, per seguire la maestra delle elementari che ci istruisce sull’uso dell’accento o dell’apostrofo.
Rimane lo scandalo per un evento che appare davvero irrituale. Come se nella condanna tele-trasmessa ci fosse un sovrappiù di accanimento verso il corpo stesso del condannato a morte. Come se una sentenza comunicata dal vivo fosse meno oltraggiosa di una morte annunciata live.
Non c’è dubbio che c’è una differenza tra una condanna in presenza e una condanna in streaming. Ma nessuno dice di che differenza si tratti, come se la cosa fosse ovvia.
Un giorno ho provato a dire a una mia amica che essere lasciati con un SMS (c’erano ancora gli SMS) è meglio che essere lasciati direttamente, perché l’SMS è come una lapide, si ha qualcosa su cui piangere e fare il lutto. Mentre una dichiarazione di morte dell’amore, pronunciata in presenza, lascia sempre il dubbio di non avere ascoltato bene, di avere capito male, e dunque lascia la possibilità di ritornare all’attacco, eccetera.
Non c’è bisogno di confessare che con queste elucubrazioni ho perso un’anima, e forse qualcosa di più.
Questa differenza non è cosa di lana caprina. Un’altra amica – ma forse chiamarla amica è un po’ eccessivo – un contatto, forse con l’intenzione di portare un po’ di luce su questa differenza, scrive su Facebook che i bar non sono luoghi che fanno caffè o spriz take away nel bicchiere di plastica. Se è così uno il caffè se lo fa a casa, e risparmia. Il bar, dice, è un luogo di socialità e relazione.
Più che una delucidazione mi pare la difesa di un luogo comune, una difesa debole, per giunta.
Ammesso e non concesso che per relazione volesse intendere una sorta di corpo a corpo, un toccarsi, limonarsi, leccarsi o strofinarsi, cose che, è evidente, non possono farsi con una tele-fonata o una tele-visione, resta ancora da dimostrare, e la cosa non è scontata, che questi incontri lubrichi e salivosi possano tenersi in assenza di un qualunque tipo di tele-comunicazione.
Non sto qui a dilungarmi, basterebbero le esperienze di tutti i giorni a mostrare come, per perfezionare un incontro in presenza, sono necessari un certo numero di WhatsApp, di viaggi in bicicletta e in pullman, persino a piedi, tutti mezzi, questi (compreso i piedi), di tele-trasporto.
Da quando Gutenberg ha migliorato il più potente mezzo di tele-trasporto mai apparso sulla Terra – la scrittura – le possibilità di incontrarsi, limonarsi e tutto il resto, non sono diminuite, anzi, sono cresciute in modo esponenziale, tanto da favorire una copula convulsiva che ha portato la popolazione mondiale da poche centinaia di milioni di persone a 7 miliardi e oltre (favorita da un certo sviluppo delle forze produttive...). E pensare che Platone, che nel Fedro aveva già capito la potenza moltiplicativa della scrittura, la paragonava ad una tecnica malvagia.
È questo valore di presenza (di presenza a sé e di presente in senso temporale) che Hegel, Freud, Heidegger, Saussure, eccetera, hanno contribuito a smontare, mostrando come anche l’incontro più intimo, l’incontro con se stessi nel sogno, è una tele-fonata, anzi, una tele-visione.
E che nel sonno a parlarci è un altro, un altro che ci parla per mezzo di segni, dunque di strumenti, che si possono interpretare e intendere dopo un’accurata analisi.
E che questi segni acquistano significato solo nella struttura di rimandi in cui una presenza (il segno) sta per una cosa assente.
E che dunque non c’è presenza che non sia contemporaneamente assenza. O, per dirla con Hegel (o Spinoza), che ogni presenza è negazione.
Andiamo al bar non per il caffè. Il caffè è una scusa. Rimanda alla possibilità di incontrare qualcuno, una persona, una ragazza o un ragazzo con cui parlare o fare cose – più fare cose che parlare. Sia chiaro, però, l’intenzione non è di scaricare la tensione, di consegnarlo a qualcuna, anzi, a qualcosa, e finirla lì.
