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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2026

Čechov a Sachalin

di Marco Sommariva

È il 1902 quando Jack London, travestitosi da marinaio, s’addentra nell’East End di Londra per calarsi nella più disastrata delle realtà sociali: dormirà nelle baracche, frequenterà prostitute, poveri e ogni genere di umanità rifiutato dalla città “alta”. L’idea che dà vita a quest’opera – un vero e proprio trattato sociologico, che uscirà nel 1903 e che noi conosciamo col titolo Il popolo degli abissi – nasce in London mentre altri autori suoi contemporanei si limitano a cantare ciecamente le glorie dell’Impero britannico, allora giunto al suo massimo fulgore.

Cosa vede e ci racconta London di questa realtà? Un solo esempio. Quando muore un bambino, e capita spesso visto che il cinquantacinque per cento dei bambini dell’East End non raggiunge i cinque anni, il corpo resta in casa e, se la famiglia è molto povera, viene tenuto lì fino al momento della sepoltura: durante il giorno giace sul letto, invece nella notte, quando il letto è occupato dai vivi, il cadavere viene disteso sul tavolo dove al mattino, dopo che il cadavere è stato rimesso sul letto, i vivi fanno colazione – a volte il corpo viene sistemato sullo scaffale che funge da dispensa.

Un libro che, fra l’altro, ci ricorda un proverbio cinese che non dovremmo mai dimenticare: “Se un uomo vive nell’ozio un altro muore di fame”.

Nel 1937 viene pubblicato un libro-documento di George Orwell, La strada di Wigan Pier. In quelle pagine lo scrittore inglese racconta la sua esperienza tra i minatori disoccupati di una cittadina mineraria dell’Inghilterra settentrionale – Wigan Pier, appunto – che non si esaurisce in una sua testimonianza sulla crisi degli anni Trenta del Novecento, ma che si propone soprattutto come uno studio approfondito del complesso problema dei rapporti fra socialismo e civiltà industriale.

Anche in questo caso, si può parlare di un’indagine politica e sociologica condotta da uno scrittore che decide di calarsi in un inferno, quello delle miniere. È un tentativo, a mio modo di vedere ben riuscito, di entrare nel mondo della classe operaia per scoprirne sofferenze e valori, un’opera commovente, tragica e attualissima.

Cosa vede e ci racconta Orwell di questa realtà? Un solo esempio. Quando lo scrittore inglese entra in una casa della classe operaia – non in case di operai disoccupati, ma di famiglie operaie relativamente prospere – dice di respirare lì un’atmosfera calda, onesta, profondamente umana, che non è molto facile trovare altrove. E questo nonostante sia una classe che, quotidianamente, subisce i meschini disagi e la mancanza di decoro di dover fare ogni cosa secondo il comodo altrui, sempre costantemente sottomessa grazie all’orribile arma della disoccupazione. D’altra parte, come scriveva London ne Il popolo degli abissi, “Lo sfruttamento, i salari da fame, i disoccupati, la massa di persone senza casa né riparo sono inevitabili quando ci sono più uomini che vogliono lavorare che non lavori da fare”.

Senza mai dimenticare il valore di opere quali, per esempio, Il tallone di ferro, 1984, Il vagabondo delle stelle o La fattoria degli animali, queste due opere di Jack London e George Orwell le ho sempre ritenute il naturale risultato di scrittori che, a un certo punto, si domandano se con la loro attività si stanno occupando di cose serie o di sciocchezze: una mia banalissima conclusione perché spesso, nel mio piccolo, me lo sono domandato e ancora me lo domando quando impugno la penna.

Oggi, letto il libro L’isola di Sachalin di Anton Čechov, inizio a credere che la mia conclusione possa avere qualche fondamento, visto che nel 1888 l’autore russo scriveva a un amico: “Per quanto si riferisce a me, non provo appagamento alcuno per il mio lavoro, perché lo trovo meschino [...] Se è ancor troppo presto per lamentarmi, non lo è mai abbastanza per domandarmi: mi occupo di una cosa seria o di sciocchezze?”. La risposta a questo suo quesito arriva dopo due anni quando, allora trentenne, armato solo di passaporto e di una tessera di corrispondente del quotidiano russo Novoe vremya (Nuova epoca), intraprende un viaggio verso Sachalin per studiare la vita dei deportati nella colonia penale istituita dal regime zarista nel 1869, sita sull’isola lunga quasi mille chilometri e larga in media ottanta, posta all’Estremo Oriente della Russia, nell’Oceano “Grande o Pacifico che dir si voglia”. È una drastica risposta quella che si dà Čechov, visto che finirà con lo sbarcare ai confini del mondo dove “l’anima è invasa da quel sentimento che, forse, ha già provato Odisseo mentre navigava per mari sconosciuti”, per conoscere un insediamento fondato “quando l’isola non era ancora stata esplorata e costituiva, dal punto di vista scientifico, un’assoluta terra incognita”.

Ancor prima di leggere le pagine sulla realtà di Sachalin, ho trovato molto interessante la descrizione del suo tragitto verso l’isola. È un viaggio durissimo quello affrontato da Čechov, un percorso che costringe, dopo aver trascorso notti al gelo, ad attraversare fiumi scuri che, resi pericolosi da venti impetuosi e piogge sferzanti, riescono ad ammutolire anziani postini che alla loro età hanno attraversato quei fiumi migliaia di volte e che ne hanno viste di tutti i colori, e sono capaci di zittire pure gli stessi rematori dell’imbarcazione su cui lo spaventatissimo Čechov si sente morire sino a quando, finalmente, non vede avvicinarsi la riva, ed è così sollevato che trova qualcosa di bello anche nell’essere codardi perché, come succede a lui, basta veramente poco – raggiungere la riva di un fiume, appunto – “per essere felice, tutt’a un tratto!”.

Non che a Sachalin, all’epoca nota per essere il luogo più piovoso di tutta la Russia, il clima sarà molto migliore, anzi, qualcuno dirà allo scrittore russo che, lì, non esiste alcun clima, ma solo il brutto tempo. È un posto dove il 24 luglio 1889 sulle montagne “che qui non sono affatto alte”, cade già la prima neve e tutti sono già intabarrati in pellicce e tulup, il caldo e ampio giaccone tradizionale russo costituito generalmente da una pelliccia di montone o di astrakan “rivoltata”; dove, per settimane e settimane di fila, il cielo appare coperto da nubi plumbee; dove nel giugno del 1881 non c’è stata nemmeno una giornata di sole; dove per quattro anni, nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 1° settembre, le giornate serene non sono mai state più di otto; dove può capitare di entrare in una izba e trovare sette persone che battono i denti dal freddo, benché sia soltanto il 2 agosto.

