Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2026
06/10/2024
La guerra dei metalli rari
di Gioacchino Toni
Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00
Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che si accaparrano le risorse e si assicurano il dominio sulla tecnologia per gli anni a venire, speculatori privati che scommettono sulla penuria e responsabili politici che hanno deciso scientemente di non occuparsi del problema e scaricarlo sulle generazioni future».
A ciò si può aggiungere lo spettacolo indecoroso che, attorno al disastro ambientale ed umano a cui il modello di sviluppo egemone ha condotto, vede contrapporsi da un lato i cantori di una svolta green praticata sulla testa dei ceti meno abbienti e dall’altro chi si rifugia demagogicamente nel negare la gravità della crisi ambientale contemporanea proponendo, di fatto, di continuare a produrre, consumare, sfruttare, distruggere, uccidere e crepare come da tradizione. Classisti i primi, nel pretendere di far pagare ai più i disastri su cui si sono arricchiti i pochi (questi ultimi sì pronti, dovesse servire, a riconvertire tutto e tutti pur di non perdere il vizio del business), classisti i secondi, nel voler perpetuare un modello di sfruttamento e devastazione classista nel suo DNA. Per certi versi ancora più delirante è la posizione di alcune frange della sinistra che, per contrapporsi ai primi, fanno propri gli slogan dei secondi, negando di fatto l’urgenza del problema ambientale: del resto le opzioni populiste – al pari delle parenti complottiste – hanno il vecchio vizio di assomigliarsi a prescindere dall’etichetta con cui si presentano.
Steso originariamente nel 2018, La guerre des métaux rares di Guillaume Pitron ha necessitato di un corposo aggiornamento in quanto a pochi anni dalla sua uscita la situazione è mutata in diversi aspetti. Nel giro di un solo lustro è decisamente aumentata la richiesta di terre rare: l’obbligo imposto nel 2023 alle case automobilistiche di vendere, dal 2035, esclusivamente veicoli elettrici da parte del Parlamento europeo ha comportato un tale incremento della domanda di batterie per i veicoli elettrici da prevedere la necessità di mettere in funzione 400 nuove miniere da cui estrarre soprattutto grafite naturale, litio e nichel e di dare vita a una serie di partenariati con paesi minerari (Cile, Indonesia, Ghana ecc.).
Nonostante il Parlamento europeo abbia, nel giro di un solo anno, già iniziato a rivedere al ribasso la cosiddetta svolta green, resta il fatto che la richiesta di terre rare è decisamente aumentata rispetto ad alcuni anni fa. Rispetto all’epoca in cui è uscita la prima edizione, sono cambiati anche gli atteggiamenti delle popolazioni rispetto alle attività estrattive, si sono sviluppati dibattiti controversi ad esempio sulla possibilità di ricollocare una parte della produzione dei metalli in Occidente o a proposito dell’estrazione di noduli polimetallici dai fondali oceanici. Ad essere cambiato, eccome, è anche il contesto geopolitico; tra pandemie e conflitti è decisamente mutata la percezione diffusa della globalizzazione: «mentre la mano invisibile dei mercati doveva garantirci un accesso senza ostacoli alle risorse, eccola ora percepita come la causa di dipendenze economiche e fragilità strategiche». In particolare l’Europa è sembrata accorgersi improvvisamente della sua dipendenza da dispositivi medici e da risorse energetiche prodotti in contesti con una diversa agenda strategica.
La guerra dei metalli rari di Pitron evidenzia gli interessi, i conflitti e i rischi ambientali e sociali che gravitano attorno ai metalli rari necessari alle moderne tecnologie ed ai settori strategici dell’economia del futuro (robotica, internet del cose, intelligenza artificiale ecc.) che spesso si propongono come soluzioni alle problematiche ambientali. Prima di ricorrere alla definizione di “energia pulita”, suggerisce l’autore, occorrerebbe considerare l’intero ciclo di produzione prendendo dunque in esame i costi energetici e ambientali dell’accaparramento dei metalli rari necessari, così come servirebbe una certa cautela nel parlare dello smart working come se fosse a costo energetico ed inquinante zero ed altrettanta cautela servirebbe nel presentare la sostituzione del parco veicoli ancora funzionanti con altri nuovi come se la costruzione di questi ultimi non impattasse a sua volta sull’ambiente. Non è possibile pensare alla transizione energetica astrattamente; occorre situarla in una realtà fatta di miniere, di esseri umani sfruttati in maniera ignobile, di territori devastati, di speculazioni capaci letteralmente di affamare intere popolazioni. Di tutto ciò non vi è traccia nell’eco-storytelling patinato o su carta riciclata propinato quotidianamente alla popolazione.
Se è enorme la distanza fisica che separa i luoghi di produzione da quelli di consumo, non è da meno la distanza cognitiva che separa ciò che si guarda e conosce dei beni e servizi che si utilizzano quotidianamente e ciò che sta dietro alla loro produzione. Come se il “sapere d’acquisto”, scrive Pitron, avesse ormai definitivamente abdicato al “potere d’acquisto”. «È proprio la scarsa trasparenza della filiera a trasmetterci l’illusione che la rivoluzione energetica e digitale sia universale e democratica», scrive Liberti nella Prefazione al volume. Occorrerebbe domandarsi chi stia pagando il prezzo a “buon mercato” dei dispositivi a cui ricorriamo e che, in alcuni casi, ci fanno persino pensare di essere green solo per il fatto di utilizzarli.
Se l’Occidente non è particolarmente propenso a cercare le terre rare in casa propria, secondo l’autore è anche perché la loro estrazione richiederebbe standard lavorativi, sanitari ed ambientali che le grandi corporation non intendono affrontare. Buona parte delle terre rare è oggi estratta in Cina. Così come la civiltà del carbone ha avuto un epicentro inglese e quella del petrolio statunitense, la civiltà delle terre rare pare destinata ad avere un epicentro cinese.
Se l’energia verde proveniente dal sole e dal vento è rinnovabile e, virtualmente, inesauribile, sarebbe bene tenere presente che altrettanto non avviene per le risorse di metalli indispensabili alla sua cattura e immissione sul mercato. E la penuria di ciò che è ritenuto indispensabile, come la storia insegna, comporta situazioni conflittuali che mal si conciliano con le magnifiche sorti e progressive del green propagandate da chi non ha interesse a mettere davvero in discussione il sistema egemone.
Indagare e rendere pubblico il “lato oscuro” della transizione energetica, sottolinea più volte l’autore, non significa voler limitare la transizione energetica, bensì cercare di pensarla in modo tale che i suoi effetti negativi siano il più possibile attenuati. Far finta che i problemi ambientali e sociali non ci siano non aiuta di certo a risolvere le cose. Come ripartire costi e benefici della transizione energetica quando Paesi in via di sviluppo si trovano a farsi carico dell’impatto ecologico estrattivo delle terre rare per permettere agli occidentali di viaggiare con le loro auto elettriche? Come conciliare le necessità di aprire nuove miniere di litio e terre rare con la contrarietà degli abitanti della zona? Quanto gli occidentali saranno disposti a diminuire i livelli di consumo con cui sono cresciuti sino a oggi?
A dare l’idea dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo-consumo e di quanto quanto questo dovrebbe cambiare per rendersi compatibile con le esigenze ambientali, dunque anche umane, basta un dato: si stima che «per soddisfare le necessità di un solo europeo vanno estratte dal sottosuolo 20 tonnellate di materie l’anno». Un dato come questo può aiutare ad immaginare con che occhi il Sud del mondo possa guardare gli occidentali e senza stare a fare troppe distinzioni di censo.
26/07/2024
Ucraina: le ricchezze del suo sottosuolo ripagheranno davvero i “disinteressati” aiuti europeisti?
Non stiamo qui a dilungarci sull’ingenuità di quanti – in buona fede, ma nella maggior parte dei casi a ragion veduta – predicano il dovere di ogni democratico di mettersi dalla parte dell’aggredito e sostenerlo con ogni mezzo, finanziario e bellico, nella sua lotta per riconquistare la “libertà”. Che i “popoli liberi” rinuncino ai loro “privilegi”, fatti di sanità e istruzione pubbliche, casa, salari e pensioni decorosi, e guardino con compassione e comprensione a chi quei “privilegi” – assenza di disoccupazione, abitazioni praticamente gratuite, sanità e istruzione gratuite di qualità superiore – dopo averli “subiti” per una settantina d’anni, ha deciso di “propria volontà” di dare un calcio, per adeguarsi ai modelli del “mondo libero”.
Rinunciando a quei “privilegi”, i popoli dell’occidente liberal-democratico, danno il proprio contributo alla lotta planetaria contro le autocrazie, oggi guerreggiata in forme cruente proprio su quelle terre del Donbass. Ciò facendo, dimostrano lo stesso amore per quel popolo aggredito che i propri governi manifestano, nella maniera più disinteressata, con l’accumulare miliardi in carri armati, missili, aerei da guerra, da destinare al più democratico governo di cui la ex RSSU si sia potuta dotare, da quando si è liberata dal giogo repressivo di quella “prigione dei popoli” che era l’Unione Sovietica: un governo tanto democratico dall’osannare gli “eroi” nazisti di ottant’anni fa e sbandierare ogni dove emblemi delle più raccapriccianti divisioni SS.
Ma, quei governi, che proclamano le proprie anime popolari e democratiche, sia che si affaccino alle sponde europee dell’Atlantico o alle rive del Baltico, fanno tutto questo consci del sacrosanto dovere di aiutare, senza, per carità, puntare su nessun tornaconto, una junta amica, impegnata in prima linea contro i totalitarismi.
Lo fanno disinteressatamente. O, non proprio.
Ulrich Blum direttore dell’Istituto tedesco del litio, tra un articolo e una lezione sulla «ricostruzione dell’Ucraina», in un’intervista a Deutsche Welle si è lasciato sfuggire che ciò che l’Occidente agogna di più in Ucraina sono i suoi giacimenti di litio, un metallo che, dice Blum, contribuirà a risolvere i problemi energetici europei. Dunque, non sia mai che la Russia si insedi in Donbass e nei territori centrali d’Ucraina, dove ci sarebbero buoni giacimenti di litio; se ciò dovesse avvenire, ha detto Blum, la situazione per l’Europa peggiorerebbe. «L’Europa potrebbe ottenere in Ucraina la maggior parte dei minerali necessari per la transizione energetica. Se riusciamo a cacciare Putin da queste aree, sarà un grande vantaggio per la transizione energetica in Europa. Ma se egli controlla anche solo il Donbass, tutto il resto è a rischio».
Dunque, c’è un interesse diretto e concreto nella lotta all’autoritarismo; un interesse spinto dal profitto. Chi l’avrebbe detto!
La UE, ricorda Vladimir Demcenko su Komsomol’skaja Pravda, sta puntando tutto sull’energia verde, ma c’è un problema: hai voglia di turbine eoliche e pannelli solari; molti elementi devono comunque continuare a essere estratti dal terreno, come rame, alluminio, cobalto, nichel... E il litio ha la proprietà di accumulare più carica per unità di peso di qualsiasi altro elemento. In accumulatori di energia come turbine eoliche o pannelli solari può andare anche una tonnellata di litio e, nel 2021, il suo prezzo ha fatto un balzo del 400% e in futuro continuerà a crescere. Qualcuno si è poi accorto che il litio è a portata di mano, in Ucraina e dunque più buon mercato di quello trasportato da Australia o Sudamerica.
