Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/03/2023

Nuova giornata di Global Strike degli studenti contro l’infarto ecologico del pianeta

Una nuova scadenza dei Fridays for Future, sciopero globale per il clima, ha visto oggi migliaia di studenti scendere in piazza in tutte le città in difesa dell’ambiente.

Prima dell’inizio della guerra molte misure annunciate dai governi si mostravano ancora ammantate di verde: il rilancio del nucleare con la tassonomia “green” per salvare la Francia dal default; la forzatura del considerare "green" anche il gas, per sostenere il progetto della Germania di diventare il grande erogatore europeo con l’apertura del Nord Stream 2. Ora che anche quel progetto – col sabotaggio statunitense – è naufragato e l’UE ha più che mai bisogno di energia per alimentare la competizione internazionale, l’ipocrisia verde cade e tutto (anche il carbone o l’impattante e dispendioso GNL) diventa lecito.

D’altra parte anni di proclami e misure compatibiliste (incentivi verdi per i privati, finanza sostenibile) hanno dimostrato l’impossibilità di dare risposte strutturali alla questione ambientale all’interno del paradigma capitalista, oltre all’ipocrisia della classe dirigente e alla sua complicità con gli interessi privati. Pensiamo alla liberalizzazione del mercato dell’energia, ciò che al momento permette alle multinazionali di speculare sulla crisi energetica ricavando profitti stellari sulla pelle della popolazione.

La stessa università è contemporaneamente la “fucina delle competenze” e della tecnologia orientati al potenziamento industriale dell’UE e la roccaforte della retorica compatibilista rispetto alle misure per contrastare il cambiamento climatico.

Proprio qui viene imposta la logica dello sviluppo “non troppo cattivo”, che si cela dietro la dicitura “do no significant harm”: trovare nuovi mezzi per continuare a estrarre profitto ma limitando i danni il giusto che serve a non far scomparire del tutto le parti più redditizie del “capitale naturale”.

E dietro ai corsi e agli eventi che sponsorizzano questo tipo di narrazione, ci sono spesso le stesse aziende che dal neoliberismo in salsa verde stanno guadagnando più che mai, e che si andranno ad avvalere delle menti formate secondo questi dettami nei nostri atenei.

Il legame tra istruzione pubblica e interessi privati non è intessuto solo dalle singole università, ma parte dal più alto livello del MUR, che ad esempio è coordinatore del nuovo partenariato di ricerca istituito dalla Commissione Europea sulla Blue Economy, una falsa soluzione creata per consentire alle multinazionali di mantenere il controllo del mercato senza modificare il loro rapporto estrattivo con gli ecosistemi e le comunità locali.

Lo stesso MUR e le stesse università sono anche impegnate in maniera consistente all’interno della filiera della guerra: dalla ricerca a fini bellici o per tecnologie dual-use al rapporto diretto con Leonardo Spa e altre aziende produttrici di armamenti. Aziende che da un lato inquinano i nostri territori con le basi militari NATO e le esercitazioni di guerra, e dall’altro inviano bombe che devastano territori e popolazioni.

“Come studenti universitari, impegnati quotidianamente negli atenei di tutta Italia per opporci a questo presente di guerra, infarto ecologico, sfruttamento e carovita, crediamo sia necessario prendere parola e scendere in piazza con discorsi chiari che indichino direttamente le responsabilità che l’istituzione universitaria ricopre di fronte a questo contesto” afferma l’organizzazione giovanile comunista Cambiare Rotta in un comunicato. “Come studenti universitaria non saremo né braccia né menti per la vostra guerra e la vostra devastazione ambientale!”

Di fronte a questo contesto, in cui il nostro paese e l’Unione Europea sono anche impegnati, fedelmente alla NATO, nell’ennesima guerra, non è un caso che vada aumentando il livello di controllo e repressione nei confronti dei movimenti, che siano essi antimilitaristi o ambientalisti e che oggi costituiscono un problema davanti alle esigenze politiche di ristrutturazione economica, di transizione green e di portare avanti una guerra sanguinosa e devastante.

Di seguito il sostegno di Potere al Popolo agli studenti in piazza.

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Potere al Popolo oggi è in piazza al fianco degli studenti in occasione dello sciopero globale per il clima, contro la guerra. Gli attivisti affermano “continuiamo ad opporci ad un sistema che uccide, che abusa i nostri territori e che promuove le grandi opere, in linea con le necessità di speculatori e grandi aziende.
Tra queste c’è anche l’inceneritore di Roma, voluto dal Sindaco Gualtieri, dal PD, dal neopresidente della regione Lazio Rocca e dai partiti di centro-destra“.

Continuano a ribadire che “con la guerra e il capitalismo non può coincidere il reale ambientalismo” e che continueranno a mobilitarsi “per uscire dalla crisi climatica e sociale e opporsi al governo“.

Fonte e foto

25/09/2022

Fridays For Future nelle piazze d’Italia, una generazione che non si rassegna


Oltre 70 piazze d’Italia ieri mattina hanno ospitato le manifestazioni organizzate in occasione del “global strike”, il venerdì di mobilitazione contro l’infarto ambientale a cui il capitalismo sta portando il nostro pianeta.

Da Alessandria a Voghera, da Bolzano a Palermo, migliaia di ragazzi e ragazze, attivisti o “semplici studenti”, si sono riversati in piazza a pochi giorni dalle elezioni politiche di questa domenica, decisi a far sentire la loro voce alla classe politica probabilmente più indecente della storia repubblicana.

Volgendo lo sguardo verso le piazze, crediamo sia emerso con forza un dato: il più “moderato” degli studenti ieri in piazza appariva come decisamente più “radicale” di tutta la truppa di politici – dall’estrema destra destra alla finta sinistra – che occupano gli scranni del Parlamento italiano.

Milano e Roma hanno conosciuto, come prevedibile, la partecipazione più importante.

“Lotta al profitto”, potrebbe essere una sintesi dei due striscioni di apertura dei cortei, con migliaia di ragazzi e ragazze al seguito che hanno intonato cori contro il fossile e la presunta “transizione”, già messa da parte dall’agenda Draghi per far fronte alle conseguenze delle sanzioni contro la Federazione Russa, rivelatesi sostanzialmente un autogol, come ammesso anche dalla rivista principe del neoliberismo, l’Economist.

Se ne sono accorti oltre Manica, ma non potevano essere da meno gli studenti della capitale, che non hanno fatto sconti a chi ha avuto la faccia tosta di provare a scendere in piazza con loro, mentre nei palazzi si allea col più forte sostenitore della guerra in Ucraina, della Nato e dei voleri dell’Unione Europea: il PD.

Stiamo parliamo di Nicola Fratoianni, beccato in piazza dagli studenti, che hanno immediatamente “sanzionato” a parole la presenza del segretario di Sinistra Italiana, datosi rapidamente alla macchia.

Come segnalato ieri, tutt’altro approccio è stato invece riservato al programma ambientale di Unione Popolare, giudicata dai ragazzi “coerente con le misure che devono essere adottate per contrastare la crisi climatica e sociale“.

“Distruggiamo il sistema che ci uccide. Stop alternanza, guerra e disastri ambientali“, recitava uno degli striscioni del corteo (nella foto di copertina), uno slogan che è anche un proposito di lotta alle porte di un autunno che si preannuncia caldissimo sul fronte delle lotte sociali.

Questo “sistema” ha dimostrato di non essere in grado di gestire alcun cambiamento, se non è compatibile con le esigenze del profitto e della speculazione. Tanto meno quelli posti drammaticamente dalla catastrofe ambientale, fin qui tenuta ben separata da tutti gli altri problemi sociali.

La radicalità di alcuni messaggi lanciati dalla nuova generazione scesa in piazza ieri fanno sperare che sia veramente arrivata, in un momento in cui la scure della guerra pone grossi interrogativi sul futuro di questo paese e del mondo intero, l’ora di passare dalla “rassegnazione critica” al conflitto.

Fonte

19/04/2021

Genova - La nuova diga serve ai giganti del trasporto marittimo

La Genova stretta dei caruggi disorienta e accoglie, priva d’orizzonte ma piena di voci e passi. Quella che attraverso camminando verso il quartiere Sampierdarena, invece, è quasi il suo opposto. Costruita a misura di tir più che di esseri umani, mi costringe ad aggirare piloni, superare svincoli, sfilare ai lati di strade dense di traffico. Il mare, che avevo sbirciato tra gli attracchi del porto antico, scompare dietro ai grattacieli e alle sopraelevate. Arrivato al quartiere cerco l’accesso al bacino, in cui è concentrato il traffico merci dello scalo genovese.

L’atmosfera di via San Pier d’Arena è dimessa. Molti sono i negozi chiusi, e non solo per le misure legate alla pandemia. Fuori da un meccanico per moto c’è un ragazzo in fila, mascherina sul viso e casco in mano. Gli chiedo come si possa entrare nel porto. “Impossibile!”, risponde, “hanno fatto in modo che non ci si possa andare. Al varco chiedono i documenti, non si passa”. Dice proprio “hanno fatto in modo”, come se desse voce alla memoria delle generazioni più anziane. “Mia nonna, che ha novant’anni ed è cresciuta a Sampierdarena”, mi dirà più tardi una donna, “ricorda che da bambina andava in spiaggia”. Il periodo in cui il quartiere ha cominciato a perdere l’accesso al mare è testimoniato dai nomi coloniali assegnati negli anni trenta a pontili e banchine: Libia, Etiopia, Eritrea, Somalia...

Il ragazzo con il casco però mi dà un suggerimento: “Se vuoi guardare il porto sali al sesto piano dell’autosilo del centro commerciale”. È vero: di lì si vedono i terminali, gli ormeggi che accolgono le navi, i silos argentei, le muraglie colorate di container e l’orizzonte marino. Tra il mare aperto e il porto c’è la diga foranea che attenua il moto ondoso consentendo ai bastimenti di attraccare, e che secondo l’Autorità di sistema portuale, il sindaco, i governi regionale e nazionale e perfino l’arcivescovo è irrinunciabile sostituire con una nuova, più al largo, che dia spazio di manovra a navi lunghe anche 400 metri.

Perché (e per chi) una nuova diga

Il progetto della nuova diga è la risposta delle istituzioni portuali a un fenomeno che tutti conosciamo, almeno a partire dal recente blocco del canale di Suez: il “gigantismo navale”. Il gigantismo navale non è una necessità metafisica, ma una scelta di convenienza fatta dagli operatori che controllano gran parte del trasporto marittimo. L’analisi costi-benefici del progetto, commissionata dall’autorità portuale di Genova, riconosce questa situazione: nel trasporto dei container via nave, vi si legge, “pochi grandi attori operano in regime di oligopolio”. Le prime dieci aziende coprono l’83 per cento dell’offerta mondiale, utilizzando solo il 51 per cento delle navi, “segno che le principali società utilizzano navi di maggiori dimensioni”. Le prime due di queste dieci compagnie, la Maersk e la Msc, sono unite nell’alleanza 2M, che dispone di circa un terzo della capacità di stiva al livello mondiale. Da qualsiasi punto di vista la si osservi la dimensione di questi operatori è un problema tanto economico quanto di democrazia, ma la politica finge che sia ineluttabile.