Čechov è sul tratto di strada siberiana che porta da Tjumen’ a Tomsk dove non ci sono villaggi o fattorie, ma solo vasti insediamenti che distano tra loro venti, venticinque, perfino quaranta chilometri – ovviamente, nel testo le distanze sono descritte con un’unità di misura ormai desueta dell’impero Russo, la versta, pari a circa 1.066 metri –, quando si ritrova nell’izba di un postiglione e conclude che gli arabeschi sulla stufa, “quel cerchio sul soffitto” e un albero carico di fiori rossi e blu su una porta, sono stati dipinti da un europeo perché, pur essendo un’arte ingenua quella che lui ammira, è al di là della portata del contadino locale che per nove mesi di fila non riesce a togliersi i guanti e neppure a raddrizzare le dita. Si domanda lo scrittore russo quando mai troverebbe il tempo di dipingere un uomo del genere, che combatte con quaranta gradi sottozero e campi allagati nel raggio di venti chilometri e che è esausto e con la schiena a pezzi quando arriva l’estate già breve di per sé: “È così impegnato a lottare tutto l’anno contro la natura che non gli restano le forze per dipingere, suonare o cantare”. E allora mi vengono in mente i nostri tempi in cui sistemi repressivi, autoritari, dittatoriali che governano ormai un po’ ovunque, vogliono prendere le persone per stanchezza tenendoci impegnati tutto l’anno con allerte, preallarmi, avvisi, avvertimenti, ammonimenti, segnalazioni, così che ognuno possa cadere preda di timori, apprensioni, preoccupazioni, angosce, assilli, inquietudini e tutti quanti si finisca col consumare le nostre giornate senza aver mai potuto alimentare l’anima con la visione o la realizzazione di un dipinto, di un film o di un’opera teatrale, l’ascolto o la realizzazione di una musica, di un canto o di una poesia, eccetera. Ecco, tenerci impegnati a combattere ogni istante della nostra esistenza con paure create ad hoc è un metodo rapido e sicuro per farci diventare persone aride, facilmente polverizzabili, ignoranti, fragili, disarmate di fronte al prossimo allarme che già sta bollendo in pentola insieme a mille altri.

E riguardo l’attualità delle conclusioni e dei ragionamenti di Čechov questo libro è pieno zeppo, benché siano tutti datati 1890.

Non è ancora arrivato a destinazione, quando inizia a mettere per iscritto cosa non gli piace della pena capitale e della “rimozione del criminale dal consueto ambiente umano, per sempre”, che altro non sarebbe poi che l’attuale ergastolo.

Čechov scrive che non è del tutto esatta l’affermazione ricorrente per cui la pena capitale si applica solo in casi eccezionali, perché le pesanti condanne che l’hanno sostituita conservano la sua caratteristica essenziale, ossia quella di cancellare ogni speranza in un futuro migliore, di rendere vano qualsiasi sforzo del condannato per poter tornare a vivere, a essere un cittadino: “[...] la pena capitale, sia in Europa che da noi, non è stata affatto abolita, bensì camuffata sotto altre vesti, meno scandalose per la sensibilità umana”.

Detto quanto sopra, l’autore russo commette immediatamente un grossolano errore che gli si perdona volentieri perché, molto probabilmente, mosso da quell’ottimismo a cui tutti ci si aggrappa prima o poi per sopravvivere; lo sbaglio sta nell’affermare d’essere profondamente convinto che “tra cinquanta o cent’anni si guarderà al carattere perpetuo delle nostre pene con la stessa perplessità e lo stesso imbarazzo che oggi destano in noi lo strappare le narici o il tagliare un dito della mano sinistra”. Si sa, nessuno è perfetto, neppure Čechov.

Ma il drammaturgo russo si rifà immediatamente ammonendo “la nostra intelligencija pensante” che da venti o trent’anni ripete che ogni criminale è il prodotto della società, ma che s’ostina a guardare questo prodotto con scoraggiante indifferenza. Nel dire questo rimarca che il disinteresse nei confronti di chi langue in cella o in esilio risulta del tutto incomprensibile “alla luce dei fondamenti cristiani del nostro Stato e della nostra letteratura”, e che le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate nell’ignoranza dei nostri giuristi che “danno gli esami all’università solo per poter giudicare il prossimo e condannarlo al carcere o all’esilio”, senza mai interessarsi dove vada a finire l’imputato al termine del processo, cosa che non sanno e non vogliono sapere “perché non rientra nell’ambito delle loro competenze: che ci pensino i soldati di scorta e i direttori delle prigioni dal naso rubizzo!”.

Altro rimprovero lo muove per le misure repressive utilizzate come deterrente, in deciso contrasto con gli ideali cui si ispira la legislazione russa “che intende la pena innanzitutto come strumento correttivo” mentre, invece, venendo spese energie unicamente per ridurre il detenuto in condizioni fisiche tali da essergli impossibile la fuga, secondo lui “si dovrà parlare non di correzione, bensì di trasformazione del detenuto in un animale e della prigione in un serraglio”.

Čechov non ci pensa su due volte neanche a cantarle alla sua amata Russia: un tunnel costruito sbilenco, buio e sporco, lo porta a concludere che “questo tunnel incarna a meraviglia la tendenza tutta russa a sperperare denaro per stramberie d’ogni genere, quando invece le esigenze più basilari sono ben lungi dall’essere soddisfatte”. Così come le canta al suo popolo: “[...] a proposito dei gabinetti. Come tutti sanno, la maggioranza dei russi nutre il più profondo disprezzo nei confronti di questo genere di comodità. [...] Questo disprezzo per il gabinetto i russi se lo sono portati dietro anche in Siberia”.

Quest’ultima considerazione nasce dal fatto che, una volta giunto sull’isola di Sachalin, si rende conto che in campagna i gabinetti non esistono affatto, e che nei monasteri, nelle fiere, nelle locande e nelle fabbriche sono assolutamente disgustosi, per cui non gli è difficile capire il perché in tutte le prigioni i gabinetti siano sempre origine di fetore ammorbante ed epidemie, mentre popolazione e amministrazione carceraria se ne sono fatte tranquillamente una ragione.

A Sachalin, Čechov scopre che le attività svolte dai detenuti sono assai eterogenee, che non si limitano all’estrazione dell’oro o del carbone, ma comprendono ogni aspetto della vita sull’isola: il taglio del bosco, i lavori edili, la bonifica delle paludi, la pesca, la fienagione e il carico delle navi sono, per esempio, tutte incombenze che rientrano nell’elenco dei lavori forzati. Non solo, prende visione di documenti che dimostrano che, fin dal 1871, i deportati fanno le veci della servitù per le autorità e gli ufficiali, e che le donne vengono assegnate come cameriere agli impiegati statali, compresi i sorveglianti non ammogliati. Nel 1872 il governatore generale della Siberia orientale proibirà che i detenuti vengano distribuiti a destra e a manca in qualità di servitori, ma sarà un divieto aggirato da subito, per cui nel 1890 Čechov incontrerà contabili con alle proprie dipendenze una mezza dozzina di persone e amministratori che si permettono il lusso, quando vanno in campagna per un picnic, di farsi precedere da una decina di galeotti con il cestino delle provviste: “[...] durante la mia permanenza sull’isola, tutti gli impiegati statali, persino quelli che non avevano nulla a che vedere con l’amministrazione carceraria (per esempio il capo dell’ufficio delle poste e del telegrafo), per le loro esigenze domestiche facevano ampiamente ricorso a deportati non retribuiti e mantenuti a spese dello Stato”. Come oggi, anche all’epoca l’ultima cosa che interessava era recuperare i detenuti, a iniziare dalle celle comuni che non permettevano al carcerato “la solitudine necessaria per raccogliersi in preghiera, riflettere e concentrarsi su se stesso – tutte attività che i paladini dei fini correzionali considerano indispensabili”. Mantenuti a spese dello Stato, sì, ma senza lavorare per questo, bensì per individui che si disinteressano totalmente dei “fini correzionali”, visto che il condannato è trasformato in uno schiavo che dipende dalla volontà del padrone e dei suoi familiari ed è costretto a compiacerne ogni capriccio. Come oggi, anche all’epoca il carcere peggiorava i detenuti, e non poteva essere diversamente: aveva, e ha tutt’ora, effetti devastanti sulla moralità del prigioniero lasciarlo “all’interno del gregge, coi suoi rozzi divertimenti e la cattiva influenza che i malvagi esercitano inevitabilmente sui buoni”.