Non si è certo peritato, il molto cristiano deputato tedesco Roderich Kiesewetter, della CDU, a spiattellare papale papale che il litio in Donbas «è la ragione chiave per cui l’Ucraina riceve sostegno finanziario e militare dalla UE». La UE ha bisogno di propri giacimenti di litio e i più estesi si trovano nelle regioni di Donetsk e Lugansk. Si era già detto di come, nel 2018, la “Petro Consulting”, legata guarda caso all’ex presidente Petro Porošenko, avesse ottenuto diritti su due giacimenti, per poi cederli, quest’anno, all’australiana “European Lithium”, una società con sede in Australia; e uno di quei giacimenti è proprio a ridosso della linea del fronte.
Si era detto anche di come l’Ucraina, oltre ai giacimenti di litio, sia ricca anche di giacimenti di almeno 21 dei 30 elementi classificati dalla UE quali “materie prime critiche” per lo sviluppo dell’energia verde. Il fatto è che le avanzate russe hanno privato l’Ucraina, secondo la canadese “SecDev”, del 63% dei giacimenti di carbone, 11% di quelli di petrolio, 20% di gas naturale, 42% di metalli e 33% di metalli da terre rare. C’è in Ucraina anche un 20% delle riserve mondiali di titanio, cui sono molto interessati gli USA per i propri aerei: lo dimostra quantomeno il fatto che il titanio russo non è ancora finito sotto le sanzioni yankee.
Non parliamo poi del gas di scisto, con riserve stimate da 3 a 5 trilioni di mc, che pongono l’Ucraina al terzo posto in Europa dopo Francia e Polonia: anche questo si trova in buona parte nell’area circostante Donetsk e, a tornare indietro col pensiero, ci si ricorda che la tragedia del Donbass ha avuto in gran parte inizio proprio a causa del gas di scisto.
Armando e finanziando la juna nazigolpista di Kiev, a ovest si guarda dunque all’Ucraina come un vero e proprio Eldorado.
C’è però chi non è completamente d’accordo. A parere di Igor Juškov, del Fondo russo per la sicurezza energetica, il sottosuolo ucraino non sarebbe così ricco: carbone, titanio, questi sì; ma per il resto... L’ultima pubblicazione del Energy Institute dice che l’Ucraina non è tra i Paesi con riserve significative di litio. Più o meno la stessa cosa con il gas di scisto: la Shell ha lasciato l’area di Juzovka (l’odierna Donetsk; fu fondata nel 1870 dall’inglese John Hughes quale villaggio attorno a una fabbrica metallurgica) ufficialmente a causa del conflitto, ma si dice invece che la causa vera sia la scarsità di gas, quantomeno su scala commerciale.
A parere di Juškov, Kiev sembra molto desiderosa di convincere il mondo di possedere incalcolabili risorse: dicono «aiutateci, abbiamo litio, gas e vi ripagheremo con questi. E i politici europei cercano di giustificarsi di fronte alle proprie popolazioni coi racconti di queste ricchezze, come dire “Abbiate pazienza, il litio ucraino ripagherà tutto”». Non mi stupirei, afferma Juškov, se coloro che parlano così ci credano davvero, senza «sospettare che la ricchezza ucraina è molto probabilmente una gigantesca bolla».
Non è escluso che sia così. Intanto, però, non è affatto una bolla di sapone il prezzo che i popoli d’Europa stanno pagando con la privazione di quei famosi “privilegi”, a uso e consumo dei monopoli euro-atlantici, convinti a “fare il bene” a suon di fruste e bastoni dai più “democratici” e “anti-totalitari” governi UE.
Fonte
22/06/2024
Nuove misure su spazio e materie prime critiche. Il governo si butta nella competizione globale
Come se se ne sentisse il bisogno, di garantire ancora ulteriore impunità ai prenditori italiani. Ma ad ogni modo, qui vogliamo concentrarci su altre due disposizioni, che sono perfettamente calate nei tempi che viviamo, ovvero quella sulla “space economy” e quella sulle materie prime critiche.
Lo stesso ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sottolineato che si tratta di “due importanti provvedimenti legislativi che riguardano il futuro“. Per questi settori i fondi sono stati trovati (o almeno promessi) senza troppi problemi, nonostante ci si aspetti un’ulteriore ondata di tagli e privatizzazioni dopo la procedura di infrazione sui nostri conti pubblici aperta dalla UE.
Partiamo dal disegno di legge quadro sullo spazio. Nel comparto, ha detto Urso, il governo ha “allocato 7,3 miliardi di euro tra fondi PNRR, fondi nazionali, fondi attribuiti all’Esa (Agenzia spaziale europea) e all’Asi (Agenzia spaziale italiana) da qui al 2026” per permettere “alle nostre imprese di diventare protagoniste in questa nuova avventura“.
L’esecutivo della Meloni, sin dal suo insediamento, ha guardato allo spazio come a un orizzonte attraverso cui rilanciare il paese nella competizione globale. Sulla stessa linea, è stata già annunciata per settembre una legge quadro sulla blue economy, un ramo di quella green che punta alle zero emissioni attraverso l’innovazione tecnologica e il riuso di risorse già consumate attraverso differenti trasformazioni.
Collegato al tema delle risorse è anche l’altra misura che qui analizziamo nel dettaglio. Col decreto legge sulle materie prime critiche, ha detto sempre Urso, “abbiamo finalizzato il fondo strategico del Made in Italy e 1 miliardo di euro come prima dotazione proprio a sviluppare la filiera strategica di estrazione delle materie prime così anche per far nascere un grande attore nazionale, che oggi non abbiamo“.
“In occidente le imprese minerarie significative le hanno gli australiani e i canadesi. Oggi tutti i paesi europei si stanno orientando su questa strada, per non passar dalla subordinazione del carbon fossile russo a una più grave subordinazione alle materie prime critiche e alla tecnologia cinese che oggi detiene quasi il monopolio“.
La logica di costruirsi una filiera integrata, un ‘campione europeo‘ anche in questo settore, con l’Italia che giochi un ruolo centrale, è ancora una volta esplicitata da Urso, senza mezzi termini. Del resto, già in passato aveva ribadito la necessità di guardare alle risorse del nostro sottosuolo, e addirittura a quelle del sottosuolo lunare.
Con questo provvedimento, infatti, si allinea la legislazione italiana allo European Critical Raw Materials Act, che dovrebbe garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche. Un comitato tecnico di nuova istituzione predisporrà triennalmente un piano nazionale per rafforzare la filiera italiana in questa direzione.
Ovviamente, ciò avverrà con una serie di sussidi, incentivi e garanzie per le imprese coinvolte, che lavoreranno a stretto contatto con i ministeri, usufruendo anche di una certa semplificazione burocratica. Ciò avverrà soprattutto per i progetti dichiarati strategici.
In pratica, miniere ed estrattori che sventreranno il territorio, probabilmente con meno controlli, e contro cui ogni protesta sarà repressa con gli strumenti che si vogliono adottare col famigerato disegno di legge 1660. Tutto in nome dell’indipendenza dalla Cina nella conversione ecologica, invece che nello spirito della cooperazione per affrontare insieme la crisi climatica.
L’inasprirsi della competizione globale e il ritorno di una logica per blocchi fa sentire i suoi effetti, a livello economico, militare e di tutela dei fondamentali principi democratici. L’opposizione si rende necessaria.
Fonte
27/03/2024
Attraversando il PNRR. Parte II: politiche energetiche e filiere produttive (I)
Missioni, componenti e investimenti
Il PNRR si articola attorno ad alcuni percorsi di sviluppo settoriali denominati «Missioni». In un certo senso potremmo farli corrispondere ai Programs europei (v. Parte I, Par. II, La strategia della Commissione Europea), solo che le Missioni sono declinate su scala nazionale. Ogni Missione è a sua volta suddivisa in Componenti, per cui ad esempio la Missione 1, Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo, è composta da: Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA; Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo; Turismo e cultura 4.0. A voler essere precisi, poi, le Componenti sono a loro volta ripartite in «sotto-componenti». I fondi vengono assegnati «a pacchetti», denominati «Investimenti»[1], che costituiscono una sorta di suddivisione ulteriore di queste sotto-componenti. Ad esempio, la citata Componente 1 della Missione 1 riporta tre sotto-componenti (Digitalizzazione PA; Innovazione PA; Innovazione organizzativa del sistema giudiziario), all’interno delle quali trovano posto ben sette Investimenti differenti (quali «Digitalizzazione delle grandi amministrazioni centrali» o «Processo di acquisto ICT»).
Il REpowerEU
Dopo la crisi delle relazioni fra Russia e UE e l’embargo al gas e al petrolio russo, la Commissione Europea ha presentato un piano integrativo dei PNRR, denominato REPowerEU[2], con l’obiettivo di «ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde»[3]. Come? Gestendo le relazioni commerciali per l’acquisto di gas come UE, in quanto singoli Stati membri, trovando nuovi partner commerciali e siglando accordi, adottando norme comunitarie per lo stoccaggio di gas, investendo sulle infrastrutture per la produzione di idrogeno e promuovendo una sorta di joint venture con le imprese[4] per la produzione di energia solare. Inoltre, si prevedono il sostegno a politiche di riduzione dei consumi e il potenziamento delle filiere del gas, del biometano e dell’idrogeno rinnovabile, nonché di quelle relative «alle materie prime e alle tecnologie critiche connesse alla transizione verde»[5].
L’obiettivo dell’indipendenza dalle importazioni energetiche estere corrisponde agli interessi dei capitalisti nostrani, ma il fatto che venga presentato come scelta green, sostenibile, non può non far sorgere dei dubbi. Le strategie messe in campo dai paesi europei, infatti, lasciano perplessi per almeno due motivi. In primis, se è vero che i consumi legati alle nuove tecnologie sono in costante aumento e che anche lo sviluppo e la produzione di quelle deputate a contenerli comporti un aumento delle emissioni di CO2, dov’è la garanzia che il processo di transizione verso la green economy non risulti altamente dannoso per l’ambiente e, quindi, l’essere umano?
Gli investimenti necessari per transitare verso un sistema rinnovabile al 100% richiedono comunque enormi consumi di energia; essendo attualmente questa energia per l’80% di tipo fossile, la transizione implica un eccesso di emissioni di CO2 che deve assolutamente essere compensato con riduzioni di produzione. Questo è in palese contrasto con un modello di sviluppo fondato sull’accumulazione continua e sulla necessità di crescita illimitata come quello capitalistico[6].
E soprattutto, in secundis, una volta completata la transizione verso questo fantomatico «capitalismo verde», chi ci assicura che i fattori produttivi non vengano spremuti per ottenere il massimo profitto possibile causando comunque dei gravi danni ambientali?
Come mostrato in alcuni autorevoli studi (vedi Morley et al. 2018, Røpke 2012, Andrae 2019), per contenere la crescita complessiva della richiesta energetica connessa alle nuove infrastrutture digitali, che ci si attende essere imponente negli anni a venire, è necessario limitare la crescita del traffico di dati, almeno tenendolo al passo dell’efficientamento; un equilibrio che fino a oggi non c’è stato. Basti pensare che dal 2002 al 2016 il traffico complessivo di dati al secondo è passato da 100 GB a 26.600 GB (vedi Morley et al. 2018)![7]
«REpowerITA»
Dal dicembre 2022[8] è stato concesso agli Stati membri di introdurre nuovi capitoli REPowerEU all’interno dei propri PNRR, ma del resto la stessa normativa comunitaria prevedeva fin dall’inizio la possibilità per ogni singolo paese di aggiornare Piano e obiettivi[9]. I paesi che avranno i maggiori incrementi dei finanziamenti PNRR sono Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Romania; staccati, seguono Ungheria, Portogallo e Repubblica Ceca[10].