L’analisi costi-benefici sostiene che “in assenza della nuova diga foranea (…) il porto di Genova si troverà giocoforza escluso dai traffici contenitori extra Mediterraneo”; al contrario, realizzarla “permetterà al porto di Genova di non avere limiti allo sviluppo dei traffici”. Le proiezioni che con la nuova diga prevedono un raddoppio del traffico di container nel 2029 (rispetto al 2019), per poi continuare a crescere, sarebbero state elaborate sulla base di “interazioni con gli operatori”. Ovvero, ipotizza Il Fatto, “sulle promesse dei terminalisti, i primi interessati alla realizzazione dell’opera”.

Si finisce così per respirare lo stesso ottimismo smisurato e per alcuni interessato che circondava pochi anni fa la nuova via della seta, a cui in effetti nel 2018 l’allora ministro Danilo Toninelli riconduceva gli investimenti pubblici nel retroporto genovese. Anche se oggi di quel progetto nessuno sembra voler più parlare, l’idea di sviluppo rimane precisamente la stessa: produzioni localizzate dove lavoro e territorio sono privi di tutela, e una logistica che abbraccia, o soffoca, il resto del pianeta.

Cominciare una diga senza sapere come finirla

Della diga si parla da un decennio, ma i primi atti formali nella progettazione risalgono all’aprile del 2018. Dopo il tragico crollo del ponte Morandi, il 14 agosto di quell’anno, la diga entra nel cosiddetto decreto Genova. Ma è solo in occasione di un altro shock, quello della pandemia, che vengono individuate le linee di finanziamento. Le elenca l’autorità portuale nel dossier pubblicato a fine febbraio 2021, alla voce “Costo e finanziamento dell’opera”: 500 milioni di euro dal Recovery fund, 250 con fondi dell’autorità portuale (che è un ente dello Stato) e 200 dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questi ultimi, però, non risultano ancora assegnati, ma sono solo oggetto della “volontà del governo di trovarli”, come scrive Il Secolo XIX.

In ogni caso si tratta di un totale di 950 milioni di euro, tutti a bilancio pubblico e, nel caso dei fondi dell’autorità, a debito. La cosa strabiliante è che l’importo copre solo la “fase A” dei lavori, cioè l’allontanamento della diga dalle banchine per un primo tratto. Per il completamento dell’opera servirebbero, da preventivo, altri 400 milioni, che al momento non ci sono. Nonostante questo, il presidente dell’autorità ha annunciato l’apertura dei cantieri nel 2022.

Non sono solo i soldi a mancare, ma anche la soluzione a un grosso problema tecnico: la realizzazione della “fase B”, a causa dell’altezza delle strutture portuali necessarie alle navi giganti, invaderebbe lo spazio aereo dell’aeroporto Cristoforo Colombo. Così, mentre sulla realizzabilità della “fase B” rimangono grandi dubbi, a essere certamente beneficiati dalla “fase A” sono la Msc, che ha in concessione il terminale Bettolo fino a oltre il 2050, e il Gruppo Spinelli. Al punto che c’è chi parla di “diga a spese del contribuente (che) serve solo a Msc e Spinelli”, dando voce a quella che secondo la testata specializzata Ship2Shore sarebbe una convinzione diffusa “a Genova e non solo”.

Il “lungomare” di Sampierdarena

Per coinvolgere i cittadini nella decisione, l’autorità portuale ha promosso un “dibattito pubblico” articolato in diversi incontri, tra gennaio e febbraio 2021. La parola “partecipazione” è spesso evocata, ma le istituzioni sono schierate a favore della diga, gli aspetti tecnici dell’opera competono giustamente ai tecnici, e il modello di società che il progetto lascia trasparire non è in discussione in quella sede. Eppure tale è il bisogno di vera partecipazione che diversi gruppi presentano le loro osservazioni al dibattito (Quaderni degli attori), a volte anche solo per denunciare l’inadeguatezza dei documenti che ne costituiscono la base, come l’ottimistica analisi costi-benefici.

Tra i quaderni presentati c’è anche quello del comitato di residenti di Sampiedarena di cui fanno parte Silvia Giardella e Fabio Valentino. La loro casa si affaccia sul lungomare Canepa: un lungomare da cui non si vede il mare, diventato da tre anni una tangenziale a sei corsie, la cosiddetta gronda a mare (che è altra cosa dalla “gronda di Genova”, opera autostradale da anni ferma alla fase progettuale). Dal loro balcone, avvolti dal rumore del traffico, mi indicano a uno a uno gli ostacoli che si frappongono tra lungomare e mare: l’alto muro che delimita l’area portuale, sette binari ferroviari su cui transitano convogli di merci, una strada sopraelevata e infine le banchine, affollate di container e silos. “Se sarà realizzata anche la fase B della nuova diga”, dicono, “le enormi navi portacontainer attraccheranno in senso parallelo alla costa, e non più a pettine come ora. Così anche dai piani alti di queste case non si vedrà più l’orizzonte marino”.

Il comitato ha denunciato il dramma dell’inquinamento, ha disegnato il progetto di una copertura del lungomare per attenuare il rumore, ha dato voce al desiderio di un accesso al mare per il quartiere. “Da anni cerchiamo un dialogo con le istituzioni ma le nostre richieste restano quasi tutte senza risposta. Così è stato anche nel dibattito pubblico sulla diga. Solo sulla copertura della strada abbiamo avuto un impegno a intervenire da parte del sindaco, ma come e quando si concretizzerà non lo sappiamo ancora”.

Una mitigazione del danno è certamente il minimo a cui questi abitanti di Sampierdarena hanno diritto, ma la loro vicenda sembra dimostrare anche altro. E cioè che le esistenze comuni hanno quasi tutto da perdere dal sogno di “non avere limiti allo sviluppo dei traffici” che accomuna istituzioni e oligopoli privati. Un sogno così smisurato da rendere ogni mitigazione possibile una coperta troppo corta.

Tra porto e città

La piazza più maestosa di Genova è intitolata a Raffaele De Ferrari, imprenditore e filantropo che nel 1875 finanziò a fondo perduto l’ampliamento del porto. Soldi privati a beneficio del pubblico: il contrario di ciò che accade oggi. È in quella piazza che ho appuntamento con Agostino Petrillo, sociologo che di Genova conosce ogni strada e ogni vicenda, fin le più minute, e ne parla intrecciando passione e disincanto.

Mentre mi guida tra i palazzi del sestiere Portoria, dice che nell’analisi costi-benefici “la città rimane accessoria, secondaria rispetto agli interessi e agli appetiti che ci sono intorno al progetto”. Manca “una riflessione integrata” sulle molteplici crisi della città, “come evidenzia il poco interesse per le ricadute sociali e urbanistiche della realizzazione della diga”. Lo scarso dialogo tra le élite che determinano lo sviluppo del porto e la città non è affatto una novità, ma un dato storicamente consolidato, spiega.

Come in un puzzle che va finalmente componendosi, dopo aver parlato con Petrillo le tessere vanno a posto quasi da sole. Le opere sulla terraferma che accompagnano la nuova diga non sono quindi il frutto di un dialogo tra porto e città, ma dell’affermarsi egemonico degli interessi che operano nel trasporto merci via mare. Grandissimi operatori che si espandono nella logistica terrestre, dai terminali del porto fino ai magazzini di smistamento nell’entroterra. Come quello della Msc nella pianura bergamasca. Poi ci ci sono le crociere, che a Genova vedono la Msc come primo operatore, e la conseguente turistificazione della città, che prende quota con la ristrutturazione dell’edificio Hennebique, a due passi dalle stazioni marittima e ferroviaria, intrapresa dalla Vitali Spa, costruttore edile che è anche socio della Msc in quel magazzino bergamasco.

Una “concorrenza” a misura di oligopoli

José Nivoi sembra un ragazzo, ma lavora come portuale già da 15 anni. Lo incontro a Sampierdarena davanti alla sede del suo sindacato, l’Unione sindacale di base (Usb). Gli chiedo se la nuova diga porterà posti di lavoro. “Difficile dirlo, visto che l’autorità portuale non sta aggiornando il piano dell’organico corrente. Insomma, non è chiaro neppure quante persone ci lavorino oggi”, risponde.

Quella dell’occupazione generata dalla nuova diga è una faccenda sfocata almeno quanto quella della “fase B”. Le cifre vanno dai 40mila nuovi addetti evocati dall’imprenditore Aldo Spinelli fino ai 1.800 occupati aggiuntivi nella movimentazione portuale ipotizzati dall’analisi costi-benefici, da raggiungersi nel 2040. Stima dalla quale andrebbero sottratti, secondo il gruppo di Fridays for future che ha seguito il dibattito, gli autisti di camion, lasciando quindi per l’occupazione genovese solo fra i trecento e i cinquecento lavoratori.

Se lo scopo dell’investimento fosse creare occupazione (ma con tutta evidenza non lo è), ci sono certamente modi migliori per farlo. Dalle parole di José si capisce che il sì o il no alla diga non è il modo in cui il sindacato guarda alla vicenda, cercando piuttosto di spostare la discussione sul lavoro e sulla città. “Al momento le relazioni di lavoro nel porto in qualche modo reggono, ma l’attacco da parte dei datori di lavoro è costante, ed è fatto di richieste di flessibilità tra più porti, distanti chilometri l’uno dall’altro, di tentativi di applicare contratti peggiorativi e di precariato”. Gli domando se si sta affermando l’autoproduzione, ovvero la possibilità da parte degli armatori di utilizzare i marinai per effettuare le manovre di carico e scarico che spetterebbero ai portuali. “No, quella qui non passa: quando gli armatori ci provano i lavoratori bloccano il porto, e così non gli conviene insistere”, risponde con orgoglio. Solo dopo averlo salutato apro il quotidiano che avevo in tasca, e leggo che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) si è espressa a favore dell’autoproduzione. Una scelta gradita agli armatori, compresi gli oligopolisti, dalle conseguenze occupazionali devastanti, fatta nell’ambiguo nome “della concorrenza e del mercato”.

Non c’è una seconda occasione

Il “quaderno” presentato da Fridays for future fa critiche puntuali alle proiezioni dell’analisi costi-benefici, considerandole poco fondate. Ma ciò che lo rende più interessante è che si eleva sopra il dibattito, e sopra la dimensione cittadina. Il puzzle che si era composto fin qui diventa così la tessera di un puzzle più grande ancora. “Al sindaco piace ripetere che questa è un’opera per il futuro, di cui godranno le prossime generazioni”, mi dice Matteo Ellena del gruppo genovese del movimento, “ma è un futuro guardato con gli occhi del passato. Il modello fatto di enormi navi che viaggiano a combustibili fossili per portare da una parte all’altra del mondo merci nuove, che verranno rapidamente sostituite da merci ancora più nuove, è un modello consumistico sbagliato, e non ci sono accorgimenti che possano renderlo sostenibile”.