La poca produzione industriale dell’isola – un laboratorio di fonderia, la fucina di un fabbro, un mulino a vapore o una segheria – non è purtroppo finalizzata alla formazione dei deportati quando, invece, il fine primo e ultimo di ogni impresa di Sachalin dovrebbe essere uno solo, la rieducazione del condannato: “[...] le officine locali dovrebbero fornire al continente non sportelli per stufe o rubinetti, bensì individui socialmente utili e artigiani ben preparati”. In poche parole, nessuno si curava di tutti quegli individui che non combinavano niente a casa loro e che, proprio durante il periodo di detenzione in celle dove ci sono tante cimici “da diventare matti”, avrebbero bisogno di mulini e fucine dove imparare qualcosa per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe. Ditemi voi se non avete trovato analogie con l’attuale sistema carcerario italiano che cito solo perché lo conosco meglio di altri, ben sapendo che dal Belgio fiammingo all’Ungheria, dal Kenya alla Russia, dal Perù agli Stati Uniti, non va granché meglio.

Quando i deportati lavorano spettano loro mansioni pesantissime come lavorare in miniera, il che significa trascorrere anni e anni vedendo unicamente la miniera, la strada che porta al carcere e il mare: “La sua vita sembra essersi completamente dissolta in questa sottile striscia di terra [...]”. Particolare da non dimenticare: i giacimenti sono sfruttati in esclusiva da una società privata che, oltre a questo, ha ricevuto dall’amministrazione carceraria anche la concessione di avvalersi della mano d’opera dei deportati. Ripeto, non cambia nulla rispetto a quanto accade oggi un po’ in tutto il mondo: considerazioni economiche portate avanti sulla pelle dei carcerati. Un’ultima cosa. Čechov scoprirà che la società privata i cui rappresentanti risiedono a Pietroburgo, sfrutta tanto i giacimenti quanto i deportati senza pagare un centesimo di quanto pattuito con l’amministrazione. Sarebbe obbligata, eppure, chissà il perché, non paga: “[...] i rappresentanti dell’altra parte, di fronte a una violazione così flagrante della legge, sarebbero dovuti intervenire da parecchio tempo, ma [...] temporeggiano e, come se non bastasse, continuano a spendere 150.000 rubli all’anno per garantire le entrate della società. In altre parole, entrambe le parti si comportano in modo tale per cui è difficile prevedere quando avrà fine questa anomala situazione” – si tenga conto che, all’epoca, Čechov guadagnava circa trecento rubli al mese, cifra che comprendeva anche le spese di viaggio relative a questa spedizione a Sachalin. Tornando ai minatori, la rieducazione di ogni deportato si risolveva nel risalire in superficie non meno di tredici volte al giorno, e risalire in superficie significava muoversi carponi lungo un corridoio stretto e buio trascinando una slitta che pesa un pud [un’antica unità di misura dell’impero Russo pari a oltre sedici chilogrammi]: questa era la parte più gravosa poi, dopo aver scaricato il carbone, tornava indietro e ricominciava da capo.

Altra forma di risparmio, e quindi di guadagno, di chi gestisce il sistema carcerario di Sachalin, è quella inerente la gestione dell’infermeria: nel caso si sentisse male, un detenuto potrebbe avere l’amara sorpresa di scoprire d’essere rinchiuso presso un carcere in cui l’infermeria non dispone di alcun farmaco – lo dice direttamente a Čechov il medico della prigione di Voevodsk.

Il capitalismo è un’ombra che lo scrittore russo vede avanzare su tutta l’isola e lo denuncia a chiare lettere, specialmente quando scrive che le ricchezze del fiume Tym’ restano un miraggio per gli esiliati del circondario che “fanno la fame”, mentre cambierà tutto nel momento in cui “le ricchissime riserve ittiche locali cadranno nelle mani dei capitalisti, allora, con tutta probabilità, si intraprenderanno seri tentativi per drenare il letto del fiume e renderlo più profondo, forse verrà addirittura costruita una ferrovia litoranea che arriverà alla foce, e non c’è dubbio che il fiume compenserà generosamente qualunque investimento”.

Questo di Čechov è un viaggio da incubo, in tutti i sensi. Giunto in tarda serata nel villaggio di Armudan di Sotto, trascorre la notte a casa del sorvegliante, ma in soffitta, accanto alla canna fumaria, perché il padrone non vuole per nessun motivo lasciarlo entrare nella stanza comune, e questo per via che lì sarebbe impossibile dormire a causa, così gli spiega, di una «marea» di cimici e scarafaggi: “Quando ridiscesi per prendere del tabacco, vidi effettivamente la marea, una scena impressionante, possibile soltanto a Sachalin. Le pareti e il soffitto sembravano coperte da una specie di drappo funebre che si agitava come scosso dal vento; ma il movimento caotico e frenetico dei singoli puntini lasciava subito intendere da che cosa fosse composta quella massa brulicante e strabocchevole. All’orecchio giungeva un fruscio e un mormorio assordante, come se scarafaggi e cimici si stessero affrettando chissà dove e si consultassero tra di loro”.

Forse sono esperienze come quella appena descritta in casa del sorvegliante, oppure il constatare la tipologia comune a tutte le prigioni dell’isola – baracche di legno adibite a celle e, all’interno, la sporcizia, la miseria e la scomodità che si incontrano ovunque la gente dell’isola sia costretta a vivere in gruppo –, o magari il clima, o l’essere a diecimila chilometri da casa, il trovarsi a un’estremità del mondo con “tutt’intorno non un’anima viva” o dove la gente non si ricorda nemmeno più i giorni della settimana, oppure l’essere continuamente costretto a passare da uno stato di timore allo sbigottimento all’essere invaso da “non pensieri”, fatto sta che Čechov si ritrova a fissare a lungo il cielo perché, alla luce di quanto gli stava attorno, di ciò che stava vivendo, quella volta celeste la riteneva una specie di miracolo.

Molto interessanti sono anche le popolazioni indigene di Sachalin, i giljaki a nord dell’isola e gli ainu (originari dell’isola giapponese Hokkaidō) a sud. Mi limiterò a raccontarvi qualcosa dei primi.
Quella dei giljaki non può definirsi un’esistenza stanziale nel vero senso della parola, poiché non si sentono legati né al proprio luogo natìo né a qualsiasi altro e, insieme alle loro famiglie e ai cani, vagano per procacciarsi il cibo.

I giljaki sono magri, asciutti, tutto l’adipe viene consumato per produrre quel calore che ogni abitante dell’isola deve assolutamente immagazzinare nel proprio corpo per compensare i cali di energia dovuti alle basse temperature e alla spaventosa umidità dell’aria. Nessuno sa quale sia il vero colore del loro viso perché non si lavano mai, così come non lavano mai la biancheria e gli abiti, e le loro calzature di pelliccia sembrano appena strappate dalla carcassa di un cane.