Il Governo italiano (per tramite di Raffaele Fitto) ha presentato la propria proposta di modifica lo scorso 7 agosto, nell’ultimo mese disponibile, e la Commissione ha espresso valutazione positiva l'8 dicembre 2023. Oggetto delle modifiche negoziate con la Commissione sono alcune integrazioni al vecchio Piano, consistenti in nuovi finanziamenti, riforme e, soprattutto, una nuova Missione denominata proprio «REPowerEU». Complessivamente il nostro paese riceverà «2,76 miliardi di euro di sovvenzioni non rimborsabili (la quota maggiore, 13,8 per cento del totale, al pari della Polonia)»[11], quando invece la proposta di agosto era di ben 19,2 miliardi.
Fra i principali aspetti del REpowerEU italiano troviamo i crediti d’imposta per le imprese innovative sul piano dell’efficientamento energetico (6,3 miliardi), cui fa da contrappeso la riduzione dei budget per la tutela del territorio e delle risorse idriche (– 5,19 miliardi). Il proliferare degli incentivi alle imprese in luogo degli investimenti statali diretti servirà anche o soprattutto ad accorciare i tempi e accelerare i processi, per quanto probabilmente al prezzo di una minore omogeneità di intervento e di maggiori sprechi di risorse (sceglieranno le imprese il tipo di intervento da effettuare, anziché lo Stato). Uno degli obiettivi della rinegoziazione del PNRR, del resto, è proprio quello di ottenere un Piano aggiornato che sia applicabile nei tempi, oltre che coerente nella strategia complessiva[12].
Al di là della questione delle tempistiche si potrebbe discutere sul rimescolamento di risorse, spostate da una Missione all’altra; ad esempio, sulla scelta di tagliare gli investimenti nella rete logistica ferroviaria (– 1,98), avvenuta a fronte di un rafforzamento del programma di digitalizzazione industriale (+ 1,09), oppure su molte altre. In fondo, però, gli aspetti più preoccupanti per i lavoratori riguardano il sociale, come l’emorragia di risorse dall’inclusione sociale e territoriale (Missione 5, Componenti 2 e 3) per quasi 4 miliardi (rispettivamente, – 2,85 e – 1,10). In questo senso la revisione del Piano non lascia adito a dubbi, in quanto la Missione 7 («REpowerEU») rappresenta di per sé un coacervo di risorse da impiegare direttamente per il potenziamento energetico del sistema economico produttivo e pertanto è chiaro che il nuovo PNRR sia più sbilanciato verso le imprese che il sociale: se è vero che all’Italia sono stati concessi 2,76 miliardi in più, la Missione 7 ne vale da sola ben 11,18.
II. La filiera dei semiconduttori
Iniziamo ora a esaminare alcuni fra gli investimenti PNRR, relativi a quei settori che a nostro parere rivestono una maggiore importanza strategica per lo sviluppo dell’economia italiana e che meglio chiariscono il ruolo del nostro paese nell’ambito del comparto economico europeo (detto «Factory Europe»). Partiremo quindi dalla filiera dei semiconduttori, assolutamente fondamentale per lo sviluppo economico europeo, e proseguiremo con la filiera dell’idrogeno, che nell’ambito del settore energetico rappresenta la sezione più sperimentale e innovativa. A questo punto analizzeremo le componenti relative alla digitalizzazione industriale e allo sviluppo della rete logistica (produzione e circolazione delle merci). Queste ultime aiutano a descrivere i cambiamenti che potranno avvenire nell’impiego della forza-lavoro, soprattutto riguardo le dinamiche di aumento della produttività. Nel contesto attuale tali dinamiche portano i lavoratori a subire una certa intensificazione del lavoro (aumento dei ritmi) e il conseguente deterioramento della salute (fisica e psicologica), oltre che un aumento del controllo in azienda.
Il (nascente) comparto industriale italiano per i semiconduttori è investito dalla Missione 1, Componente 2, Investimento 2 del nostro PNRR. Tramite il finanziamento statale del 40% degli investimenti nel settore si mira a sviluppare una certa quota di produzione di semiconduttori (principalmente «wafer» in silicio) che, dopo la trasformazione in chip, possano servire come semi-lavorati per le principali industrie europee.
L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica, la meccanica strumentale e le applicazioni industriali [nonché, a nostro parere, sull’intero settore economico in generale, per via delle applicazioni nel campo della connettività, dal cloud ai 5 e 6G]. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 600 miliardi di dollari [440 miliardi di € nel 2020, secondo il PNRR tedesco]. Il tasso medio di crescita del fatturato degli ultimi 20 anni è stato pari al 7% e si prevede che continuerà almeno a questi ritmi, raggiungendo un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030[13].
I semiconduttori sono materiali la cui conduttività elettrica può essere modificata sulla base degli interessi dell’industria umana; possono anche essere costituiti da composti di materiali diversi o da strati di materiali differenti. I chip sono dispositivi elettronici creati su un supporto di materiale semiconduttore (circuiti elettrici «stampati», «fissati» sul metallo semiconduttore)[14]. Il semi-conduttore ha l’importante particolarità di consentire la realizzazione dei componenti base dei chip, in virtù del proprio livello di conducibilità e resistività elettriche. Il materiale più utilizzato è il silicio, che riesce a consentire «l’integrazione di decine di miliardi di componenti base (per es. transistor, diodi, resistenze e condensatori) su un singolo chip»[15]. Siccome l’industria si sta oggi avvicinando ai limiti fisici di questo materiale, si cerca di manipolarlo in maniera sempre più sofisticata[16].
La storia di queste tecnologie passa interamente dal settore militare. Tutto inizia prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con i sistemi di calcolo finalizzati a colpire gli obiettivi degli aerei da guerra statunitensi (seppur con molta approssimazione). Dagli anni ’60, invece, i chip erano ormai utilizzati in ogni sistema d'arma dell'esercito Usa. Una spinta propulsiva modernizzatrice fu data dai computer che guidarono l'astronave Apollo e il missile Minuteman[17] e, poi, l'avventura sulla Luna, mentre soltanto in seguito queste tecnologie sarebbero state impiegate per un uso civile di massa (la stessa Silicon Valley, per anni, è stata legata principalmente ai processi militari). È possibile che anche le guerre ora in corso daranno il via a nuove produzioni legate all’intelligenza artificiale.
La filiera dei semiconduttori è l’insieme di quei processi ideativi, produttivi, logistici e di marketing che, partendo dall’estrazione delle materie prime, servono a creare il prodotto e farlo arrivare al cliente finale: in una sola espressione, il processo di trasformazione delle materie prime necessarie in merce. All’interno di questo percorso vi sono attività imprenditoriali di vario tipo. Alcune di esse consentono larghi profitti (un «ritorno» degli investimenti effettuati molto più grande), mentre altre molto meno. Queste differenti tipologie di attività imprenditoriali sono associabili a vere e proprie fasi del processo di trasformazione: delle «tappe» lungo un percorso obbligato. Il controllo di quelle più remunerative è ciò che serve per battere la concorrenza e a nostro parere è, allo stesso tempo, la chiave di lettura principale per comprendere la competizione fra Stati diversi: la cosiddetta geopolitica.
Tralasciando di scorporare la logistica, che accompagna quasi tutto il processo di trasformazione del prodotto, possiamo suddividere la filiera dei semiconduttori in: fasi produttive (fabbricazione, test e assemblaggio), che rappresentano il 40% circa del fatturato complessivo mondiale; estrazione delle materie prime, per l’11% del fatturato; fasi ideative (progettazione e design), 32%; attività economiche deputate alla fornitura dei macchinari industriali necessari, 17%[18]. Le fasi produttive sembrerebbero essere quelle più remunerative, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno: rendono molto di più le fasi ideative, solo che la massa degli investimenti è minore. Non è dunque un caso se quasi il 50% dei ricavi di queste fasi sia statunitense e solo 5% rimanga in mano cinese (all’Europa tocca il 10%). Inoltre, «La leadership dominante delle imprese americane nella fase della progettazione e design consente loro di esercitare un controllo sulla proprietà intellettuale e, quindi, su tutta l’industria perché le aziende specializzate nella fase di fabbricazione di chip devono sottoscrivere accordi/licenze per il loro utilizzo»[19], [20].
Il fatturato della produzione, invece, è più equamente distribuito fra paesi occidentali e nuove potenze asiatiche. Ciò in virtù di parecchi fattori, tra i quali il rilevante peso del fatturato complessivo e degli ingenti investimenti necessari per far progredire l’industria e realizzare ulteriori aumenti dei profitti. Ciononostante, le fasi di test dei semilavorati e assemblaggio delle componenti, che sono a bassissimo valore aggiunto, però, vedono un ruolo relativamente maggiore di paesi come la Malesia (pur se, di nuovo, in un contesto in cui la distribuzione del fatturato è abbastanza uniforme). Siccome il valore aggiunto è scarso non conviene investire per innovare e digitalizzare i processi industriali: meglio mantenere un processo produttivo «labour intensive», ossia con una grossa componente di lavoro operaio manuale, e racimolare quel che si può. Ciò comporta che la localizzazione geografica di queste fasi sia in Stati come la Malesia, le Filippine e il Vietnam, dove il costo della forza-lavoro è nettamente inferiore.
In ultimo vogliamo segnalare che Corea del sud e Taiwan detengono il 50% del mercato della produzione di semiconduttori all’avanguardia[21] (2019), a testimonianza di come ciò che abbiamo scritto finora sia una rappresentazione esemplificativa, dovuta a necessità di sintesi, più che una descrizione puntuale del fenomeno economico in esame.
Il fatto che le fasi a minor valore aggiunto registrino una spartizione «più democratica» dei proventi è indicativo anzitutto di una cosa: la tendenza a ricostituire in patria, o nella propria zona di influenza economica, l’intera filiera. Questo è l’insegnamento politico che la classe dirigente, i capitalisti, ha tratto dalla crisi del Covid-19 (che ha comportato gravi interruzioni delle catene di approvvigionamento di semiconduttori) e dalle recenti tensioni geopolitiche. In aggiunta, il settore dei chip è troppo nuovo e tecnologicamente avanzato affinché si possano già essere sviluppate una gestione delle forniture e una stima del fabbisogno industriale precise e puntuali e ciò indica ancor più chiaramente la necessità di sostenere processi di «industrializzazione di ritorno», cioè appunto di re-internalizzazione in patria di fasi produttive che un tempo si sarebbe preferito delocalizzare[22]. Per fare un esempio, il tempo medio di fornitura di semiconduttori all’industria automobilistica europea è di ben 26 settimane, con picchi superiori alle 50! Completamente inaccettabile per un comparto che per aumentare il fatturato punta tutto sull’aumento dei ritmi lavorativi. Non è un caso, come dice Andrea Pannone, che durante la pandemia la sofferenza del settore automobilistico si sia verificata «in particolare a causa dei “colli di bottiglia” nella produzione dei chip. (…) I microchip, infatti, sono componenti essenziali per le auto, in quanto servono per comandare tutti i sistemi elettronici dei veicoli, dai tergicristalli alle tecnologie ADAS per la sicurezza attiva e passiva»[23].
Senza soffermarci ancora su dettagli di questo tipo, passiamo a vedere il ruolo dell’Europa nell’ambito della filiera globale.
La capacità produttiva europea è passata dal 20% del totale nel 2000 al 10% nel 2020. La situazione è ancora peggiore per quanto riguarda la produzione di chip di avanguardia, infatti si è passati da una quota del 19% nel 2000 ad una quota quasi nulla nel 2020. Questa tendenza negativa è stata favorita in parte dal declino di Nokia, Ericsson e Siemens che hanno perso le loro posizioni dominanti nella produzione di cellulari. Le imprese europee produttrici di chip europei si sono quindi adattate al mercato di riferimento, concentrando la produzione sul settore [dell’]automotive e sul settore industriale[24]
(I settori appena citati non stimolano adeguatamente l’innovazione e la produzione tecnologicamente avanzata, dal momento che non ne hanno uno specifico bisogno).