Nel progetto della nuova diga non c’è traccia di questa consapevolezza del limite. Anzi, al contrario: la sua ragion d’essere è dichiaratamente quella di “non avere limiti”.

“Se ci si pensa”, dice Ellena, “la stessa vicenda della fase B illustra in piccolo questa mentalità: c’è un limite fisico, quello dell’aeroporto, e si decide di ignorarlo, di andare avanti come se tutto si potesse risolvere in un secondo momento. Quello che diciamo noi è invece che non possiamo permetterci di insistere su questa strada, perché una seconda occasione non c’è, è adesso che bisogna cambiare”.

Mi appunto queste parole e poi, dal poggio del parchetto nel quartiere centrale di Carignano in cui ci troviamo, alzo gli occhi verso il porto. Che vi attracchi un bel pezzo del futuro di Genova è sicuro. Ma quale, e come, è una scelta che dovrebbero poter fare i genovesi avendo in mente le proprie condizioni di vita e le proprie aspettative, e non pressati dall’unanimismo della classe politica, dalla “partecipazione” interessata e, soprattutto, dagli interessi degli oligopolisti del trasporto merci.

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25/04/2020

Parola d’ordine “ripartire”, senza pensare

Non so se avete notato, ma sul #GlobalDigitalStrike di ieri lanciato da #FridaysForFuture i media non stanno dicendo mezza parola: hanno la consegna del silenzio.

Quanti hanno detto (per far le anime belle) che questa crisi era l’occasione per ripensare un modo di produrre e di vivere sbagliato finalizzato soltanto ai profitti di pochi e basato sullo sfruttamento intensivo ed illimitato delle risorse naturalie degli esseri umani?

Tanti, ma ora tacciono o cambiano discorso.

Ci sono voluti 25.549 morti per far respirare un po’ una pianura padana che dai satelliti è sempre apparsa come una grande macchia nera. Riflettere su tutto questo? Sul modo di produrre? Sul modo di far viaggiare merci e persone? Sul modo di fare agricoltura? Su quanto e come consumiamo? No, nein, nada.

Quando si alza la voce del padrone, tutti zitti... e allineati. Eh si, ora l’imperativo categorico è “ripartire!” ... come se si fossero davvero mai fermati.

Ieri i padroni hanno anche firmato un “accordo” con i sindacati-zerbino per “avere garanzie sulla sicurezza dei lavoratori”.

Quali siano queste misteriose “garanzie”, ovviamente, non si capisce, a parte le solite raccomandazioni su distanziamento e mascherine.

L’unica certezza è che ai morti di lavoro per inosservanza delle attuali misure di sicurezza si sommeranno quelli da Covid-19, visto le zelo e la passione con cui i padroni le osservano e dati gli scarsi controlli cui sono sottoposti.

Ho scritto “accordo”? Ah, scusate, si trattava di un “ordine”, precisamente del nuovo falco di confindustria ai ciupaciups sindacali.

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01/12/2019

Ex Ilva, sciopero generale a Taranto, gli operai: “Lavoro, salute, riconversione”


Il caso Ilva è solo la punta dell’iceberg di un progressivo processo di abbandono delle politiche industriali del nostro Paese. La chiusura del polo siderurgico di Taranto rischia di compromettere non solo l’occupazione di 10 mila famiglie più l’indotto, ma lo status dell’Italia come paese industrializzato.

Prende forma l’idea, non solo tra gli operai, che ArcelorMittal abbia sottoscritto l’accordo al fine di smantellare un concorrente e acquisirne le quote di mercato. Dall’altro lato si fa sempre più consistente l’idea di rimettere in campo lo Stato come amministratore.

Intanto a Taranto c’è un’emergenza ecologica e sanitaria, mentre gli operai continuano a lavorare con sempre meno sicurezza perché la società franco-indiana non avrebbe compiuto i risanamenti previsti dagli accordi. La fabbrica rischia la chiusura ma la gente muore.

Oggi il sindacato USB, in occasione dello sciopero generale, ha convocato una manifestazione nazionale a Taranto, preceduta da una serie di assemblee di fabbrica, per chiedere lavoro, diritti e un piano di riconversione e risanamento. Sputnik Italia ha raggiunto il segretario generale del sindacato, Pierpaolo Leonardi, per capire quali sono le istanze dei lavoratori dell’acciaieria e quali le prospettive di rilancio del settore siderurgico italiano.

Taranto: nella giornata dello sciopero generale di USB,e di quello globale di Friday For Future dopo i picchetti della mattina all'Ex-Ilva, il corteo attraversa la città. Abitanti, operai, studenti, chiedono la chiusura della fabbrica della morte e la sua riconversione.

Pubblicato da USB Unione Sindacale Di Base pag. nazionale su Venerdì 29 novembre 2019

Qual è l’obiettivo dello sciopero generale del 29 novembre?

L’obiettivo è quello di riportare alla centralità questioni come la condizione dei lavoratori e la condizione del Paese sul piano strutturale. Noi abbiamo individuato Taranto come punto centrale della nostra iniziativa di sciopero e quindi la vicenda ex Ilva/ArcelorMittal, perché è emblematica di un Paese che ha dismesso completamente ogni idea di sviluppo, lasciandolo in balia dello shopping delle multinazionali – sia italiane che estere – e di un capitalismo predatorio che sta spolpando il Paese producendo danni dal punto di vista della tenuta della capacità industriale dell’Italia ma anche della vita della gente, come si vede a Taranto.

Noi respingiamo l’idea che questo possa diventare un paese di turismo e piattaforma di servizi, come invece si va definendo e delineando, visto il modo in cui i governi degli ultimi decenni stanno interpretando il ruolo dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro che ci viene assegnata dentro il progetto dell’UE e non solo.

Riteniamo che oggi sia invece indispensabile rilanciare una forte capacità dello Stato di definire sul piano politico le scelte economiche, cioè che non sia l’economia a guidare la politica ma torni ad essere la politica a guidare l’economia e quindi anche a guidare i criteri di sviluppo e la tutela dei cittadini e dei lavoratori.

Lo scudo penale è una scusa? Il fallimento del contratto è stato causato da strategie sbagliate del governo o ritenete che l’intenzione della società fosse quella di eliminare un concorrente?

Entrambe le cose. Nel settembre 2018 l’azienda ha accettato un accordo, sottoscritto anche da noi, ha accettato condizioni che per noi costituivano una garanzia sufficiente per poter mantenere aperta la prospettiva di produzione. Il giorno dopo l’accordo ArcelorMittal ha smesso di ottemperare a quanto stabilito in tema di mantenimento dell’occupazione, di risanamento ambientale, di interventi a tutela dei lavoratori all’interno, di rinnovamento degli altoforni. Il che dà segnale del fatto che lì fosse più importante impedire che altri entrassero nel business dell’acciaio italiano, piuttosto che una reale intenzione di rilanciare la fabbrica.

Noi siamo arrivati alla determinazione di ritirare la nostra firma dall’accordo e di chiedere la chiusura della fabbrica. In assenza di una volontà concreta degli imprenditori di fare il loro mestiere e dello Stato di fare il suo, cioè quello di controllare che gli accordi sottoscritti e gli impegni assunti vengano rispettati, noi non possiamo più renderci in alcun modo corresponsabili di uno sterminio di massa come quello che sta avvenendo a Taranto, dove i bambini muoiono come le mosche. Quindi pensiamo che ci sia una doppia responsabilità.

Lo scudo penale è sicuramente un fatto rilevante perché era una delle condizioni che ArcelorMittal conosceva perfettamente. Oggi l’utilizzo di questa formula, per cui se non c’è lo scudo penale l’azienda si ritiene libera dal non rispettare l’accordo, è una scusante utilizzata per cercare di ottenere maggiori possibilità di intervento e riprendere l’attività d’azienda con investimenti protetti dallo Stato con l’immunità.


A inizio novembre un sondaggio effettuato su un campione significativo di lavoratori Ilva, a ridosso dell’annuncio di ArcelorMittal di rescissione del contratto, ha mostrato come secondo gli operai l’azienda non abbia rispettato gli impegni e che l’ingresso della multinazionale abbia solo peggiorato la situazione dello stabilimento. Quali proposte arrivano dai lavoratori per il rilancio del polo siderurgigo? Si è esplorata la possibilità della nazionalizzazione o di altre forme di gestione dell’impianto?

Quello che noi stiamo proponendo e che sta viaggiando nelle assemblee di fabbrica in vista dello sciopero, è che questa fabbrica così com’è non possa essere neanche immaginabile il suo rilancio.

Serve uno strumento pubblico che sia una nuova Iri, così come l’ha definita Patuanelli sul Sole 24ore, che è la nostra proposta da tempo, o Invitalia o un soggetto pubblico che non versa soldi ad ArcelorMittal, che non entri in comproprietà con il privato per fornire soldi pubblici ad aziende private, ma che assuma davvero il ruolo di gestore della trasformazione di quel territorio e di quell’impianto in un impianto sicuro, sostenibile dal punto di vista ambientale, non inquinante, che abbia a cura sia la produzione ma anche il territorio.

Questa è la condizione che noi stiamo proponendo e su questo sono sempre di più i lavoratori dell’Ilva e i cittadini di Taranto che si stanno schierando con noi, tant’è che per la prima volta alle nostre mobilitazioni, hanno aderito e partecipano anche pezzi di comunità tarantina di soggetti sociali che da tempo chiedono lo smantellamento di quella fabbrica così come è costruita. Mi sembra che il ragionamento che noi avevamo proposto con l’inchiesta operaia che avevamo fatto in fabbrica portano a questa conclusione.

Basta con l’industrialismo a qualsiasi costo che non tiene conto della vita della gente, basta col fatto che si possa pensare che oggi il paese non abbia bisogno dell’industria. Il paese ha bisogno di un’industria sana, produttiva, competitiva sul mercato internazionale, perché l’acciaio è uno settore importante per la nostra economia.

Quali sono le criticità dell’impianto di Taranto in termini di impatto ambientale?

Una situazione critica. Da quando c’è stato l’ingresso di ArcelorMittal ogni manutenzione è stata assolutamente abbandonata. Questo è uno dei segnali più evidenti del fatto che ArcelorMittal non ha nessuna intenzione, nelle condizioni date dall’accordo che le ha consentito di subentrare all’ex Ilva, di far funzionare e crescere l’intervento produttivo di quel sito.

C’è un altoforno chiuso, l’altoforno 5, che doveva essere ambientalizzato e rimesso in funzione e invece è rimasto così com’è, quindi è pericolosissimo se rimesso in funzione. C’è l’altoforno 2, quello sub iudice della magistratura, che la magistratura chiuderà sicuramente, c’è la copertura dei parchi minerari, che è parzialmente stata effettuata ma ancora, col vento che c’è a Taranto è un rischio per la salute. Queste coperture sono dei capannoni senza sponde laterali, col tetto molto alto, in cui il vento si infila e porta le polveri sulla città. C’è una situazione interna di abbandono. Gli incidenti delle ultime settimane sulle colate hanno prodotto feriti, per puro miracolo non hanno prodotto vere e proprie stragi.