È un popolo che, per molti aspetti, andrebbe preso d’esempio visto che sono descritti come dotati di una naturale delicatezza d’animo e le regole della loro etichetta non ammettono nei confronti altrui espressioni arroganti o imperiose, per non parlare della loro istintiva avversione per ogni genere di registrazione o censimento.

I giljaki sono socievoli e l’espressione del loro volto è sempre molto ragionevole, mite e ingenuamente attenta. È un popolo nient’affatto bellicoso, che non ama le liti e le risse e che vive in pace e armonia con i suoi vicini.

I giljaki sono vivaci, intelligenti, allegri, disinvolti e nient’affatto in imbarazzo quando si trovano in compagnia di persone ricche e potenti, e questo anche perché non riconoscono alcuna autorità, non concepiscono neppure i vari gradi di anzianità in famiglia: il figlio non nutre alcun rispetto per il padre e vive come meglio crede.

Come già detto, nessuno è perfetto, neppure i giljaki.

Mentre tutti i componenti maschili della famiglia sono assolutamente alla pari in senso “positivo” – se si offre della vodka agli uomini andrà versata anche ai bambini –, le componenti femminili sono alla pari in senso negativo, ossia sono tutte egualmente prive di diritti, non importa che si tratti della nonna, della madre o di una neonata. Tutte le appartenenti al sesso femminile sono considerate alla stregua di animali domestici o di oggetti che si possono buttar via, vendere o prendere a calci come cani, “anzi, i cani ogni tanto i giljaki li carezzano, le donne mai”. La donna è solo una merce di scambio, esattamente come il tabacco o la seta.

Da quando “loro” usavano la donna come merce di scambio a oggi, epoca in cui “noi” la utilizziamo come merce da esibire, il cammino da fare verso la parità di genere resta ancora molto lungo.

Come si sposi la naturale delicatezza d’animo dei giljaki decantata da Čechov e da chi l’aveva preceduto in escursioni simili, con il ridurre in schiavitù – nel senso più letterale e rude del termine – qualsiasi persona appartenente al genere femminile, non è dato di capire.

In generale, a tutte le donne di Sachalin, indigene e non, spetta una vita molto più dura di quanto già non lo sia per gli uomini: “Le donne, anche quelle libere, si dedicano alla prostituzione; non fa eccezione neppure una privilegiata che pare abbia concluso gli studi superiori. [...] i deportati le cui mogli vendono il proprio corpo possono permettersi di fumare costoso tabacco turco [...]”. Data l’enorme domanda, questo esercizio non viene ostacolato né dalla vecchiaia, né dalla bruttezza, né dalla sifilide all’ultimo stadio, né dall’eccessiva giovinezza: “[...] mi è capitato di incontrare per strada una ragazza di sedici anni che, si dice, si prostituisce da quando ne aveva nove”.

Non solo. Per i soldati scapoli, le deportate o le parenti di deportati rappresentano “l’indispensabile oggetto per il soddisfacimento dei loro bisogni naturali” – parole di uno dei capi locali della colonia penale. Traghettando le deportate alla volta dell’isola non si pensa né alla pena né al ravvedimento, ma solo alla loro capacità di mettere al mondo figli e di lavorare nei campi. A un certo punto, un comandante dell’isola darà l’ordine di trasformare la sezione femminile della prigione in una casa di tolleranza. Alcune donne finiranno per diventare così apatiche e corrotte da arrivare al punto di “vendere i propri figli per una caraffa di alcol”.

Tornando un attimo ai giljaki, Čechov racconta che alcuni di loro non vivono più sull’isola ma nelle zone limitrofe del continente perché, a un certo punto della loro storia, sono stati incalzati da sud dagli ainu che avevano abbandonato il Giappone perché, a loro volta, incalzati dai giapponesi. Ma non è tanto l’episodio in sé a essermi rimasto impresso, quanto il fatto che il drammaturgo russo – volendo evidenziare quanto i giljaki di Sachalin, perché sempre fedeli all’isola nonostante le loro lunghe peregrinazioni, siano diversi e quindi facilmente riconoscibili rispetto a quelli continentali – usa questa frase: “[...] i giljaki di Sachalin si distinguono per lingua e costumi da quelli continentali come gli ucraini dai moscoviti”.

Sono tanti gli episodi raccontati su queste pagine che mi rimarranno impressi, specie quelli che certificano l’ignoranza di chi è al potere, dove ovviamente per ignoranza non intendo il sapere di non sapere tutto ed essere aperti al dialogo, all’ascolto, alla ricerca, ma la convinzione di sapere già ogni cosa e quindi di essere sordi a indicazioni e consigli di chi ne sa più di te: “[...] a Galkino-Vraskoe sembra di essere a Venezia; le izbe, costruite in un bassopiano, si allagano, e per spostarsi si ricorre alle barche ainu. Il punto dove edificare il villaggio l’aveva scelto un certo signor Ivanov [...] all’epoca era vicedirettore della prigione e svolgeva anche le funzioni dell’attuale sorvegliante delle colonie. Sia gli ainu che i coloni lo avevano avvertito che quella era una località paludosa, ma lui non aveva dato loro ascolto, anzi, chi protestava veniva frustato. Durante un’inondazione è annegato un toro, un’altra volta un cavallo”.

Quest’avventura siberiana mise Čechov in una posizione del tutto inaspettata: al suo ritorno non sarà più “solo” l’autore di racconti umoristici o di pièce teatrali, ma anche l’unico letterato russo a essersi sobbarcato fatiche e rischi di un viaggio in Estremo Oriente pur di vedere ciò che nessun intellettuale aveva mai visto prima: “Attribuiscono al mio viaggio un’importanza che mai mi sarei aspettato, arrivano perfino consiglieri di Stato, consiglieri di Stato in carica! Tutti sono impazienti di leggere il mio libro e prevedono che sarà un successo, e io non ho nemmeno il tempo di scriverlo...”.

Ma vi rendete conto? Consiglieri di Stato in carica che attribuiscono importanza al reportage di un intellettuale, impazienti di leggere il libro che raccoglierà le testimonianze dirette e le osservazioni sul campo di uno scrittore! Mai mi sarei aspettato di chiudere un pezzo del genere con un tale omaggio alla fantascienza.

Fonte

14/08/2021

Russia - La capitale si sposterà in Siberia?

La proposta, comunque la si interpreti, non è di quelle che lascino indifferenti. Il primo pensiero, inconsciamente, va alle infrastrutture che l’URSS aveva cominciato a realizzare in Siberia già a metà anni ’30 (col che, è detto quanto poco Stalin fosse “impreparato all’attacco nazista”), per trasferirvi migliaia di fabbriche, dati gli insidiosi venti di guerra.

Ora, le recenti dichiarazioni del Ministro della difesa russo Sergej Šojgù, pur se non nuove, sulla necessità di costruire alcune nuove grandi città in Siberia, trasformandole in centri scientifici e industriali, e di trasferirvi milioni di cittadini, oltre a spostarvi anche la capitale, un po’ di apprensione la suscitano.

Nemmeno nel 1941 Stalin aveva lasciato la capitale, e solo il Soviet supremo, parte dei Commissariati del popolo, ambasciate straniere, insieme a centinaia di artisti, scrittori, compositori, specialisti di fabbrica erano stati evacuati a Kujbyšev (dal 1990 di nuovo Samara), un migliaio di km a sudest di Mosca.