Questo è ciò che avviene quando non si mette in campo una chiara strategia, preferendo delegare al mercato la funzione di regolare i percorsi e definire gli obiettivi industriali. Del resto, sarebbe proprio l’assenza di aiuti di Stato a far sì che «una fabbrica di semiconduttori in Europa costi il 33% in più di una fabbrica in Corea del Sud, 43% in più che in Taiwan e 63% in più che in Cina»[25]. Una chiara indicazione di quali potrebbero essere i futuri orientamenti della spesa pubblica in UE, che determineranno senz’altro un nuovo e più marcato calo della spesa in salari, stato sociale e servizi.
Un destino difficile, quello della popolazione lavoratrice europea, ridotta a sperare che il proprio sacrificio nei confronti dell’impresa sia sufficiente a garantire il successo dei piani economici dell’UE e, con ciò, il mantenimento di un tenore di vita estremamente più elevato rispetto ai lavoratori di altre parti del mondo (eccettuati gli altri paesi occidentali, per così dire). Il ruolo infame della destra nazionalista è proprio questo: garantire che il processo si svolga come programmato e che i lavoratori accettino il sacrificio. Servi e aguzzini allo stesso tempo, come da tradizione.
Il drenaggio di liquidità nei confronti della manifattura dei semiconduttori è un fenomeno globale: per prendere degli esempi recenti, gli USA hanno investito 52 miliardi di dollari per rinforzare la produzione di semiconduttori, mentre la Cina ne ha stanziati quasi 180 tramite il China Integrated Circuit Investment Industry Fund, con l’obiettivo di specializzarsi nella produzione di chip avanzati e di intaccare il monopolio americano nelle fasi di progettazione e ideazione. La Commissione Europea «prevede che entro il 2030 il livello complessivo di investimenti potenzialmente attivabili nell’industria europea dei semiconduttori, anche con il supporto di risorse private, sarà pari a circa 43 miliardi di euro»[26], ma sono già molti i programmi di investimento e sviluppo posti in essere[27].
Coerentemente con le iniziative comunitarie, i singoli paesi europei partecipano con propri programmi specifici coordinati fra Stato e imprese: la Spagna ha lanciato il Proyectos estratégicos para la recuperación y transformación económica (uno strumento introdotto dal PNRR spagnolo), che prevede 12,5 miliardi per semiconduttori e microelettronica; la Francia scende in campo con il programma Électronique 2030 (nell’ambito dell’Ipcei-Me/Ct), per 5 miliardi; la Germania ha mobilitato quasi 13 miliardi, fra il Programma quadro per la microelettronica (2021-2024), l’Ipcei-Me/Ct (di cui ha assunto la guida) e il PNRR. Il tentativo comune è quello di rafforzare la produzione di semiconduttori e chip, più che di scalzare gli Stati Uniti dalle posizioni raggiunte nelle fasi di progettazione e design[28]: questo denota limiti e difficoltà del comparto industriale europeo.
La ricerca è un settore molto importante anche nelle fasi produttive, visti i potenziali sviluppi tecnologici (riduzione delle dimensioni dei wafer di semiconduttori e dei chip, al fine di aumentarne la potenza elettronica e ridurre l’impiego delle materie prime necessarie), e l’UE sta compiendo degli sforzi in questa direzione. Il processo di ricerca complessivo, però, rimane saldamente ancorato in altre parti del globo.
Insomma, se l’Europa è dipendente dagli USA per la progettazione e dall’Asia per la fabbricazione, il tentativo attuale sembra essere quello di acquisire maggiore indipendenza dall’Asia: il resto è al di fuori delle possibilità dei capitalisti nostrani. Si consideri, ad esempio, che mentre in Asia e USA si arriva a chip della dimensione di 2 nanometri (forse anche meno), in UE non esistono fonderie che vadano al di sotto dei 22 (sotto i 10 si può parlare di un livello avanzato). Inoltre, l’UE dipende dall’Asia anche per la fornitura di alcuni tipi di semiconduttori, come quelli al carburo di silicio o al nitruro di gallio.
L’Italia possiede un proprio comparto industriale di microelettronica, per quanto debole, focalizzato nella produzione di semiconduttori e di macchinari per i processi produttivi e i test dei prodotti. L’azienda più importante è la STMicroelectronics (italo-francese), avente un fatturato annuale di 16,1 miliardi di dollari (quasi il doppio del costo totale del Reddito di Cittadinanza nel 2023). Esistono poi aziende di importanza strategica ma di dimensioni relativamente ridotte, che devono a volte difendersi da tentativi di acquisto esteri (negli ultimi anni lo Stato italiano ha bloccato per decreto proposte di acquisto cinesi e olandesi dell’azienda Lpe[29]). Infine, segnaliamo una debole presenza di aziende multinazionali o a controllo estero e un certo recente sviluppo delle fasi di progettazione (ovviamente ancora del tutto insufficiente per sostenere la concorrenza), avvenuto sulla scorta di collaborazioni fra aziende, Università e amministrazione statale.
La caratteristica di queste ultime è che, pur essendo collocate nelle fasi produttive, impiegano un numero molto basso di lavoratori dipendenti (eccettuata la STMicroelectronics, che in Italia ne ha circa 12.000). Tuttavia, l’importanza che hanno per il lavoro non è assolutamente trascurabile: oltre al settore automobilistico, infatti, la microelettronica italiana serve quello dell’automazione industriale, cioè della digitalizzazione dei processi produttivi tramite infrastrutture digitali (ad esempio il cloud o sistemi di controllo da remoto) e robot industriali (macchinari di nuova generazione). Tale fenomeno non è marginale come in passato e diventa sempre più rilevante.
Secondo i dati pubblicati da SIRI e Fondazione UCIMU (2023), il mercato italiano della robotica nel 2022 continua a registrare una crescita della domanda che è passata da 11.672 macchine richieste nel 2021 a 12.432 (+6.5%). (…) In generale, i robot installati hanno sempre come primo settore di sbocco l’automotive. A livello internazionale, il Rapporto World Robotics del 2021 prodotto dalla International Federation of Robotics (IFR) stimava dal 2022 al 2024 una crescita media annua della produzione di nuovi robot pari a circa il 6% (…). L’Asia è il più grande mercato al mondo per i robot industriali. Il 71% di tutti i robot di nuova implementazione nel 2020 è stato installato in Asia. La Cina, il più grande utilizzatore della regione, ha avuto una crescita del 20% con 168.400 unità spedite[30].
La digitalizzazione dei processi comporta nettamente l’aumento dei ritmi lavorativi e la saturazione dei tempi morti durante il turno di lavoro, al fine di aumentare produttività e rendimento. In un’espressione: meno tempo per compiere le operazioni di lavoro[31]. Come è possibile? Tramite un agire integrato di sistemi di monitoraggio e misurazione del processo lavorativo, di indicatori di performance, di metodologie per la riduzione delle tempistiche, degli errori e delle inefficienze, e così via. Che si tratti di un’azione da compiere in linea di montaggio, della consegna al cliente o dello stoccaggio in magazzino di un pacco, della lavorazione di una pratica al computer, in ufficio, o della preparazione di un panino al negozio di fast food, le nuove tecnologie permettono di eliminare ogni azione – finanche ogni singolo movimento – non necessaria, così da ridurre le tempistiche e il costo del singolo prodotto. Tali azioni vengono chiamate Not Value Added Actions («azioni che non producono valore aggiunto») e il livello di dettaglio cui giungono gli imprenditori per risparmiare è impressionante: nella manifattura si è da tempo arrivati a un’unità di misura di 0,036/0,030 secondi (Time Measurement Unit). Anche se ora non possiamo addentrarci nel discorso, l’importanza delle nuove tecnologie digitali nel lavoro è evidente: vengono prodotte nuove problematiche, trasversali alla forza-lavoro delle categorie più disparate.
Ma la microelettronica è sindacalmente importante anche per un altro motivo: crea indirettamente moltissimi posti di lavoro, con remunerazioni salariali inferiori. Secondo un report di Intel Corporation, nel 2019 negli USA l’azienda ha creato tredici posti di lavoro per ogni proprio dipendente, su un totale di quasi 52.000 lavoratori.
La re-internalizzazione in patria dell’intera filiera dei semiconduttori, infine, per quanto resti ancora un obiettivo lontano delle varie borghesie nazionali, facilita la possibilità che scioperi trasversali alle differenti categorie lavorative causino un’interruzione complessiva di una filiera o parte di essa e, quindi, che non si limitino solo al singolo stabilimento. Potenzialmente, almeno sulla carta, ciò potrebbe consentire di spezzare (o quantomeno indebolire) la capacità di difesa dei capitalisti, che in questi casi reagiscono spostando le produzioni o lo stoccaggio di merce in siti dove lo sciopero non attecchisce, oppure assumendo lavoratori sostitutivi con contratti precari, ecc. La presenza di più fasi della filiera sul patrio territorio, inoltre, può essere la condizione per una parziale uniformazione delle condizioni lavorative, non foss’altro che per il fatto di essere definite nell’ambito di una stessa legislazione nazionale sul lavoro.
Tornando all’Italia, ma rimanendo in tema dell’americana Intel, segnaliamo che nel piano di investimenti da 80 miliardi da realizzare in Europa le fasi di progettazione e design vengono implementate in Francia, la produzione di avanguardia viene collocata in Germania (Magdeburgo), mentre il resto è lasciato a Italia, Spagna, Irlanda e Polonia.
Dovrebbe essere ormai chiaro, dunque, qual è il ruolo (subordinato) dell’Europa nella filiera dei semiconduttori e quale quello (ancor più marginale) dell’Italia all’interno della strategia comunitaria. Bisogna stare in guardia dai toni trionfalistici del PNRR: non si tratta tanto della «sfida dell’innovazione e della modernizzazione»[32] quanto, piuttosto, del tentativo di non rimanere tagliati fuori da un più generale processo di ristrutturazione economica, che nel mercato dei semiconduttori trova un nodo fondamentale e imprescindibile per qualsiasi economia del XXI secolo. I progetti italiani di finanziamento del settore, del resto, non prevedono investimenti ingenti (tranne che per il Fondo per la Microelettronica, dotato di quasi 4 miliardi)[33].
Concludiamo con alcuni dati esemplificativi: in Italia, nel 2022, il giro d’affari per le vendite di semiconduttori è stato pari a 1,6 miliardi (3,3% del mercato europeo, che arriva oltre i 54)[34]. Ciononostante, l’Italia è ancora il terzo produttore europeo di componentistica elettronica. Probabilmente questo indica un basso grado di specializzazione e una scarsa efficienza degli investimenti nel settore.
Note
[1] Agli Investimenti spesso vengono affiancate le riforme settoriali, trattate nella I parte di questo articolo.
[2] 18 maggio 2022.
[3] https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal/repowereu-affordable-secure-and-sustainable-energy-europe_it#documenti .
[4] Commissione Europea, REPowerEU: New industrial Alliance to boost the EU's solar power and energy security. Comunicato stampa, 09 dicembre 2022.
[5] Commissione Europea, Comunicazione della Commissione 2023/C 80/01.
[6] A. Pannone, Che cos’è la guerra? La logica dei conflitti capitalistici tra XX e XXI secolo, DeriveApprodi, Bologna 2023,
[7] Ivi, p. 69.
[8] Commissione Europea, Commission welcomes political agreement on REPowerEU under the Recovery and Resilience Facility. Comunicato stampa, 14 dicembre 2022.
[9] Regolamento (Ue) 2021/241 art. 14, c. 2. Si vedano anche le Linee Guida 2023/C 80/01, Parte I, Cap. IV, p. 13.
[10] 2023/C 80/01, Tab. 1, p. 7.
[11] V Commissione Camera dei deputati, Politica economica e finanza pubblica. Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi.