La cosa, il corpo dell’altro, non è il vero obiettivo, anzi, sì – però non soltanto. È proprio per toglierci da questo imbarazzo che l’atto vero e proprio è preceduto quasi sempre da convenevoli, ritenuti perlopiù inutili. Ma necessari per far capire all’altro che non siamo lì per il suo corpo, che non siamo venuti alla svelta per commettere il mero fattaccio, e che il fine di tutta la commedia non è il corpo nudo e crudo di chi ci sta di fronte in bella presenza – o forse si.
Non si vuole che l’altro pensi che il suo corpo non ha una forza di attrazione sua propria, ma pensi che l’attrazione fisica allude a un sentimento e a un desiderio, seppur effimeri, ma che non si esauriscono nella copula, e rimandano a qualcos’altro, tipo il rispetto, l’amore, la passione, o cose di questo genere.
Anche quando questo temporeggiamento è ridotto all’osso, e si rinvia a dopo ogni discussione e commento, si spera che l’altro capisca che la foga fa segno a una mala educazione, che rispetta l’altro nella sua immediatezza fisica, più di quando non faccia chi ciancia e pazienta e poi si smoscia.
È facile incartarsi in queste situazioni, e dire di più o di meno di quello che andrebbe detto.
Mi fermo qui, perché la struttura di rimandi è circolare, come aveva capito bene Nietzsche, che ora aggiungo all’elenco per chiudere il cerchio.
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23/06/2019
04/10/2017
Arabia Saudita - Il "nuovo corso" tra decapitazioni e affari milionari con la Russia
02/11/2016
Turchia, torna la pena di morte. Ancora purghe e giornalisti in manette
Le forze di sicurezza hanno perquisito le case dei giornalisti, inclusa quella di Can Dundar, ex direttore di Cumhuriyet che ora si trova in Germania e per il quale è stato emanato sempre ieri mattina un nuovo ordine di cattura dopo quello che lo aveva raggiunto a causa di uno scoop che rivelava la complicità del regime di Erdogan con i jihadisti attivi in Siria. Al momento dei blitz della polizia si trovavano all'estero anche il giornalista Nebil Ozgenturk e Akin Atalay, avvocato della testata e presidente del consiglio esecutivo della fondazione a cui appartiene Cumhuriyet.
Lo staff del quotidiano più antico del Paese e il cui nome (“Repubblica”) fu scelto dallo stesso fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal, è accusato degli stessi reati per cui negli ultimi mesi sono già state chiuse decine di altri media. Nel caso specifico, i giornalisti in questione sono accusati di aver commesso dei crimini "a nome dei gruppi terroristici PKK e FETO", ossia il Partito dei lavoratori del Kurdistan e il movimento dell'ex imam Fethullah Gulen, che Ankara indica come responsabile del fallito golpe del 15 luglio scorso.
L'ordine di fermo della magistratura di Istanbul fa inoltre riferimento alle accuse di "irregolarità" commesse durante l'ultima elezione per definire i membri direttivi della Fondazione Cumhuriyet. Un'espressione che è stata valutata da diversi osservatori come un possibile segnale dell'eventuale commissariamento (e conseguente chiusura) del quotidiano, una sorte già toccata a numerosi media. Intanto, l'indagine risulta attualmente coperta da segreto istruttorio e secondo quanto riportato dal quotidiano online T24, ai giornalisti indagati è stato posto il divieto di vedere i propri avvocati per ben 5 giorni.
La giornalista Ayse Yildirim, in una dichiarazione realizzata a nome del quotidiano, ha definito le accuse "ridicole", ed ha affermato che "le decisioni di fermo vanno contro la legge e le accuse sono immaginarie. Cumhuriyet non ha mai collaborato né con FETO e nemmeno con il PKK ed è impossibile che possa collaborarvi". Yildirim ha inoltre aggiunto che allo stato attuale non è rimasto un solo dirigente di testata a piede libero" ma tutti quelli che lavorano in questo giornale sono dirigenti. Noi abbiamo subito simili pressioni anche in passato e non ci piegheremo. Qui è in atto un golpe che mira a colpire il diritto dei cittadini a informarsi. Invitiamo tutti a unirsi in solidarietà per il diritto di informare e di essere informati".