E ora Šojgù parla di trasferire la capitale in Siberia. Vero che, a ovest, meno di 800 km, per dire, separano il Cremlino dall’ucraina Kharkov, o poco più di 600 dal confine lettone; ma, la situazione è già a un punto tale da dover trasferire la capitale?

Par di capire, però, che se di “guerra” si tratta, non con le armi da fuoco debba venir combattuta, e in gioco non ci sia la “conquista dell’Europa”, bensì il riscontro di una sua progressiva emarginazione dai futuri centri dell’economia mondiale.

Di che si tratta? Šojgù aveva già accennato a qualcosa del genere nel 2012, appena insediato nella carica e ha ripetuto la sua idea il 5 agosto, parlando a Novosibirsk, alla sezione siberiana dell’Accademia delle scienze, motivandola, ora come 9 anni fa, con lo squilibrio demografico tra est e ovest del paese.

Ma, vien da chiedersi: perché proprio il Ministro della difesa? E allora, di che si tratta?

L’osservatore Evgenij Tsots, su IA Rex, mette l’accento proprio sul trasferimento della capitale, «lontano dalle frontiere occidentali», non solo per una questione di sicurezza militare. Mosca, osserva Tsots, non solo è cresciuta, ma si è anche inserita nella futura struttura delle rotte commerciali, quale maggiore nodo ferroviario e stradale, da cui passano i due principali Corridoi internazionali russi: “Est-Ovest” e “Nord–Sud”.

Anche Pietroburgo sta trovando una sua collocazione: dal porto di Ust-Luga (circa 100 km a sudest della “capitale del nord”) partono le merci verso il nord Europa e vi giungono quelle trasportate lungo la rotta artica.

E, però, stante lo sviluppo infrastrutturale e commerciale delle “due capitali”, sta di fatto che, «per la prima volta da secoli, i centri economici del mondo si sono spostati verso oriente», scrive Tsots; «delle cinque principali economie del mondo, solo la Germania rimane a ovest di noi. I principali giganti economici si trovano a est; anche con gli Stati Uniti, la Russia confina a est. La prosperità della Russia sarà determinata dalle relazioni con Cina e India, nonché in parte con i leader tecnologici: Giappone e Corea del Sud. Inoltre, la UE sta cercando di parlare con noi col linguaggio della forza, ultimatum, sanzioni, il che complica lo sviluppo delle relazioni».

Dal punto di vista interno, il trasferimento a est può diventare una «carta vincente nella strategia di sviluppo dei territori orientali del Paese»: insieme alla capitale e agli uffici governativi, verranno trasferite «anche le sedi del grande business, in stretta interazione con gli organi di potere».

In concreto, il «nuovo centro di sviluppo della Russia» viene da molti ipotizzato tra Novosibirsk e Krasnojarsk, nella parte sud-orientale della Siberia occidentale, un’area che costituisce «il centro geografico della Russia e dell’Eurasia, equidistante dai confini occidentali e orientali della Russia e prossima a numerosi partner chiave», da cui partire anche con «insediamenti nei territori orientali oggi spopolati».

Non a caso, i progetti infrastrutturali e viari in via di realizzazione si stanno concentrando nelle aree in cui sono presenti le maggiori risorse naturali e, conseguentemente, dove sono più attive le maggiori società russe, a capitale solo in parte o minimamente pubblico che, per l’appunto, prendono parte attiva alla definizione e all’attuazione di tali progetti.

È il caso della linea ferroviaria di Latitudine settentrionale, nel Circondario autonomo Jamalo-Nenets, lungo il cui percorso si trova il maggior polo petrolifero russo, nell’area di Surgut, circa 1.700 km a nordovest di Krasnojarsk; oppure della nuova autostrada federale M-12, che si dice possa raggiungere Tomsk già in questo decennio, passando per Ekaterinburg, Čeljabinsk, Tjumen’.

L’una e l’altra, nel prossimo futuro, possono essere allungate fino alla “piccola” sezione di confine russo-cinese, stretta tra Mongolia e Kazakhstan, per attrarre parte del carico terrestre dalla Cina verso l’Europa che oggi passa per il Kazakhstan.

È proprio in quest’ultima area, infatti, più precisamente nella vasta regione dei fiumi Angara-Enisej, che è previsto l’enorme progetto “Arca russa”, per la realizzazione di megaimprese e la costruzione di relative città collegate.

I fondi per sviluppare il progetto sono stati disposti nel 2017 dalla Società geografica russa, di cui è presidente lo stesso Ministro della difesa, che, per inciso, è originario della Repubblica di Tuva, a “due passi” (secondo la scala di distanze russa) da quella regione. Nella “Arca russa” dovrebbero confluire singoli progetti quali: “Enisej Siberia”, che coinvolge territorio di Krasnojarsk e le Repubbliche di Khakasija e di Tuva; “Angara inferiore”, “Regione del Bajkal”.

Sembra che “Arca russa” preveda diverse direttrici di manovra: demografica, volta a popolare vaste regioni siberiane oggi quasi disabitate; scientifico-industriale, per lo sviluppo di nuovi giacimenti di minerali e l’avvio di industrie innovative; una manovra sulle reti viarie e ferroviarie; una manovra “Ambientale”, con aree carbon-free e produzione di energia pulita.

Oltre la regione Angara-Enisei si prevede di sviluppare la zona artica, con infrastrutture per la rotta artica e si parla di una ferrovia transeuroasiatica, da Tuva, attraverso la Mongolia occidentale, fino in Cina e India. Il tutto, in ragione dello sviluppo di nuove vaste aree ricche di petrolio, oro, risorse minerarie, con investimenti, manco a dirlo, sia privati che statali.

La questione del trasferimento della capitale in Siberia deve essere risolta nel prossimo futuro, per evitare tendenze centrifughe, avverte Jurij Krupnov, presidente del Collegio dei revisori dell’Istituto di demografia, migrazione e sviluppo regionale.

«La Russia è troppo centralizzata: un settimo della popolazione vive a Mosca e nella regione di Mosca. Contando anche Pietroburgo e Soči, l’ovest del paese attira l’intera popolazione attiva. È necessario interrompere questo flusso». Ma, soprattutto: oggi «il baricentro mondiale è nella regione del Pacifico ed è a quella che dobbiamo avvicinarci».

Krupnov sostiene che le nuove città al di là degli Urali, dovranno avere ognuna una propria specializzazione: ad esempio, potranno essere costruite accanto a grandi giacimenti di petrolio e gas, sull’esempio del «progetto “Vostok Oil” a Tajmyr», il nuovo progetto di “Rosneft” (il 19,75% delle cui azioni è in mano alla britannica “BP”) con una base di 6 miliardi di tonnellate di petrolio.

Tra l’altro, ricordano da più parti, l’idea originaria di trasferire la capitale in Siberia è del peggior nemico di Putin, il defunto Eduard Limonov, e non sembrava andare nella direzione pensata oggi: Limonov sosteneva infatti che, così, si sarebbe sì legata maggiormente «la Siberia al resto della Russia», ma con ciò «spaventando l’invisibile espansione cinese e alleggerendo anche la parte europea della Russia».