[12] La Commissione ha accettato di concedere all’Italia quindici mesi in più (fino a marzo 2025) rispetto al termine precedentemente previsto, pari a trenta giorni (sessanta in sanità), per azzerare i ritardi nei pagamenti.
[13] M. R. Pierleoni, L’industria globale dei semiconduttori e il ruolo dell’Italia, MEF, Dipartimento del Tesoro 2023, p. 1.
[14] Regolamento (Ue) 2023/1781, art. 2, nn. 2 e 3.
[15] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 6.
[16] Esistono vari tipi di silicio impoverito. Il più performante di questi è il Fully Depleted Silicon On Insulators (FDSOI), su cui la Germania sta lavorando per una migliore integrazione industriale (azienda Globalfoundries, Dresda).
[17] Entrato a far parte delle forze armate statunitensi nel ’62, il Minuteman I (per distinguerlo dalle versioni successive) è un missile balistico intercontinentale in grado di trasportare testate nucleari. Il computer di bordo costa centinaia di migliaia di $, mentre complessivamente il missile arriva a diversi milioni.
[18] L. Alessandrini, L’industria dei semiconduttori, LUISS 2022, p. 18. Fonte dei dati: rielaborazione su dati CSET (Khan, Mann, & Peterson, 2021), ulteriormente rielaborata dagli scriventi.
[19] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 9.
[20] La dipendenza dalle case madri e dai principali produttori americani nasce quando questi iniziano a puntare tutto sull’implementazione dei processi di memoria informatica, per dotare i pc di spazio sufficiente a contenere programmi avanzati e in continua evoluzione (da qui la necessità di costruire un chip standard da accoppiare a un chip di memoria potente e adottabile per diverse tipologie di software).
[21] Wafer minore di 300 mm.
[22] Sempre più diffusamente le aziende importanti stanno cercando di passare a un modello di business basato allo stesso tempo sulla progettazione e la produzione di chip e semiconduttori, quando prima erano maggiormente focalizzate sulla sola progettazione (negli USA il 65% del fatturato ricavato dalla vendita di chip viene da aziende che fanno solo progettazione, il 51% da aziende che oramai fanno entrambe le cose, il 25% da quelle che fanno produzione o test/assemblaggio/imballaggio). Non solo: grandi aziende di altri settori, dall’elettronica di consumo all’automotive, stanno sviluppando in massa una produzione interna di manufatti microelettronici (Amazon, Facebook, Huawei, Apple).
[23] A. Pannone, op. cit., DeriveApprodi, Bologna 2023, p. 78.
[24] L. Alessandrini, op. cit., p. 48.
[25] Ibidem.
[26] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 26.
[27] Elenco dei principali programmi d’investimento europei: Programma ECSEL - Electronics Components and Systems for European Leadership (05/2014) e Key Digital Technologies Joint Undertaking (11/2021); IPCEI microelettronica I (2018-2024) e II (2023-2032); Alliance on Processors and Semiconductor Technologies (07/2021); Regolamento (Ue) 2023/1781.
[28] Tra l’altro, anziché aiutare le imprese con finanziamenti a pioggia e sgravi fiscali gli Usa finanziano il Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency), l'unità del Pentagono per le nuove tecnologie. Questo indica un livello di organizzazione e pianificazione che i paesi europei non possono che osservare da lontano.
[29] M. R. Pierleoni, op. cit., p. 38.
[30] Ivi, p. 47.
[31] E meno lavoratori per compiere il lavoro assegnato: solo un anno fa Meta aveva licenziato oltre 20.000 lavoratori/trici, mentre recentemente la europea Sap ha annunciato 8 mila esuberi. In Germania la Confindustria prevede tagli superiori alle 300.000 unità nel settore metalmeccanico.
[32] PNRR #NextGenerationItalia, p. 104.
[33] Elenco dei principali programmi d’investimento italiani: Fondo per la microelettronica (2023-2030), istituito dal D.L. 17/2022, art. 23, e L. 136/2023; Fondazione Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore, avente l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip, istituito dalla LdB 2023; Pnrr e Ipcei-Me I e II.
[34] World Semiconductor Trade Statistics, 2022.
Fonte
17/01/2024
L’Azerbaigian e la riconversione a hub energetico green
Un esempio per tutti è l’Azerbaigian, che ha lanciato un piano di riconversione energetica che dovrebbe portare il Paese a diventare un vero e proprio “hub energetico green”, con enormi potenzialità di crescita in effetti, soprattutto con la Russia fuori gioco a causa delle sanzioni.
Una notizia che l’Italia segue con particolare attenzione visti:
- i rapporti commerciali per l’importazione di idrocarburi (circa il 30% dell’export azero finisce nei nostri confini, e rappresentava per il 2022 il 16% del nostro import);
- il mastodontico progetto in cui l’Italia si è impegnata, per la costruzione del TAP, il Trans Adriatic Pipeline, il metanodotto lungo 3.500 km che collegherà l’Azerbaigian al Salento, per poi risalire l’Italia e finire in Austria.
Baku, la capitale dell’Azerbaigian, ospiterà la prossima conferenza sul clima (COP 29), e buon senso vuole che l’Azerbaigian approfitti di questa opportunità per giocarsi la sua partita nell’ambito della green economy, soprattutto perché pare che fino a pochissimi anni fa, il Paese non avesse mai avuto una vera e propria strategia climatica.
C’è da dire che la maggior parte dei clienti dell’Azerbaigian hanno sottoscritto l’accordo di Parigi, impegnandosi a raggiungere la neutralità emissiva entro il 2050. Questo significa in altre parole ridurre drasticamente il consumo di petrolio e gas, e investire sulle rinnovabili.
Se l’Azerbaigian vuole continuare a crescere sul mercato dell’energia, si capisce bene il perché del tentativo di riciclarsi come “hub energetico green”.
In questo senso si inserisce il memorandum siglato nel 2022 tra UE e Azerbaigian, che getta le basi di un partenariato a lungo termine sull’efficienza energetica e l’energia pulita.
Garabagh, Zangezur orientale e la Repubblica autonoma di Nakhchivan sono state dichiarate in toto “green energy zones”, luoghi dove verranno favorite la protezione dell’ambiente e lo sviluppo ecologico.
Si punta su energia solare e idroelettrico ovviamente ma anche su eolico onshore e offshore. Nella penisola di Absheron e sulla costa del Mar Caspio sono stati avviati progetti per un potenziale tecnico delle rinnovabili pari a di 135 Gw onshore e 157 Gw offshore e l’anno scorso è stato inaugurato il primo mega impianto fotovoltaico da 230 Mv.
Ci sono poi gli accordi commerciali con partner internazionali privati dei Paesi OPEC in cerca di compensazioni green, come la saudita Acwa Power, con la quale si investe per la produzione di 500 Mw nella Repubblica autonoma di Nakhchivan, o come l’emiratina Masdar con la quale l’investimento punta a diversi impianti eolici, fotovoltaici e a idrogeno.
Per l’export di energia invece sono già in atto accordi con Georgia, Romania per la costruzione di un altro cavo sottomarino lungo quasi 1200 chilometri che, passando sotto il Mar Nero, collegherà il Caucaso meridionale all’Europa.
Un opera spacciata come un “Corridoio energetico verde” che assicurerà le forniture ai Paesi dell’Asia centrale e del Vecchio continente, il cui impatto sull’ambiente e soprattutto sui sistemi marini è tutto da verificare.
Fonte
26/09/2023
Che Europa sarà?
In Europa tutti gli Stati hanno i loro problemi, e mai come adesso ognuno sta cercando di risolverli con le sue sole forze, anche a costo di smontare quel minimo di solidarietà che ha caratterizzato l'Unione nella sua lunga e spesso travagliata esistenza.
Ogni crisi serve per rafforzarla, si diceva.
Ma stavolta è più difficile: l'invasione della Ucraina da parte della Russia ha dimostrato che l'Europa non è stata in grado di mettere a punto un meccanismo di sicurezza collettiva in grado di disinnescare un conflitto geopolitico sempre più acuto che ora la contrappone alla Russia sotto l'ombrello della NATO.
Bruxelles sul piano economico, ed ancor più Washington e Londra su quello militare, hanno cercato di attrarre Kiev nella propria orbita, senza considerare le conseguenze dirompenti che questo avvicinamento avrebbe provocato: la stessa retrocessione degli armamenti nucleari alla Russia, in pratica il disarmo strategico della Ucraina che fu deciso all'atto della sua indipendenza dalla CSI in cambio della garanzia della integrità territoriale, dimostrava l'estrema delicatezza della sua collocazione geopolitica. Di fatto, poi, gli Accordi di Minsk che furono sottoscritti da Francia e Germania come garanti nelle controversie tra Kiev e Mosca, non hanno avuto seguito concreto.
La situazione si è complicata ulteriormente col venir meno del gas che arrivava alla Germania direttamente dalla Russia: le condotte del North Stream sono saltate in aria.
Ed ancora, le importazioni del grano ucraino sono state interdette in alcuni Paesi dell'Est europeo, ed in particolare dalla Polonia che pure appoggia militarmente in modo assai deciso l'Ucraina, per evitare che il suo prezzo più basso metta in crisi gli agricoltori: la solidarietà sul piano militare evapora quando ci sono interessi economici immediati.
C'è silenzio sulla sorte dei milioni di ucraini espatriati un po' dappertutto, per evitare la guerra. Torneranno, non torneranno?
Come se non bastasse, la crisi dei migranti che provengono dall'Africa, mettendo in grave difficoltà l'Italia con arrivi mai così numerosi dalla Tunisia, ha dimostrato che anche l'Europa non ha la bacchetta magica. L'Accordo di cooperazione che era stato firmato a giugno scorso tra la Presidente della Commissione europea Von der Leyen ed il Presidente tunisino Saied non ha mai avuto attuazione, perché non c'è stata la necessaria unanimità tra i Paesi dell'Unione: alcune componenti politiche criticano aspramente la prospettiva di sostenere finanziariamente e politicamente un governo che si dimostra autocratico, e che conculca i diritti civili e le libertà democratiche fondamentali.
La controversia diplomatica si è fatta via via sempre più aspra, arrivando al punto che è stato rifiutato il visto di ingresso in Tunisia ai componenti di una missione di europarlamentari che avrebbero dovuto incontrare sindacalisti ed esponenti dell'opposizione locale.
In pratica, è stato fatto un buco nell'acqua: la disponibilità dell'Italia a coinvolgere l'Unione nella gestione della questione dei migranti non ha sortito altro effetto concreto che quello di enfatizzarne la solitudine in campo internazionale.
Portare poi la questione all'Assemblea generale dell'Onu, per chiedere non tanto una solidarietà di facciata nei confronti dell'Italia ma un piano di intervento concreto, ha dimostrato al mondo intero la palese debolezza dell'Unione europea: ognuno ha i suoi problemi da risolvere, spesso assai più gravi e complessi dei nostri.
Ci sono poi le vicende interne all'Unione da sistemare.
C'è ancora in ballo la riforma del MES, che l'Italia è rimasta l'unica a non aver ratificato: Roma traccheggia vistosamente, per contrattare un Patto di Stabilità non punitivo nei suoi confronti. Ma, nel frattempo, Francia e Germania ci mettono sotto pressione sulla questione dei movimenti secondari dei migranti: mentre Parigi rafforza i pattugliamenti alla frontiera di Mentone, Berlino sospende le ricollocazioni volontarie.
L'esito delle elezioni europee del prossimo giugno è ancor meno chiaro: le due grandi famiglie politiche tradizionali, i Popolari da una parte e la Sinistra con i Socialisti dall'altra, non sembrano in grado neppure stavolta di mettere insieme la maggioranza numerica necessaria per nominare la nuova Commissione. Nella scorsa tornata, furono determinanti i voti degli eletti italiani del Movimento 5 Stelle a consentire il superamento della impasse.