Queste sono le condizioni drammatiche in cui vive la gente. È una popolazione operaia giovane quella dell’Ilva, perché sull’accordo del settembre 2018 una quota consistente di personale più anziano è stato incentivato all’esodo e ha accettato l’incentivo all’esodo, una parte è stata messa in amministrazione straordinaria. La parte che è rimasta al lavoro è la parte giovane, una parte che soffre particolarmente una condizione di lavoro veramente inaccettabile a qualsiasi latitudine, non in uno dei paesi più industrializzati del mondo.

Alcuni giorni fa gli operai ArcelorMittal del resto d’Europa hanno annunciato una mobilitazione a sostegno dei loro colleghi italiani. Che significato attribuire a questo annuncio?

Noi abbiamo saputo che ieri i compagni dell’AB del Paese Basco, hanno lanciato una mobilitazione a sostegno dello sciopero del 29 e questo ci fa molto piacere. Una iniziativa in tutta la Spagna negli stabilimenti di ArcelorMittal.

Io credo che ci sia una necessità importante di ridare forza internazionale e internazionalista alle lotte dei lavoratori. È uno degli obiettivi che noi perseguiamo con la nostra presenza all’interno della Federazione Sindacale Mondiale. Come Usb siamo affiliati alla Federazione Sindacale Mondiale (WTUF) e stiamo sempre più lavorando affinché le vertenze centrali, quelle che riguardano i lavoratori che dipendono da multinazionali o che hanno un forte impatto siano comunque sostenute sul piano internazionale. Io mi auguro che questa mobilitazione a livello internazionale abbia un risultato.

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30/09/2019

Questione ambientale e movimenti studenteschi

Il clima della Terra con l’aumentare della temperatura globale sta cambiando ad una velocità spaventosa, portando alla scomparsa di alcuni ecosistemi, allo scioglimento dei ghiacci e all’innalzamento dei mari, che rischia addirittura di sommergere (ad esempio in Polinesia) interi stati nel giro di 50/100 anni. Il riscaldamento globale è incrementato consistentemente dagli effetti delle attività umane, e in particolare della deforestazione, del consumo di acqua e dell’inquinamento.

Tutte queste sono attività che l’uomo svolge da 13.000 anni, ma che hanno assunto proporzione così rilevante dalla nascita dell’industria alla fine del XVIII secolo. Da allora la popolazione mondiale è cresciuta di 8 volte e si è moltiplicata la produzione di qualunque bene di consumo. L’industria produce però scorie; per fare l’esempio più noto e lampante è ancora oggi fondata sulla combustione di combustibili fossili, che libera nell’aria anidride carbonica, uno dei cosiddetti “gas serra” alla base del riscaldamento globale, che catturano i raggi solari limitandone la riflessione.

Inoltre l’industria richiede un’enorme quantità di materie prime, inclusa l’acqua dolce che ricordiamo essere presente in quantità limitata sul pianeta. I nuovi materiali plastici e gli agenti chimici utilizzati in agricoltura creano un ulteriore problema di inquinamento duraturo causato tanto dalla loro dispersione quanto dalla produzione, e uniti all’inquinamento atmosferico dovuto alle polveri sottili causano la morte in massa e la malattia di numerose specie animali, tra cui l’uomo.

Nel suo continuo bisogno di incrementare la produzione di merci, il capitale è spinto alla ricerca perenne di nuove risorse, talvolta distruggendo ecosistemi unici. È il caso dell’Amazzonia, la più grande foresta pluviale al mondo, in cui da oltre 70 anni è in atto un processo di deforestazione selvaggia per utilizzare il suolo con fini produttivi, per l’80% della superficie allevamenti destinati aprodurre carne da esportare prevalentemente in Europa (118,3 mila tonnellate esportate in UE solo nel 2018) e USA.

Negli ultimi 50 anni sono stati abbattuti 785.000 kmq di foresta, pari al 20% del totale, togliendo inoltre terre ai popoli nativi. Questi si battono con scarsi mezzi contro i privati e l’attuale governo brasiliano, che copre le devastazioni ambientali e non interviene in loro difesa, come nel caso dei 74.000 incendi di quest’estate, in gran parte dolosi e lasciati consapevolmente ad ardere.

La logica colonialista dei paesi cosiddetti “avanzati” come il nostro si rivela in tutta la sua ipocrisia nel recente caso dell’accordo tra il Mercosur (comunità economica che comprende numerosi paesi sudamericani) e l’Unione Europea. Infatti, se i portavoce UE sottolineano che l’accordo conterrebbe alcuni passaggi che impegnano i paesi firmatari a mantenere i livelli di emissioni di gas serra sotto le soglie previste dagli accordi di Parigi, mostrando il volto buono e “green” dell’Unione, sorvolano poi sul fatto che lo scopo principale dell’accordo è quello di favorire, tramite l’abbattimento dei dazi doganali, l’importazione in Europa di soia geneticamente modificata e carne sudamericane (che abbiamo visto essere le principali cause della deforestazione) e l’esportazione in Sud America di prodotti dell’industria europea automobilistica (con particolari agevolazioni per quanto riguarda SUV di grossa cilindrata, altamente inquinanti), chimica (inclusi i pesticidi agrotossici che in Argentina stanno causando un disastro ecologico e un'elevatissima incidenza di tumori e malattie correlate nelle aree rurali e dunque nelle fasce più povere della popolazione) e tessile.

Quest’ultima, ossia l’industria dell’abbigliamento, la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera con circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, è un ulteriore esempio di questa ipocrisia. Si sente spesso dire che la maggior parte della produzione inquinante e delle emissioni provengono dai paesi in via di sviluppo, e non dalla “virtuosa” Unione Europea, ma questo dato oggettivo nasconde una realtà molto meno assolutoria di quanto possa sembrare per UE e paesi affini.

Infatti, se è vero che la maggior parte (circa il 54%) dei capi d’abbigliamento prodotti al mondo provengono dalla Cina, è anche vero che il 75% di tutta la produzione viene assorbita, oltre che dal mercato interno cinese, dal solo primo mondo, ossia Unione Europea, Giappone e USA. Quest’ultimo paese è anche il primo consumatore mondiale, e consuma quasi esclusivamente vestiti importati da Cina (il 35%), Bangladesh, Vietnam, Indonesia e così via.

Se dunque l’emissione di gas serra è concentrata geograficamente nei paesi in via di sviluppo, gli impianti che la producono sono però spesso di proprietà di aziende europee o statunitensi delocalizzate (per fare un esempio l'italiana ENI da sola ha prodotto quasi lo 0,6% di tutte le emissioni di gas serra dal 1988 al 2015, ma lo ha fatto principalmente in Africa e in Asia piuttosto che in Europa) e in ogni caso tali emissioni sono dovute quasi interamente alla domanda di beni proveniente dai paesi “ricchi”, e non certo da quella interna dei sopracitati paesi in via di sviluppo.

È dunque tanto paradossale e ridicolo quanto per loro profittevole che gli industriali e la grande borghesia europea, che lucrano sull’inquinamento prodotto in altri paesi, pretendano poi di fare la morale a questi ultimi e di imporgli, qualora violassero gli accordi sul clima, sanzioni “ambientaliste” attraverso l’UE e gli organismi internazionali, rendendone ancora più fragili e dipendenti dalle esportazioni le economie nazionali.

Sempre l’industria tessile ci permette di introdurre un’altra questione: quella della sovrapproduzione. Il 30% dei capi d’abbigliamento, infatti, viene buttato senza essere mai venduto e utilizzato, poiché la maggior parte delle merci prodotte sono in sovrabbondanza rispetto alla domanda effettiva. Lo si vede in ogni settore: per esempio in Europa ci sono 11 milioni di case inabitate, senza contare le varie seconde e terze case e gli altri edifici vuoti.

A livello mondiale, produciamo cibo per 12 miliardi di persone. Circa 88 milioni di tonnellate di cibo altrimenti edibile da umani, animali o utilizzabile per la produzione di energia vengono buttate in Unione Europea ogni anno.

Ciò si traduce in 173 chili di cibo sprecato per ogni abitante dell’UE e 170 tonnellate di CO2 emessa nell’aria durante i processi produttivi e di smaltimento. L’industria dell’abbigliamento produce 150 miliardi di articoli ogni anno, di cui come si è già sottolineato riesce a vendere solamente due terzi, e di cui solo un terzo supera la durata di un anno prima di essere buttato.

Queste quantità insensate sono una caratteristica unica e caratterizzante del Capitalismo, che soffre dalla sua nascita di cicliche crisi di sovrapproduzione. Riguardo alla ragione economica profonda di ciò, ovvero il meccanismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, rimandiamo il lettore allo studio di Marx o alla partecipazione alle varie autoformazioni e assemblee organizzate dall’OSA, poiché il tema è troppo esteso per essere trattato qui.

Relativamente al danno ambientale causato dalla sovrapproduzione tipica di questo sistema economico, basti prendere in esame alcuni meccanismi più semplici:

– quello del consumismo, con il quale si gonfia all’inverosimile la domanda di merci tramite bisogni indotti dalla pubblicità, dalle mode e via dicendo, poiché se si convincono i consumatori a comprare un vestito a settimana piuttosto che uno al mese chi produce e vende quei vestiti otterrà più profitti;

– il meccanismo dell’obsolescenza programmata, tramite il quale le aziende, inserendo negli elettrodomestici componenti elettronici dalla durata limitata non sostituibili nel caso di malfunzionamenti o appesantendo volutamente il software di vecchi modelli di smartphone tramite aggiornamenti inutili e deleteri, costringono l’acquirente a sostituire molto più spesso di quanto sarebbe realmente necessario tali prodotti, aumentando il costo della vita e generando più profitto per le aziende produttrici, e di pari passo più rifiuti, più spreco di materie prime e più inquinamento per il pianeta;

– il meccanismo della competitività alla base del mercato, il quale implica che, come accaduto di recente, aziende come Burberry preferiscano dare alle fiamme di nascosto propri prodotti invenduti per un valore complessivo di 37 milioni piuttosto che smerciarli a un prezzo più basso, cosa che saturerebbe il mercato impedendo di vendere i prodotti della nuova stagione a un prezzo considerato soddisfacente dagli azionisti, lo stesso meccanismo che, in ambito alimentare, causa lo spreco di ingenti quantità di cibo perfettamente sano e edibile ma che, non rispettando particolari standart estetici (niente ammaccature sulla frutta e così via) rischia di sfigurare sugli scaffali e non venire acquistato, stante la disponibilità di prodotti concorrenti dall’aspetto più curato.