Anche il futurologo Sergei Pereslegin, 15 anni fa, aveva lanciato l’idea di trasferire la residenza del Capo di stato a Vladivostok, lasciando a Mosca la Duma, portando il governo a Nižnyj Novgorod, con Banca centrale e Corte Costituzionale a Pietroburgo.

A oggi, la Corte Costituzionale si è trasferita effettivamente a Piter, come anche la sede centrale di “Gazprom”, la maggiore impresa russa, controllata al 51% dal governo. Oggi Pereslegin afferma che «la residenza presidenziale potrebbe andare in uno dei centri più importanti per l’economia e la politica russe. Le grandi imprese seguiranno quel ramo di potere con cui più si relazionano».

Per quanto riguarda il governo, afferma, «a differenza del 2006, oggi non escludo che possa essere trasferito non a Nižnyj Novgorod, ma forse a Irkutsk, dove è in corso una politica industriale molto attiva».

Da parte sua, Jurij Krupnov vorrebbe anche vedere la capitale più vicina all’Estremo Oriente, anche se considera Omsk, ad esempio, un’opzione accettabile; questo perché oggi «il centro federale ha un enorme divario di fuso orario con l’Estremo Oriente, dove i funzionari, per adeguarsi a Mosca, devono lavorare su due turni. Con il trasferimento della capitale», ci si avvicinerà molto «non solo all’Estremo Oriente, ma anche a Cina e Giappone», afferma Krupnov.

E il senatore Vladimir Lukin ha detto a Vzgljad che se «vogliamo davvero sviluppare il Paese secondo i suoi parametri geografici, sarebbe meglio se la capitale si trovasse più vicino al centro geografico», ricordando come al di là degli Urali ci siano più di due terzi del territorio russo, ma ci viva meno di un terzo della popolazione. La capitale, ha detto Lukin, potrebbe essere «uno dei centri della Siberia occidentale, ad esempio la terza città più grande del paese: Novosibirsk».

Tutto questo, ovviamente, qualche perplessità la solleva. L‘Unione della gioventù comunista, per dire, constata come tanto la Siberia quanto l’intera Russia stiano attraversando «la fase della deindustrializzazione e dell’inseparabile spopolamento a essa associato. La popolazione delle città minori si sta riducendo, affluendo verso il centro, in cerca di un lavoro qualsiasi, e tra i lavoratori che migrano, si conta sempre più intellighenzia».

Dunque, non è affatto detto che in molti siano disposti a popolare le “nuove città” siberiane.

Oltretutto, affonda l’ex deputato del Soviet supremo dell’URSS e della Duma russa, Viktor Alksnis, si devono per prima cosa trovare decine di trilioni di rubli per il progetto di Sergej Šojgù; dopo di che, convincere milioni di persone a trasferirsi, e lo si può fare con reali incentivi, quali stipendi significativamente più alti della media russa e persino più di Mosca, alloggi confortevoli e gratuiti, ma soprattutto posti di lavoro con gigantesche imprese industriali, come si faceva in epoca sovietica e non semplicemente con lavori d’ufficio o commessi nei centri commerciali.

«Mi sembra che le esternazioni del Ministro della difesa non siano altro che l’inizio della sua campagna elettorale per la presidenza della Russia. A quanto pare, il Cremlino ha scelto il successore di Putin, allo stesso modo in cui Putin era stato promosso a successore di Eltsin a fine anni ’90», ha detto Alksnis.

Più o meno la stessa cosa la dice il deputato della Duma per il partito governativo “Russia Unita”, Vjačeslav Lysakov, secondo il quale l’attività mediatica del Ministro della difesa su questioni che esulano dalle sue competenze, che si tratti del programma di sostituzione delle importazioni o della proposta per tre o cinque nuove grandi città in Siberia, non è casuale: ciò significa «che il suo status potrebbe essere presto elevato, ad esempio, a vice Primo ministro o addirittura a Primo ministro», e questo potrebbe aprirgli la strada alla carica di presidente di “Russia Unita”.

In rete, l’accoglienza è quantomeno più fredda: «Per quanto riguarda lo stesso Šojgù e le sue promesse di costruire città per l’intellighenzia in Siberia, non dimentichiamo a quale generazione politica appartenga: quella che distribuiva armi automatiche nel 1991 alla Casa Bianca! Questo “manager” è carne e sangue di Eltsin, il tricolore non è per lui una semplice convenzione. E quando, in modo consapevole, si fa il segno della croce passando sotto la torre Spasskaja [nel 2010, sopra la porta della torre, venne ripristinata una icona eliminata negli anni ’30] prima delle parate sulla piazza Rossa, non fa che sottolineare la sua tradizione social-regressiva».

Cos’altro aspettarsi, da un «fedele alleato di Boris Eltsin fin dall’inizio dei “Santi anni ’90” e che, grazie a un suo decreto, passò d’un colpo da tenente a maggior-generale, saltando felicemente i gradi di capitano, maggiore, tenente colonnello e colonnello, un uomo il cui volto vediamo nel governo della Russia quasi ininterrottamente da ben tre decenni; quegli stessi “decenni” a proposito dei quali ci parla della “graduale decomposizione interna della società”. Come se noi non lo sapessimo. Meno male che lui ci ha aperto gli occhi!».

Quantomeno ipocrita appare così il rammarico espresso da chi, come Šoigù, l’URSS ha contribuito ad affossarla, e oggi dice che nella Russia odierna non si possano realizzare quei grandiosi progetti sovietici, quali le centrali idroelettriche di Komsomolsk na Amur, Krasnojarsk o Sajano-Šušenskaja. «Ricordate» ha detto il Ministro, «con quanta schiettezza le persone affluissero a tutti quei cantieri». Cantieri, per l’appunto, sovietici. E non in mani private.

Ancora di recente Vladimir Putin aveva detto che la Russia «spaccherà i denti» a chi intenda «azzannare» la Siberia, con la pretesa che «non è giusto che a un solo paese, alla Russia, appartengano le ricchezze di una tale regione», una frase attribuita (forse a torto) alla ex Segretario di Stato Madeleine Albright.

Le parole chiave, nell’insieme di questi ragionamenti, sembrano essere sì quelle di spostamento verso Oriente; passando però per la tappa degli investimenti e interessi privati nelle ricchezze naturali del paese.

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29/08/2019

Non brucia solo l’Amazzonia, e molti fanno i finti tonti


In questo pianeta e in questa estate non sta bruciando solo l’Amazzonia, eppure governi e il sistema dei mass media parlano solo di questo. Le foto che vedete in pagina non vengono dal Brasile ma dall’Africa. È stata Greenpeace a lanciare l’allarme: dopo la Siberia e l’Amazzonia, anche la foresta pluviale del bacino del Congo, la seconda più grande al mondo, rischia di essere colpita da incendi indomabili, come già accaduto nel 2016.

Dal 21 agosto, ossia in meno di una settimana – scrive Greenpeace – sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana, un bioma che si trova in molte zone di transizione tra la foresta pluviale e il deserto o la steppa.

La foresta del bacino del Congo ospita milioni di indigeni che ne sono anche i principali custodi, nonché migliaia di specie animali e vegetali. Immagazzina inoltre 115 miliardi di tonnellate di CO2 – equivalenti alle emissioni di combustibili fossili prodotte dagli Stati Uniti in 12 anni – giocando quindi un ruolo fondamentale per regolare il clima del Pianeta.