Ancora una volta, saranno consistenti i gruppi maggiormente critici dell'Unione: l'ECR che mette insieme Conservatori e Riformisti, ed ID che raggruppa i sovranisti di Identità e Democrazia. A questi si aggiunge un'altra componente, quella dei Verdi, molto numerosa nei Paesi del Nord Europa.
Due dinamiche saranno cruciali: la guerra in Ucraina ed i rapporti con la Cina, da una parte; la disponibilità di energia di origine fossile a prezzi competitivi in attesa che si vedano i risultati della transizione verso le fonti rinnovabili, dall'altra.
L'impegno politico ed industriale profuso nel lancio dell'auto elettrica si troverà di fronte alla prova della verità: si vedrà se continuerà ad essere un fenomeno di élite o diventerà un consumo di massa, e se i vincoli crescenti che vengono posti alla mobilità urbana e periurbana saranno accettati come una nuova normalità.
Potrebbe fallire miseramente il paradigma economico e finanziario che era stato teorizzato per assicurare la transizione alla Green Economy: tutto si fondava sulla previsione di prezzi progressivamente più bassi dei combustibili fossili e sul corrispondente aumento della tassazione di questi consumi da parte degli Stati che avrebbero potuto finanziare con queste risorse gli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile.
Visto che i prezzi delle materie prime energetiche fossili continuano a salire, gli Stati non possono aumentare la tassazione di questi consumi, ma anzi sono indotti ad erogare contributi alle categorie più deboli.
Può esserci uno stallo soprattutto per l'Unione europea, che aveva disposto meccanismi d'asta sempre più severi per i diritti di emissione della CO2 e previsto una tassazione alla frontiera per equalizzare i costi dei prodotti importati dai Paesi meno virtuosi.
Per la Green Economy, il pericolo è quello dello sfilacciamento, della perdita di abbrivio: la recentissima marcia indietro annunciata dal Premier britannico Sunak, che ha sostenuto la necessità di una transizione più proporzionata e dilazionata nel tempo, cela il dubbio sulla sostenibilità economica e finanziaria del processo: i produttori di energia di origine fossile, petrolio e gas, tengono sempre molto alti i prezzi delle loro forniture. Basta vedere gli andamenti del prezzo della benzina.
Potremmo scollinare, o cadere pericolosamente all'indietro.
Fonte
25/06/2023
Dazi sulla CO2, beffardi e coscienti
Come sempre, le strade che conducono all'inferno sono lastricate dalle migliori intenzioni, e le norme europee sono come le ciliegie: una tira l'altra.
È noto l'impegno che l'Unione europea sta profondendo a favore della transizione energetica, per lottare contro il riscaldamento dell'atmosfera ed il cambiamento climatico che ne consegue: bisogna abbattere le emissioni nette di CO2, con l'orizzonte al 2050. L'obiettivo intermedio, nel 2030, prevede di ridurre del 55% le emissioni rispetto al 1990.
Si procede in parallelo: da una parte vengono aumentati i costi di produzione per le attività industriali che maggiormente sono responsabili delle emissioni di CO2; dall'altra ci sono incentivi pubblici per l'adozione di tecnologie innovative, soprattutto per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. In prospettiva, si prevede che l'intero ammontare delle “tasse ambientali” sia destinato a finanziare questi incentivi: un sistema virtuoso, si dice, perché non accolla alla collettività oneri netti. Tutto quello che si paga in più con le tasse ambientali ritorna come incentivo alla produzione che impiega sistemi sostenibili.
Sulla base delle migliori tecnologie disponibili, vengono assegnati ai produttori un certo numero di quote gratuite di emissione di CO2: chi rientra in questi parametri, è in regola. Chi produce CO2 in eccesso, deve comprare all'asta e sul mercato altrettante quote di emissione; chi ne produce di meno, può cederle a chi ne ha bisogno per essere in regola. Questo sistema penalizza le produzioni responsabili delle emissioni: più eccedono, più aumentano le quote da comprare e quindi i costi.
Diviene così più conveniente cambiare tecnologie produttiva per rientrare nei limiti. A tal fine ci sono gli incentivi pubblici alla transizione, che vengono finanziati anche con i proventi delle aste dei diritti di emissione di CO2. Le normative che disciplinano il PNRR prevedono una intensità di aiuti pari al 75%: in pratica, sommando le diverse tipologie di contributi e sovvenzioni, questa è l'entità di cui si fa carico lo Stato. Per chi riesce ad aggiudicarsi le gare, è davvero una ottima occasione.
C'è un problema, però: aumentando con questi meccanismi di tutela ambientale i costi di produzione industriale nella Unione europea, si crea un divario rispetto ai prezzi all'importazione dai Paesi che non impongono un analogo sistema. Per un verso si determina un incentivo a delocalizzare gli impianti in quei Paesi, per l'altro si importa la maggiore quantità di CO2 “incorporata”.
Per ovviare a questo inconveniente, l'Unione europea ha introdotto il REGOLAMENTO (UE) 2023/956 del 10 maggio 2023 che istituisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere: questo meccanismo, denominato CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), è una sorta di dazio che si applica alle importazioni, in modo da compensare il maggior costo che grava sulle produzioni europee.
Il fatto è che non tutti i Paesi sono nelle medesime condizioni di partenza: mentre l'Unione europea ha deciso di arrivare alla neutralità delle emissioni nel 2050, l'India si è proposta come obiettivo il 2070. In pratica, noi ci arriveremmo tra 25 anni e l'India tra mezzo secolo: il che vuol dire che noi imporremmo alle importazioni dall'India un costo superiore, quantificato sui nostri obiettivi.
Usiamo il condizionale non solo perché la materia è complessa ed il meccanismo entrerà in vigore solo nel 2026, ma anche perché potrebbe interferire con i principi del WTO, cui sembra che l'India sia intenzionata a ricorrere a tutela della propria produzione.
Non basta: poiché i dazi sono un'entrata propria della Unione europea, e poiché si prevede che tutti i proventi delle tasse ambientali vadano a finanziare gli inventivi alla trasformazione energetica ed alla transizione ambientale, si arriva al paradosso che questi dazi andrebbero a finanziare le industrie europee.
Chi va più veloce nella transizione ambientale si fa finanziare da chi va più lento, costringendolo ad accelerare.
Ribaltando il paradigma tradizionale della globalizzazione, che vedeva favoriti i Paesi con i più bassi costi di produzione, tra cui quelli energetici e del lavoro, adesso sarebbero favoriti quelli con i costi ambientali più elevati che vengono imposti a tutti attraverso i dazi.
Una nuova forma di guerra economica è in corso, usando come arma la tutela ambientale.
Fonte
12/06/2023
Quando il debito "green" fa comodo al mercato
La Storia è tutta un fare e disfare.
Nel 2012, appena passata la bufera sull'Eurozona, sono state adottate due strategie di politica economica completamente opposte: mentre quella di bilancio era particolarmente severa, con il Fiscal Compact che imponeva il pareggio strutturale; quella monetaria era particolarmente accomodante con i tassi a zero ed immissioni continue di liquidità.
La ragione era questa: la politica monetaria doveva correggere gli effetti negativi della politica di bilancio, che influiva anche sui prezzi portandoli a diminuire. Se i prezzi calano, tutto si blocca: chi produce si trova infatti a vendere a prezzi più bassi di quelli a cui ha comprato le materie prime.
La crisi che aveva colpito l'Eurozona era stata determinata da una serie di fallimenti sistemici: Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna avevano i conti esteri in dissesto, per l'esposizione eccessiva in debiti bancari e pubblici.
L'Italia, a sua volta, aveva un debito pubblico elevato, una bilancia commerciale passiva ed una posizione finanziaria netta verso l'estero fortemente debitoria.
Il risanamento dei bilanci pubblici, accompagnato dalla politica monetaria accomodante si è interrotto a causa della pandemia, nel biennio '20-'21, quando gli Stati si sono accollati spese elevatissime per contrastare gli effetti recessivi del blocco delle attività economiche.
Un altro fattore di enorme disturbo è stato determinato dalla fiammata inflazionistica iniziata nella primavera del '21: la ripresa dell'economia, in vista della fine delle restrizioni imposte dai governi per limitare i contagi, era accompagnata da un aumento sbalorditivo dei prezzi.
I produttori di materie prime e gli speculatori sui mercati internazionali aspettavano l'occasione giusta per rifarsi.
C'è un altro fattore più importante ancora: la sfida della transizione energetica, che viene imposta come unica condizione che consente la sopravvivenza della vita sul Pianeta, impone investimenti colossali alle imprese e spese altrettanto enormi e non recuperabili per i cittadini e le famiglie.
È per affrontare questa sfida che è tornato centrale il ruolo degli Stati: tutto è cominciato con le "carbon tax", con l'istituzione di specifiche imposte sulle produzioni e sui consumi considerati negativi dal punto di vista ambientale finalizzate a disincentivarli ed a finanziare gli investimenti e gli acquisti di beni compatibili con gli obiettivi ambientali.
C'è dunque una diretta correlazione tra le politiche ambientali ed i bilanci pubblici: in ogni caso, quando sarebbe troppo complesso ed impopolare imporre tasse ambientali, ad esempio aumentando il prezzo della benzina o del gasolio, si creano divieti a termine: dal 2035, ad esempio, l'Unione Europea ha già previsto che non si potranno più mettere in commercio autovetture con motore a combustione interna. Si forza così la transizione verso l'auto elettrica, prevedendo da subito incentivi fiscali per il loro acquisto.
Tutta la transizione si fonda da una parte su politiche pubbliche vincolanti e dall'altra su bilanci pubblici che facciano da pompa: ai mercati, ma solo a questi fini, i deficit ed i debiti pubblici non fanno più paura.
Non si tratta più di finanziare in disavanzo il Welfare State, le spese sociali per la sanità, l'istruzione, il diritto alla casa, l'assistenza sociale: era tutto denaro sottratto al mercato. Era tutto fatturato in meno per i privati, tutto profitto che veniva avocato dallo Stato.
Ora, al contrario, si tratta di finanziare una cosiddetta "Quarta Rivoluzione industriale": il rischio è grande, ed è bene che gli Stati ci mettano anche i soldi, indebitandosi. Tanto, se le cose vanno male, possono sempre aumentare le tasse o mettere una bella patrimoniale.
Ecco perché tanto silenzio nonostante i debiti pubblici che crescono: fanno comodo a chi vuole approfittare della transizione energetica ed ambientale per entrare sul mercato e fare soldi.
Ma i rischi finanziari, quelli veri, se li devono accollare gli Stati: si deve salvare l'Umanità o no?
Fonte
25/03/2023
Massa critica e crisi di massa
I processi di cambiamento sono sempre caratterizzati da fenomeni di euforia collettiva: dalle prospettive di guadagni mirabolanti investendo nello sfruttamento delle Colonie dei Mari del Sud, per via del monopolio commerciale che era stato concesso ad una Compagnia britannica nei primi del '700, alla frenesia ferroviaria di fine '800 quando si costruirono strade ferrate un po' dappertutto, collegando città e paesi che non portavano traffico; alla moltiplicazione delle reti di accesso per la telefonia mobile che si è verificata negli anni '90 del secolo scorso.
Nel primo caso, gli investitori hanno perso tutti i loro averi; nel secondo caso, gli Stati sono subentrati nelle attività dei Concessionari, nazionalizzando le tratte ferroviarie; nel terzo caso, gli operatori stessi hanno cominciato a mettere a fattor comune una serie di infrastrutture, essendosi resi conto che avere ognuno una propria rete comportava oneri eccessivi, senza nessun vantaggio in termini di competitività né di migliore qualità del servizio.