Infine, è degno di nota il meccanismo, anch’esso inevitabile in un’economia capitalistica, che causa l’enorme accumulo di denaro e potere nelle mani di pochi individui al vertice di aziende private. Queste riescono dunque tramite il lobbysmo e l’influenza sulla politica ad emanciparsi dal controllo popolare sulla produzione che lo Stato democratico sostiene di garantire ai cittadini, e fanno così i propri porci comodi inseguendo solo il profitto e fregandosene della devastazione ambientale che causano.

Nel Capitalismo neoliberista, non c’è ne la volontà ne la concreta possibilità per lo Stato di agire per contrastare tutto ciò, incapace come è di imporre il rispetto di regole a tutela dell’ambiente su compagnie private divenute oramai troppo potenti (e inquinanti).

Non è dunque pensabile lottare contro l’apocalisse ecologica nel mezzo della quale ci troviamo senza lottare contro il Capitalismo in quanto sistema economico, poiché il secondo è causa diretta della prima, e finché non avviene il passaggio a un economia programmata che non soffra di deleteria sovrapproduzione e che sia gestita dal popolo nel proprio interesse collettivo e non, come lo è adesso, da un oligarchia di impresari e CEO interessati unicamente al proprio tornaconto, finché non avviene tutto questo l’uomo non potrà mai riconciliarsi con la natura e l’apocalisse continuerà, implacabile.

Per questo noi di OSA rimaniamo scettici riguardo alle aperture verso le idee della cosiddetta “Green Economy” che in passato sono provenute da Fridays for Future.

La Green Economy è quella scuola di pensiero che evidenzia e mette in pratica la possibilità, all’interno del sistema economico capitalista, di adottare politiche e catene produttive “verdi”: energia rinnovabile, auto elettriche, prodotti a km 0 e così via. Oltre a mantenere tutti i problemi ambientali causati dal Capitalismo e trattati nel paragrafo precedente, quest’approccio alla questione ecologica rischia di diventare una maniera delle élite economiche europee per strumentalizzare movimenti come Fridays for Future secondo i propri interessi.

Infatti, la Green Economy non solo si basa sul finanziamento di aziende private “verdi” con soldi pubblici (cosa che, tra parentesi, in Italia spesso si è tradotta con la vittoria degli appalti da parte di soggetti appartenenti a Mafia, Camorra e ‘ndrangheta), ma risulta strategica per il rafforzamento dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione globale con Cina, USA e Russia dal momento in cui l’UE è la potenza che dispone sul proprio territorio di meno risorse fossili al mondo, primo importatore mondiale di energia con un indice di dipendenza dalle importazioni complessivo del 53,4%, con un picco dell’80,8% per il nostro paese, dovuto soprattutto alle importazioni di petrolifere.

Se l’obiettivo dell’autosufficienza energetica dal punto di vista dei combustibili fossili sembra per l’UE allontanarsi ogni giorno di più, negli ultimi anni è comunque aumentato lo sviluppo e l’implementazione di fonti energetiche rinnovabili, che nel 2012 hanno rappresentato il 23,6% dell’energia totale prodotta all’interno della comunità.

Questo dato, però, non deve trarci in inganno: industriali e finanzieri europei spingono per le energie “verdi” solo per una questione di interesse economico, e non certo per scrupoli ambientali, che non si preoccupano di accantonare immediatamente quando, per i loro sporchi profitti, devono far pressione attraverso lobby come l’European Round Table of Industrialists su UE e governo per devastare la Val di Susa con la TAV, oppure quando insieme ai produttori di telefoni cinesi schiavizzano la popolazione del Congo e riempiono il paese di miniere avvelenando fiumi e falde acquifere allo scopo di estrarre il cobalto per... le batterie delle auto elettriche “eco-friendly” europee!

Inoltre, vi è un chiaro interesse da parte dei Socialisti Europei (il gruppo parlamentare che include il Partito Democratico italiano, i socialisti spagnoli e francesi, i socialdemocratici scandinavi e così via), che hanno candidato Greta Thunberg al Nobel per la Pace, nell’usare i movimenti ambientalisti per attaccare le destre sovraniste, e in particolare in Italia quella di Salvini, su un tema ampiamente condivisibile e dove quest’ultima mostra il fianco, essendo legata materialmente e politicamente alla Russia di Putin e ideologicamente al modello USA-trumpista, ossia forze politiche egemoni in paesi che dispongono di ingenti risorse fossili e che dunque rifiutano il tema dell’ecologismo.

Per quanto queste formazioni parafasciste non raccolgano certamente le simpatie dell’OSA, tantomeno lo fanno i liberisti di PD e affini che provano a strumentalizzarci cavalcando il tema ambientale, come dimostrato dall’estrema attenzione che questi partiti dedicano alla questione ecologica nella propria comunicazione e dai recenti endorsement verso Fridays for Future, purtroppo accolti positivamente da parte del movimento, provenienti dal Ministero dell’Istruzione, Ministero che ricordiamo paghi ENI, Zara, Mac Donald’s, General Electric, la Alstom (che produce i treni per la TAV) e innumerevoli altre aziende complici del disastro ambientale per fargli sfruttare gli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Senza dubitare della buona fede della sedicenne svedese ne di quella delle centinaia di migliaia di studenti e studentesse, di compagni e di compagne che hanno partecipato al movimento: quando Greta Thunberg minaccia i potenti della terra di fronte a loro e questi, invece di farla arrestare, applaudono, è lecito chiedersi se non abbia anche lei un ruolo, inconsapevole, in questo sistema marcio.

Vi è infine la questione della responsabilizzazione, o, per meglio dire, colpevolizzazione, del singolo riguardo al problema ambientale, anche questo per noi punto dove ci troviamo in disaccordo con alcuni schemi di pensiero e azione adottati dai movimenti per il clima. Se da un lato mantenere un etica e una condotta personale votata a minimizzare la propria impronta ecologica (chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, riciclare, usare la bici ecc.) è certamente consigliabile e degno di lode, lo spostamento massiccio dell’attenzione del pubblico su questo aspetto del problema, decisamente minoritario, è a nostro parere un tentativo da parte dei veri responsabili del disastro che viviamo di addossare ingiustamente le colpe e i costi della transizione ecologica al cittadino comune, e in particolare alle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione.

Lo dicono le statistiche, da sole 100 grandi aziende come ENI, Shell, Exxon, Gazprom e così via sono responsabili di addirittura il 71% delle emissioni di gas serra totali dal 1988 al 2015: che impatto ha il comportamento del singolo, se non si organizza ed agisce politicamente sulla produzione, di fronte a cifre del genere? L’inquinamento e l’effetto serra sono dati sistemici, e finché non se ne assume la consapevolezza sarà impossibile combatterli a colpi di borracce e agende in carta riciclata.

Gli sprechi dovuti alla sovrapproduzione, che abbiamo sottolineato come il principale problema ambientale causato dal capitalismo, rendono evidente che la lotta deve essere centrata sulla produzione, e non può occuparsi solo dei consumi. I dati che abbiamo analizzato ci dimostrano infatti che l’offerta e la produzione non tendono in realtà a inseguire la domanda, ma anzi in parte la trainano; sarebbe dunque insensato pensare di influenzare la produzione agendo sui consumi, dandosi ferree regole personali su quali prodotti comprare e quali no nella ricerca di un consumo etico che nel capitalismo non può esistere e nelle forme in cui lo fa è estremamente complesso da attuare e ininfluente sulla realtà.

È vero invece che ognuno, privatamente, pur non consumando direttamente materie prime, può portare all’emissione di gas serra, ad esempio tramite l’uso di un mezzo di trasporto alimentato a combustibili fossili, ma, anche nei luoghi ove più è consistente l’utilizzo del trasporto privato e meno sono presenti grandi attività industriali, le emissioni così prodotte non superano complessivamente il 15% della produzione di gas serra per l’Europa Occidentale, per cui un movimento che stabilisce di agire sull’inquinamento prodotto dai singoli individui non potrà mai avere un impatto particolarmente significativo sull’inquinamento globale.

A maggior ragione ciò verrà impedito dalla concreta impossibilità di ridurre sotto una certa soglia il consumo privato di combustibili fossili, a causa di necessità materiali come il bisogno di spostarsi per raggiungere il posto di lavoro, per altro spesso mal collegato dal trasporto pubblico, in Europa e particolarmente in Italia frequentemente sottofinanziato o appaltato ai privati. Aggiungiamo inoltre che le istituzioni, nazionali ed europee, che hanno reso quel trasporto pubblico inefficiente o lo hanno svenduto ai privati creando il problema, non di rado sono le stesse che poi tentano di colpevolizzare il lavoratore per i suoi spostamenti in auto.

La riduzione dell’inquinamento non può certo gravare sui bisogni dei lavoratori, non può andare a punire le necessità, o si fa pagare ai singoli il prezzo di un sistema economico malato. Lo scorso autunno in Francia il problema si è manifestato in tutta la sua concretezza: il governo francese ha deciso di intervenire aumentando il prezzo della benzina attraverso una leva fiscale (che però, chissà come mai, non si applica al carburante dei jet privati e degli aerei di linea, ma solo a quello per le vetture dei normali cittadini...), per spingere con dichiarato intento ecologista ad abbandonare l’uso dell'auto privata, ma aumentando di fatto il costo della vita per le fasce più deboli della popolazione ed i ceti medi impoveriti, che hanno così scatenato le oceaniche proteste dei Gilet Gialli, rivolte spontanee soffocate dalla repressione, ma che hanno ottenuto alcuni piccoli risultati, come il riabbassamento delle accise sui carburanti e l’innalzamento di ben 100 euro del salario minimo.

I Gilet Gialli hanno chiesto che la crisi ambientale fosse affrontata senza andare a gravare sui lavoratori, incentivando ad esempio la coibentazione degli edifici, e che le risorse necessarie fossero ottenute da un aumento delle tasse sui redditi alti. Chiaramente lo scontro fra le politiche ambientaliste proposte dai Gilet Gialli e quelle del governo di Emmanuel Macron è l’espressione di uno scontro tra classi sociali per decidere chi debba pagare le spese del disastro ambientale. Il conflitto sociale scatenato dal costo della transizione ecologica ci conferma che la lotta ecologista DEVE essere divisiva, poiché per avere effetto e fare gli interessi del pianeta e dell’Umanità nel suo complesso deve necessariamente andare a ledere gli interessi di una parte dell'umanità stessa: la parte dell’1% che governa il mondo e che in questo momento lo sta distruggendo.

Perché non è vero che il disastro ambientale colpisce tutti allo stesso modo.

Perché non è vero che non c’è un pianeta B.

Il pianeta B c’è, magari non così bello come la Terra, ma c’è. Ma non è per noi.

Il pianeta B è per chi ha i soldi per comprarselo.

Il pianeta B c’è per Donald Trump, che sta provando ad acquistare la Groenlandia in previsione dello scioglimento dei ghiacci.