La crescente domanda globale di risorse naturali come legname e petrolio, e di materie prime agricole, rappresenta una seria minaccia per la regione. Circa un quarto della superficie forestale totale del bacino del Congo (50 milioni di ettari) appartiene già a multinazionali che deforestano per fini industriali. “Invece di dare concessioni a multinazionali che traggono profitto dalla distruzione delle foreste – denuncia Greenpeace – i diritti di gestione delle foreste devono essere trasferiti alle Popolazioni Indigene, nel rispetto delle loro conoscenze tradizionali e degli standard ambientali”.

Ma è bene ricordare ai distratti e ai finti tonti che, solo ad agosto, in Siberia sono andati a fuoco oltre cinque milioni di ettari di foreste, si tratta di una superficie che equivale a poco meno di tutto il patrimonio forestale dell’Italia. La nuvola di fumo ha coperto il Paese e ha attraversato l’Oceano Pacifico, fino a raggiungere gli Stati Uniti. Ed anche in Alaska questa estate si sono susseguiti incendi di dimensioni particolarmente estese.

Il problema, dunque, non è solo l’Amazzonia. Ma le élite, la loro pervasività mediatica e le loro sospette ipotesi di transizione ecologica non avevano sempre detto che occorre avere una visione globale di un problema globale? E allora che non si accendano i riflettori solo sull’Amazzonia, ma anche sull’Africa e la Siberia, non stiamo andando ad un concerto di Sting, stiamo andando incontro all’infarto ecologico del pianeta. Per provare a metterci mano, rapidamente, non si può che ricominciare a ragionare sulla pianificazione ecologica, qualcosa di più e di meglio delle soluzioni ecoprofittevoli della green economy che stanno maturando nei progetti dei grandi gruppi capitalisti. Se continueremo a tenere le volpi a guardia del pollaio non ci saranno alternative sostenibili né praticabili.

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26/08/2019

Battesimo del fuoco


È un Agosto caldissimo. Incendi divampano dall’Artico al Brasile, liberando nell’atmosfera tonnellate di anidride carbonica e devastando comunità umane oltre che veri e propri patrimoni naturali globali. Incendi talvolta spontanei, talvolta dolosi, che a causa dell’aumento delle temperature sono destinati a divenire sempre più inarrestabili. In Amazzonia si calcola un aumento dei roghi dell’83%. 1

Si tratta di roghi essenzialmente dolosi, appiccati da chi spera di ottenere vantaggi economici dalla distruzione delle zone forestali o da chi cerca di allontanare le popolazioni indigene che vivono all’interno della foresta. L’innalzamento delle temperature amplifica la portata degli incendi, con i risultati devastanti riportati un po’ ovunque sui media.

Di diversa natura, invece, gli incendi scoppiati nel circolo polare artico, dall’Alaska alla Siberia2. In questo caso gli incendi sono provocati dall’aumento stesso delle temperature, testimonianza di un cambiamento climatico in rapido avanzamento ma che non si manifesta equamente in tutte le zone del Pianeta, incidendo maggiormente su alcune zone rispetto ad altre. In questi casi, il rischio è doppio: lo scioglimento di strati di permafrost libera grandi quantità di gas rimaste intrappolate sotto i ghiacci, che amplificano le emissioni.

Delle due esperienze esaminate, quella amazzonica merita ulteriori approfondimenti, proprio in quanto caratterizzata da un alto grado di dolosità. Il neo-Presidente Bolsonaro3 non ha mai nascosto la sua scarsa attenzione verso le tematiche ambientali e verso la tutela della foresta Amazzonica. Tenendo fede alle sue promesse, ha condotto una politica volta all’eliminazione delle sanzioni e dei sequestri condotti contro le società colpevoli del disboscamento dell’Amazzonia. Questo, indirettamente, consente di procedere con relativa tranquillità al disboscamento di intere aree, nella speranza che le terre così “liberate” possano essere coltivate o destinate all’allevamento. Tale liberazione avviene in maniera più rapida appiccando incendi. Questa pratica non è estranea neanche, si badi bene, all’Italia, dove pure annualmente gli incendi aumentano sia in quantità che in qualità, in particolar modo al Centro-Sud4. Non possiamo ignorare che gli stessi fenomeni sono in aumento anche nella zona del Mediterraneo.

La questione climatica già segna un punto cruciale per la politica internazionale e nazionale. È la Politica infatti ad amplificare gli effetti del cambiamento climatico “alla fonte”, come nel caso del Brasile, oppure “a valle”, non riuscendo a gestire incendi che scoppiano in zone spesso difficili da raggiungere e con delle portate mostruose. È evidente che una soluzione in entrambi i sensi non può venire da un modello economico, quello capitalista, che innalza a valore unico l’aumento del profitto.

Non c’è ragione che tenga, se per aumentare la propria ricchezza si può passare sopra i diritti dei propri simili, a maggior ragione è possibile ignorare completamente gli aspetti relativi alla tutela dell’ambiente. Tra la corsa al profitto e la salvezza dell’ambiente, si preferirà sempre la prima. Siamo di fronte alla lucida follia di un sistema che necessita oggi più che mai di essere trasformato.

Una soluzione può venire da Paesi come la Cina5, che da anni si impegnano concretamente nella riduzione di emissioni, nella riforestazione di intere aree e persino nella realizzazione di nuovo città “verdi”, peraltro con un grande apporto di professionisti italiani6.

Invece, in questa parte dell’emisfero, più che sul sistema nella sua totalità, ci si concentra sulle abitudini del singolo. La riduzione delle emissioni e dei consumi viene addossata alle classi sociali più deboli, mentre i grandi poli industriali continuano (quasi) indisturbati a inquinare e de localizzare in Paesi dove le normative sulla tutela ambientale sono minori.

Indubbiamente è necessaria una presa di coscienza collettiva, che porti a una maggiore consapevolezza, e a mutare le proprie abitudini (raccolta differenziata, riduzione dell’uso della plastica, riduzione dell’uso di mezzi inquinanti, etc per fare qualche semplice esempio) ma non è su questo mutamento che può basarsi una politica di tutela dell’ambiente efficace. Una politica efficace si basa sul sanzionare le grandi imprese che aggirano le norme sull’ambiente, producono tonnellate di sostanze inquinanti ma puntualmente non ne pagano le conseguenze. Serve, in definitiva, un approccio all’economia che sia più legata alla tutela dell’ambiente, ma tale approccio è possibile solo se si scardina la logica del profitto ad ogni costo, della prevaricazione sull’altro, e se li si sostituisce con la tutela di interessi e beni comuni, con un intervento più deciso contro i soprusi dei grandi gruppi imprenditoriali, con una riqualificazione industriale che sia anche ecologica7.

Come giovani, la questione climatica è per noi di primo interesse, ne va del nostro futuro e per questo ci impegneremo in tutte le manifestazioni per fare in modo che portino con se delle rivendicazioni incentrate sul cambiamento di un sistema economico non più sostenibile, e che nel corso8 dei prossimi decenni favorirà conflitti per il possesso di beni fondamentali, come l’acqua.

“Socialismo o barbarie”, verrebbe da dire, ed è vero oggi più che mai.