In tutti i casi, c'è stato un iniziale impulso netto positivo sull'economia reale: con la realizzazione di centinaia di navi e decine di porti; costruendo locomotive, vagoni, binari, stazioni, ponti e gallerie; sistemi radio ed apparati elettronici montati su altrettanti tralicci posti tutti vicini, gli uni accanto agli altri, uno per ogni gestore.
Non c'è dubbio, però, che sono rimasti i debiti da pagare: nel primo caso, chi aveva costruito vascelli e porti si trovò con crediti inesigibili nei confronti della committenza; nel secondo, fu lo Stato ad accollarsi gli impegni assunti dai privati creando debito pubblico; nel terzo, sono gli operatori di telecomunicazione che hanno operato un drastico abbattimento delle immobilizzazioni tecniche ancora non ammortizzate, rimanendo col debito derivante dalla loro fornitura ma risparmiando sui costi operativi di gestione e manutenzione.
L'euforia iniziale è costata cara, sempre.
Ci troviamo ora di fronte ad un nuovo processo, quello della decarbonizzazione dell'economia, per ridurre a zero le emissioni nette di CO2 entro la metà del secolo.
È un processo ciclopico, che richiede immensi investimenti nel rinnovo di sistemi di generazione di energia, di reti, di apparati: se non tutto, molto va rifatto da capo.
In America si predica proprio questo: "Build Back Better".
Nell'Ue, le auto a combustione interna, pur con qualche perplessità emersa solo di recente, non dovrebbero più essere messe in vendita a partire dal 2035: è sicuramente una scadenza molto ravvicinata, che viene stabilita proprio per forzare la mano alle industrie ed ai cittadini, anche se la tecnologia è ancora non completamente matura e manca completamente un sistema di ricariche efficiente.
Si rischia di mettere troppa carne al fuoco: il rallentamento del mercato dell'auto è evidente a tutti. Nonostante gli incentivi fiscali, c'è grande incertezza da parte dei consumatori che tirano avanti prima di impegnarsi con l'auto completamente elettrica.
Le case costruttrici ne sono ben consapevoli, e non fanno più la pubblicità indicando il prezzo di vendita delle auto: propongono l'affitto mensile, neppure più il leasing. E sono molto caute ad annunciare i chilometri di autonomia per quelle completamente elettriche. Ci sono troppe incertezze anche sulla tecnologia, e così cercano di non bruciarsi l'immagine con prodotti che devono ancora essere testati sul medio periodo. Insomma, le vecchie auto diesel tedesche amatissime dai tassisti, quelle che macinavano anche mezzo milione di chilometri senza richiedere grossi interventi di manutenzione, rimangono ancora lontanissime: di certo, il numero di cicli di ricarica delle batterie attuali non è in grado di reggere il paragone.
Il rischio è di trovarsi con una crisi a mezza strada: quando tutti stanno investendo, e con il mercato che non tira adeguatamente.
Già si vedono le pressioni sui sindaci, che mettono divieti a tutto spiano, per forzare i cittadini ad usare auto elettriche: è un tema delicato, quello della mobilità urbana e periurbana, che sta incidendo sulla capacità di reazione positiva: si rischia il rifiuto, il rigetto.
Tutti hanno sempre sognato l'automobile, come mezzo che assicurava libertà e comodità: ora sta diventando un assillo.
Ogni rallentamento, ogni dubbio, ogni incertezza vengono stigmatizzati: bisogna andare avanti a tutti i costi, perché la temperatura terrestre si sta continuando ad alzare, ed il punto di non ritorno nella alterazione degli equilibri climatici è troppo vicino per permettersi rallentamenti.
Ma questo atteggiamento non fa altro che alzare la posta finanziaria ed il rischio di un collasso: è già successo nel 2001, con le società che si quotavano sul Nasdaq, creando una bolla di valori basata su aspettative irrealistiche: più che un Eldorado, divenne un precipizio di perdite.
Ci sono troppi interessi in gioco, soprattutto da parte di chi ha visto le sue fortune finanziare andare alle stelle: il caso di Tesla ha fatto clamore, ma si fonda solo su aspettative.
Lo stesso sta succedendo con le piattaforme di social media: da Facebook a Twitter, è tutto un ripensamento, perché il modello di business dei social media non regge.
Se scoppiasse la "bolla green", ci troveremmo di fronte ad un paradosso: insieme al sistema finanziario che la pompa, verrebbe giù una larga parte dell'economia reale, procurando una crisi dei consumi che da sola ridurrebbe le emissioni di CO2 più di ogni altra innovazione tecnologica.
Fonte
01/03/2023
Gli squilibri che affossano un mondo “in transizione”
Fuori da questo ambito ristretto, ai piani alti della governance transatlantica è stato soppresso silenziosamente: si fa in altri modi, si raccontano le stesse sciocchezze.
Detto altrimenti, non è più tabù l’“intervento pubblico nell’economia”. Anzi è richiestissimo. Che questo intervento sia agito da uno Stato imperiale come gli Usa, oppure da un insieme di Stati uniti da trattati vincolanti ma sempre più minati da “eccezioni” presentate come “temporanee” (l’Unione Europea, insomma), non fa moltissima differenza.
Anche questa non è una novità. Quando i mitici “mercati finanziari” rischiarono il tracollo, tra il 2007 e il 2009, l’intervento pubblico fu colossale, inducendo addirittura l’ex presidente della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, a parlare di “socialismo per ricchi”.
Quello schema sembra ora confermato di fronte alle necessità della cosiddetta “transizione ecologica”, che induce anche i governi meno propensi a “programmare” interventi economici o produttivi a farsi promotori di finanziamenti consistenti per orientare le scelte delle imprese più grandi (le “locomotive” che dovrebbero poi trascinare intere filiere industriali verso una produzione ambientalmente più sostenibile).
Passando però dal mondo virtuale della finanza a quello molto “fisico” della produzione industriale gli intoppi si moltiplicano.
A grandi linee si può dire che l’obiettivo dichiarato è quello di passare da un sistema che utilizza come fonte energetica principale gli idrocarburi ad un altro fondato sull’elettricità. Nella fase di transizione tra i due sistemi si è deciso di puntare sul gas, che genera meno emissioni climalteranti (meno, non “poche”) rispetto a petrolio e carbone, ed è presente ancora in quantità consistenti (al contrario del greggio).
Ma nel mondo fisico tra il dire e il fare ci passano oceani...
Lasciamo per un attimo da parte le forti obiezioni scientifiche sollevate davanti a questo tipo di transizione (elettrificare pressoché tutto non è detto sia ambientalmente più “sostenibile”, visto che i sistemi di accumulo richiedono materiali che vano comunque estratti e poi smaltiti, senza considerare tramite quale fonte l'elettricità viene prodotta), e prendiamo in esame soltanto le conseguenze sui sugli apparati produttivi esistenti – di dimensioni gigantesche, nell’insieme – e sulla tenuta sociale dei Paesi interessati.
Se fossimo infatti in un mondo sagomato dall’interesse collettivo anziché da quello privati (il profitto come unica molla della produzione), l’operazione sarebbe molto complessa e impegnativa, ma avrebbe probabilmente qualche possibilità di riuscita. L’esempio della Cina – che certo non disprezza il profitto privato, ma prova a renderlo funzionale dentro una programmazione centralizzata – è in questo senso piuttosto probante.
In un contesto dove “la libertà d’impresa” è un totem dispositivo di dominio che ormai ha demolito o sussunto in gran parte il potere degli stessi Stati, raggiungere quell’obiettivo appare però pressoché impossibile.
In primo luogo perché avviene dentro una competizione che coinvolge sia le imprese che gli Stati, per cui quella che – in termini concettuali astratti – dovrebbe essere una “pacifica sostituzione” di determinati sistemi industriali con altri diventa una feroce guerra in cui certe filiere industriali scompaiono rovinosamente, mentre altre si appropriano di quegli spazi di mercato. Se va bene.
Vista la scala dimensionale, oltretutto, questo processo anarchico e conflittuale stravolge la struttura sociale delle popolazioni interessate, e di conseguenza anche la “tenuta politica” delle entità statali coinvolte.
Un quadro indicativo del livello dei problemi che si stanno delineando, in modo molto concreto e lucido, viene fornito ancora una volta da Guido Salerno Aletta in un importante editoriale per l’Agenzia TeleBorsa.
Altamente consigliato, se non si vuol “parlare di politica” in modo vacuo...
Buona lettura.
Necessari processi di riequilibrio
Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa
È del tutto fuori luogo lamentarsi per il fatto che gli Stati Uniti stiano finanziando con consistenti fondi pubblici la loro reindustrializzazione, nel settore dei microchip e della transizione energetica, della costruzione di fabbriche per le auto elettriche e batterie.
Aumenta il deficit federale, certo, ma è così che si raccoglie il risparmio ed il capitale per destinarlo alla economia reale: un tipico schema di intervento keynesiano, che parte dalla spesa pubblica per gli investimenti.
D’altra parte, è esattamente quello che sta facendo l’Unione europea con il programma NGUE, di cui l’Italia beneficia ampiamente con i fondi stanziati nel PNRR: gli assi di intervento sono gli stessi, transizione digitale e transizione ambientale, in un contesto di rafforzata coesione sociale. Anche qui è spesa pubblica per investimenti, finanziata con nuovo debito pubblico.
Il vantaggio per l’Italia risiede nel fatto che il tasso di interesse che pagheremo su questo debito è più basso di quello che paghiamo sulle emissioni dei nostri titoli di Stato in quanto la provvista sui mercati è effettuata direttamente dalla Unione Europea, attraverso una Banca Agente, avendo un rating migliore del nostro e quindi a tassi molto più bassi.
Cosa assai diversa è invece esprimere un giudizio sul merito di queste politiche: valutare se siano davvero convenienti o meno; capire se in fondo non si vadano a dare soldi pubblici a palate alle solite grandi industrie, le uniche in grado di gestire processi così impegnativi; oppure, ancora, entrare nel merito di questa gigantesca operazione di decarbonizzazione dell'economia, che prevede l'elettrificazione di ogni consumo energetico partendo da fonti rinnovabili.
Non c’è dubbio che dietro tutta questa corsa alla Green Economy ci siano interessi finanziari enormi e la voglia di cambiare profondamente alcuni equilibri geopolitici: togliere di mezzo il carbone ed il petrolio, usando il gas nella fase di transizione, ha un impatto enorme sui flussi di spesa che si muovono annualmente per questi acquisti di fonti energetiche di origine fossile.
Il quadro di riferimento globale è quello del COP, la strategia dell’ONU volta ad assicurare una metrica comune ed affidabile per verificare il rispetto dei traguardi di riduzione delle emissioni di CO2, fino alla parità tra emissioni ed assorbimenti prevista per metà secolo.
Peraltro, a livello di accordi internazionali, ci sono Paesi di straordinaria importanza in termini di produzione, di consumi energetici e di emissioni, come la Cina, che è rimasta ferma ad impegni a più lungo termine, ed altri come l’India che traguardano addirittura il 2070.
Praticamente, è una scadenza che arriva tra mezzo secolo: a guardarsi indietro, è lo stesso tempo che è passato dal 1973 ad oggi.
Nessuno può davvero prevedere che cosa succederà nei prossimi cinquant’anni.
E neppure bisogna illudersi che se ne stiano tutti con le mani in mano: visto che l’Unione europea ha deciso di vietare a partire dal 2035 l'immissione in commercio di automobili con motori a combustione interna, la Cina si sta già attrezzando da tempo per produrle in casa ed esportarle da noi, battendo la concorrenza delle produzioni europee.