Ieri alcune centinaia di lettori e di membri delle organizzazioni per la libertà di stampa si sono radunati davanti alla redazione di Istanbul per sostenere il quotidiano. Anche numerosi dirigenti del Partito Repubblicano del Popolo (Chp, laico e nazionalista di centrosinistra) e del Partito democratico dei popoli (Hdp, riunisce sinistra curda e turca) si sono recati nelle sedi di Istanbul ed Ankara del giornale condannando i fermi. Il co-leader dell'HDP, ricordando il recente arresto dei co-sindaci curdi di Diyarbakir Gulten Kisanak e Firat Anli, ha affermato che l'operazione rivolta ai giornalisti di Cumhuriyet si inserisce all'interno di uno stesso, unico obiettivo, quello di raggiungere "la meta della dittatura".
A sua volta, Cemal Canpolat, presidente del CHP della circoscrizione di Istanbul, ha attirato l'attenzione sulla prossimità del referendum che il governo di Ankara vorrebbe sottoporre ai cittadini per approvare il sistema presidenziale in Turchia. "Vogliono andare al referendum con una stampa muta" ha affermato il politico. "Se le istituzioni dell'UE vogliono dire la loro sulla questione, questo è il momento giusto", ha affermato invece Erol Onderoglu, rappresentante di Reporters Senza Frontiere in Turchia. Nel paese sono ormai 130 circa i giornalisti e i fotoreporter chiusi nelle galere.
Anche le purghe nell'amministrazione pubblica non accennano a fermarsi. Il regime ha licenziato altri 10.000 funzionari pubblici, anche in questo caso accusati di avere a che fare con il fallito putsch di luglio. Stando ai due decreti pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, complessivamente sono stati rimossi 10.131 dipendenti dello Stato, in particolare dei ministeri dell'Istruzione, della Giustizia e della Sanità.
Negli stessi decreti è stata anche annunciata la chiusura di 15 media, la maggior parte dei quali vicini alla causa e alla comunità curda, ed anche la soppressione dell'elezione dei rettori delle Università, che d'ora in poi saranno scelti dal presidente Recep Tayyip Erdogan tra i candidati selezionati dal Consiglio dell'istruzione superiore. Questo dopo che a migliaia rettori, presidi di facoltà e docenti sono stati arrestati o licenziati o sospesi dal servizio nei mesi scorsi.
Dopo il tentato golpe di luglio sono state arrestate più di 35.000 persone, mentre molte decine di migliaia di insegnanti, poliziotti, magistrati, avvocati e dipendenti pubblici di vario tipo sono stati licenziati o sospesi.
Intanto i due sindaci di Diyarbakir, la principale città a maggioranza curda del Sud-est della Turchia, sono stati posti sotto custodia cautelare per attività "terroristiche" legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).
Gültan Kisanak e Firat Anli sono accusati di "appartenenza a un'organizzazione terroristica armata" e di "sostegno logistico a un'organizzazione terroristica armata", stando a quanto si legge nel comunicato diffuso dal tribunale di Diyarbakir.
L'arresto di Kisanak e Anli, martedì scorso, aveva scatenato violente proteste non solo a Diyarbalkir ma anche in varie città del Kurdistan turco. L'altro ieri è stato arrestato anche Ayla Akat Ata, un ex deputato del “Partito della pace e della democrazia”, una formazione curda giù più volte presa di mira dalla repressione del regime.
Che intanto sembra proprio intenzionato a dar seguito alle minacce di ripristino della pena di morte lanciate subito dopo il maldestro tentativo da parte di alcuni ambienti militari di impossessarsi del potere.
Lo stesso capo del regime, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che una proposta di legge per ristabilire la pena capitale verrà presto sottoposta al Parlamento di Ankara.
"Il nostro governo sottoporrà (la proposta per la reintroduzione della pena di morte) al Parlamento. E io sono convinto che il Parlamento l'approverà e, quando arriverà davanti a me, io la ratificherò", ha detto Erdogan durante un discorso nella capitale di fronte ad una folla che reclamava l'applicazione della pena capitale per i golpisti di luglio.
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