Note:

1 https://www.agi.it/fact-checking/numero_incendi_mondo-6069113/news/2019-08-23/

2 https://www.smithsonianmag.com/smart-news/arctic-experiencing-its-worst-wildfire-season-record-180972749/

3 Bolsonaro prima ha giudicato come normale il numero di incendi, poi ha accusato ONG di provocare gli incendi (https://www.reuters.com/article/us-brazil-politics/brazils-bolsonaro-says-ngos-may-be-setting-fires-in-amazon-rainforest-idUSKCN1VB1BY) e ha licenziato il presidente dell’INPE, che lo aveva accusato dell’aumento del disboscamento (https://www.wsj.com/articles/brazil-official-is-fired-after-he-reports-rising-amazon-deforestation-11564772184)

4 Basta ricordare gli incendi del 2007 (http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/cronaca/incendi-2/incendi-2/incendi-2.html)

5 A tal proposito si veda “La Cina della Nuova Era”, di Fosco Giannini e Francesco Maringiò, La città del Sole. 2018 (pp 245-275)

6 https://www.stefanoboeriarchitetti.net/project/liuzhou-masterplan-2/

7 Ne abbiamo scritto qui: https://www.fgci.info/2019/05/23/fridays-for-future-qualche-considerazione-politica-e-ambientale/

Fonte

23/08/2019

Dalla Siberia all’Amazzonia la Terra brucia, una ipoteca sul futuro


Già a luglio il Servizio di monitoraggio atmosferico Copernicus (Cams) dell’Ue, segnalava che dall’inizio di giugno c’erano stati oltre cento incendi lungo le coste artiche, coinvolgendo non solo la Russia, ma anche l’Alaska, il Canada e la Groenlandia. Negli stessi giorni, sono arrivate le notizie secondo cui ci sarebbe un record di incendi in Amazzonia, mentre da sabato un violento incendio ha devastato l’isola di Gran Canaria, la seconda più grande dell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale delle Nazioni Unite (Omm) conferma che il fumo dei roghi in Siberia è arrivato a ricoprire una superficie di circa 5 milioni di chilometri quadrati. Un’area più vasta dell’Europa e superiore alla metà degli Stati Uniti. A fare il punto sulla situazione degli incendi nel mondo, è un interessante servizio dell’agenzia Agi.

A monitorare un fenomeno come quello degli incendi ci sono diverse agenzie e organizzazioni – oltre quelle già citate – che cercano di quantificare il numero di roghi in singole aree del pianeta, attraverso strumenti diversi, come le immagini satellitari e non solo.

I ricercatori si concentrano su una serie di parametri diversi, che vanno dalla superficie bruciata alle emissioni prodotte. Secondo il Global Fire Atlas, gli incendi sono una fonte significativa dei gas e dell’areosol atmosferico: le aree che di recente hanno visto un aumento della frequenza dei roghi di conseguenza hanno poi registrato anche maggior CO2 nell’aria.

Di conseguenza, a seconda della metodologia utilizzata, i numeri possono essere diversi. Sono necessari anni per avere stime precise sulla quantità di roghi effettivamente verificatasi.

Le immagini satellitari in tempo reale sono comunque un buon punto di partenza per quantificare il fenomeno.

Dall’inizio anno a oggi, secondo il Global Forest Watch Fires, le osservazioni registrate dal Moderate-resolution Imaging Spectroradiometer (MODIS), anche dal sito della Nasa, rilevano oltre 2 milioni e 910 mila “allerte incendio”. Nello stesso periodo del 2018, erano stati quasi 100 mila in meno; nel 2017, circa 200 mila in meno. Nel 2016 e nel 2015 questo dato era stato più alto, aggirandosi intorno ai 3 milioni di allerta incendio in tutto il mondo.

È vero però che alcune anomalie si stanno registrando in alcune regioni raramente coinvolte in passato. Ad esempio quest’anno nel Circolo Polare Artico gli incendi registrati sono stati costantemente sopra la media rispetto al periodo tra il 2003 e il 2018.

In regioni come l’Amazzonia, invece, in questi giorni sta circolando una statistica dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), che – oltre ad avere suscitato le ire del presidente Bolsonaro – segnala come dall’inizio dell’anno sono stati calcolati oltre 75.300 incendi in tutto lo stato sudamericano, l’84% in più rispetto all’anno scorso. Secondo l’Inpe, inoltre, la superficie andata a fuoco ad agosto 2019 è stata il 40% in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

È vero dunque che in Brasile quest’anno si sta registrando un numero di incendi record almeno rispetto agli ultimi 7 anni, anche se occorre tenere conto che l’area dell’Amazzonia è più ampia di quella contenuta nei soli confini brasiliani.

Il 60 per cento della foresta pluviale (si tratta di oltre 4 milioni di chilometri quadrati) è incluso nel Brasile, mentre il restante 40 per cento è suddiviso tra altri Paesi sudamericani, come l’Ecuador, la Guyana, il Perù e il Venezuela.

Secondo i numeri del Global Fires Atlas (elaborati sulla base di quelli della Nasa), dal 1° gennaio 2019 ad oggi, in tutta la regione amazzonica sono stati registrati 99.590 incendi, contro i 53.935 dello stesso periodo del 2018. Tra il 1° gennaio 2016 e il 21 agosto 2016 (anno con il dato più lontano nel tempo disponibile) però erano stati più numerosi: 106.404. A fine 2018, il numero totale dei roghi in Amazzonia registrato era di 192.515, contro i 301.2016 dell’anno precedente.

La domanda che molti si pongono è se ci sia un nesso tra i cambiamenti climatici e i grandi incendi che si stanno registrando nel globo.

Secondo alcune fonti il riscaldamento globale sta facilitando e rendendo più diffuse le condizioni che permettono alle fiamme di divampare in grandi aree geografiche. Un fenomeno non dissimile da quello degli uragani che ormai si manifestano anche in regioni dove erano eventi rarissimi.

È evidente come un pianeta sempre più caldo risenta di periodi di siccità sempre più lunghi e su aree sempre più vaste. Sia il suolo che la vegetazione, privati dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.

Secondo un ricercatore del servizio Copernicus, le ondate anomale di caldo registrato nell’Artico sono indubbiamente tra le cause dei roghi tra Siberia e Alaska. Analogamente secondo uno studio prodotto dalla rivista Nature, “maggiore sarà il livello di aumento medio delle temperature in futuro, maggiore sarà la quantità di superficie devastata dalle fiamme, in un intervallo che va dal 40 per cento al 100 per cento a seconda degli scenari”

Una pianeta più caldo inevitabilmente sarà un pianeta con un maggiore rischio incendi, un processo che alimenta un circolo vizioso e rovinoso aumentando con gli incendi le emissioni nell’atmosfera, che a loro volta portano ad un aumento delle temperature.

Gli eventi “naturali” di queste settimane ci dicono che alcune aree come l’Artico e l’intero Brasile stanno vivendo delle situazioni più critiche rispetto agli anni scorsi. I dati e le rilevazioni scientifiche continuano a rilevare – e prevedere – peggioramenti a causa del riscaldamento globale. Con grande probabilità, in un futuro prossimo, l’aumento generale delle temperature medie renderebbe così “normali” situazioni fino a ieri “anomale” come gli incendi nell’Artico e in Siberia.

Non c’è molto tempo per correre ai ripari. Né si può fare affidamento sempre e solo sulla resilienza della natura. Il problema non è se ci è simpatica o meno Greta. Una rivoluzione ecologica, e la sua pianificazione, sono all’ordine del giorno, quello di oggi.

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