Ma il lavoro B non c’è stato per gli operai che si sono presi il cancro all’ILVA di Taranto.

E se non lottiamo, la casa B non ci sarà per noi quando, dopo un alluvione, rimarremo senza un tetto e, come già accade in USA, dovremo continuare a pagare l’affitto degli appartamenti sommersi al proprietario (che di case invece ne ha mille).

Per questi motivi, OSA assume questo documento come sua piattaforma di lotta sui temi ambientali e non aderisce alla piattaforma di Fridays for Future, almeno finché il movimento non esprimerà una netta presa di distanza dall’inganno della “Green Economy” e abbraccerà invece l’anticapitalismo e il conflitto di classe, allontanandosi così da ogni strumentalizzazione e diventando finalmente capace di agire sulla realtà politica del paese invece di esserne agito.

Riconoscendo però l’importanza di molti temi trattati dal movimento e di una mobilitazione generale che li riguardi da parte degli studenti, OSA aderisce a momenti di piazza e di discussione in assemblea ad essi relativi sia dentro che fuori il Fridays for Future, sperando in questa maniera di poter contribuire alla creazione di coscienza di classe e di momenti di lotta, di politicizzazione e di confronto sui temi ambientali nel corpo studentesco.

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27/09/2019

Global strike for climate, la risposta è reale


Mentre scriviamo, la coda del corteo sta entrando finalmente in via dei Fori imperiali, mentre la testa ha già abbondantemente invaso ogni angolo di piazza Venezia. Ciò che stiamo descrivendo è la marea umana che oggi ha preso le strade di Roma per l’appuntamento capitolino del terzo “Global strike for climate”, lo sciopero globale indetto dal movimento “Friday for future” contro il cambiamento climatico, il quale solo in Italia sta vedendo protagoniste più di 100 piazze lungo tutto lo stivale.

I promotori dichiarano nella sola Roma 100 mila presenze, su qualche agenzia di stampa la cifra addirittura raddoppia, ma numeri specifici a parte, la piazza romana lancia un messaggio inequivocabile: il problema, reale, del cambiamento climatico è realmente sentito.

Studenti di tutte le età, maestri, lavoratori pubblici e privati, universitari, famiglie, sindacati, professori, associazioni, organizzazioni politiche, collettivi, singoli, media di informazione, e chi più ne ha più ne metta, tutti oggi sono scesi in piazza per prendere parte allo sciopero generale.

Se mai ci fossero ancora dei dubbi, è chiaro oramai come la partita sulla “transizione ecologica” sarà il campo di battaglia su cui verranno riscritte le geografie dei dibattiti, delle alleanze, delle scelte politiche e degli scontri del prossimo futuro, questa volta sì, a livello globale. E, forse, non può che essere così, visto che, come ci aveva avvisato per tempo il Comandante Fidel, in palio c’è la sopravvivenza (anche) del genere umano.

Che questa partita sia diventata di dominio pubblico è, senza indugi, una buona notizia. In uno e più lustri dominati da un’asfissiante pace sociale, menefreghismo generale e individualismo di massa, trovarsi assieme a migliaia di persone fianco a fianco per una questione politica (e non, quindi, “solo” sportiva, culturale, ecc.) è impresa divenuta fin troppo rara.

Ma la realtà è da sempre più complicata di come appare, e alcune scelte questo movimento eterogeneo dovrà farle in futuro. Continuando in punta di metafora, una partita si gioca male se non si capiscono gli schieramenti in campo. In gioco, di nuovo, la riuscita dell’obiettivo dichiarato di queste giornate, ossia rendere la sviluppo della società umana compatibile coi tempi e le necessità del resto vivente del pianeta.

A nostro avviso, la riuscita di questo nobile quanto improrogabile intento non può che passare attraverso i) il riconoscimento delle responsabilità – e perciò dei responsabili – che nel tempo ci hanno portato nella condizione odierna, e ii) la messa insieme organizzata delle parti alla corte di un interesse comune che sia in grado si sfidare chi quel passato non vede l’ora di rinchiuderlo in un cassetto, salvandone magari qualche funzionale fotografia decontestualizzata, e si presenta con un trucco nuovo di zecca come “la soluzione”.

Un esempio di questo sono i momenti di tensione registrati proprio a Roma (così come a Palermo) a causa della presenza di minoranze fascisti o pseudo-tali, prontamente messi all’angolo al canto di “Bella ciao” (e non solo) dai molti antifascisti presenti al corteo.

La coscienza del proprio posto nel mondo, e perciò del proprio ruolo, è un lungo cammino che attraversa numerose tappe, alcune apparentemente contraddittorie, ma a cui non è possibile sfuggire se si vuole avere un ruolo attivo nei processi di cambiamento reali. In questo processo, l’età è, sì, una variabile importante, ma non per forza dirimente ai fini della conoscenza del mondo che ci circonda (come si evince da questi due esempi, qui e qui), conditio sine qua non per le possibilità di intervento stesso.

A testimonianza di ciò, le manifestazioni di consapevolezza odierne che portavano istanze di cambiamento radicale non declinato in un generale e poco efficace “salviamo l’ambiente”, ma che ponevano la questione sul cambio strutturale del modello di sviluppo capitalistico, basato sullo sfruttamento di risorse umane e non, a partire da cui solo la Terra, e di conseguenza chi la abita, può dare la sterzata decisiva.

A questo cambio di rotta bisogna sottoporre gli sforzi comuni, che tuttavia non potranno non fare i conti con l’eterogeneità delle piazze odierne. Ne va del raggiungimento dell’obbiettivo finale.

Di seguito, alcuni scatti del corteo di Patrizia di Cortellessa.






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Le questioni ambientali sono un campo di battaglia

Venerdì le piazze italiane si riempiranno di giovani, lavoratrici e lavoratori per lo sciopero globale per il clima. La questione è fondamentale. I cambiamenti climatici sono una realtà che colpisce duramente intere popolazioni con disastri che impattano soprattutto tra i poveri nei paesi più deboli. Le questioni ambientali non sono secondarie. Le produzioni nocive in ogni paese causano disastri pagati da tutti a cominciare dai lavoratori che sono morti o hanno contratto gravi patologie in produzioni inquinanti, senza sicurezza alla mercé del profitto di pochi.

La questione delle risorse energetiche e il mercato delle materie prime (non solo combustibili fossili ma anche metalli per l'elettronica, biocarburanti etc... ) sono una questione fondamentale che causa attriti globali tra potenze, per cui scoppiano guerre, aggressioni internazionali, si fomentano colpi di stato. Le questioni non sono semplicemente legate a un uso consapevole di questo o di quel materiale. Non esistono scorciatoie, le cosiddette Green economy di cui tutti oggi si riempiono la bocca saranno solo dei palliativi inutili se il comando delle operazioni rimarrà al mercato e sarà regolato dalla legge dei profitti.

Per questo sarà importante avere consapevolezza della posta in gioco. I lavoratori e le lavoratrici che sciopereranno rinunceranno a una giornata di salario, gli studenti scenderanno in piazza con tutte le migliori intenzioni. Ma occorrerà non farsi ingabbiare da pubblicità ingannevoli. Quando qualcuno, come accaduto la settimana scorsa in Germania, vi spiegherà che occorre aumentare il prezzo dei carburanti occorrerà rispondere come i gilet gialli in Francia rispondendo che i costi del disastro ambientale devono essere pagati dai padroni e da chi questi disastri li ha creati. Quando, con la scusa dell'economia verde ci chiederanno sacrifici economici dovremo essere in grado di opporci. Quando i nostri padroni ci invitano a scioperare e per la prima volta non si oppongono e sono contenti, quando uno Stato come quello italiano (le cui aziende multinazionali come Eni ed Enel sono attualmente impegnate in devastazioni ambientali e civili che distruggono interi stati) emana una circolare alle scuole in cui invita a favorire lo sciopero studentesco dovremo sapere che il nemico spesso viaggia alla nostra testa. Riconoscerlo come tale è il primo modo per non farci sconfiggere.

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16/09/2019

La “generazione Greta” e l’antropocene: alcune riflessioni

Come molti già sapranno il prossimo 23 settembre nel palazzo di vetro dell’ONU si celebrerà il Climate Action Summit. Il vertice, convocato dal segretario generale Antònio Guterres, chiude idealmente un anno che ha visto ritornare prepotentemente la questione del cambiamento climatico al centro del dibattito pubblico, e questo mentre le piazze delle capitali occidentali venivano riempite da folle di giovani e giovanissimi appartenenti a quella che è già stata ridefinita come la “generazione Greta”. Un fenomeno mediatico, prima ancora che sociale o culturale, quello dell’attivismo climatico, che nel giro di poche settimane è esploso fino a diventare mainstream. Per rendersene conto basterebbe leggersi la mole di tweets ecosensibili pubblicati dalle star hollywoodiane “progressiste”, che quasi quotidianamente dalle loro ville con piscina si dichiarano preoccupate per le sorti del pianeta, oppure soffermarsi sulle ormai innumerevoli operazioni di “greenwashing” messe in campo in questi mesi dagli esperti di marketing delle principali multinazionali. Per non parlare poi dei maldestri tentativi di cavalcare l’onda verde da parte della politica ufficiale nel tentativo di catturare qualche consenso e/o rifarsi una verginità elettorale. Si pensi alle accuse (ipocrite) lanciate dai vari Macron o Trudeau a Bolsonaro durante l’emergenza incendi in Amazzonia, oppure, senza andare troppo lontano, alle comparsate nelle piazze di “Friday For Future” dei burocrati del PD. Qualche giorno fa perfino il principe Henry d’Inghilterra, dopo essere stato stigmatizzato pubblicamente per aver utilizzato un jet privato, si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per assicurare di “compensare sempre le sue emissioni di anidride carbonica”. Ormai quasi non si contano più le pubblicazioni in cui viene calcolata al milligrammo la nostra “impronta carbonica”. Sappiamo che se mangiamo una mela che non proviene dal nostro orto produciamo 150 grammi di CO2, che se facciamo 10 Km in macchina la nostra produzione sale a 3,23 Kg, mentre con l’autobus scenderebbe a 1,04 kg. Una sorta di feticismo molecolare per l’anidride carbonica che finisce, però, per spostare inevitabilmente l’attenzione dalla causa all’effetto. Come scrive puntualmente Paul Kingsnorth: “La mia impressione è che il movimento ecologista abbia sabotato sé stesso coi numeri. La sua ostinata ossessione per il cambiamento climatico e la sua insistenza nel considerarlo una sfida ingegneristica e tecnologica guidata dall’immobile neutralità della scienza, l’ha portato in un ghetto da cui rischia di non uscire. All’interno del pensiero comune odierno, molti ecologisti passano il loro tempo discutendo cosa preferiscono tra centrali eoliche e canali ondogeni, energia nucleare o estrazione del carbone. Essi offrono considerevoli e convinte predizioni di cosa accadrà se facciamo o meno questo o quello, sulla base di sconvolgenti dati numerici, selettivamente scelti da questo o quello “studio”, come se il mondo fosse un gigantesco foglio di calcolo che ha solo bisogno di essere correttamente bilanciato.”