Forse anche di quelle americane, anche se un dubbio rimane, visto che tra dazi e sanzioni il quadro della competizione commerciale è sempre più frastagliato: la legge americana (IRA), che prevede un sussidio pubblico per gli acquisti di auto elettriche, all’inizio era stata formulata in modo da limitarne la erogazione solo nel caso delle auto fabbricate negli USA. La Commissione europea si è lamentata, e sembra che questa esclusiva sia stata rimossa.
Bisogna guardare intanto al quadro di insieme, fatto di squilibri.
Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti per merci è enorme ed insostenibile. Devono ad ogni costo ridurlo, perché altrimenti ne va della stabilità del sistema: non possono peggiorarlo ogni anno di 100 miliardi di dollari che vanno finanziati.
Neppure gli avanzi commerciali strutturali di Germania e Giappone sono sostenibili: sono sistemi sociali che lavorano prevalentemente per le esportazioni. Hanno accumulato posizioni finanziarie attive impressionanti, ricchezza finanziaria sull’estero, in investimenti azionari, partecipazioni e crediti di ogni genere. Valori che dipendono, quanto a stabilità, dalla solidità stessa dei Paesi in cui hanno investito.
Ma entrambi questi Paesi, per motivi diversi, stanno vedendo andare a picco il loro export.
Nel 2022, la Germania ha avuto il peggior saldo attivo delle partite correnti dal 2000, con appena 168 miliardi di dollari rispetto ai 294 miliardi del 2019, l’anno che precede la crisi sanitaria del biennio 2020-2021. Un importo praticamente dimezzato, come dimostra anche la percentuale sul PIL, passata dal 7,5% al 4,2%.
Il Giappone è passato da un saldo attivo di 176 miliardi di dollari del 2019 ad uno di appena 58 miliardi nel 2022, riducendosi quindi ad un terzo, come dimostra anche la percentuale sul PIL, crollata dal 3,4% all’1,3%.
Tutto questo si riflette sul valore complessivo dei saldi delle partite correnti dei Paesi del G7, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è precipitato da un saldo negativo per 9 miliardi di dollari nel 2019 ad uno negativo per 939 miliardi di dollari nel 2022.
In pratica, il minor avanzo commerciale di Germania e Giappone, i due Paesi che tenevano insieme a galla gli equilibri del G7, ora li sta facendo affondare.
Il fatto è che alla riduzione che abbiamo rilevato dei saldi attivi di Germania e Giappone non ha corrisposto affatto una riduzione del saldo passivo degli Stati Uniti: il loro disavanzo è peggiorato, passando dai -620 miliardi di dollari del 2019 ai -985 miliardi del 2022.
Purtroppo, anche il saldo passivo della Gran Bretagna è precipitato, passando dai -77 miliardi di dollari del 2019 ai -154 miliardi del 2022.
Anche la Francia continua a galleggiare malamente, visto che il passivo di -14 miliardi di dollari del 2019 è arrivato a -35 miliardi nel 2022.
L’Italia, a sua volta, ha visto erodere il suo attivo, passando dai +65 miliardi del 2019 ai -3 miliardi del 2022.
Gli Usa stanno tentando la strada dell'industrializzazione nei comparti del green e della produzione informatica.
Anche in Europa si è decisa la stessa strategia. Ma è sfida incertissima, soprattutto perché il valore degli asset che si distruggono in Europa sono enormi, in termini finanziari, economici e di occupazione.
Azzoppare tutti insieme, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, così come mandare il Giappone a gambe all’aria, può essere molto pericoloso.
Servirebbe una strategia diversa, meno distruttiva: deintensificare il lavoro nei Paesi in cui c’è un attivo commerciale strutturale, Germania e Giappone per primi, spostando il driver della crescita dall’export al maggior benessere interno.
Ma è una logica non conforme ai principi della competizione capitalistica.
In questa frenesia della transizione energetica ed ambientale, il G7 sta affondando: distruggere per ricominciare da zero, facendo tabula rasa, può essere una pericolosa illusione.
Fonte
19/01/2023
L’industria “green” europea tra crisi delle forniture e competizione con gli USA
Appare evidente come l’iniziativa europea sia una risposta all’Inflation Reduction Act statunitense, tesa a riequilibrare la competitività dell’industria continentale rispetto a quella USA (1), ampiamente sovvenzionata dall'amministrazione di Joe Biden. Arrivare alle emissioni zero senza “nuove dipendenze” (in questo caso statunitensi) dopo quella russa di cui l’Europa si sta faticosamente sottraendo, è l’obiettivo dichiarato dalla von der Leyen.
Ma quello della costruzione di una vera capacità produttiva verde è un tema sul quale lo stesso World Economic Forum, in un report diffuso qualche giorno prima del suo inizio, ha fornito informazioni significative e secondo il quale lo squilibrio tra domanda e offerta di prodotti green genererà una “scarsità verde” che non riguarda, naturalmente solo l’Europa, ma tutto il mondo.
Lo studio curato dal Wef e dal Boston Consulting Group analizza le possibilità delle imprese sui nuovi mercati “green”.
Nelle catene di forniture industriali (supply chain) più importanti, “gli operatori impegnati per la decarbonizzazione situati a valle sono di gran lunga più numerosi degli operatori a monte della catena del valore (value chain). In alcuni casi, questo divario di quote di mercato supera i 20 punti percentuali”, dice il report.
La situazione più grave è quella della plastica e dei prodotti chimici green: nel 2030 potrebbero non esserci affatto “alternative verdi”, e quindi le industrie non riusciranno a soddisfare la domanda.
Le aziende a valle della catena del valore, hanno obiettivi rientranti nel quadro della Science Based Target iniziative (l’iniziativa IPCC per la riduzione delle emissioni) in un numero di casi che corrisponde al 45% del mercato. Tuttavia, in industrie come la plastica e l’alluminio, rispettivamente solo il 6% e l’11% della quota di mercato ha assunto impegni analoghi per le emissioni.
Naturalmente, il problema è sia a lungo che a breve termine: già oggi i prodotti a basse emissioni di carbonio hanno ancora prezzi proibitivi, che superano anche del 50% il resto dei prodotti in commercio, in particolare nel settore industriale.
Anche von der Leyen ha evocato il problema delle forniture industriali. L’obiettivo del NetZero Industry Act “sarà quello di focalizzare gli investimenti su progetti strategici lungo l’intera catena del valore delle tecnologie verdi. Vedremo in particolare come semplificare e accelerare i tempi per consentire nuovi siti di produzione di tecnologie pulite”, ha aggiunto von der Leyen.
L’accorciamento e la ridefinizione delle filiere produttive all’interno e non più all’esterno dell’area europea, è diventato una priorità della riorganizzazione produttiva delle industrie europee. Il problema sarà quello di mantenere costi di produzione “competitivi” imponendo condizioni produttive e salariali come quelle asiatiche ai lavoratori dei paesi della Ue.
E qui un brivido già corre lungo la schiena dei lavoratori nei paesi PIGS e dell’Europa dell’Est, cioè quelli che già hanno salari molto più bassi rispetto ai paesi e alle aree produttive del nord e del centro dell’Unione Europea.
Note
(1) Le industrie europee sono alquanto allarmate per l’entrata in vigore negli Usa del pacchetto di circa 391 miliardi di dollari, che dal primo gennaio 2023 agevolerà imprese e famiglie nella transizione verde. Si tratta dell’Ira (Inflation reduction act), che stanzia una quantità di sussidi senza precedenti per convincere le imprese a tornare a investire negli Stati Uniti, oltre a concedere robuste agevolazioni fiscali alle famiglie per convincerle a «comprare americano», in testa le auto elettriche. L’Ira è dotato di un budget di 738 miliardi di dollari, dei quali 391 miliardi saranno spesi per l’energia e il cambiamento climatico. Le industrie dell’automotive tedesche e francesi temono di non poter reggere la concorrenza statunitense: basti dire che l’Ira prevede un credito d’imposta di 7.500 dollari per l’acquisto di un’auto elettrica nuova, e di 4mila dollari per una usata. Incentivi fuori portata in Europa.
Fonte
05/01/2023
Green economy? La grande muraglia dei paesi ricchi
L'aumento dei costi per i consumatori occidentali era già cominciato con le tasse introdotte per finalità ambientali, come le aste che in Europa si svolgono per l'aggiudicazione dei diritti di emissione di CO2 cui partecipano i produttori di energia, le industrie fortemente inquinanti come quelle siderurgiche ed i cementifici, e le compagnie aeree.
In Francia, era stata aumentata la tassazione sul gasolio per disincentivare l'uso delle automobili, riducendo da 100 a 90 Km/h la velocità massima sulle strade statali: la protesta dei Gilet Jaune è stata la risposta sociale a queste decisioni.
La transizione energetica, con il passaggio dalle fonti di origine fossile a quelle rinnovabili, sconta un differenziale di costi e di efficienza che va colmato artificialmente, facendo costare di più le prime attraverso la tassazione. Vero è che, poi, gli incassi derivanti agli Stati da questi prelievi devono essere utilizzati per agevolare gli investimenti nelle fonti rinnovabili.
Si innesca così un ciclo virtuoso che favorisce gli equilibri ambientali: a metà secolo, infatti, i Paesi Occidentali si sono impegnati a raggiungere la parità nelle emissioni di carbonio. Al Cop 26, un anno fa a Glasgow, Cina e India hanno indicato questo traguardo come raggiungibile più avanti nel tempo, di un decennio circa.
Siamo in una fase di distruzione creatrice: smantelliamo intere filiere produttive, ad esempio sostituendo le automobili con motori a combustione interna con sistemi ibridi o con trazione a batteria, completamente elettrica. Norme sempre più restrittive si applicano ad altri settori, per migliorare l'efficienza energetica ed ottenere la riduzione delle emissioni di CO2.
È di tutta evidenza che questo processo di trasformazione, costosissimo, non sarà mai realizzato nei Paesi più poveri: è quanto mai difficile immaginare che Paesi come l'India, ad esempio, possano vietare la produzione delle auto a benzina o diesel entro il 2035, come è stato deciso dall'Unione Europea.
È del tutto improbabile che lo stesso avvenga nei settori industriali e nella vita quotidiana: l'energia elettrica nei Paesi più poveri continuerà ad essere prodotta utilizzando sempre il carbone, il petrolio e naturalmente il gas. Serve molta fantasia per immaginare che ci possa essere dappertutto nel mondo una loro completa sostituzione con sistemi fotovoltaici oppure eolici. Oppure con sistemi azionati dalle onde del mare.
Qui sta il punto: gli USA e l'UE dovranno difendere le proprie industrie che avranno costi dell'energia enormemente più elevati, ed i propri cittadini che già pagano bollette più elevate, che devono acquistare auto elettriche molto più dispendiose, che devono rispettare standard molto più stringenti per ogni attività.
A quel punto saranno introdotti i dazi ambientali per rendere più costose le merci importate o i servizi forniti dai Paesi che sono più indietro con gli standard ambientali. In America già viene teorizzato il Border Tax Adjustement al fine di rendere equivalente il costo ambientale dei prodotti.
Non potendo più contrastare il libero commercio in cui i Paesi poveri battono la concorrenza dei Paesi ricchi sulla base di salari più bassi o di una intensificazione del lavoro per noi inaccettabile, la Carbon Tax diventa un rimedio miracoloso: la Tesla che verrà prodotta in Cina nello stabilimento di Shanghai costerà di più della medesima Tesla prodotta negli Usa o in Europa. È così che si batte la concorrenza dei Paesi poveri: bisogna farlo per salvare il Pianeta.
L'Occidente si era illuso di governare il mondo con la globalizzazione, ed ora cerca di correre ai ripari. È sempre "il migliore", "il più civile" rispetto al resto del mondo, cui insegna ancora una volta quale sia la via corretta da seguire, nell'interesse del Pianeta. Nel proprio interesse.
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