Prima di procedere oltre col nostro ragionamento occorre però sgomberare il campo da possibili equivoci o fraintendimenti. Non intendiamo assolutamente iscriverci qui alla lista dei relativisti o dei negazionisti climatici. Il surriscaldamento del pianeta è un fenomeno acclarato e scientificamente incontrovertibile i cui effetti, potenzialmente disastrosi per l’ecosistema-mondo, sono oggi sotto gli occhi di tutti e non solo degli addetti ai lavori. Né tantomeno può essere negata l’urgenza di azione che quelle piazze, sia pur tra qualche ingenuità, giustamente esprimono. Ciò che proprio non ci convince, piuttosto, è l’individuazione delle cause del fenomeno che oggi sembrano prevalere all’interno del pensiero ecologista, anche quello radicale, e che indicano nella coppia carbone/vapore, ossia nel cosiddetto “capitalismo fossile” inaugurato con la rivoluzione industriale, l’alfa e l’omega di ogni male. Un approccio che si porta dietro un’ambiguità di fondo, ovvero che possa davvero esistere un altro capitalismo, magari “green” o “ecofriendly”, e che invece di guardare ai rapporti di produzione rischia di soffermarsi fin troppo sugli “stili di vita”, sostenibili o inquinanti, e sui comportamenti individuali e/o collettivi. Come se preferire la doccia al bagno in vasca o il treno all’aereo bastasse di per sé a risolvere i problemi del riscaldamento planetario.

C’è un neologismo che in questi ultimi anni ha catturato sia l’attenzione accademica che quella del grande pubblico, e che a ben vedere racchiude in sè questa ambiguità interpretative, ed è quello di Antropocene. Ovvero, secondo la definizione che ne diede nel 2002 Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995), l’epoca geologica in cui viviamo. Quella in cui l’umanità diviene essa stessa una “forza geofisica” capace di trasformare il pianeta, modificandone il territorio e l’atmosfera, alterandone irreversibilmente l’equilibrio.

Tanto per fornire un’idea di massima sulla portata di queste trasformazioni: l’agricoltura e l’allevamento industriale, che sono oggi ritenuti responsabili del 25% delle emissioni di gas serra, consumano terreno fertile in misura cento volte superiore a quanto non ne venga ricostituito dai normali processi di decomposizione organica. Ciò significa che nel girò di 20 anni viene “consumato” uno strato di terreno fertile che necessità tra i 200 e i 1000 anni per essere ricostituito. Tra le varie interpretazioni che vengono date del concetto di Antropocene quella oggi dominante rintraccia le sue origini, e quindi quelle del mondo moderno, nell’Inghilterra del XIX secolo e nella sua rivoluzione industriale. Tanto che lo stesso Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu (l’IPCC) misura l’aumento del riscaldamento globale proprio a partire dall’era preindustriale.

Un primo elemento fuorviante di questo modello interpretativo è che già a livello semantico viene indicato nell’Anthropos la forza motrice di questo cambiamento epocale. Non nel Capitale, non nella società divisa in classi e nemmeno nell’imperialismo o nel colonialismo, ma nell’attività di un’umanità che si fa indistinta, astratta ed omogenea, e in cui le diseguaglianze, l’alienazione e la violenza dei rapporti di produzione scompaiono quasi completamente. La responsabilità del cambiamento globale viene così ascritta agli uomini e alle donne nel loro complesso e non alle forze del Capitale, agli Stati o agli imperi che hanno dato forma alla storia mondiale moderna. Da questa “interpretazione” della crisi ecologica ne discende inevitabilmente una prospettiva politica “umanista”, interclassista e cosmopolita, secondo cui per governare il problema del cambiamento ambientale l’umanità non dovrebbe far altro che mettere da parte le proprie divisioni e sedersi intorno ad un tavolo per affrontare razionalmente la questione. Come sostengono alcuni ambientalisti proprio la crisi ecologica permetterebbe infatti di ipotizzare che il genere umano, e non una delle classi in cui è diviso, possa finalmente diventare il “soggetto” della storia”. Del resto, ed è questo il sottotesto semplificante del loro ragionamento, di fronte ai cambiamenti climatici ci troviamo, come “specie”, tutti su una stessa barca su cui non esistono scialuppe di salvataggio: ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. In questo modo, però, finiscono per essere occultate, in un colpo solo e quasi senza rendersene conto, non solo le cause reali delle trasformazioni ambientali, ma anche le diseguaglianze ecologiche che ne derivano e la differenzialità degli effetti. Come ricorda Razmig Keucheyan affrontando il tema del razzismo ambientale in un volume pubblicato recentemente dai tipi di Ombre Corte, nel 2005, quando l’uragano Katrina colpì New Orleans, oltre l’80% della città venne sommersa dall’acqua provocando oltre 2000 morti e più di un milione di sfollati. Ma la furia della natura non colpì tutti allo stesso modo, piuttosto si concentrò su anziani e neri, ovvero sulle fasce deboli della popolazione che vivevano nei quartieri poveri. A dimostrazione che sulla medesima nave, se dormi in stiva o in una suite le cose cambiano, eccome.

L’altro aspetto fuorviante risiede poi nella periodizzazione storica che di fatto viene imposta attraverso questo modello interpretativo. Far partire l’Antropocene dal brevetto della macchina a vapore di James Watt nel 1782 significa fornire un’interpretazione astorica dell’industrializzazione, come se si trattasse di una sorta di Big Bang della modernità, e non invece il prodotto e la cristallizzazione di secoli di evoluzione del modo di produzione capitalistico. Spostare la lancetta dell’inizio dell’Antropocene sul XIX secolo piuttosto che sull’ascesa e la progressiva affermazione della civiltà capitalista significa spostare l’attenzione sulle conseguenze piuttosto che sui rapporti sociali che le determinano. Ma soprattutto significa dare la priorità alla dismissione delle macchine e delle miniere, o delle loro incarnazioni nel XXI secolo, piuttosto che a mettere in discussione il modo di produzione capitalistico nel suo complesso. Come scrive Jason W. Moore “spegnere una centrale elettrica a carbone può rallentare il riscaldamento globale per un giorno, trasformare i rapporti sociali che sottendono la miniera di carbone può fermalo per sempre (…) Stiamo dunque vivendo davvero nell’Antropocene? Oppure stiamo vivendo, invece, nel Capitalocene, l’epoca storica plasmata dai rapporti che privilegiano l’infinita accumulazione del Capitale?” Se si accetta l’idea che il cambiamento climatico e la crisi ecologica siano il prodotto dal capitalismo allora è poco probabile che unire la specie umana attorno a degli obiettivi comuni sia una condizione della soluzione di questa crisi. Questa, al contrario, richiede probabilmente la radicalizzazione degli antagonismi, vale a dire la radicalizzazione della critica (e della lotta) al capitalismo: la natura è un campo di battaglia (Kheuchyan, 2019).

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15/09/2019

Il 27 settembre sarà uno sciopero “politico”, contro l’infarto ecologico del pianeta

La notizia è confermata. L’Usb e adesso anche Cobas e Flc/Cgil, hanno deciso di convocare uno sciopero venerdì 27 settembre in occasione dello sciopero globale per il clima.

Appare evidente che ci troviamo di fronte uno sciopero tutto politico, uno strumento al quale si ricorre o in caso di gravi minacce democratiche o di emergenze.

La valutazione dunque è stata quella per cui i cambiamenti climatici e l’infarto ecologico del pianeta sono diventate entrambe emergenze e richiedono segnali di iniziativa più forti di quelli tradizionali.

Qui di seguito il comunicato con cui l’Usb motiva la decisione di convocare lo sciopero del 27 settembre.

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L’Unione Sindacale di Base, aderendo allo sciopero globale per il clima, ha proclamato lo sciopero nazionale generale di tutte le categorie ed invita i propri iscritti e tutti i lavoratori e le lavoratrici alla mobilitazione.

Lo stato di emergenza nel quale il Pianeta Terra è entrato da diversi anni, a causa del surriscaldamento dovuto al crescente inquinamento atmosferico, non ha spinto finora ad invertire la rotta né su scala globale né a livello nazionale. I frequenti richiami di tanta parte della comunità scientifica rimangono inascoltati e vengono spesso accusati di allarmismo e catastrofismo. Ma l’intensificarsi di sempre maggiori catastrofi, solo apparentemente naturali, sta lì a dimostrarci che stiamo correndo verso il baratro e che le ripercussioni del crescente riscaldamento del pianeta sono destinate ad essere devastanti.

Purtroppo la Terra è stata colonizzata dal capitalismo ed il sistema economico resta rigorosamente ancorato ad una logica di sfruttamento della natura e di progressiva concentrazione delle ricchezze nelle mani di sempre meno persone. La corsa forsennata al profitto, che ha portato alla creazione di una smisurata massa di capitale finanziario che agisce ormai al di fuori di qualsiasi logica di crescita equilibrata, è la causa fondamentale di una produzione inquinante ed incurante della salvaguardia degli equilibri del nostro ecosistema.

Per millenni l’umanità ha vissuto in armonia con il proprio ambiente, ma dall’affermazione del capitalismo e poi del colonialismo e dell’imperialismo, il Pianeta è stato sottoposto ad una pressione crescente. Ora viviamo un’epoca di accelerazione geometrica del surriscaldamento.

Il terzo sciopero globale è un grido d’allarme ma anche una chiamata ad agire. Aspettarsi che i governi, le grandi istituzioni finanziarie o le aziende multinazionali mettano in campo un cambiamento radicale del modello di sviluppo non ha senso. I lavoratori e le lavoratrici possono fare tanto. Fermare l’apparato produttivo del paese, interrompere l’attività economica, anche per un solo giorno, ma tutti assieme in tanta parte del Pianeta, con centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi che hanno avuto il merito di cominciare la mobilitazione globale, rappresenta una secchiata d’acqua gelida per chi non si è accorto di quello che sta succedendo.

Lo sciopero, però, è solo l’inizio. C’è un complesso di politiche ambientali e, contemporaneamente, di lotta alle disuguaglianze sociali, che vanno agite tutti i giorni e sulle quali sarà molto importante concentrarsi già da quest’autunno.

L’Esecutivo nazionale dell’USB invita i propri delegati e iscritti ad organizzare assemblee ed incontri sui posti di lavoro e sul territorio per promuovere lo sciopero generale del 27 settembre ed allargare la partecipazione nella mobilitazione contro i veri responsabili dei cambiamenti climatici.

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03/09/2019

Qualche considerazione irrituale su Greta Thunberg

Da un po’ di tempo mi frullano in testa considerazioni su Greta Thunberg un po’ irrituali che ora mi decido ad esternare perché penso che costituiscano uno stimolo di riflessione importante per tutto il movimento dei FFF, ed oltre.

Devo obbligatoriamente fare una premessa. Non mi sogno neanche di disconoscere il grande merito di Greta. Ma non posso mancare di ricordare che si contano penso a migliaia o più le persone che sono andate a manifestare davanti a un Parlamento o a un’altra istituzione senza che si sia mossa una foglia, e sono quasi tutte passate nel dimenticatoio. Greta – ed è indubbiamente stato un grandissimo merito – ha colto una congiuntura nella quale la sensibilità verso la crisi climatica stava per esplodere, ed ha innescato la scintilla che ha appiccato l’incendio (mi scuso per il richiamo retorico a ben altri incendi).

Se non fosse stato maturo il momento, forse non sarebbe accaduto nulla, o quasi: ma proprio ora il gesto di Greta ha mobilitato milioni di giovani (e anche meno, o diversamente, giovani) nelle piazze di tutto il mondo. Se non ci fosse stata Greta sarebbe comunque esploso il movimento per contrastare la crisi climatica (ma, ripeto, questo non toglie nulla al suo merito).

Da qualche tempo mi andavo convincendo che il riferimento obbligato e a volte rituale alla sua iniziativa divenisse addirittura controproducente, potesse servire a quei meccanismi mediatici che tendono a metabolizzare tutto, addirittura per coprire questa realtà di milioni di giovani che si mobilitano in tutto il mondo.

Ma il passare del tempo e l’evolvere delle cose ha aggiunto, per me, aggravanti a questo ragionamento. Più passa il tempo e più si rafforza in me il dubbio che Greta stia diventando vittima del proprio personaggio, o (peggio) sia eterodiretta: se pensar male è peccato, mi conforta l’ormai famoso detto di Andreotti.

Posso accettare di pensare – ma con una crescente fatica – che le idee e le iniziative originali e controcorrente siano farina del suo sacco, ma non riesco a pensare che lei sia la sola (se non la vera) regista.

In primo luogo nutro forti dubbi che tutti i messaggi che Greta lancia siano condivisibili. Con tutta sincerità penso che il suo messaggio di saltare l’anno scolastico per dedicarsi interamente alla lotta contro il cambiamento climatico sia non solo molto opinabile, ma non possa assolutamente essere trasmesso come messaggio a tutti gli studenti del mondo: non solo perché sarebbe comunque irrealizzabile, ma perché elude nella sostanza il problema cruciale di trasformare la scuola per adeguare i contenuti e le conoscenze alla sfida posta dal cambio climatico, che esige conoscenze e competenze radicalmente nuove in tutti campi.

Potrebbe sembrare che si predichi, paradossalmente, una generazione di giovani analfabeti: anche perché la crisi climatica non si risolve certo in un anno! Questo messaggio è in chiara contraddizione con le dichiarazioni di fiducia nei confronti degli scienziati (sarò un nostalgico ma ai miei tempi si diceva che l’imperialismo si combatte sul posto di lavoro).

Ora si sono aggiunte iniziative di Greta che hanno a mio avviso un sapore promozionale. È senza dubbio giustissimo il messaggio di evitare i viaggi aerei, ma dubito fortemente che la decisione di traversare l’Atlantico in barca a vela sia farina del sacco di Greta. Se qualcuno volesse provare a trovare un passaggio in barca a vela per la traversata dubito che ci riuscirebbe facilmente se non fosse portatore di un forte messaggio mediatico. Ma, anche più terra terra, nessuno si domanda chi finanzia tutti gli spostamenti di Greta?

Mi fermo qui perché verrei giudicato come maligno.

Sono sempre più convinto che tutto il movimento dei FFF dovrebbe affrancarsi dal riferimento costante e quasi rituale a Greta (il che non significa disconoscere i suoi meriti) per rivendicare ora il protagonismo di milioni di giovani, altrimenti mi viene da dire che la gente guarda il dito e non vede la Luna.

Personalmente non concepisco assolutamente che in tutti i grandi appuntamenti sia Greta invitata a parlare. Nel mio panorama limitato di Firenze vedo giovani e giovanissime/i che hanno una capacità straordinaria di intervenire, anche in sedi ufficiali, con una naturalezza ed efficacia eccezionali: sono convinto che molti di loro potrebbero benissimo intervenire all’ONU.

Tutti i movimenti hanno bisogno di un avvicendamento e un rinnovamento continui: i giovani dei FFF hanno tenuto incontri nazionali e interazionali, hanno certamente la maturità (pur con tutte le difficoltà comprensibili) per scegliere e nominare in ogni occasione delegati capaci di parlare a nome di tutto il movimento. Non è per nulla indifferente che in un consesso internazionale o all’ONU i rappresentanti dei Paesi si vedano comparire una faccia nuova, invece che la solita che tutti si aspettano.

Sarebbe a mio parere un passo fondamentale per affermare la completa autonomia e la struttura democratica di questo movimento grandioso, e di salvare – con il proprio futuro – l’intera umanità. Oltre tutto stanno nascendo altri movimenti che lottano contro la crisi climatica senza avere un padre, o una madre, putativi.

di Angelo Baracca – Fisico, docente emerito dell’Università di Firenze, storico attivista antinucleare e antimilitarista

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02/09/2019

Road Map per l’emergenza climatica

di Guido Viale

A un anno dall’inizio dello sciopero solitario di Greta Thunberg possiamo misurare l’enorme risultato che una sola persona, priva di ogni potere, è riuscita a produrre:

- un milione e mezzo di giovani in tutto il mondo si sono svegliati, hanno capito che gli stiamo rubando il futuro, e forse anche la vita, sono scesi in piazza per protestare (e lo rifaranno, più numerosi e forti, tra il 20 e il 27 settembre) e stanno moltiplicando le loro iniziative riempiendo di eventi dirompenti il calendario di molti paesi;

- stampa e Tv, mute fino a pochi mesi fa, hanno cominciato a raccontare quello che sta succedendo al pianeta, compreso spiegare (per es. La Stampa del 29.8) che non c’è più posto per politiche di “crescita”, per quanto virtuose: de profondis per le politiche di tutti i paesi;

- tra la popolazione più informata, trasformata, come tutti, in consumatori, cresce la consapevolezza di dover porre fine a uno stile di vita insostenibile (per chi uno “stile di vita” può permetterselo: poche centinaia di milioni di persone). Innanzitutto molta meno carne, ma sotto tiro ci sono anche viaggi aerei, vacanze esotiche, auto private, condizionatori, abbigliamento, moda, case troppo grandi;

- molte imprese corrono ai ripari verniciandosi di verde: i capibastone dell’industria Usa dichiarano che tra i loro fini non c’è più solo il profitto, anche se non si è mai visto che i profitti diminuiscano se non sotto la pressione di lavoratori sfruttati e consumatori imbrogliati.

I più in ritardo di tutti sono i politici: quelli negazionisti, come Trump e Bolsonaro, non si vantano più delle politiche apertamente distruttive che perseguono. Tutti gli altri, che si riempiono la bocca di ambiente da decenni senza fare niente, sono ancora lì a misurare i decimi di punto di PIL che qualsiasi misura ambientale potrebbe sottrargli. La nuova Presidente delle Commissione europea Ursula Von der Leyden annuncia un fondo per fare fronte ai cambiamenti climatici; ma a chi andranno quei soldi? Se tutti i fondi stanziati per la crisi economica sono finiti in bocca alle banche, quelli per il clima, se mai saranno stanziati, rischiano la stessa fine. Per questo è ormai urgente mettere in chiaro alcuni punti.

Non ci si può limitare alla protesta e alla denuncia. Occorre pensare anche alle cose da fare, muovendosi su due piani: pressione sulle istituzioni e sui media, con rivendicazioni da mettere a punto un po’ per volta; e mobilitazione dal basso per cambiare insieme il nostro stile di vita, facendo cose che si possono fare anche in pochi senza chiedere permesso. Vagonomle ingiunzioni promosse da Extinction Rebellion: “dite la verità, agite subito, convocate il pubblico”, ma nell’ordine inverso: senza momenti collettivi non si infrange il muro di omertà che ha nascosto le cose finora né si può intraprendere iniziative che coinvolgano chi non si è ancora mobilitato. Gli interlocutori principali sono due: i lavoratori di fabbriche e aziende, da contattare sia direttamente che con la mediazione dei sindacati, e i “territori”, o “comunità”, facendo leva sul tessuto associativo: comitati di lotta, società sportive, parrocchie, centri sociali. Le scuole, dove sono nati gli scioperi del venerdì, possono diventare sedi e riferimenti per ogni quartiere. I temi più immediati da affrontare sono quattro.

1) Decarbonizzazione, cioè elettrificazione con fonti rinnovabili. Non tutti dispongono di un tetto da solarizzare (e ci sono anche i senzatetto). Ma in tutti i quartieri gli interventi possibili per produrre energia rinnovabile e risparmio energetico sono centinaia: possono venir individuati e progettati, esigendo dalle amministrazioni locali la formazione e la messa a disposizione di squadre interdisciplinari di tecnici (un lavoro interessante per migliaia e migliaia di giovani laureati e diplomati). La ristrutturazione degli edifici offrirà per anni milioni di posti di lavoro a nativi e migranti a tutti i livelli di qualificazione;

2) Mobilità: si tratta – bisogna avere il coraggio di dirlo – di abbandonare per sempre e in pochi anni l’auto privata, sia tradizionale che elettrica, per sostituirla con trasporti pubblici più efficienti, più comodi, più economici, sia di linea (treni, tram e bus) che personalizzati (taxi singoli e collettivi, car sharing, trasporto a domanda per passeggeri e merci). Una transizione che non può essere affidata solo alle autoritá: va organizzata dal basso con la creazione di mobility manager di quartiere e di caseggiato (e non solo quelli, del tutto inefficienti, che esistono già a livello di azienda) individuando e rivendicando le risorse necessarie: affidare al mercato una demotorizzazione discriminatoria, come ha cercato di far Macron con le tasse sul diesel, è il modo migliore per far fallire tutto. E si è visto.

3) Agricoltura e alimentazione: non basta ridurre la carne; ci vuole un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da piccole aziende, che consenta il “ritorno alla terra” a decine di migliaia di giovani acculturati che non aspirano ad altro e ad altrettanti migranti già occupati, ma da mettere in regola. La transizione può essere facilitata dai gruppi di consumo solidale (gas) con un rapporto diretto tra chi produce o trasforma il cibo e chi lo consuma.

4) Territorio: per metterlo in sicurezza bisogna demolire gli edifici insicuri ma soprattutto piantumare. Nel mondo c’è ancora posto per mille miliardi di nuovi alberi: quanto basta per riassorbire una parte significativa del CO2 emesso negli ultimi due secoli...

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Testo interessantissimo e completamente condivisibile, l'unico limite che trovo sta nel fatto di sottostimare la questione del modo di produzione.
All'interno di quello capitalista, tutti questi propositi sono sostanzialmente votati al fallimento, oppure alla normalizzazione come lo stesso percorso "politico" di Greta Thunberg almeno in parte dimostra.